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siciliana

quelle coordinate;

quelle coordinate; dall’altra lamenta l’insofferenza per gli aspetti più rigidi e obsoleti della normativa etica accolta, e divulga la consapevolezza dei limiti intrinseci al linguaggio erotico. Infatti il repertorio lessicale e i suoi rispettivi campi non escono dai confini dell’ortodossia letteraria, e le categorie fondamentali dell’impianto cortese restano saldamente al loro posto. Osserviamo alcuni esempi in Giacomo. La cortesia è di solito prerogativa soprattutto femminile ma, nella sua natura più autentica, investe molti aspetti della personalità, che riguardano parimente donne e uomini: nemica di slealtà in «Quand’om à un bon amico leiale», Quand’om è un bon amico leiale cortesemente il de’ saper tenere, e no.l de’ trar sì cort’o delïale che si convegna per forza partire. 128 Che d’aquistar l’amico poco vale, da poi che no lo sa ben mantenere: che lo de’ conoscere bene e male, donare e torre, e saperl’agradire. Ma molti creden tenere amistade sol per pelare altrui a la cortese, e non mostrare in vista ciò che sia; be.lli falla pensieri in veritate, chi crede fare d’altrui borsa spese, c’omo vivente sofrir no.l poria. soprattutto nei vv. 2-3, essa riassume una miscellanea di misura, senno, costumanza, savere, gentilezza, saggezza, meritanza, provedenza, di fronte a cui nobiltà e ricchezza impallidiscono quali attributi estranei ad una dinamica meritocratica. All’insieme presieduto da cortesia appartiene in primo luogo senno, strettamente connesso con saggezza e canoscenza. Durante la vita bisogna essere ancorati alla ragione, perché la sua difesa è in qualsiasi mo-

mento minacciata dalla follia, intesa appunto come smarrimento del senno a causa dell’eccessivo dolore d’amore. Il senno è fattore di grande attrattiva da parte della donna in «Dal core mi vene» vv. 74-5: non mi ragiona,/ né parla, né dice e in «Angelica figura e comprobata» (vv. 3; 9). Sempre il senno va distinto dal savere, vero e proprio patrimonio cognitivo che conferisce competenza etica ed erotica e che pertanto può essere usato scaltramente, come applicazione accorta di norme e linguaggio, ma deviante rispetto ai fini originari (presso i provenzali saber si poteva trovare legato a engenh ”inganno”; qui si veda Giacomo da Lentini con «Poi no mi val merzé né ben servire» (vv. 29; 31): donaomi una gio’ per rimembranza,/ (…)/ or la m’ha tolta con molto savere. Il buon esito del rituale di corteggiamento conferisce onore sia a lei che a lui come si osserva in «Ben m’è venuto prima cordoglienza», vv. 7-8: però tuttor la tropp’asicuranza/ ubrïa caunoscenza ed onoranza; e il contrario vergogna: Cotale gioco non fue mai veduto,/ ch’ag[g]io vercogna di dir ciò ch’io sento/ (…)/ ma celolo, che no mi sia vergogna («Cotale gioco non fue mai veduto», vv. 1-2; 12) Quanto a follia, si è già detto che consiste nella sospensione della ragionevolezza nelle circostanze contemplate dal repertorio cortese. Si esplica soprattutto in due direzioni: nell’azione proiettata verso un fine irragionevole: Molto tardi mi pento, e dico che follia me n’à fatto alungare («Troppo son dimorato», vv. 7-9) e nella mancanza di misura, principalmente nell’intensità dei sentimenti e nell’espressione verbale: Ma sì [i]o son folle ne lo mio pensare per troppo amare, (…) Donque s’Amore non vole ch’eo taccia, non vi dispiaccia s’Amore è d’uno folle pensamento. («Uno disïo d’amore sovente», vv. 55-6; 37-9) 129

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