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5 years ago

siciliana

costituisce un veicolo

costituisce un veicolo simbolico di realtà contraddittorie, per cui il poeta paragona le proprie antinomie psicologiche al comportamento paradossale e mitico di tali creature, basandosi sulle codificazioni bestiarie. Così la fenice che per rinovar s’amorta (Pagani 1968:447), la salamandra, che vive nel fuoco e non muore, il cigno, che nel punto estremo della sua vita eleva un canto, il basilisco, che a lo specchio lucente/ traggi a morire cum isbaldimento (ivi:450), il parpaglione, che precipitandosi sulla sorgente luminosa vi trova la morte ecc. Ma ritorniamo agli esempi ossimorici più significativi presso il Notaro, sentimenti contraddittori nella sfera idealizzante dell’amor cortese: 146 No, ma lo core meo more più spesso e forte che no faria di morte - naturale «Madonna, dir vo voglio» (vv. 10–2) Non dole c’aggia doglia, madonna, in voi amare, anti mi fa allegrare in voi pensare - l’amorosa voglia «Amando lungiamente» (vv. 15-18) e mandavi infratanto saluti e dolze pianto «Dal core mi vene» (vv. 112–3). Disconoscenza ben mi par che sia la conoscenza che non ha fermezze «Donna, vostri sembianti» (vv. 9–10). Prendiamo adesso i vv. 35–6 di «Uno disìo d’amore sovente»: Amore è che tacente fa tornare lo ben parlante, e lo muto parlare

essi si ritrovano quasi parafrasati - non si sa quanto casualmente - nella lauda 2 di Iacopone da Todi (cfr. Gigliucci 1990:115-7). Nel nostro Giacomo il problema è quello tipicissimo dell’opportunità o meno della confessione erotica: blocco imbarazzante, a cui il protagonista si sottrae scaricando la responsabilità dell’eccessiva eloquenza su Amore, che espropria il soggetto della facoltà di intendere, e, quindi, di parlare. In Iacopone, l’osservazione assume subito una connotazione autobiografica, segno visibile di un coinvolgimento radicale con l’esperienza della croce, che richiama la parola ad una responsabilità di testimonianza (ivi:117). Riportiamo di seguito i vv. 31-8 della lauda: Eo posso parlare, che stato so’ muto e questo ella croce sì m’è apparuto; tanto sapore de lei ho sentuto c’a molta gente ne po’ predecare E me fatt’à muto, che fui parlatore, en sì granne abisso entrat’è meo core che ià non trovo quasi auditore con chi ne pozza de ciò rasonare Con l’adynaton 65 ed il paradosso 66 ci troviamo di fronte ad altre figure logiche che proseguono il nostro discorso sull’ossimoro e sulla sua importanza nella poesia italiana medievale (dobbiamo dire che adynaton e paradosso rivestono particolare rilievo anche in alcuni poeti contemporanei). Le due figure hanno la capacità di evocare, intorno all’ineluttabile rigidità di Amore e Madonna, un clima direi parossistico. Tuttavia è appunto il riferimento a quest’unico oggetto del canto a proiettare adynaton e paradosso «ancora all’interno della trama relazionale amorosa, evidenziando lo stato di alterazione a cui sono sottoposti i normali processi emotivi dell’innamorato» (ivi:80). 65 «Descrizione di eventi impossibili, atti ad esprimere ciò che è paradossale. Es.: ”ed e’ morrà quando ’l mar sarà sicco”» (Landoni 1997:341). 66 «Il paradosso è una figura logica consistente in un’affermazione in apparenza assurda e contraria al buon senso, soprattutto perché ”costruita” in forma di ossimoro. Es.: ”È bello perché è brutto”» (Marchese 1979:195). 147

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