Nelle Valli Bolognesi N° 65
Il numero della primavera della rivista su natura, cultura e tradizioni locali edito da Emil Banca
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Nelle
NATURA, CULTURA, TRADIZIONI E TURISMO SLOW TRA LA MONTAGNA E LA PIANURA
Anno XVIII - numero 65 - APRILE - MAGGIO - GIUGNO 2025
ITINERARI
Memoria in cammino
sui sentieri partigiani
DA VEDERE
La storia di Bologna
a Palazzo Pepoli
NON TUTTI SANNO CHE
Maghi e alchimisti
all’ombra delle Torri
PERSONAGGI
Carlo Alberto Pizzardi
Tina Billi
Cristina Campo
Franco Colomba
PRIMAVERA
La vita spericolata
dell’albanella minore
SOMMARIO
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Periodico edito da
Numero registrazione Tribunale
di Bologna - “Nelle Valli Bolognesi”
n° 7927 del 26 febbraio 2009
Direttore responsabile:
Filippo Benni
Hanno collaborato:
Valentina Fioresi
Stefano Lorenzi
William Vivarelli
Claudia Filipello
Katia Brentani
Gianluigi Zucchini
Claudio Evangelisti
Gian Paolo Borghi
Paolo Taranto
Guido Pedroni
Serena Bersani
Marco Tarozzi
Andrea Morisi
Francesca Biagi
Mario Chiarini
Veronica Righetti
Fausto Carpani
Sandra Sazzini
Giuliano Musi
Alessio Atti
Marco Franceschi
Marco Albertini
Elena Boni
Gianluigi Pagani
Irene Murgia
Foto di:
William Vivarelli
Archivio Bertozzi
Archivi AppenninoSlow
eXtrabo e Bologna Welcome
Paolo Taranto
Guido Barbi e altri in pagina
Giovanni Zati
Progetto Grafico:
Studio Artwork Grafica & Comunicazione
Roberta Ferri - 347.4230717
Pubblicità:
distribuzione.vallibolognesi@gmail.com
051 6758409 - 334 8334945
Rivista stampata su carta ecologica
da Rotopress International
Via Mattei, 106 - 40138 Bologna
Per scrivere alLA REDAZIONE:
vallibolognesi@emilbanca.it
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Gli scatti di William Vivarelli
Fanello
La pubblicazione
All’albanella minore piace il rischio
Le foto della primavera
In dialetto si dice....
Muret e Vettavetta
La nostra cucina
Le raviole
Speciale prodotti locali
Zuccherini, Castagnola e Torta grassa
Erbe di casa nostra
La Gemmoterapia
Via degli Dei
Giovane, di moda e pure inclusiva
Appuntamenti
Il magico mondo dell’Ocarina di Budrio
Lo Yunka Festival a Monte Bibele
In giro con eXtrabo
Camminare per ricordare sui sentieri partigiani
Succede solo a Bologna
Una terrazza all’ombra delle Torri
L’iniziativa con Confguide
XXL e la piazza torna libera
In giro con AppenninoSlow
Al Corno alle Scale e alle grotte di Soprasasso
L’anniversario
La compagnia delle guide
Per abbonamenti e pubblicità contattare appenninoslow:
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La novità
Ospitalità diffusa: nuova vita per le case dell’Appennino
Alla scoperta della Valle di Taranis
Questa rivista
è un prOdotto editoriale
ideato e realizzato da
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40
Non tutti sanno che
Maghi, torri e alchimisti
Personaggi
Cristina Campo
Carlo Alberto Pizzardi
Franco Colomba
Tina Billi
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Da vedere
Palazzo Pepoli
In collaborazione con
50
Speciale
Il Giubileo anche in città
CITTÀ
METROPOLITANA
DI BOLOGNA
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Questo la faccio io
Nidi e ripari artificiali
Alle origini del vino
Oltre al gusto c’è di più
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Fotonaturalismo
Ci vuole orecchio
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Entomologia
Uno scarabeo argentato... ma non troppo
Dialetto e altre storie con Carpani e Borghi
GLI SCATTI DI WILLIAM VIVARELLI
Fanello
(Linaria cannabina)
Il Fanello, (Linaria cannabina) è un passeriforme della famiglia dei Fringillidi.
È un piccolo uccello con una lunghezza di circa 13-14 cm e un’apertura alare di
21-26 cm. Ha un piumaggio distintivo: i maschi durante la stagione riproduttiva
presentano una caratteristica macchia rosso ciliegia sulla fronte e sul petto, mentre
il resto del corpo è marrone con striature bianche. Le femmine, invece, hanno un
aspetto più sobrio, con colori più tenui senza le macchie rosse. È prevalentemente
granivoro, nutrendosi di semi di piante erbacee, ma in periodo riproduttivo integra
la dieta con piccoli insetti. Il canto del maschio è melodioso e serve a delimitare
il territorio e a corteggiare le femmine. È legato agli ambienti aperti di collina
e montagna, evitando le aree densamente antropizzate e coltivate . Preferisce
ambienti con agricoltura tradizionale ad elevata diversità ambientale, come incolti,
spazi aperti e pascoli inframmezzati da siepi e boschetti.
Questo piccolo uccello è un interessante esempio di come le specie si adattino ai
loro ambienti e come interagiscano con l’ecosistema che li circonda. In particolare,
nella provincia di Bologna, il Fanello è una specie sedentaria, migratrice, svernante
e nidificante. Durante il periodo 1995-2016 si è stimato che ci fossero tra 500 e
800 coppie nidificanti nella provincia.
L’ALFABETO di VIVARELLI
Nei numeri precedenti:
Albanella Autunno 2010
Allocco Inverno 2010
Assiolo Primavera 2011
Allodola Estate 2011
Airone cenerino Autunno 2011
Averla maggiore Inverno 2011
Averla piccola Primavera 2012
Aquila reale Estate 2012
Ballerina bianca Autunno 2012
Ballerina gialla Inverno 2012
Barbagianni Primavera 2013
Beccamoschino Estate 2013
Balestruccio Autunno 2013
Calandro Inverno 2013
Capriolo Primavera 2014
Capinera Estate 2014
Cervo Autunno 2014
Cinghiale Inverno 2014
Canapiglia Primavera 2015
Canapino Estate 2015
Cannaiola comune Autunno 2015
Canapino maggiore Inverno 2015
Cannareccione Primavera 2016
Cardellino Estate 2016
Cavaliere d’Italia Autunno 2016
Cinciallegra Inverno 2016
Cincia bigia Primavera 2017
Cincia dal ciuffo Estate 2017
Cincia mora Autunno 2017
Cinciarella Inverno 2017
Cesena Primavera 2018
Cicogna bianca Estate 2018
Civetta Autunno 2018
Cornacchia grigia Inverno 2018
Cormorano Primavera 2019
Codibugnolo Estate 2019
Codirosso comune Autunno 2019
Codirosso spazzacamino Inverno 2019
Colubro di Esculapio Primavera 2020
Coronella Girondica Estate 2020
Covo Imperiale Autunno 2020
Corriere piccolo Inverno 2020
Cuculo Primavera 2021
Culbianco Estate 2021
Cutrettola Autunno 2021
Daino Inverno 2022
Chirotteri Primavera 2022
Cinghiale Estate 2022
Cigno Autunno 2022
Canapiglia Inverno 2023
Uccello combattente Primavera 2023
Codirossone Estate 2023
Colombaccio Autunno 2023
Fagiano comune Inverno 2023
Faina Primavera 2024
Falco Cuculo Estate 2024
Falco di palude Autunno 2024
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leggere la Sezione I della Nota informativa “Informazioni chiave per l’aderente” e
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e sul sito internet www.bccrisparmioeprevidenza.it
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LA PUBBLICAZIONE
La vita e le abitudini di quattro coppie di rapaci delle
colline bolognesi documentate da William Vivarelli
All’albanella minore
piace il rischio
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Testo di Marco Franceschi
Esiste un rapace a cui piace il “rischio”,
almeno in periodo riproduttivo. È l’albanella
minore. Vi chiederete che cosa significhi
questa affermazione. È presto detto: a
differenza dell’aquila, dello sparviere, della
poiana, dei falconi, ecc. ecc. che nidificano
su pareti rocciose o sugli alberi, le albanelle
costruiscono il loro nido sul terreno, fra
l’erba e i bassi cespugli di prati, pascoli,
barene di zone lagunari, nonché talvolta in
campi di cereali.
È facile intuire come questa loro
caratteristica esponga le nidiate a
molteplici pericoli. Innanzi tutto volpi,
cinghiali, faine, se si imbattono nei nidi,
sono in grado di uccidere i pulli non
ancora in grado di volare. Inoltre, una
nostra presenza non troppo discreta può
arrecare, in modo del tutto inconsapevole,
enorme disturbo: escursionisti, o persone
in mountain-bike, che passano troppo
vicino a un nido è probabile che inducano
gli adulti ad abbandonarlo, determinando
così il fallimento riproduttivo della
coppia. Come se non bastasse, anche
le condizioni climatiche avverse, come
violenti temporali con pioggia battente e
magari anche grandine, sono in grado di
portare alla morte i piccoli di albanella
ancora nel nido. Infine, per le coppie che
decidono di nidificare nei campi di grano,
vi è pure il pericolo derivante dai lavori
agricoli, in particolare dalla falciatura. A
questo proposito ci si può chiedere: ma
per quale motivo delle coppie di albanelle
minori decidono di riprodursi fra le
spighe? Semplicemente perché in certe
zone, soprattutto in pianura, le aree incolte
sono ormai assai scarse o quasi inesistenti,
e i campi di cereali rappresentano un
ambiente che alle Nostre può risultare
molto simile ad una steppa, ad un terreno
incolto. Ma un campo di grano è una
realtà produttiva, ove i pulli corrono il
rischio di essere “affettati’. Da qui, gli
interventi attuati da naturalisti e volontari
volti a salvare, con vari “escamotages”, i
nidi presenti in quelle situazioni.
La consapevolezza per questi rischi che
corrono, la inusuale, per un rapace, livrea
del maschio adulto (grigio cenere con
punta delle ali nera), l’eleganza del volo (in
particolare quello a bassa quota su campi e
prati) stimolano l’interesse e la “simpatia”
di molti ornitologi per questa specie. Tale
interesse, per così dire “emozionale ed
estetico”, si aggiunge a considerazioni
più propriamente scientifiche, legate
all’importanza che questo rapace, come
tutti I predatori, riveste per l’equilibrio
ambientale.
A questo proposito, lo scorso anno, William
Vivarelli, ha seguìto per alcune settimane,
nel periodo riproduttivo e postriproduttivo,
quattro coppie di albanelle minori in
un’area alto collinare della provincia di
Bologna. Fra le tante (bellissime) fotografie
che ha scattato, ne sono state scelte alcune
decine, utilizzate per la realizzazione di
una Dispensa dedicata proprio all’albanella
minore, e che proponiamo ai lettori della
Rivista. Speriamo di riuscire a trasmettere
a coloro che avranno voglia di sfogliarla le
stesse emozioni che si provano “sul campo”
e speriamo altresì che la lettura di questa
agile pubblicazione invogli molti di noi ad
impegnarsi fattivamente per la tutela della
natura del nostro Paese, natura ancora,
nonostante tutto, così bella e ricca.
Per richiedere la dispensa:
franze58@virgilio.it
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7 31
LE FOTO DELLA PRIMAVERA
Testo e foto di Paolo Taranto
SOVRAPPESO?
Dopo le feste tutti abbiamo preso
qualche grammo o chilo…
Non è il caso degli uccelli, anche se
alimentati con le mangiatoie artificiali.
Nella foto vedete un Fiorrancino,
uno degli uccelli più piccoli d’Europa.
Sembra una palla ma non perché abbia
mangiato tanto ma perché gonfia il
piumaggio per protezione dal freddo,
formando uno strato d’aria isolante
intorno al corpo.
SOSPESO NEL VUOTO?
I fili del telefono, ma anche quelli della
luce, rappresentano degli ottimi posatoi
per tante specie di uccelli. Oggi molti di
questi fili sono scomparsi perché i telefoni
sono diventati cellulari ma per fortuna gli
uccelli hanno tanti altri posatoi da poter
utilizzare come alberi, antenne ecc ecc.
In questo caso, un maschio di codirosso
sembra appollaiato su un filo invisibile,
ma è solo un’illusione ottica.
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In dialetto si dice...
LA FAUNA LOCALE NELLA TRADIZIONE
DELLA BASSA BOLOGNESE
Foto e testi a cura di Mario Chiarini
Codirosso spazzacamino – MURET
Nella tradizione popolare si fa riferimento a specie ornitiche
per richiamare ed immaginare situazioni climatiche ed
ambientali con proverbi e modi di dire: e così, ad esempio,
per il merlo si suol dire che “quand a canta al merel, a sen
fora da l’inveren” e per la rondine vale il proverbio che per
“San Benedetto la rondine è sotto al tetto” annunciando così
l’arrivo della primavera. Nella tradizione popolare, l’arrivo
dell’autunno è annunciato, prima ancora che con le prime
nebbie ed i primi freddi, con l’arrivo di due specie ornitiche
che, da sempre, nell’immaginario collettivo sono legate alla
stagione invernale. Parlo del pettirosso, (pitaren dal fred)
e dello scricciolo (limalen dal fred). Ma negli ultimi anni,
viene sempre più segnalata una terza presenza ornitica che
frequenta siepi, parchi, giardini anche molto vicino alle case,
sto parlando del codirosso spazzacamino, da non confondere
con il codirosso, altra specie, migrante e che trascorre, al
contrario, l’inverno in Africa. Il codirosso spazzacamino
nidifica in aree montuose, su pendii con detriti rocciosi e
pareti con arbusti sparsi e sverna in paesi e città di pianura.
È una specie che presenta un evidente dimorfismo dei sessi:
la femmina ed i giovani di primo inverno si presentano con
capo e corpo grigio- marron rossiccio mentre i maschi adulti
Pittima reale - VETTAVETTA / TRIVÈLA
Parliamo oggi della pittima reale, un uccello che mi ha molto
incuriosito nel corso delle mie ricerche per determinare
il suo nome dialettale; innanzi tutto è strano che, come
abbiamo visto per il gruppo dei limicoli, la pittima non
sia (quasi) mai chiamata in dialetto gambela; questo è
sicuramente dovuto al fatto che è una specie facilmente
riconoscibile per il suo aspetto fisico, per il suo rumoroso
avvicinamento e per il suo modo di alimentarsi; meritava
quindi un nome tutto suo. Caratteristico è l’avvicinamento
all’area prescelta; di solito si tratta di un gruppo di poche
decina di soggetti, ma il loro vociare è udibile a notevole
distanza; ascoltate nel QR code qui allegato il loro verso
che è inconfondibile. E da qui, una parte dei cacciatori
di valle chiama, in dialetto la pittima “ VETTAVETTA”;
pare evidente che questo nome dialettale derivi proprio
dal sua verso di avvicinamento. Altri cacciatori invece
individuano il nome dialettale dalla sua modalità di
alimentazione; la pittima infatti si alimenta affondando
nel “limo” il lungo becco con frequenti, rapidi e veloci
colpi, tanto da essere paragonata ad uno strumento usato
per praticare fori nel terreno per sondaggi o per recuperare
campioni di terra. Stiamo parlando della trivella che
dialettizzato diventa trivèla. Dalla foto si può vedere
come la pittima reale “estragga” dal terreno un verme per
inghiottirlo. Infine una interessante curiosità; nell’emisfero
opposto al nostro, vive la pittima minore, gemella della
nostra pittima reale; ad un soggetto di pittima minore è
stata installata una piccola e leggerissima trasmittente
Ascolta il suo canto!
sfoggiano il capo nero ed il corpo che sfuma nelle diverse
tonalità di grigio; entrambi vibrano costantemente la coda e
presentano un sottocoda rosso-ruggine. E proprio il colore del
maschio a determinare il nome dialettale di questa specie;
viene infatti chiamato in dialetto muret in virtù del colore
nero-grigio scuro del suo piumaggio.
Ascolta il suo canto !
per studiare la sua direttrice di migrazione. Questo il suo
itinerario: il 17 marzo parte dalla Nuova Zelanda e arriva
in Cina, il 24, dopo un volo ininterrotto di 10.300 km
(circa 1500 km al giorno, a una media di 70 km/h). In
Cina si ferma per 5 settimane per alimentarsi ed essere in
piena forma in vista delle fatiche della nidificazione; il 2
maggio riparte e percorre altri 6500 km in sei giorni per
raggiungere l’Alaska, dove nidifica; il 30 agosto, terminata
la nidificazione, riparte per la Nuova Zelanda e vola per
altri 11.700 km in 7 giorni, anche questa volta senza soste
intermedie. Insomma per perpetuare la specie, la pittima
minore percorre mediamente circa 28.000 km all’anno.
Un bel record non vi pare?
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Le RICETTE
LA NOSTRA CUCINA
Curiosità, consigli e ricette
della tradizione
culinaria bolognese,
dalla Montagna alla Bassa
a cura di Katia Brentani
È il dolce tipico della Festa di
San Giovanni che annuncia
l’arrivo della Primavera
LE RAVIOLE
Nel mese di marzo, il diciannove, per
la Festa di San Giuseppe è tradizione
preparare le raviole alla mostarda. Se
la pasta delle raviole è la stessa con
cui si prepara la brazadéla e la pinza
o crescenta di Natale, per quanto
riguarda il ripieno devo parlarvi della
mostarda, una tipica marmellata
nera che nel passato si confezionava
in casa. Il termine Mustum Ardens
appare nel 1288 in un testo francese
alludendo al mosto ardente, cioè
piccante, per l’aggiunta di semi di
senape. In questo modo si riusciva
a mantenere un prodotto deperibile
come la frutta.
Questo il racconto di Graziana Monti
che rivive nel suo libro Ricchezze
e miserie d’altri tempi edito dalla
Ponte Nuovo Editrice, la vigilia della
Festa di San Giuseppe, patrono di
Quinzano, paese dell’Appennino
Bolognese dove è nata.
“Una settimana prima del 19
le donne del paese facevano le
raviole, le tradizionali pastine di San
Giuseppe. Ogni famiglia riscaldava
il suo forno con fasci di ginepro, di
erica o ginestra secchi, racimolati
nei boschi vicini. Per giorni e giorni
si bruciavano fascine e cuocevano
raviole. Il paese era inondato di
profumo delizioso in ogni angolo
e i dolcetti ripieni di mostarda si
ammucchiavano nei panieri di vimini
coperti da un telo bianco. Prima
di essere serviti venivano bagnati
nell’alchermes e inzuccherati”.
A Fiesso di Castenaso, paese in
provincia di Bologna, per la Festa
di San Giuseppe le raviole venivano
appese alle siepi di biancospino, a
disposizione dei passanti. Questa
consuetudine si è mantenuta fino alla
fine degli anni Sessanta.
Parlando delle raviole alla mostarda
alcune persone mi hanno raccontato
la leggenda del pozzo incantato, con
Curiosità e ricette sono tratte
da “Bologna la dolce - Curiosando
sotto i portici fra antichi sapori”
di Katia Brentani per
I quaderni del Loggione
dettagli diversi, come si conviene
ad ogni leggenda, ma la storia è
pressappoco questa e ve la trascrivo.
La leggenda narra che per il
matrimonio di Annibale Bentivoglio
con Beatrice d’Este i pozzi della città
furono riempiti di vino da cui, solerti
garzoni, con secchi d’argento e
d’oro attingevano vino e riempivano
i boccali degli sposi e degli ospiti
intenti a gustare libagioni senza pari.
Un giovane garzone, di nome Nello,
RICETTA DELLA MONTAGNA
Raviole alla mostarda:
Ingredienti: 250 gr. di
farina, 100 gr. di burro, 100
gr. di zucchero, 1 uovo intero,
½ bustina di lievito per dolci,
scorza grattugiata di un
limone, un pizzico di sale,
latte q.b.
Procedimento: disponete
la farina a fontana, mettete
al centro le uova intere,
lo zucchero, il burro
ammorbidito, il lievito, la
scorza del limone e un pizzico
di sale. Impastate bene
aggiungendo la quantità di
latte necessaria per ottenere
una pasta omogenea.
Stendetela alta circa 4
millimetri e ritagliate dei dischi
di circa 10 cm di diametro.
Mettete al centro di ogni disco
un cucchiaino di mostarda e
quando avvolse la catena e si ritrovò
il secchio fra le mani, non trovò
lambrusco, ma mostarda. Stupito
l’assaggiò e un languore invase il
suo corpo unito al desiderio di fare
l’amore. Nello richiuse il pozzo con
assi di legno, sostenendo che vi
erano caduti dei topi morti e il vino
era guasto, e aspettò la notte per
ritornare sul luogo e fece scorta di
mostarda. Una mostarda afrodisiaca
che gli permise di riscuotere grande
richiudete, pressando bene
sui bordi. Si ottengono delle
mezzelune che disporrete
su una placca da forno
imburrata. Cuocete in forno a
170° per 15-20 minuti.
RICETTA DELLA CAMPAGNA
Raviole all’alchermes:
Ingredienti: 250 gr. di
farina, 100 gr. di burro, 100
gr. di zucchero, 1 uovo intero,
½ bustina di lievito per dolci,
scorza grattugiata di un
limone, un pizzico di sale,
latte q.b. 100 gr. di alchermes,
150 gr. di zucchero, 200 gr. di
acqua
Procedimento: disponete
la farina a fontana, mettete
al centro le uova intere,
lo zucchero, il burro
ammorbidito, il lievito, la
scorza del limone e un
successo fra le signore dell’epoca,
non solo serve, ma anche nobili.
La mostarda continuò ad apparire sul
fondo del pozzo e Nello, senza mai
rivelare il luogo, iniziò a vendere la
mostarda e presto diventò ricco.
Morì di un attacco acuto di gotta,
lasciando indicazioni confuse, sul
letto di morte, su dove si trovava il
pozzo.
Ma come era accaduto che il vino
si trasformasse in mostarda? La
pizzico di sale. Impastate
bene aggiungendo la
quantità di latte necessaria
per ottenere una pasta
omogenea. Stendetela alta
circa 4 millimetri e ritagliate
dei dischi di circa 10 cm di
diametro. Mettete al centro
di ogni disco un cucchiaino
di mostarda e richiudete,
pressando bene sui bordi. Si
ottengono delle mezzelune
che disporrete su una placca
da forno imburrata. Cuocete
in forno a 170° per 15-20
minuti.
Preparazione bagna:
bollite acqua e zucchero,
quando lo zucchero sarà
sciolto, spegnete ed unite
l’alchermes, fate raffreddare.
Passate le raviole ancora
tiepide nella bagna e nello
zucchero.
Fate raffreddare e servite.
leggenda narra che, la notte prima
delle nozze di Annibale Bentivoglio e
Beatrice d’Este due ladri che avevano
rubato cibo, fra cui frutta (prugne
e mele cotogne), in gran quantità,
gettarono la refurtiva nel pozzo per
non essere sorpresi dalle guardie.
Qualcuno sostiene che fossero riusciti
a rubare anche ambra grigia e questo
spiegherebbe il potere afrodisiaco
della mostarda, ma non come si è
formata.
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SPECIALE PRODOTTI LOCALI
Nella terza puntata del viaggio alla scoperta
dei Prodotti a Denominazione Locale
tre specialità di Castiglione dei Pepoli
Zuccherini,
castagnola
o torta grassa?
A cura di Valentina Fioresi
Siamo alla terza tappa del viaggio alla scoperta dei
prodotti tipici che vantano la Denominazione Comunale
(De.Co.) del comune di Bologna o di altri comuni della
Città Metropolitana. In questa puntata conosceremo la
torta grassa, gli zuccherini montanari castiglionesi e la
castagnella, tutti prodotti tipici dell’area di Castiglione
dei Pepli.
La De.Co. è un riconoscimento fornito dai Comuni a
prodotti agroalimentari o attività tradizionali specifiche
che siano fortemente identitari di quel luogo. Ad oggi
sono 17 i prodotti tipici iscritti al registro De.Co, mentre i
saperi tradizionali sono 5.
TORTA GRASSA CASTIGLIONESE
Già il nome non lascia molto spazio all’immaginazione:
siamo di fronte a un prodotto goloso, preparato
specificatamente per i giorni di festa a Castiglione
dei Pepoli. La torta grassa più che una vera e propria
torta si presenta come un timballo di riso, arricchito
di vari ingredienti a secondo di quello che si aveva in
casa in quel momento, come nella migliore tradizione
contadina. La ricetta tradizionale prevede riso cotto in
acqua, uova, salsiccia e pancetta, parmigiano, sale, pepe
e noce moscata. Sono ammesse varianti che prevedono
riso cotto nel latte, macinato di bovino e grana padano.
L’origine della torta grassa è incerta, ma si presume che
possa avere un legame sia con la torta di riso bolognese
ZUCCHERIni
CASTAGNELLA
(un dolce, detta anche la “torta degli addobbi”) sia con
la lunga permanenza della famiglia Pepoli a Castiglione.
Il primo a definire la ricetta della torta degli addobbi fu
mastro Martino di Como, che però viveva in un feudo
controllato dai Pepoli: potrebbe essere quindi questo il
legame tra Castiglione e una preparazione così particolare,
che sembrerebbe una variante della ricetta dolce. La
torta grassa castiglionese e la torta di riso condividono
anche un’altra caratteristica: ogni famiglia tramanda la
sua particolare versione della ricetta, che viene quindi
declinata in numerose varianti che ne mantengono
comunque inalterata la base.
Nel 2004 la torta grassa è stata preparata anche in tv (da
Cristina Malferrari, cittadina castiglionese) durante una
puntata del programma “La prova del cuoco”. Dal 2023
questo piatto è entrato a far parte delle pietanze ammesse
nella preparazione del “Tagliere dei Salsamentari” (De.
TORTA GRASSA
Co. del comune di Bologna), l’antipasto tipico bolognese
che porta in tavola salumi, formaggi e prodotti da forno.
ZUCCHERINI MONTANARI CASTIGLIONESI
Gli zuccherini sono diventati negli anni un vero e proprio
simbolo della cucina montanara, anche se in realtà non
venivano preparati spesso, ma soltanto in occasioni
particolari. Venivano infatti offerti agli invitati durante i
matrimoni (le donne ricamavano appositamente teli e
“burazzi” per conservare gli zuccherini in ceste e panieri,
per poi offrirli agli invitati) e durante le cresime (in questo
caso gli zuccherini venivano utilizzati per comporre una
collana che veniva fatta indossare al cresimando).
