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ToscanaFolk n. 29 - Aprile 2024

Periodico del Centro Studi Tradizioni Popolari Toscane |Via Cilea 2 | 50018 Scandicci (Firenze) | alessandro.bencista@gmail.com

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CD

audio



Periodico del Centro Studi Tradizioni Popolari Toscane Anno XXV n. 29 Aprile 2024

Io sono una forza del Passato.

Solo nella tradizione è il mio amore.

3

Editoriale

SOMMARIO

(PIER PAOLO PASOLINI)

5

9

16

20

30

36

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52

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126

131

133

Gian Paolo Borghi

Mario Spiganti

Antonio Vannini

Carlo Fabbri

Corrado Barontini

Pietro Clemente

Alessandro Bencistà

Grazia Tiezzi

Paola Bertoncini

Arezzo 10 novembre 1827: Tommaso Sgricci improvvisa la

tragedia Tieste

Memoria e canti partigiani

Bernardino Perfetti: l’improvvisatore di versi eruditi e di

ambienti campestri

La Fiera del Perdono di Terranuova Bracciolini

La riforma agraria in Maremma nei racconti delle donne. Uno

spettacolo teatrale ispirato dall’opera letteraria di Luciana Bellini

Disertori con le Ali. Il canto del maggio tra musica e memoria

La ribellione delle trecciaiole, i primi scioperi e manifestazioni

contro la Prima Guerra Mondiale

Il Maggio Vecchio nella Toscana meridionale: prime note sulla

morfologia di una questua

Patrimoni ereditati e nuovi patrimoni: il caso del centro di

documentazione del museo MINE di Cavriglia.

Francesco Frank Cusumano Il “repertorio del mandolinista”, quando un libro di spartiti

racconta anche storie.

A. Bencistà - L. Luchini A colloquio con Valeria Vitti e Rita Serafini, due grandi attrici

fiorentine.

Franco Cherubini La Casa Museo di Monticello Amiata

Sonia Salsi

Il museo etnografico “don Luigi Pellegrini” di San Benedetto

in Alpe. Un incontro con tante storie… anche con la nostra

J. Marucci - G. Mortaro Festival del SedicidAgosto, Rassegna di musica popolare in

Lisetta Luchini

Enzo Brogi

Maria Grazia Cam,pus

Fabio Landini

Alessandro Sansavini

Andrea Kaemmerle

ricordo di Sante Caserio

Paolo Papalini, fisarmonicista e cantastorie

Dalla coop al catechismo: i Tolomei’s Brothers

Musiquorum le cantore delle donne

Tambus, genio e sregolatezza

Bobo Rondelli A famous local FOLK singer

Utopia del Buongusto, Primo esperimento internazionale di

vita godereccia

V. Franceschi - L. Luchini Ricordi dello spettacolo Pratacanta

Tiziana Bruttini C’era una volta a Brenna, la filanda fra storia e memoria

Luca Luchini

“La Siena dei bisnonni” torna ringiovanita dopo tresasette anni

1


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Veraldo Fanceschi

Tiziana Bruttini

Alessandro Bencistà

Lisetta Luchini

Recensioni LIBRI

Carbonai, Tagliatori, Segantini e Vetturali della valle del Brandeglio | La via civile: tratti e

tratturi, Ciò che resta della Volterrana etrusca | Non c’è bestemmia, scritti sul parlato riprovevole

| Il mio Guccini, “non è uno scherzo saper continuare” | Cesare Batacchi, un innocente

condannato all’ergastolo | Lei c’era, Lina Paci e il suo impegno culturale | La mia storia di vita

scritta alla gamberese | Il denaro vince sempre | Incanti di Maggio, Trent’anni di storie sulla

Montagnola Senese | I poeti di Tuscania Studentesse e studenti delle scuole raccontano in

versi la loro città |

Recensioni CD

Nel cassetto di Riccardo Marasco

Un ragazzo del ‘99 racconta

Donne e canto popolare

Il bruscello in Toscana

Intervista a Matteo Marsan per i 25 anni del Cantiere

Bruscello di Castelnuovo Berardenga

Y. D. Brugiati - P. Coppo Colloquio con Paolo De Simonis: Gastone Venturelli, il

A. Ferri -A. Paladini Maggio, il dialetto e le tradizioni di Gorfigliano in Alta

Garfagnana

Lisetta Luchini

Alessandro Bencistà

Veraldo Franceschi

Alessandro Bencistà

Festa della Musica 2023 alla Biblioteca Nazionale

Centrale di Firenze

Un ricordo di Sergio Staino, i riassunti in ottava rima

I burattini dell’Andreotti

Addio Franco, caro amico e maestro

Omaggio ai soci

Nel cinquantesimo della fondazione

CD “Coro degli Etruschi - Dal vivo in Austria” - Krems, 2008

Con testi di:

Corrado Barontini, Marco Vergari, Alessandro Meoni, Paolo Casini e Lucio Niccolai

2


Editoriale

C

i domandiamo che senso ha cantare, in un mondo contemporaneo, dove

domina soltanto la forza del dollaro e delle armi, dove una ventina di

miliardari hanno un reddito che supera quello di 3 miliardi e mezzo di persone,

dove una sola forza imperiale che si proclama democratica è capace di distruggere

il pianeta con la potenza delle sue armi, come ha immaginato un

secolo fa Italo Svevo nel finale del suo capolavoro 1 , dove si vedranno anche le

pietre lacrimare. E non basteranno gli scudi spaziali e i chilometrici muri di

acciaio sormontati da matasse di filo spinato dagli aculei taglienti come rasoi.

Non ci stancheremo mai di denunciare questo “scandalo che dura da diecimila

anni” 2 e che lentamente sta portando l’uomo verso una fine anticipata della

specie, saltando i milioni di anni delle naturali ere geologiche.

In questa terra triste di esuli e di schiavi (come leggevamo mezzo secolo fa

sulla spalletta di un ponte lucano), che presto scompariranno per lasciare tutto

lo spazio ecumenico all’ultimo reich dei mille anni, noi vogliamo ricordare la

voce dei poeti che hanno sempre cantato contro la guerra, da Alceo che gettava

via lo scudo prima di esservi deposto per l’ultimo viaggio di ritorno, a Tibullo

che si domandava chi avesse inventato le terribili armi di sterminio che oggi

volano ben più in alto delle frecce micidiali oscuranti il sole, ma non si scagliano

più contro gli eserciti schierati sul campo in cerca di gloria e di vittoria; non

sono più i guerrieri che combattono gli obbiettivi delle guerre moderne, ma i

civili, dell’una o dell’altra falange.

Lo denunciava sessanta anni fa don Milani, nella Lettera ai giudici che lo

processavano, rilanciando le parole del premio Nobel Max Born, convinto pacifista

e firmatario insieme a Bertrand Russell del manifesto antinucleare, che

da quando le abbiamo lette sono diventate il nostro punto di riferimento in

difesa della pace.

Della Lettera vogliamo riportare integralmente soltanto tre brevi paragrafi,

tutti compresi nella sola pagina 59:

"L’UCCISIONE DEI CIVILI:

E infine affrontiamo il problema più cocente delle ultime e di quelle future:

l’uccisione dei civili.

La Chiesa non ha mai ammesso che in guerra fosse lecito uccidere i civili, a

meno che la cosa avvenisse incidentalmente cioè nel tentare di colpire un obbiettivo

militare. Ora abbiamo letto a scuola su segnalazione del “Giorno” un

3


articolo del premio Nobel Max Born (Bullettin of the Atomic Scientists, aprile

1964).

NELLE ULTIME TRE GUERRE:

Dice che nella prima guerra mondiale i morti furono 5% civili 95% militari

(si poteva ancora sostenere che i civili erano morti “incidentalmente”).

Nella seconda 48% civili e 52% militari (non si poteva più sostenere che i

civili fossero morti ”incidentalmente”).

In quella di Corea 48% [leggi 84%] civili 16% militari (si può ormai sostenere

che i militari muoiono “incidentalmente”).

LA STRATEGIA D’OGGI:

Sappiamo tutti che i generali studiano la strategia di oggi con l’unità di misura

del megadeath (un milione di morti) cioè che le armi attuali mirano direttamente

ai civili e che si salveranno forse solo i militari.”

Aggiornando questi dati alle ultime si può facilmente dedurre quale sia il

vero fine delle guerre contemporanee, come cantò all’epoca della prima guerra

del Golfo il vecchio poeta Natale Masi:

“e fan guerra come scrive’ su un quaderno”; il che porterà nella migliore

delle ipotesi al genocidio di due terzi del genere umano, nella peggiore alla

scomparsa dell’animale uomo dal pianeta Terra.

Non siamo certo i primi a pensarlo da quando si sono aperte le riflessioni

sulle due guerre mondiali, da Italo Svevo a William L. Shirer 3 dopo la seconda

(Storia del Terzo Reich). Entrambi gli scrittori, un narratore e uno storico, parlano

di “ammalati” e di “pazzi”, che esistono ancora e non solo nei libri.

E oggi non vediamo in lontananza nemmeno “la rara luce della petroliera”

montaliana 4 , ma sappiamo bene “chi va e chi resta”. Ci vogliamo riflettere?

1

“un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo

incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali

innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più

ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo

effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata

alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.” Italo Svevo, La coscienza di

Zeno, Dall’Oglio, Milano, 1964.

2

Sottotitolo del romanzo La storia, di Elsa Morante, Einaudi, Torino, 1974.

3

“Nella nostra nuova era caratterizzata da terribili ordigni letali e che ha soppiantato con tanta rapidità

l’epoca precedente, una guerra aggressiva, se scoppiasse, sarebbe scatenata da piccoli pazzi suicidi

premendo semplicemente un pulsante elettronico. Una guerra del genere non potrà durare a

lungo e sarà certamente l’ultima. Non vi saranno né conquistatori né conquiste, ma soltanto le ossa

carbonizzate dei morti su un pianeta deserto”

4

La casa dei doganieri, “Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende / rara la luce della petroliera! / Il varco

è qui? (ripullula il frangente / ancora sulla balza che scoscende…). / Tu non ricordi la casa di questa

/ mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.” E. Montale, Le occasioni, Einaudi, 1939.

4


Arezzo, 10 novembre 1827: Tommaso

Sgricci improvvisa la tragedia Tieste

a cura di Gian Paolo Borghi

Tommaso Sgricci (Castiglion Fiorentino,

1789-Arezzo, 1836) fu un

improvvisatore colto di fama europea, apprezzato

per le sue tragedie estemporanee,

diverse delle quali furono date alle stampe

da suoi ammiratori, che si avvalsero dell’abilità

di stenografi, sistematicamente presenti

alle sue accademie 1 .

Questo ricordo funebre, redatto da Oreste

Brizi, illustrò ai lettori dei suoi tempi le grandi

doti artistiche dell’improvvisatore:

Tommaso Sgricci. Aretino in età di anni

47. circa aggredito da un fiero morbo e

vinto da questo in pochi dì, spirò in Firenze

il giorno 23. Luglio 1836. a ore 7.

Antimeridiane. La Università di Pisa

contavalo fra i suoi Dottori nella Sezione

della Legge, l’Italia lo aveva ammirato

prima qual valente Improvvisator Lirico,

indi quale il felice Inventore delle Tragedie

estemporanee, e la Francia lo aveva

perciò ricoperto di Allori, gli aveva coniata

un’onorifica medaglia, e incantata

da tanto merito aveva soffocato l’egoismo

e tributati dei giusti Elogj al Genio

Italiano; molte Accademie Nazionali, e

straniere si tenevano onorate di averlo a

Socio, la Nobiltà Aretina andava superba

di vederlo ascritto nell’Aureo Libro;

la Magistratura Civica di Arezzo

avevagli assegnata un’annua pensione;

altra più ragguardevole venivagli retribuita

dalla Sovrana munificenza come

Poeta di Corte, quando la inesorabil

Falcifera condannollo a giacere esanime

nei Chiostri di S. Croce, toccandogli almeno

in sorte di posare accanto alle spoglie

dell’immortale ed infelice Segato.

Troppo anderei in lungo se tutte enumerar

volessi le Opere Tragiche, e Liriche

uscite dalla sua Bocca, e dalla sua

penna, come se tutti indicar volessi i doni

ricevuti dai Monarchi Europei, e dai privati

Ammiratori, e gli attestati indelebili

di alta stima inviatigli da varj distintissimi

Soggetti, ond’è che per non varcare i

limiti assegnatimi chiuderò col dire: che

Arezzo ha fatta in lui la persona di uno

dei suoi Luminari (che spera però veder

rivivere negli scritti inediti rinvenuti fra i

suoi fogli) […] 2 .

La sua fama accrebbe localmente grazie

anche a tre improvvisazioni tragiche che re-

5


Uno dei pochi libri sul poeta.

alizzò in tre memorabili serate nel mese di

novembre 1827: Crispo (3 novembre),

Tieste (10 novembre) e Sansone (20 novembre)

3 .

Del rilevante successo conseguito da

Tommaso Sgricci per l’improvvisazione della

tragedia Tieste, può leggersi una cronaca redatta

da Gaetano Fiori, proprietario ed

estensore della rivista “Teatro, Arti e Letteratura”.

Si trattò, in specifico, di un contributo

(a firma G. Fior) dal titolo Poesia

estemporanea, datato Arezzo 12 Novembre

e pubblicato Giovedì 29 Novembre

1827 4 :

Poesia estemporanea

Arezzo 12 novembre – Dopo l’esito fortunato

della Tragedia il Crispo improvvisata

la sera del dì 3 Novembre corrente,

il sig. Sgricci ci aveva fatta concepire

la seducente lusinga di volerci accordare

dentro pochi giorni il favore di un secondo

improvviso. Il suo amore per la patria, lo

ha sollecitato a soddisfare la comune impazienza,

e a presentare in questo R. Teatro,

nella sera dello scorso sabato con un

nuovo slancio del suo poetico genio.

Fra i temi introdotti nell’urna dopo

averne fatta lettura, tre ne furono estratti

a sorte da una Deputazione alla presenza

degli Spettatori accorsi ancora dalle

circonvicine popolazioni, i quali decisero

per acclamazione la scelta del Tieste.

Questo soggetto classico, e di un alto interesse

tragico, passato ormai a traverso

i secoli per le penne di tanti celebri Scrittori,

poca speranza di novità lasciava all’udienza

sui pensieri, e sull’intreccio. Pur

nondimeno la creatrice inesauribile fantasia

del nostro Sgricci seppe trionfare

istantaneamente di tutti gli ostacoli. Noi

non anticiperemo l’analisi della bellezza

di questa estemporanea Tragedia, descrivendo

il raffinamento e i trasporti della

crudeltà d’Atreo, i rimorsi del pentito

Tieste, la tenerezza di Falanto e

d’Argenide, ovvero la destrezza singolare

con cui il Poeta ha saputo svelare in

parte e in parte lasciar traspirare gli orrori

del nefando Convito. Tutti questi, e

mille altri pregi compariranno ben presto

agli occhi del pubblico, giacché le due

comitive di Giovani diretti dai sigg. Abate

Testi, e Dottor Rossini, hanno raccolto

anche questa Tragedia dalla voce

dell’Improvvisatore, con successo eguale

a quello del Crispo.

Gli applausi trattenuti con difficoltà nel

corso dell’improvviso per non disturbarlo,

ma che pur non ostante di tanto in

6


tanto sfuggivano all’udienza profondamente

commossa, furono immensi,

allorché il termine della tragedia permise

alla pubblica gioia e riconoscenza

di spiegarsi in tutta la sua forza. Nell’uscire

dal Teatro, il ritorno del sig.

Sgricci al Palazzo Azzi ove dimora, fu

come nella sera, egualmente

ricordevole del 3 corrente, un vero trionfo,

in mezzo ad una folla di popolo che

lo accompagnava con torce accese, preceduto

dalla banda civica. Per colmo

di universale consolazione, questi due

giorni di straordinario concorso ed esultanza

non furono disturbati da verun sinistro

avvenimento (G. Fior).

Non mancano, nello scritto di Gaetano

Fiori, riferimenti anche alla tragedia Crispo,

improvvisata la settimana precedente con

identico successo di pubblico. L’estensore

del reportage specifica opportunamente anche

le modalità con cui si svolgevano le

accademie, nonché i festeggiamenti riservati

a Tommaso Sgricci al termine della sua

fatica 5 .

Concludo questa breve “scheda” citando

i personaggi delle tre tragedie:

Ritratto di Tommaso Sgricci eseguito nel 1824.

Collezione privata.

Tieste: Atreo, Tieste, Falanto, Argenide,

Creonte, Gran Sacerdote di Giunone,

Coro di Vecchi, di Sacerdoti, di Donzelle,

e di Matrone 6 .

Crispo: Costantino il Grande, Fausta sua

sposa, Crispo, figlio di Costantino,

Plautilla, Licinio, nipoti di Costantino,

Beroe, confidente di Fausta, Ottavio, confidente

di Costantino, Albino, prefetto de’

Pretoriani, Coro di popolo, di donzelle,

di matrone 7 .

Sansone: Sansone, Acor, Dalila, Adonìa,

Poeta, dantista, tipografo. ma anche atleta, qui

rappresentato in uno degli esercizi più difficili.

Aener, Un fanciullo che non parla, Coro di

Schiave Ebree, e di Sacerdoti Filistei 8 .

7


1

Sulla sua figura esiste una folta bibliografia, della

quale fornisco una sintesi: M. Vanni, Della poesia

e de’ poeti estemporanei. Pubblica lettura nella R.

Accademia aretina F. Petrarca, Stab. Tip. B. Tipi,

Arezzo, 1888, pp. 13-27; P. Giordani, Dello Sgricci e

degl’improvvisatori in Italia (1816), in G. Chiarini,

Scritti di Pietro Giordani scelti e annotati, Sansoni,

Firenze, 1890, pp. 133-142; G. Volpi, Tommaso Sgricci

improvvisatore di tragedie. Notizie e osservazioni,

estratto da “Rassegna Nazionale”, XIX, vol. XCV,

Tip. Flori, Pistoia, 1897, pp. 32; A. Vitaliano, Storia

della poesia estemporanea nella letteratura italiana

dalle origini ai nostri giorni, Loescher,

Roma, 1905, pp. 143-180; U. Viviani, Un genio

aretino. Tommaso Sgricci poeta tragico

improvvisatore, Viviani, Arezzo, 1928; C. Pocci,

Tommaso Sgricci, drammaturgo estemporaneo, in

“Rivista italiana del teatro”, VII, 4 (1943), pp. 84-88;

B. Gentili, Cultura dell’improvviso. Poesia orale

colta e poesia greca dell’età arcaica e classica, in

“Quaderni Urbinati di Cultura Classica”, n.s., 6

(1980), pp. 17-59; A. Basi, Tommaso Sgricci. Poeta

tragico estemporaneo, Calosci, Cortona, 1990; P.

Ciarlantini, Librettistica e poesia d’improvvisazione

in Italia nell’Ottocento, in “Musica +”, 44 (2016),

pp. 34-37; Id., Sgricci Tommaso, in Dizionario Biografico

degli Italiani, vol. 92, Treccani, Roma, 2018,

ad vocem. A puro titolo esemplificativo, elenco soltanto

alcune sue tragedie improvvisate, oggetto di

stampa, oltre quelle che citerò in seguito: La morte

di Carlo I e l’Ettore. Tragedie improvvisate dal

sig. Tommaso Sgricci e raccolte dagli stenografi,

Firenze, presso Giuseppe Molini, all’insegna di Dante,1825.

[Pubblicate con: La morte di Carlo I. Tragedia

improvvisata in Parigi il 25 Aprile 1824. nel

Teatro Louvois; Ettore. Tragedia improvvisata in

Torino la sera del 13 Giugno 1823 nel Teatro

Carignano]; La caduta di Missolonghi. Tragedia

divisa in cinque atti improvvisata da Tommaso

Sgricci, Firenze, presso Pasquale Pagni, 1827 (dai

torchj di Simone Birindelli) [Fa parte di Poesie di

Tommaso Sgricci aretino. Vol. I]; Idomeneo. Tragedia

improvvisata da Tommaso Sgricci aretino

la sera de’ 20 giugno 1827 del teatro de’ Fiorentini

e raccolta per la cura di S.E. il Signore D. Giuseppe

de Medici dei Principi di Ottaiano duca di

Miranda ec.ec, Firenze, presso Pasquale

Pagni, 1828 [Fa parte di Poesie di Tommaso Sgricci

aretino. Vol. 4].

2

N.O. Brizi, Tommaso Sgricci, in “Almanacco

Aretino per l’anno 1837, Anno Secondo”, Tipografia

Bellotti, Arezzo, 1836, pp. 164-165. Le note

riportano una inesattezza: l’artista scomparve ad

Arezzo e non a Firenze. Il Segato, cui l’estensore

dello scritto fa riferimento, è il celebre cartografo,

egittologo e “pietrificatore” Girolamo Segato (1792-

1836), che riposa anch’egli in Santa Croce a Firenze.

Su O. Brizi, scrittore e militare, cfr., tra l’altro: O.

Brizi, Nuova guida per la città di Arezzo, Tipografia

Bellotti, Arezzo, 1832; Id., Relazione intorno

l’esposizione dell’industria compartimentale

aretina (1858), Tipografia Bellotti, Arezzo, 1867;

[G.M.], Cenni biografici del cav. Oreste Brizi

d’Arezzo, Tipografia Bellotti, Arezzo, 1867.

3

Si vedano le seguenti edizioni a stampa: Crispo.

