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siciliana

una concessione alla

una concessione alla concretezza, all’amabilità e alla levità della vita ben espressa dal trobar leu (poetare “lieve”). Per finire abbiamo il più raffinato e idealizzato amor de lonh (“amore da lontano”) cantato da Jaufre Rudel, signore feudale che nel 1147 partecipò alla seconda Crociata i cui biografi hanno appositamente costruito la leggenda di un suo infelice amore per una principessa di Tripoli nel Libano. A parte il trobar clus gli altri tipi di poesia propongono un atteggiamento di minore chiusura della lirica provenzale nei confronti della realtà della vita quotidiana e borghese. Mentre nel Nord la nobiltà feudale è ferocemente antiborghese, anche per il timore che il re stringa alleanza con la nuova classe mercantile, nel Sud, in assenza di un forte potere centrale e in presenza di un notevole sviluppo delle città, nobiltà e borghesia hanno rapporti migliori e l’opposizione tra “cortesia” e “villania” è rivolta solo contro i contadini e gli strati popolari più bassi (ivi:54). “Cortese” è opposto a “villano” sinonimo di grettezza, ignoranza, rozzezza di costumi, e di avarizia. L’amore cortese diventa infine non solo un motivo poetico ma un argomento di trattazione scientifica e filosofica. Fra romanzo e lirica da un lato e trattatistica dall’altro vi sono fitti intrecci: anzi, romanzo e lirica contribuiscono anch’essi alla trattatistica d’amore, che ha un grande sviluppo nel periodo che va dalla fine dell’Alto Medioevo ai primi secoli del Basso. Il trattato più noto e più importante è il De Amore (1174-1204) di Andrea Cappellano, di cui ci occuperemo più in dettaglio nel capitolo successivo. Accanto ai già citati sentimenti della joi 13 data dalla fin’amor oppure della sofferenza d’amore per l’inaccessibilità della dama, analizzati con grande sottigliezza psicologica, all’interno delle liriche trovano spazio riflessioni sulla poesia stessa. I poeti provenzali pongono dunque in con- 13 Il joi, portatore di slancio vitalistico è tuttavia il risultato di un equilibrio sempre precario a causa dell’imperscrutabile volontà della donna e dell’aspetto volontaristico proprio di un amore che è abnegazione e superamento di sé; da ciò si deduce che «il discorso dell’amore cortese, nella Provenza del XII e XIII secolo, non è un discorso con la donna, ma con se stessi, con i propri fantasmi […]. La canzone [cortese d’amore] ruota instancabilmente intorno alla prima persona dell’amante, con un orrore segreto per la descrizione, per la percezione, per ogni possibile intrusione dell’oggettività. È espressione del desiderio come desiderio del soggetto, è esibizione del soggetto desiderante. Il corpo, proprio e dell’altro, viene eluso. Certo, la domna viene desiderata, questo ci dice il testo, ma non sappiamo più bene come e perché» (Mancini 1991:21). 36

nessione la tecnica adottata e i principi sull’amore con dichiarazioni di poetica che rivelano l’alta coscienza della propria arte. Metrica principale della poesia lirica è la canzone di quattro, cinque o sei strofe costruite secondo lo stesso schema, cioè versi ottosillabici in rima, e una chiusa formata da uno o più tornate. La canzone d’amore è estremamente formalizzata, sia nella struttura metrica che in quella tematica e si apre con un topos che descrive la natura (mostrando per esempio la corrispondenza tra amore e primavera). Inoltre descrive la donna e ne canta le lodi e infine introduce la figura del rivale o dei maldicenti che possono ostacolare l’amante; per la chiusura si ricorre a un congedo che spesso contiene una decisione dell’innamorato in relazione alla sua vicenda d’amore. La poesia provenzale offrì ancora agli antichi rimatori italiani altri schemi di discorso poetico quali il sirventese, il partimen o dibattito, il planh o compianto, l’alba (la separazione dei due amanti dopo una notte passata insieme), la pastorella (incontro d’amore fra un cavaliere e una villana). Le poesie liriche come risaputo erano interconnesse alla musica e, almeno per un dato periodo, non soltanto trasmesse per via orale, cioè destinate alla recitazione con accompagnamento musicale. Il trovatore affidava al giullare un testo che conteneva anche la melodia, segno questo dell’esistenza di una tradizione manoscritta andata perduta e per il numero esiguo di copie e per l’esistenza di grandi sillogi le quali eliminavano i testi precedenti. Il diverso panorama politico e culturale della corte siciliana viene a sopprimere intanto molti degli elementi peculiari della versificazione trobadorica: prima di tutto si giunge a separare la poesia dal canto (per restituirle dignità letteraria) giustificando in tal modo l’assenza di senhal e tornada; inoltre, una volta diventata letteratura “scritta”, la poesia circola scevra da spunti storici, di cronaca o autobiografici ponendosi in un tempo immoto (scompare di conseguenza il sirventese, grande genere cantato di contenuto satirico e politico inspiegabile nel solido Stato-corte federiciano in cui l’imperatore stesso era il primo ispiratore della scuola poetica); rispetto ai trovatori infine i poeti siciliani si devono definire a rigore i veri primi cortigiani dipendenti da un (unico) signore. La differenza che separa il trobar clus e il trobar leu si può benissimo esemplificare con il dibattito intercorso fra Raimbaut d’Aurenga, che segue la prima tendenza, e Bernat de Ventadorn, servo d’amore di Eleonora d’Aquitania, il quale segue invece la seconda. Entrambi sono attivi fra il 1150 e il 1180. I due presentano tesi opposte anche sull’amore cortese: Raimbaut (Non chant per auzel ni per flor) lo esalta nei suoi aspetti antimatrimoniali giungendo a proporre l’inganno nei confronti del marito e a prendere come modello Tristano. Bernat (Quan vei la lauzeta mover) lo re- 37

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