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Nelle Valli Bolognesi N° 65

Il numero della primavera della rivista su natura, cultura e tradizioni locali edito da Emil Banca

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Nelle

NATURA, CULTURA, TRADIZIONI E TURISMO SLOW TRA LA MONTAGNA E LA PIANURA

Anno XVIII - numero 65 - APRILE - MAGGIO - GIUGNO 2025

ITINERARI

Memoria in cammino

sui sentieri partigiani

DA VEDERE

La storia di Bologna

a Palazzo Pepoli

NON TUTTI SANNO CHE

Maghi e alchimisti

all’ombra delle Torri

PERSONAGGI

Carlo Alberto Pizzardi

Tina Billi

Cristina Campo

Franco Colomba

PRIMAVERA

La vita spericolata

dell’albanella minore


SOMMARIO

to be live

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Periodico edito da

Numero registrazione Tribunale

di Bologna - “Nelle Valli Bolognesi”

n° 7927 del 26 febbraio 2009

Direttore responsabile:

Filippo Benni

Hanno collaborato:

Valentina Fioresi

Stefano Lorenzi

William Vivarelli

Claudia Filipello

Katia Brentani

Gianluigi Zucchini

Claudio Evangelisti

Gian Paolo Borghi

Paolo Taranto

Guido Pedroni

Serena Bersani

Marco Tarozzi

Andrea Morisi

Francesca Biagi

Mario Chiarini

Veronica Righetti

Fausto Carpani

Sandra Sazzini

Giuliano Musi

Alessio Atti

Marco Franceschi

Marco Albertini

Elena Boni

Gianluigi Pagani

Irene Murgia

Foto di:

William Vivarelli

Archivio Bertozzi

Archivi AppenninoSlow

eXtrabo e Bologna Welcome

Paolo Taranto

Guido Barbi e altri in pagina

Giovanni Zati

Progetto Grafico:

Studio Artwork Grafica & Comunicazione

Roberta Ferri - 347.4230717

Pubblicità:

distribuzione.vallibolognesi@gmail.com

051 6758409 - 334 8334945

Rivista stampata su carta ecologica

da Rotopress International

Via Mattei, 106 - 40138 Bologna

Per scrivere alLA REDAZIONE:

vallibolognesi@emilbanca.it

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Gli scatti di William Vivarelli

Fanello

La pubblicazione

All’albanella minore piace il rischio

Le foto della primavera

In dialetto si dice....

Muret e Vettavetta

La nostra cucina

Le raviole

Speciale prodotti locali

Zuccherini, Castagnola e Torta grassa

Erbe di casa nostra

La Gemmoterapia

Via degli Dei

Giovane, di moda e pure inclusiva

Appuntamenti

Il magico mondo dell’Ocarina di Budrio

Lo Yunka Festival a Monte Bibele

In giro con eXtrabo

Camminare per ricordare sui sentieri partigiani

Succede solo a Bologna

Una terrazza all’ombra delle Torri

L’iniziativa con Confguide

XXL e la piazza torna libera

In giro con AppenninoSlow

Al Corno alle Scale e alle grotte di Soprasasso

L’anniversario

La compagnia delle guide

Per abbonamenti e pubblicità contattare appenninoslow:

distribuzione.vallibolognesi@gmail.com - 051 6758409 - 334 8334945

34

La novità

Ospitalità diffusa: nuova vita per le case dell’Appennino

Alla scoperta della Valle di Taranis

Questa rivista

è un prOdotto editoriale

ideato e realizzato da

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40

Non tutti sanno che

Maghi, torri e alchimisti

Personaggi

Cristina Campo

Carlo Alberto Pizzardi

Franco Colomba

Tina Billi

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Da vedere

Palazzo Pepoli

In collaborazione con

50

Speciale

Il Giubileo anche in città

CITTÀ

METROPOLITANA

DI BOLOGNA

52

55

Questo la faccio io

Nidi e ripari artificiali

Alle origini del vino

Oltre al gusto c’è di più

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Fotonaturalismo

Ci vuole orecchio

Bank to be live. Operazione a premi promossa da

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60

Entomologia

Uno scarabeo argentato... ma non troppo

Dialetto e altre storie con Carpani e Borghi



GLI SCATTI DI WILLIAM VIVARELLI

Fanello

(Linaria cannabina)

Il Fanello, (Linaria cannabina) è un passeriforme della famiglia dei Fringillidi.

È un piccolo uccello con una lunghezza di circa 13-14 cm e un’apertura alare di

21-26 cm. Ha un piumaggio distintivo: i maschi durante la stagione riproduttiva

presentano una caratteristica macchia rosso ciliegia sulla fronte e sul petto, mentre

il resto del corpo è marrone con striature bianche. Le femmine, invece, hanno un

aspetto più sobrio, con colori più tenui senza le macchie rosse. È prevalentemente

granivoro, nutrendosi di semi di piante erbacee, ma in periodo riproduttivo integra

la dieta con piccoli insetti. Il canto del maschio è melodioso e serve a delimitare

il territorio e a corteggiare le femmine. È legato agli ambienti aperti di collina

e montagna, evitando le aree densamente antropizzate e coltivate . Preferisce

ambienti con agricoltura tradizionale ad elevata diversità ambientale, come incolti,

spazi aperti e pascoli inframmezzati da siepi e boschetti.

Questo piccolo uccello è un interessante esempio di come le specie si adattino ai

loro ambienti e come interagiscano con l’ecosistema che li circonda. In particolare,

nella provincia di Bologna, il Fanello è una specie sedentaria, migratrice, svernante

e nidificante. Durante il periodo 1995-2016 si è stimato che ci fossero tra 500 e

800 coppie nidificanti nella provincia.

L’ALFABETO di VIVARELLI

Nei numeri precedenti:

Albanella Autunno 2010

Allocco Inverno 2010

Assiolo Primavera 2011

Allodola Estate 2011

Airone cenerino Autunno 2011

Averla maggiore Inverno 2011

Averla piccola Primavera 2012

Aquila reale Estate 2012

Ballerina bianca Autunno 2012

Ballerina gialla Inverno 2012

Barbagianni Primavera 2013

Beccamoschino Estate 2013

Balestruccio Autunno 2013

Calandro Inverno 2013

Capriolo Primavera 2014

Capinera Estate 2014

Cervo Autunno 2014

Cinghiale Inverno 2014

Canapiglia Primavera 2015

Canapino Estate 2015

Cannaiola comune Autunno 2015

Canapino maggiore Inverno 2015

Cannareccione Primavera 2016

Cardellino Estate 2016

Cavaliere d’Italia Autunno 2016

Cinciallegra Inverno 2016

Cincia bigia Primavera 2017

Cincia dal ciuffo Estate 2017

Cincia mora Autunno 2017

Cinciarella Inverno 2017

Cesena Primavera 2018

Cicogna bianca Estate 2018

Civetta Autunno 2018

Cornacchia grigia Inverno 2018

Cormorano Primavera 2019

Codibugnolo Estate 2019

Codirosso comune Autunno 2019

Codirosso spazzacamino Inverno 2019

Colubro di Esculapio Primavera 2020

Coronella Girondica Estate 2020

Covo Imperiale Autunno 2020

Corriere piccolo Inverno 2020

Cuculo Primavera 2021

Culbianco Estate 2021

Cutrettola Autunno 2021

Daino Inverno 2022

Chirotteri Primavera 2022

Cinghiale Estate 2022

Cigno Autunno 2022

Canapiglia Inverno 2023

Uccello combattente Primavera 2023

Codirossone Estate 2023

Colombaccio Autunno 2023

Fagiano comune Inverno 2023

Faina Primavera 2024

Falco Cuculo Estate 2024

Falco di palude Autunno 2024

Falco pellegrino Inverno 2024-2025

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leggere la Sezione I della Nota informativa “Informazioni chiave per l’aderente” e

l’ulteriore set informativo disponibile gratuitamente presso i soggetti collocatori

e sul sito internet www.bccrisparmioeprevidenza.it

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LA PUBBLICAZIONE

La vita e le abitudini di quattro coppie di rapaci delle

colline bolognesi documentate da William Vivarelli

All’albanella minore

piace il rischio

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armi, danneggia l’ambiente o

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Noi siamo come te, condividiamo

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Testo di Marco Franceschi

Esiste un rapace a cui piace il “rischio”,

almeno in periodo riproduttivo. È l’albanella

minore. Vi chiederete che cosa significhi

questa affermazione. È presto detto: a

differenza dell’aquila, dello sparviere, della

poiana, dei falconi, ecc. ecc. che nidificano

su pareti rocciose o sugli alberi, le albanelle

costruiscono il loro nido sul terreno, fra

l’erba e i bassi cespugli di prati, pascoli,

barene di zone lagunari, nonché talvolta in

campi di cereali.

È facile intuire come questa loro

caratteristica esponga le nidiate a

molteplici pericoli. Innanzi tutto volpi,

cinghiali, faine, se si imbattono nei nidi,

sono in grado di uccidere i pulli non

ancora in grado di volare. Inoltre, una

nostra presenza non troppo discreta può

arrecare, in modo del tutto inconsapevole,

enorme disturbo: escursionisti, o persone

in mountain-bike, che passano troppo

vicino a un nido è probabile che inducano

gli adulti ad abbandonarlo, determinando

così il fallimento riproduttivo della

coppia. Come se non bastasse, anche

le condizioni climatiche avverse, come

violenti temporali con pioggia battente e

magari anche grandine, sono in grado di

portare alla morte i piccoli di albanella

ancora nel nido. Infine, per le coppie che

decidono di nidificare nei campi di grano,

vi è pure il pericolo derivante dai lavori

agricoli, in particolare dalla falciatura. A

questo proposito ci si può chiedere: ma

per quale motivo delle coppie di albanelle

minori decidono di riprodursi fra le

spighe? Semplicemente perché in certe

zone, soprattutto in pianura, le aree incolte

sono ormai assai scarse o quasi inesistenti,

e i campi di cereali rappresentano un

ambiente che alle Nostre può risultare

molto simile ad una steppa, ad un terreno

incolto. Ma un campo di grano è una

realtà produttiva, ove i pulli corrono il

rischio di essere “affettati’. Da qui, gli

interventi attuati da naturalisti e volontari

volti a salvare, con vari “escamotages”, i

nidi presenti in quelle situazioni.

La consapevolezza per questi rischi che

corrono, la inusuale, per un rapace, livrea

del maschio adulto (grigio cenere con

punta delle ali nera), l’eleganza del volo (in

particolare quello a bassa quota su campi e

prati) stimolano l’interesse e la “simpatia”

di molti ornitologi per questa specie. Tale

interesse, per così dire “emozionale ed

estetico”, si aggiunge a considerazioni

più propriamente scientifiche, legate

all’importanza che questo rapace, come

tutti I predatori, riveste per l’equilibrio

ambientale.

A questo proposito, lo scorso anno, William

Vivarelli, ha seguìto per alcune settimane,

nel periodo riproduttivo e postriproduttivo,

quattro coppie di albanelle minori in

un’area alto collinare della provincia di

Bologna. Fra le tante (bellissime) fotografie

che ha scattato, ne sono state scelte alcune

decine, utilizzate per la realizzazione di

una Dispensa dedicata proprio all’albanella

minore, e che proponiamo ai lettori della

Rivista. Speriamo di riuscire a trasmettere

a coloro che avranno voglia di sfogliarla le

stesse emozioni che si provano “sul campo”

e speriamo altresì che la lettura di questa

agile pubblicazione invogli molti di noi ad

impegnarsi fattivamente per la tutela della

natura del nostro Paese, natura ancora,

nonostante tutto, così bella e ricca.

Per richiedere la dispensa:

franze58@virgilio.it

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LE FOTO DELLA PRIMAVERA

Testo e foto di Paolo Taranto

SOVRAPPESO?

Dopo le feste tutti abbiamo preso

qualche grammo o chilo…

Non è il caso degli uccelli, anche se

alimentati con le mangiatoie artificiali.

Nella foto vedete un Fiorrancino,

uno degli uccelli più piccoli d’Europa.

Sembra una palla ma non perché abbia

mangiato tanto ma perché gonfia il

piumaggio per protezione dal freddo,

formando uno strato d’aria isolante

intorno al corpo.

SOSPESO NEL VUOTO?

I fili del telefono, ma anche quelli della

luce, rappresentano degli ottimi posatoi

per tante specie di uccelli. Oggi molti di

questi fili sono scomparsi perché i telefoni

sono diventati cellulari ma per fortuna gli

uccelli hanno tanti altri posatoi da poter

utilizzare come alberi, antenne ecc ecc.

In questo caso, un maschio di codirosso

sembra appollaiato su un filo invisibile,

ma è solo un’illusione ottica.

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In dialetto si dice...

LA FAUNA LOCALE NELLA TRADIZIONE

DELLA BASSA BOLOGNESE

Foto e testi a cura di Mario Chiarini

Codirosso spazzacamino – MURET

Nella tradizione popolare si fa riferimento a specie ornitiche

per richiamare ed immaginare situazioni climatiche ed

ambientali con proverbi e modi di dire: e così, ad esempio,

per il merlo si suol dire che “quand a canta al merel, a sen

fora da l’inveren” e per la rondine vale il proverbio che per

“San Benedetto la rondine è sotto al tetto” annunciando così

l’arrivo della primavera. Nella tradizione popolare, l’arrivo

dell’autunno è annunciato, prima ancora che con le prime

nebbie ed i primi freddi, con l’arrivo di due specie ornitiche

che, da sempre, nell’immaginario collettivo sono legate alla

stagione invernale. Parlo del pettirosso, (pitaren dal fred)

e dello scricciolo (limalen dal fred). Ma negli ultimi anni,

viene sempre più segnalata una terza presenza ornitica che

frequenta siepi, parchi, giardini anche molto vicino alle case,

sto parlando del codirosso spazzacamino, da non confondere

con il codirosso, altra specie, migrante e che trascorre, al

contrario, l’inverno in Africa. Il codirosso spazzacamino

nidifica in aree montuose, su pendii con detriti rocciosi e

pareti con arbusti sparsi e sverna in paesi e città di pianura.

È una specie che presenta un evidente dimorfismo dei sessi:

la femmina ed i giovani di primo inverno si presentano con

capo e corpo grigio- marron rossiccio mentre i maschi adulti

Pittima reale - VETTAVETTA / TRIVÈLA

Parliamo oggi della pittima reale, un uccello che mi ha molto

incuriosito nel corso delle mie ricerche per determinare

il suo nome dialettale; innanzi tutto è strano che, come

abbiamo visto per il gruppo dei limicoli, la pittima non

sia (quasi) mai chiamata in dialetto gambela; questo è

sicuramente dovuto al fatto che è una specie facilmente

riconoscibile per il suo aspetto fisico, per il suo rumoroso

avvicinamento e per il suo modo di alimentarsi; meritava

quindi un nome tutto suo. Caratteristico è l’avvicinamento

all’area prescelta; di solito si tratta di un gruppo di poche

decina di soggetti, ma il loro vociare è udibile a notevole

distanza; ascoltate nel QR code qui allegato il loro verso

che è inconfondibile. E da qui, una parte dei cacciatori

di valle chiama, in dialetto la pittima “ VETTAVETTA”;

pare evidente che questo nome dialettale derivi proprio

dal sua verso di avvicinamento. Altri cacciatori invece

individuano il nome dialettale dalla sua modalità di

alimentazione; la pittima infatti si alimenta affondando

nel “limo” il lungo becco con frequenti, rapidi e veloci

colpi, tanto da essere paragonata ad uno strumento usato

per praticare fori nel terreno per sondaggi o per recuperare

campioni di terra. Stiamo parlando della trivella che

dialettizzato diventa trivèla. Dalla foto si può vedere

come la pittima reale “estragga” dal terreno un verme per

inghiottirlo. Infine una interessante curiosità; nell’emisfero

opposto al nostro, vive la pittima minore, gemella della

nostra pittima reale; ad un soggetto di pittima minore è

stata installata una piccola e leggerissima trasmittente

Ascolta il suo canto!

sfoggiano il capo nero ed il corpo che sfuma nelle diverse

tonalità di grigio; entrambi vibrano costantemente la coda e

presentano un sottocoda rosso-ruggine. E proprio il colore del

maschio a determinare il nome dialettale di questa specie;

viene infatti chiamato in dialetto muret in virtù del colore

nero-grigio scuro del suo piumaggio.

Ascolta il suo canto !

per studiare la sua direttrice di migrazione. Questo il suo

itinerario: il 17 marzo parte dalla Nuova Zelanda e arriva

in Cina, il 24, dopo un volo ininterrotto di 10.300 km

(circa 1500 km al giorno, a una media di 70 km/h). In

Cina si ferma per 5 settimane per alimentarsi ed essere in

piena forma in vista delle fatiche della nidificazione; il 2

maggio riparte e percorre altri 6500 km in sei giorni per

raggiungere l’Alaska, dove nidifica; il 30 agosto, terminata

la nidificazione, riparte per la Nuova Zelanda e vola per

altri 11.700 km in 7 giorni, anche questa volta senza soste

intermedie. Insomma per perpetuare la specie, la pittima

minore percorre mediamente circa 28.000 km all’anno.

Un bel record non vi pare?

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Le RICETTE

LA NOSTRA CUCINA

Curiosità, consigli e ricette

della tradizione

culinaria bolognese,

dalla Montagna alla Bassa

a cura di Katia Brentani

È il dolce tipico della Festa di

San Giovanni che annuncia

l’arrivo della Primavera

LE RAVIOLE

Nel mese di marzo, il diciannove, per

la Festa di San Giuseppe è tradizione

preparare le raviole alla mostarda. Se

la pasta delle raviole è la stessa con

cui si prepara la brazadéla e la pinza

o crescenta di Natale, per quanto

riguarda il ripieno devo parlarvi della

mostarda, una tipica marmellata

nera che nel passato si confezionava

in casa. Il termine Mustum Ardens

appare nel 1288 in un testo francese

alludendo al mosto ardente, cioè

piccante, per l’aggiunta di semi di

senape. In questo modo si riusciva

a mantenere un prodotto deperibile

come la frutta.

Questo il racconto di Graziana Monti

che rivive nel suo libro Ricchezze

e miserie d’altri tempi edito dalla

Ponte Nuovo Editrice, la vigilia della

Festa di San Giuseppe, patrono di

Quinzano, paese dell’Appennino

Bolognese dove è nata.

“Una settimana prima del 19

le donne del paese facevano le

raviole, le tradizionali pastine di San

Giuseppe. Ogni famiglia riscaldava

il suo forno con fasci di ginepro, di

erica o ginestra secchi, racimolati

nei boschi vicini. Per giorni e giorni

si bruciavano fascine e cuocevano

raviole. Il paese era inondato di

profumo delizioso in ogni angolo

e i dolcetti ripieni di mostarda si

ammucchiavano nei panieri di vimini

coperti da un telo bianco. Prima

di essere serviti venivano bagnati

nell’alchermes e inzuccherati”.

A Fiesso di Castenaso, paese in

provincia di Bologna, per la Festa

di San Giuseppe le raviole venivano

appese alle siepi di biancospino, a

disposizione dei passanti. Questa

consuetudine si è mantenuta fino alla

fine degli anni Sessanta.

Parlando delle raviole alla mostarda

alcune persone mi hanno raccontato

la leggenda del pozzo incantato, con

Curiosità e ricette sono tratte

da “Bologna la dolce - Curiosando

sotto i portici fra antichi sapori”

di Katia Brentani per

I quaderni del Loggione

dettagli diversi, come si conviene

ad ogni leggenda, ma la storia è

pressappoco questa e ve la trascrivo.

La leggenda narra che per il

matrimonio di Annibale Bentivoglio

con Beatrice d’Este i pozzi della città

furono riempiti di vino da cui, solerti

garzoni, con secchi d’argento e

d’oro attingevano vino e riempivano

i boccali degli sposi e degli ospiti

intenti a gustare libagioni senza pari.

Un giovane garzone, di nome Nello,

RICETTA DELLA MONTAGNA

Raviole alla mostarda:

Ingredienti: 250 gr. di

farina, 100 gr. di burro, 100

gr. di zucchero, 1 uovo intero,

½ bustina di lievito per dolci,

scorza grattugiata di un

limone, un pizzico di sale,

latte q.b.

Procedimento: disponete

la farina a fontana, mettete

al centro le uova intere,

lo zucchero, il burro

ammorbidito, il lievito, la

scorza del limone e un pizzico

di sale. Impastate bene

aggiungendo la quantità di

latte necessaria per ottenere

una pasta omogenea.

Stendetela alta circa 4

millimetri e ritagliate dei dischi

di circa 10 cm di diametro.

Mettete al centro di ogni disco

un cucchiaino di mostarda e

quando avvolse la catena e si ritrovò

il secchio fra le mani, non trovò

lambrusco, ma mostarda. Stupito

l’assaggiò e un languore invase il

suo corpo unito al desiderio di fare

l’amore. Nello richiuse il pozzo con

assi di legno, sostenendo che vi

erano caduti dei topi morti e il vino

era guasto, e aspettò la notte per

ritornare sul luogo e fece scorta di

mostarda. Una mostarda afrodisiaca

che gli permise di riscuotere grande

richiudete, pressando bene

sui bordi. Si ottengono delle

mezzelune che disporrete

su una placca da forno

imburrata. Cuocete in forno a

170° per 15-20 minuti.

RICETTA DELLA CAMPAGNA

Raviole all’alchermes:

Ingredienti: 250 gr. di

farina, 100 gr. di burro, 100

gr. di zucchero, 1 uovo intero,

½ bustina di lievito per dolci,

scorza grattugiata di un

limone, un pizzico di sale,

latte q.b. 100 gr. di alchermes,

150 gr. di zucchero, 200 gr. di

acqua

Procedimento: disponete

la farina a fontana, mettete

al centro le uova intere,

lo zucchero, il burro

ammorbidito, il lievito, la

scorza del limone e un

successo fra le signore dell’epoca,

non solo serve, ma anche nobili.

La mostarda continuò ad apparire sul

fondo del pozzo e Nello, senza mai

rivelare il luogo, iniziò a vendere la

mostarda e presto diventò ricco.

Morì di un attacco acuto di gotta,

lasciando indicazioni confuse, sul

letto di morte, su dove si trovava il

pozzo.

Ma come era accaduto che il vino

si trasformasse in mostarda? La

pizzico di sale. Impastate

bene aggiungendo la

quantità di latte necessaria

per ottenere una pasta

omogenea. Stendetela alta

circa 4 millimetri e ritagliate

dei dischi di circa 10 cm di

diametro. Mettete al centro

di ogni disco un cucchiaino

di mostarda e richiudete,

pressando bene sui bordi. Si

ottengono delle mezzelune

che disporrete su una placca

da forno imburrata. Cuocete

in forno a 170° per 15-20

minuti.

Preparazione bagna:

bollite acqua e zucchero,

quando lo zucchero sarà

sciolto, spegnete ed unite

l’alchermes, fate raffreddare.

Passate le raviole ancora

tiepide nella bagna e nello

zucchero.

Fate raffreddare e servite.

leggenda narra che, la notte prima

delle nozze di Annibale Bentivoglio e

Beatrice d’Este due ladri che avevano

rubato cibo, fra cui frutta (prugne

e mele cotogne), in gran quantità,

gettarono la refurtiva nel pozzo per

non essere sorpresi dalle guardie.

Qualcuno sostiene che fossero riusciti

a rubare anche ambra grigia e questo

spiegherebbe il potere afrodisiaco

della mostarda, ma non come si è

formata.

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SPECIALE PRODOTTI LOCALI

Nella terza puntata del viaggio alla scoperta

dei Prodotti a Denominazione Locale

tre specialità di Castiglione dei Pepoli

Zuccherini,

castagnola

o torta grassa?

A cura di Valentina Fioresi

Siamo alla terza tappa del viaggio alla scoperta dei

prodotti tipici che vantano la Denominazione Comunale

(De.Co.) del comune di Bologna o di altri comuni della

Città Metropolitana. In questa puntata conosceremo la

torta grassa, gli zuccherini montanari castiglionesi e la

castagnella, tutti prodotti tipici dell’area di Castiglione

dei Pepli.

La De.Co. è un riconoscimento fornito dai Comuni a

prodotti agroalimentari o attività tradizionali specifiche

che siano fortemente identitari di quel luogo. Ad oggi

sono 17 i prodotti tipici iscritti al registro De.Co, mentre i

saperi tradizionali sono 5.

TORTA GRASSA CASTIGLIONESE

Già il nome non lascia molto spazio all’immaginazione:

siamo di fronte a un prodotto goloso, preparato

specificatamente per i giorni di festa a Castiglione

dei Pepoli. La torta grassa più che una vera e propria

torta si presenta come un timballo di riso, arricchito

di vari ingredienti a secondo di quello che si aveva in

casa in quel momento, come nella migliore tradizione

contadina. La ricetta tradizionale prevede riso cotto in

acqua, uova, salsiccia e pancetta, parmigiano, sale, pepe

e noce moscata. Sono ammesse varianti che prevedono

riso cotto nel latte, macinato di bovino e grana padano.

L’origine della torta grassa è incerta, ma si presume che

possa avere un legame sia con la torta di riso bolognese

ZUCCHERIni

CASTAGNELLA

(un dolce, detta anche la “torta degli addobbi”) sia con

la lunga permanenza della famiglia Pepoli a Castiglione.

Il primo a definire la ricetta della torta degli addobbi fu

mastro Martino di Como, che però viveva in un feudo

controllato dai Pepoli: potrebbe essere quindi questo il

legame tra Castiglione e una preparazione così particolare,

che sembrerebbe una variante della ricetta dolce. La

torta grassa castiglionese e la torta di riso condividono

anche un’altra caratteristica: ogni famiglia tramanda la

sua particolare versione della ricetta, che viene quindi

declinata in numerose varianti che ne mantengono

comunque inalterata la base.

Nel 2004 la torta grassa è stata preparata anche in tv (da

Cristina Malferrari, cittadina castiglionese) durante una

puntata del programma “La prova del cuoco”. Dal 2023

questo piatto è entrato a far parte delle pietanze ammesse

nella preparazione del “Tagliere dei Salsamentari” (De.

TORTA GRASSA

Co. del comune di Bologna), l’antipasto tipico bolognese

che porta in tavola salumi, formaggi e prodotti da forno.

ZUCCHERINI MONTANARI CASTIGLIONESI

Gli zuccherini sono diventati negli anni un vero e proprio

simbolo della cucina montanara, anche se in realtà non

venivano preparati spesso, ma soltanto in occasioni

particolari. Venivano infatti offerti agli invitati durante i

matrimoni (le donne ricamavano appositamente teli e

“burazzi” per conservare gli zuccherini in ceste e panieri,

per poi offrirli agli invitati) e durante le cresime (in questo

caso gli zuccherini venivano utilizzati per comporre una

collana che veniva fatta indossare al cresimando).

