01.10.2024 Visualizzazioni

Nelle Valli Bolognesi N°63

Il numero dell'autunno 2024 della rivista su natura, cultura e tradizioni locali edito da Emil Banca

Il numero dell'autunno 2024 della rivista su natura, cultura e tradizioni locali edito da Emil Banca

SHOW MORE
SHOW LESS

Trasformi i suoi PDF in rivista online e aumenti il suo fatturato!

Ottimizzi le sue riviste online per SEO, utilizza backlink potenti e contenuti multimediali per aumentare la sua visibilità e il suo fatturato.

<strong>Nelle</strong><br />

NATURA, CULTURA, TRADIZIONI E TURISMO SLOW TRA LA MONTAGNA E LA PIANURA<br />

Anno XVI - numero 63 - OTTOBRE - NOVEMBRE - DICEMBRE 2024<br />

SPECIALE BFC<br />

I sei trionfi europei<br />

e quell’incredibile<br />

maledetta monetina<br />

Storia<br />

La macchina del tempo<br />

ci racconta<br />

le pietre di Bologna<br />

bom art trail<br />

I mufloni di legno<br />

e la spada nella roccia<br />

nei boschi dell’Appennino<br />

AUTUNNO<br />

Con il sapore<br />

della tradizione<br />

Ottobre è tempo di Tartufeste: le curiosità sui “cavatori”<br />

e le date per non perdere la sagra diffusa in tutto l’Appennino


SOMMARIO<br />

Teniamo le<br />

Periodico edito da<br />

4<br />

Gli scatti di William Vivarelli<br />

Falco di palude<br />

ORECCHIE<br />

ben aperte.<br />

Ascoltiamo le necessità<br />

del territorio che abitiamo<br />

per contribuire a trovare<br />

soluzioni efficaci.<br />

Numero registrazione Tribunale<br />

di Bologna - “<strong>Nelle</strong> <strong>Valli</strong> <strong>Bolognesi</strong>”<br />

n° 7927 del 26 febbraio 2009<br />

Direttore responsabile:<br />

Filippo Benni<br />

Hanno collaborato:<br />

Stefano Lorenzi<br />

William Vivarelli<br />

Claudia Filipello<br />

Katia Brentani<br />

Gianluigi Zucchini<br />

Claudio Evangelisti<br />

Gian Paolo Borghi<br />

Paolo Taranto<br />

Serena Bersani<br />

Marco Tarozzi<br />

Andrea Morisi<br />

Mario Chiarini<br />

Fausto Carpani<br />

Sandra Sazzini<br />

Giuliano Musi<br />

Alessio Atti Valentina Fioresi<br />

Enrico Pasini<br />

Veronica Rigetti<br />

Anna Magli<br />

Valentina Balletti<br />

Gianluigi Pagani<br />

Foto di:<br />

William Vivarelli<br />

Archivio Bertozzi<br />

Archivio AppenninoSlow<br />

Paolo Taranto<br />

Guido Barbi e altri in pagina<br />

Progetto Grafico:<br />

Studio Artwork Grafica & Comunicazione<br />

Roberta Ferri - 347.4230717<br />

Pubblicità:<br />

distribuzione.vallibolognesi@gmail.com<br />

051 6758409 - 334 8334945<br />

Rivista stampata su carta ecologica<br />

da Rotopress International<br />

Via Mattei, 106 - 40138 Bologna<br />

7<br />

9<br />

10<br />

12<br />

15<br />

18<br />

20<br />

21<br />

22<br />

24<br />

28<br />

Le foto dell’autunno<br />

Il tasso e il topo selvatico<br />

In dialetto si dice....<br />

Spiplen e Sturnel<br />

La nostra cucina<br />

Polenta e Mistocchine<br />

Erbe di casa nostra<br />

Aglio<br />

Prodotti locali<br />

Alla scoperta dei De.Co<br />

Dolci e frutta a km Zero<br />

Tartufeste 2024<br />

Nella terra del tartufo<br />

L’iniziativa<br />

L’organo a vento del Monte Galletto<br />

Succede solo a Bo<br />

San Luca Sky Experience<br />

In giro con eXtrabo<br />

L’autunno nella Bassa<br />

Bologna Montana Art Trail<br />

Una montagna d’arte<br />

Il percorso<br />

L’Anello delle fontane<br />

Per scrivere alLA REDAZIONE:<br />

vallibolognesi@emilbanca.it<br />

Per abbonamenti e pubblicità contattare appenninoslow:<br />

distribuzione.vallibolognesi@gmail.com - 051 6758409 - 334 8334945<br />

30<br />

34<br />

In giro con Confguide<br />

Un nuovo sgaurdo sul Guercino<br />

Speciale Rossoblù<br />

Quei sei trionfi europei<br />

Quella monetina maledetta<br />

Cronache da un’Europa stregata<br />

Crediamo nell’ascolto come strumento attivo per le nostre<br />

comunità al fine di promuovere maggiore benessere,<br />

coesione e inclusività.<br />

IL CUORE NEL TERRITORIO<br />

Questa rivista<br />

è un prOdotto editoriale<br />

ideato e realizzato da<br />

In collaborazione con<br />

CITTÀ<br />

METROPOLITANA<br />

DI BOLOGNA<br />

40<br />

42<br />

44<br />

46<br />

51<br />

52<br />

54<br />

58<br />

60<br />

63<br />

La macchina del tempo<br />

Le pietre di Bologna<br />

Non tutti sanno che<br />

I segreti della Certosa<br />

La nostra storia<br />

Nella grotta dei Molinelli<br />

Tracce di storia<br />

Vitale da Bologna e Francesco Arcangeli<br />

A casa Genovesi come in un museo<br />

Alle origini del vino<br />

Rosso, enigmatico, petroniano: il Maiolo<br />

Questo lo faccio io... con Sustenia<br />

Il muretto a secco<br />

Fotonaturalismo<br />

Accessori per le macro<br />

ll Circuito dei santuari su due ruote<br />

In salita verso il traguardo<br />

Il racconto di Fausto Carpani<br />

Il nonno della Bassa - Gian Paolo Borghi<br />

2


GLI SCATTI DI WILLIAM VIVARELLI<br />

Il Falco di Palude<br />

(Circus aeruginosus)<br />

L’ALFABETO di VIVARELLI<br />

Il Falco di palude (Circus aeruginosus) è un uccello affascinante che trova<br />

il suo regno nelle paludi e nei canneti. Questo rapace, con il suo volo lento<br />

e maestoso, si dedica alla caccia di prede come piccoli mammiferi, uccelli<br />

acquatici, rettili e anfibi. Quando cattura una preda, il Falco di palude la<br />

trasporta al nido per consegnarla alla femmina. Questo “passaggio della<br />

preda” avviene in volo, con una sincronizzazione degna delle migliori scuole<br />

di ginnastica artistica.<br />

Il Falco di palude è leggermente più grande e robusto di altre specie “sorelle”<br />

come l’Albanella reale o minore. Un esemplare può misurare fino a 55 cm in<br />

lunghezza, pesare tra 4-600 grammi e avere un’apertura alare che raggiunge<br />

i 125 cm. La femmina, generalmente più grande e pesante, presenta un<br />

piumaggio differente rispetto al maschio.<br />

In Italia, il Falco di palude è nidificante, con importanti popolazioni<br />

migratrici e svernanti. Le principali aree di nidificazione si trovano<br />

nella Italia settentrionale, tra il basso corso del Po e la regione dei grandi<br />

laghi lombardo-piemontesi. Durante l’inverno, la popolazione di Falco di<br />

palude cresce grazie agli individui svernanti provenienti dal Nord Europa,<br />

principalmente dalla Polonia, Russia europea e Finlandia.<br />

Il Falco di palude svolge un ruolo importante negli ecosistemi delle zone<br />

umide. La sua presenza contribuisce al controllo delle popolazioni di piccoli<br />

mammiferi e uccelli acquatici. Tuttavia, la specie è soggetta a minacce come<br />

la perdita di habitat e l’inquinamento delle zone umide.<br />

In conclusione, il Falco di palude è un simbolo di bellezza e adattamento<br />

alle condizioni ambientali. Dobbiamo continuare a proteggere le sue aree di<br />

nidificazione e garantire la conservazione di questi magnifici predatori delle<br />

paludi italiane.<br />

Nei numeri precedenti:<br />

Albanella Autunno 2010<br />

Allocco Inverno 2010<br />

Assiolo Primavera 2011<br />

Allodola Estate 2011<br />

Airone cenerino Autunno 2011<br />

Averla maggiore Inverno 2011<br />

Averla piccola Primavera 2012<br />

Aquila reale Estate 2012<br />

Ballerina bianca Autunno 2012<br />

Ballerina gialla Inverno 2012<br />

Barbagianni Primavera 2013<br />

Beccamoschino Estate 2013<br />

Balestruccio Autunno 2013<br />

Calandro Inverno 2013<br />

Capriolo Primavera 2014<br />

Capinera Estate 2014<br />

Cervo Autunno 2014<br />

Cinghiale Inverno 2014<br />

Canapiglia Primavera 2015<br />

Canapino Estate 2015<br />

Cannaiola comune Autunno 2015<br />

Canapino maggiore Inverno 2015<br />

Cannareccione Primavera 2016<br />

Cardellino Estate 2016<br />

Cavaliere d’Italia Autunno 2016<br />

Cinciallegra Inverno 2016<br />

Cincia bigia Primavera 2017<br />

Cincia dal ciuffo Estate 2017<br />

Cincia mora Autunno 2017<br />

Cinciarella Inverno 2017<br />

Cesena Primavera 2018<br />

Cicogna bianca Estate 2018<br />

Civetta Autunno 2018<br />

Cornacchia grigia Inverno 2018<br />

Cormorano Primavera 2019<br />

Codibugnolo Estate 2019<br />

Codirosso comune Autunno 2019<br />

Codirosso spazzacamino Inverno 2019<br />

Colubro di Esculapio Primavera 2020<br />

Coronella Girondica Estate 2020<br />

Covo Imperiale Autunno 2020<br />

Corriere piccolo Inverno 2020<br />

Cuculo Primavera 2021<br />

Culbianco Estate 2021<br />

Cutrettola Autunno 2021<br />

Daino Inverno 2022<br />

Chirotteri Primavera 2022<br />

Cinghiale Estate 2022<br />

Cigno Autunno 2022<br />

Canapiglia Inverno 2023<br />

Uccello combattente Primavera 2023<br />

Codirossone Estate 2023<br />

Colombaccio Autunno 2023<br />

Fagiano comune Inverno 2023<br />

Faina Primavera 2024<br />

Falco Cuculo Estate 2024<br />

Tutte le foto sono state scattate nel bolognese.<br />

I PDF degli arretrati della rivista si possono scaricare<br />

da www.nellevalli.it. Per altri scatti di William Vivarelli<br />

si può consultare il sito: www.vivarelli.net<br />

4<br />

5


LE FOTO DELL’AUTUNNO<br />

Le foto dell’Autunno<br />

Testo e foto di Paolo Taranto<br />

QUI L’ALLOCCO<br />

NON MI TROVERÀ MAI!<br />

Il topo selvatico (Apodemus sylvaticus)<br />

è una specie tipica dei boschi<br />

e una delle prede più frequenti<br />

per diversi predatori tra cui l’Allocco.<br />

In realtà, il topo ripreso in questa foto,<br />

solo per puro caso si è rifugiato<br />

sotto il fungo, ma non sta correndo pericolo,<br />

l’Allocco infatti è un rapace che caccia di notte.<br />

LA CASA DEL TASSO:<br />

AGENZIE DELLE ENTRATE<br />

Grazie ai suoi potenti unghioni<br />

il Tasso è uno scavatore molto<br />

efficiente; scava tane con lunghe<br />

gallerie, varie entrate e camere<br />

interne; queste tane spesso<br />

vengono condivise con altre specie<br />

tra cui principalmente l’Istrice ma a<br />

volte anche la Volpe.<br />

6<br />

7


In dialetto si dice...<br />

LA FAUNA LOCALE NELLA TRADIZIONE<br />

DELLA BASSA BOLOGNESE<br />

Foto e testi a cura di Mario Chiarini<br />

Pispola - SPIPLEN<br />

Allora ero un bimbetto, già appassionato di ornitologia, anche se<br />

allora non sapevo cosa fosse, e mi divertivo molto a camminare<br />

in campagna, in particolare nel podere dei nonni materni; e qui<br />

cercavo ogni traccia, ogni movimento, ogni cinguettio insomma<br />

ogni elemento utile che potesse permettermi di individuare un<br />

uccelletto da ammirare nelle mia escursione.<br />

Quel giorno ero accompagnato da Geni, Eugenio il suo vero<br />

nome, e ci trovavamo ai bordi di una fitta siepe che delimitava una<br />

ampia radura erbosa, quando tra i rami vedo saltellare un piccolo<br />

uccelletto, non sta fermo un attimo, saltella da un ramo all’altro, ora<br />

in basso poi sui rami più alti della siepe per poi lanciarsi nell’erba<br />

del prato confinante. “Guarda Geni” urlai, ma mi accorsi che lui<br />

l’aveva visto prima di me, ma fingendo, di rimando mi sussurrò:<br />

“Cosa hai visto?” Gli indico l’uccelletto che continua a saltellare<br />

nell’erba beccando qua e la, catturando, così almeno presumo,<br />

qualche insetto.<br />

“L’ è un spiplen! - mi sussurrò - in italian a cred che al so nom al<br />

sia pispola”. Fui sorpreso: era la prima volta che Geni mi indicava<br />

un uccelletto con il nome italiano. “Che bello, oggi anche i nomi<br />

italiani ”. Mi guardò, sorrise, mi accarezzò i capelli in un gesto<br />

molto affettuoso e riprese a guardare la pispola, anzi al spiplen.<br />

Ascolta il canto della pispola<br />

Con Geni abbiamo continuato a vederci par alcuni anni sempre<br />

alla ricerca di nuovi avvistamenti trovandolo sempre più preparato<br />

nei nomi italiani degli uccelli. Poi i miei impegni scolastici, la mia<br />

maggiore autonomia, ma anche i suoi impegni personali, hanno fatto<br />

si che i nostri incontri diventassero sempre più rari anche se, tramite<br />

i miei nonni, sapevo che continuava ad informarsi ed a chiedere di<br />

me e della mia passione per l’ornitologia.<br />

Ascolta il canto dello storno<br />

Storno – STURNEL / STURNI<br />

Lo storno è, forse, la specie più conosciuta e comune del territorio bolognese. È anche<br />

la specie più ammirata e nel contempo denigrata fra le tante che possiamo trovare nelle<br />

nostre campagne. Come non guardare meravigliati ed estasiati le evoluzioni che uno<br />

stormo di storni, formato da migliaia di soggetti, compie nel cielo, evoluzioni talmente<br />

fantastiche da attirare l’attenzione anche di illustri scienziati. Giorgio Parisi, premio Nobel<br />

per la fisica, “per la scoperta dell’interazione tra disordine e fluttuazioni nei sistemi fisici<br />

dalla scala atomica a quella planetaria”, ha dedicato parte dei suoi studi proprio al volo<br />

di uno stormo di storni, Nel suo libro racconta: “Al tramonto vediamo gli stormi formare<br />

immagini fantasmagoriche, migliaia di macchioline nere danzanti che si stagliano su un<br />

cielo dai colori cangianti. Li vediamo muoversi tutti insieme senza urtarsi, né disperdersi,<br />

superando ostacoli, distanziandosi e poi ricompattandosi, riconfigurando continuamente<br />

la loro disposizione spaziale, come se ci fosse un direttore d’orchestra a impartire ordini<br />

che tutti eseguono. Possiamo passare un tempo indefinito a guardarli, tanto lo spettacolo<br />

si rinnova sempre in forme diverse e impreviste. A volte, anche di fronte a questa pura<br />

bellezza, fa capolino la deformazione professionale di uno scienziato e tante domande<br />

gli frullano nella testa. Esiste un direttore d’orchestra o il comportamento collettivo è autoorganizzato?<br />

Come fa l’informazione a propagarsi velocemente attraverso tutto lo stormo?<br />

Com’è possibile che le configurazioni cambino così rapidamente? Come sono distribuite<br />

le velocità e le accelerazioni degli uccelli? Come possono virare insieme senza urtarsi?“<br />

(Un volo di storni: le meraviglie dei sistemi complessi – G. Parisi- Rizzoli Editore). Però<br />

lo storno è specie molto denigrata, combattuta ed anche cacciata. Essendo specie molto<br />

gregaria, molto intelligente, con comportamenti molto solidaristici, avviene che, quando<br />

alcuni soggetti individuano una succulenta fonte alimentare, (alberi di ciliegie, vigneti di<br />

uva matura ….) un veloce scambio di informazioni fa si che in poche ore la fonte alimentare<br />

venga presa d’assalto da numerosi storni con pesanti ripercussioni sulle varie produzioni. La<br />

specie è molto conosciuta; si pensi che fino a qualche decennio fa, quando il coperto delle<br />

nostre case era fatto dai tradizionali coppi, quasi ogni casa vedeva la nidificazione di alcune<br />

coppie Ed in dialetto viene chiama sturnel; una curiosità della specie ornitica è data dalla<br />

differenza tra singolare e plurale: e cosi ”ai à un strurnel in vetta ai cop“ (c’è uno storno sul<br />

tetto), diventa “ai è un branch ed sturni in vetta ai cop” (c’è uno stormo di storni sul tetto).<br />

9


LA NOSTRA CUCINA<br />

Curiosità, consigli e ricette<br />

della tradizione<br />

culinaria bolognese,<br />

dalla Montagna alla Bassa<br />

a cura di Katia Brentani<br />

La farina di castagne ha sfamato<br />

generazioni di montanari. Ecco<br />

come preparare due piatti tipici<br />

dell’Appennino bolognese<br />

Curiosità e ricette sono tratte<br />

da Cuor di Castagna di Katia<br />

Brentani, edito da Damster<br />

Edizioni per la collana i<br />

Quaderni del Loggione<br />

Polenta e mistocchine<br />

Una filastrocca popolare ricorda che<br />

“la castagna in acqua cotta prende il<br />

nome di ballotta se la macini è farina<br />

deliziosa e sopraffina”. Mentre la storia<br />

insegna che nei periodi di carestia o<br />

guerra quando mancava il frumento<br />

per fare il pane si utilizzavano altri<br />

cereali o legumi, come le fave. In<br />

montagna si usavano le castagne,<br />

per questo il castagno è detto albero<br />

del pane e la castagna pane dei<br />

poveri. Con la farina di castagne si<br />

prepara la polenta di castagne, che<br />

è nata molto prima della polenta di<br />

mais. Per le popolazioni montane<br />

ha rappresentato, per lungo tempo,<br />

l’unico sostentamento. Le castagne<br />

venivano raccolte ed essiccate per<br />

poter poi ricavare la farina con cui si<br />

preparava la polenta e le mistocchine.<br />

Ai tempi di povertà la polenta era<br />

“aromatizzata” strusciandola su<br />

di una aringa che veniva appesa al<br />

soffitto e lasciata penzolare al centro<br />

del tavolo.<br />

La farina di castagne non veniva usata<br />

solo sull’Appennino Bolognese. A<br />

Bologna, nell’Ottocento e per buona<br />

parte del Novecento, le mistocchinare<br />

hanno cotto le mistocchine, che<br />

stanno ai bolognesi come le<br />

madeleine a Proust. Le mistocchine,<br />

frittelle di farina di castagne,<br />

venivano arrostite sulla lamiera di<br />

un fornello a legno. Così le ricorda<br />

Alessandro Molinari Pradelli nel<br />

suo libro Bologna tra storia e osterie<br />

“Le ricordo ancora, povere vecchie,<br />

asciugarsi col fazzoletto la goccia al<br />

naso. Portavano un grembiule bianco<br />

candido e due manicotti di stoffa che<br />

coprivano le maniche del cappotto.<br />

Sedute vicino al proprio fornello di<br />

cottura si riparavano la schiena con<br />

un paravento di legno, a volte di<br />

cartone, addossate alle colonne del<br />

portico, nei pressi di un incrocio,<br />

vendendo piccoli dolci asciutti.”<br />

Dolci semplici le mistocchine: un<br />

semplice impasto di farina di castagne<br />

e acqua, a volte arricchito da una<br />

goccia di anice. Venivano modellate<br />

a cavallino, trombetta o con una<br />

semplice forma rotonda e vendute<br />

ai ragazzi all’uscita della scuola. Gli<br />

arrosti (le caldarroste) erano un lusso<br />

per i bambini con pochi soldi in<br />

tasca, le mistocchine se le potevano<br />

permettere tutti e riempivano lo<br />

stomaco. Alcuni ricordano ancora<br />

le mistocchine della loro gioventù,<br />

comprate sotto il portico di Santa<br />

Lucia, vicino alla Chiesa dei Servi o<br />

davanti a un cinema, con i venditori<br />

che gridavano: “si al baioch, el<br />

mistuchein!”.<br />

Le RICETTE<br />

POLENTA DI CASTAGNE<br />

INGREDIENTI: 300 gr. di farina di<br />

castagne 1 litro di acqua, sale q, b.<br />

PROCEDIMENTO: Far bollire un<br />

litro di acqua e unire, a pioggia, la<br />

farina di castagna, mescolando con<br />

cura in modo che non si formino<br />

grumi e cuocere per circa 40 minuti.<br />

Utilizzare un cucchiaio di legno<br />

per mescolare. A cottura ultimata<br />

(la polenta deve risultare soda)<br />

versarla su un tagliere di legno<br />

e tagliarla a fette, con un filo di<br />

cotone. Servire la polenta calda,<br />

accompagnata con formaggio<br />

fresco o ricotta.<br />

LONZA DI MAIALE CON BACCHE<br />

DI GINEPRO E POLENTA DI<br />

CASTAGNE<br />

Lavare il rosmarino e tritarlo<br />

finemente. Cospargere il trito sulla<br />

carne, coprirla con la pellicola<br />

trasparente e lasciarla marinare per<br />

circa 30 minuti in frigorifero. Quando<br />

la carne si è insaporita, mettere<br />

in una padella qualche cucchiaio<br />

di olio extravergine di oliva e farla<br />

rosolare da ambo i lati. Togliere la<br />

carne dalla padella e metterla in<br />

una pirofila da forno. Infornare la<br />

lonza a 180°C per circa 20 minuti.<br />

Nel frattempo versare la marinata<br />

nella padella, versare il vino rosso<br />

e unire il cucchiaio di miele. Fare<br />

ridurre, togliere la carne dal forno e<br />

versarci sopra il sugo. Rimettere in<br />

forno per altri 15-20 minuti. Servire<br />

la lonza tagliata a fette, con qualche<br />

cucchiaio di polenta di castagne e<br />

alcuni cucchiai di sugo di cottura<br />

della carne.<br />

MISTOCCHINE<br />

INGREDIENTI: farina di castagne,<br />

acqua e qualche goccia di liquore<br />

all’anice<br />

PROCEDIMENTO: Impastate la<br />

farina di castagne con acqua<br />

tiepida in quantità tale da ottenere<br />

un impasto sodo. Unire qualche<br />

goccia di liquore all’anice e<br />

mescolare bene. Tirate la pasta<br />

ottenuta in una sfoglia alta<br />

mezzo centimetro. Tagliare con<br />

un bicchiere dei dischetti, farli<br />

riposare qualche minuto e arrostirli<br />

sulla piastra bollente. Cuocere<br />

le mistocchine fino a quando la<br />

farina esterna si asciuga e diventa<br />

bianca. In alternativa potete<br />

cuocerle al forno per 10 minuti a<br />

180° C. Mangiarle calde.<br />

EMIL GREEN. L’ONDA VERDE<br />

DEL CAMBIAMENTO<br />

Emil Banca si impegna concretamente per rispondere alle sfide del<br />

cambiamento climatico e promuovere uno sviluppo sostenibile. Con Emil<br />

Green sosteniamo l’acquisto di veicoli elettrici, pannelli solari, impianti<br />

fotovoltaici e gli investimenti di chi ha a cuore la salute del nostro pianeta.<br />

