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Flaneur
SPECIAL ISSUE - REGGIO EMILIA
BoulevART
ART is the Plan B?
Parchi, strade, case, palazzi…
Vecchi spazi rigenerati dall’arte,
ma questi spazi stanno
funzionando?
Parliamo di rigenerazione urbana
e umana, ci chiediamo se l’arte
può aiutare questo processo.
La riqualificazione urbana è una
soluzione possibile per ridare vita
ad un quartiere, può dare
una nuova visione ad uno spazio.
Quindi ci chiediamo:
l’arte è un piano B?
Come due flaneur (termine
francese che indica “colui che
vaga oziosamente per le strade,
provando emozioni nell’osservare il
paesaggio”), racconteremo la nostra
passeggiata immersa nell’arte
contemporanea di Reggio Emilia,
alla scoperta di spazi pubblici
rigenerati da artisti come David
Tremlett, Olimpia Zagnoli e Giulio
Vesprini.
Sarà un vero viaggio inaspettato
che si snoda attraverso luoghi
iconici, simboli del passato, del
presente e del futuro della città.
Sei pronto? Zaino in spalla,
macchina fotografica alla mano
e seguici!
La nostra
passeggiata
via Gioia
Sono le 10:00 e cominciamo la
nostra passeggiata da via Flavio
Gioia, una piccola strada che
ospita opere di famosi street artists:
David Tremlett e Giulio Vesprini.
The “Organ Pipes”
di David Tremlett
David Tremlett (St. Austell,
Cornovaglia, 1945), artista
con un consolidato curriculum
internazionale e sessant’anni di
ricerca alle spalle, ha realizzato
a Reggio Emilia un monumentale
intervento artistico permanente
– The Organ Pipes – all’Ex
mangimificio Caffarri.
David Tremlett è intervenuto sui
13 grandi silos e nell’adiacente
facciata dell’ex Caffarri, edificio
situato nell’area nord della città
e già oggetto di alcuni interventi
di ricondizionamento, per creare
il segno visibile di un luogo
dedicato alla formazione
e all’aggregazione di comunità,
che ospita Fondazione Reggio
Children, il Centro di Riciclaggio
Creativo Remida, The Lego
Foundation, il Centro Teatrale
MaMiMò e la palestra Reggiana
Boxe Olmedo.
“C’è un ritmo in tutto questo”
“luce, colore e movimento,
come nella musica”
The Organ Pipes, uno degli
interventi artistici permanenti più
grandi che Tremlett abbia mai
realizzato: “All’inizio il progetto
non aveva un titolo - racconta
l’artista - ma gradualmente ho
iniziato a pensare alla funzione
di questi grandi tubi e mi sono
chiesto perché mi attraggono così
tanto. Ho realizzato che quando
entro in una cattedrale o in una
chiesa posso vedere le canne
d’organo che salgono lungo le
pareti insieme al suono. Questi
silos hanno la stessa magnificenza:
sono alti e tubolari e hanno in
sé qualcosa che ha a che fare
con il suono. I 13 elementi si
innalzano verso il cielo soverchiati
da una cacofonia di tubi e linee
intrecciate che mi hanno ricordato
le canne d’organo e la musica che
emettono.”
I silos della Ex Caffarri (una
fabbrica di mangimi dismessa)
occupano 750 metri quadrati
di superficie per una lunghezza
complessiva di 75 metri e ciascuno
ha una facciata di 100 metri
quadrati ed è alto 11,30 metri.
La realizzazione dell’opera è stata
effettuata nell’arco di circa un mese
con la collaborazione di un team
specializzato. Per questo intervento
sono stati utilizzati oltre 100 litri
di colore acrilico le cui gamme di
colore sono state scelte dall’artista
dopo uno studio specifico del
territorio in cui l’opera si inscrive:
i verdi rimandano alla vegetazione
circostante mentre i grigi e i
marroni richiamano i materiali
originari, metallo e mattone.
Quest’opera insiste su un centro
di formazione e può essere motivo
di ispirazione per i giovani pensare
che un artista ha sentito una
musica e un ritmo lavorando con
le forme, la luce, il colore.
