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5 years ago

siciliana

Collocato nell’ecumene

Collocato nell’ecumene della lirica cortese del XII e XIII secolo, Giacomo da Lentini si rivelerebbe a pieno titolo come un poeta di prima grandezza, non indegno di stare al fianco dei migliori trovatori e trovieri; e questo indipendentemente dai suoi meriti di caposcuola, di fondatore della lirica d’arte in Italia o, se si vuole, di fondatore della ”letteratura” italiana. Di lui restano 38 componimenti, tutti canzoni, canzonette e sonetti; basterebbe questa ampia produzione superstite e le sue tantissime rispondenze in alcuni degli altri poeti 52 a giustificare l’appellativo di maestro dato al Notaro, ma è soprattutto il ruolo di protagonista di Giacomo in due dispute in sonetti (tenzoni), sostenute l’una con il non meglio noto Abate di Tivoli, l’altra con Iacopo Mostacci e con il grande Pier della Vigna. Si aggiunga poi che anche i primi lettori toscani dovevano avere chiara tale supremazia, dal momento che proprio le sue poesie inaugurano una grande raccolta quale è il codice Vaticano Lat. 3793. Giacomo da Lentini mostra di padroneggiare, con grande perizia retorica, gli schemi della tradizione provenzale e oitanica e, nello stesso tempo, di saper inserire al loro interno notevoli innovazioni sia sul piano tematico che su quello fantastico della creazione delle immagini; il suo ampio canzoniere possiede meglio degli altri un’ampia gamma di registri su cui riesce a muoversi, da quello sublime e potente della canzone, come in «Madonna, dir vo voglio» o in «Troppo son dimorato», a quello veloce della canzonetta. Dal genere dialogico al discordo. Alla varietà dei registri si accompagna quella degli stili, da quello aspro e difficile, giocato su rime interne e bisticci di parole, a quello agile e lineare. I componimenti di Giacomo sono una ”palestra” per sperimentare temi, concetti e stili da rielaborare fino a sviluppare qualcosa di nuovo. L’intero repertorio di topoi cortesi è sfruttato con grande eleganza, a partire da quella canzone, la succitata «Madonna, dir vo voglio», che parzialmente traduzione pedissequa di «A vos, midonz, vuoill retrair’en cantan» di Folquet, si rivela tuttavia un esercizio di riduzione alla ricerca di brevitas nella sintassi, un esercizio di reinvenzione della struttura metrica 53 e un modo di presentare il racconto cortese agile ed essenziale. Soprattutto nella prima stanza: 52 I motivi del canzoniere lentiniano possiamo riassumerli in tre argomenti principali: amore non corrisposto, amore corrisposto e lontananza. 53 Il Notaro rimodella il testo fonte, composto esclusivamente da decasillabi, in un diverso schema metrico di settenari ed endecasillabi. 112

Madonna, dir vo voglio como l’amor m’à priso, inver’lo grande orgoglio che voi bella mostrate, e no m’aita. Oi lasso, lo meo core, che ‘n tante pene è miso che vive quando more per bene amare, e tenerselo a vita. Dunque mor’e viv’eo? No, ma lo core meo more più spesso e forte che no faria di morte - naturale, per voi, donna, cui ama, più che se stesso brama, e voi pur lo sdegnate: amor, vostra mistate - vidi male. Eccoci immediatamente di fronte all’intento della canzone: il poeta dichiara la sua soggezione alla dama, perché essa è superba e l’amore non può porvi rimedio. Il poeta evita il patetismo e si sfoga in un lamento in cui notiamo una contraddizione: il cuore considera la sua vera vita quella che, attraverso la passione, lo fa soffrire, lo tormenta. Giacomo ci tiene a sottolineare che chi parla non è l’amante ma una sua parte, il cuore (infatti nella domanda Dunque mor’e viv’eo?» il poeta allontana l’ambiguità della situazione iniziale) distrutto da un dolore più forte della morte vera e propria. La stanza si chiude con l’innamorato che si sente vittima di un inganno. All’opposto si trova l’esordio di un’altra bellissima canzone sempre ispirata da Folquet: Meravigliosa-mente un amor mi distringe e mi tene ad ogn’ora. Com’om che pone mente in altro exemplo pinge 113

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