Gli zuccherini si presentano come piccole ciambelline

glassate e vengono preparati con farina bianca, uova,

semi di finocchio, anice, acqua e zucchero. Si impastano

tutti gli ingredienti (tranne lo zucchero) e con il composto

De.Co.

ottenuto si preparano delle strisce che vengono poi

chiuse per dare ai dolci la forma finale. Una volta cotti

devono essere immersi nello zucchero precedentemente

sciolto, in modo che ricopra tutto lo zuccherino: a questo

punto si dispongono sul tavolo o su un tagliere in modo

che lo zucchero solidifichi.

Oggi pensare agli zuccherini significa riportare alla

mente la cucina delle nonne e i sapori autentici delle

nostre montagne: sono passati da dolci per occasioni

speciali a dolci che rendono speciale ogni giorno.

CASTAGNELLA CASTIGLIONESE

La Castagnella è un prodotto che dimostra come la

tradizione possa incontrare la modernità anche in

cucina. Si tratta di una crema spalmabile a base di

farina di castagne e miele, preparata con materie prime

nostrane presso l’azienda agricola “Mulino del Frate” di

Roncobilaccio. La creazione di questo dolce nasce dalla

volontà di valorizzare e continuare a utilizzare prodotti

tradizionali che negli ultimi anni sono caduti sempre di più

nell’oblio. Prima di tutto la farina di castagne: i castagneti

un tempo erano la principale fonte di sostentamento per

le famiglie dell’Appennino, che coltivavano e curavano

i propri alberi durante tutto l’anno. Dopo la raccolta le

castagne venivano poi essiccate nei “casoni” (strutture

simili a piccole casette costruite in sasso all’interno dei

castagneti) e successivamente portate nei mulini per

essere trasformate in farina. La farina veniva poi venduta

e/o utilizzata per la preparazione di cibi come patolle e

ciacci.

I castagneti sono stati a lungo dimenticati, ma negli

ultimi anni c’è stata una ripresa delle attività tradizionali

e quindi un aumento della produzione di castagne,

nuovamente raccolte secondo le differenti qualità e non

solo dagli alberi selvatici.

L’altro ingrediente della Castagnella è il miele, prodotto

che negli ultimi anni è stato protagonista di una notevole

riscoperta. L’attenzione alla salute delle api, dovuta alla

loro importanza ecologica, è decisamente aumentata e

di conseguenza anche la consapevolezza legata al loro

mondo e alla produzione del miele.

Dall’unione di questi due prodotti, simbolo della

montagna, della rinascita e di una nuova motivazione

ad investire nelle tradizioni e mantenerle, è nata

la Castagnella, entrata a pieno titolo tra le De.Co.

riconosciute dal comune di Castiglione.

014

1531

Via Porrettana 328, Sasso Marconi (BO) Pasticceria della Piazza Sasso Marconi 051 498 8544



ERBE DI CASA NOSTRA

Con una naturopata

per conoscere le leggende,

gli usi medici e quelli tradizionali

delle piante della nostra provincia

Gemmoterapia

Una metodica terapeutica appartenente

all’antica Fitoterapia nata dagli studi

del medico omeopata Pol Henry

La Gemmoterapia

Testo di Claudia Filipello - www.naturopatiabologna.it

La primavera è alle porte: la luce progressivamente si

esprime sempre più con giornate illuminate dal sole.

Questo è un tempo in cui lei, la luce, è come se avesse

tanto da raccontare, dopo il lungo riposo invernale. La

primavera è il filo d’erba che spacca la zolla di terra, è il

canto, prima dell’alba, degli uccellini che comunicano

la vita: tutto in Natura in questa stagione è racconto di

futuro e di ri-nascita.

Quando la primavera sta per giungere, te ne accorgi da

piccoli segnali: gli alberi si riempiono di boccioli ed il

verde delle foglie si fa chiarissimo; il profumo dell’aria

cambia e diventa fresco ed erbaceo. Questo è il tempo in

cui l’aria diviene una carezza, la luna piena splende con

un colore dorato, gli animali iniziano a cercarsi perché

sentono che tutto si risveglia ed anche la sera diventa più

dolce.

Il germoglio prende parte a questa danza: ha in sé il

profumo dell’espressività della vita stessa.

Dalle gemme delle piante è possibile estrarre quello che

si chiama Gemmoderivato ovvero Macerato Glicerico

che si assume per via orale e che contiene tutta la pianta

nella sua potenzialità benefica.

Ti invito ad osservare le gemme degli alberi che incontri

sulla tua strada ogni giorno; guarda bene e vedrai che una

gemma assomiglia ad un uovo: la sintesi della creazione,

chiusa ma permeabile, pronta a creare e a far nascere a

nuova vita.

La Gemmoterapia è una metodica terapeutica appartenente

all’antica Fitoterapia che utilizza soluzioni in prima

diluizione decimale (1DH) di macerati idrogliceroalcolici

di estratti vegetali freschi; sono costituiti da tessuti

meristematici come le gemme, i germogli, i boccioli, i

giovani getti, le giovani radici, gli amenti, la linfa, i semi

o altri tessuti embrionali di vegetali in fase di crescita. Si

definisce anche Meristemoterapia poiché il meristema è

il tessuto embrionale di origine vegetale dove si ritrovano

le caratteristiche anaboliche totali della cellula vegetale,

(indipendentemente dall’età della pianta stessa), con tutte

le sue potenzialità che non si ritrovano più nella pianta

adulta; infatti tutti i tessuti utilizzati per la preparazione

del meristemoterapico, essendo di origine embrionale,

contengono molte più sostanze attive di quante non siano

presenti nella stessa pianta adulta.

La Gemmoterapia è multifunzionale poiché ha risonanza

con specifiche linee cellulari a seconda della pianta;

ma la funzione è anche aspecifica perché invece di

aggiungere, di inibire, di bloccare recettori, si occupa

umilmente di pulire, di ordinare, lasciando che sia poi il

sistema organico a fare ciò per cui sarebbe programmato:

rigenerarsi, recuperare flessibilità, idratare riducendo

i segnali infiammatori, ottimizzando e ripristinando

gradualmente le funzioni.

Se un farmaco agisce come un generale che comanda i

soldati ad eseguire un ordine, un Gemmoderivato è come

se fosse un amico che ti accompagna con calma a fare ciò

che è risonante con le tue capacità. Questo si manifesta

grazie all’attivazione di un’efficace eliminazione

delle tossine, al fine di rendere efficiente l’organismo

nell’attivare senza difficoltà, un processo di autogestione

verso il benessere (omeostasi-autoguarigione).

Oltre la funzione di drenaggio, il Gemmoderivato ha

una specifica risonanza con determinate linee cellulari

o determinati organi, e contemporaneamente sono affini

a determinate fasi della malattia. Quindi alcune piante

sono più indicate nella gioventù, altre in età anziana e lo

stesso vale per esordi di malattie o problemi cronici.

Il Gemmoderivato quindi è un’eccellenza rispetto

le tradizioni erboristiche e contemporaneamente è

innovativo, sicuro e compatibile nel caso di associazione

con altri metodi di cura; infatti sfrutta il potenziale invece

che l’azione diretta.

La Gemmoterapia nasce grazie agli studi fatti dal medico

omeopata dott. Pol Henry (1918-1988) che operò a

livello clinico le potenzialità di questi rimedi. Egli creò

tre vie di utilizzo, tra cui un metodo analogico basato

sul parallelismo esistente tra l’evoluzione delle foreste,

le modificazioni del terreno che esse provocano e le

corrispondenze esistenti tra le alterazioni patologiche del

terreno umano, evidenziate dall’analisi dell’elettroforesi

delle proteine. Pol Henry ebbe un’intuizione brillante

nell’utilizzare le gemme degli alberi e certamente la

conoscenza dell’omeopatia lo aiutò particolarmente.

La funzione principale delle gemme è la generica assenza

di tossicità e la facilità con cui possono essere associati

ad altri rimedi, sia della medicina allopatica, sia della

medicina non convenzionale.

I gemmoderivati possono essere preparati in forma

di gocce, da diluire in acqua secondo le indicazioni

specifiche ed individuali oltre che secondo il parere del

professionista.

Alla base di questa pratica terapeutica si riconoscono

quattro principi fondamentali. Dato che la vita è

garantita da una continua dinamizzazione cellulare,

l’azione terapeutica si manifesta attraverso cellule in fase

di potenziale divisione che siano in grado di stimolare

altri tessuti cellulari alla riparazione e rivitalizzazione;

Dato che la vita animale dipende da quella vegetale,

le cellule vegetali possono rigenerare quelle animali

nell’alterazione dell’omeostasi; gli alberi sono l’identità

vegetale in cui l’energia vitale è più attiva, dato che

nell’alternarsi delle stagioni possiamo assistere ad un

grande rinnovamento cellulare. Tutti i tessuti delle

NERO GIARDINI

STONEFLY

CAFE' NOIR

IGI & CO

ECCO

S.Lazzaro Di Savena

@patty_scarpe

piante in via di divisione (meristemi) sono i più adatti a

detossificare, rigenerare e nutrire le cellule del tessuto

animale; Le betulle e le querce sono le piante che

possiedono una più spiccata capacità di resistenza,

adattamento e rigenerazione; i loro tessuti embrionali

sono alla base della terapia con gemmoderivati.

I gemmoderivati sono quindi particolarmente ricchi in

enzimi o catalizzatori (acceleratori) di funzione, fattori di

crescita (auxine), acidi nucleici, amminoacidi, vitamine e

ormoni vegetali specifici, in base alle caratteristiche della

pianta di riferimento, che conferirà particolari proprietà

terapeutiche al preparato.

Ritengo che la Gemmoterapia vada fatta conoscere e

resa fruibile perché si adatta perfettamente al concetto e

alla pratica della prevenzione che è la prima forma di

cura. Non a caso però, fatica a essere recepito il valore di

questo tipo di metodo di cura e di terapia; infatti sono rari

i claims riferiti alle gemme negli allegati ministeriali alla

voce generica ed inappropriata di “integratori”.

La gemmoterapia infine, è un sistema meraviglioso

per comunicare direttamente alle cellule messaggi ed

informazioni sulla stessa lunghezza d’onda, al fine di

accompagnarlo in modo dolce e profondo, in piena

linea con la vis medicatrix naturae cioè il potere di

autoguarigione insito nelle nostre cellule quando non

sono inquinate.

Pattyscarpe

TIMBERLAND

MEPHISTO

MELLUSO

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GEOX

16

FRAU

Via Jussi 6 - 051 461318 Via Roma 9/b - 051 451879

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IL RICONOSCIMENTO

GLI IMPEGNI PER IL FUTURO

Via degli Dei

La Via degli Dei è il

primo cammino al mondo a

diventare una destinazione

sostenibile ed è anche

quello che ha l’età media

più bassa in Italia

Giovane,

di moda

e pure

inclusiva

Testo di Francesca Biagi

La Via degli Dei in un solo anno ha

raggiunto due importanti traguardi: è il

primo cammino al mondo a diventare

ufficialmente una destinazione

sostenibile ed è l’itinerario in Italia più

frequentato dalle nuove generazioni.

Che queste due caratteristiche siano

correlate?

Il primo risultato era ormai nell’aria,

frutto di un lavoro iniziato nel 2023,

dopo oltre un anno di verifiche da parte

degli auditor di Vireo, società italiana

incaricata dal Global Sustainable

Tourism Council, che hanno messo

sotto esame l’organizzazione del

L’età media dei camminatori

(campione di 5.300 persone)

Gennaio: 35,5 anni

Febbraio: 43,7 anni

Marzo: 39,4 anni

Aprile: 38,8 anni

Maggio: 43,5 anni

Giugno: 41,2 anni

Luglio: 36,9 anni

Agosto: 33,7 anni

Settembre: 35,9 anni

Ottobre: 43 anni

Novembre: 39,6 anni

Dicembre: 40 anni

Media complessiva: 38,7

cammino, analizzandone la gestione,

la sostenibilità sociale, ambientale

ed economica secondo i criteri

internazionali declinati dai 17

Sustainable Development Goals delle

Nazioni Unite (la famosa Agenda

2030).

Il forte sistema di governance, il lavoro

in rete per unire 130 chilometri, 12

comuni e 150 operatori, l’accoglienza

come tratto distintivo e la voglia di non

fermarsi mai sono stati gli elementi

che hanno convinto GSTC a indicare

la Via degli Dei come cammino

sostenibile, scelta avvallata anche dai

dati che hanno visto per il 2024 circa

23.000 camminatori e un indotto di

circa 12 milioni di euro sul territorio

dell’Appennino.

La seconda indicazione invece arriva

dal questionario della credenziale

ufficiale, che è lo strumento principale

per un’analisi dei dati, dei target e dei

mercati da parte di Appennino Slow,

gestore della Via degli Dei e che è stato

compilato da un campione di circa

5300 persone.

Si conferma una leggera maggioranza

di camminatori maschili, la preferenza

a partire con amici, l’aumento della

suddivisione delle tappe dai 5 ai 6

giorni ma spicca senza dubbio una

tendenza che era già stata sottolineata

anche in passato: la Via degli Dei è un

cammino social, di “moda”, scelto dai

millennials ma anche dalla generazione

Z per mettersi alla prova e affrontare un

percorso che diventa una sfida, fisica e

mentale.

Una rete operativa - Lavorare in rete,

con un sistema di governance chiaro

e definito e una stretta collaborazione

tra Comuni, operatori economici,

associazioni e Cai.

Insieme pubblico e privato

- Ascoltare e coinvolgere

strategicamente per un piano di

azioni di sviluppo per scrivere

insieme un progetto di co-marketing

tra enti pubblici e operatori privati

La “restanza” in Appennino -

Continuare a sviluppare progetti

per offrire a giovani e residenti

la possibilità di non trasferirsi,

limitando il frequente fenomeno dello

spopolamento delle aree montane.

La mobilità alternativa - Non basta

camminare lungo la Via degli Dei, si

può arrivare al punto di partenza e

tornare dal punto di arrivo nel modo

meno impattante possibile, in treno.

Feste green lungo il cammino -

Gli eventi sono la linfa del nostro

Appennino, raccontano le tradizioni, i

sapori, la nostra identità. Tutti insieme

possiamo fare attenzione affinchè

Gli anni di media rilevati dalla

credenziale sono 38,7 ma scendono

a 33 e 36, rispettivamente nei mesi

di agosto e luglio, il periodo più

frequentato dell’itinerario. Questi dati

sono confermati anche dagli uffici

turistici, in particolare da infoSASSO,

infopoint di riferimento per la Via

del comune di Sasso Marconi, che

quotidianamente riceve richieste di

informazioni per la partenza, per la

suddivisione delle tappe, l’acquisto di

gadget o della cartografia. In aumento

anche i download della app ufficiale,

tendenzialmente utilizzata dagli under

50: nel 2024 sono state 12.262 le

persone che hanno effettivamente

scaricato la traccia sul cammino

percorrendolo, una indicazione

importante per la crescita di questi

strumenti digitali.

Infine l’ultimo indizio: la Via degli Dei

si è confermata l’itinerario più ricercato

sul portale camminiditalia.org, la più

grande community italiana sul trekking

nata nel 2017 con un sito da un milione

e mezzo di visite l’anno.

diventino manifestazione a bassa

impatto ambientale.

La Via degli Dei inclusiva - Dal

progetto “In Montagna sono tutti

uguali” alla sensibilizzazione

dell’inclusione in cammino: la natura

offre opportunità per tutti e fa sì che le

mancanze diventino opportunità.

I prodotti tipici locali - Dalla sua

creazione la Via degli Dei nasce

con uno scopo turistico e goliardico:

conoscere i prodotti a chilometro

zero. Tra osterie, agriturismi e

degustazioni scopriremo un cammino

di valorizzazione enogastronomica.

Un sentiero da “coltivare” -

Alluvioni, piogge, fango, siccità:

la fragilità della Via degli Dei

deve essere preservata da tutti

con piccole azioni da mettere in

atto quotidianamente ma anche

partecipazione nei momenti di

necessità.

Educare per crescere - Mai partire

impreparati per un cammino:

la natura va rispettata e quindi

conosciuta. Leggere, studiare,

Ogni anno, infatti, Cammini d’Italia

analizza le tendenze dei loro utenti

per individuare le mete più amate

dei camminatori di tutta Italia. Per

l’itinerario che collega Bologna a

Firenze sono state 80.000 le visite sulla

pagina del sito, con un campione che

vede il 41% sotto i 34 anni e il 63%

sotto i 44 e un distacco dal secondo

(il cammino dei Borghi Silenti) di oltre

30.000 click.

Che l’attenzione alle tematiche relative

alla sostenibilità e la scelta di questo

cammino da parte dei più giovani siano

correlate? In parte è molto probabile.

Secondo gli ultimi trend turistici, in

particolare secondo le indicazioni

di Sojern, azienda americana

specializzata in digital marketing del

settore turistico, Millennials e GenZ

sono più della metà della popolazione

mondiale e quindi le loro abitudini

di acquisto e spesa hanno un impatto

significativo sull’economia globale e

il settore viaggi. In media, i millennial

trascorrono 35 giorni di ferie all’anno,

seguiti da vicino dalla Gen Z con

prepararsi significa godere a pieno

dei territori che attraverseremo.

La Via degli Dei, tutto l’anno - Non

solo ponti e agosto: il cammino in

Appennino può essere percorso

365 giorni, in ogni stagione con le

sue peculiarità. Servono solo giuste

accortezze e una buona attrezzatura!

29 viaggi all’anno. Tuttavia, queste

generazioni non si limitano a viaggiare:

danno una maggiore importanza

alla sostenibilità e tengono conto

dell’impronta ambientale nelle loro

scelte di viaggio.

Sempre secondo Sojern, la richiesta

di viaggi sostenibili è in continua

crescita e il 77% delle persone di età

compresa tra 18 e 29 anni riferiscono

che la sostenibilità influisce sulle

loro decisioni di viaggio. Cercano

destinazioni che mettano il pianeta

al primo posto e offrano esperienze

ecologiche uniche e autentiche.

La certificazione come primo

cammino al mondo quale destinazione

sostenibile va incontro dunque a

questo trend. Un grande merito

quindi alla Via degli Dei che, anche

questa volta, ha saputo “cogliere”

un’opportunità e organizzarsi con

impegno e dedizione alla causa

della certificazione per attestare, con

professionalità e lungimiranza, il suo

impegno verso l’ambiente (cavalcando

anche le tendenze di viaggio globali!).

18

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APPUNTAMENTI

Musica, cultura e tradizione: dal

10 al 13 aprile torna il Festival

che celebra il simbolo di Budrio

Il magico

mondo

dell’Ocarina

Testi di Valentina Balletti

Il Festival Internazionale dell’Ocarina

di Budrio, giunto alla sua dodicesima

edizione, si terrà dal 10 al 13 aprile 2025,

celebrando lo strumento simbolo del

patrimonio culturale budriese.

L’ocarina è uno strumento musicale

a fiato di forma ovale, generalmente

costruito in terracotta. La sua invenzione

risale al 1853, quando il diciassettenne

Giuseppe Donati di Budrio ideò una

versione migliorata dei flauti globulari

in terracotta, trasformandoli in strumenti

musicali completi. Il nome “ocarina”

deriva dal termine dialettale bolognese

“ucaréina”, diminutivo di “oca”, in

riferimento alla forma che ricorda il

profilo di un’oca senza testa. Donati

non si limitò a costruire ocarine di una

sola dimensione, ma creò una famiglia

di strumenti di diverse taglie, intonati tra

loro. Questo portò alla formazione del

©Wildlab

primo gruppo ocarinistico budriese, che

iniziò la sua attività negli anni ‘60 del XIX

secolo, esibendosi con successo in Italia

e in Europa.

L’ocarina si diffuse ulteriormente nel XX

secolo, trovando popolarità in paesi come

Corea, Giappone, Cina, Perù, Francia,

Inghilterra, Ungheria e Stati Uniti. Più

recentemente, nel 2024, l’ocarina di

Budrio ha ottenuto il riconoscimento

di Denominazione Comunale (De.

Co), importante strumento di tutela e

preservazione del patrimonio culturale

locale.

Il Festival

Il Festival Internazionale dell’Ocarina di

Budrio nasce con l’obiettivo di celebrare

e promuovere questo strumento unico,

profondamente radicato nella cultura

locale. La manifestazione biennale,

quest’anno riproposta eccezionalmente

dopo l’edizione del 2024 arrivata dopo

5 anni di stop, attira musicisti, artigiani e

appassionati da tutto il mondo, offrendo

concerti, danze ed eventi didattici.

Il festival costituisce un momento

fondamentale per valorizzare l’ocarina in

tutte le sue forme e per riunire la comunità

musicale che ne preserva la tradizione

artigianale e la memoria, rappresentando

un’occasione unica per immergersi nella

tradizione musicale locale e scoprire le

melodie affascinanti di uno strumento

che continua a incantare generazioni di

appassionati.

Gli appuntamenti

L’inaugurazione del festival, il 10 aprile

alle 21 al Teatro Consorziale di Budrio,

con ELIO nello spettacolo “Le Sottilissime

Astuzie di Bertoldo”, una rivisitazione

dell’opera di Giulio Cesare Croce,

accompagnato da Soqquadro Italiano e

dal Gruppo Ocarinistico Budriese.

Si prosegue l’11 aprile alle ore 9 sempre

al Teatro Consorziale con Ocarinando,

Foto @Museo dell’Ocarina

San Giovanni in Persiceto

dove gli allievi del Progetto Ocarinando

porteranno sul palco i risultati del

loro percorso didattico. La giornata si

concluderà alle 21 con Ocarina Legends

from the World, un concerto che riunisce

musicisti internazionali sul palco del

Teatro Consorziale.

Il 12 aprile, alle 11:30, alle Torri

dell’Acqua, Robert Hickman terrà un

laboratorio sulle potenzialità dell’ocarina

nella musica irlandese. La serata si

animerà con il Gran Gala dell’Ocarina

alle 21 al Teatro Consorziale e, alle 23,

con l’esibizione di Godblesscomputers

insieme all’ocarina elettronica di Fabio

Galliani presso Le Torri dell’Acqua.

L’ultima giornata del festival, il 13 aprile,

inizierà alle 12 con Primi passi con

l’Ocarina, un laboratorio introduttivo

tenuto sempre da Robert Hickman. Nel

pomeriggio, alle 14:30 e alle 16:00, si

terranno visite guidate all’Accademia dei

Notturni, nota come la “piccola Versailles

bolognese”. Il festival si concluderà alle

17 con il concerto dei Modena City

Ramblers al Teatro Consorziale, che

presenteranno il tour “Appunti Resistenti”

in occasione dell’80° anniversario della

Liberazione.

Programma completo e informazioni:

www.ocarinafestival.org

FB: Ocarina Festival Budrio

IG: @ocarina_festival

APPUNTAMENTI

In primavera in Appennino

Lo Yunka

Festival a

Monte Bibele

Dal 31 maggio al 2 giugno 2025

Monte Bibele (Monterenzio) ospiterà lo

Yunka Festival, un evento dedicato alla

community di Cammini d’Italia quest’anno

in collaborazione con Appennino Slow.

La manifestazione prevede tre giorni

dedicati totalmente alla natura e allo sport

outdoor, con tantissime attività legate

al mondo del trekking. Sarà possibile

partecipare anche a sessioni di yoga,

workshop di bushcraft, escursioni sul

territorio alla scoperta dei Cammini più

IN CALENDARIO

4 maggio

Festa di primavera

(Castiglione dei Pepoli)

31 maggio - 2 giugno

Yunka Festival

(Monterenzio)

28-29 giugno

Della Lana e della Seta -

Festa della Via e di tutti i

Cammini

(Castiglione dei Pepoli)

31 luglio - 3 agosto

Fiera di San Lazzaro

6-8 settembre

Fiera di Sdaz

(Pontecchio Marconi)

famosi che attraversano queste zone

(La Via degli Dei e la Via Mater Dei).

Le attività saranno intervallate da un

programma di incontri e conferenze con

esperti e con le icone pop dei cammini

italiani.

28-29 giugno

UN FINE SETTIMANA SULLA VIA

DELLA LANA E DELLA SETA

Il weekend del 28 e 29 giugno

2025 invece sarà dedicato alla

Via della Lana e della Seta, con

l’ormai consueto appuntamento

tra Castiglione dei Pepoli e

Montepiano. Per due giorni la

Via sarà l’assoluta protagonista

dell’evento, con attività dedicate,

concerti e stand gastronomici tipici.

Si tratta di un’occasione perfetta per

conoscere il Cammino e esplorare

il territorio appenninico dal punto

di vista naturalistico, storico e

enogastronomico!

Il programma aggiornato sarà

disponibile su: https://www.

viadellalanaedellaseta.com/festa

Durante lo Yunka sarà possibile per tutti

i partecipanti campeggiare presso l’area

attrezzata, dotata di servizi e punti di

ristoro. Saranno presenti anche stand dei

cammini italiani e mercatino con prodotti

prodotti e artigianato locale.

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IN GIRO CON EXTRABO

Una primavera alla scoperta del territorio

Camminare per ricordare

sui sentieri partigiani

Testi di Veronica Righetti

Le iniziative di eXtraBO offrono

l’opportunità di vivere esperienze

uniche, immergendosi nella natura e

nella storia dell’Appennino bolognese:

che si tratti di percorrere i sentieri

della Resistenza o di partecipare a

laboratori e escursioni pensate per i più

piccoli, ogni attività è progettata per

promuovere la conoscenza e il rispetto

del territorio.​Partecipando a queste

esperienze, non solo si scoprono luoghi

affascinanti, ma si contribuisce anche

alla valorizzazione e alla promozione

di un importante patrimonio culturale

e naturale. eXtraBO vi invita a

unirvi a queste avventure, per vivere

appieno tutto ciò che l’Appennino

bolognese ha da offrire. Dai sentieri

della Resistenza alle esplorazioni di

eXtraBimbi, il filo conduttore è sempre

lo stesso: riscoprire il territorio con

consapevolezza, stupore e rispetto.

Perché camminare non è solo

spostarsi da un luogo all’altro, ma

anche imparare a vedere, ascoltare

e comprendere. Che sia attraverso

la memoria del passato o lo sguardo

curioso dei bambini, ogni passo

nell’Appennino Bolognese diventa

un tassello di un racconto più grande,

tutto da scoprire.

Tutte le attività si possono prenotare

sul portale www.extrabo.com oppure

presso l’ufficio in piazza Nettuno 1

a/b a Bologna (contatti: 051 6583109 /

extrabo@bolognawelcome.it).