Adesso queste strutture sono
parte del paesaggio urbano che
loro stesse definiscono, l’arte può
quindi riqualificare mantenendo
questo profondo legame.
Tremlett conferma una
vocazione artistica che da sempre
accompagna il suo lavoro: operare
nello spazio non sovrapponendosi
allo spazio, ma conferendogli
nuove potenzialità, una nuova vita.
Intervista a
GIULIO VESPRINI
Ciao Giulio. Cosa ti ha
spinto a iniziare a fare
street art?
Un giorno ho visto un ragazzo
come me che stava dipingendo su
muro in un campetto di periferia,
io andavo a giocare a calcio e,
incuriosito, gli ho chiesto cosa
stava facendo. Mi ha spiegato che
questo era un tipo di arte di strada
tipica americana e da lì è iniziato
tutto. Mi sono appassionato.
Negli anni ‘90 esisteva il
“movimento street art”, facevamo
esperienze in città di notte. Prima
di dipingere murales, oltre ai
graffiti, ho fatto altre cose che
rientrano nell’arte urbana, come
gli stencil e i poster, entrambe
discipline della street art.
Qual è il messaggio che
cerchi di trasmettere con
le tue opere?
In genere uso uno stile
astratto, il messaggio lo lascio
all’interpretazione dello spettatore.
La ricerca è aperta, quindi anche
quello che una persona vede
davanti al mio muro è abbastanza
libera l’interpretazione. A volte
aggiungo delle parole per rafforzare
il muro. Per realizzare l’opera mi
guardo intorno e studio lo spazio
che mi circonda, campiono i colori
circostanti, parlo con i clienti
e prendo informazioni.
Come scegli i luoghi dove
fare le tue opere?
Quando ero più indipendente
da giovane sceglievo uno spazio,
mentre in realtà oggi non scelgo da
un po’, sono gli altri che ti cercano,
ad esempio per i festival, per gli
eventi o per dei privati.
La tua arte interagisce
spesso l’architettura e con
lo spazio urbano.
wPensi che l’arte possa
dialogare con la città e
trasformarla in modo
positivo?
L’arte urbana deve dialogare con
la città. Si tratta di un approccio
parziale, è bene che ogni opera
debba integrarsi con l’ambiente,
non deve essere un’opera a sé,
Questo concetto vale con tutto,
che sia un muro, o una rotonda.
Ci sono artisti molto più anarchici,
io invece, parlando da architetto,
mi studio un muro come se fosse
una planimetria, quindi per me
è sempre un progetto serio.
Secondo te, cosa può
aggiungere un intervento
artistico a un quartiere o a
una comunità?
Se intorno all’intervento artistico
c’è una progettazione più ampia,
sicuramente è un valore aggiunto e
apre la mente, apre lo spazio, apre
a nuove interpretazioni.
A volte, il rischio è quello di creare
“cattedrali nel deserto”, nella
street art è molto presente, quindi
magari ci troviamo in situazioni
dove si colorano muri, ma quel
quartiere non ha le panchine, o le
illuminazioni, quindi cosa ci fanno
lì i murales? Il murales dovrebbe
essere pensato subito e messo
alla fine di un grande percorso
di rigenerazione urbana, quindi
come landmark del quartiere del
territorio. Come il progetto delle
Reggiane e di via Gioia, che non
sono progetti banali, diventano
punti di riferimento. Un muro da
solo non riqualifica niente.
Come reagisce il pubblico
alle tue opere? Ci sono
stati incontri che ti hanno
colpito?
A Reggio Emilia ho fatto tanti
lavori. Al Gattaglio mi hanno dato
una grande accoglienza ed è stata
una bellissima esperienza con tutto
il quartiere, mi sono sentito a casa.
Qualcuno non ha metabolizzato
subito l’opera, ci sta, non tutti si
abituano subito ai cambiamenti.
Quindi è importante che gli
artisti siano coinvolti nei
processi di pianificazione
urbana?
Assolutamente sì. Per me è alla
base, è molto importante, l’artista
deve essere sempre coinvolto
nei processi di riqualificazione.
Devono andare a braccetto il
progetto e l’arte urbana.
