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Canti dalla casa idei viventi

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SPEVI IZ HIŠE

ŽIVIH

Opera-glasbena recitacija

v desetih slikah

za recitatorje, mezzosopran in

instrumentalno skupino

Mejni spevi: vsakemu kamnu glas,

vsakemu glasu zgodba

GO! 2025

Nova Gorica - Gorica evropski prestolnici kulture

CANTI

DALLA CASA

DEI VIVENTI

Opera-Melologo in dieci quadri

per voci recitanti,

mezzosoprano ed ensemble

Canti dalla frontiera:

ogni pietra una voce, ogni voce una storia

Iniziativa per GO! 2025

Nova Gorica - Gorizia Capitale Europea della Cultura

SONGS FROM

THE HOUSE OF

THE LIVING

Opera-Melologue in ten scenes

for reciting voices, mezzosoprano

and ensemble

Songs from the Border:

every stone a voice, every voice a story

Initiative for GO!2025

Nova Gorica-Gorizia European Capital of Culture


Premessa

Un’antica massima cara alla cultura ebraica ricorda che “la terra è delle

genti che vi abitano e che sono disponibili a unirsi a coloro che vi giungono

migrando”, dimostrando una sapienza del vivere che molto potrebbe e

dovrebbe insegnare anche a noi, oggi, così tanto smarriti e spaventati

dal confronto con tutto ciò che reputiamo diverso da ciò che siamo o che

supponiamo di essere. La storia della presenza ebraica in terra friulana è

antichissima. Si comincia da Aquileia fra il III e il IV secolo d.C., epoca in cui

vengono attestate dalle fonti le prime presenze, per risalire nella topografia

degli insediamenti che toccarono, intorno al secolo XIII, le terre di Gorizia,

Trieste e Cividale, di Udine, Venzone e Gemona, di Pordenone e di Porcia,

per giungere infine, tra i secoli XIV e XVI, nelle ville patriarcali di San Vito

al Tagliamento e di San Daniele. L’esistenza operosa dei vivi si intrecciò

presto alla necessità di preservare la memoria dei loro morti, il cui corpo

venne affidato alla terra mentre lo spirito avrebbe riposato nel grembo di

Abramo. Si aprirono così i cancelli della Bet ha-hayyim, ossia “Casa della

vita” o “Casa dei viventi”, o ancora Bet ‘olamim, “Casa dell’eternità”, come

vengono chiamati i cimiteri nella cultura ebraica. Dove i morti hanno quella

voce sommessa che un distratto visitatore potrebbe confondere con il

soffio della bora. O il fruscio dell’erba sotto il piede che la calpesta.

ebraico di Gorizia, appena fuori dal confine che oggi delimita due stati.

Un tempo due blocchi contrapposti e vigilati da una “cortina di ferro”. Ma

non fu sempre così. Lì dentro, in quella minuscola “casa dei viventi” si è

sedimentata l’identità plurale di un’Europa complessa, ferita e devastata

ma anche meraviglioso esempio di complessa bellezza e di ricchezza

culturale, che ancora oggi tenta di parlarci, di farci comprendere

che tutti i confini sono fatti per essere sconfitti. Perfino quello che

apparentemente divide i vivi dai morti.

Lo spettacolo si configura come un melologo capace di unire alla

musica composta per l’occasione parole, suggestioni ed emozioni

che intrecciano una topografia frastagliata di storie raccolte su di una

molteplice frontiera incerta e “trasgressiva”, nel senso che deve essere

trasgredita per acquisire un significato profondo, dal momento che

abbraccia e interseca vita e morte, geografie ed erranze, malinconie e

risate. Il tutto raccolto con occhio meravigliato tra le lapidi del cimitero

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La casa dei Viventi.

Per una Spoon River ebraica

sulla frontiera

Angelo Floramo

C’è un cimitero schiacciato sotto un cavalcavia, a Rošna Dolina. Di notte

le luci di un mostruoso ipermercato ne abbagliano i silenzi, di giorno le

automobili - o peggio la febbre concitata dei centri commerciali – gli

vomita addosso l’inquietudine tutta occidentale della velocità, del rumore,

dell’acquisto pago bancomat dei carrelli della spesa che imbottiscono

cofani bulimici di cose inutili. Le lapidi della “Beth ha Hayyim” sono lì, su

quell’incerta frontiera che separa due stati, la Slovenia e l’Italia. La vita

e la morte. Il presente e l’eterno. Sanno ancora parlare, e hanno parole

scolpite nel sasso. La casa dei viventi è infatti una scatola magica in cui

risuonano le memorie di chi si è addormentato sotto le zolle della sua

terra, sulla quale nessun confine può vantare diritti di proprietà: perché

essa appartiene solo a loro. Al tempo. Le sue steli di pietra guardano

sconnesse e sbilenche ad Oriente, cercano Gerusalemme. Disegnano

topografie di un’Europa Sefardita, e i sentieri che le hanno portate fin

qui partono da lontano: il Rynek di Cracovia, le guglie dorate di Praga

che risplendono sopra l’ombra di Josefov, le mura ricoperte di edera di

Lublino.

Lo spettacolo si configura come una “Spoon River” ebraica, dove ogni

pietra diventa voce e la voce una storia. Come quella di Malakah, la vedova

che morì la notte di venerdì 23 del mese di Marheswan, nell’anno 5566 da

che Dio impastò la Terra, nel giardino della sua delizia. La pietra di Refà,

invece, sussurra al viandante che si sia avventurato dentro al sacro recinto

di fermarsi un poco a parlare con lei, ricordandogli che alla fine di un uomo

giunge sempre la morte: “Sappi che solo la rettitudine consola i giorni

della giovinezza”. Poco più avanti ci si inciampa in una supplica gentile:

“Fai piano. Qui dorme un bambino. Si chiama Hayyim, figlio di Sabbetay.