IL CUORE NEL TERRITORIO<br />

INGREDIENTI: 400 gr. di polenta di<br />

castagne - per la lonza di maiale:<br />

600 g di lonza di maiale in un unico<br />

pezzo - 8 bacche di ginepro - 1<br />

rametti di rosmarino - 1 bicchiere<br />

di vino rosso - 1 cucchiaio di miele<br />

di castagno - 3-4 cucchiai di olio<br />

extravergine di oliva - sale - pepe<br />

nero.<br />

PROCEDIMENTO: salare, pepare la<br />

lonza di maiale, unire le bacche di<br />

ginepro leggermente schiacciate.<br />

10<br />

11


Aglio<br />

ERBE DI CASA NOSTRA<br />

Con una naturopata<br />

per conoscere le leggende,<br />

gli usi medici e quelli tradizionali<br />

delle piante della nostra provincia<br />

Arriva dall’Asia, è coltivato in Europa<br />

fin dall’epoca egizia. Nella Prima<br />

guerra mondiale i medici delle armate<br />

britanniche, francesi e russe trattavano<br />

le ferite infette con il suo succo<br />

Aglio, il saporito<br />

uccisore di mostri<br />

Testo di Claudia Filipello - www.naturopatiabologna.it<br />

L’ Aglio è una pianta utilizzata in gastronomia ed in cucina,<br />

considerata oggi, a tutti gli effetti, anche pianta medicinale<br />

non tanto dalla tradizione popolare ma soprattutto per la<br />

medicina scientifica. È originario dell’Asia e coltivato in<br />

Europa come alimento dall’epoca degli Egizi. Ulisse se ne<br />

serviva contro gli incantesimi e ai legionari romani veniva<br />

somministrato quotidianamente; Galeno lo considerava<br />

la “panacea” del volgo. È una piantina erbacea dal bulbo<br />

ovoidale, avvolto da involucro chiaro. Formato da spicchi<br />

semilunari e a forma di bulbi; è presente un’importante<br />

massa di radici sottostante. I fiori di colore bianco<br />

candido formano un ombrello e si aprono fra giugno<br />

e luglio, frammisti a bulbilli alla sommità dello scapo<br />

e la capsula con 1-2 semi trigoni angolosi per loggia. Il<br />

bulbo è commestibile appunto ed ha un sapore forte,<br />

piccante e penetrante. Questa pianta è estesa per lo più<br />

nel settentrione, mediante l’interramento degli spicchi a<br />

fine inverno o primavera; mentre la raccolta delle giovani<br />

foglie può avvenire in aprile-maggio. La raccolta del bulbo<br />

avviene in estate.<br />

La parte dell’Aglio che viene utilizzata da un punto di vista<br />

terapeutico è il bulbo fresco, non sottoposto a cottura. I<br />

costituenti biochimici più importanti sono rappresentati<br />

dalla alligna, che nel bulbo contuso fornisce la formazione<br />

di allicina, disolfuri ed ajoene, molecole più stabili,<br />

vinilditiine e terpeni.<br />

L’uso dell’aglio fresco nell’alimentazione è certamente<br />

una sana abitudine che può portare giovamento, dal<br />

miglioramento della digestione, poiché stimola la<br />

produzione di succhi gastrici e la motilità del primo tratto<br />

del tubo digerente. Alcuni soggetti, tuttavia, lamentano<br />

difficoltà digestive per via del forte sapore.<br />

Da un punto di vista scientifico, è confermato il ruolo<br />

dell’aglio sul tema della prevenzione nel cancro allo stomaco;<br />

sono state inoltre, definitivamente provate le seguenti<br />

proprietà terapeutiche anche nell’uomo, attraverso studi<br />

clinici: antiaggregante piastrinico, ipocolesterolemizzante,<br />

ipotensivo, antidiarroico, preventivo nella cancerogenesi,<br />

prevenzione dell’arteriosclerosi, antimicrobico in vitro<br />

verso numerosi batteri, funghi e virus.<br />

A questo proposito tale proprietà si rilevò estremamente<br />

utile durante la Prima Guerra Mondiale, quando i medici<br />

delle armate britanniche, francese e russe, trattarono le<br />

ferite infette dei soldati con succo di aglio. Durante la<br />

Seconda Guerra Mondiale, invece, fu particolarmente<br />

utilizzato dai medici dell’Armata Rossa e per questo<br />

motivo fu chiamato la “penicillina russa”.<br />

Inoltre è vermifugo, espettorante e nei soggetti diabetici<br />

agisce come complemento terapeutico nella prevenzione<br />

delle complicazioni vascolari. L’indicazione principale<br />

all’impiego di estratti a base di aglio è costituita proprio<br />

dalle alterazioni del metabolismo del colesterolo e dei<br />

trigliceridi, oltre che per la malattia dell’arteriosclerosi in<br />

fase iniziale ma in tutte le sue manifestazioni cliniche:<br />

cerebrovascolupatia, cardiopatia ischemica, arteriopatia<br />

obliterante delle gambe, nefroangiosclerosi, ipertensione<br />

arteriosa, ecc.<br />

Esaminati numerosi rimedi presenti in commercio, è stato<br />

dimostrato che sono attivi soltanto i bulbi freschi d’aglio<br />

schiacciati ed alcuni preparati a base di estratto secco<br />

in polvere contenenti allicina in percentuale sufficiente.<br />

Gli altri rimedi come macerati oleosi, oli essenziali, ecc.)<br />

contengono altri componenti che risultano meno efficaci.<br />

A scopo terapeutico è consigliata l’assunzione di almeno<br />

4 grammi di bulbi freschi al giorno. In Naturopatia sono<br />

consigliati rimedi in capsule gastroresistenti a base di<br />

estratto titolato e standardizzato ad un dosaggio tale da<br />

garantire l’apporto quotidiano di almeno 40 grammi di<br />

alliina, dalla quale si liberano almeno 20 mg di allicina.<br />

Sono da preferire rimedi da bulbi di aglio fresco, in estratto<br />

secco, titolati e standardizzati in alliina ed allicina fino al<br />

10%.<br />

Tra gli effetti collaterali più comuni sono descritti: nausea,<br />

vomito gastrite, diarrea, riacutizzazione dell’ulcera<br />

peptica; ma soprattutto molta cautela nei soggetti in<br />

terapia con anticoagulanti ed antiaggreganti piastrinici<br />

farmacologici per il rischio del potenziamento degli<br />

effetti. È possibile l’aumento della gastrolesività da FANS,<br />

farmaci antinfiammatori; dermatiti, reazioni allergiche<br />

cutanee e respiratorie. Per tutti questi motivi, per l’uso e<br />

l’assunzione di questo rimedio, è consigliabile chiedere<br />

ad un esperto del settore.<br />

Il rimedio o il bulbo stesso possono essere applicati<br />

localmente in caso di diverse problematiche, fra cui: su<br />

verruche plantari poiché caustico, 2 bulbi schiacciati<br />

in mezzo bicchiere di aceto, si crea una soluzione<br />

conosciuta con il nome di “aceto dei 4 ladroni” utile x<br />

fare sciacqui alla bocca in caso di dolore ai denti e/o sulle<br />

piaghe cutanee. Strofinare gli spicchi su articolazioni<br />

aiuta in caso di reumatismi, punture di insetti ed animali.<br />

Unire i bulbi pestati con olio è indicato per trattare la<br />

scabbia e gli ossiuri.<br />

Madre Terra offre tante altre opportunità x entrare in<br />

relazione con il mondo magnifico dell’aglio. Esistono<br />

diverse tipologie botaniche. L’Aglio Pippolino (o Aglio<br />

vineale L.) lo si trova facilmente nei campi erbosi, vigne<br />

e a bordo strada, dal mare ai colli d’Italia. È un erbaceo<br />

perenne con un bulbo tondeggiante, scapo cilindrico alto<br />

da 40 fino a 80 cm, foglie tubulose e cave, fiori a tepali<br />

bislunghi bianco-rosei e carena verdognola, osservabile<br />

a maggio-giugno.<br />

Lo Scalogno (o Aglio Ascalonicum L.) era usato nella<br />

cucina di Carlo magno per sostituire Aglio e Cipolla. Ha<br />

un accentuato sapore framezzo fra entrambi. Tutt’ora la<br />

cucina apprezza questo prodotto. Può avere un’azione<br />

terapeutica sui reni, quindi è diuretico; mentre le giovani<br />

foglie sono gustosissime insieme alle insalate;<br />

L’Erba Cipollina (o Aglio Schoenoprasum L.) è originaria<br />

dell’Europa settentrionale, vive sulle rupi e prati umidi<br />

alpini. È una perenne cespitosa, rustica, con bulbi<br />

bislunghi e spesso riuniti con foglie cilindriche fini e<br />

cave. I fiori di un delicatissimo roseo, esprime tutta la<br />

sua bellezza nei periodi estivi. Come il nome racconta,<br />

emana un profumo di cipolla, ma mitigato ed ingentilito.<br />

Coltivata per seme o bulletti, ama un terreno fresco,<br />

povero di calcio ed in una posizione soleggiata. I fasci<br />

di ciuffi e foglie si possono raccogliere da primavera<br />

fino all’autunno. Anch’essa molto usata in cucina; molto<br />

conosciuti la frittata o il burro di erba cipollina;<br />

L’Aglio Serpentino (o Aglio Victorialis L) è presente nei<br />

pascoli secchi, rupi e pietrosi alpini. Ha fiori bianchi<br />

o giallognoli; è possibile osservare in piena estate<br />

ed è di sapore dolcigno. Il bulbo di questo prodotto è<br />

molto indicato come antisclerotico, nel meteorismo,<br />

nell’idropisia, cioè nelle raccolte di liquido nelle cavità<br />

sierose, ipertensione;<br />

L’Aglio Orsino (o Aglio Ursinum L.) si trova nei prati umidi<br />

e ai margini boschivi in un suolo calcareo, dalla pianura<br />

ai monti d’Italia e raro al sud. Presenta dei fiori cerulei,<br />

cioè una varietà di blu e si trova tra maggio e giugno. Ha<br />

un odore agliaceo forte, ma con un sapore più gentile<br />

dell’Aglio più conosciuto. Molto usato anch’esso in<br />

cucina ed ha le stesse proprietà dell’Aglio maggiormente<br />

conosciuto.<br />

Il fiore Garlic, che in lingua inglese significa Aglio,<br />

appartiene al repertorio della Floriterapia Californiana<br />

che porta attenzione alle sfumature emotive di tutti gli<br />

esseri viventi. Garlic è indicato per colui che si sente<br />

pauroso, debole o facilmente influenzabile, incline alla<br />

scarsa vitalità. Presenta, inoltre, una scarsa reazione<br />

immunitaria e tendenza alle infezioni parassitarie. È<br />

molto indicato nei fenomeni psichici di basso livello. La<br />

proprietà di questo fiore è entrare in risonanza con la<br />

coscienza unitaria, conferendo senso di interezza, forza e<br />

resistenza attiva, oltre che sul piano fisico anche su quello<br />

eterico e spirituale. Questi aspetti emotivi accuditi dal<br />

fiore Californiano è in completa relazione con le origini<br />

del nome, nonostante vi siano molte interpretazioni.<br />

Fra queste le più interessanti son due. Secondo una<br />

corrente, la parola deriverebbe dall’antico celtico all<br />

che significa “acre”. Un’altra corrente, invece, afferma<br />

che il nome deriva dal sanscrito e significa “uccisori di<br />

mostri”. Pertanto, si affermava che avesse potere contro<br />

i vampiri, considerati parassiti. L ’Aglio da sempre,<br />

quindi, ha avuto un valore occulto fondamentale: un<br />

amuleto contro spiriti malvagi. La funzione dell’amuleto<br />

è tipica delle piante del sottosuolo sacre agli inferi, che<br />

nella tradizione precristiana mediterranea, non avevamo<br />

valenza negativa, infatti, questi tipi di pianta assimilano<br />

le energie telluriche, cioè quelle positive emanate dalla<br />

Terra.<br />

L’Aglio, infine, è considerato un simbolo di abbondanza: il<br />

24 giugno, soprattutto in Emilia, è consigliato acquistarlo<br />

per non rischiare di essere poveri tutto l’anno; mentre in<br />

alcuni paesi del meridione, portarlo addosso la vigilia del<br />

24 giugno, San Giovanni serve a proteggersi dagli spiriti<br />

malvagi.<br />

12<br />

13


Bologna-Modena:<br />

Weekend del gusto<br />

Dal 21 settembre al 27 ottobre 2024 il ricco calendario di iniziative spazierà dalle<br />

antiche acetaie, fino alle cantine e vitigni dove trovano terreno fertile le uve di<br />

Pignoletto, di Merlot e naturalmente di Lambrusco.<br />

Ogni weekend una proposta, dalla mattina fino al tardo pomeriggio, per quasi<br />

quaranta proposte nel gustoso panorama emiliano.<br />

Scopri la programmazione su extrabo.com o al punto informativo Outdoor<br />

in Piazza del Nettuno 1/ab<br />

Domenica 5 e 12 ottobre<br />

> MATTINA<br />

Alla scoperta dei prodotti del Caseificio<br />

Bazzanese: parmigiano, ricotta e creme<br />

Valsamoggia (BO)<br />

Colazione e visita guidata al Caseificio<br />

di Rosola<br />

Verucchia (MO)<br />

Gelato Masterclass – Toschi<br />

Formica (MO)<br />

Brunch alla cantina Caccianemici:<br />

vino bio e prodotti locali<br />

Sasso Marconi (BO)<br />

> POMERIGGIO<br />

Museo Salumeria Villani MUSA<br />

Castelnuovo Rangone (MO)<br />

Apericena alla Tenuta La Riva:<br />

vini e tigelle<br />

Castello di Serravalle (BO)<br />

Pacchetto con visita guidata al Museo<br />

Salumeria Villani e Apericena alla Tenuta<br />

La Riva, comprensivo di trasporto in bus da<br />

Bologna e da Modena con ritorno al luogo di<br />

partenza.<br />

Domenica 6 e 13 ottobre<br />

> MATTINA<br />

Un viaggio nell’apicoltura: degustazione di<br />

miele presso Ca’ Martini<br />

Sasso Marconi (BO)<br />

Maestro Assaggiatore per un giorno al<br />

Museo dell’Aceto Balsamico<br />

Spilamberto (MO)<br />

Brunch all’Agriturismo Casa Vallona:<br />

vini e tigelle<br />

Monte San Pietro (BO)<br />

Visita guidata a Cantina Cleto Chiarli<br />

Castelvetro di Modena (MO)<br />

> POMERIGGIO<br />

Wine experience sui colli bolognesi:<br />

degustazione alla cantina Montevecchio<br />

Isolani<br />

Monte San Pietro (BO)<br />

Profumo di Collina<br />

Guiglia (MO)<br />

Pacchetto con wine experience alla cantina<br />

Montevecchio Isolani e visita alla fattoria<br />

Koiné, comprensivo di trasporto in bus da<br />

Bologna e da Modena con ritorno al luogo di<br />

partenza.<br />

Sabato 19 e 26 ottobre<br />

> MATTINA<br />

Visita guidata al Caseificio Sociale San<br />

Pietro di Montegibbio<br />

Sassuolo (MO)<br />

Alla scoperta dei grani e dei legumi al<br />

Mulino Quartieri<br />

Medicina (BO)<br />

> POMERIGGIO<br />

Un viaggio nel gusto: degustazione di vini,<br />

salumi e formaggi a Ca’ bruciata<br />

Imola (BO)<br />

Alla scoperta della canapa: tisane, miele e<br />

birra a La Taverna<br />

Fontanelice (BO)<br />

Pacchetto con visita guidata al Ca’ bruciata e<br />

La Taverna, comprensivo di trasporto in bus<br />

da Bologna con ritorno al luogo di partenza.<br />

> POMERIGGIO<br />

Visita guidata all’Acetaia Delizia Estense<br />

Sassuolo (MO)<br />

Visita guidata alla Cantina Tenuta Vandelli<br />

Sassuolo (MO)<br />

Pacchetto con visita guidata all’Acetaia<br />

Delizia Estense e alla Cantina Tenuta Vandelli,<br />

comprensivo di trasporto in bus da Modena<br />

con ritorno al luogo di partenza.<br />

Domenica 20 e 27 ottobre<br />

> MATTINA<br />

Trekking alle Salse di Nirano e visita<br />

all’EcoMuseo<br />

Fiorano Modenese (MO)<br />

Un viaggio nel Regno del Marrone: visita ai<br />

castagneti e degustazione<br />

Castel del Rio (BO)<br />

> POMERIGGIO<br />

Viaggio nei prodotti di Castel San Pietro:<br />

miele, formaggi e savoiardi<br />

Castel San Pietro Terme (BO)<br />

Viaggio nel Territorio a Palazzo di<br />

Varignana: degustazione di oli e vini<br />

Castel San Pietro Terme (BO)<br />

Pacchetto con viaggio nei prodotti di Castel<br />

San Pietro e viaggio nel territorio a Palazzo<br />

di Varignana, comprensivo di trasporto in bus<br />

da Bologna con ritorno al luogo di partenza.<br />

> POMERIGGIO<br />

Visita guidata all’opificio e degustazione di<br />

Nocino presso il Mallo<br />

Pozza di Maranello (MO)<br />

Visita guidata all’Acetaia Valeri<br />

Magreta (MO)<br />

Pacchetto con visita guidata all’opificio di<br />

Nocino e visita guidata all’Acetaia Valeri,<br />

comprensivo di trasporto in bus da Modena<br />

con ritorno al luogo di partenza.<br />

SPECIALE PRODOTTI LOCALI<br />

Inizia in questo numero un viaggio tra le<br />

eccellenze a Denominazione Comunale<br />

(De.Co), il marchio nato per difendere le<br />

tradizioni<br />

Alla scoperta<br />

dei sapori<br />

del territorio<br />

A cura di Valentina Fioresi<br />

Dal 2020 il comune di Bologna ha istituito la propria De.Co.<br />

(Denominazione Comunale) e relativa regolamentazione, un<br />

riconoscimento per valorizzare le eccellenze della città e del<br />

territorio metropolitano. L’elenco completo dei prodotti che<br />

vantano la denominazione De.Co. si trova sul sito https://www.<br />

decobologna.it/, suddivisa tra De.Co. del comune di Bologna e<br />

De.Co degli altri comuni.<br />

La storia di questa denominazione inizia, in realtà, nel 1990<br />

quando vengono disciplinate per la prima volta le denominazioni<br />

comunali grazie alla legge 142.<br />

Dal 2002 il riconoscimento viene esteso anche a feste e<br />

saperi tradizionali e dal 2020 anche Bologna ha approvato il<br />

suo “regolamento per la tutela e la valorizzazione dei saperi,<br />

delle attività e delle produzioni agro-alimentari tipiche locali e<br />

tradizionali”.<br />

Questo marchio non definisce la qualità di un prodotto (come<br />

le certificazioni DOP, STG e IGP), ma ha la funzione di attestare<br />

e tutelare la tipicità con il fine di valorizzare sia prodotti che<br />

attività specifiche. La denominazione De.Co. infatti non si<br />

riferisce necessariamente a prodotti agroalimentari, ma anche a<br />

eventi fortemente identitari per un luogo e a tradizioni relative a<br />

una particolare area comunale.<br />

Tra le De.Co. troviamo ad esempio gli imbutini di Ozzano (un<br />

formato di pasta inventato proprio a Ozzano) e gli “africanetti”<br />

di San Giovanni in Persiceto (tipico dolce della festa patronale),<br />

ma anche l’arte del “teatro dei burattini della scuola bolognese”<br />

(ecco le principali scuole di burattini: Burattini a Bologna<br />

Aps di Riccardo Pazzaglia, Teatrino a due Pollici di Valentina<br />

Paolini, Teatrino dell’Es di Vittorio Zanella e Rita Pasqualini,<br />

Simurgh-APS di Annamaria Andrei, I burattini di Mattia Zecchi e<br />

Burattinificio Mangiafoco Aps di Margherita Cennamo) e l’ “arte<br />

degli scalpellini e della scultura in arenaria” (rappresentata ad<br />

esempio dall’Associazione Fulvio Ciancabilla APS).<br />

Un prodotto tipico, un’antica arte o addirittura una manifestazione<br />

storica possono entrare a far parte della denominazione De.Co.<br />

grazie a una segnalazione compilata e inviata tramite il sito web<br />

ufficiale https://www.decobologna.it/come-si-diventa-deco.<br />

Nel caso di eventi, manifestazioni, attività, prodotti tipici e<br />

saperi tradizionali relativi alla città di Bologna la segnalazione<br />

può essere effettuata da chiunque: cittadini, produttori, enti e<br />

associazioni, artigiani o organizzazioni culturali. Per quanto<br />

Il marchio De.Co.<br />

riguarda invece i prodotti o le attività tipici dell’area metropolitana<br />

deve essere il comune di riferimento a presentare la domanda.<br />

Questa grande varietà che caratterizza l’applicazione del marchio<br />

fa sì che tutto ciò che viene definito come De.Co. entri a far parte di<br />

un circuito di promo-commercializzazione territoriale, aiutando<br />

così le piccole realtà ad emergere nel mondo del turismo. Tutte<br />

le realtà e i prodotti certificati hanno anche la possibilità di<br />

utilizzare il logo ufficiale “De.Co. Bologna”, che sancisce e rende<br />

immediatamente riconoscibile la denominazione.<br />

Ad oggi sono 17 i prodotti tipici iscritti al registro De.Co, mentre<br />

i saperi tradizionali sono 5.<br />

Il registro indica anche quali sono le attività e i produttori che<br />

sono autorizzate a utilizzare il marchio: al momento sono 36.<br />

014<br />

1531


SPECIALE PRODOTTI LOCALI<br />

La crescenta all’uva, la mela Rosa romana<br />

e l’Africanetto nella prima puntata del<br />

viaggio tra i De.Co. del bolognese<br />

Dolci e frutta<br />

a kilometri zero<br />

A cura di Valentina Fioresi<br />

In questa prima puntata del viaggio alla scoperta dei<br />

prodotti tipici che vantano la Denominazione Comunale<br />

(De.Co.) conosceremo un frutto (la “mela Rosa Romana”)<br />

e due dolci (la “Crescenta all’uva” di Vergato e l’<br />

“Africanetto” di San Giovanni in Persiceto).<br />

CRESCENTA ALL’UVA DI VERGATO<br />

Questo dolce è chiamato in dialetto “Carsent da l’ua”<br />

e dal 2015 vede la sua ricetta ufficializzata dalla<br />

“Confraternita d’la carsent da l’ua”. Viene preparata<br />

tipicamente a Vergato e zone limitrofe durante il periodo<br />

natalizio sicuramente fin dal 1644, anno a cui risalgono<br />

i primi cenni storici relativi a questo dolce: venne citato<br />

nel libro “L’economia del cittadino in villa” di Vincenzo<br />

Tanara. Successivamente la crescenta all’uva viene inserita<br />

dal giornalista Luigi Veronelli (figura importante per la<br />

valorizzazione del patrimonio enogastronomico italiano)<br />

nella sua rubrica di enogastronomia. A Vergato presso il<br />

Forno dei Fratelli Lanzarini è possibile trovare la “Carsent<br />

da l’ua”, che si presenta come un rotolo di pasta frolla<br />

ripieno di mostarda bolognese e uvetta, aromatizzata<br />

con una serie di spezie come chiodi di garofano e anice<br />

stellato.<br />

MELA ROSA ROMANA<br />

Si tratta di una qualità davvero unica per gusto, colore e<br />

Crescenta all’uva di Vergato<br />

(foto @Comune di Bologna)<br />

Africanetti<br />

forma: mele piccole e leggermente schiacciate, dal colore<br />

verde che va a sfumare in rosso, con un gusto dolceacidulo<br />

ma non astringente come le mele selvatiche. Man<br />

mano che il frutto matura la colorazione si fa più gialla<br />

e il sapore acidulo si fa meno marcato. La mela Rosa<br />

Romana è molto resistente alla “ticchiolatura”, malattia<br />

che si manifesta con pallini neri sulla buccia, ed è ricca<br />

di polifenoli (antiossidanti, sostanze che contrastano<br />

l’ossidazione cellulare). I frutti vengono raccolti a fine<br />

settembre e si possono conservare tranquillamente fino ai<br />

primi di maggio senza l’ausilio di frigoriferi e celle.<br />

La mela Rosa Romana è tipica dell’Appennino bolognese,<br />

anche se nel corso del tempo la sua coltivazione era stata<br />

sempre più abbandonata a favore di varietà più moderne.<br />

Negli ultimi anni però sono molti i produttori (anche<br />

privati) che hanno deciso di ricominciare a coltivare<br />

mela Rosa romana<br />

questo frutto antico, molto più rustico e quindi anche<br />

più resistente a malattie e parassiti rispetto a specie più<br />

comuni e diffuse.<br />

Per dare vita alle nuove coltivazioni i punti di partenza<br />

sono stati il censimento e la mappatura degli alberi<br />

secolari sopravvissuti fino ad oggi: nel progetto, che ha<br />

come fine il mantenimento del patrimonio genetico della<br />

mela, è coinvolta anche l’Università di Bologna. Il progetto<br />

della “Filiera Rosa Romana” (https://filierarosaromana.<br />

it/mela-rosa-romana/) prevede anche una precisa analisi<br />

territoriale e del terreno, oltre che quella dei dati sulla<br />

produttività e sulla qualità dei frutti.<br />

Intanto grazie alla certificazione De.Co. e a molti eventi<br />

che la vedono protagonista la mela Rosa Romana<br />

è tornata a far parlare di sé, arrivando anche presso<br />

De.Co.<br />

importanti fiere del settore turistico, come l’Agritravel<br />

Expo di Bergamo. Qui è stata protagonista di momenti di<br />

degustazione insieme ad altri prodotti De.Co. come gli<br />

Imbutini di Ozzano. Questo frutto è perfetto ovviamente<br />

se consumato fresco, ma sono altrettanto gustosi il succo<br />

e la confettura (che può essere utilizzata anche per la<br />

preparazione di dolci).<br />

AFRICANETTO<br />

L’Africanetto è un biscotto tipico esclusivamente dell’area<br />

del comune di San Giovanni in Persiceto, cittadina della<br />

Pianura Bolognese. Si trovano notizie dell’Africanetto fin<br />

dalla fine dell’800, precisamente dal 1872, anno in cui il<br />

pasticcere Francesco Bagnoli lo preparò per la prima volta.<br />

Il nome deriva dal fatto che questi prodotti venivano spediti<br />

in Africa Orientale, ma sono noti anche come “biscotti<br />

Margherita”, poichè la regina Margherita di Savoia era<br />

un’estimatrice di questi dolci (tanto che ottennero un<br />

riconoscimento ufficiale dalla famiglia reale).<br />

Oggi, oltre al riconoscimento De.Co., questo dolce vanta<br />

un suo specifico marchio, concesso dal comune di San<br />

Giovanni in Persiceto gratuitamente a coloro che siano in<br />

possesso dei requisiti definiti da uno specifico disciplinare.<br />

Questo definisce sia gli ingredienti e le caratteristiche<br />

dell’Africanetto sia come i biscotti devono essere venduti<br />

(sfusi o in specifiche scatole di cartone) e come e dove<br />

gli esercizi commerciali che li producono o li vendono<br />

devono esporre il marchio.<br />

Gli Africanetti fanno parte dell’elenco P.A.T. dell’Emilia<br />

Romagna, che comprende i Prodotti Agroalimentari<br />

Tradizionali della regione. Questa lista viene aggiornata<br />

ogni anno, dato che annualmente è possibile fare richiesta<br />

per inserire nuovi prodotti.<br />

L’Africanetto ha la forma di un lingotto e un colore giallo<br />

chiaro, è preparato con tuorlo d’uovo, burro e zucchero:<br />

all’esterno è friabile mentre l’interno deve essere morbido.<br />

É il dolce ufficiale delle principali manifestazioni<br />

persicetane, come il Carnevale (che ha festeggiato 150<br />

anni nel 2024), della festa del patrono (24 giugno) e della<br />

fiera di settembre; viene servito anche in occasione della<br />

somministrazione dei sacramenti.<br />

016<br />

1731


L’AUTUNNO È SERVITO<br />

La cerca e la cavatura del<br />

fungo ipogeo è un’arte<br />

riconosciuta dall’UNESCO<br />

come Patrimonio Culturale<br />

Immateriale dell’Umanità<br />

Nella terra<br />

del tartufo<br />

Testi di Veronica Righetti<br />

nei secoli successivi, il tartufo è stato<br />

talvolta considerato il cibo di diavoli<br />

e streghe, aggiungendo ulteriori<br />

strati di fascino e oscurità a questo<br />

straordinario dono della natura.<br />

Queste credenze storiche non solo<br />

arricchiscono il mito del tartufo, ma<br />

riflettono anche la sua preziosità<br />

e il suo fascino senza tempo. La<br />

ricerca del tartufo è un’esperienza<br />

profondamente spirituale che<br />

connette l’uomo alla natura in un<br />

modo unico e intimo. I cercatori,<br />

accompagnati dai loro fedeli cani,<br />

si avventurano nei boschi all’alba,<br />

quando l’umidità della notte facilita il<br />

lavoro dei cani e la presenza di altri<br />

cercatori è ridotta al minimo. Questo<br />

momento di solitudine e silenzio offre<br />

Tartufeste<br />

una rara opportunità per riscoprire<br />

un equilibrio interiore e un legame<br />

armonioso con l’ambiente circostante.<br />

La raccolta del tartufo non è solo<br />

un’attività economica, ma un’arte<br />

che richiede dedizione, conoscenza<br />

e un profondo rispetto per la natura.<br />

Ogni anno i cercatori tornano nei<br />

loro luoghi segreti, consapevoli che<br />

solo trattando la terra con cura e<br />

rispetto potranno essere ricompensati<br />

con il prezioso dono del tartufo. È<br />

essenziale vestirsi adeguatamente,<br />

con pantaloni cerati e scarponi<br />

robusti e controllarsi dalle zecche al<br />

ritorno. I mesi da metà novembre a<br />

Natale sono particolarmente speciali,<br />

poiché la qualità del tartufo raggiunge<br />

il suo apice.<br />

Il tartufo, celebrato come il “diamante<br />

della terra”, è molto più di un<br />

semplice fungo ipogeo. Rappresenta<br />

un tesoro prezioso, avvolto da<br />

un’aura di mistero e tradizione, che si<br />

tramanda da generazioni nei paesaggi<br />

incontaminati dell’Appennino toscoemiliano.<br />

Il nostro territorio non solo<br />

custodisce la storia di questo gioiello<br />

naturale, ma è anche la sorgente di<br />

alcune delle varietà di tartufo più<br />

pregiate al mondo.<br />

L’Appennino tosco-emiliano - ci<br />

spiega Augusto Bartoli, tartufaio<br />

di Castiglione dei Pepoli che da<br />

decenni si dedica con passione a<br />

quest’arte antica - è una delle regioni<br />

più rinomate per la produzione<br />

di tartufi di qualità straordinaria.<br />

La particolare conformazione del<br />

terreno, duro e compatto, favorisce<br />

la crescita di tartufi di dimensioni<br />

contenute ma intensamente<br />

profumati, caratteristica che li rende<br />

altamente apprezzati. In passato,<br />

i tartufi di questa zona venivano<br />

spesso mescolati con quelli della<br />

Romagna per arricchirne l’aroma,<br />

a dimostrazione dell’eccezionale<br />

qualità di questo prodotto. Sebbene la<br />

quantità di tartufi raccolti sia limitata,<br />

la loro qualità è ineguagliabile.<br />

Tra le varietà più pregiate spicca il<br />

tartufo bianco, la cui raccolta inizia<br />

intorno al 20 settembre e termina a<br />

metà gennaio, mentre il tartufo nero<br />

è disponibile durante l’arco di tutto<br />

l’anno con una pausa ad agosto, per<br />

consentire alla natura di rigenerarsi.<br />

La “cerca e cavatura del tartufo”<br />

è un’arte che unisce passione,<br />

pazienza e una profonda conoscenza<br />

del territorio. Riconosciuta nel 2021<br />

dall’UNESCO come Patrimonio<br />

Culturale Immateriale dell’Umanità,<br />

questa pratica non è solo un’attività<br />

economica, ma un vero e proprio<br />

tesoro culturale. Tramandata<br />

oralmente di generazione in<br />

generazione, richiede competenze<br />

su clima, ambiente, vegetazione e<br />

gestione degli ecosistemi naturali,<br />

oltre a un legame speciale tra il<br />

cercatore e il suo cane. Per iniziare<br />

la ricerca, è necessario ottenere<br />

un’autorizzazione regionale che<br />

include un esame per la concessione<br />

del permesso. Tradizionalmente, i<br />

cani addestrati, capaci di distinguere<br />

il tartufo nero da quello bianco con il<br />

loro olfatto, sono i principali aiutanti<br />

nella raccolta. Sebbene in passato si<br />

utilizzassero anche i maiali per la loro<br />

sensibilità olfattiva, oggi i cani sono<br />

preferiti, specialmente nei terreni<br />

ripidi dell’Appennino dove i maiali<br />

non sono adatti. Le conoscenze<br />

sui tartufi non si apprendono sui<br />

libri, ma attraverso storie, favole e<br />

aneddoti condivisi nelle comunità<br />

dei cercatori, preservando l’identità<br />

culturale e creando un forte senso di<br />

solidarietà.<br />

Il tartufo cresce in simbiosi con<br />

le radici di alberi come pioppi,<br />

querce e castagni, creando un<br />

legame invisibile ma essenziale<br />

per la sua formazione. Le annate<br />

particolarmente piovose possono<br />

stimolare la crescita del tartufo anche<br />

in nuove aree, ma, nella maggior<br />

parte dei casi, questo prezioso tubero<br />

tende a ricrescere nei luoghi in cui era<br />

stato precedentemente trovato. Una<br />

volta raccolto, il tartufo può essere<br />

conservato fino a quindici giorni in<br />

frigorifero, a condizione che la carta<br />

in cui è avvolto venga cambiata<br />

regolarmente per mantenere l’aroma<br />

e la freschezza.<br />

La leggenda, narrata dal poeta latino<br />

Giovenale, racconta che il tartufo<br />

nacque da un fulmine scagliato<br />

da Giove vicino a una quercia,<br />

conferendogli un’aura di mistero e il<br />

presunto potere afrodisiaco. Tuttavia,<br />

TARTUFESTE 2024 - TUTTE LE DATE<br />

Da ottobre a novembre<br />

nei Comuni dell’Appenino<br />

Bolognese torna la grande festa<br />

diffusa dedicata al Tartufo bianco<br />

pregiato dei Colli bolognesi.<br />

Monzuno<br />

domenica 13 ottobre<br />

domenica 20 ottobre<br />

Lizzano in Belvedere<br />

sabato 12 ottobre<br />

domenica 13 ottobre<br />

sabato 19 ottobre<br />

domenica 20 ottobre<br />

Pianoro<br />

sabato 19 (solo pomeriggio)<br />

domenica 20 ottobre<br />

Castiglione dei Pepoli<br />

domenica 3 novembre<br />

San Benedetto Val di Sambro<br />

domenica 20 ottobre<br />

domenica 27 ottobre<br />

Sasso Marconi<br />

sabato 26 ottobre<br />

domenica 27 ottobre<br />

venerdì 1 novembre<br />

sabato 2 novembre<br />

domenica 3 novembre<br />

Loiano Località Scanello<br />

(Bosco di Cà di Piani)<br />

domenica 27 ottobre<br />

Monghidoro<br />

venerdì 1 novembre<br />

Grizzana Morandi Campolo<br />

sabato 2 novembre<br />

Savigno di Valsamoggia<br />

sabato 26 ottobre<br />

domenica 27 ottobre<br />

venerdì 1 novembre<br />

sabato 2 novembre<br />

domenica 3 novembre<br />

sabato 9 novembre<br />

domenica 10 novembre<br />

sabato 16 novembre<br />

domenica 17 novembre<br />

Camugnano<br />

domenica 10 novembre<br />

Castel di Casio<br />

domenica 10 novembre<br />

NERO GIARDINI<br />

STONEFLY<br />

TIMBERLAND<br />

MEPHISTO<br />

FRATELLI<br />

ruggeri 1856<br />

R E S T A U R O E R I P A R A Z I O N E<br />

O R O L O G I<br />

D A T O R R E E C A M P A N I L E<br />

CAFE' NOIR<br />

IGI & CO<br />

S.Lazzaro Di Savena<br />

MELLUSO<br />

CLARKS<br />

A N T I C A O R O L O G E R I A<br />

D A T O R R E B O L O G N A<br />

I Fratelli Ruggeri già costruttori di orologi<br />

da torre sin dal 1856, effettuano riparazioni di<br />

orologi da campanile e monumentali con<br />

l’integrazione della carica automatica e la<br />

gestione della sua suoneria.<br />

ECCO<br />

@patty_scarpe<br />

Pattyscarpe<br />

GEOX<br />

328 828 1811<br />

18<br />

FRAU<br />

Via Jussi 6 - 051 461318 Via Roma 9/b - 051 451879<br />

SUN68<br />

ruggeri1856@gmail.com<br />

19


L’INIZIATIVA<br />

SUCCEDE SOLO A BOLOGNA<br />

Un particolare organo ideato da Claudio Pinchi è stato installato sulla Via degli<br />

Dei tra Monzuno e Madonna dei Fornelli grazie ai locali Comitati Soci Emil Banca<br />