Sui sentieri della Resistenza

Ci sono luoghi in cui il tempo sembra

essersi fermato, dove il silenzio dei

boschi racconta storie di coraggio,

dolore e speranza. L’Appennino

bolognese è uno di questi luoghi:

un teatro naturale in cui la storia ha

lasciato tracce indelebili. Durante la

Seconda Guerra Mondiale, queste

montagne furono lo scenario di

aspri combattimenti tra i partigiani,

le truppe nazifasciste e gli eserciti

alleati. Oggi, attraverso il cammino,

possiamo rievocare quelle vicende e

rendere omaggio a chi ha lottato per

la nostra libertà. Quattro trekking,

organizzati da eXtraBO, offrono

un’occasione unica per immergersi

nella memoria storica e nel paesaggio

della nostra montagna, ripercorrendo

sentieri che ancora custodiscono il

ricordo di quegli eventi cruciali.

Sabato 5 aprile 2025

Il caso Paolo Fabbri

Sassane e Pietracolora sono piccoli

centri dell’Alto Appennino bolognese,

incastonati tra boschi rigogliosi e

sentieri nascosti. Nel 1945, proprio

in questi dintorni, si spense Paolo

Fabbri, fondatore delle brigate

Matteotti, ucciso in circostanze che

restano ancora avvolte nel mistero. Il

cammino si snoda proprio nei luoghi

dove si consumò questa vicenda, e

sarà arricchito dalla voce di Enrico

Verdolini, autore del libro Il Caso

Paolo Fabbri, edito da Pendragon. Un

trekking letterario che unisce il piacere

della scoperta alla profondità della

narrazione storica: passo dopo passo,

si ripercorrerà la storia di Fabbri, il

contesto in cui operava e il sacrificio

di chi scelse la via della Resistenza.

L’Appennino, con i suoi sentieri che

si intrecciano tra passato e presente,

diventa così un grande libro aperto,

da leggere con attenzione e rispetto.

Lunedì 21 aprile 2025

La battaglia di monte Catarelto

Monte Catarelto, una vetta che si

erge tra le vallate dell’Appennino

bolognese, fu il punto cruciale della

prima linea difensiva tedesca. In quei

giorni di guerra, tra il fragore degli

scontri e il rombo dell’artiglieria,

echeggiavano le cornamuse degli

Scozzesi della Scot Guards, che

suonavano per dare coraggio ai

compagni e onorare i caduti. Oggi,

il silenzio della montagna custodisce

quelle memorie, che rivivono nel

cammino tra i sentieri di queste

alture. L’escursione non è solo un

percorso fisico, ma un viaggio nella

storia di uomini venuti da lontano

per combattere su queste terre. Alla

fine del trekking, la visita all’Oak

Tree Ranch ci permette di toccare

con mano il passato: reperti originali,

conservati con cura dai proprietari,

raccontano episodi dimenticati,

svelando dettagli di una battaglia che

segnò il destino della Linea Gotica.

Sabato 26 aprile 2025

Sulla Linea Gotica

Tra le alture di Castel d’Aiano, tra

sentieri che si perdono nei boschi e

paesaggi che si aprono su panorami

sconfinati, si trova il Museo delle

Storie...dalla Linea Gotica. È qui

che ha inizio il nostro cammino:

un’immersione nella memoria, tra

oggetti e documenti che raccontano

la vita al fronte tra il 1944 e il 1945.

Poi, zaino in spalla, ci addentriamo

nei sentieri che videro avanzare le

truppe alleate, affrontare le asperità

del terreno e la durezza dell’inverno

appenninico. Ogni sasso, ogni rovina,

ogni traccia ancora visibile diventa

una testimonianza di ciò che è stato.

Al rientro, la visita al museo chiude

il cerchio: i racconti si intrecciano

con le immagini, con i reperti, con

le parole di chi ha raccolto queste

memorie per restituirle al presente;

un’esperienza intensa, che lascia un

segno profondo in chi la vive.

Sabato 3 maggio 2025

Sentieri a Monte Sole

Il parco storico regionale di Monte

Sole è l’unica area protetta della

nostra regione ad avere l’appellativo

di “storico”, per via delle tristi e

tragiche vicende che avvennero tra

le dorsali appenniniche a cavallo

tra il fiume Reno e la valle del Setta.

L’escursione toccherà proprio i

luoghi simbolo del barbaro eccidio

Alberi, lucciole e altri animali

fantastici per stupirsi della natura

Tante avventure

con eXtraBimbi

Un percorso con tante attività adatte a bambini tra

i 6 e i 12 anni, con laboratori e esperienze all’aria

aperta dedicate alla natura che ci circonda.

Sabato 5 e 21 aprile 2025

Noi Siamo Albero!

Un viaggio nelle radici della vita

Un laboratorio per esplorare il mondo vegetale, scoprendo connessioni

tra la loro vita e quella degli alberi, fino a creare il proprio albero di famiglia.

Dopo aver piantato le radici di questa nuova consapevolezza, il viaggio

prosegue nel Parco La Martina lunedì 21 aprile 2025. Camminando tra

i boschi e le radure, sotto l’ombra di querce secolari, si ascolteranno le

storie che le piante sussurrano nel vento.

Domenica 4 maggio 2025

Piccoli animali fantastici e dove trovarli

Il mondo nascosto sotto i nostri piedi

Gli insetti e i piccoli animali spesso passano inosservati, eppure il

loro mondo è straordinario. Attraverso giochi e osservazioni con lenti

d’ingrandimento, i bambini scopriranno come comunicano, come

si difendono e come interagiscono con l’ambiente. L’esplorazione

proseguirà dal vivo ai Giardini Margherita, un angolo di verde in città.

Lucciole all’Oasi – La magia della notte - Domenica 18 maggio 2025

Nell’Oasi della Bisana, al calare del sole, un sentiero illuminato da

piccole luci danzanti guiderà bambini e genitori in un viaggio nella notte.

Le lucciole sveleranno il fascino del buio, insegnando ai più piccoli a non

averne paura, ma ad ascoltarlo e viverlo come un alleato.

Sabato 7 giugno 2025

Nel buio

In questo laboratorio, bambini e genitori seguiranno un percorso fatto di

ascolto, gioco e scoperta. Conosceremo gli abitanti notturni del nostro

territorio, ne impareremo i segreti e impareremo a fidarci del buio e dello

spazio intorno a noi.

Domenica 29 giugno 2025

Vite notturne

Andiamo a scoprire chi si diverte a scorrazzare tra gli alberi e le acque

della Rizza con questa facile escursione notturna, dove cercheremo di

farci amica la notte e tutti i suoi abitanti!

INFO E PRENOTAZIONI

www.extrabo.it | 051 6583109 | extrabo@bolognawelcome.it

che avvenne nei borghi di Caprara

e Casaglia, ad opera delle truppe

nazifasciste.

Camminare per ricordare

Ogni passo su questi sentieri è

un atto di memoria. Camminare

tra le montagne che furono teatro

della Resistenza significa non solo

ammirare la bellezza dell’Appennino,

ma anche ascoltarne la voce, lasciarsi

attraversare dalla sua storia. I trekking

organizzati da eXtraBO non sono

semplici escursioni: sono viaggi

nella coscienza di un territorio,

occasioni per comprendere, riflettere

e, soprattutto, non dimenticare.

Perché il passato non resti solo nei

libri, ma continui a vivere, tra le

radici degli alberi e i sentieri di

montagna, nel cuore di chi sceglie di

camminare per ricordare.

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Foto Bologna Welcome

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SUCCEDE SOLO A BOLOGNA

DA NON PERDERE

“Strazzaroli Sky Experience”

per ammirare la città dall’alto

e per conoscere l’antica

sede della corporazione dei

mercanti di stoffe

Una terrazza

all’ombra delle Torri

Curiosi di ammirare le Due Torri di

Bologna da vicino e da un’altezza di

circa 25 metri? Da qualche settimana

è finalmente possibile! Succede

solo a Bologna ha infatti lanciato la

“Strazzaroli Sky Experience”, un nuovo

percorso turistico che permette di

ammirare, da una prospettiva insolita,

la città dall’alto, al cospetto delle Due

Torri. Protagonista di questa inedita

esprienza è Palazzo Strazzaroli, luogo

ricco di storia situato in Piazza di Porta

Ravegnana, proprio di fronte alla Torre

degli Asinelli e alla Garisenda.

Il percorso ideato da Succede solo a

Bologna permette di salire fino alle

due terrazze panoramiche in cima al

Palazzo, da cui si spalanca agli occhi

dei visitatori una vista mozzafiato e

inedita sul centro storico di Bologna

e perfino oltre. La cattedrale di San

Pietro, la Torre Prendiparte, il ghetto

ebraico, campanili, palazzi storici e

ovviamente le torri cittadine, tra cui,

protagoniste assolute, la Asinelli e

la Garisenda, che svettano proprio a

pochi metri di distanza: queste sono

solo alcune delle bellezze che è

possibile scorgere.

“Strazzaroli Sky Experience” è

aperta il sabato e la domenica e a

partire dal mese di aprile anche il

venerdì, con cinque fasce orarie di

accesso, tra le 10 e le 16.30 (le visite

durano complessivamente 50 minuti

ciascuna). Accompagnati dallo staff di

Succede solo a Bologna, il gruppo di

visitatori salirà fino alle due terrazze,

Vista dalla terrazza di Palazzo Strazzaroli

con vista verso le Due Torri da un lato

e verso la Cattedrale dall’altro. La visita

sarà anche l’occasione per ricordare

la storia di Palazzo degli Strazzaroli -

costruito fra il 1486 e il 1496 -, detto

anche “dei Drappieri”, perché antica

sede della corporazione dei mercanti

di stoffe. Il Palazzo è anche celebre

per la cosiddetta “Madonna del

Campanello”, che si trova al centro

della facciata ed è spesso coperta

da un drappo rosso. Si tratta di una

statua che raffigura una Madonna

con Bambino e viene scoperta solo

una settimana all’anno, quando la

Madonna di San Luca è in città. In

questa speciale occasione, quando

all’opera viene tolto il telo rosso, si è

soliti suonare un campanello, da qui il

nome di “Madonna del Campanello”.

“Strazzaroli Sky Experience” si

aggiunge agli altri percorsi turistici

all’interno di punti panoramici,

proposti finora da Succede solo a

Bologna. Dal 2017 è aperto il San

Luca Sky Experience, che permette

di visitare la cupola del Santuario di

San Luca e, attraverso le antiche scale

a chiocciola, ammirare da un’altezza

di circa 42 metri i colli bolognesi, il

centro di Bologna e l’Appennino. Con

la Prendiparte Sky Experience è invece

possibile salire tutti i dodici piani della

Torre Prendiparte, la seconda più alta

di Bologna, per osservare da un’altezza

di circa 60 metri, un panorama a 360°

sulla città.

Info e prenotazioni:

www.succedesoloabologna.it

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L’iniziativa con confguide

Un progetto condiviso per rigenerare

il giardino di Piazza XX Settembre con

un mix di attività culturali, ricreative e

commerciali tutti i giorni fino a sera

XXL e la Piazza

torna Libera

Testi di Sandra Sazzini - Confguide

Nel 2025 si è avviato XXL Piazza Libera, una serie

continuativa di manifestazioni per rigenerare l’area intorno

al Cassero di Porta Galliera attraverso un nutrito programma

di attività, occasioni di incontro, offerte culturali, sportive e

commerciali.

Il progetto prende le mosse da un bando del Settore Cultura

e creatività del Comune di Bologna vinto da Confcommercio

Ascom Bologna. La co-progettazione e l’ampia condivisione

hanno consentito di mettere in campo iniziative diversificate,

volte ad aumentare la sicurezza e la vivibilità dell’area,

valorizzando il giardino esistente tra i viali di circonvallazione

e la piazza e creando un ambiente gradevole per la sosta

di famiglie, cittadini, city users e turisti. Così il giardino

di Piazza XX Settembre sarà protagonista e non più luogo

di frettoloso passaggio: dalle 9 alle 23 saranno aperti una

giostra per i bambini a cura dell’Associazione Vivere la Città

e un piccolo punto di ristoro. I partner di progetto hanno

contribuito secondo le proprie competenze: Emil Banca con

il proprio know-how a realizzare eventi culturali e sportivi,

Bologna Welcome e Canali di Bologna nelle iniziative legate

al turismo. Nei prossimi mesi le associazioni Fipe Bologna,

Sfogline, Panificatori, Salsamentari e Cuochi Bolognesi

promuoveranno i prodotti del territorio, Da.Ri. srl organizzerà

attività sul tema del verde e FeedNFood proporrà eventi

dedicati al cibo, mentre l’associazione Stay Serena porterà

in piazza manifestazioni culturali. Altri eventi musicali e

sportivi avranno come protagonisti la Scuola di Ballo Gabusi,

LE VISITE GUIDATE E IL PROGRAMMA DELLE ALTRE ATTIVITÀ

Queste le date delle visite (gratuite

ma con prenotazione obbligatoria)

di aprile e maggio. Per le visite

successive e per le altre attività della

Piazza si deve fare riferimento al sito

di Confcommercio Ascom Bologna.

Giovedì 03 aprile e 22 maggio 2025,

h. 16.30 con la guida Sandra Sazzini

Le acque tra i due Porti di Bologna

Sulle tracce delle acque e dei Porti in

una città lontana dal mare: dal porto

dei Bentivoglio al mitico Cavaticcio,

attraverso via del Porto e via Polese

e la Riva di Reno con la Centrale

Idroelettrica e la Manifattura delle Arti.

Giovedì 10 aprile, 8 maggio e 15

maggio 2025 h. 16.30 con la guida

Chiara Cariani

Napoleone a Bologna e la contessa

Cornelia Rossi Martinetti (en travesti)

La guida, in costume, nelle vesti di

Cornelia Rossi Martinetti, la contessa

più famosa e contesa dell’800,

ricorderà la visita di Napoleone a

Bologna nel 1805, con la scalinata

della Montagnola fortemente voluta

dell’Imperatore, raccontando gli

annedoti del tempo.

Giovedì 17 aprile 2025 h. 16.30 con

la guida Sandra Sazzini

Via Galliera: dalla rocca papale alla

rocca imperiale.

Si percorrerà la bellissima Via

Galliera, il Canal Grande di Bologna,

strada ricca di bei palazzi nobiliari e

teatro delle storie più intense della

città, fino a Porta di Castello.

La guida Chiara Cariani (in costume) assieme

alla presidente di Confguide Paola Balestra

Giovedì 29 maggio 2025 h. 16.30

con la guida Sandra Sazzini

Via Indipendenza, la grande Rue e il

post risorgimento a Bologna

Una piacevole camminata alla

riscoperta delle sculture e dei

momenti salienti del nostro

Risorgimento, Piazza VIII Agosto,

poi ancora Garibaldi e i luoghi dei

divertimenti bolognesi nel primo

Novecento.

PER TUTTI I PERCORSI

Punto di ritrovo: Giardinetto di Piazza

XX settembre davanti alla postazione

Bar.

PER INFO

E PRENOTAZIONI:

www.ascom.bo.it

Csi, Aics, Atlas, Orchestra Senza Spine e CE.S.CONF. 2 S.R.L.

Il nome stesso XXL Piazza Libera esprime lo spirito

dell’iniziativa: le due XX di Piazza XX Settembre incontrano

la L a formare una parola che indica immediatamente

qualcosa di grande, uno spazio “allargato”, aperto e ricco

di eventi e offerte ma anche uno spazio “liberato” dal senso

di insicurezza per dar vita a una “piazza pulita”, ovvero

liberamente fruibile da tutti i cittadini, attirati anche da

proposte accattivanti lungo l’intero arco della giornata.

Anche Confguide offre il suo contributo per recuperare la

vivibilità con una serie di visite guidate dedicate all’area

allargata di Porta Galliera, incluse l’elegante strada di

Galliera con i suoi portici riconosciuti dall’UNESCO, la Via

dell’Indipendenza con il suo moderno decoro e l’antico

Bologna

Porto. I primi appuntamenti di febbraio e marzo sono stati

accolti con grande favore dal pubblico: approfondire la

conoscenza storica e artistica di questo luogo suggestivo e

importante, che ancora oggi è la Porta nord della nostra città,

vicina a servizi essenziali per la mobilità come la stazione

ferroviaria, AV e delle autolinee, può servire ad accrescere la

consapevolezza del suo ruolo ieri e oggi.

Le rovine della Rocca Papale antistanti l’Autostazione ci

ricordano infatti la lotta secolare dei bolognesi per la libertà

cittadina ma non tutti sanno che nel 1896 esse furono

risparmiate durante i lavori per la costruzione della Scalea del

Pincio solo perchè l’operazione di demolizione e sgombero

non era stata inserita nell’appalto!

Sempre al Pincio, i bellissimi ma ormai quasi sconosciuti

altorilievi realizzati dai migliori scultori bolognesi della

Belle Epoque si offrono gratuitamente alla vista: dobbiamo

conoscerli per preservarli dall’ulteriore e immeritato

degrado! E lo sapevate che Bologna aveva due Porti? E che

Napoleone voleva che la Montagnola diventasse un giardino

bello come le Tuileries? Di queste e di altre storie si parlerà

durante le visite guidate di aprile e maggio (gratuite ma con

prenotazione).

L’inaugurazione con le autorità

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IN GIRO CON APPENNINOSLOW

Dal laghetto del Cavone allo Scaffaiolo e

ritorno passando dalla Croce

Un giro attorno al

Corno alle Scale

A cura di Valentina Fioresi

IN GIRO CON APPENNINOSLOW

Un giro per conoscere le formazioni

rocciose che dominano Riola di Vergato

Le grotte

di Soprasasso

A cura di Valentina Fioresi

Il Corno alle Scale (1945 mslm) è la cima

più alta dell’Appennino Bolognese, situata

nel comune di Lizzano in Belvedere. Tutta

la zona, all’interno dell’omonimo Parco

regionale, è un vero e proprio paradiso per gli

amanti dell’escursionismo e della bicicletta.

Oggi vi proponiamo un percorso ad anello

per raggiungere la vetta del Corno, dove non

è raro incontrare o sentir fischiare le marmotte

e durante i periodi di fioritura orchidee e

genziane colorano i crinali più elevati.

L’itinerario parte dal laghetto del Cavone,

zona strategica sia per trovare parcheggio

che per rifocillarsi. Il Cavone offre scorci

meravigliosi sia per apprezzare la flora estiva

che il foliage autunnale; in inverno a volte è

possibile ammirarlo ghiacciato e circondato

dalla neve.

Da qui si inizia a salire, seguendo le

indicazioni e la segnaletica del sentiero

CAI 335 fino alla Valle del Silenzio. Questo

è uno dei luoghi più suggestivi dell’intero

comprensorio: in mezzo scorre un piccolo

corso d’acqua (il Rio Piano) che delimita da

un lato gli ultimi alberi del bosco e dall’altro

i “canalini” del Corno, formazioni rocciose

che ricoprono parte della parete montuosa.

Qui si trova una flora che è già in parte

alpina, come la primula orecchia d’orso e la

genziana di Koch.

A questo punto si può scegliere come

raggiungere la cima del Corno alle Scale:

il percorso più semplice prevede di seguire

il sentiero CAI 335 verso il passo della

Porticciola, mentre il sentiero per escursionisti

esperti è il 129, che si arrampica verso la

vetta lungo il crinale per i Balzi dell’Ora

(non si tratta di un percorso attrezzato, ma

è comunque necessario avere una buona

esperienza di trekking per percorrere questo

tratto).

Una volta raggiunta la croce è d’obbligo

prendersi qualche minuto per ammirare il

paesaggio circostante che, nelle giornate

più limpide, regala panorami incredibili

che raggiungono il mare (a volte è possibile

scorgere l’Isola d’Elba) e le Alpi. Seguendo

poi il sentiero 00 (la GEA, Grande Escursione

Appenninica) si arriva al lago Scaffaiolo, un

piccolo lago ad alta quota che ricorda molto

gli specchi d’acqua alpini. Secondo una

leggenda se si lancia un sasso nelle sue acque

si scatenerà una tempesta: vi sconsigliamo di

provare per non rovinare l’escursione. Dopo

una sosta ristoratrice sulle rive dello Scaffaiolo

si può riprendere il cammino verso la fine del

trekking, concludendo l’anello tornando al

Cavone tramite il sentiero CAI 329.

Le grotte di Soprasasso sono formazioni rocciose molto

particolari situate pochi chilometri sopra l’abitato di Riola

di Vergato. Si tratta di grandi e profonde fenditure nella

roccia, scavate nell’arenaria che caratterizza molte aree

dell’Appennino che circa 30 milioni di anni fa componevano

un fondale marino. Ciò che rende tanto spettacolari e uniche le

grotte di Soprasasso è la presenza di numerosi “tafoni” (cavità

tondeggianti cosparse lungo le pareti delle fenditure) prodotti

dall’erosione dovuta all’acqua e al vento: questi conferiscono

all’area un aspetto davvero raro da osservare tra le nostre

montagne.

Per raggiungere le grotte è possibile camminare lungo il

percorso CAI 162A, che compone un anello sentieristico

con partenza lungo la strada che conduce da Riola a Monte

Cavalloro; è possibile anche iniziare a camminare già in paese,

ma significherebbe camminare per circa quattro km lungo la

strada asfaltata.

Il punto di partenza del sentiero è facilmente identificabile

grazie a un pannello illustrativo ben visibile dalla strada,

in corrispondenza di un piccolo spiazzo dove è possibile

parcheggiare l’auto. Il sentiero è stato recentemente ripulito e

nuovamente tracciato, sono stati aggiunti cartelli sentieristici

chiari e costruiti gradini che agevolano la salita nei punti

più ripidi: in generale il percorso presenta una difficoltà E

(escursionistica), adatto a tutti purché un minimo allenati.

La passeggiata è lunga circa 6 chilometri con 200 metri di

dislivello, inizia con alcune salite abbastanza decise che si

snodano attraverso il bosco misto, alternate ad alcuni tratti più

piani. Ad un certo punto sembra che il percorso attraversi una

proprietà privata: è sufficiente mantenersi precisamente sul

sentiero (che la costeggia) per evitare di sconfinare, poco dopo

è presente anche una piccola fonte.

Una volta arrivati proprio all’imbocco delle grotte consigliamo

di ammirare il panorama circostante, che partendo da

Montovolo arriva ad abbracciare il Corno alle Scale. É possibile

entrare nelle fenditure, avendo la sensazione di penetrare

all’interno della montagna: è importante evitare di danneggiare

le rocce, geologicamente abbastanza fragili e quindi ancora in

continua (lenta) evoluzione. Si tratta in totale di tre “grotte”:

quella dei Piatti, quella “di Soprasasso” e la “grotta Buia”.

Una volta esplorata (e fotografata) l’area si può proseguire lungo

il sentiero, attraversando un piccolo agglomerato di pungitopo

e successivamente un’altra parte di bosco, fino a raggiungere

un prato e poche case: a questo punto si scende su sterrato e

poi su strada asfaltata fino a raggiungere nuovamente l’inizio

dell’anello.

Una volta terminato il giro e recuperata l’auto si può proseguire

fino a raggiungere la chiesa di San Giorgio di Monte Cavalloro,

un edificio abbandonato che conferisce una nota suggestiva al

panorama sulla valle del Reno.

Inquadra il qrcode

e scopri tutti i percorsi

attorno al Corno

Inquadra il qrcode

e scopri il percorso

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L’ANNIVERSARIO

I primi dieci anni del gruppo che coordina

le attività di alcune Guide Ambientali

Escursionistiche delle valli bolognesi

La Compagnia

delle Guide

A cura di Marco Albertini - Guida GAE

La Compagnia delle Guide Valli Bolognesi è nata per coordinare

l’attività di alcune Guide Ambientali Escursionistiche (GAE)

operanti prevalentemente nelle province di Bologna e

Modena, che si sono date alcuni obiettivi comuni: promuovere

la pratica dell’escursionismo e la frequentazione dell’ambiente

naturale con spirito di condivisione, amicizia e collaborazione

e nel contempo, e contribuire a valorizzare le tante attività

che agiscono sul nostro territorio che, pur essendo di qualità,

sovente si trovano marginali ai percorsi del “grande turismo”.

Abbiamo richiesto un piccolo spazio alla redazione di “Nelle

Valli Bolognesi” per celebrare un importante traguardo: sono

trascorsi 10 anni dai primissimi incontri organizzativi, che

hanno poi portato, a fine settembre del 2016, all’inizio effettivo

della nostra attività

In questo decennio di lavoro, abbiamo cercato di ricambiare

l’interesse e l’affetto dimostrato da tanti amici escursionisti,

portando avanti i principi fondanti del nostro progetto: per

raggiungere questo obiettivo, nei nostri programmi abbiamo

raccolto proposte escursionistiche molto varie, facendo

risaltare gli interessi e le inclinazioni personali di tutti i

componenti della Compagnia. I risultati del nostro impegno

non sono mancati: il numero delle Guide abilitate operanti nella

Compagnia è praticamente raddoppiato rispetto a quello dei

fondatori e il nostro raggio d’azione ha ampiamente valicato i

confini regionali, grazie anche alla collaborazione con agenzie

di viaggio e tour operators qualificati. Sono stati mantenuti i

criteri fondamentali per esercitare l’attività all’interno del

nostro progetto: tutte le Guide della Compagnia sono abilitate

ufficialmente dalla Regione Emilia-Romagna e iscritte

all’Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche

(AIGAE), unica Associazione di Categoria riconosciuta dal

Ministero dello Sviluppo Economico, che garantisce l’iscrizione

al Registro Nazionale delle Guide Ambientali Escursionistiche,

il possesso di idonea assicurazione di responsabilità civile e il

costante aggiornamento professionale mediante l’acquisizione

di crediti formativi. Ecco perché chi partecipa alle nostre

escursioni può contare su un servizio di accompagnamento

professionale, ma contraddistinto da un clima informale e

amicale, dove anche l’aspetto relazionale, solidale e conviviale

è fondamentale per la buona riuscita dell’escursione.

Per partecipare alle nostre iniziative sono sufficienti una certa

abitudine alle passeggiate, amore e rispetto per l’ambiente e

l’attrezzatura base in possesso di ogni escursionista, anche alle

prime esperienze.

Tutte le informazioni sulla nostra attività possono essere

acquisite consultando il sito www.guidevallibolognesi.it (dove

è possibile scaricare i programmi trimestrali in formato PDF,

consultare le schede dettagliate delle singole escursioni e

iscriversi deirettamente alla mailing list); seguendo la pagina

Facebook @guidevallibolognesi; iscrivendosi al gruppo

WhatsApp di sola lettura “Proposte Guide Compagnia”,

contattando una delle Guide ai recapiti indicati in tutti i nostri

canali promozionali; o inviando una email a:

info@guidevallibolognesi.it

HAI UNA CASA

DA AFFITTARE?

