29.03.2023 Visualizzazioni

Antonio Ligabue. Terra: luogo d’origine, campo di lavoro, scenografia di una impresa

La Galleria de’ Bonis di Reggio Emilia propone la sua prima mostra monografica dedicata ad Antonio Ligabue, intitolata Terra: luogo d’origine, campo di lavoro, scenografia di una impresa. Quindici opere ad olio che celebrano il grande artista e la sua terra, indagando il suo viscerale legame con la natura. «Ho conosciuto a fondo Ligabue, fin da quando io ero bambino, e ritengo che l’unica sua ragione di vita sia stata solo ed unicamente la pittura», dichiara Sergio Negri, autorevole esperto del suo lavoro. «Ligabue non dipinge per trovare un punto di incontro con chi osserva – aggiunge il gallerista Stanislao de’ Bonis –, dipinge per sé stesso. Ligabue dipinge sé stesso, o meglio, libera sé stesso sulla tela».

La Galleria de’ Bonis di Reggio Emilia propone la sua prima mostra monografica dedicata ad Antonio Ligabue, intitolata Terra: luogo d’origine, campo di lavoro, scenografia di una impresa. Quindici opere ad olio che celebrano il grande artista e la sua terra, indagando il suo viscerale legame con la natura.

«Ho conosciuto a fondo Ligabue, fin da quando io ero bambino, e ritengo che l’unica sua ragione di vita sia stata solo ed unicamente la pittura», dichiara Sergio Negri, autorevole esperto del suo lavoro. «Ligabue non dipinge per trovare un punto di incontro con chi osserva – aggiunge il gallerista Stanislao de’ Bonis –, dipinge per sé stesso. Ligabue dipinge sé stesso, o meglio, libera sé stesso sulla tela».

SHOW MORE
SHOW LESS

Trasformi i suoi PDF in rivista online e aumenti il suo fatturato!

Ottimizzi le sue riviste online per SEO, utilizza backlink potenti e contenuti multimediali per aumentare la sua visibilità e il suo fatturato.

TERRA: LUOGO D’ORIGINE, CAMPO DI

LAVORO, SCENOGRAFIA DI UNA IMPRESA




Pubblicato in occasione della mostra

Antonio Ligabue

TERRA: LUOGO D’ORIGINE, CAMPO DI LAVORO,

SCENOGRAFIA DI UNA IMPRESA

18 marzo - 10 aprile 2023

Viale dei Mille, 44/D

42121 Reggio Emilia

T. +39 0522 580605

M. +39 338 3731881

info@galleriadebonis.com

www.galleriadebonis.com

Ringraziamenti

Fondazione Museo Antonio Ligabue, Sergio e Francesco Negri, Tiziano Soresina,

Bruno Spadoni e Luana Dall’Orto, Cosimo Gigliobianco e ai gentili prestatori

Editore

via Traversa dei Ceramisti, 8/bis

17012 Albissola Marina (SV)

Tel. + 39 019 4500744

info@vanillaedizioni.com

www.vanillaedizioni.com

ISBN 978-88-6057-575-3

Testi critici

Sergio Negri

Tiziano Soresina

Graphic design

Elena Borneto

Copyrights

© Galleria de’ Bonis

© Vanillaedizioni

© Per i testi: gli autori

Volume finito di stampare nel mese di marzo 2023 a cura di Vanillaedizioni.

Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con

qualsiasi mezzo elettronico, meccanico o altro senza l’autorizzazione scritta dei proprietari

dei diritti e dell’editore.


mostra promossa da

in collaborazione con


Volpe in fuga con paesaggio, 1956 ca., dettaglio


Amare Ligabue.

Lo ammetto, ho imparato tardi ad amare Antonio Ligabue.

Non lo conoscevo bene, non lo avevo mai “incontrato” nella mia vita,

nella mia carriera.

Ma poi…

Poi l’ho “scoperto”, e sono stato folgorato.

Le emozioni di una pittura semplice, ma al tempo stesso così potente.

La pennellata forte e sicura, ma al tempo stesso infantile e fanciullesca.

Ma soprattutto il pathos!