Tragedia del sig. Tommaso Sgricci aretino improvvisata

in Arezzo la sera de’ 3 Novembre 1827,

Arezzo, dai Torchi Loddi e Bellotti, 1828; Tieste.

Tragedia del sig. Tommaso Sgricci aretino improvvisata

in Arezzo la sera de’ 10 novembre 1827,

Arezzo, dai Torchi Loddi e Bellotti, 1828; Due atti

del Sansone. Tragedia del sig. Tommaso Sgricci

aretino improvvisata in Arezzo la sera de’ 20 novembre

1827, Arezzo, dai Torchi Loddi e Bellotti,

1828 [si tratta dei tre volumi delle Tragedie del sig.

Tommaso Sgricci improvvisate in Arezzo]. La tragedia

Crispo venne in seguito ristampata (Tipografia

Priulla, Palermo, 1868).

4

Il periodico (anno 5°, n. 186, p. 107), pubblicato a

Bologna dalle Stampe Governative Sassi, costituì

un preciso punto di riferimento teatrale, con note

e informazioni locali, nazionali e internazionali. Su

Gaetano Fiori si rimanda a: E. Bottrigari, Cronaca

di Bologna, a cura di A. Berselli, Zanichelli, Bologna,

1960-1962, vol. 1, p. 10; M. Calore, Bologna a

teatro. L’Ottocento, Guidicini e Rosa, Bologna,

1982, pp. 78-79; A. Cervellati, Bologna frivola,

Tamari, Bologna, 1963, pp. 44-47.

5

Su questi aspetti, cfr. anche P. Ciarlantini,

Librettistica e poesia d’improvvisazione, cit.,

p. 34.

6

Dalla pagina [12] del già citato libretto.

7

Dalla pagina [26] del già citato libretto.

8

Dalla pagina [14] del già citato libretto.

8


Memoria e canti partigiani

di Mario Spiganti

Marco Italiani ha passato tutto il periodo

1943/1944 a Carda (*), lui nato

nel luglio 1924 e renitente alla leva. Partecipò

come testimone privilegiato alla Primavera

Partigiana di Carda e a tutte le vicende

che si susseguirono fino al passaggio del

fronte ed oltre. Stabilì una forte amicizia con

lo stesso Licio Nencetti, coetaneo, e con il

più giovane Ezio Raspanti, con cui collaborò

come testimone, nel dopoguerra, per la

pubblicazione del volume “Ribelli per un ideale”.

Marco non fu partigiano combattente

ma i suoi racconti aiutano a comprendere la

complessa realtà sociale di Carda in quel

periodo.

Il sistema montano del massiccio del

Pratomagno, al cui interno si colloca il paese,

ospitava anche, oltre alla banda de La

Teppa, la brigata guidata da Potente, allocata

più a Nord e, passando dai sentieri del crinale,

le comunicazioni erano abbastanza agevoli

tra partigiani e tutte le frazioni abitate

montane del territorio.

Quasi al termine di una delle nostre lunghe

conversazioni mattutine Marco, a mia domanda,

si ricordò di alcuni canti che aveva

udito da alcuni partigiani e che mi riportò

cantandoli con splendida proprietà e capacità

espressiva.

Sottolineo ancora che contenuti e argomenti

trattati nei nostri incontri non erano preparati

se non, talvolta, in modo estremamente

generico. Sicuramente quel giorno non era

previsto di parlare dei canti partigiani.

Da quella lunga registrazione estrapolai un

video ritagliando solo la parte che riguardava

il tema degli inni partigiani e che aveva

alcune caratteristiche speciali. Riflettendoci

sopra ne ho ricavato qualche elemento di

riflessione metodologica:

Prima di tutto si trattava di un estratto video

non montato, “integrale”, ovvero era

composto da un piano sequenza continuo

ottenuto con una inquadratura frontale fissa

e del tutto privo di stacchi temporali o altri

effetti di montaggio. Realizzato utilizzando

una videocamera non professionale ma provvista

di ottica grandangolare che consentiva

di cogliere l’interazione dialogica tra i due

interlocutori e di poterlo fare costantemente

nella sua totale interezza, sia pur delimitando

e circoscrivendo in quell’unica inquadra-

9


tura lo spazio ambientale in cui eravamo, e

come osservando l’interazione dialogica da

un determinato e immobile punto di vista. Di

tanto in tanto, come intervistatore, orientavo

lo sguardo verso il monitor della

videocamera, installata su un cavalletto, per

controllare l’assenza di eventuali problemi

tecnici, per cui talvolta si notano come degli

sguardi in macchina

Il ricordo dei Canti Partigiani, qui contenuto,

è legato alle complesse e singolari vicende

che si svolsero a Carda tra 1943 e

1944. In questo periodo, densissimo di avvenimenti,

vi fu una forte presenza partigiana.

Fondamentali in questo mio progetto di

ricerca sono le narrazioni che raccontano,

secondo uno schema rozzo ma utile, eventi

datati dal settembre 1943 al 21 agosto 1944

(data in cui il presidio militare tedesco abbandonò

Carda per ripiegare a Nord) e che

marcano il passaggio della guerra. I canti

partigiani qui cantati sono tutti ben conosciuti

in letteratura, trascritti e con i testi pubblicati

in edizioni specialistiche, anche con varianti.

Tuttavia, è di estremo interesse, a mio avviso,

il modo con cui vengono riportati alla

memoria e cantati in questa intervista del

2015. Emergono nella conversazione, come

detto, senza precedente concertazione: un

tema dunque non previsto né prefissato.

Un’occasione, almeno per me, di ammirare

ancora una volta la capacità mnemonica

e narrativa di Marco, e di riflettere sul significato

complesso della parola “memoria”.

Premesso l’ovvia impossibilità di trascrivere

la notevole qualità espressiva del canto

e trascurando di riportare i testi interi (tutti

ben conosciuti), osservo che prima di cantare

Marco descrive ogni inno cantato situando

nel tempo e nello spazio le circostanze

in cui lo ha ascoltato ed i modi con

cui lo ha memorizzato.

• L’inno de La Teppa, la banda partigiana

guidata da Licio Nencetti, fu il primo ad essere

cantato ed è ben indicato da Marco

come canto originale di quel gruppo partigiano,

udito a Carda l’11 marzo del 1944 e

creato dagli stessi compagni di quella formazione.

La “Giostra” a cui il testo del canto

si riferisce con ironico disprezzo è quella

della “Giostra del Saracino” di Arezzo, rievocazione

particolarmente amata dai fascisti

con la sua retorica magniloquenza e schernita

e denigrata dai partigiani, che ben ricordavano

le sanguinarie scorrerie delle

squadracce aretine in Valdichiana.

Noi siam quelli

siam quelli della Teppa

l’Italia, l’Italia è tutta nostra

I fascisti, i fascisti fan la giostra

ma noi della giostra ce ne freghiam

Anche il canto “Per voi bambine belle”

(**), udito cantare da loro, è descritto da

Marco come canto originale dei partigiani

della Teppa. Nel 1990 è indicato invece dal

competente storico aretino Enzo Gradassi

come più in generale un canto dei partigiani

casentinesi. In alcuni racconti di anziani partigiani

fiorentini, consultabili in internet, si dice

che questa canzone fu cantata, sfilando nella

Firenze appena liberata, da pattuglie partigiane,

presumibilmente appartenenti alla

divisione di Potente e provenienti dal

Casentino.

“Dalle valli e dai monti lontani” Questo

accorato canto è conosciuto più propriamente

come Inno dei Partigiani Casentinesi.

Fu composto da William Pallanti, partigiano

di Bibbiena nato a Londra nel 1904 e indicato

da Marco come “l’inglese”. William

10


Mario Spiganti (a destra) conversa con Marco Italiani in occasione di una conversazione effettuata

nel 2015 e tratta dal suo archivio.

compose il canto probabilmente pochi giorni

prima di essere fucilato dai tedeschi a

Pievequinta (Forlì), per rappresaglia, il 26

luglio 1944. Il suo canto attraversò tutto il

Casentino e giunse a Carda dove fu memorizzato.

“La guardia Rossa”. Canto conosciutissimo.

Nel riportarlo alla luce Marco fornisce un

saggio a mio parere straordinario della sua

formidabile memoria, ancorata a luoghi e immagini

con stretti riferimenti temporali. Nel

suo racconto di presentazione mi parlò di un

seccatoio nascosto nel bosco. Era stato abbandonato

in fretta da alcuni partigiani per

sfuggire ad un rastrellamento militare. Dentro

c’erano resti di macellazione e cibo (una testa

di manzo piena di mosche) e notò lì a terra

un foglio dattiloscritto utilizzato per motivi

igienici, “quei servizi...”ma che lui raccolse lo

stesso per la sua innata curiosità.

Vi trovò scritto il testo completo di quel

canto. Che comunque già conosceva, ma il

foglio fu per lui un aiuto alla sua

memorizzazione. Marco collocò inoltre il

canto “la Guardia rossa” come udito anche

in una sera del giugno 1944, indicandomi

con precisione lo spazio e tempo di quell’ascolto.

Ricordava bene come l’inno fosse

stato cantato presso l’allora sede del circolo

ricreativo di Carda, durante una cena

che precedette un terribile evento delittuoso

ad opera dei convitati presenti. Storia conosciuta

in paese e narratami con molti dettagli

da Marco in una conversazione, da me

riportata in altro capitolo a cui rimando.

Marco Italiani e il gioco della Memoria

Non appena ascoltato l’inno della Teppa

chiesi a Marco se si ricordasse qualche al-

11


tra canzone. Mi rispose di sì e alla mia richiesta

di fornirmi qualche esempio intonò

subito “Per voi fanciulle belle sulla via, per

voi future spose di domani...” (*) Si tratta di

un canto conosciuto (con diverse varianti,

tra cui quel “fanciulle” nella versione di Marco,

invece di “bambine”) e molto noto, ripeto,

come canzone dei partigiani

casentinesi.

Nel propormi tale inno quel caro amico,

novantenne boscaiolo, mi fece un grande

dono. Per ricordare compiutamente le strofe,

infatti, cominciò ad esternare davanti a

me la sua ricerca interiore nelle pieghe e anfratti

della propria memoria, cercando le

tracce del tempo passato con posture del

corpo, sguardi concentrati nel vuoto, movimenti

delle mani che sembrava sfogliassero

pagine di ricordi, e suoni inarticolati che preparavano

il ritorno di melodie lontane.

Restai incantato da questo suo lavorio

mnemonico, di cui trovo impossibile dare una

adeguata trascrizione in pagine di libro (almeno

da parte mia) e che è però consultabile

nella registrazione video integrale conservata

nel mio archivio (essa stessa tuttavia inadeguata

ad esprimere compiutamente quanto

accadde nella realtà, soprattutto da un

punto di vista emozionale).

In quella occasione avrei potuto comportarmi

in vari modi. Leggo talvolta nei libri di

storia orale che intervistatori certamente più

navigati ed esperti di me, sempre presenti a

se stessi, sono costantemente in grado di

rimodulare i livelli delle conversazioni in base

agli input ricevuti sul momento, magari modificando

il tiro delle domande successive

da fare nel corso della intervista. Non è il

mio caso. Confesso in proposito una grande

sprovvedutezza.

Marco, d’altra parte, non era nuovo a

queste tipologie di performance. Altre volte

aveva esibito davanti a me le sue ricerche

mnemoniche interiori. Era accaduto soprattutto

quando richiamava alla memoria canti

della Divina Commedia o brani dell’Orlando

Furioso. Ma questa volta fu davvero speciale.

Cercai di fargli descrivere quali strumenti

o tecniche utilizzasse, se mai ci fossero

state, per riportare alla mente e quindi

esternare quei canti uditi un tempo ormai così

lontano.

Non era mai stato, oltretutto, un partigiano

combattente e dopo la guerra, nel ’48,

divenne, buon cattolico, un attivo militante

della Democrazia Cristiana, assumendo anche

incarichi politici di rilievo nella zona. Dico

questo per evidenziare come probabilmente

non ebbe molta dimestichezza con incontri

o celebrazioni della vita partigiana, utili

magari a mantenere vivo quel repertorio canoro.

Anche se aveva mantenuta per tutta la

vita una forte e profonda amicizia con il partigiano

“Mascotte” Ezio Raspanti, rosso

comunista per eccellenza. Amicizia nata e

maturata durante i mesi della primavera partigiana

1944 di Carda e fondata, soprattutto

ma non solo, sulla forte affinità, mi disse

una volta, con il battagliero e deciso

antifascismo vissuto da entrambi in famiglia,

legato alle forti ed eccezionali figure paterne,

lui a Carda ed Ezio Raspanti a Foiano in

Valdichiana.

Questa fu dunque la mia domanda:

- “Nella memoria, nell’esercizio della memoria,

aiuta a ricordare la melodia? Questa

è la domanda che io ti faccio. Visto che te

l’hai anche cantata, ti chiedo se… Perché tu

queste cose le sai a memoria, non è che li

hai anche scritti questi canti. Tu me li stai

dicendo attingendo alla tua memoria, tu non

li hai mai scritti questi canti.”

12


Marco interrompendomi: ”-... Io l’ho

sentiti da loro ... e basta!”

Io: - “. Certo, ...ti voglio dire questo: che

dopo che li hai sentiti da loro... non è che li

hai anche scritti, ... perché so che stai anche

scrivendo. Non è che li hai anche scritti

da qualche parte...

Marco: - “Ma per niente!” e, indicandosi

la tempia con l’indice “Io li ho scritti qui in

memoria, tante cose le ho anche appuntate,

ma non questi” (molte cose di Marco sono

scritte ad es. nella straordinaria rivista ciclostilata

del paese Foglie Lunghe-1981)

Io: - “Ti sto facendo questa domanda: ora

te, nel riportarle alla luce... ti aiuta la melodia

di questa canzone, oppure, come fai a

ricordarti queste strofe?”

Marco: “Come ricordo tante cose, perché

son cose che succedono a vent’anni. E

a vent’anni la memoria l’abbiamo lì! (il gesto

delle mani aperte di Marco è qui

intraducibile) libera! Pronta! Ad

accettare...come un disco con la puntina

così! (Marco riproduce con le mani il gesto

di una puntina che incide un disco) E

rimaste lì, ...altro che scrivere! Non c’è bisogno

di scrivere!”

Marco dunque descrive con la sua riflessione

il processo della Memoria in modo

molto classico, legandolo, come fatto individuale,

alla freschezza di una mente in crescita

e pronta ad apprendere da tutto ciò

che la circonda e che vive sperimentando.

La Tela di Ragno

Negli ultimi decenni la riflessione scientifica

sul processo della Memoria si è notevolmente

arricchita introducendo molti elementi

di analisi e nuove prospettive. Si tratta di

una tematica di cui praticamente si sono occupate

tutte le discipline definibili in qualche

modo come scienze umane: medicina, filosofia,

antropologia, psicologia, sociologia

etc. etc. Spesso, per non dire sempre, lo

hanno fatto in modo integrato e

interdisciplinare. Per chi voglia saperne di

più rimando all’ottimo libro di sintesi “Antropologia

della memoria. Il ricordo come

fatto culturale di Caterina Di Pasquale (ed.

Il Mulino, Bologna 2018)

Il dibattito in materia è estremamente complesso.

Mi accontento qui di affermare, in

modo necessariamente rozzo, che il “ricordo”

è tale, o almeno è descrivibile, quando

viene narrato ed esternato. Ma i modi della

narrazione si formano in contesto familiare e

sociale che in qualche modo influenzano e

determinano la stessa memoria individuale.

Il mondo in cui si forma la memoria di

Marco è estremamente ricco, legato a procedure

materiali imparate seguendo e acquisendo

da altri istruzioni fondamentali per

la vita e il lavoro, non in modo meccanico,

ma estremamente dinamico e relazionato ad

una soggettività attiva, in grado anche di introdurre

modifiche innovative. Vale a dire

che i processi della memoria e del ricordo si

trovano e si formano nella relazione tra sociale

e soggettività individuale.

I racconti orali con cui eventi e avvenimenti

sono poi ricordati e narrati, almeno

nella realtà di Carda, sono strettamente legati

ad una complessa modalità sociale in

cui le forme del linguaggio utilizzate dal singolo

soggetto nelle sue narrazioni sono

correlate alla poesia, al canto, a novellistica,

a grandi classici come Dante e Ariosto, alle

pratiche liturgiche e rituali. Il percorso della

memoria non è mai un processo meramente

individuale ma vive di questo intreccio sociale

e storico, in cui talvolta il passato viene

13


ricostruito con il senno di poi ed in modo

differente da individuo a individuo. Ed i racconti

familiari degli stessi fatti accaduti in

paese presentano spesso significative differenze.

Riflettendoci sopra ho immaginato le memorie

di Carda come fossero una grande

Tela di Ragno. Disposta come una rete con

tanti spazi vuoti in forma più o meno di rettangoli

o quadrilateri non troppo perfetti. Nei

punti nodali di intersezione e collegamento

tra i quadrilateri vi sono gli individui con i

loro punti di vista, ma strettamente connessi

ad una rete da cui dipendono nella loro collocazione,

determinando e subendo al tempo

stesso processi di memoria.

Il filo di collegamento è robustissimo ma

la struttura complessiva della tela è anche

fragile rispetto ai cambiamenti epocali della

storia ed eventuali rotture producono poi ricostruzioni

della rete che non sono mai identiche

alle configurazioni passate e producono

spesso memorie diverse.

Per quanto mi riguarda mi sento come una

mosca caduta in questa rete, una trappola

di cui non so né posso cogliere l’architettura

complessiva, ma che condiziona fortemente

la mia vita e il mio sentire. E rispetto al ragno

dico che non so proprio dove si nasconda.

(*) Carda è una frazione montana

casentinese del Comune di Castel

Focognano (AR). Si trova nel massiccio del

Pratomagno che divide il Casentino dal

Valdarno.

Il Pratomagno ospitò nel 1944 formazioni

partigiane tra cui quella di Potente (strettamente

legata alla liberazione di Firenze) e

quella della Teppa, guidata dal giovanissimo

comandante Licio Nencetti, acquartierata a

Carda. Questi sono gli eventi di guerra legati

a Carda e registrati e narrati da memorie

di paese (orali e scritte): Presenza di due

militari inglesi fuggiti dal campo di prigionia

di Laterina, (fondovalle del Valdarno), e

ospitati e nascosti a Carda fino al 13 agosto

1944

• Presenza in paese della formazione partigiana

di Licio Nencetti dal marzo 1944 al

maggio 1944 (cattura e uccisione di LICIO)

• Tragici eventi giugno 44 legati alla presenza

di sbandati

• Rastrellamento e uccisioni nazifasciste

luglio 1944

• Occupazione esercito tedesco tra 29 luglio

e 20 agosto 1944

• Deportazione 40 uomini di Carda in

Germania 6 agosto 1944

• Accompagnamento dei 2 inglesi al

quartier generale alleato nella notte del 13

agosto, sfuggendo all’occupazione tedesca

(**) Questo testo si trova nella versione

sotto trascritta in ”I canti partigiani come

documento: materiali e analisi sui canti partigiani

nell’Aretino”, di Enzo Gradassi, 1990.

Versione citata anche in “Canti della Resistenza

armata in Italia. Canzoniere 2 della

protesta”, a cura di Cesare Bermani, Franco

Coggiola, Ezio Cuppone, Silvio Uggeri

(Edizioni Bella ciao, Milano 1975).

Per voi bambine belle della via

per voi future spose di domani

per voi che siete tutte poesia

e sorridete a tutti i partigiani

per voi queste canzoni canteremo

e dalla schiavitù vi leveremo

Ohi partigiani

ci han da menar le mani (sta a noi!)

ci han da menar le mani

14


Ma quando i fascisti tu vedrai

le gambe in capo se le metteranno

non domandare questo come mai

sennó da noi le botte prenderanno

ma tanto sarà inutile il fuggire

ad uno ad uno dovranno morire

Ohi partigiani

ci han da menar le mani (sta a noi!)

ci han da menar le mani

Quando l’Italia sarà liberata

ed i fascisti non esisteranno

la schiavitù sarà dimenticata

e tutti al suo lavoro torneranno

ringraziare dovrete solo quelli

che un giorno li chiamavano “i ribelli”

Ohi partigiani

ci han da menar le mani (sta a noi!)

sono i veri italiani.

15


Bernardino Perfetti: l’improvvisatore

di versi eruditi e di ambienti campestri

di Antonio Vannini

Bernardino Perfetti fu noto ai suoi tempi

per i canti improvvisati, quanto veloce

fu l’oblio della sua fama. Per lui l’ambiente

delle accademie e quello dell’Arcadia in particolare

fece rinascere addirittura l’incoronazione

poetica in Campidoglio che era toccata

al Petrarca. Alle sue performance accorrevano

volentieri gli eruditi nei teatri e nei

salotti e si ha solo qualche notizia di un successo

presso il popolo. Tra i potenti, sua

sicura estimatrice ed entusiastica protettrice

fu la figura interessante e un po’ ambigua di

Violante di Baviera, nominata dall’ostile suocero

Cosimo III dei Medici come

governatrice di Siena. Dunque un

improvvisatore colto, che si presentava in

luoghi deputati dove già l’aspettativa per

l’ascolto preparava l’evento. Abbiamo descrizioni

in certi casi puntuali e precise di

queste esibizioni (la più attenta quella di

Charles de Brosses, ma anche il Goldoni ci

dà un resoconto che dimostra la sua ammirazione).

Perfetti aveva studiato dai Gesuiti

nel Collegio Tolomei e poi lì e nello Studio

senese era divenuto professore di diritto.