VUOTA PER TE,

PIENA DI VITA PER L’APPENNINO

Per saperne di più

+ 39 392 2670 661 | +39 339 8283 383

ospitalitadiffusainappennino@gmail.com

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> INSERZIONE PUBBLICITARIA

Zaino in spalle e sacco a pelo? Lungo

i cammini del nostro Appennino l’ospitalità

è alla portata di tutti

Lungo la Via degli Dei e la Via della

Lana e della Seta si trovano molte

opzioni per pernottare e mangiare a

buon prezzo, perfette per chi affronta

il cammino con spirito d’avventura.

In primavera è ancora presto per

dormire sotto le stelle: meglio prenotare

un letto in un ostello, in una

locanda o in un agriturismo a conduzione

familiare.

Ecco alcune soluzioni per organizzare

il cammino in maniera economica

tra città d’arte e soste intermedie.

Sapevi che a Bologna puoi trovare

due ostelli dove timbrare la tua credenziale

della Via degli Dei?

Sono il Combo Hostel, a due passi

dalla stazione, e il Dopa Hostel, all’interno

di un palazzo di inizio novecento

nella caratteristica e centralissima

zona universitaria del centro di

Bologna. In entrambi trovi uno staff

giovane e multilingue e informazioni

sulla città e i suoi dintorni. Gli ostelli

sono ormai strutture fornite di tanti

servizi, con wifi in tutti gli ambienti,

servizio biancheria e prima colazione.

Al Dopa Hostel sono a disposizione

degli ospiti dei computer collegati

a internet, un servizio stampa e il

noleggio bici, al Combo Hostel un deposito

bagagli e un parcheggio, una

cucina comune, una lavanderia, una

sala cinema e un ampio giardino con

sdraio e tavolini all’aperto.

Combo Hostel

Via De’ Carracci 69/14 - Bologna

Tel. 0510397900

Mail:

hello.bologna@thisiscombo.com

www.viadeglidei.it/bologna/combo-hostel-bologna

Dopa Hostel

Via Irnerio, 41- Bologna

Tel. 0510952461

Mail: info@dopahostel.com

www.viadeglidei.it/bologna/dopa-hostel

Procedendo lungo il cammino, se

vogliamo sostare a Casalecchio appena

lasciato il capoluogo, Giulia vi

aspetta nel B&B Alle Porte del Parco,

a circa 300 metri dal Parco Talon.

Ristrutturato nel 2023, l’ostello offre

camere doppie e triple, con bagno

privato e cucina, oltre che soluzioni

in camerata per gruppi più numerosi.

Un bel progetto di inclusione sociale

è quello della Cooperativa Copaps,

che gestisce la struttura Agriturismo

Parco della Chiusa, immerso

nella natura rigogliosa dell’omoni-

mo parco, in un’atmosfera serena e

tranquilla, dove l’ospite può godere

di un’esperienza autentica di agriturismo,

partecipando alle attività

agricole dell’azienda e assaporando

la cucina locale.

Alle Porte del Parco

Via Andrea Costa 8 - Casalecchio di

Reno (BO)

Tel. 3332811430

Mail: info@alleportedibologna.it

www.viadeglidei.it/casalecchio-di-re-

no/alle-porte-del-parco-

Agriturismo Parco della Chiusa

Via Panoramica, 36

Casalecchio di Reno (BO)

Tel. 3485252452

Mail: info@agriturismoparcodellachiusa.it

www.viadeglidei.it/casalecchio-di-reno/agriturismo-parco-della-chiusa

Per trovare un altro ostello bisogna

giungere in pieno Mugello: a Sant’Agata,

di recente apertura, si trova il

Mugello Hostel: un progetto sociale

gestito da Fabio e Fabrizio per promuovere

il turismo sostenibile e il

territorio del Mugello. In un palazzo

storico di inizio novecento, ha un

ampio giardino dove è possibile sedersi

intorno al fuoco o gustare una

grigliata con i prodotti tipici.

Per ristorarsi si può approfittare

dell’atmosfera gioiosa che si trova

all’Osteriola di Sant’Agata in una

piazzetta dietro la bella Pieve di

Sant’Agata. Per un ricco spuntino è

possibile scegliere tra taglieri, insalate,

panini, schiacciate e primi

espressi; è possibile anche acquistare

prodotti di gastronomia da asporto.

É possibile anche passare la notte

nella Locanda Via degli Dei, proprio

sopra l’Osteriola: un appartamento

che può ospitare fino a nove persone

in tre camere con tanti servizi e il posto

coperto per tre biciclette.

Mugello Hostel

Via della Repubblica, 2

Sant’Agata - Scarperia San Piero

a Sieve (FI)

Tel. 3317346566

Mail: prenotazioni@mugellohostel.it

www.viadeglidei.it/sant-agata-gabbiano/mugello-hostel

Osteriola di Sant’Agata

Via Montaccianico, 1 - Sant’Agata -

Scarperia San Piero a Sieve (FI)

Tel. 0558409625 Mail: matteolaura2005@gmail.com

www.viadeglidei.it/sant-agata-gabbiano/osteriola-di-sant-agata

Locanda Via degli Dei

Piazza della Libertà, 7 - Sant’Agata -

Scarperia San Piero a Sieve (FI)

Tel. 3474411497

Mail: locandaviadeglidei@gmail.com

www.viadeglidei.it/sant-agata-gabbiano/locanda-via-degli-dei

A Sant’Agata è possibile anche prenotare

due esperienze molto particolari.

La prima è un’occasione unica

per fare un tuffo nel passato e nei sapori

e odori di un tempo. Presso l’Affittacamere

Il Mulino ogni lunedì e

martedì i volontari dell’associazione

Mulino Parrini si ritrovano per panificare

con la farina ottenuta dall’antico

mulino restaurato. Procedendo

verso San Piero, si attraversano i

bei terreni coltivati a foraggio e si

incontrano greggi di pecore al pascolo

dell’Azienda Agricola Bacciotti.

Qui si può scoprire la lavorazione

del formaggio, in tutta la sua filiera

e se chiamate Sandra, potete anche

prenotare una degustazione con i

formaggi biologici da loro prodotti

con pecore da latte di razza sarda

nutrite con foraggi di loro coltura.

Affittacamere Il Mulino

Via San Francesco 7 - Sant’Agata -

Scarperia San Piero a Sieve (FI)

Tel. 3351044374

Mail: almulino7@gmail.com

www.viadeglidei.it/sant-agata-ga

biano/affittacamere-al-mulino

Bacciotti Soc. Agraria

Via di Gabbiano 7 - Gabbiano - Scarperia

San Piero a Sieve (FI)

Tel. 3351044374

Mail: sandramongili@gmail.com

www.viadeglidei.it/sant-agata-gabbiano/bacciotti-soc.-agraria

Lungo la Via degli Dei sono attivi anche

due vivaci circoli, a Monte Adone

e di San Piero a Sieve, entrambi gestiti

da associazioni di abitanti del

luogo che tengono viva la socialità

del paese e accolgono camminatori

e turisti. Il Circolo Monte Adone

mette a disposizione di escursionisti

e amanti della natura servizio bar e

ristoro, servizio docce e spogliatoi,

campi di calcetto, tennis e bocce.

Una volta raggiunto San Piero a

Sieve, una bella sosta rigenerativa

può prevedere uno spuntino

o un bel piatto caldo al Circolo

4 maggio, nella bella Piazza

Colonna. Qui troverete giardino e

spazi di gioco, eventi musicali e grande

schermo per gli eventi sportivi.

Circolo Monte Adone

Via dello Sport 1

Brento di Monzuno (Bo)

Tel. 051 67751253

monteadonecircolo@gmail.com

www.viadeglidei.it/brento/circolo-monte-adone

Circolo 4 Maggio

Piazza Colonna, 16

San Piero a Sieve (FI)

Tel. 347 5748067 / 329 1310088

Mail: circoloarci4maggio@gmail.com

www.viadeglidei.it/san-piero-a-sieve/

circolo-4-maggio

Vogliamo concludere con un consiglio

goloso a San Piero a Sieve, sulla

via Provinciale. Si tratta della Pasticceria

Pernice dove Arianna e Raimondo

danno il benvenuto ai camminatori

ogni giorno. Qui l'arte della

pasticceria artigianale è di casa: troverete

croissant, brioche dolci e salate

e tante altre proposte per una

colazione genuina. Non mancano poi

una selezione di proposte per il pranzo

(hamburger, pinse, schiacciate e

insalate fresche) e per un aperitivo a

base di vini e salumi locali.

Pasticceria Pernice

Via Provinciale, 5/g

San Piero a Sieve (FI)

Tel. 339 6295277

Mail: caffepernice@outlook.it

www.viadeglidei.it/san-piero-a-sieve/

pasticceria-pernice-



LA NOVITÀ

Un’alternativa per chi vuole soggiornare sulle

nostre montagne e un’opportunità per chi possiede

un immobile inutilizzato e desidera valorizzarlo

Ospitalità diffusa:

nuova vita per le

case dell’Appennino

A cura di Veronica Righetti

Immagina un Appennino vivo,

accogliente, ricco di possibilità

per chi vuole scoprirlo e viverlo in

modo autentico. Un luogo dove

ogni borgo, ogni casa inutilizzata,

ogni angolo di storia possa diventare

una porta aperta per i viaggiatori

alla ricerca di esperienze vere.

L’Appennino è un tesoro di paesaggi,

cultura e tradizioni, ma troppo

spesso rimane nascosto, con interi

paesi che rischiano di svuotarsi e

case che restano chiuse per gran

parte dell’anno.

E se invece queste case potessero

tornare a vivere? Se potessero

accogliere turisti, camminatori e

viaggiatori in cerca di autenticità,

regalando loro il calore di

un’ospitalità genuina e accogliente?

È proprio questo l’obiettivo di

Ospitalità Diffusa in Appennino,

un progetto innovativo che punta a

trasformare seconde case e immobili

inutilizzati in strutture ricettive

diffuse, capaci di rispondere alla

crescente domanda turistica e

di generare nuove opportunità

economiche per il territorio.

Un progetto che non solo offre

un’alternativa concreta per chi vuole

soggiornare in Appennino, ma che

rappresenta anche un’opportunità

unica per chi possiede un immobile

inutilizzato e desidera valorizzarlo,

senza doverlo lasciare in stato di

abbandono. Un’iniziativa che si

inserisce nel più ampio progetto

AppenninOpenAir, di cui i comuni

di Monghidoro (capofila) e San

Benedetto Val di Sambro sono i

beneficiari del co-finanziamento.

Cos’è l’Ospitalità Diffusa

Ma che cos’è esattamente l’Ospitalità

Diffusa? Si tratta di un modello di

Foto Bologna Welcome

Castiglione dei Pepoli

accoglienza che non prevede la

costruzione di nuove strutture, ma

utilizza il patrimonio immobiliare

già esistente, inserendolo in una

rete organizzata e gestita in modo

efficiente.

A differenza delle strutture

alberghiere tradizionali, l’ospitalità

diffusa non concentra i visitatori in

un unico luogo, ma li distribuisce

nei borghi, nelle case, negli

angoli più caratteristici del

territorio, permettendo loro di

vivere un’esperienza autentica

e immersiva. Questo significa

dare nuova linfa ai centri abitati,

sostenere le attività locali e creare

un sistema di accoglienza più

sostenibile e integrato nel tessuto

sociale dell’Appennino.

Chi possiede una casa inutilizzata

può metterla a disposizione

dei viaggiatori senza doversi

preoccupare della gestione

quotidiana: un’opportunità che

unisce autenticità, sostenibilità

e valorizzazione del territorio,

trasformando un immobile chiuso in

una fonte di reddito e in un motore

per la rinascita dell’Appennino.

Quando si parla di nuove forme

di accoglienza turistica, spesso si

sente parlare, oltre che di Ospitalità

Diffusa, anche di Albergo Diffuso.

Due concetti che, a prima vista,

sembrano simili, ma che in realtà

hanno differenze importanti.

Entrambi vogliono valorizzare

il territorio e offrire ai visitatori

un’esperienza autentica, ma lo fanno

Generare valore, creare connessioni e contribuire a un nuovo

modello di turismo sostenibile e autentico

PERCHÈ ADERIRE

Vuoi trasformare la tua casa in un’opportunità e, allo stesso

tempo, contribuire alla rinascita dell’Appennino? Entrare nel

circuito dell’Ospitalità Diffusa significa molto più di affittare

un immobile: è un modo concreto per valorizzare il territorio,

sostenere la comunità locale e dare nuova vita alle nostre

montagne. Ecco perché questa scelta può fare la differenza

1. Contribuisci alla rigenerazione dell’Appennino

L’Appennino Bolognese è un patrimonio di storia, tradizioni

e paesaggi unici, ma senza un sistema di accoglienza diffusa,

rischia di restare tagliato fuori dalle opportunità del turismo

sostenibile. Con la tua partecipazione, aiuti a mantenere vive

le comunità locali, favorendo il recupero delle abitazioni e

stimolando nuove attività economiche.

Molti borghi dell’Appennino, pur avendo un grande

potenziale, soffrono di spopolamento e di una riduzione dei

servizi. Accogliere viaggiatori significa far girare l’economia

locale: più turisti, più attività, più vita nei centri storici.

2. Trasforma una spesa in un’opportunità di guadagno

Quante volte hai pensato che la tua seconda casa fosse solo

una spesa? Bollette, manutenzione, tasse… invece di essere

un peso, può diventare una fonte di reddito stabile, senza

che tu debba occuparti di tutta la gestione. Grazie al nostro

supporto, affittare la tua proprietà sarà semplice e sicuro,

permettendoti di ottenere un ritorno economico senza stress.

3. Sviluppa nuove opportunità di business

Con l’aumento del turismo in Appennino, cresce anche la

richiesta di servizi: ristoranti, botteghe artigianali, attività

outdoor, esperienze culturali. Se decidi di entrare a far parte

del circuito, non solo potrai affittare il tuo immobile, ma

potresti anche sviluppare nuove idee imprenditoriali, come

offrire esperienze ai turisti o collaborare con altre realtà locali.

4. Rendi il tuo territorio più vivo e attrattivo

Più visitatori significano un territorio più dinamico e

accogliente. Con il turismo diffuso, i borghi dell’Appennino

tornano a essere vissuti, le piazze si animano, le attività locali

ne beneficiano. Un borgo con turisti è un borgo che ha futuro.

con modalità diverse.

L’Ospitalità Diffusa è un modello

libero e flessibile, perfetto per chi

cerca un soggiorno a contatto con la

vita locale. Qui non ci sono grandi

strutture centralizzate, ma una rete

di alloggi distribuiti sul territorio:

case private, B&B, agriturismi e

piccole pensioni, sparsi tra borghi e

paesaggi rurali.

Gli ospiti hanno così l’opportunità

di vivere il territorio dall’interno,

immergendosi nelle tradizioni,

conoscendo gli abitanti e godendo

di un’esperienza autentica, lontana

dal turismo di massa. Più che

soggiornare in un luogo, lo si vive

davvero.

L’Albergo Diffuso, invece, ha

un’organizzazione più strutturata.

Questo concetto, nato in Italia negli

anni ‘80, è pensato per recuperare e

valorizzare i piccoli borghi storici,

5. Entra a far parte di una rete di ospitalità unica

Aderire a Ospitalità Diffusa in Appennino non significa solo

mettere in affitto la tua casa, ma diventare parte di un sistema

ben organizzato, un network di persone che credono nella

valorizzazione del territorio. Potrai contare su un gruppo

di esperti che ti aiuterà in ogni fase, dalla promozione alla

gestione degli ospiti, e far parte di una comunità che condivide

la tua stessa visione.

6. Offri esperienze autentiche ai viaggiatori

Chi sceglie l’Appennino lo fa per immergersi in una realtà

autentica, lontana dal turismo di massa. Grazie alla tua

ospitalità, potrai offrire ai visitatori un’esperienza unica,

permettendo loro di scoprire tradizioni, sapori e storie

locali. Un soggiorno in Ospitalità Diffusa non è solo un

pernottamento: è un viaggio nel cuore del territorio.

7. Supporta un turismo sostenibile e responsabile

L’ospitalità diffusa è un modello sostenibile, perché utilizza

le risorse già esistenti senza bisogno di costruire nuove

strutture. Niente consumo di suolo, niente impatti ambientali

eccessivi: solo un utilizzo più intelligente e armonioso degli

spazi già presenti. Inoltre, distribuisce i flussi turistici in modo

equilibrato, evitando il sovraffollamento e favorendo una

crescita più armoniosa del territorio.

Unisciti a noi e diventa parte del cambiamento!

Scegliere di far parte di Ospitalità Diffusa in Appennino non

è solo una decisione economica, ma un atto di amore per

il territorio. È un’opportunità per generare valore, creare

connessioni e contribuire a un nuovo modello di turismo

sostenibile e autentico.

L’Appennino ha un grande potenziale, ma ha bisogno di

chi crede in lui. Sei pronto a far parte di questa rivoluzione

dell’accoglienza?

CONTATTI

ospitalitadiffusainappennino@gmail.com

offrendo ai visitatori il fascino

dell’ospitalità diffusa, ma con la

comodità di un vero e proprio

albergo. In questo modello, infatti,

esiste una gestione centralizzata

che coordina le varie unità abitative

distribuite nel borgo, garantendo

servizi alberghieri standardizzati

come reception, colazione e pulizia

delle camere. È l’ideale per chi vuole

vivere un’esperienza autentica senza

rinunciare ai comfort di un hotel.

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LA NOVITÀ

Entro l’estate aprirà una originale struttura ricettiva realizzata come un villaggio celtico

sui pendii di Monte Bibele

Alla scoperta della Valle di Taranis

dove Etruschi e Celti convivevano

A cura di Claudio Evangelisti

Monte Bibele si trova nel cuore

dell’Appennino bolognese, il massiccio

montuoso ha un’estensione di circa

200 ettari ed è caratterizzato da fianchi

ripidi che precipitano rispettivamente

sui torrenti Idice e Zena. Le tre cime

principali sono Monte Bibele (m.600),

che dà il nome a tutto il massiccio, Monte

Tamburino (m.575) e Monte Savino

(m.550). Le ricerche archeologiche hanno

permesso di stabilire l’insediamento di

un gruppo di Etruschi a partire dal 400

a.C. che nelle zone più elevate della

montagna, costruirono un villaggio con

circa trenta abitazioni, tutte realizzate

su terrapieni di pietra. La presenza di

una tribù celtica nella stessa area viene

scoperta nel 1978, quando nel vicino

Monte Tamburino, una necropoli ha

restituito preziose informazioni. Furono

scoperte 170 tombe intatte, protette

dal bosco per secoli. Le sepolture più

antiche appartengono a popolazioni

etrusche e umbre e, in origine, erano

solo ad inumazione; tuttavia, tra il 380

e il 350 a.C., iniziarono ad apparire

tombe in urne per la cremazione.

Questo cambiamento coincide con

l’arrivo dei Celti, come dimostrano i

corredi funerari arricchiti di spade, elmi,

lance e scudi. Probabilmente si trattava

dei Galli Boi, migrati dalla regione

transalpina tra il V e il IV secolo a.C.,

spinti da possibili mutamenti climatici

e dal bisogno di espandere le loro

attività commerciali. Queste migrazioni

hanno portato a Monte Bibele una

convivenza tra Etruschi e Celti, con

una comunità pacifica che parlava due

lingue e onorava differenti tradizioni e

divinità. Alcune tombe rivelano guerrieri

celti sepolti accanto a donne etrusche,

confermando la tesi del Prof. Vitali sulla

stretta integrazione tra le due culture.

La montagna era ricca di sorgenti d’acqua

dolce e solforosa e tale ricchezza è celata

nel nome “Bibele” documentato in età

medievale sotto la forma di “Bibulo”

(montagna potabile). La presenza di

sorgenti ha avuto un ruolo centrale

nella religiosità degli abitanti di Monte

Bibele. Oltre a una cisterna nel villaggio,

una depressione naturale su Monte

Tamburino ha restituito 195 statuette

votive in bronzo e numerosi vasetti

miniaturistici in terracotta, indicativi di

un culto legato all’acqua. Questa pozza

sacra, o “stipe”, era utilizzata per offerte

devozionali alla divinità e rimase attiva

fino alla fine del IV secolo a.C., quando

l’occupazione celtica pose fine a tale

pratica. La sacralità della montagna è

evidenziata anche dalla creazione di

un luogo di culto sulla cima, delimitato

da un recinto e un fossato, simile ai

santuari all’aperto tipici delle tradizioni

celtiche nordiche.

La nuova struttura

In questo contesto naturale e storico

a contatto con le energie ancestrali

sorgerà la Valle di Taranis, struttura

ricettiva che comprenderà il primo

e unico Villaggio Celtico in Italia,

dall’Hostaria Dea dei Boschi, al

Velarium e a tutti i luoghi magici che

si prevede vengano terminati nell’estate

del 2025. Il villaggio progettato e gestito

da Runica srl di Sonia Poli e Riccardo

Cavara, comprenderà sia il ristorante che

alcune abitazioni costruite con criteri

ecosostenibili e in stile celtico (es. tetti

in canna e struttura in legno) arredati

con mobili creati a mano da maestri

artigiani. Nella piazza si svolgeranno

i principali eventi, è presente un palco

fisso per i musicisti che si susseguiranno

durante i vari eventi. Questo grazie alla

mente vulcanica di Andrea Poli, già

organizzatore del festival “Monterenzio

Celtica”, che registra la presenza di

oltre 25.000 persone provenienti da

diverse località italiane; da qui l’idea

di mantenere i “fuochi di Taranis”

sempre accesi in un vero villaggio

con ristorazione, eventi, rievocazioni

storiche, matrimoni nel bosco, concerti,

convegni culturali, campo solare,

archeologia sperimentale, teatro e area

per campeggio, il tutto immerso nella

sacralità di quei luoghi una volta abitati

dai nostri avi.

L’associazione ARC.a

Nel 2017 il Comitato Tecnico Scientifico

ha definito le linee guida per un piano di

26-27-28 giugno | 4-5-6 luglio

I FUOCHI DI TARANIS

La rievocazione storica che si terrà a Monterenzio l’ultimo

weekend di giugno e il primo di luglio, è ispirata al dio Taranis,

che, secondo la mitologia celtica era il dio dei tuoni e dei fulmini.

I celti che abitavano a Monte Bibele avevano eretto un altare

votivo al fine di scongiurare la frequente caduta dei fulmini

vicino all’abitato. Monte Bibele è forse uno dei pochi esempi di

convivenza tra etruschi e celti (quest’ultimi sposarono donne

etrusche) e quindi una terra di confine che durò per un centinaio

d’anni. La zona venne abbandonata nel II secolo A.C. proprio a

causa di un incendio forse causato dai fulmini.

Durante la festa, oltre alla rievocazione di scene di vita quotidiana

come accampamenti militari, realizzazione di manufatti in

terracotta, e tessitura della lana, i vari gruppi di rievocazione,

sia di estrazione celtica che etrusca, ma anche romana e greca,

organizzano una serie di attività educative per trasmettere

pratiche manuali e saperi storici, inoltre vengono organizzate

visite guidate al Museo archeologico e al sito di Monte Bibele. Gli

elementi fissi sono l’accensione del sacro fuoco della fraternità

tra i popoli e della ruota di Taranis con la partecipazione di gruppi

di druidi, che danno un approccio spirituale alla manifestazione,

oltre che dimostrativo.

I due weekend si concludono con un combattimento tra romani e

celti. Ogni edizione ha anche una tematica specifica. Per esempio,

un’edizione è stata fatta sul miele facendo leva sia sulla presenza

di un’azienda locale di miele per la produzione dell’idromele da

parte dei celti. Per info: www.monterenzioceltica.it

gestione congiunto del museo Fantini e

dell’Area di Monte Bibele. È nata così

Arc.a Monte Bibele, l’associazione

degli archeologi il cui scopo è gestire

e promuovere il Parco Archeologico

in rete dell’Appennino bolognese, un

innovativo modello di conoscenza,

gestione e fruizione della storia del

paesaggio culturale appenninico.

Un’area particolarmente affascinante

di Monte Bibele è quella nota per la

frequenza dei fulmini, dove è stato

trovato un disco di terracotta di circa 8 cm

di diametro. Il Prof. Gottarelli presidente

dell’associazione ARC.a , direttore

del Museo Civico Archeologico di

Monterenzio e dell’Area Archeologico

Naturalistica di Monte Bibele ritiene che

si tratti di uno strumento astronomico

usato per stabilire la direzione Nord-

Sud, l’“asse del mondo” per gli Etruschi,

essenziale nei riti di fondazione di

nuovi villaggi o templi. Un disco simile,

anche se più grande (14,5 cm), è stato

trovato a Qumran, in Giordania, ma

quello di Monte Bibele risulta più

raffinato e antico. “Gli abitanti del

villaggio svolgevano attività che per

millenni erano state il sostentamento

dei loro avi, ma già erano capaci di

realizzazioni quali il quadrante solare,

antica “bussola” per l’orientamento

astronomico e geografico, strumento

modernissimo per chi si preparava a

conquistare il mondo. Un bosco che ha

ospitato uomini liberi, che anche nella

morte vollero continuare quell’oscuro

viaggio nell’Aldilà che oggi trova luce.

Viaggio – oggi lo sappiamo – non in un

luogo, ma in un tempo: il tempo della

loro riscoperta, della loro conoscenza

e della nostra consapevolezza.”

Curiosamente, nel 2004, i rover su

Marte utilizzavano un disco molto

simile per l’orientamento. La Valle è

attraversata dai percorsi CAI “Mater

Dei”, Bologna Montana Art Trail , “Via

del Fantini” e ogni anno è attraversata

dalla gara “Celtic Trail”, nonché da un

percorso di mountain bike.

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NON TUTTI SANNO CHE

BOLOGNA

La difficile convivenza tra scienza,

fede e superstizione tra Medioevo e

Rinascimento

Maghi, Torri

e alchimisti

Testi di Serena Bersani

Nel cuore della Bologna medievale

e rinascimentale, tra vicoli bui e

torri svettanti, la magia e l’astrologia

occupavano un posto di rilievo nella

vita quotidiana, ma anche in quella

accademica. Maghi, astrologi e streghe

si muovevano nell’ombra della città,

temuti e rispettati, consultati tanto dai

popolani quanto dai nobili e dagli

studiosi dell’Università.

L’Ateneo di Bologna, il più antico

d’Europa, era un centro di studio non

solo per il diritto e la medicina, ma anche

per le scienze occulte. Qui, studiosi e

filosofi si dedicavano alla lettura dei

testi astrologici e alchemici, cercando

di decifrare i segreti dell’universo e di

predire il destino degli uomini e degli

Stati. L’astrologia era una “scienza”

presa sul serio, tanto che nel 1303 il

Michele Scoto

Comune di Bologna aveva tra i suoi

dipendenti, regolarmente stipendiato,

anche un astrologo, tal Giovanni di

Luni. Figure come Cecco d’Ascoli, che

insegnò astrologia e medicina, furono

invece perseguitate per le loro idee e

accusate di eresia.