Quella capacità di suscitare una intensa emozione e una totale partecipazione:

sul piano estetico, prima; sul piano affettivo, poi.

Ligabue è questo: passione, concitazione, grandezza.

Ed è così che è cominciato l’amore.

Chi mi conosce sa che per me l’Arte non è solo mercato. Anzi.

Chi mi conosce sa che per me l’Arte è passione e scambio di emozioni.

Chi si trova di fronte ad un’opera di Antonio Ligabue può capirmi: non

si può rimanere indifferenti.

Ho sempre amato quei pittori che con il gesto, con la materia, cercavano

di trasmettere un sentimento forte.

Ligabue va oltre.

Ligabue non dipinge per trovare un punto di incontro con chi osserva,

dipinge per sé stesso. Ligabue dipinge sé stesso, o meglio, libera sé

stesso sulla tela.

Nelle sue opere colora la sua sofferenza tramite un linguaggio che

sembra noto a tutti: l’arte è il suo pathos.

Come si può non amare tutto ciò?

Stanislao de’ Bonis

5


Sommario


9 Ligabue, l’uomo e l’artista

di Sergio Negri

12 La vita al limite di Ligabue fra i boschi del Po

“Dipingeva a stretto contatto con gli animali”

di Tiziano Soresina

14 Periodizzazione dell’opera di Antonio Ligabue

a cura di Sergio Negri

16 I periodo

1928-1939

22 II periodo

1939-1952

26 III periodo

1952-1962

7


Cavalli con carretta e temporale, 1956-57 ca., dettaglio


Ligabue, l’uomo e l’artista

di Sergio Negri

Ho conosciuto a fondo Ligabue, fin da quando io ero bambino, e ritengo

che l’unica sua ragione di vita sia stata solo ed unicamente la pittura.

Senza quella, non avendo rapporti sociali con la gente e l’ambiente

che lo circondava, ed essendo lui stesso un asociale, credo proprio che

sarebbe stato un probabile candidato al suicidio. Così come capitò a

diversi suoi illustri colleghi, come lui, geni incompresi, isolati e ghettizzati

dalla società dell’epoca e per di più dalla critica “ufficiale”, troppo

imbevuta di presunzioni e visioni accademiche, ancora lontane dal loro

pensiero artistico.

Ligabue era pienamente consapevole di ciò che era, e piuttosto spesso

ripeteva la fatidica frase che tanto amava “io sono un grande artista,

nessuno mi capisce e non apprezza la mia arte, ma un giorno vedrete

quanto costeranno i miei quadri”.

Purtroppo la sua vita è stata segnata dall’incomprensione generale, da

ogni tipo di sofferenza fisica e morale, dall’emarginazione quasi totale.

Ligabue fu perseguitato da accentuati turbamenti psichici che lo portarono

per più volte ai ricoveri in manicomio, tre in Italia e uno in Svizzera

all’età di sedici anni.

Ligabue arriva in Italia, a Gualtieri, nel 1919 perché cacciato dalla sua San

Gallo, in Svizzera, a causa della vita turbolenta e randagia condotta, ma,

purtroppo, non riuscirà mai a instaurare un rapporto di convivenza con il

nuovo ambiente, e tenderà subito ad isolarsi nel nostro territorio, di cui

nemmeno conosce la lingua, dove sarà costretto a vivere nonostante la

mancanza di dialogo con la gente del posto e di conoscenza di tutto ciò

che lo circonda.

Devo perciò precisare che è lui stesso, di carattere molto difficile, introverso

all’eccesso, pieno di manie e bizzarri comportamenti, a scegliere

la via dell’auto isolamento. Per questo, ad un certo punto, nel 1921,

dopo un tentativo di rientro nell’amata Svizzera, fermato dalle guardie

di frontiera, viene rispedito a Gualtieri in un calesse, ammanettato tra

due carabinieri reali. Qui sarà costretto a vivere per il resto della sua esistenza,

spesso isolandosi nella golena del Po, in un suggestivo scenario

9


10

padano in cui, tutto solo e in libertà assoluta, vivrà la sua triste stagione

di uomo infelice e di genio incompreso.

