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siciliana

del tempo di Federico II

del tempo di Federico II 42 ; il V quaderno contiene poeti siciliani e dell’Italia continentale di una terza generazione, perché sono raggruppati intorno a re Enzo, figlio di Federico II. Il secondo è il codice della Biblioteca Nazionale di Firenze Banco Rari 217 (Palatino 418, siglato P), forse più antico di ascendenza lucchese, tripartito secondo i generi metrici principali (canzoni, ballate, sonetti), con una prevalenza di rime di Guittone, in posizione privilegiata. Ultimo il manoscritto della Biblioteca Laurenziana di Firenze, il Laurenziano Rediano 9 (siglato L) che mette in primo piano Guittone. Non va dimenticato poi un manoscritto-minuta dell’Arte del rimare del maggior provenzalista del XVI secolo, il modenese Giovanni Maria Barbieri, in cui sono inseriti come citazioni «Pir meu cori alligrari» di Stefano Protonotaro, il frammento «Allegru cori plenu» e le ultime due stanze della canzone «S’eo trovasse pietanza» di re Enzo che ci permettono la lettura dei versi nella loro veste linguistica originaria. Va detto che quest’ultima è l’unica testimonianza da cui possiamo evincere in qualche modo la sicilianità originaria, anche degli autori non isolani. Se provassimo a tirare i fili delle varie discussioni sul canone dei Siciliani ci accorgeremmo della quasi rassegnazione che regna osservando i risultati concreti. Sembra che dovunque si tenti di fissare una direzione si ritorni al punto di partenza. Alberto Varvaro, pronunciando alcune parole sull’imminente nuova edizione critica dei versi dei poeti federiciani, lo conferma esprimendo il dubbio che «dopo tanto lavoro preparatorio l’edizione finisca per non allontanarsi molto dai parametri che sono stati messi in crisi da molte delle osservazioni» espresse lungo il convegno del 1998 (Varvaro 1999:231). E tra le righe si legge pure il timore che l’eccesso di problematica e di acribia possa finire per paralizzare l’iniziativa editoriale. Sembra inevitabile che qualunque discorso sul canone, in quanto discorso storico, sia espressione di un punto di vista particolare, provvisorio e mutevole giungendo così ad un atteggia- 42 Che il Contrasto di Cielo d’Alcamo sia stato scritto al tempo di Federico II è provato dal v. 22 dove è menzionata la ”defensa” promulgata da Federico II con le Costituzioni melfitane del 1231, nonché gli ”agostari” o ”augustali”, che sono monete auree fatte coniare dallo stesso imperatore (per Giacomino Pugliese, considerato un giullare, cfr. Santangelo, Le poesie di Giacomino Pugliese, Palermo, 1937, e così per Ruggieri Apugliese cfr. G. Bertoni, Il Duecento, Milano, 1943). 82

mento pessimista verso le possibilità di realizzazione della tanto attesa nuova edizione commentata dei poeti attivi alla corte di Federico e dei loro continuatori. Fra le infinite congetture si fa strada una in particolare. È stato espresso più di un dubbio sull’eventuale esistenza di una raccolta manoscritta ordinata di siciliani soli: Un canzoniere siciliano dei siciliani, vale a dire un serio trattamento librario della loro produzione poetica, non dev’essere mai esistito; devono essere esistite raccolte minori, d’occasione, non ordinate. Se è così si spiegherebbero non solo il totale naufragio della tradizione originaria, che consegue al tramonto della potenza sveva, ma anche le frequenti confusioni attributive nei canzonieri toscani (Brugnolo 1995:286) Tutto il materiale andato disperso redatto di proprio pugno dai siciliani può dare adito a innumerevoli disquisizioni supportate o meno da ”pezze d’appoggio” filologiche. Che la fioritura sia stata ”intensa ma breve”, è come abbiamo visto, una constatazione ovvia ma importante avanzata in passato da Contini per spiegare il ”bassissimo numero dei canzonieri rimasti” (cfr. Contini 1962:367-95). Una parziale giustificazione, o se si preferisce, una spiegazione alla dispersione totale, quasi la cancellazione, di ogni forma manoscritta strettamente legata alla corte di Federico II, può darcela la storia. Potremmo fare un richiamo alle condizioni politico-culturali seguenti alla caduta degli Svevi e all’emarginazione ordinata da Carlo d’Angiò nei confronti dell’esperimento politico-culturale, linguistico e poetico, attuato da Federico (Mack Smith 1970:90-5). Di certo l’impalcatura burocratica subì solo lievissimi mutamenti e minimi furono i ricambi effettivi dei funzionari. C’è chi ipotizza tuttavia una cesura profonda e paradigmatica che consegue al crollo del progetto svevo: forse una damnatio memoriae atta a favorire tutte le condizioni capaci di invertire la rotta politicoculturale del Regno (cfr. Bruni 1990:211-273). Sembra difficile che tutto ciò non abbia avuto riflessi oltre che sul numero dei testimoni anche sulla qualità interna della tradizione. 83

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