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siciliana

della lingua latina, che

della lingua latina, che ne aveva attinto diversi temi. D’altronde anche il capolavoro del genere allegorico-narrativo, il Roman de la Rose, beneficiario di una larghissima fortuna in tutta Europa venne concepito come un’ars amandi, secondo l’insegnamento di Ovidio. Il lamento d’amore, motivo fondamentale della Heroides (Eroine), opera in distici elegiaci, fornisce invece il modello per l’Elegia di Madonna Fiammetta del Boccaccio: in questo caso sono le dame a parlare in prima persona delle loro passioni o della loro sorte infelice. La tesi riconosciuta da Ovidio, ripresa poi da Andrea Cappellano, dell’ecumenicità degli effetti, sia positivi sia negativi, di Amore, è quella più diffusa e di successo nella lirica italiana delle origini (Avalle 1977:32). Aimeric de Peguilhan, che aveva soggiornato presso la corte di Federico dedicandogli la famosa Metgia, compose una canzone, «Cel qui s’irais ni guerreia ad Amor», in cui il provenzale fa un elenco degli effetti di Amore molto simile a quello di Andrea e di conseguenza di Ovidio. Riporto di seguito una traduzione italiana dei vv. 17-21: 52 Ancora più di bene trovo in Amore Perché rende prode la persona vile, eloquente la persona ignorante Prodiga la persona avara, leale il malvivente, Saggio il folle, istruito l’imbecille: Infine rende mansueto ed umile il superbo (ivi:30) Questa canzone deve aver avuto una larga risonanza in Italia, come dimostrato dalle numerose citazioni ed imitazioni. Gli effetti benefici di Amore diventano presto un luogo comune. Cito fra gli altri ancora il Notaro riguardo Amore che ha dato coraggio ed ardimento al poeta: Grande arditanza - e coragiusa in guiderdone Amor m’à data, e vuol che donna sia quistata per forza di gioia amorusa (Pagani 1968:36)

Tra i versi dell’Ars, degli Amores e dei Remedia, troviamo in genere i temi ossimorici del tormento desiderato, dell’odio/amore e del dolce male d’amore. È probabilmente Ovidio ad indicare la strada del topos delle contraddizioni di amore nella poesia latina aurea e in quella ”cortese”. Riporto stralci da Rinaldo d’Aquino, Fera possanza ne l’amor reposa, c’ogn’amadore la dotta ed enclina, e dona canto e planto a cui li place (ivi:49) e da Neri Poponi: C’Amore a segnoria tal che ciascun no ’l penza, di donar gioie e pene, e chi lo contraria o ver lui move intenza, ispesso lo convene d’affanno far diporto, si che pegio é che morto qual non è soferente (ivi:50) Anche i latini vivono l’”assurdità” di amare perdutamente una donna che sovente li disdegna (i delicta di Lesbia o di Cinzia) (cfr. Alfonso 1990:21-2; Fedeli 1990:121-155). Ma il problema, già segnalato in apertura del primo capitolo, è nel fatto che la donna li tradisce, e qui si misura la lontananza dai poeti cortesi medievali il cui tormento fisso non è mai la ”disonestà” della donna, tutt’altro. La gaudiosa sofferenza dell’amore lontano non serba alcuna memoria dell’algolagnia furiosamente realistica degli elegiaci aurei (Gigliucci 1990:22). Tuttavia il punto fondamentale dell’età ovidiana, l’erotismo, viene annullato proprio dall’esercizio cortese della misura, della ragionevolezza. Secondo C.S. Lewis i ”dolci insegnamenti” del poeta di 53

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