Gli zuccherini si presentano come piccole ciambelline
glassate e vengono preparati con farina bianca, uova,
semi di finocchio, anice, acqua e zucchero. Si impastano
tutti gli ingredienti (tranne lo zucchero) e con il composto
De.Co.
ottenuto si preparano delle strisce che vengono poi
chiuse per dare ai dolci la forma finale. Una volta cotti
devono essere immersi nello zucchero precedentemente
sciolto, in modo che ricopra tutto lo zuccherino: a questo
punto si dispongono sul tavolo o su un tagliere in modo
che lo zucchero solidifichi.
Oggi pensare agli zuccherini significa riportare alla
mente la cucina delle nonne e i sapori autentici delle
nostre montagne: sono passati da dolci per occasioni
speciali a dolci che rendono speciale ogni giorno.
CASTAGNELLA CASTIGLIONESE
La Castagnella è un prodotto che dimostra come la
tradizione possa incontrare la modernità anche in
cucina. Si tratta di una crema spalmabile a base di
farina di castagne e miele, preparata con materie prime
nostrane presso l’azienda agricola “Mulino del Frate” di
Roncobilaccio. La creazione di questo dolce nasce dalla
volontà di valorizzare e continuare a utilizzare prodotti
tradizionali che negli ultimi anni sono caduti sempre di più
nell’oblio. Prima di tutto la farina di castagne: i castagneti
un tempo erano la principale fonte di sostentamento per
le famiglie dell’Appennino, che coltivavano e curavano
i propri alberi durante tutto l’anno. Dopo la raccolta le
castagne venivano poi essiccate nei “casoni” (strutture
simili a piccole casette costruite in sasso all’interno dei
castagneti) e successivamente portate nei mulini per
essere trasformate in farina. La farina veniva poi venduta
e/o utilizzata per la preparazione di cibi come patolle e
ciacci.
I castagneti sono stati a lungo dimenticati, ma negli
ultimi anni c’è stata una ripresa delle attività tradizionali
e quindi un aumento della produzione di castagne,
nuovamente raccolte secondo le differenti qualità e non
solo dagli alberi selvatici.
L’altro ingrediente della Castagnella è il miele, prodotto
che negli ultimi anni è stato protagonista di una notevole
riscoperta. L’attenzione alla salute delle api, dovuta alla
loro importanza ecologica, è decisamente aumentata e
di conseguenza anche la consapevolezza legata al loro
mondo e alla produzione del miele.
Dall’unione di questi due prodotti, simbolo della
montagna, della rinascita e di una nuova motivazione
ad investire nelle tradizioni e mantenerle, è nata
la Castagnella, entrata a pieno titolo tra le De.Co.
riconosciute dal comune di Castiglione.
014
1531
Via Porrettana 328, Sasso Marconi (BO) Pasticceria della Piazza Sasso Marconi 051 498 8544
ERBE DI CASA NOSTRA
Con una naturopata
per conoscere le leggende,
gli usi medici e quelli tradizionali
delle piante della nostra provincia
Gemmoterapia
Una metodica terapeutica appartenente
all’antica Fitoterapia nata dagli studi
del medico omeopata Pol Henry
La Gemmoterapia
Testo di Claudia Filipello - www.naturopatiabologna.it
La primavera è alle porte: la luce progressivamente si
esprime sempre più con giornate illuminate dal sole.
Questo è un tempo in cui lei, la luce, è come se avesse
tanto da raccontare, dopo il lungo riposo invernale. La
primavera è il filo d’erba che spacca la zolla di terra, è il
canto, prima dell’alba, degli uccellini che comunicano
la vita: tutto in Natura in questa stagione è racconto di
futuro e di ri-nascita.
Quando la primavera sta per giungere, te ne accorgi da
piccoli segnali: gli alberi si riempiono di boccioli ed il
verde delle foglie si fa chiarissimo; il profumo dell’aria
cambia e diventa fresco ed erbaceo. Questo è il tempo in
cui l’aria diviene una carezza, la luna piena splende con
un colore dorato, gli animali iniziano a cercarsi perché
sentono che tutto si risveglia ed anche la sera diventa più
dolce.
Il germoglio prende parte a questa danza: ha in sé il
profumo dell’espressività della vita stessa.
Dalle gemme delle piante è possibile estrarre quello che
si chiama Gemmoderivato ovvero Macerato Glicerico
che si assume per via orale e che contiene tutta la pianta
nella sua potenzialità benefica.
Ti invito ad osservare le gemme degli alberi che incontri
sulla tua strada ogni giorno; guarda bene e vedrai che una
gemma assomiglia ad un uovo: la sintesi della creazione,
chiusa ma permeabile, pronta a creare e a far nascere a
nuova vita.
La Gemmoterapia è una metodica terapeutica appartenente
all’antica Fitoterapia che utilizza soluzioni in prima
diluizione decimale (1DH) di macerati idrogliceroalcolici
di estratti vegetali freschi; sono costituiti da tessuti
meristematici come le gemme, i germogli, i boccioli, i
giovani getti, le giovani radici, gli amenti, la linfa, i semi
o altri tessuti embrionali di vegetali in fase di crescita. Si
definisce anche Meristemoterapia poiché il meristema è
il tessuto embrionale di origine vegetale dove si ritrovano
le caratteristiche anaboliche totali della cellula vegetale,
(indipendentemente dall’età della pianta stessa), con tutte
le sue potenzialità che non si ritrovano più nella pianta
adulta; infatti tutti i tessuti utilizzati per la preparazione
del meristemoterapico, essendo di origine embrionale,
contengono molte più sostanze attive di quante non siano
presenti nella stessa pianta adulta.
La Gemmoterapia è multifunzionale poiché ha risonanza
con specifiche linee cellulari a seconda della pianta;
ma la funzione è anche aspecifica perché invece di
aggiungere, di inibire, di bloccare recettori, si occupa
umilmente di pulire, di ordinare, lasciando che sia poi il
sistema organico a fare ciò per cui sarebbe programmato:
rigenerarsi, recuperare flessibilità, idratare riducendo
i segnali infiammatori, ottimizzando e ripristinando
gradualmente le funzioni.
Se un farmaco agisce come un generale che comanda i
soldati ad eseguire un ordine, un Gemmoderivato è come
se fosse un amico che ti accompagna con calma a fare ciò
che è risonante con le tue capacità. Questo si manifesta
grazie all’attivazione di un’efficace eliminazione
delle tossine, al fine di rendere efficiente l’organismo
nell’attivare senza difficoltà, un processo di autogestione
verso il benessere (omeostasi-autoguarigione).
Oltre la funzione di drenaggio, il Gemmoderivato ha
una specifica risonanza con determinate linee cellulari
o determinati organi, e contemporaneamente sono affini
a determinate fasi della malattia. Quindi alcune piante
sono più indicate nella gioventù, altre in età anziana e lo
stesso vale per esordi di malattie o problemi cronici.
Il Gemmoderivato quindi è un’eccellenza rispetto
le tradizioni erboristiche e contemporaneamente è
innovativo, sicuro e compatibile nel caso di associazione
con altri metodi di cura; infatti sfrutta il potenziale invece
che l’azione diretta.
La Gemmoterapia nasce grazie agli studi fatti dal medico
omeopata dott. Pol Henry (1918-1988) che operò a
livello clinico le potenzialità di questi rimedi. Egli creò
tre vie di utilizzo, tra cui un metodo analogico basato
sul parallelismo esistente tra l’evoluzione delle foreste,
le modificazioni del terreno che esse provocano e le
corrispondenze esistenti tra le alterazioni patologiche del
terreno umano, evidenziate dall’analisi dell’elettroforesi
delle proteine. Pol Henry ebbe un’intuizione brillante
nell’utilizzare le gemme degli alberi e certamente la
conoscenza dell’omeopatia lo aiutò particolarmente.
La funzione principale delle gemme è la generica assenza
di tossicità e la facilità con cui possono essere associati
ad altri rimedi, sia della medicina allopatica, sia della
medicina non convenzionale.
I gemmoderivati possono essere preparati in forma
di gocce, da diluire in acqua secondo le indicazioni
specifiche ed individuali oltre che secondo il parere del
professionista.
Alla base di questa pratica terapeutica si riconoscono
quattro principi fondamentali. Dato che la vita è
garantita da una continua dinamizzazione cellulare,
l’azione terapeutica si manifesta attraverso cellule in fase
di potenziale divisione che siano in grado di stimolare
altri tessuti cellulari alla riparazione e rivitalizzazione;
Dato che la vita animale dipende da quella vegetale,
le cellule vegetali possono rigenerare quelle animali
nell’alterazione dell’omeostasi; gli alberi sono l’identità
vegetale in cui l’energia vitale è più attiva, dato che
nell’alternarsi delle stagioni possiamo assistere ad un
grande rinnovamento cellulare. Tutti i tessuti delle
NERO GIARDINI
STONEFLY
CAFE' NOIR
IGI & CO
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S.Lazzaro Di Savena
@patty_scarpe
piante in via di divisione (meristemi) sono i più adatti a
detossificare, rigenerare e nutrire le cellule del tessuto
animale; Le betulle e le querce sono le piante che
possiedono una più spiccata capacità di resistenza,
adattamento e rigenerazione; i loro tessuti embrionali
sono alla base della terapia con gemmoderivati.
I gemmoderivati sono quindi particolarmente ricchi in
enzimi o catalizzatori (acceleratori) di funzione, fattori di
crescita (auxine), acidi nucleici, amminoacidi, vitamine e
ormoni vegetali specifici, in base alle caratteristiche della
pianta di riferimento, che conferirà particolari proprietà
terapeutiche al preparato.
Ritengo che la Gemmoterapia vada fatta conoscere e
resa fruibile perché si adatta perfettamente al concetto e
alla pratica della prevenzione che è la prima forma di
cura. Non a caso però, fatica a essere recepito il valore di
questo tipo di metodo di cura e di terapia; infatti sono rari
i claims riferiti alle gemme negli allegati ministeriali alla
voce generica ed inappropriata di “integratori”.
La gemmoterapia infine, è un sistema meraviglioso
per comunicare direttamente alle cellule messaggi ed
informazioni sulla stessa lunghezza d’onda, al fine di
accompagnarlo in modo dolce e profondo, in piena
linea con la vis medicatrix naturae cioè il potere di
autoguarigione insito nelle nostre cellule quando non
sono inquinate.
Pattyscarpe
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IL RICONOSCIMENTO
GLI IMPEGNI PER IL FUTURO
Via degli Dei
La Via degli Dei è il
primo cammino al mondo a
diventare una destinazione
sostenibile ed è anche
quello che ha l’età media
più bassa in Italia
Giovane,
di moda
e pure
inclusiva
Testo di Francesca Biagi
La Via degli Dei in un solo anno ha
raggiunto due importanti traguardi: è il
primo cammino al mondo a diventare
ufficialmente una destinazione
sostenibile ed è l’itinerario in Italia più
frequentato dalle nuove generazioni.
Che queste due caratteristiche siano
correlate?
Il primo risultato era ormai nell’aria,
frutto di un lavoro iniziato nel 2023,
dopo oltre un anno di verifiche da parte
degli auditor di Vireo, società italiana
incaricata dal Global Sustainable
Tourism Council, che hanno messo
sotto esame l’organizzazione del
L’età media dei camminatori
(campione di 5.300 persone)
Gennaio: 35,5 anni
Febbraio: 43,7 anni
Marzo: 39,4 anni
Aprile: 38,8 anni
Maggio: 43,5 anni
Giugno: 41,2 anni
Luglio: 36,9 anni
Agosto: 33,7 anni
Settembre: 35,9 anni
Ottobre: 43 anni
Novembre: 39,6 anni
Dicembre: 40 anni
Media complessiva: 38,7
cammino, analizzandone la gestione,
la sostenibilità sociale, ambientale
ed economica secondo i criteri
internazionali declinati dai 17
Sustainable Development Goals delle
Nazioni Unite (la famosa Agenda
2030).
Il forte sistema di governance, il lavoro
in rete per unire 130 chilometri, 12
comuni e 150 operatori, l’accoglienza
come tratto distintivo e la voglia di non
fermarsi mai sono stati gli elementi
che hanno convinto GSTC a indicare
la Via degli Dei come cammino
sostenibile, scelta avvallata anche dai
dati che hanno visto per il 2024 circa
23.000 camminatori e un indotto di
circa 12 milioni di euro sul territorio
dell’Appennino.
La seconda indicazione invece arriva
dal questionario della credenziale
ufficiale, che è lo strumento principale
per un’analisi dei dati, dei target e dei
mercati da parte di Appennino Slow,
gestore della Via degli Dei e che è stato
compilato da un campione di circa
5300 persone.
Si conferma una leggera maggioranza
di camminatori maschili, la preferenza
a partire con amici, l’aumento della
suddivisione delle tappe dai 5 ai 6
giorni ma spicca senza dubbio una
tendenza che era già stata sottolineata
anche in passato: la Via degli Dei è un
cammino social, di “moda”, scelto dai
millennials ma anche dalla generazione
Z per mettersi alla prova e affrontare un
percorso che diventa una sfida, fisica e
mentale.
Una rete operativa - Lavorare in rete,
con un sistema di governance chiaro
e definito e una stretta collaborazione
tra Comuni, operatori economici,
associazioni e Cai.
Insieme pubblico e privato
- Ascoltare e coinvolgere
strategicamente per un piano di
azioni di sviluppo per scrivere
insieme un progetto di co-marketing
tra enti pubblici e operatori privati
La “restanza” in Appennino -
Continuare a sviluppare progetti
per offrire a giovani e residenti
la possibilità di non trasferirsi,
limitando il frequente fenomeno dello
spopolamento delle aree montane.
La mobilità alternativa - Non basta
camminare lungo la Via degli Dei, si
può arrivare al punto di partenza e
tornare dal punto di arrivo nel modo
meno impattante possibile, in treno.
Feste green lungo il cammino -
Gli eventi sono la linfa del nostro
Appennino, raccontano le tradizioni, i
sapori, la nostra identità. Tutti insieme
possiamo fare attenzione affinchè
Gli anni di media rilevati dalla
credenziale sono 38,7 ma scendono
a 33 e 36, rispettivamente nei mesi
di agosto e luglio, il periodo più
frequentato dell’itinerario. Questi dati
sono confermati anche dagli uffici
turistici, in particolare da infoSASSO,
infopoint di riferimento per la Via
del comune di Sasso Marconi, che
quotidianamente riceve richieste di
informazioni per la partenza, per la
suddivisione delle tappe, l’acquisto di
gadget o della cartografia. In aumento
anche i download della app ufficiale,
tendenzialmente utilizzata dagli under
50: nel 2024 sono state 12.262 le
persone che hanno effettivamente
scaricato la traccia sul cammino
percorrendolo, una indicazione
importante per la crescita di questi
strumenti digitali.
Infine l’ultimo indizio: la Via degli Dei
si è confermata l’itinerario più ricercato
sul portale camminiditalia.org, la più
grande community italiana sul trekking
nata nel 2017 con un sito da un milione
e mezzo di visite l’anno.
diventino manifestazione a bassa
impatto ambientale.
La Via degli Dei inclusiva - Dal
progetto “In Montagna sono tutti
uguali” alla sensibilizzazione
dell’inclusione in cammino: la natura
offre opportunità per tutti e fa sì che le
mancanze diventino opportunità.
I prodotti tipici locali - Dalla sua
creazione la Via degli Dei nasce
con uno scopo turistico e goliardico:
conoscere i prodotti a chilometro
zero. Tra osterie, agriturismi e
degustazioni scopriremo un cammino
di valorizzazione enogastronomica.
Un sentiero da “coltivare” -
Alluvioni, piogge, fango, siccità:
la fragilità della Via degli Dei
deve essere preservata da tutti
con piccole azioni da mettere in
atto quotidianamente ma anche
partecipazione nei momenti di
necessità.
Educare per crescere - Mai partire
impreparati per un cammino:
la natura va rispettata e quindi
conosciuta. Leggere, studiare,
Ogni anno, infatti, Cammini d’Italia
analizza le tendenze dei loro utenti
per individuare le mete più amate
dei camminatori di tutta Italia. Per
l’itinerario che collega Bologna a
Firenze sono state 80.000 le visite sulla
pagina del sito, con un campione che
vede il 41% sotto i 34 anni e il 63%
sotto i 44 e un distacco dal secondo
(il cammino dei Borghi Silenti) di oltre
30.000 click.
Che l’attenzione alle tematiche relative
alla sostenibilità e la scelta di questo
cammino da parte dei più giovani siano
correlate? In parte è molto probabile.
Secondo gli ultimi trend turistici, in
particolare secondo le indicazioni
di Sojern, azienda americana
specializzata in digital marketing del
settore turistico, Millennials e GenZ
sono più della metà della popolazione
mondiale e quindi le loro abitudini
di acquisto e spesa hanno un impatto
significativo sull’economia globale e
il settore viaggi. In media, i millennial
trascorrono 35 giorni di ferie all’anno,
seguiti da vicino dalla Gen Z con
prepararsi significa godere a pieno
dei territori che attraverseremo.
La Via degli Dei, tutto l’anno - Non
solo ponti e agosto: il cammino in
Appennino può essere percorso
365 giorni, in ogni stagione con le
sue peculiarità. Servono solo giuste
accortezze e una buona attrezzatura!
29 viaggi all’anno. Tuttavia, queste
generazioni non si limitano a viaggiare:
danno una maggiore importanza
alla sostenibilità e tengono conto
dell’impronta ambientale nelle loro
scelte di viaggio.
Sempre secondo Sojern, la richiesta
di viaggi sostenibili è in continua
crescita e il 77% delle persone di età
compresa tra 18 e 29 anni riferiscono
che la sostenibilità influisce sulle
loro decisioni di viaggio. Cercano
destinazioni che mettano il pianeta
al primo posto e offrano esperienze
ecologiche uniche e autentiche.
La certificazione come primo
cammino al mondo quale destinazione
sostenibile va incontro dunque a
questo trend. Un grande merito
quindi alla Via degli Dei che, anche
questa volta, ha saputo “cogliere”
un’opportunità e organizzarsi con
impegno e dedizione alla causa
della certificazione per attestare, con
professionalità e lungimiranza, il suo
impegno verso l’ambiente (cavalcando
anche le tendenze di viaggio globali!).
18
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APPUNTAMENTI
Musica, cultura e tradizione: dal
10 al 13 aprile torna il Festival
che celebra il simbolo di Budrio
Il magico
mondo
dell’Ocarina
Testi di Valentina Balletti
Il Festival Internazionale dell’Ocarina
di Budrio, giunto alla sua dodicesima
edizione, si terrà dal 10 al 13 aprile 2025,
celebrando lo strumento simbolo del
patrimonio culturale budriese.
L’ocarina è uno strumento musicale
a fiato di forma ovale, generalmente
costruito in terracotta. La sua invenzione
risale al 1853, quando il diciassettenne
Giuseppe Donati di Budrio ideò una
versione migliorata dei flauti globulari
in terracotta, trasformandoli in strumenti
musicali completi. Il nome “ocarina”
deriva dal termine dialettale bolognese
“ucaréina”, diminutivo di “oca”, in
riferimento alla forma che ricorda il
profilo di un’oca senza testa. Donati
non si limitò a costruire ocarine di una
sola dimensione, ma creò una famiglia
di strumenti di diverse taglie, intonati tra
loro. Questo portò alla formazione del
©Wildlab
primo gruppo ocarinistico budriese, che
iniziò la sua attività negli anni ‘60 del XIX
secolo, esibendosi con successo in Italia
e in Europa.
L’ocarina si diffuse ulteriormente nel XX
secolo, trovando popolarità in paesi come
Corea, Giappone, Cina, Perù, Francia,
Inghilterra, Ungheria e Stati Uniti. Più
recentemente, nel 2024, l’ocarina di
Budrio ha ottenuto il riconoscimento
di Denominazione Comunale (De.
Co), importante strumento di tutela e
preservazione del patrimonio culturale
locale.
Il Festival
Il Festival Internazionale dell’Ocarina di
Budrio nasce con l’obiettivo di celebrare
e promuovere questo strumento unico,
profondamente radicato nella cultura
locale. La manifestazione biennale,
quest’anno riproposta eccezionalmente
dopo l’edizione del 2024 arrivata dopo
5 anni di stop, attira musicisti, artigiani e
appassionati da tutto il mondo, offrendo
concerti, danze ed eventi didattici.
Il festival costituisce un momento
fondamentale per valorizzare l’ocarina in
tutte le sue forme e per riunire la comunità
musicale che ne preserva la tradizione
artigianale e la memoria, rappresentando
un’occasione unica per immergersi nella
tradizione musicale locale e scoprire le
melodie affascinanti di uno strumento
che continua a incantare generazioni di
appassionati.
Gli appuntamenti
L’inaugurazione del festival, il 10 aprile
alle 21 al Teatro Consorziale di Budrio,
con ELIO nello spettacolo “Le Sottilissime
Astuzie di Bertoldo”, una rivisitazione
dell’opera di Giulio Cesare Croce,
accompagnato da Soqquadro Italiano e
dal Gruppo Ocarinistico Budriese.
Si prosegue l’11 aprile alle ore 9 sempre
al Teatro Consorziale con Ocarinando,
Foto @Museo dell’Ocarina
San Giovanni in Persiceto
dove gli allievi del Progetto Ocarinando
porteranno sul palco i risultati del
loro percorso didattico. La giornata si
concluderà alle 21 con Ocarina Legends
from the World, un concerto che riunisce
musicisti internazionali sul palco del
Teatro Consorziale.
Il 12 aprile, alle 11:30, alle Torri
dell’Acqua, Robert Hickman terrà un
laboratorio sulle potenzialità dell’ocarina
nella musica irlandese. La serata si
animerà con il Gran Gala dell’Ocarina
alle 21 al Teatro Consorziale e, alle 23,
con l’esibizione di Godblesscomputers
insieme all’ocarina elettronica di Fabio
Galliani presso Le Torri dell’Acqua.
L’ultima giornata del festival, il 13 aprile,
inizierà alle 12 con Primi passi con
l’Ocarina, un laboratorio introduttivo
tenuto sempre da Robert Hickman. Nel
pomeriggio, alle 14:30 e alle 16:00, si
terranno visite guidate all’Accademia dei
Notturni, nota come la “piccola Versailles
bolognese”. Il festival si concluderà alle
17 con il concerto dei Modena City
Ramblers al Teatro Consorziale, che
presenteranno il tour “Appunti Resistenti”
in occasione dell’80° anniversario della
Liberazione.
Programma completo e informazioni:
www.ocarinafestival.org
FB: Ocarina Festival Budrio
IG: @ocarina_festival
APPUNTAMENTI
In primavera in Appennino
Lo Yunka
Festival a
Monte Bibele
Dal 31 maggio al 2 giugno 2025
Monte Bibele (Monterenzio) ospiterà lo
Yunka Festival, un evento dedicato alla
community di Cammini d’Italia quest’anno
in collaborazione con Appennino Slow.
La manifestazione prevede tre giorni
dedicati totalmente alla natura e allo sport
outdoor, con tantissime attività legate
al mondo del trekking. Sarà possibile
partecipare anche a sessioni di yoga,
workshop di bushcraft, escursioni sul
territorio alla scoperta dei Cammini più
IN CALENDARIO
4 maggio
Festa di primavera
(Castiglione dei Pepoli)
31 maggio - 2 giugno
Yunka Festival
(Monterenzio)
28-29 giugno
Della Lana e della Seta -
Festa della Via e di tutti i
Cammini
(Castiglione dei Pepoli)
31 luglio - 3 agosto
Fiera di San Lazzaro
6-8 settembre
Fiera di Sdaz
(Pontecchio Marconi)
famosi che attraversano queste zone
(La Via degli Dei e la Via Mater Dei).
Le attività saranno intervallate da un
programma di incontri e conferenze con
esperti e con le icone pop dei cammini
italiani.
28-29 giugno
UN FINE SETTIMANA SULLA VIA
DELLA LANA E DELLA SETA
Il weekend del 28 e 29 giugno
2025 invece sarà dedicato alla
Via della Lana e della Seta, con
l’ormai consueto appuntamento
tra Castiglione dei Pepoli e
Montepiano. Per due giorni la
Via sarà l’assoluta protagonista
dell’evento, con attività dedicate,
concerti e stand gastronomici tipici.
Si tratta di un’occasione perfetta per
conoscere il Cammino e esplorare
il territorio appenninico dal punto
di vista naturalistico, storico e
enogastronomico!
Il programma aggiornato sarà
disponibile su: https://www.
viadellalanaedellaseta.com/festa
Durante lo Yunka sarà possibile per tutti
i partecipanti campeggiare presso l’area
attrezzata, dotata di servizi e punti di
ristoro. Saranno presenti anche stand dei
cammini italiani e mercatino con prodotti
prodotti e artigianato locale.
20
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IN GIRO CON EXTRABO
Una primavera alla scoperta del territorio
Camminare per ricordare
sui sentieri partigiani
Testi di Veronica Righetti
Le iniziative di eXtraBO offrono
l’opportunità di vivere esperienze
uniche, immergendosi nella natura e
nella storia dell’Appennino bolognese:
che si tratti di percorrere i sentieri
della Resistenza o di partecipare a
laboratori e escursioni pensate per i più
piccoli, ogni attività è progettata per
promuovere la conoscenza e il rispetto
del territorio.Partecipando a queste
esperienze, non solo si scoprono luoghi
affascinanti, ma si contribuisce anche
alla valorizzazione e alla promozione
di un importante patrimonio culturale
e naturale. eXtraBO vi invita a
unirvi a queste avventure, per vivere
appieno tutto ciò che l’Appennino
bolognese ha da offrire. Dai sentieri
della Resistenza alle esplorazioni di
eXtraBimbi, il filo conduttore è sempre
lo stesso: riscoprire il territorio con
consapevolezza, stupore e rispetto.
Perché camminare non è solo
spostarsi da un luogo all’altro, ma
anche imparare a vedere, ascoltare
e comprendere. Che sia attraverso
la memoria del passato o lo sguardo
curioso dei bambini, ogni passo
nell’Appennino Bolognese diventa
un tassello di un racconto più grande,
tutto da scoprire.
Tutte le attività si possono prenotare
sul portale www.extrabo.com oppure
presso l’ufficio in piazza Nettuno 1
a/b a Bologna (contatti: 051 6583109 /
extrabo@bolognawelcome.it).
