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siciliana

appartiene veramente al

appartiene veramente al re Giovanni, essa non può verosimilmente essere stata composta che tra il 1223 e il 1225, cioè in un periodo di pace per il re di Gerusalemme, il quale potrebbe bene averlo trascorso alla corte del suo futuro suocero. Non viene in tal caso tirata in ballo la canzone di Giacomo da Lentini, «La ’namoranza-disïosa», che da molti filologi era stata creduta composta nel 1204 o nel 1205, perché era parso che il poeta nella strofa V (vv. 33-38) alludesse ad una di quelle due battaglie combattute a Siracusa tra i Pisani e i Genovesi, delle quali ci parla il cronista Ogerio Pane: 78 Molt’è gran cosa ed inoiosa chi vede ciò che più li agrata, e via d’un passo è più dotata che d’Oltremare in Saragosa e di bataglia, ov’om si lanza a spad’e lanza, in terra o mare Oggi a tutti quella data sembra troppo alta e allo stesso tempo il testo non costituisce una sicura allusione a quelle battaglie che erano state ravvisate. Per ultimo si potrebbe ancora supporre che il fatto per cui nelle rubriche dei codici Federico II venga definito alcune volte re ed altre volte imperatore derivi più verosimilmente da una più antica tradizione secondo cui Federico avrebbe composto qualche poesia quando era ancora soltanto re di Sicilia, ed altre dopo che era stato incoronato imperatore; il fatto che nel manoscritto Vaticano 3793 i più antichi poeti siciliani, oltre a Giacomo da Lentini, siano tutti messinesi confermi l’ipotesi che la Scuola siciliana sia sorta quando la corte reale, sia di Federico, sia di Costanza aveva avuto sede in Messina. Nel momento in cui studiosi moderni quali Contini, Panvini ed Antonelli hanno dovuto allestire una silloge - e costituire un canone editoriale - che contenesse un numero preciso di poeti siciliani si sono trovati davanti a scelte difficili di inclusione. Contini nel 1960 apre la strada con Poeti del Duecento che alberga testi di Giacomo da Lentini (comprese due tenzoni in sonetti, rispettivamente con l’Abate di Tivoli e con Iacopo Mostacci e Pier della Vigna), di Tomaso di Sasso, di Gui-

do delle Colonne, di Rinaldo d’Aquino, di Paganino da Serzana, di Stefano Protonotaro, di Mazzeo di Ricco, di re Enzo, di Percivalle Doria, di Compagnetto di Prato, di Cielo d’Alcamo e le canzonette anonime «Quando la primavera» (V 101) e «Rosa aulente» (V 271), compare anche il notaio Semprebene da Bologna, non in veste di autore originale bensì in qualità di rimaneggiatore di testi altrui; a lui infatti si attribuiscono l’ampliamento di due stanze di «S’eo trovasse pietanza» del re Enzo (Contini 1960:156-9) e il rifacimento di «Come lo giorno quand’è dal maitino» di Percivalle Doria. Nella collezione troviamo infine: sei o sette autori isolani (certi il Notaro, i messinesi Tommaso di Sasso, Guido delle Colonne, Stefano Protonotaro, Mazzeo di Ricco, e inoltre Cielo d’Alcamo 38 ; di collocazione difficile Iacopo Mostacci; quattro continentali del Sud e del Centro (Rinaldo d’Aquino 39 , Pier della Vigna e Giacomino Pugliese, cui si aggiunge l’ Abate di Tivoli, corrispondente e diretto frequentatore del Notaro probabilmente intorno al 1241) (ivi:82); due toscani (Paganino da Serzana e Compagnetto da Prato); un genovese (Percivalle Doria) e re Enzo, figlio naturale di Federico, la cui attività poetica si colloca durante la prigionia a Bologna e va collegata con il suo rimaneggiatore Semprebene pure bolognese. Pur nella evidente difficoltà di datare testi che per la loro natura amorosa e per la carenza di riferimenti interni si sottraggono spesso ad una datazione precisa, l’arco cronologico considerato parte dalle prime attestazioni identificabili (da collocare, come abbiamo visto, alla fine del secondo o agli inizi del terzo decennio del secolo) 40 e si estende fino all’anno del crollo della potenza sveva (1268) e oltre, come indicherebbe la seguente sequenza poc’anzi accennata e che ripetiamo: re Enzo, prigioniero a Bologna a partire dal 1249 vi muore nel 1272 (Contini 1960:155-6), e so- 38 Sempre più studi recenti reclamano la sua origine siciliana. Si veda il volume collettivo Cielo d’ Alcamo e la letteratura del Duecento, Atti delle giornate di studio (Alcamo, 30-31 ottobre 1993), Alcamo, 1994. 39 Uno dei due terrigene Apuli ricordati da Dante in De Vulgari Eloquentia (XII, 8) (DVE 1995:32-5; 118 n), l’altro è, erroneamente, Giacomo da Lentini. 40 Un caso a parte potrebbe rappresentare il Lamento di Rinaldo d’Aquino, la canzonetta «Già mai non mi conforto», conosciuta anche come «Lamento di una donna per la partenza del Crociato» (Lazzeri 1942:592-6) per la quale parrebbe difficile prescindere dalla Crociata del 1227-1228. Antonelli infine è convinto che non sia possibile escludere che l’attività poetica alla corte di Federico II possa essere iniziata prima del 1230. 79

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