Morì il giorno del suo compleanno, all’età di otto anni, nell’anno 5618 dalla

creazione del Mondo. Non piangere. La sua anima è legata per sempre

al vincolo della vita”. Le steli più antiche sono bellissime e meritano una

visita attenta: spesso riportano fregi floreali, sono incorniciate dentro il

profilo delle tavole della legge, adombrate da racemi di palma scolpiti nel

marmo. Le iscrizioni sono in ebraico, in alcuni casi alternate ai caratteri

latini. Alcune raccontano nella morte la bellezza e l’intensità della vita,

lasciando il visitatore incantato e sospeso. Così di Ester si dice: “Ester, tu

che fosti una signora di spirito elevato, / fra il procreare esseri e i dolori

della tua vita, / guarda: il tuo Dio un santuario per abitare, / splendente

di luce, ha preparato nel giardino dell’Eden. / Ecco che egli, a bene per

la tua anima, la sofferenza che hai patito sulla terra / ha volto, e tu hai

acquistato lo splendore e la delizia del cielo”. O ancora, passeggiando tra

le altre lapidi, ci si commuove leggendo: “Pietra / sepolcrale dell’onorata

signora Na‘omi / moglie dell’onorato nostro maestro il RabbinoYa‘aqov

Capriles, /possa Dio preservarlo, che è dipartita per la sua eterna dimora

il giorno 15 / del mese di Adar I 559 / Questa è Na‘omi, venuta nel giardino

dei cieli, / l’ha meritato per la sua anima candida come lana, / pura come

la luce del sole e il chiarore dell’aurora / nel tempo in cui (Dio) addensa le

nuvole (benedette) cariche d’acqua / e nel giorno in cui il giglio, nell’età

della gioia, / raccoglierà fra i gigli la ricompensa del suo germoglio”. E

come non commuoversi davanti a tali parole: “E morì Sara (Gen. 23,2), /

moglie dell’onorato nostro maestro il signor Rafa’el Luzzatto, / e suo figlio

con lei durante il suo travaglio perché le si rivolsero contro / i dolori del

parto il 23 del mese di Ševat dell’anno / 5564 della creazione (5 febbraio

1804) e [il bambino] fu sepolto fra / le braccia di sua madre il giorno 25

del mese / sopracitato sotto questa stele che è / la pietra sepolcrale di

Sara fino ad / oggi e sia la sua anima legata nel vincolo della vita. / Ahimè,

è scomparsa la mia sposa, splendore del regno (Dan.11,20), / e per questo

io chiamerò il suo nome Quercia del pianto (Gen. 35,8)”.

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Appena il tempo di una suggestione: un Golem a Rožna Dolina

La luna ha una capacità straniante sulle lapidi grigie dell’antico cimitero

ebraico di Gorizia, che ancora resta oltre il confine, quello che fino a ieri,

da Danzica a Trieste, ha spaccato il Mondo in due blocchi contrapposti:

un passo di qua l’Occidente, un passo di là l’Est degli slavi, a perdita

d’occhio, fino alla taiga siberiana, ai suoi silenzi, alle sue gelide assenze.

Guardano tutte Gerusalemme, le lapidi, la stella del mattino. L’Oriente è la

dimensione prevalente di questo luogo.

Qui il fango, la terra e la pietra sono le anime che impastano una linea

di frontiera che serpeggia ovunque: una traccia invisibile, ormai solo

immaginata, eppure percepita nei segni che si annidano ovunque, negli

sguardi delle donne, nelle nuvole sottili di tabacco, nell’odore dell’ombra.

Tutto è rete sottile di ibride intersezioni: il profumo intenso di cipolla che

svapora dalle cucine, la parlata slovena con i suoi morbidi accenti, che si

mescolano ai brandelli di quelli friulani, curvando alla dolcezza i toni di

una parlata che ama le contaminazioni. Dall’altra parte, sulla collina che

dà il nome alla città (Gorica) il Castello, e l’antico seminario con le sue alte

e bianchissime mura; potresti dire di essere a Praga, la magica città d’oro

che dorme cullata dalla Moldava sotto i tetti rossi delle sue piccole vie,

se la ferita grigia di un cavalcavia non ti lacerasse il sogno. Sulle arche

più antiche mani ignote hanno lasciato qualche sasso, un inciampo alla

memoria dei viventi, a ricordare che le preghiere degli uomini sono pietre

che rimangono a segnare il cammino dei morti. In questo frammento di

Mitteleuropa nel 1991 volarono bassi i mig di Belgrado. Qualcuno sparò.

Qualcuno rimase ucciso. Ma nelle goštilne si beve ancora forte, generoso

è il bicchiere. E si canta. Dell’Amore e della Morte. Perché qui la filosofia

ha le labbra rosse e accese di una bellissima donna senza pietà che ti

succhia la vita nella febbre di un bacio.

Carlo Michelstädter si risveglia dal lungo torpore. Veglia e sogno sono

le dimensioni che delimitano uno scenario fortemente connotato da una

componente ibrida fortissima, che avvolge la scena permeata di una

bruma attraversata da sciabolate di luce surreale. Tutto sembra ispirato

al teatro di Ibsen, che Carlo amò e conobbe come pochi. Il poeta e filosofo

che si sparò a soli ventitré anni, a ragione definito uno dei più intensi autori

mitteleuropei per il breve spazio che gli fu concesso, è rannicchiato in

posizione fetale sotto la sua lapide. È lui stesso l’essenza del ripiegamento

del pensiero sulla spirale della propria solitudine. Un cardine della sua

riflessione filosofica. Se ne sta accoccolato nel grembo del tempo,

gravido di un parto che ha il sapore di un incubo spaventoso, e con gli

occhi socchiusi profetizza la dissoluzione del Mondo nella folle e macabra

danza della Morte, rappresentata da una fanciulla che danza lasciva tra

le lapidi: un destino che di lì a quattro anni cavalcherà sul Mondo. In una

specie di febbre Faustiana, il giovane intellettuale goriziano evoca dalla

notte gli spettri di Ibsen, di Kafka e di Egon Schiele, che persi nel loro

solipsismo (tema caro a Michelstädter) sovrappongono le loro voci (scelta

di letture significativamente tratte dai loro pensieri) in una successione

di echi, citazioni, parole, tutte volte a celebrare il funerale dell’Europa, la

nascita di qualcosa di orribile che sta germinando nel suo fango: lo spirito

stesso del Nazismo, che come il Nosferatu di Murnau (le citazioni al cinema

espressionista sono una chiave di lettura della scena) ha qui le fattezze di un

enorme Golem, come quello raccontato dalla penna visionaria di Meyrnik.

Un gigante scomposto, fatto di tanti pezzi ricuciti in maniera posticcia,

un Frankenstein del ghetto: tutto e niente, mezzo slavo, ebreo, tedesco

zingaro, italiano, friulano, parla tutte le lingue e nessuna lingua. È lo spirito

stesso della dissoluzione babelica e sulfurea dell’Umanità davanti alla Gaia

Apocalisse, metafora di una Mitteleuropa che non è più in grado di salvarsi

con la gentilezza della Cultura e sente solo la sete dell’autodistruzione.