Sui sentieri della Resistenza
Ci sono luoghi in cui il tempo sembra
essersi fermato, dove il silenzio dei
boschi racconta storie di coraggio,
dolore e speranza. L’Appennino
bolognese è uno di questi luoghi:
un teatro naturale in cui la storia ha
lasciato tracce indelebili. Durante la
Seconda Guerra Mondiale, queste
montagne furono lo scenario di
aspri combattimenti tra i partigiani,
le truppe nazifasciste e gli eserciti
alleati. Oggi, attraverso il cammino,
possiamo rievocare quelle vicende e
rendere omaggio a chi ha lottato per
la nostra libertà. Quattro trekking,
organizzati da eXtraBO, offrono
un’occasione unica per immergersi
nella memoria storica e nel paesaggio
della nostra montagna, ripercorrendo
sentieri che ancora custodiscono il
ricordo di quegli eventi cruciali.
Sabato 5 aprile 2025
Il caso Paolo Fabbri
Sassane e Pietracolora sono piccoli
centri dell’Alto Appennino bolognese,
incastonati tra boschi rigogliosi e
sentieri nascosti. Nel 1945, proprio
in questi dintorni, si spense Paolo
Fabbri, fondatore delle brigate
Matteotti, ucciso in circostanze che
restano ancora avvolte nel mistero. Il
cammino si snoda proprio nei luoghi
dove si consumò questa vicenda, e
sarà arricchito dalla voce di Enrico
Verdolini, autore del libro Il Caso
Paolo Fabbri, edito da Pendragon. Un
trekking letterario che unisce il piacere
della scoperta alla profondità della
narrazione storica: passo dopo passo,
si ripercorrerà la storia di Fabbri, il
contesto in cui operava e il sacrificio
di chi scelse la via della Resistenza.
L’Appennino, con i suoi sentieri che
si intrecciano tra passato e presente,
diventa così un grande libro aperto,
da leggere con attenzione e rispetto.
Lunedì 21 aprile 2025
La battaglia di monte Catarelto
Monte Catarelto, una vetta che si
erge tra le vallate dell’Appennino
bolognese, fu il punto cruciale della
prima linea difensiva tedesca. In quei
giorni di guerra, tra il fragore degli
scontri e il rombo dell’artiglieria,
echeggiavano le cornamuse degli
Scozzesi della Scot Guards, che
suonavano per dare coraggio ai
compagni e onorare i caduti. Oggi,
il silenzio della montagna custodisce
quelle memorie, che rivivono nel
cammino tra i sentieri di queste
alture. L’escursione non è solo un
percorso fisico, ma un viaggio nella
storia di uomini venuti da lontano
per combattere su queste terre. Alla
fine del trekking, la visita all’Oak
Tree Ranch ci permette di toccare
con mano il passato: reperti originali,
conservati con cura dai proprietari,
raccontano episodi dimenticati,
svelando dettagli di una battaglia che
segnò il destino della Linea Gotica.
Sabato 26 aprile 2025
Sulla Linea Gotica
Tra le alture di Castel d’Aiano, tra
sentieri che si perdono nei boschi e
paesaggi che si aprono su panorami
sconfinati, si trova il Museo delle
Storie...dalla Linea Gotica. È qui
che ha inizio il nostro cammino:
un’immersione nella memoria, tra
oggetti e documenti che raccontano
la vita al fronte tra il 1944 e il 1945.
Poi, zaino in spalla, ci addentriamo
nei sentieri che videro avanzare le
truppe alleate, affrontare le asperità
del terreno e la durezza dell’inverno
appenninico. Ogni sasso, ogni rovina,
ogni traccia ancora visibile diventa
una testimonianza di ciò che è stato.
Al rientro, la visita al museo chiude
il cerchio: i racconti si intrecciano
con le immagini, con i reperti, con
le parole di chi ha raccolto queste
memorie per restituirle al presente;
un’esperienza intensa, che lascia un
segno profondo in chi la vive.
Sabato 3 maggio 2025
Sentieri a Monte Sole
Il parco storico regionale di Monte
Sole è l’unica area protetta della
nostra regione ad avere l’appellativo
di “storico”, per via delle tristi e
tragiche vicende che avvennero tra
le dorsali appenniniche a cavallo
tra il fiume Reno e la valle del Setta.
L’escursione toccherà proprio i
luoghi simbolo del barbaro eccidio
Alberi, lucciole e altri animali
fantastici per stupirsi della natura
Tante avventure
con eXtraBimbi
Un percorso con tante attività adatte a bambini tra
i 6 e i 12 anni, con laboratori e esperienze all’aria
aperta dedicate alla natura che ci circonda.
Sabato 5 e 21 aprile 2025
Noi Siamo Albero!
Un viaggio nelle radici della vita
Un laboratorio per esplorare il mondo vegetale, scoprendo connessioni
tra la loro vita e quella degli alberi, fino a creare il proprio albero di famiglia.
Dopo aver piantato le radici di questa nuova consapevolezza, il viaggio
prosegue nel Parco La Martina lunedì 21 aprile 2025. Camminando tra
i boschi e le radure, sotto l’ombra di querce secolari, si ascolteranno le
storie che le piante sussurrano nel vento.
Domenica 4 maggio 2025
Piccoli animali fantastici e dove trovarli
Il mondo nascosto sotto i nostri piedi
Gli insetti e i piccoli animali spesso passano inosservati, eppure il
loro mondo è straordinario. Attraverso giochi e osservazioni con lenti
d’ingrandimento, i bambini scopriranno come comunicano, come
si difendono e come interagiscono con l’ambiente. L’esplorazione
proseguirà dal vivo ai Giardini Margherita, un angolo di verde in città.
Lucciole all’Oasi – La magia della notte - Domenica 18 maggio 2025
Nell’Oasi della Bisana, al calare del sole, un sentiero illuminato da
piccole luci danzanti guiderà bambini e genitori in un viaggio nella notte.
Le lucciole sveleranno il fascino del buio, insegnando ai più piccoli a non
averne paura, ma ad ascoltarlo e viverlo come un alleato.
Sabato 7 giugno 2025
Nel buio
In questo laboratorio, bambini e genitori seguiranno un percorso fatto di
ascolto, gioco e scoperta. Conosceremo gli abitanti notturni del nostro
territorio, ne impareremo i segreti e impareremo a fidarci del buio e dello
spazio intorno a noi.
Domenica 29 giugno 2025
Vite notturne
Andiamo a scoprire chi si diverte a scorrazzare tra gli alberi e le acque
della Rizza con questa facile escursione notturna, dove cercheremo di
farci amica la notte e tutti i suoi abitanti!
INFO E PRENOTAZIONI
www.extrabo.it | 051 6583109 | extrabo@bolognawelcome.it
che avvenne nei borghi di Caprara
e Casaglia, ad opera delle truppe
nazifasciste.
Camminare per ricordare
Ogni passo su questi sentieri è
un atto di memoria. Camminare
tra le montagne che furono teatro
della Resistenza significa non solo
ammirare la bellezza dell’Appennino,
ma anche ascoltarne la voce, lasciarsi
attraversare dalla sua storia. I trekking
organizzati da eXtraBO non sono
semplici escursioni: sono viaggi
nella coscienza di un territorio,
occasioni per comprendere, riflettere
e, soprattutto, non dimenticare.
Perché il passato non resti solo nei
libri, ma continui a vivere, tra le
radici degli alberi e i sentieri di
montagna, nel cuore di chi sceglie di
camminare per ricordare.
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Foto Bologna Welcome
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SUCCEDE SOLO A BOLOGNA
DA NON PERDERE
“Strazzaroli Sky Experience”
per ammirare la città dall’alto
e per conoscere l’antica
sede della corporazione dei
mercanti di stoffe
Una terrazza
all’ombra delle Torri
Curiosi di ammirare le Due Torri di
Bologna da vicino e da un’altezza di
circa 25 metri? Da qualche settimana
è finalmente possibile! Succede
solo a Bologna ha infatti lanciato la
“Strazzaroli Sky Experience”, un nuovo
percorso turistico che permette di
ammirare, da una prospettiva insolita,
la città dall’alto, al cospetto delle Due
Torri. Protagonista di questa inedita
esprienza è Palazzo Strazzaroli, luogo
ricco di storia situato in Piazza di Porta
Ravegnana, proprio di fronte alla Torre
degli Asinelli e alla Garisenda.
Il percorso ideato da Succede solo a
Bologna permette di salire fino alle
due terrazze panoramiche in cima al
Palazzo, da cui si spalanca agli occhi
dei visitatori una vista mozzafiato e
inedita sul centro storico di Bologna
e perfino oltre. La cattedrale di San
Pietro, la Torre Prendiparte, il ghetto
ebraico, campanili, palazzi storici e
ovviamente le torri cittadine, tra cui,
protagoniste assolute, la Asinelli e
la Garisenda, che svettano proprio a
pochi metri di distanza: queste sono
solo alcune delle bellezze che è
possibile scorgere.
“Strazzaroli Sky Experience” è
aperta il sabato e la domenica e a
partire dal mese di aprile anche il
venerdì, con cinque fasce orarie di
accesso, tra le 10 e le 16.30 (le visite
durano complessivamente 50 minuti
ciascuna). Accompagnati dallo staff di
Succede solo a Bologna, il gruppo di
visitatori salirà fino alle due terrazze,
Vista dalla terrazza di Palazzo Strazzaroli
con vista verso le Due Torri da un lato
e verso la Cattedrale dall’altro. La visita
sarà anche l’occasione per ricordare
la storia di Palazzo degli Strazzaroli -
costruito fra il 1486 e il 1496 -, detto
anche “dei Drappieri”, perché antica
sede della corporazione dei mercanti
di stoffe. Il Palazzo è anche celebre
per la cosiddetta “Madonna del
Campanello”, che si trova al centro
della facciata ed è spesso coperta
da un drappo rosso. Si tratta di una
statua che raffigura una Madonna
con Bambino e viene scoperta solo
una settimana all’anno, quando la
Madonna di San Luca è in città. In
questa speciale occasione, quando
all’opera viene tolto il telo rosso, si è
soliti suonare un campanello, da qui il
nome di “Madonna del Campanello”.
“Strazzaroli Sky Experience” si
aggiunge agli altri percorsi turistici
all’interno di punti panoramici,
proposti finora da Succede solo a
Bologna. Dal 2017 è aperto il San
Luca Sky Experience, che permette
di visitare la cupola del Santuario di
San Luca e, attraverso le antiche scale
a chiocciola, ammirare da un’altezza
di circa 42 metri i colli bolognesi, il
centro di Bologna e l’Appennino. Con
la Prendiparte Sky Experience è invece
possibile salire tutti i dodici piani della
Torre Prendiparte, la seconda più alta
di Bologna, per osservare da un’altezza
di circa 60 metri, un panorama a 360°
sulla città.
Info e prenotazioni:
www.succedesoloabologna.it
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L’iniziativa con confguide
Un progetto condiviso per rigenerare
il giardino di Piazza XX Settembre con
un mix di attività culturali, ricreative e
commerciali tutti i giorni fino a sera
XXL e la Piazza
torna Libera
Testi di Sandra Sazzini - Confguide
Nel 2025 si è avviato XXL Piazza Libera, una serie
continuativa di manifestazioni per rigenerare l’area intorno
al Cassero di Porta Galliera attraverso un nutrito programma
di attività, occasioni di incontro, offerte culturali, sportive e
commerciali.
Il progetto prende le mosse da un bando del Settore Cultura
e creatività del Comune di Bologna vinto da Confcommercio
Ascom Bologna. La co-progettazione e l’ampia condivisione
hanno consentito di mettere in campo iniziative diversificate,
volte ad aumentare la sicurezza e la vivibilità dell’area,
valorizzando il giardino esistente tra i viali di circonvallazione
e la piazza e creando un ambiente gradevole per la sosta
di famiglie, cittadini, city users e turisti. Così il giardino
di Piazza XX Settembre sarà protagonista e non più luogo
di frettoloso passaggio: dalle 9 alle 23 saranno aperti una
giostra per i bambini a cura dell’Associazione Vivere la Città
e un piccolo punto di ristoro. I partner di progetto hanno
contribuito secondo le proprie competenze: Emil Banca con
il proprio know-how a realizzare eventi culturali e sportivi,
Bologna Welcome e Canali di Bologna nelle iniziative legate
al turismo. Nei prossimi mesi le associazioni Fipe Bologna,
Sfogline, Panificatori, Salsamentari e Cuochi Bolognesi
promuoveranno i prodotti del territorio, Da.Ri. srl organizzerà
attività sul tema del verde e FeedNFood proporrà eventi
dedicati al cibo, mentre l’associazione Stay Serena porterà
in piazza manifestazioni culturali. Altri eventi musicali e
sportivi avranno come protagonisti la Scuola di Ballo Gabusi,
LE VISITE GUIDATE E IL PROGRAMMA DELLE ALTRE ATTIVITÀ
Queste le date delle visite (gratuite
ma con prenotazione obbligatoria)
di aprile e maggio. Per le visite
successive e per le altre attività della
Piazza si deve fare riferimento al sito
di Confcommercio Ascom Bologna.
Giovedì 03 aprile e 22 maggio 2025,
h. 16.30 con la guida Sandra Sazzini
Le acque tra i due Porti di Bologna
Sulle tracce delle acque e dei Porti in
una città lontana dal mare: dal porto
dei Bentivoglio al mitico Cavaticcio,
attraverso via del Porto e via Polese
e la Riva di Reno con la Centrale
Idroelettrica e la Manifattura delle Arti.
Giovedì 10 aprile, 8 maggio e 15
maggio 2025 h. 16.30 con la guida
Chiara Cariani
Napoleone a Bologna e la contessa
Cornelia Rossi Martinetti (en travesti)
La guida, in costume, nelle vesti di
Cornelia Rossi Martinetti, la contessa
più famosa e contesa dell’800,
ricorderà la visita di Napoleone a
Bologna nel 1805, con la scalinata
della Montagnola fortemente voluta
dell’Imperatore, raccontando gli
annedoti del tempo.
Giovedì 17 aprile 2025 h. 16.30 con
la guida Sandra Sazzini
Via Galliera: dalla rocca papale alla
rocca imperiale.
Si percorrerà la bellissima Via
Galliera, il Canal Grande di Bologna,
strada ricca di bei palazzi nobiliari e
teatro delle storie più intense della
città, fino a Porta di Castello.
La guida Chiara Cariani (in costume) assieme
alla presidente di Confguide Paola Balestra
Giovedì 29 maggio 2025 h. 16.30
con la guida Sandra Sazzini
Via Indipendenza, la grande Rue e il
post risorgimento a Bologna
Una piacevole camminata alla
riscoperta delle sculture e dei
momenti salienti del nostro
Risorgimento, Piazza VIII Agosto,
poi ancora Garibaldi e i luoghi dei
divertimenti bolognesi nel primo
Novecento.
PER TUTTI I PERCORSI
Punto di ritrovo: Giardinetto di Piazza
XX settembre davanti alla postazione
Bar.
PER INFO
E PRENOTAZIONI:
www.ascom.bo.it
Csi, Aics, Atlas, Orchestra Senza Spine e CE.S.CONF. 2 S.R.L.
Il nome stesso XXL Piazza Libera esprime lo spirito
dell’iniziativa: le due XX di Piazza XX Settembre incontrano
la L a formare una parola che indica immediatamente
qualcosa di grande, uno spazio “allargato”, aperto e ricco
di eventi e offerte ma anche uno spazio “liberato” dal senso
di insicurezza per dar vita a una “piazza pulita”, ovvero
liberamente fruibile da tutti i cittadini, attirati anche da
proposte accattivanti lungo l’intero arco della giornata.
Anche Confguide offre il suo contributo per recuperare la
vivibilità con una serie di visite guidate dedicate all’area
allargata di Porta Galliera, incluse l’elegante strada di
Galliera con i suoi portici riconosciuti dall’UNESCO, la Via
dell’Indipendenza con il suo moderno decoro e l’antico
Bologna
Porto. I primi appuntamenti di febbraio e marzo sono stati
accolti con grande favore dal pubblico: approfondire la
conoscenza storica e artistica di questo luogo suggestivo e
importante, che ancora oggi è la Porta nord della nostra città,
vicina a servizi essenziali per la mobilità come la stazione
ferroviaria, AV e delle autolinee, può servire ad accrescere la
consapevolezza del suo ruolo ieri e oggi.
Le rovine della Rocca Papale antistanti l’Autostazione ci
ricordano infatti la lotta secolare dei bolognesi per la libertà
cittadina ma non tutti sanno che nel 1896 esse furono
risparmiate durante i lavori per la costruzione della Scalea del
Pincio solo perchè l’operazione di demolizione e sgombero
non era stata inserita nell’appalto!
Sempre al Pincio, i bellissimi ma ormai quasi sconosciuti
altorilievi realizzati dai migliori scultori bolognesi della
Belle Epoque si offrono gratuitamente alla vista: dobbiamo
conoscerli per preservarli dall’ulteriore e immeritato
degrado! E lo sapevate che Bologna aveva due Porti? E che
Napoleone voleva che la Montagnola diventasse un giardino
bello come le Tuileries? Di queste e di altre storie si parlerà
durante le visite guidate di aprile e maggio (gratuite ma con
prenotazione).
L’inaugurazione con le autorità
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IN GIRO CON APPENNINOSLOW
Dal laghetto del Cavone allo Scaffaiolo e
ritorno passando dalla Croce
Un giro attorno al
Corno alle Scale
A cura di Valentina Fioresi
IN GIRO CON APPENNINOSLOW
Un giro per conoscere le formazioni
rocciose che dominano Riola di Vergato
Le grotte
di Soprasasso
A cura di Valentina Fioresi
Il Corno alle Scale (1945 mslm) è la cima
più alta dell’Appennino Bolognese, situata
nel comune di Lizzano in Belvedere. Tutta
la zona, all’interno dell’omonimo Parco
regionale, è un vero e proprio paradiso per gli
amanti dell’escursionismo e della bicicletta.
Oggi vi proponiamo un percorso ad anello
per raggiungere la vetta del Corno, dove non
è raro incontrare o sentir fischiare le marmotte
e durante i periodi di fioritura orchidee e
genziane colorano i crinali più elevati.
L’itinerario parte dal laghetto del Cavone,
zona strategica sia per trovare parcheggio
che per rifocillarsi. Il Cavone offre scorci
meravigliosi sia per apprezzare la flora estiva
che il foliage autunnale; in inverno a volte è
possibile ammirarlo ghiacciato e circondato
dalla neve.
Da qui si inizia a salire, seguendo le
indicazioni e la segnaletica del sentiero
CAI 335 fino alla Valle del Silenzio. Questo
è uno dei luoghi più suggestivi dell’intero
comprensorio: in mezzo scorre un piccolo
corso d’acqua (il Rio Piano) che delimita da
un lato gli ultimi alberi del bosco e dall’altro
i “canalini” del Corno, formazioni rocciose
che ricoprono parte della parete montuosa.
Qui si trova una flora che è già in parte
alpina, come la primula orecchia d’orso e la
genziana di Koch.
A questo punto si può scegliere come
raggiungere la cima del Corno alle Scale:
il percorso più semplice prevede di seguire
il sentiero CAI 335 verso il passo della
Porticciola, mentre il sentiero per escursionisti
esperti è il 129, che si arrampica verso la
vetta lungo il crinale per i Balzi dell’Ora
(non si tratta di un percorso attrezzato, ma
è comunque necessario avere una buona
esperienza di trekking per percorrere questo
tratto).
Una volta raggiunta la croce è d’obbligo
prendersi qualche minuto per ammirare il
paesaggio circostante che, nelle giornate
più limpide, regala panorami incredibili
che raggiungono il mare (a volte è possibile
scorgere l’Isola d’Elba) e le Alpi. Seguendo
poi il sentiero 00 (la GEA, Grande Escursione
Appenninica) si arriva al lago Scaffaiolo, un
piccolo lago ad alta quota che ricorda molto
gli specchi d’acqua alpini. Secondo una
leggenda se si lancia un sasso nelle sue acque
si scatenerà una tempesta: vi sconsigliamo di
provare per non rovinare l’escursione. Dopo
una sosta ristoratrice sulle rive dello Scaffaiolo
si può riprendere il cammino verso la fine del
trekking, concludendo l’anello tornando al
Cavone tramite il sentiero CAI 329.
Le grotte di Soprasasso sono formazioni rocciose molto
particolari situate pochi chilometri sopra l’abitato di Riola
di Vergato. Si tratta di grandi e profonde fenditure nella
roccia, scavate nell’arenaria che caratterizza molte aree
dell’Appennino che circa 30 milioni di anni fa componevano
un fondale marino. Ciò che rende tanto spettacolari e uniche le
grotte di Soprasasso è la presenza di numerosi “tafoni” (cavità
tondeggianti cosparse lungo le pareti delle fenditure) prodotti
dall’erosione dovuta all’acqua e al vento: questi conferiscono
all’area un aspetto davvero raro da osservare tra le nostre
montagne.
Per raggiungere le grotte è possibile camminare lungo il
percorso CAI 162A, che compone un anello sentieristico
con partenza lungo la strada che conduce da Riola a Monte
Cavalloro; è possibile anche iniziare a camminare già in paese,
ma significherebbe camminare per circa quattro km lungo la
strada asfaltata.
Il punto di partenza del sentiero è facilmente identificabile
grazie a un pannello illustrativo ben visibile dalla strada,
in corrispondenza di un piccolo spiazzo dove è possibile
parcheggiare l’auto. Il sentiero è stato recentemente ripulito e
nuovamente tracciato, sono stati aggiunti cartelli sentieristici
chiari e costruiti gradini che agevolano la salita nei punti
più ripidi: in generale il percorso presenta una difficoltà E
(escursionistica), adatto a tutti purché un minimo allenati.
La passeggiata è lunga circa 6 chilometri con 200 metri di
dislivello, inizia con alcune salite abbastanza decise che si
snodano attraverso il bosco misto, alternate ad alcuni tratti più
piani. Ad un certo punto sembra che il percorso attraversi una
proprietà privata: è sufficiente mantenersi precisamente sul
sentiero (che la costeggia) per evitare di sconfinare, poco dopo
è presente anche una piccola fonte.
Una volta arrivati proprio all’imbocco delle grotte consigliamo
di ammirare il panorama circostante, che partendo da
Montovolo arriva ad abbracciare il Corno alle Scale. É possibile
entrare nelle fenditure, avendo la sensazione di penetrare
all’interno della montagna: è importante evitare di danneggiare
le rocce, geologicamente abbastanza fragili e quindi ancora in
continua (lenta) evoluzione. Si tratta in totale di tre “grotte”:
quella dei Piatti, quella “di Soprasasso” e la “grotta Buia”.
Una volta esplorata (e fotografata) l’area si può proseguire lungo
il sentiero, attraversando un piccolo agglomerato di pungitopo
e successivamente un’altra parte di bosco, fino a raggiungere
un prato e poche case: a questo punto si scende su sterrato e
poi su strada asfaltata fino a raggiungere nuovamente l’inizio
dell’anello.
Una volta terminato il giro e recuperata l’auto si può proseguire
fino a raggiungere la chiesa di San Giorgio di Monte Cavalloro,
un edificio abbandonato che conferisce una nota suggestiva al
panorama sulla valle del Reno.
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e scopri tutti i percorsi
attorno al Corno
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e scopri il percorso
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2931
L’ANNIVERSARIO
I primi dieci anni del gruppo che coordina
le attività di alcune Guide Ambientali
Escursionistiche delle valli bolognesi
La Compagnia
delle Guide
A cura di Marco Albertini - Guida GAE
La Compagnia delle Guide Valli Bolognesi è nata per coordinare
l’attività di alcune Guide Ambientali Escursionistiche (GAE)
operanti prevalentemente nelle province di Bologna e
Modena, che si sono date alcuni obiettivi comuni: promuovere
la pratica dell’escursionismo e la frequentazione dell’ambiente
naturale con spirito di condivisione, amicizia e collaborazione
e nel contempo, e contribuire a valorizzare le tante attività
che agiscono sul nostro territorio che, pur essendo di qualità,
sovente si trovano marginali ai percorsi del “grande turismo”.
Abbiamo richiesto un piccolo spazio alla redazione di “Nelle
Valli Bolognesi” per celebrare un importante traguardo: sono
trascorsi 10 anni dai primissimi incontri organizzativi, che
hanno poi portato, a fine settembre del 2016, all’inizio effettivo
della nostra attività
In questo decennio di lavoro, abbiamo cercato di ricambiare
l’interesse e l’affetto dimostrato da tanti amici escursionisti,
portando avanti i principi fondanti del nostro progetto: per
raggiungere questo obiettivo, nei nostri programmi abbiamo
raccolto proposte escursionistiche molto varie, facendo
risaltare gli interessi e le inclinazioni personali di tutti i
componenti della Compagnia. I risultati del nostro impegno
non sono mancati: il numero delle Guide abilitate operanti nella
Compagnia è praticamente raddoppiato rispetto a quello dei
fondatori e il nostro raggio d’azione ha ampiamente valicato i
confini regionali, grazie anche alla collaborazione con agenzie
di viaggio e tour operators qualificati. Sono stati mantenuti i
criteri fondamentali per esercitare l’attività all’interno del
nostro progetto: tutte le Guide della Compagnia sono abilitate
ufficialmente dalla Regione Emilia-Romagna e iscritte
all’Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche
(AIGAE), unica Associazione di Categoria riconosciuta dal
Ministero dello Sviluppo Economico, che garantisce l’iscrizione
al Registro Nazionale delle Guide Ambientali Escursionistiche,
il possesso di idonea assicurazione di responsabilità civile e il
costante aggiornamento professionale mediante l’acquisizione
di crediti formativi. Ecco perché chi partecipa alle nostre
escursioni può contare su un servizio di accompagnamento
professionale, ma contraddistinto da un clima informale e
amicale, dove anche l’aspetto relazionale, solidale e conviviale
è fondamentale per la buona riuscita dell’escursione.
Per partecipare alle nostre iniziative sono sufficienti una certa
abitudine alle passeggiate, amore e rispetto per l’ambiente e
l’attrezzatura base in possesso di ogni escursionista, anche alle
prime esperienze.
Tutte le informazioni sulla nostra attività possono essere
acquisite consultando il sito www.guidevallibolognesi.it (dove
è possibile scaricare i programmi trimestrali in formato PDF,
consultare le schede dettagliate delle singole escursioni e
iscriversi deirettamente alla mailing list); seguendo la pagina
Facebook @guidevallibolognesi; iscrivendosi al gruppo
WhatsApp di sola lettura “Proposte Guide Compagnia”,
contattando una delle Guide ai recapiti indicati in tutti i nostri
canali promozionali; o inviando una email a:
info@guidevallibolognesi.it
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Zaino in spalle e sacco a pelo? Lungo
i cammini del nostro Appennino l’ospitalità
è alla portata di tutti
Lungo la Via degli Dei e la Via della
Lana e della Seta si trovano molte
opzioni per pernottare e mangiare a
buon prezzo, perfette per chi affronta
il cammino con spirito d’avventura.