Va detto comunque che l’artista non ha mai amato il nostro ambiente

per questo, quando comincerà a dedicarsi totalmente alla pittura, sezionerà

il dipinto in due fasi ben precise, inserendo nella parte inferiore

gli elementi naturali dei nostri posti, come i campi di grano maturi con i

papaveri rossi, i canneti della golena e i vari tipi di vegetazione padana,

come i boschi di pioppi, ma ritornando, nella parte superiore del dipinto,

alla descrizione dei tanto amati paesaggi dei villaggi svizzeri, San Gallo

in particolare, dove ha trascorso la sua infanzia e la prima giovinezza.

La sua arte prende inizio in modo concreto dal 1928 in avanti, quando,

tra gli argini innevati del Po, conosce Mazzacurati, il quale riesce,

con non poche difficoltà, a portarselo nel suo studio alla “palazzina” di

Gualtieri e ad impartirgli le prime nozioni tecniche ed accademiche, che

perdureranno per molti anni a venire, oltre ad offrirgli generosi aiuti economici

e fornirgli il necessario per dipingere.

Ligabue non era un incolto e nemmeno un ingenuo “pittoricamente”,

come tanti potevano pensare, agli inizi della sua pittura. Egli è stato un

pittore vero, come scrisse Luigi Bartolini nel 1941 dopo avere visionato,

tramite Mazzacurati, alcune sue opere, che pur muovendosi al di fuori

delle norme e degli schemi consuetudinari all’artista contemporaneo,

era perfettamente conscio di ciò che in arte faceva e voleva.

D’altronde, osservando la sua pittura dagli inizi alla fine, è innegabile che,

proprio con i caratteri inclini ad una impostazione di tipo espressionista

e quindi dai contenuti drammatici e romantici, egli si esprima attraverso

una evoluzione ed una ricerca di carattere scientifico, dovuta ad una

lunga preparazione autodidattica, pur conservando, nella sua esposizione

figurativa, una certa colleganza con i caratteri di un marcato primitivismo

illuminato.

La stessa cosa accade in tutte le tecniche da lui affrontate, scultura

compresa, in cui riversa nel soggetto raffigurato la sofferenza e le vicissitudini

da lui vissute al momento.

Osservando attentamente l’evoluzione artistica avvenuta nel terzo e ultimo

periodo, si avverte come si fosse concretizzato in lui il convincimento

di dover proporre una visione figurativa non solo legata ai quozienti

estetici, ma altresì all’approfondimento psicologico del soggetto in essere,

dovuto ad un sofferto percorso introspettivo. D’altronde, è proprio

Mazzacurati stesso a definire, nel 1965 in un suo scritto, Ligabue come

grande pittore espressionista tragico.

Se proprio vogliamo analizzare le prime esperienze creative di Ligabue,

annoverabili al primo periodo, dove abbondano le incertezze e le

ingenuità schematiche nell’impianto grafico e coloristico, non disconoscerei

una certa analogia con l’arte primitiva. Tuttavia, man mano

che passa il tempo, come accadrà nei due periodi successivi, egli trae


stimoli figurativi, insegnamenti e suggerimenti, dai vari contatti ed interessamenti

culturali che gli si avvicendano nel corso della vita. Immancabilmente

si avverte l’evoluzione di ognuno dei vari moduli tecnici ed

espressivi che alimentano la sua visione pittorica.

Non dimentichiamoci delle visite museali quando ancora era in Svizzera

a San Gallo, poi qui al museo di Reggio Emilia, dove rimaneva intere

giornate a studiare gli animali imbalsamati ed a consultare i cataloghi per

circhi di Hagenbech, e delle lunghe consultazioni dei libri di animali del

Brehem, di cui possedeva tre volumi. O ancora le lunghe frequentazioni

nello studio di Mazzacurati dove aveva modo di apprendere preziosi

insegnamenti tecnici e aggiornamenti culturali.

Quindi i continui studi dal vero, quando rimaneva per ore ed ore nelle

grandi aie dei contadini a studiare gli animali da cortile, i cavalli e i buoi

nelle stalle attigue.

Conosceva molto bene l’anatomia animale secondo forme e termini

scientifici.