Il suono del vento<br />

accoglie i camminatori<br />

sul Monte Galletto<br />

Mille violini suonati dal vento<br />

aspettano i camminatori sulla cima<br />

del Monte Galletto, tra Monzuno e<br />

Madonna dei Fornelli, lungo la Via<br />

degli Dei. Grazie all’impegno dei<br />

locali Comitati Soci Emil Banca e<br />

la collaborazione dei Comuni, a<br />

metà settembre è stato inaugurato<br />

l’originale Organo del Vento ideato<br />

e realizzato dall’organaro Claudio<br />

Pinchi. “Quando Alessandro Gironi<br />

mi ha contattato per illustrarmi il<br />

progetto del Comitato Soci Emil<br />

Banca di Madonna dei Fornelli per<br />

questo luogo così carico di storia,<br />

ancora una volta non ho potuto<br />

dire di no - spiega Pinchi - L’idea<br />

di lasciare un’impressione sonora<br />

nella memoria dei molti viandanti<br />

che nei prossimi anni solcheranno<br />

questo cammino è stata per me<br />

particolarmente eccitante”<br />

Quello installato ai piedi del Parco<br />

Eolico di Monte Galletto è un vero e<br />

proprio organo che suona alimentato<br />

dal vento. “Quello che ho deciso di<br />

realizzare, in ossequio alle antiche<br />

sapienze di chi oltre duemila anni<br />

fa percorreva queste Vie, è una<br />

rappresentazione allegorica della<br />

danza dei sette pianeti che girano<br />

intorno alla nostra stella. Ecco quindi<br />

che la grande canna centrale è il Sole<br />

che come un direttore d’Orchestra,<br />

in armonia con l’universo, detta il<br />

“LA” ai suoi musicisti. Lo seguono<br />

poi in ordine di grandezza, quindi<br />

con note sempre più acute, Giove,<br />

Saturno, Venere, Marte, Luna ed<br />

un’ottava canna, la più piccola, per il<br />

firmamento sotto cui ogni cosa giace.<br />

Questi erano i pianeti considerati<br />

nella concezione classica platonica”.<br />

La realizzazione, nata dall’idea<br />

dell’allora consigliere comunale,<br />

Simone Querzola, del presidente del<br />

comitato soci Emil Banca di Madonna<br />

dei Fornelli, Massimo Simoncini,<br />

ed Alessandro Gironi, è frutto della<br />

collaborazione pubblica e privata tra<br />

i due Comuni di San Benedetto Val<br />

di Sambro e Monzuno, Emil Banca<br />

ed i Comitati Soci di Madonna dei<br />

Fornelli, Rioveggio e Monzuno,<br />

nonché dalla disponibilità della<br />

famiglia Calzolari-Baldini che ha<br />

messo a disposizione gratuitamente<br />

l’area sulla quale, una volta sistemata<br />

dai volontari dei Comitati Emil Banca,<br />

è stato installato l’organo.<br />

La città vista dalla cupola della Basilica. Il punto panoramico è aperto tutti i giorni,<br />

mattina e pomeriggio, senza prenotazioni. E domenica 13 ottobre ci sarà il San Lócca Day<br />

