Nelle Valli Bolognesi N°63
Il numero dell'autunno 2024 della rivista su natura, cultura e tradizioni locali edito da Emil Banca
Il numero dell'autunno 2024 della rivista su natura, cultura e tradizioni locali edito da Emil Banca
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<strong>Nelle</strong><br />
NATURA, CULTURA, TRADIZIONI E TURISMO SLOW TRA LA MONTAGNA E LA PIANURA<br />
Anno XVI - numero 63 - OTTOBRE - NOVEMBRE - DICEMBRE 2024<br />
SPECIALE BFC<br />
I sei trionfi europei<br />
e quell’incredibile<br />
maledetta monetina<br />
Storia<br />
La macchina del tempo<br />
ci racconta<br />
le pietre di Bologna<br />
bom art trail<br />
I mufloni di legno<br />
e la spada nella roccia<br />
nei boschi dell’Appennino<br />
AUTUNNO<br />
Con il sapore<br />
della tradizione<br />
Ottobre è tempo di Tartufeste: le curiosità sui “cavatori”<br />
e le date per non perdere la sagra diffusa in tutto l’Appennino
SOMMARIO<br />
Teniamo le<br />
Periodico edito da<br />
4<br />
Gli scatti di William Vivarelli<br />
Falco di palude<br />
ORECCHIE<br />
ben aperte.<br />
Ascoltiamo le necessità<br />
del territorio che abitiamo<br />
per contribuire a trovare<br />
soluzioni efficaci.<br />
Numero registrazione Tribunale<br />
di Bologna - “<strong>Nelle</strong> <strong>Valli</strong> <strong>Bolognesi</strong>”<br />
n° 7927 del 26 febbraio 2009<br />
Direttore responsabile:<br />
Filippo Benni<br />
Hanno collaborato:<br />
Stefano Lorenzi<br />
William Vivarelli<br />
Claudia Filipello<br />
Katia Brentani<br />
Gianluigi Zucchini<br />
Claudio Evangelisti<br />
Gian Paolo Borghi<br />
Paolo Taranto<br />
Serena Bersani<br />
Marco Tarozzi<br />
Andrea Morisi<br />
Mario Chiarini<br />
Fausto Carpani<br />
Sandra Sazzini<br />
Giuliano Musi<br />
Alessio Atti Valentina Fioresi<br />
Enrico Pasini<br />
Veronica Rigetti<br />
Anna Magli<br />
Valentina Balletti<br />
Gianluigi Pagani<br />
Foto di:<br />
William Vivarelli<br />
Archivio Bertozzi<br />
Archivio AppenninoSlow<br />
Paolo Taranto<br />
Guido Barbi e altri in pagina<br />
Progetto Grafico:<br />
Studio Artwork Grafica & Comunicazione<br />
Roberta Ferri - 347.4230717<br />
Pubblicità:<br />
distribuzione.vallibolognesi@gmail.com<br />
051 6758409 - 334 8334945<br />
Rivista stampata su carta ecologica<br />
da Rotopress International<br />
Via Mattei, 106 - 40138 Bologna<br />
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Le foto dell’autunno<br />
Il tasso e il topo selvatico<br />
In dialetto si dice....<br />
Spiplen e Sturnel<br />
La nostra cucina<br />
Polenta e Mistocchine<br />
Erbe di casa nostra<br />
Aglio<br />
Prodotti locali<br />
Alla scoperta dei De.Co<br />
Dolci e frutta a km Zero<br />
Tartufeste 2024<br />
Nella terra del tartufo<br />
L’iniziativa<br />
L’organo a vento del Monte Galletto<br />
Succede solo a Bo<br />
San Luca Sky Experience<br />
In giro con eXtrabo<br />
L’autunno nella Bassa<br />
Bologna Montana Art Trail<br />
Una montagna d’arte<br />
Il percorso<br />
L’Anello delle fontane<br />
Per scrivere alLA REDAZIONE:<br />
vallibolognesi@emilbanca.it<br />
Per abbonamenti e pubblicità contattare appenninoslow:<br />
distribuzione.vallibolognesi@gmail.com - 051 6758409 - 334 8334945<br />
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In giro con Confguide<br />
Un nuovo sgaurdo sul Guercino<br />
Speciale Rossoblù<br />
Quei sei trionfi europei<br />
Quella monetina maledetta<br />
Cronache da un’Europa stregata<br />
Crediamo nell’ascolto come strumento attivo per le nostre<br />
comunità al fine di promuovere maggiore benessere,<br />
coesione e inclusività.<br />
IL CUORE NEL TERRITORIO<br />
Questa rivista<br />
è un prOdotto editoriale<br />
ideato e realizzato da<br />
In collaborazione con<br />
CITTÀ<br />
METROPOLITANA<br />
DI BOLOGNA<br />
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La macchina del tempo<br />
Le pietre di Bologna<br />
Non tutti sanno che<br />
I segreti della Certosa<br />
La nostra storia<br />
Nella grotta dei Molinelli<br />
Tracce di storia<br />
Vitale da Bologna e Francesco Arcangeli<br />
A casa Genovesi come in un museo<br />
Alle origini del vino<br />
Rosso, enigmatico, petroniano: il Maiolo<br />
Questo lo faccio io... con Sustenia<br />
Il muretto a secco<br />
Fotonaturalismo<br />
Accessori per le macro<br />
ll Circuito dei santuari su due ruote<br />
In salita verso il traguardo<br />
Il racconto di Fausto Carpani<br />
Il nonno della Bassa - Gian Paolo Borghi<br />
2
GLI SCATTI DI WILLIAM VIVARELLI<br />
Il Falco di Palude<br />
(Circus aeruginosus)<br />
L’ALFABETO di VIVARELLI<br />
Il Falco di palude (Circus aeruginosus) è un uccello affascinante che trova<br />
il suo regno nelle paludi e nei canneti. Questo rapace, con il suo volo lento<br />
e maestoso, si dedica alla caccia di prede come piccoli mammiferi, uccelli<br />
acquatici, rettili e anfibi. Quando cattura una preda, il Falco di palude la<br />
trasporta al nido per consegnarla alla femmina. Questo “passaggio della<br />
preda” avviene in volo, con una sincronizzazione degna delle migliori scuole<br />
di ginnastica artistica.<br />
Il Falco di palude è leggermente più grande e robusto di altre specie “sorelle”<br />
come l’Albanella reale o minore. Un esemplare può misurare fino a 55 cm in<br />
lunghezza, pesare tra 4-600 grammi e avere un’apertura alare che raggiunge<br />
i 125 cm. La femmina, generalmente più grande e pesante, presenta un<br />
piumaggio differente rispetto al maschio.<br />
In Italia, il Falco di palude è nidificante, con importanti popolazioni<br />
migratrici e svernanti. Le principali aree di nidificazione si trovano<br />
nella Italia settentrionale, tra il basso corso del Po e la regione dei grandi<br />
laghi lombardo-piemontesi. Durante l’inverno, la popolazione di Falco di<br />
palude cresce grazie agli individui svernanti provenienti dal Nord Europa,<br />
principalmente dalla Polonia, Russia europea e Finlandia.<br />
Il Falco di palude svolge un ruolo importante negli ecosistemi delle zone<br />
umide. La sua presenza contribuisce al controllo delle popolazioni di piccoli<br />
mammiferi e uccelli acquatici. Tuttavia, la specie è soggetta a minacce come<br />
la perdita di habitat e l’inquinamento delle zone umide.<br />
In conclusione, il Falco di palude è un simbolo di bellezza e adattamento<br />
alle condizioni ambientali. Dobbiamo continuare a proteggere le sue aree di<br />
nidificazione e garantire la conservazione di questi magnifici predatori delle<br />
paludi italiane.<br />
Nei numeri precedenti:<br />
Albanella Autunno 2010<br />
Allocco Inverno 2010<br />
Assiolo Primavera 2011<br />
Allodola Estate 2011<br />
Airone cenerino Autunno 2011<br />
Averla maggiore Inverno 2011<br />
Averla piccola Primavera 2012<br />
Aquila reale Estate 2012<br />
Ballerina bianca Autunno 2012<br />
Ballerina gialla Inverno 2012<br />
Barbagianni Primavera 2013<br />
Beccamoschino Estate 2013<br />
Balestruccio Autunno 2013<br />
Calandro Inverno 2013<br />
Capriolo Primavera 2014<br />
Capinera Estate 2014<br />
Cervo Autunno 2014<br />
Cinghiale Inverno 2014<br />
Canapiglia Primavera 2015<br />
Canapino Estate 2015<br />
Cannaiola comune Autunno 2015<br />
Canapino maggiore Inverno 2015<br />
Cannareccione Primavera 2016<br />
Cardellino Estate 2016<br />
Cavaliere d’Italia Autunno 2016<br />
Cinciallegra Inverno 2016<br />
Cincia bigia Primavera 2017<br />
Cincia dal ciuffo Estate 2017<br />
Cincia mora Autunno 2017<br />
Cinciarella Inverno 2017<br />
Cesena Primavera 2018<br />
Cicogna bianca Estate 2018<br />
Civetta Autunno 2018<br />
Cornacchia grigia Inverno 2018<br />
Cormorano Primavera 2019<br />
Codibugnolo Estate 2019<br />
Codirosso comune Autunno 2019<br />
Codirosso spazzacamino Inverno 2019<br />
Colubro di Esculapio Primavera 2020<br />
Coronella Girondica Estate 2020<br />
Covo Imperiale Autunno 2020<br />
Corriere piccolo Inverno 2020<br />
Cuculo Primavera 2021<br />
Culbianco Estate 2021<br />
Cutrettola Autunno 2021<br />
Daino Inverno 2022<br />
Chirotteri Primavera 2022<br />
Cinghiale Estate 2022<br />
Cigno Autunno 2022<br />
Canapiglia Inverno 2023<br />
Uccello combattente Primavera 2023<br />
Codirossone Estate 2023<br />
Colombaccio Autunno 2023<br />
Fagiano comune Inverno 2023<br />
Faina Primavera 2024<br />
Falco Cuculo Estate 2024<br />
Tutte le foto sono state scattate nel bolognese.<br />
I PDF degli arretrati della rivista si possono scaricare<br />
da www.nellevalli.it. Per altri scatti di William Vivarelli<br />
si può consultare il sito: www.vivarelli.net<br />
4<br />
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LE FOTO DELL’AUTUNNO<br />
Le foto dell’Autunno<br />
Testo e foto di Paolo Taranto<br />
QUI L’ALLOCCO<br />
NON MI TROVERÀ MAI!<br />
Il topo selvatico (Apodemus sylvaticus)<br />
è una specie tipica dei boschi<br />
e una delle prede più frequenti<br />
per diversi predatori tra cui l’Allocco.<br />
In realtà, il topo ripreso in questa foto,<br />
solo per puro caso si è rifugiato<br />
sotto il fungo, ma non sta correndo pericolo,<br />
l’Allocco infatti è un rapace che caccia di notte.<br />
LA CASA DEL TASSO:<br />
AGENZIE DELLE ENTRATE<br />
Grazie ai suoi potenti unghioni<br />
il Tasso è uno scavatore molto<br />
efficiente; scava tane con lunghe<br />
gallerie, varie entrate e camere<br />
interne; queste tane spesso<br />
vengono condivise con altre specie<br />
tra cui principalmente l’Istrice ma a<br />
volte anche la Volpe.<br />
6<br />
7
In dialetto si dice...<br />
LA FAUNA LOCALE NELLA TRADIZIONE<br />
DELLA BASSA BOLOGNESE<br />
Foto e testi a cura di Mario Chiarini<br />
Pispola - SPIPLEN<br />
Allora ero un bimbetto, già appassionato di ornitologia, anche se<br />
allora non sapevo cosa fosse, e mi divertivo molto a camminare<br />
in campagna, in particolare nel podere dei nonni materni; e qui<br />
cercavo ogni traccia, ogni movimento, ogni cinguettio insomma<br />
ogni elemento utile che potesse permettermi di individuare un<br />
uccelletto da ammirare nelle mia escursione.<br />
Quel giorno ero accompagnato da Geni, Eugenio il suo vero<br />
nome, e ci trovavamo ai bordi di una fitta siepe che delimitava una<br />
ampia radura erbosa, quando tra i rami vedo saltellare un piccolo<br />
uccelletto, non sta fermo un attimo, saltella da un ramo all’altro, ora<br />
in basso poi sui rami più alti della siepe per poi lanciarsi nell’erba<br />
del prato confinante. “Guarda Geni” urlai, ma mi accorsi che lui<br />
l’aveva visto prima di me, ma fingendo, di rimando mi sussurrò:<br />
“Cosa hai visto?” Gli indico l’uccelletto che continua a saltellare<br />
nell’erba beccando qua e la, catturando, così almeno presumo,<br />
qualche insetto.<br />
“L’ è un spiplen! - mi sussurrò - in italian a cred che al so nom al<br />
sia pispola”. Fui sorpreso: era la prima volta che Geni mi indicava<br />
un uccelletto con il nome italiano. “Che bello, oggi anche i nomi<br />
italiani ”. Mi guardò, sorrise, mi accarezzò i capelli in un gesto<br />
molto affettuoso e riprese a guardare la pispola, anzi al spiplen.<br />
Ascolta il canto della pispola<br />
Con Geni abbiamo continuato a vederci par alcuni anni sempre<br />
alla ricerca di nuovi avvistamenti trovandolo sempre più preparato<br />
nei nomi italiani degli uccelli. Poi i miei impegni scolastici, la mia<br />
maggiore autonomia, ma anche i suoi impegni personali, hanno fatto<br />
si che i nostri incontri diventassero sempre più rari anche se, tramite<br />
i miei nonni, sapevo che continuava ad informarsi ed a chiedere di<br />
me e della mia passione per l’ornitologia.<br />
Ascolta il canto dello storno<br />
Storno – STURNEL / STURNI<br />
Lo storno è, forse, la specie più conosciuta e comune del territorio bolognese. È anche<br />
la specie più ammirata e nel contempo denigrata fra le tante che possiamo trovare nelle<br />
nostre campagne. Come non guardare meravigliati ed estasiati le evoluzioni che uno<br />
stormo di storni, formato da migliaia di soggetti, compie nel cielo, evoluzioni talmente<br />
fantastiche da attirare l’attenzione anche di illustri scienziati. Giorgio Parisi, premio Nobel<br />
per la fisica, “per la scoperta dell’interazione tra disordine e fluttuazioni nei sistemi fisici<br />
dalla scala atomica a quella planetaria”, ha dedicato parte dei suoi studi proprio al volo<br />
di uno stormo di storni, Nel suo libro racconta: “Al tramonto vediamo gli stormi formare<br />
immagini fantasmagoriche, migliaia di macchioline nere danzanti che si stagliano su un<br />
cielo dai colori cangianti. Li vediamo muoversi tutti insieme senza urtarsi, né disperdersi,<br />
superando ostacoli, distanziandosi e poi ricompattandosi, riconfigurando continuamente<br />
la loro disposizione spaziale, come se ci fosse un direttore d’orchestra a impartire ordini<br />
che tutti eseguono. Possiamo passare un tempo indefinito a guardarli, tanto lo spettacolo<br />
si rinnova sempre in forme diverse e impreviste. A volte, anche di fronte a questa pura<br />
bellezza, fa capolino la deformazione professionale di uno scienziato e tante domande<br />
gli frullano nella testa. Esiste un direttore d’orchestra o il comportamento collettivo è autoorganizzato?<br />
Come fa l’informazione a propagarsi velocemente attraverso tutto lo stormo?<br />
Com’è possibile che le configurazioni cambino così rapidamente? Come sono distribuite<br />
le velocità e le accelerazioni degli uccelli? Come possono virare insieme senza urtarsi?“<br />
(Un volo di storni: le meraviglie dei sistemi complessi – G. Parisi- Rizzoli Editore). Però<br />
lo storno è specie molto denigrata, combattuta ed anche cacciata. Essendo specie molto<br />
gregaria, molto intelligente, con comportamenti molto solidaristici, avviene che, quando<br />
alcuni soggetti individuano una succulenta fonte alimentare, (alberi di ciliegie, vigneti di<br />
uva matura ….) un veloce scambio di informazioni fa si che in poche ore la fonte alimentare<br />
venga presa d’assalto da numerosi storni con pesanti ripercussioni sulle varie produzioni. La<br />
specie è molto conosciuta; si pensi che fino a qualche decennio fa, quando il coperto delle<br />
nostre case era fatto dai tradizionali coppi, quasi ogni casa vedeva la nidificazione di alcune<br />
coppie Ed in dialetto viene chiama sturnel; una curiosità della specie ornitica è data dalla<br />
differenza tra singolare e plurale: e cosi ”ai à un strurnel in vetta ai cop“ (c’è uno storno sul<br />
tetto), diventa “ai è un branch ed sturni in vetta ai cop” (c’è uno stormo di storni sul tetto).<br />
9
LA NOSTRA CUCINA<br />
Curiosità, consigli e ricette<br />
della tradizione<br />
culinaria bolognese,<br />
dalla Montagna alla Bassa<br />
a cura di Katia Brentani<br />
La farina di castagne ha sfamato<br />
generazioni di montanari. Ecco<br />
come preparare due piatti tipici<br />
dell’Appennino bolognese<br />
Curiosità e ricette sono tratte<br />
da Cuor di Castagna di Katia<br />
Brentani, edito da Damster<br />
Edizioni per la collana i<br />
Quaderni del Loggione<br />
Polenta e mistocchine<br />
Una filastrocca popolare ricorda che<br />
“la castagna in acqua cotta prende il<br />
nome di ballotta se la macini è farina<br />
deliziosa e sopraffina”. Mentre la storia<br />
insegna che nei periodi di carestia o<br />
guerra quando mancava il frumento<br />
per fare il pane si utilizzavano altri<br />
cereali o legumi, come le fave. In<br />
montagna si usavano le castagne,<br />
per questo il castagno è detto albero<br />
del pane e la castagna pane dei<br />
poveri. Con la farina di castagne si<br />
prepara la polenta di castagne, che<br />
è nata molto prima della polenta di<br />
mais. Per le popolazioni montane<br />
ha rappresentato, per lungo tempo,<br />
l’unico sostentamento. Le castagne<br />
venivano raccolte ed essiccate per<br />
poter poi ricavare la farina con cui si<br />
preparava la polenta e le mistocchine.<br />
Ai tempi di povertà la polenta era<br />
“aromatizzata” strusciandola su<br />
di una aringa che veniva appesa al<br />
soffitto e lasciata penzolare al centro<br />
del tavolo.<br />
La farina di castagne non veniva usata<br />
solo sull’Appennino Bolognese. A<br />
Bologna, nell’Ottocento e per buona<br />
parte del Novecento, le mistocchinare<br />
hanno cotto le mistocchine, che<br />
stanno ai bolognesi come le<br />
madeleine a Proust. Le mistocchine,<br />
frittelle di farina di castagne,<br />
venivano arrostite sulla lamiera di<br />
un fornello a legno. Così le ricorda<br />
Alessandro Molinari Pradelli nel<br />
suo libro Bologna tra storia e osterie<br />
“Le ricordo ancora, povere vecchie,<br />
asciugarsi col fazzoletto la goccia al<br />
naso. Portavano un grembiule bianco<br />
candido e due manicotti di stoffa che<br />
coprivano le maniche del cappotto.<br />
Sedute vicino al proprio fornello di<br />
cottura si riparavano la schiena con<br />
un paravento di legno, a volte di<br />
cartone, addossate alle colonne del<br />
portico, nei pressi di un incrocio,<br />
vendendo piccoli dolci asciutti.”<br />
Dolci semplici le mistocchine: un<br />
semplice impasto di farina di castagne<br />
e acqua, a volte arricchito da una<br />
goccia di anice. Venivano modellate<br />
a cavallino, trombetta o con una<br />
semplice forma rotonda e vendute<br />
ai ragazzi all’uscita della scuola. Gli<br />
arrosti (le caldarroste) erano un lusso<br />
per i bambini con pochi soldi in<br />
tasca, le mistocchine se le potevano<br />
permettere tutti e riempivano lo<br />
stomaco. Alcuni ricordano ancora<br />
le mistocchine della loro gioventù,<br />
comprate sotto il portico di Santa<br />
Lucia, vicino alla Chiesa dei Servi o<br />
davanti a un cinema, con i venditori<br />
che gridavano: “si al baioch, el<br />
mistuchein!”.<br />
Le RICETTE<br />
POLENTA DI CASTAGNE<br />
INGREDIENTI: 300 gr. di farina di<br />
castagne 1 litro di acqua, sale q, b.<br />
PROCEDIMENTO: Far bollire un<br />
litro di acqua e unire, a pioggia, la<br />
farina di castagna, mescolando con<br />
cura in modo che non si formino<br />
grumi e cuocere per circa 40 minuti.<br />
Utilizzare un cucchiaio di legno<br />
per mescolare. A cottura ultimata<br />
(la polenta deve risultare soda)<br />
versarla su un tagliere di legno<br />
e tagliarla a fette, con un filo di<br />
cotone. Servire la polenta calda,<br />
accompagnata con formaggio<br />
fresco o ricotta.<br />
LONZA DI MAIALE CON BACCHE<br />
DI GINEPRO E POLENTA DI<br />
CASTAGNE<br />
Lavare il rosmarino e tritarlo<br />
finemente. Cospargere il trito sulla<br />
carne, coprirla con la pellicola<br />
trasparente e lasciarla marinare per<br />
circa 30 minuti in frigorifero. Quando<br />
la carne si è insaporita, mettere<br />
in una padella qualche cucchiaio<br />
di olio extravergine di oliva e farla<br />
rosolare da ambo i lati. Togliere la<br />
carne dalla padella e metterla in<br />
una pirofila da forno. Infornare la<br />
lonza a 180°C per circa 20 minuti.<br />
Nel frattempo versare la marinata<br />
nella padella, versare il vino rosso<br />
e unire il cucchiaio di miele. Fare<br />
ridurre, togliere la carne dal forno e<br />
versarci sopra il sugo. Rimettere in<br />
forno per altri 15-20 minuti. Servire<br />
la lonza tagliata a fette, con qualche<br />
cucchiaio di polenta di castagne e<br />
alcuni cucchiai di sugo di cottura<br />
della carne.<br />
MISTOCCHINE<br />
INGREDIENTI: farina di castagne,<br />
acqua e qualche goccia di liquore<br />
all’anice<br />
PROCEDIMENTO: Impastate la<br />
farina di castagne con acqua<br />
tiepida in quantità tale da ottenere<br />
un impasto sodo. Unire qualche<br />
goccia di liquore all’anice e<br />
mescolare bene. Tirate la pasta<br />
ottenuta in una sfoglia alta<br />
mezzo centimetro. Tagliare con<br />
un bicchiere dei dischetti, farli<br />
riposare qualche minuto e arrostirli<br />
sulla piastra bollente. Cuocere<br />
le mistocchine fino a quando la<br />
farina esterna si asciuga e diventa<br />
bianca. In alternativa potete<br />
cuocerle al forno per 10 minuti a<br />
180° C. Mangiarle calde.<br />
EMIL GREEN. L’ONDA VERDE<br />
DEL CAMBIAMENTO<br />
Emil Banca si impegna concretamente per rispondere alle sfide del<br />
cambiamento climatico e promuovere uno sviluppo sostenibile. Con Emil<br />
Green sosteniamo l’acquisto di veicoli elettrici, pannelli solari, impianti<br />
fotovoltaici e gli investimenti di chi ha a cuore la salute del nostro pianeta.<br />
IL CUORE NEL TERRITORIO<br />
INGREDIENTI: 400 gr. di polenta di<br />
castagne - per la lonza di maiale:<br />
600 g di lonza di maiale in un unico<br />
pezzo - 8 bacche di ginepro - 1<br />
rametti di rosmarino - 1 bicchiere<br />
di vino rosso - 1 cucchiaio di miele<br />
di castagno - 3-4 cucchiai di olio<br />
extravergine di oliva - sale - pepe<br />
nero.<br />
PROCEDIMENTO: salare, pepare la<br />
lonza di maiale, unire le bacche di<br />
ginepro leggermente schiacciate.<br />
10<br />
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Aglio<br />
ERBE DI CASA NOSTRA<br />
Con una naturopata<br />
per conoscere le leggende,<br />
gli usi medici e quelli tradizionali<br />
delle piante della nostra provincia<br />
Arriva dall’Asia, è coltivato in Europa<br />
fin dall’epoca egizia. Nella Prima<br />
guerra mondiale i medici delle armate<br />
britanniche, francesi e russe trattavano<br />
le ferite infette con il suo succo<br />
Aglio, il saporito<br />
uccisore di mostri<br />
Testo di Claudia Filipello - www.naturopatiabologna.it<br />
L’ Aglio è una pianta utilizzata in gastronomia ed in cucina,<br />
considerata oggi, a tutti gli effetti, anche pianta medicinale<br />
non tanto dalla tradizione popolare ma soprattutto per la<br />
medicina scientifica. È originario dell’Asia e coltivato in<br />
Europa come alimento dall’epoca degli Egizi. Ulisse se ne<br />
serviva contro gli incantesimi e ai legionari romani veniva<br />
somministrato quotidianamente; Galeno lo considerava<br />
la “panacea” del volgo. È una piantina erbacea dal bulbo<br />
ovoidale, avvolto da involucro chiaro. Formato da spicchi<br />
semilunari e a forma di bulbi; è presente un’importante<br />
massa di radici sottostante. I fiori di colore bianco<br />
candido formano un ombrello e si aprono fra giugno<br />
e luglio, frammisti a bulbilli alla sommità dello scapo<br />
e la capsula con 1-2 semi trigoni angolosi per loggia. Il<br />
bulbo è commestibile appunto ed ha un sapore forte,<br />
piccante e penetrante. Questa pianta è estesa per lo più<br />
nel settentrione, mediante l’interramento degli spicchi a<br />
fine inverno o primavera; mentre la raccolta delle giovani<br />
foglie può avvenire in aprile-maggio. La raccolta del bulbo<br />
avviene in estate.<br />
La parte dell’Aglio che viene utilizzata da un punto di vista<br />
terapeutico è il bulbo fresco, non sottoposto a cottura. I<br />
costituenti biochimici più importanti sono rappresentati<br />
dalla alligna, che nel bulbo contuso fornisce la formazione<br />
di allicina, disolfuri ed ajoene, molecole più stabili,<br />
vinilditiine e terpeni.<br />
L’uso dell’aglio fresco nell’alimentazione è certamente<br />
una sana abitudine che può portare giovamento, dal<br />
miglioramento della digestione, poiché stimola la<br />
produzione di succhi gastrici e la motilità del primo tratto<br />
del tubo digerente. Alcuni soggetti, tuttavia, lamentano<br />
difficoltà digestive per via del forte sapore.<br />
Da un punto di vista scientifico, è confermato il ruolo<br />
dell’aglio sul tema della prevenzione nel cancro allo stomaco;<br />
sono state inoltre, definitivamente provate le seguenti<br />
proprietà terapeutiche anche nell’uomo, attraverso studi<br />
clinici: antiaggregante piastrinico, ipocolesterolemizzante,<br />
ipotensivo, antidiarroico, preventivo nella cancerogenesi,<br />
prevenzione dell’arteriosclerosi, antimicrobico in vitro<br />
verso numerosi batteri, funghi e virus.<br />
A questo proposito tale proprietà si rilevò estremamente<br />
utile durante la Prima Guerra Mondiale, quando i medici<br />
delle armate britanniche, francese e russe, trattarono le<br />
ferite infette dei soldati con succo di aglio. Durante la<br />
Seconda Guerra Mondiale, invece, fu particolarmente<br />
utilizzato dai medici dell’Armata Rossa e per questo<br />
motivo fu chiamato la “penicillina russa”.<br />
Inoltre è vermifugo, espettorante e nei soggetti diabetici<br />
agisce come complemento terapeutico nella prevenzione<br />
delle complicazioni vascolari. L’indicazione principale<br />
all’impiego di estratti a base di aglio è costituita proprio<br />
dalle alterazioni del metabolismo del colesterolo e dei<br />
trigliceridi, oltre che per la malattia dell’arteriosclerosi in<br />
fase iniziale ma in tutte le sue manifestazioni cliniche:<br />
cerebrovascolupatia, cardiopatia ischemica, arteriopatia<br />
obliterante delle gambe, nefroangiosclerosi, ipertensione<br />
arteriosa, ecc.<br />
Esaminati numerosi rimedi presenti in commercio, è stato<br />
dimostrato che sono attivi soltanto i bulbi freschi d’aglio<br />
schiacciati ed alcuni preparati a base di estratto secco<br />
in polvere contenenti allicina in percentuale sufficiente.<br />
Gli altri rimedi come macerati oleosi, oli essenziali, ecc.)<br />
contengono altri componenti che risultano meno efficaci.<br />
A scopo terapeutico è consigliata l’assunzione di almeno<br />
4 grammi di bulbi freschi al giorno. In Naturopatia sono<br />
consigliati rimedi in capsule gastroresistenti a base di<br />
estratto titolato e standardizzato ad un dosaggio tale da<br />
garantire l’apporto quotidiano di almeno 40 grammi di<br />
alliina, dalla quale si liberano almeno 20 mg di allicina.<br />
Sono da preferire rimedi da bulbi di aglio fresco, in estratto<br />
secco, titolati e standardizzati in alliina ed allicina fino al<br />
10%.<br />
Tra gli effetti collaterali più comuni sono descritti: nausea,<br />
vomito gastrite, diarrea, riacutizzazione dell’ulcera<br />
peptica; ma soprattutto molta cautela nei soggetti in<br />
terapia con anticoagulanti ed antiaggreganti piastrinici<br />
farmacologici per il rischio del potenziamento degli<br />
effetti. È possibile l’aumento della gastrolesività da FANS,<br />
farmaci antinfiammatori; dermatiti, reazioni allergiche<br />
cutanee e respiratorie. Per tutti questi motivi, per l’uso e<br />
l’assunzione di questo rimedio, è consigliabile chiedere<br />
ad un esperto del settore.<br />
Il rimedio o il bulbo stesso possono essere applicati<br />
localmente in caso di diverse problematiche, fra cui: su<br />
