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siciliana

me i funzionari della

me i funzionari della Magna Curia, ed interessato a discettazioni filosofico-scientifiche sulla nascita di Amore in cui sono presenti similitudini, antitesi e paradossi al posto dei tropi (Brugnolo 1995:318). A favore dei siciliani si potrebbe dire che risulta vistosamente estraneo alla versificazione duecentesca quel requisito di originalità che è invece essenziale ai moderni, e che fa dell’idea romantica di creatività qualcosa di radicalmente diverso rispetto ai parametri in cui si inscriveva l’arte del XIII secolo. Il lettore medioevale trovava piacevoli quei testi che gli confermavano quanto già sapeva e che gli consentivano di vedere collocata ogni cosa al suo posto nel modello del mondo, soddisfacendo a un bisogno sempre insorgente di codificazione, sistemazione e formalizzazione 25 . Errore sarebbe di conseguenza attribuire importanza a nozioni come ”originalità”, ”innovazione”, ”trasgressione”, o, peggio ”spontaneità”. Eppure un errore del genere lo hanno commesso i provenzalisti del XIX secolo, fra tutti valga la famosa dichiarazione del Diez secondo il quale tutto il corpus dei trovatori potrebbe esere stato scritto da un unico poeta. In realtà nessuna delle poetiche medioevali si propone come valore estetico l’innovazione ad ogni costo o l’automatica traduzione in poesia di esperienze esistenziali. La tautologia di forme e situazioni ascritta alla lirica siciliana è allora un giudizio un po’ riduttivo. Come verrà detto ampiamente riguardo alla tecnica poetica di Giacomo da Lentini, il codice poetico trobadorico viene soltanto reinterpretato ricorrendo ad una rigorosa selezione formale che non impoverisce ma innova proponendo un modello nuovo di poesia. Comunque un tentativo di uscire fuori dal convenzionalismo transalpino si avverte non solo nel capogruppo Giacomo da Lentini ma anche in Iacopo Mostacci il quale filosoficamente riflette sull’impeto amoroso. Egli intende l’amore come una forza esterna all’uomo, ma non convinto, pone una quaestio agli esperti (e non si tratta solo di poeti, ma anche di dottori e di saggi) nel sonetto «Solicitando un poco meo savere», affinché possano determinare l’ars amatoria come se fosse una scienza: Ma cio che e, da voi lo voglio odere:/ pero ve ne facc’eo sentenzatore. Fra gli altri risponderà Pier della Vigna con il suo sonetto 25 Sul modello medievale del mondo si veda fra gli altri Le Goff , Il meraviglioso e il quotidiano nell’occidente medievale, Bari, 1983. 62

«Però ch’Amore non si po’ vedere», e sosterrà che l’amore è una forza che attrae come la calamita attira il ferro, e proprio per virtù della sua natura invisibile è tanto più nobile. La nostra ricerca punta sull’utilizzo della lingua quale strumento per affrancarsi dalla tradizione trobadorica. È nella lingua che va trovata la novità: Il nuovo, in un periodo in cui la tradizione è costituita dalla scrittura in lingua non italiana, può identificarsi con lo stesso livello strumentale, cioè con la lingua della scrittura, nuova in quanto solo ora adibita alla produzione scritta del bello (Landoni 1997:12). Lo scrivere in una lingua che non fosse il tradizionale latino 26 rappresentava una sfida, e il nuovo, cioè la scrittura, doveva allora avere il compito di creare il bello, il bonum factum. Giacomo, consapevole dell’estrema stereotipia delle tematiche consentite, risolse il divario fra contenuto ed espressione a favore della seconda con un uso quasi ossessivo di paragoni, ripetizioni, accumuli e sinonimi fino a celare il messaggio del contenuto poetico: lontano dagli estremi di certa prima poesia occitanica ma tendente così verso l’astrazione. Ne derivano situazioni come la difficoltà della manifestazione verbale, l’incertezza della parola o meglio, il timore della parola associata alla tirannia di Amore (che troviamo nel Notaro in «Uno disïo d’amore sovente»). Ci troviamo davanti ad un tema topico in tutta la Magna Curia, forse la dichiarazione di fragilità di una lirica in una nuova lingua volgare. Nel caso della letteratura italiana e della nascita di una lirica d’arte nostrana, la volontà di rompere i ponti con la prassi poetica verrebbe così ad essere più importante rispetto alla continuità. A Giacomo 26 Non si dimentichi che la maggior parte della produzione curiale era in latino: i dictamina di Pier della Vigna, la commedia comico narrativa Paulinus et Polla (1229) di Riccardo da Venosa, l’epopea sveva De rebus Siculis carmen di Pietro da Eboli mostrano come il latino fosse ancora capace di ricche possibilità espressive e di affrontare tutti i temi proprio quando nasce la poesia siciliana. Probabilmente non è per censura ma per la sua ancora scarsa espressività se viene affidato al volgare il tema amoroso. 63

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