San Luca Sky Experience<br />

C’è un posto a Bologna da cui è<br />

possibile vedere un panorama insolito<br />

sulla città e i suoi colli. Si tratta del<br />

San Luca Sky Experience, ovvero la<br />

terrazza panoramica situata alla base<br />

della cupola del Santuario della Beata<br />

Vergine di San Luca. La storia unica<br />

del Santuario, con le sue bellezze<br />

storico-artistiche, riserva tante<br />

sorprese; tra queste, la presenza di un<br />

percorso turistico ideato e realizzato<br />

nel 2017 da Succede solo a Bologna,<br />

che permette di visitare la cupola e<br />

conduce sul punto panoramico, a<br />

un’altezza di circa 42 metri. Da qui<br />

è possibile ammirare un panorama a<br />

180°, che comprende i colli bolognesi,<br />

il centro di Bologna, l’Appennino e<br />

tutta la natura circostante.<br />

Il percorso per arrivare a questa<br />

posizione privilegiata per la vista su<br />

Bologna è facile. Poco dopo l’ingresso<br />

del Santuario, si trova la breve e<br />

antichissima scala a chiocciola che in<br />

pochi minuti (si tratta di un centinaio<br />

di gradini) porta fino al sottotetto. Da<br />

qui una porticina spalanca agli occhi<br />

dei visitatori il panorama mozzafiato:<br />

si è giunti finalmente alla terrazza alla<br />

base della cupola visitabile più alta<br />

d’Europa. Di fronte a noi la direzione<br />

sud e i colli, spostando lo sguardo<br />

a sinistra ecco invece il centro di<br />

Bologna: le Due Torri, San Petronio<br />

e anche una parte dello stadio<br />

Dall’Ara. Infine, a destra la vista va<br />

verso Modena e sono ben visibili<br />

Casalecchio e un tratto del Reno, oltre<br />

all’Eremo di Tizzano e, nelle giornate<br />

limpide, la vetta del Monte Cimone.<br />

Un’occasione unica, insomma, per<br />

ammirare dall’alto Bologna e le sue<br />

meraviglie.<br />

Le occasioni per godere di questo<br />

panorama stupendo non mancano,<br />

il punto panoramico è infatti aperto<br />

tutti i giorni, con accesso continuo<br />

e senza prenotazione nei seguenti<br />

orari: dal lunedì al sabato dalle 10<br />

alle 13.30 e dalle 14.30 alle 18 e<br />

la domenica dalle 12 alle 13.30 e<br />

dalle 14.30 alle 18. Per accedere<br />

al punto panoramico è necessaria<br />

la Monuments Care Donor Pass,<br />

acquistabile al desk all’ingresso del<br />

Santuario con una donazione di 5<br />

euro (intero) o 3 euro (ridotto).<br />

Il San Luca Sky Experience, come tutte<br />

le attività di Succede solo a Bologna,<br />

rientra nel progetto di crowdfunding<br />

“Monuments Care”, ideato dallo<br />

stesso ente per prendersi cura dei<br />

monumenti e dei luoghi di interesse<br />

turistico di Bologna e provincia. Tutte<br />

le donazioni raccolte per l’accesso<br />

alla cupola vengono infatti reinvestite<br />

nella manutenzione e il restauro dei<br />

monumenti cittadini, tra cui anche il<br />

Santuario.<br />

E a proposito di San Luca, questo<br />

luogo è protagonista di un altro<br />

evento organizzato da Succede<br />

solo a Bologna: il San Lócca Day,<br />

che ogni anno in autunno anima<br />

l’intera via di San Luca con musica,<br />

degustazioni e divertimento.<br />

Quest’anno l’appuntamento è per<br />

domenica 13 ottobre; in questa<br />

giornata duecento stand dedicati<br />

a creatività, cibo, intrattenimento<br />

e associazioni coloreranno l’intera<br />

via dal Meloncello al Santuario.<br />

L’edizione 2024 si svolge dalle 10<br />

alle 19 con l’obiettivo di riscoprire<br />

il portico di San Luca. Lungo tutto il<br />

tragitto, dal settecentesco arco del<br />

Dotti fino al Santuario di San Luca,<br />

si susseguiranno infatti 100 stand<br />

creativi, 10 associazioni, 40 stand<br />

food e 30 dedicati all’intrattenimento<br />

per rendere la camminata ancora più<br />

entusiasmante, colorata da svariate<br />

attività, come giochi, percorsi gustativi,<br />

curiosità tipiche del territorio, sport<br />

e musica. Una giornata di festa a<br />

partecipazione gratuita per grandi e<br />

piccoli con un’attenzione anche a<br />

uno dei più conosciuti luoghi culturali<br />

della città.<br />

Il punto panoramico è aperto con accesso<br />

diretto dal lunedì al sabato dalle 10 alle<br />

13.30 e dalle 14.30 alle 18 e la domenica<br />

dalle 12 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 18.<br />

20<br />

21


IN GIRO CON EXTRABO<br />

Visite guidate, avventure su due ruote,<br />

aree protette, fiere e sagre per assaporare<br />

la pianura bolognese prima che faccia<br />

freddo<br />

Autunno<br />

nella bassa<br />

Testi di Valentina Balletti<br />

Dopo una lunga estate ricomincia l’autunno e il caldo<br />

afoso lascia finalmente spazio all’aria fresca di settembre,<br />

perfetta per godersi un’escursione in bici, perdersi tra<br />

le ville storiche delle nostre campagne ed assaggiare<br />

i migliori prodotti enogastronomici della tradizione<br />

durante i nuovi eventi della stagione! Di seguito tutte le<br />

opportunità e attività per conoscere la Pianura al meglio<br />

durante i prossimi mesi.<br />

Alla scoperta di Ville e Castelli<br />

Ricominciano i tour di eXtraBo, che con il suo ricco<br />

calendario di visite guidate Alla scoperta di Ville e Castelli<br />

ci accompagna ogni settimana a conoscere antiche<br />

residenze di campagna, rocche, dimore e palazzi storici<br />

del bolognese. Gli appuntamenti in Pianura sono come<br />

sempre numerosi, a partire dalle tappe classiche del tour<br />

come il Castello di Bentivoglio, con il suo celebre ciclo<br />

di affreschi della Sala del Pane, assieme a Palazzo Rosso,<br />

straordinario esempio del liberty bolognese Æmilia Ars<br />

che trova una delle sue massime espressioni nella Sala<br />

dello Zodiaco.Quest’anno saranno inclusi, oltre a luoghi<br />

già amati e conosciuti al pubblico come Villa Paleotti<br />

Isolani, già apprezzata per i suoi magnifici affreschi<br />

attribuiti a Ludovico Carracci e Cesare Baglioni, anche<br />

nuovi edifici storici che tornano visitabili dopo lungo<br />

tempo come l’Accademia dei Notturni di Bagnarola di<br />

Budrio: chiusa da diversi anni, apre per la prima volta<br />

in esclusiva per eXtraBo per la in tutto il suo signorile<br />

splendore di dimora settecentesca sorta dall’antica Villa<br />

Ranuzzi Cospi, centro della mondanità intellettuale<br />

dell’epoca. Per la prima volta dopo il sisma del 2012<br />

il tour farà tappa a Palazzo Bevilacqua di Crevalcore<br />

recentemente restaurato dopo il terremoto. Il palazzo<br />

presenta le fattezze di una tipica dimora senatoria<br />

bolognese costituita da due avancorp a forma di torre ai<br />

lati e una scala nella facciata principale con una ringhiera<br />

in ferro battuto.<br />

In bici da Verona a Bologna<br />

In autunno il clima è ideale per la bicicletta. Grazie al<br />

nuovo tour autoguidato realizzato da Bologna Welcome<br />

in collaborazione con Itinera Bike è possibile partire<br />

da Verona percorrendo la Ciclovia del Sole, pedalando<br />

lungo il Lago di Garda attraverso Peschiera, Borghetto<br />

sul Mincio, Mantova e l’argine del Po, Mirandola e San<br />

Giovanni in Persiceto fino a Bologna esplorando in modo<br />

sostenibile le campagne padane.<br />

Durante questa avventura unica si potranno gustare le<br />

Castello San Martino<br />

©Unione Terre di Pianura<br />

tante specialità tipiche delle regioni toccate dal tracciato,<br />

come i vini del Garda, il parmigiano, l’aceto balsamico<br />

modenese e la pasta fresca all’uovo, unite alla bellezza<br />

e al fascino delle città d’arte come Verona, Mantova e<br />

Bologna, tutte riconosciute come patrimonio UNESCO.<br />

Il tour prevede un dislivello quasi nullo ed è per questo<br />

adatto anche a chi si sta avvicinando al cicloturismo per<br />

la prima volta, è prevista la possibilità di noleggiare una<br />

bici muscolare oppure una e-bike oltre che il servizio di<br />

trasporto bagagli. Scopri tutto il pacchetto e preparati a<br />

partire per questa fantastica avventura su https://extrabo.<br />

com/it/attivita/la-ciclovia-del-sole-vacanza-in-biciclettain-autonomia/<br />

Lo spettacolo del foliage<br />

Durante l’autunno, il paesaggio si trasforma in un mosaico<br />

di colori caldi e avvolgenti, con le foglie degli alberi che<br />

assumono sfumature di giallo, arancione e rosso.<br />

Sono diverse le aree naturali dove si possono ammirare<br />

le vibranti tonalità della stagione, ad esempio l’elegante<br />

parco all’inglese di Villa Smeraldi, decorato da farnie,<br />

carpini, olmi e lecci, ideale per una passeggiata romantica<br />

sul ponte del laghetto risalente alla seconda metà del<br />

XIX secolo. Anche all’Area di Riequilibrio Ecologico del<br />

Dosolo di Sala Bolognese la natura si trasforma dando<br />

vita allo spettacolo del foliage, dove i fitti boschi alternati<br />

ad ampie radure consentono di cogliere l’atmosfera<br />

autunnale grazie alla magia dei colori delle foglie della<br />

vegetazione presente dove è possibile osservare aironi,<br />

allodole e ghiandaie, così come alla Golena San Vitale tra<br />

Calderara di Reno e Castel Maggiore, dove il fiume Reno<br />

si adagia per intraprendere il suo percorso attraverso la<br />

pianura bolognese, circondato da salici, pioppi e frassini<br />

dove nidificano tra gli altri merli, capinere e usignoli.<br />

RIMANI<br />

AGGIORNATO<br />

SU EVENTI E INIZIATIVE!<br />

PORTALE UFFICIALE<br />

APPENNINO BOLOGNESE<br />

www.appenninobolognese.<br />

cittametropolitana.bo.it<br />

PORTALE UFFICIALE<br />

PIANURA BOLOGNESE<br />

www.turismoinpianura.<br />

cittametropolitana.bo.it<br />

EVENTI E SAGRE<br />

www.cittametropolitana.bo.it/sagreefeste<br />

EXTRABO<br />

extrabo@bolognawelcome.it<br />

051 658 3109<br />

www.extrabo.com<br />

IAT ALTO RENO TERME<br />

iat@comune.altorenoterme.bo.it<br />

0534 521103<br />

www.discoveraltorenoterme.it<br />

Sopra, la ciclovia<br />

del Sole.<br />

Sotto, un particolare<br />

di Palazzo Rosso<br />

IAT CORNO ALLE SCALE<br />

iat.lizzano@comune.lizzano.bo.it<br />

Lizzano: 0534 51052 Vidiciatico: 0534 53159<br />

www.cornoallescale.net<br />

Autunno nella bassa<br />

cultura ed enogastronomiA<br />

Riparte anche quest’anno Autunno Fuori dal Comune,<br />

rassegna di esperienze culturali ed enogastronomiche<br />

nelle province di Bologna e Modena con tanti tour a<br />

tariffe speciali.<br />

Imperdibile poi è la Fiera d’Ottobre al Castello dei<br />

Manzoli a San Martino in Soverzano (Minerbio), dove<br />

il cortile adiacente ad uno dei castelli più maestosi di<br />

tutta la pianura bolognese si anima riportando in vita la<br />

tradizionale fiera annuale sotto ai portici del borgo.<br />

L’appuntamento quest’anno si terrà nelle giornate del<br />

5 e 6 ottobre 2024 e offre un’ampia gamma di attività<br />

per tutte le età, tra cui mercatini di artigianato, stand<br />

gastronomici con piatti tipici della cucina locale come<br />

crescentine, zucca fritta, crema fritta, spettacoli di<br />

musica dal vivo e rievocazioni storiche. Per i più arditi<br />

dallo stomaco forte è immancabile infine la colazione<br />

del contadino alle 8 del mattino con cotechino e puré,<br />

per cominciare la giornata con la giusta dose di energia<br />

per affrontare i primi freddi!<br />

IAT MONGHIDORO<br />

iat@monghidoro.eu<br />

331 4430004<br />

www.bolognamontana.it<br />

IAT-R SASSO MARCONI<br />

info@infosasso.it<br />

051 6758409<br />

www.infosasso.it<br />

IAT-R SAN GIOVANNI IN PERSICETO<br />

cultura.turismo@comunepersiceto.it<br />

051 6812955<br />

22<br />

23


BOLOGNA MONTANA ART TRAIL<br />

Mufloni di legno, una spada nella roccia e<br />

un’arpa di legno: l’associazione Viva il Verde<br />

ha arricchito la BOM Art Trail con altre<br />

dodici opere di land art. Tra i boschi e i<br />

parchi di Loiano, Monghidoro, Monterenzio,<br />

Monzuno e San Benedetto Val di Sambro le<br />

istallazioni salgono a diciassette<br />

UNA MONTAGNA<br />

D’ARTE<br />

Testi di Anna Magli<br />

Bologna Montana Art Trail ha arricchito di altre opere<br />

di land art il percorso-galleria a cielo aperto, inaugurato<br />

lo scorso 1 giugno. Dopo il Lupus Lujanes a Loiano, i<br />

Soffioni di Monghidoro, Il cinghiale celtico di Monte<br />

Bibele, San Giorgio e il drago di San Benedetto Val di<br />

Sambro e Le Colonne della Memoria di Monzuno, sono<br />

state realizzate altre 12 installazioni nei luoghi che<br />

formano il cammino che attraversa i comuni di Loiano,<br />

Monghidoro, Monterenzio, Monzuno, San Benedetto Val<br />

di Sambro e Fiorenzuola. Gli escursionisti, gli amanti<br />

del trekking, i bikers, i cavalieri potranno condividere,<br />

insieme agli appassionati d’arte e della natura, questa<br />

esperienza singolare che celebra il fascino della bellezza<br />

e dell’ambiente in un’unica soluzione.<br />

A Loiano, in località Scanello ha trovato casa Simbiosi,<br />

la scultura in legno di Ionel Alexandrescu che trasmette<br />

il messaggio di armonia tra uomo e natura. Nel parco del<br />

aquila - Monghidoro<br />

Castellaccio di Monghidoro, una possente Aquila fatta di<br />

rami, opera di Simone Paulin, incarna la potenza cosmica<br />

ma ricorda anche lo stemma araldico del paese che la<br />

ospita concesso dall’Imperatore Carlo V. Sempre vicino<br />

a Monghidoro, a Cartiera dei Benandanti, c’è Holy Bee-<br />

Love Bee Valley, una massiccia struttura in legno che<br />

rappresenta la saggezza e l’operosità lavorativa delle<br />

api con l’opera di Stefano Devoti: la scultura è posta nei<br />

territori del “Bee Valley Idice”, il progetto che parla di<br />

biodiversità, ecologia e territorio. E ancora a Monghidoro,<br />

in località Fantorno, abita il Tritone, creato dall’artista<br />

Devid Strussiat con rami e fascine, simbolo di resistenza<br />

degli habitat acquatici così fortemente minacciati. La<br />

nostra visita virtuale ci porta ora a Monzuno, nel parco<br />

Rio Maore dove, in mezzo al bosco, troneggia l’Arpa ,<br />

chiamata dall’artista Aldo Pallaro “Corda Rossa”: il taglio<br />

longitudinale di un grosso ramo di Cedro del Libano ha<br />

dato vita, in realtà, a due arpe gemelle. Accostando<br />

l’orecchio al legno e facendo vibrare le corde, si può<br />

ascoltare il suo suono, unica voce del bosco incantato che<br />

la ospita. A Monzuno, nel giardino pubblico Panzacchi, si<br />

trova anche Madre natura, l’installazione in fieno, legno e<br />

spago di Paolo Moro che rappresenta la maternità come<br />

forza generatrice dell’Universo. Una grande Ragnatela<br />

con il suo padrone di casa, realizzata con liane e legno,<br />

è installata nella Pineta di Loiano, grazie alla creatività<br />

di alcuni artisti locali: ragno e tela come metafora della<br />

costruzione del creato ma anche del Cosmo contrapposto<br />

al Caos. Nella frazione loianese di Quinzano, nel tratto<br />

che va verso il parco archeologico di Monte Bibele, si<br />

trova la sorprendente installazione di Pioggia sonante,<br />

realizzata da Emanuela Camacci. L’opera è composta da<br />

delicati elementi ceramici in terracotta, gocce sospese tra<br />

due alberi che, mosse dal vento o dall’uomo, producono<br />

Arte<br />

un suono che richiama quello della pioggia. L’artista ha<br />

voluto così restituire alla natura la sua voce invitando a<br />

riflettere sulla bellezza e l’intensità degli eventi naturali.<br />

Tornando verso Loiano, nella pineta, si incontra un<br />

grosso Istrice creato dalle mani di Simona Cavatoni e<br />

Marco Bogar. L’istrice domina l’ambiente circostante a<br />

cui sembra messo di guardia per ricordare a tutti le virtù<br />

di prudenza e previdenza, caratteristiche dell’animale<br />

selvatico. Nel bosco di Montefredente, a poca distanza<br />

da San Benedetto Val di Sambro, accanto ad un piccolo<br />

ruscello, due grandi Mufloni incrociano le corna grazie<br />

all’abilità di Matteo Cretti. Il muflone, creatura che sembra<br />

appartenere più alla mitologia che alla realtà, frequenta<br />

dal dopoguerra anche il territorio dell’Appennino toscoemiliano<br />

dove non è difficile incontrarne mansueti<br />

esemplari. A Castel dell’Alpi, sempre nel territorio di San<br />

Benedetto Val di Sambro, ai piedi del lago, si trova un<br />

masso in cui è conficcala una spada di ferro. La Spada<br />

nella Roccia è un’opera realizzata in collaborazione<br />

tra la natura, la famiglia Santi e Viva il Verde. Il masso<br />

è infatti stato partorito dalla montagna nel 2023 e,<br />

precipitando a terra, si è spezzato in due parti. In una di<br />

queste è stata inserita una possente spada di ferro che<br />

ricorda quella del ciclo arturiano e che sta ad indicare<br />

come l’uomo deve sapere integrare la sua cultura con la<br />

forza della natura. Chiude la rassegna delle nuove opere<br />

un’installazione , sempre a Castel dell’Alpi, dal titolo La<br />

porta delle sindoni. Realizzata da Debora Domenichelli,<br />

l’opera vuole essere un invito ad attraversare le soglie e<br />

ad accogliere i cambiamenti. Si tratta di un’architettura<br />

tessile, che richiama i motivi a rosone degli architravi in<br />

pietra ancora presenti negli antichi edifici della montagna<br />

bolognese, costruita tagliando, cucendo e intrecciando<br />

vecchia biancheria usata di gente della montagna che<br />

Holy Bee-Love Bee Valley<br />

Cartiera dei Benandanti - Monghidoro<br />

Istrice<br />

Pineta di Loiano<br />

I mufloni<br />

Montefredente - San Benedetto Val di Sambro<br />

24<br />

25


BOLOGNA MONTANA ART TRAIL<br />

Arte<br />

non c’è più. In questo modo tutte le fatiche, le speranze e<br />

le gioie impresse dai loro corpi nella tela di queste sindoni<br />

semplici e quotidiane sono restituite alla comunità e<br />

all’ambiente in cui hanno vissuto.<br />

Per tutta l’estate si sono succeduti trekking e visite<br />

guidate alle opere le cui location sono diventate anche<br />

sedi di attività collaterali e di eventi. “Queste sono<br />

solo alcune delle finalità di Bologna Montana Art Trail<br />

- spiega Daniele Maestrami, presidente di Viva il Verde,<br />

l’associazione che ha ideato e realizzato il progetto in<br />

collaborazione con i Comuni ed alcuni sponsor tra i<br />

quali i locali Comitati Soci Emil Banca.<br />

BOM-Bologna Montana Art Trail, per le sue caratteristiche,<br />

è un progetto di intrattenimento innovativo e ricercato,<br />

unico nel suo genere e in grado di contribuire a<br />

valorizzare il territorio dell’Appennino tosco-emiliano.<br />

Bom Art Trail, arricchendosi negli anni, potrà diventare<br />

una straordinaria esperienza coinvolgente in grado di<br />

generare un “movimento” capace di attrarre escursionisti,<br />

visitatori, turisti e pubblico sia da altre regioni italiane sia<br />

dall’estero”.<br />

MADRE NATURA<br />

Monzuno<br />

CORDA ROSSA<br />

Rio Maore - Monzuno<br />

ragnatela<br />

Pineta di Loiano<br />

SIMBIOSI<br />

Loiano<br />

pioggia sonante<br />

Quinzano - Loiano<br />

La spada nella roccia<br />

Castel dell’Alpi<br />

TRITONE<br />

Fantorno - Monghidoro<br />

26<br />

27


28<br />

IL PERCORSO DELL’AUTUNNO<br />

Un trekking di 20 chilometri nella Valle<br />

del Limentra tra Medioevo, natura e<br />

Resistenza. Si parte dall’antica chiesa di<br />

San Martino a Camungnano<br />

In cammino<br />

lungo l’Anello<br />

delle fontane<br />

Testi di Valentina Fioresi<br />

Foto: associazione Camminatori di Camugnano<br />

“L’Anello delle fontane”: un suggestivo percorso ad anello<br />

che vi farà scoprire segreti storici e naturalistici della Valle<br />

del Limentra. Formata da due diversi rami dello stesso<br />

torrente (che nascono entrambi dal monte La Croce,<br />

nell’Appennino Pistoiese), attraversa le aree toscane e del<br />

bolognese. Il ramo superiore tocca Sambuca Pistoiese<br />

per raggiungere poi il bacino di Pavana, quello inferiore<br />

è stato sbarrato per formare il lago di Suviana (Castel di<br />

Casio), ma prosegue il suo corso fino a diventare affluente<br />

del Reno all’altezza di Riola.<br />

“L’Anello delle fontane” è un trekking lungo 20<br />

chilometri con circa 450 metri di dislivello totali. É nato<br />

da un’idea del signor Gianpaolo Verardi, presidente<br />

dell’associazione “Camminatori di Camugnano”, nata a<br />

ottobre 2019 in seguito al progetto di tracciare il percorso<br />

e attualmente iscritta tra le associazioni no-profit onlus.<br />

L’organizzazione ha poi partecipato, insieme al comune<br />

di Camugnano, a un bando per raccogliere i fondi<br />

necessari alla realizzazione del progetto.<br />

L’”Anello delle fontane” è un percorso tabellato e<br />

Per maggiori informazioni o approfondimenti sul percorso<br />

contattare l’Associazione Camminatori di Camugnano tramite<br />

la pagina Facebook: www.facebook.com/camminatoricamugnano<br />

o telefonicamente al +39 335 7183290.<br />

segnalato da specifica segnaletica di colore giallo che<br />

si aggiunge ai segnali del CAI già presenti sul territorio;<br />

sono inoltre installati, alla partenza e in altri punti<br />

strategici, pannelli informativi che illustrano il percorso<br />

sia dal punto di vista del tracciato che da quello storiconaturalistico.<br />

L’anello ha come punto di partenza la chiesa di San<br />

Martino di Camugnano, della quale si hanno notizie fin<br />

dal 1378. Nel 1616 vennero effettuati importanti lavori di<br />

ricostruzione, completati alla fine del secolo, mentre la<br />

facciata è piuttosto recente dato che è stata realizzata nel<br />

1889. Si prosegue verso Guzzano, dove si può ammirare<br />

la Pieve di San Pietro, edificio che fa parte dei Luoghi<br />

del Cuore del FAI (progetto volto a censire luoghi da non<br />

dimenticare su tutta l’area italiana, selezionati e resi noti<br />

grazie ai racconti orali di cittadini e personaggi noti). Le<br />

prime notizie relative alla Pieve risalgono al X secolo, ma<br />

Tra Emilia e Toscana<br />

tra il 1460 e il 1654 venne ricostruita più volte, perdendo<br />

così il suo aspetto originario. A metà del Settecento<br />

purtroppo l’edificio andò in rovina, ma venne riedificato<br />

in un sito leggermente più lontano da quello originale su<br />

progetto dell’architetto Scagliarini di Bologna.<br />

Lasciato Guzzano si raggiungono i resti del castello di<br />

Mogone, di cui non sono rimaste ormai che poche pietre.<br />

Il castello sorgeva in una zona strategica nei pressi del<br />

Passo dello Zanchetto e si hanno notizie dell’edificio<br />

fin da prima del 1100, ma fu nel 1144 che passò sotto<br />

l’influenza dei conti Alberti di Prato, componendo<br />

un feudo insieme ai castelli di Castrola e Guzzano. Il<br />

loro dominio terminò nel 1382, a causa di una disputa<br />

territoriale e poi giudiziaria che portò la contessa<br />

Caterina Alberti a perdere la giurisdizione su tutto il<br />

feudo di Mogone. Nella prima metà del 1400 il castello<br />

venne distrutto e dal secolo successivo il sito divenne<br />

già scenario perfetto per miti e leggende: nel 1597 si<br />

ha notizia certa che quattro abitanti di Baigno vennero<br />

identificati dopo aver scavato illegalmente buche tra le<br />

rovine del castello, in cerca di un fantomatico tesoro.<br />

La prossima tappa è il bosco del Poranceto, dove è<br />

possibile sostare per il pranzo. Qui ci si trova immersi in<br />

un maestoso castagneto secolare, che ospita il museo del<br />

bosco: il percorso espositivo è articolato in tre aree, una<br />

dedicata alle varie tipologie boschive, una al rapporto<br />

tra animali e bosco e l’ultima al rapporto uomo-bosco. Il<br />

museo è gestito dall’Ente Parchi Emilia Orientale e funge<br />

anche da centro visita: è visitabile i sabati e le domeniche<br />

da giugno a settembre, oltre che in caso di feste come<br />

quella della smielatura e della castagna.<br />

A questo punto l’ “Anello delle fontane” prosegue lungo<br />

il sentiero CAI 0039 lungo il crinale fino al Passo dello<br />

Zanchetto, una parte del percorso che permette di<br />

ammirare un panorama spettacolare sui laghi di Suviana<br />

e di Brasimone. I due bacini sono artificiali, creati l’uno<br />

nel 1928 e l’altro nel 1910 al fine di produrre energia<br />

elettrica. Negli anni ‘70 i laghi vennero collegati per<br />

alimentare la centrale idroelettrica e il sistema ad esso<br />

collegato. Dal 1995 tutta l’area fa parte del Parco dei<br />

Laghi, area naturalistica protetta.<br />

Superato il Passo dello Zanchetto il trekking arriva a<br />

Fontana Vìdola, proseguendo poi per un tratto lungo la<br />

Via della Lana e della Seta, il cammino che da Bologna<br />

conduce in Toscana passando anche per l’area del Parco<br />

dei Laghi e di Castiglione dei Pepoli, per arrivare poi a<br />

Montepiano, poi Vernio, Vaiano e infine Prato.<br />

Si prosegue attraverso il bosco del Farneto, dove il 18<br />

luglio 1944 i partigiani del gruppo “Bruno Buozzi” della<br />

brigata Garibaldi vennero uccisi da un reparto di soldati<br />

tedeschi, fino al Monte di Camugnano. Da qui si scende<br />

fino a tornare in paese, concludendo così l’anello al<br />

punto di partenza, la chiesa di San Martino. Non lontano<br />

si trova un ostello che dispone di 50 posti letto dove è<br />

possibile pernottare.<br />

Lungo “Anello delle fontane” si incontrano effettivamente<br />

delle fonti, per l’esattezza cinque: una a Camugnano<br />

presso il Parco don Antonio, una a Guzzano al centro<br />

del paese, una presso la foresteria del Poranceto, la già<br />

citata Fontana Vìdola e l’ultima presso il Campo Sportivo<br />

di Camugnano, davanti alla baita degli Alpini.<br />

29


IN GIRO CON CONFGUIDE<br />

Nella Chiesa di San Lorenzo a Cento,<br />

da settembre e per tutto il 2025 saranno<br />

esposte opere dell’esponente più illustre<br />

di una ricca tradizione artistica locale<br />

Un nuovo<br />

sguardo<br />

sul Guercino<br />

Testi di Sandra Sazzini - Confguide<br />

Nel novembre 2023, a dodici anni dal terremoto che<br />

ha colpito questa parte di Emilia, ha finalmente riaperto<br />

a Cento la Pinacoteca Civica, intitolata al grande<br />

concittadino Giovanni Francesco Barbieri, detto il<br />

Guercino. Il palazzo che la ospita è un gioiello cittadino<br />

in stile neoclassico e spicca oggi, fresco di pittura giallo<br />

pastello, lungo Via Ugo Bassi: all’interno, nelle rinnovate<br />

sale azzurro cielo, si allineano i capolavori del Guercino<br />

e della sua autorevole Scuola, accanto ad importanti<br />

testimonianze artistiche del territorio, raccolte nel<br />

tempo nelle collezioni municipali. Il Guercino è, infatti,<br />

l’esponente più illustre di una ricca tradizione artistica<br />

locale, promossa dal mecenatismo della comunità<br />

centese.<br />

L’interesse intorno al grande pittore barocco, ancora così<br />

amato e presente in modo capillare nel nostro territorio,<br />

anche per mano della bottega, non si ferma alla copiosa<br />

collezione cittadina, che conta oltre 100 opere, compresi<br />

gli importanti depositi privati, ma coinvolge tutta la città<br />

di Cento dove, per citare Goethe, “ovunque si respira il<br />

Guercino”.<br />

Da settembre 2024 fino a tutto il 2025, presso la Chiesa<br />

di San Lorenzo, già in passato utilizzata come suggestivo<br />

contenitore delle grandi tele guerciniane, saranno<br />