Questo Golem enorme indossa una maschera antigas che ne deforma il

viso. Lo nasconde fino alla fine della scena. Quando poi si disvela si scopre

avere le stesse identiche fattezze di Michelstädter. Lo sgomento diventa

disperazione e la disperazione assume la cruda eco di uno sparo. Il suicidio

del singolo, secondo la Torah ebraica, equivale alla dissoluzione del Mondo

intero.

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La comunità ebraica di Gorizia

e il progetto di recupero e valorizzazione

del cimitero di Valdirose

Andrea Morpurgo

A Gorizia, come in altre città della Mitteleuropa, la presenza ebraica ha

radici antiche, attestate sin dal XVI secolo, ed in passato la fama della

comunità era tale che l’intera città era conosciuta anche come la “Piccola

Gerusalemme sull’Isonzo”. La comunità ebraica goriziana ha lasciato,

infatti, numerosi segni della sua presenza e donato alla città personaggi

illustri, come il rabbino Isacco Samuele Reggio, il glottologo Graziadio

Isaia Ascoli, la giornalista Carolina Sabbadini Coen Luzzatto e il filosofo

Carlo Michelstaedter.

La vitale comunità ebraica fu praticamente cancellata con le

deportazioni e lo sterminio nei lager tra il 1943 e il 1944. Nonostante ciò

l’antico ghetto, istituito nel 1698 e la sinagoga, costruita nel 1756, situati

lungo quella che oggi è via Ascoli, sono stati nel dopoguerra oggetto

di importanti lavori di restauro e rappresentano oggi una delle più

importanti mete turistico-culturali della città di Gorizia.

Nel 2016 la Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia ha iniziato

ad interessarsi alle problematiche ma anche alle rilevanti potenzialità

politiche e culturali che avrebbe avuto la promozione di un progetto di

restauro e valorizzazione del cimitero, subito individuato come luogo

“speciale” su cui lavorare. Alla fine del 2019 un importante sostegno

finanziario ricevuto da parte della fondazione Beneficentia Stiftung ha

quindi permesso di avviare il progetto, che ha un costo complessivo di

circa 500.000 euro e si svilupperà sostanzialmente in due direzioni: la

prima riguarderà il restauro architettonico del cimitero e delle tombe,

attività che prevede il massimo coinvolgimento delle locali realtà

artigianali ed educative, italiane e slovene, e la seconda riguarderà una

serie di azioni atte a consolidare e valorizzare maggiormente il sistema

turistico culturale ebraico di questo territorio.

La realizzazione del progetto di restauro del cimitero ebraico di

Valdirose, in sinergia con il Comune di Nova Gorica, il Comune di Gorizia

e tutte le varie componenti culturali, sociali ed economiche del territorio

saprà quindi essere un rilevante volano in grado di arricchire questa realtà

geografica multiforme e rappresentare un simbolo della nuova identità

europea basata sui valori di dialogo, comprensione, tutela, rispetto e

valorizzazione delle specifiche identità culturali, linguistiche e religiose.

A testimonianza della presenza ebraica a Gorizia resta inoltre l’antico

cimitero di Valdirose, ora in territorio sloveno poiché nel 1947, al momento

della divisione della città tra Italia e Jugoslavia, il cimitero rimase a un

passo dalla linea di confine. Nonostante negli anni scorsi siano stati

restaurati il muro di cinta, l’ex camera mortuaria ed alcune tombe di

personaggi illustri, il cimitero, in cui sono presenti circa 900 sepolture e

pregevoli lapidi la più antica delle quali risale al 1371, si trova in uno stato

di grave degrado e molte pietre tombali risultano poco leggibili, rotte, o

cadute e rimaste sepolte sotto lo strato superficiale dell’area.

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CANTI DALLA CASA DEI VIVENTI

brevi note sulla musica

Carlo Galante

Canti dalla casa dei viventi è un’opera melologo in dieci scene con un

prologo e un epilogo. La definizione Opera è da considerarsi in qualche

modo metaforica perché lo spettacolo non ha una trama univoca come

vuole la tradizione, ma segue l’evocazione di dieci lapidi del piccolo

cimitero ebraico di Valdirose. Dieci fantasmi raccontano la loro storia.

La struttura archetipica dell’opera (recitativo-azione; aria-riflessione)

è mantenuta, ma trasformata e profondamente ripensata: la parte

dell’azione, ovvero del racconto, è affidata a due attori che agiscono su

una base musicale che drammatizza i loro interventi e questa è definita

melologo, mentre quella della riflessione emotiva e lirica è affidata alla

voce di un mezzo-soprano; molte delle lapidi terminano la loro narrazione

proprio in una canzone.

L’ensemble strumentale è formato da sei esecutori (oboe/corno inglese;

clarinetto/clarinetto basso; fisarmonica; violino, viola e violoncello).

Ogni strumento oltre a fare da “orchestra” è chiamato a interpretare i

vari personaggi, doppiandone la voce e donandogli il proprio timbro per

interrogarne i sentimenti: il corno inglese presta la sua voce malinconica al

bambino di Sabbatey, il violoncello è il drammatico alter ego di Karl, il filosofo

suicida, il violino canta angelicamente per il dottore della Cabala e così via.

Il materiale musicale è in parte desunto dalla ricchissima musica

popolare ebraica, ma rimane come il cuore nascosto della composizione,

si avverte tra le sue pieghe. A volte si percepisce con maggiore evidenza,

ma mai nella forma della citazione, piuttosto in quella della continua

rielaborazione e trasfigurazione.

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Predgovor

Staro vodilno načelo, ki je drago judovski kulturi pravi, da je “zemlja last

ljudi, ki na njej prebivajo in ki so pripravljeni se združiti s priseljenci«.

V tem tiči dokaz o modrosti življenja, ki bi lahko in bi moral biti poduk

tudi za nas danes, ko delujemo zgubljeno in se bojimo soočanja z vsem

tem, kar imamo za drugačno od tistega, kar smo, ali predpostavljamo,

da smo. Zgodba o prisotnosti Judov v Furlaniji je zelo stara. Vse se

prične v Ogleju med 3. in 4. stoletjem po K. Gre za obdobje, v katerem

so pojavijo dokazi o virih prvih prisotnostih. Kasneje se izoblikuje

topografske nastanitve, ki okrog 13. stoletja, zadevajo ozemlja Gorice,

Trsta, Čedada, Vidma, Pušje vasi, Humina, Pordenona in Porcie, da bi

nato, med 14. in 16. stoletjem, prispeli v patriarhalne četrtri v krajih

San Vito al Tagliamento in San Daniele. Aktivna prisotnost živih, se je

kmalu srečala s potrebo po varstvu spomina na njihove mrtve, katerih

truplo je bilo položeno v zemljo, medtem ko bi njihov duh počival v

Abrahamovem naročju. Tako so odprli vrata Bet ha-hayyima, oz. „Hiše

življenja“, ali „Hiše živih“. Tu je še Bet 'olamim, oz. „Hiša večnosti“, kot

Judje imenujejo svoja pokopališča. Tam imajo mrtvi njihov tihi glas, ki

bi ga nepazljivi obiskovalec lahko zamenjal s pišem vetra, mogoče tudi

s šelestom trave pod njegovimi nogami.

med nagrobnimi kamni goriškega judovskega pokopališča, komajda

preko meje, ki označuje razmejitev med dvema državama. Nekoč je

bilo območje razdeljeno na dva bloka, ki ju je varovala „železna zavesa“.