Cecco d’Ascoli, il cui vero nome

era Francesco Stabili, fu un medico,

astrologo e poeta vissuto tra il XIII e

il XIV secolo. Insegnò all’Università

di Bologna, ma la sua inclinazione

verso l’astrologia e le sue teorie

eterodosse lo resero sospetto agli

occhi dell’Inquisizione. Convinto

sostenitore dell’influenza astrale sugli

eventi umani, Cecco si scontrò con la

Chiesa, che vedeva nelle sue idee un

pericoloso sconfinamento nell’eresia.

Il suo libro più famoso, l’”Acerba”, un

poema didattico in volgare, affrontava

temi di cosmologia, magia e filosofia

naturale, ma gli valse ulteriori accuse

di eresia. Dopo essere stato costretto

a lasciare Bologna, trovò rifugio in

altre città, ma alla fine fu arrestato e

condannato al rogo a Firenze nel 1327.

La sua vicenda rimane emblematica

della difficile convivenza tra scienza,

fede e superstizione nella Bologna

medievale.

Tra i grandi astrologi e maghi legati a

Bologna, spicca anche Michele Scoto,

un celebre erudito scozzese del XIII

secolo, che operò alla corte di Federico

II di Svevia e che Dante colloca

nell’Inferno tra gli Indovini. Scoto fu

un grande conoscitore di astrologia,

alchimia e arti occulte, e pare abbia

soggiornato a Bologna, probabilmente

Il laboratorio dell’alchimista,

illustrazione di Hans

Vredeman de Vries contenuta

nell’Amphitheatrum sapientiae

aeternae di Heinrich Khunrath.

in contatto con gli ambienti accademici

dell’epoca. Traduttore di testi arabi e

autore di trattati esoterici, la sua fama

lo circondò di un’aura di mistero, tanto

che la tradizione popolare lo descrisse

come un mago capace di prodigi

incredibili. Secondo alcune leggende,

Michele Scoto avrebbe persino previsto

la sua stessa morte, confermando la

sua fama di veggente. Si racconta

infatti che egli avesse previsto di morire

per la caduta di una pietra sulla testa.

Convinto della sua profezia, evitava

luoghi pericolosi e portava sempre

sul capo una sorta di casco, ma un

giorno, mentre si trovava in chiesa, si

scoprì la testa in segno reverenziale

e una pietra si staccò dalla volta e lo

colpì fatalmente, adempiendo così

al destino da lui stesso annunciato.

Un’altra delle sue più celebri

predizioni riguardò proprio il suo

protettore, Federico II. Scoto avrebbe

annunciato che l’imperatore sarebbe

morto in un luogo che portava il nome

di “fiore”. Federico, noto per la sua

razionalità e il suo spirito scientifico,

si mostrò inizialmente scettico, ma

con il tempo iniziò a evitare luoghi

con nomi simili, come Firenze, Faenza

e Fiorenzuola. Tuttavia, nel 1250, si

ammalò gravemente e morì a Castel

Fiorentino, confermando la profezia

del suo astrologo e accrescendo la

fama leggendaria di Michele Scoto.

Tratto da ‘Liber de homine’ di Girolamo Manfredi

Un’altra figura che lasciò il segno

a Bologna fu Paracelso, il celebre

medico, alchimista e filosofo del XVI

secolo. Sebbene il suo soggiorno

nella città non sia documentato in

modo dettagliato, si ritiene che abbia

avuto contatti con l’Università e

con alcuni ambienti ermetici locali.

Paracelso rivoluzionò la medicina con

le sue teorie basate sulla chimica e

sull’influenza degli astri, opponendosi

alla medicina tradizionale basata sulle

dottrine di Galeno e Avicenna. La sua

visione univa la scienza alla magia, e il

suo interesse per gli elisir di lunga vita

e per la trasmutazione dei metalli lo

rese una figura enigmatica e discussa.

La sua eredità influenzò molti studiosi

bolognesi, che nei secoli successivi

continuarono a esplorare i confini tra

alchimia e scienza.

A completare questo quadro di

saggezza e fatalità, nel fervore del

Rinascimento bolognese, si distingue

la figura di Girolamo Manfredi, un

astrologo rinascimentale la cui fama

fu inevitabilmente legata alle sventure

delle sue previsioni. Manfredi osò

sfidare i potenti annunciando, in toni

cupi e infausti, la rovina dei signori

di Milano. Le sue parole, pronunciate

sotto cieli tempestosi e in notti

illuminate da stelle contrarie, divennero

presto motivo di sgomento tra i nobili

e i governanti, che vedevano in quelle

predizioni non solo un presagio, ma un

vero e proprio attacco al loro potere.

Si narra che, durante un concilio

segreto tra astrologi, egli sostenne

che le orbite celesti avrebbero presto

fatto precipitare inesorabilmente la

fortuna dei signori milanesi, portando

sventure tali da distruggere interi

regni. Questa audace proclamazione,

in un’epoca in cui il destino era

considerato sacro e incontestabile,

gli costò non pochi nemici: i potenti,

intimoriti e offesi, reagirono con furia,

decretando che chi osasse predire

calamità così funeste avrebbe dovuto

subirne le conseguenze. Manfredi

divenne così un monito per ogni

astrologo rinascimentale: conoscere

il futuro poteva rivelarsi un fardello

troppo pesante, capace di trasformare

il veggente in un paria, condannato

a vivere nell’ombra dei suoi stessi

presagi.

Un altro personaggio di spicco legato

all’alchimia e alla Bologna del Seicento

fu Vincenzo Casciarolo, un modesto

artigiano e alchimista che scoprì

una delle curiosità più affascinanti

della storia della scienza: la “pietra

fosforica di Bologna”. Casciarolo,

sperimentando con minerali raccolti

sulle colline bolognesi, scoprì che la

barite, se sottoposta a un trattamento

di calcinazione, acquisiva la proprietà

di brillare al buio dopo essere stata

esposta alla luce solare. Questa pietra

luminosa suscitò un enorme interesse

tra gli studiosi dell’epoca, tanto che

venne studiata da scienziati e alchimisti

di tutta Europa. La scoperta di

Casciarolo segnò un importante passo

nella comprensione dei fenomeni di

luminescenza e contribuì allo sviluppo

delle conoscenze chimiche.

Nei mercati e nelle piazze, invece,

operavano indovini e streghe, offrendo

amuleti e pozioni per proteggere dagli

influssi malefici o per conquistare un

amore impossibile. Tra le figure di

maggio rilievo ci fu Gentile Budrioli,

la “strega” personale di Giovanni II

Bentivoglio, signore di Bologna, e di

sua moglie Ginevra Sforza. Budrioli,

inizialmente stimata come guaritrice

e astrologa, divenne una delle

consiglieri più fidate della corte, ma

il suo crescente potere suscitò sospetti

e invidie. Accusata di praticare magia

nera e di complottare contro la città, fu

arrestata e giustiziata dall’Inquisizione

nel 1498. La sua vicenda rappresenta

uno degli esempi più noti della

persecuzione delle donne accusate di

stregoneria a Bologna.

Paracelsus

La pietra di Bologna

Museo di mineralogia Luigi Bombicci

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PERSONAGGI

Bologna

Questo lo pseudonimo

dietro cui spesso si celava la

scrittrice bolognese, nipote

del poeta Enrico Panzacchi,

Vittoria Guerrini.

Rifiutata, tra indifferenza

e colpevoli silenzi, si è

sempre scagliata contro

consumismo e materialismo

In memoria di

CRISTINA

CAMPO

Testo di Gian Luigi Zucchini

Rimettendo in ordine carte sparse

dentro armadi e cassetti, trovo e

rileggo un mio articolo pubblicato su

questa rivista (Nelle Valli bolognesi,

Anno XV, n. 58, pag. 50-51) in cui

avevo scritto qualche notizia sul poeta

Enrico Panzacchi, concludendo con la

promessa di ritornare sull’argomento.

Rimedio immediatamente, per

l’appunto occupandomi ora di una

scrittrice bolognese, nipote del

poeta bolognese, purtroppo ignota a

moltissimi, affondata in un silenzio che

dispiace e addolora. Si tratta di Cristina

Campo, (pseudonimo di Vittoria

Guerrini) nata a Bologna il 29 aprile

1923, scrittrice, poetessa, traduttrice

dal tedesco dal francese e dall’inglese,

intellettuale di controverse posizioni.

In aspra contestazione verso la società

contemporanea, fin dalla giovinezza fu

attratta da un tradizionalismo vissuto

in costante contraddizione tra valori

forti e sicuri e squallori del presente,

posizione che espresse in numerosi

scritti e nei vastissimi orizzonti

della cultura, che per lei non aveva

limiti, e così sconfinava spesso nel

fantastico, nel mito, nella leggenda.

Pensando e impegnandosi su vari

fronti (dalla letteratura, alla poesia,

alla fiaba, alla religione), fu quasi

inascoltata profetessa, individuando

e denunciando i disastri (secondo lei)

suscitati da un consumismo ed un

materialismo spietatamente aggressivi.

Nata con una malformazione cardiaca,

fu sempre di salute cagionevole, e

nell’adolescenza dovette lasciare per

sempre la scuola, studiando sotto

la guida del padre, compositore e

direttore d’orchestra. La madre, Emilia

Putti, era sorella del celebre chirurgo

ortopedico Vittorio Putti, il quale a

sua volta era figlio di Marcello Putti

e di Assunta Panzacchi, sorella del

poeta Enrico. Famiglie importanti nella

società bolognese di fine Ottocento e

del secolo successivo, i cui membri

emersero nel campo della medicina,

della poesia, della vita universitaria,

Foto da www.cristinacampo.it

della critica musicale ed altro ancora.

Vittoria (che si firmò in seguito con

vari nomi, ma soprattutto con Cristina

Campo) non fu da meno. Insofferente

verso qualsiasi disciplina, si dedicò

presto alla scrittura, per un istinto

personale e senza ulteriori ambizioni

di successo, tesa a far prevalere in ogni

tempo della sua vita la perfezione della

scrittura, la chiarezza dell’esposizione

senza dubbiosi se e ma, e soprattutto

la bellezza, sia spirituale che materiale:

quindi la musica, la poesia, l’arte, lo

studio del pensiero soprattutto antico

ma anche moderno, le religioni,

in particolare quella cristiana.

Affascinata dal rito e dall’opulenza del

cristianesimo ortodosso, fu coinvolta

soprattutto da questa liturgia solenne,

che via via approfondì, legandosi poi

ad una fede cristiana di tradizione

cattolica, che visse anche qui in modo,

si potrebbe dire, quasi personale,

legandosi sempre più alla liturgia

tradizionale della chiesa di Roma.

Quando esplosero gli anni del

Concilio Vaticano II, e soprattutto negli

immediati periodi successivi,

Cristina si trovava a Roma, già da

tempo operosa in ambiti giornalistici e

di studio, producendo numerosi saggi

che apparivano su riviste e periodici, o

in volumi a più voci, ed anche raccolte

di poesia, purtroppo poco note anche

a causa del trepido rispetto che lei

stessa aveva verso l’alto messaggio

contenuto nei versi che andava via via

producendo.

Aveva conosciuto, prima a Firenze,

poi soprattutto a Roma, vari esponenti

della cultura, tra cui il poeta Mario

Luzi, con il quale ebbe pure una storia

sentimentale, e soprattutto, dalla fine

degli anni ‘50, lo studioso Elémire Zolla,

forse l’unico vero e costante amore

della sua vita, pur tra insofferenze e

disagi da parte di entrambi a causa dei

loro caratteri e della loro singolarità

intellettuale.

Si conobbero nel corso di una serie di

trasmissioni organizzate dalla RAI, a cui

collaboravano. Lei, sola e sofferente,

rattristata da una società considerata

promotrice di desolazione culturale;

lui, attratto dalla sensibilità di lei, dalla

sua grazia fisica e di comportamento e

dal suo complesso pensiero.

Un rapporto contrastato e difficile,

avendo lui sposato nel frattempo la

poetessa Maria Luisa Spaziani, che

lasciò dopo pochissimo tempo.

Nel frattempo, era scomparso papa

Giovanni XXIII, si era concluso il

Concilio Vaticano II, erano iniziati

disagi profondi nella Chiesa cattolica,

e si verificarono parecchie scissioni

o scismi, tra cui quello particolare

del vescovo mons. Lefebvre, di cui

la Campo divenne ammiratrice e, per

alcuni aspetti, anche collaboratrice.

Da quel momento, tutte le sue

energie furono rivolte alla difesa

e conservazione degli aspetti che

considerava fondamento della

cristianità, come la Tradizione della

Chiesa, tra cui la lingua latina e il

canto gregoriano. E intanto continuava

il lavoro letterario, e le traduzioni di

scrittori e poeti, che aveva iniziato da

tempo, ma anche le sue riflessioni e i

suoi studi sulla fiaba, pubblicando nel

1971 il volume Il flauto e il tappeto,

edito da Rusconi, editore di riviste

e, per un periodo, anche di libri,

soprattutto di opere ritenute di cultura

tradizionalista moderatamente

conservatrice, soprattutto in campo

valoriale e concettuale.

Fu questo il lavoro che, tra gli altri,

dovrebbe essere meglio valorizzato,

poiché lei esplorò con giudizi di

particolare originalità un aspetto della

cultura piuttosto in ombra e fino a quei

tempi assai poco considerato, e cioè

lo studio della letteratura giovanile,

e in essa del vasto fantasticare tra

I romanzi e i volumi di ZUcchini

Sono diversi i libri di Gian Luigi Zucchini attualmente disponibili. L’ultimo è il romanzo pubblicato

da Edizioni Efesto, “Verso l’altra parte del cielo”. Vittoria è una donna del popolo - si legge nella

sinossi - nasce in una famiglia molto povera in un antico vicolo del centro storico di Bologna, città

dove si svolge il racconto. Insieme a Vittoria ci sono tanti altri personaggi, con le loro microstorie:

dalla nonna Marianna, ai genitori, alle vicine di casa, alle amiche d’infanzia, al marito; tutti

coinvolti in questo suggestivo romanzo corale che, attraverso la vita della protagonista, ripercorre

in sintesi gli eventi lieti e drammatici dell’ultimo secolo, dall’inizio del Novecento fino alla partenza

di lei per la terra d’Israele, evento con cui si chiude il romanzo. Per il Gruppo Studi Savena Setta

Sambro, ha invece scritto “Una scuola e 50 bambini tra macerie e speranze”, un libro di ricordi

sull’esperienza da maestro di scuola elementare dello stesso Zucchini, e “L’Appennino: una

stagione ritrovata – Avventure e disavventure letterarie”. Per Pendragon ha pubblicato “Antiche

storie di libri e di vita”.

INFO: gianluigizucchini34@gmail.com

invenzione, realtà, desiderio e sogno;

come, nella poesia Romagna, già

aveva scritto, fantasticando, il poeta

Giovanni Pascoli: ….io galoppava con

Guidon Selvaggio / e con Astolfo....

cavalieri della fantasia, come si sa,

che compaiono nell’Orlando Furioso.

Ci sarebbe ancora molto da dire, e da

scoprire, intorno a questa straordinaria

scrittrice. Di lei però, di visivo, resta

molto poco a Bologna: soltanto la

piccolo lapide di un’ amica bolognese,

Ida Samuel, ormai scomparsa da

tempo, posta sulla tomba della

famiglia Putti, alla Certosa: Qui riposa

Vittoria Guerrini / in arte / Cristina

Campo / nipote del prof. Putti / La tua

cara amica Ida Samuel.

Fu lei, l’amica - così mi si disse – che

molto si impegnò per far traslare i resti

di Cristina Campo, da Roma, dove era

morta il 10 gennaio1977, a Bologna,

e che volle mettere quell’umile ricordo

sulla tomba di lei.

Qualche amico o estimatore

testimoniò, alla morte di lei, con un

articolo la forza e la bellezza ideale

della scrittrice. Alfredo Cattabiani, su

Il tempo, intitolava così un suo pezzo:

È morta Cristina Campo, interprete

della perfezione: e Pietro Citati, che

le fu amico: Era una creatura accesa,

piena di ardore cavalleresco, era

Clorinda ignara di prudenza e di mezzi

termini. Viveva, tra i contrari, speranza

e disperazione, passione e disprezzo,

furia e dolcezza, e trovava una specie

di quiete solo intensificando le proprie

contraddizioni.

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PERSONAGGI

Imprenditore illuminato e immenso benefattore, alla

sua morte (arrivata nel dicembre del 1922 a causa della

Spagnola) lasciò tutti i suoi averi alla sanità bolognese.

A lui dobbiamo anche l’ospedale Maggiore e il Bellaria

Carlo Alberto Pizzardi

INDIMENTICABILE

MARCHESE

Testo di Gianluigi Pagani

Torniamo a parlare di una figura

storica fondamentale per Bologna,

Carlo Alberto Pizzardi, munifico

benefattore della città. Grazie alle sue

donazioni oggi abbiamo gli ospedali

Bellaria e Maggiore, ed un’azienda

sanitaria con proprietà immobiliari.

Carlo Alberto ha infatti deciso di

donare tutte le proprie ricchezze per

la salute dei bolognesi. Si racconta che

il notaio, al momento della redazione

dei diversi atti di donazione,

abbia esclamato “…ma è proprio

sicuro?”. Carlo Alberto ha sempre

dato prova di grande magnanimità

ed intelligenza. Dopo aver salvato

e consolidato le ricchezze della

famiglia, e dopo aver viaggiato in

Europa per rendere le proprie attività

ed aziende all’avanguardia in campo

tecnico, aveva creato il cosiddetto

“Sistema Pizzardi” per la gestione

della ricchezza, basato sul principio

che l’imprenditore deve diventare

ricco ed insieme deve aiutare gli

altri. Un benefattore sociale che

non deve sfruttare la ricchezza ed il

lavoro altrui, ma deve contribuire al

benessere generale, da cui deriva il

proprio benessere economico.

Nel corso della sua esistenza aveva

pertanto migliorato la qualità della

vita dei suoi contadini, bonificando

vaste aree paludose, recuperandole

all’agricoltura e riducendo la malaria.

A tal fine, nei canali delle acque delle

sue proprietà, aveva immesso dei pesci

particolari che si nutrivano delle larve

delle zanzare pericolose. Dall’estero

aveva portato nuove macchine per

trebbiare il grano e per lavorare il

fieno e la canapa. Grazie alle sue

conoscenze, aveva sperimentato

nuovi concimi e aveva introdotto una

nuova razza bovina. Aveva migliorato

i mulini della zona, facendo installare

turbine e macchine a vapore per

integrare l’energia idraulica quando

i corsi d’acqua non riuscivano a

muovere le macine. Aveva introdotto

nuovi sistemi per la coltivazione

del riso e il suo stoccaggio. Aveva

migliorato la situazione delle famiglie

dei propri operai, concedendo loro

alloggi più dignitosi. Nel periodo

della Prima guerra mondiale aveva

elargito cospicue donazioni in denaro

e in immobili a favore del Ricovero

di Mendicità per i poveri ed a favore

dell’Ostello per i fanciulli malati di

tubercolosi a San Giorgio di Piano.

Poi, alla fine della sua vita, dopo aver

sistemato economicamente i fratelli e

la sorella, si è spogliato di tutti i beni e

li ha donati alla comunità, tanto che il

Consiglio Comunale di Bentivoglio lo

ha nominato “Cittadino Benemerito”

con uno speciale riconoscimento mai

attribuito ad alcuno. Ma arriviamo a

quel famoso novembre 1919 quando

Carlo Alberto Pizzardi ha chiamato

il notaio Gaetano Angeletti (lo stesso

che sette anni prima aveva redatto il

testamento del poeta Giovanni Pascoli)

per donare tutti i suoi possedimenti di

Bentivoglio allo ‘Spedale Maggiore’

di Bologna, che all’epoca aveva sede

nell’ex convento di via Riva di Reno

n.52. L’atto di donazione obbligava

il beneficiato alla costruzione di un

nuovo ospedale di medicina generale,

che avesse un reparto specifico per

la tubercolosi, la più pericolosa

malattia di quel periodo storico. Il

sito per costruire questo ospedale fu

individuato nella zona di San Lazzaro

di Savena, località Bellaria, su una

piccola collina. Poi nel maggio 1920,

Carlo Alberto ha chiamato ancora il

notaio Angeletti per fare la seconda

donazione, lasciando sempre allo

‘Spedale Maggiore’ tutti i beni

presenti nella tenuta di Bentivoglio

fra cui mobili, quadri ed arredi.

Nel giugno 1921 è giunta la terza

donazione con un altro terreno

nel Comune di Medicina, sempre

destinato allo ‘Spedale Maggiore’,

ed anche in questo caso prevedendo

delle clausole specifiche per la

tutela dei malati e la formazione dei

dottori (ad esempio, una somma di

denaro era destinata all’acquisto di

libri di medicina, italiani e stranieri,

per consentire ai medici di studiare

sempre per migliorare le cure). Infine

nel dicembre 1921 è arrivata la

quarta e ultima donazione, attraverso

cui il Marchese Pizzardi ha versato,

sempre allo ‘Spedale Maggiore’,

1.200.000 lire (ricordiamo che, in

quel periodo, un operaio guadagnava

al mese circa 300 lire al mese), per

costruire una nuova moderna sede

sulla via Emilia, nella zona dei Prati

di Caprara, quello che noi tutti oggi

chiamiamo l’Ospedale Maggiore di

Bologna.

Inoltre il marchese Pizzardi, non

ancora pago di queste quattro

donazioni, ha lasciato per testamento

tutto quel poco che gli era rimasto.

Ancora oggi, quando dobbiamo

effettuare delle pratiche con l’Azienda

Usl, ci rechiamo in via Castiglione

29, attuale sede dell’azienda sanitaria

bolognese, che è Palazzo Ratta, ossia

la residenza in città di Carlo Alberto.

Questo edificio è stato lasciato per

testamento all’amministrazione

centrale dello ‘Spedale’, con

l’obbligo di trasferire all’interno la

propria sede entro due anni dalla

morte di Pizzardi. Questo è l’aspetto

straordinario di quest’uomo che, non

solo lasciava soldi e immobili, ma

cercava di regolamentare e dirigere

la situazione, da buon e avveduto

imprenditore, “minacciando” che,

in caso di inottemperanza delle

proprie disposizioni, ad esempio,

il palazzo fosse donato in seconda

battuta al Comune di Bologna. Inoltre

tutti i suoi vestiti, compresa la sua

biancheria personale, sono stati

lasciati, sempre per testamento, ai

poveri dell’ospizio dei vecchi, mentre

la sua biblioteca personale è stata

trasferita all’Archiginnasio e alcune

somme di denaro sono state lasciate

ad opere caritatevoli e culturali,

quali il Museo del Risorgimento.

Pizzardi era una persona molto

religiosa e tanti si sono chiesti come

mai non ha lasciato i soldi ed i beni

alla Chiesa. Maurizio Garuti nel suo

Bologna

libro “La solitudine di Carlo Alberto. I

Pizzardi una saga familiare”, edito da

Minerva, ha fornito un suo personale

giudizio su queste donazioni ‘laiche’

del marchese (tra parentesi, titolo

concesso alla famiglia nel 1833

proprio da Papa Gregorio XVI).

“Carlo Alberto voleva un effetto

immediato, visibile e tangibile - scrive

Garuti - cosa c’era di più concreto e

più simbolico di un ospedale, con

malattia, cura, sofferenza, speranza,

rinascita… non in astratto ma in

concreto… con muri, corsie, posti

letto, medici e infermieri”. Tutto a

favore degli altri, ed in particolare dei

poveri. Carlo Alberto Pizzardi voleva

essere lui stesso “un povero”, e tale si

considerava, tanto che ha scritto: “…

morto che io sia, sarà data sepoltura

cristiana al mio cadavere nel cimitero

del comune o della parrocchia dove

accadrà la mia morte, in campo aperto,

come ai poveri si dà. Non funerali,

non fiori, non accompagnamenti.

Nessun distintivo e nemmeno il nome

si ponga sulla mia tomba volendo, lo

confermo, essere trattato come il più

povero fra i poveri”.

È morto il 10 dicembre 1922 a

Bologna a causa della Spagnola,

la pandemia dell’epoca, che ha

provocato milioni di morti in tutto il

mondo. Quando andiamo al Bellaria,

ricordiamoci del nostro meraviglioso

Marchese, soffermandoci un attimo

all’entrata, nella parete di sinistra,

dove è situato il suo busto bronzeo,

oppure visitando il sepolcro che si

trova sempre al Bellaria, vicino alla

Cappella di Santa Teresa, scendendo

i gradini verso il giardino. Li è

seppellito il marchese Carlo Alberto

Pizzardi accanto al busto di un Cristo

sofferente.

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Puoi contattarci al numero 379 113 5432 o scrivere

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I MITI DELLO SPORT

Del Bologna è stato talento

emergente, capitano e infine

allenatore. Festeggia settant’anni

pieni di ricordi: dai campi di Santa

Teresa e Bitone al debutto in

prima squadra con Pecci, fino al

“tradimento” di Porcedda

COLOMBA

CUORE

ROSSOBLÙ

Testo di Marco Tarozzi

I suoi primi settant’anni sono tutti

meravigliosamente bolognesi. Di

Grosseto, Franco Colomba conserva

il nome alla voce “luogo di nascita”

e qualche sbiadito ricordo d’infanzia.

Papà, carabiniere di professione, era in

Toscana quando lui venne al mondo, ma

cinque anni dopo si era già trasferito alla

caserma di via Oretti, quartiere Mazzini.

E quello diventò subito il suo mondo, tra

le elementari Viscardi e le medie Farini,

con la via Emilia da attraversare per

andare a tirare i primi calci al pallone

alla parrocchia di Santa Teresa.

«La passione è nata a due passi

dal Pontevecchio. Ci passavo interi

pomeriggi, e lì mi notò Aldo Ceré,

dirigente dei Rangers che giocavano al

campo del Bitone, proprio dove oggi

c’è un giardino dedicato ai partigiani.

Quella fu la mia prima squadra. Ma

intanto papà mi aveva trasmesso la

passione per il Bologna, portandomi

al Comunale quando avevo dieci anni.

