CATANIA ESTATE 2023 CARITAS ANDRIA
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Caritas diocesana di Andria
Campi di lavoro/1
CATANIA
16 - 23 LUGLIO 2023
Indice
Presentazione
I campi di lavoro ... negli anni
03
04
Le testimonianze dei partecipanti:
Sara Cannone
Annalisa Lotito
Serena Taccardi
Marco Balsamo
Maurizio Giurano
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06
07
08
09
Conclusione 11
PRESENTAZIONE
I campi di lavoro, organizzati ogni anno dalla Caritas diocesana di
Andria, rientrano nelle attività previste dal progetto di Anno di
Volontariato Sociale “Invitati per Servire”.
I giovani volontari che vi partecipano, durante l’anno hanno avuto la
possibilità di formarsi attraverso un percorso su misura per loro,
hanno svolto servizio di prossimità ogni settimana, hanno
sperimentato la bellezza della vita comunitaria.
Nel periodo estivo viene offerto loro la
possibilità di vivere contemporaneamente
queste tre dimensioni a piccoli gruppi e in una
località che riveste la sua importanza per il
contrasto alla povertà o, molto più
semplicemente, per condividere del tempo con
chi è rimasto indietro nel cammino della vita,
spesso giovani come loro.
Per il campo di Catania desideriamo esprimere la
nostra gratitudine all’arcivescovo mons. Luigi
Renna e al rettore del seminario don Salvo
Cubito per l’ospitalità, al direttore don Piero
Galvano per aver aperto le porte della Caritas
Etnea ai nostri giovani e all’instancabile e
prezioso compagno di cammino Salvo
Pappalardo.
don Mimmo Francavilla
direttore della Caritas di Andria
I CAMPI DI LAVORO
...negli anni
I Campi di lavoro della Caritas di
Andria sono stati proposti sin
dall’estate 2007. Diverse le esperienza
sia in Italia che all’estero. Sedi
individuate per l’emergenza che quel
determinato territorio stava vivendo
(L’Aquila, Amatrice, San Benedetto del
Tronto), o per la conoscenza di
operatori in loco o gemellaggi (Egitto,
Palestina, Grecia, Aosta), per la
condivisione con altre realtà giovanili
della Diocesi (Albania), per la
condivisione di particolari
problematiche come le migrazioni
(Palermo, Sarajevo) o la disabilità
(Bibione, Lourdes), per un supporto
ad alcune realtà caritative (Firenze,
Catania, Cosenza, Bova).
I campi di lavoro favoriscono una
riflessione sulle diverse tematiche che
determinate situazioni sollevano, la
capacità di assunzione di
atteggiamenti conseguenti in uno
spirito di fraternità e condivisione.
Le testimonianze dei partecipanti
Nella nostra società, così frenetica e veloce, molto spesso ci dimentichiamo
dell’esistenza dell’altro e siamo portati a preoccuparci costantemente della nostra
ristretta cerchia sociale e dei nostri singoli problemi, rinunciando ad una visione globale
del mondo.
Per questo sono grata a chi mi ha offerto quest’anno la possibilità di partecipare al
campo di lavoro a Catania che mi ha permesso di ridimensionare il mio mondo, la mia
persona, le mie preoccupazioni e le mie aspirazioni.
Sono stati giorni pesanti fisicamente e, soprattutto, spiritualmente, ma è sicuramente un
peso che porterò dentro per sempre e che mi ha fatta crescere.
Durante il servizio molto spesso mi sono sentita un’estranea ed è stato molto difficile
per me interfacciarmi con le realtà della mensa, dell’unità di strada e del Centro di
prima accoglienza, proprio per la fragilità che vi ho trovato: una fragilità di cui non
avevo mai fatto esperienza prima e che ha lasciato in me un sentimento di amarezza e
di vuoto difficile da spiegare. Ho visto, infatti, negli occhi delle persone che abbiamo
incontrato speranza, ma anche rassegnazione e tanta incertezza…
Una cosa che mi porto nel cuore e che sarà fonte di ispirazione per la mia vita è la rete
sociale che circondava queste fragilità; è stato bellissimo scoprire questo lato della
città di Catania, fatto da persone di cuore, che fanno il possibile per aiutare chi è in
difficoltà e che hanno deciso di non girarsi dall’altra parte, quando vedono situazioni di
debolezza, ma decidono ogni giorno di mettersi in gioco per migliorare ciò che è
possibile del mondo in cui vivono.