Ni pa bilo vedno tako. Tam notri, v tisti mali „hiši živečih“ se je ustalila

pestra identiteta zapletene, ranjene in razrušene Evrope; gre pa tudi

za čudovit primer raznovrstne lepote in kulturnega bogastva, ki nas še

danes nagovarja in nam skuša dopovedati, da lahko premagamo vse

obstoječe meje. Celo tiste, ki navidezno ločujejo žive od mrtvih.

Predstava se odvija kot melolog, ki je sposoben povezati glasbo, ki je

bila napisana za to priložnost, z besedami, sugestijami in občutki, ki se

prepletajo v členoviti topografiji zgodb. Le-te izhajajo iz razvejanega a

neznanega, negotovega in tudi „oporečniškega“. Oporekati v tem slučaju

pomeni tudi pridobiti globok pomen, ker se predstava dotika in se

prepleta med življenjem in smrtjo, med opisi in blodnjami, malinholijami

in smejanjem. Vse to je bilo s pozornim in začudenim očesom zbrano

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Hiša živečih.

Za judovsko Spoon River

na meji

Angelo Floramo

V Rožni dolini se pod nadvozom stiska pokopališče. Ponoči mu luči pošastne

veleblagovnice osvetljujejo tišino, podnevi pa avtomobili – ali še huje mrzlica,

ki jo oddajajo trgovski centri – bruhajo nanj ves nemir zapadnjaškega sveta,

ki se odraža v hitrosti, hrupu, nakupu z bankomati in nakupovalnih vozičkih,

ki polnijo požrešne prtljažnike z nepotrebnimi stvarmi. Nagrobni kamni

pokopališča „Beth ha Hayyim“ so tam, na tisti nejasni meji, ki loči dve edržavi,

Slovenijo in Italijo. Življenje in smrt. Sedanjost in neskončnost. Še znajo

govoriti in imajo črke, ki so vklesane v kamen. Hiša živečih je namreč neka

čudežna šatulja, v kateri odmevajo spomini tistih, ki so zaspali pod prstjo

njihove zemlje, nad katero si nobena meja ne more lastiti pravice do lastnine;

ona pripada samo njim. V času. Njeni kamniti nagrobniki gledajo nepovezano

in nagnjeni postrani na Vzhod; iščejo Jeruzalem. Rišejo značilnosti

Sefarditske Evrope in poti, ki so jih prinesle do sem in se začenjajo daleč:

Rynek iz Krakova, pozlačene fiale iz Prage, ki se bleščijo nad Josefovo senco,

z bršljanom prekriti zidovi Lublina.

Predstava se prikaže kot nekaka judovska „Spoon River“, kjer vsak kamen

postane glas in glas postane zgodba. Kot tista Malakahine, vdove, ki je umrla

ponoči v petek 23 meseca Marsheswan, leta 5566, ko je Bog v rajskem vrtu

ustvaril Zemljo. Kamen Rafà pa popotniku, ki je vstopil v posvečeni prostor,

prišepne da se za hip ustavi, se z njim pogovori in ga spomni, da se konec

človeka vedno zaključi s smrtjo: „Vèdi, da samo poštenost tolaži dneve

mladosti“. Nekoliko naprej se spotaknemo ob ljubeznivo prošnjo: „Hodi potiho.

Tu spi otrok. Ime mu je Hayyim in je sin Sabbetaya. Umrl je na dan svojega

rojstnega dne, star osem let, v letu 5618 stvaritve Sveta. Ne joči. Njegova duša

je za vedno povezana z življenjem“. Starejše stele so prekrasne in si zaslužijo

pozoren ogled. Večkrat jih krasijo cvetni okraski, ki jih uokvirjajo profili plošč

božjih zapovedi, nad njimi pa so v marmorju vklesani grozdi palme. Napisi so

v hebrejščini, le v nekaterih primerih so dodane še črke v latinici. Nekateri

pripovedujejo, da je v smrti lepota in moč življenja. Ob tem obiskovalec ostane

očaran in neodločen. Napis o Esteri se tako glasi: „Ester, ti ki si bila gospa

visokih duhovnih vrlin, / med rojevanjem bitij in bolečin tvojega življenja, /

glej: tvoj Bog je svetišče, v katerem prebivati, / blišč svetlobe je pripravljen

v vrtovih Raja. / Tako je on, v dobro tvoje duše, in trpljenje, ki si ga doživljala

na zemlji / upodobljen, in ti si pridobila sijaj in užitek nebes“. Ali še, med

sprehodom mimo drugih nagrobnih kamnov, ganjeno prebereš: „Nagrobni /

kamen častitljive gospe Na'omi / žene našega prečastitega rabina Ya'aqova

Caprilesa / da bi ga Bog ohranil, ki je odšla v svoje večno prebivališče dne 15.

meseca Adarja I 559 / Na'omi, je prišla v nebeške vrtove, / to si je zaslužila

zaradi njene, kot volna čiste in brezmadežne duše, jasne kot sončna svetlova

in sij jutranje zarje / v času, ko (Bog) zgosti (blagoslovljene) oblake polne vode

/ in dne, ko lilija, v razcvetu, / bo med lilije sprejela nagrado njenih brsti“. In

kako naj ne ostanemo ganjeni ob teh besedah: „Umrla je Sara (Gen. 23,2),

/ žena našega prečastitega učitelja, gospoda Rafa'ela Luzzatta, / in z njo

njenega sina med mukami, ki so ji bile usodne / porodne bolečine dne 23.

meseca Ševat leta / 5564 stvaritve (5. februar 1804) in (otrok) je bil pokopan

/ v naročju njene mame dne 25. zgoraj navedenega meseca na tej steli, ki

je / Sarin nagrobni kamen / vse do danes in naj bo njena duša povezana z

življenjem. / Joj, odšla je moja nevesta, blišč božjega kraljestva (Dan.11,20), /

in zato bom jaz njeno ime poimenoval v Hrast objokovanja (Gen. 35,8)“.