esposti altri capolavori del Guercino e della sua scuola<br />

provenienti da vari luoghi dell’Emilia Romagna, al<br />

momento chiusi, dal titolo: “Guercino, un nuovo sguardo.<br />

Opere provenienti da Forlì e da altri luoghi nascosti”. Si<br />

tratta di venti grandi opere, la maggior parte inedite pale<br />

d’altare, a firma di Guercino e dei suoi allievi, nascoste<br />

all’occhio del pubblico perché custodite in sedi non<br />

visitabili o non fruibili per lavori in corso o rese inagibili<br />

dal terremoto del 2012 e perciò “affidate” alla città natale<br />

dell’artista.<br />

È il caso delle splendide pale provenienti dal Palazzo<br />

LA MOSTRA - Visite guidate anche in Pinacoteca<br />

La mostra in San Lorenzo è aperta di<br />

venerdì, sabato, domenica e festivi dalle<br />

10.00 alle 19.00 ed è visitabile con un biglietto<br />

cumulativo che comprende anche l’ingresso alla<br />

vicinissima Pinacoteca “Il Guercino”, aperta dal<br />

mercoledì alla domenica dalle 10.00 alle 19.00.<br />

Per conoscere il calendario delle visite guidate<br />

che si svolgeranno in Pinacoteca Civica<br />

e in San Lorenzo a partire da ottobre 2024,<br />

contattare la guida Sandra Sazzini<br />

Mail: sandra.sazzini@gmail.com<br />

Cell: 339 1606349.<br />

Merenda di Forlì, ora in restauro, delle tele dipinte<br />

appositamente da Guercino, in veste di Confratello,<br />

per la Chiesa del Rosario, vero tesoro barocco centese<br />

ancora in attesa di restauro, e di altre opere rare e non<br />

abitualmente accessibili. Promossa dal Settore Patrimonio<br />

Culturale dell’Emilia Romagna e dagli enti locali,<br />

l’iniziativa mantiene visibili questi capolavori sia agli<br />

studiosi sia ai visitatori. Sarà davvero appassionante, ad<br />

esempio, confrontare in loco dipinti dello stesso soggetto<br />

come S. Giovanni Battista, santo onomastico di Giovanni<br />

Francesco, e si potrà ammirare per la prima volta a<br />

Cento l’Annunciazione di Forlì del 1648, riproposizione<br />

della tela già dipinta dal Guercino per l’amico pievese<br />

Francesco Mastellari e oggi conservata in Collegiata a<br />

Pieve di Cento, in un tripudio di angeli, cieli luminosi e<br />

colori preziosi, come il famoso blu di lapislazzulo!<br />

Cento<br />

L’INTERVENTO<br />

La nuova legge sulle guide<br />

turistiche professionali<br />

di Paola Balestra<br />

Presidente Vicaria Nazionale Confguide<br />

Dopo oltre 10 anni il Governo ha emanato la legge<br />

che disciplina la professione di guida turistica in Italia.<br />

Frutto di un lungo confronto tra Ministero e associazioni<br />

di categoria, cui ho partecipato passo dopo passo<br />

in rappresentanza di Confguide Confcommercio, la<br />

legge finalmente definisce la figura professionale,<br />

fondamentale per il turismo, tutelando nel contempo<br />

anche i consumatori. Oltre a prevedere un esame di<br />

abilitazione ministeriale, la nuova disciplina chiarisce<br />

che “le attività proprie della professione sono<br />

illustrazione e interpretazione, nel corso di visite guidate<br />

con persone singole o gruppi, del valore e significato<br />

quali testimonianze di civiltà di un territorio e della<br />

sua comunità dei beni materiali ed immateriali che<br />

costituiscono il patrimonio storico, culturale, museale,<br />

religioso, architettonico, artistico, archeologico e<br />

monumentale italiano, in correlazione anche ai contesti<br />

demo-etno-antropologici, paesaggistici, produttivi<br />

ed enogastronomici che caratterizzano le specificità<br />

territoriali”. La guida turistica ha il diritto a entrare<br />

gratuitamente in ogni sito (statale, territoriale e religiosi,<br />

pubblico o privato) e a poter svolgere liberamente<br />

la propria attività; si riconferma il divieto a chi non è<br />

regolarmente abilitato di esercitare l’attività. Violazioni<br />

ed abusi saranno accertati dagli organi di polizia locale,<br />

ad ulteriore supporto contro l’abusivismo purtroppo<br />

dilagante di questi anni. Agenzie e intermediari turistici<br />

hanno l’obbligo di avvalersi di guide iscritte in un<br />

elenco nazionale, con un tesserino di riconoscimento<br />

unico. La guida turistica dovrà poi frequentare corsi<br />

di specializzazione ed aggiornamento. Viene così<br />

riconosciuta la professionalità e la qualità delle guide, a<br />

garanzia dei visitatori che potranno così apprezzare al<br />

meglio il patrimonio italiano.<br />

30<br />

31


INSERZIONE PUBBLICITARIA<br />

Non solo B&B sui nostri cammini!<br />

Per chi ama viaggiare con tenda e sacco a pelo scopriamo i camping<br />

e i rifugi lungo al Via degli Dei e la Via della Lana e della Seta.<br />

Le vacanze all’aria aperta sono sempre<br />

più apprezzate nel nostro Appennino<br />

Tosco-Emiliano, dove si possono<br />

trovare luoghi in cui pernottare rimanendo<br />

a contatto con la natura, soprattutto<br />

percorrendo due delle Vie<br />

più famose che uniscono Bologna, Firenze<br />

e Prato: la Via degli Dei e la Via<br />

della Lana e della Seta.<br />

Lungo i due cammini è possibile trovare<br />

campeggi e rifugi attrezzati, per<br />

i quali consigliamo la prenotazione<br />

con largo anticipo, soprattutto nei<br />

mesi estivi.<br />

Nei rifugi è possibile dormire in camerate,<br />

oppure in uno spazio esterno<br />

dove poter posizionare la tenda.<br />

Alcune strutture sono gestite da associazioni<br />

legate a progetti di solidarietà;<br />

può quindi essere interessante<br />

informarsi sulle iniziative o attività<br />

che vengono proposte e organizzate.<br />

Campeggio La Futa<br />

Alla terza tappa della Via degli Dei si<br />

può alloggiare a 400 metri dal sentiero,<br />

presso il “campeggio La Futa”, situato<br />

sul valico omonimo.<br />

L'area è attrezzata di case mobili e<br />

di uno spazio dedicato ai camminatori<br />

che amano vivere all'aria aperta<br />

dormendo in tenda, immersi nel meraviglioso<br />

scenario dell'Appennino<br />

toscano.<br />

Campeggio La Futa<br />

Via Bruscoli - Futa 889h<br />

Passo della Futa, Firenzuola (FI)<br />

Tel. 055 0330351 - 333 1148501<br />

e-mail: info@campinglafuta.it<br />

www.viadeglidei.it/passo-della-futa/<br />

campeggio-la-futa<br />

Camping Il Sergente<br />

Con una breve variante, scendendo a<br />

780 metri di altitudine, si arriva a Monte<br />

di Fò, dove si può sostare presso il<br />

“Camping Il Sergente”, sia in tenda che<br />

in casette attrezzate.<br />

La struttura comprende uno spazio<br />

dove si trovano attrezzature sportive<br />

e il ristorante che serve specialità tipiche<br />

del Mugello.<br />

Camping Il Sergente<br />

Via Santa Lucia 24/A<br />

Barberino del Mugello (FI)<br />

Tel. 055 8423018 - 328 9851849<br />

e-mail: info@campingilsergente.it<br />

www.viadeglidei.it/monte-di-fo-santa-lucia/camping-il-sergente<br />

Camping Village Mugello Verde<br />

Al termine della quarta tappa verso<br />

San Piero a Sieve, si può sostare<br />

al “Camping Village Mugello Verde”,<br />

grazie ad una deviazione di circa un<br />

chilometro dal centro del paese. Grazie<br />

a un passaggio interno è possibile<br />

ripartire accedendo direttamente<br />

all’inizio della tappa successiva, concordando<br />

l’accesso per il passaggio al<br />

momento della prenotazione.<br />

Nel campeggio si trova proprio di tutto<br />

(piscina, ristorante, servizi); non si<br />

può che ripartire ben riposati.<br />

Camping Village Mugello Verde<br />

Via Via Massorondinaio 39<br />

San Piero a Sieve -<br />

Scarperia e San Piero (Fi)<br />

Tel. 055 848511 - 331 6991844<br />

e-mail: mugelloverde@florencevillage.com<br />

www.viadeglidei.it/san-piero-a-sieve/<br />

camping-mugello-verde<br />

Camping Village Fiesole<br />

Un altro camping village si trova sulla<br />

collina di Fiesole: il “Camping Village<br />

Panoramico”, che gode di una vista<br />

mozzafiato sulla città di Firenze. Il<br />

verde dei cipressi e delle querce permette<br />

di apprezzare il contatto con la<br />

natura a due passi dalle colline e dalla<br />

vallata di Fiesole, di Villa Medici e del<br />

teatro romano. Il nome del ristorante,<br />

“The View”, è già un programma: difficile<br />

resistere ai piatti tipici toscani<br />

che la cucina propone, circondati da<br />

un panorama unico.<br />

Camping Village Fiesole<br />

Via Peramonda 1 - Fiesole (FI)<br />

Tel. 055 599069 - 331 6992326<br />

e-mail:<br />

panoramico@florencevillage.com<br />

www.viadeglidei.it/fiesole/camping-village-fiesole<br />

Camping Poggio degli Uccellini<br />

Prima di arrivare a Fiesole, un campeggio<br />

permette di programmare in<br />

maniera diversa la divisione delle tappe,<br />

sostando nei pressi di Bivigliano al<br />

“Camping Poggio degli Uccellini”, a 500<br />

metri dal percorso della Via degli Dei,<br />

con la possibilità di arrivare direttamente<br />

a Firenze il giorno dopo. Situato<br />

nella splendida cornice del Mugello e<br />

immerso in un meraviglioso bosco secolare<br />

di castagni ai piedi del millenario<br />

convento di Monte Senario, il camping<br />

è l’ideale per chi ama la natura e la<br />

bellezza della vita all'aria aperta.<br />

Camping Poggio degli Uccellini<br />

Via Poggio Uccellini 1050<br />

Bivigliano - Vaglia (Fi)<br />

Tel. 055 406725<br />

e-mail: info@poggiouccellini.com<br />

www.viadeglidei.it/bivigliano-vaglia/<br />

camping-poggio-degli-uccellini<br />

Agriturismo Ca’ di Mazza<br />

Questo giugno a Monzuno ha inaugurato<br />

l’agricamping “Agriturismo Ca’ di<br />

Mazza”: una piccola azienda agricola<br />

che compie 18 anni, nata con un allevamento<br />

di cavalli che Pamela, con l’aiuto<br />

dei suoi figli, è riuscita a far crescere<br />

nel tempo. Con il piccolo agricamping,<br />

la proprietaria ha realizzato uno dei<br />

suoi tanti sogni e progetti nel cassetto.<br />

Agriturismo Ca’ di Mazza<br />

Via Brento 199/2<br />

Brento di Monzuno (BO)<br />

Tel. 051 6778506 - 335 7267958<br />

e-mail: info@agriturismocadimazza.it<br />

www.viadeglidei.it/brento/agriturismo-ca-di-mazza<br />

Camping Naturista Ca’ Le Scope<br />

Sulla Via della Lana e della Seta è<br />

possibile campeggiare presso il<br />

“Camping naturista Ca’ le Scope”, in<br />

località Marzabotto, a meno di 500<br />

metri dal sentiero.<br />

Aperto a pedoni e ciclisti, la struttura<br />

offre tre alloggi in affitto e la possibilità<br />

di pernottare in tenda nelle aree<br />

esterne. Oasi di pace e tranquillità,<br />

con una “piazza” che si anima di attività<br />

per leggere, giocare e rilassarsi nel<br />

verde dei boschi.<br />

Camping Naturista Ca’ Le Scope<br />

Via San Martino, 37<br />

Marzabotto (BO)<br />

Tel. 345 501 1892<br />

e-mail: info@calescope.com<br />

www.viadellalanaedellaseta.com/<br />

camping-naturista-ca-le-scope<br />

Il Poggiolo Rifugio Resistente<br />

Sulla Via della Lana e della Seta, il “rifugio<br />

Il Poggiolo” è un presidio creativo<br />

e culturale nel paesaggio di Monte<br />

Sole. Definito un rifugio “Re-Esistente”<br />

è punto d’incontro per valorizzare<br />

e onorare luoghi, territori e ideali con<br />

un programma estivo molto ricco di<br />

eventi, anche di respiro internazionale.<br />

Si definiscono “un’’idea di rete<br />

sistemica e complessa, meta accogliente<br />

per sognatori agguerriti, artisti<br />

generosi, camminatori infaticabili<br />

e per tutti coloro che vedono in Monte<br />

Sole un simbolo di pace per costruire<br />

un mondo nuovo, colorato, coraggioso<br />

ed inclusivo.”<br />

Il Poggiolo Rifugio Resistente<br />

via San Martino, 25 - Marzabotto (BO)<br />

Tel. +39 329 003 3121<br />

e-mail rifugioresistente@gmail.com<br />

www.viadellalanaedellaseta.com/poggiolo-rifugio-resistente<br />

Rifugio Ranuzzi-Segni “Abetaia”<br />

Poco distante dal centro di Castiglione<br />

dei Pepoli, a 930 metri di quota, sorge<br />

il Rifugio Ranuzzi-Segni “Abetaia”.<br />

L’accoglienza è autogestita: occorre<br />

prenotare dal sito della Sezione C.A.I.<br />

di Bologna che lo gestisce (la Sottosezione<br />

di Castiglione dei Pepoli www.<br />

caibrasimone.it) e seguire le istruzioni<br />

per accedere alle camere. Al piano<br />

terra il bivacco è sempre accessibile,<br />

con camino e due tavoloni di cemento.<br />

Rifugio Abetaia “Ranuzzi-Segni”<br />

Via dell’Abetaia snc - Castiglione dei<br />

Pepoli (BO)<br />

Tel. +39 335 693 4494<br />

e-mail: abetaia@caibrasimone.it<br />

www.viadellalanaedellaseta.com/castiglione-rifugio-abetaia<br />

Acatù Rifugio<br />

Sulla Via degli Dei, nel versante emiliano,<br />

troviamo altri due rifugi interessanti,<br />

uno a Monzuno e l’altro a Pian di<br />

Balestra. Acatù è una struttura aperta<br />

fino al 20 ottobre che offre ai pellegrini<br />

varie tipologie di pernottamento,<br />

oltre a colazione, cena e lunch box,<br />

servizio navetta e trasporto bagagli.<br />

Gestito dall'associazione “Montagna<br />

di Suono”, il rifugio è un luogo di aggregazione<br />

e di movimentazione sociale<br />

e culturale per la comunità locale;<br />

un luogo di incontro e di scambio<br />

di culture e di lavoro condiviso su temi<br />

legati alla sostenibilità ambientale.<br />

Acatù Rifugio<br />

Località Casaccia 2-3 Monzuno (BO)<br />

Tel. +39 353 4309022<br />

e-mail: rifugisolidaliappenninici@<br />

gmail.com<br />

www.viadeglidei.it/monzuno/acatu-rifugio<br />

Rifugio Casa delle Guardie<br />

A Pian di Balestra, nel Comune di San<br />

Benedetto Val di Sambro, si trova il<br />

“rifugio Casa delle Guardie”, un luogo<br />

che è una ricchezza per il patrimonio<br />

storico e culturale della zona. Con il<br />

suo bosco di faggi e il piccolo lago, il<br />

rifugio si trova a pochi passi dalla strada<br />

Flaminia Militare ed è disponibile ad<br />

accogliere anche gruppi che desiderano<br />

un posto tranquillo e speciale dove<br />

fare meditazione e praticare yoga.<br />

È possibilE prenotare camere con bagno<br />

privato, posti letto in camerata con<br />

bagni in comune e posti tenda, oltre alla<br />

colazione e alla cena che prevede piatti<br />

per vegetariani, vegani e per celiaci.<br />

Rifugio Casa delle Guardie<br />

Via degli Dei 2/A Pian di Balestra - San<br />

Benedetto V. di S. (BO)<br />

Tel. +39 366 1137336<br />

e-mail: rifugiolcdg@gmail.com<br />

www.viadeglidei.it/pian-di-balestra/<br />

casa-delle-guardie<br />

Rifugio Casa al Giogo<br />

Il Rifugio “Casa al Giogo” è situato<br />

nel parco demaniale Giogo-Casaglia<br />

sull’Appennino Tosco-Romagnolo, in<br />

Alto Mugello, nel Comune di Firenzuola.<br />

Rispetto alla Via degli Dei, dista 10<br />

chilometri, ma prenotando con dovuto<br />

anticipo è disponibile un transfer. Con<br />

i suoi 25 posti letti suddivisi in camerate,<br />

il rifugio può ospitare un buon numero<br />

di camminatori che si apprestano<br />

a percorrere le nostre montagne.<br />

Ad accogliervi si trova Mara, che l’ha<br />

definita “casa” perché - ci dice - “qui<br />

si condividono spazi, storie, visioni,<br />

ci si conosce, si sta insieme". È anche<br />

un luogo in cui immergersi nella natura<br />

circostante e rilassarsi nel verde<br />

dell'Appennino tra Emilia e Toscana.<br />

Rifugio Casa al Giogo<br />

SP 503 del Passo del Giogo, Località<br />

Barco - Scarperia e San Piero (FI)<br />

Tel. +39 333 8458770<br />

e-mail: info@casaalgiogo.it<br />

www.viadeglidei.it/scarperia/rifugio-casa-al-giogo<br />

032<br />

3331


I MITI DELLO SPORT<br />

SPECIALE ROSSOBLÙ<br />

Negli Anni Trenta, due successi:<br />

in Coppa dell’Europa Centrale<br />

e all’Expo di Parigi, infliggendo<br />

la prima sconfitta ai “maestri”<br />

inglesi. Poi la Mitropa, il<br />

trionfo sul Manchester City<br />

e la cavalcata con Mazzone<br />

dall’Intertoto alla semifinale<br />

Uefa. I rossoblù hanno giocato<br />

148 partite internazionali<br />

vincendone quasi la metà<br />

Testo di Marco Tarozzi<br />

Foto di Archivio Bertozzi<br />

La MITROPA del 1961<br />

Dall’Ara e Pavinato<br />

Schiavio riceve la Coppa<br />

dell’Expo di Parigi nel 1937<br />

calendario si è infittito: oltre alla Coppa dei<br />

Campioni, destinata alle squadre vincitrici<br />

dei campionati nazionali, sono nate e<br />

hanno fatto proseliti Coppa delle Coppe e<br />

Coppa delle Fiere. Ma tutti sanno quanto il<br />

presidente Dall’Ara tenga all’appuntamento,<br />

e pazienza se tra gli addetti ai lavori qualcuno<br />

si è già affrettato a ribattezzarla “Coppa del<br />

Nonno”. Nel 1961 partecipano club di tre<br />

sole nazioni: Austria, Italia e Cecoslovacchia.<br />

Nella fase eliminatoria i rossoblù pareggiano<br />

con la Sampdoria e battono Stalingrad e<br />

Austria Vienna. Dopo questo successo, arriva<br />

il passaggio di testimone in panchina: dalle<br />

semifinali in poi, al posto di Federico Allasio<br />

arriva Fulvio Bernardini. La semifinale va in<br />

scena in autunno, contro i cecoslovacchi del<br />

Kladno. In trasferta, il Bologna vince 2-1, al<br />

ritorno al Comunale fa il minimo sindacale,<br />

tutti hanno fretta di correre al riparo, persino<br />

Bernardini che non aspetta in campo che<br />

il presidente Terpikto consegni la coppa a<br />

capitan Pavinato. Ma Renato Dall’Ara si gode<br />

il momento.<br />

LEGGENDARI. Nel 1970 tocca a Edmondo<br />

Fabbri, l’ex Ct azzurro che ancora rimugina<br />

e soffre per il ko del ’66 contro la Corea. Ma<br />

grazie a lui, il Bologna torna a mettere trofei<br />

in bacheca. Dopo la Coppa Italia conquistata<br />

a giugno, a settembre è la volta della Coppa<br />

Italo-Inglese, a finale diretta con andata e<br />

ritorno. Ci sono la squadra vincitrice della<br />

Coppa Italia, appunto il Bologna, e quella<br />

che ha conquistato la Football League Cup,<br />

ovvero il Manchester City. Che ha un blasone<br />

enorme: due anni prima è stato campione<br />

d’Inghilterra e cinque mesi prima ha trionfato<br />

in Coppa delle Coppe. In rosa ha cinque<br />

Quei sei trionfi europei<br />

È vero che il Bologna non si affacciava<br />

alla massima ribalta del calcio europeo<br />

da sessant’anni. Ma guai a dimenticare la<br />

storia, che ci ricorda che è stato il primo club<br />

italiano a vincere qualcosa di importante a<br />

livello internazionale, ormai quasi un secolo<br />

fa. E poi ci sono i numeri, che non mentono<br />

mai, e ci parlano di 148 sfide ufficiali con<br />

settanta vittorie, quasi il cinquanta per cento.<br />

Ci vorrebbero pagine e pagine, per ricordare<br />

tutte le partecipazioni rossoblù alle coppe<br />

europee; dobbiamo contenerci, e ci limitiamo<br />

a ricordare quelle che hanno arricchito con<br />

trofei sfavillanti la bacheca della società.<br />

PRIMA VOLTA. Ma prima, diamo spazio a<br />

una curiosità. La prima sfida internazionale<br />

del Bologna è un’amichevole, con la formula<br />

dell’andata e ritorno, e l’avversario un club<br />

di Trieste. In quel lontano 1911, la città fa<br />

parte dell’impero austro-ungarico, dunque…<br />

è straniera. Emilio Arnstein, che nel 1909 era<br />

stato tra i fondatori della squadra rossoblù<br />

alla Birreria Ronzani, lassù aveva vissuto, e<br />

appena ventenne aveva dato vita già tre anni<br />

prima al Black Star. Così, il 30 aprile 1911<br />

va in scena la prima trasferta all’estero, con<br />

tanto di “intrigo internazionale”: sconfitti 2-1, i<br />

giocatori rossoblù sulla via del ritorno vengono<br />

scambiati per irredentisti e trattenuti per ore<br />

dalla polizia austriaca. Il 14 maggio, la sfida<br />

casalinga viene interrotta sul 2-1: Arnstein,<br />

occasionalmente nel ruolo di arbitro, concede<br />

due rigori ai suoi e i triestini abbandonano il<br />

campo infuriati. Tutto si risolve con un “terzo<br />

tempo” provvidenziale all’osteria della Cesoia,<br />

a pochi metri dal campo di gioco.<br />

PROTAGONISTA. Nella prima metà degli<br />

anni Trenta, il campionato è segnato dal<br />

dominio della Juventus, che vince cinque<br />

scudetti in fila. Ma a livello internazionale<br />

Il Bologna che ha vinto la Coppa Europa Centrale nel 1932<br />

Angelo Schiavio e compagni diventano lo<br />

squadrone da battere. Conquistando, prima<br />

squadra italiana a riuscire nell’impresa,<br />

la Coppa dell’Europa Centrale nel luglio<br />

del 1932. In panchina c’è Guya Lelovich,<br />

ungherese, arrivato in Italia negli anni Venti<br />

da giocatore, voluto come spalla da Hermann<br />

Felsner una volta diventato allenatore e<br />

ritrovatosi prima guida all’improvviso dopo<br />

l’addio del boemo. A parte gli inglesi, che<br />

snobbano gli altri convinti come sono della<br />

propria superiorità, c’è il miglior calcio del<br />

continente. Si gioca in piena estate, e il Bologna<br />

mostra la sua forza d’urto già nei quarti di<br />

finale con il 5-0 rifilato allo Sparta Praga; il<br />

ritorno è una formalità, anche se l’arbitro ci<br />

mette del suo per favorire i cechi, che vincono<br />

3-0. In semifinale c’è il First Vienna, che ha in<br />

squadra i nazionali Hoffman, Rainer e Blum.<br />

Al Littoriale finisce 2-0 con le reti di Sansone<br />

e Maini, risultato difeso coi denti nella partita<br />

di ritorno, vinta dagli austriaci per 1-0. Senza<br />

saperlo, il Bologna ha già il trofeo in tasca.<br />

Nell’altra semifinale, incidenti assortiti tra<br />

Juventus e Slavia Praga portano all’esclusione<br />

di entrambe, e la truppa di Lelovich vince a<br />

tavolino la Coppa.<br />

DOPPIETTA. La seconda volta è nell’estate<br />

del 1934. Le squadre invitate al torneo sono<br />

le prime quattro dei campionati italiano,<br />

ungherese e austriaco. I rossoblù affondano<br />

il Bocksay Debreczin, poi strapazzano il<br />

Rapid Vienna, con goleada al Littoriale (6-1<br />

con doppiette di Reguzzoni e Schiavio) e ko<br />

ininfluente in Austria (1-4), e in semifinale<br />

il fortissimo Ferencvaros di Sarosi (1-1 in<br />

trasferta e clamoroso 5-1 al Littoriale). In<br />

finale c’è l’Admira Vienna, che ha tra i<br />

titolari parecchie colonne del Wunderteam.<br />

Il 5 settembre del ’34, in Austria, i rossoblù<br />

cedono di misura, 2-3. Quattro giorni dopo<br />

si prendono la rivincita con gli interessi:<br />

davanti al proprio pubblico Carlo “Rigoletto”<br />

Reguzzoni è una furia: ne mette tre alle<br />

spalle di Platzer, numero uno del Rapid, e al<br />

resto pensano Maini e Fedullo. Finisce 5-1,<br />

con un’altra coppa prestigiosa da mettere in<br />

bacheca.<br />

NEL SEGNO DI WEISZ – Tre anni più tardi,<br />

con il grande Arpad Weisz in panchina, il<br />

Bologna va ad insegnare calcio anche agli<br />

inglesi, al Torneo Internazionale dell’Expo<br />

di Parigi. Nel 1937, appena vinto il quarto<br />

scudetto della sua storia, affronta la kermesse<br />

parigina ed è l’apoteosi. Cadono in sequenza i<br />

francesi del Sochaux (4-1), i cechi dello Slavia<br />

Praga (2-0) e infine anche gli inglesi: in finale<br />

il Chelsea è asfaltato, 4-1 con la solita tripletta<br />

di Carlo Reguzzoni. In Europa non c’è una<br />

squadra di club che valga il Bologna.<br />

SOTTOSTIMATO. A metà degli anni<br />

Cinquanta, la vecchia Coppa dell’Europa<br />

Centrale è diventata Mitropa Cup. Non è<br />

più un trofeo brillantissimo, anche perché il<br />

vincendo 1-0 con il gol del diciottenne Mario<br />

Rossini. In finale c’è da affrontare un’altra<br />

squadra cecoslovacca, lo Slovan Nitra,<br />

avversario modesto ma capace di eliminare<br />

dalla competizione altre due italiane, Torino<br />

e Udinese. A Nitra i rossoblù vanno in<br />

vantaggio con Nielsen e Perani dal dischetto,<br />

ma si fanno raggiungere sul 2-2. Nel ritorno al<br />

Comunale, il 4 aprile 1962, sotto una pioggia<br />

battente e con poche migliaia di tifosi sugli<br />

spalti in una giornata feriale, non c’è storia:<br />

Demarco, Pascutti e Nielsen firmano il 3-0 e<br />

La formazione che ha vinto l’Expo di Parig nel 1937<br />

Reguzzoni segna il primo gol contro il Chelsea all’Expo di Parigi<br />

nazionali inglesi: il portiere Corrigan, Doyle,<br />

Bell, Lee e Summerbee. Oltre a capitan<br />

Tony Book, “the Maine man”, bandiera<br />

del club. Al Comunale i rossoblù vincono<br />

di stretta misura, 1-0 firmato da Rizzo. Al<br />

ritorno il Maine Road, “fortino” dei Citizens,<br />

è una bolgia. Il Bologna trova i suoi eroi in<br />

Vavassori, che para l’imparabile, e Bruno<br />

Pace, esaltato dalla ribalta europea, che<br />

mette lo zampino nei gol di Perani e Savoldi.<br />

Finisce 2-2 e il Bologna alza la coppa. Anche<br />

gli inglesi, duri al limite della scorrettezza<br />

in campo, fanno ala all’uscita dei vincitori,<br />

applaudendo. È il 23 settembre 1970.<br />

ULTIMO ALLORO. L’ultimo successo<br />

europeo è del 1998. Carlo Mazzone fa volare<br />

i rossoblù nella Coppa Intertoto: nell’estate,<br />

cadono il National Bucarest e poi la<br />

Sampdoria di Spalletti in semifinale. L’ultimo<br />

atto è col Ruch Chorzow, già all’andata torna<br />

in campo (al 75mo) un rinato Beppe Signori<br />

. Finisce 1-0 al Dall’Ara, e due settimane<br />

dopo, a casa loro i polacchi tentano il tutto<br />

per tutto, si scoprono e il Bologna vince 2-0.<br />

Non è solo un trofeo che va ad arricchire la<br />

bacheca: vale anche un posto in Coppa Uefa,<br />

e da questo momento la squadra inizierà un<br />

cammino da protagonista che lo porterà fino<br />

a un passo dalla finale.<br />

034<br />

3531


I MITI DELLO SPORT<br />

La cronaca dello spareggio<br />

con Anderlecht deciso<br />

dalla (doppia) sfortuna<br />

quella<br />

monetina<br />

Maledetta<br />

Testo di Giuliano Musi<br />

Nella storia del Bologna di spareggi decisivi<br />

come quello con l’Anderlecht ne esiste uno<br />

e quindi il faccia a faccia con i belgi poteva<br />

anche riportare la mente a quello spareggio<br />

milanese disputato nel 1925, a porte<br />

chiuse, che destò tantissimi polemiche.<br />

Ma poiché in quell’occasione i rossoblù<br />

conquistarono il loro primo scudetto, la<br />

cosa poteva anche essere piacevole e dare<br />

nuova vita a ricordi molto positivi con la<br />

speranza che l’evento favorevole si potesse<br />

ripetere.<br />

Anche i minuti precedenti la discesa in<br />

campo delle formazioni sembravano voler<br />

favorire il Bologna perché Verbiest uno<br />

dei pezzi pregiati dell’Anderlecht risultava<br />

indisponibile. Il possente difensore<br />

accusava una contrazione muscolare,<br />

effetto di una botta subita nel match di<br />

Bologna, sottovalutata e trascurata con<br />

effetti decisamente negativi.<br />

Fino all’ultimo momento l’allenatore<br />

Sinibaldi aveva sperato di recuperare<br />

Verbiest ma alla fine aveva deciso di lasciarlo<br />

a riposo e di sostituirlo con Lippens, altro<br />

difensore di provata esperienza, che però<br />

era reduce da una stagione abbastanza<br />

tribolata tanto da non avere presenze in<br />

campionato. Il sestetto difensivo belga<br />

presentava poi una seconda novità rispetto<br />

agli impegni precedenti perché Cayuela<br />

sostituiva Hanon. In attesa dell’entrata<br />

delle due squadre non mancano i colpi di<br />

scena inattesi con un tifoso dell’Anderlecht<br />

fin troppo entusiasta, che pretende di<br />

sventolare la sua bandiera all’interno del<br />

campo. L’intervento immediato e deciso<br />

della Polizia mette fine alla sceneggiata<br />

