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siciliana

cori allegrari» di

cori allegrari» di Stefano Protonotaro, che ci è stata conservata da Giovanni Maria Barbieri, il quale l’aveva trovata, insieme ad altri versi - una stanza di canzone, «S’eo trovasse incarnata la Pietanza» - del Re Enzo, in un manoscritto oggi perduto, che lui aveva chiamato «Libro siciliano». La canzone di Stefano Protonotaro il Barbieri ce l’ha trasmessa in una forma linguistica siciliana quasi perfetta, perché presenta soltanto pochissime alterazioni; ma si tratta di un siciliano, che, esente da forme toscane, è invece ricco di provenzalismi, di francesismi, di latinismi e di arcaismi: si tratta, cioè, di un siciliano dotto, ripulito dalle forme municipali e nobilitato con l’accostamento al latino, la lingua delle persone colte di quel tempo, al provenzale e al francese, i volgari che già godevano di un alto e generale prestigio 45 . Il frammento del re Enzo, contrariamente a «Pir meu cori allegrari» ha una rispettiva versione toscaneggiata; propongo di seguito il confronto fra i due testi, prima il siciliano e poi il toscano: 92 S) La virtuti ch’ill’avi d’alcirim’e guariri a lingua dir nu l’ausu pir gran timanza ch’aio nu lli sdigni; pirò preco suavi piatà, chi mov’a giri, e faza in lei ripausu e merzi umilmenti si li aligni, sì chi sia piatusa ver mi, chi nu m’è noia 45 La canzone di Stefano Protonotaro presenta tipici esempi di vocalismo siciliano evidente nell’assenza di dittonghi (cori, omu); si ha lo sviluppo di -e ed -o latine atone finali che diventano -i e -u (mustrari, alligrari, sempri); per la morfologia ci sono i condizionali che sono formati sull’infinito con le terminazioni dell’imperfetto di ”habere” (turnirìa, sirìa). Fra i gallicismi troviamo ad esempio amaduri in cui dal provenzale si sonorizza la -t- intervocalica, oppure longiamenti che presenta una palatalizzazione ancora tipica provenzale della velare sonora. C’è anche rasuni che deriva dal francese raison. Un altro gallicismo è invece levimenti nel senso provenzale di ”facilmente”. Sempri nel senso provenzale di ades, subito. Per finire i suffissi provenzali in ”-anza” (alligranza, dimuranza, dimustranza).

murir s’illa ’nd’à gioia, chi sol vivri mi placi pir lei sirvir viraci, plui chi pir altru beni chi m’avegna. T) La virtute ch’ell’ave d’ancidermi e guarire a lingua dir non l’oso per gran temenza ch’aggio non la sdigni; onde prego soave pietà, che mova a gire, e faccia in lei riposo, e merzè umilmente se gli alligni, sì che sia pietosa ver me, che non m’è noia morir, s’ella n’à gioia; che sol viver mi place per lei servir verace, e non per altro bene che m’avegna. Dobbiamo sottolineare ancora un altro fatto importante. Se non può destare meraviglia che i Siciliani della corte federiciana usarono nei loro componimenti poetici il loro dialetto, ripulito, come affermato testé, dai municipalismi e nobilitato con l’accostamento al latino, al provenzale ed al francese, può suscitare qualche dubbio il volgare usato dai poeti non Siciliani che composero le loro rime o alla corte o per la corte di Federico II. È certo che quei poeti imitarono i Siciliani anche nella lingua da costoro adoperata, ma è faccenda più delicata determinare il grado di sicilianità della lingua delle loro poesie. Io ritengo che l’ipotesi più ragionevole che si possa fare consista nel ritenere che anche i non Siciliani abbiano adottato gli stessi principi messi in atto dai poeti della Magna Curia: in altri termini, i non Siciliani avrebbero anch’essi ripulito il loro parlare materno dai municipalismi e lo avrebbero nobilitato sul latino, sul provenzale, sul francese, ed anche sul siciliano letterario dei nativi dell’isola; ma la loro conoscenza maggiore o minore del volgare siciliano dipendeva direttamente dall’esperienza 93

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