Pravšnji čas za razmislek: Golem v Rožni dolini

Luna ima odtujevalni učinek nad sivimi nagrobnimi klamni starega

goriškega judovskega pokopališča, ki ostaja za mejo, tisto mejo, ki je

še do včeraj od Gdanska do Trsta ločevala svet na dva nasprotna bloka:

14 15



korak sem Zapad, korak tja slovanski Vzhod, ki se v nedogled razprostira

do sibirske tajge, do njenih zamrnjenih tišin. Vsi nagrobniki gledajo proti

Jeruzalemu, proti jutranji zvezdi. Na tem kraju prevladuje dimenzija

Vzhoda. Blato, zemlja in kamen so odraz duš, ki oblikujejo mejo, ki se

vijuga tam naokrog: gre za navidezno sled, ki jo le domnevamo, a jo

vendar zaznamo v znamenjih, ki se skrivajo povsod, v pogledih žensk, v

tankih oblakih, v vonjavah senc. Vse se skriva v tankem omrežju hibridnih

medčlenov: oster vonj čebule, ki se vije iz kuhinj, slovenska govorica z

njenimi rahlimi naglasi, ki se mešajo s krpicami furlanščine in se v sladkih

tonih nagibajo h govorici, ki si rada izposoja tuje besede. Na drugi strani

meje, na griču, ki je dal ime Gorici, se nahaja grad in staro semenišče s

svojimi visokimi in belimi stenami. Lahko bi rekel, da si v Pragi, čarobnem

zlatem mestu, ki počiva ob zibanju Vltave. Mesto se vije pod rdečimi

strehami njegovih zakotnih uličic, škoda le, da mu sanjski videz kvari siva

rana cestnega nadvoza.

Na najstarejših grobovih je neznana roka pustila kak kamen, tlakovec v

spomin živih in da obiskovalec dojame, da so molitve ljudi kamni, ki bodo

zaznamovali pot mrtvih.

Ta delček Srednje Evrope so leta 1991 nizko preletavala letala

Beograda. Prišlo je do streljanja in do smrti ljudi. Toda v gostilnah se še

pije iz polnih kozarcev. In se tudi prepeva. O Ljubezni in o Smrti. Zato, ker

tu ima filozofija živo rdeče ustnice izredno lepe ženske, ki ti z mrzličnim

poljubom brez milosti srka življenje.

njegovega filozofskega razmišljanja. Tam je, čepi v naročju časa, rojen s

porodom, ki ima priokus strahovite more in ki s priprtimi očmi prerokuje

razkroj Sveta v divjem in grozljivem plesu Smrti, ki ga predstavlja dekle,

ki pleše opolzki ples med nagrobniki. Usoda, ki bo čez štiri leta jezdila nad

Svetom. Podobno Faustovi mrzlici, mladi goriški intelektualec prikliče iz

teme prikazni Ibsena, Kafke in Egona Schieleja, ki izgubljeni v lastnem

silipsizmu (Mechelstaedter je rad imel to temo) pristavijo svoje glasove

(izbor besedil, ki so pomensko izšla iz njihovih misli) v sosledju odmevov,

citatov, besed, ki se nagibajo k proslavljanju pogreba Evrope. Rojeva se

nekaj strašnega, ki brsti v lastnem blatu: sam duh Nacizma, ki kot Murnauov

Nosferatu (navedbe v ekspresionističnih filmih so ključ pri dojemanju

scene), ima tu poteze velikanskega Golema, podobnega tistemu, ki ga

vizionarsko opisuje Meyrnik. Gre za nerodnega velikana, ki je sestavljen

iz mnogih med seboj zašitih delčkov na umeten način, nekak Frankesten

iz geta: vse in nič, pol Slovan, Jud, Nemec, Cigan, Italijan, Furlan: govori

vse jezike in nobenega. Sam duh babilonskega in žveplastega razkroja

Človeštva pred Veselo Apokalipso, ki je metafora neke Srednje Evrope,

ki ni več v stanju, da bi se rešila s pomočjo Kulture in čuti samo žejo po

samouničenju. Ta velikanski Golem nosi plinsko masko, ki mu popači

obraz. Skriva ga do konca prizora. Ko pa potem sname masko, vidimo,

da ima iste poteze kot Michelstaedter. Preplašenost se prelije v obup in

obup se prelevi v krut odmev pištolinega strela. Samomor posameznika

je, po judovski Tori, enak razkroju celotnega Sveta.

Carlo Michelstaedter se porebudi iz dolge otrplosti. Bedenje in sanje

so dimenzije, ki določajo scenarij, ki ga močno zaznamuje poudarjena

hibridna komponenta. Le-ta objame sceno, ki jo prepoji gosta megla in

jo prečijo snopi nadrealistične svetlobe. Izgleda, kot bi se vse zgledovalo

po Ibsenovem teatru, ki ga je Carlo ljubil in poznal, kot malokdo. Pesnik

in filozof, ki se je ustrelil pri samih 23. letih, in ga upravičeno imajo za

enega najbolj prodornih srednjeevropskih avtorjev v zelo kratkem času

njegovega življenja, leži sključen v poziciji fetusa pod nagrobnim kamnom.

On sam je bistvo umika misli v spiralo lastne samote. Gre za temelj

16 17



Goriška judovska skupnost in projekt

obnovitve ter ovrednotenja pokopališča

v Rožni dolini

Andrea Morpurgo

V Gorici, kot tudi v drugih mestih Srednje Evrope, ima judovska

prisotnost starodavne korenine, ki segajo v XVI stoletje. V preteklosti

je bil sloves te skupnosti tak, da so celotno mesto poznali pod imenom

“Mali Jeruzalem ob Soči”. Judovska skupnost je za sabo pustila mnoge

sledi svoje prisotnosti in je mestu nudila pomembne osebnosti, kot so bili

rabin Isacco Samuele Reggio, glotolog Graziadio Isaia Ascoli, časnikarka

Carolina Sabbadini Coen Luzzatto in filozof Carlo Michelstaester.

Živahna judovska skupnost je bila popolnoma uničena z deportacijami

v taborišča med leti 1943 in 1944. Kljub temu sta stari geto, ustanovljen

leta 1698 in sinagoga, ki so jo zgradili leta 1756 in se nahajata vzdolž

današnje ulice Ascoli, bila po vojni deležna dokajšnjih obnovitvenih del in

danes predstavljata pomembno turistično-kulturno točko mesta Gorica.