e il tifoso viene riaccompagnato fuori dal<br />

campo da un gendarme. All’annuncio<br />

delle formazioni gli applausi più fragorosi<br />

sono per il Bologna, anche perche i tifosi<br />

belgi sono contrariati dal fatto che non<br />

Il primo lancio<br />

della monetina che resta<br />

conficcata in verticale<br />

sul terreno di gioco.<br />

Il secondo lancio<br />

ci sarà fatale<br />

ci sarà Verbiest. Appare sugli spalti anche<br />

un bandierone belga evidentemente<br />

speculativo oltre che inesatto che dice:<br />

«Espagna è il paradiso del calcio non del<br />

catenaccio» ma si rivolge praticamente a<br />

nessuno perché di spagnoli allo stadio non<br />

ce ne sono. Finalmente entrano le squadre,<br />

l’Anderlecht è in tenuta bianca, il Bologna<br />

nella divisa abituale. Il Bologna batte<br />

il calcio d’inizio a sinistra della tribuna<br />

centrale davanti a circa 15.000 persone.<br />

Subito Haller improvvisa una gran gimkana<br />

in area ma Lippens lo ferma e rinvia il<br />

pericoloso pallone. Dopo alcune azioni del<br />

Bologna l’Anderlecht si presenta con un<br />

rasoterra di Van Himst bloccato da Negri.<br />

I belgi insistono e grazie ad uno errore di<br />

Janich Van Himst si libera sulla destra ma<br />

Negri allontana. Ancora uno spavento per il<br />

Bologna con Van Himst (forse in fuori gioco)<br />

che riceve da Jurion e centra per Stokman<br />

che evita Pavinato e serve Cayuela che però<br />

spara alto. II Bologna si scuote e va vicino<br />

al gol al 10’ con un ubriacante assolo di<br />

Haller il cui tiro finale (dopo aver dribblato<br />

tre uomini in corsa) è ribattuto da Plaskie.<br />

Un’azione belga condotta da Van Himst è<br />

fermata con le mani da Pascutti che viene<br />

spinto da un difensore e l’arbitro non la<br />

sanziona. Un ottimo suggerimento di<br />

Pascutti al 18’ serve al meglio Nielsen che<br />

non controlla bene e Trappeniers prende<br />

la palla. La partita va avanti ordinata,<br />

estremamente corretta ma senza grosse<br />

emozioni. Il Bologna si apre un varco al<br />

23’ con Haller che allarga su Pascutti,<br />

pronto a servire Nielsen. Il centrattacco<br />

sente forse l’accorrere degli avversari e<br />

tira frettolosamente e da lontano: troppo<br />

alto. Punizione per fallo di Cornelis, tiro di<br />

Haller ribattuto, riprende Haller che apre<br />

a Furlanis, fucilata da venticinque metri,<br />

I tabellini delle tre partite<br />

con l’ANDERLECHT<br />

nella COPPA DEI CAMPIONI 1964-65<br />

9 SETTEMBRE 1964 – ELIMINATORIE<br />

ANDERLECHT-BOLOGNA 1-0<br />

Rete: Van Himst 49’.<br />

ANDERLECHT: Trappeniers, Heylens, Cornelis, Hanon, Verbiest,<br />

Plaskie, Stockman, Jurion, Devrindt, Van Himst, Puis. - All. Sinibaldi.<br />

BOLOGNA: Negri, Furlanis, Pavinato, Tumburus, Janich, Fogli,<br />

Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Pascutti. - All. Bernardini.<br />

Arbitro: Kreitlein (Germania Ovest)<br />

7 OTTOBRE 1964 – ELIMINATORIE<br />

BOLOGNA-ANDERLECHT 2-1<br />

Reti: Pascutti 57’, Nielsen 74’, Stockman 89’.<br />

BOLOGNA: Negri, Furlanis, Pavinato, Tumburus, Janich, Fogli,<br />

Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Pascutti. - All. Bernardini.<br />

ANDERLECHT: Trappeniers, Heylens, Cornelis, Hanon, Verbiest,<br />

Plaskie, Stockman, Jurion, Devrindt, Van Himst, Puis. - All. Sinibaldi.<br />

Arbitro: Horvath (Ungheria)<br />

14 OTTOBRE 1964 – ELIMINATORIE (A BARCELLONA)<br />

ANDERLECHT-BOLOGNA 0-0<br />

ANDERLECHT: Trappeniers, Heylens, Cornelis, Cayuela, Plaskie,<br />

Lippens, Stockman, Jurion, Devrindt, Van Himst, Puis. - All. Sinibaldi.<br />

BOLOGNA: Negri, Furlanis, Pavinato, Tumburus, Janich, Fogli,<br />

Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Pascutti. - All. Bernardini.<br />

Arbitro: Zariquiegui (Spagna)<br />

parata con un certo affanno da Trappeniers.<br />

E’ la mezzora esatta. Bravissimo Negri al<br />

32’ quando Cayuela ha la palla da Heylens<br />

e spara ma Carburo ferma in due tempi.<br />

Una centrata in velocità di Stokman è<br />

perduta da Negri e Tumburus salva alla<br />

grande su Devriendt. Si evidenzia una<br />

certa superiorità di pressione dei belgi,<br />

mentre i rossoblù stentano a passare la<br />

barriera del fuorigioco. Gioco sempre<br />

controllato, con un certo ritorno del<br />

Bologna, verso la fine del tempo, che si<br />

conclude comunque senza gol. Il pubblico<br />

nel frattempo è aumentato grazie al fatto<br />

che ben quattromila spettatori pare siano<br />

stati fatti entrare gratis. Inizia la ripresa<br />

e una punizione di Perani battuta dalla<br />

barriera, regala un corner al Bologna.<br />

Sul tiro di Perani, la palla è sfiorata da<br />

Nielsen, presa di potenza da Pascutti che<br />

saetta di destro centrando in pieno la<br />

traversa. Al 27’ Nielsen manca l’aggancio<br />

di un propizio pallone lanciato da<br />

Haller, secondo angolo per il Bologna (e<br />

nell’azione Perani zoppica per uno scontro<br />

con Cornelis). Poco dopo Fogli avanza<br />

ma il suo tiro ad effetto esce oltre il palo<br />

opposto. Favorevole occasione su corner<br />

per i rossoblù al 36’ ma è destino che non<br />

si debba passare. Haller fa partire ancora<br />

Nielsen, è solo davanti a Trappeniers che<br />

riesce a buttare fuori. E’ un vero tiro gol<br />

regalato. Al 35’ per poco l’Anderlecht<br />

non combina la beffa, con un dribbling di<br />

Van Himst e una fucilata di Devriendt che<br />

picchia nella fascia esterna della rete. Al<br />

38’ Nielsen, lanciato da Fogli, se ne va ma<br />

la sua conclusione è deviata in corner. Al<br />

43’ a sinistra Perani scarta Heylens e tira da<br />

venti metri; il pallone è violento, ma esce<br />

dopo aver sfiorato l’incrocio dei pali. Poi<br />

Van Himst centra dalla destra e Devriendt<br />

SPECIALE ROSSOBLÙ<br />

incorna netto ma Negri para. I novanta<br />

minuti finiscono sul pari come Bernardini<br />

aveva previsto ma il Bologna ha sciupato<br />

in maniera clamorosa almeno quattro palle<br />

gol (contro nessuna) oltre ad aver colpito<br />

una traversa. Nell’intervallo Nielsen si fa<br />

massaggiare sotto la coscia destra, Pascutti<br />

si applica del ghiaccio sulla nuca.<br />

Intano il pubblico è ulteriormente<br />

aumentato. Si riparte per i tempi<br />

supplementari con un calcio d’angolo per<br />

l’Anderlecht e, subito dopo, un destro di<br />

Van Himst finisce a lato. Immediatamente<br />

dopo Bulgarelli, in un contropiede, resta a<br />

terra in seguito ad uno scontro con Plaskie.<br />

Gioco fermo Bulgarelli tenta di rialzarsi,<br />

non ce la fa e va fuori. I rossoblù restano<br />

per un momento in dieci. Poi Bulgarelli<br />

rientra, ma appare subito in condizioni<br />

precarie. II gioco si ferma ancora, perché<br />

Janich è rimasto a terra, forse per crampi.<br />

La stanchezza si fa sentire in maniera<br />

violenta. Haller, talvolta, gioca alla sinistra,<br />

Pascutti sta più arretrato. Al 12’ l’occasione<br />

è dei belgi: Van Himst a Devriendt, mentre<br />

Janich scivola. Rasoterra centrale ma Negri<br />

para 14; Van Himst va via a tutti poi tira ma<br />

Negri ferma e infine manda alla disperata<br />

in angolo. Sul tiro dalla bandierina, spara<br />

Lippens e Pavinato respinge dalla linea.<br />

Dopo queste azioni è l’Anderlecht ad<br />

avere perduto una grande occasione.<br />

Si accendono i fari per l’ultima terribile<br />

frazione. Esce alla disperata Negri su<br />

cross insidioso di Van Himst. E’ un finale<br />

tremendamente pesante. Haller trascina<br />

ancora la squadra, ma poi tutto si conclude<br />

in un batti e ribatti ai margini dell’area. Sì<br />

profila ormai (era da un po’ di tempo che<br />

se ne aveva il sospetto) il sorteggio, la<br />

maniera più avventurosa e meno sportiva<br />

di concludere una sfida durata in totale<br />

ben cinque ore di gioco. L’arbitro fischia la<br />

fine delle ultime due ore terribili. Pascutti<br />

e qualcun altro non vogliono aspettare e<br />

scappano negli spogliatoi. L’arbitro convoca<br />

i due capitani. Si vivono due interminabili<br />

minuti. Un primo lancio della monetina (in<br />

realtà era di notevoli dimensioni trattandosi<br />

di un conio da dieci dollari) è annullato<br />

dall’arbitro. Si ripete e a quel punto sono<br />

i bianchi che saltano in aria per la gioia.<br />

La sorte ha baciato l’Anderlecht, ha voluto<br />

essere fino all’ultimo istante contro il<br />

Bologna che a sua volta si è condannato<br />

con gli errori commessi nel secondo tempo<br />

dello spareggio e con quelli del match<br />

precedente. Quel gol segnato da Stockman<br />

appare più attuale e decisivo che mai.<br />

036<br />

3731


IL RITORNO DEL BFC<br />

SPECIALE ROSSOBLÙ<br />

Le tre partite contro<br />

l’Anderlecht e la monetina<br />

maledetta negli articoli<br />

degli inviati dell’epoca. Che<br />

predissero in quei giorni la<br />

fine del Bologna dei sogni<br />

Testo di Marco Tarozzi<br />

Cronache da un’Europa stregata<br />

La grande ribalta europea raccontata<br />

da quelli che l’hanno vissuta, per<br />

mestiere e passione. Ecco, dunque,<br />

nelle pagine redatte sul quotidiano<br />

sportivo della città, il verde “Stadio”<br />

diretto all’epoca da Luigi Chierici,<br />

frammenti di storia delle tre partite<br />

di Coppa dei Campioni contro<br />

l’Anderlecht, e di quel finale che<br />

trasformò una brillante commedia in<br />

dramma sportivo.<br />

CATENACCIO. La prima sfida, in<br />

Belgio, va in scena il 9 settembre<br />

1964 e l’Anderlecht vince di misura,<br />

1-0. Il giorno dopo, Stadio titola: “La<br />

prudenza tradisce il Bologna”, e il<br />

canovaccio della gara è ben descritto<br />

da Aldo Bardelli: «Abbandonato<br />

completamente il centrocampo, il<br />

Bologna si è proposto un solo risultato<br />

probabile, tra infiniti possibili. Lo<br />

“zero a zero”. E l’incontro si è<br />

trasformato in un monotono assalto<br />

dell’attacco belga al “muro” difensivo<br />

del Bologna. Oltretutto, uno spettacolo<br />

avvilente… Un Bologna tatticamente<br />

paradossale, oltre che appesantito<br />

dalla forma precaria di alcuni suoi<br />

elementi fondamentali. Tra l’altro, se<br />

si voleva giocare “arroccati” nella<br />

speranza di uno zero a zero, perché<br />

non costruire una squadra particolare<br />

per un obiettivo del genere? Per una<br />

tattica diversa (ma non ce ne sarebbe<br />

stato bisogno) una squadra diversa…<br />

Sarebbe stata una innovazione magari<br />

un po’ arbitraria, ma indubbiamente<br />

logica. Il Bologna di sempre, con<br />

un abito nuovo, è stato invece un<br />

controsenso».<br />

POLEMICHE. L’11 settembre il<br />

“verde” torna sull’argomento, con<br />

Alfeo Biagi che raccoglie le parole della<br />

stella belga Van Himst, non troppo<br />

lusinghiere. Già il titolo è esplicativo:<br />

«Il presidente dell’Anderlecht stima il<br />

Bologna. Van Himst no». Ed eccole, le<br />

parole dell’attaccante: «Prima di porre<br />

le nostre domande al “Monarca” del<br />

calcio belga, lo ascoltammo mentre<br />

tutto sussiegoso parlava con i nostri<br />

colleghi, italiani e stranieri. Diceva,<br />

Van Himst: “Se l’Anderlecht giocasse<br />

il foot-ball come lo pratica il Bologna,<br />

posso assicurarvi che nello spazio<br />

di poche settimane non avremmo<br />

più un solo spettatore al Parc Astrid!<br />

Sinceramente, sono rimasto molto<br />

deluso del gioco del Bologna. Avevo<br />

sentito parlare del catenaccio, ma<br />

credevo che ugualmente, tra le loro<br />

fila, ci fossero uomini che sanno<br />

giocare a calcio». Biagi, con la<br />

sua vena ironica, evidenzia anche<br />

le crepe tra le righe della stampa<br />

estera: «Segnaliamo, per finire, uno<br />

strampalato avviso pubblicitario<br />

pubblicato da “Les Sports” per invitare<br />

i tifosi dell’Anderlecht a seguire la<br />

squadra il 7 ottobre a Bologna. A<br />

un certo punto dice testualmente:<br />

“Partenza da Bruxelles… arrivo a<br />

Rimini… escursione in pullman a<br />

San Marino, la piccola repubblica da<br />

operetta”. Una frase del genere non<br />

merita commenti. Meriterebbe ben<br />

altro…».<br />

SPRECO. La partita di ritorno al<br />

Comunale è una vittoria amara per<br />

il Bologna, che in vantaggio 2-0<br />

subisce a un minuto dalla fine il gol<br />

dei belgi: quel 2-1 lo condanna allo<br />

spareggio dopo una partita piena di<br />

occasioni perdute. L’articolo di Aldo<br />

Bardelli titola “Il calcio è bello anche<br />

per questo”, e la prima firma di Stadio<br />

spiega perché: «Ora si discuterà di un<br />

Bologna ingenuo, di scarsa esperienza<br />

internazionale, magari sciocco<br />

nell’impostazione del gioco dopo il 2-0.<br />

Le beffe come quella dell’Anderlecht –<br />

il golletto all’ultimo minuto, quando<br />

ormai tutto sembra deciso – deludono,<br />

irritano, inducono al commento amaro<br />

Giulio Cesare Turrini<br />

o addirittura irridente. In effetti, episodi<br />

del genere fanno parte del gioco. Anzi,<br />

il calcio è il più bel gioco del mondo<br />

proprio perché, ogni tanto, tira fuori<br />

“coups de theatre” del genere… Il<br />

Bologna, semmai, aveva sbagliato<br />

prima, mancando il terzo gol con<br />

Haller e Pascutti (clamorosamente con<br />

Haller!)».<br />

A raccontare gli appuntamenti mancati<br />

con la gloria è Luciano Parisini: «Il<br />

gol dell’1-0 sblocca il Bologna e<br />

le occasioni da rete per i rossoblù<br />

si succedono senza interruzione.<br />

Sbaglia Perani al 19’, sbaglia Pascutti<br />

al 21’…. Il Bologna raddoppia. Azione<br />

di Tumburus sulla sinistra. Palla a<br />

Pascutti che imbecca Nielsen. Tiro<br />

al volo e pallone in rete. Un gol da<br />

manuale… Ormai è fatta, il Bologna<br />

gioca sul velluto. Potrebbe triplicare al<br />

40’, quando Haller tutto solo davanti<br />

a Trappeniers preferisce passare a<br />

Nielsen che si fa soffiare la palla da<br />

Cornelis. È l’errore fatale. È il preludio<br />

al dramma del quarantaquattresimo».<br />

FRECCIATE. Gli animi sono surriscaldati<br />

già dalla prima partita, quando i belgi<br />

hanno accusato i rossoblù di praticare<br />

un calcio “catenacciaro”. Ma davanti<br />

al taccuino di Giulio Cesare Turrini<br />

stavolta è Janich ad indignarsi: «Bella<br />

roba: da me è venuto Plaskie a dire<br />

che avevamo comprato l’arbitro. Io<br />

dico che quando uno pensa a cose del<br />

genere, significa che ci è abituato…».<br />

La filosofia, nello stesso articolo,<br />

spunta altrove: «L’opinione più<br />

realistica viene da Perani: “E va bene:<br />

un’altra partita, un altro incasso, un<br />

altro premio…». Tocca ad Alfeo Biagi,<br />

invece, raccogliere le solite lamentele<br />

dei belgi. «… e Van Himst dice: “Non<br />

c’è stata partita, monsieur. C’è stato<br />

soltanto un match di boxe. E per di più<br />

un match di boxe diretto da un pessimo<br />

arbitro». Così il giocatore, non meno<br />

pesante l’allenatore Sinibaldi: «Lei<br />

cosa spera per la bella? “Spero soltanto<br />

che ci sia un arbitro. Un arbitro vero,<br />

intendo. Non uno come quello di<br />

oggi”».<br />

PROFEZIA. Si va alla “bella” : si<br />

giocherà al Nou Camp di Barcellona<br />

mercoledì 14 ottobre, ma già il 9 su<br />

Stadio Turrini raccoglie lo sfogo di<br />

Bernardini, ma anche una profezia<br />

che si rivelerà infausta «È giusto che ci<br />

sia una bella? “Lo è solo in quanto il<br />

regolamento dice così, e in quanto ieri<br />

hanno dovuto giocare in dieci. Sennò,<br />

avevamo vinto noi, ormai”. Il modulo<br />

sarà lo stesso a Barcellona? “Lassù sarà<br />

una partita diversa, perché partiremo<br />

da zero a zero. Io credo comunque<br />

che a Barcellona giocheremo, più o<br />

meno, come ieri. E che fatalmente si<br />

andrà ai tempi supplementari…” Ne<br />

sei proprio certo? “Sì, direi di sì. Tempi<br />

supplementari e, potrebbe essere, la<br />

monetina”».<br />

DISPARITÀ. Domenica 11 ottobre,<br />

il corrispondente da Bruxelles, Luigi<br />

Avanzini, racconta del “trattamento<br />

di favore” di cui beneficiano i belgi:<br />

«L’Anderlecht…ha usufruito ancora<br />

una volta dei favori della Union Belge<br />

di Football: i campioni del Belgio non<br />

giocheranno domani contro il Daring<br />

e questa partita di campionato verrà<br />

ricuperata in una data da stabilirsi…<br />

La storia si ripete. La Union Belge ha<br />

fatto del suo cuore di pietra un cuore<br />

di zucchero candito: l’Anderlecht,<br />

d’accordo con tutti, non giocherà<br />

domani mentre il Bologna se la vedrà<br />

con la Sampdoria»<br />

MONETA. Mercoledì 14 il destino del<br />

Bologna è segnato: gara che finisce<br />

0-0, supplementari compresi, sorteggio<br />

che favorisce i belgi. La prima pagina<br />

di Stadio titola “L’Anderlecht liquida<br />

i rossoblù con una moneta da dieci<br />

dollari”. Tocca ancora ad Aldo Bardelli<br />

il commento: «Ha deciso la monetina.<br />

Dopo trecento minuti di gioco, il<br />

campo non aveva dato un verdetto.<br />

Allora, è stato affidato alla sorte. E<br />

che la sorte non fosse dalla parte del<br />

Bologna si era già visto sette giorni or<br />

sono nella seconda partita, e anche<br />

durante la terza quando la traversa<br />

ha respinto un gran tiro di Pascutti a<br />

portiere battuto». Il “colore” è affidato<br />

a Giulio Cesare Turrini, ma ha toni<br />

grigioscuri: «Gli assurdi del calcio<br />

portano anche a questo: uno stadio<br />

gigantesco, da centomila persone,<br />

ne quale si agitano poche migliaia di<br />

tifosi, la maggior parte dei quali venuti<br />

dall’estero. Mancano venti minuti<br />

all’ora dell’inizio e l’immenso catino<br />

è vuoto, questo è il termine esatto»,<br />

mentre Alfeo Biagi è testimone del<br />

momento più drammatico: «Se non<br />

vedessimo con i nostri occhi non ci<br />

crederemmo: la moneta è lì confitta<br />

nell’erba esattamente verticale.<br />

L’arbitro chiama ancora i due capitani,<br />

li invita a constatare quello che è<br />

successo. Il dramma non è ancora<br />

finito».<br />

SOGNO infranto. Qualcosa<br />

si è rotto, nel magnifico giocattolo<br />

Bologna. Alfeo Biagi raccoglie lo<br />

sfogo di Pavinato: «… il capitano che<br />

non parla mai, l’uomo che non se la<br />

prende mai con nessuno, ha uno sfogo,<br />

uno scatto di rabbia: “io ho trent’anni<br />

ed ho corso per 120 minuti come un<br />

mulo sputando l’anima sul campo.<br />

C’è qualcuno invece che ha quasi<br />

dieci anni meno di me che non solo<br />

non segna i gol più facili del mondo,<br />

ma non si prende neanche la briga di<br />

gettare un po’ di sudore sull’erba. Va<br />

poi a finire che si perde come abbiamo<br />

perduto in questa sera maledetta!”».<br />

Anche Negri, taciturno per scelta, dice<br />

la sua al cronista: «Gliela abbiamo<br />

regalata dieci volte tra Bologna e qui. E<br />

la moneta ci ha giocato la beffa finale».<br />

E Aldo Bardelli legge già il futuro con<br />

una frase epocale: «… e il Bologna,<br />

adesso, non può che rimpiangere<br />

di aver compromesso il campionato<br />

per una problematica affermazione<br />

internazionale». Andrà a finire così:<br />

un campionato sottotono, Bernardini<br />

che farà le valigie a fine stagione, il<br />

sogno di continuità definitivamente<br />

infranto.<br />

038<br />

3931


LA MACCHINA DEL TEMPO<br />

I musei, gli edifici, i paesaggi,<br />

gli archivi e le biblioteche:<br />

un viaggio nella storia bolognese<br />

e nelle sue fonti<br />

dalle origini ai giorni nostri<br />

Su quale terreno poggia il territorio bolognese?<br />

Quando e come si è formato? La geologia locale<br />

fra itinerari ambientali e musei<br />

Le pietre di Bologna<br />

Testi di Elena Boni e Luca Martelli (geologo del Settore<br />

difesa del territorio della Regione Emilia-Romagna)<br />

Foto tratte dai materiali divulgativi della Regione Emilia-Romagna<br />

La nostra penisola nasce dall’interazione fra due placche<br />

geologiche: quella africana e quella euroasiatica. Dove i due<br />

bordi vengono a contatto, il terreno si solleva e si formano<br />

catene montuose: questa è l’origine dell’Appennino. Bologna<br />

si trova sul versante nord della catena appenninica, nella zona<br />

di sotto-scorrimento della placca adriatica. La pianura presenta<br />

una situazione particolare: in superficie sembra tutta piatta, ma<br />

se si fa una “radiografia” del sottosuolo padano, si notano in<br />

realtà delle “pieghe”.<br />

IL CONTRAFFORTE E I CIOTTOLI<br />

Il sottosuolo di Bologna è costituito dai sedimenti che gli agenti<br />

atmosferici hanno eroso dalla catena montuosa in formazione<br />

e che i fiumi hanno poi depositato nel bacino più a valle. Circa<br />

3 milioni di anni fa la pianura era un bacino marino che si<br />

è man mano riempito di sedimenti. Il contrafforte pliocenico,<br />

che attraversa l’Appennino a sud di Bologna tra i Comuni di<br />

Sasso Marconi e Pianoro, oggi costituisce una riserva naturale<br />

regionale. Nel Pliocene, fra i 5 e i 2 milioni di anni fa, era un<br />

golfo che poi si è riempito di sedimenti. In seguito, i terreni più<br />

facilmente erodibili, come le argille, sono stati portati via ed è<br />

rimasto il calco, come se fosse il “negativo” dell’antico bacino.<br />

La zona è solcata da numerosi sentieri e percorsi scientificonaturalistici;<br />

i luoghi più favorevoli per ammirare il contrafforte<br />

sono le strade verso Marzabotto e il Monte delle Formiche.<br />

<strong>Nelle</strong> zone in cui i fiumi (il Savena, il Reno e i torrenti minori)<br />

sboccano in pianura troviamo dei conoidi, cioè accumuli di<br />

materiali grossolani e pesanti come ciottoli, ghiaia e sabbie<br />

Sezione geologica del versante destro della valle del Reno<br />

Decorazioni realizzate con varie pietre nel centro di Bologna<br />

caratterizzati da una forma a ventaglio che si apre e degrada<br />

verso la pianura. I ciottoli più grandi vengono utilizzati come<br />

materiali da costruzione, ad esempio nella pavimentazione<br />

di piazza Santo Stefano. Quanti <strong>Bolognesi</strong> avranno giocato<br />

almeno una volta “con i ciottoli giù al fiume”…? Man mano<br />

che ci allontaniamo dal corso dei fiumi troviamo nelle piane<br />

inondabili dei materiali leggeri e più facilmente trasportabili<br />

come limo, argilla, in cui si intercalano torbe di origine organica.<br />

I CALANCHI<br />

I calanchi, tipici dell’Appennino bolognese, sono prodotti da<br />

particolari forme di erosione su terreni molto “leggeri”: argilla e<br />

limo che, anziché generare le consuete frane, vengono dilavati<br />

dando origine appunto ai cosiddetti “calanchi”. Possiamo<br />

osservare l’alternanza di versanti più pietrosi e altri più fini,<br />

ricoperti di prati e piante. Uno dei primi osservatori scientifici<br />

di queste concrezioni tipiche dell’Appennino settentrionale<br />

fu Leonardo Da Vinci, che descrisse le rocce ivi trovate come<br />

“argille grigio-azzurre”.<br />

La selenite alla base della Garisenda<br />

Nel Bolognese si trovano anche argille ridotte in scaglie (le<br />

cosiddette “argille scagliose”) da una fitta rete di fratturazione e<br />

con colorazioni rossastre, grigio-nere, verdastre (sono note anche<br />

come “argille varicolori” o “argille variegate”): si tratta di rocce<br />

molto più antiche, formatesi fra i 180 e i 30 milioni di anni fa in<br />

un mare di tipo oceanico: l’antico oceano ligure-piemontese che<br />

superava anche i 3000 metri di profondità. L‘ossidazione dei<br />

minerali e degli elementi presenti ne determina la colorazione<br />

particolare. Circa 30 milioni di anni fa cominciarono i movimenti<br />

di formazione delle montagne (orogenesi appenninica) di cui<br />

possiamo vedere una traccia evidente nelle dorsali a Castiglion<br />

de’ Pepoli: lungo il crinale tosco emiliano è facile incontrare<br />

rilievi di arenarie, ovvero sabbie ricche di quarzi e feldspati che,<br />

dopo essersi depositate e accumulate sul fondo del mare, si sono<br />

trasformate in rocce e successivamente sono state deformate e<br />

sollevate dalle spinte tettoniche.<br />

VEDERE-STUDIARE-ESPLORARE<br />

Presso la sede della Regione Emilia-Romagna in viale<br />

della Fiera 8 si trova il Museo Giardino Geologico<br />

“Sandra Forni” che offre un percorso guidato<br />

attraverso le scienze della Terra con una particolare<br />

attenzione alla geologia dell’Emilia-Romagna. Sono<br />

disponibili anche numerose pubblicazioni, divulgative,<br />

scientifiche e cartografiche, con spiegazioni per ogni<br />

età e suggerimenti di itinerari urbani ed extraurbani.<br />

Fra i musei universitari si segnala la Collezione di<br />

mineralogia “Museo Luigi Bombicci” in piazza di Porta<br />

San Donato 1, ricchissima di minerali provenienti da<br />

tutto il mondo ma anche di meteoriti e di botroidi.<br />

A queste concrezioni fossili dalle forme molto curiose<br />

è dedicato il piccolo Museo dei Botroidi in località<br />

Tazzola (Pianoro), incentrato sulla conoscenza tattile<br />

Le pietre di Bologna<br />

DALLA SELENITE ALL’UNESCO<br />

Nel periodo Messiniano (da 7 a 5,5 milioni di anni fa) la spinta tra<br />

Africa ed Europa chiuse lo stretto di Gibilterra. Il Mediterraneo,<br />

non ricevendo più dall’oceano un sufficiente apporto di acqua,<br />

prese ad evaporare. Cominciarono a depositarsi prima i minerali<br />

meno solubili, come il carbonato di calcio, poi il gesso e il<br />

salgemma. Questo non avvenne in modo costante, ma tramite<br />

cicli ripetuti di evaporazione ed inondazione che hanno dato<br />

origine alle tipiche alternanze di gessi e argille.<br />

I gessi sono stati usati come rocce da costruzione perché<br />

reperibili a poca distanza dalla città e facilmente lavorabili. In<br />

particolare, i blocchi di gesso, che per la particolare rilucenza<br />

dei cristalli “a coda di rondine” erano chiamati “selenite” o<br />

pietra della luna, sono stati impiegati per la costruzione della<br />

cinta muraria altomedioevale (le “mura di selenite” appunto) e<br />

per le basi delle torri come quella degli Asinelli e la Garisenda.<br />

In natura i gessi, essendo facilmente solubili, creano forme<br />

carsiche o grotte con circolazione sotterrane di acque, di cui il<br />

territorio bolognese è ricco. Nel 2023 il carsismo dell’Appennino<br />

settentrionale è stato riconosciuto come Sito del Patrimonio<br />

Mondiale dall’Unesco.<br />

della geologia. Il museo è legato agli itinerari del<br />

Monte delle Formiche e della Via del Fantini.<br />

Veri e propri “musei a cielo aperto” sono i calanchi<br />

dell’Abbadessa nel Comune di Ozzano e i calanchi<br />

della Valle del Lavino visibili sia in auto sia a piedi.<br />

Sul crinale appenninico sono presenti numerosi<br />

sentieri che consentono di ammirare dal vivo le<br />

evoluzioni geologiche riassunte in questo articolo:<br />

ad esempio il sentiero 00 del CAI e la GEA (Grande<br />

Escursione Appenninica) che attraversa le montagne<br />

più alte del crinale, formate da rocce risalenti a 20-30<br />

milioni di anni fa.<br />

Per il carsismo e le grotte patrimonio Unesco<br />

rimandiamo al sito della Direzione Generale Ambiente<br />

della Regione: https://ambiente.regione.emiliaromagna.it/it/carsismo-evaporiti-grotte-appenninosettentrionale<br />