Nelle aree portuali, come il
progetto “Vedo a Colori”, è un
intervento incredibile, è molto
raro. L’artista lì è stato promotore
del progetto, ora addirittura è
riconosciuto come museo di arte
urbana, grazie a me e altri colleghi
che venivano gratis, un lavoro
creato da circa 105 artisti in 15
anni. Le Reggiane è un intervento
simile. In più, quel lavoro deve
essere sostenuto, la street art deve
essere salvata con la fotografia,
libri e mostre, come state facendo
voi con questo progetto. “Vedo a
colori” comprende tre cataloghi,
una mappa, quindi c’è tutta
una documentazione fisica,
un’archiviazione che salva questo
progetto. Ecco perché voi state
facendo un’operazione molto
importante.
Giulio Vesprini, Fun-G 0082. Ph. Marco Aldrighi
L’artista marchigiano Giulio Vesrpini, esponente
di spicco della scena grafica e urbana italiana,
ha realizzato a Reggio Emilia il murales,
rinominato “Fun-G 0082”, con l’idea di farne
una cartolina capace di aprire una finestra sul
mondo, a partire dal personaggio che alla strada
cittadina dà il nome, il navigatore e inventore
della bussola Flavio Gioia.
Costeggiando il
Centro Internazionale
Loris Malaguzzi,
raggiungiamo i nuovi
capannoni del Parco
Innovazione Reggiane
nel piazzale Europa.
Il Parco Innovazione
riporta in vita una parte
della città, accogliendo
la sfida di riqualificare
un’area industriale
dismessa e degradata,
sede delle storiche
Officine Meccaniche
Reggiane fondate nel
1904. Stiamo parlando
di un vero e proprio
intervento innovativo di
rigenerazione urbana,
che vuol essere il
modello di un nuovo
sviluppo economico
sostenibile, cruciale
per il futuro della città.
Procediamo la passeggiata verso la stazione e scopriamo
la zona playground del Parco Innovazione progettata
per le attività sportive e il tempo libero che si compone
di due parti: l’area dei campi da basket e lo skatepark.
Durante l’esplorazione veniamo attratte dalla bellezza
di altri murales interessanti, prodotti da vari artisti, tutti
posti su un’unica parete uno di fianco all’altro,
che aspettano solo di essere fotografati.
Un sottopassaggio che collega
la stazione ai parcheggi, e al
Parco innovazione Reggiane
che è diventato un palcoscenico
per gli artisti di strada, con
pareti coperte di graffiti che
raccontano storie di creatività e
identità urbana. Questi graffiti,
dai colori vivaci e dalle forme
audaci, possono sembrare
vandalismo, ma ogni disegno
ha un suo significato, una voce
che si fa sentire in un mondo
spesso silenzioso. Alcuni li
vedono come una ribellione
contro la monotonia cittadina
o le regole sociali, mentre altri
li considerano un’espressione
artistica che trasforma uno
spazio grigio in un luogo
vibrante e ricco di significato.
Nel tempo, le immagini
continuano a evolversi,
spingendo chiunque passi di lì
a fermarsi, osservare e riflettere,
con il messaggio di non smettere
mai di cercare qualcosa oltre la
superficie.
I graffiti trasformano spazi
trascurati in opere d’arte visiva,
portando colore e creatività là
dove prima c’era solo degrado,
restituendo a quei luoghi una
nuova identità e vitalità.
Sottopassaggio della stazione
LA POLVERIERA
Continuiamo il nostro percorso per
raggiungere un’altra zona riqualificata
dall’arte urbana: la Polveriera.
Passeggiamo lungo la piazza centrale
e capiamo che questo è un luogo
di incontro e aggregazione, basato
sull’etica e l’innovazione, un luogo di
rigenerazione urbana.
L’obiettivo architettonico era in primo luogo quello
di restaurare un bene pubblico storico tutelato che
si trovava in condizioni fatiscenti e al contempo
di progettare la conversione di una struttura nata
come deposito di armamenti in un edificio capace
di ospitare persone. Il progetto cerca quindi di
conservare quanto più possibile il manufatto, ma
soprattutto cerca di comprendere e interpretare
l’intelligenza costruttiva e spaziale originaria in modo
da intervenire in coerenza con essa.