verruche plantari poiché caustico, 2 bulbi schiacciati<br />
in mezzo bicchiere di aceto, si crea una soluzione<br />
conosciuta con il nome di “aceto dei 4 ladroni” utile x<br />
fare sciacqui alla bocca in caso di dolore ai denti e/o sulle<br />
piaghe cutanee. Strofinare gli spicchi su articolazioni<br />
aiuta in caso di reumatismi, punture di insetti ed animali.<br />
Unire i bulbi pestati con olio è indicato per trattare la<br />
scabbia e gli ossiuri.<br />
Madre Terra offre tante altre opportunità x entrare in<br />
relazione con il mondo magnifico dell’aglio. Esistono<br />
diverse tipologie botaniche. L’Aglio Pippolino (o Aglio<br />
vineale L.) lo si trova facilmente nei campi erbosi, vigne<br />
e a bordo strada, dal mare ai colli d’Italia. È un erbaceo<br />
perenne con un bulbo tondeggiante, scapo cilindrico alto<br />
da 40 fino a 80 cm, foglie tubulose e cave, fiori a tepali<br />
bislunghi bianco-rosei e carena verdognola, osservabile<br />
a maggio-giugno.<br />
Lo Scalogno (o Aglio Ascalonicum L.) era usato nella<br />
cucina di Carlo magno per sostituire Aglio e Cipolla. Ha<br />
un accentuato sapore framezzo fra entrambi. Tutt’ora la<br />
cucina apprezza questo prodotto. Può avere un’azione<br />
terapeutica sui reni, quindi è diuretico; mentre le giovani<br />
foglie sono gustosissime insieme alle insalate;<br />
L’Erba Cipollina (o Aglio Schoenoprasum L.) è originaria<br />
dell’Europa settentrionale, vive sulle rupi e prati umidi<br />
alpini. È una perenne cespitosa, rustica, con bulbi<br />
bislunghi e spesso riuniti con foglie cilindriche fini e<br />
cave. I fiori di un delicatissimo roseo, esprime tutta la<br />
sua bellezza nei periodi estivi. Come il nome racconta,<br />
emana un profumo di cipolla, ma mitigato ed ingentilito.<br />
Coltivata per seme o bulletti, ama un terreno fresco,<br />
povero di calcio ed in una posizione soleggiata. I fasci<br />
di ciuffi e foglie si possono raccogliere da primavera<br />
fino all’autunno. Anch’essa molto usata in cucina; molto<br />
conosciuti la frittata o il burro di erba cipollina;<br />
L’Aglio Serpentino (o Aglio Victorialis L) è presente nei<br />
pascoli secchi, rupi e pietrosi alpini. Ha fiori bianchi<br />
o giallognoli; è possibile osservare in piena estate<br />
ed è di sapore dolcigno. Il bulbo di questo prodotto è<br />
molto indicato come antisclerotico, nel meteorismo,<br />
nell’idropisia, cioè nelle raccolte di liquido nelle cavità<br />
sierose, ipertensione;<br />
L’Aglio Orsino (o Aglio Ursinum L.) si trova nei prati umidi<br />
e ai margini boschivi in un suolo calcareo, dalla pianura<br />
ai monti d’Italia e raro al sud. Presenta dei fiori cerulei,<br />
cioè una varietà di blu e si trova tra maggio e giugno. Ha<br />
un odore agliaceo forte, ma con un sapore più gentile<br />
dell’Aglio più conosciuto. Molto usato anch’esso in<br />
cucina ed ha le stesse proprietà dell’Aglio maggiormente<br />
conosciuto.<br />
Il fiore Garlic, che in lingua inglese significa Aglio,<br />
appartiene al repertorio della Floriterapia Californiana<br />
che porta attenzione alle sfumature emotive di tutti gli<br />
esseri viventi. Garlic è indicato per colui che si sente<br />
pauroso, debole o facilmente influenzabile, incline alla<br />
scarsa vitalità. Presenta, inoltre, una scarsa reazione<br />
immunitaria e tendenza alle infezioni parassitarie. È<br />
molto indicato nei fenomeni psichici di basso livello. La<br />
proprietà di questo fiore è entrare in risonanza con la<br />
coscienza unitaria, conferendo senso di interezza, forza e<br />
resistenza attiva, oltre che sul piano fisico anche su quello<br />
eterico e spirituale. Questi aspetti emotivi accuditi dal<br />
fiore Californiano è in completa relazione con le origini<br />
del nome, nonostante vi siano molte interpretazioni.<br />
Fra queste le più interessanti son due. Secondo una<br />
corrente, la parola deriverebbe dall’antico celtico all<br />
che significa “acre”. Un’altra corrente, invece, afferma<br />
che il nome deriva dal sanscrito e significa “uccisori di<br />
mostri”. Pertanto, si affermava che avesse potere contro<br />
i vampiri, considerati parassiti. L ’Aglio da sempre,<br />
quindi, ha avuto un valore occulto fondamentale: un<br />
amuleto contro spiriti malvagi. La funzione dell’amuleto<br />
è tipica delle piante del sottosuolo sacre agli inferi, che<br />
nella tradizione precristiana mediterranea, non avevamo<br />
valenza negativa, infatti, questi tipi di pianta assimilano<br />
le energie telluriche, cioè quelle positive emanate dalla<br />
Terra.<br />
L’Aglio, infine, è considerato un simbolo di abbondanza: il<br />
24 giugno, soprattutto in Emilia, è consigliato acquistarlo<br />
per non rischiare di essere poveri tutto l’anno; mentre in<br />
alcuni paesi del meridione, portarlo addosso la vigilia del<br />
24 giugno, San Giovanni serve a proteggersi dagli spiriti<br />
malvagi.<br />
12<br />
13
Bologna-Modena:<br />
Weekend del gusto<br />
Dal 21 settembre al 27 ottobre 2024 il ricco calendario di iniziative spazierà dalle<br />
antiche acetaie, fino alle cantine e vitigni dove trovano terreno fertile le uve di<br />
Pignoletto, di Merlot e naturalmente di Lambrusco.<br />
Ogni weekend una proposta, dalla mattina fino al tardo pomeriggio, per quasi<br />
quaranta proposte nel gustoso panorama emiliano.<br />
Scopri la programmazione su extrabo.com o al punto informativo Outdoor<br />
in Piazza del Nettuno 1/ab<br />
Domenica 5 e 12 ottobre<br />
> MATTINA<br />
Alla scoperta dei prodotti del Caseificio<br />
Bazzanese: parmigiano, ricotta e creme<br />
Valsamoggia (BO)<br />
Colazione e visita guidata al Caseificio<br />
di Rosola<br />
Verucchia (MO)<br />
Gelato Masterclass – Toschi<br />
Formica (MO)<br />
Brunch alla cantina Caccianemici:<br />
vino bio e prodotti locali<br />
Sasso Marconi (BO)<br />
> POMERIGGIO<br />
Museo Salumeria Villani MUSA<br />
Castelnuovo Rangone (MO)<br />
Apericena alla Tenuta La Riva:<br />
vini e tigelle<br />
Castello di Serravalle (BO)<br />
Pacchetto con visita guidata al Museo<br />
Salumeria Villani e Apericena alla Tenuta<br />
La Riva, comprensivo di trasporto in bus da<br />
Bologna e da Modena con ritorno al luogo di<br />
partenza.<br />
Domenica 6 e 13 ottobre<br />
> MATTINA<br />
Un viaggio nell’apicoltura: degustazione di<br />
miele presso Ca’ Martini<br />
Sasso Marconi (BO)<br />
Maestro Assaggiatore per un giorno al<br />
Museo dell’Aceto Balsamico<br />
Spilamberto (MO)<br />
Brunch all’Agriturismo Casa Vallona:<br />
vini e tigelle<br />
Monte San Pietro (BO)<br />
Visita guidata a Cantina Cleto Chiarli<br />
Castelvetro di Modena (MO)<br />
> POMERIGGIO<br />
Wine experience sui colli bolognesi:<br />
degustazione alla cantina Montevecchio<br />
Isolani<br />
Monte San Pietro (BO)<br />
Profumo di Collina<br />
Guiglia (MO)<br />
Pacchetto con wine experience alla cantina<br />
Montevecchio Isolani e visita alla fattoria<br />
Koiné, comprensivo di trasporto in bus da<br />
Bologna e da Modena con ritorno al luogo di<br />
partenza.<br />
Sabato 19 e 26 ottobre<br />
> MATTINA<br />
Visita guidata al Caseificio Sociale San<br />
Pietro di Montegibbio<br />
Sassuolo (MO)<br />
Alla scoperta dei grani e dei legumi al<br />
Mulino Quartieri<br />
Medicina (BO)<br />
> POMERIGGIO<br />
Un viaggio nel gusto: degustazione di vini,<br />
salumi e formaggi a Ca’ bruciata<br />
Imola (BO)<br />
Alla scoperta della canapa: tisane, miele e<br />
birra a La Taverna<br />
Fontanelice (BO)<br />
Pacchetto con visita guidata al Ca’ bruciata e<br />
La Taverna, comprensivo di trasporto in bus<br />
da Bologna con ritorno al luogo di partenza.<br />
> POMERIGGIO<br />
Visita guidata all’Acetaia Delizia Estense<br />
Sassuolo (MO)<br />
Visita guidata alla Cantina Tenuta Vandelli<br />
Sassuolo (MO)<br />
Pacchetto con visita guidata all’Acetaia<br />
Delizia Estense e alla Cantina Tenuta Vandelli,<br />
comprensivo di trasporto in bus da Modena<br />
con ritorno al luogo di partenza.<br />
Domenica 20 e 27 ottobre<br />
> MATTINA<br />
Trekking alle Salse di Nirano e visita<br />
all’EcoMuseo<br />
Fiorano Modenese (MO)<br />
Un viaggio nel Regno del Marrone: visita ai<br />
castagneti e degustazione<br />
Castel del Rio (BO)<br />
> POMERIGGIO<br />
Viaggio nei prodotti di Castel San Pietro:<br />
miele, formaggi e savoiardi<br />
Castel San Pietro Terme (BO)<br />
Viaggio nel Territorio a Palazzo di<br />
Varignana: degustazione di oli e vini<br />
Castel San Pietro Terme (BO)<br />
Pacchetto con viaggio nei prodotti di Castel<br />
San Pietro e viaggio nel territorio a Palazzo<br />
di Varignana, comprensivo di trasporto in bus<br />
da Bologna con ritorno al luogo di partenza.<br />
> POMERIGGIO<br />
Visita guidata all’opificio e degustazione di<br />
Nocino presso il Mallo<br />
Pozza di Maranello (MO)<br />
Visita guidata all’Acetaia Valeri<br />
Magreta (MO)<br />
Pacchetto con visita guidata all’opificio di<br />
Nocino e visita guidata all’Acetaia Valeri,<br />
comprensivo di trasporto in bus da Modena<br />
con ritorno al luogo di partenza.<br />
SPECIALE PRODOTTI LOCALI<br />
Inizia in questo numero un viaggio tra le<br />
eccellenze a Denominazione Comunale<br />
(De.Co), il marchio nato per difendere le<br />
tradizioni<br />
Alla scoperta<br />
dei sapori<br />
del territorio<br />
A cura di Valentina Fioresi<br />
Dal 2020 il comune di Bologna ha istituito la propria De.Co.<br />
(Denominazione Comunale) e relativa regolamentazione, un<br />
riconoscimento per valorizzare le eccellenze della città e del<br />
territorio metropolitano. L’elenco completo dei prodotti che<br />
vantano la denominazione De.Co. si trova sul sito https://www.<br />
decobologna.it/, suddivisa tra De.Co. del comune di Bologna e<br />
De.Co degli altri comuni.<br />
La storia di questa denominazione inizia, in realtà, nel 1990<br />
quando vengono disciplinate per la prima volta le denominazioni<br />
comunali grazie alla legge 142.<br />
Dal 2002 il riconoscimento viene esteso anche a feste e<br />
saperi tradizionali e dal 2020 anche Bologna ha approvato il<br />
suo “regolamento per la tutela e la valorizzazione dei saperi,<br />
delle attività e delle produzioni agro-alimentari tipiche locali e<br />
tradizionali”.<br />
Questo marchio non definisce la qualità di un prodotto (come<br />
le certificazioni DOP, STG e IGP), ma ha la funzione di attestare<br />
e tutelare la tipicità con il fine di valorizzare sia prodotti che<br />
attività specifiche. La denominazione De.Co. infatti non si<br />
riferisce necessariamente a prodotti agroalimentari, ma anche a<br />
eventi fortemente identitari per un luogo e a tradizioni relative a<br />
una particolare area comunale.<br />
Tra le De.Co. troviamo ad esempio gli imbutini di Ozzano (un<br />
formato di pasta inventato proprio a Ozzano) e gli “africanetti”<br />
di San Giovanni in Persiceto (tipico dolce della festa patronale),<br />
ma anche l’arte del “teatro dei burattini della scuola bolognese”<br />
(ecco le principali scuole di burattini: Burattini a Bologna<br />
Aps di Riccardo Pazzaglia, Teatrino a due Pollici di Valentina<br />
Paolini, Teatrino dell’Es di Vittorio Zanella e Rita Pasqualini,<br />
Simurgh-APS di Annamaria Andrei, I burattini di Mattia Zecchi e<br />
Burattinificio Mangiafoco Aps di Margherita Cennamo) e l’ “arte<br />
degli scalpellini e della scultura in arenaria” (rappresentata ad<br />
esempio dall’Associazione Fulvio Ciancabilla APS).<br />
Un prodotto tipico, un’antica arte o addirittura una manifestazione<br />
storica possono entrare a far parte della denominazione De.Co.<br />
grazie a una segnalazione compilata e inviata tramite il sito web<br />
ufficiale https://www.decobologna.it/come-si-diventa-deco.<br />
Nel caso di eventi, manifestazioni, attività, prodotti tipici e<br />
saperi tradizionali relativi alla città di Bologna la segnalazione<br />
può essere effettuata da chiunque: cittadini, produttori, enti e<br />
associazioni, artigiani o organizzazioni culturali. Per quanto<br />
Il marchio De.Co.<br />
riguarda invece i prodotti o le attività tipici dell’area metropolitana<br />
deve essere il comune di riferimento a presentare la domanda.<br />
Questa grande varietà che caratterizza l’applicazione del marchio<br />
fa sì che tutto ciò che viene definito come De.Co. entri a far parte di<br />
un circuito di promo-commercializzazione territoriale, aiutando<br />
così le piccole realtà ad emergere nel mondo del turismo. Tutte<br />
le realtà e i prodotti certificati hanno anche la possibilità di<br />
utilizzare il logo ufficiale “De.Co. Bologna”, che sancisce e rende<br />
immediatamente riconoscibile la denominazione.<br />
Ad oggi sono 17 i prodotti tipici iscritti al registro De.Co, mentre<br />
i saperi tradizionali sono 5.<br />
Il registro indica anche quali sono le attività e i produttori che<br />
sono autorizzate a utilizzare il marchio: al momento sono 36.<br />
014<br />
1531
SPECIALE PRODOTTI LOCALI<br />
La crescenta all’uva, la mela Rosa romana<br />
e l’Africanetto nella prima puntata del<br />
viaggio tra i De.Co. del bolognese<br />
Dolci e frutta<br />
a kilometri zero<br />
A cura di Valentina Fioresi<br />
In questa prima puntata del viaggio alla scoperta dei<br />
prodotti tipici che vantano la Denominazione Comunale<br />
(De.Co.) conosceremo un frutto (la “mela Rosa Romana”)<br />
e due dolci (la “Crescenta all’uva” di Vergato e l’<br />
“Africanetto” di San Giovanni in Persiceto).<br />
CRESCENTA ALL’UVA DI VERGATO<br />
Questo dolce è chiamato in dialetto “Carsent da l’ua”<br />
e dal 2015 vede la sua ricetta ufficializzata dalla<br />
“Confraternita d’la carsent da l’ua”. Viene preparata<br />
tipicamente a Vergato e zone limitrofe durante il periodo<br />
natalizio sicuramente fin dal 1644, anno a cui risalgono<br />
i primi cenni storici relativi a questo dolce: venne citato<br />
nel libro “L’economia del cittadino in villa” di Vincenzo<br />
Tanara. Successivamente la crescenta all’uva viene inserita<br />
dal giornalista Luigi Veronelli (figura importante per la<br />
valorizzazione del patrimonio enogastronomico italiano)<br />
nella sua rubrica di enogastronomia. A Vergato presso il<br />
Forno dei Fratelli Lanzarini è possibile trovare la “Carsent<br />
da l’ua”, che si presenta come un rotolo di pasta frolla<br />
ripieno di mostarda bolognese e uvetta, aromatizzata<br />
con una serie di spezie come chiodi di garofano e anice<br />
stellato.<br />
MELA ROSA ROMANA<br />
Si tratta di una qualità davvero unica per gusto, colore e<br />
Crescenta all’uva di Vergato<br />
(foto @Comune di Bologna)<br />
Africanetti<br />
forma: mele piccole e leggermente schiacciate, dal colore<br />
verde che va a sfumare in rosso, con un gusto dolceacidulo<br />
ma non astringente come le mele selvatiche. Man<br />
mano che il frutto matura la colorazione si fa più gialla<br />
e il sapore acidulo si fa meno marcato. La mela Rosa<br />
Romana è molto resistente alla “ticchiolatura”, malattia<br />
che si manifesta con pallini neri sulla buccia, ed è ricca<br />
di polifenoli (antiossidanti, sostanze che contrastano<br />
l’ossidazione cellulare). I frutti vengono raccolti a fine<br />
settembre e si possono conservare tranquillamente fino ai<br />
primi di maggio senza l’ausilio di frigoriferi e celle.<br />
La mela Rosa Romana è tipica dell’Appennino bolognese,<br />
anche se nel corso del tempo la sua coltivazione era stata<br />
sempre più abbandonata a favore di varietà più moderne.<br />
Negli ultimi anni però sono molti i produttori (anche<br />
privati) che hanno deciso di ricominciare a coltivare<br />
mela Rosa romana<br />
questo frutto antico, molto più rustico e quindi anche<br />
più resistente a malattie e parassiti rispetto a specie più<br />
comuni e diffuse.<br />
Per dare vita alle nuove coltivazioni i punti di partenza<br />
sono stati il censimento e la mappatura degli alberi<br />
secolari sopravvissuti fino ad oggi: nel progetto, che ha<br />
come fine il mantenimento del patrimonio genetico della<br />
mela, è coinvolta anche l’Università di Bologna. Il progetto<br />
della “Filiera Rosa Romana” (https://filierarosaromana.<br />
it/mela-rosa-romana/) prevede anche una precisa analisi<br />
territoriale e del terreno, oltre che quella dei dati sulla<br />
produttività e sulla qualità dei frutti.<br />
Intanto grazie alla certificazione De.Co. e a molti eventi<br />
che la vedono protagonista la mela Rosa Romana<br />
è tornata a far parlare di sé, arrivando anche presso<br />
De.Co.<br />
importanti fiere del settore turistico, come l’Agritravel<br />
Expo di Bergamo. Qui è stata protagonista di momenti di<br />
degustazione insieme ad altri prodotti De.Co. come gli<br />
Imbutini di Ozzano. Questo frutto è perfetto ovviamente<br />
se consumato fresco, ma sono altrettanto gustosi il succo<br />
e la confettura (che può essere utilizzata anche per la<br />
preparazione di dolci).<br />
AFRICANETTO<br />
L’Africanetto è un biscotto tipico esclusivamente dell’area<br />
del comune di San Giovanni in Persiceto, cittadina della<br />
Pianura Bolognese. Si trovano notizie dell’Africanetto fin<br />
dalla fine dell’800, precisamente dal 1872, anno in cui il<br />
pasticcere Francesco Bagnoli lo preparò per la prima volta.<br />
Il nome deriva dal fatto che questi prodotti venivano spediti<br />
in Africa Orientale, ma sono noti anche come “biscotti<br />
Margherita”, poichè la regina Margherita di Savoia era<br />
un’estimatrice di questi dolci (tanto che ottennero un<br />
riconoscimento ufficiale dalla famiglia reale).<br />
Oggi, oltre al riconoscimento De.Co., questo dolce vanta<br />
un suo specifico marchio, concesso dal comune di San<br />
Giovanni in Persiceto gratuitamente a coloro che siano in<br />
possesso dei requisiti definiti da uno specifico disciplinare.<br />
Questo definisce sia gli ingredienti e le caratteristiche<br />
dell’Africanetto sia come i biscotti devono essere venduti<br />
(sfusi o in specifiche scatole di cartone) e come e dove<br />
gli esercizi commerciali che li producono o li vendono<br />
devono esporre il marchio.<br />
Gli Africanetti fanno parte dell’elenco P.A.T. dell’Emilia<br />
Romagna, che comprende i Prodotti Agroalimentari<br />
Tradizionali della regione. Questa lista viene aggiornata<br />
ogni anno, dato che annualmente è possibile fare richiesta<br />
per inserire nuovi prodotti.<br />
L’Africanetto ha la forma di un lingotto e un colore giallo<br />
chiaro, è preparato con tuorlo d’uovo, burro e zucchero:<br />
all’esterno è friabile mentre l’interno deve essere morbido.<br />
É il dolce ufficiale delle principali manifestazioni<br />
persicetane, come il Carnevale (che ha festeggiato 150<br />
anni nel 2024), della festa del patrono (24 giugno) e della<br />
fiera di settembre; viene servito anche in occasione della<br />
somministrazione dei sacramenti.<br />
016<br />
1731
L’AUTUNNO È SERVITO<br />
La cerca e la cavatura del<br />
fungo ipogeo è un’arte<br />
riconosciuta dall’UNESCO<br />
come Patrimonio Culturale<br />
Immateriale dell’Umanità<br />
Nella terra<br />
del tartufo<br />
Testi di Veronica Righetti<br />
nei secoli successivi, il tartufo è stato<br />
talvolta considerato il cibo di diavoli<br />
e streghe, aggiungendo ulteriori<br />
strati di fascino e oscurità a questo<br />
straordinario dono della natura.<br />
Queste credenze storiche non solo<br />
arricchiscono il mito del tartufo, ma<br />
riflettono anche la sua preziosità<br />
e il suo fascino senza tempo. La<br />
ricerca del tartufo è un’esperienza<br />
profondamente spirituale che<br />
connette l’uomo alla natura in un<br />
modo unico e intimo. I cercatori,<br />
accompagnati dai loro fedeli cani,<br />
si avventurano nei boschi all’alba,<br />
quando l’umidità della notte facilita il<br />
lavoro dei cani e la presenza di altri<br />
cercatori è ridotta al minimo. Questo<br />
momento di solitudine e silenzio offre<br />
Tartufeste<br />
una rara opportunità per riscoprire<br />
un equilibrio interiore e un legame<br />
armonioso con l’ambiente circostante.<br />
La raccolta del tartufo non è solo<br />
un’attività economica, ma un’arte<br />
che richiede dedizione, conoscenza<br />
e un profondo rispetto per la natura.<br />
Ogni anno i cercatori tornano nei<br />
loro luoghi segreti, consapevoli che<br />
solo trattando la terra con cura e<br />
rispetto potranno essere ricompensati<br />
con il prezioso dono del tartufo. È<br />
essenziale vestirsi adeguatamente,<br />
con pantaloni cerati e scarponi<br />
robusti e controllarsi dalle zecche al<br />
ritorno. I mesi da metà novembre a<br />
Natale sono particolarmente speciali,<br />
poiché la qualità del tartufo raggiunge<br />
il suo apice.<br />
Il tartufo, celebrato come il “diamante<br />
della terra”, è molto più di un<br />
semplice fungo ipogeo. Rappresenta<br />
un tesoro prezioso, avvolto da<br />
un’aura di mistero e tradizione, che si<br />
tramanda da generazioni nei paesaggi<br />
incontaminati dell’Appennino toscoemiliano.<br />
Il nostro territorio non solo<br />
custodisce la storia di questo gioiello<br />
naturale, ma è anche la sorgente di<br />
alcune delle varietà di tartufo più<br />
pregiate al mondo.<br />
L’Appennino tosco-emiliano - ci<br />
spiega Augusto Bartoli, tartufaio<br />
di Castiglione dei Pepoli che da<br />
decenni si dedica con passione a<br />
quest’arte antica - è una delle regioni<br />
più rinomate per la produzione<br />
di tartufi di qualità straordinaria.<br />
La particolare conformazione del<br />
terreno, duro e compatto, favorisce<br />
la crescita di tartufi di dimensioni<br />
contenute ma intensamente<br />
profumati, caratteristica che li rende<br />
altamente apprezzati. In passato,<br />
i tartufi di questa zona venivano<br />
spesso mescolati con quelli della<br />
Romagna per arricchirne l’aroma,<br />
a dimostrazione dell’eccezionale<br />
qualità di questo prodotto. Sebbene la<br />
quantità di tartufi raccolti sia limitata,<br />
la loro qualità è ineguagliabile.<br />
Tra le varietà più pregiate spicca il<br />
tartufo bianco, la cui raccolta inizia<br />
intorno al 20 settembre e termina a<br />
metà gennaio, mentre il tartufo nero<br />
è disponibile durante l’arco di tutto<br />
l’anno con una pausa ad agosto, per<br />
consentire alla natura di rigenerarsi.<br />
La “cerca e cavatura del tartufo”<br />
è un’arte che unisce passione,<br />
pazienza e una profonda conoscenza<br />
del territorio. Riconosciuta nel 2021<br />
dall’UNESCO come Patrimonio<br />
Culturale Immateriale dell’Umanità,<br />
questa pratica non è solo un’attività<br />
economica, ma un vero e proprio<br />
tesoro culturale. Tramandata<br />
oralmente di generazione in<br />
generazione, richiede competenze<br />
su clima, ambiente, vegetazione e<br />
gestione degli ecosistemi naturali,<br />
oltre a un legame speciale tra il<br />
cercatore e il suo cane. Per iniziare<br />
la ricerca, è necessario ottenere<br />
un’autorizzazione regionale che<br />
include un esame per la concessione<br />
del permesso. Tradizionalmente, i<br />
cani addestrati, capaci di distinguere<br />
il tartufo nero da quello bianco con il<br />
loro olfatto, sono i principali aiutanti<br />
nella raccolta. Sebbene in passato si<br />
utilizzassero anche i maiali per la loro<br />
sensibilità olfattiva, oggi i cani sono<br />
preferiti, specialmente nei terreni<br />
ripidi dell’Appennino dove i maiali<br />
non sono adatti. Le conoscenze<br />
sui tartufi non si apprendono sui<br />
libri, ma attraverso storie, favole e<br />
aneddoti condivisi nelle comunità<br />
dei cercatori, preservando l’identità<br />
culturale e creando un forte senso di<br />
solidarietà.<br />
Il tartufo cresce in simbiosi con<br />
le radici di alberi come pioppi,<br />
querce e castagni, creando un<br />
legame invisibile ma essenziale<br />
per la sua formazione. Le annate<br />
particolarmente piovose possono<br />
stimolare la crescita del tartufo anche<br />
in nuove aree, ma, nella maggior<br />
parte dei casi, questo prezioso tubero<br />
tende a ricrescere nei luoghi in cui era<br />
stato precedentemente trovato. Una<br />
volta raccolto, il tartufo può essere<br />
conservato fino a quindici giorni in<br />
frigorifero, a condizione che la carta<br />
in cui è avvolto venga cambiata<br />
regolarmente per mantenere l’aroma<br />
e la freschezza.<br />
La leggenda, narrata dal poeta latino<br />
Giovenale, racconta che il tartufo<br />
nacque da un fulmine scagliato<br />
da Giove vicino a una quercia,<br />
conferendogli un’aura di mistero e il<br />
presunto potere afrodisiaco. Tuttavia,<br />
TARTUFESTE 2024 - TUTTE LE DATE<br />
Da ottobre a novembre<br />
nei Comuni dell’Appenino<br />
Bolognese torna la grande festa<br />
diffusa dedicata al Tartufo bianco<br />
pregiato dei Colli bolognesi.<br />
Monzuno<br />
domenica 13 ottobre<br />
domenica 20 ottobre<br />
Lizzano in Belvedere<br />
sabato 12 ottobre<br />
domenica 13 ottobre<br />
sabato 19 ottobre<br />
domenica 20 ottobre<br />
Pianoro<br />
sabato 19 (solo pomeriggio)<br />
domenica 20 ottobre<br />
Castiglione dei Pepoli<br />
domenica 3 novembre<br />
San Benedetto Val di Sambro<br />
domenica 20 ottobre<br />
domenica 27 ottobre<br />
Sasso Marconi<br />
sabato 26 ottobre<br />
domenica 27 ottobre<br />
venerdì 1 novembre<br />
sabato 2 novembre<br />
domenica 3 novembre<br />
Loiano Località Scanello<br />
(Bosco di Cà di Piani)<br />
domenica 27 ottobre<br />
Monghidoro<br />
venerdì 1 novembre<br />
Grizzana Morandi Campolo<br />
sabato 2 novembre<br />
Savigno di Valsamoggia<br />
sabato 26 ottobre<br />
domenica 27 ottobre<br />
venerdì 1 novembre<br />
sabato 2 novembre<br />
domenica 3 novembre<br />
sabato 9 novembre<br />
domenica 10 novembre<br />
sabato 16 novembre<br />
domenica 17 novembre<br />
Camugnano<br />
domenica 10 novembre<br />
Castel di Casio<br />
domenica 10 novembre<br />
NERO GIARDINI<br />
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I Fratelli Ruggeri già costruttori di orologi<br />
da torre sin dal 1856, effettuano riparazioni di<br />
orologi da campanile e monumentali con<br />
l’integrazione della carica automatica e la<br />
gestione della sua suoneria.<br />
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19
L’INIZIATIVA<br />
SUCCEDE SOLO A BOLOGNA<br />
Un particolare organo ideato da Claudio Pinchi è stato installato sulla Via degli<br />
Dei tra Monzuno e Madonna dei Fornelli grazie ai locali Comitati Soci Emil Banca<br />
Il suono del vento<br />
accoglie i camminatori<br />
sul Monte Galletto<br />
Mille violini suonati dal vento<br />
