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5 years ago

siciliana

stiche auliche e porta

stiche auliche e porta con sé modi antichi anche oltre lo Stilnuovo e Dante, fino al Carducci nella cui opera troviamo numerosi dialoghi trecenteschi (Fiorino 1969:95). Appartengono ai contrasti i seguenti componimenti, tutti canzoni: «Dolce coninzamento» di Giacomo da Lentini; «Dolze meo drudo, e, vatene!» di Federico II; «Donna, di voi mi lamento» di Giacomino Pugliese; «L’amor fa una donna amare» e «Per lo marito c’ho rio» di Compagnetto di Prato; il «Lamento per la partenza del crociato» di Rinaldo d’ Aquino, canzone di donna riconducibile a un genere diffuso in tutta la Romània. In «Dolce coninzamento», un testo molto ambiguo e che si presta a differenti modi di lettura, l’interlocutrice è una tipica malmaritata che lamenta la freddezza del marito. Il componimento di Giacomo attinge prima di tutto alla struttura dei dialoghi amorosi in latino in cui è il poeta-amante che descrive la scena (si ha una coincidenza di ruoli fra narratore e locutore) (vv. 1-4; 11-17) (Arveda 1992:XXV): 70 Dolce coninzamento canto per la più fina che sia, al mio parimento, d’Agri infino in Mesina; (…) «Dolce meo sir, se ’ncendi, or io che deggio fare? Tu stesso mi riprendi se mi vei favellare; ca tu m’ài ’namorata, a lo cor m’ài lanciata, sì ca difor non pare; (…) Il testo lentiniano presenta allora una caratteristica interessante che lo discosta, insieme ad altri contrasti, dalla pastorella d’oltralpe; in quest’ultima ad esempio c’è la presenza costante della narrazione. Il dialogo è un elemento indispensabile racchiuso però in una cornice nondialogica nella quale una voce narrante, quella del poeta-cavaliere, descrive il luogo, il tempo e le modalità dell’incontro con la ragazza del popolo (i-

vi:LI). Un contrasto amoroso come «Dolce coninzamento» prevede un maggior spazio per la voce narrante e relega il dialogo lontano nel tempo per effetto del racconto in prima persona. La ripartizione stessa delle voci dialoganti è assai incerta. La canzone comincia secondo la prospettiva del narratore che coincide con l’autore-amante; all’interno della prima stanza potrebbe già esserci un primo cambiamento di prospettiva dal verso 6 al 10 in cui lo stesso amante si rivolgerebbe alla donna: o stella rilucente che levi la maitina! quando m’apar davanti, li suo’ dolzi sembianti m’incendon la corina Con la seconda stanza la prospettiva cambia ancora; a parlare è sicuramente la donna Dolce meo sir…, ma al v. 18 ci potrebbe essere uno scambio di voci. La terza stanza riprende la struttura di quella d’apertura con i primi sette versi occupati dalla voce narrante e il discorso diretto finale, ancora una volta indifferentemente espresso dall’uomo o dalla donna. Simile ambivalenza nell’ultima stanza; l’uomo o la donna potrebbero continuare a parlare nella strofa finale o infine alternarsi. Unico punto fermo: gli ultimi quattro versi sono pronunciati sicuramente dalla donna. Ne fa fede la maledizione all’indirizzo dello sposo che è tradizionalmente posta in bocca alla malmaritata. Potremmo, in forza di ciò, dire che il componimento del Notaro non appartenga al genere. «Donna di voi mi lamento», Folena lo ha definito un «piccolo dramma di passioni elementari» (Folena 1965:186). Che del resto l’area del ”popolareggiante” sia non solo contigua ma si intersechi con quella aulica nelle modalità della parodia e della pluralità di registri è dimostrato da uno dei gioielli della lirica siciliana, il contrasto «Rosa fresca aulentissima» del non altrimenti noto Cielo d’Alcamo. Il contrasto ricorda non tanto alla lontana il genere occitanico e francese della pastorella, dove un cavaliere prodiga lodi spropositate (in tono cortese), promesse di denaro ed eventualmente minacce a un’umile (e spesso volgare, venale, sporca e brutta) pastora allo scopo di goderne sbrigativamente le poco invitanti grazie; più da vicino ricorda la pastorella ”borghese” di Raimbaut de Vaqueiras, il cosiddetto contrasto con la genovese, 71

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