Questo voglio ricordare di questa esperienza e da qui voglio partire per formare l’adulta
che diventerò.
Sono estremamente grata a tutte le belle persone che abbiamo incontrato e che hanno
trattato me e i miei compagni di servizio da fratelli e amici, che hanno dato un contributo
fondamentale alle nostre giornate.
Ringrazio e abbraccio Graziana, Serena, Annalisa, Marco e Maurizio per le loro riflessioni
giornaliere, per le risate e l’amicizia che hanno reso la mia avventura maggiormente
piacevole e importante.
Sara,
4° Liceo
Classico
“Servizio” è una parola a cui viene molto spesso data una connotazione negativa, ma con
l’esperienza del campo di lavoro a Catania, ho compreso quanto questa parola sia
contestualmente vitale e incompresa. Andare oltre i propri limiti, i propri preconcetti per
dare sollievo alle fragilità dell’altro è stato l’obiettivo di questa intensa esperienza di sette
giorni. Mi ha dimostrato da un lato quanto sia difficile per alcuni ottenere ciò che noi in
genere diamo per scontato, come un pasto o un tetto, dall’altro lato quanto molto spesso le
difficoltà e l’esclusione incentivano la suprema affermazione di libertà. L’esperienza di unità
di strada (distribuzione dei pasti a coloro che non possono permetterselo e che non hanno
voglia di allontanarsi da quelle “fortezze” di cartoni e materassi, dove trovano sicurezza in
una società che li rinnega e li esclude) è stata per me lo specchio delle fragilità nascoste,
ignorate, non solo da singoli individui, ma più in generale dalla città e dalla popolazione. La
città di Catania si rivela infatti ricca di fragilità, soprattutto da un punto di vista economico e
politico, proprio a causa di un profondo dissesto economico e due precedenti commissari
preposti al governo della città. È anche crocevia per i migranti con il suo hotspot, costituito
prevalentemente da tensostrutture, che può ospitare fino a mille persone. Visitare questo
luogo mi ha dato una consapevolezza dell’emergenza “migrazione”, che ormai non si può più
definire tale. Sono anni che uomini, donne, adolescenti, neonati fuggono alla ricerca di
quella stessa libertà, che senzatetto e poveri ritrovano ormai nell’allontanarsi da una società
che li ignora e non vuole offrire soluzioni propositive. Nei loro occhi ho trovato amarezza,
smarrimento, diffidenza, ma in molti di loro, appena diventavano destinatari di gesti di
accoglienza e accettazione, spuntavano sorrisi, forse di cortesia, forse di sollievo per aver
trovato qualcuno che ha allontanato il ricordo di una tragedia che fortunatamente per loro
ha trovato una conclusione all’insegna della vita e che allevia una routine fatta di controlli,
smistamenti verso strutture che offrano migliori condizioni di accoglienza.
Sentirsi inerme di fronte a un problema ben più grande delle mie possibilità di aiuto mi ha
scosso fortemente, ma mi ha anche dato la consapevolezza della vitalità dei gesti dei singoli
volontari e delle loro esperienze di vita, perché nella condivisione, oltre ogni limite e
barriera, anche se solo per il fugace momento della distribuzione di un pasto o di vestiario,
possono veramente trasformare esclusione e solitudine in quella libertà tanto desiderata.
Annalisa, 5° liceo Scientifico
Abbiamo teso la mano al prossimo.
Abbiamo smesso di essere privilegiati e abbiamo cominciato a sentirci fortunati.
Si dice che non credi alle cose fin quando non le vedi e forse è stato così.
Ogni giorno ho fatto tesoro di nuovi valori come la condivisione, la solidarietà, l’amicizia,
l’altruismo e la speranza.