aspettano i camminatori sulla cima<br />
del Monte Galletto, tra Monzuno e<br />
Madonna dei Fornelli, lungo la Via<br />
degli Dei. Grazie all’impegno dei<br />
locali Comitati Soci Emil Banca e<br />
la collaborazione dei Comuni, a<br />
metà settembre è stato inaugurato<br />
l’originale Organo del Vento ideato<br />
e realizzato dall’organaro Claudio<br />
Pinchi. “Quando Alessandro Gironi<br />
mi ha contattato per illustrarmi il<br />
progetto del Comitato Soci Emil<br />
Banca di Madonna dei Fornelli per<br />
questo luogo così carico di storia,<br />
ancora una volta non ho potuto<br />
dire di no - spiega Pinchi - L’idea<br />
di lasciare un’impressione sonora<br />
nella memoria dei molti viandanti<br />
che nei prossimi anni solcheranno<br />
questo cammino è stata per me<br />
particolarmente eccitante”<br />
Quello installato ai piedi del Parco<br />
Eolico di Monte Galletto è un vero e<br />
proprio organo che suona alimentato<br />
dal vento. “Quello che ho deciso di<br />
realizzare, in ossequio alle antiche<br />
sapienze di chi oltre duemila anni<br />
fa percorreva queste Vie, è una<br />
rappresentazione allegorica della<br />
danza dei sette pianeti che girano<br />
intorno alla nostra stella. Ecco quindi<br />
che la grande canna centrale è il Sole<br />
che come un direttore d’Orchestra,<br />
in armonia con l’universo, detta il<br />
“LA” ai suoi musicisti. Lo seguono<br />
poi in ordine di grandezza, quindi<br />
con note sempre più acute, Giove,<br />
Saturno, Venere, Marte, Luna ed<br />
un’ottava canna, la più piccola, per il<br />
firmamento sotto cui ogni cosa giace.<br />
Questi erano i pianeti considerati<br />
nella concezione classica platonica”.<br />
La realizzazione, nata dall’idea<br />
dell’allora consigliere comunale,<br />
Simone Querzola, del presidente del<br />
comitato soci Emil Banca di Madonna<br />
dei Fornelli, Massimo Simoncini,<br />
ed Alessandro Gironi, è frutto della<br />
collaborazione pubblica e privata tra<br />
i due Comuni di San Benedetto Val<br />
di Sambro e Monzuno, Emil Banca<br />
ed i Comitati Soci di Madonna dei<br />
Fornelli, Rioveggio e Monzuno,<br />
nonché dalla disponibilità della<br />
famiglia Calzolari-Baldini che ha<br />
messo a disposizione gratuitamente<br />
l’area sulla quale, una volta sistemata<br />
dai volontari dei Comitati Emil Banca,<br />
è stato installato l’organo.<br />
La città vista dalla cupola della Basilica. Il punto panoramico è aperto tutti i giorni,<br />
mattina e pomeriggio, senza prenotazioni. E domenica 13 ottobre ci sarà il San Lócca Day<br />
San Luca Sky Experience<br />
C’è un posto a Bologna da cui è<br />
possibile vedere un panorama insolito<br />
sulla città e i suoi colli. Si tratta del<br />
San Luca Sky Experience, ovvero la<br />
terrazza panoramica situata alla base<br />
della cupola del Santuario della Beata<br />
Vergine di San Luca. La storia unica<br />
del Santuario, con le sue bellezze<br />
storico-artistiche, riserva tante<br />
sorprese; tra queste, la presenza di un<br />
percorso turistico ideato e realizzato<br />
nel 2017 da Succede solo a Bologna,<br />
che permette di visitare la cupola e<br />
conduce sul punto panoramico, a<br />
un’altezza di circa 42 metri. Da qui<br />
è possibile ammirare un panorama a<br />
180°, che comprende i colli bolognesi,<br />
il centro di Bologna, l’Appennino e<br />
tutta la natura circostante.<br />
Il percorso per arrivare a questa<br />
posizione privilegiata per la vista su<br />
Bologna è facile. Poco dopo l’ingresso<br />
del Santuario, si trova la breve e<br />
antichissima scala a chiocciola che in<br />
pochi minuti (si tratta di un centinaio<br />
di gradini) porta fino al sottotetto. Da<br />
qui una porticina spalanca agli occhi<br />
dei visitatori il panorama mozzafiato:<br />
si è giunti finalmente alla terrazza alla<br />
base della cupola visitabile più alta<br />
d’Europa. Di fronte a noi la direzione<br />
sud e i colli, spostando lo sguardo<br />
a sinistra ecco invece il centro di<br />
Bologna: le Due Torri, San Petronio<br />
e anche una parte dello stadio<br />
Dall’Ara. Infine, a destra la vista va<br />
verso Modena e sono ben visibili<br />
Casalecchio e un tratto del Reno, oltre<br />
all’Eremo di Tizzano e, nelle giornate<br />
limpide, la vetta del Monte Cimone.<br />
Un’occasione unica, insomma, per<br />
ammirare dall’alto Bologna e le sue<br />
meraviglie.<br />
Le occasioni per godere di questo<br />
panorama stupendo non mancano,<br />
il punto panoramico è infatti aperto<br />
tutti i giorni, con accesso continuo<br />
e senza prenotazione nei seguenti<br />
orari: dal lunedì al sabato dalle 10<br />
alle 13.30 e dalle 14.30 alle 18 e<br />
la domenica dalle 12 alle 13.30 e<br />
dalle 14.30 alle 18. Per accedere<br />
al punto panoramico è necessaria<br />
la Monuments Care Donor Pass,<br />
acquistabile al desk all’ingresso del<br />
Santuario con una donazione di 5<br />
euro (intero) o 3 euro (ridotto).<br />
Il San Luca Sky Experience, come tutte<br />
le attività di Succede solo a Bologna,<br />
rientra nel progetto di crowdfunding<br />
“Monuments Care”, ideato dallo<br />
stesso ente per prendersi cura dei<br />
monumenti e dei luoghi di interesse<br />
turistico di Bologna e provincia. Tutte<br />
le donazioni raccolte per l’accesso<br />
alla cupola vengono infatti reinvestite<br />
nella manutenzione e il restauro dei<br />
monumenti cittadini, tra cui anche il<br />
Santuario.<br />
E a proposito di San Luca, questo<br />
luogo è protagonista di un altro<br />
evento organizzato da Succede<br />
solo a Bologna: il San Lócca Day,<br />
che ogni anno in autunno anima<br />
l’intera via di San Luca con musica,<br />
degustazioni e divertimento.<br />
Quest’anno l’appuntamento è per<br />
domenica 13 ottobre; in questa<br />
giornata duecento stand dedicati<br />
a creatività, cibo, intrattenimento<br />
e associazioni coloreranno l’intera<br />
via dal Meloncello al Santuario.<br />
L’edizione 2024 si svolge dalle 10<br />
alle 19 con l’obiettivo di riscoprire<br />
il portico di San Luca. Lungo tutto il<br />
tragitto, dal settecentesco arco del<br />
Dotti fino al Santuario di San Luca,<br />
si susseguiranno infatti 100 stand<br />
creativi, 10 associazioni, 40 stand<br />
food e 30 dedicati all’intrattenimento<br />
per rendere la camminata ancora più<br />
entusiasmante, colorata da svariate<br />
attività, come giochi, percorsi gustativi,<br />
curiosità tipiche del territorio, sport<br />
e musica. Una giornata di festa a<br />
partecipazione gratuita per grandi e<br />
piccoli con un’attenzione anche a<br />
uno dei più conosciuti luoghi culturali<br />
della città.<br />
Il punto panoramico è aperto con accesso<br />
diretto dal lunedì al sabato dalle 10 alle<br />
13.30 e dalle 14.30 alle 18 e la domenica<br />
dalle 12 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 18.<br />
20<br />
21
IN GIRO CON EXTRABO<br />
Visite guidate, avventure su due ruote,<br />
aree protette, fiere e sagre per assaporare<br />
la pianura bolognese prima che faccia<br />
freddo<br />
Autunno<br />
nella bassa<br />
Testi di Valentina Balletti<br />
Dopo una lunga estate ricomincia l’autunno e il caldo<br />
afoso lascia finalmente spazio all’aria fresca di settembre,<br />
perfetta per godersi un’escursione in bici, perdersi tra<br />
le ville storiche delle nostre campagne ed assaggiare<br />
i migliori prodotti enogastronomici della tradizione<br />
durante i nuovi eventi della stagione! Di seguito tutte le<br />
opportunità e attività per conoscere la Pianura al meglio<br />
durante i prossimi mesi.<br />
Alla scoperta di Ville e Castelli<br />
Ricominciano i tour di eXtraBo, che con il suo ricco<br />
calendario di visite guidate Alla scoperta di Ville e Castelli<br />
ci accompagna ogni settimana a conoscere antiche<br />
residenze di campagna, rocche, dimore e palazzi storici<br />
del bolognese. Gli appuntamenti in Pianura sono come<br />
sempre numerosi, a partire dalle tappe classiche del tour<br />
come il Castello di Bentivoglio, con il suo celebre ciclo<br />
di affreschi della Sala del Pane, assieme a Palazzo Rosso,<br />
straordinario esempio del liberty bolognese Æmilia Ars<br />
che trova una delle sue massime espressioni nella Sala<br />
dello Zodiaco.Quest’anno saranno inclusi, oltre a luoghi<br />
già amati e conosciuti al pubblico come Villa Paleotti<br />
Isolani, già apprezzata per i suoi magnifici affreschi<br />
attribuiti a Ludovico Carracci e Cesare Baglioni, anche<br />
nuovi edifici storici che tornano visitabili dopo lungo<br />
tempo come l’Accademia dei Notturni di Bagnarola di<br />
Budrio: chiusa da diversi anni, apre per la prima volta<br />
in esclusiva per eXtraBo per la in tutto il suo signorile<br />
splendore di dimora settecentesca sorta dall’antica Villa<br />
Ranuzzi Cospi, centro della mondanità intellettuale<br />
dell’epoca. Per la prima volta dopo il sisma del 2012<br />
il tour farà tappa a Palazzo Bevilacqua di Crevalcore<br />
recentemente restaurato dopo il terremoto. Il palazzo<br />
presenta le fattezze di una tipica dimora senatoria<br />
bolognese costituita da due avancorp a forma di torre ai<br />
lati e una scala nella facciata principale con una ringhiera<br />
in ferro battuto.<br />
In bici da Verona a Bologna<br />
In autunno il clima è ideale per la bicicletta. Grazie al<br />
nuovo tour autoguidato realizzato da Bologna Welcome<br />
in collaborazione con Itinera Bike è possibile partire<br />
da Verona percorrendo la Ciclovia del Sole, pedalando<br />
lungo il Lago di Garda attraverso Peschiera, Borghetto<br />
sul Mincio, Mantova e l’argine del Po, Mirandola e San<br />
Giovanni in Persiceto fino a Bologna esplorando in modo<br />
sostenibile le campagne padane.<br />
Durante questa avventura unica si potranno gustare le<br />
Castello San Martino<br />
©Unione Terre di Pianura<br />
tante specialità tipiche delle regioni toccate dal tracciato,<br />
come i vini del Garda, il parmigiano, l’aceto balsamico<br />
modenese e la pasta fresca all’uovo, unite alla bellezza<br />
e al fascino delle città d’arte come Verona, Mantova e<br />
Bologna, tutte riconosciute come patrimonio UNESCO.<br />
Il tour prevede un dislivello quasi nullo ed è per questo<br />
adatto anche a chi si sta avvicinando al cicloturismo per<br />
la prima volta, è prevista la possibilità di noleggiare una<br />
bici muscolare oppure una e-bike oltre che il servizio di<br />
trasporto bagagli. Scopri tutto il pacchetto e preparati a<br />
partire per questa fantastica avventura su https://extrabo.<br />
com/it/attivita/la-ciclovia-del-sole-vacanza-in-biciclettain-autonomia/<br />
Lo spettacolo del foliage<br />
Durante l’autunno, il paesaggio si trasforma in un mosaico<br />
di colori caldi e avvolgenti, con le foglie degli alberi che<br />
assumono sfumature di giallo, arancione e rosso.<br />
Sono diverse le aree naturali dove si possono ammirare<br />
le vibranti tonalità della stagione, ad esempio l’elegante<br />
parco all’inglese di Villa Smeraldi, decorato da farnie,<br />
carpini, olmi e lecci, ideale per una passeggiata romantica<br />
sul ponte del laghetto risalente alla seconda metà del<br />
XIX secolo. Anche all’Area di Riequilibrio Ecologico del<br />
Dosolo di Sala Bolognese la natura si trasforma dando<br />
vita allo spettacolo del foliage, dove i fitti boschi alternati<br />
ad ampie radure consentono di cogliere l’atmosfera<br />
autunnale grazie alla magia dei colori delle foglie della<br />
vegetazione presente dove è possibile osservare aironi,<br />
allodole e ghiandaie, così come alla Golena San Vitale tra<br />
Calderara di Reno e Castel Maggiore, dove il fiume Reno<br />
si adagia per intraprendere il suo percorso attraverso la<br />
pianura bolognese, circondato da salici, pioppi e frassini<br />
dove nidificano tra gli altri merli, capinere e usignoli.<br />
RIMANI<br />
AGGIORNATO<br />
SU EVENTI E INIZIATIVE!<br />
PORTALE UFFICIALE<br />
APPENNINO BOLOGNESE<br />
www.appenninobolognese.<br />
cittametropolitana.bo.it<br />
PORTALE UFFICIALE<br />
PIANURA BOLOGNESE<br />
www.turismoinpianura.<br />
cittametropolitana.bo.it<br />
EVENTI E SAGRE<br />
www.cittametropolitana.bo.it/sagreefeste<br />
EXTRABO<br />
extrabo@bolognawelcome.it<br />
051 658 3109<br />
www.extrabo.com<br />
IAT ALTO RENO TERME<br />
iat@comune.altorenoterme.bo.it<br />
0534 521103<br />
www.discoveraltorenoterme.it<br />
Sopra, la ciclovia<br />
del Sole.<br />
Sotto, un particolare<br />
di Palazzo Rosso<br />
IAT CORNO ALLE SCALE<br />
iat.lizzano@comune.lizzano.bo.it<br />
Lizzano: 0534 51052 Vidiciatico: 0534 53159<br />
www.cornoallescale.net<br />
Autunno nella bassa<br />
cultura ed enogastronomiA<br />
Riparte anche quest’anno Autunno Fuori dal Comune,<br />
rassegna di esperienze culturali ed enogastronomiche<br />
nelle province di Bologna e Modena con tanti tour a<br />
tariffe speciali.<br />
Imperdibile poi è la Fiera d’Ottobre al Castello dei<br />
Manzoli a San Martino in Soverzano (Minerbio), dove<br />
il cortile adiacente ad uno dei castelli più maestosi di<br />
tutta la pianura bolognese si anima riportando in vita la<br />
tradizionale fiera annuale sotto ai portici del borgo.<br />
L’appuntamento quest’anno si terrà nelle giornate del<br />
5 e 6 ottobre 2024 e offre un’ampia gamma di attività<br />
per tutte le età, tra cui mercatini di artigianato, stand<br />
gastronomici con piatti tipici della cucina locale come<br />
crescentine, zucca fritta, crema fritta, spettacoli di<br />
musica dal vivo e rievocazioni storiche. Per i più arditi<br />
dallo stomaco forte è immancabile infine la colazione<br />
del contadino alle 8 del mattino con cotechino e puré,<br />
per cominciare la giornata con la giusta dose di energia<br />
per affrontare i primi freddi!<br />
IAT MONGHIDORO<br />
iat@monghidoro.eu<br />
331 4430004<br />
www.bolognamontana.it<br />
IAT-R SASSO MARCONI<br />
info@infosasso.it<br />
051 6758409<br />
www.infosasso.it<br />
IAT-R SAN GIOVANNI IN PERSICETO<br />
cultura.turismo@comunepersiceto.it<br />
051 6812955<br />
22<br />
23
BOLOGNA MONTANA ART TRAIL<br />
Mufloni di legno, una spada nella roccia e<br />
un’arpa di legno: l’associazione Viva il Verde<br />
ha arricchito la BOM Art Trail con altre<br />
dodici opere di land art. Tra i boschi e i<br />
parchi di Loiano, Monghidoro, Monterenzio,<br />
Monzuno e San Benedetto Val di Sambro le<br />
istallazioni salgono a diciassette<br />
UNA MONTAGNA<br />
D’ARTE<br />
Testi di Anna Magli<br />
Bologna Montana Art Trail ha arricchito di altre opere<br />
di land art il percorso-galleria a cielo aperto, inaugurato<br />
lo scorso 1 giugno. Dopo il Lupus Lujanes a Loiano, i<br />
Soffioni di Monghidoro, Il cinghiale celtico di Monte<br />
Bibele, San Giorgio e il drago di San Benedetto Val di<br />
Sambro e Le Colonne della Memoria di Monzuno, sono<br />
state realizzate altre 12 installazioni nei luoghi che<br />
formano il cammino che attraversa i comuni di Loiano,<br />
Monghidoro, Monterenzio, Monzuno, San Benedetto Val<br />
di Sambro e Fiorenzuola. Gli escursionisti, gli amanti<br />
del trekking, i bikers, i cavalieri potranno condividere,<br />
insieme agli appassionati d’arte e della natura, questa<br />
esperienza singolare che celebra il fascino della bellezza<br />
e dell’ambiente in un’unica soluzione.<br />
A Loiano, in località Scanello ha trovato casa Simbiosi,<br />
la scultura in legno di Ionel Alexandrescu che trasmette<br />
il messaggio di armonia tra uomo e natura. Nel parco del<br />
aquila - Monghidoro<br />
Castellaccio di Monghidoro, una possente Aquila fatta di<br />
rami, opera di Simone Paulin, incarna la potenza cosmica<br />
ma ricorda anche lo stemma araldico del paese che la<br />
ospita concesso dall’Imperatore Carlo V. Sempre vicino<br />
a Monghidoro, a Cartiera dei Benandanti, c’è Holy Bee-<br />
Love Bee Valley, una massiccia struttura in legno che<br />
rappresenta la saggezza e l’operosità lavorativa delle<br />
api con l’opera di Stefano Devoti: la scultura è posta nei<br />
territori del “Bee Valley Idice”, il progetto che parla di<br />
biodiversità, ecologia e territorio. E ancora a Monghidoro,<br />
in località Fantorno, abita il Tritone, creato dall’artista<br />
Devid Strussiat con rami e fascine, simbolo di resistenza<br />
degli habitat acquatici così fortemente minacciati. La<br />
nostra visita virtuale ci porta ora a Monzuno, nel parco<br />
Rio Maore dove, in mezzo al bosco, troneggia l’Arpa ,<br />
chiamata dall’artista Aldo Pallaro “Corda Rossa”: il taglio<br />
longitudinale di un grosso ramo di Cedro del Libano ha<br />
dato vita, in realtà, a due arpe gemelle. Accostando<br />
l’orecchio al legno e facendo vibrare le corde, si può<br />
ascoltare il suo suono, unica voce del bosco incantato che<br />
la ospita. A Monzuno, nel giardino pubblico Panzacchi, si<br />
trova anche Madre natura, l’installazione in fieno, legno e<br />
spago di Paolo Moro che rappresenta la maternità come<br />
forza generatrice dell’Universo. Una grande Ragnatela<br />
con il suo padrone di casa, realizzata con liane e legno,<br />
è installata nella Pineta di Loiano, grazie alla creatività<br />
di alcuni artisti locali: ragno e tela come metafora della<br />
costruzione del creato ma anche del Cosmo contrapposto<br />
al Caos. Nella frazione loianese di Quinzano, nel tratto<br />
che va verso il parco archeologico di Monte Bibele, si<br />
trova la sorprendente installazione di Pioggia sonante,<br />
realizzata da Emanuela Camacci. L’opera è composta da<br />
delicati elementi ceramici in terracotta, gocce sospese tra<br />
due alberi che, mosse dal vento o dall’uomo, producono<br />
Arte<br />
un suono che richiama quello della pioggia. L’artista ha<br />
voluto così restituire alla natura la sua voce invitando a<br />
riflettere sulla bellezza e l’intensità degli eventi naturali.<br />
Tornando verso Loiano, nella pineta, si incontra un<br />
grosso Istrice creato dalle mani di Simona Cavatoni e<br />
Marco Bogar. L’istrice domina l’ambiente circostante a<br />
cui sembra messo di guardia per ricordare a tutti le virtù<br />
di prudenza e previdenza, caratteristiche dell’animale<br />
selvatico. Nel bosco di Montefredente, a poca distanza<br />
da San Benedetto Val di Sambro, accanto ad un piccolo<br />
ruscello, due grandi Mufloni incrociano le corna grazie<br />
all’abilità di Matteo Cretti. Il muflone, creatura che sembra<br />
appartenere più alla mitologia che alla realtà, frequenta<br />
dal dopoguerra anche il territorio dell’Appennino toscoemiliano<br />
dove non è difficile incontrarne mansueti<br />
esemplari. A Castel dell’Alpi, sempre nel territorio di San<br />
Benedetto Val di Sambro, ai piedi del lago, si trova un<br />
masso in cui è conficcala una spada di ferro. La Spada<br />
nella Roccia è un’opera realizzata in collaborazione<br />
tra la natura, la famiglia Santi e Viva il Verde. Il masso<br />
è infatti stato partorito dalla montagna nel 2023 e,<br />
precipitando a terra, si è spezzato in due parti. In una di<br />
queste è stata inserita una possente spada di ferro che<br />
ricorda quella del ciclo arturiano e che sta ad indicare<br />
come l’uomo deve sapere integrare la sua cultura con la<br />
forza della natura. Chiude la rassegna delle nuove opere<br />
un’installazione , sempre a Castel dell’Alpi, dal titolo La<br />
porta delle sindoni. Realizzata da Debora Domenichelli,<br />
l’opera vuole essere un invito ad attraversare le soglie e<br />
ad accogliere i cambiamenti. Si tratta di un’architettura<br />
tessile, che richiama i motivi a rosone degli architravi in<br />
pietra ancora presenti negli antichi edifici della montagna<br />
bolognese, costruita tagliando, cucendo e intrecciando<br />
vecchia biancheria usata di gente della montagna che<br />
Holy Bee-Love Bee Valley<br />
Cartiera dei Benandanti - Monghidoro<br />
Istrice<br />
Pineta di Loiano<br />
I mufloni<br />
Montefredente - San Benedetto Val di Sambro<br />
24<br />
25
BOLOGNA MONTANA ART TRAIL<br />
Arte<br />
non c’è più. In questo modo tutte le fatiche, le speranze e<br />
le gioie impresse dai loro corpi nella tela di queste sindoni<br />
semplici e quotidiane sono restituite alla comunità e<br />
all’ambiente in cui hanno vissuto.<br />
Per tutta l’estate si sono succeduti trekking e visite<br />
guidate alle opere le cui location sono diventate anche<br />
sedi di attività collaterali e di eventi. “Queste sono<br />
solo alcune delle finalità di Bologna Montana Art Trail<br />
- spiega Daniele Maestrami, presidente di Viva il Verde,<br />
l’associazione che ha ideato e realizzato il progetto in<br />
collaborazione con i Comuni ed alcuni sponsor tra i<br />
quali i locali Comitati Soci Emil Banca.<br />
BOM-Bologna Montana Art Trail, per le sue caratteristiche,<br />
è un progetto di intrattenimento innovativo e ricercato,<br />
unico nel suo genere e in grado di contribuire a<br />
valorizzare il territorio dell’Appennino tosco-emiliano.<br />
Bom Art Trail, arricchendosi negli anni, potrà diventare<br />
una straordinaria esperienza coinvolgente in grado di<br />
generare un “movimento” capace di attrarre escursionisti,<br />
visitatori, turisti e pubblico sia da altre regioni italiane sia<br />
dall’estero”.<br />
MADRE NATURA<br />
Monzuno<br />
CORDA ROSSA<br />
Rio Maore - Monzuno<br />
ragnatela<br />
Pineta di Loiano<br />
SIMBIOSI<br />
Loiano<br />
pioggia sonante<br />
Quinzano - Loiano<br />
La spada nella roccia<br />
Castel dell’Alpi<br />
TRITONE<br />
Fantorno - Monghidoro<br />
26<br />
27
28<br />
IL PERCORSO DELL’AUTUNNO<br />
Un trekking di 20 chilometri nella Valle<br />
del Limentra tra Medioevo, natura e<br />
Resistenza. Si parte dall’antica chiesa di<br />
San Martino a Camungnano<br />
In cammino<br />
lungo l’Anello<br />
delle fontane<br />
Testi di Valentina Fioresi<br />
Foto: associazione Camminatori di Camugnano<br />
“L’Anello delle fontane”: un suggestivo percorso ad anello<br />
che vi farà scoprire segreti storici e naturalistici della Valle<br />
del Limentra. Formata da due diversi rami dello stesso<br />
torrente (che nascono entrambi dal monte La Croce,<br />
nell’Appennino Pistoiese), attraversa le aree toscane e del<br />
bolognese. Il ramo superiore tocca Sambuca Pistoiese<br />
per raggiungere poi il bacino di Pavana, quello inferiore<br />
è stato sbarrato per formare il lago di Suviana (Castel di<br />
Casio), ma prosegue il suo corso fino a diventare affluente<br />
del Reno all’altezza di Riola.<br />
“L’Anello delle fontane” è un trekking lungo 20<br />
chilometri con circa 450 metri di dislivello totali. É nato<br />
da un’idea del signor Gianpaolo Verardi, presidente<br />
dell’associazione “Camminatori di Camugnano”, nata a<br />
ottobre 2019 in seguito al progetto di tracciare il percorso<br />
e attualmente iscritta tra le associazioni no-profit onlus.<br />
L’organizzazione ha poi partecipato, insieme al comune<br />
di Camugnano, a un bando per raccogliere i fondi<br />
necessari alla realizzazione del progetto.<br />
L’”Anello delle fontane” è un percorso tabellato e<br />
Per maggiori informazioni o approfondimenti sul percorso<br />
contattare l’Associazione Camminatori di Camugnano tramite<br />
la pagina Facebook: www.facebook.com/camminatoricamugnano<br />
o telefonicamente al +39 335 7183290.<br />
segnalato da specifica segnaletica di colore giallo che<br />
si aggiunge ai segnali del CAI già presenti sul territorio;<br />
sono inoltre installati, alla partenza e in altri punti<br />
strategici, pannelli informativi che illustrano il percorso<br />
sia dal punto di vista del tracciato che da quello storiconaturalistico.<br />
L’anello ha come punto di partenza la chiesa di San<br />
Martino di Camugnano, della quale si hanno notizie fin<br />
dal 1378. Nel 1616 vennero effettuati importanti lavori di<br />
ricostruzione, completati alla fine del secolo, mentre la<br />
facciata è piuttosto recente dato che è stata realizzata nel<br />
1889. Si prosegue verso Guzzano, dove si può ammirare<br />
la Pieve di San Pietro, edificio che fa parte dei Luoghi<br />
del Cuore del FAI (progetto volto a censire luoghi da non<br />
dimenticare su tutta l’area italiana, selezionati e resi noti<br />
grazie ai racconti orali di cittadini e personaggi noti). Le<br />
prime notizie relative alla Pieve risalgono al X secolo, ma<br />
Tra Emilia e Toscana<br />
tra il 1460 e il 1654 venne ricostruita più volte, perdendo<br />
così il suo aspetto originario. A metà del Settecento<br />
purtroppo l’edificio andò in rovina, ma venne riedificato<br />
in un sito leggermente più lontano da quello originale su<br />
progetto dell’architetto Scagliarini di Bologna.<br />
Lasciato Guzzano si raggiungono i resti del castello di<br />
Mogone, di cui non sono rimaste ormai che poche pietre.<br />
Il castello sorgeva in una zona strategica nei pressi del<br />
Passo dello Zanchetto e si hanno notizie dell’edificio<br />
fin da prima del 1100, ma fu nel 1144 che passò sotto<br />
l’influenza dei conti Alberti di Prato, componendo<br />
un feudo insieme ai castelli di Castrola e Guzzano. Il<br />
loro dominio terminò nel 1382, a causa di una disputa<br />
territoriale e poi giudiziaria che portò la contessa<br />
Caterina Alberti a perdere la giurisdizione su tutto il<br />
feudo di Mogone. Nella prima metà del 1400 il castello<br />
venne distrutto e dal secolo successivo il sito divenne<br />
già scenario perfetto per miti e leggende: nel 1597 si<br />
ha notizia certa che quattro abitanti di Baigno vennero<br />
identificati dopo aver scavato illegalmente buche tra le<br />
rovine del castello, in cerca di un fantomatico tesoro.<br />
La prossima tappa è il bosco del Poranceto, dove è<br />
possibile sostare per il pranzo. Qui ci si trova immersi in<br />
un maestoso castagneto secolare, che ospita il museo del<br />
bosco: il percorso espositivo è articolato in tre aree, una<br />
dedicata alle varie tipologie boschive, una al rapporto<br />
tra animali e bosco e l’ultima al rapporto uomo-bosco. Il<br />
museo è gestito dall’Ente Parchi Emilia Orientale e funge<br />
anche da centro visita: è visitabile i sabati e le domeniche<br />
da giugno a settembre, oltre che in caso di feste come<br />
quella della smielatura e della castagna.<br />
A questo punto l’ “Anello delle fontane” prosegue lungo<br />
il sentiero CAI 0039 lungo il crinale fino al Passo dello<br />
Zanchetto, una parte del percorso che permette di<br />
ammirare un panorama spettacolare sui laghi di Suviana<br />
e di Brasimone. I due bacini sono artificiali, creati l’uno<br />
