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siciliana

144 E li occhi fore

144 E li occhi fore piangano d’amanza E d’allegranza (ivi, vv. 67–8) In queste condizioni, ed in quelle descritte dagli altri poeti della Magna Curia, l’amante è perennemente in bilico tra la vita e la morte in situazioni rese efficaci dai frequenti ossimori. Il paradosso amoroso e l’irrazionalità di Amore si sviluppano attraverso la funzione tragica dell’ossimoro, figura logica estremamente affascinante. La singolarità drammatica della situazione di amore irrazionale in cui è imprigionato l’amante-poeta «esige una espressione che proietti nella prassi stilistica, nella costruzione retorica una condizione di irrazionalità, di assurdo, di contraddittorietà, di paradosso, di sospensione del senso» (Gigliucci 1990:9). La figura principe in questo complesso è dunque l’ossimoro (dal gr. Oxýmoron, infatti: acuto sotto un’apparenza di stupidità (Marchese 1979:193) in cui i due elementi che cozzano fra loro producono caos, un urto contro l’intelligenza. Il poeta-amante sente con tragicità la propria prigionìa nelle contraddizioni. Il suo è un ossimoro che vuole esprimere soprattutto confusione, angoscia, irrisoluzione, deprivazione di senso e di pace. La Scuola siciliana eredita ancora ampiamente dalla tradizione occitanica la consuetudine degli oxymora e dei paradossi per descrivere una situazione di amore irrazionale. Nell’ambito della complessa, e per più parti fantasiosa analisi che il Santangelo svolgeva nel 1928 sulle tenzoni poetiche delle origini, era presente un’ipotesi di ricostruzione di una sorta di «gara di indovinelli amorosi» (Gigliucci 1990:63). Di questi ”indovinelli” - gli altri due sono anonimi - quello che ci interessa da vicino è il sonetto del Notaro «A l’aire claro ho vista ploggia dare», molto celebre, ospitato nella silloge del Contini con un commento, al solito, preciso e puntuale (cfr. Contini 1960:78; Antonelli 1979:306): A l’aire claro ho vista plog[g]ia dare, ed a lo scuro rendere clarore; e foco arzente ghiaccia diventare, e freda neve rendere calore; e dolze cose molto amareare,

e de l’amare rendere dolzore; e dui guerreri in fina pace stare, e ’ntra dui amici nascereci errore. Ed ho vista d’Amor cosa più forte: ch’era feruto, e sanòmi ferendo; lo foco donde ardea stutò con foco. La vita che mi dè fue la mia morte; lo foco che mi stinse, ora ne ’ncendo: ché sì mi trasse Amor, non trovo loco. L’ipotesi del Santangelo di un Bonagiunta giovane ”giullare” alla corte di Federico II e tenzonante con i rimatori siciliani è stata ormai nettamente rifiutata. Il sonetto di Giacomo da Lentini ha in comune con «[De] dentro de la nieve esce lo foco» (Contini 1960:272) il tema della generazione del fuoco dalla neve divenuta cristallo, topos già presente in Peire Vidal, poi riproposto da Tommaso di Sasso, Mazzeo di Ricco e scientificamente spiegato da Alessandro Neckam (ibidem). Le quartine del sonetto del Notaro si inseriscono, più in generale, nella tradizione tematica della reciproca generazione dei contrari, che ha sempre affascinato l’uomo medievale. Le terzine offrono poi una serie di paradossi particolarmente diffusi e fortunati: la ferita che Amore provoca risanandola al tempo stesso, la vita che è morte ecc. L’interpretazione corrente vede quale ”chiave” delle enigmatiche terzine la corresponsione dell’amata. E se invece il poeta volesse soltanto raccontare le contraddittorie ”meraviglie” d’Amore, con le espressioni topiche che ben si conoscono? È necessario ipotizzare un evento in base al quale si spieghi e si illumini il paradosso? Oppure è soltanto il fatto amoroso in quanto tale ad essere intimamente paradossale? Sono soltanto alcune ipotesi. È noto come il topos delle similitudini bestiarie si sia trasmesso diffusamente nelle composizioni poetiche dei Siciliani; seguendo la falsariga di questo tema il Santangelo ipotizzò un’altra possibile serie di tenzoni poetiche, convergenti sulla figura del parpaglione (Gigliucci 1990:65). E il comportamento, favoloso o verosimile, di alcuni animali 145

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