L’Ente di Gestione per i Parchi e la Biodiversità Emilia<br />

Orientale racchiude molti dei parchi di cui abbiamo<br />

trattato e fornisce tutte le informazioni utili sul sito:<br />

https://enteparchi.bo.it<br />

40<br />

41


NON TUTTI SANNO CHE<br />

Bologna<br />

Carducci amava passeggiare tra le tombe monumentali assieme alla sua musa, la scrittrice<br />

romana Adele Bergamini. Qui riposano artisti, cantanti e miti dello sport bolognese.<br />

Nel cimitero all’ombra del Colle della Guardia si sono consumati anche numerosi delitti<br />

Testi di Serena Bersani<br />

Eccola, l’altra Bologna. La città dei<br />

morti si estende, quasi speculare a<br />

quella dei vivi, a ovest della città, una<br />

Spoon River non sulla collina ma ai<br />

piedi del Colle della Guardia, sotto<br />

l’ala protettiva della basilica di San<br />

Luca. Sono 270.000 metri quadrati di<br />

chiostri e loggiati, campi con alberi<br />

secolari e cespugli di erbe aromatiche,<br />

aiuole fiorite e monumenti funebri,<br />

con una straordinaria collezione<br />

di statue e composizioni artistiche.<br />

La storia della città, quella dei<br />

personaggi famosi come quella<br />

dei bolognesi sconosciuti, la<br />

ricostruiscono le epigrafi sulle tombe,<br />

che contribuiscono a comporre un<br />

racconto al tempo stesso intimo e<br />

corale. Ci sono le storie di chi è caduto<br />

in guerra, di chi venne falcidiato<br />

dalla Spagnola, la pestilenza del<br />

secolo scorso, di bambini uccisi<br />

da morbi fatali, di nomi assurti agli<br />

onori delle cronache per vicende<br />

tragiche o popolari, di campioni<br />

dello sport e degli amministratori<br />

che hanno reso Bologna quello che<br />

è oggi. Tutte vite come tante, che<br />

popolano l’altra città. Ma la Certosa<br />

è molto più di un camposanto. È<br />

un museo a cielo aperto, un luogo<br />

per camminare nella storia della<br />

città o andare in pellegrinaggio<br />

alla ricerca dell’ultimo domicilio di<br />

quanti, lasciando il mondo dei vivi,<br />

sono entrati in quello dei miti, come<br />

accade a Parigi al Père Lachaise e<br />

in tutti i cimiteri monumentali del<br />

mondo. E proprio perché la Certosa<br />

è molto più di ciò che ci si potrebbe<br />

aspettare, abbiamo selezionato<br />

alcune delle tante particolarità che<br />

la caratterizzano.<br />

DELITTI E PASSIONI<br />

Se pensate che questo sia il luogo<br />

più tranquillo e sicuro della città, vi<br />

possono smentire alcuni episodi del<br />

passato che le cronache registrano<br />

accaduti in Certosa. A cominciare<br />

da un brutale delitto avvenuto la<br />

mattina del 7 ottobre 1828: vittima il<br />

Foto Irene Sarmenghi<br />

I segreti della Certosa<br />

primo direttore del cimitero Raffaele<br />

Mazzoli per mano dei fratelli Paolo<br />

e Innocenzo Perucchi, manovali<br />

figli del capomastro Carlo, a cui era<br />

affidata la costruzione della Sala del<br />

Pantheon, che erano stati licenziati<br />

perché avevano costruito male il tetto<br />

dell’edificio. Testimone oculare della<br />

vendetta un carrettiere, tale Bonora,<br />

che riferì come il direttore fosse stato<br />

massacrato dai due con gli attrezzi del<br />

mestiere. Con la complicità del padre,<br />

i fratelli riuscirono a fuggire all’estero<br />

e, malgrado le ricerche seguite a<br />

numerose segnalazioni, non vennero<br />

mai rintracciati finché, ben 35 anni<br />

dopo, il caso venne archiviato.<br />

Un colpo di arma da fuoco, invece,<br />

risuonò all’interno del cimitero nella<br />

notte del 4 giugno 1860 quando<br />

venne scoperto colui che da alcune<br />

notti faceva scempio tra le tombe,<br />

disseppellendo e spogliando i<br />

cadaveri. Si trattava di un capitano<br />

dell’esercito che non seppe dare<br />

spiegazioni sensate al suo agire.<br />

Il guardiano gli sparò ferendolo a<br />

una mano e mettendo fine alle sue<br />

riprovevoli azioni. Una tragedia si<br />

consumò in piena epoca romantica<br />

secondo lo stile wertheriano: nel<br />

1823 un giovane ufficiale francese<br />

andò a uccidersi sulla tomba di Maria<br />

Brizzi Giorgi, famosa musicista di<br />

straordinaria bellezza, lodata per la<br />

sua avvenenza anche dal Canova.<br />

Il giovane ne era perdutamente<br />

innamorato, anche se l’artista era<br />

ormai scomparsa da oltre due<br />

decenni, morta di parto a 36 anni.<br />

E, poiché il binomio amore-morte<br />

resiste nel tempo, a un certo punto<br />

il cimitero della Certosa cominciò a<br />

diventare luogo di appuntamento per<br />

incontri più o meno clandestini. Nel<br />

1909 la guardia municipale, dopo<br />

giorni di appostamenti, bloccò un<br />

giovanotto e una signora, che erano<br />

soliti entrare nel cimitero a pochi<br />

minuti di distanza l’uno dall’altra,<br />

sorpresi a darsi un bacio fugace tra<br />

le tombe. D’altra parte, il passeggiare<br />

tra le tombe in appassionati<br />

conversari era divenuta un’abitudine<br />

consolidata da quando Carducci<br />

soleva dare qui appuntamento<br />

alla sua musa, la scrittrice romana<br />

Adele Bergamini, con la quale<br />

intratteneva una relazione pare solo<br />

intellettuale in quanto entrambi<br />

sposati. Ispirato dalla memorabile<br />

passeggiata tra chiostri e portici nel<br />

giorno di Ferragosto del 1870, il Vate<br />

dedicò all’amata una delle sue odi<br />

più famose, “Fuori alla Certosa di<br />

Bologna”.<br />

I MITI<br />

E quella del nostro premio Nobel per<br />

la letteratura è oggi una delle tombe<br />

più visitate tra chi in Certosa ricerca<br />

l’ultima dimora dei personaggi<br />

cittadini ormai entrati nel mito. La<br />

tomba di Carducci, che si trova<br />

vicino all’ingresso raggiungibile dal<br />

portico proseguimento di quello<br />

per San Luca (entrambi riconosciuti<br />

dall’Unesco patrimonio dell’umanità)<br />

è un monumento cenotafio di<br />

granito scuro in cui i resti del poeta<br />

vennero traslati il 9 novembre 1935,<br />

in occasione del centenario della<br />

nascita. Non lontano dal monumento<br />

a Carducci, vicino a Ottorino<br />

Respighi e Giorgio Morandi, c’è la<br />

tomba di Lucio Dalla, sovrastata da<br />

una scultura leggera in metallo che<br />

riproduce l’artista con cappello e<br />

bastone. Sulla lapide sono riprodotti i<br />

versi del finale della canzone “Cara”:<br />

“Buonanotte anima mia, adesso<br />

spengo la luce e così sia...”. Sono tanti<br />

altri i bolognesi che si possono ormai<br />

onorare nella categoria dei miti e<br />

che riposano in Certosa, dal sindaco<br />

Dozza al celeberrimo cantante<br />

castrato Farinelli, i cui resti sono stati<br />

fortunosamente ritrovati dopo essere<br />

stati dati per dispersi per oltre due<br />

secoli ed esaminati dagli antropologi<br />

forensi nel tentativo di scoprire il<br />

segreto della sua voce meravigliosa.<br />

Ma il mito dei miti per chi ha fede<br />

rossoblù è Giacomo Bulgarelli, il<br />

numero 8 del Bologna dello scudetto<br />

1964, per il quale la Società Bfc e il<br />

Comune hanno realizzato nel campo<br />

del Cinerario una cripta con i colori<br />

della squadra.<br />

QUELLO CHE NON TI ASPETTI<br />

Delle numerosissime opere<br />

realizzate dalla talentuosa pittrice<br />

bolognese Elisabetta Sirani, morta<br />

assai giovane, se ne sono conservate<br />

ben poche. Quelle rimaste a Bologna<br />

sono pochissime e alcuni dei suoi<br />

capolavori si possono ammirare<br />

proprio all’interno della bella chiesa<br />

di San Girolamo della Certosa.<br />

Incontri inaspettati, così come<br />

quelli di animali ormai difficili da<br />

ritrovare in città. Nel cimitero, oltre<br />

a gatti e corvi, ci sono anche ricci,<br />

scoiattoli e lepri, insieme a una delle<br />

più importanti comunità di rondini<br />

ancora dimoranti sotto i portici della<br />

città delle torri (proprio come nella<br />

canzone di Lucio Dalla), nella pace<br />

e nel verde. Un verde che può essere<br />

anch’esso inaspettato perché tra i<br />

secolari cipressi, i tassi e i cedri, si<br />

possono trovare anche diverse palme.<br />

SCOLPITI NEL MARMO<br />

O NELLA PIETRA<br />

A fermare nel tempo il ricordo di chi<br />

non c’è più anche per le generazioni<br />

future ci pensano l’architettura e<br />

l’arte. Nel silenzio di spazi solenni<br />

come la splendida galleria a tre<br />

navate realizzata da Coriolano Monti<br />

che, tra giochi di luce e di ombre,<br />

vuole rievocare i passages parigini<br />

(ispirazione per altro presente anche<br />

nella città dei vivi, come si vede<br />

nelle gallerie del Leone, Acquaderni<br />

e Cavour), si possono incontrare<br />

personaggi del passato immortalati<br />

nei loro tratti caratteristici. È il caso<br />

del monumento al commediografo<br />

Alfredo Testoni, che si può vedere<br />

nel Chiostro X nell’opera di Alfonso<br />

Borghesani, rappresentato in veste<br />

da camera, con un libro in mano e<br />

con lo sfondo delle torri. Oppure<br />

quello dedicato a Camillo Ronzani,<br />

fondatore dell’omonima birreria al<br />

Lido di Casalecchio, che sfruttava le<br />

acque del Reno per far funzionare le<br />

macchine. Nella Sala San Paolo lo<br />

scultore Pasquale Rizzoli lo raffigura<br />

accanto a un uomo nudo e muscoloso<br />

appoggiato a una ruota meccanica e<br />

a un angelo con una pergamena in<br />

cui si esalta il valore del lavoro. Tra<br />

i gruppi scultorei più emozionanti<br />

c’è quello dedicato a Enio Gnudi,<br />

grande sindacalista e primo sindaco<br />

comunista della città, che ebbe<br />

l’insediamento funestato dalla<br />

strage di Palazzo d’Accursio: l’opera<br />

dell’artista Farpi Vignoli rappresenta<br />

un corteo funebre formato da quattro<br />

diversi operai e da una mondina che<br />

trasportano il corpo del paladino di<br />

tante lotte sindacali. Una delle icone<br />

della Certosa è infine il maestoso<br />

leone ferito, opera in gesso dello<br />

scultore Carlo Monari che si scorge<br />

nell’abside della Sala delle Tombe,<br />

mentre simbolo del luogo di passaggio<br />

all’aldilà sono le due maestose figure<br />

in terracotta realizzate da Giovanni<br />

Putti e collocate sulla sommità di<br />

pilastri al cancello dell’ingresso da<br />

cui si accede alla camera mortuaria.<br />

Le due statue affrante e piangenti<br />

vengono popolarmente chiamate “i<br />

Piangoloni”, segno di una velata ironia<br />

che ai bolognesi non manca nemmeno<br />

all’ingresso della città dei morti.<br />

L’ingresso della Certosa<br />

042<br />

4331


LA nostra storia<br />

La testimonianza di Maddalena Maestrami sulla vita al tempo<br />

della Linea Gotica, quando il fronte si fermò accanto a casa<br />

Nella GROTTA<br />

DEI MOLINELLI<br />

per sfuggire<br />

ALLE bombe<br />

Testi di Claudio Evangelisti<br />

Tra la fine del 1943 e l’inizio 1944, da<br />

Bologna molti cittadini “sfollano” verso<br />

le colline per paura dei bombardamenti<br />

arei alleati. Ma nell’estate del<br />

‘44, con l’avanzare delle truppe<br />

alleate in direzione dell’Appennino<br />

Tosco-emiliano, iniziarono i primi<br />

bombardamenti aerei alleati lungo la<br />

strada statale della Futa, punto nevralgico<br />

della linea gotica dove i tedeschi fecero<br />

costruire una poderosa linea di difesa<br />

con l’intenzione di rallentare l’avanzata<br />

Alleata verso Bologna. Gli abitanti sono<br />

quindi costretti ad approntare rifugi<br />

dove e come possono, nella speranza<br />

che il fronte sarebbe passato in fretta. La<br />

Giuseppe Maestrami<br />

sosta del fronte rappresentò invece un<br />

interminabile calvario di freddo, paura e<br />

dolore per i paesi e i borghi ai piedi o<br />

a ridosso delle postazioni tedesche. Nel<br />

1943 In località Molinelli di Scascoli nel<br />

comune di Loiano abitava Maddalena<br />

Maestrami bambina dall’intelligenza<br />

vivace che a 5 anni faceva già la prima<br />

elementare. Nei ricordi di Maddalena è<br />

molto viva la figura del nonno paterno<br />

Giuseppe Maestrami uomo energico<br />

e risoluto. Infatti racconta l’episodio<br />

accaduto nella via sottostante quando una<br />

squadra di fascisti era partita da Loiano<br />

per una spedizione punitiva a Scascoli<br />

: “Il nonno non tollerava le prepotenze<br />

altrui e quando li vide passare sotto casa<br />

li affrontò con una zappa bloccando il<br />

passaggio ai fascisti armati di manganelli.<br />

‘Di qui non passate’, gli urlò”. I fascisti<br />

riuscirono comunque a proseguire e il<br />

giorno dopo quando Giuseppe si recò<br />

a Loiano per fare la spesa, il macellaio<br />

ricevette l’ordine di non dargli la carne.<br />

Ci volle la mediazione del fratello Luigi,<br />

che conosceva gli appartenenti della<br />

spedizione ed era amico del macellaio,<br />

per risolvere la situazione. Già nel 1940<br />

quando l’Italia entrò in guerra, Giuseppe<br />

Maestrami iniziò a costruire il suo<br />

rifugio a colpi di piccone scavando la<br />

roccia attorno all’abitazione con l’aiuto<br />

del vicino di casa in quanto suo figlio<br />

Otello, Il padre di Maddalena, era stato<br />

arruolato in artiglieria ed era partito per<br />

la guerra. La roccia arenacea presente in<br />

queste zone favoriva lo scavo di grotte<br />

da adibire al riparo degli abitanti. La<br />

costruzione dei rifugi deve tenere conto,<br />

quando si può, di alcune necessità:<br />

L’uscita del rifugio<br />

dall’interno della grotta<br />

stare vicino a casa, due ingressi fuori<br />

dalla linea di tiro e muri anti-scheggia.<br />

Il rifugio venne concluso dopo due<br />

anni di lavori anche perché oltre al<br />

lavoro di muratore, occorreva l’aiuto<br />

vicendevole di tutti per scavare i rifugi<br />

dei vicini e dei parenti che abitavano a<br />

poca distanza. La grotta della famiglia<br />

di Giuseppe Maestrami era così ampia<br />

che poteva dare protezione ad almeno<br />

25 persone con l’aggiunta dei soppalchi<br />

in legno nella parte più alta della grotta.<br />

Ancora oggi sono visibili i buchi del<br />

“piano rialzato” dove erano inserite le<br />

travi conficcate nella roccia, sormontate<br />

dai tavolacci che permettevano di stare<br />

sdraiati durante i bombardamenti. C’era<br />

l’entrata e l’uscita di sicurezza. Nel 1944<br />

sopra la sua abitazione incombeva il<br />

caposaldo tedesco di Monte Castellari,<br />

che durante l’offensiva alleata oppose<br />

una strenua resistenza e pertanto subì<br />

un devastante bombardamento da parte<br />

degli Americani. Un bombardamento<br />

che durò parecchi giorni con una media<br />

giornaliera di 4.500 colpi di artiglieria<br />

contro questa sola postazione. Nei<br />

pressi del rifugio dei Maestrami si era<br />

insediato anche un comando tedesco<br />

che aveva occupato la casa padronale<br />

della famiglia Gamberini, dove oggi<br />

si può visitare il celebre Giardino del<br />

Casoncello. Nell’inverno del 1944 questo<br />

comando tedesco venne completamente<br />

distrutto da un bombardamento alleato<br />

e Maddalena Maestrami ricorda<br />

perfettamente quando i tedeschi<br />

portarono i soldati feriti dentro il loro<br />

rifugio, che il giorno dopo furono portati<br />

via da una ambulanza con la bandiera<br />

Otello Maestrami con il padre Giuseppe<br />

bianca per non essere colpita. Rimase<br />

molto impressionata dalle condizioni dei<br />

feriti, soprattutto di due tedeschi rimasti<br />

senza gambe, e ricorda bene quando<br />

successivamente, dalla Germania, i<br />

parenti dei tedeschi vennero a cercare<br />

le piastrine di riconoscimento dei caduti<br />

in mezzo alle rovine del Casoncello. La<br />

Wermacht ordinò quindi di far sfollare<br />

gli abitanti della zona e la famiglia<br />

Maestrami dovette quindi trasferirsi<br />

nei poderi dello zio Luigi, in località<br />

Gnazzano, dove i coloni si presero<br />

cura di loro. Passato il fronte, quando<br />

Bologna venne liberata nell’aprile del<br />

1945, i Maestrami poterono tornare nella<br />

loro casa che nel frattempo era stata<br />

saccheggiata. La trovarono addirittura<br />

Maddalena Maestrami all’interno del rifugio.<br />

Sono ancora visibili i buchi per il soppalco.<br />

senza porte e finestre. Giuseppe però<br />

era venuto a sapere dove andare a<br />

recuperare almeno i preziosi infissi; si<br />

recò in località Casella e si fece restituire<br />

il maltolto dai coloni che avevano<br />

prelevato furtivamente i materiali. D’altra<br />

parte in quel periodo di privazioni non si<br />

poteva sapere chi sarebbe tornato dalle<br />

retrovie ed era considerata quasi come<br />

giustificabile l’appropriazione indebita<br />

a danno degli sfollati. Nei ricordi di<br />

Maddalena c’è spazio anche per la figura<br />

di un noto personaggio della resistenza<br />

locale, Bruno Maestrami, cugino di suo<br />

padre Otello, appartenente alla Brigata<br />

Stella Rossa Lupo comandata da Mario<br />

Musolesi. Bruno arruolato in fanteria era<br />

rientrato a casa dopo l’armistizio del 1943<br />

con il grado di Sergente e aveva aderito<br />

al partito fascista allo scopo di carpire<br />

informazioni da passare ai partigiani.<br />

La sua adesione alla RSI gli consentì<br />

di fornire al comando partigiano della<br />

brigata notizie relative ai rastrellamenti<br />

che le brigate nere preparavano nella<br />

zona. Quando fu sfollato da Vado venne<br />

accolto a casa Maestrami e Maddalena<br />

racconta che una notte sua mamma<br />

Elvira si accorse di Bruno che effettuava<br />

segnalazioni luminose in risposta ad<br />

altre luci intermittenti che provenivano<br />

dal versante opposto di Monzuno, dove<br />

operavano i partigiani del Lupo. Subito<br />

dopo vide partire Bruno frettolosamente<br />

con il suo cavallo… Come un vero<br />

esercito, la Stella Rossa disponeva di<br />

una rete di informatori posta a diversi<br />

livelli. Introdotto nel Partito fascista<br />

La vita in tempo di guerra<br />

locale, Bruno Maestrami, faceva parte<br />

di una rete di uomini in grado di portare<br />

notizie sui movimenti dei nazifascisti e<br />

sui rastrellamenti. Tramite il contatto con<br />

gli uffici di Bologna, le notizie potevano<br />

essere anche su di ampio raggio. Quante<br />

informazioni siano state trasmesse alla<br />

Stella Rossa non è possibile stabilirlo. A<br />

lui è stata dedicata una strada a Vado,<br />

nel comune di Monzuno. Nel 1948<br />

dall’Australia, dopo 8 anni di prigionia<br />

da parte degli inglesi, finalmente tornò a<br />

casa papà Otello che era partito nel 1940<br />

quando sua moglie Elvira era incinta. Per<br />

la prima volta potè quindi abbracciare<br />

suo figlio Ferruccio, il fratello minore di<br />

Maddalena Maestrami, donna ancora<br />

molto attiva e che ci ha regalato questa<br />

preziosa testimonianza. Giuseppe, il<br />

nonno di Maddalena, finita la guerra,<br />

quando venne a sapere della vera missione<br />

del nipote Bruno, si arrabbiò tantissimo e<br />

quando lo stesso Bruno venne a trovarli a<br />

casa per salutare il rientro dalla prigionia<br />

del cugino, lo fermò sulla strada sotto<br />

casa di casa proibendogli di entrare.<br />

Gli disse che durante il suo soggiorno ai<br />

Molinelli, aveva messo in serio pericolo<br />

la sua famiglia esponendoli al rischio di<br />

ritorsioni dei nazifascisti e pertanto lo<br />

avvisò di non farsi più vedere.<br />

Il rifugio è attualmente in ottime<br />

condizioni e rimane uno dei pochi<br />

ricoveri privati nel territorio bolognese<br />

ben conservati, costruiti dalla<br />

popolazione locale a protezione delle<br />

incursioni alleate e cannoneggiamenti da<br />

ambo gli schieramenti sulla Linea Gotica.<br />

44<br />

45


tracce di storia<br />

Una visita alla nuova e interessante<br />

rassegna della Pinacoteca di Bologna che<br />

fino a gennaio mette in mostra Natura<br />

ed espressione nell’arte bologneseemiliana,<br />

parte di un percorso artistico<br />

che si allarga anche al Mambo e al Museo<br />

Morandi per rendere omaggio al critico<br />

e storico dell’arte nel cinquantesimo<br />

anniversario della morte<br />

I tramandi<br />

nell’arte emiliana<br />

tra Vitale da Bologna<br />

e Francesco Arcangeli<br />

Testo di Gian Luigi Zucchini<br />

Vitale da Bologna San Giorgio e il drago<br />

Bologna<br />

era sì abbastanza accostabile ma non possibile per i modesti<br />

introiti dello studioso. E così, secondo questo racconto, l’opera<br />

entrò nel gruppo di quei lavori di artisti del Trecento bolognese,<br />

quasi riscoperti dopo secoli dal Longhi e poi ripresi con ulteriori<br />

approfondimenti e scoperte da Arcangeli, che lui stesso volle<br />

poi presentare in una conclusiva sintesi nella mostra poco sopra<br />

citata, partita dalle materiche opere scultoree di Wiligelmo per<br />

arrivare poi, attraverso vari artisti - Amico Aspertini, i Carracci,<br />

Giuseppe Maria Crespi e molti altri - fino a Giorgio Morandi,<br />

come aveva fatto del resto anche il Longhi quando nel 1934<br />

fece la famosa prolusione all’Università di Bologna trattando<br />

appunto, da un diverso ma complementare punto di vista, il<br />

tema Momenti dell’arte emiliana.<br />

Bianca Arcangeli poi, nel suo lavoro di insegnante di<br />

educazione artistica nella scuola media, avviò un lavoro<br />

di ricerca e interpretazione coi suoi ragazzi proprio intorno<br />

al San Giorgio di Vitale da Bologna. Ne uscirono disegni di<br />

grande effetto, che dimostravano come l’intelligenza didattica<br />

e la genialità artistica dell’insegnante - lei stessa pittrice di<br />

quasi astratti frammenti di natura – avesse favorito nei ragazzi<br />

un dinamismo creativo di grande forza rappresentativa e, in<br />

alcuni, anche emotiva.<br />

Rilievo che ritengo importantissimo, da segnalare in ogni tempo<br />

e particolarmente oggi, quando lo sbandamento e l’incertezza<br />

di molti adolescenti preoccupa non poco, e si è alla ricerca di<br />

promozioni intellettuali, spirituali ed estetiche per ricostruire<br />

un tessuto etico e culturale che sembra invece dissolversi con<br />

eccessiva e preoccupante rapidità.<br />

I quattro passi con Lippo di Dalmasio, di cui abbiamo scritto<br />

nel numero 60 di questa rivista, si stavano concludendo e<br />

passo dopo passo si stava già arrivando alla Pinacoteca, in via<br />

Belle Arti 56, quando incontrammo Vitale da Bologna, proprio<br />

all’entrata, all’inizio delle sale espositive, dopo aver salito il<br />

doppio scalone. Lì, modestamente collocato in apertura alla<br />

rassegna del Trecento bolognese, sta da tempo il suo capolavoro<br />

giovanile San Giorgio e il drago, ora particolarmente segnalato<br />

nella interessante rassegna espositiva intitolata Tramando –<br />

Natura ed espressione nelle opere della Pinacoteca Nazionale<br />

di Bologna dove, insieme ai dipinti, figurano riprodotti i<br />

giudizi che Francesco Arcangeli scrisse per la mostra Natura<br />

ed espressione nell’arte bolognese-emiliana, organizzata a<br />

Bologna nel 1970, poi riportati nel catalogo dall’omonimo<br />

titolo (Edizioni Alfa, Bologna, 1970; ristampa anastatica a cura<br />

di Michele Scolaro, Minerva edizioni, Bologna, 2003).<br />

Siamo ancora nel Trecento, anzi, più precisamente tra il 1335<br />

e il 1340, quando Vitale termina il suo dipinto a tempera su<br />

tavola, e lo firma pure – cosa abbastanza rara a quei tempi –<br />

con le iniziali del suo nome e della famiglia a cui apparteneva:<br />

Vitale di Aimo degli Equi (dal latino equus, cavallo; plurale<br />

latino equi): perciò come dire Vitale Cavalli figlio di Aimo; e<br />

colloca questo monogramma bene in vista proprio sulla coscia<br />

del cavallo.<br />

Il cavaliere che rappresenta San Giorgio ha l’aspetto di un<br />

possente guerriero longobardo o più genericamente gotico,<br />

con i lunghi capelli che sfuggono dall’elmo e un atteggiamento<br />

di lotta talmente teso che, nello sforzo di sollevare al massimo<br />

il corpo per dare maggior forza all’asta che sta impugnando,<br />

si alza dalla sella rimanendo in equilibrio solo stringendo<br />

fortemente il cavallo tra le gambe ripiegate.<br />

Furibondo e quasi invasato, il guerriero si sta dirigendo, lancia<br />

in resta e chiome al vento, verso un drago che, già abbattuto,<br />

tenta un’ultima difesa cercando di addentare la lancia che sta<br />

per trafiggerlo. Intanto la principessa che san Giorgio vuole<br />

liberare dal drago guarda timorosa e trepida l’esito della lotta<br />

raccolta in una silenziosa preghiera.<br />

Il dipinto si trova nella Pinacoteca di Bologna dal 1959,<br />

proveniente da una collezione olandese.<br />

Me ne parlava molti anni fa, nel corso di un amichevole pranzo<br />

a casa mia, Bianca Arcangeli, ultima della famiglia di artisti<br />

costituita da Angelo, musicista, Gaetano, poeta, Francesco,<br />

storico dell’arte, e la stessa Bianca (Rosalba), diplomata presso<br />

l’Accademia di Belle Arti, docente di educazione artistica<br />

nelle scuole medie e in tarda età laureata in arte al DAMS di<br />

Bologna con una suggestiva tesi sulle antiche altane bolognesi.<br />

Faccio affidamento sulla memoria per riferire quanto appresi<br />

dal suo racconto, che riguardava appunto il dipinto del San<br />

Giorgio di Vitale da Bologna, di cui fu protagonista il fratello<br />

Francesco, Momi per gli amici. Il quale, trovandosi all’estero<br />

(non ricordo più dove), scoprì presso un antiquario la tavola,<br />

di cui intuì immediatamente il valore artistico, che gli consentì<br />

in seguito di approfondire le ricerche e di arrivare poi alla<br />

suggestiva conclusione che lui stesso definì “tramando”, cioè<br />

un espressionismo ante litteram che, secondo lo studioso,<br />

sarebbe un carattere specifico della pittura bolognese–emiliana,<br />

o piuttosto padana, recuperando in tal modo pure la intuizione<br />

di Padanìa di Roberto Longhi, poi ripresa dallo stesso Arcangeli,<br />

da Andrea Emiliani, da Vittorio Sgarbi ed altri studiosi di quella<br />

scuola. Esaltato per questa scoperta, telefonò subito a Cesare<br />

Gnudi, allora direttore della Pinacoteca di Bologna, per avere il<br />

necessario consenso all’acquisto, anche per via del prezzo che<br />

Tutti gli appuntamenti nei musei della città<br />

Mostre e manifestazioni organizzate<br />

per rendere omaggio al critico e<br />

storico dell’arte Francesco Arcangeli<br />

nel cinquantesimo anniversario della<br />

morte:<br />

- Alla Pinacoteca di Bologna la<br />

rassegna è finalizzata e strutturata<br />

secondo quanto citato nell’articolo.<br />

- Al Mambo Museo d’Arte Moderna<br />

di Bologna, sono individuate alcune<br />

opere acquistate da Arcangeli quando<br />

era direttore della GAM (Galleria di<br />

Arte Moderna), oggi confluita nel<br />

Mambo.<br />

- Al Museo Morandi sono presentati<br />

alcuni dipinti ed acqueforti dell’artista,<br />

accompagnati da commenti ed<br />

interpretazioni tratti dalla monografia<br />

dedicata all’artista bolognese che lo<br />

stesso Arcangeli scrisse nel 1964.<br />

Le mostre si concluderanno il 6<br />

gennaio 2025, ma sono già previste<br />

in seguito altre manifestazioni sempre<br />

relative alla figura di Francesco<br />

Arcangeli ed ai suoi scritti.<br />

46<br />

47


La nostra STORIA<br />

I ricordi dei discendenti di Raffaele, il falegname di San<br />

Ruffillo che lavorò anche per D’Annunzio. La storia<br />

di Bologna vista dalle finestre di uno dei pochi edifici<br />

della zona rimasto in piedi dopo la Seconda guerra<br />

mondiale<br />

A casa Genovesi<br />

come in un museo<br />

Testi di Gianluigi Pagani<br />

La storia di Bologna passa anche da<br />

San Ruffillo, il quartiere (oggi Savena)<br />

che viene citato per la sua omonima<br />

chiesa nota dal 996 e che, dal 1076<br />

per la sua posizione lungo la valle<br />

del Savena, era sede di diversi mulini<br />

di proprietà di enti ecclesiastici. Nel<br />

XII secolo il Comune di Bologna ha<br />

costruito la chiusa per portare le<br />

acque in città tramite il canale<br />

Savena, deviando perfino il corso<br />

del torrente. Il 20 giugno 1361,<br />

nella zona fra il ponte sul Savena e<br />

la località chiamata “Bastia”, si è<br />

svolta la battaglia di San Ruffillo, fra<br />

le truppe del cardinale Legato Egidio<br />

Albornoz e i mercenari di Bernabò<br />

Visconti. Hanno vinto le truppe<br />

pontificie, confermando il dominio<br />

della Chiesa su Bologna. Nel 1934<br />

è stata inaugurata la stazione<br />

ferroviaria di San Ruffillo, sulla<br />

Direttissima tra Bologna e Firenze.<br />

L’area della stazione è stata<br />

oggetto di bombardamenti durante<br />

la Seconda guerra mondiale.<br />

Qui, nell’inverno del 1945, vi<br />

sono state diverse fucilazioni di<br />

oppositori politici e partigiani da<br />

parte delle forze nazifasciste, note<br />

come gli eccidi di San Ruffillo,<br />

oggi ricordate da un cippo<br />

commemorativo nel piazzale vicino<br />

alla stazione. E mentre la storia<br />

proseguiva, nel 1885 è stata costruita<br />

“Casa Genovesi Bergamini”, edificio<br />

storico di San Ruffillo, ubicato in via<br />

Toscana, vicino al ponte sul Savena,<br />

uno dei due immobili rimasti in<br />

piedi dopo i bombardamenti della<br />

Seconda guerra mondiale (l’altro è<br />

in via del Pozzo). La casa è abitata<br />

dalla stessa famiglia da oltre un<br />

secolo, a partire dai bisnonni<br />

Raffaele Genovesi e Giuseppina<br />

Benassi. Raffaele era un falegname,<br />

ebanista ed intarsiatore e lavorava<br />

per la famiglia Mazzacorati, oltre<br />

a suonare la cornetta nella locale<br />

banda musicale. Anche le famiglie<br />

Hercolani, Isolani, Pizzardi (per la<br />

quale aveva ideato un’innovativa<br />

scala a chiocciola, mai costruita),<br />

Torlonia e Strozzi si sono servite<br />

dall’artigiano Raffaele, compresi<br />

Gabriele D’Annunzio (che non lo ha<br />

mai pagato) ed il grande Guglielmo<br />

Marconi che si era rivolto a lui per<br />

cercare anche un particolare tipo<br />

di violino. Raffaele e Giuseppina<br />

hanno costruito la loro abitazione<br />

proprio sul campo della Battaglia<br />

di San Ruffillo del 1361, trovando<br />

sotto terra scheletri ed armamenti,<br />

compresa una palla di cannone di 4<br />

kg, che fa bella mostra in casa.<br />

Altro cliente di Raffaele era la<br />

famiglia Penna che aveva una villa<br />

di fronte (sul lato sinistro della<br />

strada verso Bologna, dal ponte<br />

di San Ruffillo fino all’attuale<br />

farmacia), e per la quale Raffaele,<br />

durante i lavori di restauro di un<br />

armadio d’epoca, ha trovato un<br />

deposito nascosto di monete d’oro<br />

che ha subito consegnato. Dall’altra<br />

parte del ponte, verso Rastignano,<br />

abitava il famoso poeta Enrico<br />

Panzacchi (autore anche della<br />

poesia “Madonnina dei Boschi e<br />

Prete Santo”, dedicata all’Eremita<br />

della Madonna dei Boschi della<br />

Croara), che spesso passeggiava in<br />

zona insieme allo statista Augusto<br />

Murri, portandosi dietro una sedia<br />

per fermarsi a prendere il fresco<br />

della sera sul ponte. E tutti parlavano<br />

piano, mentre passavano vicino a<br />

loro, per non disturbare Panzacchi e<br />

Murri che stavano discutendo.<br />

Oggi ci riceve nella casa la bisnipote<br />

Giuseppina Bergamini, insieme<br />

alle figlie Rita e Francesca. Questa<br />

meravigliosa signora ha trasformato<br />

la propria abitazione in una sorte di<br />

museo per le scuole, con i ricordi di<br />

Bologna prima e dopo la guerra, del<br />

Lido di San Ruffillo dove le persone<br />

andavano “al mare”, e del Consorzio<br />

della Chiusa del Reno e del Savena<br />

(vicino al nuovo Museo delle Acque<br />

proprio nella casa accanto), con<br />

la ruota di chiusura delle condotte<br />

che, dopo un bombardamento,<br />

è stata scaraventata nel giardino<br />

della casa, dove ancora oggi è in<br />

esposizione. All’epoca il canale<br />

veniva controllato dal custode Lidio<br />

Molinari, morto nel febbraio 2002,<br />

famoso per i tortellini che sapeva<br />

preparare e di cui Azeglio Ciampi<br />

era goloso. La loro casa ha un<br />

bellissimo pozzo dove tutti i vicini<br />

venivano a prendere acqua. Prima<br />

della guerra, al piano terreno della<br />

casa vi era un bar e tabacchi (la cui<br />

licenza è poi passata al Christian<br />

Bar, oggi in centro a San Ruffillo),<br />

un negozio di alimentari ed una<br />

sala per il gioco delle carte. Dopo la<br />

guerra è stata creata una gelateria ed<br />

anche un deposito di biciclette per i<br />

residenti della Valle del Savena che<br />

qui prendevano il tram 13. “Quanti<br />

San Ruffillo<br />

ricordi in questa casa – ci racconta<br />

Giuseppina, mentre ci mostra i<br />

documenti storici sulla famiglia e<br />

sul territorio, che ha raccolto in tanti<br />

anni, compresa la corrispondenza<br />

tra la zia e Giovanni Papini, oggi<br />

donata all’Archiginnasio – ricordo<br />

quando la casa ha tremato per due<br />

giorni interi per il passaggio dei<br />

carri armati e dei soldati tedeschi<br />

verso Firenze; quando un soldato<br />

tedesco mi ha preso in braccio e mi<br />

ha offerto un cioccolatino perché<br />

assomigliavo alla sua bambina in<br />

Germania; quando abbiamo dato da<br />

mangiare agli operai meridionali che<br />

lavoravano sulla Direttissima e, dopo<br />

45 anni, il napoletano Giuseppe è<br />

ritornato dal Canada per salutarci;<br />

quando la sirena del Molino Parisio<br />

suonava per i bombardamenti e<br />

noi scappavano nella casa di un<br />

contadino sulle colline vicine,<br />

perché tutte le bombe cadevano<br />

sempre qui, tra il ponte e la ferrovia;<br />

quando cinque persone, nascoste<br />

nel rifugio dentro la montagna di<br />

Jola, sono morte perché si erano<br />

affacciate per guardare cosa stava<br />

accadendo; quando mia madre è<br />

tornata a controllare la casa dopo<br />

un bombardamento, ed ha trovato<br />

un deposito di mine e munizioni<br />

tedesche, con una mitragliatrice<br />

puntata verso Rastignano (i tedeschi<br />

avevano perfino tolto parte del<br />

pavimento per non farla scivolare<br />

durante l’utilizzo); quando la<br />

mamma, partita da Santo Stefano<br />

in bicicletta verso San Ruffillo, ha<br />

trovato tutte le case sulla strada<br />

distrutte, con una costante nuvola di<br />

polvere che oscurava il cielo. Infine il<br />

mio amato ponte di San Ruffillo, che<br />

prima dell’Ottocento era a schiena<br />

d’asino e che poi è stato ristrutturato<br />

con le fattezze attuali, sempre sulle<br />

rovine di un antico ponte romano”.<br />

Prima di lasciare questo “museo”,<br />

Giuseppina mi ricorda che anche la<br />

famiglia circense Orfei abitava nella<br />

piazzetta di San Ruffillo e che lei<br />

possiede l’originale della bandiera<br />

sabauda per la visita dei Savoia<br />

a Bologna nel giugno 1918 che la<br />

bisnonna aveva ricamato per poterla<br />

sventolare al passaggio del Sovrano.<br />

Questi sono solo alcuni dei tanti<br />

oggetti storici contenuti nella casa<br />

e messi a disposizione degli alunni<br />

delle scuole.<br />

48<br />

4931


ALLE ORIGINI DEL VINO<br />

La storia<br />

dei vitigni<br />

dei Colli <strong>Bolognesi</strong><br />

ATTICO E SUPERATTICO VIA SANTO STEFANO<br />

PIAZZETTA DELLA PIOGGIA, PALAZZO TANARI<br />

RESIDENZA STORICA CON PARCO RAVENNA CENTRO<br />

Ormai quasi completamente perduto, era<br />

uno dei vitigni più diffusi sui nostri Colli<br />

In palazzo storico vincolato, piano nobile di grande fascino,<br />

ristrutturato. Ampio salone con doppi volumi, studio in<br />

soppalco e camino con elegante intaglio su legno antico di<br />

elevato effetto scenografico, cucina in nicchia, due camere<br />

da letto e doppi servizi. Volendo posto auto di proprietà, in<br />

corte interna protetta. Riscaldamento autonomo<br />

Classe Energetica G - in attesa di redazione<br />

€ 490.000 Tel. 051 225564<br />

LOFT CITTADINO IN PALAZZO STORICO STRADA MAGGIORE<br />

Rosso,<br />

enigmatico,<br />

petroniano:<br />

il Maiolo<br />

Residenza di pregio in elegante condominio con ascensore,<br />

giardino interno e portineria. Oggetto di rara bellezza sito<br />

all’ultimo piano per complessivi 280mq, distribuito su due<br />

livelli principali e dotato di ogni comfort abitativo, salone<br />

di rappresentanza, vedute panoramiche a 360 gradi su<br />

Bologna, quattro camere e quattro bagni, terrazzo, garage<br />

di circa 70mq per più auto, ristrutturato e pronto all’utilizzo.<br />

APE F - EP gl,nren 222,39 KWh/mq anno.<br />

Informazioni dettagliate previo incontro in ufficio Tel. 051 225564<br />

VILLINO INIZIO NOVECENTO RISTRUTTURATO<br />

Bazzano centro, cielo-terra indipendente di circa 280mq su due<br />

livelli principali oltre cantine, magazzini e sottotetto, perimetrato da<br />

giardino di circa 1000mq in parte liberato ed in parte pavimentato<br />

per deposito auto. La residenza è stata completamente ristrutturata<br />

4 anni fa mantenendo il fascino dell’edilizia di inizio secolo scorso,<br />

con mattoni a vista e distribuzione degli spazi razionale e famigliare.<br />

Al piano rialzato ingresso, grande cucina arredata, sala, soggiorno,<br />

bagno; al primo piano comodo disimpegno per la zona notte,<br />

quattro camere matrimoniali e due bagni; sottotetto e cantine<br />

completamente risanate. Libero subito<br />

Classe Energetica G - in attesa di redazione<br />

€ 585.000 Tel. 051 225564<br />

VIA U. GIORDANO AD.ZE VILLA ALDROVANDI MAZZACORATI<br />

Calvo immobiliare propone appartamento ristrutturato,<br />

luminoso e arioso, ultimo piano con ascensore,<br />

ingresso, cucina abitabile, sala utilizzabile a seconda<br />

camera, ampia camera matrimoniale, balcone, bagno,<br />

cantina, garage, riscaldamento centralizzato con conta<br />

calorie, arredato di cucina e bagno, aria condizionata.<br />

Libero subito.<br />

Ape F EPtot 336,81KWh/m2/anno<br />

€ 295.000 Tel. 051 225564<br />

Appartamento di circa 120mq ristrutturato, affacci su interni<br />

riservati con terrazzo e cortile interno, soffitti con travi a vista<br />

ed a cassettoni, ingresso, ampia zona giorno con vetrate<br />

su esterni di proprietà, cucinotto, camera armadi, camera<br />

padronale, bagno; al livello cortile lavanderia-servizio,<br />

palestra o zona ospiti, collegati internamente da scala antica<br />

a chiocciola, volendo ampio garage a 50m dall’abitazione.<br />

Classe Energetica G - in attesa di redazione<br />

€ 490.000 Tel. 051 225564<br />

VIA CARRACCI, AD.ZE TEATRO TESTONI<br />

In palazzo inizio novecento con ascensore e corte interna,<br />

appartamento di circa 160mq con soffitti alti, vedute<br />

panoramiche, due balconi e ampia balconata, doppio affaccio,<br />

rivestimenti originali con legni e marmette storiche di grande<br />

impatto scenico, posto auto di proprietà e grande cantina.<br />

Ingresso arredabile, salone doppio, cucina abitabile, tre camere<br />

matrimoniali, doppi servizi entrambi finestrati. L’appartamento<br />

gode di estrema luminosità ed è ubicato a due passi dalla<br />

Stazione Centrale, ottimo per utilizzo a locazione ricettiva o per<br />

famiglie numerose.<br />

Classe Energetica G - in attesa di redazione<br />

€ 485.000 Tel. 051 225564<br />

PIANO ALTO AD.ZE SANT’ORSOLA VIA PAOLO FABBRI<br />

Appartamento di circa 80mq al piano settimo, in palazzo con<br />

ascensore e portierato, ingresso su zona giorno con cucina a<br />

vista, ampia camera matrimoniale e ampio ripostiglio, ogni<br />

ambiente gode di due finestre e grande luminosità, vista<br />

panoramica con affacci a levante, bagno, cantina, volendo posto<br />

auto coperto in garage condominiale. La vicinanza al centro<br />

storico ed all’ Università lo rendono un ottimo investimento<br />

Classe Energetica G - in attesa di redazione<br />

€ 265.000 Tel. 051 225564<br />

In villa inizio novecento elegante appartamento di ampia<br />

metratura su due livelli con ingressi indipendenti, terrazzo<br />

abitabile e giardino di circa 1200mq arricchito da alberi di<br />

alto fusto dove si parcheggiano comodamente automezzi.<br />

Immobile di rappresentanza, al piano nobile ampio ingresso,<br />

sala, sala da pranzo, cucina, tre camere da letto, doppi<br />

servizi e terrazza, al livello giardino collegato da scala interna<br />

ulteriori due camere, tavernetta, cantina e vano caldaia.<br />

Impianti autonomi, ottima distribuzione degli spazi, affacci<br />

sui quattro lati, libera subito.<br />

Classe Energetica G - in attesa di redazione<br />

Informazioni dettagliate previo incontro in ufficio Tel. 051 225564<br />

VIA VALLEVERDE, RASTIGNANO PEDECOLLINARE<br />

In posizione panoramica, appartamento di circa 140mq al<br />

piano primo con ascensore, porticato privato, ampio giardino<br />

condominiale che perimetra l’immobile, posto auto coperto a<br />

rotazione in garage comune, cantina, ristrutturazione di pregio.<br />

Ingresso, salone doppio, cucina abitabile, zona notte con tre<br />

camere e doppi servizi, balconi e cantina, libero a rogito.<br />

Classe Energetica G - in attesa di redazione<br />

€ 445.000 Tel. 051 225564<br />

VIA MURRI AD.ZE MULINO PARISIO<br />

Appartamento di circa 85 mq piano alto in palazzina ristrutturata<br />