Basta ricordare il disegno dello scheletro del cervo “David”, eseguito

nel 1947 presso il manicomio di Reggio Emilia per lo scultore reggiano

Armando Giuffredi, in cui sono incluse, con terminologia scientifica e

a caratteri gotici, le specifiche indicazioni di ogni parte ossea, “debitamente

numerate”, come se si trattasse di un vero e proprio studio di

anatomia dell’animale ripreso.

In quella occasione disse al professor Giuffredi (mio insegnante alle Belle

Arti di Parma, dove mi diplomai nel 1958): “io gli animali so anche come

sono fatti di dentro”.

Non era pertanto, come ho già sottolineato, uno sprovveduto, né un

incolto, né un ingenuo, ma un pittore vero che, pur muovendosi al di fuori

delle norme e degli schemi consuetudinari all’artista contemporaneo,

era perfettamente conscio di ciò che voleva e faceva, esprimendosi con

una tale qualità da risultare violenta, irrefrenabile, forza creativa.

È pertanto innegabile che Ligabue sia un pittore dalle origini primitive

che però, non appena si trova sottoposto agli stimoli del suo talento creativo,

nonché a quelli di una proficua preparazione autodidattica, approda,

dopo un ampio percorso segnato da intensi turbamenti psicologici e

da sperimentazioni e ricerche estetiche, nelle contorte sfere dell’introspezione

e quindi dell’espressionismo.

Nessuna immagine di Ligabue è un’immagine gratuita: tutte le sue immagini

sono raccolte o attinte alla sua sostanza antropologica più profonda,

fanno parte delle sue inquietudini, delle sue contraddizioni psicologiche,

dei suoi drammi e delle sue esaltazioni: sono un vero e proprio diario a

colori di quella che è stata la sua tragica vicenda umana.

Conoscendo l’impegno, la serietà e la passione con cui è stata “costruita”

questa mostra auguro alla Galleria de’ Bonis un meritato riconoscimento

di pubblico per la bella iniziativa intrapresa, invio i miei più cordiali saluti.

11


La vita al limite di Ligabue

fra i boschi del Po

“Dipingeva a stretto contatto con gli animali”

di Tiziano Soresina

Espulso quasi ventenne dalla Svizzera ed approdato nella Bassa reggiana,

a Gualtieri, il 9 agosto 1919, per Antonio Ligabue – che già disegnava

occasionalmente su fogli di carta – si apriva una difficile integrazione,

trovando occupazione come scariolante sugli argini della nuova

bonifica Bentivoglio. Ma pian piano cercherà rifugio nelle aree a ridosso

del Po, fra pioppi e salici. Un destino inevitabile per quell’omino pieno

di manie ed irascibile, che faticava a comunicare con il suo italiano

stentato e gutturale, troppo gracile per quelle enormi fatiche e spesso

deriso dai compagni di lavoro.

Siamo sul finire degli anni Venti quando per il “tedesco” o in dialetto

al mat – come veniva chiamato in paese – l’isolamento nei boschi del

Grande Fiume diverrà a lungo il suo vivere quotidiano. Un’esistenza al

limite che nel rigidissimo inverno del 1928 1 viene narrata dall’affermato

pittore-scultore Marino Mazzacurati (fondatore della “Scuola romana”)

che incontra Ligabue nella golena gualtierese: “Non so perché abbia

cominciato a parlare con me – ricordò l’artista – ma fu una conversazione

prudente, a molti metri di distanza per aver modo di studiarmi.

Io, d’altro canto, non riuscivo a capire da dove spuntasse quell’incredibile

personaggio infilato in un pastrano da carabiniere rigonfio di fieno

e legato tutt’intorno con delle corde, che attizzava il fuoco sotto un

rudimentale fornello di mattoni. In una lingua incomprensibile, che era

un misto di tedesco e di dialetto emiliano, mi spiegò che stava preparando

la sua cena”. Un pasto a dir poco primitivo. Quell’incontro era

poi sfociato in una frequentazione che farà decollare la vena artistica

di Toni, anche se il suo rifugiarsi fra le terre del Po proseguirà ancora

per diverso tempo. “Un periodo imprecisato, in cui Ligabue era privo di

tutto: lavoro, amore, casa, soldi, amici o conoscenti. Non gli era rimasto

– commenta Giuseppe Caleffi, fondatore e direttore della Casa Museo

“Antonio Ligabue” di Gualtieri – che la libertà di vivere in golena. Un

nomadismo non nuovo per lui, già abbracciato in Svizzera.

