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CAPITOLO VI LA LINGUA

CAPITOLO VI LA LINGUA L’uso della lingua e della retorica presso i Siciliani era strettamente legato alla creazione di immagini poetiche, cioè i primi poeti italiani hanno avvertito il senso della forma, sono stati pienamente coscienti del valore personale della parola. È risaputo quanto il vocabolario dei Siciliani sia estremamente ridotto ed essenziale e con elementi idiomatici assai scarsi. Nonostante tutto ciò, lo ribadiamo, il ”nuovo” apportato dai lirici insulari, quanto di più entusiasmante potessero offrire gli epigoni dell’amore cortese, resta sempre e solo la lingua, in un periodo in cui in Italia si scrive in latino lasciando il volgare agli usi pratici o ad una funzione estetica orale e di conseguenza poco sorvegliata. Alla fine degli anni Cinquanta è stato affermato perentoriamente che i poeti della Magna Curia non composero né in ”dialetto siciliano” né in italiano illustre e comune, perché il primo era una lingua artificiale, convenzionale, letteraria, commistione di diverse lingue di prestigio (pur restando i caratteri essenziali, fonetici, morfologici, ecc.); il secondo era un idioma in via di formazione e praticamente indefinibile. Le due ipotesi, si diceva, se si contengono nei loro limiti ragionevoli e naturali, non si escluderebbero a vicenda; anzi la seconda rimarrebbe assorbita dalla prima (Parodi 1957:152). Ma la lingua della scrittura dei poeti federiciani è il siciliano, o comunque un tipo di siciliano, non quella che qualcuno ha creduto in realtà essere una koiné letteraria includente vari idiomi meridionali; è un siciliano illustre dotato di una propria identità e quindi ben distinguibile rispetto alla varietà linguistica sopraregionale dei trovatori. Si tratta di un siciliano dotato di un valore formale non scelto certo con il gusto per la popolarità naturale. In fondo somiglianze con i predecessori d’Oltralpe le troviamo nel fatto che in siciliano scrivevano non solo gli insulari ma anche i poeti continentali (primo fra tutti lo stesso Federico il quale trascorse a Palermo soltanto gli anni della fanciullezza e non tornò quasi mai nell’isola) a testimonianza del forte carattere coesivo del nuovo ”strumento” linguistico al di là del prestigio della Magna Curia. 87

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