Faceva parte dell’Arcadia col nome di

Alauro Euroteo ed era quindi, sia per la sua

professione che per l’inserimento ufficiale nel

modo di organizzazione dei poeti dell’epoca,

ben integrato nella società italiana e nella

cultura del primo Settecento, che si accingeva

a fare il punto delle correnti letterarie e

soprattutto di quelle filosofiche del secolo

appena concluso, prima che l’Illuminismo

entrasse potentemente anche nei gruppi culturali

della Penisola. Lo zio materno

Girolamo Gigli era stato un osservatore originale

degli ambienti seicenteschi e aveva in

varie e diverse opere delineato quello senese

nella sua specificità, derivante dalla perdita

dell’indipendenza repubblicana di metà Cinquecento

ma ancora segnato dalla coscienza

di una propria originalità linguistica, culturale

e spirituale.

Perfetti improvvisò in varie città, oltre che

a Siena. Sappiamo addirittura di Monaco di

Baviera, di una esibizione contrastata ma poi

coronata di successo a Livorno, della sua

incoronazione, preceduta da saggi

estemporanei, a Roma. Le trascrizioni che

abbiamo dei suoi canti riguardano quasi interamente

delle performance avvenute in

Firenze, nel convento dei Carmelitani, all’ospedale

di Santa Maria Nuova, nel Pa-

16


Copertina del libro.

lazzo Medici-Riccardi. Sappiamo che il nostro

poeta aveva in odio i tachigrafi, quei

trascrittori che nascostamente assistevano

alle sue esibizioni e prendevano appunti per

trascrivere i frutti della sua creatività

estemporanea. Forse in numero di quattro

(Perfetti li chiamava ironicamente

“vangelisti”) trascrivevano ognuno una sequenza

di versi, finché chi scriveva non rimaneva

indietro sul rapido ritmo

dell’improvvisatore e lasciava la continuazione

al prossimo prendendosi un attimo per

finire di vergare la sua trascrizione.

Domenico Cianfogni, colto fiorentino estimatore

del Perfetti, commissionò e raccolse

nel 1748 queste trascrizioni nell’unica edizione

(se si esclude qualche canto nell’antologia

di Ubaldo Primavera pubblicata ad Iesi

nel 1803) dei versi del cantore senese: per

rimediare a questo oblio, chi scrive quest’articolo

ha curato di recente l’edizione critica

e commentata dei testi dei canti

estemporanei di Bernardino Perfetti, a partire

dal testo edito da Cianfogni nel 1748,

con la collazione di quanto di quei canti si è

conservato in vari manoscritti conservati nella

Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena,

nella Moreniana di Palazzo Medici-Riccardi

a Firenze, nella Corsiniana dell’Accademia

dei Lincei a Roma, nella Sächsische

Landesbibliothek di Dresda. I manoscritti riportano

varianti che si sono originate dalla

trascrizione di un unico gruppo di tachigrafi.

Cianfogni ne ricavò la sua importante edizione,

mentre abbiamo ragione di credere

che qualche canto fosse poi riordinato dalla

trascrizione per eleganti doni tra gli appartenenti

all’Arcadia.

Secondo le testimonianze dell’epoca, Perfetti

si presentava ai suoi uditori dopo aver

assistito ad una Messa e aver ricevuto l’Eucaristia,

sia per il bisogno di una alta tutela

nell’impegno straordinario che stava per affrontare,

sia nella coscienza che lo sforzo

creativo fosse dovuto ad una condizione dello

spirito, quella dell’entusiasmo, che aveva

qualcosa di diverso dalla normale condizione

dell’animo umano. Questa sensazione e

questa convinzione si rifà a concezioni dell’ispirazione

poetica che sono antiche come

la poesia stessa e che conosciamo in quanto

ben documentate nei versi omerici che riferiscono

l’attività degli aedi (le celebri scene

dei canti inprovvisati di Demodoco alla corte

dei Feaci e di Femio a Itaca) o nei dialoghi

platonici (si pensi soprattutto allo Ione,

dedicato all’attività del rapsodo e alla sua

ispirazione divina). È vero infatti che ogni

volta che ci troviamo di fronte ad una performance

di poesia estemporanea o, come

17


Busto in gesso del poeta conservato nella Biblioteca degli

Intronati di Siena. (foto di Antonio Vannini).

in questo caso, quando ne

contempliamo la contraddittoria

trascrizione, intuiamo qualcosa

del mistero dell’origine

stessa della poesia. E non tanto

dell’origine in senso storico,

ma nel senso del punto originario

in cui nell’animo umano

la parola si collega al ritmo

per stravolgere ad accrescere

immensamente la propria forza

comunicativa.

Il nostro cantore si presentava

dunque così preparato e

concentrato al momento in cui

gli uditori proponevano

estemporaneamente dei temi.

Ricevuto il primo argomento,

il poeta si raccoglieva per una

decina di minuti e poi faceva

cominciare a suonare il musico,

generalmente con la chitarra.

Improvvisava qualche centinaio di versi in

ottava, per poi passare con la stessa procedura

al secondo e al terzo tema, ancora in

ottava. Gli argomenti potevano essere i più

svariati, ma possiamo raggrupparli nelle seguenti

categorie; argomenti biblici, mitologici,

argomenti riferiti agli exempla della storia

romana, argomenti scientifici. Superfluo far

notare che il cantore doveva avere una preparazione

tendenzialmente enciclopedica e

anche ben aggiornata. La trattazione degli

argomenti scientifici da parte del Perfetti

appare infatti sorretta da tale aggiornamento

sui progressi che la scienza stava compiendo

in quegli anni e regge bene il confronto

con la coeva poesia scritta e con quella

dei decenni successivi di tale argomento. A

tratti addirittura, nei pochi esempi che ne

abbiamo, pare superare quella scritta e meditata

proprio per come sa comunicare la

meraviglia davanti alle nuove acquisizioni

dell’umano intelletto.

Compiuta questa prima parte della performance,

il poeta improvvisa un epilogo nel

quale riprende i tre argomenti proposti e li

tratta ora con maggiore precisione, avendo

avuto, pur durante l’improvvisazione stessa,

la possibilità di far affiorare alla sua mente

attenta altri particolari ed immagini. Nell’epilogo

inoltre il cantore tenta sempre di legare

in vario modo i tre argomenti inizialmente

proposti senza alcun legame tra sé. Nell’epilogo

compaiono strofe di varia lunghezza

(predomina la quartina) di ottonari. Il cantore

gioca in questa parte con la rima tronca.

Talvolta intere quartine a rima tronca

potevano forse essere funzionali all’enfasi da

porre in alcuni passi e a forzare anche l’ac-

18


compagnamento musicale. La fatica mentale

e fisica del cantore pare crescesse in questa

fase dell’esibizione e il suo impegno pareva

allontanarsi del tutto da ogni parvenza

di intrattenimento per giungere ad una finalità

didascalica e chiaramente etica: il poeta

riprende i tre temi e li rimodula in modo da

lasciare qualcosa nella memoria dell’uditore

dopo la fine dell’evento. La sua formazione

gesuitica mostra qui la propria forza. I membri

della Societas Iesu, quando insegnavano

e quando si impegnavano nelle predicazioni

di quelle che chiamavano missioni popolari,

seguivano molte modalità tipiche della tecnica

dell’improvvisazione, soprattutto in riferimento

all’attenzione al tipo di uditorio per

giungere alle migliori e più efficaci tecniche

di espressione. Era in uso nelle scuole da

loro gestite anche l’abitudine di mettere in

versi il contenuto delle materie da insegnare

per favorirne la memorizzazione. Perfetti

porterà sempre con sé la coscienza di questa

grande efficacia delle tecniche di

improvvisazione poetica e apparirà sempre

attento alla responsabilità che il maneggiare

questi strumenti di conseguenza comporta.

Tenendo presente questa attenzione, possiamo

forse meglio comprendere il senso

dell’ultima parte delle performance del Perfetti

(almeno di quelle che ci sono pervenute

nelle trascrizioni), quella della Pastorella.

Uno strano genere poetico, forse ripreso

dal Perfetti un po’ per rispetto dell’ambiente

arcadico e pastorale caro all’Accademia,

un po’ dalla connotazione popolare che l’antica

pastorella provenzale aveva assunto attraverso

i secoli, scendendo dalle corti nei

mercati e nelle piazze, dove spesso aveva

preso la forma della chanson sans musique.

Il cantore senese ne fa un componimento

dove i classici ruoli dell’uomo e della fanciulla

pastorella in contrasto tra loro son divenuti

quelli del saggio personaggio Elpino

che risolve i dubbi ingenui sorti nella ragazza

davanti a fenomeni naturali o umani, prima

fornendo una spiegazione scientifica, poi di

tipo anagogico e riferito all’ordine divino della

morale e della natura.

La prima parte della pastorella (quella narrativa

e descrittiva), di lunghezza variabile

(ne abbiamo da sette a quattordici strofe) è

composta in ottava rima. La seconda e la

terza parte della pastorella coincidono con

la risposta di Elpino. La seconda parte si

compone di strofette di lunghezza variabile

da quattro a tredici versi, tutti settenari sdruccioli

senza rima. La terza parte, che può essere

separata dalla seconda da un distico di

endecasillabi a rima baciata, è una canzonetta

anacreontica formata da quartine di tre

settenari piani, di cui il secondo e il terzo a

rima baciata, e un quinario. Il quinario è in

rima col primo settenario della strofa successiva,

secondo lo schema ABBc – CDDe - ...

L’uso della canzonetta anacreontica, che

comunemente si ritiene consona solo a componimenti

leggeri e scherzosi, è invece adoperata

dal Perfetti proprio nella parte

filosoficamente, eticamente e teologicamente

più impegnata, forse addirittura coincidente

col fanatico, cioè il punto di arrivo dell’entusiasmo

poetico. Il nostro poeta avrebbe

dunque mostrato grande originalità non solo

nell’introdurre queste strofette al posto dell’ottava,

ma anche per aver adoperato la

loro rapidità come adattamento funzionale

al ritmo dettato più da vicino dall’estro poetico

a conclusione della performance.

19


La Fiera del Perdono di Terranuova

Bracciolini

di Carlo Fabbri

Nel 1886 la giornalista scrittrice livornese

Alaide Vanzetti, ospite della “Villa Riposo”

alla periferia del centro storico di

Terranuova sulla strada per Loro Ciuffenna,

raccontava in un libriccino pubblicato poco

tempo dopo nella sua città 1 di essere stata

svegliata la mattina della quarta domenica di

settembre, molto prima dell’alba, dal tintinnio

dei “bubboli” sulle teste degli animali e

dalle voci dei contadini e dei montanari che

si recavano al “Perdono” e domandato a

Gasperino, il casiere della villa, in che cosa

esso consistesse, si era sentita rispondere:

Che vuol’ella? e’ lo chiamino ‘n questa maniera,

ma l’è sortanto la festa più grande che

si faccia ‘n questi paesi. E’ comincino a Levane;

c’è poi i’ Perdono a Montevarchi, a

Loro e a San Giovanni, e noàttri s’ha l’urtima

domenica di settembre. Poerini! La sentirà i’

brusio che fanno laggiùe; proprio lèvin di

sentimento...

Dimani c’è la festa grande: all’alba gl’incomincino

la fiera di’bbestiame; alle quattro

e’ tirin su la tombola; brùcino e’ palloncini, e

su’ barrocci di piazza vendin d’ugni cosa: la

ci andìa, la ci andìa, che l’è giovane, a

svagàssi... 2

E la Vanzetti seguì il consiglio di Gasperino;

ascoltò nella pieve la “sinfonia” eseguita dalla

premiata banda cittadina, vide, per quanto

poté fra la calca, la corsa dei cavalli senza

sella, “alla romana”, col trionfo del vincitore

preceduto dalla stessa banda e dal palio

conquistato; assistette quindi, la sera sul tardi,

allo spettacolo dei fuochi artificiali in piazza,

che «produssero sulle innumerevoli teste

degli spettatori varii e curiosissimi effetti di

luce».

Il giorno dopo, quello della fiera vera e

propria, Alaide tornò in paese:

Lunedì mattina, per tempissimo, un allegro

raggio di sole venne a destarmi, segnando

una striscia luminosa sul pavimento della mia

cameretta azzurra: lo salutai sorridendo, mi

vestii, ed attesi con impazienza il legno 3 che

doveva condurci a Terranuova...

Una fiera campestre ha sempre per me una

certa attrattiva. Io mi diverto a vedere i contadini

tutti lustri ed agghindati accanto alle loro

donne che coi loro abiti festivi offrono allo

sguardo le varie sfumature dell’arcobaleno;

mi diverto ad osservare quel brulichio di persone,

alcune raggruppate intorno ad un

cantastorie che parla sempre in poesia; altre

20


estatiche innanzi al prestigiatore che sembra

abbia fatto lega col diavolo; alla sonnambula

che predice a tutti il futuro; al ciarlatano che

grida e si sbraccia dall’alto della sua

carrozzella, e per pochi soldi regala all’afflitta

umanità un’acqua miracolosa, guaritrice di

tutti i mali... 4

E poi... la “tombola di beneficienza”:

Per le quattro e mezzo era stabilita la tombola

di beneficenza; e noi non mancammo di

recarci alle quattro, come avevamo promesso,

in casa dei signori Dini. Aspetta, aspetta,

l’estrazione non incominciava mai; tutti eravamo

pronti alla finestra, con le cartelle in una

mano e lo spillo nell’altra per segnare i numeri;

la piazza e le vie adiacenti andavano popolandosi

sempre più, ed ognuno mormorava

insofferente dell’indugio.

Suona finalmente il cenno desiderato; il bimbo

mette la mano nell’urna e ne trae la prima

ghiandina: il Delegato governativo la fa vedere

al pubblico; un banditore legge ad alta

voce il numero che essa porta scritto; un secondo

lo ripete da un palco vicino e lo mostra

in giro, segnato a cifre cubitali...

Tutto procedeva regolarmente, quand’ecco

sorgere un improvviso mormorio; fischi

succedere a fischi, crescer di forza, moltiplicarsi

in un baleno. Che è? Che non è? In tutto

ciò non sapevamo raccapezzarci. Supposi che

si canzonasse, come talvolta succede, qualche

pover’uomo il quale domanda la cinquina

che in realtà non ha fatta: ma si trattava invece

di cosa diversa e più grave: era uscito due

volte il cinquantadue. Mancando in tal modo

un numero, la tombola illegale doveva necessariamente

sospendersi. Impensierito del crescente

tumultuar della folla, il Sindaco ordinò

alla Banda di sonare; ma il fracasso ingigantì...

un campagnuolo, che stava per un numero

alla quintina, salito vicino alla Commissione,

non voleva andarsene a nessun patto; e

forse non sarebbe sceso tanto facilmente, se

il brigadiere dei carabinieri non avesse finto

di trarre la spada.

A tal vista un gran pànico s’impadronì dei

più vicini, che si diedero a fuga, per quanto

poterono, precipitosa; quelli che erano dietro,

sentendosi investire con tanta violenza, incominciarono

alla loro volta a scappare; e tutti,

senza sapere il perché, si rovesciarono e si

ammonticchiarono negli ingressi delle case, su

per le scale e nelle più prossime vie...

Si sparse intanto la voce che il Sindaco rendeva

i quattrini, e subito il mormorio andò

facendosi minore; tacquero i fischi, e la gente,

messo l’animo in pace, incominciò tranquillamente

a passeggiare commentando l’accaduto.

5

Sembra la forzatura letteraria di una giornalista-scrittrice

di talento e invece si tratta

della cronaca di un fatto realmente accaduto.

Mi raccontava qualche anno fa Lorenzo

Ricceri, anziano componente del “Comitato

dei festeggiamenti del Perdono”, a proposito

di chi stava annunciando ad alta voce i

numeri estratti per la tombola quella volta:

Quello fu il mi’ nonno, il babbo di’ mi’ babbo.

Siccome ‘un sapeva leggere, ma aveva

una memoria di ferro, si ricordava che aveva

tirato il 52 e disse: «Ri-cinquantadue!». È rimasto

famoso... «Ri-cinquantadue!». Se

n’era ricordato! l’aveva ritirato! Naturalmente

fu annullato ogni cosa… con due numeri

uguali! 6

E si potrebbe continuare a lungo con citazioni

del genere sul passato e sul presente

della Fiera di Terranuova perché ancora oggi

essa è la più importante del Valdarno Superiore

e si “batte” con le più quotate della

Toscana, se non d’Italia.

Eppure, per poterla effettuare, i

Terranuovesi, che sarebbero riusciti ad ottenere

l’autorizzazione dalle autorità

granducali solo nel 1615, dovettero sudare

le proverbiali sette camicie: già dall’agosto

del 1598 infatti, “umilmente” ma inutilmen-

21


te, il Consiglio Comunale del luogo aveva

supplicato il granduca di Toscana Ferdinando

I de’ Medici, perché si degnasse di concedere

la “grazia” della concessione:

Considerato al benefitio publico di detta

terra, et quanto apportassi benefitio non solamente

alli [huomini] di Terranova, sì come a

quelli della podesteria 7 ancora et altri

convicini, se si facessi una fiera l’anno... con

eleggere un tempo che non s’apportassi

nocumento alcuno, che sarebbe la prima domenica

fatto il Corpus Domini, et durassi dua

giorni seguenti, in tutto 3 giorni. 8

Il governo rispose categoricamente di no

e giustificò il diniego asserendo che non voleva

danneggiare il mercato del martedì nella

vicina Figline.

Nel 1601, il gonfaloniere 9 di Terranuova ci

riprovò di nuovo assieme ai suoi consiglieri

e, a scanso di equivoci, chiese di anticipare

la fiera al sabato, assicurando che si sarebbe

contentato di ottenere due giorni soltanto;

10 ma anche questa volta non ci fu nulla

da fare.

Si tornò quindi nuovamente alla carica nel

1607 e si chiese di poterla effettuare in occasione

della festa della Madonna di

Pernina, 11 che si celebrava allora la quarta

domenica di Agosto, «per accrescer tal devozione

e per l’utilità pubblica, considerato

che alla devotione della Madonna Santissima

di Pernina, senza altro interesse ci concorre

molto popolo»; 12 ma fu inutile anche

far leva sui sentimenti religiosi del granduca.

Le cose andarono invece meglio col suo

successore Cosimo II, forse anche per interessamento

delle grandi famiglie fiorentine,

originarie del luogo che vi possedevano

grandi fattorie e che vantavano fra i loro

membri funzionari nel governo granducale,

come i Concini o i Bartolini Baldelli. 13 Sta di

fatto che i Terranuovesi si videro accordare

finalmente nel 1615 una fiera annuale per la

quarta domenica di settembre, estesa al sabato

precedente ed al lunedì seguente, a patto

però che si impegnassero a rinnovare il permesso

ogni tre anni. A partire poi dal 1672,

al posto del giorno di sabato, fu concesso il

martedì ed è proprio da una lettera del 1758,

conservata nell’Archivio Storico del Comune

di Terranuova e contenente la richiesta

per il rinnovo del permesso triennale, che si

ricavano queste notizie:

Il Gonfaloniere e rappresentanti la Comunità

di Terranuova, servi e sudditi umilissimi di

Vostra Maestà Cesarea, 14 col più profondo

ossequio gli rappresentano come fino dall’anno

1615, per benigno Rescritto 15 di Cosimo

Secondo Gran Duca di Toscana, fu concesso

alla Terra di Terranuova di tenersi ivi una fiera

ogn’anno nella quarta domenica di settembre

con un giorno avanti et uno giorno dopo, con

la sicurtà per i debiti di quelli che vi concorrono

16 e con il benefizio della retratta 17 per le

bestie che non si vendessero, e coll’obbligo

al doganiere di Monte Varchi di dovervi assistere

per fare le bullette e pigliare i debiti riscontri;

siccome sotto dì 11 settembre 1672,

per nuovo benigno rescritto fu confermata la

concessione di detta fiera, con commutare il

giorno antecedente di sabato alla detta domenica

quarta in quello del martedì susseguente.

18

La scelta del mese di settembre, che era

stata fatta quasi per caso, si rivelò a lungo

andare piuttosto azzeccata, forse anche perché

i “bigoni” e le “cistelle” si vendevano

meglio poco prima della vendemmia, e la

gente cominciò a venire a Terranuova da tutte

le parti, magari camminando per un giorno

o due, a vendere, a comprare e ... a fare

tante altre cose. Nel 1732 si prevedeva un

22


La Piazza centrale di Terranuova in occasione del Perdono del 1901. Fra i “carretti” con le merci

in vendita ci sono i pali che ospiteranno in cima le “girandole” dei fuochi artificiali; fino agli anni

’50 del Novecento queste venivano “accese” qui, sulle teste degli spettatori.

tale afflusso di folla che i consiglieri comunali

si videro costretti a stanziare «lire quattordici

de’ denari della loro comunità per

mantenere la pattuglia 19 in tempo di fiera,

per evitare gli scandali e sconcerti che potessero

intervenire nel gran concorso de’ popoli».

20

Che cosa si poteva trovare un tempo alla

fiera di Terranuova? Scriveva nel 1809 il

“maire” 21 locale Antonio Parigi:

Nel settembre di ciascun anno avvi una festa

che dura tre giorni sotto il nome di Perdono

ove concorrono molta gente per esservi

due giorni di fiera di Bestiame, e di altre Cose;

il primo giorno di detta festa il dopopranzo

sortite le funzioni suole esservi una Corsa di

Cavalli sciolti e la sera i fuochi di artifizio. 22

Venditore di “cistelle” ad una fiera degli anni

’50 del Novecento.