V dokaz judovske prisotnosti v Gorici, je prav gotovo starodavno

pokopališče v Rožni dolini, zdaj v Sloveniji. Leta 1947, po razmejitvi

teritorija med Italijo in Slovenijo, se je pokopališče znašlo le streljaj od

državne meje. Pred leti so popravili zid okrog pokopališča, bivšo mrliško

vežo in nekatere grobove pomembnih osebnosti. Tam je pokopanih

približno 900 preminulih. Lahko vidimo zanimive nagrobne kamne, me

katerimi je najstarejši iz leta 1371, a vsemu temu navkljub, se počivališče

mrtvih nahaja v propadajočem stanju in mnogi nagrobni kamni so skoraj

nečitljivi, polomljeni in prekriti s plastjo zemlje.

Leta 2016 se je Fundacija za judovske kulturne dobrine v Italiji

(Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia) začela zanimati

za to priblematiko in tudi za številne možnosti na političnem in

kulturnem področju, ki bi spodbudile nastanek projekta za obnovitev

in ovrednotenje pokopališča. Projekt je izpadel kot »posebnost«, na

katerem graditi nadaljne posege. Ob koncu leta 2019 je projekt bil deležen

pomembnega finančnega prispevka s strani fundacije Beneficentia

Stiftung, kar je omogočilo, da je zadeva dobila zagon. Strošek projekta

znaša kakih 500.000 Evrov; odvijal se bo v dveh smereh: najprej bi stekla

arhitektonska obnova pokopališča in grobov; vsa te posege bi opravila

krajevna slovenska in italijanska obrtniška podjetja, z vključevanjem

vzgojno-izobraževalnih stvarnosti. Druga faza pa bo predvidela niz

dejavnosti, ki bodo omogočile utrditev in maksimalno ovrednotenje

turistične in kulturne ponudbe glede judovsta na Goriškem.

V sodelovanju z občinama Nova Gorica in Gorica ter tukajšnjih

kulturnih, družbenih in gospodarskih krogov, bo uresničitev projekta za

obnovo judovskega pokopališča v Rožni dolini predstavljala močan zagon,

ki bo nedvomno obogatil geografsko raznovrstnost teritorija. Obenem bi

se zadeva predstavila kot simbol nove evropske identitete, ki sloni na

dialogu, razumevanju, zaščiti, spoštovanju in vrednotenju posameznih

kulturnih, jezikovnih in verskih istovetnosti.

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SPEVI HIŠE ŽIVIH

kratke opombe o glasbi

Carlo Galante

Spevi hiše živih je melološka opera z 10 prizori, z uvodom in epilogom.

Definicijo Opera lahko na nek način imamo za metaforično, kajti predstava

nima enolične zasnove, kot je to v navadi, temveč sledi obuditvi desetih

nagrobnih kamnov majhnega judovskega pokopališča v Rožni dolini.

Deset prikazni pripoveduje svojo zgodbo.

Obdržana je svojevrstna struktura opere (recitacijsko-akcijska; arijarazmišljanje),

je pa spremenjena in globoko premišljena: akcijski del, oz.

pripovedni, je zaupan dvema igralcema, ki nastopata na glasbeni osnovi,

ki dramatizira njune posege. To spada v melolog. Emotivno in lirično

razmišljanje pa je zaupano glasu mezzosopranistke. Mnogi nagrobni

kamni zaključijo svojo zgodbo prav s pesmijo.

Glasbeni ansambel sestavlja šest glasbenikov (oboa/angleški rog,

klarinet/bas klarinet, harmonika, violina in violončelo). Poleg tega, da

instrumenti skupaj sodeluje v orkestru, nastopijo tudi v vlogi raznik likov

s tem, da sinhronizirajo glas in mu ponudijo barvo zvoka, ki razvname

čustva. Angleški rog posodi svoj melanholični glas otroku iz Sabbateya,

violončelo je dramatični alter ego Karla, filozofa samomorilca, violina

angelsko poje za doktorja Cabale in tako naprej.

Glasbeno gradivo je deloma povzeto iz bogate ljudske judovske glasbe,

ki ostane kot skrito srce kompozicije in ga občutimo med njenimi gubami.

Včasih jo zaznamo bolj očitno, nikoli pa ne v obliki omembe, temveč rajši

v obliki trajne predelave in preobrazbe.

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Foreword

An ancient maxim dear to Jewish culture reminds us that “the land

belongs to the people who inhabit it and who are willing to integrate

those who migrate there”, showing deep wisdom and knowledge of how

to live, which could and should still teach us today, so lost and frightened

by the comparison with all that we consider different from what we are

or presume to be. The history of Jewish presence on Friulian soil is very

ancient. It starts in Aquileia between the third and fourth centuries A.D.,

the period during which the first Jews are referred to by reliable sources,

and can be traced, according to the topography of the settlements that

around the 13th century touched on the lands of Gorizia, of Trieste and

Cividale, of Udine, of Venzone and Gemona, of Pordenone and of Porcia,

to finally reach, between the 14th and 16th centuries, the patriarchal villas

of San Vito al Tagliamento and of San Daniele. The industrious existence

of the living soon became entwined with the need to preserve the

memory of their dead, whose bodies were entrusted to the earth while

their spirits would rest in Abraham’s bosom. There opened therefore the

gates of Bet ha-hayyim, i.e. “House of Life” or “House of the Living”, or

also Bet ‘olamim, “House of Eternity”, as cemeteries are called in Jewish

culture. Where the dead have that hushed voice that a distracted visitor

might mistake for the breath of the bora. Or the rustle of the grass under

the foot that treads upon it.

intersects life and death, geographies and wanderings, melancholy and

laughter. All collected, with an astonished eye, among the tombstones of

the Jewish cemetery in Gorizia, just outside the border that today marks

the boundary between two states. Once, two opposing blocks guarded by

an “iron curtain”. However, it was not always so. In there, inside that tiny

“house of the living”, has settled the plural identity of a complex, wounded

and devastated Europe, but also a marvellous example of complex beauty

and cultural richness, which still today tries to speak to us, to make us

understand that all borders are made to be defeated. Even that which

apparently separates the living from the dead.

The performance takes the form of a melologue, which is able to

combine words, suggestions and emotions with the music composed for

the occasion, weaving a rough topography of stories collected on a an

uncertain and “transgressive” multiple border, in the sense that it has to

be transgressed so as to acquire a profound meaning, as it embraces and

22 23



The House of the Living.