nel 1928 e l’altro nel 1910 al fine di produrre energia<br />
elettrica. Negli anni ‘70 i laghi vennero collegati per<br />
alimentare la centrale idroelettrica e il sistema ad esso<br />
collegato. Dal 1995 tutta l’area fa parte del Parco dei<br />
Laghi, area naturalistica protetta.<br />
Superato il Passo dello Zanchetto il trekking arriva a<br />
Fontana Vìdola, proseguendo poi per un tratto lungo la<br />
Via della Lana e della Seta, il cammino che da Bologna<br />
conduce in Toscana passando anche per l’area del Parco<br />
dei Laghi e di Castiglione dei Pepoli, per arrivare poi a<br />
Montepiano, poi Vernio, Vaiano e infine Prato.<br />
Si prosegue attraverso il bosco del Farneto, dove il 18<br />
luglio 1944 i partigiani del gruppo “Bruno Buozzi” della<br />
brigata Garibaldi vennero uccisi da un reparto di soldati<br />
tedeschi, fino al Monte di Camugnano. Da qui si scende<br />
fino a tornare in paese, concludendo così l’anello al<br />
punto di partenza, la chiesa di San Martino. Non lontano<br />
si trova un ostello che dispone di 50 posti letto dove è<br />
possibile pernottare.<br />
Lungo “Anello delle fontane” si incontrano effettivamente<br />
delle fonti, per l’esattezza cinque: una a Camugnano<br />
presso il Parco don Antonio, una a Guzzano al centro<br />
del paese, una presso la foresteria del Poranceto, la già<br />
citata Fontana Vìdola e l’ultima presso il Campo Sportivo<br />
di Camugnano, davanti alla baita degli Alpini.<br />
29
IN GIRO CON CONFGUIDE<br />
Nella Chiesa di San Lorenzo a Cento,<br />
da settembre e per tutto il 2025 saranno<br />
esposte opere dell’esponente più illustre<br />
di una ricca tradizione artistica locale<br />
Un nuovo<br />
sguardo<br />
sul Guercino<br />
Testi di Sandra Sazzini - Confguide<br />
Nel novembre 2023, a dodici anni dal terremoto che<br />
ha colpito questa parte di Emilia, ha finalmente riaperto<br />
a Cento la Pinacoteca Civica, intitolata al grande<br />
concittadino Giovanni Francesco Barbieri, detto il<br />
Guercino. Il palazzo che la ospita è un gioiello cittadino<br />
in stile neoclassico e spicca oggi, fresco di pittura giallo<br />
pastello, lungo Via Ugo Bassi: all’interno, nelle rinnovate<br />
sale azzurro cielo, si allineano i capolavori del Guercino<br />
e della sua autorevole Scuola, accanto ad importanti<br />
testimonianze artistiche del territorio, raccolte nel<br />
tempo nelle collezioni municipali. Il Guercino è, infatti,<br />
l’esponente più illustre di una ricca tradizione artistica<br />
locale, promossa dal mecenatismo della comunità<br />
centese.<br />
L’interesse intorno al grande pittore barocco, ancora così<br />
amato e presente in modo capillare nel nostro territorio,<br />
anche per mano della bottega, non si ferma alla copiosa<br />
collezione cittadina, che conta oltre 100 opere, compresi<br />
gli importanti depositi privati, ma coinvolge tutta la città<br />
di Cento dove, per citare Goethe, “ovunque si respira il<br />
Guercino”.<br />
Da settembre 2024 fino a tutto il 2025, presso la Chiesa<br />
di San Lorenzo, già in passato utilizzata come suggestivo<br />
contenitore delle grandi tele guerciniane, saranno<br />
esposti altri capolavori del Guercino e della sua scuola<br />
provenienti da vari luoghi dell’Emilia Romagna, al<br />
momento chiusi, dal titolo: “Guercino, un nuovo sguardo.<br />
Opere provenienti da Forlì e da altri luoghi nascosti”. Si<br />
tratta di venti grandi opere, la maggior parte inedite pale<br />
d’altare, a firma di Guercino e dei suoi allievi, nascoste<br />
all’occhio del pubblico perché custodite in sedi non<br />
visitabili o non fruibili per lavori in corso o rese inagibili<br />
dal terremoto del 2012 e perciò “affidate” alla città natale<br />
dell’artista.<br />
È il caso delle splendide pale provenienti dal Palazzo<br />
LA MOSTRA - Visite guidate anche in Pinacoteca<br />
La mostra in San Lorenzo è aperta di<br />
venerdì, sabato, domenica e festivi dalle<br />
10.00 alle 19.00 ed è visitabile con un biglietto<br />
cumulativo che comprende anche l’ingresso alla<br />
vicinissima Pinacoteca “Il Guercino”, aperta dal<br />
mercoledì alla domenica dalle 10.00 alle 19.00.<br />
Per conoscere il calendario delle visite guidate<br />
che si svolgeranno in Pinacoteca Civica<br />
e in San Lorenzo a partire da ottobre 2024,<br />
contattare la guida Sandra Sazzini<br />
Mail: sandra.sazzini@gmail.com<br />
Cell: 339 1606349.<br />
Merenda di Forlì, ora in restauro, delle tele dipinte<br />
appositamente da Guercino, in veste di Confratello,<br />
per la Chiesa del Rosario, vero tesoro barocco centese<br />
ancora in attesa di restauro, e di altre opere rare e non<br />
abitualmente accessibili. Promossa dal Settore Patrimonio<br />
Culturale dell’Emilia Romagna e dagli enti locali,<br />
l’iniziativa mantiene visibili questi capolavori sia agli<br />
studiosi sia ai visitatori. Sarà davvero appassionante, ad<br />
esempio, confrontare in loco dipinti dello stesso soggetto<br />
come S. Giovanni Battista, santo onomastico di Giovanni<br />
Francesco, e si potrà ammirare per la prima volta a<br />
Cento l’Annunciazione di Forlì del 1648, riproposizione<br />
della tela già dipinta dal Guercino per l’amico pievese<br />
Francesco Mastellari e oggi conservata in Collegiata a<br />
Pieve di Cento, in un tripudio di angeli, cieli luminosi e<br />
colori preziosi, come il famoso blu di lapislazzulo!<br />
Cento<br />
L’INTERVENTO<br />
La nuova legge sulle guide<br />
turistiche professionali<br />
di Paola Balestra<br />
Presidente Vicaria Nazionale Confguide<br />
Dopo oltre 10 anni il Governo ha emanato la legge<br />
che disciplina la professione di guida turistica in Italia.<br />
Frutto di un lungo confronto tra Ministero e associazioni<br />
di categoria, cui ho partecipato passo dopo passo<br />
in rappresentanza di Confguide Confcommercio, la<br />
legge finalmente definisce la figura professionale,<br />
fondamentale per il turismo, tutelando nel contempo<br />
anche i consumatori. Oltre a prevedere un esame di<br />
abilitazione ministeriale, la nuova disciplina chiarisce<br />
che “le attività proprie della professione sono<br />
illustrazione e interpretazione, nel corso di visite guidate<br />
con persone singole o gruppi, del valore e significato<br />
quali testimonianze di civiltà di un territorio e della<br />
sua comunità dei beni materiali ed immateriali che<br />
costituiscono il patrimonio storico, culturale, museale,<br />
religioso, architettonico, artistico, archeologico e<br />
monumentale italiano, in correlazione anche ai contesti<br />
demo-etno-antropologici, paesaggistici, produttivi<br />
ed enogastronomici che caratterizzano le specificità<br />
territoriali”. La guida turistica ha il diritto a entrare<br />
gratuitamente in ogni sito (statale, territoriale e religiosi,<br />
pubblico o privato) e a poter svolgere liberamente<br />
la propria attività; si riconferma il divieto a chi non è<br />
regolarmente abilitato di esercitare l’attività. Violazioni<br />
ed abusi saranno accertati dagli organi di polizia locale,<br />
ad ulteriore supporto contro l’abusivismo purtroppo<br />
dilagante di questi anni. Agenzie e intermediari turistici<br />
hanno l’obbligo di avvalersi di guide iscritte in un<br />
elenco nazionale, con un tesserino di riconoscimento<br />
unico. La guida turistica dovrà poi frequentare corsi<br />
di specializzazione ed aggiornamento. Viene così<br />
riconosciuta la professionalità e la qualità delle guide, a<br />
garanzia dei visitatori che potranno così apprezzare al<br />
meglio il patrimonio italiano.<br />
30<br />
31
INSERZIONE PUBBLICITARIA<br />
Non solo B&B sui nostri cammini!<br />
Per chi ama viaggiare con tenda e sacco a pelo scopriamo i camping<br />
e i rifugi lungo al Via degli Dei e la Via della Lana e della Seta.<br />
Le vacanze all’aria aperta sono sempre<br />
più apprezzate nel nostro Appennino<br />
Tosco-Emiliano, dove si possono<br />
trovare luoghi in cui pernottare rimanendo<br />
a contatto con la natura, soprattutto<br />
percorrendo due delle Vie<br />
più famose che uniscono Bologna, Firenze<br />
e Prato: la Via degli Dei e la Via<br />
della Lana e della Seta.<br />
Lungo i due cammini è possibile trovare<br />
campeggi e rifugi attrezzati, per<br />
i quali consigliamo la prenotazione<br />
con largo anticipo, soprattutto nei<br />
mesi estivi.<br />
Nei rifugi è possibile dormire in camerate,<br />
oppure in uno spazio esterno<br />
dove poter posizionare la tenda.<br />
Alcune strutture sono gestite da associazioni<br />
legate a progetti di solidarietà;<br />
può quindi essere interessante<br />
informarsi sulle iniziative o attività<br />
che vengono proposte e organizzate.<br />
Campeggio La Futa<br />
Alla terza tappa della Via degli Dei si<br />
può alloggiare a 400 metri dal sentiero,<br />
presso il “campeggio La Futa”, situato<br />
sul valico omonimo.<br />
L'area è attrezzata di case mobili e<br />
di uno spazio dedicato ai camminatori<br />
che amano vivere all'aria aperta<br />
dormendo in tenda, immersi nel meraviglioso<br />
scenario dell'Appennino<br />
toscano.<br />
Campeggio La Futa<br />
Via Bruscoli - Futa 889h<br />
Passo della Futa, Firenzuola (FI)<br />
Tel. 055 0330351 - 333 1148501<br />
e-mail: info@campinglafuta.it<br />
www.viadeglidei.it/passo-della-futa/<br />
campeggio-la-futa<br />
Camping Il Sergente<br />
Con una breve variante, scendendo a<br />
780 metri di altitudine, si arriva a Monte<br />
di Fò, dove si può sostare presso il<br />
“Camping Il Sergente”, sia in tenda che<br />
in casette attrezzate.<br />
La struttura comprende uno spazio<br />
dove si trovano attrezzature sportive<br />
e il ristorante che serve specialità tipiche<br />
del Mugello.<br />
Camping Il Sergente<br />
Via Santa Lucia 24/A<br />
Barberino del Mugello (FI)<br />
Tel. 055 8423018 - 328 9851849<br />
e-mail: info@campingilsergente.it<br />
www.viadeglidei.it/monte-di-fo-santa-lucia/camping-il-sergente<br />
Camping Village Mugello Verde<br />
Al termine della quarta tappa verso<br />
San Piero a Sieve, si può sostare<br />
al “Camping Village Mugello Verde”,<br />
grazie ad una deviazione di circa un<br />
chilometro dal centro del paese. Grazie<br />
a un passaggio interno è possibile<br />
ripartire accedendo direttamente<br />
all’inizio della tappa successiva, concordando<br />
l’accesso per il passaggio al<br />
momento della prenotazione.<br />
Nel campeggio si trova proprio di tutto<br />
(piscina, ristorante, servizi); non si<br />
può che ripartire ben riposati.<br />
Camping Village Mugello Verde<br />
Via Via Massorondinaio 39<br />
San Piero a Sieve -<br />
Scarperia e San Piero (Fi)<br />
Tel. 055 848511 - 331 6991844<br />
e-mail: mugelloverde@florencevillage.com<br />
www.viadeglidei.it/san-piero-a-sieve/<br />
camping-mugello-verde<br />
Camping Village Fiesole<br />
Un altro camping village si trova sulla<br />
collina di Fiesole: il “Camping Village<br />
Panoramico”, che gode di una vista<br />
mozzafiato sulla città di Firenze. Il<br />
verde dei cipressi e delle querce permette<br />
di apprezzare il contatto con la<br />
natura a due passi dalle colline e dalla<br />
vallata di Fiesole, di Villa Medici e del<br />
teatro romano. Il nome del ristorante,<br />
“The View”, è già un programma: difficile<br />
resistere ai piatti tipici toscani<br />
che la cucina propone, circondati da<br />
un panorama unico.<br />
Camping Village Fiesole<br />
Via Peramonda 1 - Fiesole (FI)<br />
Tel. 055 599069 - 331 6992326<br />
e-mail:<br />
panoramico@florencevillage.com<br />
www.viadeglidei.it/fiesole/camping-village-fiesole<br />
Camping Poggio degli Uccellini<br />
Prima di arrivare a Fiesole, un campeggio<br />
permette di programmare in<br />
maniera diversa la divisione delle tappe,<br />
sostando nei pressi di Bivigliano al<br />
“Camping Poggio degli Uccellini”, a 500<br />
metri dal percorso della Via degli Dei,<br />
con la possibilità di arrivare direttamente<br />
a Firenze il giorno dopo. Situato<br />
nella splendida cornice del Mugello e<br />
immerso in un meraviglioso bosco secolare<br />
di castagni ai piedi del millenario<br />
convento di Monte Senario, il camping<br />
è l’ideale per chi ama la natura e la<br />
bellezza della vita all'aria aperta.<br />
Camping Poggio degli Uccellini<br />
Via Poggio Uccellini 1050<br />
Bivigliano - Vaglia (Fi)<br />
Tel. 055 406725<br />
e-mail: info@poggiouccellini.com<br />
www.viadeglidei.it/bivigliano-vaglia/<br />
camping-poggio-degli-uccellini<br />
Agriturismo Ca’ di Mazza<br />
Questo giugno a Monzuno ha inaugurato<br />
l’agricamping “Agriturismo Ca’ di<br />
Mazza”: una piccola azienda agricola<br />
che compie 18 anni, nata con un allevamento<br />
di cavalli che Pamela, con l’aiuto<br />
dei suoi figli, è riuscita a far crescere<br />
nel tempo. Con il piccolo agricamping,<br />
la proprietaria ha realizzato uno dei<br />
suoi tanti sogni e progetti nel cassetto.<br />
Agriturismo Ca’ di Mazza<br />
Via Brento 199/2<br />
Brento di Monzuno (BO)<br />
Tel. 051 6778506 - 335 7267958<br />
e-mail: info@agriturismocadimazza.it<br />
www.viadeglidei.it/brento/agriturismo-ca-di-mazza<br />
Camping Naturista Ca’ Le Scope<br />
Sulla Via della Lana e della Seta è<br />
possibile campeggiare presso il<br />
“Camping naturista Ca’ le Scope”, in<br />
località Marzabotto, a meno di 500<br />
metri dal sentiero.<br />
Aperto a pedoni e ciclisti, la struttura<br />
offre tre alloggi in affitto e la possibilità<br />
di pernottare in tenda nelle aree<br />
esterne. Oasi di pace e tranquillità,<br />
con una “piazza” che si anima di attività<br />
per leggere, giocare e rilassarsi nel<br />
verde dei boschi.<br />
Camping Naturista Ca’ Le Scope<br />
Via San Martino, 37<br />
Marzabotto (BO)<br />
Tel. 345 501 1892<br />
e-mail: info@calescope.com<br />
www.viadellalanaedellaseta.com/<br />
camping-naturista-ca-le-scope<br />
Il Poggiolo Rifugio Resistente<br />
Sulla Via della Lana e della Seta, il “rifugio<br />
Il Poggiolo” è un presidio creativo<br />
e culturale nel paesaggio di Monte<br />
Sole. Definito un rifugio “Re-Esistente”<br />
è punto d’incontro per valorizzare<br />
e onorare luoghi, territori e ideali con<br />
un programma estivo molto ricco di<br />
eventi, anche di respiro internazionale.<br />
Si definiscono “un’’idea di rete<br />
sistemica e complessa, meta accogliente<br />
per sognatori agguerriti, artisti<br />
generosi, camminatori infaticabili<br />
e per tutti coloro che vedono in Monte<br />
Sole un simbolo di pace per costruire<br />
un mondo nuovo, colorato, coraggioso<br />
ed inclusivo.”<br />
Il Poggiolo Rifugio Resistente<br />
via San Martino, 25 - Marzabotto (BO)<br />
Tel. +39 329 003 3121<br />
e-mail rifugioresistente@gmail.com<br />
www.viadellalanaedellaseta.com/poggiolo-rifugio-resistente<br />
Rifugio Ranuzzi-Segni “Abetaia”<br />
Poco distante dal centro di Castiglione<br />
dei Pepoli, a 930 metri di quota, sorge<br />
il Rifugio Ranuzzi-Segni “Abetaia”.<br />
L’accoglienza è autogestita: occorre<br />
prenotare dal sito della Sezione C.A.I.<br />
di Bologna che lo gestisce (la Sottosezione<br />
di Castiglione dei Pepoli www.<br />
caibrasimone.it) e seguire le istruzioni<br />
per accedere alle camere. Al piano<br />
terra il bivacco è sempre accessibile,<br />
con camino e due tavoloni di cemento.<br />
Rifugio Abetaia “Ranuzzi-Segni”<br />
Via dell’Abetaia snc - Castiglione dei<br />
Pepoli (BO)<br />
Tel. +39 335 693 4494<br />
e-mail: abetaia@caibrasimone.it<br />
www.viadellalanaedellaseta.com/castiglione-rifugio-abetaia<br />
Acatù Rifugio<br />
Sulla Via degli Dei, nel versante emiliano,<br />
troviamo altri due rifugi interessanti,<br />
uno a Monzuno e l’altro a Pian di<br />
Balestra. Acatù è una struttura aperta<br />
fino al 20 ottobre che offre ai pellegrini<br />
varie tipologie di pernottamento,<br />
oltre a colazione, cena e lunch box,<br />
servizio navetta e trasporto bagagli.<br />
Gestito dall'associazione “Montagna<br />
di Suono”, il rifugio è un luogo di aggregazione<br />
e di movimentazione sociale<br />
e culturale per la comunità locale;<br />
un luogo di incontro e di scambio<br />
di culture e di lavoro condiviso su temi<br />
legati alla sostenibilità ambientale.<br />
Acatù Rifugio<br />
Località Casaccia 2-3 Monzuno (BO)<br />
Tel. +39 353 4309022<br />
e-mail: rifugisolidaliappenninici@<br />
gmail.com<br />
www.viadeglidei.it/monzuno/acatu-rifugio<br />
Rifugio Casa delle Guardie<br />
A Pian di Balestra, nel Comune di San<br />
Benedetto Val di Sambro, si trova il<br />
“rifugio Casa delle Guardie”, un luogo<br />
che è una ricchezza per il patrimonio<br />
storico e culturale della zona. Con il<br />
suo bosco di faggi e il piccolo lago, il<br />
rifugio si trova a pochi passi dalla strada<br />
Flaminia Militare ed è disponibile ad<br />
accogliere anche gruppi che desiderano<br />
un posto tranquillo e speciale dove<br />
fare meditazione e praticare yoga.<br />
È possibilE prenotare camere con bagno<br />
privato, posti letto in camerata con<br />
bagni in comune e posti tenda, oltre alla<br />
colazione e alla cena che prevede piatti<br />
per vegetariani, vegani e per celiaci.<br />
Rifugio Casa delle Guardie<br />
Via degli Dei 2/A Pian di Balestra - San<br />
Benedetto V. di S. (BO)<br />
Tel. +39 366 1137336<br />
e-mail: rifugiolcdg@gmail.com<br />
www.viadeglidei.it/pian-di-balestra/<br />
casa-delle-guardie<br />
Rifugio Casa al Giogo<br />
Il Rifugio “Casa al Giogo” è situato<br />
nel parco demaniale Giogo-Casaglia<br />
sull’Appennino Tosco-Romagnolo, in<br />
Alto Mugello, nel Comune di Firenzuola.<br />
Rispetto alla Via degli Dei, dista 10<br />
chilometri, ma prenotando con dovuto<br />
anticipo è disponibile un transfer. Con<br />
i suoi 25 posti letti suddivisi in camerate,<br />
il rifugio può ospitare un buon numero<br />
di camminatori che si apprestano<br />
a percorrere le nostre montagne.<br />
Ad accogliervi si trova Mara, che l’ha<br />
definita “casa” perché - ci dice - “qui<br />
si condividono spazi, storie, visioni,<br />
ci si conosce, si sta insieme". È anche<br />
un luogo in cui immergersi nella natura<br />
circostante e rilassarsi nel verde<br />
dell'Appennino tra Emilia e Toscana.<br />
Rifugio Casa al Giogo<br />
SP 503 del Passo del Giogo, Località<br />
Barco - Scarperia e San Piero (FI)<br />
Tel. +39 333 8458770<br />
e-mail: info@casaalgiogo.it<br />
www.viadeglidei.it/scarperia/rifugio-casa-al-giogo<br />
032<br />
3331
I MITI DELLO SPORT<br />
SPECIALE ROSSOBLÙ<br />
Negli Anni Trenta, due successi:<br />
in Coppa dell’Europa Centrale<br />
e all’Expo di Parigi, infliggendo<br />
la prima sconfitta ai “maestri”<br />
inglesi. Poi la Mitropa, il<br />
trionfo sul Manchester City<br />
e la cavalcata con Mazzone<br />
dall’Intertoto alla semifinale<br />
Uefa. I rossoblù hanno giocato<br />
148 partite internazionali<br />
vincendone quasi la metà<br />
Testo di Marco Tarozzi<br />
Foto di Archivio Bertozzi<br />
La MITROPA del 1961<br />
Dall’Ara e Pavinato<br />
Schiavio riceve la Coppa<br />
dell’Expo di Parigi nel 1937<br />
calendario si è infittito: oltre alla Coppa dei<br />
Campioni, destinata alle squadre vincitrici<br />
dei campionati nazionali, sono nate e<br />
hanno fatto proseliti Coppa delle Coppe e<br />
Coppa delle Fiere. Ma tutti sanno quanto il<br />
presidente Dall’Ara tenga all’appuntamento,<br />
e pazienza se tra gli addetti ai lavori qualcuno<br />
si è già affrettato a ribattezzarla “Coppa del<br />
Nonno”. Nel 1961 partecipano club di tre<br />
sole nazioni: Austria, Italia e Cecoslovacchia.<br />
Nella fase eliminatoria i rossoblù pareggiano<br />
con la Sampdoria e battono Stalingrad e<br />
Austria Vienna. Dopo questo successo, arriva<br />
il passaggio di testimone in panchina: dalle<br />
semifinali in poi, al posto di Federico Allasio<br />
arriva Fulvio Bernardini. La semifinale va in<br />
scena in autunno, contro i cecoslovacchi del<br />
Kladno. In trasferta, il Bologna vince 2-1, al<br />
ritorno al Comunale fa il minimo sindacale,<br />
tutti hanno fretta di correre al riparo, persino<br />
Bernardini che non aspetta in campo che<br />
il presidente Terpikto consegni la coppa a<br />
capitan Pavinato. Ma Renato Dall’Ara si gode<br />
il momento.<br />
LEGGENDARI. Nel 1970 tocca a Edmondo<br />
Fabbri, l’ex Ct azzurro che ancora rimugina<br />
e soffre per il ko del ’66 contro la Corea. Ma<br />
grazie a lui, il Bologna torna a mettere trofei<br />
in bacheca. Dopo la Coppa Italia conquistata<br />
a giugno, a settembre è la volta della Coppa<br />
Italo-Inglese, a finale diretta con andata e<br />
ritorno. Ci sono la squadra vincitrice della<br />
Coppa Italia, appunto il Bologna, e quella<br />
che ha conquistato la Football League Cup,<br />
ovvero il Manchester City. Che ha un blasone<br />
enorme: due anni prima è stato campione<br />
d’Inghilterra e cinque mesi prima ha trionfato<br />
in Coppa delle Coppe. In rosa ha cinque<br />
Quei sei trionfi europei<br />
È vero che il Bologna non si affacciava<br />
alla massima ribalta del calcio europeo<br />
da sessant’anni. Ma guai a dimenticare la<br />
storia, che ci ricorda che è stato il primo club<br />
italiano a vincere qualcosa di importante a<br />
livello internazionale, ormai quasi un secolo<br />
fa. E poi ci sono i numeri, che non mentono<br />
mai, e ci parlano di 148 sfide ufficiali con<br />
settanta vittorie, quasi il cinquanta per cento.<br />
Ci vorrebbero pagine e pagine, per ricordare<br />
tutte le partecipazioni rossoblù alle coppe<br />
europee; dobbiamo contenerci, e ci limitiamo<br />
a ricordare quelle che hanno arricchito con<br />
trofei sfavillanti la bacheca della società.<br />
PRIMA VOLTA. Ma prima, diamo spazio a<br />
una curiosità. La prima sfida internazionale<br />
del Bologna è un’amichevole, con la formula<br />
dell’andata e ritorno, e l’avversario un club<br />
di Trieste. In quel lontano 1911, la città fa<br />
parte dell’impero austro-ungarico, dunque…<br />
è straniera. Emilio Arnstein, che nel 1909 era<br />
stato tra i fondatori della squadra rossoblù<br />
alla Birreria Ronzani, lassù aveva vissuto, e<br />
appena ventenne aveva dato vita già tre anni<br />
prima al Black Star. Così, il 30 aprile 1911<br />
va in scena la prima trasferta all’estero, con<br />
tanto di “intrigo internazionale”: sconfitti 2-1, i<br />
giocatori rossoblù sulla via del ritorno vengono<br />
scambiati per irredentisti e trattenuti per ore<br />
dalla polizia austriaca. Il 14 maggio, la sfida<br />
casalinga viene interrotta sul 2-1: Arnstein,<br />
occasionalmente nel ruolo di arbitro, concede<br />
due rigori ai suoi e i triestini abbandonano il<br />
campo infuriati. Tutto si risolve con un “terzo<br />
tempo” provvidenziale all’osteria della Cesoia,<br />
a pochi metri dal campo di gioco.<br />
PROTAGONISTA. Nella prima metà degli<br />
anni Trenta, il campionato è segnato dal<br />
dominio della Juventus, che vince cinque<br />
scudetti in fila. Ma a livello internazionale<br />
Il Bologna che ha vinto la Coppa Europa Centrale nel 1932<br />
Angelo Schiavio e compagni diventano lo<br />
squadrone da battere. Conquistando, prima<br />
squadra italiana a riuscire nell’impresa,<br />
la Coppa dell’Europa Centrale nel luglio<br />
del 1932. In panchina c’è Guya Lelovich,<br />
ungherese, arrivato in Italia negli anni Venti<br />
da giocatore, voluto come spalla da Hermann<br />
Felsner una volta diventato allenatore e<br />
ritrovatosi prima guida all’improvviso dopo<br />
l’addio del boemo. A parte gli inglesi, che<br />
snobbano gli altri convinti come sono della<br />
propria superiorità, c’è il miglior calcio del<br />
continente. Si gioca in piena estate, e il Bologna<br />
mostra la sua forza d’urto già nei quarti di<br />
finale con il 5-0 rifilato allo Sparta Praga; il<br />
ritorno è una formalità, anche se l’arbitro ci<br />
mette del suo per favorire i cechi, che vincono<br />
3-0. In semifinale c’è il First Vienna, che ha in<br />
squadra i nazionali Hoffman, Rainer e Blum.<br />
Al Littoriale finisce 2-0 con le reti di Sansone<br />
e Maini, risultato difeso coi denti nella partita<br />
di ritorno, vinta dagli austriaci per 1-0. Senza<br />
saperlo, il Bologna ha già il trofeo in tasca.<br />
Nell’altra semifinale, incidenti assortiti tra<br />
Juventus e Slavia Praga portano all’esclusione<br />
di entrambe, e la truppa di Lelovich vince a<br />
tavolino la Coppa.<br />
DOPPIETTA. La seconda volta è nell’estate<br />
del 1934. Le squadre invitate al torneo sono<br />
le prime quattro dei campionati italiano,<br />
ungherese e austriaco. I rossoblù affondano<br />
il Bocksay Debreczin, poi strapazzano il<br />
Rapid Vienna, con goleada al Littoriale (6-1<br />
con doppiette di Reguzzoni e Schiavio) e ko<br />
ininfluente in Austria (1-4), e in semifinale<br />
il fortissimo Ferencvaros di Sarosi (1-1 in<br />
trasferta e clamoroso 5-1 al Littoriale). In<br />
finale c’è l’Admira Vienna, che ha tra i<br />
titolari parecchie colonne del Wunderteam.<br />
Il 5 settembre del ’34, in Austria, i rossoblù<br />
cedono di misura, 2-3. Quattro giorni dopo<br />
si prendono la rivincita con gli interessi:<br />
davanti al proprio pubblico Carlo “Rigoletto”<br />
Reguzzoni è una furia: ne mette tre alle<br />
spalle di Platzer, numero uno del Rapid, e al<br />
resto pensano Maini e Fedullo. Finisce 5-1,<br />
con un’altra coppa prestigiosa da mettere in<br />
bacheca.<br />
NEL SEGNO DI WEISZ – Tre anni più tardi,<br />
con il grande Arpad Weisz in panchina, il<br />
Bologna va ad insegnare calcio anche agli<br />
inglesi, al Torneo Internazionale dell’Expo<br />
di Parigi. Nel 1937, appena vinto il quarto<br />
scudetto della sua storia, affronta la kermesse<br />
parigina ed è l’apoteosi. Cadono in sequenza i<br />
francesi del Sochaux (4-1), i cechi dello Slavia<br />
Praga (2-0) e infine anche gli inglesi: in finale<br />
il Chelsea è asfaltato, 4-1 con la solita tripletta<br />
di Carlo Reguzzoni. In Europa non c’è una<br />
squadra di club che valga il Bologna.<br />
SOTTOSTIMATO. A metà degli anni<br />
Cinquanta, la vecchia Coppa dell’Europa<br />
Centrale è diventata Mitropa Cup. Non è<br />
più un trofeo brillantissimo, anche perché il<br />
vincendo 1-0 con il gol del diciottenne Mario<br />
Rossini. In finale c’è da affrontare un’altra<br />
squadra cecoslovacca, lo Slovan Nitra,<br />
avversario modesto ma capace di eliminare<br />
dalla competizione altre due italiane, Torino<br />
e Udinese. A Nitra i rossoblù vanno in<br />
vantaggio con Nielsen e Perani dal dischetto,<br />
