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siciliana

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no di conseguenza i lunghi dialoghi ”dottrinari” di Alixandre e Soredamors e soprattutto il brano in cui si rivela l’amore tra i due giovani (al quale peraltro attingono anche gli altri poeti federiciani). Osserviamo quindi da vicino l’episodio. Alixandre in un lungo monologo esamina il nascere del suo amore, legato al topos della freccia d’amore che l’ha colpito al cuore passando attraverso gli occhi, e cerca di spiegarsi il perché di questo fenomeno, finendo per ricondurlo alla bellezza di Soredamors (vv. 692-696 e vv. 702-707): 46 A l’uel ne m’a il rien grevé, Mes au cuer me grieve formant. Or me di donc, Reison comant Li darz est par mi l’uel passez, Qu’il n’an est bleciez ne quassez (…) Li ialz n’a soin de rien antandre, Ne rien ne puet feire a nul fuer, Mes c’est li mereors au cuer, Et par ce mireor trespasse, Si qu’il ne blesce ne ne quasse, Le san don li cuers est espris (Chrétien de Troyes 1996:13-4) Già Guido Favati aveva considerato Chrétien una specie di iniziatore per quel che riguarda questa teoria (cfr. Favati 1997:385-407), citando, per il Notaro, i vv. 5-12 del sonetto «Or come pote si gran donna entrare»: Lo loco là onde entra già non pare, ond’io gran meraviglia me ne dòne; ma voglio lei a lumera asomigliare, e gli ochi mei al vetro ove si pone. Lo foco inchiuso, poi passa difore lo suo lostrore, sanza far rotura: Così per gli ochi mi pass’a lo core, no la persona, ma la sua figura

A questo punto bisogna ricordare, come ben fa sempre Favati, che Pierre de Blois (contemporaneo di Chrétien e vissuto per un certo periodo a Palermo per educare il giovane re Guglielmo II) (cfr. Martin 1997:346-351; Varvaro 1985:86; Bianchini 1996:28) nel suo De Amicitia Christiana, parlando dell’amore carnale, dice che l’immagine - la ”figura” - arriva nella mente, non nel cuore come in Chrétien (Favati 1997:390). Tale differenza, è importante notarlo, è la stessa che intercorre nella poesia italiana tra i Siciliani e i ”prestilnovisti” come Guittone (Avalle 1977: 68). La teoria della visione espressa da Chrétien si ritrova in altri due sonetti di Giacomo, trattata in modo molto aderente a quello espresso dal poeta francese: che li ochi rapresenta[n] a lo core d’onni cosa che veden bono e rio, com’è formata natural[e]mente; e lo cor, che di zo è concepitore, imagina, e piace quel desio («Amor è un[o] desio», vv. 9-13) Questi versi riprendono i vv. 724-736 del Cligés, Ce meïsmes sachiez des ialz, Et del voirre et de la lanterne: Car es ialz se fiert la luiserne, Ou li cuers se remire, et voit L’uevre de fors, quex qu’ele soit; Si voit maintes oevres diverses, Les unes verz, les autres perses, L’une vermoille, et l’autre bloe L’une blasme, et l’autre loe, L’une tient vil, et l’autre chiere. Mes tiex li mostre bele chiere El mireor, quant il l’esgarde, Qui le traïst, s’il ne s’i garde (Chrétien de Troyes 1996:14) 47

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