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5 years ago

siciliana

116 Ben è alcuna fiata

116 Ben è alcuna fiata om amatore senza vedere so’namoramento, ma quell’amor che stringe con furore da la vista de li occhi à nascimento. Che li occhi rapresenta[n] a lo core d’onni cosa che veden bono e rio, com’è formata natural[e]mente; e lo cor, che di zo è concepitore, imagina, e piace quel desio: e questo amore regna fra la gente. Sul piano della creazione fantastica delle immagini, egli procede con analogie che rimandano al mondo sociale e soprattutto a quello naturale e vegetale, con una scelta in cui si riflette la propensione dei Siciliani a una considerazione scientifica e naturalistica della realtà: si comincia con immagini da lapidari: Donqua, madonna, se lacreme e pianto/ del[o] diamante frange le durezze,/ [le] vostre altezze poria isbasare («[S]ì alta amanza à pre’a lo me’ core», vv. 9-11) e i primi cinque versi di «Diamante, né smiraldo, né zafino», continuando con immagini da bestiari e fenomeni atmosferici e naturali. Il Notaro è stato il creatore del sonetto e colui il quale meglio di tutti lo ha adoperato. Nelle sue mani il nuovo metro si fa strumento adatto per discettare sulla poc’anzi accennata fenomenologia amorosa in forma di tenzoni e dibattiti. In una tenzone con Iacopo Mostacci e Pier della Vigna in cui si chiedeva se Amore fosse cosa trascendente o naturale il Notaro taglia corto dichiarando, nel sonetto «Feruto sono isvariatamente», c’amore à deïtate in sé inclosa;/ ed io sì dico che non è neiente. Egli attribuisce dunque ad Amore un carattere naturale. Anche sonetti anonimi quali «Non truovo chi mi dica chi sia Amore» sembrano seguire le orme di quelli fra il Notaro e Mostacci e proseguire il discorso di quello fra il Notaro e l’abate di Tivoli inaugurando una tradizione di pensiero. Nel componimento troviamo un incipit in cui l’autore pone una domanda presa dal dibattito sulla natura d’amore presente nell’Eneas e poi risponde con il Cligés. L’Antonelli ci fa notare

(Antonelli 1992:2) che lo stesso Chrétien de Troyes nel suo Cligés si poneva in contrasto con le ideologie dell’ Eneas rendendo ancora più interessante il fatto di come mai i poeti Siciliani potessero così bene avvertire questa contraddizione. I vv. 2-3 anticipano inoltre il dibattito stesso fra l’Orlandi e Cavalcanti su dove dimori e da che cosa nasca Amore. Il Notaro raggiunge nei sonetti un’eleganza formale in cui però la maggiore concisione implica a volte una scrittura più tesa. Proponiamo ancora un esempio di disquisizione intorno alla fenomenologia del sentimento amoroso: Ogn’omo c’ama de’ amar so ’nore e de la donna che prende ad amare; e foll’è chi non è soferitore, che la natura - de’omo isforzare; non de’dire ciò ch’egli ave in core, che la parola non pò ritornare: da tutta gente tenut’è migliore chi à misura - ne lo so parlare. Dunque, madonna, mi voglio sofrire di far sembianti a la vostra contrata, che la gente si sforza di maldire; però lo faccio, non siate blasmata, che l’omo si diletta più di dire lo male che lo bene a la fïata. Il tema della maldicenza è trattato con una certa originalità di impiego di immagini come quella della parola che, una volta pronunciata, non si può ritirare facendola rientrare dentro la bocca (v. 6 la parola non pò ritornare), o quella della simulazione di un contrasto con la donna (v. 10 far sembianti a la vostra contrata) che immediatamente provoca l’avvertimento del v. 12: «perciò lo faccio, (affinché) non siate biasimata». Appena accennato, inoltre è un tratto stilistico che avrà più spazio in altri sonetti del Notaro. Mi riferisco alla tendenza verso un ornato artificioso, sottolineata qui dalla rima interna in fine delle due quartine che compon- 117

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