In primavera è ancora presto per
dormire sotto le stelle: meglio prenotare
un letto in un ostello, in una
locanda o in un agriturismo a conduzione
familiare.
Ecco alcune soluzioni per organizzare
il cammino in maniera economica
tra città d’arte e soste intermedie.
Sapevi che a Bologna puoi trovare
due ostelli dove timbrare la tua credenziale
della Via degli Dei?
Sono il Combo Hostel, a due passi
dalla stazione, e il Dopa Hostel, all’interno
di un palazzo di inizio novecento
nella caratteristica e centralissima
zona universitaria del centro di
Bologna. In entrambi trovi uno staff
giovane e multilingue e informazioni
sulla città e i suoi dintorni. Gli ostelli
sono ormai strutture fornite di tanti
servizi, con wifi in tutti gli ambienti,
servizio biancheria e prima colazione.
Al Dopa Hostel sono a disposizione
degli ospiti dei computer collegati
a internet, un servizio stampa e il
noleggio bici, al Combo Hostel un deposito
bagagli e un parcheggio, una
cucina comune, una lavanderia, una
sala cinema e un ampio giardino con
sdraio e tavolini all’aperto.
Combo Hostel
Via De’ Carracci 69/14 - Bologna
Tel. 0510397900
Mail:
hello.bologna@thisiscombo.com
www.viadeglidei.it/bologna/combo-hostel-bologna
Dopa Hostel
Via Irnerio, 41- Bologna
Tel. 0510952461
Mail: info@dopahostel.com
www.viadeglidei.it/bologna/dopa-hostel
Procedendo lungo il cammino, se
vogliamo sostare a Casalecchio appena
lasciato il capoluogo, Giulia vi
aspetta nel B&B Alle Porte del Parco,
a circa 300 metri dal Parco Talon.
Ristrutturato nel 2023, l’ostello offre
camere doppie e triple, con bagno
privato e cucina, oltre che soluzioni
in camerata per gruppi più numerosi.
Un bel progetto di inclusione sociale
è quello della Cooperativa Copaps,
che gestisce la struttura Agriturismo
Parco della Chiusa, immerso
nella natura rigogliosa dell’omoni-
mo parco, in un’atmosfera serena e
tranquilla, dove l’ospite può godere
di un’esperienza autentica di agriturismo,
partecipando alle attività
agricole dell’azienda e assaporando
la cucina locale.
Alle Porte del Parco
Via Andrea Costa 8 - Casalecchio di
Reno (BO)
Tel. 3332811430
Mail: info@alleportedibologna.it
www.viadeglidei.it/casalecchio-di-re-
no/alle-porte-del-parco-
Agriturismo Parco della Chiusa
Via Panoramica, 36
Casalecchio di Reno (BO)
Tel. 3485252452
Mail: info@agriturismoparcodellachiusa.it
www.viadeglidei.it/casalecchio-di-reno/agriturismo-parco-della-chiusa
Per trovare un altro ostello bisogna
giungere in pieno Mugello: a Sant’Agata,
di recente apertura, si trova il
Mugello Hostel: un progetto sociale
gestito da Fabio e Fabrizio per promuovere
il turismo sostenibile e il
territorio del Mugello. In un palazzo
storico di inizio novecento, ha un
ampio giardino dove è possibile sedersi
intorno al fuoco o gustare una
grigliata con i prodotti tipici.
Per ristorarsi si può approfittare
dell’atmosfera gioiosa che si trova
all’Osteriola di Sant’Agata in una
piazzetta dietro la bella Pieve di
Sant’Agata. Per un ricco spuntino è
possibile scegliere tra taglieri, insalate,
panini, schiacciate e primi
espressi; è possibile anche acquistare
prodotti di gastronomia da asporto.
É possibile anche passare la notte
nella Locanda Via degli Dei, proprio
sopra l’Osteriola: un appartamento
che può ospitare fino a nove persone
in tre camere con tanti servizi e il posto
coperto per tre biciclette.
Mugello Hostel
Via della Repubblica, 2
Sant’Agata - Scarperia San Piero
a Sieve (FI)
Tel. 3317346566
Mail: prenotazioni@mugellohostel.it
www.viadeglidei.it/sant-agata-gabbiano/mugello-hostel
Osteriola di Sant’Agata
Via Montaccianico, 1 - Sant’Agata -
Scarperia San Piero a Sieve (FI)
Tel. 0558409625 Mail: matteolaura2005@gmail.com
www.viadeglidei.it/sant-agata-gabbiano/osteriola-di-sant-agata
Locanda Via degli Dei
Piazza della Libertà, 7 - Sant’Agata -
Scarperia San Piero a Sieve (FI)
Tel. 3474411497
Mail: locandaviadeglidei@gmail.com
www.viadeglidei.it/sant-agata-gabbiano/locanda-via-degli-dei
A Sant’Agata è possibile anche prenotare
due esperienze molto particolari.
La prima è un’occasione unica
per fare un tuffo nel passato e nei sapori
e odori di un tempo. Presso l’Affittacamere
Il Mulino ogni lunedì e
martedì i volontari dell’associazione
Mulino Parrini si ritrovano per panificare
con la farina ottenuta dall’antico
mulino restaurato. Procedendo
verso San Piero, si attraversano i
bei terreni coltivati a foraggio e si
incontrano greggi di pecore al pascolo
dell’Azienda Agricola Bacciotti.
Qui si può scoprire la lavorazione
del formaggio, in tutta la sua filiera
e se chiamate Sandra, potete anche
prenotare una degustazione con i
formaggi biologici da loro prodotti
con pecore da latte di razza sarda
nutrite con foraggi di loro coltura.
Affittacamere Il Mulino
Via San Francesco 7 - Sant’Agata -
Scarperia San Piero a Sieve (FI)
Tel. 3351044374
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San Piero a Sieve (FI)
Tel. 3351044374
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Lungo la Via degli Dei sono attivi anche
due vivaci circoli, a Monte Adone
e di San Piero a Sieve, entrambi gestiti
da associazioni di abitanti del
luogo che tengono viva la socialità
del paese e accolgono camminatori
e turisti. Il Circolo Monte Adone
mette a disposizione di escursionisti
e amanti della natura servizio bar e
ristoro, servizio docce e spogliatoi,
campi di calcetto, tennis e bocce.
Una volta raggiunto San Piero a
Sieve, una bella sosta rigenerativa
può prevedere uno spuntino
o un bel piatto caldo al Circolo
4 maggio, nella bella Piazza
Colonna. Qui troverete giardino e
spazi di gioco, eventi musicali e grande
schermo per gli eventi sportivi.
Circolo Monte Adone
Via dello Sport 1
Brento di Monzuno (Bo)
Tel. 051 67751253
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Circolo 4 Maggio
Piazza Colonna, 16
San Piero a Sieve (FI)
Tel. 347 5748067 / 329 1310088
Mail: circoloarci4maggio@gmail.com
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Vogliamo concludere con un consiglio
goloso a San Piero a Sieve, sulla
via Provinciale. Si tratta della Pasticceria
Pernice dove Arianna e Raimondo
danno il benvenuto ai camminatori
ogni giorno. Qui l'arte della
pasticceria artigianale è di casa: troverete
croissant, brioche dolci e salate
e tante altre proposte per una
colazione genuina. Non mancano poi
una selezione di proposte per il pranzo
(hamburger, pinse, schiacciate e
insalate fresche) e per un aperitivo a
base di vini e salumi locali.
Pasticceria Pernice
Via Provinciale, 5/g
San Piero a Sieve (FI)
Tel. 339 6295277
Mail: caffepernice@outlook.it
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LA NOVITÀ
Un’alternativa per chi vuole soggiornare sulle
nostre montagne e un’opportunità per chi possiede
un immobile inutilizzato e desidera valorizzarlo
Ospitalità diffusa:
nuova vita per le
case dell’Appennino
A cura di Veronica Righetti
Immagina un Appennino vivo,
accogliente, ricco di possibilità
per chi vuole scoprirlo e viverlo in
modo autentico. Un luogo dove
ogni borgo, ogni casa inutilizzata,
ogni angolo di storia possa diventare
una porta aperta per i viaggiatori
alla ricerca di esperienze vere.
L’Appennino è un tesoro di paesaggi,
cultura e tradizioni, ma troppo
spesso rimane nascosto, con interi
paesi che rischiano di svuotarsi e
case che restano chiuse per gran
parte dell’anno.
E se invece queste case potessero
tornare a vivere? Se potessero
accogliere turisti, camminatori e
viaggiatori in cerca di autenticità,
regalando loro il calore di
un’ospitalità genuina e accogliente?
È proprio questo l’obiettivo di
Ospitalità Diffusa in Appennino,
un progetto innovativo che punta a
trasformare seconde case e immobili
inutilizzati in strutture ricettive
diffuse, capaci di rispondere alla
crescente domanda turistica e
di generare nuove opportunità
economiche per il territorio.
Un progetto che non solo offre
un’alternativa concreta per chi vuole
soggiornare in Appennino, ma che
rappresenta anche un’opportunità
unica per chi possiede un immobile
inutilizzato e desidera valorizzarlo,
senza doverlo lasciare in stato di
abbandono. Un’iniziativa che si
inserisce nel più ampio progetto
AppenninOpenAir, di cui i comuni
di Monghidoro (capofila) e San
Benedetto Val di Sambro sono i
beneficiari del co-finanziamento.
Cos’è l’Ospitalità Diffusa
Ma che cos’è esattamente l’Ospitalità
Diffusa? Si tratta di un modello di
Foto Bologna Welcome
Castiglione dei Pepoli
accoglienza che non prevede la
costruzione di nuove strutture, ma
utilizza il patrimonio immobiliare
già esistente, inserendolo in una
rete organizzata e gestita in modo
efficiente.
A differenza delle strutture
alberghiere tradizionali, l’ospitalità
diffusa non concentra i visitatori in
un unico luogo, ma li distribuisce
nei borghi, nelle case, negli
angoli più caratteristici del
territorio, permettendo loro di
vivere un’esperienza autentica
e immersiva. Questo significa
dare nuova linfa ai centri abitati,
sostenere le attività locali e creare
un sistema di accoglienza più
sostenibile e integrato nel tessuto
sociale dell’Appennino.
Chi possiede una casa inutilizzata
può metterla a disposizione
dei viaggiatori senza doversi
preoccupare della gestione
quotidiana: un’opportunità che
unisce autenticità, sostenibilità
e valorizzazione del territorio,
trasformando un immobile chiuso in
una fonte di reddito e in un motore
per la rinascita dell’Appennino.
Quando si parla di nuove forme
di accoglienza turistica, spesso si
sente parlare, oltre che di Ospitalità
Diffusa, anche di Albergo Diffuso.
Due concetti che, a prima vista,
sembrano simili, ma che in realtà
hanno differenze importanti.
Entrambi vogliono valorizzare
il territorio e offrire ai visitatori
un’esperienza autentica, ma lo fanno
Generare valore, creare connessioni e contribuire a un nuovo
modello di turismo sostenibile e autentico
PERCHÈ ADERIRE
Vuoi trasformare la tua casa in un’opportunità e, allo stesso
tempo, contribuire alla rinascita dell’Appennino? Entrare nel
circuito dell’Ospitalità Diffusa significa molto più di affittare
un immobile: è un modo concreto per valorizzare il territorio,
sostenere la comunità locale e dare nuova vita alle nostre
montagne. Ecco perché questa scelta può fare la differenza
1. Contribuisci alla rigenerazione dell’Appennino
L’Appennino Bolognese è un patrimonio di storia, tradizioni
e paesaggi unici, ma senza un sistema di accoglienza diffusa,
rischia di restare tagliato fuori dalle opportunità del turismo
sostenibile. Con la tua partecipazione, aiuti a mantenere vive
le comunità locali, favorendo il recupero delle abitazioni e
stimolando nuove attività economiche.
Molti borghi dell’Appennino, pur avendo un grande
potenziale, soffrono di spopolamento e di una riduzione dei
servizi. Accogliere viaggiatori significa far girare l’economia
locale: più turisti, più attività, più vita nei centri storici.
2. Trasforma una spesa in un’opportunità di guadagno
Quante volte hai pensato che la tua seconda casa fosse solo
una spesa? Bollette, manutenzione, tasse… invece di essere
un peso, può diventare una fonte di reddito stabile, senza
che tu debba occuparti di tutta la gestione. Grazie al nostro
supporto, affittare la tua proprietà sarà semplice e sicuro,
permettendoti di ottenere un ritorno economico senza stress.
3. Sviluppa nuove opportunità di business
Con l’aumento del turismo in Appennino, cresce anche la
richiesta di servizi: ristoranti, botteghe artigianali, attività
outdoor, esperienze culturali. Se decidi di entrare a far parte
del circuito, non solo potrai affittare il tuo immobile, ma
potresti anche sviluppare nuove idee imprenditoriali, come
offrire esperienze ai turisti o collaborare con altre realtà locali.
4. Rendi il tuo territorio più vivo e attrattivo
Più visitatori significano un territorio più dinamico e
accogliente. Con il turismo diffuso, i borghi dell’Appennino
tornano a essere vissuti, le piazze si animano, le attività locali
ne beneficiano. Un borgo con turisti è un borgo che ha futuro.
con modalità diverse.
L’Ospitalità Diffusa è un modello
libero e flessibile, perfetto per chi
cerca un soggiorno a contatto con la
vita locale. Qui non ci sono grandi
strutture centralizzate, ma una rete
di alloggi distribuiti sul territorio:
case private, B&B, agriturismi e
piccole pensioni, sparsi tra borghi e
paesaggi rurali.
Gli ospiti hanno così l’opportunità
di vivere il territorio dall’interno,
immergendosi nelle tradizioni,
conoscendo gli abitanti e godendo
di un’esperienza autentica, lontana
dal turismo di massa. Più che
soggiornare in un luogo, lo si vive
davvero.
L’Albergo Diffuso, invece, ha
un’organizzazione più strutturata.
Questo concetto, nato in Italia negli
anni ‘80, è pensato per recuperare e
valorizzare i piccoli borghi storici,
5. Entra a far parte di una rete di ospitalità unica
Aderire a Ospitalità Diffusa in Appennino non significa solo
mettere in affitto la tua casa, ma diventare parte di un sistema
ben organizzato, un network di persone che credono nella
valorizzazione del territorio. Potrai contare su un gruppo
di esperti che ti aiuterà in ogni fase, dalla promozione alla
gestione degli ospiti, e far parte di una comunità che condivide
la tua stessa visione.
6. Offri esperienze autentiche ai viaggiatori
Chi sceglie l’Appennino lo fa per immergersi in una realtà
autentica, lontana dal turismo di massa. Grazie alla tua
ospitalità, potrai offrire ai visitatori un’esperienza unica,
permettendo loro di scoprire tradizioni, sapori e storie
locali. Un soggiorno in Ospitalità Diffusa non è solo un
pernottamento: è un viaggio nel cuore del territorio.
7. Supporta un turismo sostenibile e responsabile
L’ospitalità diffusa è un modello sostenibile, perché utilizza
le risorse già esistenti senza bisogno di costruire nuove
strutture. Niente consumo di suolo, niente impatti ambientali
eccessivi: solo un utilizzo più intelligente e armonioso degli
spazi già presenti. Inoltre, distribuisce i flussi turistici in modo
equilibrato, evitando il sovraffollamento e favorendo una
crescita più armoniosa del territorio.
Unisciti a noi e diventa parte del cambiamento!
Scegliere di far parte di Ospitalità Diffusa in Appennino non
è solo una decisione economica, ma un atto di amore per
il territorio. È un’opportunità per generare valore, creare
connessioni e contribuire a un nuovo modello di turismo
sostenibile e autentico.
L’Appennino ha un grande potenziale, ma ha bisogno di
chi crede in lui. Sei pronto a far parte di questa rivoluzione
dell’accoglienza?
CONTATTI
ospitalitadiffusainappennino@gmail.com
offrendo ai visitatori il fascino
dell’ospitalità diffusa, ma con la
comodità di un vero e proprio
albergo. In questo modello, infatti,
esiste una gestione centralizzata
che coordina le varie unità abitative
distribuite nel borgo, garantendo
servizi alberghieri standardizzati
come reception, colazione e pulizia
delle camere. È l’ideale per chi vuole
vivere un’esperienza autentica senza
rinunciare ai comfort di un hotel.
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LA NOVITÀ
Entro l’estate aprirà una originale struttura ricettiva realizzata come un villaggio celtico
sui pendii di Monte Bibele
Alla scoperta della Valle di Taranis
dove Etruschi e Celti convivevano
A cura di Claudio Evangelisti
Monte Bibele si trova nel cuore
dell’Appennino bolognese, il massiccio
montuoso ha un’estensione di circa
200 ettari ed è caratterizzato da fianchi
ripidi che precipitano rispettivamente
sui torrenti Idice e Zena. Le tre cime
principali sono Monte Bibele (m.600),
che dà il nome a tutto il massiccio, Monte
Tamburino (m.575) e Monte Savino
(m.550). Le ricerche archeologiche hanno
permesso di stabilire l’insediamento di
un gruppo di Etruschi a partire dal 400
a.C. che nelle zone più elevate della
montagna, costruirono un villaggio con
circa trenta abitazioni, tutte realizzate
su terrapieni di pietra. La presenza di
una tribù celtica nella stessa area viene
scoperta nel 1978, quando nel vicino
Monte Tamburino, una necropoli ha
restituito preziose informazioni. Furono
scoperte 170 tombe intatte, protette
dal bosco per secoli. Le sepolture più
antiche appartengono a popolazioni
etrusche e umbre e, in origine, erano
solo ad inumazione; tuttavia, tra il 380
e il 350 a.C., iniziarono ad apparire
tombe in urne per la cremazione.
Questo cambiamento coincide con
l’arrivo dei Celti, come dimostrano i
corredi funerari arricchiti di spade, elmi,
lance e scudi. Probabilmente si trattava
dei Galli Boi, migrati dalla regione
transalpina tra il V e il IV secolo a.C.,
spinti da possibili mutamenti climatici
e dal bisogno di espandere le loro
attività commerciali. Queste migrazioni
hanno portato a Monte Bibele una
convivenza tra Etruschi e Celti, con
una comunità pacifica che parlava due
lingue e onorava differenti tradizioni e
divinità. Alcune tombe rivelano guerrieri
celti sepolti accanto a donne etrusche,
confermando la tesi del Prof. Vitali sulla
stretta integrazione tra le due culture.
La montagna era ricca di sorgenti d’acqua
dolce e solforosa e tale ricchezza è celata
nel nome “Bibele” documentato in età
medievale sotto la forma di “Bibulo”
(montagna potabile). La presenza di
sorgenti ha avuto un ruolo centrale
nella religiosità degli abitanti di Monte
Bibele. Oltre a una cisterna nel villaggio,
una depressione naturale su Monte
Tamburino ha restituito 195 statuette
votive in bronzo e numerosi vasetti
miniaturistici in terracotta, indicativi di
un culto legato all’acqua. Questa pozza
sacra, o “stipe”, era utilizzata per offerte
devozionali alla divinità e rimase attiva
fino alla fine del IV secolo a.C., quando
l’occupazione celtica pose fine a tale
pratica. La sacralità della montagna è
evidenziata anche dalla creazione di
un luogo di culto sulla cima, delimitato
da un recinto e un fossato, simile ai
santuari all’aperto tipici delle tradizioni
celtiche nordiche.
La nuova struttura
In questo contesto naturale e storico
a contatto con le energie ancestrali
sorgerà la Valle di Taranis, struttura
ricettiva che comprenderà il primo
e unico Villaggio Celtico in Italia,
dall’Hostaria Dea dei Boschi, al
Velarium e a tutti i luoghi magici che
si prevede vengano terminati nell’estate
del 2025. Il villaggio progettato e gestito
da Runica srl di Sonia Poli e Riccardo
Cavara, comprenderà sia il ristorante che
alcune abitazioni costruite con criteri
ecosostenibili e in stile celtico (es. tetti
in canna e struttura in legno) arredati
con mobili creati a mano da maestri
artigiani. Nella piazza si svolgeranno
i principali eventi, è presente un palco
fisso per i musicisti che si susseguiranno
durante i vari eventi. Questo grazie alla
mente vulcanica di Andrea Poli, già
organizzatore del festival “Monterenzio
Celtica”, che registra la presenza di
oltre 25.000 persone provenienti da
diverse località italiane; da qui l’idea
di mantenere i “fuochi di Taranis”
sempre accesi in un vero villaggio
con ristorazione, eventi, rievocazioni
storiche, matrimoni nel bosco, concerti,
convegni culturali, campo solare,
archeologia sperimentale, teatro e area
per campeggio, il tutto immerso nella
sacralità di quei luoghi una volta abitati
dai nostri avi.
L’associazione ARC.a
Nel 2017 il Comitato Tecnico Scientifico
ha definito le linee guida per un piano di
26-27-28 giugno | 4-5-6 luglio
I FUOCHI DI TARANIS
La rievocazione storica che si terrà a Monterenzio l’ultimo
weekend di giugno e il primo di luglio, è ispirata al dio Taranis,
che, secondo la mitologia celtica era il dio dei tuoni e dei fulmini.
I celti che abitavano a Monte Bibele avevano eretto un altare
votivo al fine di scongiurare la frequente caduta dei fulmini
vicino all’abitato. Monte Bibele è forse uno dei pochi esempi di
convivenza tra etruschi e celti (quest’ultimi sposarono donne
etrusche) e quindi una terra di confine che durò per un centinaio
d’anni. La zona venne abbandonata nel II secolo A.C. proprio a
causa di un incendio forse causato dai fulmini.
Durante la festa, oltre alla rievocazione di scene di vita quotidiana
come accampamenti militari, realizzazione di manufatti in
terracotta, e tessitura della lana, i vari gruppi di rievocazione,
sia di estrazione celtica che etrusca, ma anche romana e greca,
organizzano una serie di attività educative per trasmettere
pratiche manuali e saperi storici, inoltre vengono organizzate
visite guidate al Museo archeologico e al sito di Monte Bibele. Gli
elementi fissi sono l’accensione del sacro fuoco della fraternità
tra i popoli e della ruota di Taranis con la partecipazione di gruppi
di druidi, che danno un approccio spirituale alla manifestazione,
oltre che dimostrativo.
I due weekend si concludono con un combattimento tra romani e
celti. Ogni edizione ha anche una tematica specifica. Per esempio,
un’edizione è stata fatta sul miele facendo leva sia sulla presenza
di un’azienda locale di miele per la produzione dell’idromele da
parte dei celti. Per info: www.monterenzioceltica.it
gestione congiunto del museo Fantini e
dell’Area di Monte Bibele. È nata così
Arc.a Monte Bibele, l’associazione
degli archeologi il cui scopo è gestire
e promuovere il Parco Archeologico
in rete dell’Appennino bolognese, un
innovativo modello di conoscenza,
gestione e fruizione della storia del
paesaggio culturale appenninico.
Un’area particolarmente affascinante
di Monte Bibele è quella nota per la
frequenza dei fulmini, dove è stato
trovato un disco di terracotta di circa 8 cm
di diametro. Il Prof. Gottarelli presidente
dell’associazione ARC.a , direttore
del Museo Civico Archeologico di
Monterenzio e dell’Area Archeologico
Naturalistica di Monte Bibele ritiene che
si tratti di uno strumento astronomico
usato per stabilire la direzione Nord-
Sud, l’“asse del mondo” per gli Etruschi,
essenziale nei riti di fondazione di
nuovi villaggi o templi. Un disco simile,
anche se più grande (14,5 cm), è stato
trovato a Qumran, in Giordania, ma
quello di Monte Bibele risulta più
raffinato e antico. “Gli abitanti del
villaggio svolgevano attività che per
millenni erano state il sostentamento
dei loro avi, ma già erano capaci di
realizzazioni quali il quadrante solare,
antica “bussola” per l’orientamento
astronomico e geografico, strumento
modernissimo per chi si preparava a
conquistare il mondo. Un bosco che ha
ospitato uomini liberi, che anche nella
morte vollero continuare quell’oscuro
viaggio nell’Aldilà che oggi trova luce.
Viaggio – oggi lo sappiamo – non in un
luogo, ma in un tempo: il tempo della
loro riscoperta, della loro conoscenza
e della nostra consapevolezza.”
Curiosamente, nel 2004, i rover su
Marte utilizzavano un disco molto
simile per l’orientamento. La Valle è
attraversata dai percorsi CAI “Mater
Dei”, Bologna Montana Art Trail , “Via
del Fantini” e ogni anno è attraversata
dalla gara “Celtic Trail”, nonché da un
percorso di mountain bike.
36
37
NON TUTTI SANNO CHE
BOLOGNA
La difficile convivenza tra scienza,
fede e superstizione tra Medioevo e
Rinascimento
Maghi, Torri
e alchimisti
Testi di Serena Bersani
Nel cuore della Bologna medievale
e rinascimentale, tra vicoli bui e
torri svettanti, la magia e l’astrologia
occupavano un posto di rilievo nella
vita quotidiana, ma anche in quella
accademica. Maghi, astrologi e streghe
si muovevano nell’ombra della città,
temuti e rispettati, consultati tanto dai
popolani quanto dai nobili e dagli
studiosi dell’Università.
L’Ateneo di Bologna, il più antico
d’Europa, era un centro di studio non
solo per il diritto e la medicina, ma anche
per le scienze occulte. Qui, studiosi e
filosofi si dedicavano alla lettura dei
testi astrologici e alchemici, cercando
di decifrare i segreti dell’universo e di
predire il destino degli uomini e degli
Stati. L’astrologia era una “scienza”
presa sul serio, tanto che nel 1303 il
Michele Scoto
Comune di Bologna aveva tra i suoi
dipendenti, regolarmente stipendiato,
anche un astrologo, tal Giovanni di
Luni. Figure come Cecco d’Ascoli, che
insegnò astrologia e medicina, furono
invece perseguitate per le loro idee e
accusate di eresia.
Cecco d’Ascoli, il cui vero nome
era Francesco Stabili, fu un medico,
astrologo e poeta vissuto tra il XIII e
il XIV secolo. Insegnò all’Università
di Bologna, ma la sua inclinazione
verso l’astrologia e le sue teorie
eterodosse lo resero sospetto agli
occhi dell’Inquisizione. Convinto
sostenitore dell’influenza astrale sugli
eventi umani, Cecco si scontrò con la
Chiesa, che vedeva nelle sue idee un
pericoloso sconfinamento nell’eresia.
