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siciliana

e in altri aspetti della

e in altri aspetti della poesia siciliana, per esempio in «Amor non vole ch’io clami» (vv. 11-20) , canzone del Notaro in cui si rifiuta un formulario linguistico e comportamentale la cui assunzione è ridotta a scimmiottamento di modi convenzionali: 102 Per zo l’amore mi ’nsegna ch’io non guardi a l’antra gente, non vuol ch’io resembli a scigna c’ogni viso tene mente; [e] per zo, [ma]donna mia, a voi non dimanderia merze[de] né pietanza, che tanti son li amatori ch’este ’scita di savori merze[de] per troppa usanza L’usura a cui sono stati sottoposti clichés inviolabili quali il dimandar merzede, il dimandar pietanza, il vanto, la laude di madonna, ecc. ha invalidato il loro ulteriore utilizzo (vv. 28-30): e per zo ne le merzede lo mio core non v’accede, perché l’uso l’a ’nvilute L’iniziativa di Giacomo da Lentini non mette però in discussione i modelli occitanici, definiti anzi originariamente ”gai e fini”, ma il poeta semplicemente ne rifiuta lo scadimento a ripetizione in serie (Landoni 1990:284). Riassumendo si può dire che la ballata in Toscana e la canzone nei Siciliani potremmo pensarle come genere musicale mentre dobbiamo escludere sicuramente il sonetto (nonostante il nome abbia, come ben noto, un significato musicale) (Orlando 1994:191-2) dalla melodia come ci informa ancora puntualmente il Brugnolo: E c’è infine, presso i Siciliani, almeno un genere lirico - e per di più pienamente strofico - che sicuramente non viene cantato: il sonetto. Qui è il punto di svolta (Brugnolo 1995:333).

Le strutture metriche adoperate dai rimatori siciliani si riducono a tre principali. Dalla canso provenzale deriva la canzone, che diventa la forma più elevata e illustre di poesia lirica. Con la canzone si ha «un componimento di alta, aristocratica meditazione, presentazione di un poeta consapevole di dire cose elevate a un pubblico elevato» (Fubini 1962:53). Date le caratteristiche della poetica siciliana – tensione intellettuale, chiusura elitaria, destinazione cortese -, la canzone costituisce la forma metrica più rappresentativa e importante della Scuola. Essa è composta di endecasillabi alternati spesso a settenari, la ”predilezione italiana” come l’ha definita l’esperto Beltrami. Mentre nella canzone provenzale le rime si ripetono eguali in tutte le stanze, in quella siciliana ogni stanza riprende lo stesso sistema metrico della prima, ma al variare delle stanze corrisponde quasi sempre (fanno eccezione rari casi di fedeltà al modello provenzale) la variazione delle rime, che dunque si rinnovano passando da una stanza all’altra. Questa differenza si spiega pensando che ormai, nelle liriche in volgare italiano, la parola prevaleva sulla musica - e siamo tornati alla solita questione! - e che la lingua italiana offre una minore possibilità di parole con identica desinenza. La canzonetta ha invece una struttura narrativa e dialogica e dunque si presta ad argomenti meno nobili ed elevati. Anche i versi sono più brevi e vivaci (settenari, doppi settenari, ma anche ottonari o novenari). Ha un andamento ritmico più semplice e spontaneo. Ne è un esempio «Meravigliosamente» di Giacomo da Lentini. Anche il Contrasto di Cielo d’ Alcamo, presenta alcuni aspetti tipici della canzonetta. Quanto al sonetto, esso è stato usato per la prima volta dal caposcuola dei Siciliani, Giacomo da Lentini. Nasce nella prima metà del Duecento e prolunga la sua fortuna lungo l’intero arco della letteratura italiana (compreso il Novecento) e presso altre letterature europee (basti pensare, per fare solo un esempio, ai sonetti di Shakespeare e Milton). Tante le ipotesi sulla sua origine che Sandro Orlando (Orlando 1994:191-2) riunisce in due principali blocchi: nel primo, più tradizionale, troviamo Biadene e Wilkins i quali individuano nello strambotto, metro popolare come la ballata, la matrice da cui discenderebbe la forma sviluppata dalla Magna Curia siciliana; sappiamo oggi invece che il sonetto ha un’origine colta, è per questo verosimile pensare a una intenzionale non corrispondenza fra ottava e sestetto (per quanto riguarda lo schema delle rime) volta ad evitare gli effetti di monotonia e di anticlimax (caratteristici piuttosto delle forme non colte d’arte) (ivi:195). 103

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