Secondo Attilio Zuccagni Orlandini, soprintendente

all’Ufficio Statistico del

23


Granducato di Toscana che vi capitò

vent’anni dopo, essa vedeva «un concorso

numerosissimo di genti del Valdarno, del

Casentino e del Chianti» e vi si potevano

trovare «bestiami di ogni specie e in gran

quantità mercerie e manifatture, vasi vinarii,

terre cotte di varie specie ed altri oggetti»,

mentre i cacciatori vi acquistavano uccelli

da richiamo e pania. 23

Accanto agli animali “da lavoro”, agli ovini

e ai suini c’erano e ci sono ancora infatti

gli uccelli, con tutto il mondo che “ruota”

attorno ad essi:

La Fiera degli Uccelli è partita da i’ Canto

de’ Mori, 24 in antichità era lì, poi da una trentina

di anni fa abbiamo cominciato a riorganizzarla

e da i’ Canto de’ Mori s’è portata in

viale Piave, con l’organizzazione delle gare di

canto e la premiazione dei vari espositori; ha

avuto un calo dovuto alla crisi della caccia in

generale, per l’impatto che ha la caccia sull’ambiente,

e c’è stato un calo di numero dei

venditori. Più che altro c’è stato un calo dei

venditori di uccelli perché questi certamente

venivano a Terranuova a vendere per guadagnare

i soldi con gli uccelli da richiamo per la

caccia; e la crisi dei “capannisti” 25 s’è ripercossa

anche... Poi dal viale Piave dove era

stata portata ed ebbe grande successo fu

spostata una quindicina di anni fa al parco

pubblico; anche là è un ambiente bello, che si

presta; c’è le piante e tutto... e lì s’è un po’

modificata in questo senso: dei venditori di

uccelli da caccia non ce n’è tanti (anche se

ultimamente stanno riaumentando); s’è spostata

dal lato affettivo degli uccelli 26 e s’è dato

più importanza alla gara di canto. 27 C’è diversi

amatori che rallevano gli uccelli e li tengono

proprio per andare alle gare di canto. Sono

“garisti” tutti quelli che hanno gli uccelli e li

allevano proprio per farli cantare; sono una

trentina e hanno 7 o 8 uccelli per uno: un centinaio

di uccelli. I tipi di uccelli sono i tordi,

tordi sasselli e tordi bottacci, i merli, le cesene,

i fringuelli, i passeri e le allodole...

All’interno di questa fiera c’è anche la gara

di imitazione degli uccelli. Ci sono degli

imitatori, anche locali qualcheduno, ma più

che altro su dell’Alt’Italia, del Friuli che vengono

giù da noi... Imitano quattro uccelli: il

merlo, il tordo sassello, il tordo bottaccio e

l’allodola. Si iscrivono alla gara, si tira a sorte

chi deve fischiare per primo e quindi si dà

inizio alla gara; poi c’è una commissione che

tira le somme e dà i voti. Questi “garisti” si

chiamano “chioccolatori”. 28

Alla fiera poi si mangia e si beve... e il

“menù” d’obbligo è costituito dal “panino

con la porchetta” che provoca una vera e

propria “ecatombe” di maiali! Raccontava

ancora Ricceri:

Io credo si vendano su 200-300 porchette.

Perché io so di uno solo che ne ha vendute

21. Se l’ha detto pe’ farsi grande, se l’ha detto

per... lui a me me l’ha detto. Uno! Sicché, i

porchettari non lo so quanti sono ma una

quindicina sono di certo! Se si pensa - e chi

viene a Terranuova lo sa - che dalla mattina

alle dieci fino alla sera alle nove la gente ‘un

fa altro che andare in su e in giù con il panino

con la porchetta in mano, ci si può immaginare

quante porchette verrà venduto. Perché

uno magari ha la macchina, vien la mattina,

trova il parcheggio, sta tutto il giorno, mangia

due panini e poi va via la sera quando è

l’ora di rientrare a casa... 29

Ma alla fiera non si recavano o si recano

soltanto venditori e compratori: «altri vi occorrono

per annodare e mantenere relazioni

utili ai loro interessi; né vi mancano quasi

mai disoccupati ed oziosi, attirativi dalla curiosità

e dalla brama di distrarsi piacevolmente»

30 ... poi ci sono anche quelli che si

fanno abbindolare dai “furbi” col gioco d’azzardo.

Mi raccontava ancora Lorenzo

Ricceri:

24


Giovane venditore alla fiera degli uccelli presso il “Canto

dei Mori” (anni ’50 del Novecento).

Nel dopoguerra subito, 31 siccome non c’era

i trasporti, non c’era nulla, la gente veniva in

bicicletta. E c’era il gioco della toppa: 32 qualcuno

veniva in bicicletta e tornava a casa a

piedi perché se l’era giocata! 33

E sulle tre “campanine”?:

Lì, fanno un “trespolo”, 34 ci sono i

fiancheggiatori che cercano di individuare il

giocatore che può tira’ fuori i soldi, lo ingannano

con delle mosse, poi al momento che lui

gioca effettivamente, la pallina, sotto la

campanina in do’ mette i soldi lui, non c’è mai.

Son tre campanine e una pallina di pece e loro

se la tèngan sotto l’unghia, no? La manipolano

a quella maniera lì e poi, quando lui ha

puntato, gliela mettano di là o la mettano in

do’ ha puntato i’ compare. Perché la mettano

lì e i’ compare punta subito lì, però

lui si fa accorgere che la pallina l’ha

spostata di là... uno è di dietro e dice:

«È là» ... e appena ha preso i soldi…

zah! Quello l’ha bell’e messa da quell’altra

parte! 35

Occorre però a questo punto

fare una precisazione: si sono usati

fin qui i termini “Fiera” e “Perdono”

come sinonimi - e in fondo

hanno finito pian piano col tempo

per diventarlo - ma la prima ha in

realtà un connotato profano e il

secondo ha invece un’origine

prettamente religiosa.

Il “Perdono” infatti consiste nell’indulgenza

concessa dalla Chiesa

a chi si reca a pregare e a compiere

opere di carità in un determinato

luogo di culto e prevede

l’annullamento delle pene temporali

previste per i peccati, già rimessi

durante la confessione, sia

all’orante che a un suo caro defunto.

L’indulgenza del “Perdono” può essere

accordata dalle autorità ecclesiastiche

- il papa o chi per lui - mediante una “bolla”

oppure vivae vocis oraculo, 36 in “perpetuo”

oppure a tempo con possibilità di rinnovo.

Il primo “Perdono” della storia fu quello concesso

da papa Onorio III a san Francesco

d’Assisi per chi si recava a pregare nella

“Porziuncola” e da allora i “Perdoni” o le

“Perdonanze” si sono diffusi un po’ dappertutto.

È chiaro che quando i pellegrini presero

ad affollare sempre più i santuari e gli altri

luoghi nei quali in certi giorni dell’anno si

poteva “lucrare” un’indulgenza, cominciarono

ad affluire sul posto assieme ai fedeli anche

i venditori di candele, di ricordini, di

25


cibarie ecc. finché accanto al “Perdono”

non venne man mano a crearsi una vera e

propria “Fiera”, con tutte le sue peculiari

caratteristiche, la quale finì per fondersi poi

col primo in un’unica festa.

Se questa è la “regola”, essa non vale

però per Terranuova: il termine “Perdono”

significante anche “Fiera” è documentato

ufficialmente nei registri delle

deliberazioni comunali del luogo solo il 19

settembre 1682, quando «il gonfaloniere

e rappresentanti, per ripulire tutta la piazza

piena d’erba con occasione del Perdono,

stanziorno lire 16 da distribuirsi in

tante opere 37 di contadini». 38

Le “bolle del Perdono” furono infatti concesse

alla pieve di Terranuova solo dal momento

in cui nei giorni della fiera si cominciò

a “scoprire”, ossia a mostrare ai fedeli,

le spoglie del martire san Tito che, provenienti

dalle catacombe di Priscilla a Roma,

erano state traslate in paese nel 1665, cinquant’anni

dopo la concessione della festa

“profana”.

Il corpo di san Tito era stato appena

esumato durante una campagna di scavi condotta

in quell’area cimiteriale; il loculo in cui

esso si trovava era chiuso da una parete di

mattoni sui quali era incisa la scritta «Titus in

pace» inframmezzata dal “Crismon”, 39 A quei

tempi il pievano di Terranuova don

Bartolomeo Bartolini Baldelli, aveva fatto

richiesta di poter avere il corpo di qualche

martire delle catacombe per poter arricchire

spiritualmente la sua chiesa e la sua istanza

era stata esaudita.

Fin dal suo arrivo le spoglie del martire

divennero oggetto di venerazione e non solo

per i Terranuovesi ma per gli abitanti di tutta

la vallata, i quali, confidando nella sua intercessione

presso Dio gli chiedevano grazie

Cronaca del Perdono di Terranuova nella «Gazzetta

Toscana» del 6 ottobre 1781.

di ogni tipo ma soprattutto per far venire la

pioggia in caso di siccità o per farla cessare

quando pioveva troppo. Inizialmente la sua

festa veniva celebrata in quello che era ritenuto

il suo dies natalis (il giorno del martirio):

il 16 giugno; poi venne spostata al 24 di

settembre 40 e infine fu allacciata ai giorni

mobili della Fiera per permettere al gran numero

di persone, che in quei giorni affluiva a

Terranuova, di poter venerare il santo e di

usufruire delle indulgenze concesse dalla

Chiesa con le “bolle del Perdono”.

Scorriamo, per concludere, le righe di un

paio di articoli sulla “Fiera-Perdono” di

Terranuova comparsi sui “giornali” di un tempo;

il primo sulla «Gazzetta Toscana» del 6

ottobre 1781:

26


Nei giorni 23. 24. e 25. del decorso mese di

Settembre fu con straordinaria pompa

solennizzata la festa del nostro glorioso Protettore

S. Tito Diacono nell’Arcipretura di S.

Maria di questa Terra. La Chiesa era magnificamente

apparata di damasco cremisi con

galloni d’oro illuminata a giorno. Nell’Altar

Maggiore sopra un basamento dell’altezza di

due braccia bene architettato posava l’Urna

entro la quale stava racchiuso il Corpo del

Santo Martire circondata per ogni dove di

cristalli sopra dei quali riverberavano i grossi

ceri in gran numero collocati sopra candellieri

di argento di diverso calibro. Dall’arco della

Tribuna del Coro pendeva un sublime padiglione

di damasco cremisi frangiato di oro,

che faceva maestosa comparsa, e sorprendeva

gli occhi degli spettatori. Nella facciata esteriore

della Chiesa miravansi due erudite iscrizioni

allusive alle gesta del Santo, ed al suo

martirio, che riscossero l’approvazione, e la

lode delle persone culte, ed intelligenti. Tale

insigne apparato era stato eseguito da Filippo

Bardi Fiorentino, che corrispose col suo

vago disegno alla comune espettativa. Si dette

principio la sera di sabato 22. Settembre alla

Compieta in musica, e colla illuminazione di

tutta la Chiesa. Nel decorso di detto Sacro

Triduo furono cantate Solenni Messe in onore

del Santo con scelta Musica eseguita dall’abile

Maestro di Cappella Sig. Cherubini, e

nel primo e terzo giorno eseguiti vennero due

concerti dal celebre Professore di Violino Sig.

Pietro Nardini che si segnalò con modo

special per la dolce incomparabile armonia,

che egli sà ricavare da sì difficile strumento. E

nella sera del terzo giorno dopo i Vespri vi fu

una devota Processione coll’Urna contenente

il Corpo del Santo sotto magnifico Baldacchino

seguito da numerosa affluenza di popolo

intervenuto dalle Terre e luoghi

circonvicini del Valdarno di sopra. Dopo aprissi

il teatro nel quale furono eseguite diverse

Commedie dalla Compagnia Comica del Teatro

di Borgognissanti di Firenze. Tuttociò avvenne

senza il minimo inconveniente, sebbene

la Terra fosse ripiena di gente di qualunque

ceto, attese le savie precauzioni e misure

prese dai Soprintendenti di detto Sacro

Triduo, che non mancarono d’invigilare, perché

la Festa riuscisse con somma

splendidezza. 41

Il secondo sulla «Gazzetta di Firenze», del

12 ottobre1839:

Terranuova

Con bella e solenne pompa furono celebrate

nei giorni 22, 23 e 24 del perduto

Settembre le feste dedicate al

Compatrono di questa Terra, al Martire

della Fede San Tito, e giocondate dalle

corse dei Palj, da globi aereostatici tra i

quali grazioso fu quello rappresentante

un vago tempietto da 3 macchine di fuochi

artifiziali di una bellezza che andò

sempre crescendo, e da brillanti sinfonie

della banda musicale. A siffatti spettacoli

che malgrado l’immenso popolo non

furon da alcun disordine disturbati arrise

il pubblico gradimento, e in particolar

modo all’elegante e sontuoso paramento

della Chiesa, alla scelta musica parto del

sempre celebre Ill.mo ed Ecc.mo Dott.

Francesco Casuccini e di altro egregio

autore ed eseguita da valenti Professori

finalmente al bell’ordine di una processione

decorata dalle sacre spoglie

dell’inclito Protettore, e dall’intervento

di numerose Confraternite con la mostra

di ricchi doni, e da un coro di ben composte

donzelle cantanti le Laudi dell’invitto

Campione di Cristo. Ma ciò che più crebbe

il decoro dell’annunziate Feste fu

l’orazione panegirica del S. Martire detta

da un soggetto che tutte in sé compendia

le doti un eccellente oratore, dall’Egregio

P. Lettore Angelico da Pistoja

Minor Cappuccino, che tante illustri palme

seppe cogliere in questo arringo. Con

27


la disianza con che si affolta la plebe a

godere della pompa esteriore e dei profani

spettacoli, erasi tratto ad udirlo non

pur dai limitrofi ma da lontani paesi uno

stuolo d’intelligenti, e tutti fece ammirati

la facondia di quel dettato fiorito di

erudizione, ricco d’immagini e di forbite

espressioni, non che la vena di quel religioso

entusiasmo, il quale è il padre delle

più sublimi ispirazioni. Come tutti con-

vennero nelle lodi di quel discorso, così

unanime fu il voto di vederlo stampato a

gloria del culto, ad argomento di gratitudine

e di onoranza, ed a monumento di

tanta solennità, qual desiderio non resterà

senza effetto, ove non faccia a quello

più lungo contrasto la modestia del Ch.

autore, uso a tenere in basso concetto

tutto che non costa uno sforzo al suo vivacissimo

ingegno. 42

1

Cfr. A. VANZETTI, La Festa del Perdono a

Terranuova Bracciolini. Ricordo di Alaide

Vanzetti, Livorno, Tipografia Raff. Giusti Libraio-editore,

1886.

2

A. VANZETTI, Op. cit.

3

La carrozza.

4

A. VANZETTI, Op. cit.

5

Ivi.

6

Registrazione a cura di chi scrive del 29 agosto

2006; informatore Lorenzo Ricceri, allora Presidente

del Comitato Festeggiamenti del Perdono.

7

Circoscrizione amministrativa corrispondente più

o meno agli attuali comuni di Terranuova

Bracciolini e Loro Ciuffenna della quale facevano

parte diversi comunelli (le frazioni di oggi)

con propri organi amministrativi e con a capo

un “gonfaloniere”.

8

Archivio Storico del Comune di Terranuova

Bracciolini (d’ora in poi ASCTB), Deliberazioni

del Magistrato e Consiglio generale del comune

di Terranuova, 260 (1594-1634), c. 61v.

9

Vedi nota 7.

10

Cfr. ASCTB, Deliberazioni del Magistrato... cit.,

260 (1594-1634), c. 88v.

11

Il santuario della Madonna di Pernina si trova su

una collina a nordest del centro storico di

Terranuova ed è meta di pellegrini devoti alla “Madonna

della Cintola” che qui si venera; oggi la

sua festa si celebra la prima domenica di maggio.

12

ASCTB, Deliberazioni del Magistrato... cit., 260

(1594-1634), c. 157v.

13

Cfr. CARLO FABBRI, Concino Concini maresciallo

d’Ancre. Ascesa e caduta di un gentiluomo

toscano alla corte di Francia (1600-

1617), Firenze, Aska, 2014.

14

Il granduca di Toscana Francesco Stefano di

Lorena.

15

Risposta scritta alla richiesta di concessione.

16

Chi era ricercato per aver contratto debiti e non

li aveva pagati avrebbe dovuto essere arrestato

ma siccome il reato di “insolvenza” (chiamiamolo

così) era molto diffuso, per evitare che

fiere e mercati perdessero “avventori”, le forze

dell’ordine erano legalmente autorizzate a “chiudere

un occhio”.

17

Restituzione delle somme pagate in anticipo al

“doganiere”.

18

ASCTB, 258, Statuti e riforme del comune di

Terranuova, con copie di bandi, ordini e

rescritti di magistrati fiorentini, c. 66r.

19

Della forza pubblica.

20

Cfr. ASCTB, Deliberazioni del Magistrato... cit.,

265 (1731-1758), c. 8r.

21

Capo della comunità nel periodo di occupazione

francese della Toscana ai primi dell’Ottocento.

22

EMILIO SISI, Il Valdarno superiore tra

feudalesimo e capitalismo. L’inchiesta ordinata

dal governo francese nel 1809, Città di

28


Castello (Arezzo), Arti Grafiche Città di Castello,

1974, p. 64.

23

ATTILIO ZUCCAGNI ORLANDINI, Atlante geografico,

fisico e storico del Granducato di

Toscana di Attilio Zuccagni Orlandini, Segretario

alle Corrispondenze della Accademia

Economico Agraria dei Georgofili di Firenze,

Firenze, Stamperia Granducale 1832, tav. VII.

24

Angolo della chiesa di San Biagio ai Mori.

25

Cacciatori alla “posta” o al “capanno”.

26

Agli uccelli da “compagnia”, come i canarini o i

pappagalli.

27

Gli allevatori tengono gli uccelli nelle gabbie

coperte in modo da simulare il buio per scoprirle

al momento della gara.

28

Registrazione del 29 agosto 2006; informatore

Rossano Carsughi, allora Presidente della Fiera

degli Uccelli.

29

Inf. Lorenzo Ricceri (registraz. cit.).

30

Cfr. ATTILIO ZUCCAGNI ORLANDINI, Atlante

geografico, cit.

31

Alla fine degli anni ’40 del Novecento.

32

Gioco d’azzardo proibito che si effettua con più

mazzi di carte mescolati fra loro. Chi tiene il banco

fissa una posta in denaro che viene “coperta”

dai vari giocatori; una volta distribuite le

carte, queste vengono scoperte via via a turno

e vince chi scopre la carta uguale a quella del

banco o di un altro giocatore.

33

Inf. Lorenzo Ricceri (registraz. cit.).

34

Una sorta di “tavolino” costituito spesso da

scatole di cartone vuote poggiate l’una sull’altra.

35

Inf. Lorenzo Ricceri (registraz. cit.).

36

Direttamente a voce.

37

Giornate lavorative a pagamento affidate ai contadini

locali.

38

ASCTB, Deliberazioni del Magistrato... cit., 263

(1682-1707), p. 1.

39

Il monogramma di Cristo formato dalle prime

due lettere greche del suo nome sovrapposte

“X” e “P”.

40

Cfr. EMILIO SISI, Op. cit., p. 64.

41

«Gazzetta Toscana», n. 37, 1781, pp. 163-164.

42

«Gazzetta di Firenze», n. 122, giovedì 12 ottobre1839,

p. 4.

29


La riforma agraria in Maremma nei

racconti delle donne

Uno spettacolo teatrale ispirato dall’opera letteraria di Luciana Bellini

di Corrado Barontini

Nell’ antico casale di Petrucci di sopra,

che si trova nella campagna di

Montorgiali in una zona dove il paesaggio

domina sulle colline maremmane ricche di

boschi, oliveti e vigne, il 10 settembre 2023

c’è stato un evento che vale la pena di raccontare.

“Per una manciata di donne e terra -

La riforma agraria in Maremma nei racconti

delle donne” è il titolo di una rappresentazione

teatrale con testi della scrittrice

scansanese Luciana Bellini, regia e adattamento

delle scene di Martina Guideri dell’associazione

culturale “Ensarte artisti e tecnici”

di Siena.

Un’azione teatrale che ha messo al centro

la più importante riforma agraria della

storia italiana realizzata con l’esproprio di

grandi latifondi per assegnarli, in

appezzamenti di quote e poderi, a nuovi agricoltori

che, dai primi anni cinquanta, si sono

insediati in Maremma realizzando piccole

imprese di coltivatori diretti.

Il racconto delle donne, singolare e specifico,

è riuscito a dar voce a chi voce non

l’ha mai avuta. Luciana Bellini,quando nel

2004 pubblicò il suo libro di racconti: “La

terra delle donne”, scriveva all’editore

Marcello Baraghini di Stampa Alternativa:

“Eh sì, “La terra delle donne” è un titolo

che m’è venuto dal cuore: non l’ho cercato,

c’era prima che ci fossero le storie.

Per me, quella ‘terra’ ha un significato

profondo ché, profonda è la terra dell’anima,

quella del grano della vite e del

fiore...”.

Il suo racconto è importante perché ci consegna

un punto di vista al femminile con lo

sguardo dall’interno di una società sostanzialmente

maschile e patriarcale che è disorientata

di fronte al nuovo, alle leggi del mercato

che il capitale impone e che le banche

sfruttano.

L’autrice è riuscita a far parlare “una manciata

di donne” che sopportando la durezza

e i sacrifici della vita al podere hanno trovato

la forza di opporsi e di affrontare le

rivendicazioni contro le ingiustizie per le privazioni

dovute alle condizioni del lavoro

domestico.