Il suo libro più famoso, l’”Acerba”, un
poema didattico in volgare, affrontava
temi di cosmologia, magia e filosofia
naturale, ma gli valse ulteriori accuse
di eresia. Dopo essere stato costretto
a lasciare Bologna, trovò rifugio in
altre città, ma alla fine fu arrestato e
condannato al rogo a Firenze nel 1327.
La sua vicenda rimane emblematica
della difficile convivenza tra scienza,
fede e superstizione nella Bologna
medievale.
Tra i grandi astrologi e maghi legati a
Bologna, spicca anche Michele Scoto,
un celebre erudito scozzese del XIII
secolo, che operò alla corte di Federico
II di Svevia e che Dante colloca
nell’Inferno tra gli Indovini. Scoto fu
un grande conoscitore di astrologia,
alchimia e arti occulte, e pare abbia
soggiornato a Bologna, probabilmente
Il laboratorio dell’alchimista,
illustrazione di Hans
Vredeman de Vries contenuta
nell’Amphitheatrum sapientiae
aeternae di Heinrich Khunrath.
in contatto con gli ambienti accademici
dell’epoca. Traduttore di testi arabi e
autore di trattati esoterici, la sua fama
lo circondò di un’aura di mistero, tanto
che la tradizione popolare lo descrisse
come un mago capace di prodigi
incredibili. Secondo alcune leggende,
Michele Scoto avrebbe persino previsto
la sua stessa morte, confermando la
sua fama di veggente. Si racconta
infatti che egli avesse previsto di morire
per la caduta di una pietra sulla testa.
Convinto della sua profezia, evitava
luoghi pericolosi e portava sempre
sul capo una sorta di casco, ma un
giorno, mentre si trovava in chiesa, si
scoprì la testa in segno reverenziale
e una pietra si staccò dalla volta e lo
colpì fatalmente, adempiendo così
al destino da lui stesso annunciato.
Un’altra delle sue più celebri
predizioni riguardò proprio il suo
protettore, Federico II. Scoto avrebbe
annunciato che l’imperatore sarebbe
morto in un luogo che portava il nome
di “fiore”. Federico, noto per la sua
razionalità e il suo spirito scientifico,
si mostrò inizialmente scettico, ma
con il tempo iniziò a evitare luoghi
con nomi simili, come Firenze, Faenza
e Fiorenzuola. Tuttavia, nel 1250, si
ammalò gravemente e morì a Castel
Fiorentino, confermando la profezia
del suo astrologo e accrescendo la
fama leggendaria di Michele Scoto.
Tratto da ‘Liber de homine’ di Girolamo Manfredi
Un’altra figura che lasciò il segno
a Bologna fu Paracelso, il celebre
medico, alchimista e filosofo del XVI
secolo. Sebbene il suo soggiorno
nella città non sia documentato in
modo dettagliato, si ritiene che abbia
avuto contatti con l’Università e
con alcuni ambienti ermetici locali.
Paracelso rivoluzionò la medicina con
le sue teorie basate sulla chimica e
sull’influenza degli astri, opponendosi
alla medicina tradizionale basata sulle
dottrine di Galeno e Avicenna. La sua
visione univa la scienza alla magia, e il
suo interesse per gli elisir di lunga vita
e per la trasmutazione dei metalli lo
rese una figura enigmatica e discussa.
La sua eredità influenzò molti studiosi
bolognesi, che nei secoli successivi
continuarono a esplorare i confini tra
alchimia e scienza.
A completare questo quadro di
saggezza e fatalità, nel fervore del
Rinascimento bolognese, si distingue
la figura di Girolamo Manfredi, un
astrologo rinascimentale la cui fama
fu inevitabilmente legata alle sventure
delle sue previsioni. Manfredi osò
sfidare i potenti annunciando, in toni
cupi e infausti, la rovina dei signori
di Milano. Le sue parole, pronunciate
sotto cieli tempestosi e in notti
illuminate da stelle contrarie, divennero
presto motivo di sgomento tra i nobili
e i governanti, che vedevano in quelle
predizioni non solo un presagio, ma un
vero e proprio attacco al loro potere.
Si narra che, durante un concilio
segreto tra astrologi, egli sostenne
che le orbite celesti avrebbero presto
fatto precipitare inesorabilmente la
fortuna dei signori milanesi, portando
sventure tali da distruggere interi
regni. Questa audace proclamazione,
in un’epoca in cui il destino era
considerato sacro e incontestabile,
gli costò non pochi nemici: i potenti,
intimoriti e offesi, reagirono con furia,
decretando che chi osasse predire
calamità così funeste avrebbe dovuto
subirne le conseguenze. Manfredi
divenne così un monito per ogni
astrologo rinascimentale: conoscere
il futuro poteva rivelarsi un fardello
troppo pesante, capace di trasformare
il veggente in un paria, condannato
a vivere nell’ombra dei suoi stessi
presagi.
Un altro personaggio di spicco legato
all’alchimia e alla Bologna del Seicento
fu Vincenzo Casciarolo, un modesto
artigiano e alchimista che scoprì
una delle curiosità più affascinanti
della storia della scienza: la “pietra
fosforica di Bologna”. Casciarolo,
sperimentando con minerali raccolti
sulle colline bolognesi, scoprì che la
barite, se sottoposta a un trattamento
di calcinazione, acquisiva la proprietà
di brillare al buio dopo essere stata
esposta alla luce solare. Questa pietra
luminosa suscitò un enorme interesse
tra gli studiosi dell’epoca, tanto che
venne studiata da scienziati e alchimisti
di tutta Europa. La scoperta di
Casciarolo segnò un importante passo
nella comprensione dei fenomeni di
luminescenza e contribuì allo sviluppo
delle conoscenze chimiche.
Nei mercati e nelle piazze, invece,
operavano indovini e streghe, offrendo
amuleti e pozioni per proteggere dagli
influssi malefici o per conquistare un
amore impossibile. Tra le figure di
maggio rilievo ci fu Gentile Budrioli,
la “strega” personale di Giovanni II
Bentivoglio, signore di Bologna, e di
sua moglie Ginevra Sforza. Budrioli,
inizialmente stimata come guaritrice
e astrologa, divenne una delle
consiglieri più fidate della corte, ma
il suo crescente potere suscitò sospetti
e invidie. Accusata di praticare magia
nera e di complottare contro la città, fu
arrestata e giustiziata dall’Inquisizione
nel 1498. La sua vicenda rappresenta
uno degli esempi più noti della
persecuzione delle donne accusate di
stregoneria a Bologna.
Paracelsus
La pietra di Bologna
Museo di mineralogia Luigi Bombicci
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39
PERSONAGGI
Bologna
Questo lo pseudonimo
dietro cui spesso si celava la
scrittrice bolognese, nipote
del poeta Enrico Panzacchi,
Vittoria Guerrini.
Rifiutata, tra indifferenza
e colpevoli silenzi, si è
sempre scagliata contro
consumismo e materialismo
In memoria di
CRISTINA
CAMPO
Testo di Gian Luigi Zucchini
Rimettendo in ordine carte sparse
dentro armadi e cassetti, trovo e
rileggo un mio articolo pubblicato su
questa rivista (Nelle Valli bolognesi,
Anno XV, n. 58, pag. 50-51) in cui
avevo scritto qualche notizia sul poeta
Enrico Panzacchi, concludendo con la
promessa di ritornare sull’argomento.
Rimedio immediatamente, per
l’appunto occupandomi ora di una
scrittrice bolognese, nipote del
poeta bolognese, purtroppo ignota a
moltissimi, affondata in un silenzio che
dispiace e addolora. Si tratta di Cristina
Campo, (pseudonimo di Vittoria
Guerrini) nata a Bologna il 29 aprile
1923, scrittrice, poetessa, traduttrice
dal tedesco dal francese e dall’inglese,
intellettuale di controverse posizioni.
In aspra contestazione verso la società
contemporanea, fin dalla giovinezza fu
attratta da un tradizionalismo vissuto
in costante contraddizione tra valori
forti e sicuri e squallori del presente,
posizione che espresse in numerosi
scritti e nei vastissimi orizzonti
della cultura, che per lei non aveva
limiti, e così sconfinava spesso nel
fantastico, nel mito, nella leggenda.
Pensando e impegnandosi su vari
fronti (dalla letteratura, alla poesia,
alla fiaba, alla religione), fu quasi
inascoltata profetessa, individuando
e denunciando i disastri (secondo lei)
suscitati da un consumismo ed un
materialismo spietatamente aggressivi.
Nata con una malformazione cardiaca,
fu sempre di salute cagionevole, e
nell’adolescenza dovette lasciare per
sempre la scuola, studiando sotto
la guida del padre, compositore e
direttore d’orchestra. La madre, Emilia
Putti, era sorella del celebre chirurgo
ortopedico Vittorio Putti, il quale a
sua volta era figlio di Marcello Putti
e di Assunta Panzacchi, sorella del
poeta Enrico. Famiglie importanti nella
società bolognese di fine Ottocento e
del secolo successivo, i cui membri
emersero nel campo della medicina,
della poesia, della vita universitaria,
Foto da www.cristinacampo.it
della critica musicale ed altro ancora.
Vittoria (che si firmò in seguito con
vari nomi, ma soprattutto con Cristina
Campo) non fu da meno. Insofferente
verso qualsiasi disciplina, si dedicò
presto alla scrittura, per un istinto
personale e senza ulteriori ambizioni
di successo, tesa a far prevalere in ogni
tempo della sua vita la perfezione della
scrittura, la chiarezza dell’esposizione
senza dubbiosi se e ma, e soprattutto
la bellezza, sia spirituale che materiale:
quindi la musica, la poesia, l’arte, lo
studio del pensiero soprattutto antico
ma anche moderno, le religioni,
in particolare quella cristiana.
Affascinata dal rito e dall’opulenza del
cristianesimo ortodosso, fu coinvolta
soprattutto da questa liturgia solenne,
che via via approfondì, legandosi poi
ad una fede cristiana di tradizione
cattolica, che visse anche qui in modo,
si potrebbe dire, quasi personale,
legandosi sempre più alla liturgia
tradizionale della chiesa di Roma.
Quando esplosero gli anni del
Concilio Vaticano II, e soprattutto negli
immediati periodi successivi,
Cristina si trovava a Roma, già da
tempo operosa in ambiti giornalistici e
di studio, producendo numerosi saggi
che apparivano su riviste e periodici, o
in volumi a più voci, ed anche raccolte
di poesia, purtroppo poco note anche
a causa del trepido rispetto che lei
stessa aveva verso l’alto messaggio
contenuto nei versi che andava via via
producendo.
Aveva conosciuto, prima a Firenze,
poi soprattutto a Roma, vari esponenti
della cultura, tra cui il poeta Mario
Luzi, con il quale ebbe pure una storia
sentimentale, e soprattutto, dalla fine
degli anni ‘50, lo studioso Elémire Zolla,
forse l’unico vero e costante amore
della sua vita, pur tra insofferenze e
disagi da parte di entrambi a causa dei
loro caratteri e della loro singolarità
intellettuale.
Si conobbero nel corso di una serie di
trasmissioni organizzate dalla RAI, a cui
collaboravano. Lei, sola e sofferente,
rattristata da una società considerata
promotrice di desolazione culturale;
lui, attratto dalla sensibilità di lei, dalla
sua grazia fisica e di comportamento e
dal suo complesso pensiero.
Un rapporto contrastato e difficile,
avendo lui sposato nel frattempo la
poetessa Maria Luisa Spaziani, che
lasciò dopo pochissimo tempo.
Nel frattempo, era scomparso papa
Giovanni XXIII, si era concluso il
Concilio Vaticano II, erano iniziati
disagi profondi nella Chiesa cattolica,
e si verificarono parecchie scissioni
o scismi, tra cui quello particolare
del vescovo mons. Lefebvre, di cui
la Campo divenne ammiratrice e, per
alcuni aspetti, anche collaboratrice.
Da quel momento, tutte le sue
energie furono rivolte alla difesa
e conservazione degli aspetti che
considerava fondamento della
cristianità, come la Tradizione della
Chiesa, tra cui la lingua latina e il
canto gregoriano. E intanto continuava
il lavoro letterario, e le traduzioni di
scrittori e poeti, che aveva iniziato da
tempo, ma anche le sue riflessioni e i
suoi studi sulla fiaba, pubblicando nel
1971 il volume Il flauto e il tappeto,
edito da Rusconi, editore di riviste
e, per un periodo, anche di libri,
soprattutto di opere ritenute di cultura
tradizionalista moderatamente
conservatrice, soprattutto in campo
valoriale e concettuale.
Fu questo il lavoro che, tra gli altri,
dovrebbe essere meglio valorizzato,
poiché lei esplorò con giudizi di
particolare originalità un aspetto della
cultura piuttosto in ombra e fino a quei
tempi assai poco considerato, e cioè
lo studio della letteratura giovanile,
e in essa del vasto fantasticare tra
I romanzi e i volumi di ZUcchini
Sono diversi i libri di Gian Luigi Zucchini attualmente disponibili. L’ultimo è il romanzo pubblicato
da Edizioni Efesto, “Verso l’altra parte del cielo”. Vittoria è una donna del popolo - si legge nella
sinossi - nasce in una famiglia molto povera in un antico vicolo del centro storico di Bologna, città
dove si svolge il racconto. Insieme a Vittoria ci sono tanti altri personaggi, con le loro microstorie:
dalla nonna Marianna, ai genitori, alle vicine di casa, alle amiche d’infanzia, al marito; tutti
coinvolti in questo suggestivo romanzo corale che, attraverso la vita della protagonista, ripercorre
in sintesi gli eventi lieti e drammatici dell’ultimo secolo, dall’inizio del Novecento fino alla partenza
di lei per la terra d’Israele, evento con cui si chiude il romanzo. Per il Gruppo Studi Savena Setta
Sambro, ha invece scritto “Una scuola e 50 bambini tra macerie e speranze”, un libro di ricordi
sull’esperienza da maestro di scuola elementare dello stesso Zucchini, e “L’Appennino: una
stagione ritrovata – Avventure e disavventure letterarie”. Per Pendragon ha pubblicato “Antiche
storie di libri e di vita”.
INFO: gianluigizucchini34@gmail.com
invenzione, realtà, desiderio e sogno;
come, nella poesia Romagna, già
aveva scritto, fantasticando, il poeta
Giovanni Pascoli: ….io galoppava con
Guidon Selvaggio / e con Astolfo....
cavalieri della fantasia, come si sa,
che compaiono nell’Orlando Furioso.
Ci sarebbe ancora molto da dire, e da
scoprire, intorno a questa straordinaria
scrittrice. Di lei però, di visivo, resta
molto poco a Bologna: soltanto la
piccolo lapide di un’ amica bolognese,
Ida Samuel, ormai scomparsa da
tempo, posta sulla tomba della
famiglia Putti, alla Certosa: Qui riposa
Vittoria Guerrini / in arte / Cristina
Campo / nipote del prof. Putti / La tua
cara amica Ida Samuel.
Fu lei, l’amica - così mi si disse – che
molto si impegnò per far traslare i resti
di Cristina Campo, da Roma, dove era
morta il 10 gennaio1977, a Bologna,
e che volle mettere quell’umile ricordo
sulla tomba di lei.
Qualche amico o estimatore
testimoniò, alla morte di lei, con un
articolo la forza e la bellezza ideale
della scrittrice. Alfredo Cattabiani, su
Il tempo, intitolava così un suo pezzo:
È morta Cristina Campo, interprete
della perfezione: e Pietro Citati, che
le fu amico: Era una creatura accesa,
piena di ardore cavalleresco, era
Clorinda ignara di prudenza e di mezzi
termini. Viveva, tra i contrari, speranza
e disperazione, passione e disprezzo,
furia e dolcezza, e trovava una specie
di quiete solo intensificando le proprie
contraddizioni.
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41
PERSONAGGI
Imprenditore illuminato e immenso benefattore, alla
sua morte (arrivata nel dicembre del 1922 a causa della
Spagnola) lasciò tutti i suoi averi alla sanità bolognese.
A lui dobbiamo anche l’ospedale Maggiore e il Bellaria
Carlo Alberto Pizzardi
INDIMENTICABILE
MARCHESE
Testo di Gianluigi Pagani
Torniamo a parlare di una figura
storica fondamentale per Bologna,
Carlo Alberto Pizzardi, munifico
benefattore della città. Grazie alle sue
donazioni oggi abbiamo gli ospedali
Bellaria e Maggiore, ed un’azienda
sanitaria con proprietà immobiliari.
Carlo Alberto ha infatti deciso di
donare tutte le proprie ricchezze per
la salute dei bolognesi. Si racconta che
il notaio, al momento della redazione
dei diversi atti di donazione,
abbia esclamato “…ma è proprio
sicuro?”. Carlo Alberto ha sempre
dato prova di grande magnanimità
ed intelligenza. Dopo aver salvato
e consolidato le ricchezze della
famiglia, e dopo aver viaggiato in
Europa per rendere le proprie attività
ed aziende all’avanguardia in campo
tecnico, aveva creato il cosiddetto
“Sistema Pizzardi” per la gestione
della ricchezza, basato sul principio
che l’imprenditore deve diventare
ricco ed insieme deve aiutare gli
altri. Un benefattore sociale che
non deve sfruttare la ricchezza ed il
lavoro altrui, ma deve contribuire al
benessere generale, da cui deriva il
proprio benessere economico.
Nel corso della sua esistenza aveva
pertanto migliorato la qualità della
vita dei suoi contadini, bonificando
vaste aree paludose, recuperandole
all’agricoltura e riducendo la malaria.
A tal fine, nei canali delle acque delle
sue proprietà, aveva immesso dei pesci
particolari che si nutrivano delle larve
delle zanzare pericolose. Dall’estero
aveva portato nuove macchine per
trebbiare il grano e per lavorare il
fieno e la canapa. Grazie alle sue
conoscenze, aveva sperimentato
nuovi concimi e aveva introdotto una
nuova razza bovina. Aveva migliorato
i mulini della zona, facendo installare
turbine e macchine a vapore per
integrare l’energia idraulica quando
i corsi d’acqua non riuscivano a
muovere le macine. Aveva introdotto
nuovi sistemi per la coltivazione
del riso e il suo stoccaggio. Aveva
migliorato la situazione delle famiglie
dei propri operai, concedendo loro
alloggi più dignitosi. Nel periodo
della Prima guerra mondiale aveva
elargito cospicue donazioni in denaro
e in immobili a favore del Ricovero
di Mendicità per i poveri ed a favore
dell’Ostello per i fanciulli malati di
tubercolosi a San Giorgio di Piano.
Poi, alla fine della sua vita, dopo aver
sistemato economicamente i fratelli e
la sorella, si è spogliato di tutti i beni e
li ha donati alla comunità, tanto che il
Consiglio Comunale di Bentivoglio lo
ha nominato “Cittadino Benemerito”
con uno speciale riconoscimento mai
attribuito ad alcuno. Ma arriviamo a
quel famoso novembre 1919 quando
Carlo Alberto Pizzardi ha chiamato
il notaio Gaetano Angeletti (lo stesso
che sette anni prima aveva redatto il
testamento del poeta Giovanni Pascoli)
per donare tutti i suoi possedimenti di
Bentivoglio allo ‘Spedale Maggiore’
di Bologna, che all’epoca aveva sede
nell’ex convento di via Riva di Reno
n.52. L’atto di donazione obbligava
il beneficiato alla costruzione di un
nuovo ospedale di medicina generale,
che avesse un reparto specifico per
la tubercolosi, la più pericolosa
malattia di quel periodo storico. Il
sito per costruire questo ospedale fu
individuato nella zona di San Lazzaro
di Savena, località Bellaria, su una
piccola collina. Poi nel maggio 1920,
Carlo Alberto ha chiamato ancora il
notaio Angeletti per fare la seconda
donazione, lasciando sempre allo
‘Spedale Maggiore’ tutti i beni
presenti nella tenuta di Bentivoglio
fra cui mobili, quadri ed arredi.
Nel giugno 1921 è giunta la terza
donazione con un altro terreno
nel Comune di Medicina, sempre
destinato allo ‘Spedale Maggiore’,
ed anche in questo caso prevedendo
delle clausole specifiche per la
tutela dei malati e la formazione dei
dottori (ad esempio, una somma di
denaro era destinata all’acquisto di
libri di medicina, italiani e stranieri,
per consentire ai medici di studiare
sempre per migliorare le cure). Infine
nel dicembre 1921 è arrivata la
quarta e ultima donazione, attraverso
cui il Marchese Pizzardi ha versato,
sempre allo ‘Spedale Maggiore’,
1.200.000 lire (ricordiamo che, in
quel periodo, un operaio guadagnava
al mese circa 300 lire al mese), per
costruire una nuova moderna sede
sulla via Emilia, nella zona dei Prati
di Caprara, quello che noi tutti oggi
chiamiamo l’Ospedale Maggiore di
Bologna.
Inoltre il marchese Pizzardi, non
ancora pago di queste quattro
donazioni, ha lasciato per testamento
tutto quel poco che gli era rimasto.
Ancora oggi, quando dobbiamo
effettuare delle pratiche con l’Azienda
Usl, ci rechiamo in via Castiglione
29, attuale sede dell’azienda sanitaria
bolognese, che è Palazzo Ratta, ossia
la residenza in città di Carlo Alberto.
Questo edificio è stato lasciato per
testamento all’amministrazione
centrale dello ‘Spedale’, con
l’obbligo di trasferire all’interno la
propria sede entro due anni dalla
morte di Pizzardi. Questo è l’aspetto
straordinario di quest’uomo che, non
solo lasciava soldi e immobili, ma
cercava di regolamentare e dirigere
la situazione, da buon e avveduto
imprenditore, “minacciando” che,
in caso di inottemperanza delle
proprie disposizioni, ad esempio,
il palazzo fosse donato in seconda
battuta al Comune di Bologna. Inoltre
tutti i suoi vestiti, compresa la sua
biancheria personale, sono stati
lasciati, sempre per testamento, ai
poveri dell’ospizio dei vecchi, mentre
la sua biblioteca personale è stata
trasferita all’Archiginnasio e alcune
somme di denaro sono state lasciate
ad opere caritatevoli e culturali,
quali il Museo del Risorgimento.
Pizzardi era una persona molto
religiosa e tanti si sono chiesti come
mai non ha lasciato i soldi ed i beni
alla Chiesa. Maurizio Garuti nel suo
Bologna
libro “La solitudine di Carlo Alberto. I
Pizzardi una saga familiare”, edito da
Minerva, ha fornito un suo personale
giudizio su queste donazioni ‘laiche’
del marchese (tra parentesi, titolo
concesso alla famiglia nel 1833
proprio da Papa Gregorio XVI).
“Carlo Alberto voleva un effetto
immediato, visibile e tangibile - scrive
Garuti - cosa c’era di più concreto e
più simbolico di un ospedale, con
malattia, cura, sofferenza, speranza,
rinascita… non in astratto ma in
concreto… con muri, corsie, posti
letto, medici e infermieri”. Tutto a
favore degli altri, ed in particolare dei
poveri. Carlo Alberto Pizzardi voleva
essere lui stesso “un povero”, e tale si
considerava, tanto che ha scritto: “…
morto che io sia, sarà data sepoltura
cristiana al mio cadavere nel cimitero
del comune o della parrocchia dove
accadrà la mia morte, in campo aperto,
come ai poveri si dà. Non funerali,
non fiori, non accompagnamenti.
Nessun distintivo e nemmeno il nome
si ponga sulla mia tomba volendo, lo
confermo, essere trattato come il più
povero fra i poveri”.
È morto il 10 dicembre 1922 a
Bologna a causa della Spagnola,
la pandemia dell’epoca, che ha
provocato milioni di morti in tutto il
mondo. Quando andiamo al Bellaria,
ricordiamoci del nostro meraviglioso
Marchese, soffermandoci un attimo
all’entrata, nella parete di sinistra,
dove è situato il suo busto bronzeo,
oppure visitando il sepolcro che si
trova sempre al Bellaria, vicino alla
Cappella di Santa Teresa, scendendo
i gradini verso il giardino. Li è
seppellito il marchese Carlo Alberto
Pizzardi accanto al busto di un Cristo
sofferente.
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I MITI DELLO SPORT
Del Bologna è stato talento
emergente, capitano e infine
allenatore. Festeggia settant’anni
pieni di ricordi: dai campi di Santa
Teresa e Bitone al debutto in
prima squadra con Pecci, fino al
“tradimento” di Porcedda
COLOMBA
CUORE
ROSSOBLÙ
Testo di Marco Tarozzi
I suoi primi settant’anni sono tutti
meravigliosamente bolognesi. Di
Grosseto, Franco Colomba conserva
il nome alla voce “luogo di nascita”
e qualche sbiadito ricordo d’infanzia.
Papà, carabiniere di professione, era in
Toscana quando lui venne al mondo, ma
cinque anni dopo si era già trasferito alla
caserma di via Oretti, quartiere Mazzini.
E quello diventò subito il suo mondo, tra
le elementari Viscardi e le medie Farini,
con la via Emilia da attraversare per
andare a tirare i primi calci al pallone
alla parrocchia di Santa Teresa.
«La passione è nata a due passi
dal Pontevecchio. Ci passavo interi
pomeriggi, e lì mi notò Aldo Ceré,
dirigente dei Rangers che giocavano al
campo del Bitone, proprio dove oggi
c’è un giardino dedicato ai partigiani.
Quella fu la mia prima squadra. Ma
intanto papà mi aveva trasmesso la
passione per il Bologna, portandomi
al Comunale quando avevo dieci anni.
Era il 1965, sulla maglia i giocatori
avevano lo scudetto conquistato l’anno
prima. Ricordo ancora la prima partita
da spettatore: Bologna-Milan 4-1, vista
dalla curva San Luca perché allora tra le
tifoserie non c’era divisione. Fu amore a
prima vista». Pochi anni dopo, fu ancora
quel babbo dal cuore rossoblù a portare
il suo ragazzo alla vecchia sede di via
Testoni. «Pagò 2500 lire per iscrivermi,
e pochi giorni dopo feci il provino sotto
lo sguardo vigile di Faele Sansone e
Walter Bicocchi, che coordinavano il
settore giovanile. Fu Bicocchi a prendere
Franco Colomba con la fascia da capitano
Le foto sono dell’Archivio Luca e Lamberto Bertozzi
www.museobolognacalcio.it
papà da parte consigliandogli di farmi
continuare, e lui ne fu orgoglioso, ma
mi fece comunque promettere che
avrei pensato prima allo studio. Lo
accontentai: tre anni in uno al Leopardi,
esame statale da geometra al Pacinotti
proprio poco tempo dopo aver debuttato
in Mitropa Cup con la prima squadra, a
Tatabanya, in Ungheria».
