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siciliana

114 la simile pintura,

114 la simile pintura, così, bella, facc’eo, che ‘nfra lo core meo porto la tua figura. Si legge una situazione somigliante a quella della canzone precedente: l’amore riconosce il potere di Amore e per essere felice si fa sopraffare. Ma qui Giacomo, con la sua similitudine forse più originale, si affranca da Folquet: quella del pittore, o della pittura, presentata in questa sede. Il pittore, guardando un diverso modello torna sempre a dipingere lo stesso soggetto; l’innamorato al contempo, reca con sé, nel segreto del proprio cuore (in camera cordis), l’immagine della donna amata. L’analogia con il pittore rende maggiormente complessa l’idea di partenza di Folquet, il poeta che contempla l’immagine di madonna riflessa nel suo cuore. Ad Amore viene riferita la possibilità del grande di entrare nel piccolo; è implicita ovviamente un’assimilazione alla donna amata, come sembra indicare la miniatura del ms. N nella quale il poeta mostra alla donna come la grande torre sullo sfondo possa riflettersi nel piccolo specchio che ha in mano 54 . Lo specchio metaforizzante degli occhi è comunque attribuito a Chrétien de Troyes ed è già stato trattato in questo studio. Ancora, nella canzone «Amor non vole ch’io clami» il poeta non fa come gli altri amanti e non vuole chiedere mercè (vv. 1-8; 15-20): Amor non vole ch’io clami Merze[de] c’onn’omo clama, nè ch[e] io m’avanti c’ami, c’ogn’omo s’avanta c’ama: chè lo servire c’onn’omo sape fare nonn- à nomo; e no è in pregio di laudare quello che sape ciascuno: (...) 54 I vv. 45-48 di «Mout i fetz gran pechat Amors» recitano così: (…)quar, si be.us etz grans eissamen/ podetz en me caber leumen/ quo.s devezis una grans tors/ en un pauc miralh (giacché, sebbene siate grande, pure potete esser contenuta facilmente in me, così come una grande torre si lascia vedere in un piccolo specchio)(Bianchini 1996:30).

[e] per zo, [ma]donna mia, a voi non demanderia merze[de] né pietanza, ché tanti son li amatori, ch’est’escita di savori merzede per troppa usanza. Giacomo qui afferma che tanti sono gli amanti che mercede ha perso il suo sapore per troppo uso. Il caposcuola dei Siciliani difende quindi il suo credo sul piano del sentimento parafrasando Raimbaut d’Aurenga (nella tenzone con Giraut de Bornelh, «Era.m platz, Giraut de Bornelh») il quale difende invece la forma poetica, il difficile trobar clus: Aisso.m diatz/ si tan prezatz/ so que vas totz es comunal: car adonc tuch seran egal (vv. 1-3) 55 . Sul piano tematico, egli tende alla interiorizzazione, all’analisi dei movimenti psicologici dell’Io e alla descrizione della fenomenologia dell’amore. A quest’ultimo può venir negata la concezione divina come in «Feruto sono isvariatamente», vv. 7-8 e vv. 11-12 (ed io sì dico che non è neiente/ ché più di un Dio non è, né essere osa/…/come non è più d’una deitate/ e Dio in vanità non vi pò stare): non può esistere più di una sola divinità e Dio non può stare in una cosa vana come l’amore. Oppure l’amore viene scomposto nei suoi elementi e in particolare considerato nella relazione fra il ”piacimento”, che viene prodotto dall’atto del ”vedere” la bellezza della donna e che dunque ha sede negli ”occhi”, e il nutricamento (nutrimento), che viene invece prodotto dalla riflessione amorosa, dall’attività fantastica del soggetto, dal suo ”spirito vitale”, e che ha sede nel ”cuore”: Amor è un[o] desio che ven da core Per abondanza di gran piacimento; e li occhi in prima genera[n] l’amore e lo core li dà nutricamento. 55 «Ditemi se fate tanta stima di ciò che è alla portata di tutti: ché in tal modo tutti [i poeti] saranno uguali» (Folena 1965:311-2). 115

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