Ho incontrato la condivisione all’help center dove un pasto caldo era tutto ciò che serviva
per alleviare le sofferenze di un uomo e di una donna. L’ho incontrata nei racconti di
persone speciali come la signora Rosa e il signor Florin che hanno condiviso il loro
passato, il presente e forse quello che accadrà nel loro futuro. Ho amato la dolcezza di
Rosa che aveva da offrirci molto più di quello che potevano offrire noi privilegiati e ho
amato la timidezza di Florin che descriveva la sua passione per la lettura: tutto ciò che è
racchiuso in un libro per Florin è un tesoro, che possa essere un giallo, un romanzo, un
thriller o storia classica.
La solidarietà invece l’ho vista in Salvo, il vicedirettore della Caritas, un uomo di una
disponibilità fuori dal comune. È un uomo che si presta completamente alle persone che lo
circondano, dona il suo corpo e la sua anima alla Caritas e con la sua sensibilità trova in un
povero la vera ricchezza. Un gesto davvero solidale è stato quello di Graziana che nel suo
piccolo ha saputo strappare il sorriso ad una bambina ospite dell’hotspot di Catania,
regalandole un braccialetto argentato.
Ho incontrato l’amicizia non solo nei miei compagni di viaggio, ma anche nei responsabili
dell’unità di strada che erano entusiasti di rivedere i loro amici senza dimora, scambiare
quattro chiacchiere e donare loro del cibo.
Un ultimo valore che ho conosciuto e interiorizzato è stata la speranza che ha permesso a
molti di avere la forza di andare avanti e aver fiducia in se stessi.
Durante il servizio dell’unità di strada abbiamo infatti conosciuto un ragazzo di una ventina
d’anni che custodiva la speranza di trovare lavoro al più presto ed era spronato anche dai
volontari a mettersi in gioco per fare carriera e avere un futuro migliore.
Serena, 4° Liceo Classico
Ci troviamo dinanzi a un corpo che non ragiona o si rifiuta di farlo. Non solo la mente,
deputata al raziocinio, è ottenebrata, anche l’anima non riesce più a vedere, per l’afa
che tutto avvolge. Questa è la nostra Catania. Questo è il nostro secolo, in cui le
lancette del tempo hanno invertito il loro corso. Intanto c’è chi, incredulo, ammira il
telo della Storia riavvolgersi e, intento a passeggiare per la metropoli, fotografa u
Liotru, l’elefante di pietra lavica, abbattuto dal terremoto del 1693, poi ricostruito e
ora svettante in Piazza del Duomo. C’è chi, invece, lotta contro il tempo. Per
Leonardo Sciascia, scrittore agrigentino, la Sicilia è ormai “metafora” dell’Italia. La
verità profetica di queste parole è constatabile oggi più che mai per le strade di
Catania. Per le vie del centro si ammira lo splendore del barocco e, insieme, si è
testimoni del degrado urbano, nonché umano. Finché non si varcano le soglie della
Caritas diocesana, venendo a conoscenza di un’altra povertà: quella umana, sociale,
etnica. Più si cerca di andare a fondo, più si indaga e si vuole far luce su questa città,
più si scopre la matassa delle problematiche: più si scende nel buio. Per molti
l’oscurità è confortante. Non solo per coloro ai quali viene insegnato sin dall’infanzia
a “temere della luce”, ma soprattutto per tutti coloro i quali, scesa la notte sulle loro
esistenze e sulle difficoltà, le insidie, le paure, hanno costruito in essa
un’architettura, a parer loro, perfetta, che permette di vivere con l’essenziale e che a
noi pare “ginnastica di sopravvivenza”. E su di loro, come su coloro che temono
l’aiuto in quanto lesione della dignità propria, vera ed umana, facciamo scendere le
tenebre, facciamo silenzio. Perché, dunque, la Sicilia è la metafora di una penisola
che “non crede e non ha mai creduto nelle idee”? Cosa sono queste “idee”, questi
lumi? Nel silenzio che, alle volte, è calato fra di noi (gruppo affiatato e solare, curioso,
partito a vele spiegate per una nuova avventura) durante gli spostamenti in pulmino
fra le sedi di servizio è maturato un pensiero d’utopia e di realismo insieme, a cui solo
il silenzio ha saputo rispondere. Posso metaforicamente affermare che a combattere
l’afa opprimente abbiamo trovato, invero, l’accoglienza e la disponibilità prodiga di
Salvo, di Toni, di Giuliana, volontari della Caritas, ospitali in ogni momento con tutti
noi ragazzi e cordiali con tutti. Ecco, se devo immaginarmi una soluzione all’assenza
delle “idee”, mi immagino una risposta illuminista (e romantica!), alla maniera della
Caritas, che accende un lume alla ragione, quando le tenebre aleggiano sul paesaggio
etneo (: come la ginestra che sull’Etna fiorisce, resti un promemoria Ad perpetuam
rei memoriam).