For a Jewish Spoon River

on the border

Angelo Floramo

There is a cemetery squeezed under a flyover, in Rošna Dolina. At night,

the lights of a monstrous hypermarket dazzle its silences; during the

day, the cars – or worse still – the frenzied fever of the shopping centres

– spew upon it the typically Western restlessness of speed, noise, cash

card purchasing, and shopping trolleys stuffing bulimic car boots with

useless things. The tombstones of the “Beth ha Hayyim” are there, on

that uncertain border that separates two states, Slovenia and Italy. Life

and death. The present and the eternal. They can still speak, and they

have words carved in stone. The house of the living is indeed a magic

box in which the memories of those who have fallen asleep under the

clods of their land still resonate, and of which no border can claim the

ownership rights: because it belongs to them alone. To time. Its stone

steles, disjointed and lopsided, look to the East, seeking Jerusalem.

They draw topographies of a Sephardic Europe, and the paths that

brought them here start from afar: the Rynek of Cracovia, the golden

spires of Prague shining above the shadow of Josefov, the ivy-covered

walls of Lublin.

The performance takes the form of a Jewish “Spoon River”, where

each stone becomes a voice and the voice a story. Like that of Malakah,

the widow who died on the night of Friday the 23rd of the month of

Marheswan, in the year 5566 from when God kneaded the Earth, in the

garden of his delight. The stone of Refà, on the other hand, whispers

to the traveller who has ventured inside the sacred enclosure to stop

a while and talk to her, reminding him that at a man’s ending, death

always comes: “Know that only righteousness consoles the days of

youth”. A little further ahead, he stumbles upon a gentle plea: “Be quiet.

A child sleeps here. His name is Hayyim, son of Sabbetay. He died on his

birthday, at the age of eight, in the year 5618 from the creation of the

World. Do not weep. His soul is forever bound to the bond of life”. The

oldest steles are beautiful and deserve a careful visit: they often bear

floral friezes, they are framed within the outline of the tablets of the law,

overshadowed by palm branches carved in marble. The inscriptions are

in Hebrew, in some cases alternating with Latin characters. Some tell

of the beauty and intensity of life in death, leaving the visitor spellbound

and suspended. Thus, of Esther it is said: “Esther, thou who hast been

a lady of lofty spirit, / amid the procreation of beings and the sorrows

of thy life, / look: thy God a sanctuary to dwell in, / shining with light,

has prepared in the garden of Eden. / Behold, he, for thy soul’s sake,

the suffering thou hast endured on earth / has turned, and thou hast

acquired the splendour and delight of heaven”. Or again, walking among

the other gravestones, one is moved by reading: “Burial stone / of the

honoured lady Na‘omi / wife of our honoured master RabbiYa‘aqov

Capriles, / may God preserve him, who departed for his eternal abode

on the 15th day / of the month of Adar I 559 / This is Na‘omi, who came to

the garden of heaven, / she has deserved it for her soul as white as wool,

/ pure as sunlight and dawn’s glow / in the time when (God) thickens

the (blessed) clouds laden with water / and on the day when the lily, in

the age of joy, / shall reap among the lilies the reward of its bud”. And

how can one not be moved by such words: “And Sarah died (Gen. 23,2),

/ wife of our honoured master Mr. Rafa’el Luzzatto, / and her son with

her during her labour because the pains of childbirth came upon her /

on the 23rd day of the month of Ševat in the year / 5564 of creation (5

February 1804) and [the child] was buried in / his mother’s arms on the

25th day of the month / mentioned above under this stele which is /

Sarah’s burial stone / this day and may his soul be bound in the bond of

life. / Alas, my bride is gone, splendour of the kingdom (Dan.11,20), / and

therefore I shall call her name Oak of weeping (Gen. 35,8)”.

24 25



Just the time for an impression: a Golem at Rožna Dolina

The moon has an alienating power on the grey tombstones of the

ancient Jewish cemetery in Gorizia, which still remains beyond the

border, that which until yesterday, from Danzica to Trieste, split the

World into two opposing blocks: a step in this direction the West, a step

in that direction the East of the Slavs, as far as the eye can see, as far

as the Siberian taiga, to its silences, to its icy absences. They all look

towards Jerusalem, the tombstones, the morning star. The East is the

prevailing dimension of this place. Here, mud, earth and stone are the

souls kneading a borderline that meanders everywhere: an invisible line,

now only imagined, and yet perceived in the signs lurking everywhere,

in the gazes of the women, in the thin clouds of tobacco, in the smell

of the shade. Everything is a subtle network of hybrid intersections:

the intense smell of onions wafting from the kitchens, the Slovenan

vernacular with its soft accents, mingling with the shreds of the Friulian

ones, bending to the sweetness of a tongue that loves contamination.

On the other side, on the hill that gives the town its name (Gorica), with

its Castle, and the ancient seminary with its high white walls;

you could say you were in Prague, the magical golden city that sleeps

cradled by the Vltava under the red roofs of its little streets - if the grey

scar of an overpass didn’t lacerate the dream. On the oldest arches,

unknown hands have left a few stones, a stumbling block to the memory

of the living, a reminder that the prayers of men are stones that remain

to mark the path of the dead. In this fragment of Mitteleuropa in 1991 the

migs of Belgrade flew low. Someone fired. Someone was killed. But in the

goštilne they still drink hard, the glass is generous. And they sing. Of Love

and Death. Because here philosophy has the burning red lips of a beautiful

merciless woman who sucks the life out of you in the fever of a kiss.

Carlo Michelstädter awakens from his long torpor. Waking and

dreaming are the dimensions that delimit a scenario strongly

characterised by a very strong hybrid component, which envelops the

scene permeated by a mist pierced through by a streak of surreal light.

It all seems inspired by the theatre of Ibsen, which Carlo loved and knew

like few others. The poet and philosopher who shot himself at only

twenty-three years of age, rightly defined as one of the most intense

Central European authors for the brief space he was granted, is curled

up in a foetal position under his tombstone. He himself is the essence

of the withdrawal of thought into the spiral of his own loneliness. A

cornerstone of his philosophical reflection. He lies curled up in the

womb of time, which is gravid with a birth like a dreadful nightmare,

and with half-closed eyes predicts the demise of the World in the mad

macabre dance of Death, represented by a maiden dancing lasciviously

among the tombstones: a destiny that four years later will ride upon the

World. In a sort of Faustian fever, the young Gorizian intellectual evokes

from the night the spectres of Ibsen, Kafka and Egon Schiele who, lost

in their solipsism, (a theme dear to Michelstädter) superimpose their

voices (a choice of readings significantly taken from their thoughts) in

a succession of echoes, quotations, words, all aimed at celebrating the

funeral of Europe, the birth of something horrible that is germinating

in its mud: the very spirit of Nazism, which like Murnau’s Nosferatu

(the quotations in expressionist cinema are a key to interpreting the

scene) has here the features of an enormous Golem, like that described

by Meyrnik’s visionary pen. A broken-up giant, made of many pieces

stitched together in a contrived manner, a Frankenstein of the ghetto:

