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siciliana

Sono ovvi comunque i

Sono ovvi comunque i tributi - intesi come prestiti - che il siciliano aulico dei nostri primi poeti ha pagato alla lirica francese e al latino: i termini provenzali o ”provenzaleggianti” sono le forme in ”agio” (coragio = ”cuore”) e in ”-anza”: amanza, intendanza, allegranza, speranza, dimoranza, credanza, leanza. Le forme provenzali ricorrono spesso ma si alternano anche a quelle italiane. Ci può essere la compresenza di chiaro e clero, di acqua e di aigua. In certi casi la forma che in apparenza sembra italiana deriva invece da un calco semantico del provenzale: gli esempi sono partenza e far partenza - entrambi in Giacomo da Lentini - da intendersi rispettivamente per ”divisione” e ”separare” (Marazzini 1998:174-5). Sono sotto i nostri occhi indecisioni fra amuri e amori, latineggiante ma anche provenzaleggiante; è presente anche joi < joy, termine chiave della lirica di matrice trobadorica ecc. Ancora oggi, quando la questione del siciliano letterario dei rimatori della Scuola siciliana del secolo XIII dovrebbe considerarsi ormai definitivamente risolta, qualcuno cerca di riaccreditare in qualche modo, sia pure con argomentazioni tutt’altro che definitive, opinioni che si possono ritenere ampiamente battute e superate. Uno studioso, Glauco Sanga, una decina di anni fa ha duramente attaccato nel suo libro sulla ”rima trivocalica” la dottrina acquisita secondo la quale i Siciliani scrivevano in siciliano (come lingua di un genere poetico, com’è normale nelle letterature romanze medievali, non ovviamente come lingua materna di tutti coloro che la usavano), incontrando però la perplessità dei colleghi. Prendiamo adesso, ad esempio, un passo del De Vulgari Eloquentia (I, xii, 2, 6) che il Sanga cita a sostegno della sua teoria (Sanga 1992:205-6), dal quale può sembrare (ed anche a me è sembrato) che Dante affermi che i Siciliani scrivevano all’incirca nella sua stessa lingua: 88 nam videtur sicilianum vulgare sibi famam pre aliis asciscere, eo quod quicquid poetantur Ytali sicilianum vocatur, et eo quod perplures doctores indigenas invenimus graviter cecinisse, puta in cantionibus illis Ancor che l’aigua per lo foco lassi, et Amor, che lungiamente m’hai menato […]. Et dicimus quod, si vulgare sicilianum accipere volumus secundum quod prodit a terrigenis me-

diocribus, ex ore quorum iudicium eliciendum videtur, prelationis honore minime dignum est, quia non sine quodam tempore profertur; út puta ibi: Tragemi d’este focora se t’este a bolontate. Si autem ipsum accipere volumus secundum quod ab ore primorum Siculorum emanat, ut in preallegatis cantionibus perpendi potest, nichil differt ab illo quod laudabilissimum est, sicut inferius ostendimus (DVE 1995:30-3) Dante in realtà oppone qui il volgare dei primores Siculi, che «nichil differt ab illo quod laudabilissium est», a quello dei terrigenae mediocres. Il fatto che per quest’ultimo, che rifiuta, egli usi come esempio un testo anch’esso tramandato dal Vaticano fa velo al fatto che qui sono opposte due tradizioni distinte: una è quella ”alta” dei testi che circolavano toscanizzati, e che avevano assunto valore di modello in Toscana, l’altra è quella dei testi che erano rimasti estranei alla toscanizzazione e alla nuova linea vincente della poesia toscana, e perciò erano destinati a cadere nell’oblio in cui sono poi effettivamente caduti. La tradizione ”alta” deve dipendere da un unico archetipo toscanizzato, quello di cui parlava Contini (Contini 1962:388); vale come argomento in favore della parentela dei codici la stessa osservazione che Sanga formula partendo dall’assunzione che siano invece indipendenti: I componimenti della Scuola siciliana sono linguisticamente omogenei e i principali codici che ce li hanno conservati sono indipendenti, quindi dovremmo supporre che gli amanuensi abbiano indipendentemente tradotto tutti allo stesso modo (Sanga 1992:199). Ritorniamo così al dubbio espresso da Furio Brugnolo circa l’impossibilità dell’esistenza di un qualsivoglia archetipo siciliano, il fantomatico canzoniere siciliano dei Siciliani (Brugnolo 1995:286); ma la tradizione cui appartengono i codici toscani deve risalire non tanto ad un banale episodio di sovrapposizione di una patina linguistica a un’altra nella copiatura dei testi, quanto ad una vera e propria operazione culturale, che ha immesso i testi siciliani in Toscana e in toscano con la stessa dignità libraria che avevano acquisito, all’epoca, i prodotti letterari dei Provenzali. 89

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