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siciliana

proposito lo scetticismo

proposito lo scetticismo e la diffidenza con cui si guardava ai medici nel Medioevo, testimoniate nella letteratura dalle dure invettive di Petrarca rivolte ai medici e alle stregonerie della medicina (Dotti 1992: 255); nell’atteggiamento beffardo di Sacchetti, o in quello sarcastico di Boccaccio quando definisce lo Scoto «gran maestro in nigromanzia» e un medico, Simone da Villa, «più ricco di ben paterni che di scienza» (Decameron 1990:VIII, 9, 571-2). Approfondendo lo studio sulla produzione umanistica della Magna Curia riteniamo importante soffermarci sull’esperienza latina, in particolare quella degli epistolografi come Pier della Vigna, i dictatores, ma anche dei poeti – Riccardo da Venosa e Pietro da Eboli, per ricordare i più noti – non solo per la lingua della maggior parte della produzione curiale, ma anche perché questa si conquistò l’interesse dei letterati del Trecento impegnati nello sforzo di rinnovamento che ha portato all’Umanesimo (d’altra parte è risaputo che le modifiche linguistiche e tematiche della lirica d’amore in volgare ne hanno pregiudicato la particolarità). Petrarca e Boccaccio, per esempio, ebbero un carteggio con dotte personalità che rappresentavano la cultura dell’Italia meridionale, ancora permeati della cultura neoplatonizzante ed enciclopedica dell’età federiciana (Villa 2001:214). Il mondo linguistico impenetrabile e complesso, derivato da una fitta rete di immagini e parole – tutte ispirate al potere politico – è ancora vivo nella seconda metà del Duecento, ispirando infine anche i comuni guelfi, in cui il vivere civile viene infatti regolato proprio da quella cultura enciclopedica fondata dall’imperatore svevo – non più considerata, a quell’epoca, ”ghibellina” – in cui si incrociavano culture diverse e si cercava di dirozzare i costumi 2 . 2 Vengono qui in mente le parole di Dante «Fatti non foste a viver come bruti» (Inf., XXVI, v. 119). Dante aveva lodato la nobiltà e la rettitudine dell’animo di Federico e di suo figlio Manfredi rispetto ai principi italiani «superbi non al modo degli eroi, ma a quello dei villani» (DVE, I, xii, 4 1995:31) ribadendo poi il concetto nella famosa esortazione di Ulisse. 18

CAPITOLO I LA MAGNA CURIA DI FEDERICO II Ma se ben si guarda al suo significato, questa fama della terra di Trinacria sembra soprattutto persistere per farsi motivo di rimprovero ai principi degli Italiani, che sono superbi non al modo degli eroi ma a quello dei villani. In effetti, quei principi illustri, l’imperatore Federico II e il suo bennato figlio Manfredi, mostrando largamente la nobiltà e rettitudine del loro animo (…) si comportarono da veri uomini, sdegnando la natura delle bestie. Per questa ragione, i nobili di cuore (…) si sono sforzati di stare accanto alla maestà di principi tanto grandi, e così, tutto ciò che, a quel tempo, i migliori spiriti italici producevano veniva fuori innanzitutto nella reggia di tali sovrani (I, xii, 4) (DVE 1995:31-3). Dante con queste parole si riferiva alla lingua siciliana ma, in maniera più generica, faceva il punto di tutta l’operazione culturale messa in atto dall’Hohenstaufen. Il sommo poeta riconosce in tal modo la mediazione della Magna Curia nell’esortazione di Ulisse, fatti non foste a viver come bruti di Inf. XXVI, e lo ricorda nel sopracitato senso in cui Federico e il suo legittimo figlio Manfredi, rifulgenti per la nobiltà e il retto sentimento del loro animo seguirono le esperienze umane, finché la fortuna lo concesse, sdegnando la bestialità. La sua figura ha assunto un alone quasi leggendario, immortalata in ben sette novelle de Il Novellino (Le ciento novelle antike) e una di quelle lo descrive in modo inequivocabile: «(...) veramente fu specchio del mondo, in parlare ed in costumi, ed amò molto dilicato parlare ed istudiò in dare savi risposi» (Novellino 1987:13). Eppure, nonostante queste premesse, il giudizio della storia non è stato mai univoco nei confronti di Federico e della sua corte-stato. 19

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