ma si fanno raggiungere sul 2-2. Nel ritorno al<br />
Comunale, il 4 aprile 1962, sotto una pioggia<br />
battente e con poche migliaia di tifosi sugli<br />
spalti in una giornata feriale, non c’è storia:<br />
Demarco, Pascutti e Nielsen firmano il 3-0 e<br />
La formazione che ha vinto l’Expo di Parig nel 1937<br />
Reguzzoni segna il primo gol contro il Chelsea all’Expo di Parigi<br />
nazionali inglesi: il portiere Corrigan, Doyle,<br />
Bell, Lee e Summerbee. Oltre a capitan<br />
Tony Book, “the Maine man”, bandiera<br />
del club. Al Comunale i rossoblù vincono<br />
di stretta misura, 1-0 firmato da Rizzo. Al<br />
ritorno il Maine Road, “fortino” dei Citizens,<br />
è una bolgia. Il Bologna trova i suoi eroi in<br />
Vavassori, che para l’imparabile, e Bruno<br />
Pace, esaltato dalla ribalta europea, che<br />
mette lo zampino nei gol di Perani e Savoldi.<br />
Finisce 2-2 e il Bologna alza la coppa. Anche<br />
gli inglesi, duri al limite della scorrettezza<br />
in campo, fanno ala all’uscita dei vincitori,<br />
applaudendo. È il 23 settembre 1970.<br />
ULTIMO ALLORO. L’ultimo successo<br />
europeo è del 1998. Carlo Mazzone fa volare<br />
i rossoblù nella Coppa Intertoto: nell’estate,<br />
cadono il National Bucarest e poi la<br />
Sampdoria di Spalletti in semifinale. L’ultimo<br />
atto è col Ruch Chorzow, già all’andata torna<br />
in campo (al 75mo) un rinato Beppe Signori<br />
. Finisce 1-0 al Dall’Ara, e due settimane<br />
dopo, a casa loro i polacchi tentano il tutto<br />
per tutto, si scoprono e il Bologna vince 2-0.<br />
Non è solo un trofeo che va ad arricchire la<br />
bacheca: vale anche un posto in Coppa Uefa,<br />
e da questo momento la squadra inizierà un<br />
cammino da protagonista che lo porterà fino<br />
a un passo dalla finale.<br />
034<br />
3531
I MITI DELLO SPORT<br />
La cronaca dello spareggio<br />
con Anderlecht deciso<br />
dalla (doppia) sfortuna<br />
quella<br />
monetina<br />
Maledetta<br />
Testo di Giuliano Musi<br />
Nella storia del Bologna di spareggi decisivi<br />
come quello con l’Anderlecht ne esiste uno<br />
e quindi il faccia a faccia con i belgi poteva<br />
anche riportare la mente a quello spareggio<br />
milanese disputato nel 1925, a porte<br />
chiuse, che destò tantissimi polemiche.<br />
Ma poiché in quell’occasione i rossoblù<br />
conquistarono il loro primo scudetto, la<br />
cosa poteva anche essere piacevole e dare<br />
nuova vita a ricordi molto positivi con la<br />
speranza che l’evento favorevole si potesse<br />
ripetere.<br />
Anche i minuti precedenti la discesa in<br />
campo delle formazioni sembravano voler<br />
favorire il Bologna perché Verbiest uno<br />
dei pezzi pregiati dell’Anderlecht risultava<br />
indisponibile. Il possente difensore<br />
accusava una contrazione muscolare,<br />
effetto di una botta subita nel match di<br />
Bologna, sottovalutata e trascurata con<br />
effetti decisamente negativi.<br />
Fino all’ultimo momento l’allenatore<br />
Sinibaldi aveva sperato di recuperare<br />
Verbiest ma alla fine aveva deciso di lasciarlo<br />
a riposo e di sostituirlo con Lippens, altro<br />
difensore di provata esperienza, che però<br />
era reduce da una stagione abbastanza<br />
tribolata tanto da non avere presenze in<br />
campionato. Il sestetto difensivo belga<br />
presentava poi una seconda novità rispetto<br />
agli impegni precedenti perché Cayuela<br />
sostituiva Hanon. In attesa dell’entrata<br />
delle due squadre non mancano i colpi di<br />
scena inattesi con un tifoso dell’Anderlecht<br />
fin troppo entusiasta, che pretende di<br />
sventolare la sua bandiera all’interno del<br />
campo. L’intervento immediato e deciso<br />
della Polizia mette fine alla sceneggiata<br />
e il tifoso viene riaccompagnato fuori dal<br />
campo da un gendarme. All’annuncio<br />
delle formazioni gli applausi più fragorosi<br />
sono per il Bologna, anche perche i tifosi<br />
belgi sono contrariati dal fatto che non<br />
Il primo lancio<br />
della monetina che resta<br />
conficcata in verticale<br />
sul terreno di gioco.<br />
Il secondo lancio<br />
ci sarà fatale<br />
ci sarà Verbiest. Appare sugli spalti anche<br />
un bandierone belga evidentemente<br />
speculativo oltre che inesatto che dice:<br />
«Espagna è il paradiso del calcio non del<br />
catenaccio» ma si rivolge praticamente a<br />
nessuno perché di spagnoli allo stadio non<br />
ce ne sono. Finalmente entrano le squadre,<br />
l’Anderlecht è in tenuta bianca, il Bologna<br />
nella divisa abituale. Il Bologna batte<br />
il calcio d’inizio a sinistra della tribuna<br />
centrale davanti a circa 15.000 persone.<br />
Subito Haller improvvisa una gran gimkana<br />
in area ma Lippens lo ferma e rinvia il<br />
pericoloso pallone. Dopo alcune azioni del<br />
Bologna l’Anderlecht si presenta con un<br />
rasoterra di Van Himst bloccato da Negri.<br />
I belgi insistono e grazie ad uno errore di<br />
Janich Van Himst si libera sulla destra ma<br />
Negri allontana. Ancora uno spavento per il<br />
Bologna con Van Himst (forse in fuori gioco)<br />
che riceve da Jurion e centra per Stokman<br />
che evita Pavinato e serve Cayuela che però<br />
spara alto. II Bologna si scuote e va vicino<br />
al gol al 10’ con un ubriacante assolo di<br />
Haller il cui tiro finale (dopo aver dribblato<br />
tre uomini in corsa) è ribattuto da Plaskie.<br />
Un’azione belga condotta da Van Himst è<br />
fermata con le mani da Pascutti che viene<br />
spinto da un difensore e l’arbitro non la<br />
sanziona. Un ottimo suggerimento di<br />
Pascutti al 18’ serve al meglio Nielsen che<br />
non controlla bene e Trappeniers prende<br />
la palla. La partita va avanti ordinata,<br />
estremamente corretta ma senza grosse<br />
emozioni. Il Bologna si apre un varco al<br />
23’ con Haller che allarga su Pascutti,<br />
pronto a servire Nielsen. Il centrattacco<br />
sente forse l’accorrere degli avversari e<br />
tira frettolosamente e da lontano: troppo<br />
alto. Punizione per fallo di Cornelis, tiro di<br />
Haller ribattuto, riprende Haller che apre<br />
a Furlanis, fucilata da venticinque metri,<br />
I tabellini delle tre partite<br />
con l’ANDERLECHT<br />
nella COPPA DEI CAMPIONI 1964-65<br />
9 SETTEMBRE 1964 – ELIMINATORIE<br />
ANDERLECHT-BOLOGNA 1-0<br />
Rete: Van Himst 49’.<br />
ANDERLECHT: Trappeniers, Heylens, Cornelis, Hanon, Verbiest,<br />
Plaskie, Stockman, Jurion, Devrindt, Van Himst, Puis. - All. Sinibaldi.<br />
BOLOGNA: Negri, Furlanis, Pavinato, Tumburus, Janich, Fogli,<br />
Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Pascutti. - All. Bernardini.<br />
Arbitro: Kreitlein (Germania Ovest)<br />
7 OTTOBRE 1964 – ELIMINATORIE<br />
BOLOGNA-ANDERLECHT 2-1<br />
Reti: Pascutti 57’, Nielsen 74’, Stockman 89’.<br />
BOLOGNA: Negri, Furlanis, Pavinato, Tumburus, Janich, Fogli,<br />
Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Pascutti. - All. Bernardini.<br />
ANDERLECHT: Trappeniers, Heylens, Cornelis, Hanon, Verbiest,<br />
Plaskie, Stockman, Jurion, Devrindt, Van Himst, Puis. - All. Sinibaldi.<br />
Arbitro: Horvath (Ungheria)<br />
14 OTTOBRE 1964 – ELIMINATORIE (A BARCELLONA)<br />
ANDERLECHT-BOLOGNA 0-0<br />
ANDERLECHT: Trappeniers, Heylens, Cornelis, Cayuela, Plaskie,<br />
Lippens, Stockman, Jurion, Devrindt, Van Himst, Puis. - All. Sinibaldi.<br />
BOLOGNA: Negri, Furlanis, Pavinato, Tumburus, Janich, Fogli,<br />
Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Pascutti. - All. Bernardini.<br />
Arbitro: Zariquiegui (Spagna)<br />
parata con un certo affanno da Trappeniers.<br />
E’ la mezzora esatta. Bravissimo Negri al<br />
32’ quando Cayuela ha la palla da Heylens<br />
e spara ma Carburo ferma in due tempi.<br />
Una centrata in velocità di Stokman è<br />
perduta da Negri e Tumburus salva alla<br />
grande su Devriendt. Si evidenzia una<br />
certa superiorità di pressione dei belgi,<br />
mentre i rossoblù stentano a passare la<br />
barriera del fuorigioco. Gioco sempre<br />
controllato, con un certo ritorno del<br />
Bologna, verso la fine del tempo, che si<br />
conclude comunque senza gol. Il pubblico<br />
nel frattempo è aumentato grazie al fatto<br />
che ben quattromila spettatori pare siano<br />
stati fatti entrare gratis. Inizia la ripresa<br />
e una punizione di Perani battuta dalla<br />
barriera, regala un corner al Bologna.<br />
Sul tiro di Perani, la palla è sfiorata da<br />
Nielsen, presa di potenza da Pascutti che<br />
saetta di destro centrando in pieno la<br />
traversa. Al 27’ Nielsen manca l’aggancio<br />
di un propizio pallone lanciato da<br />
Haller, secondo angolo per il Bologna (e<br />
nell’azione Perani zoppica per uno scontro<br />
con Cornelis). Poco dopo Fogli avanza<br />
ma il suo tiro ad effetto esce oltre il palo<br />
opposto. Favorevole occasione su corner<br />
per i rossoblù al 36’ ma è destino che non<br />
si debba passare. Haller fa partire ancora<br />
Nielsen, è solo davanti a Trappeniers che<br />
riesce a buttare fuori. E’ un vero tiro gol<br />
regalato. Al 35’ per poco l’Anderlecht<br />
non combina la beffa, con un dribbling di<br />
Van Himst e una fucilata di Devriendt che<br />
picchia nella fascia esterna della rete. Al<br />
38’ Nielsen, lanciato da Fogli, se ne va ma<br />
la sua conclusione è deviata in corner. Al<br />
43’ a sinistra Perani scarta Heylens e tira da<br />
venti metri; il pallone è violento, ma esce<br />
dopo aver sfiorato l’incrocio dei pali. Poi<br />
Van Himst centra dalla destra e Devriendt<br />
SPECIALE ROSSOBLÙ<br />
incorna netto ma Negri para. I novanta<br />
minuti finiscono sul pari come Bernardini<br />
aveva previsto ma il Bologna ha sciupato<br />
in maniera clamorosa almeno quattro palle<br />
gol (contro nessuna) oltre ad aver colpito<br />
una traversa. Nell’intervallo Nielsen si fa<br />
massaggiare sotto la coscia destra, Pascutti<br />
si applica del ghiaccio sulla nuca.<br />
Intano il pubblico è ulteriormente<br />
aumentato. Si riparte per i tempi<br />
supplementari con un calcio d’angolo per<br />
l’Anderlecht e, subito dopo, un destro di<br />
Van Himst finisce a lato. Immediatamente<br />
dopo Bulgarelli, in un contropiede, resta a<br />
terra in seguito ad uno scontro con Plaskie.<br />
Gioco fermo Bulgarelli tenta di rialzarsi,<br />
non ce la fa e va fuori. I rossoblù restano<br />
per un momento in dieci. Poi Bulgarelli<br />
rientra, ma appare subito in condizioni<br />
precarie. II gioco si ferma ancora, perché<br />
Janich è rimasto a terra, forse per crampi.<br />
La stanchezza si fa sentire in maniera<br />
violenta. Haller, talvolta, gioca alla sinistra,<br />
Pascutti sta più arretrato. Al 12’ l’occasione<br />
è dei belgi: Van Himst a Devriendt, mentre<br />
Janich scivola. Rasoterra centrale ma Negri<br />
para 14; Van Himst va via a tutti poi tira ma<br />
Negri ferma e infine manda alla disperata<br />
in angolo. Sul tiro dalla bandierina, spara<br />
Lippens e Pavinato respinge dalla linea.<br />
Dopo queste azioni è l’Anderlecht ad<br />
avere perduto una grande occasione.<br />
Si accendono i fari per l’ultima terribile<br />
frazione. Esce alla disperata Negri su<br />
cross insidioso di Van Himst. E’ un finale<br />
tremendamente pesante. Haller trascina<br />
ancora la squadra, ma poi tutto si conclude<br />
in un batti e ribatti ai margini dell’area. Sì<br />
profila ormai (era da un po’ di tempo che<br />
se ne aveva il sospetto) il sorteggio, la<br />
maniera più avventurosa e meno sportiva<br />
di concludere una sfida durata in totale<br />
ben cinque ore di gioco. L’arbitro fischia la<br />
fine delle ultime due ore terribili. Pascutti<br />
e qualcun altro non vogliono aspettare e<br />
scappano negli spogliatoi. L’arbitro convoca<br />
i due capitani. Si vivono due interminabili<br />
minuti. Un primo lancio della monetina (in<br />
realtà era di notevoli dimensioni trattandosi<br />
di un conio da dieci dollari) è annullato<br />
dall’arbitro. Si ripete e a quel punto sono<br />
i bianchi che saltano in aria per la gioia.<br />
La sorte ha baciato l’Anderlecht, ha voluto<br />
essere fino all’ultimo istante contro il<br />
Bologna che a sua volta si è condannato<br />
con gli errori commessi nel secondo tempo<br />
dello spareggio e con quelli del match<br />
precedente. Quel gol segnato da Stockman<br />
appare più attuale e decisivo che mai.<br />
036<br />
3731
IL RITORNO DEL BFC<br />
SPECIALE ROSSOBLÙ<br />
Le tre partite contro<br />
l’Anderlecht e la monetina<br />
maledetta negli articoli<br />
degli inviati dell’epoca. Che<br />
predissero in quei giorni la<br />
fine del Bologna dei sogni<br />
Testo di Marco Tarozzi<br />
Cronache da un’Europa stregata<br />
La grande ribalta europea raccontata<br />
da quelli che l’hanno vissuta, per<br />
mestiere e passione. Ecco, dunque,<br />
nelle pagine redatte sul quotidiano<br />
sportivo della città, il verde “Stadio”<br />
diretto all’epoca da Luigi Chierici,<br />
frammenti di storia delle tre partite<br />
di Coppa dei Campioni contro<br />
l’Anderlecht, e di quel finale che<br />
trasformò una brillante commedia in<br />
dramma sportivo.<br />
CATENACCIO. La prima sfida, in<br />
Belgio, va in scena il 9 settembre<br />
1964 e l’Anderlecht vince di misura,<br />
1-0. Il giorno dopo, Stadio titola: “La<br />
prudenza tradisce il Bologna”, e il<br />
canovaccio della gara è ben descritto<br />
da Aldo Bardelli: «Abbandonato<br />
completamente il centrocampo, il<br />
Bologna si è proposto un solo risultato<br />
probabile, tra infiniti possibili. Lo<br />
“zero a zero”. E l’incontro si è<br />
trasformato in un monotono assalto<br />
dell’attacco belga al “muro” difensivo<br />
del Bologna. Oltretutto, uno spettacolo<br />
avvilente… Un Bologna tatticamente<br />
paradossale, oltre che appesantito<br />
dalla forma precaria di alcuni suoi<br />
elementi fondamentali. Tra l’altro, se<br />
si voleva giocare “arroccati” nella<br />
speranza di uno zero a zero, perché<br />
non costruire una squadra particolare<br />
per un obiettivo del genere? Per una<br />
tattica diversa (ma non ce ne sarebbe<br />
stato bisogno) una squadra diversa…<br />
Sarebbe stata una innovazione magari<br />
un po’ arbitraria, ma indubbiamente<br />
logica. Il Bologna di sempre, con<br />
un abito nuovo, è stato invece un<br />
controsenso».<br />
POLEMICHE. L’11 settembre il<br />
“verde” torna sull’argomento, con<br />
Alfeo Biagi che raccoglie le parole della<br />
stella belga Van Himst, non troppo<br />
lusinghiere. Già il titolo è esplicativo:<br />
«Il presidente dell’Anderlecht stima il<br />
Bologna. Van Himst no». Ed eccole, le<br />
parole dell’attaccante: «Prima di porre<br />
le nostre domande al “Monarca” del<br />
calcio belga, lo ascoltammo mentre<br />
tutto sussiegoso parlava con i nostri<br />
colleghi, italiani e stranieri. Diceva,<br />
Van Himst: “Se l’Anderlecht giocasse<br />
il foot-ball come lo pratica il Bologna,<br />
posso assicurarvi che nello spazio<br />
di poche settimane non avremmo<br />
più un solo spettatore al Parc Astrid!<br />
Sinceramente, sono rimasto molto<br />
deluso del gioco del Bologna. Avevo<br />
sentito parlare del catenaccio, ma<br />
credevo che ugualmente, tra le loro<br />
fila, ci fossero uomini che sanno<br />
giocare a calcio». Biagi, con la<br />
sua vena ironica, evidenzia anche<br />
le crepe tra le righe della stampa<br />
estera: «Segnaliamo, per finire, uno<br />
strampalato avviso pubblicitario<br />
pubblicato da “Les Sports” per invitare<br />
i tifosi dell’Anderlecht a seguire la<br />
squadra il 7 ottobre a Bologna. A<br />
un certo punto dice testualmente:<br />
“Partenza da Bruxelles… arrivo a<br />
Rimini… escursione in pullman a<br />
San Marino, la piccola repubblica da<br />
operetta”. Una frase del genere non<br />
merita commenti. Meriterebbe ben<br />
altro…».<br />
SPRECO. La partita di ritorno al<br />
Comunale è una vittoria amara per<br />
il Bologna, che in vantaggio 2-0<br />
subisce a un minuto dalla fine il gol<br />
dei belgi: quel 2-1 lo condanna allo<br />
spareggio dopo una partita piena di<br />
occasioni perdute. L’articolo di Aldo<br />
Bardelli titola “Il calcio è bello anche<br />
per questo”, e la prima firma di Stadio<br />
spiega perché: «Ora si discuterà di un<br />
Bologna ingenuo, di scarsa esperienza<br />
internazionale, magari sciocco<br />
nell’impostazione del gioco dopo il 2-0.<br />
Le beffe come quella dell’Anderlecht –<br />
il golletto all’ultimo minuto, quando<br />
ormai tutto sembra deciso – deludono,<br />
irritano, inducono al commento amaro<br />
Giulio Cesare Turrini<br />
o addirittura irridente. In effetti, episodi<br />
del genere fanno parte del gioco. Anzi,<br />
il calcio è il più bel gioco del mondo<br />
proprio perché, ogni tanto, tira fuori<br />
“coups de theatre” del genere… Il<br />
Bologna, semmai, aveva sbagliato<br />
prima, mancando il terzo gol con<br />
Haller e Pascutti (clamorosamente con<br />
Haller!)».<br />
A raccontare gli appuntamenti mancati<br />
con la gloria è Luciano Parisini: «Il<br />
gol dell’1-0 sblocca il Bologna e<br />
le occasioni da rete per i rossoblù<br />
si succedono senza interruzione.<br />
Sbaglia Perani al 19’, sbaglia Pascutti<br />
al 21’…. Il Bologna raddoppia. Azione<br />
di Tumburus sulla sinistra. Palla a<br />
Pascutti che imbecca Nielsen. Tiro<br />
al volo e pallone in rete. Un gol da<br />
manuale… Ormai è fatta, il Bologna<br />
gioca sul velluto. Potrebbe triplicare al<br />
40’, quando Haller tutto solo davanti<br />
a Trappeniers preferisce passare a<br />
Nielsen che si fa soffiare la palla da<br />
Cornelis. È l’errore fatale. È il preludio<br />
al dramma del quarantaquattresimo».<br />
FRECCIATE. Gli animi sono surriscaldati<br />
già dalla prima partita, quando i belgi<br />
hanno accusato i rossoblù di praticare<br />
un calcio “catenacciaro”. Ma davanti<br />
al taccuino di Giulio Cesare Turrini<br />
stavolta è Janich ad indignarsi: «Bella<br />
roba: da me è venuto Plaskie a dire<br />
che avevamo comprato l’arbitro. Io<br />
dico che quando uno pensa a cose del<br />
genere, significa che ci è abituato…».<br />
La filosofia, nello stesso articolo,<br />
spunta altrove: «L’opinione più<br />
realistica viene da Perani: “E va bene:<br />
un’altra partita, un altro incasso, un<br />
altro premio…». Tocca ad Alfeo Biagi,<br />
invece, raccogliere le solite lamentele<br />
dei belgi. «… e Van Himst dice: “Non<br />
c’è stata partita, monsieur. C’è stato<br />
soltanto un match di boxe. E per di più<br />
un match di boxe diretto da un pessimo<br />
arbitro». Così il giocatore, non meno<br />
pesante l’allenatore Sinibaldi: «Lei<br />
cosa spera per la bella? “Spero soltanto<br />
che ci sia un arbitro. Un arbitro vero,<br />
intendo. Non uno come quello di<br />
oggi”».<br />
PROFEZIA. Si va alla “bella” : si<br />
giocherà al Nou Camp di Barcellona<br />
mercoledì 14 ottobre, ma già il 9 su<br />
Stadio Turrini raccoglie lo sfogo di<br />
Bernardini, ma anche una profezia<br />
che si rivelerà infausta «È giusto che ci<br />
sia una bella? “Lo è solo in quanto il<br />
regolamento dice così, e in quanto ieri<br />
hanno dovuto giocare in dieci. Sennò,<br />
avevamo vinto noi, ormai”. Il modulo<br />
sarà lo stesso a Barcellona? “Lassù sarà<br />
una partita diversa, perché partiremo<br />
da zero a zero. Io credo comunque<br />
che a Barcellona giocheremo, più o<br />
meno, come ieri. E che fatalmente si<br />
andrà ai tempi supplementari…” Ne<br />
sei proprio certo? “Sì, direi di sì. Tempi<br />
supplementari e, potrebbe essere, la<br />
monetina”».<br />
DISPARITÀ. Domenica 11 ottobre,<br />
il corrispondente da Bruxelles, Luigi<br />
Avanzini, racconta del “trattamento<br />
di favore” di cui beneficiano i belgi:<br />
«L’Anderlecht…ha usufruito ancora<br />
una volta dei favori della Union Belge<br />
di Football: i campioni del Belgio non<br />
giocheranno domani contro il Daring<br />
e questa partita di campionato verrà<br />
ricuperata in una data da stabilirsi…<br />
La storia si ripete. La Union Belge ha<br />
fatto del suo cuore di pietra un cuore<br />
di zucchero candito: l’Anderlecht,<br />
d’accordo con tutti, non giocherà<br />
domani mentre il Bologna se la vedrà<br />
con la Sampdoria»<br />
MONETA. Mercoledì 14 il destino del<br />
Bologna è segnato: gara che finisce<br />
0-0, supplementari compresi, sorteggio<br />
che favorisce i belgi. La prima pagina<br />
di Stadio titola “L’Anderlecht liquida<br />
i rossoblù con una moneta da dieci<br />
dollari”. Tocca ancora ad Aldo Bardelli<br />
il commento: «Ha deciso la monetina.<br />
Dopo trecento minuti di gioco, il<br />
campo non aveva dato un verdetto.<br />
Allora, è stato affidato alla sorte. E<br />
che la sorte non fosse dalla parte del<br />
Bologna si era già visto sette giorni or<br />
sono nella seconda partita, e anche<br />
durante la terza quando la traversa<br />
ha respinto un gran tiro di Pascutti a<br />
portiere battuto». Il “colore” è affidato<br />
a Giulio Cesare Turrini, ma ha toni<br />
grigioscuri: «Gli assurdi del calcio<br />
portano anche a questo: uno stadio<br />
gigantesco, da centomila persone,<br />
ne quale si agitano poche migliaia di<br />
tifosi, la maggior parte dei quali venuti<br />
dall’estero. Mancano venti minuti<br />
all’ora dell’inizio e l’immenso catino<br />
è vuoto, questo è il termine esatto»,<br />
mentre Alfeo Biagi è testimone del<br />
momento più drammatico: «Se non<br />
vedessimo con i nostri occhi non ci<br />
crederemmo: la moneta è lì confitta<br />
nell’erba esattamente verticale.<br />
L’arbitro chiama ancora i due capitani,<br />
li invita a constatare quello che è<br />
successo. Il dramma non è ancora<br />
finito».<br />
SOGNO infranto. Qualcosa<br />
si è rotto, nel magnifico giocattolo<br />
Bologna. Alfeo Biagi raccoglie lo<br />
sfogo di Pavinato: «… il capitano che<br />
non parla mai, l’uomo che non se la<br />
prende mai con nessuno, ha uno sfogo,<br />
uno scatto di rabbia: “io ho trent’anni<br />
ed ho corso per 120 minuti come un<br />
mulo sputando l’anima sul campo.<br />
C’è qualcuno invece che ha quasi<br />
dieci anni meno di me che non solo<br />
non segna i gol più facili del mondo,<br />
ma non si prende neanche la briga di<br />
gettare un po’ di sudore sull’erba. Va<br />
poi a finire che si perde come abbiamo<br />
perduto in questa sera maledetta!”».<br />
Anche Negri, taciturno per scelta, dice<br />
la sua al cronista: «Gliela abbiamo<br />
regalata dieci volte tra Bologna e qui. E<br />
la moneta ci ha giocato la beffa finale».<br />
E Aldo Bardelli legge già il futuro con<br />
una frase epocale: «… e il Bologna,<br />
adesso, non può che rimpiangere<br />
di aver compromesso il campionato<br />
per una problematica affermazione<br />
internazionale». Andrà a finire così:<br />
un campionato sottotono, Bernardini<br />
che farà le valigie a fine stagione, il<br />
sogno di continuità definitivamente<br />
infranto.<br />
038<br />
3931
LA MACCHINA DEL TEMPO<br />
I musei, gli edifici, i paesaggi,<br />
gli archivi e le biblioteche:<br />
un viaggio nella storia bolognese<br />
e nelle sue fonti<br />
dalle origini ai giorni nostri<br />
Su quale terreno poggia il territorio bolognese?<br />
Quando e come si è formato? La geologia locale<br />
fra itinerari ambientali e musei<br />
Le pietre di Bologna<br />
Testi di Elena Boni e Luca Martelli (geologo del Settore<br />
difesa del territorio della Regione Emilia-Romagna)<br />
Foto tratte dai materiali divulgativi della Regione Emilia-Romagna<br />
La nostra penisola nasce dall’interazione fra due placche<br />
geologiche: quella africana e quella euroasiatica. Dove i due<br />
bordi vengono a contatto, il terreno si solleva e si formano<br />
catene montuose: questa è l’origine dell’Appennino. Bologna<br />
si trova sul versante nord della catena appenninica, nella zona<br />
di sotto-scorrimento della placca adriatica. La pianura presenta<br />
una situazione particolare: in superficie sembra tutta piatta, ma<br />
se si fa una “radiografia” del sottosuolo padano, si notano in<br />
realtà delle “pieghe”.<br />
IL CONTRAFFORTE E I CIOTTOLI<br />
Il sottosuolo di Bologna è costituito dai sedimenti che gli agenti<br />
atmosferici hanno eroso dalla catena montuosa in formazione<br />
e che i fiumi hanno poi depositato nel bacino più a valle. Circa<br />
3 milioni di anni fa la pianura era un bacino marino che si<br />
è man mano riempito di sedimenti. Il contrafforte pliocenico,<br />
che attraversa l’Appennino a sud di Bologna tra i Comuni di<br />
Sasso Marconi e Pianoro, oggi costituisce una riserva naturale<br />
regionale. Nel Pliocene, fra i 5 e i 2 milioni di anni fa, era un<br />
golfo che poi si è riempito di sedimenti. In seguito, i terreni più<br />
facilmente erodibili, come le argille, sono stati portati via ed è<br />
rimasto il calco, come se fosse il “negativo” dell’antico bacino.<br />
La zona è solcata da numerosi sentieri e percorsi scientificonaturalistici;<br />
i luoghi più favorevoli per ammirare il contrafforte<br />
sono le strade verso Marzabotto e il Monte delle Formiche.<br />
<strong>Nelle</strong> zone in cui i fiumi (il Savena, il Reno e i torrenti minori)<br />
sboccano in pianura troviamo dei conoidi, cioè accumuli di<br />
materiali grossolani e pesanti come ciottoli, ghiaia e sabbie<br />
Sezione geologica del versante destro della valle del Reno<br />
Decorazioni realizzate con varie pietre nel centro di Bologna<br />
caratterizzati da una forma a ventaglio che si apre e degrada<br />
verso la pianura. I ciottoli più grandi vengono utilizzati come<br />
materiali da costruzione, ad esempio nella pavimentazione<br />
di piazza Santo Stefano. Quanti <strong>Bolognesi</strong> avranno giocato<br />
almeno una volta “con i ciottoli giù al fiume”…? Man mano<br />
che ci allontaniamo dal corso dei fiumi troviamo nelle piane<br />
inondabili dei materiali leggeri e più facilmente trasportabili<br />
come limo, argilla, in cui si intercalano torbe di origine organica.<br />
I CALANCHI<br />
I calanchi, tipici dell’Appennino bolognese, sono prodotti da<br />
particolari forme di erosione su terreni molto “leggeri”: argilla e<br />
limo che, anziché generare le consuete frane, vengono dilavati<br />
dando origine appunto ai cosiddetti “calanchi”. Possiamo<br />
osservare l’alternanza di versanti più pietrosi e altri più fini,<br />
ricoperti di prati e piante. Uno dei primi osservatori scientifici<br />
di queste concrezioni tipiche dell’Appennino settentrionale<br />
fu Leonardo Da Vinci, che descrisse le rocce ivi trovate come<br />