Ai due capannoni sostanzialmente simmetrici
corrispondono due scelte progettuali estremamente
diverse: questo in ragione del fatto che, nel
rispondere ad un programma funzionale complesso
e profondamente composito, si è voluto mantenere
in uno dei due edifici la memoria della tipologia
e la possibilità di apprezzare il suggestivo spazio
originario; per contro si è scelto di utilizzare in
modo più denso l’altro edificio soppalcandolo
quasi interamente, in modo da potervi collocare
tutte quelle funzioni che richiedono una maggiore
articolazione dello spazio oltre ad ambienti con
proporzioni più ridotte (per ragioni funzionali
e di privacy).
Il grande wall drawing
Veniamo accompagnate nella Sala Civica della
Polveriera di Reggio Emilia per ammirare il grande
wall drawing di Hu-Be, alias Emanuele Sferruzza
Moszkowicz, realizzato insieme ad un gruppo di
persone dai 20 ai 60 anni.
L’opera si chiama “Epopteia!”, ossia “guardare al di
sopra” ed è costituita da un disegno a pennarello
indelebile, a mano libera, in cui l’artista ha
letteralmente centrifugato e riassunto un progetto
invadendo uno spazio con le storie personali di
queste persone, ma anche con momenti collettivi
vissuti e condivisi in Polveriera. Un lavoro visionario
in cui si percepisce chiaramente la tessitura di
HU
BE
emozioni, sogni, problemi, paure di questo gruppo di
persone dai 20 ai 60 anni di Nessuno Escluso, in cui
la fragilità è un elemento portante nella loro vita.
Hu-Be afferma che “Epopteia!” è una sorta di
manifesto che chiama il diritto alla bellezza, un
manifesto teorico per la creazione di opportunità di
inclusione, di salute e benessere per le persone disabili
nei luoghi di vita, di lavoro, attraverso la realizzazione
di servizi di qualità aperti e fruibili da tutti, in
particolare dalle persone “fragili”, sviluppando nuove
competenze culturali che vedono il coinvolgimento
di artisti, designer, fotografi, creativi in genere.
“Art Factory 33” è un
laboratorio di disegno,
illustrazione, street art e
grafica, che nasce dall’idea di
coniugare bellezza e fragilità,
convinti che da questo
incontro possano scaturire
apporti creativi originali e utili
sia per la crescita individuale
delle singole persone, che
per l’evoluzione dei contesti
produttivi. In questa intervista
chiediamo all’atelierista Ilaria
e ai ragazzi di “Art Factory 33”
(in particolare intervengono
Ilaria, Sara e Marco) cosa ne
pensano della rigenerazione
urbana, in particolare nella
zona della Polveriera.
Pensi che l’arte possa
dialogare con la città
e trasformarla in modo
positivo?
I: Sì, assolutamente, secondo me
Reggio Emilia è molto attenta a
questo aspetto, soprattutto negli
ultimi anni, con il fatto di portarla
anche fuori dai luoghi “predefiniti”
dove far fruire l’arte alle persone
ed invitare quanta più gente ad
arrivare all’arte.
Secondo voi un ambiente
riqualificato con l’arte può
rendere più gradevole una
passeggiata?
I: Sì, io personalmente sono una
persona che si perde a guardare
ogni singolo dettaglio, ma mi
rendo conto che non tutti hanno
la stessa attenzione.
S: Beh, sinceramente se ci fosse
ancora più arte sarebbe più bello e
ci sarebbe più gente. Non capisco
i rami, quelli qua fuori installati
sulle pareti, dovrebbero essere
più colorati, mentre le sculture di
Olimpia Zagnoli mi piacciono.
Secondo te, cosa può
aggiungere un intervento
artistico a un quartiere o a
una comunità?
Art Factory 33
S: Io aggiungerei più colore,
poi ovvio, toglierei quei rami
perché non stanno bene lì, e
metterei delle cose più allegre. Poi
aggiungerei un bar, perché qua ce
n’è uno, ma non è mai attivo.
I: Beh secondo me creare
anche degli spazi dove la gente
può partecipare alla creazione
dell’arte. Come workshop, corsi di
fotografia, ecc..
Avete notato cambiamenti
nella zona dopo la
ristrutturazione della
polveriera?