Marco, 3° Liceo Scientifico
Quando ti dicono che le cose vanno bene scendi nelle strade, esplorane profondamente i
vicoli e osserva le persone che ci vivono: tutto è variegato, multiforme, apparentemente
indescrivibile. Siamo scesi nelle strade più sporche e trascurate un po’ come apostoli
missionari. Se mi chiedi quale fosse il messaggio da testimoniare, in primo luogo, forse ti
risponderei con una di quelle forti parole del tipo fiducia, speranza, condivisione. Ma poi
penso che forse è molto di più.
Siamo scesi in strada per collegare i pensieri, collegare le vite attraverso gli occhi. Ogni
interazione cerca di abbattere la distinzione che esiste tra me individuo e il resto fuori di me:
questo crea l’esperienza di quell’incontro. Rinnegare o escludere vuol dire non voler
guardare la verità, non prenderne atto, girare la testa di fronte ai nostri limiti in quanto
Umanità, creatori di un mondo comune. L’effetto è questo: piango ma non lo do a vedere,
soffro ma senza versare sangue, sono alleviato dai rari momenti di bellezza ma questo non
traspare; ad impedirlo ci siamo io, tu e la Vita con la sua dirompente forza. Se ci penso, però,
ci sono fiori meravigliosi e delicati, altri che ci appaiono un po' più brutti, ma molto forti; poi
ci sono quelli che ci mettono tempo a sbocciare e quelli che probabilmente non nasceranno
perché qualcun altro glielo impedisce: la vita può essere meravigliosa e allo stesso tempo
violenta. Ti investe e non ti lascia, non ti risparmia.
La nostra società è un luogo difficile, è frutto del nostro modo di ragionare e in essa
qualcosa di sbagliato c’è: nelle parole, nei pensieri, nel modo di trattare il nostro corpo. Alle
volte siamo trascurati e c’è chi lo dà a vedere, perché è visibilmente sporco, fetido,
inaccettabile e poi c’è chi si trascura anche se è bello, pulito e realizzato. Di questi ultimi
non ci accorgiamo, ma sono poveri in spirito, poveri in fratellanza, poveri in condivisione.
Questa è la parte dell’umanità che divide, esclude e impoverisce, questa è la parte
dell’umanità che va combattuta, denunciata, portata alla luce.
Non vorrei essere escluso dal mondo, dalle strade che portano alla serenità, bruciare nel
mondo, perdere la gente che amo e non lo vorrei neppure per gli altri. Piango quando penso
che qualcuno possa essere solo. Forse operiamo proprio per evitare che la solitudine di un
mondo ipercomunicante si appropri dei nostri corpi e delle nostre menti. Quando dico:
“restare soli”, non parlo di una solitudine ascetica, né di una solitudine creativa, ma di quella
solitudine agonizzante che depriva la persona di ogni spinta vitale e la costringe
nell’impossibilità dell’incontro con un altro essere umano. Salvare la capacità innata di
comunicare e impedire all’individuo di soffocare nella forca di una morte interiore penso sia
stata in parte la nostra missione. Nessuno decreterà se è riuscita o meno perché questo
progetto non è responsabilità di un singolo, ma di tutta la nostra comunità umana, nella
quale l’importante è contribuire con ciò che si può dare: ogni forma d’aiuto è fondamentale.
Sogno di strade non percorse
tra terre, polveri, sentieri e paesaggi, strade consumate e occhi sgranati dal giorno.
Stringo la mano al più debole,
Ma senza vederne mai, davvero, il suo dolore:
Certe cose si respirano a lume di candela, o se si è fortunati in fuggevoli scambi di passaggio.
Si aprono le porte e voci, mani, piedi si rincorrono senza tregua,
consumando nello spazio di un convivio il frettoloso pasto.