all and nothing, half Slavic, Jewish, German, Romany, Italian, Friulian,

he speaks every language and none. He is the very spirit of the Babelic

sulphorous dissolution of Humanity before the Gaia Apocalypse, a

metaphor for a Mitteleuropa that is no longer able to save itself with the

kindness of Culture and feels only the thirst for self-destruction. This

enormous Golem wears a gas mask that deforms his face. He hides it

until the end of the scene. When he later reveals it, it turns out to have

the same identical features as Michelstädter. Dismay becomes despair,

and desperation takes on the stark echo of a gunshot. The suicide

of the individual, according to the Jewish Torah, is equivalent to the

dissolution of the whole World.

26 27



The Jewish community of Gorizia,

and the Project for the restoration and

enhancement of Valdirose Cemetery

Andrea Morpurgo

In Gorizia, as in other cities of Mitteleuropa (Central Europe), the

Jewish presence has ancient roots which have been substantiated

since the sixteenth century, and in the past, the fame of the community

was such that the entire city was also known as “the little Jerusalem

on the Isonzo”. In fact, Gorizia’s Jewish community has left numerous

signs of its presence and donated to the city such illustrious figures

as Rabbi Isacco Samuele Reggio - glottologist, Graziadio Isaia Ascoli

-journalist, Carolina Sabbadini Coen Luzzatto - and philosopher, Carlo

Michelstaedter.

The vital Jewish community was virtually wiped out by deportations,

and extermination in the concentration camps between 1943 and 1944.

Even so, the ancient ghetto established in 1698, and the synagogue built

in 1756, located along what is now Via Ascoli, underwent major restoration

work after the war, and today represent one of the most important

cultural tourism destinations in the city of Gorizia.

are barely legible, broken, or have fallen over and remained buried under

the surface layer there.

In 2016, the Foundation for Jewish Cultural Heritage in Italy began to

take an interest in this problem but also in the considerable political and

cultural potentiality of the promotion of a project to restore and enhance

the cemetery, immediately identified as a “special” place to work on. At

the end of 2019, the substantial financial backing received on behalf of

the Beneficentia Stiftung foundation therefore made it possible to launch

the project, which has a total cost of 500,000 euro and will be developed

substantially in two ways: the first will concern the architectural

restoration of the cemetery and the tombs, an activity which will imply

the maximum involvement of local craftsmen and academics, both Italian

and Slovenian, and the second will concern a series of actions aimed at

consolidating and further enhancing the Jewish cultural tourism system

in this area.

The realisation of the project for the restoration of the Jewish

cemetery in Valdirose, in synergy with the Municipality of Nova Gorica,

the Municipality of Gorizia and all the various cultural, social and

economic components in the area, will therefore be a significant driving

force capable of enriching this multiform geographical reality and

representing a symbol of the new European identity based on the values

of dialogue, understanding, protection, respect and the appreciation of

specific cultural, linguistic and religious identities.

Evidence of the Jewish presence in Gorizia also remains in the ancient

cemetery of Valdirose, which is now in Slovenian territory, as in 1947 at

the time when the city was divided between Italy and Yugoslavia, the

cemetery ended up just a short distance over the border. Although the

boundary wall, the former mortuary and some graves of famous people

have been restored in recent years, the cemetery, in which there are

approximately 900 graves and valuable tombstones, the oldest of which

dates back to 1371, is in a state of serious disrepair and many tombstones

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SONGS FROM THE HOUSE OF THE LIVING

short notes on the music

Carlo Galante

26 giugno 2024 ore 20.30 CORMONS

21 luglio 2024 ore 20.30 VIPAVSKI KRIŽ (Slovenia)

4 settembre 2024 ore 21 GORIZIA

26 settembre 2024 ore 21 SACILE

6 ottobre 2024 ore 20.30 DESKLE (Slovenia)

Canti dalla casa dei viventi (Songs from the House of the Living) is a

melologue opera in 10 scenes with a prologue and an epilogue. The

definition “Opera” is to be considered somewhat metaphorical because

the performance does not have a single plot as tradition dictates but

follows the evocation of ten tombstones in the small Jewish cemetery of

Valdirose. Ten ghosts tell their story.

The archetypal structure of the opera (recitative-action; ariareflection)

is maintained, but transformed and profoundly rethought: the

part of the action, i.e. the storytelling, is entrusted to two actors who act

to a musical accompaniment which dramatises their recitation, and this

is called melologue, while that of the emotional and lyrical reflection is

entrusted to the voice of a mezzo-soprano; many of the tombstones end

their narration precisely in a song.

The instrumental ensemble is made up of six players (oboe/English horn;

clarinet/bass clarinet; accordion; violin, viola and cello). Each instrument is

not only part of an “orchestra” but is also called upon to interpret the various

characters, dubbing their voices and giving them its own timbre to examine

their feelings: the English horn lends its melancholic voice to Sabbatey’s

child, the cello is the dramatic alter ego of Karl, the suicidal philosopher, the

violin sings angelically for the doctor of the Kabbala, and so on.

The musical material is partly taken from the very rich Jewish folk music,

but it remains as the hidden heart of the composition, can be heard between

the folds. Sometimes it is heard more clearly, never in the form of a quotation,

but rather in that of a continuous reinterpretation and transfiguration.

CANTI DALLA CASA DEI VIVENTI

Opera-Melologo in dieci quadri per voci recitanti, mezzosoprano ed ensemble

Musica di Carlo Galante

Testo di Angelo Floramo

Commissione della Storica Società Operaia di Pordenone

Serena Ervas, Stefano Indrigo, Christian Mariotti,

Morena Pajer, Paola Tomasella

voci recitanti del Piccolo Teatro Città di Sacile (preparatore Edoardo Fainello)

Gaja Filač, Matej Zemljič voci recitanti

Cecilia Bernini mezzosoprano

Silvia Regazzo mezzosoprano

GO! Borderless Orchestra

Gabriele Bressan oboe/corno inglese,

Davide Teodoro clarinetto/clarinetto basso

Ludovica Borsatti fisarmonica, Mojca Batič violino,

Barbara Grahor Vovk viola, Vida Furlan violoncello

Traduzioni in sloveno a cura di Vili Prinćić

Traduzioni in inglese a cura di Pauline Tacey

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