Lo scrive, in una piccola brochure, la regista

Martina Guideri quando parla di esse-

30


Fabbricato tipo “Maremma” in “La casa rurale nel comprensorio di Riforma della maremma

Tosco-Laziale” dal libro di R. Toman (1958).

re stata colpita dalla scrittura della Bellini:

“... mi hanno colpito le storie di queste

donne che ci parlano di riscatto, di desiderio

di migliorare la propria vita, di come

un progetto statale abbia reso possibili

cambiamenti sociali radicali, ma anche

di come queste donne abbiano saputo

raccontare il loro personale punto di vista,

fin qui ignorato dalla storia su vita,

affetti, lavoro, emancipazione”.

Riforma fondiaria e Maremma

Il paesaggio agrario della Maremma

grossetana, prima della Riforma fondiaria,

si presentava in gran parte formato da terreni

incolti o mal coltivati, a volte abbandonati

visto anche gli scarsi investimenti dei

grandi proprietari terrieri che si avvalevano

dei cosiddetti “Fattori”, dei “Ministri” o di

altri soggetti di loro fiducia per far fruttare e

sfruttare le loro terre...

La piccola proprietà contadina, di dimensioni

assai modeste, occupava solo una piccola

parte della superficie produttiva. In questa

realtà, dove la proprietà fondiaria era in

forte declino, nel secondo dopoguerra venne

attuata la “Riforma” che riuscì a coinvolgere

famiglie di mezzadri, affittuari, salariati,

braccianti... ma anche altri soggetti con differenti

esperienze lavorative, che alla fine

fecero “la domanda” per l’assegnazione della

“quota” o del podere.

Amelia, una delle “donne” dei racconti di

Luciana, fa capire perfettamente le condizioni

di vita di allora e le ragioni che indussero

in molti a dedicarsi alla terra: “... quando

si seppe che la Riforma avrebbe distribuito

la terra, io mi convinsi che pe’

31


Podere Petrucci di Sopra con il pubblico (Foto G. Innocenti).

l’avvenire de’ nostri figlioli era bene falla

la domanda... [...] A lascià la mi’,

casina n’ mi dava ‘l cuore... però dicevano

che l’Ente Maremma costruiva con

criterio: casa, stalla, forno, gallinaio,

porcili.”

Ecco condensate le speranze e i sogni di

quegli anni.

Nei suoi racconti la Bellini descrive splendidamente

i motivi mettendo in evidenza le

difficoltà e i problemi che dovettero affrontare

i nuovi “assegnatari”.

È ancora Amelia a parlarci della vita reale

nella campagna in quegli anni: “Mi ricordodice

Amelia - che il nostro prim’anno da

Assegnatari fu tremendo: un giorno uguale

all’altro, sempre con quel fango appiccicato

ai piedi. I lavori venivano rimandati,

e così sarebbe cresciuto tutto in ritardo.

Ma la terra era fradicia e quel

lischino di sole ch’ogni tanto faceva capolino,

n’ bastava. Le scarpe s’appiccicavano

all’impiantito e la casa era ‘na stalla!

Ero arrabbiata col cielo, col mi’ marito

e co’ mi’ figlioli che ‘nzaccheravano dappertutto.

Ero nera con me! perché un mi

dovevo meraviglià: è risaputo che la campagna

è terra, fango e polvere, e ch’al

podere l’afrore acuto de la stalla c’è fisso!

‘panni so’ puzzolenti e lerci e fòri e ‘n casa

è tutto n’ moscaio...” 1

Con il suo linguaggio diretto, l’autrice, fa

parlare le donne facendo intendere molte più

cose di qualsiasi libro scientifico, perché ci

dice dei sacrifici, delle delusioni, delle difficoltà

economiche e della fatica... argomenti

che, qualche anno più tardi, porteranno diversi

assegnatari a “fuggire” dalla terra de-

32


Un momento della recita (Foto G. Innocenti).

Le attrici con Luciana Bellini (al centro) salutano il pubblico (Foto G. Innocenti).

33


terminando come conseguenza il tramonto

della civiltà contadina, del mondo tradizionale,

della cultura popolare.

Valentino Simoncelli in un suo libro “La

Riforma fondiaria in Maremma (1950 -

1965)” descrive con rigore, dati statistici

alla mano, quello che accadde nei vent’anni

successivi alla Riforma ricordando che nel

grossetano “il grado di ruralità nel 1951

era del 51,3%, percentuale scesa poi,

dopo dieci anni, al 38,8% per giungere al

25% nel 1971...” 2

Ma la narrazione di Luciana Bellini, va oltre

le statistiche e i dati numerici perché riesce

a fissare quei pezzi di memoria che oggi

ne fanno il racconto più vero e più umano.

Sull’argomento mi piace ricordare infine

uno studio di taglio antropologico uscito nel

1981 realizzato da Lea Cigogna : “BIVIO PER

ALBINIA MONTE ARGENTARIO - Una realtà

contadina” 3 un libro dove venne pubblicata

una indagine con molte interviste realizzate

nella pianura di Albinia, luogo delle

ultime bonifiche e della applicazione della

“Legge stralcio”.

Da quelle parole veniva fuori lo stesso

quadro che ho ritrovato nella rappresentazione

teatrale messa in scena da Martina

Guideri.

Fra le altre cose di questo libro, in una

nota di Piero Wongher, sindaco di Orbetello

dal 1972 al 1984, si legge: “Le

modificazioni della struttura fondiaria ha

prodotto, nonostante i limiti imposti dalla

riforma stralcio e dalla mediazione

politica moderata e conservatrice, una

trasformazione in avanti dell’intera economia

di queste terre che dà ragione dei

grandi movimenti che la ispirarono, la

sostennero, la imposero. [ ...]

È una lezione quella che ci viene da questi

contadini che dobbiamo imparare con

serietà e serenità: rifiutarla significherebbe

non aver compreso che la realtà si modifica

soprattutto se si impara a conoscerla

ed a viverla” 4

Come “Una manciata di donne” ha

fatto rivivere temi e problemi della Riforma

La commedia inizia con la voce di Paola

Lombardi che entra in scena parlando dei

rimedi popolari usati una volta per curare i

“cristiani e le bestie”; già questo la dice lunga

sulla società, ancora arcaica, di quegli

anni.

Luciana Bellini, con il suo racconto, indica

però come sono cambiate le condizioni

di lavoro e soprattutto come, a partire dalle

donne, i nuovi agricoltori abbiano preso coscienza

della propria situazione e della possibilità

di trasformare i rapporti di forza fra

chi lavora e chi sfrutta.

C’è una storia che viene narrata dalla voce

di Gennì che fa capire quali erano i legami

fra i contadini e i proprietari della terra: “Lo

zi’ Gosto ... quando si decise a lascià il

podere dopo quasi quarant’anni di lavoro,

chiese alla padrona quel che gli spettava

di diritto. Chè la faccenda era sempre

stata quella: acconti acconti , il Fattore

segnava eppoi ‘nfond’all’anno quando

doveva salda’ ‘l conto gli ridava quattro

spiccioli e via...”

Gosto decide di andare direttamente dalla

padrona: “Ma la Vecchia s’incattivì:

“che soldi?!” Te da me non c’avanzi proprio

un bel niente: la terra è la mia ricordatelo!

I quattrini l’hai già presi a fine

annata, il resto non è bastato nemmeno

per pagare le sementi e tutto il resto. Senza

contare l’attrezzatura...”

34


Gosto a quel punto, seguendo il giusto

consiglio di un amico, si rivolgerà al sindacato:

“E ‘l giorno dopo presero la Rama e

andarono a Grosseto pe’ fassi stradà da

un sindacalista...” Ottenendo in questo

modo giustizia.

Questo accenno per dire che anche il

mondo contadino, da allora, con le lotte sindacali,

si modificò.

In questa opera teatrale ho ritrovato una importante

sintesi di quel “romanzo trasversale”

sull’epopea maremmana del quale parla

Antonello Ricci nella sua postfazione al libro

della Bellini dal titolo “Voce ai senza voce”.

Sono quelle voci al femminile che raccontano

in maniera inconfondibile e sorprendente la vera

“commedia” della vita che fa parte dei sentimenti

dai quali emergono le storie quando si

rompe il silenzio per raccontare...

Paola Lambardi, Elisa Bartoli, Rita

Ceccarelli, Rita Baragli, Federica Olla, Lucia

Donati con la regia di Martina Guideri,

sono riuscite, con il teatro, a realizzare la

magia di un argomento così difficile da trattare,

un argomento che per la Maremma è

di grande attualità se si vuol capire cosa è

successo in tutti questi anni...

Dare la parola alle donne, troppo spesso

confinate nell’ombra come “angeli del focolare”

o poco altro, ha consentito di porre

domande e di offrire qualche risposta restituendoci

il quadro più vero della riforma

agraria, che le voci di teatro hanno saputo

interpetrare meglio dei libri di storia, proprio

perché stando nel podere, quelle donne,

avevano “compreso che la realtà si

modifica soprattutto se si impara a conoscerla

ed a viverla”.

1

Cfr. L. Bellini, La terra delle donne- Racconti. ed. Stampa Alternativa, 2004, pagg.58-59.

2

Cfr. A. Valentino Simoncelli, La Riforma fondiaria in Maremma (1950 - 1965). CCIAA Grosseto, 1989, pag. 28

3

In questo libro, l’autrice Lea Cicogna, riporta i colloqui con gli assegnatari del territorio di Orbetello

e Capalbio, che rientrarono nella Legge di Riforma.

4

Cfr. P. Wongher, nel libro di Lea Cicogna cit. pagg. 9-11.

35


Disertori con le Ali. Il canto del maggio

tra musica e memoria

di Pietro Clemente

Giorni di quarantena.

Sono ormai molti anni che ho l’abitudine

di tenere un diario, quasi quotidiano, ho

cominciato quarant’anni fa con i carnet

di viaggio, quando viaggiavamo anche

lontano: India, Spagna, Jugoslavia persino

una puntata a Boston. Poi da quando

nella mia pancia cresceva Camilla,

trenta e passa anni fa, ho documentato

per iscritto la quotidianità, le mie giornate

da casalinga studiata. Anche in questi

strani giorni, mesi, ho continuato,

quando ho iniziato a capire che la cosa si

complicava, non ho saltato un giorno.

Devo dire che rileggendo a ritroso, mi

sono anche stupita di quanto non avessi

capito come la storia si stava complicando.

Che buffo e triste, noi umani messi in

scacco da un nano essere inanimato in

grado di farci patire e in troppi casi di

portarci alla morte. Da quando viviamo

in campagna, dal 1991, in un pezzo della

campagna senese, ho realizzato di quanto

noi umani siamo infinitesimali e impotenti

di fronte alla natura. Lei continua

inesorabilmente a fare il proprio corso e

noi dopo averla distrutta, arranchiamo

miseramente cercando di alleggerire la

nostra impronta ecologica.”

Le parole riportate qui sopra provengono

dal diario di Monica Tozzi e ambientano la

storia del duo Tozzi-Fantacci o Fantacci-

Tozzi dentro luoghi e vicende. Monica e

Andrea o Andrea e Monica, fanno

da riferimento a due gruppi. uno di canto e

musica l’altro di attività culturale ed editoriale,

che sono tra loro connessi da una vita

militante che ha avuto nella musica uno degli

strumenti prediletti di espressione. Ma c’è

anche la scelta di vivere in campagna, due

figli e una nipote, e un mondo di riferimenti

culturali che fonda il loro percorso pubblico.

In particolare, la loro costellazione culturale

trova fondamento nell’opera

della cantante Caterina Bueno, dell’artista

Francesco Del Casino, del poeta

improvvisatore Altamante Logli e del partigiano

Aristeo Biancolini. Grandi amicizie diventate

poi anche forti nostalgie e richiami

di memoria.

Antropologia e canto

Ho pensato che su di loro avrebbe dovuto

scrivere un critico di nuova generazione

per avere un giudizio più aderente al mondo

e al gusto attuale. Io li conosco da tanto tempo,

sono amici. Sono stati studenti dei miei

corsi all’Università di Siena, poi si sono lau-

36


reati con una tesi sulle famiglie contadine nell’area

di Sovicille col mio collega Piergiorgio

Solinas. Questo mio scritto, quindi, sarà più

una rassegna di ricordi che non critiche affilate

e puntuali della loro attività. Uno dei

miei primi ricordi della coppia risale a uno

stage di ricerca sul campo fatto in Sardegna,

a Villanovaforru. Erano già insieme,

erano laureandi e avevano un curriculum di

tutto rispetto.

Con molti studenti ho mantenuto i

contatti, con altri li ho persi, con loro mi sono

trovato coinvolto in una serie di iniziative

culturali sul territorio per cui abbiamo avuto

molte occasioni di incontro e

di collaborazione.

Ricordo di averli coinvolti in un lavoro di

schedatura sull’archivio privato di Caterina

Bueno nell’ambito di una ricerca

sugli Archivi Orali in Toscana. Avevo pensato

a loro poiché conoscevo il forte

rapporto di affetto e dimestichezza che li legava

a Caterina Bueno che per loro era un

modello nelle ricerche sul revival e sul

folklore. Sempre dentro l’iniziativa sugli Archivi

Orali realizzarono inoltre una scheda

sull’Archivio privato del poeta Altamante

Logli. La collaborazione fu molto intensa e ne

emerse il loro particolare stile partecipativo

nel documentare.

Ho avuto molte altre occasioni di collaborare

con loro, a partire dalle iniziative sulla

chiusura degli ospedali psichiatrici e sugli

eventi legati all’Istituto Storico della Resistenza

di Siena. Mi coinvolsero poi nella realizzazione

di uno spettacolo in onore e in

memoria di Caterina Bueno in cui misero in

scena anche me. In quell’occasione lessi alcuni

brani di un mio scritto di memoria per

Caterina. Se non ricordo male, era il 2009.

Conservo ancora la sceneggiatura di

Fantacci e Tozzi e ho anche ritrovato il testo

che avevo scritto e che cominciava così:

“Negli anni ‘60 tra noi studenti giovani

e ribelli si cantava molto. Le riunioni politiche

avevano sempre qualcosa dello

stare insieme, del formarsi un mondo comune;

si continuava a chiacchierare, a

sentire dischi, a cantare, uno dei dischi

prediletti aveva il titolo Le canzoni di

Bella Ciao, tratto dallo spettacolo realizzato

nel 1964 dal Nuovo Canzoniere Italiano.

Da quel disco di vinile a 33 giri la

voce potente e calda di Caterina Bueno

faceva parte del nostro mondo epico.”

Con queste parole volevo sottolineare che

Caterina Bueno, benché dal punto di

vista anagrafico fosse coetanea, era entrata

già nelle nostre memorie di generazione del

‘68. Sentivamo che le sue canzoni ci erano

vicine perché facevano parte di una epica popolare

che era iscritta nel suo modo di fare

revival.

Nel corso della preparazione dello spettacolo

ho avuto modo di conoscere alcuni

importanti riferimenti di Fantacci-Tozzi. Uno di

questi è la Comune di Bagnaia, una comune

agricola, nata nel clima degli ultimi anni

’70, che fa parte anch’essa di una età di contestazione

al consumismo e di impegno in nuove

imprese di vita e di coltivazione della terra.

Bagnaia è una delle poche imprese che sono

sopravvissute alla durezza di quella esperienza

e fa da riferimento ad una rete di realtà diverse

che dalla militanza degli anni ‘60 e ‘70 sono

rimaste sul territorio come punti fermi, come

spazi ‘liberati’, aperti, disponibili.

Ricordo ancora che, in occasione di quella

manifestazione, facevamo le prove in una

sala della Comune. Diversi membri di essa

cantavano e/o suonavano con noi.

Lucia, la sorella di Andrea, era la

37


I due nomi scelti meritano una

esegesi. Radici con le ali è un paradosso,

un ossimoro, ma anche

un desiderio di superare i limiti del

dato materiale, perché le radici, intese

in senso culturale, possono

volare. I disertori allude certo alla

componente anarchica del loro repertorio,

alla canzone contro la

guerra e le guerre. Disertare dalla

guerra voluta da altri, o forse anche

disertare da una vita costretta

sui binari della consuetudine e del

potere. Una azione di protesta, di

disobbedienza civile.

Il filo rosso delle loro iniziative

musicali è rappresentare - attraverso

un gruppo di musicisti e

Il poeta e Andrea chiedono il permesso di entrare.

cantori duttile, molteplice, militante,

non professionale ma capace di acco-

fisarmonicista del gruppo. Lo spettacolo ha

girato un po’ per la Toscana ed è stato un gliere professionisti - il mondo musicale della

buon modello di lavoro sulla attualità della canzone di protesta, politica, popolare nella

memoria..

sua tradizione e nel suo dinamismo. Le loro

rappresentazioni fanno parte di una pratica

Due nomi e una associazione politica e variano da eventi legati al calendario

civile a rappresentazioni estemporanee

Andrea e Monica hanno creato una associazione

per promuovere la musica popolare

e la canzone politica e le diverse attività chiesta la memoria musicale. La duttilità del

e ad hoc, a convegni e incontri in cui è ri-

culturali che fanno, si chiama “Le Radici con gruppo consente di fare piccoli spettacoli di

le Ali” ed è nata nel 2002, e come loro stessi

scrivono “è l’associazione che raccoglie sociale, come è stato il caso della chiusura

recitativo e musica su temi legati alla critica

tutto quello che facciamo: libri, dischi, degli ospedali psichiatrica o del repertorio

canto del Maggio, spettacoli e loro promozione,

archivio”. Nello stesso quadro Spesso alle loro iniziative si collega l’atti-

sui temi della Guerra civile spagnola.

associativo hanno creato un gruppo, un vità di arte pubblica di Francesco Del Casino

con i suoi murales e le mostre su temi

collettivo: “I Disertori”, nato il 25 aprile del

2004 per rispondere alla necessità di avere della vita politica. A Sovicille hanno attivato

un gruppo più ristretto e aperto a collaborazioni

esterne. Un “collettivo” nel senso cale, e svolto attività culturali all’interno del-

e partecipato alla vita di una biblioteca lo-

di rappresentare qualcosa di vivo, attuale, la locale COOP e dei suoi organismi dirigenti.

Sono inoltre attivi nella esperienza militante e senza bisogno di un capo.

dei

38


GAS (gruppi di acquisto solidale).

Il loro gruppo di canto e musica si

costruisce intorno agli eventi ed è condiviso

da una ampia rete di amicizie, di volontari,

di persone impegnate. Giovanni Bartolomei

da Prato e Jamie Marie Lazzara di Urbana

(Illinois), - ormai fiorentina -, l’uno voce e

poeta, l’altra liutaia e violinista sono le colonne

esterne del gruppo e rappresentano

un legame con l’ultimo gruppo musicale di

Caterina Bueno.

La casa in campagna dei Fantacci–

Tozzi, è affrescata da Francesco Del Casino

e alcune immagini sono legate al ricordo

di Caterina Bueno. Vivono in un mondo

che hanno scelto essere ai margini e di

contestazione. A volte li sento un po’ troppo

rigidi nei giudizi sulle persone, o troppo

estremi sul mondo della politica, ma

sento sempre in loro la sincerità del modo

di essere e la validità dei loro progetti. Abbiamo

fatto diverse iniziative insieme, a Siena,

Festa nell’aia, si canta e si balla.

a Colle, a Grosseto, a Firenze. Da tempo

sono attivi in iniziative culturali e musicali con

l’Istituto Ernesto De Martino di Sesto Fiorentino.

In passato, quando i musei senesi

erano ancora attivi, hanno collaborato a varie

mostre e iniziative. Ricordo in particolare

la mostra dedicata ad Altamante Logli svoltasi

al Museo della Mezzadria di

Buonconvento.

A raccontare di loro viene in evidenza una

mappa di luoghi e di figure che sono legate ai

tracciati della cultura di sinistra nel senese dagli

anni ‘70 e oltre. E forse si può dire che cercano

di vivere la vita e la cultura in modo ‘buono

pulito e giusto ’, usando per loro una formula

di Slow Food. Come ho cercato di

spiegare, il loro modo di vivere e il loro modo

di fare iniziative sono tra loro strettamente

connessi e vanno di pari passo.

Il maggio al centro del mondo

Un aspetto originale del loro lavoro è sta-

39


to quello di riproporre il rito del canto del

maggio, la maggiolata della tradizione, in

un’area come quella delle campagne di

Sovicille dove non ci sono più i contadini

del passato ma ci sono soprattutto nuovi

abitatori, spesso persone che hanno fatto

dello stare in campagna una scelta di vita.

Ma vi si trovano anche stranieri, turisti occasionali,

ricchi sconosciuti. Può sembrare

uno spazioporto di guerre stellari o una comunità

senza passato comune ma con un

possibile futuro comune. Il territorio di riferimento

è piuttosto particolare perché vi è

una domanda di qualità della vita molto elevata

e gli abitanti hanno portato

avanti rilevanti iniziative di protesta contro

inquinamenti e minacce di vario tipo, e sono

stati la base di riferimento per un’economia

sostenibile e per il commercio a chilometro

zero. Nel Comune di Sovicille è nato il

Mercatale, primo mercato di “filiera corta”

nella zona di Siena. Con la presenza del

Gruppo Acquisto Solidale, uno spazio di

scambio di libri, giochi e vestiario di seconda

mano, e la presenza della Bottega di

Stigliano con prodotti alimentari a chilometro

zero. Il Comune di Sovicille ha otto frazioni

e un gruppo molto elevato di centri

minori, significativi per storia e per

ambientazione. Si tratta di un territorio

collinare che apre all’area della Montagnola

e della Val di Merse. Si coglie qui la tendenza

a riabitare lo spazio abbandonato e

ad avere un certo recupero demografico.

