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5 years ago

siciliana

soprattutto il ruolo

soprattutto il ruolo degli occhi nel trasmettere al cuore la realtà esterna quale essa è: l’uevre de fors, queus qu’ele soit e d’onni cosa che veden bono e rio,/ com’e formata natural[e]mente. Al ”cuore” attraverso gli ”occhi” arriva un’immagine dall’esterno reale e dunque Giacomo insiste su termini quale ”figura”, ”immagine”, ”forma”. Si arriva così al concetto tanto caro al Notaro, quello della ”dama dipinta nel cuore”. L’atto del cuore di fermare l’immagine è un atto creativo come il dipingere. L’altro sonetto è «Sì come il sol che manda la sua spera» in cui viene esplicato il concetto dell’”amore/arciere”. Leggiamo i versi 1-8: 48 Sì come il sol che manda la sua spera e passa per lo vetro e no lo parte, e l’altro vetro che le donne spera, che passa gli ochi e va da l’altra parte, cosi l’Amore fere là ove spera e mandavi lo dardo da sua parte: fere in tal loco che l’omo non spera, passa per gli ochi e lo core diparte. Le prime due righe non sono altro che una perifrasi dei vv. 719-720 del Cligés, Que li rais del soloil n’i past, Sanz ce que de rien ne la quast (la spera del sole corrisponde a li rais del testo francese, mentre l’emistichio finale del v. 2, e no lo parte sintetizza l’intero v. 720); il v. 8 opera nello stesso modo rispetto al v. 695 di Chrétien (lo dardo (…)/ passa per li ochi versus li darz est par mi l’uel passez). «Sì come il sol che manda la sua spera» sembra in effetti essere, fra i sonetti di Giacomo, quello che maggiormente risente dell’influsso di Chrétien riprendendo spunti lessicali e suggestioni retoriche a tal punto da poterlo considerare una vera e propria traduzione. Nel testofonte sono da notare i verbi in rima past:quast, mentre nel Notaro troviamo passa oltre ai verbi parte (partire)/ (di)parte (dipartire) in rima a richiamare il quasser (quast) di Chrétien.

Il motivo principale per il quale Giacomo si rifà a Chrétien potrebbe dipendere dal modo in cui il poeta francese imposta la sua teoria della visione, non cioè come sfogo dell’animo dell’innamorato ma, con modalità riscontrate in Giacomo e nei sonetti in tenzone, come trattato d’amore, un’educazione all’amore cortese della cui origine ovidiana Chrétien si era distinto come buon conoscitore e divulgatore (Meneghetti 1994:156). In primo piano osserviamo l’appellativo ”Reison” (Or me di donc, Reison comant, v. 694) importante nel nostro discorso. Nel momento in cui l’individuo razionale si trova per la prima volta a contatto con l’elemento irrazionale, l’amore, è destinato a soccombere; è qui anticipato ciò che nel Lancelot sarà il dibattito tra Reisons e Amors, prima che Lancelot salga sulla Carretta d’infamia. In quel romanzo Chrétien fa i conti con i trovatori perché «il vero, grande amore sarà (…) presentato non solo, ovidianamente, come malattia, ma proprio come una passione che fa perdere il senso della realtà» (ivi:159). A conferma di quanto fosse basilare la teoria della freccia personificata (immagine dell’amata) per il Notaro stanno infine altre due composizioni, il sonetto «Or come pote si gran donna entrare» e la canzone «Meravigliosamente». Nella prima la ”fisica amorosa”, usando un termine di Contini (Contini 1960:76), si arricchisce dello ”specchio-metaforizzazione degli occhi”: la figura naturale della (gran) donna ha il potere di riflettersi nel piccolo specchio degli occhi (vv. 1-2; 5-12): Or come pote sì gran donna entrare Per gli ochi mei, che sì piccioli sone? (…) Lo loco là onde entra già non pare, Ond’io gran meraviglia me ne done; Ma voglio lei a lumera asomigliare, E gli ochi mei al vetro ove si pone. Lo foco inchiuso, poi passa difore Lo suo lostrore, sanza far rotura: Così per gli ochi mi pass’a lo core, No la persona, ma la sua figura. 49

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