Era il 1965, sulla maglia i giocatori

avevano lo scudetto conquistato l’anno

prima. Ricordo ancora la prima partita

da spettatore: Bologna-Milan 4-1, vista

dalla curva San Luca perché allora tra le

tifoserie non c’era divisione. Fu amore a

prima vista». Pochi anni dopo, fu ancora

quel babbo dal cuore rossoblù a portare

il suo ragazzo alla vecchia sede di via

Testoni. «Pagò 2500 lire per iscrivermi,

e pochi giorni dopo feci il provino sotto

lo sguardo vigile di Faele Sansone e

Walter Bicocchi, che coordinavano il

settore giovanile. Fu Bicocchi a prendere

Franco Colomba con la fascia da capitano

Le foto sono dell’Archivio Luca e Lamberto Bertozzi

www.museobolognacalcio.it

papà da parte consigliandogli di farmi

continuare, e lui ne fu orgoglioso, ma

mi fece comunque promettere che

avrei pensato prima allo studio. Lo

accontentai: tre anni in uno al Leopardi,

esame statale da geometra al Pacinotti

proprio poco tempo dopo aver debuttato

in Mitropa Cup con la prima squadra, a

Tatabanya, in Ungheria».

Se lo ricorda ancora bene il debutto in

Serie A?

«Come fosse ieri. Era il 3 marzo 1974, si

giocava a Torino in casa della Juventus.

Finì 1-1, segnò Cuccureddu su rigore

e pareggiò Savoldi a pochi minuti

dalla fine. Quel giorno debuttammo

in due: io ed Eraldo Pecci. Eravamo

cresciuti insieme nelle giovanili, quella

coincidenza ci legò ancora di più. Infatti

siamo amici da sempre».

Un altro amico le servì un assist al bacio

per il primo gol in Serie A.

«Successe non molto tempo dopo, il

21 aprile a Foggia. Passaggio perfetto

di Giacomino Bulgarelli. Fino a quel

momento, e anche per molto tempo

dopo, il mio mito. Poi, nel tempo, è stata

una fortuna poterlo conoscere come

uomo. Un fratello maggiore, per me.

Quel gol fu speciale, perché pareggiai

dopo che per il Foggia aveva segnato

Pavone, e figurarsi i titoli dei giornali

del giorno dopo. Soprattutto quello di

Stadio: “Nella voliera di Foggia, Colomba

rimbecca Pavone”. Indimenticabile».

Molti anni dopo le è capitata una

coincidenza incredibile, al Zaccheria...

Franco Colomba allenatore

nella stagione 2009-10

“Dopo il Bologna, il Foggia in Lega Pro

è stata la prima squadra della carriera

di mio figlio Davide. Una domenica di

aprile del 2010 segnò il suo primo gol in

un campionato professionistico, contro il

Potenza. Lo fece nella stessa porta in cui

avevo segnato io trentasei anni prima, e

sempre di sinistro. Una fotocopia”.

Da giocatore, qual è stato il suo Bologna

più bello?

«Quello della rincorsa dopo il -5 di

penalizzazione. La stagione 1980-

81, con Gigi Radice al timone. Fu

una cavalcata fantastica, eravamo un

grande gruppo. Personalmente iniziai

quell’annata da giocatore normale e alla

fine avevo giocato trenta partite e mi ero

LA SCHEDA

guadagnato una reputazione a livello

nazionale. In quei giorni ho capito una

cosa importante: quelli che dicono che

gli allenatori contano il giusto, sbagliano.

Gigi contava, eccome».

Dopo gli anni delle giovanili, otto

stagioni in prima squadra, vissute in

due diversi periodi. Le ultime tre, per

quanto difficili, con la fascia di capitano

al braccio. In tutto 198 presenze e otto

reti, una bella firma sulla storia del

club.

«Era il mio sogno, giocare nella

squadra di cui mi ero innamorato da

bambino. La squadra della mia città.

Sono stato fortunato, certi ricordi non si

cancelleranno mai».

Poi c’è quell’appendice da allenatore,

arrivata quando forse non ci sperava

più.

«C’ero andato vicino nell’estate del

2000, quando mi contattò Gazzoni

dopo la mia prima stagione a Reggio

Calabria. Avevo un contratto triennale

e un progetto da sviluppare, non se ne

fece nulla. Nel giugno 2007 incontrai

Cazzola, le possibilità sembravano

concrete ma poi arrivò Arrigoni. Mi ero

messo il cuore in pace, ero contento

di aver guidato il Bologna almeno la

sera della festa del centenario, insieme

a Renzo Ulivieri. Invece poco dopo

Papadopulo fu esonerato e mi arrivò la

telefonata».

Stagione 2009-10, squadra in una

situazione delicata e obiettivo raggiunto

con una salvezza convincente.

Sembrava l’inizio di una nuova storia,

invece quell’estate Menarini lasciò il

Bologna nelle mani di Porcedda.

«E tutto si chiuse con il delitto perfetto.

Vivi per allenare la squadra della

CHI È FRANCO COLOMBA

Nato a Grosseto il 6 febbraio 1955. Cresciuto nelle giovanili del Bologna,

ha debuttato nel centrocampo rossoblù nella stagione 1973-74, a Torino

contro la Juve il 3 marzo 1974. Dopo due stagioni in B (Modena e Samb), è

tornato “a casa”, giocando ancora dal ‘77 all’83 in rossoblù: in totale 198

presenze (134 in Serie A) e 4 reti. All’Avellino dall’83 all’88, ha poi chiuso

la carriera nel Modena. Nella sua carriera da tecnico spicca il triennio

1999-2002 alla Reggina, in cui valorizzò giovani come Pirlo, Baronio,

Possanzini, Kallon. Ha allenato anche Modena, Olbia, Novara, Salernitana,

Vicenza, Napoli, Verona, Ascoli (nel 2008-09 una salvezza che gli è valsa il

premio “Scopigno” come miglior tecnico di B), Parma, Padova, Livorno. E’

arrivato sulla panchina del Bologna nel 2009-10 sostituendo Papadopulo,

e salvando la squadra. Ha avuto una interessante esperienza nel calcio

indiano alla guida del Pune City (foto a sinistra).

Franco Colomba

tua città, ti capita l’occasione e fai

bene, pensi di ripartire nella stagione

successiva con un progetto finalmente

tuo e improvvisamente sei fuori, alla

vigilia dell’inizio del torneo. Una

pugnalata alle spalle che mi ha lasciato

una ferita che non si rimarginerà mai».

Non tutti ragionano come lei. La

correttezza non sempre paga…

«Ci sono allenatori con nomi altisonanti,

altri che cercano semplicemente di

fare al meglio il proprio lavoro. Gente

normale, che probabilmente non

solletica la fantasia di certi dirigenti.

Credo di far parte di quest’ultima specie,

ma mi consola aver sempre seguito la

mia strada e non avere conti aperti con

la coscienza».

Non ha perso i contatti col suo mondo:

che ne pensa del Bologna di oggi?

«Sta entrando di diritto nel club delle

squadre che valgono l’Europa. Lo

aspettavamo da tempo, un Bologna

così, c’è voluto tempo ma ora ci si può

divertire. Italiano ha trovato l’equilibrio

mantenendo quello che c’era di buono

ed inserendo tratti evidenti della sua

filosofia, come le verticalizzazioni. Mi

piace, è un entusiasta, vive il calcio in

maniera genuina, ha un feeling carnale

con la squadra. Ha conquistato i tifosi,

ma anche e soprattutto i giocatori: se

loro hanno fiducia in chi li guida, le cose

funzionano».

E Colomba, nel frattempo?

«Faccio il nonno. Di Nina, erede di

mio figlio Davide, che ha già cinque

anni, e di Lea, che ha quattordici mesi.

Lei vive a Milano con mia figlia Silvia e

Lorenzo, ogni tanto bisogna organizzarsi

per qualche trasferta. Ma è un impegno

meraviglioso».

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PERSONAGGI

Bologna

Nata a Molinella nel 1902, è stata una delle più famose

cantanti liriche bolognesi. Negli anni ‘30 la sua voce

ha incantato i melomani di tutto il Paese

TINA BILLI, soprano

Testo di Giuliano Musi

Sono passati 45 anni dalla scomparsa

di Tina Billi, famosa cantante bolognese

che gli appassionati ricordano anche oggi

con grande emozione perché interprete

magistrale di alcune delle maggiori opere

liriche che sono rappresentate ogni anno

nei maggiori teatri del mondo.

Il suo periodo di attività ha coinciso

con quello delle artiste più celebrate

della storia del teatro lirico, come Toti

Dal Monte e Claudia Muzio, la vera e

unica Divina della lirica. Tina Billi ha

comunque compiuto una bella carriera

cantando con ottimi colleghi, ottenendo

chiari e notevoli successi personali anche

in teatri di prima fascia. Soprattutto per

gli appassionati bolognesi è stata un vero

mito e non c’è nessun amante della lirica

che abbia vissuto quegli anni (dal 1930

al 1951), che non la ricordi con sincera

ammirazione come il soprano del cuore.

Non è stata solo un fenomeno locale: in

tutta Italia è amata, stimata e ammirata

da chi vive veramente e con passione la

lirica e molti collezionisti cercano tuttora

con assiduità i suoi preziosi dischi.

Tina Billi, donna bellissima quanto

sfortunata, aveva raggiunto una grande

notorietà perché poteva vantare voce

ed aspetto fisico che focalizzavano

immediatamente su di lei l’attenzione del

pubblico. Dotata di sguardo magnetico,

era bravissima nell’avvincere con il canto

l’ascoltatore che non poteva ridurre la

vivissima attenzione nei suoi confronti

anche solo per un breve momento. La

sua voce, tipica del soprano lirico, aveva

l’invidiabile pregio di commuovere

immediatamente lo spettatore senza

ricorrere a false esagerazioni vocali.

La tonalità rivelava inoltre un impasto

morbido e vellutato, ed un’apprezzabile

estensione, tanto da farla primeggiare

come Violetta ne La Traviata.

I critici erano concordi nell’affermare che

aveva la lacrima incastonata nella voce

che sapeva usare con grande sapienza,

mai troppo verista ma neppure mai

fredda. Nonostante queste doti uniche che

pochi artisti possono vantare Tina Billi non

ha mai voluto fare a gara con le colleghe

soprano, anche meno dotate, per imporsi

nei grandi teatri o per primeggiare. Si

è ugualmente costruita però una bella

carriera cantando con i cantanti lirici

più affermati, ottenendo indiscutibili e

notevoli successi personali.

Tina Billi nasce a Molinella (Bo) il 15 luglio

1902, quando il secolo più disastroso

della storia recente (2 guerre mondiali)

è da poco iniziato. Il suo vero nome era

Cecilia, Rina, Argentina (indubbiamente

il nome d’arte Tina è il diminutivo di

Argentina), figlia di Enrico e di Ponti

Sgargi Estella.

Dopo aver studiato pianoforte al

Conservatorio di Bologna, privatamente

si perfeziona in canto studiando con

Giuseppe Borgatti, il famoso tenore

centese (1871-1950) allievo prediletto

di Alessandro Busi, l’insuperato maestro

di canto del Conservatorio G.B.

Martini di Bologna. Giuseppe Borgatti

è considerato, assieme al più giovane

Aureliano Pertile (1885-1952), il più

grande interprete wagneriano italiano e,

molto probabilmente, del mondo. Sotto

la sapiente guida del grande tenore,

Tina debutta nell’opera completa il 13

giugno1930 all’Arena Italia di Bologna

in Bohème al fianco del popolarissimo

tenore bolognese Ettore Bergamaschi.

L’arena Italia era stata inaugurata l’anno

prima nel 1929 e si trovava nei pressi

di porta Saffi. L’anno dopo, nel 1931, è

scritturata all’Apollo di Ferrara, debutta

così in Carmen di Bizet. Tina è una

splendida Micaela e l’ottimo esito le apre

le porte del Politeama di Piacenza dove

debutta in Traviata, accanto a lei il tenore

modenese Wladimiro Badiali con cui

canta in molti teatri emiliani. A Cremona

è scritturata per Traviata, Tosca e Rigoletto

fino ad approdare, nel 1932, al Teatro

Duse di Bologna, ancora ne La Traviata,

al fianco di Guido Volpi e del baritono

Enrico De Franceschi.

A Bologna riscuote un grande successo,

viene confermata per Tosca, e l’anno

seguente canta nell’importante Teatro

del Corso di Bologna, nel periodo d’oro

dell’impianto, in cui il Corso rivaleggiava

addirittura con il Comunale. Il Teatro

del Corso che era nella centralissima

Via Santo Stefano oggi non esiste più

perché è stato purtroppo distrutto da

un bombardamento alleato. Al Corso

Tina canta ancora Traviata e Tosca col

tenore Nino Ederle. Le stesse opere le

interpreta anche al Lirico di Milano prima

di debuttare, nel 1933, al Sociale di

Mantova ne I Pagliacci. La critica elogia la

sua interpretazione di Nedda e la descrive

come una magnifica ammaliatrice di

notevole qualità vocale.

Prosegue la carriera al teatro Duse di

Bologna con sorprendente frequenza

fino al 1934 quando debutta in Thaïs,

opera che la vedrà impegnata anche al

Petruzzelli di Bari due anni dopo.

Nel 1934 Tina debutta in un altro classico

come Manon Lescaut di Giacomo

Puccini. Anche il personaggio di Manon è

stato un suo cavallo di battaglia ed è forse

quello che ha interpretato con maggiori

soddisfazioni personali. Negli anni

seguenti ottiene successi in altre opere:

L’amico Fritz di Pietro Mascagni, La

Bohème e Madama Butterfly di Giacomo

Puccini, Arlesiana di Francesco Cilea. Nel

1936 debutta nel Barbiere di Siviglia di G.

Rossini.

Il repertorio di Tina Billi non è stato

purtroppo molto vasto, forse a causa di

una sua innaturale paura nell’avventurarsi

nello studio del vasto repertorio lirico,

non solo italiano. Non era abbastanza

stimolata per tentare nuove avventure

che sicuramente le avrebbero riservato

piacevoli sorprese e preferiva esibirsi in

ruoli in cui aveva già ottenuto successi e

grande considerazione del pubblico.

Negli anni ‘30 è nel ristretto lotto dei

soprano affermati e gode di una solida e

meritata popolarità tra pubblico e critica.

Il successo ed il poter vantare un nutrito

numero di ammiratori le frutta anche la

chance di realizzare una produzione

discografica che le assicura ulteriore

popolarità.

In commercio si trovano anche oggi

parecchi dischi incisi per l’etichetta

Italfon di Milano che al momento della

commercializzazione erano venduti

esclusivamente nei Grandi Magazzini

della Rinascente.

La sua carriera dura 21 anni e ancora

in media età decide di lasciare le

scene: saluta Bologna con La Traviata di

Verdi cantata, con incredibile successo

all’Arena del Sole di Bologna il 24 marzo

e il 14 aprile 1945. L’addio ufficiale

alle scene avviene a Bagnacavallo, al

Politeama Verdi, nel 1951 con Tosca di

Puccini.

Tra il 1945 e il ’51 Tina Billi ha però

cantato ancora, sicuramente con minore

frequenza e in teatri minori.

Nella vita privata stava da tempo con

un uomo che disponeva di notevoli

possibilità economiche e che voleva

regolarizzare col matrimonio la loro

vita in comune. Contrariamente ad ogni

aspettativa Tina Billi però non accettò

di sposarlo, le loro esistenze non hanno

avuto così riconoscimento ufficiale e

da una possibile posizione economica

privilegiata Tina è piombata all’improvviso

in uno stato di terribile indigenza quando

il suo convivente è morto dopo qualche

anno. Non potendo beneficiare in alcun

modo del patrimonio del suo ex, dopo la

guerra e con la galoppante svalutazione

della lira si è ritrovata a dover lottare per

sopravvivere degnamente.

Fortunatamente un appassionato della

lirica e suo ammiratore, da tutti conosciuto

come Cirano, nonostante facesse un

lavoro non molto remunerato riuscì a

procacciarsi il pane per sé e per Tina.

Le ristrettezze economiche e il passare

degli anni non impedirono comunque alla

Billi qualche esibizione in cui ha cantato

sempre in modo straordinario.

Durante la carriera, ma soprattutto una

volta lasciato il teatro (anni ‘50), si esibiva

volentieri al ritrovo principale dei melomani

bolognesi, la famosissima Tampa Lirica,

all’angolo di via Marescalchi, una stradina

stretta e laterale della centralissima via

D’Azeglio. Questo locale, che in effetti si

chiamava “Antica Trattoria Buca Genasi”,

era famoso per il canto e per le tagliatelle

al ragù ritenute le migliori di Bologna

e non era neppure facile trovarvi posto

perché disponeva di pochi tavoli.

Tina duettava spesso con Romano Emili

(allora giovanissimo era conosciuto col

nome d’arte Romano Doria), Eduardo

Martone, Gianfranco Marchioni,

Romano Musi, Mario Cangemi e altri che

abitualmente frequentavano il locale spinti

dalla passione per il canto.

Ha svolto anche una notevole attività

concertistica, in cui spicca il prestigioso

concerto effettuato nello stabilimento della

Edoardo Bianchi, il marchio di biciclette

più antico al mondo, in viale Abruzzi

a Milano. Va sottolineato che ottenne

notevolissimi successi anche in alcuni

paesi europei interpretando l’Opera di

Lehar La Vedova allegra.

Il 7 ottobre 1975 al Circolo Culturale

Lirico di Bologna, accompagnata dal

pianoforte, ha eseguito l’intera partitura di

Manon Lescaut.

I numerosi appassionati accorsi all’evento

rimasero senza parole e, anche dopo

molti anni, quel ricordo resta vivissimo

e indelebile. Nonostante in scena fosse

seduta su una sedia, posizione che non

favorisce l’emissione della voce ed il

respiro, apparentemente senza alcuno

sforzo, Tina regalò un’interpretazione di

classe assoluta eseguendo il finale con un

pathos irripetibile.

Tina Billi, rimasta sola, negli ultimi anni di

vita era stata sopraffatta dalla desolazione

e dalla solitudine, anche se molti cantanti

giovani andavano da lei per ripassare

le romanze e godere dei suoi preziosi

consigli. Dopo pochi anni si è ritirata in

una casa di riposo di Bologna dove si è

spenta il 15 agosto 1980, due settimane

dopo la tragica strage della Stazione di

Bologna.

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DA VEDERE

Bologna

Dal Tarocchino alla bolognese al frammento originale del

decumano massimo di Via Aemilia: lo scorso novembre ha

riaperto uno dei contenitori culturali più affascinanti della città

Palazzo Pepoli

e la storia della città

Testo di Irene Murgia

Nel cuore pulsante di Bologna, tra

le sue antiche vie cariche di storia,

Palazzo Pepoli è tornato a vivere grazie

alla riapertura del 30 novembre 2024,

trasformandosi così in un luogo dove il

passato non è solo memoria, ma racconto

vivo e coinvolgente. Questo edificio, che

ha attraversato epoche e trasformazioni,

è molto più di una testimonianza

architettonica; è un ponte tra la memoria

della città e la sua anima contemporanea.

Costruito nel XIV secolo, Palazzo Pepoli

Vecchio rappresenta un simbolo della

continuità storica di Bologna, un edificio

che ha visto susseguirsi le grandi famiglie

bolognesi e le trasformazioni politiche

e sociali della città. La sua storia si

intreccia con quella della famiglia Pepoli,

una delle casate più influenti di Bologna

durante il periodo medievale, il cui

ruolo ha lasciato un’impronta indelebile

nell’identità cittadina.

La recente riapertura ufficiale del Palazzo

ha quindi segnato l’inizio di una nuova

era. Non si è trattato solo di restituire

alla città uno spazio fisico, ma di ridare

voce a una storia che aspettava di essere

raccontata con occhi nuovi, un’occasione

per riprendere il dialogo con il passato e

portarlo nella contemporaneità. La grande

partecipazione della comunità bolognese

all’inaugurazione ha confermato il

profondo legame tra la città e questo

luogo, che torna a essere un punto di

riferimento culturale e sociale.

Il Museo

Le sale del Museo della Storia di Bologna

offrono una panoramica completa

della città, dalla Felsina etrusca alla

Bologna odierna, con una serie di

installazioni multimediali, reperti storici

e narrazioni interattive che permettono

di rivivere le tappe fondamentali della

storia cittadina. In particolare, il museo

racconta temi come le lotte comunali,

le origini dell’Università di Bologna,

l’evoluzione urbanistica della città e la

sua industrializzazione. Uno dei reperti

più straordinari conservati nel museo è

un frammento originale del decumano

massimo di Via Aemilia, corrispondente

all’odierna Via Rizzoli. Rinvenuto nel

1959, questo antico lastricato conserva

ancora i segni lasciati dai carri che un

tempo attraversavano la città romana,

offrendo una testimonianza tangibile

della vita quotidiana nell’antica Bologna

Elemento distintivo del palazzo è la

Torre del Tempo, una struttura in vetro e

acciaio che svetta al centro del palazzo.

Simbolo del dialogo tra passato e futuro,

rappresenta il legame tra le diverse epoche

raccontate nel percorso espositivo.

Gli Spazi

Uno degli ambienti più iconici è la

Piazza Coperta, la corte interna che

rappresenta il cuore pulsante di Palazzo

Pepoli. Qui si svolgono eventi culturali,

mostre temporanee, spettacoli e incontri

che trasformano questo spazio in un

luogo dinamico e partecipativo. Pensata

come una moderna piazza pubblica, è

un luogo di incontro e confronto, dove

la comunità può riunirsi per condividere

esperienze culturali. Inoltre, la Piazza

Coperta funge da cornice per iniziative

speciali legate a ricorrenze cittadine,

festività e celebrazioni che rafforzano il

legame tra il museo e la vita quotidiana

di Bologna.

La Sala della Cultura è uno degli spazi

più suggestivi, principale punto di

riferimento per eventi, tra cui concerti,

rappresentazioni teatrali, laboratori

didattici per bambini e conferenze su

storia, arte e cultura contemporanea.

Oltre alle aree espositive e agli spazi

dedicati agli eventi, Palazzo Pepoli offre

servizi pensati per arricchire l’esperienza

dei visitatori e rendere il museo un luogo

di aggregazione e scoperta.

Il Caffè del Museo, situato all’interno

del palazzo, è un ambiente accogliente

e aperto a tutti, un punto di ritrovo dove

rilassarsi in un’atmosfera suggestiva,

indipendentemente dalla visita al

museo. Con ingresso libero, rappresenta

un’occasione per vivere il Palazzo

anche al di fuori del percorso espositivo,

rendendolo un punto di riferimento per la

comunità e per i turisti.

La Bottega del Museo, il bookshop di

Palazzo Pepoli, non è solo uno spazio

dedicato a libri, souvenir e oggetti

artigianali legati alla storia e alla cultura

bolognese, ma svolge anche una funzione

centrale per l’esperienza di visita. Da ora,

infatti, i biglietti per il museo possono

essere acquistati direttamente in questo

spazio, che funge anche da infopoint,

fornendo ai visitatori tutte le informazioni

necessarie per scoprire al meglio Palazzo

Pepoli e la città.

Questi spazi non si limitano a essere

servizi accessori, ma sono una parte

fondamentale dell’identità del Palazzo,

rafforzando il suo ruolo di centro

culturale. Offrono infatti un punto di

incontro e di fruizione che arricchisce

l’esperienza del visitatore, dove la storia,

l’arte e la vita quotidiana si integrano in

modo organico e funzionale.

Casa della cultura popolare

Oggi, Palazzo Pepoli si propone non

solo come museo, ma come una vera

e propria casa della cultura popolare

bolognese. Attraverso collaborazioni con

artisti, studiosi e realtà del territorio, il

Palazzo celebra le tradizioni locali, dai

saperi artigianali alle Denominazioni

Comunali di Origine (De.Co.), fino

agli eventi legati alla vita culturale

contemporanea. Particolare attenzione

è dedicata alla riscoperta delle arti

popolari, come il teatro dei burattini,

l’arte delle sfogline bolognesi, la liuteria

e la tradizione del Tarocchino bolognese.

Queste espressioni culturali non sono

solo testimoni del passato, ma vengono

rivisitate e valorizzate attraverso

iniziative che coinvolgono attivamente

la cittadinanza. Con il suo approccio

inclusivo, Palazzo Pepoli si propone

come un luogo in cui il patrimonio

culturale non è solo conservato, ma

rivive attraverso esperienze dirette e

interattive.

Visitare Palazzo Pepoli oggi non è solo

un museo, ma un centro culturale che

riflette il continuo intreccio tra passato e

presente, facendo della città un luogo di

costante scoperta. Grazie alle numerose

attività educative, come tour guidati e

percorsi tematici, il Palazzo si rivolge a

tutti i visitatori invitandoli a esplorare le

radici e l’evoluzione di Bologna.

Per scoprire di più su eventi, orari

e iniziative, è possibile visitare il

sito ufficiale www.palazzopepoli.it.

Foto di Bologna Welcome

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SPECIALE GIUBILEO

Bologna

Sono nove i luoghi della diocesi di Bologna

in cui è possibile “prendere l’indulgenza”

giubilare. Un percorso tra fede, storia e arte

Il GIUBILEO

anche in città

Testi e foto di Elena Boni

Il Giubileo 2025, o Giubileo della Speranza, è stato aperto da papa

Francesco il 24 dicembre scorso e vede nel pellegrinaggio a Roma

uno dei suoi punti distintivi. Anche nelle diocesi vengono designati

alcuni luoghi di fede in cui è possibile “prendere l’indulgenza” del

Giubileo. La Chiesa di Bologna ne ha scelti nove, sapientemente

distribuiti per luogo, epoca, devozione. I primi due si trovano in

città, rispettivamente, dentro e fuori le mura: la cattedrale di San

Pietro e il santuario della Beata Vergine di San Luca. Seguono

due santuari mariani della montagna molto amati dai Bolognesi:

quello di Boccadirio e quello di Campeggio. In pianura troviamo

il santuario del Poggio di Castel San Pietro, quello di Santa

Clelia alle Budrie e quello del Ss. Crocifisso di Pieve di Cento.

Infine due luoghi appenninici legati ad importanti temi storici e

di carità della Chiesa bolognese: il “Villaggio senza Barriere” di

Tolè e i “Luoghi della memoria” di Monte Sole. Ciascuno di questi

luoghi meriterebbe più di un articolo, ma ne offriamo qui una

breve carrellata perché il lettore possa orientarsi rapidamente nel

Giubileo bolognese.

LA CATTEDRALE DI SAN PIETRO

Situata in via Indipendenza, la cattedrale è sede della “cattedra” del

La “grotta di Lourdes” a Campeggio

Il santuario della B.V. delle Grazie a Boccadirio

vescovo. L’attuale edificio risale al Seicento con rimaneggiamenti

e restauri successivi, ma la facciata è della metà del Settecento. Il

campanile, oggi visitabile, ha una particolare pianta quadrata che

ingloba il precedente campanile romanico, di forma rotonda. La

chiesa è ricca di opere d’arte e punti d’interesse storico-culturale,

fra i quali la cripta e l’esposizione del “tesoro della cattedrale”.