Il Maggio che Fantacci e Tozzi hanno scelto

di cantare non è una variante locale, non

esistono attestazioni di un maggio cantato

nella Montagnola Senese. Hanno scelto di

cantare il tipo predominante in Maremma,

un maggio più semplice e diverso anche sul

piano musicale da altri presenti sul territorio

(Massa Marittima, Castiglione d’Orcia). A

questa iniziativa è stato dato il nome di Maggio

della Montagnola: è costituito da un gruppo

ampio e mobile che si forma nell’occasione

del percorso e in cui spesso ospiti e

gruppo di canto si mescolano e si confondono.

Quando nel 1994 è nata l’esperienza

del maggio, credo che ai promotori

interessasse attivare il rito piuttosto che adottare

una variante locale.

Il modello della tradizione del maggio, diffuso

in molte parti d’Italia con vari

nomi, vede un gruppo di cantori e

musicisti che rendono omaggio alla primavera,

che cantando fanno riferimenti (spesso

politici) alle vicende dell’anno. A partire

dal pomeriggio del 30 aprile, viene attivato un

percorso di visita delle case nelle campagne

e nel paese/i di riferimento, ci si ferma in ogni

casa, un poeta chiede il permesso di entrare

in ottave, si entra, si suona, e poi i padroni

di casa offrono uno spuntino, dopo di che

si riparte per una altra casa prevista nel percorso

e questo fino all’alba. I gruppi del

maggio - negli anni ’70 e ’80 quando li ho

studiati - raccoglievano dei contributi in denaro

(prima ancora erano in beni alimentari)

per organizzare un evento finale: la ’ribotta’

come incontro e restituzione a tutta la comunità.

Il maggio della Montagnola si

ispira a questo modello con gli adattamenti

più adeguati al proprio circuito di partecipazione.

Questa è la base del maggio maremmano

che è stato reimpiantato a Sovicille con varianti

che sono state usate per adattarlo a

una comunità nuova e in via di costruzione.

In effetti, più che essere l’espressione di una

comunità, il Maggio della Montagnola è stata

l’occasione per costruire una comunità che

non c’era e che il rito ha rinforzato. Siamo

40


in presenza di una forma di riproposta della

tradizione, riambientata nel presente, che ha

funzionato e ha dato vita a un rito annuale (è

ormai 30 anni che viene effettuato) che è

cresciuto e si è arricchito di relazioni e di

partecipanti. È stato messo alla prova del

ciclo dell’anno e della storia, delle nascite e

delle morti e durerà ancora nel tempo.

Dopo i primi vent’anni, l’esperienza del

maggio è stata raccontata in un libro (che è

anche un bilancio) a cura di Monica Tozzi e

Andrea Fantacci, Venti di Maggio,

Vent’anni di canti del Maggio e di vita

sulla Montagnola senese, (Effigi, Grosseto,

2013) e nel 2023, dopo 30 anni, un altro

libro InCanti di Maggio, Trent’anni di Storie

sulla Montagnola senese, Effigi,

Grosseto, 2023 ha dato conto dell’esperienza.

Quest’ultimo libro è quello più significativo

per capire cosa è e cosa è diventato il

Maggio della Montagnola, quali sono le forme,

le varietà, le partecipazioni. Qui anche

la comunità territoriale che condivide il maggio

racconta la propria storia e la propria

partecipazione attraverso scritti polifonici e

pluriautoriali. Sono storie diverse che confluiscono

in una occasione annuale dentro

una comunità che si conosce meglio e che

prende vita per tutto l’anno. Il maggio è stato

il tratto culturale e simbolico che ha prodotto

e fatto diventare tale la

comunità. Guardando le foto del libro si

nota la varietà delle presenze e il clima di

festa. Sia il gruppo che canta e gira che quello

che attende e ospita sono in qualche modo

permeabili, mutevoli e festosi. Il Maggio della

Montagnola è formato da un gruppo aperto:

nel tempo si vedono volti diversi, passaggi

della vita con un asse di riferimento

musicale che è potenziato dalla speciale presenza

di Jamie Lazzara e Giovanni

Bartolomei. Il testo del canto del maggio è

scritto per l’occasione ed è sempre dotato

di un certo mordente critico verso il presente.

Nel percorso si cantano vari repertori

sia popolari che politici, innovando la tradizione

e rivivendola in modalità più congeniali

al tempo che viene vissuto insieme. È chiaro

che siamo di fronte a una tradizione rinata

e rivista, rilanciata in un contesto diverso da

quello originale, ma che ha funzionato e suggerisce

possibilità di riadattamento al

presente di forme festive tradizionali. Quasi

un esperimento antropologico.

Nella tradizione europea i canti itineranti

di questua erano legati a momenti del ciclo

dell’anno e venivano usati per dare risalto a

eventi come l’anno nuovo, l’arrivo della primavera,

il mondo dei morti e della memoria.

Varie di queste forme sono ancora attive in

Italia anche nelle modalità tradizionali, come

nel caso del maggio stesso, ma con un forte

cambio di protagonisti. Il nuovo tipo di

radicamento della tradizione mostra che questa

è spesso uno strumento duttile che può

avere senso e valore anche nel presente.

Strumento che talora costruisce una comunità

che non c’era. Si costituisce così una

sorta di nuova dimensione comunitaria che

oggi vediamo legata da un lato alla Convenzione

di Faro con il riconoscimento e il valore

delle ‘comunità patrimoniali’ e dall’altro alla

Convenzione Unesco sul patrimonio culturale

immateriale, basata sul concetto di comunità

che trasmette una tradizione innovandola..

Canto pubblico ed altre cose

Il filo conduttore della storia culturale dei

Disertori con le ali (sintetizzo scherzosamente

i due nomi del gruppo) condiviso dal

gruppo storico (di cui fa parte anche la figlia

41


In marcia verso un’altra abitazione.

Camilla e per qualche tempo il figlio Teo), è

quello del cantare e suonare in occasioni pubbliche

e testimoniare il patrimonio della cultura

popolare e delle lotte sociali in momenti

di socialità condivisa. In questo loro andar

cantando confluiscono anche nessi, relazioni,

condivisioni che aiutano a capire meglio

lo spazio che il gruppo si è ritagliato.

Tra i loro riferimenti prediletti sul piano

musicale vi sono i Gang (Marino e Sandro

Severini) e poi Marco Rovelli, cantante e

ricercatore su temi sociali e politici. Sono

stati loro ospiti sia in concerti da

loro promossi sia in iniziative

dove cantavano insieme. Ma più in generale

le loro predilezioni musicali e canore vanno

a Caterina Bueno, Claudio Lolli, Pete

Seeger, Roy Harper, Eric Burdon, Stefan

Grossman, Dodi Moscati, Maurizio Geri,

Stefano Rosso, e si potrebbe continuare.

Qui ho riferito le loro predilezioni ma, da

buon analfamusico, non mi sento competente

per darne un parere. La vita canora del

gruppo si accompagna stabilmente ad un’attività

di ricerca che spesso ha ispirato spettacoli

e prodotto libri. Cerco di darne conto

a partire dai libri e dai CD. Tra le pubblicazioni

segnalo:

Mangiar cantando. Abbondanza e scarsità

nell’alimentazione tradizionale contadina.

Tipografia Chiamigraf, Perugia,

2001 edito con la Coop Centro Italia. Vi si

trovano ricette, proverbi, canti nell’intento

di recuperare un rapporto con la cucina tradizionale

e la cultura popolare toscana.

Una vita all’improvviso (Gorée, 2008)

è un volume con DVD dedicato ad

Altamante Logli poeta improvvisatore che è

stato per loro guida, poeta del Maggio e una

sorta di ‘saggio’ di riferimento. Il

libro raccoglie contrasti, collaborazioni, pensieri

in ottave.

42


Non saremo mai come loro (Effigi, 2015)

è l’esito del dialogo e del rapporto con

Aristeo Biancolini, amico e partigiano. Attraverso

una lunga intervista, viene ricostruita

la sua autobiografia, la nascita dei gruppi

partigiani nel Sud della provincia senese,

l’etica del mondo ribelle e l’attualità della

Resistenza.

Caterina, è una collaborazione alla realizzazione

del film di Francesco Corsi su

Caterina Bueno

Ultimo evento, non meno importante degli

altri, è la nascita da circa due anni della

nipote Anita che prende loro un certo tempo,

almeno una parte di quello che dedicavano

a prove e a progetti ma che sicuramente

sarà una delle prossime interpreti del

Maggio della Montagnola e di altri gruppi di

canto.

Spesso ho seguito le iniziative di Fantacci

-Tozzi e – a volte con Francesco Del Casino

- ho collaborato ai loro libri; lui con disegni

e io con prefazioni. Penso che il loro impegno

culturale rappresenti una ricchezza significativa

per il territorio, e nel presente siano

una risorsa nel campo devastato della

canzone tradizionale e politica, che negli anni

‘70 aveva avuto invece fortissime presenze

e manifestazioni.

Per Altamante. Una scrittura – ricordo

Il testo che segue è tratto da I custodi delle

voci. Gli archivi orali in Toscana ed è un

complemento di una scheda di Archivio,

dedicata all’Archivio di Altamante Logli. Lo

ho scelto come esempio di uno stile di descrizione

partecipata che è un po’ la base

dei testi realizzati da Fantacci e Tozzi. Ma

anche come ricordo di Altamante e di

Caterina. C’è in sintesi in questa scheda-racconto

un pezzo di storia culturale toscana, la

scheda è databile tra il 1999 e il 2000.

Altamante Logli è uno dei poeti popolari

viventi più famosi in Toscana. Le sue

improvvisazioni in ottava rima ed i contrasti

con altri poeti, hanno ormai varcato i confini

regionali e non c’è manifestazione, conferenza,

spettacolo o rassegna sul tema, che non

lo veda protagonista. Essendo ormai il decano

dei poeti estemporanei toscani, ha accumulato

nella casa dove vive, in via di

Casignano a Vingone, Scandicci, in provincia

di Firenze, oltre ai suoi appunti di poesia

ed ai contrasti che lui stesso ha scritto, una

serie di foto e di audio e video cassette, che

documentano nel tempo la sua attività. Avevamo

avuto l’opportunità di apprezzare l’arte

di Altamante in varie occasioni negli anni

passati, senza però conoscerlo personalmente.

Il momento favorevole si è presentato in

maniera inaspettata il 15 marzo 1997 a

Grosseto, al termine del convegno di studi

sull’improvvisazione poetica dal titolo “L’arte

del dire”, nel posto e nel modo più naturale:

a tavola, durante la cena. Dopo aver chiesto

“il permesso”, non in ottava rima naturalmente,

ci siamo seduti al tavolo dove erano

presenti due poeti ed i rispettivi

accompagnatori. Gli improvvisatori erano Lio

Banchi e Altamante Logli e quest’ultimo, con

la gentilezza e la simpatia che lo

contraddistinguono, ci ha subito coinvolti;

assieme a lui c’era Fabrizio Ferroni e con loro

due abbiamo iniziato subito a parlare di ottave,

di tradizioni, di conoscenze comuni, come

Caterina Bueno che poi, anche se con leggero

ritardo, ci avrebbe raggiunto al ristorante.

Non ricordiamo affatto le cose che abbiamo

mangiato, ma benissimo la chiacchierata vivace,

tra un bicchiere e l’altro, con

coinvolgimento, come tra vecchi amici. Sono

avvenimenti davvero rari, ma quando si verificano

ti fanno sentire particolarmente bene:

43


Il gruppo dei Maggiaioli al completo nel saluto collettivo.

da quel momento sono diventati “di famiglia”

per noi (Teo, ad esempio, lo chiama nonno

Altamante), si è instaurato un rapporto vero

e profondo, favorito anche da questa grande

passione per la cultura ed il mondo popolare.

Quello che colpisce maggiormente di

Altamante, è questa sua grande naturalezza e

spontaneità, sia sul palco che nella vita di tutti

i giorni. Questa atmosfera è presente anche

nella sua casa, nella sua famiglia. Lui vive in

casa con la moglie, la figlia, il genero ed un

nipote. Quest’ultimo, che ha vent’anni e fa il

meccanico, segue le orme del nonno ed improvvisa

in ottava rima, oltre a dilettarsi a scrivere

poesie. L’altro nipote, Mirko, di poco

più grande, si è sposato due anni fa ed al rinfresco,

tenuto nel giardino della casa, abbiamo

partecipato anche noi ed un nostro amico

indiano, che Altamante aveva conosciuto a

casa nostra. C’erano i parenti della famiglia

dello sposo, ma anche un pezzo del mondo

di Altamante, gli amici di tutte le età. Era veramente

affascinante vederlo aggirarsi instancabile

tra i tavoli, con il sorriso sulle labbra,

con un’ottava sempre pronta per tutti. La sera

in cui lo abbiamo contattato, Monica gli ha

chiesto se fosse interessato a conoscere il nostro

gruppo di riproposta del Maggio e diventare

così il nostro poeta; lui ha subito aderito

alla nostra richiesta e dopo due settimane

è tornato a casa nostra in compagnia di alcuni

amici, tra cui Carlo Monni, noto attore toscano.

Abbiamo familiarizzato molto rapidamente

anche con loro, attorno ad una tavola

imbandita, tra bicchieri di vino ed ottave dispensate

con grande generosità. Poi da Casa

Rosi siamo andati alla “comune di Bagnaia”,

ad Ancaiano, il luogo preposto alle prove del

Maggio, ma non solo, perché “Bagnaia” è un

po’ il referente privilegiato nella Montagnola

senese, per attività culturali che spaziano dal

Maggio al teatro. Qui Altamante è stato ac-

44


colto con grande calore umano e, in ottava

rima, ci ha confermato di voler diventare il

poeta del gruppo, “il gruppo della

Montagnola”, appunto. A questo evento ha

presenziato una madrina d’eccezione:

Caterina Bueno. L’affiatamento è stato raggiunto

molto rapidamente e, poche settimane

dopo, la sera dell’ultimo giorno d’aprile, abbiamo

iniziato “il giro” con Altamante, divenuto

il nostro grande poeta. La differenza rispetto

agli anni precedenti è stata veramente

grande ed apprezzata, non solo dai membri

del gruppo, ma anche dal “pubblico”, affascinato

da questa persona, con una capacità

comunicativa e con un’arte poetica davvero

sorprendente. Il “poetuccio” come ama spesso

definirsi, è instancabile ed anzi è un po’

come Caterina Bueno che, dopo aver soppesato

il pubblico attraverso la sua risposta

più o meno calorosa, sa rendere uno spettacolo

alla grande. Così Altamante è un crescendo

in ottave: più si sente a proprio agio

ed apprezzato da un uditorio che entra in un

rapporto, oserei dire empatico, e più diventa

generoso e pungente nella sua poesia. Oltre

alla tecnica formale ineccepibile, ormai collaudata

da una vita in ottava rima, Altamante

nel 2001 compie ottanta anni, il contenuto è

molto spesso impegnato. Se lo si vuole in forma

smagliante, gli si chieda di affrontare problemi

sociali e soprattutto politici o comunque

“di scottante attualità”, allora sì “che è

nel su’ centro”. “… Ma ci pensi, m’è toccato

a me fa’ la parte di Berlusconi, come se un si

sapesse da che parte sto… ma io so’ galantuomo,

fo’ sempre sceglie’ quell’altro…”. Le

ottave di Altamante sono sempre coinvolgenti,

spesso caustiche, mai superficiali o composte

solamente per fare la rima, ha raggiunto

una capacità espressiva e poetica, veramente

di alto livello. Da quando lo abbiamo conosciuto

(sono ormai quattro anni) abbiamo

avuto la possibilità di accedere a più riprese a

quello che è un vero e proprio piccolo archivio,

ma che in realtà, dal possessore, non era

inizialmente percepito come tale ma solo

come una raccolta occasionale. Una delle

prime cose che abbiamo tentato, oltre al riordino

spazio-temporale del materiale audiovisivo,

è stata la duplicazione e l’ascolto delle

audio cassette. Ci sono, infatti, alcuni reperti

introvabili di poesia popolare di poeti

estemporanei ormai scomparsi (ad es.

Piccardi, Ceccherini ed altri) che rischiavano

il deperimento. L’archivio, oltre ai supporti

audio e video, contiene un’interessante raccolta

fotografica, da ordinare e catalogare

(Logli appare qui con personaggi ormai famosissimi

come Roberto Benigni, Caterina

Bueno, Carlo Monni, Davide Riondino …) e

di una serie di appunti, poesie, contrasti, “barzellette”,

canzoni, scritti di proprio pugno da

Altamante. Sono presenti anche alcune pubblicazioni

di editoria sommersa, riviste locali

che si occupano di cultura popolare ed altre

di case editrici più note in cui Altamante è

ampiamente citato e talvolta vengono riportate

testualmente le sue poesie ed i suoi contrasti

più famosi. Altamante è un nome molto

particolare, quasi un segno premonitore, sembra

ritagliato appositamente per la sua attività

di bernescante, potrebbe sembrare un nome

d’arte. In realtà in questo poeta non c’è niente

di artificioso, non solo il nome, ma anche

tutta la sua persona rappresentano al meglio

quanto di spontaneo e gentile ci possa essere

nella poesia estemporanea e nella cultura popolare

in generale.

45


La ribellione delle trecciaiole, i primi

scioperi e manifestazioni contro la Prima

Guerra Mondiale

di Alessandro Bencistà

Quarrata, l’unione delle trecciaiole

e il primo sciopero 1 .

Anche le donne hanno una parte importante

nello sviluppo dei movimenti di protesta

femminili, in seguito legati alla nascita di

molti canti; vogliamo incominciare a parlare

di loro ricordando una splendida figura di

parroco: don Dario Flori (Quarrata 1869-

Firenze 1933), soprannominato Sbarra perché

non si piegava di fronte a nessuna avversità

che potesse ostacolare il suo magistero

di difensore degli umili schierandosi sempre

dalla parte dei ceti più poveri e sfruttati. Oggi

è soprattutto ricordato (poco) come autore,

parole e musica, di O bianco fiore, un canto

che diventerà l’inno ufficiale di un partito politico,

la Democrazia Cristiana.

Questo canto nasce nel 1907 come un

canto sociale di protesta dopo la fondazione

di una delle prime casse rurali (Vignole

1904) e, sempre nella stessa località, fu istituita

la prima Unione delle trecciaiole, cui

aderirono gran parte delle numerose lavoranti

della paglia che nel 1901 comprendeva

ben 350 iscritte.

Furono loro le protagoniste del primo

sciopero della categoria (1896); è un periodo

di iniziative piuttosto rivoluzionarie per

una piccola località del territorio pistoiese

come la frazione di Quarrata, dove don

Florio fu eletto a furor di popolo nel consiglio

comunale. Ma la sua attività in difesa

delle trecciaiole varcò i confini della piccola

frazione di Vignole, i suoi interventi sui periodici

locali, come il settimanale cattolico

diocesano La Difesa ospitò spesso i suoi

scritti che denunciavano le condizioni di lavoro

delle lavoratrici della paglia, al pari delle

altre organizzazioni dei lavoratori.

Fu subito un fervente propagandista della

enciclica Rerum Novarum di Leone XIII

(1891).

Fra le sue tante iniziative in difesa dei lavoratori

in seguito fu a Firenze, dove ebbe

incarichi a livello nazionale, si occupò della

stampa cattolica fondando anche un giornale

per ragazzi intitolato “Il Corrierino”. Appassionato

conoscitore di musica compose

oltre O bianco fiore molti altri canti.

Signa e Brozzi

Lo sciopero delle trecciaiole del 1896 si

estende in tutta la piana dell’Arno, dai centri

periferici fiorentini di Brozzi e delle Signe fino

46


La bancarella dei ventagli in una piazza di Fiesole.

Donne di tutte le età impegnate nella lavorazione della treccia

ai primi del Novecento.

al territorio quarratino, e fu definito

“il primo grande episodio

di lotta operaia nella piana fiorentina”.

A Firenze era stata fondata da

appena tre anni la Camera del

Lavoro e mancava ancora una

sede per organizzare le attività

per i lavoratori iscritti; quando

iniziarono le manifestazioni di

lotta delle trecciaiole ci fu, come

fu evidenziato nel nelle giornate

di studio in occasione del centenario,

“un vero salto di qualità

per la C.d.L. che la pose all’avanguardia

nel movimento

delle prime C.d.L. in Italia”.

L’anno dopo fu costituita all’interno

dell’associazione anche

una commissione femminile

dove si affermò per la prima

volta la necessità che “il lavoro

della donna fosse a parità di

produzione retribuito in misura

uguale a quella dell’uomo”.

Naturalmente i moderati toscani

avversarono in tutti i modi l’appoggio

dato dalla C.d.L. al

movimento delle trecciaiole,

addirittura fu impedito al Sindaco

di partecipare all’inaugurazione

della sede di Via delle

Terme; intervenne pesantemente

anche il prefetto che impedì

“pena l’arresto” di mantenere il

rapporto con le trecciaiole, che

furono lasciate sole nello sciopero

contro la violazione degli

accordi raggiunti.