I: Io sono arrivata qui che era già
ristrutturata, non so come fosse
prima. Forse Marco lo sa.
M: Sì, era un’ex caserma,
non utilizzata, come una casa
abbandonata diciamo, dopo invece
è diventato uno spazio utilizzato.
Era uno spazio lasciato a se
stesso, non utilizzato, un peccato
perché non c’era niente e per circa
trent’anni è stato vuoto.
Adesso è migliorato ed è utilizzato
per vari progetti e servizi, ci sono
bambini che giocano, è diventato
un riferimento per il quartiere.
S: Sì, soprattutto al pomeriggio
si popola molto di bambini che
pattinano o giocano, ci sono anche
signore anziane che hanno deciso
di ritrovarsi qui, ecc..
M: Tra gli anziani che
chiacchierano là in fondo, tra
i servizi per il lavoro, servizi
per il tempo libero qua, si sta
concentrando tutto in vari settori.
A livello architettonico, cosa
si potrebbe migliorare?
Che consigli daresti agli
architetti che tengono dietro
a questo luogo?
S: Si potrebbe mettere una
fontanella dell’acqua, perché
i bambini giocano, ma dove
bevono? Qualcosa da sedersi,
perchè fuori non ci sono molte
panchine, ce ne sono, ma poche.
Aggiungerei un parco giochi per i
bambini.
M:Per migliorare l’area si dovrebbe
sistemare il parco giochi qua in
fondo.
E a livello artistico?
M e S: Un murales gigante
dedicato ad un personaggio
famoso disegnato da noi.
In fondo alla piazza della
Polveriera notiamo le sculture
colorate di Olimpia Zagnoli.
Queste sculture erano state
realizzate per la mostra
“Caleidoscopica” nei Chiostri di
San Pietro, poi sono state adottate
dalla Polveriera. L’opera si chiama
“Il Giardino delle sculture”,
formato da sei coloratissime figure
di grande formato dalle linee
sinuose e i colori pieni e brillanti,
esse sono state appositamente
ideate dall’artista per la città
e realizzate grazie al contributo
della casa di moda Marella.
Oggi le sculture sono diventate
il simbolo di questo spazio
pubblico, in quanto prezioso
luogo di rigenerazione urbana
nel cuore di Reggio Emilia, che,
oltre ad essere una grande piazza
dedicata all’incontro tra i cittadini
con un’attenzione particolare alle
persone fragili, è anche un attivo
e dinamico laboratorio culturale
in cui si produce bellezza.
L’intento è quello di offrire
un’opera d’arte pubblica
permanente, che tiene vivo il
dialogo tra artista e pubblico,
portandola in un luogo che è
simbolo di vivacità, apertura e
accessibilità, offrendo ai cittadini
e agli ospiti della Polveriera una
iniezione di colore e di fiducia.
IL
delle
giardino
sculture
Conclusioni
Lungo il nostro percorso abbiamo
capito che l’arte è sicuramente
un piano B possibile e utile per
rigenerare e migliorare gli spazi
pubblici. Anzi, se ci pensiamo
bene, l’arte potrebbe essere pensata
addirittura come “piano A”.
Che sia un murales, o una
scultura, qualsiasi intervento
artistico potrebbe far parte di un
progetto di riqualificazione urbana
sin dall’inizio. Si crea un legame
con lo spazio e l’opera assume
un valore significativo, fino a
diventare un punto di riferimento
di quella zona, un elemento
caratterizzante della città.
Credits
ART DIRECTOR &
GRAPHIC DESIGNER
Francesca Gandelli
Elena Vignali
EDITORIAL DIRECTION
Marco Zanichelli
Elena Belletti
PUBLISHER
Scuola Internazionale di Comics Reggio Emilia
PHOTO CREDIT
Francesca Gandelli
Elena Vignali
PRINTED BY
Bertani&C. Srl - Industria grafica
DISTRIBUTION
Scuola Internazionale di Comics Reggio Emilia.
Rigenera - Festival architettura 2025
CONTACT
elena.vignali.0203@gmail.com
francy.gandelli@gmail.com
THANKS TO
Giulio Vesprini
I ragazzi di “Art factory 33”
MARCH 2025
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