LA MADONNA DI SAN LUCA

Il santuario più amato dai Bolognesi è famoso soprattutto per

il portico più lungo del mondo, con i suoi circa 3.600 metri di

lunghezza. è un’icona in stile bizantino antico che la leggenda

vuole dipinta dall’evangelista, medico e pittore. Raffigura la

Vergine “odighìtria” ovvero nell’atto di indicare con la mano destra

la strada (in greco odòs) che conduce verso il Figlio Gesù, il quale

le sta in braccio in atteggiamento benedicente. L’icona arrivò a

Bologna verso la fine del XIII secolo, trasportata da un pellegrino,

fu affidata alle monache che risiedevano sul Colle della Guardia

e da allora veglia sulla città. La costruzione del portico è legata

al voto che i bolognesi fecero nel 1433, quando la Madonna fu

portata in città per invocare la fine delle piogge e del maltempo.

L’attuale struttura fu fondata nel 1674 e completata solo nel 1732

col famoso arco del Meloncello. Il santuario deve la sua splendida

forma al genio di Carlo Francesco Dotti che lo progettò nel 1741.

All’interno della chiesa una doppia scalinata, col soffitto celeste

dipinto di stelle dorate, conduce proprio ai piedi dell’icona.

BOCCADIRIO

Il secondo santuario per importanza è quello della Beata Vergine

delle Grazie a Boccadirio, a Baragazza, nel Comune di Castiglione

dei Pepoli. È raggiungibile da Bologna tramite l’autostrada

“Panoramica” con uscita a Roncobilaccio, oppure a piedi o in

bicicletta tramite sentieri escursionistici oggi inseriti nella Via Mater

Dei ( www.viamaterdei.it ). Il culto trae origine dall’apparizione

della Madonna della Grazie il 6 luglio 1480 a due pastorelli del

luogo: Donato e Cornelia. Il santuario è costituito dalla chiesa, da

uno splendido chiostro e da numerose opere per i pellegrini; si trova

immerso in un angolo di natura silenzioso e davvero suggestivo.

IL CROCIFISSO DI PIEVE

Anche la devozione per il Ss. Crocifisso a Pieve di Cento è sorta

a seguito di un’apparizione miracolosa, legata all’ospitalità di

un pellegrino misterioso nella casa della famiglia Guidicini. Il

crocifisso sarebbe apparso a seguito di un’esplosione di luce,

lasciando intendere l’identità fra il pellegrino e Cristo stesso.

Il crocifisso ligneo fu realizzato fra il XIV e il XV secolo per la

confraternita di Santa Maria dei Battuti, dedita all’ospitalità dei

pellegrini in viaggio verso Roma e la Terra Santa. È conservato nella

collegiata parrocchiale di Santa Maria Maggiore.

L’urna di Santa Clelia alle Budrie

LA MADONNA DEL POGGIO

Trae origine da un’apparizione anche il santuario della Beata

Vergine a Poggio Piccolo, nel Comune di Castel San Pietro

Terme. Nel 1550 la Vergine apparve a una povera donna,

Antonia Bedini, procurandole miracolosamente del pane. Ne

seguì la costruzione di una chiesa e una lunga tradizione di

miracoli e grazie. Indimenticata nel santuario è la figura di

don Luciano Sarti, rettore dal 1939 al 1987; la sua vita fu un

esempio semplice ma eroico di fede calata nella prova della

malattia e della disabilità.

IL VILLAGGIO SENZA BARRIERE

All’intuizione di altro sacerdote disabile, don Mario Campidori,

si deve la nascita del movimento “Simpatia e Amicizia” e la

costruzione dal 1984 del “Villaggio senza Barriere” Pastor

Angelicus a Bortolani. Siamo nel Comune di Valsamoggia fra

Savigno, Montepastore e Tolè. A partire dalla propria esperienza

con la sclerosi multipla, don Mario volle garantire alle famiglie

con figli disabili la possibilità di trascorrere periodi di vacanza

senza barriere architettoniche, culturali e psicologiche. Oggi

il Villaggio ha 12 camere, una bella chiesa, tanti servizi per

ospitare i disabili e le loro famiglie ma anche volontari e

pellegrini.

LA “PICCOLA LOURDES” DI CAMPEGGIO

A Campeggio, frazione di Monghidoro, si trova la chiesa di

A SINISTRA, il santuario della Madonna del Poggio

San Prospero. Qui l’infaticabile don Augusto Bonafè, parroco

dal 1918 al 1944, volle costruire per la popolazione locale

una fedele replica della grotta di Lourdes. La poderosa opera

fu cominciata nel 1923 e seguita da una serie di altre opere

sociali, civili e architettoniche.

MONTE SOLE

I tragici fatti della seconda guerra mondiale segnano i luoghi

della memoria di Monte Sole e Marzabotto, sede del peggiore

eccidio di civili operato da militari in Europa. Nell’autunno

del 1944 le SS tedesche al comando del maggiore Reder, per

impedire le azioni della brigata partigiana Stella Rossa Lupo,

misero a ferro e fuoco Marzabotto e i paesi circostanti e uccisero

circa 1840 civili inermi. Furono martirizzati in odio anche alla

fede anche cinque sacerdoti. Nel 1985 don Giuseppe Dossetti

stabilì a Monte Sole, sui luoghi della strage, una comunità

monastica che diede origine all’attuale Scuola di Pace, perché

dalla memoria dell’orrore nascessero semi di perdono e di

pace. Oggi Monte Sole è un parco storico riconosciuto dalla

Regione, meta di gite scolastiche ed escursioni a piedi e in

bicicletta (www.montesolebikegroup.it).

SANTA CLELIA ALLE BUDRIE

Il santuario di Santa Clelia è il più “giovane” tra i luoghi

bolognese del Giubileo: fu infatti istituito nel 1993 dal card.

Biffi nella parrocchia di Santa Maria delle Budrie, frazione di

san Giovanni in Persiceto. Qui visse e operò Clelia Barbieri,

fondatrice delle suore Minime dell’Addolorata, morta di tisi a

soli 23 anni. La giovane suora e catechista fu proclamata santa

nel 1989 e poi patrona dei catechisti dell’Emilia-Romagna. La

sua storia e i ricordi sono esposti in una mostra permanente nel

grande auditorium. Il santuario delle Budrie è un’oasi di pace

nell’operosità della pianura bolognese; dispone di due case per

l’accoglienza dei pellegrini e di una zona camping legata al

passaggio della Ciclovia del sole (www.cicloviadelsole.it).

Pellegrinaggi a Roma

e Giubilei dedicati

Il Giubileo 2025 si chiuderà il 6 gennaio 2026. Prevede un

ricco calendario di appuntamenti dedicati a categorie e gruppi

specifici di pellegrini. L’elenco completo si trova sul sito:

www.iubilaeum2025.va

Nella diocesi di Bologna l’organizzazione dei pellegrinaggi

giubilari a Roma è affidata prevalentemente all’agenzia

Petroniana Viaggi: Via del Monte, 3g (Bologna) Tel.

051/261036 - pellegrinaggi@petronianaviaggi.it

www.petronianaviaggi.it/giubileo/

Il “Pellegrinaggio urbano”

In occasione del Giubileo la Chiesa di Bologna in

collaborazione con Bologna Welcome ha previsto un percorso

di fede, arte e storia fra i principali luoghi di culto presenti nel

centro storico, più il santuario della Madonna di San Luca. Si

tratta del “Pellegrinaggio urbano”:

www.chiesadibologna.it/inizia-il-pellegrinaggio-urbano/

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QUESTO LO FACCIO IO

Azioni e comportamenti

per la tutela

della biodiversità

a cura di Andrea Morisi

(Sustenia srl)

Scelta, installazione, e manutenzione

dei ripari per i volatili

NIDI E RIPARI

ARTIFICIALI

Non basta piantare alberi, siepi, boschi,

come abbiamo visto in alcune delle

precedenti puntate.

Per quanto si tratti di una cosa utilissima,

soprattutto in un contesto come può essere

la pianura bolognese, ancora troppo

povera di verde, di elementi naturali e di

ecosistemi, la messa a dimora di nuove

alberature e perfino la creazione di

rimboschimenti non è di per sé sufficiente

per tutelare la biodiversità.

Le nuove piante e i nuovi rimboschimenti

prima di riuscire ad offrire nicchie

ecologiche, cibo, riparo, luogo di

nidificazione a tutte le specie che,

potenzialmente, potrebbero giovarsene,

devono crescere e diventare mature.

Talora addirittura vecchie e senescenti. O

perfino morire.

Si dice che “un albero, da morto, ospita

più vita di un albero da vivo”.

Lo so, sembra un gioco di parole,

ma è una grande verità.

Il fattore tempo

Alberi giovani e nuovi boschi sono

fondamentali per il cosiddetto

rewilding, cioè il recupero

ambientale del territorio di cui

c’è tanto bisogno. In particolare

in pianura, ma non solo, abbiamo

eliminato gli ecosistemi originari

e, di conseguenza, è cambiato il

microclima locale, la capacità di

assorbire e trattenere l’acqua, la

mitigazione degli eccessi climatici,

la capacità di organicare l’anidride

carbonica intrappolandola nel

legno.

La scomparsa dell’originaria

copertura arborea (anche quella

semi-naturale dell’appoderamento

a “seminativo arborato”, con le

tipiche piantate) ha trasformato

anche il paesaggio, privandolo di

quell’arredo verde che, ormai, si

trova solo nei disegni dei progetti

e nei rendering per rendere più

gradevole la proposta.

Ma un giovane albero, o un

giovane bosco, soprattutto non può

esplicitare al meglio il suo ruolo

ecosistemico, nella comunità

biologica in cui si inserisce, a

causa del “fattore tempo”. Si

possono piantare gli alberi e gli

arbusti più belli e progettare i

boschi più estesi, ma fin tanto che

saranno giovani (e per giovani

pensate pure a diverse decine di

anni) saranno sostanzialmente in

piena salute, staranno assorbendo

nutrienti e formando nuovo legno.

E questo sarà un legno duro,

resistente, protetto da sostanze

come i tannini e da una corteccia

sana ed efficiente. Sarà difficile

per le ife di un fungo infilarsi

nelle fibre legnose, i batteri

non riusciranno a raggiungere

i tessuti, gli insetti faticheranno

a scalfire la corteccia, i picchi

troveranno un legno resistente

alle loro beccate. Quindi i funghi

non potranno fornire il cibo ad

altri organismi, ci saranno meno

insetti e meno insettivori che se

ne nutrono, le cavità scavate dai

picchi non serviranno da nido per

altri uccelli. Per queste ragioni un

albero giovane, dunque, risulta

meno biodiverso.

La necromassa è vita

Pensiamo invece a quando un albero

invecchia. I rami rotti hanno lasciato

parti secche, zone scortecciate

rendono vulnerabile il legno

sottostante, entra umidità e con essa

entrano funghi e batteri che iniziano

a digerire cellulosa e lignina. Si

formano marciumi e cavità, il legno

diventa più tenero e aggredibile da

larve e adulti di insetti xilofagi e più

facilmente scavabile dai picchi che

ricavano buchi e tasche interne al

tronco. Degli organismi favoriti dal

legno morto si nutrono, poi, altri

animali e la catena alimentare si

allunga. Le cavità scavate dai picchi,

e usate solo una volta, diventano

ottimi rifugi per pipistrelli, lucertole,

mammiferi arboricoli, api selvatiche

e, classicamente, altri uccelli

come le cince. Un albero vetusto

diventa allora un condominio della

biodiversità, trasformando, quasi

paradossalmente, la sua parte

morta (la cosiddetta necromassa) in

opportunità per la vita.

A noi interessa questo aspetto, se

vogliamo aiutare l’incremento della

biodiversità legata alla ricostituzione

di ecosistemi alberati. Dobbiamo,

cioè, cercare di invecchiarli

artificialmente, non avendo una

bacchetta magica che intervenga sul

fattore tempo.

Naturale o artificiale?

In questi tempi controversi in cui,

da un lato, si ambisce al ritorno al

“naturale” e, dall’altro, si idolatra

l’“artificiale” e gli ecosistemi

soffrono l’antropizzazione diffusa,

creare artificialmente dei ripari per

favorire l’insediarsi di specie animali

può effettivamente sembrare stonato.

D’altra parte, se l’obiettivo è quello

di ricreare nicchie per ospitare

la biodiversità, allora esistono

diverse possibilità, che tutti noi

possiamo mettere in atto, a partire

dall’installazione di ripari artificiali

per un numero significativo di specie.

I ripari artificiali possono, di norma,

offrire due servizi: il riparo e/o il

luogo in cui riprodursi e allevare la

prole. Per questa ragione si parla di

“nidi artificiali” che possono valere

per specie diverse, a seconda di

come sono fatti.

Una casa per tutti

Il caso esemplare di nido artificiale

è costituito da una casetta, che

rappresenta il tronco dell’albero,

provvista di un foro di ingresso, che

richiama il buco che il picchio scava

nel tronco dell’albero senescente. Il

Ambiente e territorio

diametro del foro seleziona la specie

di uccello che può accedere alla

cavità interna per la nidificazione:

dalla piccola cinciarella, alla

cinciallegra, allo storno, all’upupa,

fino all’assiolo o all’allocco. Questi

nidi artificiali possono comunque

essere utilizzati anche da ghiri,

scoiattoli, moscardini. Noi vi

abbiamo trovato anche lucertole e

raganelle, che approfittano di un

luogo per svernare o per nascondersi.

Se invece del foro nella parte alta,

è presente una fessura nella parte

bassa, il riparo artificiale diventa una

cosiddetta bat-box o cassetta-nido

per pipistrelli.

Ma esistono anche altre tipologie

ancora di nidi artificiali, come i

cosiddetti bee-hotel, vale a dire

cassette con cannucce per ospitare le

sempre più rare api solitarie (osmie,

megachili), ma anche piccole casse

con un tunnel di ingresso che serve

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QUESTO LO FACCIO IO

Ambiente e territorio

ALLE ORIGINI DEL VINO

per i ricci.

Il mondo dei nidi artificiali è

variegato ed interessante. Ormai

in rete si trovano siti specializzati

ed informazioni di dettaglio. Senza

volere fare pubblicità, esistono ditte

specializzate: famosa è quella tedesca

che offre ripari e nidi di ottima fattura

per tantissime specie diverse.

Consigliamo vivamente di porre molta

attenzione nei modi e nei materiali

con cui sono realizzati i nidi artificiali

per impedire che diventino delle

trappole controproducenti se costruiti

con materiali verniciati (a causa della

possibile tossicità delle vernici o

degli impregnanti utilizzati) oppure

se lasciano filtrare acqua all’interno

o se le pareti non garantiscono una

buona coibentazione e chi si trova

all’interno rischia la vita per troppo

freddo o troppo caldo. I materiali con

cui sono costruite sono importanti

per la durata nel tempo del nido e,

come spesso accade, un investimento

iniziale maggiore garantisce un

migliore acquisto.

L’installazione e la cura

Un buon nido artificiale è solo l’inizio.

Bisogna infatti prestare attenzione al

modo con cui lo si installa se si vuole

essere ripagati dall’arrivo degli ospiti

selvatici.

Intanto serve un supporto e, se

l’albero giovane che abbiamo

piantato, è davvero ancora piccolo

non può verosimilmente sopportare il

peso del nido. In questo caso si può

usare un palo come supporto.

Ovviamente una posizione poco

disturbata facilita la scelta del

nido da parte dei suoi potenziali

occupanti. Sono molto importanti

anche l’esposizione (meglio verso

sud-ovest, potendo scegliere) e

l’inclinazione finale con cui il

nido rimane posizionato (meglio

leggermente inclinato verso il basso

per impedire che dal foro di ingresso

possa piovere all’interno).

Meglio accertarsi anche di

posizionarli abbastanza in alto

(almeno 2-3 metri) per evitare che chi

entra ed esce dal nido possa venire

predato con un balzo da possibili

predatori terrestri (attenti anche agli

amici gatti!).

Se il nido artificiale è di cemento

alleggerito, la sua durata è

tendenzialmente molto lunga. Se

invece è di legno occorre controllare

lo stato di conservazione del legno

nel tempo.

Inoltre, soprattutto nel caso di specie

che imbottiscono la cavità con

muschi, crini, rametti e foglie, una

volta all’anno, nel periodo autunnale,

quando si è sicuri che la nidificazione

è terminata, è consigliabile aprire

il nido e pulirlo, allontanando il

contenuto e spazzolando bene

l’interno per eliminare detriti ed

eventuali parassiti.

Una raccomandazione: non andate

a guardare cosa sta nidificando!

Rischiate di fare un pasticcio e

condannare a morte la nidiata perché

i genitori si sono spaventati.

Ospiti indesiderati

Talvolta nel nido artificiale si

insediano ospiti imprevisti, come

formiche, vespe o calabroni. In questo

caso, a parte il fatto che anche questi

organismi rientrano nella biodiversità

che vogliamo implementare, la loro

presenza inibisce l’utilizzo del

nido artificiale da parte dell’ospite

ricercato e può ovviamente causare

problemi di rapporti. Possibilmente

conviene intervenire subito, prima

che la colonia si ingrandisca.

Sconsigliamo vivamente l’utilizzo di

veleni che, peraltro, poi lascerebbero

tracce nocive nel nido. Se la posizione

non determina rischi effettivi per il

passaggio delle persone e ve la sentite,

la cosa migliore, nel caso di vespe e

calabroni, sarebbe lasciare terminare

il loro ciclo vitale: la colonia muore

durante l’inverno e la regina si

allontana, per cui potete provvedere

a ripulire il nido artificiale. Altrimenti

per l’allontanamento degli insetti

indesiderati può essere efficace una

irrorazione forte e ripetuta con un

getto d’acqua. Ovviamente usate

prudenza.

Una curiosità: nell’Europa del Nord,

dove la specie risulta rara, si usano

anche nidi artificiali per i calabroni,

specie in realtà molto utile.

L’autocostruzione

Se si è amanti del fai da te, fatto

salva la raccomandazione di prestare

attenzione alla qualità dei materiali

utilizzati, è possibile autocostruirsi

i nidi artificiali. Esistono schemi

e misure per le diverse specie e

modalità per poter ricavare tutti i

pezzi necessari per la costruzione

del nido artificiale da un’unica asse

di legno.

Se siete interessati, potete richiederci

(ovviamente gratuitamente) gli schemi

costruttivi al seguente indirizzo di

posta elettronica: info@sustenia.it.

Oltre ad aiutare la biodiversità,

l’installazione di nidi e ripari artificiali

risulterà così anche divertente e

potrete con ancora più soddisfazione

dire “quest’azione per favorire la

biodiversità l’ho fatta io!”.

La storia

dei vitigni

dei Colli Bolognesi

Dietro ogni bottiglia ci sono i sacrifici

del viticoltore che l’ha prodotta e la

storia del territorio da cui proviene

Oltre al gusto

c’è di più

Testo di Alessio Atti

Dopo avere raccontato di vitigni dimenticati o rari, di

vini in abituale e odierna produzione sui Colli Bolognesi,

vorrei analizzare cosa possa significare bere vino, cosa

simboleggi, cosa aspettarci da lui. Molto semplicemente,

il vino è il prodotto della fermentazione totale o parziale

del frutto della vite, composto da quasi la totalità di

acqua, con acidi, zuccheri, sali minerali, sostanze

azotate, vitamine e altre cose in piccolissime percentuali.

Tutto qui? Non proprio.

Il vino accompagna l’uomo sin dalla notte dei tempi e

gli è stata, da sempre, attribuita una connessione con un

mondo ultraterreno, magico, soprannaturale, simbolo

della benedizione divina, che allieta il cuore, elemento

essenziale per la gioia della vita. Con questi attributi, cosa

possiamo attenderci dal nostro bicchiere di Pignoletto o

Barbera? Dovremmo essere consapevoli che per dissetarci

potremmo bere acqua, elemento essenziale per la vita

ma che bere vino, oggi, ha una funzione ben diversa,

come ad esempio espandere un’esperienza culinaria,

intensificare relazioni interpersonali, approfondire una

personale introspezione.

Il vino vorrebbe essere raccontato, vissuto, condiviso.

I latini con degustare, intendevano l’assaggiare con

piacere e attenzione, ascoltando i sensi per raccoglierne

ogni dettaglio. Una bottiglia di vino non la si finisce in

fretta, ma le si dà il tempo per relazionarsi, di svelarsi,

si versa con calma e si assapora ogni sorso, che sarà

un’esperienza diversa ogni volta.

Apprezzare un vino, quindi, va ben oltre il semplice atto

di bere, è un’esperienza sensoriale che può toccare corde

più profonde.

Quando si degusta un vino, non ci limitiamo a percepirne

il gusto. Si entra in un mondo fatto di aromi, colori,

consistenze e suoni, e ogni aspetto di questa esperienza

può risvegliare emozioni e ricordi. Il profumo di un

vino può evocare sensazioni piacevoli e il suo sapore

può ricordare luoghi o momenti speciali. Un vino

particolarmente pregiato o raro può addirittura suscitare

una sensazione di connessione con la terra in cui è stato

prodotto, creando una riflessione profonda sulla natura e

sul tempo.

Il vino, come esperienza sensoriale, diventa uno

stimolante per l’introspezione, ogni sorso invita a fermarsi,

ad ascoltare se stessi, a notare come le proprie percezioni

cambiano. Si entra in una sorta di meditazione che porta

alla consapevolezza del “qui e ora”. Quando si beve, per

noi, un buon vino, ci si concede un momento di pausa,

un’opportunità per riflettere sulle proprie emozioni,

pensieri e persino sulle proprie relazioni con gli altri.

Ogni bottiglia poi, racconta una storia: la storia e i

sacrifici del viticoltore, pagine di tradizione, racconta

dell’arte dietro la vinificazione, del territorio e del clima

che hanno reso quel vino unico. Questa consapevolezza

aggiunge profondità alla degustazione, trasformando

l’atto del bere in un’esperienza più contemplativa.

Il vino, infine, è un vero e proprio catalizzatore di

memorie, capace di evocare momenti del passato,

persone, sensazioni e luoghi.

Bere, assaggiare quindi un vino, può diventare molto

più di un semplice atto di consumo. Si trasforma in una

ritualità, un’esperienza che coinvolge mente e cuore,

in grado di portare a una connessione profonda con se

stessi, con gli altri e con il mondo che ci circonda, un

viaggio nel tempo e nell’emozione. Cin a tutti!

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55



FOTONATURALISMO

La quattordicesima

puntata

di un piccolo corso

sui segreti

del fotografo naturalista

WildWatching

Ci vuole

orecchio

Testi e foto di Paolo Taranto

L’uomo è sempre stato affascinato dal

canto degli uccelli e in generale dalle

vocalizzazioni degli animali e ha sempre

cercato di imitarle anche a scopo di richiamo

per la caccia. Solo con le tecnologie del

XX secolo però è stato possibile registrare

queste vocalizzazioni per poterle riprodurre

in modo efficace e per poterle studiare

meglio.

La Bioacustica è la scienza che studia la

comunicazione acustica degli animali;

essa studia le caratteristiche fisiche, le

Molte specie di uccelli sono più facili

da sentire che da vedere come ad

esempio i Silvidi o gli Acrocefali tipici

dei canneti (nella foto un Cannareccione

Acrocephalus arundinaceus)

funzioni, l’origine e l’evoluzione delle

vocalizzazioni. Le sue applicazioni sono

innumerevoli e verranno analizzate nel

paragrafo successivo.

PERCHÈ CONOSCERE I VERSI

DEGLI ANIMALI È IMPORTANTE

Lo studio delle vocalizzazioni degli

animali, soprattutto se condotto con le

tecnologie moderne (microfoni direzionali,

software di analisi bioacustica, batdetectors,

idromicrofoni etc.) può portare i

ricercatori a scoprire moltissimi aspetti della

biologia, ecologia ed etologia delle specie.

Vediamone alcuni esempi: distinguere

due specie fenotipicamente molto simili,

individuare nuove specie o sottospecie,

identificare i singoli individui, monitorare le

specie soprattutto in ambienti inaccessibili

come le foreste tropical, studiare le

migrazioni notturne

La conoscenza delle vocalizzazioni è

importante non solo per i ricercatori ma

anche per i semplici appassionati di natura.

Grazie alle vocalizzazioni sarà infatti

possibile: scovare le specie più elusive

ad esempio i Silvidi o i rapaci notturni,

identificare specie difficili da distinguere

ad es Grillaio e Gheppio, Luì piccolo e Luì

grosso, Rampichino e Rampichino alpestre,

individuare soggetti nascosti senza vederli

COME REGISTRARE

I VERSI DEGLI ANIMALI

Registrare le vocalizzazioni è

importantissimo per diversi motivi; una

vocalizzazione registrata può essere

Tra gli uccelli ci sono diverse specie che imitano i canti

di altre specie, ne sono un esempio la Ghiandaia (in foto),

lo Storno e la Cannaiola verdognola.

analizzata con calma al fine di individuare

la specie che l’ha emessa oppure può essere

inviata ad esperti per l’identificazione o una

conferma dell’identificazione.

Lo smartphone che abbiamo sempre in

tasca ha un microfono integrato che è

omnidirezionale, non produce registrazioni

di qualità ma è uno strumento che abbiamo

sempre a portata di mano e dunque molto

utile.

Se si vuole migliorare la qualità di

registrazione del proprio smartphone

sono disponibili in commercio piccoli

microfoni direzionali, delle dimensioni di un

accendino, facili da portare sempre con se.

Ovviamente per ottenere registrazioni di

buona qualità è consigliabile dotarsi di

attrezzature di un certo livello e dunque

mettere in conto una spesa elevata. Si possono

usare i microfoni integrati delle fotocamere

o videocamere o anche degli smartphone

ma ovviamente non renderanno tanto bene

quanto i microfoni direzionali appositi;

allo stesso modo si può registrare l’audio

su uno smartphone, su una fotocamera o

videocamera o su un lettore mp3 ma solo i

registratori digitali professionali (che costano

qualche centinaio di euro) offrono capacità

di registrazione audio in alta qualità

MICROFONI

Il microfono è l’elemento principale di ogni

registrazione, da esso infatti dipenderà la

qualità del suono registrato; un microfono

non fa altro che captare le onde sonore

e trasformare l’energia acustica di queste

onde in un segnale elettrico che verrà poi

digitalizzato sul registratore. Proprio sul

Non solo gli uccelli! Diverse altre specie animali emettono vocalizzazioni o suoni

udibili a orecchio, ne sono un esempio gli Anfibi, i Mammiferi (come il cervo in

bramito della foto sopra) e gli Insetti.

microfono, dunque, è bene non andare

troppo al risparmio.

Esistono due tipi principali di microfoni

in base alla tipologia di trasduttore:

Microfoni dinamici: non hanno bisogno di

alimentazione ma sono meno sensibili. E

microfoni a condensatore: sono più sensibili,

possono captare un range maggiore di

frequenze, ma richiedono un’alimentazione.