Se lo ricorda ancora bene il debutto in
Serie A?
«Come fosse ieri. Era il 3 marzo 1974, si
giocava a Torino in casa della Juventus.
Finì 1-1, segnò Cuccureddu su rigore
e pareggiò Savoldi a pochi minuti
dalla fine. Quel giorno debuttammo
in due: io ed Eraldo Pecci. Eravamo
cresciuti insieme nelle giovanili, quella
coincidenza ci legò ancora di più. Infatti
siamo amici da sempre».
Un altro amico le servì un assist al bacio
per il primo gol in Serie A.
«Successe non molto tempo dopo, il
21 aprile a Foggia. Passaggio perfetto
di Giacomino Bulgarelli. Fino a quel
momento, e anche per molto tempo
dopo, il mio mito. Poi, nel tempo, è stata
una fortuna poterlo conoscere come
uomo. Un fratello maggiore, per me.
Quel gol fu speciale, perché pareggiai
dopo che per il Foggia aveva segnato
Pavone, e figurarsi i titoli dei giornali
del giorno dopo. Soprattutto quello di
Stadio: “Nella voliera di Foggia, Colomba
rimbecca Pavone”. Indimenticabile».
Molti anni dopo le è capitata una
coincidenza incredibile, al Zaccheria...
Franco Colomba allenatore
nella stagione 2009-10
“Dopo il Bologna, il Foggia in Lega Pro
è stata la prima squadra della carriera
di mio figlio Davide. Una domenica di
aprile del 2010 segnò il suo primo gol in
un campionato professionistico, contro il
Potenza. Lo fece nella stessa porta in cui
avevo segnato io trentasei anni prima, e
sempre di sinistro. Una fotocopia”.
Da giocatore, qual è stato il suo Bologna
più bello?
«Quello della rincorsa dopo il -5 di
penalizzazione. La stagione 1980-
81, con Gigi Radice al timone. Fu
una cavalcata fantastica, eravamo un
grande gruppo. Personalmente iniziai
quell’annata da giocatore normale e alla
fine avevo giocato trenta partite e mi ero
LA SCHEDA
guadagnato una reputazione a livello
nazionale. In quei giorni ho capito una
cosa importante: quelli che dicono che
gli allenatori contano il giusto, sbagliano.
Gigi contava, eccome».
Dopo gli anni delle giovanili, otto
stagioni in prima squadra, vissute in
due diversi periodi. Le ultime tre, per
quanto difficili, con la fascia di capitano
al braccio. In tutto 198 presenze e otto
reti, una bella firma sulla storia del
club.
«Era il mio sogno, giocare nella
squadra di cui mi ero innamorato da
bambino. La squadra della mia città.
Sono stato fortunato, certi ricordi non si
cancelleranno mai».
Poi c’è quell’appendice da allenatore,
arrivata quando forse non ci sperava
più.
«C’ero andato vicino nell’estate del
2000, quando mi contattò Gazzoni
dopo la mia prima stagione a Reggio
Calabria. Avevo un contratto triennale
e un progetto da sviluppare, non se ne
fece nulla. Nel giugno 2007 incontrai
Cazzola, le possibilità sembravano
concrete ma poi arrivò Arrigoni. Mi ero
messo il cuore in pace, ero contento
di aver guidato il Bologna almeno la
sera della festa del centenario, insieme
a Renzo Ulivieri. Invece poco dopo
Papadopulo fu esonerato e mi arrivò la
telefonata».
Stagione 2009-10, squadra in una
situazione delicata e obiettivo raggiunto
con una salvezza convincente.
Sembrava l’inizio di una nuova storia,
invece quell’estate Menarini lasciò il
Bologna nelle mani di Porcedda.
«E tutto si chiuse con il delitto perfetto.
Vivi per allenare la squadra della
CHI È FRANCO COLOMBA
Nato a Grosseto il 6 febbraio 1955. Cresciuto nelle giovanili del Bologna,
ha debuttato nel centrocampo rossoblù nella stagione 1973-74, a Torino
contro la Juve il 3 marzo 1974. Dopo due stagioni in B (Modena e Samb), è
tornato “a casa”, giocando ancora dal ‘77 all’83 in rossoblù: in totale 198
presenze (134 in Serie A) e 4 reti. All’Avellino dall’83 all’88, ha poi chiuso
la carriera nel Modena. Nella sua carriera da tecnico spicca il triennio
1999-2002 alla Reggina, in cui valorizzò giovani come Pirlo, Baronio,
Possanzini, Kallon. Ha allenato anche Modena, Olbia, Novara, Salernitana,
Vicenza, Napoli, Verona, Ascoli (nel 2008-09 una salvezza che gli è valsa il
premio “Scopigno” come miglior tecnico di B), Parma, Padova, Livorno. E’
arrivato sulla panchina del Bologna nel 2009-10 sostituendo Papadopulo,
e salvando la squadra. Ha avuto una interessante esperienza nel calcio
indiano alla guida del Pune City (foto a sinistra).
Franco Colomba
tua città, ti capita l’occasione e fai
bene, pensi di ripartire nella stagione
successiva con un progetto finalmente
tuo e improvvisamente sei fuori, alla
vigilia dell’inizio del torneo. Una
pugnalata alle spalle che mi ha lasciato
una ferita che non si rimarginerà mai».
Non tutti ragionano come lei. La
correttezza non sempre paga…
«Ci sono allenatori con nomi altisonanti,
altri che cercano semplicemente di
fare al meglio il proprio lavoro. Gente
normale, che probabilmente non
solletica la fantasia di certi dirigenti.
Credo di far parte di quest’ultima specie,
ma mi consola aver sempre seguito la
mia strada e non avere conti aperti con
la coscienza».
Non ha perso i contatti col suo mondo:
che ne pensa del Bologna di oggi?
«Sta entrando di diritto nel club delle
squadre che valgono l’Europa. Lo
aspettavamo da tempo, un Bologna
così, c’è voluto tempo ma ora ci si può
divertire. Italiano ha trovato l’equilibrio
mantenendo quello che c’era di buono
ed inserendo tratti evidenti della sua
filosofia, come le verticalizzazioni. Mi
piace, è un entusiasta, vive il calcio in
maniera genuina, ha un feeling carnale
con la squadra. Ha conquistato i tifosi,
ma anche e soprattutto i giocatori: se
loro hanno fiducia in chi li guida, le cose
funzionano».
E Colomba, nel frattempo?
«Faccio il nonno. Di Nina, erede di
mio figlio Davide, che ha già cinque
anni, e di Lea, che ha quattordici mesi.
Lei vive a Milano con mia figlia Silvia e
Lorenzo, ogni tanto bisogna organizzarsi
per qualche trasferta. Ma è un impegno
meraviglioso».
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PERSONAGGI
Bologna
Nata a Molinella nel 1902, è stata una delle più famose
cantanti liriche bolognesi. Negli anni ‘30 la sua voce
ha incantato i melomani di tutto il Paese
TINA BILLI, soprano
Testo di Giuliano Musi
Sono passati 45 anni dalla scomparsa
di Tina Billi, famosa cantante bolognese
che gli appassionati ricordano anche oggi
con grande emozione perché interprete
magistrale di alcune delle maggiori opere
liriche che sono rappresentate ogni anno
nei maggiori teatri del mondo.
Il suo periodo di attività ha coinciso
con quello delle artiste più celebrate
della storia del teatro lirico, come Toti
Dal Monte e Claudia Muzio, la vera e
unica Divina della lirica. Tina Billi ha
comunque compiuto una bella carriera
cantando con ottimi colleghi, ottenendo
chiari e notevoli successi personali anche
in teatri di prima fascia. Soprattutto per
gli appassionati bolognesi è stata un vero
mito e non c’è nessun amante della lirica
che abbia vissuto quegli anni (dal 1930
al 1951), che non la ricordi con sincera
ammirazione come il soprano del cuore.
Non è stata solo un fenomeno locale: in
tutta Italia è amata, stimata e ammirata
da chi vive veramente e con passione la
lirica e molti collezionisti cercano tuttora
con assiduità i suoi preziosi dischi.
Tina Billi, donna bellissima quanto
sfortunata, aveva raggiunto una grande
notorietà perché poteva vantare voce
ed aspetto fisico che focalizzavano
immediatamente su di lei l’attenzione del
pubblico. Dotata di sguardo magnetico,
era bravissima nell’avvincere con il canto
l’ascoltatore che non poteva ridurre la
vivissima attenzione nei suoi confronti
anche solo per un breve momento. La
sua voce, tipica del soprano lirico, aveva
l’invidiabile pregio di commuovere
immediatamente lo spettatore senza
ricorrere a false esagerazioni vocali.
La tonalità rivelava inoltre un impasto
morbido e vellutato, ed un’apprezzabile
estensione, tanto da farla primeggiare
come Violetta ne La Traviata.
I critici erano concordi nell’affermare che
aveva la lacrima incastonata nella voce
che sapeva usare con grande sapienza,
mai troppo verista ma neppure mai
fredda. Nonostante queste doti uniche che
pochi artisti possono vantare Tina Billi non
ha mai voluto fare a gara con le colleghe
soprano, anche meno dotate, per imporsi
nei grandi teatri o per primeggiare. Si
è ugualmente costruita però una bella
carriera cantando con i cantanti lirici
più affermati, ottenendo indiscutibili e
notevoli successi personali.
Tina Billi nasce a Molinella (Bo) il 15 luglio
1902, quando il secolo più disastroso
della storia recente (2 guerre mondiali)
è da poco iniziato. Il suo vero nome era
Cecilia, Rina, Argentina (indubbiamente
il nome d’arte Tina è il diminutivo di
Argentina), figlia di Enrico e di Ponti
Sgargi Estella.
Dopo aver studiato pianoforte al
Conservatorio di Bologna, privatamente
si perfeziona in canto studiando con
Giuseppe Borgatti, il famoso tenore
centese (1871-1950) allievo prediletto
di Alessandro Busi, l’insuperato maestro
di canto del Conservatorio G.B.
Martini di Bologna. Giuseppe Borgatti
è considerato, assieme al più giovane
Aureliano Pertile (1885-1952), il più
grande interprete wagneriano italiano e,
molto probabilmente, del mondo. Sotto
la sapiente guida del grande tenore,
Tina debutta nell’opera completa il 13
giugno1930 all’Arena Italia di Bologna
in Bohème al fianco del popolarissimo
tenore bolognese Ettore Bergamaschi.
L’arena Italia era stata inaugurata l’anno
prima nel 1929 e si trovava nei pressi
di porta Saffi. L’anno dopo, nel 1931, è
scritturata all’Apollo di Ferrara, debutta
così in Carmen di Bizet. Tina è una
splendida Micaela e l’ottimo esito le apre
le porte del Politeama di Piacenza dove
debutta in Traviata, accanto a lei il tenore
modenese Wladimiro Badiali con cui
canta in molti teatri emiliani. A Cremona
è scritturata per Traviata, Tosca e Rigoletto
fino ad approdare, nel 1932, al Teatro
Duse di Bologna, ancora ne La Traviata,
al fianco di Guido Volpi e del baritono
Enrico De Franceschi.
A Bologna riscuote un grande successo,
viene confermata per Tosca, e l’anno
seguente canta nell’importante Teatro
del Corso di Bologna, nel periodo d’oro
dell’impianto, in cui il Corso rivaleggiava
addirittura con il Comunale. Il Teatro
del Corso che era nella centralissima
Via Santo Stefano oggi non esiste più
perché è stato purtroppo distrutto da
un bombardamento alleato. Al Corso
Tina canta ancora Traviata e Tosca col
tenore Nino Ederle. Le stesse opere le
interpreta anche al Lirico di Milano prima
di debuttare, nel 1933, al Sociale di
Mantova ne I Pagliacci. La critica elogia la
sua interpretazione di Nedda e la descrive
come una magnifica ammaliatrice di
notevole qualità vocale.
Prosegue la carriera al teatro Duse di
Bologna con sorprendente frequenza
fino al 1934 quando debutta in Thaïs,
opera che la vedrà impegnata anche al
Petruzzelli di Bari due anni dopo.
Nel 1934 Tina debutta in un altro classico
come Manon Lescaut di Giacomo
Puccini. Anche il personaggio di Manon è
stato un suo cavallo di battaglia ed è forse
quello che ha interpretato con maggiori
soddisfazioni personali. Negli anni
seguenti ottiene successi in altre opere:
L’amico Fritz di Pietro Mascagni, La
Bohème e Madama Butterfly di Giacomo
Puccini, Arlesiana di Francesco Cilea. Nel
1936 debutta nel Barbiere di Siviglia di G.
Rossini.
Il repertorio di Tina Billi non è stato
purtroppo molto vasto, forse a causa di
una sua innaturale paura nell’avventurarsi
nello studio del vasto repertorio lirico,
non solo italiano. Non era abbastanza
stimolata per tentare nuove avventure
che sicuramente le avrebbero riservato
piacevoli sorprese e preferiva esibirsi in
ruoli in cui aveva già ottenuto successi e
grande considerazione del pubblico.
Negli anni ‘30 è nel ristretto lotto dei
soprano affermati e gode di una solida e
meritata popolarità tra pubblico e critica.
Il successo ed il poter vantare un nutrito
numero di ammiratori le frutta anche la
chance di realizzare una produzione
discografica che le assicura ulteriore
popolarità.
In commercio si trovano anche oggi
parecchi dischi incisi per l’etichetta
Italfon di Milano che al momento della
commercializzazione erano venduti
esclusivamente nei Grandi Magazzini
della Rinascente.
La sua carriera dura 21 anni e ancora
in media età decide di lasciare le
scene: saluta Bologna con La Traviata di
Verdi cantata, con incredibile successo
all’Arena del Sole di Bologna il 24 marzo
e il 14 aprile 1945. L’addio ufficiale
alle scene avviene a Bagnacavallo, al
Politeama Verdi, nel 1951 con Tosca di
Puccini.
Tra il 1945 e il ’51 Tina Billi ha però
cantato ancora, sicuramente con minore
frequenza e in teatri minori.
Nella vita privata stava da tempo con
un uomo che disponeva di notevoli
possibilità economiche e che voleva
regolarizzare col matrimonio la loro
vita in comune. Contrariamente ad ogni
aspettativa Tina Billi però non accettò
di sposarlo, le loro esistenze non hanno
avuto così riconoscimento ufficiale e
da una possibile posizione economica
privilegiata Tina è piombata all’improvviso
in uno stato di terribile indigenza quando
il suo convivente è morto dopo qualche
anno. Non potendo beneficiare in alcun
modo del patrimonio del suo ex, dopo la
guerra e con la galoppante svalutazione
della lira si è ritrovata a dover lottare per
sopravvivere degnamente.
Fortunatamente un appassionato della
lirica e suo ammiratore, da tutti conosciuto
come Cirano, nonostante facesse un
lavoro non molto remunerato riuscì a
procacciarsi il pane per sé e per Tina.
Le ristrettezze economiche e il passare
degli anni non impedirono comunque alla
Billi qualche esibizione in cui ha cantato
sempre in modo straordinario.
Durante la carriera, ma soprattutto una
volta lasciato il teatro (anni ‘50), si esibiva
volentieri al ritrovo principale dei melomani
bolognesi, la famosissima Tampa Lirica,
all’angolo di via Marescalchi, una stradina
stretta e laterale della centralissima via
D’Azeglio. Questo locale, che in effetti si
chiamava “Antica Trattoria Buca Genasi”,
era famoso per il canto e per le tagliatelle
al ragù ritenute le migliori di Bologna
e non era neppure facile trovarvi posto
perché disponeva di pochi tavoli.
Tina duettava spesso con Romano Emili
(allora giovanissimo era conosciuto col
nome d’arte Romano Doria), Eduardo
Martone, Gianfranco Marchioni,
Romano Musi, Mario Cangemi e altri che
abitualmente frequentavano il locale spinti
dalla passione per il canto.
Ha svolto anche una notevole attività
concertistica, in cui spicca il prestigioso
concerto effettuato nello stabilimento della
Edoardo Bianchi, il marchio di biciclette
più antico al mondo, in viale Abruzzi
a Milano. Va sottolineato che ottenne
notevolissimi successi anche in alcuni
paesi europei interpretando l’Opera di
Lehar La Vedova allegra.
Il 7 ottobre 1975 al Circolo Culturale
Lirico di Bologna, accompagnata dal
pianoforte, ha eseguito l’intera partitura di
Manon Lescaut.
I numerosi appassionati accorsi all’evento
rimasero senza parole e, anche dopo
molti anni, quel ricordo resta vivissimo
e indelebile. Nonostante in scena fosse
seduta su una sedia, posizione che non
favorisce l’emissione della voce ed il
respiro, apparentemente senza alcuno
sforzo, Tina regalò un’interpretazione di
classe assoluta eseguendo il finale con un
pathos irripetibile.
Tina Billi, rimasta sola, negli ultimi anni di
vita era stata sopraffatta dalla desolazione
e dalla solitudine, anche se molti cantanti
giovani andavano da lei per ripassare
le romanze e godere dei suoi preziosi
consigli. Dopo pochi anni si è ritirata in
una casa di riposo di Bologna dove si è
spenta il 15 agosto 1980, due settimane
dopo la tragica strage della Stazione di
Bologna.
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DA VEDERE
Bologna
Dal Tarocchino alla bolognese al frammento originale del
decumano massimo di Via Aemilia: lo scorso novembre ha
riaperto uno dei contenitori culturali più affascinanti della città
Palazzo Pepoli
e la storia della città
Testo di Irene Murgia
Nel cuore pulsante di Bologna, tra
le sue antiche vie cariche di storia,
Palazzo Pepoli è tornato a vivere grazie
alla riapertura del 30 novembre 2024,
trasformandosi così in un luogo dove il
passato non è solo memoria, ma racconto
vivo e coinvolgente. Questo edificio, che
ha attraversato epoche e trasformazioni,
è molto più di una testimonianza
architettonica; è un ponte tra la memoria
della città e la sua anima contemporanea.
Costruito nel XIV secolo, Palazzo Pepoli
Vecchio rappresenta un simbolo della
continuità storica di Bologna, un edificio
che ha visto susseguirsi le grandi famiglie
bolognesi e le trasformazioni politiche
e sociali della città. La sua storia si
intreccia con quella della famiglia Pepoli,
una delle casate più influenti di Bologna
durante il periodo medievale, il cui
ruolo ha lasciato un’impronta indelebile
nell’identità cittadina.
La recente riapertura ufficiale del Palazzo
ha quindi segnato l’inizio di una nuova
era. Non si è trattato solo di restituire
alla città uno spazio fisico, ma di ridare
voce a una storia che aspettava di essere
raccontata con occhi nuovi, un’occasione
per riprendere il dialogo con il passato e
portarlo nella contemporaneità. La grande
partecipazione della comunità bolognese
all’inaugurazione ha confermato il
profondo legame tra la città e questo
luogo, che torna a essere un punto di
riferimento culturale e sociale.
Il Museo
Le sale del Museo della Storia di Bologna
offrono una panoramica completa
della città, dalla Felsina etrusca alla
Bologna odierna, con una serie di
installazioni multimediali, reperti storici
e narrazioni interattive che permettono
di rivivere le tappe fondamentali della
storia cittadina. In particolare, il museo
racconta temi come le lotte comunali,
le origini dell’Università di Bologna,
l’evoluzione urbanistica della città e la
sua industrializzazione. Uno dei reperti
più straordinari conservati nel museo è
un frammento originale del decumano
massimo di Via Aemilia, corrispondente
all’odierna Via Rizzoli. Rinvenuto nel
1959, questo antico lastricato conserva
ancora i segni lasciati dai carri che un
tempo attraversavano la città romana,
offrendo una testimonianza tangibile
della vita quotidiana nell’antica Bologna
Elemento distintivo del palazzo è la
Torre del Tempo, una struttura in vetro e
acciaio che svetta al centro del palazzo.
Simbolo del dialogo tra passato e futuro,
rappresenta il legame tra le diverse epoche
raccontate nel percorso espositivo.
Gli Spazi
Uno degli ambienti più iconici è la
Piazza Coperta, la corte interna che
rappresenta il cuore pulsante di Palazzo
Pepoli. Qui si svolgono eventi culturali,
mostre temporanee, spettacoli e incontri
che trasformano questo spazio in un
luogo dinamico e partecipativo. Pensata
come una moderna piazza pubblica, è
un luogo di incontro e confronto, dove
la comunità può riunirsi per condividere
esperienze culturali. Inoltre, la Piazza
Coperta funge da cornice per iniziative
speciali legate a ricorrenze cittadine,
festività e celebrazioni che rafforzano il
legame tra il museo e la vita quotidiana
di Bologna.
La Sala della Cultura è uno degli spazi
più suggestivi, principale punto di
riferimento per eventi, tra cui concerti,
rappresentazioni teatrali, laboratori
didattici per bambini e conferenze su
storia, arte e cultura contemporanea.
Oltre alle aree espositive e agli spazi
dedicati agli eventi, Palazzo Pepoli offre
servizi pensati per arricchire l’esperienza
dei visitatori e rendere il museo un luogo
di aggregazione e scoperta.
Il Caffè del Museo, situato all’interno
del palazzo, è un ambiente accogliente
e aperto a tutti, un punto di ritrovo dove
rilassarsi in un’atmosfera suggestiva,
indipendentemente dalla visita al
museo. Con ingresso libero, rappresenta
un’occasione per vivere il Palazzo
anche al di fuori del percorso espositivo,
rendendolo un punto di riferimento per la
comunità e per i turisti.
La Bottega del Museo, il bookshop di
Palazzo Pepoli, non è solo uno spazio
dedicato a libri, souvenir e oggetti
artigianali legati alla storia e alla cultura
bolognese, ma svolge anche una funzione
centrale per l’esperienza di visita. Da ora,
infatti, i biglietti per il museo possono
essere acquistati direttamente in questo
spazio, che funge anche da infopoint,
fornendo ai visitatori tutte le informazioni
necessarie per scoprire al meglio Palazzo
Pepoli e la città.
Questi spazi non si limitano a essere
servizi accessori, ma sono una parte
fondamentale dell’identità del Palazzo,
rafforzando il suo ruolo di centro
culturale. Offrono infatti un punto di
incontro e di fruizione che arricchisce
l’esperienza del visitatore, dove la storia,
l’arte e la vita quotidiana si integrano in
modo organico e funzionale.
Casa della cultura popolare
Oggi, Palazzo Pepoli si propone non
solo come museo, ma come una vera
e propria casa della cultura popolare
bolognese. Attraverso collaborazioni con
artisti, studiosi e realtà del territorio, il
Palazzo celebra le tradizioni locali, dai
saperi artigianali alle Denominazioni
Comunali di Origine (De.Co.), fino
agli eventi legati alla vita culturale
contemporanea. Particolare attenzione
è dedicata alla riscoperta delle arti
popolari, come il teatro dei burattini,
l’arte delle sfogline bolognesi, la liuteria
e la tradizione del Tarocchino bolognese.
Queste espressioni culturali non sono
solo testimoni del passato, ma vengono
rivisitate e valorizzate attraverso
iniziative che coinvolgono attivamente
la cittadinanza. Con il suo approccio
inclusivo, Palazzo Pepoli si propone
come un luogo in cui il patrimonio
culturale non è solo conservato, ma
rivive attraverso esperienze dirette e
interattive.
Visitare Palazzo Pepoli oggi non è solo
un museo, ma un centro culturale che
riflette il continuo intreccio tra passato e
presente, facendo della città un luogo di
costante scoperta. Grazie alle numerose
attività educative, come tour guidati e
percorsi tematici, il Palazzo si rivolge a
tutti i visitatori invitandoli a esplorare le
radici e l’evoluzione di Bologna.
Per scoprire di più su eventi, orari
e iniziative, è possibile visitare il
sito ufficiale www.palazzopepoli.it.
Foto di Bologna Welcome
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SPECIALE GIUBILEO
Bologna
Sono nove i luoghi della diocesi di Bologna
in cui è possibile “prendere l’indulgenza”
giubilare. Un percorso tra fede, storia e arte
Il GIUBILEO
anche in città
Testi e foto di Elena Boni
Il Giubileo 2025, o Giubileo della Speranza, è stato aperto da papa
Francesco il 24 dicembre scorso e vede nel pellegrinaggio a Roma
uno dei suoi punti distintivi. Anche nelle diocesi vengono designati
alcuni luoghi di fede in cui è possibile “prendere l’indulgenza” del
Giubileo. La Chiesa di Bologna ne ha scelti nove, sapientemente
distribuiti per luogo, epoca, devozione. I primi due si trovano in
città, rispettivamente, dentro e fuori le mura: la cattedrale di San
Pietro e il santuario della Beata Vergine di San Luca. Seguono
due santuari mariani della montagna molto amati dai Bolognesi:
quello di Boccadirio e quello di Campeggio. In pianura troviamo
il santuario del Poggio di Castel San Pietro, quello di Santa
Clelia alle Budrie e quello del Ss. Crocifisso di Pieve di Cento.
Infine due luoghi appenninici legati ad importanti temi storici e
di carità della Chiesa bolognese: il “Villaggio senza Barriere” di
Tolè e i “Luoghi della memoria” di Monte Sole. Ciascuno di questi
luoghi meriterebbe più di un articolo, ma ne offriamo qui una
breve carrellata perché il lettore possa orientarsi rapidamente nel
Giubileo bolognese.
LA CATTEDRALE DI SAN PIETRO
Situata in via Indipendenza, la cattedrale è sede della “cattedra” del
La “grotta di Lourdes” a Campeggio
Il santuario della B.V. delle Grazie a Boccadirio
vescovo. L’attuale edificio risale al Seicento con rimaneggiamenti
e restauri successivi, ma la facciata è della metà del Settecento. Il
campanile, oggi visitabile, ha una particolare pianta quadrata che
ingloba il precedente campanile romanico, di forma rotonda. La
chiesa è ricca di opere d’arte e punti d’interesse storico-culturale,
fra i quali la cripta e l’esposizione del “tesoro della cattedrale”.
