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siciliana

da Guido delle Colonne)

da Guido delle Colonne) (ibidem); a questa struttura internamente articolata fa riscontro una predilezione per la tecnica delle coblas singulars (con rime che si rinnovano a ogni stanza) rispetto alla tendenza di molti trovatori a collegare con la rima due o tutte le stanze (cobla unissonans, coblas doblas, coblas alterne ecc.. tecniche parcamente impiegate dai Siciliani ) (Fabio 1968:60). Ai fini dell’allacciamento di una stanza alla successiva viene più spesso usata la tecnica delle coblas capcaudadas, con cui l’ultima rima di una stanza diventa prima rima della stanza seguente, e capfinidas, con cui una parola dell’ultimo verso di una stanza e ripresa nel primo della seguente. Rispetto all’enorme varietà dei tipi metrici (versi) trobadorici, i Siciliani operano una riduzione drastica (seppure non assoluta: assoluta diventerà solo con Petrarca), che condizionerà tutti gli sviluppi della poesia italiana fino all’età moderna, a favore dell’endecasillabo e del settenario. Il Beltrami, attento studioso della metrica della Scuola siciliana, definisce ”predilezione italiana” quella dei poeti della Magna Curia (e non provenzale) verso il settenario, e in particolare per la commistione di endecasillabo (che è ancora il décasyllabe dei Provenzali) e settenario (Beltrami 1999:187). Questo proprio perché in italiano l’accento sulla sesta sillaba è diventato da subito un punto di riferimento interno al verso del tutto alla pari con quello sulla quarta (Beltrami 1990:472). La lingua siciliana pur cedendo al toscano nella metà del XIII secolo si riservò il diritto di dominare ancora nel campo della rima insinuando suoi elementi nella trama del linguaggio che andavano creando gli artisti toscani e che doveva servire di modello, come latium vulgare, quod totius Ytalie est (I, XIX, 1) (DVE 1995:48), ai poeti futuri. Sono d’origine siciliana le rime del genere dire:avire, pittura:innamura (con i, u tonici per i toscani e, o chiusi) sopravvissute nel Dolce stil novo, nel Tasso, nel Leopardi fino al Manzoni; l’abitudine, siccome il siciliano non conosceva i dittonghi ie, uo, di adoperare parole non dittongate, specie in rima (e così avviene, per esempio, che i manoscritti più autorevoli della Vita Nuova diano la prevalenza alle forme non dittongate nella poesia ma a quelle dittongate nella prosa) (Schiaffini 1953:20); saccio, aio (e aggio); l’imperfetto e il condizionale in -ia (avia, avria); condizionali, assai meno comuni, come fora, satisfara, che i poeti 96

siciliani più raffinati alternavano con quelli in -ia, per evitare, sembra, la noia di ripetere le stesse desinenze (Parodi 1957:152) (si rimanda a Giacomo da Lentini, ai vv. 57-60 di «Madonna, dir vo voglio»: Che s’eo no li gittasse/ parria che soffondasse,/ e bene soffondara,/ lo cor tanto gravarain suo disio). Il toscaneggaimento è probabilmente stato un lavoro agevole dato che il siciliano ed il toscano terminano le parole in vocale e mantengono il numero stesso di sillabe della voce latina. Tuttavia, tra vocalismo di Sicilia e vocalismo di Toscana esistono, accanto agli accordi, divergenze tali che il copista si trovava costretto o a rinunciare alla rima o a conservare la veste siciliana. Per esempio, le rime siciliane amurusu e nuiusu sono state trascritte in amoroso e noioso, eliminando in tal modo ogni ricordo della primordiale sicilianità. Invece, con le rime siciliane del tipo nutrisci e accrisci, ascusu e usu, o si doveva operare il travestimento toscano in nutrisce e accresce, ascoso e uso, e si veniva perciò meno alla salda consuetudine di adoperare la rima perfetta, oppure si scriveva - come si è fatto per quanto riguarda la prima coppia di rimanti - nutrisce e accrisce, e uso e ascuso lasciando una spia evidentissima dell’originale siciliano. Lettori ed imitatori hanno ritenuto ancora lecito far rimare o chiusa con u, tanto che anche Dante usa come:lume (Inf. X, 67:69) (Stussi 1994:71). In siciliano c’era una sola o e quindi, facendo rimare un latinismo (o provenzalismo) come amori (invece del locale amuri) con cori, si aveva rima perfetta; non altrettanto in Toscana dove amore ha una o chiusa e core una o aperta. Prendiamo ancora una volta la canzone del Notaro «Madonna, dir vo voglio» per addurre ulteriori esempi: Madonna, dire vi voglio come l’Amore m’à preso; inver lo grande orgoglio che voi, bella, mostrate, e’ no m’aita. Oi lasso, lo me’ core ch’è ’n tanta pena miso, che vede che si more per ben amare, e tenolosi in vita. 97

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