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5 years ago

siciliana

130 e foll’è chi non

130 e foll’è chi non è soferitore, che la natura de’omo isforzare; e non de’ dire ciò ch’egli ave in core, che la parola non pò ritornare da tutta gente tenut’è migliore chi à misura ne lo so parlare. («Ogn’omo c’ama de’amar lo so ’nore», vv. 3-8) Il regime cortese, mostra le vere incrinature proprio ad opera del Notaro da Lentini, il primo e più autorevole propagatore in terra italiana. Dei due testi che si prendono in considerazione, «Amore non vole ch’io clami» e «Feruto sono isvariatamente», il primo è certamente quello più platealmente avverso ai dettami della fin’amor. Le situazioni topiche, come si è visto, facilmente rintracciabili nel resto della produzione lentiniana e qui smaccatamente identificate mediante formule di repertorio, sono rifiutate in nome di un’espressività che non può essere mera ripetizione scimmiesca. Vittime del poeta siciliano sono i luoghi più rappresentativi del trovare, in una progressiva emancipazione delle direttive d’Amore: il chiamar merzede; il vanto d’amore; il servire; il lodare; l’offrire in dono l’espressione della propria dedizione. Da un’iniziale ubbidienza ai comandi d’amore, si passa dunque alla constatazione oggettiva di un degrado evidente ed infine alla decisione personale di astenersi dall’offerta di rito, ormai priva di significato. La definitività del rifiuto di clichés ormai svuotati del loro contenuto originario è sancita nei versi finali dalla disponibilità a morire, piuttosto che ricadere in uno scontato esercizio verbale («Amor non vole ch’io clami», vv. 45-50): e però s’a voi paresse altro ch’esser non dovesse per lo vostro amore avere, unque gioi non ci perdiate. Cusì volete amistate? Inanzi voria morire

Da una parte, insomma, si afferma una radicale presa di distanza da situazioni insostenibilmente svilite rispetto alla creatività iniziale, e si propone una chiusura ad ogni ulteriore utilizzo verbale, per un prolungato periodo di tempo (vv.31-40): ’Nviluti li scolosmini di quel tempo ricordato, ch’erano sì gai e fini, nulla gioi nonn-è trovato. E. lle merzé siano strette nulla parte non sian dette perché paian gioie nove; nulla parte sian trovate né dagli amador chiamate infin che compie anni nove Dall’altra vengono contestualmente riproposte le linee tradizionali, senza rettifiche sostanziali degli equilibri interni al sistema: amante esegue gli ordini inizialmente impartiti da Amore, la morte resta in agguato come possibile esito conseguente ad un rifiuto della donna di fronte alle richieste, benché atipiche, di amante, i valori originari non vengono messi in discussione, ma anzi rimpianti rispetto al decadimento attuale. La novità consiste in una sottrazione, non in una sostituzione delle tematiche precedenti (vv. 41-4): Senza merze[de] potete saver, bella, ’l meo disio, c’assai meglio mi vedete ch’io medesmo non mi veo La riforma auspicata dalla canzone consiste in una temporanea sospensione elocutiva, per un migliore proseguimento sulla stessa linea 61 . 61 Si noti che la plausibilità di una lettura ”realistica”, o per meglio dire ”materialistica” della canzone, non farebbe che portare alle estreme conseguenze il dissolvimento della logica cortese. Avalle ipotizza che dietro al chiedere merzede ci sia dell’altro, e 131

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