LA MADONNA DI SAN LUCA
Il santuario più amato dai Bolognesi è famoso soprattutto per
il portico più lungo del mondo, con i suoi circa 3.600 metri di
lunghezza. è un’icona in stile bizantino antico che la leggenda
vuole dipinta dall’evangelista, medico e pittore. Raffigura la
Vergine “odighìtria” ovvero nell’atto di indicare con la mano destra
la strada (in greco odòs) che conduce verso il Figlio Gesù, il quale
le sta in braccio in atteggiamento benedicente. L’icona arrivò a
Bologna verso la fine del XIII secolo, trasportata da un pellegrino,
fu affidata alle monache che risiedevano sul Colle della Guardia
e da allora veglia sulla città. La costruzione del portico è legata
al voto che i bolognesi fecero nel 1433, quando la Madonna fu
portata in città per invocare la fine delle piogge e del maltempo.
L’attuale struttura fu fondata nel 1674 e completata solo nel 1732
col famoso arco del Meloncello. Il santuario deve la sua splendida
forma al genio di Carlo Francesco Dotti che lo progettò nel 1741.
All’interno della chiesa una doppia scalinata, col soffitto celeste
dipinto di stelle dorate, conduce proprio ai piedi dell’icona.
BOCCADIRIO
Il secondo santuario per importanza è quello della Beata Vergine
delle Grazie a Boccadirio, a Baragazza, nel Comune di Castiglione
dei Pepoli. È raggiungibile da Bologna tramite l’autostrada
“Panoramica” con uscita a Roncobilaccio, oppure a piedi o in
bicicletta tramite sentieri escursionistici oggi inseriti nella Via Mater
Dei ( www.viamaterdei.it ). Il culto trae origine dall’apparizione
della Madonna della Grazie il 6 luglio 1480 a due pastorelli del
luogo: Donato e Cornelia. Il santuario è costituito dalla chiesa, da
uno splendido chiostro e da numerose opere per i pellegrini; si trova
immerso in un angolo di natura silenzioso e davvero suggestivo.
IL CROCIFISSO DI PIEVE
Anche la devozione per il Ss. Crocifisso a Pieve di Cento è sorta
a seguito di un’apparizione miracolosa, legata all’ospitalità di
un pellegrino misterioso nella casa della famiglia Guidicini. Il
crocifisso sarebbe apparso a seguito di un’esplosione di luce,
lasciando intendere l’identità fra il pellegrino e Cristo stesso.
Il crocifisso ligneo fu realizzato fra il XIV e il XV secolo per la
confraternita di Santa Maria dei Battuti, dedita all’ospitalità dei
pellegrini in viaggio verso Roma e la Terra Santa. È conservato nella
collegiata parrocchiale di Santa Maria Maggiore.
L’urna di Santa Clelia alle Budrie
LA MADONNA DEL POGGIO
Trae origine da un’apparizione anche il santuario della Beata
Vergine a Poggio Piccolo, nel Comune di Castel San Pietro
Terme. Nel 1550 la Vergine apparve a una povera donna,
Antonia Bedini, procurandole miracolosamente del pane. Ne
seguì la costruzione di una chiesa e una lunga tradizione di
miracoli e grazie. Indimenticata nel santuario è la figura di
don Luciano Sarti, rettore dal 1939 al 1987; la sua vita fu un
esempio semplice ma eroico di fede calata nella prova della
malattia e della disabilità.
IL VILLAGGIO SENZA BARRIERE
All’intuizione di altro sacerdote disabile, don Mario Campidori,
si deve la nascita del movimento “Simpatia e Amicizia” e la
costruzione dal 1984 del “Villaggio senza Barriere” Pastor
Angelicus a Bortolani. Siamo nel Comune di Valsamoggia fra
Savigno, Montepastore e Tolè. A partire dalla propria esperienza
con la sclerosi multipla, don Mario volle garantire alle famiglie
con figli disabili la possibilità di trascorrere periodi di vacanza
senza barriere architettoniche, culturali e psicologiche. Oggi
il Villaggio ha 12 camere, una bella chiesa, tanti servizi per
ospitare i disabili e le loro famiglie ma anche volontari e
pellegrini.
LA “PICCOLA LOURDES” DI CAMPEGGIO
A Campeggio, frazione di Monghidoro, si trova la chiesa di
A SINISTRA, il santuario della Madonna del Poggio
San Prospero. Qui l’infaticabile don Augusto Bonafè, parroco
dal 1918 al 1944, volle costruire per la popolazione locale
una fedele replica della grotta di Lourdes. La poderosa opera
fu cominciata nel 1923 e seguita da una serie di altre opere
sociali, civili e architettoniche.
MONTE SOLE
I tragici fatti della seconda guerra mondiale segnano i luoghi
della memoria di Monte Sole e Marzabotto, sede del peggiore
eccidio di civili operato da militari in Europa. Nell’autunno
del 1944 le SS tedesche al comando del maggiore Reder, per
impedire le azioni della brigata partigiana Stella Rossa Lupo,
misero a ferro e fuoco Marzabotto e i paesi circostanti e uccisero
circa 1840 civili inermi. Furono martirizzati in odio anche alla
fede anche cinque sacerdoti. Nel 1985 don Giuseppe Dossetti
stabilì a Monte Sole, sui luoghi della strage, una comunità
monastica che diede origine all’attuale Scuola di Pace, perché
dalla memoria dell’orrore nascessero semi di perdono e di
pace. Oggi Monte Sole è un parco storico riconosciuto dalla
Regione, meta di gite scolastiche ed escursioni a piedi e in
bicicletta (www.montesolebikegroup.it).
SANTA CLELIA ALLE BUDRIE
Il santuario di Santa Clelia è il più “giovane” tra i luoghi
bolognese del Giubileo: fu infatti istituito nel 1993 dal card.
Biffi nella parrocchia di Santa Maria delle Budrie, frazione di
san Giovanni in Persiceto. Qui visse e operò Clelia Barbieri,
fondatrice delle suore Minime dell’Addolorata, morta di tisi a
soli 23 anni. La giovane suora e catechista fu proclamata santa
nel 1989 e poi patrona dei catechisti dell’Emilia-Romagna. La
sua storia e i ricordi sono esposti in una mostra permanente nel
grande auditorium. Il santuario delle Budrie è un’oasi di pace
nell’operosità della pianura bolognese; dispone di due case per
l’accoglienza dei pellegrini e di una zona camping legata al
passaggio della Ciclovia del sole (www.cicloviadelsole.it).
Pellegrinaggi a Roma
e Giubilei dedicati
Il Giubileo 2025 si chiuderà il 6 gennaio 2026. Prevede un
ricco calendario di appuntamenti dedicati a categorie e gruppi
specifici di pellegrini. L’elenco completo si trova sul sito:
www.iubilaeum2025.va
Nella diocesi di Bologna l’organizzazione dei pellegrinaggi
giubilari a Roma è affidata prevalentemente all’agenzia
Petroniana Viaggi: Via del Monte, 3g (Bologna) Tel.
051/261036 - pellegrinaggi@petronianaviaggi.it
www.petronianaviaggi.it/giubileo/
Il “Pellegrinaggio urbano”
In occasione del Giubileo la Chiesa di Bologna in
collaborazione con Bologna Welcome ha previsto un percorso
di fede, arte e storia fra i principali luoghi di culto presenti nel
centro storico, più il santuario della Madonna di San Luca. Si
tratta del “Pellegrinaggio urbano”:
www.chiesadibologna.it/inizia-il-pellegrinaggio-urbano/
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51
QUESTO LO FACCIO IO
Azioni e comportamenti
per la tutela
della biodiversità
a cura di Andrea Morisi
(Sustenia srl)
Scelta, installazione, e manutenzione
dei ripari per i volatili
NIDI E RIPARI
ARTIFICIALI
Non basta piantare alberi, siepi, boschi,
come abbiamo visto in alcune delle
precedenti puntate.
Per quanto si tratti di una cosa utilissima,
soprattutto in un contesto come può essere
la pianura bolognese, ancora troppo
povera di verde, di elementi naturali e di
ecosistemi, la messa a dimora di nuove
alberature e perfino la creazione di
rimboschimenti non è di per sé sufficiente
per tutelare la biodiversità.
Le nuove piante e i nuovi rimboschimenti
prima di riuscire ad offrire nicchie
ecologiche, cibo, riparo, luogo di
nidificazione a tutte le specie che,
potenzialmente, potrebbero giovarsene,
devono crescere e diventare mature.
Talora addirittura vecchie e senescenti. O
perfino morire.
Si dice che “un albero, da morto, ospita
più vita di un albero da vivo”.
Lo so, sembra un gioco di parole,
ma è una grande verità.
Il fattore tempo
Alberi giovani e nuovi boschi sono
fondamentali per il cosiddetto
rewilding, cioè il recupero
ambientale del territorio di cui
c’è tanto bisogno. In particolare
in pianura, ma non solo, abbiamo
eliminato gli ecosistemi originari
e, di conseguenza, è cambiato il
microclima locale, la capacità di
assorbire e trattenere l’acqua, la
mitigazione degli eccessi climatici,
la capacità di organicare l’anidride
carbonica intrappolandola nel
legno.
La scomparsa dell’originaria
copertura arborea (anche quella
semi-naturale dell’appoderamento
a “seminativo arborato”, con le
tipiche piantate) ha trasformato
anche il paesaggio, privandolo di
quell’arredo verde che, ormai, si
trova solo nei disegni dei progetti
e nei rendering per rendere più
gradevole la proposta.
Ma un giovane albero, o un
giovane bosco, soprattutto non può
esplicitare al meglio il suo ruolo
ecosistemico, nella comunità
biologica in cui si inserisce, a
causa del “fattore tempo”. Si
possono piantare gli alberi e gli
arbusti più belli e progettare i
boschi più estesi, ma fin tanto che
saranno giovani (e per giovani
pensate pure a diverse decine di
anni) saranno sostanzialmente in
piena salute, staranno assorbendo
nutrienti e formando nuovo legno.
E questo sarà un legno duro,
resistente, protetto da sostanze
come i tannini e da una corteccia
sana ed efficiente. Sarà difficile
per le ife di un fungo infilarsi
nelle fibre legnose, i batteri
non riusciranno a raggiungere
i tessuti, gli insetti faticheranno
a scalfire la corteccia, i picchi
troveranno un legno resistente
alle loro beccate. Quindi i funghi
non potranno fornire il cibo ad
altri organismi, ci saranno meno
insetti e meno insettivori che se
ne nutrono, le cavità scavate dai
picchi non serviranno da nido per
altri uccelli. Per queste ragioni un
albero giovane, dunque, risulta
meno biodiverso.
La necromassa è vita
Pensiamo invece a quando un albero
invecchia. I rami rotti hanno lasciato
parti secche, zone scortecciate
rendono vulnerabile il legno
sottostante, entra umidità e con essa
entrano funghi e batteri che iniziano
a digerire cellulosa e lignina. Si
formano marciumi e cavità, il legno
diventa più tenero e aggredibile da
larve e adulti di insetti xilofagi e più
facilmente scavabile dai picchi che
ricavano buchi e tasche interne al
tronco. Degli organismi favoriti dal
legno morto si nutrono, poi, altri
animali e la catena alimentare si
allunga. Le cavità scavate dai picchi,
e usate solo una volta, diventano
ottimi rifugi per pipistrelli, lucertole,
mammiferi arboricoli, api selvatiche
e, classicamente, altri uccelli
come le cince. Un albero vetusto
diventa allora un condominio della
biodiversità, trasformando, quasi
paradossalmente, la sua parte
morta (la cosiddetta necromassa) in
opportunità per la vita.
A noi interessa questo aspetto, se
vogliamo aiutare l’incremento della
biodiversità legata alla ricostituzione
di ecosistemi alberati. Dobbiamo,
cioè, cercare di invecchiarli
artificialmente, non avendo una
bacchetta magica che intervenga sul
fattore tempo.
Naturale o artificiale?
In questi tempi controversi in cui,
da un lato, si ambisce al ritorno al
“naturale” e, dall’altro, si idolatra
l’“artificiale” e gli ecosistemi
soffrono l’antropizzazione diffusa,
creare artificialmente dei ripari per
favorire l’insediarsi di specie animali
può effettivamente sembrare stonato.
D’altra parte, se l’obiettivo è quello
di ricreare nicchie per ospitare
la biodiversità, allora esistono
diverse possibilità, che tutti noi
possiamo mettere in atto, a partire
dall’installazione di ripari artificiali
per un numero significativo di specie.
I ripari artificiali possono, di norma,
offrire due servizi: il riparo e/o il
luogo in cui riprodursi e allevare la
prole. Per questa ragione si parla di
“nidi artificiali” che possono valere
per specie diverse, a seconda di
come sono fatti.
Una casa per tutti
Il caso esemplare di nido artificiale
è costituito da una casetta, che
rappresenta il tronco dell’albero,
provvista di un foro di ingresso, che
richiama il buco che il picchio scava
nel tronco dell’albero senescente. Il
Ambiente e territorio
diametro del foro seleziona la specie
di uccello che può accedere alla
cavità interna per la nidificazione:
dalla piccola cinciarella, alla
cinciallegra, allo storno, all’upupa,
fino all’assiolo o all’allocco. Questi
nidi artificiali possono comunque
essere utilizzati anche da ghiri,
scoiattoli, moscardini. Noi vi
abbiamo trovato anche lucertole e
raganelle, che approfittano di un
luogo per svernare o per nascondersi.
Se invece del foro nella parte alta,
è presente una fessura nella parte
bassa, il riparo artificiale diventa una
cosiddetta bat-box o cassetta-nido
per pipistrelli.
Ma esistono anche altre tipologie
ancora di nidi artificiali, come i
cosiddetti bee-hotel, vale a dire
cassette con cannucce per ospitare le
sempre più rare api solitarie (osmie,
megachili), ma anche piccole casse
con un tunnel di ingresso che serve
52
53
QUESTO LO FACCIO IO
Ambiente e territorio
ALLE ORIGINI DEL VINO
per i ricci.
Il mondo dei nidi artificiali è
variegato ed interessante. Ormai
in rete si trovano siti specializzati
ed informazioni di dettaglio. Senza
volere fare pubblicità, esistono ditte
specializzate: famosa è quella tedesca
che offre ripari e nidi di ottima fattura
per tantissime specie diverse.
Consigliamo vivamente di porre molta
attenzione nei modi e nei materiali
con cui sono realizzati i nidi artificiali
per impedire che diventino delle
trappole controproducenti se costruiti
con materiali verniciati (a causa della
possibile tossicità delle vernici o
degli impregnanti utilizzati) oppure
se lasciano filtrare acqua all’interno
o se le pareti non garantiscono una
buona coibentazione e chi si trova
all’interno rischia la vita per troppo
freddo o troppo caldo. I materiali con
cui sono costruite sono importanti
per la durata nel tempo del nido e,
come spesso accade, un investimento
iniziale maggiore garantisce un
migliore acquisto.
L’installazione e la cura
Un buon nido artificiale è solo l’inizio.
Bisogna infatti prestare attenzione al
modo con cui lo si installa se si vuole
essere ripagati dall’arrivo degli ospiti
selvatici.
Intanto serve un supporto e, se
l’albero giovane che abbiamo
piantato, è davvero ancora piccolo
non può verosimilmente sopportare il
peso del nido. In questo caso si può
usare un palo come supporto.
Ovviamente una posizione poco
disturbata facilita la scelta del
nido da parte dei suoi potenziali
occupanti. Sono molto importanti
anche l’esposizione (meglio verso
sud-ovest, potendo scegliere) e
l’inclinazione finale con cui il
nido rimane posizionato (meglio
leggermente inclinato verso il basso
per impedire che dal foro di ingresso
possa piovere all’interno).
Meglio accertarsi anche di
posizionarli abbastanza in alto
(almeno 2-3 metri) per evitare che chi
entra ed esce dal nido possa venire
predato con un balzo da possibili
predatori terrestri (attenti anche agli
amici gatti!).
Se il nido artificiale è di cemento
alleggerito, la sua durata è
tendenzialmente molto lunga. Se
invece è di legno occorre controllare
lo stato di conservazione del legno
nel tempo.
Inoltre, soprattutto nel caso di specie
che imbottiscono la cavità con
muschi, crini, rametti e foglie, una
volta all’anno, nel periodo autunnale,
quando si è sicuri che la nidificazione
è terminata, è consigliabile aprire
il nido e pulirlo, allontanando il
contenuto e spazzolando bene
l’interno per eliminare detriti ed
eventuali parassiti.
Una raccomandazione: non andate
a guardare cosa sta nidificando!
Rischiate di fare un pasticcio e
condannare a morte la nidiata perché
i genitori si sono spaventati.
Ospiti indesiderati
Talvolta nel nido artificiale si
insediano ospiti imprevisti, come
formiche, vespe o calabroni. In questo
caso, a parte il fatto che anche questi
organismi rientrano nella biodiversità
che vogliamo implementare, la loro
presenza inibisce l’utilizzo del
nido artificiale da parte dell’ospite
ricercato e può ovviamente causare
problemi di rapporti. Possibilmente
conviene intervenire subito, prima
che la colonia si ingrandisca.
Sconsigliamo vivamente l’utilizzo di
veleni che, peraltro, poi lascerebbero
tracce nocive nel nido. Se la posizione
non determina rischi effettivi per il
passaggio delle persone e ve la sentite,
la cosa migliore, nel caso di vespe e
calabroni, sarebbe lasciare terminare
il loro ciclo vitale: la colonia muore
durante l’inverno e la regina si
allontana, per cui potete provvedere
a ripulire il nido artificiale. Altrimenti
per l’allontanamento degli insetti
indesiderati può essere efficace una
irrorazione forte e ripetuta con un
getto d’acqua. Ovviamente usate
prudenza.
Una curiosità: nell’Europa del Nord,
dove la specie risulta rara, si usano
anche nidi artificiali per i calabroni,
specie in realtà molto utile.
L’autocostruzione
Se si è amanti del fai da te, fatto
salva la raccomandazione di prestare
attenzione alla qualità dei materiali
utilizzati, è possibile autocostruirsi
i nidi artificiali. Esistono schemi
e misure per le diverse specie e
modalità per poter ricavare tutti i
pezzi necessari per la costruzione
del nido artificiale da un’unica asse
di legno.
Se siete interessati, potete richiederci
(ovviamente gratuitamente) gli schemi
costruttivi al seguente indirizzo di
posta elettronica: info@sustenia.it.
Oltre ad aiutare la biodiversità,
l’installazione di nidi e ripari artificiali
risulterà così anche divertente e
potrete con ancora più soddisfazione
dire “quest’azione per favorire la
biodiversità l’ho fatta io!”.
La storia
dei vitigni
dei Colli Bolognesi
Dietro ogni bottiglia ci sono i sacrifici
del viticoltore che l’ha prodotta e la
storia del territorio da cui proviene
Oltre al gusto
c’è di più
Testo di Alessio Atti
Dopo avere raccontato di vitigni dimenticati o rari, di
vini in abituale e odierna produzione sui Colli Bolognesi,
vorrei analizzare cosa possa significare bere vino, cosa
simboleggi, cosa aspettarci da lui. Molto semplicemente,
il vino è il prodotto della fermentazione totale o parziale
del frutto della vite, composto da quasi la totalità di
acqua, con acidi, zuccheri, sali minerali, sostanze
azotate, vitamine e altre cose in piccolissime percentuali.
Tutto qui? Non proprio.
Il vino accompagna l’uomo sin dalla notte dei tempi e
gli è stata, da sempre, attribuita una connessione con un
mondo ultraterreno, magico, soprannaturale, simbolo
della benedizione divina, che allieta il cuore, elemento
essenziale per la gioia della vita. Con questi attributi, cosa
possiamo attenderci dal nostro bicchiere di Pignoletto o
Barbera? Dovremmo essere consapevoli che per dissetarci
potremmo bere acqua, elemento essenziale per la vita
ma che bere vino, oggi, ha una funzione ben diversa,
come ad esempio espandere un’esperienza culinaria,
intensificare relazioni interpersonali, approfondire una
personale introspezione.
Il vino vorrebbe essere raccontato, vissuto, condiviso.
I latini con degustare, intendevano l’assaggiare con
piacere e attenzione, ascoltando i sensi per raccoglierne
ogni dettaglio. Una bottiglia di vino non la si finisce in
fretta, ma le si dà il tempo per relazionarsi, di svelarsi,
si versa con calma e si assapora ogni sorso, che sarà
un’esperienza diversa ogni volta.
Apprezzare un vino, quindi, va ben oltre il semplice atto
di bere, è un’esperienza sensoriale che può toccare corde
più profonde.
Quando si degusta un vino, non ci limitiamo a percepirne
il gusto. Si entra in un mondo fatto di aromi, colori,
consistenze e suoni, e ogni aspetto di questa esperienza
può risvegliare emozioni e ricordi. Il profumo di un
vino può evocare sensazioni piacevoli e il suo sapore
può ricordare luoghi o momenti speciali. Un vino
particolarmente pregiato o raro può addirittura suscitare
una sensazione di connessione con la terra in cui è stato
prodotto, creando una riflessione profonda sulla natura e
sul tempo.
Il vino, come esperienza sensoriale, diventa uno
stimolante per l’introspezione, ogni sorso invita a fermarsi,
ad ascoltare se stessi, a notare come le proprie percezioni
cambiano. Si entra in una sorta di meditazione che porta
alla consapevolezza del “qui e ora”. Quando si beve, per
noi, un buon vino, ci si concede un momento di pausa,
un’opportunità per riflettere sulle proprie emozioni,
pensieri e persino sulle proprie relazioni con gli altri.
Ogni bottiglia poi, racconta una storia: la storia e i
sacrifici del viticoltore, pagine di tradizione, racconta
dell’arte dietro la vinificazione, del territorio e del clima
che hanno reso quel vino unico. Questa consapevolezza
aggiunge profondità alla degustazione, trasformando
l’atto del bere in un’esperienza più contemplativa.
Il vino, infine, è un vero e proprio catalizzatore di
memorie, capace di evocare momenti del passato,
persone, sensazioni e luoghi.
Bere, assaggiare quindi un vino, può diventare molto
più di un semplice atto di consumo. Si trasforma in una
ritualità, un’esperienza che coinvolge mente e cuore,
in grado di portare a una connessione profonda con se
stessi, con gli altri e con il mondo che ci circonda, un
viaggio nel tempo e nell’emozione. Cin a tutti!
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FOTONATURALISMO
La quattordicesima
puntata
di un piccolo corso
sui segreti
del fotografo naturalista
WildWatching
Ci vuole
orecchio
Testi e foto di Paolo Taranto
L’uomo è sempre stato affascinato dal
canto degli uccelli e in generale dalle
vocalizzazioni degli animali e ha sempre
cercato di imitarle anche a scopo di richiamo
per la caccia. Solo con le tecnologie del
XX secolo però è stato possibile registrare
queste vocalizzazioni per poterle riprodurre
in modo efficace e per poterle studiare
meglio.
La Bioacustica è la scienza che studia la
comunicazione acustica degli animali;
essa studia le caratteristiche fisiche, le
Molte specie di uccelli sono più facili
da sentire che da vedere come ad
esempio i Silvidi o gli Acrocefali tipici
dei canneti (nella foto un Cannareccione
Acrocephalus arundinaceus)
funzioni, l’origine e l’evoluzione delle
vocalizzazioni. Le sue applicazioni sono
innumerevoli e verranno analizzate nel
paragrafo successivo.
PERCHÈ CONOSCERE I VERSI
DEGLI ANIMALI È IMPORTANTE
Lo studio delle vocalizzazioni degli
animali, soprattutto se condotto con le
tecnologie moderne (microfoni direzionali,
software di analisi bioacustica, batdetectors,
idromicrofoni etc.) può portare i
ricercatori a scoprire moltissimi aspetti della
biologia, ecologia ed etologia delle specie.
Vediamone alcuni esempi: distinguere
due specie fenotipicamente molto simili,
individuare nuove specie o sottospecie,
identificare i singoli individui, monitorare le
specie soprattutto in ambienti inaccessibili
come le foreste tropical, studiare le
migrazioni notturne
La conoscenza delle vocalizzazioni è
importante non solo per i ricercatori ma
anche per i semplici appassionati di natura.
Grazie alle vocalizzazioni sarà infatti
possibile: scovare le specie più elusive
ad esempio i Silvidi o i rapaci notturni,
identificare specie difficili da distinguere
ad es Grillaio e Gheppio, Luì piccolo e Luì
grosso, Rampichino e Rampichino alpestre,
individuare soggetti nascosti senza vederli
COME REGISTRARE
I VERSI DEGLI ANIMALI
Registrare le vocalizzazioni è
importantissimo per diversi motivi; una
vocalizzazione registrata può essere
Tra gli uccelli ci sono diverse specie che imitano i canti
di altre specie, ne sono un esempio la Ghiandaia (in foto),
lo Storno e la Cannaiola verdognola.
analizzata con calma al fine di individuare
la specie che l’ha emessa oppure può essere
inviata ad esperti per l’identificazione o una
conferma dell’identificazione.
Lo smartphone che abbiamo sempre in
tasca ha un microfono integrato che è
omnidirezionale, non produce registrazioni
di qualità ma è uno strumento che abbiamo
sempre a portata di mano e dunque molto
utile.
Se si vuole migliorare la qualità di
registrazione del proprio smartphone
sono disponibili in commercio piccoli
microfoni direzionali, delle dimensioni di un
accendino, facili da portare sempre con se.
Ovviamente per ottenere registrazioni di
buona qualità è consigliabile dotarsi di
attrezzature di un certo livello e dunque
mettere in conto una spesa elevata. Si possono
usare i microfoni integrati delle fotocamere
o videocamere o anche degli smartphone
ma ovviamente non renderanno tanto bene
quanto i microfoni direzionali appositi;
allo stesso modo si può registrare l’audio
su uno smartphone, su una fotocamera o
videocamera o su un lettore mp3 ma solo i
registratori digitali professionali (che costano
qualche centinaio di euro) offrono capacità
di registrazione audio in alta qualità
MICROFONI
Il microfono è l’elemento principale di ogni
registrazione, da esso infatti dipenderà la
qualità del suono registrato; un microfono
non fa altro che captare le onde sonore
e trasformare l’energia acustica di queste
onde in un segnale elettrico che verrà poi
digitalizzato sul registratore. Proprio sul
Non solo gli uccelli! Diverse altre specie animali emettono vocalizzazioni o suoni
udibili a orecchio, ne sono un esempio gli Anfibi, i Mammiferi (come il cervo in
bramito della foto sopra) e gli Insetti.
microfono, dunque, è bene non andare
troppo al risparmio.
Esistono due tipi principali di microfoni
in base alla tipologia di trasduttore:
Microfoni dinamici: non hanno bisogno di
alimentazione ma sono meno sensibili. E
microfoni a condensatore: sono più sensibili,
possono captare un range maggiore di
frequenze, ma richiedono un’alimentazione.