Non era ancora abbastanza,

il Questore di Firenze interven-

47


tazione che portò in piazza

fino a duemila donne

che lottarono per contrastare

i proprietari delle

fabbriche di cappelli che

rifiutarono compatte le

giuste richieste delle operaie

adducendo le solite

scuse della concorrenza

(in quel caso della Svizzera

non ancora emancipata)

dove il lavoro costava

meno, le paghe erano

state ridotte e le operaie

licenziate. Anche Il

Chianti, periodico

bisettimanale che si pubblicava

nella tipografia di

Greve diretto da Arduino

Vieri riporta la notizia di

quelle agitazioni 3 ; questo

Anche le bambine imparano istruite dalle nonne.

l’incipit firmato da

Valfredo (Carlo Baglioni):

ne pesantemente contro la C.d.L. scrivendo

il 12 settembre del 1897: “Organo di tali sissignori … e dico a voi fattoroni, fattorini,

“Io dico subito che hanno ragione …

agitazioni è ormai concordemente ritenuto e sotto-fattorini che avete costretto un povera

donna a dimenare le dita per diciotto o

la locale C.d.L. la quale, simulando opera

conciliatrice esercita malefica influenza, mantiene

le agitazioni negli operai e finisce per ignorare che la donna, quasi per rimediare ad

venti ore di continuo, mentre non dovevate

incitarli a delinquere”.

una dimenticanza, quasi, come suol dirsi per

Questi scioperi rappresentano un momento

storico fondamentale nella storia sociale mo con la massima semplicità e delicatezza

rappezzo, venne fuori da una costola dell’uo-

e politica della Toscana; il tutto è documentato

in una giornata di studio e di lavoro orcata

deve essere la sua missione su questa

di costruzione e che quindi semplice e deliganizzata

alla fine del Novecento dai comuni

di Signa e di Campi (1996) 2 .

quindici centesimi per quelle che sortirono un

terra… Dieci centesimi ogni venti ore! …

Sull’episodio di Brozzi possediamo anche dito di eccezionale sveltezza! … E di più lavorare

al buio o al lume di luna poiché se no

la documentazione giornalistica che ne fece

all’epoca il quotidiano LA NAZIONE di Firenze

che riferisce in un primo momento di andrebbe sotto la cassetta! - Rosa!? Vieni a

anche quell’effimero, quell’irrisorio guadagno

“agitazione” per chiedere pane e lavoro; agi-

letto maledetta te e la treccia!”

48


Il dialogo immaginato fra marito e

moglie continua in questo stile per un’intera

colonna, ma vale la pena di soffermarsi

sulla paga giornaliera, ancora inferiore

a quella di Campi Bisenzio, che vediamo

sotto.

Dalla lettura di queste documentazioni

vengono ricavate, secondo i prezzi attuali,

le retribuzioni in lire per l’intera giornata

di lavoro, escludendo le spese del filo

e della cera che era detratta dalla paga;

da queste accurate analisi risultano i seguenti

dati:

Una settimana di lavoro pagata dalle 8

alle 11 lire, e considerando che una lira di

allora corrisponde a 2000-2300 lire di oggi

(1996), la paga settimanale corrispondeva

dalle 18.000 alle 25.000 lire di oggi,

dalle 3000 alle 4000 lire al giorno circa;

(1,5 Euro di oggi 1919, la metà della paga

oraria di un raccoglitore di pomodori africano

del Duemila.).

La realtà di Campi Bisenzio risulta addirittura

peggiore: 14 ore di lavoro al giorno

viene pagata dai 15 ai 20 centesimi (da 0,90

lire a settimana). Ovviamente fra il proprietario

della fabbrica e le trecciaiole c’era tutta

una serie di intermediari (sensali, fattorini di

primo o secondo livello) cui andava buona

parte del misero guadagno delle lavoratrici.

Il ciclo della lavorazione della paglia incominciava

con la raccolta di un tipo particolare

di grano detto “marzuolo” che veniva

raccolto prima della maturazione per conservarne

la morbidezza e la flessibilità. Le

spighe non venivano tagliate ma sbarbate con

le radici facendo uso di manodopera infantile

poi riunite in “manate”. Successive lavorazioni

venivano eseguite in fabbrica all’aperto

(essiccatura, abbicatura, imbiancatura),

e alla fine l’intrecciatura, erano queste

Il volume di Galileo Gagli che organizzò la protesta

contro la guerra del 1 Maggio 1917; le ottave

satiriche furono scritte durante la reclusione nel

carcere di Greve. Il testo originale fu ritrovato da

Carlo Baldini alla fine del Novecento.

trecce che venivano consegnate alle

trecciaiole per l’operazione finale che trasformava

la lunga treccia nei famosi cappelli,

allora di gran moda ed esportati in Francia

ed Inghilterra. L’altro grande mercato

erano le botteghe di Firenze.

Nel 1811 la manifattura di Lastra a Signa

dava lavoro a circa 900 addetti, l’anno successivo

passati a 1100.

Un aspetto interessante della realtà del

primo Ottocento, risulta addirittura da una

testimonianza di Niccolò Tommaseo del

1834, circa 60 anni prima.

La sua testimonianza è intitolata Gita a

Prato, fatta in occasione della visita alla villa

di Poggio a Caiano che gli permette di

49


attraversare quei luoghi e rendere testimonianza

delle condizioni in cui vivevano gli abitanti,

“la fame trascina molti infelici

all’accatto” e ancora la vista di una lavoratrice

della paglia: “Quella poveretta doveva

sostenere quattro creature facendo la treccia

guadagnando cioè tre Paoli (otto crazie)

per quindici giorni”.

Dunque:

8 crazie = 1 paolo; quindi 3 paoli = 2 Lire

ogni 15 giorni, cioè un ottavo delle trecciaiole

del 1896.

Riassumendo,

1834 (Tommaseo)

2 Lire per 15 giorni - 4.000 del 1996

- 2 Euro ogni 15 giorni;

1896 (Studio signese)

18-20 Lire per 15 giorni - 36-40.000

del 996 - 18-20 Euro ogni 15 giorni:

1896 (Campi Bisenzio, Firenze)

1,8-2,40 Lire per 15 giorni, come ai

tempi del Tommaseo.

Anche se 62 anni separano le due date

non c’era certo da rallegrarsi.

Greve. Maggio 1917, (manifestazione

contro la guerra).

Le protagoniste di questa rivolta contro la

guerra furono le donne di Lamole (Greve)

che organizzate da un possidente socialista

umanitario del luogo, Galileo Gagli 4 , marciarono

verso il municipio scontrandosi con

le forze di polizia mentre cantavano un inno

del Primo Maggio scritto dal Gagli. Seguirono

un processo e le rispettive condanne.

La storia della rivolta fu scritta in un

quadernetto durante la reclusione del Gagli

nel carcere mandamentale di Greve.

Nel 2005 lo storico Roberto Bianchi dopo

aver letto quel poemetto in ottave, pubblica

la sua ricerca storica 5 e in una nota ci fornisce

alcune cifre (pag. 52), le paghe dei braccianti

di Greve all’inizio della Grande Guerra:

meno di 1 £ al giorno (10-11 ore e 2.000

Lire del 1996); durante la guerra alle mogli

dei soldati combattenti prive di altri redditi

veniva dato un sussidio giornaliero di 60 cent.

Cifre ben più alte venivano richieste invece

per le condanne, per questo veniva scelto di

aumentare i giorni di reclusione nel carcere

mandamentale. Scegliamo come esempio la

condanna del sedicenne Bencistà Oliviero 6

che corrispose a 33 Lire ma a causa delle

precarie condizioni della famiglia (il giovane

Oliviero conviveva con la madre vedova)

venne scelto l’aumento da uno a quattro

giorni di carcere.

Questa storia è un esempio significativo del

malessere sociale e delle condizioni di vita del

paese, soprattutto delle donne su cui gravavano

i pesanti compiti di sostituire in tutti i

settori della vita sociale e lavorativa, i loro

figli, mariti o fidanzati impegnati al fronte.

Una condizione di fondamentali e insopportabili

impegni che forse è ancora oggi

poco studiata (e considerata) dagli storici.

Le donne contadine, massaie, artigiane,

sono tutte rappresentate in questa isolata

protesta pacifista contro la guerra, ma insieme

a loro parteciparono alcuni uomini e anche

ragazzi; questa azione sarà il preludio

per l’irruzione delle masse contadine e operaie

nella vita sociale e politica che, alla fine

della guerra sfocerà nel cosiddetto “biennio

rosso”, una lunga serie di lotte e

rivendicazioni duramente pagata dalla classe

operaia e contadina, che ancora oggi certi

storici indicano come concausa dell’avvento

del fascismo.

50


Gli imputati per i “fatti di Greve” furono

processati e subirono il carcere e

sanzioni pecuniarie, più di tutti il socialista

Galileo Gagli che fu condannato a

15 giorni di carcere e l’ammenda di 100

lire. Fu proprio durante le due settimane

di reclusione nel carcere mandamentale

di Greve che scrisse La Baccheide, il

poemetto in ottava rima conservato dagli

eredi insieme ad altri scritti, “la maggior

parte scritti a mano in modesti quaderni

o addirittura su fogli di carta”, fu

ritrovato e pubblicato da Carlo Baldini

nel 1998; il testo è ancora oggi pressoché

sconosciuto al di fuori della zona di

Greve in Chianti, c’è solo una breve recensione

sulla sua opera inserita nella

scheda a lui dedicata nella nostra antologia

dei poeti del Novecento in vernacolo

fiorentino 7 ; lo stesso lavoro dello storico

Roberto Bianchi è pubblicato da una

piccola editrice e promosso dalla Coop

col patrocinio del Comune di Greve in

Chianti.

1

Alessandra Covizzoli, Dallo sciopero delle trecciaiole al canto del Biancofiore, Don Dario Flori

“Sbarra” un propagandista popolare del pensiero cattolico, Prefazione di Giulio Andreotti, Maria

Pacini Fazzi editore in Lucca, 1983.

2

Lo sciopero delle trecciaiole cento anni dopo, Atti della giornata di studi di Signa (Biblioteca

Comunale, 20 maggio 1996); a cura di Fabrizio Nucci, Metropoli, 1996.

3

Il Chianti, periodico per gli interessi della regione, Anno VIII, n. 24, 14 giugno 1996; di questo

periodico si riporta anche la tiratura che arrivava a 5.000 copie, non poche per l’epoca.

4

Galileo Gagli, La Baccheide (Poema eroicomico in ottava rima), La rivolta contro la guerra delle

donne di Greve in Chianti 1 maggio 1917 (a cura di Carlo Baldini), Memorie religiose e civili del

Comune di Greve in Chianti Vol. XVIII - Quaderni del Comune di Greve in Chianti N. 7, 1998.

5

Roberto Bianchi, Donne di Greve, Primo maggio 1917 nel Chianti: donne in rivolta contro la

guerra, Odradek, Roma 2005.

6

Il padre di chi scrive, classe 1902, che nello stesso anno, a causa della mancanza di manodopera

maschile impegnata nella guerra, fu assunto come aiuto fattore nella tenuta del marchese Gerini a

Ronta di Mugello.

7

Alessandro Bencistà, Fiorentinacci, i’ Novecento in vernacolo fiorentino, Antologia poetica, Introduzione

di Franco Manescalchi, Edizioni Polistampa Firenze, 1999.

51


Il Maggio Vecchio nella Toscana

meridionale: prime note sulla morfologia

di una questua

di Grazia Tiezzi

Chi avesse assistito al raduno dei Gruppi

del Maggio antico, svoltosi il 28

ottobre 2023 a Civitella Marittima, alla cui

realizzazione ho avuto il piacere di collaborare,

ha potuto assistere ad un evento unico.

Il Maggio di Civitella Marittima, il Maggio

di Castiglione d’Orcia e il Maggio Vecchio

della squadra di Valpiana sono le tre

forme storiche di canto del Maggio (“lirico”)

di questua che si sono incontrate per

rappresentarsi e raccontare, con la loro diversità

la stratificazione e forse, la continuità

di un’unica tradizione che si manifesta nella

Toscana meridionale con un prisma di variazioni.

Il localismo capillare di questa pratica

rituale che delimita i perimetri degli

insediamenti umani, non ha favorito la mutua

conoscenza tra le differenti tradizioni,

restie a manifestarsi fuori dallo spazio-tempo

del rito collettivo e del contesto comunitario

con cui si esprime il senso di appartenenza

di cui ciascun canto è l’espressione.

Se una tradizione è vitale fino a quando esistono

coloro che la praticano, la trasmettono,

la rinnovano e continua a svolgere una

funzione identitaria, allora si può dire che

portare il canto del Maggio come si usa in

quelle zone del territorio toscano, sia una

tradizione vivente che gode tutt’oggi di buona

salute. Radicamento e innovazione rendono

il Maggio portato di casa in casa alle

famiglie nei poderi e nei borghi, la forma di

espressione popolare che maggiormente si

è mantenuta “sentita” e, allo stesso tempo,

quella che è stata in grado, più di altre, di

rinnovarsi per integrare i cambiamenti storici

e sociali dei territori ed è tuttora in rapida

evoluzione. La sua vivacità, in molti casi non

conservativa, consente di osservare oggi un

complesso repertorio di varianti all’interno

di un’area di diffusione relativamente ristretta

che comprende precise zone delle province

di Grosseto, Siena, Livorno e Pisa. Il raduno

di Civitella Marittima che ha permesso di

apprezzare le forme più arcaiche dell’oralità

rituale del canto del Maggio - ormai poco

apprezzate - offre anche l’occasione per

sviluppare riflessioni nuove intorno a questa

tradizione. Sia per salvaguardare il valore

culturale delle loro specificità ma soprattutto

per riconsiderarle in una prospettiva d’insieme

– di continuum- che non sempre è stata

52


Raduno Gruppi del Maggio antico, Civitella Marittima, 2023 (Foto G. Tiezzi).

adottata dagli addetti ai lavori né dagli stessi

agenti della tradizione. Sembra allora possibile

chiedersi se in un’area di diffusione così

ristretta, almeno alcune delle variazioni più riconoscibili

possano essere collegate tra loro.

Gli studi. Gli studi sul Maggio itinerante e

di questua sono iniziati alla fine degli anni

‘70 del secolo scorso, promossi dall’Archivio

delle Tradizioni Popolari della Maremma

grossetana con il ricercatore Roberto

Ferretti, seguiti da approfondimenti di studiosi

dell’Università di Siena e di Pisa e da

lavori più recenti condotti da storici e ricercatori

locali. I più frequenti hanno un carattere

monografico, riguardano cioè una particolare

forma di cerimoniale del Maggio

come la ricerca di Ferretti su Il maggio appassionato

di Marrucheti (1979) e quella

di Mariano Fresta La Maggiolata di

Castiglione d’Orcia nel volume da lui curato

Vecchie segate e alberi di maggio

(1983) o ancora quella di Gian Paolo

Franceschini Il Maggio di Civitella (2016).

Altri studi invece si focalizzano su una ‘squadra’

specifica come in Il Maggio cantato a

Ribolla, di Paolo Nardini, dedicato ai Torelli

Maremmani (2009) o il lavoro di Pietro Clemente

dedicato al gruppo della Montagnola;

altri ancora sono dedicati ad un autore preciso,

ne sono un esempio la raccolta Vieni o

Maggio (1999) promosso dall’Ente di

Valorizzazione Suvereto che contiene i testi

di Vent’anni di Maggi, scritti dal poeta

Benito Mastacchini per i maggerini di

Suvereto. Nella stessa direzione vanno gli

studi di Corrado Barontini sull’opera del poeta

Morbello Vergari (2006) e I canti po-

53


polari in Maremma. Tradizione e cambiamento.

In lavori recenti, scritti per occasioni

collettive come le Rassegne dei canti del

Maggio di Piazza Dante a Grosseto, troviamo

una riflessione di carattere più generale

nel saggio di Barontini Tipologie e forme di

rappresentazione del Maggio in Maremma

(2009) dove si descrive il panorama di

forme con cui si manifesta questa tradizione

in Maremma. Sono inoltre da ricordare due

tesi di laurea I maggi in Maremma di

Simone Martini (2004) per l’Università degli

Studi di Siena e Il rito del Maggio: credenze

e pratiche diffuse nella Maremma

grossetana, di Irene Tarzia (2012) per l’Università

La Sapienza di Roma. È infine da

segnalare il lavoro di Serena Cola,

maggerina della squadra di Valpiana, contenuto

nel volume La tradizione del Maggio

in Maremma (2007) ad oggi, la sola antologia

esistente delle ‘squadre’ maggerine

della Maremma. Anche in occasione della

giornata di studi Il canto del Maggio, tenutasi

nel 2019 a Civitella Marittima, Nardini

e lo stesso Barontini hanno descritto le specificità

delle diverse modalità di rappresentazione

di questa tradizione nell’ area della

Maremma toscana. Ma la descrizione delle

caratteristiche locali del canto del Maggio

di questua non è ancora una tipologia e il

rapporto tra diffusione e variazione resta da

sviluppare. Manca uno studio comparativo

che confrontando le differenti forme aiuti ad

identificare gli elementi che le uniscono e

quali invece siano le distinzioni ancora significative

che continuano a generare senso per

chi pratica e trasmette questa tradizione,

senza per questo considerare le sue diverse

modalità come unità discrete.

Sequenza rituale. Facendo una notevole

semplificazione si può dire che tutte le varianti

hanno una sequenza rituale comune in

cui si inserisce l’atto di cantare il Maggio.

Più gruppi di membri specializzati di una

comunità - le ‘squadre ‘- compiono un’azione

rituale collettiva presso le abitazioni delle

famiglie della stessa comunità e a volte, di

zone limitrofe. Il cerimoniale si svolge nello

stesso arco di tempo che dura circa ventiquattro

ore, in un preciso momento dell’anno

(calende di maggio) dal pomeriggio del

30 aprile al pomeriggio del 1° maggio e investe

simultaneamente un’area che va dal

litorale della Maremma alle colline

dell’entroterra, ai confini delle quattro province.

È una tradizione itinerante difficile da

documentare che richiede ai partecipanti una

notevole resistenza fisica e, per gli osservatori

“forestieri” che non conoscono il territorio,

presenta anche il rischio di perdersi

lungo il percorso. In ogni caso, dalle mie

esperienze sul campo, iniziate nel 2005, sembra

possibile indicare alcuni elementi comuni

alle diverse tradizioni, relativi alle fasi del

rituale:

- l’attraversamento di uno spazio

predefinito con itinerario che in parte può

cambiare annualmente;

- l’arrivo in uno spazio esterno privato, in

genere poderale, che appartiene a una famiglia

conosciuta;

- il canto di annuncio che precede l’ingresso

all’interno dell’abitazione o la sosta

nella proprietà;

- il canto augurale del Maggio all’interno

della casa in presenza della famiglia che accoglie,

seguito da canti popolari o altri canti

di Maggi di tradizione;

- un intrattenimento festoso con la famiglia

che offre un ristoro con alimenti e be-

54


vande da consumare sul momento;

- il canto di richiesta di un’offerta per il

canto di augurio ricevuto;

- la soddisfazione della richiesta da parte

della famiglia con un’offerta in alimenti o

denaro, da portare via;

- il canto di ringraziamento e il saluto di

commiato con l’appuntamento al prossimo

anno;

- la partenza per un’altra tappa dell’itinerario

dove si ripetono le stesse fasi dell’azione

rituale;

- la ridistribuzione delle offerte accumulate

in un successivo momento di convivio a

cui partecipa almeno tutto il gruppo che ha

cantato con le proprie famiglie ma può comprendere

le famiglie visitate dalla squadra fino

ad allargarsi alla intera comunità e dove collettivamente

si ripropongono i canti portati a

domicilio nelle case delle singole famiglie.

Ritualizzare il contatto. Tutte le variazioni

di canto del Maggio intorno a questa

struttura rituale comune, hanno uno sfondo

tematico fisso che fa riferimento al risveglio

della natura, al suo vigore e alla speranza

nella prosperità della stagione primaverile.

Tuttavia i testi sono cambiati nel tempo come

è successo a partire dal dopoguerra

(Morbello Vergari, 1951) quando i contenuti

dei Maggi si sono orientati anche verso

temi civici, etici, sociali e politici collegati in

particolare alla festa del lavoro del 1° maggio

e ai suoi principi che sono oggi un altro

argomento costante per tutti gli autori. Ma

mentre in alcuni Maggi i contenuti dei testi si

attualizzano e in altri restano invariati, come

nella tradizione di Civitella Marittima, l’uso

rituale della parola cantata si è mantenuto

stabile e può indicare le distinzioni più vincolanti

che rendono riconoscibili tra loro le

diverse tradizioni. In attesa di un auspicabile

approfondimento comparativo, lasciamoci

guidare dalle denominazioni native che spesso

illuminano, con sottili distinzioni endogene,

le zone d’ombra in cui si perde lo sguardo

del ricercatore. I termini consuetudinari con

cui si denominano i membri delle ‘squadre’,

sono già un forte elemento di identificazione:

abbiamo i ‘cantori’ del Maggio di Civitella

Marittima, i ‘maggiaioli’ per Siena e il Maggio

di Castiglione d’Orcia, i ‘maggerini’ per

l’ampia zona maremmana. Mentre per i

cantori di Civitella e i maggiaioli di

Castiglione d’Orcia l’esecuzione del canto

è solo vocale e polifonica, il Maggio delle

squadre maggerine ha un accompagnamento

strumentale e si divide in un’ulteriore distinzione

relativa alla composizione e all’esecuzione

del canto, ma sembra anche indicare

una delimitazione geografica. Infatti nella

zona collinare dell’entroterra massetano

(Massa Marittima) si canta ancora il Maggio

Vecchio composto in quartine di ottonari

e cantato a coppie dai maggerini mentre nell’area

del litorale grossetano è diffuso il

Maggio Allegro, composto da terzine di

ottonari e cantato in coro. Attualmente anche

le squadre della zona massetana cantano

entrambi i tipi di Maggio, invece altre

squadre più innovative, cantano solo il Maggio

Allegro insieme ad un repertorio di canzoni

popolari e maremmane. Oltre al canto

corale o a coppie, il rituale maggerino prevede

anche il canto in poesia in ottava rima,

sia improvvisata che memorizzata. Questa

‘lingua poetica’ è destinata esclusivamente

alle tre figure simboliche -il poeta, l’alberaio

e il corbellaio- che dominano la scena del

cerimoniale maggerino e dove ognuna di esse

ha un ruolo e una funzione specifica nel compimento

di azioni rituali precise; le tre figure

55


accolgono il canto del Maggio nelle loro

abitazioni. Confrontare le diverse costruzioni

dello scambio di contatto nell’esecuzione del

Maggio può far emergere i tratti semantici

pertinenti 2 e quindi non negoziabili delle diverse

tradizioni.

