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siciliana

Diverso è il caso di

Diverso è il caso di «Feruto sono isvariatamente». Se l’iniziativa del ferimento è ancora di Amore, secondo i più scontati percorsi della scuola, la responsabilità dell’autore per quanto asserito nel sonetto è risolutamente rivendicata con la triplice ripetizione del soggetto io: io vi saccia dir lo convenente, v. 3; ed io sì dico, v. 7; io li lo mostreria, v. 10; con il deciso ripudio di un’eredità lessicale identificata con la vanità: In vanitate non voglio più stare, v.12. Lo stesso termine feruto non è relativo all’immagine della freccia che colpisce il cuore, ma ad una completamente diversa, insolita puntura, fortemente evidenziata dalla frase interrogativa del v. 2 (vv. 2-4): 132 Amore m’ha feruto: or per che cosa? cad io vi saccia dir lo convenente di quelli che del trovar no hanno posa Il verbo dire utilizzato con diversa intenzionalità dovrebbe sottolineare la dissociazione da coloro che «del trovar no hanno posa» (vv. 4-8): ca dicono in lor ditto spessamente che amore ha in sé deitate richiosa; ed io sì dico che non è neiente, ca più d’un dio non è né esser osa questo comporta un cambiamento di registro immediatamente evidenziato grazie all’adozione di una terminologia dichiaratamente filosofica (vv. 9-11): e chi lo mi volesse contastare, io li mostreria per quia e quanto come non è più d’una deitate precisamente un ”altro” molto tangibile, concretamente definito dalla parola ”gioielli” del v. 21. La donna vorrebbe insomma ottenere dal poeta un bene reale, ma l’uomo riterrebbe ”legittimo ottenere senza pagare nulla”. Se così è, la già citata mercificazione della fin’amor si avvicinerebbe molto a quella descritta e meticolosamente insegnata da Guittone, ma già all’altezza del Notaro, di colui cioè che questo ideale poetico promuove nel nostro idioma e promulga secondo i canoni tradizionali (Avalle 1992:XCV).

e l’identificazione di una novità di canto con l’abbandono di un formulario non conforme a verità, e, quindi, ultimamente peccaminoso (vv. 13-4): voi che trovate novo ditto e canto partitevi da ciò, ché voi peccate Per Giacomo, il punto di rottura nei confronti del patrimonio figurale ereditato ruota intorno alla definizione divina dell’amore; è al livello lessicale che si manifesta la prima vera crisi di quel codice, ed è nell’impatto con una terminologia teologicamente orientata che quel lessico mostra la sua intrinseca falsità. I poeti come Giacomo da Lentini lamentano infine la pericolosità del codice cortese, e si veda soprattutto Jacopone da Todi il quale lamenta l’incapacità del poeta di riconoscere i segni del divino e di creare un deleterio, grave scambio di oggetto per cui è la donna stessa a prendere il posto di Dio, è la donna a colmare il vuoto e a fermare la ricerca del Dio vero. I poeti comunque è all’interno di questo codice cortese che si muovono, nell’intento di ridare un significato alle parole e ai percorsi costituiti. L’evoluzione della poesia italiana non può prescindere da questo confronto. Siamo arrivati ad un altro aspetto essenziale della ricerca che si propone di illustrare le modalità di impiego da parte dei Siciliani ed in special modo, naturalmente, da Giacomo della figura retorica. Mezzo quest’ultimo che si fa veicolo non solo di un significato aggiunto a quello trasparente o nascosto nelle parole che lo formano ma anche di una concezione del mondo. Inventariare in questa sede i tipi di tropi offerti dai poeti federiciani sarebbe un’impresa quasi impossibile ma resta interessante individuare quelle figure retoriche che ricorrono più spesso e che potrebbero identificare meglio la personalità del poeta ed il suo rapporto con la realtà. Il corpus poetico della Scuola Siciliana presenta, come noto, una relativa fissità di modi e temi che si avvale di un repertorio lessicale piuttosto limitato. Si viene a creare così una monotonia che ci permette però di identificare, di riconoscere un genere. Giacomo da Lentini ed i suoi colleghi si trovano per prima cosa davanti ad un vocabolario poetico creato oltralpe - che deve essere ”collaudato” per verificarne la fruibilità in Italia - e, successivamente, nella necessità di approntare un codice riconoscibile e con il proprio immaginario. 133

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