12


Nella Bassa diventa l’uomo dei boschi, inascoltato e deriso. Capace

però di parlare con i suoi quadri. Gli verrà naturale usare come supporto

principale della sua arte gli “amici” animali, che diventano simboli della

crudeltà del vivere”. Ma come si sfamava Ligabue nella selvaggia golena?

Con una piccola vanga scavava ai piedi dei salici per raccogliere

le dolci patate selvatiche (dette “trogne”), ma si nutriva anche di radici

biancastre simili alle carote (le “magnugole”) o di quelle erbe attorcigliate

ai pioppi come liane (i “laortis”), per non parlare degli asparagi

selvatici e delle more. Ma non è finita qui. “Raccoglieva le lumache –

scrive Mario Scardova nel “Bollettino dei naif” del 1975 – e le mangiava

sempre senza condirle, infilzandole una alla volta con la forchetta, le

teneva un po’ sulla brace e poi le masticava abbrustolite”. 2

Un isolarsi a ridosso del fiume con due ripari sicuri che si alterneranno

nel tempo, come racconta il novantenne gualtierese Orazio Simonazzi

(un tempo camionista, ma soprattutto persona estroversa che come

liutaio, musicista e pittore è stato capace di coltivare le sue passioni)

che conobbe l’artista proprio quando si nascondeva all’occhio umano

aggirandosi nell’area rivierasca. Scavando nella memoria, due i luoghi

(ora scomparsi) che identifica frequentati da Ligabue. Parte da quello

battezzato dai gualtieresi come il Casutòn: in legno di pino, inizialmente

ad uso per caccia e pesca, con attorno 200 biolche di terra. Ne

ricorda l’utilizzo da parte di pastori di Ligonchio, con una capanna nel

retro per le trecento pecore.

Più dettagliato il vissuto di Ligabue in un altro casotto ma in muratura

(contornato da 10 biolche di terra, di proprietà della famiglia Gasparini)

in cui “abitò per circa dieci anni – spiega Simonazzi – naturalmente in

condominio con tacchini, conigli, galline ed un cane”.

Metà casotto recintato per gli animali con pali e fil di ferro, l’altra metà

per Toni “dove c’era un camino e una stufa a legna con sopra una pentola

color carbone, alla parete un grosso chiodo come attaccapanni e

in terra, sul pavimento in pietra, un materasso di lino ripieno di cartocci

di mais. In condizioni non facili, d’inverno dipingeva lì dentro”. In un

casotto arriverà ad esporre un quadro raffigurante una donna nuda:

diventerà una sorta di attrazione in golena, con barcaioli, contadini e

braccianti disposti a pagare (30 centesimi, come scrisse il critico Luigi

Bartolini negli anni Quaranta) pur di vederlo. Ligabue era già nella

leggenda.

1. Sergio Negri, Antonio Ligabue. Catalogo generale dei dipinti, Mondadori Electa, Milano, 2002.

2. Ezio Aldoni e Giuseppe Caleffi, Antonio Ligabue, l’uomo, Imprimatur, Reggio Emilia, 2015.

13


Periodizzazione dell’opera di

Antonio Ligabue

a cura di Sergio Negri

14


“Sia per il lungo periodo in cui mio padre ebbe modo di assistere

Ligabue mentre dipingeva presso la sua galleria, che per le ricerche

approfondite, gli studi lunghi e appropriati sulle sue esternazioni figurative

avvenute nell’arco della vita, sentì il bisogno di apportare, mediante

un ordine cronologico, una precisa periodizzazione della sua arte,

dividendola in tre periodi precisi, in cui si fa evidente l’evoluzione dei

caratteri tecnici, psicologici ed estetici. Questa esigenza la cominciò

già ad elaborare appena dopo la morte dell’artista avvenuta nel 1965,

ma la adottò in maniera definitiva e strutturata nel 1975, in occasione

della prima grande antologica curata per il comune di Gualtieri per il

decennale della morte di Ligabue.