“argille grigio-azzurre”.<br />
La selenite alla base della Garisenda<br />
Nel Bolognese si trovano anche argille ridotte in scaglie (le<br />
cosiddette “argille scagliose”) da una fitta rete di fratturazione e<br />
con colorazioni rossastre, grigio-nere, verdastre (sono note anche<br />
come “argille varicolori” o “argille variegate”): si tratta di rocce<br />
molto più antiche, formatesi fra i 180 e i 30 milioni di anni fa in<br />
un mare di tipo oceanico: l’antico oceano ligure-piemontese che<br />
superava anche i 3000 metri di profondità. L‘ossidazione dei<br />
minerali e degli elementi presenti ne determina la colorazione<br />
particolare. Circa 30 milioni di anni fa cominciarono i movimenti<br />
di formazione delle montagne (orogenesi appenninica) di cui<br />
possiamo vedere una traccia evidente nelle dorsali a Castiglion<br />
de’ Pepoli: lungo il crinale tosco emiliano è facile incontrare<br />
rilievi di arenarie, ovvero sabbie ricche di quarzi e feldspati che,<br />
dopo essersi depositate e accumulate sul fondo del mare, si sono<br />
trasformate in rocce e successivamente sono state deformate e<br />
sollevate dalle spinte tettoniche.<br />
VEDERE-STUDIARE-ESPLORARE<br />
Presso la sede della Regione Emilia-Romagna in viale<br />
della Fiera 8 si trova il Museo Giardino Geologico<br />
“Sandra Forni” che offre un percorso guidato<br />
attraverso le scienze della Terra con una particolare<br />
attenzione alla geologia dell’Emilia-Romagna. Sono<br />
disponibili anche numerose pubblicazioni, divulgative,<br />
scientifiche e cartografiche, con spiegazioni per ogni<br />
età e suggerimenti di itinerari urbani ed extraurbani.<br />
Fra i musei universitari si segnala la Collezione di<br />
mineralogia “Museo Luigi Bombicci” in piazza di Porta<br />
San Donato 1, ricchissima di minerali provenienti da<br />
tutto il mondo ma anche di meteoriti e di botroidi.<br />
A queste concrezioni fossili dalle forme molto curiose<br />
è dedicato il piccolo Museo dei Botroidi in località<br />
Tazzola (Pianoro), incentrato sulla conoscenza tattile<br />
Le pietre di Bologna<br />
DALLA SELENITE ALL’UNESCO<br />
Nel periodo Messiniano (da 7 a 5,5 milioni di anni fa) la spinta tra<br />
Africa ed Europa chiuse lo stretto di Gibilterra. Il Mediterraneo,<br />
non ricevendo più dall’oceano un sufficiente apporto di acqua,<br />
prese ad evaporare. Cominciarono a depositarsi prima i minerali<br />
meno solubili, come il carbonato di calcio, poi il gesso e il<br />
salgemma. Questo non avvenne in modo costante, ma tramite<br />
cicli ripetuti di evaporazione ed inondazione che hanno dato<br />
origine alle tipiche alternanze di gessi e argille.<br />
I gessi sono stati usati come rocce da costruzione perché<br />
reperibili a poca distanza dalla città e facilmente lavorabili. In<br />
particolare, i blocchi di gesso, che per la particolare rilucenza<br />
dei cristalli “a coda di rondine” erano chiamati “selenite” o<br />
pietra della luna, sono stati impiegati per la costruzione della<br />
cinta muraria altomedioevale (le “mura di selenite” appunto) e<br />
per le basi delle torri come quella degli Asinelli e la Garisenda.<br />
In natura i gessi, essendo facilmente solubili, creano forme<br />
carsiche o grotte con circolazione sotterrane di acque, di cui il<br />
territorio bolognese è ricco. Nel 2023 il carsismo dell’Appennino<br />
settentrionale è stato riconosciuto come Sito del Patrimonio<br />
Mondiale dall’Unesco.<br />
della geologia. Il museo è legato agli itinerari del<br />
Monte delle Formiche e della Via del Fantini.<br />
Veri e propri “musei a cielo aperto” sono i calanchi<br />
dell’Abbadessa nel Comune di Ozzano e i calanchi<br />
della Valle del Lavino visibili sia in auto sia a piedi.<br />
Sul crinale appenninico sono presenti numerosi<br />
sentieri che consentono di ammirare dal vivo le<br />
evoluzioni geologiche riassunte in questo articolo:<br />
ad esempio il sentiero 00 del CAI e la GEA (Grande<br />
Escursione Appenninica) che attraversa le montagne<br />
più alte del crinale, formate da rocce risalenti a 20-30<br />
milioni di anni fa.<br />
Per il carsismo e le grotte patrimonio Unesco<br />
rimandiamo al sito della Direzione Generale Ambiente<br />
della Regione: https://ambiente.regione.emiliaromagna.it/it/carsismo-evaporiti-grotte-appenninosettentrionale<br />
L’Ente di Gestione per i Parchi e la Biodiversità Emilia<br />
Orientale racchiude molti dei parchi di cui abbiamo<br />
trattato e fornisce tutte le informazioni utili sul sito:<br />
https://enteparchi.bo.it<br />
40<br />
41
NON TUTTI SANNO CHE<br />
Bologna<br />
Carducci amava passeggiare tra le tombe monumentali assieme alla sua musa, la scrittrice<br />
romana Adele Bergamini. Qui riposano artisti, cantanti e miti dello sport bolognese.<br />
Nel cimitero all’ombra del Colle della Guardia si sono consumati anche numerosi delitti<br />
Testi di Serena Bersani<br />
Eccola, l’altra Bologna. La città dei<br />
morti si estende, quasi speculare a<br />
quella dei vivi, a ovest della città, una<br />
Spoon River non sulla collina ma ai<br />
piedi del Colle della Guardia, sotto<br />
l’ala protettiva della basilica di San<br />
Luca. Sono 270.000 metri quadrati di<br />
chiostri e loggiati, campi con alberi<br />
secolari e cespugli di erbe aromatiche,<br />
aiuole fiorite e monumenti funebri,<br />
con una straordinaria collezione<br />
di statue e composizioni artistiche.<br />
La storia della città, quella dei<br />
personaggi famosi come quella<br />
dei bolognesi sconosciuti, la<br />
ricostruiscono le epigrafi sulle tombe,<br />
che contribuiscono a comporre un<br />
racconto al tempo stesso intimo e<br />
corale. Ci sono le storie di chi è caduto<br />
in guerra, di chi venne falcidiato<br />
dalla Spagnola, la pestilenza del<br />
secolo scorso, di bambini uccisi<br />
da morbi fatali, di nomi assurti agli<br />
onori delle cronache per vicende<br />
tragiche o popolari, di campioni<br />
dello sport e degli amministratori<br />
che hanno reso Bologna quello che<br />
è oggi. Tutte vite come tante, che<br />
popolano l’altra città. Ma la Certosa<br />
è molto più di un camposanto. È<br />
un museo a cielo aperto, un luogo<br />
per camminare nella storia della<br />
città o andare in pellegrinaggio<br />
alla ricerca dell’ultimo domicilio di<br />
quanti, lasciando il mondo dei vivi,<br />
sono entrati in quello dei miti, come<br />
accade a Parigi al Père Lachaise e<br />
in tutti i cimiteri monumentali del<br />
mondo. E proprio perché la Certosa<br />
è molto più di ciò che ci si potrebbe<br />
aspettare, abbiamo selezionato<br />
alcune delle tante particolarità che<br />
la caratterizzano.<br />
DELITTI E PASSIONI<br />
Se pensate che questo sia il luogo<br />
più tranquillo e sicuro della città, vi<br />
possono smentire alcuni episodi del<br />
passato che le cronache registrano<br />
accaduti in Certosa. A cominciare<br />
da un brutale delitto avvenuto la<br />
mattina del 7 ottobre 1828: vittima il<br />
Foto Irene Sarmenghi<br />
I segreti della Certosa<br />
primo direttore del cimitero Raffaele<br />
Mazzoli per mano dei fratelli Paolo<br />
e Innocenzo Perucchi, manovali<br />
figli del capomastro Carlo, a cui era<br />
affidata la costruzione della Sala del<br />
Pantheon, che erano stati licenziati<br />
perché avevano costruito male il tetto<br />
dell’edificio. Testimone oculare della<br />
vendetta un carrettiere, tale Bonora,<br />
che riferì come il direttore fosse stato<br />
massacrato dai due con gli attrezzi del<br />
mestiere. Con la complicità del padre,<br />
i fratelli riuscirono a fuggire all’estero<br />
e, malgrado le ricerche seguite a<br />
numerose segnalazioni, non vennero<br />
mai rintracciati finché, ben 35 anni<br />
dopo, il caso venne archiviato.<br />
Un colpo di arma da fuoco, invece,<br />
risuonò all’interno del cimitero nella<br />
notte del 4 giugno 1860 quando<br />
venne scoperto colui che da alcune<br />
notti faceva scempio tra le tombe,<br />
disseppellendo e spogliando i<br />
cadaveri. Si trattava di un capitano<br />
dell’esercito che non seppe dare<br />
spiegazioni sensate al suo agire.<br />
Il guardiano gli sparò ferendolo a<br />
una mano e mettendo fine alle sue<br />
riprovevoli azioni. Una tragedia si<br />
consumò in piena epoca romantica<br />
secondo lo stile wertheriano: nel<br />
1823 un giovane ufficiale francese<br />
andò a uccidersi sulla tomba di Maria<br />
Brizzi Giorgi, famosa musicista di<br />
straordinaria bellezza, lodata per la<br />
sua avvenenza anche dal Canova.<br />
Il giovane ne era perdutamente<br />
innamorato, anche se l’artista era<br />
ormai scomparsa da oltre due<br />
decenni, morta di parto a 36 anni.<br />
E, poiché il binomio amore-morte<br />
resiste nel tempo, a un certo punto<br />
il cimitero della Certosa cominciò a<br />
diventare luogo di appuntamento per<br />
incontri più o meno clandestini. Nel<br />
1909 la guardia municipale, dopo<br />
giorni di appostamenti, bloccò un<br />
giovanotto e una signora, che erano<br />
soliti entrare nel cimitero a pochi<br />
minuti di distanza l’uno dall’altra,<br />
sorpresi a darsi un bacio fugace tra<br />
le tombe. D’altra parte, il passeggiare<br />
tra le tombe in appassionati<br />
conversari era divenuta un’abitudine<br />
consolidata da quando Carducci<br />
soleva dare qui appuntamento<br />
alla sua musa, la scrittrice romana<br />
Adele Bergamini, con la quale<br />
intratteneva una relazione pare solo<br />
intellettuale in quanto entrambi<br />
sposati. Ispirato dalla memorabile<br />
passeggiata tra chiostri e portici nel<br />
giorno di Ferragosto del 1870, il Vate<br />
dedicò all’amata una delle sue odi<br />
più famose, “Fuori alla Certosa di<br />
Bologna”.<br />
I MITI<br />
E quella del nostro premio Nobel per<br />
la letteratura è oggi una delle tombe<br />
più visitate tra chi in Certosa ricerca<br />
l’ultima dimora dei personaggi<br />
cittadini ormai entrati nel mito. La<br />
tomba di Carducci, che si trova<br />
vicino all’ingresso raggiungibile dal<br />
portico proseguimento di quello<br />
per San Luca (entrambi riconosciuti<br />
dall’Unesco patrimonio dell’umanità)<br />
è un monumento cenotafio di<br />
granito scuro in cui i resti del poeta<br />
vennero traslati il 9 novembre 1935,<br />
in occasione del centenario della<br />
nascita. Non lontano dal monumento<br />
a Carducci, vicino a Ottorino<br />
Respighi e Giorgio Morandi, c’è la<br />
tomba di Lucio Dalla, sovrastata da<br />
una scultura leggera in metallo che<br />
riproduce l’artista con cappello e<br />
bastone. Sulla lapide sono riprodotti i<br />
versi del finale della canzone “Cara”:<br />
“Buonanotte anima mia, adesso<br />
spengo la luce e così sia...”. Sono tanti<br />
altri i bolognesi che si possono ormai<br />
onorare nella categoria dei miti e<br />
che riposano in Certosa, dal sindaco<br />
Dozza al celeberrimo cantante<br />
castrato Farinelli, i cui resti sono stati<br />
fortunosamente ritrovati dopo essere<br />
stati dati per dispersi per oltre due<br />
secoli ed esaminati dagli antropologi<br />
forensi nel tentativo di scoprire il<br />
segreto della sua voce meravigliosa.<br />
Ma il mito dei miti per chi ha fede<br />
rossoblù è Giacomo Bulgarelli, il<br />
numero 8 del Bologna dello scudetto<br />
1964, per il quale la Società Bfc e il<br />
Comune hanno realizzato nel campo<br />
del Cinerario una cripta con i colori<br />
della squadra.<br />
QUELLO CHE NON TI ASPETTI<br />
Delle numerosissime opere<br />
realizzate dalla talentuosa pittrice<br />
bolognese Elisabetta Sirani, morta<br />
assai giovane, se ne sono conservate<br />
ben poche. Quelle rimaste a Bologna<br />
sono pochissime e alcuni dei suoi<br />
capolavori si possono ammirare<br />
proprio all’interno della bella chiesa<br />
di San Girolamo della Certosa.<br />
Incontri inaspettati, così come<br />
quelli di animali ormai difficili da<br />
ritrovare in città. Nel cimitero, oltre<br />
a gatti e corvi, ci sono anche ricci,<br />
scoiattoli e lepri, insieme a una delle<br />
più importanti comunità di rondini<br />
ancora dimoranti sotto i portici della<br />
città delle torri (proprio come nella<br />
canzone di Lucio Dalla), nella pace<br />
e nel verde. Un verde che può essere<br />
anch’esso inaspettato perché tra i<br />
secolari cipressi, i tassi e i cedri, si<br />
possono trovare anche diverse palme.<br />
SCOLPITI NEL MARMO<br />
O NELLA PIETRA<br />
A fermare nel tempo il ricordo di chi<br />
non c’è più anche per le generazioni<br />
future ci pensano l’architettura e<br />
l’arte. Nel silenzio di spazi solenni<br />
come la splendida galleria a tre<br />
navate realizzata da Coriolano Monti<br />
che, tra giochi di luce e di ombre,<br />
vuole rievocare i passages parigini<br />
(ispirazione per altro presente anche<br />
nella città dei vivi, come si vede<br />
nelle gallerie del Leone, Acquaderni<br />
e Cavour), si possono incontrare<br />
personaggi del passato immortalati<br />
nei loro tratti caratteristici. È il caso<br />
del monumento al commediografo<br />
Alfredo Testoni, che si può vedere<br />
nel Chiostro X nell’opera di Alfonso<br />
Borghesani, rappresentato in veste<br />
da camera, con un libro in mano e<br />
con lo sfondo delle torri. Oppure<br />
quello dedicato a Camillo Ronzani,<br />
fondatore dell’omonima birreria al<br />
Lido di Casalecchio, che sfruttava le<br />
acque del Reno per far funzionare le<br />
macchine. Nella Sala San Paolo lo<br />
scultore Pasquale Rizzoli lo raffigura<br />
accanto a un uomo nudo e muscoloso<br />
appoggiato a una ruota meccanica e<br />
a un angelo con una pergamena in<br />
cui si esalta il valore del lavoro. Tra<br />
i gruppi scultorei più emozionanti<br />
c’è quello dedicato a Enio Gnudi,<br />
grande sindacalista e primo sindaco<br />
comunista della città, che ebbe<br />
l’insediamento funestato dalla<br />
strage di Palazzo d’Accursio: l’opera<br />
dell’artista Farpi Vignoli rappresenta<br />
un corteo funebre formato da quattro<br />
diversi operai e da una mondina che<br />
trasportano il corpo del paladino di<br />
tante lotte sindacali. Una delle icone<br />
della Certosa è infine il maestoso<br />
leone ferito, opera in gesso dello<br />
scultore Carlo Monari che si scorge<br />
nell’abside della Sala delle Tombe,<br />
mentre simbolo del luogo di passaggio<br />
all’aldilà sono le due maestose figure<br />
in terracotta realizzate da Giovanni<br />
Putti e collocate sulla sommità di<br />
pilastri al cancello dell’ingresso da<br />
cui si accede alla camera mortuaria.<br />
Le due statue affrante e piangenti<br />
vengono popolarmente chiamate “i<br />
Piangoloni”, segno di una velata ironia<br />
che ai bolognesi non manca nemmeno<br />
all’ingresso della città dei morti.<br />
L’ingresso della Certosa<br />
042<br />
4331
LA nostra storia<br />
La testimonianza di Maddalena Maestrami sulla vita al tempo<br />
della Linea Gotica, quando il fronte si fermò accanto a casa<br />
Nella GROTTA<br />
DEI MOLINELLI<br />
per sfuggire<br />
ALLE bombe<br />
Testi di Claudio Evangelisti<br />
Tra la fine del 1943 e l’inizio 1944, da<br />
Bologna molti cittadini “sfollano” verso<br />
le colline per paura dei bombardamenti<br />
arei alleati. Ma nell’estate del<br />
‘44, con l’avanzare delle truppe<br />
alleate in direzione dell’Appennino<br />
Tosco-emiliano, iniziarono i primi<br />
bombardamenti aerei alleati lungo la<br />
strada statale della Futa, punto nevralgico<br />
della linea gotica dove i tedeschi fecero<br />
costruire una poderosa linea di difesa<br />
con l’intenzione di rallentare l’avanzata<br />
Alleata verso Bologna. Gli abitanti sono<br />
quindi costretti ad approntare rifugi<br />
dove e come possono, nella speranza<br />
che il fronte sarebbe passato in fretta. La<br />
Giuseppe Maestrami<br />
sosta del fronte rappresentò invece un<br />
interminabile calvario di freddo, paura e<br />
dolore per i paesi e i borghi ai piedi o<br />
a ridosso delle postazioni tedesche. Nel<br />
1943 In località Molinelli di Scascoli nel<br />
comune di Loiano abitava Maddalena<br />
Maestrami bambina dall’intelligenza<br />
vivace che a 5 anni faceva già la prima<br />
elementare. Nei ricordi di Maddalena è<br />
molto viva la figura del nonno paterno<br />
Giuseppe Maestrami uomo energico<br />
e risoluto. Infatti racconta l’episodio<br />
accaduto nella via sottostante quando una<br />
squadra di fascisti era partita da Loiano<br />
per una spedizione punitiva a Scascoli<br />
: “Il nonno non tollerava le prepotenze<br />
altrui e quando li vide passare sotto casa<br />
li affrontò con una zappa bloccando il<br />
passaggio ai fascisti armati di manganelli.<br />
‘Di qui non passate’, gli urlò”. I fascisti<br />
riuscirono comunque a proseguire e il<br />
giorno dopo quando Giuseppe si recò<br />
a Loiano per fare la spesa, il macellaio<br />
ricevette l’ordine di non dargli la carne.<br />
Ci volle la mediazione del fratello Luigi,<br />
che conosceva gli appartenenti della<br />
spedizione ed era amico del macellaio,<br />
per risolvere la situazione. Già nel 1940<br />
quando l’Italia entrò in guerra, Giuseppe<br />
Maestrami iniziò a costruire il suo<br />
rifugio a colpi di piccone scavando la<br />
roccia attorno all’abitazione con l’aiuto<br />
del vicino di casa in quanto suo figlio<br />
Otello, Il padre di Maddalena, era stato<br />
arruolato in artiglieria ed era partito per<br />
la guerra. La roccia arenacea presente in<br />
queste zone favoriva lo scavo di grotte<br />
da adibire al riparo degli abitanti. La<br />
costruzione dei rifugi deve tenere conto,<br />
quando si può, di alcune necessità:<br />
L’uscita del rifugio<br />
dall’interno della grotta<br />
stare vicino a casa, due ingressi fuori<br />
dalla linea di tiro e muri anti-scheggia.<br />
Il rifugio venne concluso dopo due<br />
anni di lavori anche perché oltre al<br />
lavoro di muratore, occorreva l’aiuto<br />
vicendevole di tutti per scavare i rifugi<br />
dei vicini e dei parenti che abitavano a<br />
poca distanza. La grotta della famiglia<br />
di Giuseppe Maestrami era così ampia<br />
che poteva dare protezione ad almeno<br />
25 persone con l’aggiunta dei soppalchi<br />
in legno nella parte più alta della grotta.<br />
Ancora oggi sono visibili i buchi del<br />
“piano rialzato” dove erano inserite le<br />
travi conficcate nella roccia, sormontate<br />
dai tavolacci che permettevano di stare<br />
sdraiati durante i bombardamenti. C’era<br />
l’entrata e l’uscita di sicurezza. Nel 1944<br />
sopra la sua abitazione incombeva il<br />
caposaldo tedesco di Monte Castellari,<br />
che durante l’offensiva alleata oppose<br />
una strenua resistenza e pertanto subì<br />
un devastante bombardamento da parte<br />
degli Americani. Un bombardamento<br />
che durò parecchi giorni con una media<br />
giornaliera di 4.500 colpi di artiglieria<br />
contro questa sola postazione. Nei<br />
pressi del rifugio dei Maestrami si era<br />
insediato anche un comando tedesco<br />
che aveva occupato la casa padronale<br />
della famiglia Gamberini, dove oggi<br />
si può visitare il celebre Giardino del<br />
Casoncello. Nell’inverno del 1944 questo<br />
comando tedesco venne completamente<br />
distrutto da un bombardamento alleato<br />
e Maddalena Maestrami ricorda<br />
perfettamente quando i tedeschi<br />
portarono i soldati feriti dentro il loro<br />
rifugio, che il giorno dopo furono portati<br />
via da una ambulanza con la bandiera<br />
Otello Maestrami con il padre Giuseppe<br />
bianca per non essere colpita. Rimase<br />
molto impressionata dalle condizioni dei<br />
feriti, soprattutto di due tedeschi rimasti<br />
senza gambe, e ricorda bene quando<br />
successivamente, dalla Germania, i<br />
parenti dei tedeschi vennero a cercare<br />
le piastrine di riconoscimento dei caduti<br />
in mezzo alle rovine del Casoncello. La<br />
Wermacht ordinò quindi di far sfollare<br />
gli abitanti della zona e la famiglia<br />
Maestrami dovette quindi trasferirsi<br />
nei poderi dello zio Luigi, in località<br />
Gnazzano, dove i coloni si presero<br />
cura di loro. Passato il fronte, quando<br />
Bologna venne liberata nell’aprile del<br />
1945, i Maestrami poterono tornare nella<br />
loro casa che nel frattempo era stata<br />
saccheggiata. La trovarono addirittura<br />
Maddalena Maestrami all’interno del rifugio.<br />
Sono ancora visibili i buchi per il soppalco.<br />
senza porte e finestre. Giuseppe però<br />
era venuto a sapere dove andare a<br />
recuperare almeno i preziosi infissi; si<br />
recò in località Casella e si fece restituire<br />
il maltolto dai coloni che avevano<br />
prelevato furtivamente i materiali. D’altra<br />
parte in quel periodo di privazioni non si<br />
poteva sapere chi sarebbe tornato dalle<br />
retrovie ed era considerata quasi come<br />
giustificabile l’appropriazione indebita<br />
a danno degli sfollati. Nei ricordi di<br />
Maddalena c’è spazio anche per la figura<br />
di un noto personaggio della resistenza<br />
locale, Bruno Maestrami, cugino di suo<br />
padre Otello, appartenente alla Brigata<br />
Stella Rossa Lupo comandata da Mario<br />
Musolesi. Bruno arruolato in fanteria era<br />
rientrato a casa dopo l’armistizio del 1943<br />
con il grado di Sergente e aveva aderito<br />
al partito fascista allo scopo di carpire<br />
informazioni da passare ai partigiani.<br />
La sua adesione alla RSI gli consentì<br />
di fornire al comando partigiano della<br />
brigata notizie relative ai rastrellamenti<br />
che le brigate nere preparavano nella<br />
zona. Quando fu sfollato da Vado venne<br />
accolto a casa Maestrami e Maddalena<br />
racconta che una notte sua mamma<br />
Elvira si accorse di Bruno che effettuava<br />
segnalazioni luminose in risposta ad<br />
altre luci intermittenti che provenivano<br />
dal versante opposto di Monzuno, dove<br />
operavano i partigiani del Lupo. Subito<br />
dopo vide partire Bruno frettolosamente<br />
con il suo cavallo… Come un vero<br />
esercito, la Stella Rossa disponeva di<br />
una rete di informatori posta a diversi<br />
livelli. Introdotto nel Partito fascista<br />
La vita in tempo di guerra<br />
locale, Bruno Maestrami, faceva parte<br />
di una rete di uomini in grado di portare<br />
notizie sui movimenti dei nazifascisti e<br />
sui rastrellamenti. Tramite il contatto con<br />
gli uffici di Bologna, le notizie potevano<br />
essere anche su di ampio raggio. Quante<br />
informazioni siano state trasmesse alla<br />
Stella Rossa non è possibile stabilirlo. A<br />
lui è stata dedicata una strada a Vado,<br />
nel comune di Monzuno. Nel 1948<br />
dall’Australia, dopo 8 anni di prigionia<br />
da parte degli inglesi, finalmente tornò a<br />
casa papà Otello che era partito nel 1940<br />
quando sua moglie Elvira era incinta. Per<br />
la prima volta potè quindi abbracciare<br />
suo figlio Ferruccio, il fratello minore di<br />
Maddalena Maestrami, donna ancora<br />
molto attiva e che ci ha regalato questa<br />
preziosa testimonianza. Giuseppe, il<br />
nonno di Maddalena, finita la guerra,<br />
quando venne a sapere della vera missione<br />
del nipote Bruno, si arrabbiò tantissimo e<br />
quando lo stesso Bruno venne a trovarli a<br />
casa per salutare il rientro dalla prigionia<br />
del cugino, lo fermò sulla strada sotto<br />
casa di casa proibendogli di entrare.<br />
Gli disse che durante il suo soggiorno ai<br />
Molinelli, aveva messo in serio pericolo<br />
la sua famiglia esponendoli al rischio di<br />
ritorsioni dei nazifascisti e pertanto lo<br />
avvisò di non farsi più vedere.<br />
Il rifugio è attualmente in ottime<br />
condizioni e rimane uno dei pochi<br />
ricoveri privati nel territorio bolognese<br />
ben conservati, costruiti dalla<br />
popolazione locale a protezione delle<br />
incursioni alleate e cannoneggiamenti da<br />
ambo gli schieramenti sulla Linea Gotica.<br />
44<br />
45
tracce di storia<br />
Una visita alla nuova e interessante<br />
rassegna della Pinacoteca di Bologna che<br />
fino a gennaio mette in mostra Natura<br />
ed espressione nell’arte bologneseemiliana,<br />
parte di un percorso artistico<br />
che si allarga anche al Mambo e al Museo<br />
Morandi per rendere omaggio al critico<br />
e storico dell’arte nel cinquantesimo<br />
anniversario della morte<br />
I tramandi<br />
nell’arte emiliana<br />
tra Vitale da Bologna<br />
e Francesco Arcangeli<br />
Testo di Gian Luigi Zucchini<br />
Vitale da Bologna San Giorgio e il drago<br />
Bologna<br />
era sì abbastanza accostabile ma non possibile per i modesti<br />
introiti dello studioso. E così, secondo questo racconto, l’opera<br />
entrò nel gruppo di quei lavori di artisti del Trecento bolognese,<br />
quasi riscoperti dopo secoli dal Longhi e poi ripresi con ulteriori<br />
approfondimenti e scoperte da Arcangeli, che lui stesso volle<br />
poi presentare in una conclusiva sintesi nella mostra poco sopra<br />
citata, partita dalle materiche opere scultoree di Wiligelmo per<br />
arrivare poi, attraverso vari artisti - Amico Aspertini, i Carracci,<br />
Giuseppe Maria Crespi e molti altri - fino a Giorgio Morandi,<br />
come aveva fatto del resto anche il Longhi quando nel 1934<br />
fece la famosa prolusione all’Università di Bologna trattando<br />
appunto, da un diverso ma complementare punto di vista, il<br />
tema Momenti dell’arte emiliana.<br />
Bianca Arcangeli poi, nel suo lavoro di insegnante di<br />
educazione artistica nella scuola media, avviò un lavoro<br />
di ricerca e interpretazione coi suoi ragazzi proprio intorno<br />
al San Giorgio di Vitale da Bologna. Ne uscirono disegni di<br />
grande effetto, che dimostravano come l’intelligenza didattica<br />
e la genialità artistica dell’insegnante - lei stessa pittrice di<br />
quasi astratti frammenti di natura – avesse favorito nei ragazzi<br />
un dinamismo creativo di grande forza rappresentativa e, in<br />
alcuni, anche emotiva.<br />
Rilievo che ritengo importantissimo, da segnalare in ogni tempo<br />
e particolarmente oggi, quando lo sbandamento e l’incertezza<br />
di molti adolescenti preoccupa non poco, e si è alla ricerca di<br />
promozioni intellettuali, spirituali ed estetiche per ricostruire<br />
un tessuto etico e culturale che sembra invece dissolversi con<br />
eccessiva e preoccupante rapidità.<br />
I quattro passi con Lippo di Dalmasio, di cui abbiamo scritto<br />
nel numero 60 di questa rivista, si stavano concludendo e<br />
passo dopo passo si stava già arrivando alla Pinacoteca, in via<br />