Spesso l’alimentazione è a basso voltaggio e
il microfono può alimentarsi attraverso il jack
audio stesso ma normalmente i più potenti
e professionali microfoni a condensatore
hanno bisogno di voltaggi elevati e dunque
necessitano di batterie apposite.
Sono diversi i parametri che caratterizzano
un microfono e le sue prestazioni oltre alla
tipologia di trasduttore per esempio:
Efficienza e sensibilità: è la caratteristica
più importante, e determina la differenza
tra microfoni di buona qualità e microfoni
di scarsa qualità; un microfono di buona
qualità avrà una elevata sensibilità e
direzionalità consentendo di registrare suoni
anche molto distanti.
Range di frequenze: ogni microfono è in
grado di percepire un range di frequenze
ben preciso, per fortuna i microfoni moderni
hanno range molto ampi e riescono a
coprire tutte le esigenze per la registrazione
di vocalizzazioni animali; ovviamente
per registrare infrasuoni o ultrasoni sarà
necessario usare microfoni appositi e ben
diversi dai normali microfoni direzionali.
Pattern polare (o direzionalità): solitamente
rappresentato da un grafico che mostra
la sensibilità del microfono rispetto alle
frequenze e all’angolo di incidenza del
suono. La direzionalità, solitamente,
aumenta all’aumentare delle frequenze
(cioè al diminuire della lunghezza d’onda).
Vi sono tre pattern principali: i microfoni
omnidirezionali, quelli bidirezionali e quelli
unidirezionali (detti anche semplicemente
“direzionali”). Il pattern direzionale è
detto “cardioide” e i microfoni direzionali
sono detti, in base al loro diverso grado di
direzionalità, super-cardioidi, ultra-cardioidi
o iper-cardioidi.
I microfoni più utili per le registrazioni in
natura, come è facile immaginare, sono
quelli direzionali, cioè in grado di registrare
suoni provenienti da una particolare
direzione eliminando o riducendo il più
possibile tutto il resto dei rumori ambientali
(disturbo) incluso il vento.
I microfoni direzionali più utili sono:
Microfoni a condensatore - Sono microfoni
direzionali super - o ultra-cardioidi detti
“shotgun” a causa della loro forma molto
allungata che somiglia alla canna di un
fucile. Hanno costi elevati se si vogliono
le massime prestazioni ma sono molto più
comodi da utilizzare sul campo.
Microfoni a parabola - Questo sistema
è costituito da un microfono piccolo e
omnidirezionale abbinato a una parabola
(solitamente di plastica). La parabola ha
la capacità di raccogliere molto meglio i
suoni provenienti da una precisa direzione
dove è puntata, grazie alle sue ampie
dimensioni che funzionano come un
padiglione auricolare, e convogliarli sul
punto di fuoco dove è puntato il microfono.
Un microfono a parabola dunque è in grado
di registrare con buona qualità e isolamento
dal disturbo dei suoni fino anche a 50 o
più metri di distanza (ovviamente la qualità
della registrazione dipende dal microfono
omnidirezionale abbinato alla parabola), è
come se fosse un teleobiettivo fotografico in
grado di “avvicinare” il soggetto di circa 10
volte, dunque un suono a 50 metri verrebbe
registrato come se fosse a soli 5 metri di
distanza.
L’efficacia di un microfono a parabola è
WildWatching
data dal diametro della parabola stessa in
funzione della lunghezza d’onda del suono
che si sta registrando; la parabola amplifica
meglio le frequenze alte, mentre su quelle
più basse non ha la stessa efficienza.
La sua capacità di amplificazione del
suono e la sua direttività aumentano
proporzionalmente con l’aumentare del
rapporto tra diametro della parabola e
lunghezza d’onda del suono che si sta
registrando; per lunghezze d’onda maggiori
del diametro della parabola, la risposta e
principalmente quella del microfono stesso
abbinato alla parabola; all’aumentare della
frequenza, man mano che la lunghezza
d’onda si riduce rispetto al diametro della
parabola, aumenta l’amplificazione e la
direzionalità. Per esempio, affinché una
parabola riesca ad amplificare bene suoni
a 100 Hz, dovrebbe avere un diametro
maggiore di 3 metri. Poiché i diametri più
utilizzati per le parabole vanno dai 45 al
massimo ai 90 cm, la loro efficienza come
amplificazione e direzionalità andrà dai
750 ai 375 Hz.
Qual è la scelta migliore? Entrambe queste
tipologie di microfoni hanno vantaggi
e svantaggi: i microfoni a condensatore
“shotgun” hanno una portata in termini
di distanza di registrazione più limitata a
meno che non si scelgano modelli superprofessionali
(che costano alcune migliaia
di euro), mentre un microfono a parabola
consente di avere risultati uguali ma
spendendo cifre ben inferiori. Lo svantaggio
dei microfoni a parabola è che essi offrono
Pattern polare di due tipologie principali di
microfoni, omnidirezionali e direzionali.
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57
FOTONATURALISMO
buone prestazioni se la parabola è grande
almeno 50-60 cm e dunque sono più
scomodi da trasportare e da utilizzare sul
campo.
PROTEZIONI DAL VENTO
I microfoni vengono solitamente già forniti
con una copertura spugnosa che serve a
eliminare il disturbo dovuto al vento ma
questa spugna è sufficiente solo in caso di
una lieve brezza. Se il vento è superiore
esiste un altro sistema che è detto “deadcat”
o “gatto morto” si tratta di un cappuccio
di pelo solitamente di coniglio o finto che
grazie alla sua struttura riesce ad eliminare
maggiormente il rumore del vento sebbene
non faccia miracoli in caso di vento molto
forte.
REGISTRAZIONI AMBIENTALI
(“SOUNDSCAPES”)
A volte, oltre alla registrazione specifica di
vocalizzazioni con microfoni direzionali,
può essere utile e stimolante registrare i
“paesaggi sonori” (“Soundscapes”) cioè
effettuare registrazioni ambientali. Gli
ambienti naturali si caratterizzano, infatti,
non solo per l’habitat, le specie vegetali,
l’altitudine etc ma anche per i suoni
caratteristici che vi sono presenti, suoni
che possono essere generati da fenomeni
naturali come il vento, un ruscello, le onde
e anche dagli animali che vi vivono. Tutti
questi rumori creano delle “biofonie” che
sono caratteristiche di ogni ecosistema;
e se ci si trova in ecosistemi antropizzati
anche i suoni di origine antropica fanno
parte del paesaggio sonoro. Per registrare
un paesaggio sonoro si utilizzano microfoni
omni-direzionali.
Protezione dal vento
in spugna
Protezione dal vento
“gatto morto” e, sotto,
fodero di protezione
meccanica del microfono.
A sinistra un microfono direzionale a
condensatore (“Shotgun”), a destra un
microfono direzionale a parabola.
TRAPPOLE BIOACUSTICHE
Alcuni modelli di registratori digitali
hanno la funzione “comando vocale”
che attiva la registrazione solo quando il
volume del suono supera un certo picco (la
sensibilità è regolabile) trasformando così
questi registratori digitali in vere e proprie
“trappole acustiche”; possono ad esempio
essere lasciati nel bosco nella vicinanza
di un albero o un posatoio, e registreranno
automaticamente i suoni tutte le volte che
qualche uccello andrà a cantare nelle loro
vicinanze. Poiché generalmente questi
registratori non sono impermeabili si dovrà
provvedere a proteggerli in qualche modo
dalle intemperie per usarli come trappole
acustiche sul campo.
MONITORAGGIO ACUSTICO
La registrazione automatica appena vista però
rischia di “tagliare” le vocalizzazioni (poiché
si attiva solo dopo che una vocalizzazione
è iniziata) o di non registrare vocalizzazioni
lontane cioè sotto la soglia di sensibilità del
sistema automatico. Per questo motivo esiste
un’altra categoria di registratori che vengono
usati per il monitoraggio acustico. Questi
registratori hanno la capacità di registrare in
continuo, per decine o centinaia di ore così
da evitare i due problemi appena citati dei
registratori automatici. Essendo strumenti
appositamente realizzati per l’uso in
ambiente esterno sono impermeabili e sono
programmabili cioè si può programmare se il
registratore deve registrare 24/24 h o solo di
giorno o solo di notte o solo in certe fasce
orarie (ad esempio alba e tramonto). I files
audio prodotti sono ovviamente enormi e
vanno analizzati per identificare le specie
registrate; per fortuna oggi l’intelligenza
artificiale (IA) fornisce una enorme mano
d’aiuto: appositi softwares dotati di IA infatti
analizzano automaticamente gli enormi files
audio prodotti dai registratori in continuo,
individuano in punti in cui è stata registrata
una vocalizzazione facilitando così il lavoro
all’operatore umano e possono anche
riuscire a identificare automaticamente
la specie che ha vocalizzato creando in
automatico una lista di tutte le specie
registrate e relativo orario della registrazione
e durata. Queste attrezzature risultano
utilissime nel monitoraggio acustico per
rilevare specie poco visibili (dunque
difficilmente documentabili ad esempio
dalle classiche fototrappole) ma più
facilmente rilevabili tramite vocalizzazione
ad esempio i rapaci notturni come il Gufo
reale o silvidi che vivono in ambienti molto
fitti.
Registratore audio
omnidirezionale con
doppio microfono
stereo. Adatto per
registrazioni ambientali
(“Soundscapes”)
ma dotato anche di
funzione di registrazione
automatica (“Comando
vocale”) dunque
utilizzabile anche come
“trappola bioacustica”.
Registratore ambientale
“AudioMoth” per il
monitoraggio acustico.
ENTOMOLOGIA
Un viaggio nel territorio
per conoscere la diversità
biologica che rende unico
il nostro ecosistema
Hoplia argentea, il coleottero
che ama la montagna.
In Appennino è frequente
anche se non comune
Uno scarabeo argentato…
ma non troppo
Testi di Guido Pedroni
WBA - World Biodiversity Association, Verona
GRN - Gruppo di Ricerca Naturalistica “Charles Darwin”, Bologna
Nel mondo degli insetti, gli scarabei, di cui abbiamo già parlato,
sono un gruppo importante e molto celebrato di coleotteri, anche
a livello storico, pensate agli antichi egizi che veneravano lo
scarabeo sacro.
Sono coleotteri anche appariscenti per colori e forme, e pure le
abitudini di vita sono molto interessanti perché ben diversificate
nelle varie specie, anche della fauna italiana.
Uno di questi coleotteri è Hoplia argentea, scarabeo floricolo
lungo fino a 1,2 centimetri descritto da Poda per la prima volta
nel 1761. Il maschio è un assiduo frequentatore di fiori, mentre la
femmina predilige rimanere sulla vegetazione radente il suolo se
non addirittura sul suolo stesso.
Il loro colore, a discapito del nome “argentea”, è abbastanza
variabile andando dal verde chiaro, al rosa, al giallo, al
Hoplia argentea
Hoplia argentea
marrone; le elitre presentano delle scaglie che donano una certa
lucentezza argentea, scaglie che vengono perse dall’insetto
man mano che l’insetto invecchia. Maschio e femmina non
sono caratterizzati da un dimorfismo sessuale evidente, ma
al contrario il loro corpo, le loro forme, sono sostanzialmente
uguali; solo le zampe posteriori del maschio risultano più lunghe
di quelle delle femmine. Negli scarabei non è sempre così, basti
pensare al cervo volante.
Gli adulti e le larve di questo scarabeo possono risultare dannosi
per le piante e per le coltivazioni, perché si nutrono delle loro
parti verdi e degli apparati radicali di una vasta gamma di specie
vegetali; questo può portare ad una crescita rallentata o stentata,
ad un avvizzimento fino alla morte della pianta. Secondo il
livello di azione dell’insetto e/o di infestazione il danno può
risultare più o meno grave.
In Italia questa specie preferisce ecosistemi montani fino a circa
2500 m di quota; gli adulti compaiono a primavera inoltrata con
i primi tepori e rimangono fino alla fine dell’estate.
Hoplia argentea è diffusa in tutta Europa fino alla Romania e alla
Bulgaria; in Italia è assente da Sardegna e Sicilia. Nell’Appennino
bolognese, come in tutto l’Appennino settentrionale, questa
specie è abbastanza frequente, anche se non comune, cioè
non dobbiamo aspettarci di camminare per sentieri di collina o
montagna ed osservare con facilità questo coleottero. Il fatto che
sia presente non significa che sia facile, immediato e quotidiano
incontrarlo ad ogni ora del giorno, così come anche altri animali
di dimensioni ben più grandi e più visibili, che hanno un areale
dove risultano comuni, per esempio il cervo o il capriolo, ma che
in pratica non sono di facile osservazione durante un’escursione.
Cerchiamo con pazienza, osserviamo con cura, cerchiamo di
lasciarci sorprendere dal microcosmo degli insetti e ci sentiremo
arricchiti da una straordinaria diversità di forme, colori e
abitudini di vita.
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Il racconto di Fausto Carpani
Ricordi di un’infanzia spensierata
I Prati di Caprara, antico possedimento dell’omonima
famiglia senatoria bolognese (Palazzo Caprara è
oggi la Prefettura), sono rimasti nel ricordo di tanti
bolognesi che vi andavano a giocare a bocce, al
tamburello o a ballare in quella che fu la Bocciofila
Centrale. Dieci curatissimi “prè da bòc’” (prati da
bocce), come li chiamavano un tempo, immersi
nel verde, con tanto di bar e comode panchine
per gli spettatori. C’era anche una pista da ballo,
dove ricordo di aver visto all’opera il celebre Trio
Filuzziano di Leonildo Marcheselli. Addirittura
fu costruito un grande palcoscenico all’aperto,
tutto di legno, dove si esibirono cantanti all’epoca
famosi (Corrado Loiacono, Nilla Pizzi, Natalino
Otto). Poi tutto fu distrutto per far posto, oltre alle
nostre già esistenti, a delle altre case di servizio
dell’Esercito, che avrebbero potuto essere costruite
Archivio Walter Breveglieri - Casa Editrice Minerva
I Prati di Caprara,
i cinni e Walter Breveglieri
tranquillamente in un’altra porzione dei Prati ma
che invece furono fatte proprio lì dove c’era la
Bocciofila. A me è sempre rimasto il sospetto che si
sia voluto togliere di mezzo un nido di “sovversivi”,
come erano chiamati gli iscritti al PCI.
Nei Prati di Caprara ebbi la fortuna di trascorrervi
un’infanzia spensierata e libera, insieme a una frotta
di cinni e cinne che vi sono diventati uomini e
donne. Abitandovi proprio in mezzo, i nostri giochi
ebbero sempre per teatro quella per noi sconfinata
distesa verde, solo parzialmente coltivata a grano,
che di volta in volta diventava la jungla, il west o
un campo di battaglia dove incrociavamo le nostre
spade di legno. Lo stesso Ospedale Maggiore, già
edificato fino all’ultimo piano ma ancora grezzo,
divenne luogo di avventure. Seppur privo di qualsiasi
protezione e custodito da un unico guardiano, vi
abbiamo scorrazzato impunemente a lungo, fino
al tetto, senza che mai si sia verificato il benché
minimo incidente.
....
I motivi per essere riconoscenti al grande fotografo
Walter Breveglieri sono tanti e il primo lo trovo subito
nella foto aerea dell’allora nuovo Ospedale Maggiore
ai Prati di Caprara. Questa foto ha per me il valore
inestimabile di un documento sconosciuto, emerso
per miracolo dal suo sterminato archivio, ereditato
dall’amico Roberto Mugavero, dinamico creatore
della Casa Editrice Minerva. Quello scatto racchiude
il mio mondo di ragazzo, la casa nella quale la mia
famiglia abitava da pochi anni e che ancora oggi è
il mio nido, pieno di ricordi vivi. In quello che fu il
campo di gara per il gioco del tamburello e che per
noi ragazzi era il terreno di scontro per interminabili
partite a pallone, mi pare di distinguere dei puntini
chiari: siamo noi cinni, probabilmente incantati a
guardare l’aereo che volava basso per permettere a
Walter di scattare le sue foto.
Sulla destra in basso si vedono i capannoni del
magazzino della direzione di artiglieria, demoliti in
anni abbastanza recenti. Di altri restavano i ruderi
anneriti dopo i bombardamenti dell’ultima guerra.
Un capannone fu particolarmente caro a noi ragazzi
ed è quello lungo, più prossimo all’Ospedale. Lì
dentro vi erano ammassati elmi della Grande Guerra,
fucili mitragliatori debitamente messi fuori uso
sotto un pressa, paletti per i reticolati e tanto altro
materiale metallico. Scoprimmo che un vecchio
condotto fognario partiva dal campo di tamburello,
passava sotto al reticolato e sbucava all’interno del
capannone. All’epoca – siamo intorno al 1955 –
tutta l’area era ancora sorvegliata da soldati armati
che, senza troppa convinzione, facevano la guardia.
Era per noi motivo d’orgoglio, quasi una prova di
coraggio, infilarci nello stretto cunicolo, emergere
all’interno del capannone per poi tornare indietro
per la stessa strada, naturalmente dopo aver prelevato
qualcosa di metallico. In questo modo portammo via
quintali di roba che venne regolarmente rivenduta al
sulfanèr (robivecchi).
Un altro sistema per raggranellare qualche soldo:
durante la costruzione dell’Ospedale Maggiore,
nei giorni di fe sta ero solito munirmi di un bidone
e una calamita legata a uno spago. Così attrezzato
compivo il periplo del cantiere raccogliendo i
chiodi da carpentiere che erano caduti durante lo
smontaggio delle impalcature. Ne raccolsi bidoni
e bidoni che, insieme ad altri rottami metallici tra i
quali i paletti della recinzione della zona militare e
spezzoni di tondino di ferro per armare il cemento.
In poco più di un anno riuscii a racimolare il denaro
sufficiente per comprarmi la bicicletta (19.500 lire,
altri tempi...).
Alle spalle dell’Ospedale, con l’ingresso da via Prati
di Caprara, vi era il P.V.E.I. (Parco Veicoli Efficienti ed
Inefficienti) dell’Esercito: carri armati, autoblindo e
cannoni ormai inservibili.
Non eravamo solo noi i frequentatori dei Prati anche
se, risiedendovi, ce ne sentivamo un po’ i padroni:
da altre parti della città arrivavano gruppi di ragazzi,
in particolare dalle case popolari ubicate nella zona
Pier Crescenzi - Malvasia, con i quali ingaggiavamo
estenuanti partite a pallone. Loro capo incontrastato
era Peppo, che arrivava in sella a un Rumi abbigliato
come Marlon Brando nel Selvaggio. Aveva più anni
di noi e si atteggiava a duro, come si conviene ad
un carismatico capo banda. In realtà aveva un cuore
gentile e non lo vidi mai compiere azioni disdicevoli.
Era un innocente e simpatico Americano a Bologna
del quale, da adulto, divenni collega fino al giorno
in cui, in sella alla inseparabile moto, perse la vita in
un incidente mentre svolgeva il suo lavoro di postino
a Borgo Panigale.
Stamani ho fatto il mio quotidiano giro in bici e
rientrando ho percorso la ciclabile di via del Chiù,
che si snoda lungo il confine dei Prati di Caprara,
rappresentato dal corso del torrente Ravone. Mi sono
fermato a guardare l’inestricabile trionfo vegetale
che sono ora i Prati: un’oasi nella quale vivono e
prosperano aironi, scoiattoli, daini, fagiani... Il tutto
praticamente in città.
Oggi, ho udito in mezzo a quel verde delle voci e il
pianto di un neonato.
Non so cosa si stia preparando per questo eden
dietro casa, ma sento che qualcosa cambierà.
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degli anni Trenta del Novecento in Emilia
e Romagna di Jean Pascal Marcacci è un
saggio storico-fotografico che guida il lettore
tra le opere del Regime tra Adriatico e
Tirreno. Opere che - si legge nella sinossi
- in Emilia-Romagna e lungo tutta la Linea
Gotica furono guardate con stupore e ammirazione
dagli occupanti anglo-americani.
Gli italiani del nuovo corso le trattarono
prima come prede belliche, poi cercarono
di dare loro una nuova destinazione quali
opere pubbliche, cercando di fare sparire
inutilmente i segni e gli emblemi dei tempi
in cui furono concepite e costruite, ovvero
gli anni Trenta dello scorso secolo. Ponti,
dighe, acquedotti, ex case del fascio, caserme,
colonie, stadi littori; ma anche palazzi
pubblici sedi di prefetture, scuole, università,
banche ed assicurazioni, stadi ed ippodromi,
perfino qualche chiesa, sono arrivate
a noi tutte ben riconoscibili.
Casa del Fascio di Vergato
Liverpool, Lisbona, Birmingham, poi la vittoria in casa contro i vicecampioni
europei del Borussia e tante altre emozioni tutte colorate di rossoblù. In
trasferta, con coincidenze improbabili e lunghe attese negli aeroporti di
mezzo continente, o al “cinema” Dall’Ara, tra coreografie ed entusiasmo
alle stelle: il ritorno del Bologna in Champions resterà scolpito nella storia
della città e soprattutto nella memoria di chi ha partecipato a questa vera e
propria festa collettiva. Un’esperienza incredibile ma non inedita. I rossoblù
non sono nuovi ai palcoscenici continentali anche se certe soddisfazioni non
le vivevano da davvero tanto tempo.
Il Bologna in Europa. Storie e personaggi rossoblu, edito da Giraldi Editore
e scritto da Fabio Campisi, ripercorre le altre esperienze del Bfc nelle coppe
europee che hanno portato nella bacheca di Casteldebole ben sei trofei: due
Coppe Europa Centrale, una Torneo dell’Esposizione di Parigi, una Mitropa
Cup, una Coppa di Lega Italo-Inglese e una, abbastanza recente, Coppa
Intertoto. Ci sono poi anche cinque secondi posti, quattro semifinali (l’ultima
in Uefa con il Marsiglia) e altre circostanze singolari, come le due eliminazioni,
nell’allora Coppa Campioni, per mano di una maledetta monetina.
Tutto questo raccontato in un lungo viaggio attraverso la storia del Club, dalla
sua fondazione fino ai giorni nostri, con le cronache dei giornali dell’epoca e
le testimonianze dei protagonisti.
f.b.
Colonia combattenti di Pianaccio
Officine DEMM di Porretta, anni 30
IL NONNO DELLA BASSA RACCONTA
“TONINO”
SCANDELLARI,
CANTASTORIE
Tra i tanti cantastorie che hanno caratterizzato il mondo
popolare petroniano, e padano in generale, un ruolo di rilievo
lo ha rivestito Antonio Scandellari, detto “Tonino” (Crevalcore,
1899-Bologna, 1986), un artista itinerante del Novecento.
Tonino apparteneva a una famiglia benestante del crevalcorese,
ma la sua vera aspirazione era riuscire a fare successo come
cantore di piazza. Il suo modello ispiratore era il sodalizio
familiare del cantastorie ferrarese Regolo Pellandra con i suoi
repertori che spaziavano dall’umorismo alla canzonetta, dai
drammi di cronaca nera ai brani d’opera più amati dal suo
pubblico. Regolo si esibiva spesso al mercato di Crevalcore del
martedì (faceva la sua brillante apparizione su una carrozza
trainata da uno splendido cavallo) e “Tonino” studiò il suo
metodo di approccio con il pubblico e la sua produzione
popolare. Una volta impadronitosi delle tecniche popolari di
approccio, negli anni ’30 del ‘900 decise di lanciarsi in quel
mondo con la compagna Maria Neri, cantante, formando un
duetto che iniziò a frequentare i piccoli borghi del bolognese e
del modenese, compresi quelli appenninici, non disdegnando
di esibirsi anche per gli avventori delle osterie, in collaborazione
con alcuni suonatori ambulanti. In un secondo tempo, a lui e
a Maria si unì il figliastro Emilio Neri, virtuoso strumentista,
in seguito valente orchestrale, che da subito verrà definito
il diavolo della fisarmonica. La voce tenorile e la chitarra di
Tonino contribuivano a dare il necessario, accattivante tono
Gian Paolo Borghi
Le tradizioni popolari
della pianura
bolognese tra fede,
storia e dialetto
artistico al gruppo familiare. Dopo alcuni anni, stampò sui
multicolori fogli volanti anche qualche testo, tra i quali spiccò
la canzonetta, intitolata L’uomo e il treno oppure Gioventù,
anzianità, vecchiaia, che eseguì con successo per decenni. Si
trattava di un’interpretazione aggiornata dei “comportamenti”
dell’uomo, “trasformato” in treno. Le allusioni sessuali
facevano uno dei motivi determinanti l’impatto favorevole del
pubblico delle fiere e dei mercati:
A vent’anni il motore va con forza ed energia,
fila ai cento all’ora e continua nella scia,
finita una corsa, aumenta velocità
fa scintille a più non posso e la stazione non vedrà.
A trent’anni il motore va ancor benone,
non riscalda, non fatica e continua la sua corsa,
davanti alla stazione si ferma pian pianin,
poi riprende la sua corsa velocissimo alla fin.
A quaranta ancor va bene ma si comincia a sentire,
il ritmo non è più quello, bisogna pur capire,
lo scatto è più lento, s’abbassa la pression
ci vuole un po’ di tempo per entrare in stazion.
A cinquanta s’incomincia la via del ritorno,
la velocità è ridotta e il motore sbaglia colpo,
in una corsa lunga, comincia a sbuffar,
non basta più il carbone per poterti raddrizzar.
A sessant’anni poi ci vuole un buon salasso
Per mettere in centro il motor che guarda in basso,
ma quando poi arrivi vicino alla stazion
ti vien la tremarella perché non va in funzion.
A settanta è finita e la fine si avvicina,
ormai il nostro treno più forte non cammina,
su di un binario morto lo si ripoterà.
Così la nostra vita come il treno finirà.
Con il trascorrere del tempo, Emilio e Maria si ritireranno
dalle scene e Tonino si unirà ad altri artisti di piazza, in
particolare con il notissimo Marino Piazza (Piazza Marino, il
poeta contadino), soprattutto tra gli anni ’50 e ’60 del ‘900. A
partire dagli anni ’60 si esibirà anche sul palcoscenico con il
gruppo de Gli allegri cantastorie (con lui, Marino Piazza, Dina
Boldrini, Adelmo Boldrini, poi sostituito dal nipote Gianni
Molinari). Inciderà anche dischi e musicassette prodotti da
Marino Piazza e parteciperà pure alle principali rassegne del
settore, comprese le “Sagre Nazionali dei Cantastorie”, nel
corso delle quali sarà gratificato da importanti riconoscimenti
artistici.
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