Ritengo quindi utile riproporre di seguito un sunto sui tre periodi della

sua pittura a cura di mio padre, già pubblicato nel Catalogo Generale

dei Dipinti Ed. Electa (2002), a cura di Sergio Negri”.

Francesco Negri

15


16

I periodo

1928-1939


Antonio Ligabue giunse a Gualtieri nel 1919 in seguito all’espulsione

dalla Svizzera ma i primi dipinti riconducibili all’artista solo stati realizzati

solo verso la fine degli anni Venti; i numerosi problemi legati alla

sopravvivenza non favorivano la concreta possibilità di dedicarsi alla

pittura.

Le opere del primo periodo sono segnate, soprattutto all’esordio, da

qualche incertezza grafica e coloristica e da una scarsa capacità di

trasfigurazione del motivo di partenza. L’impianto formale è abbastanza

semplificato, spesso si concentra su un’unica immagine centrale,

con pochi elementi di vegetazione sullo sfondo e flebili richiami azzurrognoli

per delineare il cielo. Il colore è tenue, soffuso, spesso diluito

abbondantemente con l’acquaragia (al fine di renderlo più scorrevole

e facilmente stendibile sulle tavole grezze che l’artista reperiva), riducendo

di conseguenza al minimo gli spessori dell’impasto cromatico, i

cui turgori successivamente emergeranno con nettezza. I colori preferiti

e prevalentemente usati dall’artista sono i verdi, in particolare lo

smeraldo, i bruni, con cui ottiene le tonalità grigiastre, il giallo di cromo

e il blu cobalto; pochi i rossi e piuttosto parsimonioso è l’uso delle terre

naturali.

I contorni del soggetto raffigurato appaiono piuttosto sfumati, senza

alcun accenno del segno scuro che ne circoscriva la forma, come

avverrà in futuro. L’immagine stessa appare fissa e bloccata e i valori

prospettici, almeno agli esordi, sono scarsamente ricercati e conseguiti.

La rappresentazione, segnata dai caratteri di un’ottica che potremmo

definire primitivistica, presenta caratteri di staticità e ingenuità, anche

se già emerge la straordinaria sensibilità inventiva dell’artista.

17


18

Cane da caccia

1929-30 ca.

olio su compensato

cm 17,5x23,8


19



Vita nei campi

olio su tavola

cm 25x33

21


22

II periodo

1939-1952


Nel secondo periodo, la pittura di Ligabue vira decisamente verso uno

stile e qualità estetiche che segnano sia il colore sia le forme, sempre

più complesse. Si può infatti affermare che il colore, caratterizzato

da un tonalismo particolarmente caldo, vivido, impreziosito da una

materia pittorica spessa e brillante, diventa il protagonista delle opere

dell’artista, con la superficie del dipinto che, grazie ai filamenti e alle

accumulazioni del colore stesso, presenta quasi aspetti di un bassorilievo

cromatico. È spesso evidente come Ligabue, affascinato dal

colore e dai suoi spessori, si compiaccia al massimo nella stesura dei

tanti accostamenti tonali, con un dispiegamento di sovrapposizioni e la

insistita ricerca di profondità e di variazioni di uno stesso tono.

Anche l’impianto grafico acquista un maturo equilibrio, con lo sviluppo

dispiegandosi nello spazio dei piani prospettici; il disegno diventa deciso,

senza alcuna traccia di pentimenti o di incertezze, teso alla ricerca

di una rifinitura rigorosa e analitica delle immagini e dei particolari.

In questi anni, Ligabue va ormai sempre più trasfigurando i motivi di

partenza, esaltando l’aggressività degli animali e la loro impietosa lotta

per la sopravvivenza, esasperando la forza espressiva e il rigore plastico;

tutto diventa probabilmente simbolo della percezione personale

dei tormenti dell’umana esistenza, così segnata dalla sofferenza per

l’ostracismo che gli viene tributato in ragione del suo aspetto fisico e

delle umili condizioni in cui è costretto a vivere.