Spesso l’alimentazione è a basso voltaggio e

il microfono può alimentarsi attraverso il jack

audio stesso ma normalmente i più potenti

e professionali microfoni a condensatore

hanno bisogno di voltaggi elevati e dunque

necessitano di batterie apposite.

Sono diversi i parametri che caratterizzano

un microfono e le sue prestazioni oltre alla

tipologia di trasduttore per esempio:

Efficienza e sensibilità: è la caratteristica

più importante, e determina la differenza

tra microfoni di buona qualità e microfoni

di scarsa qualità; un microfono di buona

qualità avrà una elevata sensibilità e

direzionalità consentendo di registrare suoni

anche molto distanti.

Range di frequenze: ogni microfono è in

grado di percepire un range di frequenze

ben preciso, per fortuna i microfoni moderni

hanno range molto ampi e riescono a

coprire tutte le esigenze per la registrazione

di vocalizzazioni animali; ovviamente

per registrare infrasuoni o ultrasoni sarà

necessario usare microfoni appositi e ben

diversi dai normali microfoni direzionali.

Pattern polare (o direzionalità): solitamente

rappresentato da un grafico che mostra

la sensibilità del microfono rispetto alle

frequenze e all’angolo di incidenza del

suono. La direzionalità, solitamente,

aumenta all’aumentare delle frequenze

(cioè al diminuire della lunghezza d’onda).

Vi sono tre pattern principali: i microfoni

omnidirezionali, quelli bidirezionali e quelli

unidirezionali (detti anche semplicemente

“direzionali”). Il pattern direzionale è

detto “cardioide” e i microfoni direzionali

sono detti, in base al loro diverso grado di

direzionalità, super-cardioidi, ultra-cardioidi

o iper-cardioidi.

I microfoni più utili per le registrazioni in

natura, come è facile immaginare, sono

quelli direzionali, cioè in grado di registrare

suoni provenienti da una particolare

direzione eliminando o riducendo il più

possibile tutto il resto dei rumori ambientali

(disturbo) incluso il vento.

I microfoni direzionali più utili sono:

Microfoni a condensatore - Sono microfoni

direzionali super - o ultra-cardioidi detti

“shotgun” a causa della loro forma molto

allungata che somiglia alla canna di un

fucile. Hanno costi elevati se si vogliono

le massime prestazioni ma sono molto più

comodi da utilizzare sul campo.

Microfoni a parabola - Questo sistema

è costituito da un microfono piccolo e

omnidirezionale abbinato a una parabola

(solitamente di plastica). La parabola ha

la capacità di raccogliere molto meglio i

suoni provenienti da una precisa direzione

dove è puntata, grazie alle sue ampie

dimensioni che funzionano come un

padiglione auricolare, e convogliarli sul

punto di fuoco dove è puntato il microfono.

Un microfono a parabola dunque è in grado

di registrare con buona qualità e isolamento

dal disturbo dei suoni fino anche a 50 o

più metri di distanza (ovviamente la qualità

della registrazione dipende dal microfono

omnidirezionale abbinato alla parabola), è

come se fosse un teleobiettivo fotografico in

grado di “avvicinare” il soggetto di circa 10

volte, dunque un suono a 50 metri verrebbe

registrato come se fosse a soli 5 metri di

distanza.

L’efficacia di un microfono a parabola è

WildWatching

data dal diametro della parabola stessa in

funzione della lunghezza d’onda del suono

che si sta registrando; la parabola amplifica

meglio le frequenze alte, mentre su quelle

più basse non ha la stessa efficienza.

La sua capacità di amplificazione del

suono e la sua direttività aumentano

proporzionalmente con l’aumentare del

rapporto tra diametro della parabola e

lunghezza d’onda del suono che si sta

registrando; per lunghezze d’onda maggiori

del diametro della parabola, la risposta e

principalmente quella del microfono stesso

abbinato alla parabola; all’aumentare della

frequenza, man mano che la lunghezza

d’onda si riduce rispetto al diametro della

parabola, aumenta l’amplificazione e la

direzionalità. Per esempio, affinché una

parabola riesca ad amplificare bene suoni

a 100 Hz, dovrebbe avere un diametro

maggiore di 3 metri. Poiché i diametri più

utilizzati per le parabole vanno dai 45 al

massimo ai 90 cm, la loro efficienza come

amplificazione e direzionalità andrà dai

750 ai 375 Hz.

Qual è la scelta migliore? Entrambe queste

tipologie di microfoni hanno vantaggi

e svantaggi: i microfoni a condensatore

“shotgun” hanno una portata in termini

di distanza di registrazione più limitata a

meno che non si scelgano modelli superprofessionali

(che costano alcune migliaia

di euro), mentre un microfono a parabola

consente di avere risultati uguali ma

spendendo cifre ben inferiori. Lo svantaggio

dei microfoni a parabola è che essi offrono

Pattern polare di due tipologie principali di

microfoni, omnidirezionali e direzionali.

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57



FOTONATURALISMO

buone prestazioni se la parabola è grande

almeno 50-60 cm e dunque sono più

scomodi da trasportare e da utilizzare sul

campo.

PROTEZIONI DAL VENTO

I microfoni vengono solitamente già forniti

con una copertura spugnosa che serve a

eliminare il disturbo dovuto al vento ma

questa spugna è sufficiente solo in caso di

una lieve brezza. Se il vento è superiore

esiste un altro sistema che è detto “deadcat”

o “gatto morto” si tratta di un cappuccio

di pelo solitamente di coniglio o finto che

grazie alla sua struttura riesce ad eliminare

maggiormente il rumore del vento sebbene

non faccia miracoli in caso di vento molto

forte.

REGISTRAZIONI AMBIENTALI

(“SOUNDSCAPES”)

A volte, oltre alla registrazione specifica di

vocalizzazioni con microfoni direzionali,

può essere utile e stimolante registrare i

“paesaggi sonori” (“Soundscapes”) cioè

effettuare registrazioni ambientali. Gli

ambienti naturali si caratterizzano, infatti,

non solo per l’habitat, le specie vegetali,

l’altitudine etc ma anche per i suoni

caratteristici che vi sono presenti, suoni

che possono essere generati da fenomeni

naturali come il vento, un ruscello, le onde

e anche dagli animali che vi vivono. Tutti

questi rumori creano delle “biofonie” che

sono caratteristiche di ogni ecosistema;

e se ci si trova in ecosistemi antropizzati

anche i suoni di origine antropica fanno

parte del paesaggio sonoro. Per registrare

un paesaggio sonoro si utilizzano microfoni

omni-direzionali.

Protezione dal vento

in spugna

Protezione dal vento

“gatto morto” e, sotto,

fodero di protezione

meccanica del microfono.

A sinistra un microfono direzionale a

condensatore (“Shotgun”), a destra un

microfono direzionale a parabola.

TRAPPOLE BIOACUSTICHE

Alcuni modelli di registratori digitali

hanno la funzione “comando vocale”

che attiva la registrazione solo quando il

volume del suono supera un certo picco (la

sensibilità è regolabile) trasformando così

questi registratori digitali in vere e proprie

“trappole acustiche”; possono ad esempio

essere lasciati nel bosco nella vicinanza

di un albero o un posatoio, e registreranno

automaticamente i suoni tutte le volte che

qualche uccello andrà a cantare nelle loro

vicinanze. Poiché generalmente questi

registratori non sono impermeabili si dovrà

provvedere a proteggerli in qualche modo

dalle intemperie per usarli come trappole

acustiche sul campo.

MONITORAGGIO ACUSTICO

La registrazione automatica appena vista però

rischia di “tagliare” le vocalizzazioni (poiché

si attiva solo dopo che una vocalizzazione

è iniziata) o di non registrare vocalizzazioni

lontane cioè sotto la soglia di sensibilità del

sistema automatico. Per questo motivo esiste

un’altra categoria di registratori che vengono

usati per il monitoraggio acustico. Questi

registratori hanno la capacità di registrare in

continuo, per decine o centinaia di ore così

da evitare i due problemi appena citati dei

registratori automatici. Essendo strumenti

appositamente realizzati per l’uso in

ambiente esterno sono impermeabili e sono

programmabili cioè si può programmare se il

registratore deve registrare 24/24 h o solo di

giorno o solo di notte o solo in certe fasce

orarie (ad esempio alba e tramonto). I files

audio prodotti sono ovviamente enormi e

vanno analizzati per identificare le specie

registrate; per fortuna oggi l’intelligenza

artificiale (IA) fornisce una enorme mano

d’aiuto: appositi softwares dotati di IA infatti

analizzano automaticamente gli enormi files

audio prodotti dai registratori in continuo,

individuano in punti in cui è stata registrata

una vocalizzazione facilitando così il lavoro

all’operatore umano e possono anche

riuscire a identificare automaticamente

la specie che ha vocalizzato creando in

automatico una lista di tutte le specie

registrate e relativo orario della registrazione

e durata. Queste attrezzature risultano

utilissime nel monitoraggio acustico per

rilevare specie poco visibili (dunque

difficilmente documentabili ad esempio

dalle classiche fototrappole) ma più

facilmente rilevabili tramite vocalizzazione

ad esempio i rapaci notturni come il Gufo

reale o silvidi che vivono in ambienti molto

fitti.

Registratore audio

omnidirezionale con

doppio microfono

stereo. Adatto per

registrazioni ambientali

(“Soundscapes”)

ma dotato anche di

funzione di registrazione

automatica (“Comando

vocale”) dunque

utilizzabile anche come

“trappola bioacustica”.

Registratore ambientale

“AudioMoth” per il

monitoraggio acustico.

ENTOMOLOGIA

Un viaggio nel territorio

per conoscere la diversità

biologica che rende unico

il nostro ecosistema

Hoplia argentea, il coleottero

che ama la montagna.

In Appennino è frequente

anche se non comune

Uno scarabeo argentato…

ma non troppo

Testi di Guido Pedroni

WBA - World Biodiversity Association, Verona

GRN - Gruppo di Ricerca Naturalistica “Charles Darwin”, Bologna

Nel mondo degli insetti, gli scarabei, di cui abbiamo già parlato,

sono un gruppo importante e molto celebrato di coleotteri, anche

a livello storico, pensate agli antichi egizi che veneravano lo

scarabeo sacro.

Sono coleotteri anche appariscenti per colori e forme, e pure le

abitudini di vita sono molto interessanti perché ben diversificate

nelle varie specie, anche della fauna italiana.

Uno di questi coleotteri è Hoplia argentea, scarabeo floricolo

lungo fino a 1,2 centimetri descritto da Poda per la prima volta

nel 1761. Il maschio è un assiduo frequentatore di fiori, mentre la

femmina predilige rimanere sulla vegetazione radente il suolo se

non addirittura sul suolo stesso.

Il loro colore, a discapito del nome “argentea”, è abbastanza

variabile andando dal verde chiaro, al rosa, al giallo, al

Hoplia argentea

Hoplia argentea

marrone; le elitre presentano delle scaglie che donano una certa

lucentezza argentea, scaglie che vengono perse dall’insetto

man mano che l’insetto invecchia. Maschio e femmina non

sono caratterizzati da un dimorfismo sessuale evidente, ma

al contrario il loro corpo, le loro forme, sono sostanzialmente

uguali; solo le zampe posteriori del maschio risultano più lunghe

di quelle delle femmine. Negli scarabei non è sempre così, basti

pensare al cervo volante.

Gli adulti e le larve di questo scarabeo possono risultare dannosi

per le piante e per le coltivazioni, perché si nutrono delle loro

parti verdi e degli apparati radicali di una vasta gamma di specie

vegetali; questo può portare ad una crescita rallentata o stentata,

ad un avvizzimento fino alla morte della pianta. Secondo il

livello di azione dell’insetto e/o di infestazione il danno può

risultare più o meno grave.

In Italia questa specie preferisce ecosistemi montani fino a circa

2500 m di quota; gli adulti compaiono a primavera inoltrata con

i primi tepori e rimangono fino alla fine dell’estate.

Hoplia argentea è diffusa in tutta Europa fino alla Romania e alla

Bulgaria; in Italia è assente da Sardegna e Sicilia. Nell’Appennino

bolognese, come in tutto l’Appennino settentrionale, questa

specie è abbastanza frequente, anche se non comune, cioè

non dobbiamo aspettarci di camminare per sentieri di collina o

montagna ed osservare con facilità questo coleottero. Il fatto che

sia presente non significa che sia facile, immediato e quotidiano

incontrarlo ad ogni ora del giorno, così come anche altri animali

di dimensioni ben più grandi e più visibili, che hanno un areale

dove risultano comuni, per esempio il cervo o il capriolo, ma che

in pratica non sono di facile osservazione durante un’escursione.

Cerchiamo con pazienza, osserviamo con cura, cerchiamo di

lasciarci sorprendere dal microcosmo degli insetti e ci sentiremo

arricchiti da una straordinaria diversità di forme, colori e

abitudini di vita.

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Il racconto di Fausto Carpani

Ricordi di un’infanzia spensierata

I Prati di Caprara, antico possedimento dell’omonima

famiglia senatoria bolognese (Palazzo Caprara è

oggi la Prefettura), sono rimasti nel ricordo di tanti

bolognesi che vi andavano a giocare a bocce, al

tamburello o a ballare in quella che fu la Bocciofila

Centrale. Dieci curatissimi “prè da bòc’” (prati da

bocce), come li chiamavano un tempo, immersi

nel verde, con tanto di bar e comode panchine

per gli spettatori. C’era anche una pista da ballo,

dove ricordo di aver visto all’opera il celebre Trio

Filuzziano di Leonildo Marcheselli. Addirittura

fu costruito un grande palcoscenico all’aperto,

tutto di legno, dove si esibirono cantanti all’epoca

famosi (Corrado Loiacono, Nilla Pizzi, Natalino

Otto). Poi tutto fu distrutto per far posto, oltre alle

nostre già esistenti, a delle altre case di servizio

dell’Esercito, che avrebbero potuto essere costruite

Archivio Walter Breveglieri - Casa Editrice Minerva

I Prati di Caprara,

i cinni e Walter Breveglieri

tranquillamente in un’altra porzione dei Prati ma

che invece furono fatte proprio lì dove c’era la

Bocciofila. A me è sempre rimasto il sospetto che si

sia voluto togliere di mezzo un nido di “sovversivi”,

come erano chiamati gli iscritti al PCI.

Nei Prati di Caprara ebbi la fortuna di trascorrervi

un’infanzia spensierata e libera, insieme a una frotta

di cinni e cinne che vi sono diventati uomini e

donne. Abitandovi proprio in mezzo, i nostri giochi

ebbero sempre per teatro quella per noi sconfinata

distesa verde, solo parzialmente coltivata a grano,

che di volta in volta diventava la jungla, il west o

un campo di battaglia dove incrociavamo le nostre

spade di legno. Lo stesso Ospedale Maggiore, già

edificato fino all’ultimo piano ma ancora grezzo,

divenne luogo di avventure. Seppur privo di qualsiasi

protezione e custodito da un unico guardiano, vi

abbiamo scorrazzato impunemente a lungo, fino

al tetto, senza che mai si sia verificato il benché

minimo incidente.

....

I motivi per essere riconoscenti al grande fotografo

Walter Breveglieri sono tanti e il primo lo trovo subito

nella foto aerea dell’allora nuovo Ospedale Maggiore

ai Prati di Caprara. Questa foto ha per me il valore

inestimabile di un documento sconosciuto, emerso

per miracolo dal suo sterminato archivio, ereditato

dall’amico Roberto Mugavero, dinamico creatore

della Casa Editrice Minerva. Quello scatto racchiude

il mio mondo di ragazzo, la casa nella quale la mia

famiglia abitava da pochi anni e che ancora oggi è

il mio nido, pieno di ricordi vivi. In quello che fu il

campo di gara per il gioco del tamburello e che per

noi ragazzi era il terreno di scontro per interminabili

partite a pallone, mi pare di distinguere dei puntini

chiari: siamo noi cinni, probabilmente incantati a

guardare l’aereo che volava basso per permettere a

Walter di scattare le sue foto.

Sulla destra in basso si vedono i capannoni del

magazzino della direzione di artiglieria, demoliti in

anni abbastanza recenti. Di altri restavano i ruderi

anneriti dopo i bombardamenti dell’ultima guerra.

Un capannone fu particolarmente caro a noi ragazzi

ed è quello lungo, più prossimo all’Ospedale. Lì

dentro vi erano ammassati elmi della Grande Guerra,

fucili mitragliatori debitamente messi fuori uso

sotto un pressa, paletti per i reticolati e tanto altro

materiale metallico. Scoprimmo che un vecchio

condotto fognario partiva dal campo di tamburello,

passava sotto al reticolato e sbucava all’interno del

capannone. All’epoca – siamo intorno al 1955 –

tutta l’area era ancora sorvegliata da soldati armati

che, senza troppa convinzione, facevano la guardia.

Era per noi motivo d’orgoglio, quasi una prova di

coraggio, infilarci nello stretto cunicolo, emergere

all’interno del capannone per poi tornare indietro

per la stessa strada, naturalmente dopo aver prelevato

qualcosa di metallico. In questo modo portammo via

quintali di roba che venne regolarmente rivenduta al

sulfanèr (robivecchi).

Un altro sistema per raggranellare qualche soldo:

durante la costruzione dell’Ospedale Maggiore,

nei giorni di fe sta ero solito munirmi di un bidone

e una calamita legata a uno spago. Così attrezzato

compivo il periplo del cantiere raccogliendo i

chiodi da carpentiere che erano caduti durante lo

smontaggio delle impalcature. Ne raccolsi bidoni

e bidoni che, insieme ad altri rottami metallici tra i

quali i paletti della recinzione della zona militare e

spezzoni di tondino di ferro per armare il cemento.

In poco più di un anno riuscii a racimolare il denaro

sufficiente per comprarmi la bicicletta (19.500 lire,

altri tempi...).

Alle spalle dell’Ospedale, con l’ingresso da via Prati

di Caprara, vi era il P.V.E.I. (Parco Veicoli Efficienti ed

Inefficienti) dell’Esercito: carri armati, autoblindo e

cannoni ormai inservibili.

Non eravamo solo noi i frequentatori dei Prati anche

se, risiedendovi, ce ne sentivamo un po’ i padroni:

da altre parti della città arrivavano gruppi di ragazzi,

in particolare dalle case popolari ubicate nella zona

Pier Crescenzi - Malvasia, con i quali ingaggiavamo

estenuanti partite a pallone. Loro capo incontrastato

era Peppo, che arrivava in sella a un Rumi abbigliato

come Marlon Brando nel Selvaggio. Aveva più anni

di noi e si atteggiava a duro, come si conviene ad

un carismatico capo banda. In realtà aveva un cuore

gentile e non lo vidi mai compiere azioni disdicevoli.

Era un innocente e simpatico Americano a Bologna

del quale, da adulto, divenni collega fino al giorno

in cui, in sella alla inseparabile moto, perse la vita in

un incidente mentre svolgeva il suo lavoro di postino

a Borgo Panigale.

Stamani ho fatto il mio quotidiano giro in bici e

rientrando ho percorso la ciclabile di via del Chiù,

che si snoda lungo il confine dei Prati di Caprara,

rappresentato dal corso del torrente Ravone. Mi sono

fermato a guardare l’inestricabile trionfo vegetale

che sono ora i Prati: un’oasi nella quale vivono e

prosperano aironi, scoiattoli, daini, fagiani... Il tutto

praticamente in città.

Oggi, ho udito in mezzo a quel verde delle voci e il

pianto di un neonato.

Non so cosa si stia preparando per questo eden

dietro casa, ma sento che qualcosa cambierà.

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Razionalismo e Linea Gotica

Edito dalla Casa Editrice Persiani, Razionalismo

e Linea Gotica - Architetture del Duce

degli anni Trenta del Novecento in Emilia

e Romagna di Jean Pascal Marcacci è un

saggio storico-fotografico che guida il lettore

tra le opere del Regime tra Adriatico e

Tirreno. Opere che - si legge nella sinossi

- in Emilia-Romagna e lungo tutta la Linea

Gotica furono guardate con stupore e ammirazione

dagli occupanti anglo-americani.

Gli italiani del nuovo corso le trattarono

prima come prede belliche, poi cercarono

di dare loro una nuova destinazione quali

opere pubbliche, cercando di fare sparire

inutilmente i segni e gli emblemi dei tempi

in cui furono concepite e costruite, ovvero

gli anni Trenta dello scorso secolo. Ponti,

dighe, acquedotti, ex case del fascio, caserme,

colonie, stadi littori; ma anche palazzi

pubblici sedi di prefetture, scuole, università,

banche ed assicurazioni, stadi ed ippodromi,

perfino qualche chiesa, sono arrivate

a noi tutte ben riconoscibili.

Casa del Fascio di Vergato

Liverpool, Lisbona, Birmingham, poi la vittoria in casa contro i vicecampioni

europei del Borussia e tante altre emozioni tutte colorate di rossoblù. In

trasferta, con coincidenze improbabili e lunghe attese negli aeroporti di

mezzo continente, o al “cinema” Dall’Ara, tra coreografie ed entusiasmo

alle stelle: il ritorno del Bologna in Champions resterà scolpito nella storia

della città e soprattutto nella memoria di chi ha partecipato a questa vera e

propria festa collettiva. Un’esperienza incredibile ma non inedita. I rossoblù

non sono nuovi ai palcoscenici continentali anche se certe soddisfazioni non

le vivevano da davvero tanto tempo.

Il Bologna in Europa. Storie e personaggi rossoblu, edito da Giraldi Editore

e scritto da Fabio Campisi, ripercorre le altre esperienze del Bfc nelle coppe

europee che hanno portato nella bacheca di Casteldebole ben sei trofei: due

Coppe Europa Centrale, una Torneo dell’Esposizione di Parigi, una Mitropa

Cup, una Coppa di Lega Italo-Inglese e una, abbastanza recente, Coppa

Intertoto. Ci sono poi anche cinque secondi posti, quattro semifinali (l’ultima

in Uefa con il Marsiglia) e altre circostanze singolari, come le due eliminazioni,

nell’allora Coppa Campioni, per mano di una maledetta monetina.

Tutto questo raccontato in un lungo viaggio attraverso la storia del Club, dalla

sua fondazione fino ai giorni nostri, con le cronache dei giornali dell’epoca e

le testimonianze dei protagonisti.

f.b.

Colonia combattenti di Pianaccio

Officine DEMM di Porretta, anni 30

IL NONNO DELLA BASSA RACCONTA

“TONINO”

SCANDELLARI,

CANTASTORIE

Tra i tanti cantastorie che hanno caratterizzato il mondo

popolare petroniano, e padano in generale, un ruolo di rilievo

lo ha rivestito Antonio Scandellari, detto “Tonino” (Crevalcore,

1899-Bologna, 1986), un artista itinerante del Novecento.

Tonino apparteneva a una famiglia benestante del crevalcorese,

ma la sua vera aspirazione era riuscire a fare successo come

cantore di piazza. Il suo modello ispiratore era il sodalizio

familiare del cantastorie ferrarese Regolo Pellandra con i suoi

repertori che spaziavano dall’umorismo alla canzonetta, dai

drammi di cronaca nera ai brani d’opera più amati dal suo

pubblico. Regolo si esibiva spesso al mercato di Crevalcore del

martedì (faceva la sua brillante apparizione su una carrozza

trainata da uno splendido cavallo) e “Tonino” studiò il suo

metodo di approccio con il pubblico e la sua produzione

popolare. Una volta impadronitosi delle tecniche popolari di

approccio, negli anni ’30 del ‘900 decise di lanciarsi in quel

mondo con la compagna Maria Neri, cantante, formando un

duetto che iniziò a frequentare i piccoli borghi del bolognese e

del modenese, compresi quelli appenninici, non disdegnando

di esibirsi anche per gli avventori delle osterie, in collaborazione

con alcuni suonatori ambulanti. In un secondo tempo, a lui e

a Maria si unì il figliastro Emilio Neri, virtuoso strumentista,

in seguito valente orchestrale, che da subito verrà definito

il diavolo della fisarmonica. La voce tenorile e la chitarra di

Tonino contribuivano a dare il necessario, accattivante tono

Gian Paolo Borghi

Le tradizioni popolari

della pianura

bolognese tra fede,

storia e dialetto

artistico al gruppo familiare. Dopo alcuni anni, stampò sui

multicolori fogli volanti anche qualche testo, tra i quali spiccò

la canzonetta, intitolata L’uomo e il treno oppure Gioventù,

anzianità, vecchiaia, che eseguì con successo per decenni. Si

trattava di un’interpretazione aggiornata dei “comportamenti”

dell’uomo, “trasformato” in treno. Le allusioni sessuali

facevano uno dei motivi determinanti l’impatto favorevole del

pubblico delle fiere e dei mercati:

A vent’anni il motore va con forza ed energia,

fila ai cento all’ora e continua nella scia,

finita una corsa, aumenta velocità

fa scintille a più non posso e la stazione non vedrà.

A trent’anni il motore va ancor benone,

non riscalda, non fatica e continua la sua corsa,

davanti alla stazione si ferma pian pianin,

poi riprende la sua corsa velocissimo alla fin.

A quaranta ancor va bene ma si comincia a sentire,

il ritmo non è più quello, bisogna pur capire,

lo scatto è più lento, s’abbassa la pression

ci vuole un po’ di tempo per entrare in stazion.

A cinquanta s’incomincia la via del ritorno,

la velocità è ridotta e il motore sbaglia colpo,

in una corsa lunga, comincia a sbuffar,

non basta più il carbone per poterti raddrizzar.

A sessant’anni poi ci vuole un buon salasso

Per mettere in centro il motor che guarda in basso,

ma quando poi arrivi vicino alla stazion

ti vien la tremarella perché non va in funzion.

A settanta è finita e la fine si avvicina,

ormai il nostro treno più forte non cammina,

su di un binario morto lo si ripoterà.

Così la nostra vita come il treno finirà.

Con il trascorrere del tempo, Emilio e Maria si ritireranno

dalle scene e Tonino si unirà ad altri artisti di piazza, in

particolare con il notissimo Marino Piazza (Piazza Marino, il

poeta contadino), soprattutto tra gli anni ’50 e ’60 del ‘900. A

partire dagli anni ’60 si esibirà anche sul palcoscenico con il

gruppo de Gli allegri cantastorie (con lui, Marino Piazza, Dina

Boldrini, Adelmo Boldrini, poi sostituito dal nipote Gianni

Molinari). Inciderà anche dischi e musicassette prodotti da

Marino Piazza e parteciperà pure alle principali rassegne del

settore, comprese le “Sagre Nazionali dei Cantastorie”, nel

corso delle quali sarà gratificato da importanti riconoscimenti

artistici.

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Da sempre al fianco di chi crea cultura

raccontando la storia delle nostre comunità

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2025

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IL CUORE NEL TERRITORIO

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