Di voglia ce n’è tanta, troppa, di scoprire quanti modi la vita conosce per ricongiungerci
all'interno di una stanza, di uno spazio.
Oggi siamo qui e domani? Dove saremo?
L'isola degli uomini cane
I cani sono creature distratte ma fedeli:
Capita alle volte di chiamarli ma di non ricevere risposta: eppure sempre li troverai al risveglio, il
giorno dopo e il giorno dopo ancora, senza tregua, senza assenze né giorni di permesso.
Ahimè, non possono parlare! Sai quante cose, nel bene e nel male, direbbero?!
Invece restano lì, abbaiano, difendono, riscaldano, coccolano, intrattengono, insomma sollevano
l'uomo dalla solitudine.
L'essere umano invece è spesso attento, ma infedele:
egli passa, osserva, parla, pensa e allo stesso tempo allontana, divide, ordina, comanda, tralascia,
scarta, esclude, opprime, chiude gli occhi davanti al suo simile.
Ti voglio però svelare un segreto. Io stesso sono stato testimone importante di un fenomeno
straordinario: navigando nel mare della vita, ho scoperto una strana isola abitata da persone dal
cuore di cane e dalle sembianze di uomo, degli uomini-cane. Essi sono capaci di amare,
proteggere, tenere compagnia e, in più, sanno camminare su due gambe, sanno parlare, pensare,
progettare. Si impegnano ogni giorno della loro vita per rimediare alle disuguaglianze ed alle
ingiustizie, loro amano dire "aiutare".
Imparare ad essere uomini cane, mi dicono, non è difficile: basta non essere indifferenti e
prendersi un po' di tempo per ascoltare ed osservare attentamente ciò che succede attorno a
noi.
Essere uomini cane, quindi, vuol dire anche ricordarsi che qui sulla Terra nessun essere è
destinato alla solitudine e che ciascuna persona dovrebbe per noi essere un fratello e non uno
sconosciuto qualunque.
Ora, io sono un testimone e se qualcuno non vorrà ascoltarmi poco male. Sono certo, infatti, che
qualcun altro era presente, qualcun altro sa, qualcun altro è responsabile di ciò che ha visto,
ascoltato, toccato, vissuto.
E proprio questa esperienza è il bene più prezioso in assoluto, perché è essa stessa a creare un
insegnamento, dei valori, a dare vita ad una generazione e a donare dei punti di orientamento.
Non sono solo ad aver visto questi uomini cane in azione; magari io ve ne parlo, ma sappiate che,
se non vorrete ascoltare oggi, qualcun altro tornerà a ripetervelo domani, perché quel giorno non
ero solo, qualcun altro era con me sull'isola degli uomini cane.
La forza del nostro cammino è e resterà sempre la condivisione.
Maurizio, dottore in
Psicologia Clinica e della
Riabilitazione
CONCLUSIONE
Dalle testimonianze dei giovani partecipanti emerge
chiaramente come queste esperienze contribuiscano alla
maturità umana. Scommettere sui giovani, per la nostra
Caritas, significa poter trasmettere idee, valori e
atteggiamenti che, altrimenti, rischiano di rimanere
congelati soprattutto in un tempo in cui sono altri i modelli
culturali offerti. Accompagnare i giovani in questi percorsi
ci permette di camminare con più serenità e fiducia verso
il futuro e comprendere come i semi della carità
contengono già in potenza nuovi frutti maturi.
Stampa on line
https://andrialive.it/2023/08/22/caritas-diocesana-di-andria-il-bilancio-delleattivita-svolte-in-citta-ma-anche-a-catania-e-sarajevo/
Video
https://www.youtube.com/watch?v=-3Z9P3HkUBY
Podcast
https://anchor.fm/radio-caritas-dusmet/episodes/Campo-di-lavoro-della-
Caritas-di-Andria-allHelp-Center-di-Catania-e27lgmq
Web
https://www.caritasandria.it/cosa-facciamo/young-caritas/
Info
Diocesi di Andria - Caritas diocesana, Via E. De Nicola, 15 - 76123 Andria (BT)
0883.884824; www.caritasandria.it; info@caritasandria.it
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