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5 years ago

siciliana

L’atto di vassallaggio

L’atto di vassallaggio feudale che ogni subordinato deve svolgere nei confronti del signore viene ripetuto dall’innamorato con l’amata: egli chiede per ricompensa uno sguardo o un saluto (in casi più rari si può arrivare fino alla piena corresponsione dell’amore), ma più spesso un puro atto simbolico di riconoscimento o di promozione sociale, e offre in cambio il proprio servizio e cioè, come dicevamo prima, le proprie lodi e la propria devozione. L’amore cortese è insomma analogo all’ideologia feudale essendo capace di darne un’interpretazione che soddisfa le esigenze della piccola nobiltà e finanche esprimere quelle del sistema feudale nel suo complesso. Tuttavia percepiamo una contraddizione paradossale riflettendo su quanto detto. Innanzitutto l’amore cortese è antimatrimoniale, visto che l’amata è in genere la moglie del signore 12 , e quindi, potremmo dire, eversivo. Tuttavia esso finisce per rinforzare proprio i legami della comunità aristocratica. Il poeta nella realtà, infatti, risolveva molto spesso la contraddizione con l’altissima formalizzazione, astrazione, ritualizzazione della richiesta d’amore e trasformando simbolicamente i suoi contenuti. In altre parole la donna invece che concedere il proprio corpo concede al cavaliere-poeta onore, rispetto, protezione e promozione sociale. Non per nulla si assiste, nella poesia provenzale, al superamento della posizione di Bernat de Ventadorn. Mentre nella sua poesia si notano ancora un contenuto esistenziale preciso e una richiesta d’amore seppure altamente ritualizzata (riassumibili nella formula «io amo e dunque canto, il mio canto fa sì che la donna mi ami» (Luperini 1999:38)), più avanti la regola feudale dello scambio delle prestazioni e della reciprocità dei servizi è certamente ancora rispettata ma il beneficio richiesto coincide ormai con una protezione in sostanza priva di implicazioni erotiche. Il “servizio d’amore” si è professionalizzato e ciò ne esclude gli aspetti più trasgressivi ed eversivi. 12 L’Hauser usando l’espressione ”corte senza donne” nella sua Storia sociale dell’arte ci parla di come ci fosse un fortissimo squilibrio in termini numerici tra uomini e donne e dell’alto numero di celibi fra il seguito del signore. Le giovani nobili, essendo educate in convento, sono praticamente sempre assenti dalle corti e alla fine il centro dell’attenzione resta lei, la principessina o castellana (cfr. Hauser 1987:219-54) 34

Questi rapporti platonici, una specie di cerimoniale minuzioso, hanno come sfondo un paesaggio idealizzato di boschetti e prati fioriti, il locus amoenus popolato da ruscelli e fontane mormoranti e da ”rossignoli” che intonano soavi lamenti. Proprio la tendenza al rituale conferisce in genere ai canti trobadorici una monotonia dovuta all’eccesso di riflessione, di intellettualismo. Immagini, concetti e lo stesso linguaggio a poco a poco si cristallizzano in formule fisse lasciate pressoché immutate dai rimatori. Ciò non toglie che ci siano momenti in cui ci si discosta dallo schema consueto. All’algida dama rappresentata in forma stilizzata si può a volte contrapporre un modello di donna estremamente sensuale. L’amore può avere sfumature di spensierato libertinaggio, perfino di comicità, come nel genere della pastorella in cui si descrive una facile avventura amorosa con donne di bassa estrazione sociale. Molto probabilmente lo scopo principale della lirica provenzale fu quello di creare un ambiente letterario raffinato e animato da propositi artistici. Il pensiero l’intelligenza erano al primo posto così come pure la ricerca di uno stile ornato ed elegante. I trovatori selezionando al massimo il loro immaginario evitarono ogni riferimento al volgare e si ritrovarono a fare i conti con l’atruso, il virtuosismo fine a se stesso. Tuttavia essi pur non proponendo nulla di originale e di fresco ebbero il grande merito di inventare nuove forme, schemi metrici e combinazioni di rime: intuizione questa che solleciterà i poeti federiciani a muoversi sullo stesso terreno, sull’invenzione linguistica di cui parleremo ampiamente nel corso del libro. Qui sta il vero merito della lirica provenzale tanto da mettere in secondo piano il valore singolo di alcune personalità importanti di trovatori. Il più antico dei poeti occitanici è Guglielmo IX, duca d’Aquitania (1071-1127) mentre è tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII che troviamo i tre grandi amati da Dante: Arnaut Daniel, Bertran de Born e Guirat de Bornelh. La terribile crociata del 1209 contro gli albigesi inflisse il primo duro colpo alla fioritura di questa lirica destinata lentamente a scomparire sotto l’egemonia francese. Per quanto riguarda le forme troviamo per primo il trobar clus (poetare “chiuso, oscuro”, di scrittura densa e difficile): tale forma prevede un massimo di ritualizzazione, astrazione, formalizzazione. Inoltre c’è 35

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