Belle Arti 56, quando incontrammo Vitale da Bologna, proprio<br />
all’entrata, all’inizio delle sale espositive, dopo aver salito il<br />
doppio scalone. Lì, modestamente collocato in apertura alla<br />
rassegna del Trecento bolognese, sta da tempo il suo capolavoro<br />
giovanile San Giorgio e il drago, ora particolarmente segnalato<br />
nella interessante rassegna espositiva intitolata Tramando –<br />
Natura ed espressione nelle opere della Pinacoteca Nazionale<br />
di Bologna dove, insieme ai dipinti, figurano riprodotti i<br />
giudizi che Francesco Arcangeli scrisse per la mostra Natura<br />
ed espressione nell’arte bolognese-emiliana, organizzata a<br />
Bologna nel 1970, poi riportati nel catalogo dall’omonimo<br />
titolo (Edizioni Alfa, Bologna, 1970; ristampa anastatica a cura<br />
di Michele Scolaro, Minerva edizioni, Bologna, 2003).<br />
Siamo ancora nel Trecento, anzi, più precisamente tra il 1335<br />
e il 1340, quando Vitale termina il suo dipinto a tempera su<br />
tavola, e lo firma pure – cosa abbastanza rara a quei tempi –<br />
con le iniziali del suo nome e della famiglia a cui apparteneva:<br />
Vitale di Aimo degli Equi (dal latino equus, cavallo; plurale<br />
latino equi): perciò come dire Vitale Cavalli figlio di Aimo; e<br />
colloca questo monogramma bene in vista proprio sulla coscia<br />
del cavallo.<br />
Il cavaliere che rappresenta San Giorgio ha l’aspetto di un<br />
possente guerriero longobardo o più genericamente gotico,<br />
con i lunghi capelli che sfuggono dall’elmo e un atteggiamento<br />
di lotta talmente teso che, nello sforzo di sollevare al massimo<br />
il corpo per dare maggior forza all’asta che sta impugnando,<br />
si alza dalla sella rimanendo in equilibrio solo stringendo<br />
fortemente il cavallo tra le gambe ripiegate.<br />
Furibondo e quasi invasato, il guerriero si sta dirigendo, lancia<br />
in resta e chiome al vento, verso un drago che, già abbattuto,<br />
tenta un’ultima difesa cercando di addentare la lancia che sta<br />
per trafiggerlo. Intanto la principessa che san Giorgio vuole<br />
liberare dal drago guarda timorosa e trepida l’esito della lotta<br />
raccolta in una silenziosa preghiera.<br />
Il dipinto si trova nella Pinacoteca di Bologna dal 1959,<br />
proveniente da una collezione olandese.<br />
Me ne parlava molti anni fa, nel corso di un amichevole pranzo<br />
a casa mia, Bianca Arcangeli, ultima della famiglia di artisti<br />
costituita da Angelo, musicista, Gaetano, poeta, Francesco,<br />
storico dell’arte, e la stessa Bianca (Rosalba), diplomata presso<br />
l’Accademia di Belle Arti, docente di educazione artistica<br />
nelle scuole medie e in tarda età laureata in arte al DAMS di<br />
Bologna con una suggestiva tesi sulle antiche altane bolognesi.<br />
Faccio affidamento sulla memoria per riferire quanto appresi<br />
dal suo racconto, che riguardava appunto il dipinto del San<br />
Giorgio di Vitale da Bologna, di cui fu protagonista il fratello<br />
Francesco, Momi per gli amici. Il quale, trovandosi all’estero<br />
(non ricordo più dove), scoprì presso un antiquario la tavola,<br />
di cui intuì immediatamente il valore artistico, che gli consentì<br />
in seguito di approfondire le ricerche e di arrivare poi alla<br />
suggestiva conclusione che lui stesso definì “tramando”, cioè<br />
un espressionismo ante litteram che, secondo lo studioso,<br />
sarebbe un carattere specifico della pittura bolognese–emiliana,<br />
o piuttosto padana, recuperando in tal modo pure la intuizione<br />
di Padanìa di Roberto Longhi, poi ripresa dallo stesso Arcangeli,<br />
da Andrea Emiliani, da Vittorio Sgarbi ed altri studiosi di quella<br />
scuola. Esaltato per questa scoperta, telefonò subito a Cesare<br />
Gnudi, allora direttore della Pinacoteca di Bologna, per avere il<br />
necessario consenso all’acquisto, anche per via del prezzo che<br />
Tutti gli appuntamenti nei musei della città<br />
Mostre e manifestazioni organizzate<br />
per rendere omaggio al critico e<br />
storico dell’arte Francesco Arcangeli<br />
nel cinquantesimo anniversario della<br />
morte:<br />
- Alla Pinacoteca di Bologna la<br />
rassegna è finalizzata e strutturata<br />
secondo quanto citato nell’articolo.<br />
- Al Mambo Museo d’Arte Moderna<br />
di Bologna, sono individuate alcune<br />
opere acquistate da Arcangeli quando<br />
era direttore della GAM (Galleria di<br />
Arte Moderna), oggi confluita nel<br />
Mambo.<br />
- Al Museo Morandi sono presentati<br />
alcuni dipinti ed acqueforti dell’artista,<br />
accompagnati da commenti ed<br />
interpretazioni tratti dalla monografia<br />
dedicata all’artista bolognese che lo<br />
stesso Arcangeli scrisse nel 1964.<br />
Le mostre si concluderanno il 6<br />
gennaio 2025, ma sono già previste<br />
in seguito altre manifestazioni sempre<br />
relative alla figura di Francesco<br />
Arcangeli ed ai suoi scritti.<br />
46<br />
47
La nostra STORIA<br />
I ricordi dei discendenti di Raffaele, il falegname di San<br />
Ruffillo che lavorò anche per D’Annunzio. La storia<br />
di Bologna vista dalle finestre di uno dei pochi edifici<br />
della zona rimasto in piedi dopo la Seconda guerra<br />
mondiale<br />
A casa Genovesi<br />
come in un museo<br />
Testi di Gianluigi Pagani<br />
La storia di Bologna passa anche da<br />
San Ruffillo, il quartiere (oggi Savena)<br />
che viene citato per la sua omonima<br />
chiesa nota dal 996 e che, dal 1076<br />
per la sua posizione lungo la valle<br />
del Savena, era sede di diversi mulini<br />
di proprietà di enti ecclesiastici. Nel<br />
XII secolo il Comune di Bologna ha<br />
costruito la chiusa per portare le<br />
acque in città tramite il canale<br />
Savena, deviando perfino il corso<br />
del torrente. Il 20 giugno 1361,<br />
nella zona fra il ponte sul Savena e<br />
la località chiamata “Bastia”, si è<br />
svolta la battaglia di San Ruffillo, fra<br />
le truppe del cardinale Legato Egidio<br />
Albornoz e i mercenari di Bernabò<br />
Visconti. Hanno vinto le truppe<br />
pontificie, confermando il dominio<br />
della Chiesa su Bologna. Nel 1934<br />
è stata inaugurata la stazione<br />
ferroviaria di San Ruffillo, sulla<br />
Direttissima tra Bologna e Firenze.<br />
L’area della stazione è stata<br />
oggetto di bombardamenti durante<br />
la Seconda guerra mondiale.<br />
Qui, nell’inverno del 1945, vi<br />
sono state diverse fucilazioni di<br />
oppositori politici e partigiani da<br />
parte delle forze nazifasciste, note<br />
come gli eccidi di San Ruffillo,<br />
oggi ricordate da un cippo<br />
commemorativo nel piazzale vicino<br />
alla stazione. E mentre la storia<br />
proseguiva, nel 1885 è stata costruita<br />
“Casa Genovesi Bergamini”, edificio<br />
storico di San Ruffillo, ubicato in via<br />
Toscana, vicino al ponte sul Savena,<br />
uno dei due immobili rimasti in<br />
piedi dopo i bombardamenti della<br />
Seconda guerra mondiale (l’altro è<br />
in via del Pozzo). La casa è abitata<br />
dalla stessa famiglia da oltre un<br />
secolo, a partire dai bisnonni<br />
Raffaele Genovesi e Giuseppina<br />
Benassi. Raffaele era un falegname,<br />
ebanista ed intarsiatore e lavorava<br />
per la famiglia Mazzacorati, oltre<br />
a suonare la cornetta nella locale<br />
banda musicale. Anche le famiglie<br />
Hercolani, Isolani, Pizzardi (per la<br />
quale aveva ideato un’innovativa<br />
scala a chiocciola, mai costruita),<br />
Torlonia e Strozzi si sono servite<br />
dall’artigiano Raffaele, compresi<br />
Gabriele D’Annunzio (che non lo ha<br />
mai pagato) ed il grande Guglielmo<br />
Marconi che si era rivolto a lui per<br />
cercare anche un particolare tipo<br />
di violino. Raffaele e Giuseppina<br />
hanno costruito la loro abitazione<br />
proprio sul campo della Battaglia<br />
di San Ruffillo del 1361, trovando<br />
sotto terra scheletri ed armamenti,<br />
compresa una palla di cannone di 4<br />
kg, che fa bella mostra in casa.<br />
Altro cliente di Raffaele era la<br />
famiglia Penna che aveva una villa<br />
di fronte (sul lato sinistro della<br />
strada verso Bologna, dal ponte<br />
di San Ruffillo fino all’attuale<br />
farmacia), e per la quale Raffaele,<br />
durante i lavori di restauro di un<br />
armadio d’epoca, ha trovato un<br />
deposito nascosto di monete d’oro<br />
che ha subito consegnato. Dall’altra<br />
parte del ponte, verso Rastignano,<br />
abitava il famoso poeta Enrico<br />
Panzacchi (autore anche della<br />
poesia “Madonnina dei Boschi e<br />
Prete Santo”, dedicata all’Eremita<br />
della Madonna dei Boschi della<br />
Croara), che spesso passeggiava in<br />
zona insieme allo statista Augusto<br />
Murri, portandosi dietro una sedia<br />
per fermarsi a prendere il fresco<br />
della sera sul ponte. E tutti parlavano<br />
piano, mentre passavano vicino a<br />
loro, per non disturbare Panzacchi e<br />
Murri che stavano discutendo.<br />
Oggi ci riceve nella casa la bisnipote<br />
Giuseppina Bergamini, insieme<br />
alle figlie Rita e Francesca. Questa<br />
meravigliosa signora ha trasformato<br />
la propria abitazione in una sorte di<br />
museo per le scuole, con i ricordi di<br />
Bologna prima e dopo la guerra, del<br />
Lido di San Ruffillo dove le persone<br />
andavano “al mare”, e del Consorzio<br />
della Chiusa del Reno e del Savena<br />
(vicino al nuovo Museo delle Acque<br />
proprio nella casa accanto), con<br />
la ruota di chiusura delle condotte<br />
che, dopo un bombardamento,<br />
è stata scaraventata nel giardino<br />
della casa, dove ancora oggi è in<br />
esposizione. All’epoca il canale<br />
veniva controllato dal custode Lidio<br />
Molinari, morto nel febbraio 2002,<br />
famoso per i tortellini che sapeva<br />
preparare e di cui Azeglio Ciampi<br />
era goloso. La loro casa ha un<br />
bellissimo pozzo dove tutti i vicini<br />
venivano a prendere acqua. Prima<br />
della guerra, al piano terreno della<br />
casa vi era un bar e tabacchi (la cui<br />
licenza è poi passata al Christian<br />
Bar, oggi in centro a San Ruffillo),<br />
un negozio di alimentari ed una<br />
sala per il gioco delle carte. Dopo la<br />
guerra è stata creata una gelateria ed<br />
anche un deposito di biciclette per i<br />
residenti della Valle del Savena che<br />
qui prendevano il tram 13. “Quanti<br />
San Ruffillo<br />
ricordi in questa casa – ci racconta<br />
Giuseppina, mentre ci mostra i<br />
documenti storici sulla famiglia e<br />
sul territorio, che ha raccolto in tanti<br />
anni, compresa la corrispondenza<br />
tra la zia e Giovanni Papini, oggi<br />
donata all’Archiginnasio – ricordo<br />
quando la casa ha tremato per due<br />
giorni interi per il passaggio dei<br />
carri armati e dei soldati tedeschi<br />
verso Firenze; quando un soldato<br />
tedesco mi ha preso in braccio e mi<br />
ha offerto un cioccolatino perché<br />
assomigliavo alla sua bambina in<br />
Germania; quando abbiamo dato da<br />
mangiare agli operai meridionali che<br />
lavoravano sulla Direttissima e, dopo<br />
45 anni, il napoletano Giuseppe è<br />
ritornato dal Canada per salutarci;<br />
quando la sirena del Molino Parisio<br />
suonava per i bombardamenti e<br />
noi scappavano nella casa di un<br />
contadino sulle colline vicine,<br />
perché tutte le bombe cadevano<br />
sempre qui, tra il ponte e la ferrovia;<br />
quando cinque persone, nascoste<br />
nel rifugio dentro la montagna di<br />
Jola, sono morte perché si erano<br />
affacciate per guardare cosa stava<br />
accadendo; quando mia madre è<br />
tornata a controllare la casa dopo<br />
un bombardamento, ed ha trovato<br />
un deposito di mine e munizioni<br />
tedesche, con una mitragliatrice<br />
puntata verso Rastignano (i tedeschi<br />
avevano perfino tolto parte del<br />
pavimento per non farla scivolare<br />
durante l’utilizzo); quando la<br />
mamma, partita da Santo Stefano<br />
in bicicletta verso San Ruffillo, ha<br />
trovato tutte le case sulla strada<br />
distrutte, con una costante nuvola di<br />
polvere che oscurava il cielo. Infine il<br />
mio amato ponte di San Ruffillo, che<br />
prima dell’Ottocento era a schiena<br />
d’asino e che poi è stato ristrutturato<br />
con le fattezze attuali, sempre sulle<br />
rovine di un antico ponte romano”.<br />
Prima di lasciare questo “museo”,<br />
Giuseppina mi ricorda che anche la<br />
famiglia circense Orfei abitava nella<br />
piazzetta di San Ruffillo e che lei<br />
possiede l’originale della bandiera<br />
sabauda per la visita dei Savoia<br />
a Bologna nel giugno 1918 che la<br />
bisnonna aveva ricamato per poterla<br />
sventolare al passaggio del Sovrano.<br />
Questi sono solo alcuni dei tanti<br />
oggetti storici contenuti nella casa<br />
e messi a disposizione degli alunni<br />
delle scuole.<br />
48<br />
4931
ALLE ORIGINI DEL VINO<br />
La storia<br />
dei vitigni<br />
dei Colli <strong>Bolognesi</strong><br />
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Testo di Alessio Atti<br />
Diffusissima uva del territorio bolognese a bacca scura,<br />
poco citata e oramai quasi completamente perduta, è il<br />
Maiolo o Maiolus.<br />
Pier de’ Crescenzi la citò nel 1304 nel suo<br />
famosissimo Ruralium Commodorum libri XII come un’uva<br />
del bolognese di vasta e molto consueta coltivazione.<br />
Persa ora in taluna rara pianta posta qua e là in qualche<br />
filare, se ne sono quasi dimenticate le tracce e l’identità.<br />
Per secoli confusa con il Negretto, poiché pareva avesse le<br />
medesime caratteristiche, si è poi scoperto che non sono<br />
la stessa uva e si stanno attendendo i risultati dell’esame<br />
del DNA per osservare se possano almeno avere legami di<br />
parentela.<br />
Può succedere, che uve vissute per anni nello stesso<br />
areale, abbiano “genitori” comuni ma non siano la stessa<br />
uva. Pensiamo a quello chè è accaduto con il Cabernet<br />
Sauvignon in Francia nel XVII secolo, ottenuto per una<br />
probabilissima impollinazione autonoma tra Cabernet<br />
Franc e Sauvignon Blanc. Sulle uve, anche quelle più<br />
famose e conosciute, aleggiano leggende su esotiche<br />
origini, su arcane provenienze, viaggi intercontinentali e<br />
personaggi famosi che ne bevevano il vino. Le leggende<br />
spesso si confondono con la realtà e se provengono sin<br />
dalla notte dei tempi allora questa confusione sarà più<br />
sottile, quasi impercettibile. Come se l’origine, la fonte dei<br />
racconti fosse posta nelle stessa identica sorgente, dove la<br />
leggenda è essa stessa la realtà e viceversa.<br />
La ricerca assidua del vero, del reale accadimento, della<br />
prova scientifica, spegne drasticamente il calore del<br />
racconto leggendario, dell’aneddoto.<br />
Del resto ogni scienza ha come fine ultimo la ricerca della<br />
verità.<br />
Tornando con i piedi tra i filari, mi pongo una domanda:<br />
come mai, essendo i vini prodotti da Negretto e Maiolo<br />
diversi, essersene confuse le uve? In effetti la risposta<br />
potrebbe essere proprio nelle produzioni enoiche del<br />
passato, quando si utilizzavano molte uve diverse per<br />
riempire i tini.<br />
Questo modus operandi, al di là dell’approssimazione delle<br />
cantine di allora, era utilissimo per dare un buon equilibrio<br />
ai vini prodotti, la tal uva donava acidità, l’altra tannini,<br />
l’altra ancora aromi profondi, ecc… La vita dei vini era poi<br />
molto breve, non per la qualità delle uve ma certamente<br />
per una gestione in cantina piuttosto superficiale. Più<br />
probabilmente per un concorso di responsabilità tra<br />
gestione del vigneto e della cantina.<br />
Infine il misterioso Maiolo che è il primo ad invaiare,<br />
cioè cambiare il colore degli acini da verde a colorato,<br />
che matura tardivamente accumulando più sostanze<br />
zuccherine, che resiste bene all’oidio, ovvero una malattia<br />
fungina e alla siccità che vini potrebbe regalarci? Che<br />
sensazioni potremmo aspettarci? Ma soprattutto sarà in<br />
grado di emozionarci?<br />
Nei nostri curiosi calici troveremo grande struttura, buon<br />
corpo e grado alcolometrico importante, tannini poderosi<br />
che col passare del tempo appariranno più vellutati<br />
e morbidi. La debole aromaticità consiglierebbe di<br />
assemblare il Maiolo ad altri rossi del territorio, ricchi di<br />
quelle caratteristiche qui un po’ troppo discrete.<br />
In attesa delle analisi ampelografiche e sul DNA di questo<br />
oscuro vitigno bolognese, mi piace sognare che possa<br />
essere vinificato in grande stile e che magari insieme al<br />
Negretto e la Barbera possa regalarci un vero, grande e<br />
autentico vino rosso felsineo.<br />
Per ora accettiamo il Colli <strong>Bolognesi</strong> DOC Bologna Rosso,<br />
che in tutta sincerità di petroniano non ha molto.<br />
51
QUESTO LO FACCIO IO<br />
Azioni e comportamenti<br />
per la tutela<br />
della biodiversità<br />
a cura di Andrea Morisi<br />
(Sustenia srl)<br />
Dopo il boschetto, la siepe, lo<br />
stagno e un angolo per il legno<br />
morto, ecco come fare....<br />
IL MURETTO A SECCO<br />
<strong>Nelle</strong> puntate precedenti abbiamo<br />
spiegato come piantare un boschetto,<br />
mettere a dimora una siepe campestre,<br />
realizzare un piccolo stagno, creare un<br />
angolo per il legno morto.<br />
Ci sono altre azioni che ciascuno di<br />
noi, nel proprio “giardino”, può mettere<br />
in pratica per aiutare la biodiversità?<br />
Certo che sì, anzi ce ne sono tante:<br />
c’è molto bisogno di darsi da fare<br />
per ricreare habitat da mettere a<br />
disposizione per le specie animali e<br />
vegetali che possono convivere con<br />
noi nel territorio, ricambiandoci con<br />
innumerevoli servizi ecosistemici,<br />
preziosi e gratuiti. Anche nella pianura<br />
abitata dall’uomo, anche nel giardino<br />
o, perché no, nel parco della scuola o<br />
nei giardini pubblici.<br />
Vogliamo parlare degli ambienti aridi?<br />
D’accordo.<br />
Esistono molti organismi che hanno<br />
bisogno di condizioni ambientali<br />
asciutte, di caldo e di sole e di nicchie<br />
dove vivere indisturbate, rifugiarsi,<br />
riprodursi.<br />
Un modo molto concreto che ognuno<br />
di noi può mettere in pratica per aiutarli<br />
può consistere nella realizzazione di<br />
quello che noi chiamiamo “muretto<br />
a secco”. Le virgolette sono d’obbligo<br />
perché i muri a secco sono una cosa<br />
ben precisa, sono tipici di certi territori<br />
e certi paesaggi (nel 2018 sono stati<br />
inseriti nel Patrimonio dell’Umanità<br />
dell’Unesco) e sono fatti in un modo<br />
particolare: le pietre che di solito li<br />
compongono vengono assemblate a<br />
costituire il muro senza usare calce,<br />
malta o cemento. Ci vuole molta<br />
perizia nel costruirli, per evitare che,<br />
dopo poco tempo, franino e si rovinino.<br />
Quello che a noi qui interessa è una<br />
caratteristica particolare del muro a<br />
secco e cioè il fatto che tra una pietra<br />
e l’altra sono presenti fessure e anfratti.<br />
Il nostro “muretto a secco” imita quelli<br />
veri, ma prevede l’uso di malta per<br />
cementare la parte interna e l’utilizzo<br />
di mattoni anziché pietre. L’obiettivo è<br />
quello di creare il più possibile degli<br />
spazi tra un mattone e l’altro, delle<br />
tasche interne, delle nicchie, che sono<br />
fondamentali per gli organismi che<br />
vogliamo attirare e aiutare.<br />
LA COSTRUZIONE<br />
DEL “MURETTO A SECCO”<br />
Il modo per rendere il più stabile<br />
possibile il nostro muretto è quello<br />
di costruirlo a forma di “elle”, per<br />
evitare che possa ribaltarsi, non avendo<br />
fondazioni.<br />
Tendenzialmente occorrono almeno<br />
due file di mattoni per i nostri obiettivi.<br />
La disposizione è semplice e non<br />
occorre stare particolarmente attenti<br />
che ogni mattone sia perfettamente “in<br />
bolla” e regolarmente distanziato dagli<br />
altri. Anzi, le irregolarità sono proprio<br />
quelle che stiamo cercando e gli spazi<br />
lasciati liberi tra un mattone e l’altro<br />
vanno appositamente previsti.<br />
Si dispongono dunque le file dei<br />
La piantumazione di borracine<br />
e semprevivi sulla sommità del muretto<br />
mattoni, opportunamente posati in<br />
modo sfalsato, come fanno i muratori,<br />
evitando l’allineamento dei giunti.<br />
Ma potete sbizzarrirvi nel rendere,<br />
appunto, irregolare la collocazione dei<br />
mattoni.<br />
La malta cementizia va collocata<br />
solo nella parte interna del mattone<br />
e a scomparsa, in modo da creare<br />
appositamente le fessure. Fate<br />
comunque attenzione a mantenere le<br />
pareti sufficientemente “a piombo”,<br />
evitando inclinazioni che poi creeranno<br />
problemi alla stabilità del muretto.<br />
Molto utile risulta l’inserimento<br />
verticale di tondini di ferro ben infissi<br />
al suolo, a scomparsa tra le file dei<br />
mattoni, per fornire un po’ di armatura<br />
al nostro muretto. Ovviamente, al<br />
posto dei mattoni, possono essere usati<br />
altri materiali, ma se sono di forma<br />
irregolare aumenta la necessità di<br />
essere dei maestri muratori.<br />
Come si diceva, è opportuno<br />
prevedere appositamente anche delle<br />
bucature e, possibilmente, delle tasche<br />
seminascoste nel mezzo del muretto.<br />
Può essere molto utile creare una sorta<br />
di contenitore sulla parte superiore del<br />
muretto che servirà poi da “vaso” per<br />
contenere un po’ di terra e le piante da<br />
mettere a dimora.<br />
L’HABITAT RICOSTRUITO<br />
E LE SPECIE FAVORITE<br />
Il “muretto a secco” che vogliamo<br />
costruire riassume diverse nicchie<br />
ecologiche che, a loro volta, risultano<br />
funzionali per ospitare piante<br />
specifiche, che andremo appositamente<br />
a posizionare, e richiameranno<br />
particolari animali.<br />
Se costruito in modo da offrire un<br />
lato maggiormente esposto a sud, ed<br />
esponendo di conseguenza l’altro lato<br />
a nord, il muretto si riscalderà per bene<br />
e sarà molto assolato su di un fronte,<br />
mentre il retro rimarrà ombreggiato e<br />
più fresco. Questa iniziale distinzione<br />
permette di suddividere le piante<br />
da andare ad inserire nel muretto:<br />
sul lato caldo e ben illuminato sarà<br />
possibile piantumare le diverse<br />
specie di borracine (Sedum spp.) e<br />
di semprevivi (Sempervivum spp.),<br />
piante specificamente adattate al clima<br />
arido, mentre sul lato ombreggiato<br />
sarà possibile posizionare varie felci,<br />
notoriamente amanti dell’ombra.<br />
Gli animali che vengono attratti dal<br />
muretto a secco sono svariati, ma in<br />
particolare se ne gioveranno i preziosi<br />
Rettili, che useranno le pareti calde<br />
per la termoregolazione e gli anfratti<br />
per rifugiarsi. Tipicamente le lucertole,<br />
quella chiamata, guarda caso, muraiola<br />
(Podarcis muralis) e anche quella<br />
campestre (P. siculus), meno diffusa,<br />
saranno attratte dal nostro muretto,<br />
ma ne possono approfittare anche il<br />
ramarro (Lacerta bilineata), la biscia<br />
dal collare (Natrix natrix) e il biacco<br />
(Coluber viridiflavus), specie innocue<br />
e utili predatrici.<br />
L’efficacia del muretto per le specie<br />
termofile e xerofile verrà potenziata se<br />
Ambiente e territorio<br />
provvederemo a disporvi in prossimità<br />
un cumulo di sabbia e dei ciottoli. La<br />
sabbia permetterà la deposizione delle<br />
uova da parte dei Rettili e i grandi sassi,<br />
in parte parzialmente affondati nella<br />
sabbia, aumenteranno la capacità di<br />
incubazione delle uova in quanto,<br />
una volta riscaldati, conserveranno<br />
il calore del sole più a lungo rispetto<br />
alla sabbia. Un cumulo di ciottoli,<br />
inoltre, costituisce un ottimo e ulteriore<br />
insieme di nicchie e ripari, sia per il<br />
rifugio, sia per passare l’inverno. Se<br />
parte della sabbia risulta protetta dalla<br />
pioggia, potrà ospitare le larve del<br />
formicaleone (Myrmeleon formicarius)<br />
dall’affascinante capacità di scavare<br />
piccole buche per intrappolare le prede<br />
che vi cadono sul fondo.<br />
È molto importante non smuovere<br />
sabbia e ciottoli, se non a tarda estate<br />
(magari per rimuovere qualche erba<br />
che ha iniziato a crescervi), per evitare<br />
di danneggiare le eventuali deposizioni<br />
di uova.<br />
Diverse altre specie potranno essere<br />
favorite dalla presenza dell’ambiente<br />
che avrete messo loro a disposizione<br />
con la creazione di un “muretto a<br />
secco”, a voi la piacevole scoperta,<br />
giorno per giorno, di questa particolare<br />
biodiversità e la soddisfazione di poter<br />
dire “Questo l’ho fatto io!”.<br />
Muretto a secco maturo<br />
52<br />
53
FOTONATURALISMO<br />
WildWatching<br />
La dodicesima puntata<br />
di un piccolo corso<br />
sui segreti<br />
del fotografo<br />
naturalista<br />
WildWatching<br />
Accessori<br />
per le macro<br />
Testi e foto di Paolo Taranto<br />
Nella fotografia ravvicinata si scatta<br />
spesso con diaframmi chiusi e quindi<br />
tempi spesso lenti per non spingere<br />
troppo sugli iso, un treppiedi è<br />
fondamentale. Come principianti ci si<br />
può adattare un po’ con tutto, anche<br />
treppiedi economici ma se si vogliono<br />
ottenere i migliori risultati è bene tenere<br />
in considerazione alcuni parametri<br />
importanti per la scelta del treppiedi per<br />
fotografia macro.<br />
Treppiedi e teste<br />
La stabilità è il parametro principale:<br />
se il treppiedi non è stabile è come<br />
non usarlo, ogni minimo movimento<br />
provocato anche da un filo di vento può<br />
creare vibrazioni che rovinano le foto<br />
Non è importante l’altezza massima<br />
raggiungibile dal treppiedi ma l’altezza<br />
minima, il treppiedi si deve poterlo<br />
abbassare il più possibile fino quasi al<br />
livello del terreno;<br />
Non abbiamo bisogno di teste a<br />
bilanciere per reggere grandi pesi o<br />
di teste fluide ma la testa ideale per<br />
la macro deve consentire piccoli<br />
spostamenti precisi, caratteristica tipica<br />
delle teste a cremagliera; queste teste<br />
hanno 3 manopole che consentono di<br />
effettuare micro-movimenti sui vari assi<br />
allo scopo di inquadrare al meglio il<br />
soggetto, sono teste “lente” da usare ma<br />
molto precise.<br />
ACCESSORI<br />
Ci sono alcuni accessori fondamentali<br />
che ogni fotografo macro dovrebbe<br />
avere nello zaino<br />
I Plamp: sono dei bracci flessibili per<br />
fissare i soggetti davanti alla fotocamera;<br />