esternamente di metà novecento, ingresso arredabile, ampia cucina<br />

abitabile, due camere matrimoniali, bagno, cantina, luminoso,<br />

doppio affaccio, volendo ascensore. Posizione comoda ai servizi, al<br />

Parco Lunetta Gamberini ed alla prima collina, contenute spese di<br />

gestione, libero subito, riscaldamento autonomo, da personalizzare<br />

internamente.<br />

APE F - EP gl,nren 165,13 KWh/m2/anno<br />

€ 228.000 Tel. 051 225564<br />

Testo di Alessio Atti<br />

Diffusissima uva del territorio bolognese a bacca scura,<br />

poco citata e oramai quasi completamente perduta, è il<br />

Maiolo o Maiolus.<br />

Pier de’ Crescenzi la citò nel 1304 nel suo<br />

famosissimo Ruralium Commodorum libri XII come un’uva<br />

del bolognese di vasta e molto consueta coltivazione.<br />

Persa ora in taluna rara pianta posta qua e là in qualche<br />

filare, se ne sono quasi dimenticate le tracce e l’identità.<br />

Per secoli confusa con il Negretto, poiché pareva avesse le<br />

medesime caratteristiche, si è poi scoperto che non sono<br />

la stessa uva e si stanno attendendo i risultati dell’esame<br />

del DNA per osservare se possano almeno avere legami di<br />

parentela.<br />

Può succedere, che uve vissute per anni nello stesso<br />

areale, abbiano “genitori” comuni ma non siano la stessa<br />

uva. Pensiamo a quello chè è accaduto con il Cabernet<br />

Sauvignon in Francia nel XVII secolo, ottenuto per una<br />

probabilissima impollinazione autonoma tra Cabernet<br />

Franc e Sauvignon Blanc. Sulle uve, anche quelle più<br />

famose e conosciute, aleggiano leggende su esotiche<br />

origini, su arcane provenienze, viaggi intercontinentali e<br />

personaggi famosi che ne bevevano il vino. Le leggende<br />

spesso si confondono con la realtà e se provengono sin<br />

dalla notte dei tempi allora questa confusione sarà più<br />

sottile, quasi impercettibile. Come se l’origine, la fonte dei<br />

racconti fosse posta nelle stessa identica sorgente, dove la<br />

leggenda è essa stessa la realtà e viceversa.<br />

La ricerca assidua del vero, del reale accadimento, della<br />

prova scientifica, spegne drasticamente il calore del<br />

racconto leggendario, dell’aneddoto.<br />

Del resto ogni scienza ha come fine ultimo la ricerca della<br />

verità.<br />

Tornando con i piedi tra i filari, mi pongo una domanda:<br />

come mai, essendo i vini prodotti da Negretto e Maiolo<br />

diversi, essersene confuse le uve? In effetti la risposta<br />

potrebbe essere proprio nelle produzioni enoiche del<br />

passato, quando si utilizzavano molte uve diverse per<br />

riempire i tini.<br />

Questo modus operandi, al di là dell’approssimazione delle<br />

cantine di allora, era utilissimo per dare un buon equilibrio<br />

ai vini prodotti, la tal uva donava acidità, l’altra tannini,<br />

l’altra ancora aromi profondi, ecc… La vita dei vini era poi<br />

molto breve, non per la qualità delle uve ma certamente<br />

per una gestione in cantina piuttosto superficiale. Più<br />

probabilmente per un concorso di responsabilità tra<br />

gestione del vigneto e della cantina.<br />

Infine il misterioso Maiolo che è il primo ad invaiare,<br />

cioè cambiare il colore degli acini da verde a colorato,<br />

che matura tardivamente accumulando più sostanze<br />

zuccherine, che resiste bene all’oidio, ovvero una malattia<br />

fungina e alla siccità che vini potrebbe regalarci? Che<br />

sensazioni potremmo aspettarci? Ma soprattutto sarà in<br />

grado di emozionarci?<br />

Nei nostri curiosi calici troveremo grande struttura, buon<br />

corpo e grado alcolometrico importante, tannini poderosi<br />

che col passare del tempo appariranno più vellutati<br />

e morbidi. La debole aromaticità consiglierebbe di<br />

assemblare il Maiolo ad altri rossi del territorio, ricchi di<br />

quelle caratteristiche qui un po’ troppo discrete.<br />

In attesa delle analisi ampelografiche e sul DNA di questo<br />

oscuro vitigno bolognese, mi piace sognare che possa<br />

essere vinificato in grande stile e che magari insieme al<br />

Negretto e la Barbera possa regalarci un vero, grande e<br />

autentico vino rosso felsineo.<br />

Per ora accettiamo il Colli <strong>Bolognesi</strong> DOC Bologna Rosso,<br />

che in tutta sincerità di petroniano non ha molto.<br />

51


QUESTO LO FACCIO IO<br />

Azioni e comportamenti<br />

per la tutela<br />

della biodiversità<br />

a cura di Andrea Morisi<br />

(Sustenia srl)<br />

Dopo il boschetto, la siepe, lo<br />

stagno e un angolo per il legno<br />

morto, ecco come fare....<br />

IL MURETTO A SECCO<br />

<strong>Nelle</strong> puntate precedenti abbiamo<br />

spiegato come piantare un boschetto,<br />

mettere a dimora una siepe campestre,<br />

realizzare un piccolo stagno, creare un<br />

angolo per il legno morto.<br />

Ci sono altre azioni che ciascuno di<br />

noi, nel proprio “giardino”, può mettere<br />

in pratica per aiutare la biodiversità?<br />

Certo che sì, anzi ce ne sono tante:<br />

c’è molto bisogno di darsi da fare<br />

per ricreare habitat da mettere a<br />

disposizione per le specie animali e<br />

vegetali che possono convivere con<br />

noi nel territorio, ricambiandoci con<br />

innumerevoli servizi ecosistemici,<br />

preziosi e gratuiti. Anche nella pianura<br />

abitata dall’uomo, anche nel giardino<br />

o, perché no, nel parco della scuola o<br />

nei giardini pubblici.<br />

Vogliamo parlare degli ambienti aridi?<br />

D’accordo.<br />

Esistono molti organismi che hanno<br />

bisogno di condizioni ambientali<br />

asciutte, di caldo e di sole e di nicchie<br />

dove vivere indisturbate, rifugiarsi,<br />

riprodursi.<br />

Un modo molto concreto che ognuno<br />

di noi può mettere in pratica per aiutarli<br />

può consistere nella realizzazione di<br />

quello che noi chiamiamo “muretto<br />

a secco”. Le virgolette sono d’obbligo<br />

perché i muri a secco sono una cosa<br />

ben precisa, sono tipici di certi territori<br />

e certi paesaggi (nel 2018 sono stati<br />

inseriti nel Patrimonio dell’Umanità<br />

dell’Unesco) e sono fatti in un modo<br />

particolare: le pietre che di solito li<br />

compongono vengono assemblate a<br />

costituire il muro senza usare calce,<br />

malta o cemento. Ci vuole molta<br />

perizia nel costruirli, per evitare che,<br />

dopo poco tempo, franino e si rovinino.<br />

Quello che a noi qui interessa è una<br />

caratteristica particolare del muro a<br />

secco e cioè il fatto che tra una pietra<br />

e l’altra sono presenti fessure e anfratti.<br />

Il nostro “muretto a secco” imita quelli<br />

veri, ma prevede l’uso di malta per<br />

cementare la parte interna e l’utilizzo<br />

di mattoni anziché pietre. L’obiettivo è<br />

quello di creare il più possibile degli<br />

spazi tra un mattone e l’altro, delle<br />

tasche interne, delle nicchie, che sono<br />

fondamentali per gli organismi che<br />

vogliamo attirare e aiutare.<br />

LA COSTRUZIONE<br />

DEL “MURETTO A SECCO”<br />

Il modo per rendere il più stabile<br />

possibile il nostro muretto è quello<br />

di costruirlo a forma di “elle”, per<br />

evitare che possa ribaltarsi, non avendo<br />

fondazioni.<br />

Tendenzialmente occorrono almeno<br />

due file di mattoni per i nostri obiettivi.<br />

La disposizione è semplice e non<br />

occorre stare particolarmente attenti<br />

che ogni mattone sia perfettamente “in<br />

bolla” e regolarmente distanziato dagli<br />

altri. Anzi, le irregolarità sono proprio<br />

quelle che stiamo cercando e gli spazi<br />

lasciati liberi tra un mattone e l’altro<br />

vanno appositamente previsti.<br />

Si dispongono dunque le file dei<br />

La piantumazione di borracine<br />

e semprevivi sulla sommità del muretto<br />

mattoni, opportunamente posati in<br />

modo sfalsato, come fanno i muratori,<br />

evitando l’allineamento dei giunti.<br />

Ma potete sbizzarrirvi nel rendere,<br />

appunto, irregolare la collocazione dei<br />

mattoni.<br />

La malta cementizia va collocata<br />

solo nella parte interna del mattone<br />

e a scomparsa, in modo da creare<br />

appositamente le fessure. Fate<br />

comunque attenzione a mantenere le<br />

pareti sufficientemente “a piombo”,<br />

evitando inclinazioni che poi creeranno<br />

problemi alla stabilità del muretto.<br />

Molto utile risulta l’inserimento<br />

verticale di tondini di ferro ben infissi<br />

al suolo, a scomparsa tra le file dei<br />

mattoni, per fornire un po’ di armatura<br />

al nostro muretto. Ovviamente, al<br />

posto dei mattoni, possono essere usati<br />

altri materiali, ma se sono di forma<br />

irregolare aumenta la necessità di<br />

essere dei maestri muratori.<br />

Come si diceva, è opportuno<br />

prevedere appositamente anche delle<br />

bucature e, possibilmente, delle tasche<br />

seminascoste nel mezzo del muretto.<br />

Può essere molto utile creare una sorta<br />

di contenitore sulla parte superiore del<br />

muretto che servirà poi da “vaso” per<br />

contenere un po’ di terra e le piante da<br />

mettere a dimora.<br />

L’HABITAT RICOSTRUITO<br />

E LE SPECIE FAVORITE<br />

Il “muretto a secco” che vogliamo<br />

costruire riassume diverse nicchie<br />

ecologiche che, a loro volta, risultano<br />

funzionali per ospitare piante<br />

specifiche, che andremo appositamente<br />

a posizionare, e richiameranno<br />

particolari animali.<br />

Se costruito in modo da offrire un<br />

lato maggiormente esposto a sud, ed<br />

esponendo di conseguenza l’altro lato<br />

a nord, il muretto si riscalderà per bene<br />

e sarà molto assolato su di un fronte,<br />

mentre il retro rimarrà ombreggiato e<br />

più fresco. Questa iniziale distinzione<br />

permette di suddividere le piante<br />

da andare ad inserire nel muretto:<br />

sul lato caldo e ben illuminato sarà<br />

possibile piantumare le diverse<br />

specie di borracine (Sedum spp.) e<br />

di semprevivi (Sempervivum spp.),<br />

piante specificamente adattate al clima<br />

arido, mentre sul lato ombreggiato<br />

sarà possibile posizionare varie felci,<br />

notoriamente amanti dell’ombra.<br />

Gli animali che vengono attratti dal<br />

muretto a secco sono svariati, ma in<br />

particolare se ne gioveranno i preziosi<br />

Rettili, che useranno le pareti calde<br />

per la termoregolazione e gli anfratti<br />

per rifugiarsi. Tipicamente le lucertole,<br />

quella chiamata, guarda caso, muraiola<br />

(Podarcis muralis) e anche quella<br />

campestre (P. siculus), meno diffusa,<br />

saranno attratte dal nostro muretto,<br />

ma ne possono approfittare anche il<br />

ramarro (Lacerta bilineata), la biscia<br />

dal collare (Natrix natrix) e il biacco<br />

(Coluber viridiflavus), specie innocue<br />

e utili predatrici.<br />

L’efficacia del muretto per le specie<br />

termofile e xerofile verrà potenziata se<br />

Ambiente e territorio<br />

provvederemo a disporvi in prossimità<br />

un cumulo di sabbia e dei ciottoli. La<br />

sabbia permetterà la deposizione delle<br />

uova da parte dei Rettili e i grandi sassi,<br />

in parte parzialmente affondati nella<br />

sabbia, aumenteranno la capacità di<br />

incubazione delle uova in quanto,<br />

una volta riscaldati, conserveranno<br />

il calore del sole più a lungo rispetto<br />

alla sabbia. Un cumulo di ciottoli,<br />

inoltre, costituisce un ottimo e ulteriore<br />

insieme di nicchie e ripari, sia per il<br />

rifugio, sia per passare l’inverno. Se<br />

parte della sabbia risulta protetta dalla<br />

pioggia, potrà ospitare le larve del<br />

formicaleone (Myrmeleon formicarius)<br />

dall’affascinante capacità di scavare<br />

piccole buche per intrappolare le prede<br />

che vi cadono sul fondo.<br />

È molto importante non smuovere<br />

sabbia e ciottoli, se non a tarda estate<br />

(magari per rimuovere qualche erba<br />

che ha iniziato a crescervi), per evitare<br />

di danneggiare le eventuali deposizioni<br />

di uova.<br />

Diverse altre specie potranno essere<br />

favorite dalla presenza dell’ambiente<br />

che avrete messo loro a disposizione<br />

con la creazione di un “muretto a<br />

secco”, a voi la piacevole scoperta,<br />

giorno per giorno, di questa particolare<br />

biodiversità e la soddisfazione di poter<br />

dire “Questo l’ho fatto io!”.<br />

Muretto a secco maturo<br />

52<br />

53


FOTONATURALISMO<br />

WildWatching<br />

La dodicesima puntata<br />

di un piccolo corso<br />

sui segreti<br />

del fotografo<br />

naturalista<br />

WildWatching<br />

Accessori<br />

per le macro<br />

Testi e foto di Paolo Taranto<br />

Nella fotografia ravvicinata si scatta<br />

spesso con diaframmi chiusi e quindi<br />

tempi spesso lenti per non spingere<br />

troppo sugli iso, un treppiedi è<br />

fondamentale. Come principianti ci si<br />

può adattare un po’ con tutto, anche<br />

treppiedi economici ma se si vogliono<br />

ottenere i migliori risultati è bene tenere<br />

in considerazione alcuni parametri<br />

importanti per la scelta del treppiedi per<br />

fotografia macro.<br />

Treppiedi e teste<br />

La stabilità è il parametro principale:<br />

se il treppiedi non è stabile è come<br />

non usarlo, ogni minimo movimento<br />

provocato anche da un filo di vento può<br />

creare vibrazioni che rovinano le foto<br />

Non è importante l’altezza massima<br />

raggiungibile dal treppiedi ma l’altezza<br />

minima, il treppiedi si deve poterlo<br />

abbassare il più possibile fino quasi al<br />

livello del terreno;<br />

Non abbiamo bisogno di teste a<br />

bilanciere per reggere grandi pesi o<br />

di teste fluide ma la testa ideale per<br />

la macro deve consentire piccoli<br />

spostamenti precisi, caratteristica tipica<br />

delle teste a cremagliera; queste teste<br />

hanno 3 manopole che consentono di<br />

effettuare micro-movimenti sui vari assi<br />

allo scopo di inquadrare al meglio il<br />

soggetto, sono teste “lente” da usare ma<br />

molto precise.<br />

ACCESSORI<br />

Ci sono alcuni accessori fondamentali<br />

che ogni fotografo macro dovrebbe<br />

avere nello zaino<br />

I Plamp: sono dei bracci flessibili per<br />

fissare i soggetti davanti alla fotocamera;<br />

si trovano già pronti in commercio ma<br />

si possono anche costruire facilmente<br />

in casa. Il sistema è costituito da un<br />

braccio flessibile con due pinze alle<br />

estremità; in questo modo è possibile<br />

avere la massima libertà di posizionarsi<br />

nella direzione giusta per avere una luce<br />

ottimale e per avere lo sfondo perfetto.<br />

Viene spesso usato anche per sostenere<br />

diffusori di luce, sfondi artificiali o altri<br />

accessori.<br />

Una forbice o tronchesino: sono<br />

utilissimi per ripulire la zona intorno<br />

al soggetto e migliorare così lo sfondo<br />

ma anche togliere elementi di disturbo<br />

oppure per tagliare fili d’erba con i<br />

soggetti dormienti da fotografare.<br />

Lo spruzzino: non è indispensabile, serve<br />

a ricreare artificialmente la rugiada ma<br />

se si vogliono trovare insetti facilmente<br />

fotografabili bisogna comunque uscire<br />

Esempio di foto scattata sfruttando solo la luce naturale<br />

Il treppiedi Vanguard Alta Pro consente<br />

di abbassarsi fin quasi al livello del terreno<br />

Testa a cremagliera<br />

con manopole micrometriche<br />

Nella fotografia macro a forti<br />

ingrandimenti è ancora più<br />

importante l’uso di un treppiedi<br />

molto stabile per evitare<br />

ogni minima vibrazione che<br />

rovinerebbe sicuramente le foto<br />

Braccio flessibile<br />

“plamp”<br />

Una buona forbice è<br />

fondamentale per ripulire<br />

il set fotografico<br />

Un buon<br />

spruzzino aiuta<br />

a migliorare<br />

l’atmosfera<br />

di alcune foto.<br />

Non è<br />

consigliabile<br />

usarlo sugli<br />

animali ma solo<br />

sui vegetali<br />

Esempio dell’effetto delle gocce d’acqua spruzzate<br />

artificialmente su un fiore di Bucaneve<br />

Telecomando a cavo<br />

all’alba per trovarli dormienti e di<br />

conseguenza troveremo già una rugiada<br />

naturale. Nello spruzzino va usata<br />

solo acqua naturale senza aggiunta di<br />

alcun tipo di additivo che può risultare<br />

velenoso o dannoso per gli insetti. Io<br />

uso lo spruzzino esclusivamente per i<br />

vegetali come funghi, fiori, orchidee etc.<br />

Il telecomando: per evitare le vibrazioni<br />

come vedremo dopo è utile anche un<br />

telecomando, anche se oggi molte<br />

reflex hanno la possibilità di essere<br />

comandate via wifi direttamente<br />

dallo smartphone rendendo quindi<br />

inutile il telecomando che comunque<br />

io continuo a preferire per maggiore<br />

comodità anche perché oggi esistono<br />

telecomandi con prezzi veramente bassi<br />

e che possono essere utili in moltissime<br />

situazioni. Si può ovviare alla mancanza<br />

di un telecomando utilizzando lo<br />

scatto temporizzato presente in tutte le<br />

fotocamere, impostandolo a 2 secondi<br />

o anche 10 secondi, in questo modo<br />

dopo aver premuto il pulsante di scatto<br />

la fotocamera e tutto l’apparato avrà il<br />

tempo di stabilizzarsi dalle vibrazioni<br />

che abbiamo creato premendo il<br />

pulsante.<br />

Quando non si riesce nonostante i diversi<br />

tentativi ad avere un perfetto sfondo<br />

sfocato e uniforme alcuni fotografi<br />

sono soliti usare degli sfondi artificiali:<br />

cartoni colorati in modi diversi e con<br />

sfumature diverse sostenuti da appositi<br />

treppiedini o plamp aiutano a risolvere<br />

queste situazioni; gli sfondi artificiali<br />

sono utili anche quando si scatta con<br />

fotocamere non proprio specializzate<br />

per la macro come ad esempio le<br />

fotocamere compatte o addirittura gli<br />

smartphone, che avendo sensori molto<br />

piccoli e quindi elevata profondità di<br />

campo anche ai diaframmi aperti non<br />

consentono sempre di avere sfondi<br />

sfuocati uniformi e puliti.<br />

Illuminazione<br />

ILLUMINAZIONE<br />

Un’altra tipologia di accessori molto<br />

importanti nella fotografia macro<br />

è quella costituita dai sistemi di<br />

illuminazione, ma qui si va molto a gusti,<br />

molti fotografi macro infatti preferiscono<br />

scattare sempre e solo in luce naturale<br />

mentre altri preferiscono dominare la<br />

luce naturale soprattutto quando non è<br />

adatta usando l’illuminazione artificiale.<br />

In questo secondo caso l’illuminazione<br />

può essere led o flash. Per la fotografia<br />

macro esistono appositi sistemi flash<br />

da montare sull’obiettivo, per esempio<br />

i flash (o led) anulari e i flash gemelli<br />

(“Twin flash”) oppure esistono appositi<br />

telaietti a braccia flessibili dove installare<br />

i flash o i led. Esistono anche appositi<br />

accessori che permettono di trasformare<br />

un normale flash in un flash adatto<br />

alla macro per esempio gli adattatori<br />

Esempi di pannelli<br />

diffusori/riflettenti<br />

per “modificare” la<br />

luce naturale<br />

54<br />

55


FOTONATURALISMO<br />

anulari ma anche i diffusori. Non è<br />

semplice sfruttare la luce artificiale,<br />

bisogna imparare a mescolarla con la<br />

luce naturale per evitare di creare foto<br />

troppo finte; proprio per questo motivo<br />

è importante non usare il classico flash<br />

da posizionare sulla slitta a caldo della<br />

fotocamera ma sistemi multi flash o<br />

flash anulari o diffusori che creano una<br />

luce più uniforme multi direzionale e<br />

più diffusa; è dunque molto importante<br />

fare delle prove a casa per capire quali<br />

sono le impostazioni da usare di volta in<br />

volta allo scopo di ottenere una buona<br />

illuminazione che non risulti troppo<br />

artificiale. Quando si vuole sfruttare<br />

solo la luce naturale comunque possono<br />

essere di utilità i pannelli diffusori e/o i<br />

pannelli riflettenti: i primi consentono<br />

di trasformare una luce troppo dura<br />

in una luce più diffusa e morbida, i<br />

secondi consentono di duplicare o<br />

triplicare le direzioni di provenienza<br />

della luce riflettendo la luce ambiente<br />

monodirezionale.<br />

Esempi di diversi tipi di sistemi di illuminazione per<br />

fotografia macro: twin flash, illuminatore anulare, flash<br />

su braccetti snodati e led su braccetti flessibili<br />

Ti guardiamo<br />

negli<br />

OCCHI.<br />

La nostra banca è fatta<br />

di persone con le quali<br />

costruiamo una<br />

relazione di fiducia.<br />

Alcuni esempi di diffusori per flash che<br />

consentono di trasformare un normale flash<br />

fotografico in un flash adatto alla fotografia<br />

ravvicinata<br />

Curiamo la relazione diretta con persone e imprese per<br />

crescere insieme partendo non solo da obiettivi,<br />

ma anche da valori condivisi.<br />

IL CUORE NEL TERRITORIO<br />

56<br />

57


APPUNTAMENTO SU DUE RUOTE<br />

Ultime settimane per raccogliere punti<br />

per il Circuito dei Santuari. Le ascese<br />

più belle, dal Monte delle Formiche al<br />

Santuario della Madonna del Faggio ai<br />

piedi del Corno alle Scale<br />

In salita verso<br />

il traguardo<br />

Testi di Enrico Pasini<br />

Mancano poche settimane alla conclusione della<br />

quinta edizione del Circuito Santuari Emilia Romagna,<br />

un’edizione che ha già registrato diversi record e che al<br />

giro di boa ad inizio agosto registrava già più di undici<br />

mila visite ai Santuari della Regione.<br />

C’è ancora il tempo per pedalare e camminare lungo le<br />

strade e i sentieri che portano a questi piccoli gioielli<br />

e per battagliare nelle diverse classifiche stilate dagli<br />

organizzatori.<br />

Ogni ciclista o ogni camminatore può decidere dove<br />

pedalare o camminare, non vi sono percorsi obbligati<br />

e tanti giri fantastici sono già stati disegnati e percorsi<br />

dagli appassioni concorrenti.<br />

Di seguito vi suggeriamo alcuni luoghi che con l’inizio<br />

dell’autunno possono risultare veramente magici.<br />

Il borgo Antico di Castellaccio di Ciano.<br />

È un piccolo gioiello dalla storia antica nascosto tra le<br />

colline modenesi vicinissimo al confine con Bologna.<br />

Fa parte del Brevetto borghi del Circuito dell’Emilia<br />

Romagna ed è abbinato al Santuario della Verucchia<br />

una frazione di Zocca.<br />

Poche case, alcune in sasso, che lo rendono affascinante<br />

e rustico. Nella sua semplicità riesce a trasmettere<br />

tutta la storia che lo ha attraversato e che è riuscita<br />

ad arrivare fino ai giorni nostri con i ruderi dell’antico<br />

oratorio dedicato a San Benedetto a renderne viva<br />

testimonianza. Si può salire dalla strada asfaltata che da<br />

Castello di Serravalle porta a Monteombraro, a Ciano di<br />

Zocca, al tornante prima del ristorante, si svolta a destra<br />

seguendo le indicazioni per il borgo, oppure salire da<br />

Mercatello di Castello di Serravalle, da via Boschi di<br />

Ciano, seguendo le indicazioni Cai la strada attraversa<br />

il Rio ed entra in una cavedagna che porta direttamente<br />

ai piedi del piccolo borgo.<br />

MADONNA DELL’ACERO<br />

e IL CORNO ALLE SCALE<br />

Il Santuario di Madonna dell’Acero è immerso nel<br />

bosco di aceri e faggi e il suo prato è un vero terrazzo<br />

sui monti della Riva. È uno dei luoghi più belli per poter<br />

ammirare il Foliage in autunno, magari arrivandoci dalla<br />

Valsamoggia, passando per Tolè e poi Castel d’Aiano,<br />

rimanendo sul crinale, sulla linea di appennino che<br />

divide le provincie di Bologna e Modena e nasconde la<br />

strada agli occhi del cielo, sempre dentro il bosco esce<br />

solo nei paesi e poi rientra nella sua galleria naturale<br />

fatta di maestosi alberi.<br />

I boschi infiniti dell’Appennino si susseguono tra<br />

salitelle e discese, Farnè è un piccolo borgo di Lizzano<br />

in Belvedere, è la fine dell’ultima discesa, l’inizio della<br />

salita più dura.<br />

Dai suoi 700 metri fino ai 1500 delle piste del Corno, in<br />

poco più di dieci chilometri, tutti nel bosco, fino a poco<br />

prima del Cavone, quando si apre e mostra l’antico<br />

ghiacciaio del Cavone con la croce di punta Sofia che<br />

svetta nei sui 1900 metri.<br />

MONTE ACUTO DELLE ALPI<br />

e MADONNA DEL FAGGIO<br />

Sempre in zona Corno alle Scale, il borgo di Monte<br />

Acuto delle Alpi è un esempiodi quanta bellezza riesce<br />

a creare l’uomo. Ci si arriva salendo l’unica strada<br />

asfaltata che si prende poco prima di arrivare a Lizzano<br />

in Belvedere, oppure a piedi, arrivandoci o partendo da<br />

li per andare al meraviglioso Santuario di Madonna del<br />

Faggio, isolato nel bosco, un luogo di grande spiritualità.<br />

A Madonna del Faggio ci si arriva anche da Castelluccio<br />

di Porretta, altro borgo molto bello, con il Castello<br />

Manservisi a custodirne la storia. Si sale da Porretta,<br />

la strada sale, sempre dura, passa Capugnano, paese<br />

natale di Guglielmo Marconi e diventa ancora più<br />

dura dopo l’incrocio per Lizzano. Fatica vera ma<br />

anche grande soddisfazione riuscire ad arrivare in<br />

bicicletta a Castelluccio e poi a Madonna del Faggio,<br />

che nonostante qualche chilometro di sterrato accoglie<br />

bene anche le bici da corsa.<br />

Per chi vuole camminare può partire da Castelluccio,<br />

salire a Tresana, il borgo delle ortensie in estate e<br />

delle castagne in autunno e poi scendere a Madonna<br />

del Faggio per poi tornare a Castelluccio dalla strada<br />

sterrata, passando Prato Novello e la Pennola.<br />

MONTE DELLE FORMICHE<br />

Per chi non vuole allontanarsi troppo dalla città c’è<br />

un luogo poco fuori Bologna che non si allontana dai<br />

suoi colli ma già si fa chiamare montagna. E ne ha ben<br />

donde, perché la sua sommità supera i 600 metri sul<br />

livello del mare.<br />

È il Monte delle Formiche, una montagna incastonata<br />

Per partecipare scarica l’APP:<br />

https://circuitocser.weebly.com/<br />

BREVETTI E ITINERARI: COME FUNZIONA<br />

Il Circuito dei Santuari è una manifestazione sportiva che inizia a maggio e<br />

finisce ad ottobre, completamente gratuita. Per partecipare basta scaricare<br />

la web app, creare un profilo e cominciare a pedalare o camminare verso i<br />

Santuari mariani della Regione. Ogni provincia ha dedicato un brevetto con<br />

12 Santuari da conquistare, eccetto Bologna che ha addirittura 3 Brevetti<br />

dedicati. Per ottenere i brevetti basta farsi un selfie davanti al santuario<br />

raggiunto e caricarlo sull’app. Grazie alla geolocalizzazione l’app assegnerà il<br />

brevetto in automatico. Ci sono anche brevetti interprovinciali, come il Brevetto<br />

Borghi, il Brevetto Altissimo o l’Arboreo.<br />

Per ogni informazione e per scaricare l’app basta cliccare sul sito:<br />

https://circuitocser.weebly.com/<br />

Circuito dei Santuari<br />

tra le colline, è ben distinguibile in ogni stagione perché<br />

sulla sua cima vi è il Santuario dove ogni anno, ai<br />

primi di settembre, milioni di formiche maschio, dopo<br />

l’accoppiamento, vanno a morire mentre le femmine<br />

continuano il loro volo per deporre le uova in altri luoghi.<br />

Un evento che è sempre stato visto come miracoloso, la<br />

Chiesa lo smentisce, ma la devozione rimane altissima e<br />

comunque, anche in questo nuovo millennio, la scienza<br />

non ha saputo spiegare perché proprio su quel monte le<br />

formiche europee decidono di battere l’ultimo colpo di<br />

ali.<br />

Il Monte delle Formiche si eleva preciso tra le valli<br />

dell’Idice e quello dello Zena. Per arrivarci in bicicletta<br />

bisogna essere consci che servirà tanta fatica.<br />

Se dalla Val di Zena, arrivare all’incrocio per Cà di Pippo<br />

può risultare abbastanza dolce, dalla valle dell’Idice, da<br />

Cà di Bazzone, la salita sale subito a doppia cifra e non<br />

molla mai.<br />

Una volta arrivati a Cà di Pippo, tramite un agevole<br />

falsopiano, la strada ricomincia a salire cattiva e il<br />

Santuario, che rimane sempre in vista, sembra non<br />

avvicinarsi mai.<br />

Le ultime rampe sono le più dure ma sono anche quelle<br />

che regalano più soddisfazione. Dalla cima il panorama<br />

è straordinario, si ammira tutto l’appennino, dal Corno<br />

alle Scale, al Cimone, fino al reggiano Cusna, mentre<br />

a est si dice che in giornate limpide si possa ammirare<br />

anche il mare.<br />

E chissà magari in una limpida giornata d’autunno<br />

potrete avere la fortuna di vedere l’Adriatico luccicare<br />

all’orizzonte.<br />

58<br />

5931


Il racconto di Fausto Carpani<br />

Don Giacomo Stagni<br />

In memoria di Don Giacomo Stagni<br />

Ricordando<br />

“Santomatto”<br />

Quando lo conobbi era un pretino<br />

fresco di consacrazione. Budriese<br />

come me, era stato nominato<br />

cappellano della parrocchia<br />

di Santa Maria delle Grazie in<br />

San Pio V, detta anche la Cî§a<br />

dla Cavalarî e questo perché un<br />

tempo la Caserma Mameli di Porta<br />

San Felice ospitava, appunto, un<br />

reggimento di cavalleria.<br />

Don Giacomo Stagni fu da subito<br />

un prete speciale: visto che<br />

noi ragazzi delle Case INCIS,<br />

inselvatichiti dalla perpetua<br />

frequentazione dei Prati di<br />

Caprara, non ci sentivamo attratti<br />

dalla vita del circolo parrocchiale,<br />

spregiativamene chiamato, allora,<br />

“circolo mela”, se Maometto non<br />

va alla montagna, è questa che<br />

va a lui: Don Giacomo apparve<br />

quindi nel bel mezzo della<br />

nostra landa desolata e fu subito<br />

amicizia.<br />

Una regola ferrea delle parrocchie<br />

di allora consisteva nella netta<br />

separazione fra maschi e femmine<br />

e anche la disposizione dei<br />

banchi in Chiesa rispettava questa<br />

divisione: maschi da una parte<br />

e femmine dall’altra. Ma Don<br />

Giacomo aveva in mente altre<br />

idee per abbattere queste assurde<br />

mura di Gerico: organizzò una<br />

gita al mare, maschi e femmine<br />

insieme, su uno sgangherato<br />

pullman, che forse era servito<br />

durante la marcia su Roma.<br />

Destinazione: i lidi Ravennati ma,<br />

per non correre rischi di sorta,<br />

scelse il mese di …novembre. Fu<br />

così che pranzammo “al sacco”<br />

in spiaggia, indossando il paltò…<br />

Al rientro, il don ci comunicò che<br />

avremmo fatto una deviazione<br />

per andare a Ravenna a salutare<br />

certi suoi amici. Ci fermammo<br />

davanti ad uno stabile che<br />

aveva la parvenza di un istituto<br />

e, dopo aver suonato, fummo<br />

introdotti in quello che ci sembrò<br />

da subito una succursale del<br />

Cottolengo. Ciò che vedemmo<br />

tra quelle mura, molti di noi non<br />

l’avrebbero più dimenticato, me<br />

compreso. Al ritorno, in pullman,<br />

il silenzio era rotto solo dalla<br />

voce di Don Giacomo che dava<br />

le ultime pennellate alla lezione<br />

evangelica appena impartitaci,<br />

mentre noi eravamo impegnati a<br />

versare calde lacrime.<br />

Un’altra sua iniziativa fu la gita al<br />

Corno alle Scale, nel giugno del<br />

1963 (o 64?), durante la quale<br />

gli scattai la foto sulla neve,<br />

che allora cadeva abbondante,<br />

resistendo in larghe chiazze fino<br />

ai primi caldi estivi. L’idea per<br />

questa foto mi venne dopo il<br />

ritrovamento, sulle pendici del<br />

Corno, di un pezzo di lamiera<br />

adattissimo per fare la §bi§garôla<br />

e lui non ci pensò due volte. In<br />

fin dei conti era un ragazzo un po’<br />

più grande di noi che, tra l’altro,<br />

aveva da subito abolito il “lei” per<br />

passare al “tu”. Mentre scarpinava<br />

felice su quei prati di bàggioli<br />

(mirtilli), sicuramente non avrà<br />

immaginato che, anni dopo, di<br />

quelle alpestri contrade sarebbe<br />

divenuto il pastore di anime.<br />

La sua seconda destinazione come<br />

cappellano fu la Parrocchia di San<br />

Bartolomeo e Gaetano alle Due<br />

Torri, dove iniziò la sua piccola<br />

attività di sgombra-cantine,<br />

che lui chiamava “blâc, żavâi<br />

e oggettistica”. Un incidente di<br />

percorso, che non sto a rivangare,<br />

interruppe la sua attività e tempo<br />

dopo fu mandato a reggere la<br />

parrocchia di Vidiciatico. Questo<br />

trasferimento mi ricordava<br />

l’episodio guareschiano di don<br />

Camillo, mandato per punizione<br />

in una parrocchia di montagna,<br />

in cui non nasceva e non moriva<br />

nessuno… Superfluo dire che<br />

il nostro, giunto in Appennino,<br />

riprese la sua attività di “blâc,<br />

żavâi, ecc” fino al momento in<br />

cui si beccò una denuncia per<br />

“discarica abusiva” e fu a questo<br />

punto che si palesò in sua difesa<br />

un buon samaritano, che divenne<br />

suo strenuo paladino e amico:<br />

Enzo Biagi.<br />

Nel frattempo Giacomo aveva<br />

iniziato anche un’altra attività:<br />

andava ospitando anziani non più<br />

autosufficienti, prima in canonica<br />

e poi nelle tre magnifiche case<br />

che ostinatamente volle costruire<br />

negli anni, dando anche lavoro a<br />

più di cento persone e istituendo<br />

la Fondazione Santa Clelia<br />

Barbieri.<br />

Fu in questi anni che ci<br />

ritrovammo, quando cioè iniziai<br />

ad andare a cantare a Vidiciatico<br />

ogni 15 agosto, rinsaldando<br />

così un’amicizia antica. Da<br />

subito rimasi conquistato dalla<br />

sua frenetica attività: lo trovavo<br />

alla guida di un’ambulanza<br />

o di un furgone col quale<br />

andava a Bologna, al Mercato<br />

Ortofrutticolo, a caricare casse<br />

di ortaggi e frutta. Una volta me<br />

lo vidi arrivare al Ponte della<br />

Bionda con un carico di meloni<br />

che distribuii per ogni dove. Fu<br />

anche un visionario precursore<br />

dei magazzini che vendono<br />

oggetti provenienti da “altre<br />

case”, aprendo un negozietto nel<br />

quale si potevano trovare rarità di<br />

un tempo andato. Personalmente<br />

trovai un sacchetto intonso di<br />

palline di terracotta, con le<br />

quali da cinni giocavamo prima<br />

dell’avvento delle biglie di vetro,<br />

che erano roba da ricchi…<br />

Ammirato dalla sua indefessa<br />

attività rivolta verso il prossimo,<br />

gli dedicai una canzone, che<br />

intitolai “Santomatto”, della quale<br />

riporto qui il testo, rigorosamente<br />

in italiano.<br />

Se ti giri e guardi indietro, cosa<br />

vedi, amico mio?<br />

Quella strada lunga e dura che ti<br />

ha preparato Dio.<br />

Una strada tutta a sassi, coi<br />

briganti lì in agguato,<br />

ma c’è un buon samaritano che ti<br />

aiuta a prender fiato.<br />

Quanti calli nelle mani, quanto<br />

amore nei tuoi occhi,<br />

quanta forza nelle braccia, quante<br />

toppe sui ginocchi.<br />

Quante porta hai spalancato su<br />

miseria e sofferenza,<br />

quante pietre ti han scagliato per<br />

zittirsi la coscienza.<br />

Santomatto, Mattosanto anche tu<br />

farai cazzate,<br />

ma cazzate benedette, sacrosante<br />

e motivate,<br />

Santomatto solfanaio, Santomatto<br />

muratore,<br />

Santomatto processato,<br />

Santomatto del Signore.<br />

Buonanotte ragazzaccio, che<br />

nell’uomo ancora credi,<br />

la stanchezza ti ha sconfitto, piega<br />

il capo, adesso siedi.<br />

Dormi dormi santomatto sulla<br />

cena raffreddata,<br />

sui problemi e sugli affanni della<br />

lunga tua giornata.<br />

Dormi dormi Santomatto che<br />

domani è un altro giorno,<br />

ti alzerai prima del sole per servir<br />

chi ti sta intorno.<br />

Per sorridere alla vita, per passar<br />

di stanza in stanza,<br />

per donare un po’ di amore a chi<br />

non ha più speranza.<br />

Santomatto, Mattosanto sei<br />

venuto da lontano,<br />

con le scarpe impolverate, col<br />

Vangelo nella mano.<br />

Santomatto solfanaio, Santomatto<br />

muratore,<br />

Santomatto processato,<br />

Santomatto del Signore.<br />

Perché “Santomatto”? Perché<br />

Giacomo era posseduto da una<br />

benefica pazzia, unita ad una<br />

santità che solo chi gli voleva<br />

veramente bene riusciva a<br />

cogliere. Anche le iniziative<br />

apparentemente più arrischiate<br />

non riuscirono mai a scalfire la<br />

positiva considerazione che i<br />

superiori avevano di Lui.<br />

Il 10 luglio il mio Santomatto<br />

è “tornato alla casa del Padre”,<br />

come dicono i suoi confratelli.<br />

Non mi è dato sapere chi ne<br />

prenderà il posto lassù, nella terra<br />

della mia gente, ma so che per<br />

costui sarà dura.<br />

Domani partirò per una vacanza,<br />

guarda caso a Vidiciatico, ma già<br />

so che, seduto a un tavolino del<br />

bar Elena, non lo vedrò uscire<br />

dalla chiesa dopo la Messa<br />

vespertina, dirigersi verso di me e<br />

salutarmi con “Ciao, fratellone!”.<br />

Però il 15 agosto canterò ancora<br />

la sua canzone (che lui ascoltava<br />

coprendosi il volto con le mani)<br />

alla Pergola, e la canterò ancora<br />

alla Messa della domenica,<br />

magari a Chiesina o a Pgiolforà<br />

(Poggiolforato) o nella chiesa<br />

pericolante di Rocca Corneta.<br />

Ciao, Santomatto.<br />

60<br />

61


Diventa un punto di distribuzione<br />

Puoi contattarci al numero 379 113 5432 o scrivere<br />

una mail a: distribuzione.vallibolognesi@gmail.com<br />

per sapere come diventare un punto di distribuzione<br />

Riceverai le copie richieste da consegnare ai tuoi clienti<br />

Vuoi pubblicizzare la tua attività<br />

sulla nostra rivista?<br />

Tel: 379 113 5432<br />

E-mail: distribuzione.vallibolognesi@gmail.com<br />

IL NONNO DELLA BASSA RACCONTA<br />

LA TROTTOLA,<br />

dal rito al gioco<br />

Considerata da molti antropologi come residuo<br />

di arcaici rituali magici o religiosi, nonché<br />

funzionale all’attività di stregoni e indovini,<br />

nell’antico mondo rurale di tradizione la trottola<br />

venne anche utilizzata per trarre auspici su<br />

determinati raccolti oppure sull’intera annata<br />

agraria.<br />

Che la nostra trottola possa vantare queste<br />

remote origini è confermato, in un certo qual<br />

modo, dalle trottoline che, almeno fin verso gli<br />

anni ’70 del ’900 (venivano pure inserite come<br />

“sorprese” nelle uova di Pasqua…), erano di<br />

supporto alla compilazione della schedina del<br />

Totocalcio: portavano sui lati i classici “segni” -<br />

1, 2 e X. -, al cui responso della sorte si perveniva<br />

al termine dell’altrettanto classico “giro” del<br />

giocattolo.<br />

Secondo accreditati studiosi dello spettacolo<br />

popolare, la trottola è stata pure fonte ispiratrice<br />

di altri divertimenti, come la giostra, considerata<br />

la “regina” dei Luna Park.<br />

Di provenienza estremamente lontana nel<br />

tempo, era già apprezzata dai greci e dai romani,<br />

che cercavano di farne opera di promozione tra<br />

i giovani. Tra i grandi di quelle civiltà attenti alla<br />

trottola si ricordano Aristofane, Plinio, Virgilio e<br />

Catone.<br />

In auge nel mondo infantile almeno sino alla<br />

metà degli anni ’50 (ma anche oltre) del ’900,<br />

le trottole erano in legno, con movimento a<br />

corda, ma nel loro lungo itinerario sono state<br />

pure realizzate in metallo e impreziosite da<br />

disegni e cromatismi, mutanti grazie al loro<br />

movimento rotatorio, favorito da una molla<br />

interna e da un’asta metallica, manovrata dal<br />

piccolo giocatore.<br />

La trottola classica (portante denominazioni<br />

dialettali diverse, a seconda dei territori) aveva<br />

la caratteristica foggia a “cono”, con un piccolo<br />

perno ligneo all’estremità superiore e una<br />

punta sempre lignea in quella inferiore (non<br />

mancavano anche punte metalliche, soprattutto<br />

in anni a noi più vicini). Il gioco poteva essere<br />

Gian Paolo Borghi<br />

Le tradizioni popolari<br />

della pianura<br />

bolognese tra fede,<br />

storia e dialetto<br />

praticato da due o più ragazzi, in uno spazio<br />

adeguato e preferibilmente con il fondo piano e<br />

liscio, per favorire una più lunga rotazione.<br />

Le avvincenti fasi ludiche consistevano<br />

essenzialmente nella preparazione, nel<br />

“lancio” (o “tiro”) e nel consequenziale<br />

“giro”. La preparazione, fondamentale, si<br />

concretizzava nell’avvolgere attorno alla<br />

trottola una cordicella di canapa (o uno spago)<br />

in tensione, la cui estremità veniva tenuta nelle<br />

mani del giocatore. Si passava quindi al lancio<br />

attraverso un movimento torcente, provocato<br />

dallo svolgersi della cordicella, che provocava<br />

un’azione rotatoria più o meno accentuata.<br />

L’intera “operazione” si concretizzava nel<br />

“giro”, dalla cui durata si stabiliva il vincitore.<br />

Come tutti i giochi, non era esente da discussioni<br />

e da polemiche, che potevano coinvolgere<br />

partecipanti e pubblico.<br />

Che cosa dire, per concludere? Che anche<br />

un gioco infantile, oggi ancora in uso, può<br />

nascondere segreti e storie di secoli lontani.<br />

63


Sei in buone<br />

MANI.<br />

Vogliamo accompagnarti<br />

in ogni tuo progetto.<br />

Affianchiamo le persone nelle loro scelte offrendo<br />

prodotti e servizi capaci di rispondere in modo corretto<br />

e trasparente alle esigenze in continua evoluzione.<br />

IL CUORE NEL TERRITORIO

Hooray! Your file is uploaded and ready to be published.

Saved successfully!

Ooh no, something went wrong!