23


24

Aratura

1950 ca.

olio su faesite

cm 10,5x15


25


26

Cagnolina

olio su tavola

cm 19x26


27


28

III periodo

1952-1962


La produzione pittorica di questo periodo è senz’altro la più copiosa,

soprattutto negli ultimi anni, quando la fama di Ligabue si va diffondendo

non solo nella Bassa reggiana, in cui vive dal 1919. Di conseguenza,

si assiste a una certa discontinuità nel livello qualitativo delle sue

opere, proprio per le insistenze e le pressioni di una committenza che

intende sfruttare ciò che si annuncia come un successo inevitabile,

che non si può assolutamente mancare di cogliere. Questa situazione

costringe l’artista, anche controvoglia, a ritmi di lavoro molto intensi e

troppo prolungati.

Per questi motivi Ligabue, nell’affrontare il dipinto, non ricorre più a un

disegno di fondo, che gli permetterebbe di avere una prima visualizzazione

del relativo impianto grafico, ma preferisce passare immediatamente,

di getto, alla stesura dei colori, iniziando dal cielo.

I colori più frequentemente usati in questa fase, pur all’interno di una

relativa riduzione della scaletta tonale, sono le terre di Siena, rossa

e naturale, il bruno Van Dyck, i gialli cromo e soprattutto limone, che

mischiati al blu di Prussia, daranno vita alle varie tonalità dei verdi, una

vera e propria sinfonia; quindi, il rosso carminio e il bianco di zinco, nella

sua peculiare funzione di coordinare e attenuare le varie gradazioni

tonali.

La nuova figurazione che si va imponendo nell’opera di Ligabue, pur

se complessa nell’impianto, è volta a una sintesi nella raffigurazione

dell’insieme del soggetto, in cui non c’è sempre spazio, e agio, per

soffermarsi sulla rifinitura, sull’incanto decorativo, che tanto avevano

coinvolto l’artista nel periodo precedente. L’attenzione di Antonio è ora

pienamente tesa al conseguimento di una nuova sintesi stilistica, nella

quale il soggetto centrale, spesso collocato in primo piano sulla scena

del quadro, assume la massima espressività e capacità di comunicare

emozioni e sentimenti. Basterebbe pensare all’insistita raffigurazione

di sé negli autoritratti, con lo sguardo dell’artista, colmo di tristezza e

di rassegnazione, e, sullo sfondo, spesso, la visione dell’idillio e dell’incanto

dei luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza, memoria della sua

“patria”, che mai sarà perduta.

29



Il ritorno dal lavoro

1953 ca.

olio su tela cartonata

cm 20x25

31


32

Autoritratto

1953

olio su faesite

cm 12,3x11,8 ca.


33


Semina con cavalli

1953 ca.

olio su faesite

cm 43x55

34


35



Semina con cavalli

1953 ca.

dettaglio



Cane con paesaggio

1953-54 ca.

olio su faesite

cm 27x34

39


Cavallo da corsa con cane

1955-57 ca.

olio su compensato

cm 45,5x53,5

40


41


42

Autoritratto

1956 ca.

olio su faesite

cm 27,5x18


43


44


Cavalli con

carretta e temporale

1956-57 ca.

olio su faesite

cm 45,5x61

45


Cavalli con carretta e temporale

1956-57 ca.

dettaglio



48

Sciacallo con paesaggio

1956 ca.

olio su faesite

cm 26,5x32


49




52

Volpe in fuga con paesaggio

1956 ca.

olio su faesite

cm 43x40,5


53


54

Volpe in fuga

1957-58 ca.

olio su faesite

cm 40x55


55


Cane da caccia con anatre

1959-61 ca.

olio su faesite

cm 25,8x30,4

56


Lumachina,

olio su faesite

cm 10x10

57


58


59


Pagine precedenti

Tigre con cerbiatti

1960-61 ca.

olio su tela

cm 50x70

Tigre

matita su carta

cm 47,5x65

60


61


62


Cavallo da parata

bronzo

cm 35x60x20

esemplare 20/25

63




ISBN 978-88-6057-575-3

9 788860 575753

€ 20,00

IVA ASSOLTA

DALL’EDITORE

Hooray! Your file is uploaded and ready to be published.

Saved successfully!

Ooh no, something went wrong!