si trovano già pronti in commercio ma<br />
si possono anche costruire facilmente<br />
in casa. Il sistema è costituito da un<br />
braccio flessibile con due pinze alle<br />
estremità; in questo modo è possibile<br />
avere la massima libertà di posizionarsi<br />
nella direzione giusta per avere una luce<br />
ottimale e per avere lo sfondo perfetto.<br />
Viene spesso usato anche per sostenere<br />
diffusori di luce, sfondi artificiali o altri<br />
accessori.<br />
Una forbice o tronchesino: sono<br />
utilissimi per ripulire la zona intorno<br />
al soggetto e migliorare così lo sfondo<br />
ma anche togliere elementi di disturbo<br />
oppure per tagliare fili d’erba con i<br />
soggetti dormienti da fotografare.<br />
Lo spruzzino: non è indispensabile, serve<br />
a ricreare artificialmente la rugiada ma<br />
se si vogliono trovare insetti facilmente<br />
fotografabili bisogna comunque uscire<br />
Esempio di foto scattata sfruttando solo la luce naturale<br />
Il treppiedi Vanguard Alta Pro consente<br />
di abbassarsi fin quasi al livello del terreno<br />
Testa a cremagliera<br />
con manopole micrometriche<br />
Nella fotografia macro a forti<br />
ingrandimenti è ancora più<br />
importante l’uso di un treppiedi<br />
molto stabile per evitare<br />
ogni minima vibrazione che<br />
rovinerebbe sicuramente le foto<br />
Braccio flessibile<br />
“plamp”<br />
Una buona forbice è<br />
fondamentale per ripulire<br />
il set fotografico<br />
Un buon<br />
spruzzino aiuta<br />
a migliorare<br />
l’atmosfera<br />
di alcune foto.<br />
Non è<br />
consigliabile<br />
usarlo sugli<br />
animali ma solo<br />
sui vegetali<br />
Esempio dell’effetto delle gocce d’acqua spruzzate<br />
artificialmente su un fiore di Bucaneve<br />
Telecomando a cavo<br />
all’alba per trovarli dormienti e di<br />
conseguenza troveremo già una rugiada<br />
naturale. Nello spruzzino va usata<br />
solo acqua naturale senza aggiunta di<br />
alcun tipo di additivo che può risultare<br />
velenoso o dannoso per gli insetti. Io<br />
uso lo spruzzino esclusivamente per i<br />
vegetali come funghi, fiori, orchidee etc.<br />
Il telecomando: per evitare le vibrazioni<br />
come vedremo dopo è utile anche un<br />
telecomando, anche se oggi molte<br />
reflex hanno la possibilità di essere<br />
comandate via wifi direttamente<br />
dallo smartphone rendendo quindi<br />
inutile il telecomando che comunque<br />
io continuo a preferire per maggiore<br />
comodità anche perché oggi esistono<br />
telecomandi con prezzi veramente bassi<br />
e che possono essere utili in moltissime<br />
situazioni. Si può ovviare alla mancanza<br />
di un telecomando utilizzando lo<br />
scatto temporizzato presente in tutte le<br />
fotocamere, impostandolo a 2 secondi<br />
o anche 10 secondi, in questo modo<br />
dopo aver premuto il pulsante di scatto<br />
la fotocamera e tutto l’apparato avrà il<br />
tempo di stabilizzarsi dalle vibrazioni<br />
che abbiamo creato premendo il<br />
pulsante.<br />
Quando non si riesce nonostante i diversi<br />
tentativi ad avere un perfetto sfondo<br />
sfocato e uniforme alcuni fotografi<br />
sono soliti usare degli sfondi artificiali:<br />
cartoni colorati in modi diversi e con<br />
sfumature diverse sostenuti da appositi<br />
treppiedini o plamp aiutano a risolvere<br />
queste situazioni; gli sfondi artificiali<br />
sono utili anche quando si scatta con<br />
fotocamere non proprio specializzate<br />
per la macro come ad esempio le<br />
fotocamere compatte o addirittura gli<br />
smartphone, che avendo sensori molto<br />
piccoli e quindi elevata profondità di<br />
campo anche ai diaframmi aperti non<br />
consentono sempre di avere sfondi<br />
sfuocati uniformi e puliti.<br />
Illuminazione<br />
ILLUMINAZIONE<br />
Un’altra tipologia di accessori molto<br />
importanti nella fotografia macro<br />
è quella costituita dai sistemi di<br />
illuminazione, ma qui si va molto a gusti,<br />
molti fotografi macro infatti preferiscono<br />
scattare sempre e solo in luce naturale<br />
mentre altri preferiscono dominare la<br />
luce naturale soprattutto quando non è<br />
adatta usando l’illuminazione artificiale.<br />
In questo secondo caso l’illuminazione<br />
può essere led o flash. Per la fotografia<br />
macro esistono appositi sistemi flash<br />
da montare sull’obiettivo, per esempio<br />
i flash (o led) anulari e i flash gemelli<br />
(“Twin flash”) oppure esistono appositi<br />
telaietti a braccia flessibili dove installare<br />
i flash o i led. Esistono anche appositi<br />
accessori che permettono di trasformare<br />
un normale flash in un flash adatto<br />
alla macro per esempio gli adattatori<br />
Esempi di pannelli<br />
diffusori/riflettenti<br />
per “modificare” la<br />
luce naturale<br />
54<br />
55
FOTONATURALISMO<br />
anulari ma anche i diffusori. Non è<br />
semplice sfruttare la luce artificiale,<br />
bisogna imparare a mescolarla con la<br />
luce naturale per evitare di creare foto<br />
troppo finte; proprio per questo motivo<br />
è importante non usare il classico flash<br />
da posizionare sulla slitta a caldo della<br />
fotocamera ma sistemi multi flash o<br />
flash anulari o diffusori che creano una<br />
luce più uniforme multi direzionale e<br />
più diffusa; è dunque molto importante<br />
fare delle prove a casa per capire quali<br />
sono le impostazioni da usare di volta in<br />
volta allo scopo di ottenere una buona<br />
illuminazione che non risulti troppo<br />
artificiale. Quando si vuole sfruttare<br />
solo la luce naturale comunque possono<br />
essere di utilità i pannelli diffusori e/o i<br />
pannelli riflettenti: i primi consentono<br />
di trasformare una luce troppo dura<br />
in una luce più diffusa e morbida, i<br />
secondi consentono di duplicare o<br />
triplicare le direzioni di provenienza<br />
della luce riflettendo la luce ambiente<br />
monodirezionale.<br />
Esempi di diversi tipi di sistemi di illuminazione per<br />
fotografia macro: twin flash, illuminatore anulare, flash<br />
su braccetti snodati e led su braccetti flessibili<br />
Ti guardiamo<br />
negli<br />
OCCHI.<br />
La nostra banca è fatta<br />
di persone con le quali<br />
costruiamo una<br />
relazione di fiducia.<br />
Alcuni esempi di diffusori per flash che<br />
consentono di trasformare un normale flash<br />
fotografico in un flash adatto alla fotografia<br />
ravvicinata<br />
Curiamo la relazione diretta con persone e imprese per<br />
crescere insieme partendo non solo da obiettivi,<br />
ma anche da valori condivisi.<br />
IL CUORE NEL TERRITORIO<br />
56<br />
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APPUNTAMENTO SU DUE RUOTE<br />
Ultime settimane per raccogliere punti<br />
per il Circuito dei Santuari. Le ascese<br />
più belle, dal Monte delle Formiche al<br />
Santuario della Madonna del Faggio ai<br />
piedi del Corno alle Scale<br />
In salita verso<br />
il traguardo<br />
Testi di Enrico Pasini<br />
Mancano poche settimane alla conclusione della<br />
quinta edizione del Circuito Santuari Emilia Romagna,<br />
un’edizione che ha già registrato diversi record e che al<br />
giro di boa ad inizio agosto registrava già più di undici<br />
mila visite ai Santuari della Regione.<br />
C’è ancora il tempo per pedalare e camminare lungo le<br />
strade e i sentieri che portano a questi piccoli gioielli<br />
e per battagliare nelle diverse classifiche stilate dagli<br />
organizzatori.<br />
Ogni ciclista o ogni camminatore può decidere dove<br />
pedalare o camminare, non vi sono percorsi obbligati<br />
e tanti giri fantastici sono già stati disegnati e percorsi<br />
dagli appassioni concorrenti.<br />
Di seguito vi suggeriamo alcuni luoghi che con l’inizio<br />
dell’autunno possono risultare veramente magici.<br />
Il borgo Antico di Castellaccio di Ciano.<br />
È un piccolo gioiello dalla storia antica nascosto tra le<br />
colline modenesi vicinissimo al confine con Bologna.<br />
Fa parte del Brevetto borghi del Circuito dell’Emilia<br />
Romagna ed è abbinato al Santuario della Verucchia<br />
una frazione di Zocca.<br />
Poche case, alcune in sasso, che lo rendono affascinante<br />
e rustico. Nella sua semplicità riesce a trasmettere<br />
tutta la storia che lo ha attraversato e che è riuscita<br />
ad arrivare fino ai giorni nostri con i ruderi dell’antico<br />
oratorio dedicato a San Benedetto a renderne viva<br />
testimonianza. Si può salire dalla strada asfaltata che da<br />
Castello di Serravalle porta a Monteombraro, a Ciano di<br />
Zocca, al tornante prima del ristorante, si svolta a destra<br />
seguendo le indicazioni per il borgo, oppure salire da<br />
Mercatello di Castello di Serravalle, da via Boschi di<br />
Ciano, seguendo le indicazioni Cai la strada attraversa<br />
il Rio ed entra in una cavedagna che porta direttamente<br />
ai piedi del piccolo borgo.<br />
MADONNA DELL’ACERO<br />
e IL CORNO ALLE SCALE<br />
Il Santuario di Madonna dell’Acero è immerso nel<br />
bosco di aceri e faggi e il suo prato è un vero terrazzo<br />
sui monti della Riva. È uno dei luoghi più belli per poter<br />
ammirare il Foliage in autunno, magari arrivandoci dalla<br />
Valsamoggia, passando per Tolè e poi Castel d’Aiano,<br />
rimanendo sul crinale, sulla linea di appennino che<br />
divide le provincie di Bologna e Modena e nasconde la<br />
strada agli occhi del cielo, sempre dentro il bosco esce<br />
solo nei paesi e poi rientra nella sua galleria naturale<br />
fatta di maestosi alberi.<br />
I boschi infiniti dell’Appennino si susseguono tra<br />
salitelle e discese, Farnè è un piccolo borgo di Lizzano<br />
in Belvedere, è la fine dell’ultima discesa, l’inizio della<br />
salita più dura.<br />
Dai suoi 700 metri fino ai 1500 delle piste del Corno, in<br />
poco più di dieci chilometri, tutti nel bosco, fino a poco<br />
prima del Cavone, quando si apre e mostra l’antico<br />
ghiacciaio del Cavone con la croce di punta Sofia che<br />
svetta nei sui 1900 metri.<br />
MONTE ACUTO DELLE ALPI<br />
e MADONNA DEL FAGGIO<br />
Sempre in zona Corno alle Scale, il borgo di Monte<br />
Acuto delle Alpi è un esempiodi quanta bellezza riesce<br />
a creare l’uomo. Ci si arriva salendo l’unica strada<br />
asfaltata che si prende poco prima di arrivare a Lizzano<br />
in Belvedere, oppure a piedi, arrivandoci o partendo da<br />
li per andare al meraviglioso Santuario di Madonna del<br />
Faggio, isolato nel bosco, un luogo di grande spiritualità.<br />
A Madonna del Faggio ci si arriva anche da Castelluccio<br />
di Porretta, altro borgo molto bello, con il Castello<br />
Manservisi a custodirne la storia. Si sale da Porretta,<br />
la strada sale, sempre dura, passa Capugnano, paese<br />
natale di Guglielmo Marconi e diventa ancora più<br />
dura dopo l’incrocio per Lizzano. Fatica vera ma<br />
anche grande soddisfazione riuscire ad arrivare in<br />
bicicletta a Castelluccio e poi a Madonna del Faggio,<br />
che nonostante qualche chilometro di sterrato accoglie<br />
bene anche le bici da corsa.<br />
Per chi vuole camminare può partire da Castelluccio,<br />
salire a Tresana, il borgo delle ortensie in estate e<br />
delle castagne in autunno e poi scendere a Madonna<br />
del Faggio per poi tornare a Castelluccio dalla strada<br />
sterrata, passando Prato Novello e la Pennola.<br />
MONTE DELLE FORMICHE<br />
Per chi non vuole allontanarsi troppo dalla città c’è<br />
un luogo poco fuori Bologna che non si allontana dai<br />
suoi colli ma già si fa chiamare montagna. E ne ha ben<br />
donde, perché la sua sommità supera i 600 metri sul<br />
livello del mare.<br />
È il Monte delle Formiche, una montagna incastonata<br />
Per partecipare scarica l’APP:<br />
https://circuitocser.weebly.com/<br />
BREVETTI E ITINERARI: COME FUNZIONA<br />
Il Circuito dei Santuari è una manifestazione sportiva che inizia a maggio e<br />
finisce ad ottobre, completamente gratuita. Per partecipare basta scaricare<br />
la web app, creare un profilo e cominciare a pedalare o camminare verso i<br />
Santuari mariani della Regione. Ogni provincia ha dedicato un brevetto con<br />
12 Santuari da conquistare, eccetto Bologna che ha addirittura 3 Brevetti<br />
dedicati. Per ottenere i brevetti basta farsi un selfie davanti al santuario<br />
raggiunto e caricarlo sull’app. Grazie alla geolocalizzazione l’app assegnerà il<br />
brevetto in automatico. Ci sono anche brevetti interprovinciali, come il Brevetto<br />
Borghi, il Brevetto Altissimo o l’Arboreo.<br />
Per ogni informazione e per scaricare l’app basta cliccare sul sito:<br />
https://circuitocser.weebly.com/<br />
Circuito dei Santuari<br />
tra le colline, è ben distinguibile in ogni stagione perché<br />
sulla sua cima vi è il Santuario dove ogni anno, ai<br />
primi di settembre, milioni di formiche maschio, dopo<br />
l’accoppiamento, vanno a morire mentre le femmine<br />
continuano il loro volo per deporre le uova in altri luoghi.<br />
Un evento che è sempre stato visto come miracoloso, la<br />
Chiesa lo smentisce, ma la devozione rimane altissima e<br />
comunque, anche in questo nuovo millennio, la scienza<br />
non ha saputo spiegare perché proprio su quel monte le<br />
formiche europee decidono di battere l’ultimo colpo di<br />
ali.<br />
Il Monte delle Formiche si eleva preciso tra le valli<br />
dell’Idice e quello dello Zena. Per arrivarci in bicicletta<br />
bisogna essere consci che servirà tanta fatica.<br />
Se dalla Val di Zena, arrivare all’incrocio per Cà di Pippo<br />
può risultare abbastanza dolce, dalla valle dell’Idice, da<br />
Cà di Bazzone, la salita sale subito a doppia cifra e non<br />
molla mai.<br />
Una volta arrivati a Cà di Pippo, tramite un agevole<br />
falsopiano, la strada ricomincia a salire cattiva e il<br />
Santuario, che rimane sempre in vista, sembra non<br />
avvicinarsi mai.<br />
Le ultime rampe sono le più dure ma sono anche quelle<br />
che regalano più soddisfazione. Dalla cima il panorama<br />
è straordinario, si ammira tutto l’appennino, dal Corno<br />
alle Scale, al Cimone, fino al reggiano Cusna, mentre<br />
a est si dice che in giornate limpide si possa ammirare<br />
anche il mare.<br />
E chissà magari in una limpida giornata d’autunno<br />
potrete avere la fortuna di vedere l’Adriatico luccicare<br />
all’orizzonte.<br />
58<br />
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Il racconto di Fausto Carpani<br />
Don Giacomo Stagni<br />
In memoria di Don Giacomo Stagni<br />
Ricordando<br />
“Santomatto”<br />
Quando lo conobbi era un pretino<br />
fresco di consacrazione. Budriese<br />
come me, era stato nominato<br />
cappellano della parrocchia<br />
di Santa Maria delle Grazie in<br />
San Pio V, detta anche la Cî§a<br />
dla Cavalarî e questo perché un<br />
tempo la Caserma Mameli di Porta<br />
San Felice ospitava, appunto, un<br />
reggimento di cavalleria.<br />
Don Giacomo Stagni fu da subito<br />
un prete speciale: visto che<br />
noi ragazzi delle Case INCIS,<br />
inselvatichiti dalla perpetua<br />
frequentazione dei Prati di<br />
Caprara, non ci sentivamo attratti<br />
dalla vita del circolo parrocchiale,<br />
spregiativamene chiamato, allora,<br />
“circolo mela”, se Maometto non<br />
va alla montagna, è questa che<br />
va a lui: Don Giacomo apparve<br />
quindi nel bel mezzo della<br />
nostra landa desolata e fu subito<br />
amicizia.<br />
Una regola ferrea delle parrocchie<br />
di allora consisteva nella netta<br />
separazione fra maschi e femmine<br />
e anche la disposizione dei<br />
banchi in Chiesa rispettava questa<br />
divisione: maschi da una parte<br />
e femmine dall’altra. Ma Don<br />
Giacomo aveva in mente altre<br />
idee per abbattere queste assurde<br />
mura di Gerico: organizzò una<br />
gita al mare, maschi e femmine<br />
insieme, su uno sgangherato<br />
pullman, che forse era servito<br />
durante la marcia su Roma.<br />
Destinazione: i lidi Ravennati ma,<br />
per non correre rischi di sorta,<br />
scelse il mese di …novembre. Fu<br />
così che pranzammo “al sacco”<br />
in spiaggia, indossando il paltò…<br />
Al rientro, il don ci comunicò che<br />
avremmo fatto una deviazione<br />
per andare a Ravenna a salutare<br />
certi suoi amici. Ci fermammo<br />
davanti ad uno stabile che<br />
aveva la parvenza di un istituto<br />
e, dopo aver suonato, fummo<br />
introdotti in quello che ci sembrò<br />
da subito una succursale del<br />
Cottolengo. Ciò che vedemmo<br />
tra quelle mura, molti di noi non<br />
l’avrebbero più dimenticato, me<br />
compreso. Al ritorno, in pullman,<br />
il silenzio era rotto solo dalla<br />
voce di Don Giacomo che dava<br />
le ultime pennellate alla lezione<br />
evangelica appena impartitaci,<br />
mentre noi eravamo impegnati a<br />
versare calde lacrime.<br />
Un’altra sua iniziativa fu la gita al<br />
Corno alle Scale, nel giugno del<br />
1963 (o 64?), durante la quale<br />
gli scattai la foto sulla neve,<br />
che allora cadeva abbondante,<br />
resistendo in larghe chiazze fino<br />
ai primi caldi estivi. L’idea per<br />
questa foto mi venne dopo il<br />
ritrovamento, sulle pendici del<br />
Corno, di un pezzo di lamiera<br />
adattissimo per fare la §bi§garôla<br />
e lui non ci pensò due volte. In<br />
fin dei conti era un ragazzo un po’<br />
più grande di noi che, tra l’altro,<br />
aveva da subito abolito il “lei” per<br />
passare al “tu”. Mentre scarpinava<br />
felice su quei prati di bàggioli<br />
(mirtilli), sicuramente non avrà<br />
immaginato che, anni dopo, di<br />
quelle alpestri contrade sarebbe<br />
divenuto il pastore di anime.<br />
La sua seconda destinazione come<br />
cappellano fu la Parrocchia di San<br />
Bartolomeo e Gaetano alle Due<br />
Torri, dove iniziò la sua piccola<br />
attività di sgombra-cantine,<br />
che lui chiamava “blâc, żavâi<br />
e oggettistica”. Un incidente di<br />
percorso, che non sto a rivangare,<br />
interruppe la sua attività e tempo<br />
dopo fu mandato a reggere la<br />
parrocchia di Vidiciatico. Questo<br />
trasferimento mi ricordava<br />
l’episodio guareschiano di don<br />
Camillo, mandato per punizione<br />
in una parrocchia di montagna,<br />
in cui non nasceva e non moriva<br />
nessuno… Superfluo dire che<br />
il nostro, giunto in Appennino,<br />
riprese la sua attività di “blâc,<br />
żavâi, ecc” fino al momento in<br />
cui si beccò una denuncia per<br />
“discarica abusiva” e fu a questo<br />
punto che si palesò in sua difesa<br />
un buon samaritano, che divenne<br />
suo strenuo paladino e amico:<br />
Enzo Biagi.<br />
Nel frattempo Giacomo aveva<br />
iniziato anche un’altra attività:<br />
andava ospitando anziani non più<br />
autosufficienti, prima in canonica<br />
e poi nelle tre magnifiche case<br />
che ostinatamente volle costruire<br />
negli anni, dando anche lavoro a<br />
più di cento persone e istituendo<br />
la Fondazione Santa Clelia<br />
Barbieri.<br />
Fu in questi anni che ci<br />
ritrovammo, quando cioè iniziai<br />
ad andare a cantare a Vidiciatico<br />
ogni 15 agosto, rinsaldando<br />
così un’amicizia antica. Da<br />
subito rimasi conquistato dalla<br />
sua frenetica attività: lo trovavo<br />
alla guida di un’ambulanza<br />
o di un furgone col quale<br />
andava a Bologna, al Mercato<br />
Ortofrutticolo, a caricare casse<br />
di ortaggi e frutta. Una volta me<br />
lo vidi arrivare al Ponte della<br />
Bionda con un carico di meloni<br />
che distribuii per ogni dove. Fu<br />
anche un visionario precursore<br />
dei magazzini che vendono<br />
oggetti provenienti da “altre<br />
case”, aprendo un negozietto nel<br />
quale si potevano trovare rarità di<br />
un tempo andato. Personalmente<br />
trovai un sacchetto intonso di<br />
palline di terracotta, con le<br />
quali da cinni giocavamo prima<br />
dell’avvento delle biglie di vetro,<br />
che erano roba da ricchi…<br />
Ammirato dalla sua indefessa<br />
attività rivolta verso il prossimo,<br />
gli dedicai una canzone, che<br />
intitolai “Santomatto”, della quale<br />
riporto qui il testo, rigorosamente<br />
in italiano.<br />
Se ti giri e guardi indietro, cosa<br />
vedi, amico mio?<br />
Quella strada lunga e dura che ti<br />
ha preparato Dio.<br />
Una strada tutta a sassi, coi<br />
briganti lì in agguato,<br />
ma c’è un buon samaritano che ti<br />
aiuta a prender fiato.<br />
Quanti calli nelle mani, quanto<br />
amore nei tuoi occhi,<br />
quanta forza nelle braccia, quante<br />
toppe sui ginocchi.<br />
Quante porta hai spalancato su<br />
miseria e sofferenza,<br />
quante pietre ti han scagliato per<br />
zittirsi la coscienza.<br />
Santomatto, Mattosanto anche tu<br />
farai cazzate,<br />
ma cazzate benedette, sacrosante<br />
e motivate,<br />
Santomatto solfanaio, Santomatto<br />
muratore,<br />
Santomatto processato,<br />
Santomatto del Signore.<br />
Buonanotte ragazzaccio, che<br />
nell’uomo ancora credi,<br />
la stanchezza ti ha sconfitto, piega<br />
il capo, adesso siedi.<br />
Dormi dormi santomatto sulla<br />
cena raffreddata,<br />
sui problemi e sugli affanni della<br />
lunga tua giornata.<br />
Dormi dormi Santomatto che<br />
domani è un altro giorno,<br />
ti alzerai prima del sole per servir<br />
chi ti sta intorno.<br />
Per sorridere alla vita, per passar<br />
di stanza in stanza,<br />
per donare un po’ di amore a chi<br />
non ha più speranza.<br />
Santomatto, Mattosanto sei<br />
venuto da lontano,<br />
con le scarpe impolverate, col<br />
Vangelo nella mano.<br />
Santomatto solfanaio, Santomatto<br />
muratore,<br />
Santomatto processato,<br />
Santomatto del Signore.<br />
Perché “Santomatto”? Perché<br />
Giacomo era posseduto da una<br />
benefica pazzia, unita ad una<br />
santità che solo chi gli voleva<br />
veramente bene riusciva a<br />
cogliere. Anche le iniziative<br />
apparentemente più arrischiate<br />
non riuscirono mai a scalfire la<br />
positiva considerazione che i<br />
superiori avevano di Lui.<br />
Il 10 luglio il mio Santomatto<br />
è “tornato alla casa del Padre”,<br />
come dicono i suoi confratelli.<br />
Non mi è dato sapere chi ne<br />
prenderà il posto lassù, nella terra<br />
della mia gente, ma so che per<br />
costui sarà dura.<br />
Domani partirò per una vacanza,<br />
guarda caso a Vidiciatico, ma già<br />
so che, seduto a un tavolino del<br />
bar Elena, non lo vedrò uscire<br />
dalla chiesa dopo la Messa<br />
vespertina, dirigersi verso di me e<br />
salutarmi con “Ciao, fratellone!”.<br />
Però il 15 agosto canterò ancora<br />
la sua canzone (che lui ascoltava<br />
coprendosi il volto con le mani)<br />
alla Pergola, e la canterò ancora<br />
alla Messa della domenica,<br />
magari a Chiesina o a Pgiolforà<br />
(Poggiolforato) o nella chiesa<br />
pericolante di Rocca Corneta.<br />
Ciao, Santomatto.<br />
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IL NONNO DELLA BASSA RACCONTA<br />
LA TROTTOLA,<br />
dal rito al gioco<br />
Considerata da molti antropologi come residuo<br />
di arcaici rituali magici o religiosi, nonché<br />
funzionale all’attività di stregoni e indovini,<br />
nell’antico mondo rurale di tradizione la trottola<br />
venne anche utilizzata per trarre auspici su<br />
determinati raccolti oppure sull’intera annata<br />
agraria.<br />
Che la nostra trottola possa vantare queste<br />
remote origini è confermato, in un certo qual<br />
modo, dalle trottoline che, almeno fin verso gli<br />
anni ’70 del ’900 (venivano pure inserite come<br />
“sorprese” nelle uova di Pasqua…), erano di<br />
supporto alla compilazione della schedina del<br />
Totocalcio: portavano sui lati i classici “segni” -<br />
1, 2 e X. -, al cui responso della sorte si perveniva<br />
al termine dell’altrettanto classico “giro” del<br />
giocattolo.<br />
Secondo accreditati studiosi dello spettacolo<br />
popolare, la trottola è stata pure fonte ispiratrice<br />
di altri divertimenti, come la giostra, considerata<br />
la “regina” dei Luna Park.<br />
Di provenienza estremamente lontana nel<br />
tempo, era già apprezzata dai greci e dai romani,<br />
che cercavano di farne opera di promozione tra<br />
i giovani. Tra i grandi di quelle civiltà attenti alla<br />
trottola si ricordano Aristofane, Plinio, Virgilio e<br />
Catone.<br />
In auge nel mondo infantile almeno sino alla<br />
metà degli anni ’50 (ma anche oltre) del ’900,<br />
le trottole erano in legno, con movimento a<br />
corda, ma nel loro lungo itinerario sono state<br />
pure realizzate in metallo e impreziosite da<br />
disegni e cromatismi, mutanti grazie al loro<br />
movimento rotatorio, favorito da una molla<br />
interna e da un’asta metallica, manovrata dal<br />
piccolo giocatore.<br />
La trottola classica (portante denominazioni<br />
dialettali diverse, a seconda dei territori) aveva<br />
la caratteristica foggia a “cono”, con un piccolo<br />
perno ligneo all’estremità superiore e una<br />
punta sempre lignea in quella inferiore (non<br />
mancavano anche punte metalliche, soprattutto<br />
in anni a noi più vicini). Il gioco poteva essere<br />
Gian Paolo Borghi<br />
Le tradizioni popolari<br />
della pianura<br />
bolognese tra fede,<br />
storia e dialetto<br />
praticato da due o più ragazzi, in uno spazio<br />
adeguato e preferibilmente con il fondo piano e<br />
liscio, per favorire una più lunga rotazione.<br />
Le avvincenti fasi ludiche consistevano<br />
essenzialmente nella preparazione, nel<br />
“lancio” (o “tiro”) e nel consequenziale<br />
“giro”. La preparazione, fondamentale, si<br />
concretizzava nell’avvolgere attorno alla<br />
trottola una cordicella di canapa (o uno spago)<br />
in tensione, la cui estremità veniva tenuta nelle<br />
mani del giocatore. Si passava quindi al lancio<br />
attraverso un movimento torcente, provocato<br />
dallo svolgersi della cordicella, che provocava<br />
un’azione rotatoria più o meno accentuata.<br />
L’intera “operazione” si concretizzava nel<br />
“giro”, dalla cui durata si stabiliva il vincitore.<br />
Come tutti i giochi, non era esente da discussioni<br />
e da polemiche, che potevano coinvolgere<br />
partecipanti e pubblico.<br />
Che cosa dire, per concludere? Che anche<br />
un gioco infantile, oggi ancora in uso, può<br />
nascondere segreti e storie di secoli lontani.<br />
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Sei in buone<br />
MANI.<br />
Vogliamo accompagnarti<br />
in ogni tuo progetto.<br />
Affianchiamo le persone nelle loro scelte offrendo<br />
prodotti e servizi capaci di rispondere in modo corretto<br />
e trasparente alle esigenze in continua evoluzione.<br />
IL CUORE NEL TERRITORIO