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cangelo 1949:73).

cangelo 1949:73). Inoltre, il 5 maggio 1240 a Messina, Giacomo da Lentini appose la sua firma («Iacobus de Lentino domini imperatoris notarius») ad una raccolta di scritti dal greco in latino facenti parte di un privilegio di Guglielmo I del 1157, eseguito alla presenza sua, di Guglielmo da Leontino giudice di Messina e di altri testimoni. Potrebbe darsi che la tenzone tra il Notaro Giacomo e l’Abate di Tivoli, se quest’ultimo è veramente l’abate della Mentorella 51 , si sia svolta a Tivoli nel 1241, come pensa il Roncaglia; certo non era necessario per una tenzone poetica che i due si trovassero nello stesso luogo. Ad ogni modo Giacomo da Lentini non dovette vivere molto dopo quell’anno, perché Maestro Francesco di Firenze, quasi certamente prima che Bonagiunta divenisse notaro in Lucca (1242), diresse contro quest’ultimo, chiamandolo «novo canzonero», cioè «giovane ”giullare”, o anche, se si vuole, ”poeta”», un sonetto nel quale lo accusa di plagiare a piene mani i versi del già defunto Notaro: 110 Di penne di paone e d’altre assai vistita la corniglia a corte andau, ma non lasciava già però lo crai e a riguardo sempre cornigliau. Gli aucelli, che la sguardar, molto splai de le lor penne ch’essa li furau; lo furto li ritorna schern’e guai, ché ciascun di sua penna la spogliau. Per te lo dico, novo canzonero, che ti vesti le penne del Notaro e vai furando lo detto stranero; sì com gli agei la corniglia spogliaro, spoglieriati per falso menzonero, se fosse vivo, Jacopo Notaro 51 Il Lazzeri sostiene che l’abate di Tivoli non va identificato appunto con l’abate della Mentorella (Vulturilla), famoso monastero del Lazio, o ”Abbas Tiburtinus”, come veniva chiamato nel Medioevo ma con un Gualtiero ”laicus de urbe”, chiamato anche lui abate di Tivoli, vissuto a Roma al tempo di Giacomo da Lentini e riconosciuto da Innocenzo IV col titolo di suo devoto (cfr. Lazzeri 1954:550).

Dai dati assolutamente sicuri che sono stati forniti su Giacomo da Lentini, sembra risultare che la data del 1234, che con quasi certezza si può assegnare alla sua canzone «Ben m’è venuto prima cordoglienza» si accordi con quelle dei documenti a noi noti di cui il poeta, in qualità di notaro imperiale, è stato redattore nel 1233. Si ritiene però che non si possa sostenere con tanta libertà che l’attività notarile di Giacomo da Lentini abbia avuto inizio solo nel 1233, al quale anno appartengono i primi suoi atti a noi noti, perché una siffatta opinione comporterebbe che l’attività pubblica del poeta non superasse un decennio, in quanto, come si è ricordato, poco dopo il 1241 Maestro Francesco di Firenze parla di lui come di persona già morta. Se, quindi, appare più che verosimile che l’attività di Giacomo da Lentini in qualità di notaio e di ”fidelis” di Federico II deve risalire a molto prima del 1233, viene non facile credere che le sue poesie, che sono palesemente d’imitazione provenzale, debbano essere invece tutte successive a quell’anno; ciò soprattutto per chi non trascura che generalmente Giacomo è stato considerato, se non proprio «l’archimandrita», come lo aveva definito il Torraca (Torraca 1902:22), di certo come il caposcuola e il più antico dei rimatori della corte federiciana e considera importante che questa antichità del poeta, riconosciuta anche da Dante, era condivisa pure dal compilatore del codice Vaticano 3793 (V), il quale inizia la sua amplissima silloge proprio con le canzoni del Notaro, che considerava di una generazione anteriore a quella di Pier della Vigna che, nato verso il 1190, entrò a far parte della curia di Federico II poco dopo il 1220. Ma, questo genere di considerazioni lasciano il tempo che trovano di fronte ad un dato che si deve giudicare come sicuro, cioè che la canzone di Giacomo «Madonna dir vo voglio», con la quale il compilatore del Vaticano 3793 inizia la sua raccolta, essendo una elaborata traduzione artistica di una poesia di Folquet di Marsiglia, non poteva essere stata ragionevolmente composta se non da chi avesse avuto a disposizione un canzoniere provenzale, non essendo sufficiente, per la sua composizione, l’avere soltanto sentito recitare o cantare canzoni trobadoriche. 111

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