Coppia di maggerini di Valpiana, Civitella

Marittima 2023 (Foto C. Barontini).

non si ritrovano invece nella tradizione di

Civitella 1 né in quella di Castiglione D’Orcia.

Si tratta solo di differenze estetiche, di maggiore

o minore scelta di possibilità espressive

o qualcosa di irriducibile distingue e continua

a dare senso a queste differenze? Dal

loro confronto sincronico può emergere la

stratificazione della storia di comunità assimilate

da una pratica festiva che entra di casa

in casa e lungo il suo percorso riunisce simbolicamente

un’ampia area della Toscana del

sud? Quale memoria conservano ancora le

forme del canto del Maggio itinerante e di

questua? Un approccio attento all’interazione

tra i partecipanti nello svolgimento ordinato

delle azioni rituali può contribuire a questo

tipo di riflessioni. Infatti l’aspetto che sembra

sovra determinare tutte le varianti è la

ritualizzazione del contatto con le famiglie che

Il Maggio Vecchio. Da circa un anno mi

sto interessando al Maggio Vecchio e in questo

nuovo percorso mi fanno da guida le

conoscenze e l’esperienza di Giuliano Boscaglia,

Sirio Vestri, Domenico Gamberi ed

Elisa Macii che ringrazio per la loro generosa

collaborazione senza la quale non sarebbe

possibile tentare una descrizione di questo

Maggio che pur essendo considerata la

forma più arcaica della tradizione maggerina,

non è stata ancora oggetto di studi specifici.

Attualmente il Maggio Vecchio viene cantato

solo da tre squadre: la squadra dei Palazzi

con capo Maggio Mauro Capanni, la

squadra di Valpiana con a capo Renato

Panichi e la squadra La nuova primavera

di Giuliano Boscaglia. Tutte compiono un itinerario

di questua che comprende solo il

territorio rurale visitando i poderi della zona

massetana e Marsiliana ma esclude la visita

alle abitazioni della cittadina di Massa Marittima.

La morfologia del canto del Maggio

Vecchio presenta una particolare complessità

d’esecuzione e la sua fruizione necessita

di una capacità di ascolto particolare: una

percezione aurale educata ad un canto eseguito

a coppie che oggi è sempre meno diffusa.

Ma non solo. La complessità comprende

anche la specificità degli accessori indossati

dalle coppie di maggerini che li distinguono

dagli altri componenti della squadra

e soprattutto riguarda l’articolazione del canto

con cui incatenano le loro quartine adottando

una postura inconfondibile. Nel mo-

56


Coppie di maggerini di Valpiana, Civitella Marittima 2023 (Foto C. Barontini).

Coppia di maggerini di Valpiana, Civitella Marittima 2023 (Foto C. Barontini).

57


mento del canto i maggerini si dispongono

ravvicinati uno di fronte all’altro guardandosi

negli occhi e a volte, mettendo una mano

sulla spalla del compagno. Una coppia dopo

l’altra intona i versi della propria quartina

con una melodia lenta, grave, appresa e trasmessa

per imitazione, seguendo l’accompagnamento

di una fisarmonica. La coppia

successiva comincerà il proprio canto riprendendo

il primo verso della quartina della

coppia precedente, così di seguito a seconda

di quante saranno le coppie di maggerini

che in genere non superano le due o tre unità.

A titolo di esempio presento un breve

scambio di quartine di ciascuna delle tre

squadre sopra indicate:

Squadra di Valpiana, maggio 2008

Coppia 1

Alla porta dell’ingresso

Per l’usanza che è del Maggio

Lo portiamo un messaggio

Se di entrare c’è concesso

Coppia 2

Alla porta dell’ingresso

L’usignolo quando è sera

Va cantando lungo il fiume

E si sente che riassume

Le canzon di primavera

(verso ripreso dalla coppia 1)

Coppia 1

L’usignolo quando è sera

[…]

( verso di ripresa della coppia 2)

Squadra La Nuova Primavera,

maggio 2014

https://www.youtube.com/

watch?app=desktop&v=TIYSrQgYvm0

Coppia 1

Sian venuti a cantar maggio

O padrone del podere

Se così vi fa piacere

Siamo solo di passaggio

Coppia 2

Sian venuti a cantar Maggio

Maggio bella tradizione

Il suo simbolo è l’alloro

Grande festa del lavoro

Festa in tutta la Nazione

(verso di ripresa della coppia 1)

Coppia 1

Maggio bella tradizione

[…]

(verso di ripresa della coppia 2)

Squadra dei Palazzi, maggio 2014

https://www.youtube.com/

watch?v=MIMY0Jmj11Y

Coppia 1

Domandiamo una carezza

Ai viventi della terra

Pace amore senza guerra

Ma giustizia e tenerezza

Coppia 2

Domandiamo una carezza

Noi di qui si muove il passo

Ci volgiamo per l’altrove

A lasciarvi ci commuove

Grazie a tutti e scusa il chiasso

(verso di ripresa della coppia 1)

Coppia 2

Noi di qui si muove il passo

[…]

(verso di ripresa coppia 1)

58


Nella tradizione maggerina tutto è predisposto

per distinguere visivamente i diversi

ruoli dei membri della squadra dove i compiti

sono chiaramente distribuiti e non

intercambiabili. Attualmente una squadra è

composta dal coro formato da donne, uomini

e bambini, che cantano il Maggio dentro

l’abitazione visitata, accompagnati da vari

musicisti. Ci sono inoltre le coppie di

maggerini che cantano il Maggio in quartine

e le tre figure simboliche IL POETA,

L’ALBERAIO e IL CORBELLAIO che invece

cantano strofe in ottava rima e sono riconoscibili

dagli oggetti rituali portati lungo l’itinerario:

L’ALBERO del Maggio per l’alberaio

e il CORBELLO delle offerte per il corbellaio.

Entrambi gli oggetti vengono collocati al centro

dello spazio cerimoniale e sono tematizzati

nelle strofe. Il poeta porta un fiore rosso (in

genere una rosa) nel taschino o indossa una

coccarda rossa mentre le coppie di maggerini

hanno dei cappelli di grandi dimensioni in

altezza -circa 25-30 cm- completamente ricoperti

da fiori di carta colorati e impreziositi

da guarnizioni lucenti da cui fuoriescono lunghi

nastri di colori diversi che ricadono lungo

le spalle. Ogni membro delle coppie ha al collo

un fazzoletto di raso rosso ornato con ciondoli

dorati e varia bigiotteria e porta con sé

un bastone anch’esso decorato con fiori e

archetti ricoperti di carta colorata; è possibile

che anche il poeta, se appartiene da sempre

alla stessa squadra, abbia un bastone di olivastro

ornato e colorato 3 . Gli elementi decorativi

sopra descritti accomunano questi membri

all’interno di un campo semantico che chiamerei

dell’iper-naturale per i molteplici tratti

che li identificano, riferibili al mondo della natura.

Solo a loro è affidato lo svolgimento delle

fasi del rituale di questua e la costruzione dell’incontro

con un contesto domestico-rurale

rappresentato dallo spazio delle abitazioni

delle famiglie in cui tutta la squadra desidera

entrare (e occupare) per portare il suo messaggio

di augurio.

L’interazione in poesia. Il poeta improvvisa

le ottave di ‘permesso’ per ottenere l’ingresso

nell’abitazione che la squadra trova

con la porta chiusa. È lui che dovrà convincere

i padroni di casa ad aprire e permettere

alla squadra di cantare il Maggio dentro

l’abitazione. Con l’improvvisazione delle sue

ottave, il poeta si fa garante presso la famiglia,

presenta la squadra, trova gli argomenti

più convincenti per ottenere l’ospitalità e

garantisce con la qualità della sua parola

poetica, del valore della squadra. È il mediatore

tra la squadra e la famiglia e gestisce

i momenti di rischio che possono interferire

con la buona riuscita del contatto come l’attesa

per la valutazione da parte della famiglia

sull’apertura della porta che, più la tradizione

è ‘sentita’, più si fa attendere. Oppure

dovrà affrontare una discussione in rima

con un altro poeta che si trova all’interno

della casa; il poeta allora deve continuare a

sostenere le ragioni della sua squadra e, nel

dialogo con il collega, mediare per ottenere

l’accesso. Può inoltre capitare di dover contendere

l’ingresso contro il poeta di un’altra

squadra che vuole essere accolta dalla stessa

famiglia; in questo caso nasce una vera e

propria sfida poetica tra i due poeti avversari.

Ma presso alcune famiglie solo dopo

alcune quartine cantate all’esterno dalle coppie

dei maggerini, si ottiene definitivamente

l’accesso all’interno dell’abitazione. Tutte le

strofe in ottava rima contenenti le azioni rituali-

il ‘permesso’, la ‘richiesta’, il ‘ringraziamento’,

il ‘saluto’- sono indirizzate ad

interlocutori espliciti: padroni di casa, spo-

59


se, capoccia massaia, la famiglia intera (“o

cari uditori”). Ma nonostante i nomi degli

interlocutori siano ben conosciuti, nelle strofe

vengono denominati solo attraverso i loro ruoli

sociali o famigliari che rinviano a quelli della

famiglia mezzadrile (Capoccia so’ assillato dal

pensiero/ farlo palese credo sia importante)

(B. Mastacchini). Tuttavia anche se

l’interazione rituale di contatto viene costruita

dalle tre figure simboliche della squadra che

si fanno riconoscere rivolgendosi verso espliciti

ruoli della famiglia contadina Poeta/ Capoccia,

alberaio / famiglia intera o uditori,

corbellaio / massaia, negli elementi che

distinguono le figure rituali della squadra non

ci sono particolari riferibili al mondo contadino

così come sembrano assenti nei maggerini

che cantano a coppie. Invece gli accessori

che quest’ultimi indossano (cappelli, bastoni

ecc.) sembrano più vicini al mondo pastorale.

La tradizione del Maggio Vecchio implica

molteplici forme di oralità cantata ma è

interessante rilevare come tra queste la parola

poetica in ottava rima sia convocata per

agire sul contesto nei momenti più dialogici

e più istituzionali del rituale di questua per

compiere quelle azioni delicate con cui si proietta

l’attesa di un’azione di ritorno da parte

della famiglia. L’ottava rima si conferma la

‘lingua poetica’ dell’intermediazione che

costruisce l’incontro con le famiglie e, anche

nel Maggio, emerge il suo statuto di “parola

solenne” di cui è investita anche nei contrasti

estemporanei per la risoluzione

ritualizzata dei conflitti tra ruoli sociali o tra

posizioni contrarie.

1

Grazia Tiezzi, Il Maggio di Civitella Marittima: il richiamo di una ritualità essenziale, Toscana

Folk, XXIV, n.25, 2020.

2

Marianne Mesnil, Trois essais sur la Fête. Du folklore à l’ethno-sémiotique, Ed. Université de

Bruxelles, 1974.

3

Serena Cola, La tradizione del Maggio in Maremma, Ed. Innocenti, Grosseto, 2007, p. 7.

60


Patrimoni ereditati e nuovi patrimoni:

il caso del centro di documentazione

del museo MINE di Cavriglia

di Paola Bertoncini

Il Centro di Documentazione del museo

MINE, sviluppato e accresciuto nel tempo,

conserva una piccola biblioteca di storia

locale e di storia mineraria, documenti,

filmati, registrazioni e fotografie relative alla

storia del territorio cavrigliese e del Valdarno.

Questi materiali si presentano come il risultato

di una raccolta eterogenea proveniente

da enti pubblici e soggetti privati. Per agevolare

la loro consultazione sono stati suddivisi

per tipologia e fondo di provenienza;

la maggior parte di questa documentazione

nel tempo è stata digitalizzata e catalogata.

L’aspetto che vorrei analizzare muove da

due considerazioni di fondo: la formazione

di questo archivio/centro di documentazione

e l’utilizzo dei materiali come strumenti di

conoscenza del patrimonio culturale in contesto

museale. I documenti, le fotografie, alcuni

filmati e registrazioni audio sono arrivati

al museo attraverso diversi percorsi: campagne

di ricerca e acquisizione promosse dal

museo stesso, forme di collaborazione con

strutture e enti del territorio, donazioni private.

Di fatto attraverso questo processo si

è costituito un corpus che, illustrando le trasformazioni

storiche dei territori e della comunità,

ne mostra al tempo stesso gli usi che

di questo patrimonio si sono fatti e si possono

ancora oggi fare. Nel centro di documentazione

abbiamo la possibilità di esplorare

e studiare materiali legati al mondo delle

miniere, dalla fine dell’Ottocento ad oggi;

memorie di guerra - gli eventi del luglio 1944

- rappresentazioni grafiche e fotografiche

delle trasformazioni territoriali e del paesaggio

visti anche con gli occhi di chi questi luoghi

ha abitato per molto tempo.

La formazione dei diversi fondi, che oltre

ad essere eterogenea nei contenuti lo è anche

come tipologia (fotografie, file audio, documenti

cartacei, documenti solo digitali, libri,

mappe, tesi di laurea etc.) comporta fin

dalla sua prima analisi problematiche non indifferenti

nella conservazione, nella gestione

e nella sua definizione culturale. Le ricerche

commissionate e le donazioni personali mostrano

già due livelli diversi di indagine sul

patrimonio, sui processi di formazione e sui

temi connessi alla memoria. Le ricerche pro-

61


Il manifesto della Cooperativa LA.MI.VA. conservato

presso il centro di documentazione del museo.

mosse dal museo hanno rappresentato nel

tempo la volontà di enti e specialisti di osservare

in modo ampio la storia del territorio,

cercando possibilmente di individuare

quegli aspetti che hanno segnato nel tempo i

luoghi stessi: dunque temi legati al lavoro, al

paesaggio, alla sicurezza, alla geologia, alla

storia energetica locale, all’agricoltura e all’industria

mineraria, alla storia dell’arte e alle

memorie di guerra. I materiali invece donati

da privati ci permettono di riflettere sull’idea

di rappresentazione del sé in un contesto

trasformativo così importante per i luoghi e

le comunità. Di fatto questi documenti sono

espressione di una memoria che nel tempo

ha ricostruito un immaginario specifico dei

luoghi nei quali riconoscersi e sentirsi

parte integrante. Oggi alcuni di questi

materiali conservati ed esposti nel

museo mostrano un senso di lontananza

per chi li osserva, un atteggiamento

che emerge anche dalla narrazione

che di essi si è fatta; altri invece

ci sembrano toccare

problematiche attuali, come quelle

ambientali e dei conflitti ancora oggi

in corso; altri infine ci raccontano di

un tempo del quale si è perso memoria.

Il processo di patrimonializzazione

che li ha originati e che li ha portati

ad essere conservati dentro a un archivio

è ciò che ci aiuta oggi nel leggere

lo sviluppo della comunità stessa.

Sul tema che lega archivi ed

etnografia ci sono molte ricerche in

corso e molte se ne sono fatte, tuttavia

è indubbio che il ruolo stesso del

centro di documentazione del MINE

sia quello di custodire ma anche di

aiutarci a leggere la storia del patrimonio

che, ereditato dal passato, viene fruito

da nuove generazioni. Per un museo si tratta

di un passaggio importante sul quale riflettere

anche per individuare quelle strategie utili

a rimettere in circolo queste storie. Il ruolo

riconosciuto allo spazio conservativo di queste

“memorie” rappresenta una parte centrale

nel processo di patrimonializzazione

della memoria e della narrazione che di essa

facciamo e ci diamo. Del resto gli archivi

centrali degli studiosi e quelli periferici degli

studiati posseggano, fra gli altri, decisivi tratti

comuni: la produzione della memoria, il rapporto

riflessivo con il passato, la costruzione

di autorità e autorevolezza, tracce più o

meno profonde che il conflitto socio politico

62


Una veduta del Museo.

produce e dissemina irregolarmente ai margini

dello stato. Si tratta di un fenomeno,

peraltro ben noto e già attentamente esplorato

dalla etnografia più sensibile a cogliere

la profondità storica e la dialettica egemonica

implicita in tali processi politici. È per questi

motivi che l’archivio è entrato a far parte in

maniera determinante dei fenomeni

patrimoniali contemporanei, ponendosi

come il perno, il motore, delle dinamiche sociali

territoriali e delle azioni politico-culturali

a carattere valorizzante (Pizza,

2018:168).

Così i materiali conservati al MINE ci dicono

già che quando essi entrano in archivio

una parte del processo di

patrimonializzazione è lasciata al museo stesso.

Il riconoscimento del ruolo che di esso

si fa compie nei confronti dei materiali una

sorta di “certificazione” di quel patrimonio,

una sua “elevazione” dal contesto. Nel museo

insomma si lascia memoria perché gli si

riconosce ancora il ruolo di custodire la narrazione

di ciò che si era per chi verrà dopo.

Chi ha scelto di donare al centro di documentazione

la propria storia sente ancora

questa esigenza di condivisione collettiva,

questa volontà di rimanere per gli altri e di

essere ricordato. Il materiale raccolto e donato

in forma privata sottolinea ciò che nel

tempo i membri di una comunità hanno ritenuto

importante conservare per rappresentarsi.

Ad un primo processo di

patrimonializzazione e di riconoscimento si

somma quello successivo che viene costruito

proprio dall’agire del museo stesso. Alla

fine ne emerge un quadro nel quale l’aspetto

istituzionale e quello privato si compenetrano

in questo processo generativo capace

di produrre già nuove storie. Il processo di

conservazione e di fruizione dei materiali

dunque muove da queste premesse ma al-

63


l’interno del centro di documentazione si

possono leggere anche i “poteri” in gioco,

ciò che si è prodotto, perché lo si è prodotto

e ancor più perché lo si è voluto conservare.

Partendo da qui si arriva presto a trattare

del secondo tema della riflessione: come utilizzare

i materiali conservati per promuovere

azioni di conoscenza del patrimonio culturale

nel contesto museale. Il primo livello

di lettura muove dalla visita del museo stesso:

il suo allestimento mescola linguaggi, testi,

fotografie, video, oggetti, narrazioni orali

delle storie dei luoghi, delle comunità e degli

oggetti stessi. Si tratta ancora una volta di

una mediazione tra ciò che si è ereditato e

ciò che si vuol mettere in luce in relazione al

contesto odierno: si produce così una storia

nella quale i ruoli cadono necessariamente e

dove i processi di patrimonializzazione si

ibridano mescolando storie di vita, formazioni

culturali e luoghi di provenienza. Di

questi spazi si scattano foto per conservare

i vecchi allestimenti; così anche la costruzione

visivo-narrativa del museo diviene presto

materiale per il centro di documentazione,

nuovo processo di patrimonializzazione

nel quale si evidenziano scelte e percorsi,

documentazione utile nel tempo a rileggere

anche l’idea stessa di museo. Poi ci sono le

azioni più specifiche legate alla fruizione stessa

dei materiali. Se è importante per un museo

oggi analizzare ciò che lega patrimonio originato

e sua musealizzazione, è altrettanto

fondamentale comprendere come poter rimettere

in circolo queste forme patrimoniali,

evidenziare processi e riflettere su questi

continui intrecci e rimandi. Parliamo di storie,

racconti che si sostituiscono all’oggetto;

immagini digitali di oggetti reali; narrazioni

che ci portano a riflettere sul tema dell’esperienza

e dell’evento piuttosto che sulla

materialità oggettuale che ha costituito nel

tempo i musei e gli archivi.

I materiali conservati nel centro di documentazione

di MINE sono divenuti parte del

percorso espositivo ma soprattutto sono stati

posti nel tempo come elementi di fruizione

patrimoniale attraverso pubblicazioni e convegni,

canali social e attività educative. Oggi

è sufficiente esplorare qualche sito web o

qualche piattaforma per rendersi conto che

il patrimonio lo si narra sempre più con diverse

metodologie e con strumenti che di

volta in volta sono reputati i più adatti per

l’occasione. Valdimar Tr. Hafstein sottolinea

come il patrimonio culturale sia esso stesso

strumento educativo e come la sua narrazione

costituisca un dispositivo pedagogico

importante. Partendo proprio da qui è possibile

provare a immaginare i percorsi che si

possono declinare partendo da un archivio.

Nel tempo il MINE ha promosso attività legate

al recupero della memoria, alla conoscenza

del passato come strumento

interpretativo dell’oggi, narrando oralmente

e visivamente i materiali; interagendo con

bambini ma anche con giovani che hanno

provato a dialogare con contesti solo apparentemente

lontani. Ne sono emersi percorsi

interessanti nei quali i materiali conservati

lentamente hanno legato il museo e il territorio,

giovani abitanti e generazioni passate e

dove le storie famigliari si sono condivise oltre

la famiglia, con altri e nella dimensione pubblica.

Sono tutti processi che operano nello

sviluppo di comunità di sentimento

(Appadurai 1996) connesse online per interessi

tematici, per emozioni, per forme di

condivisione e di appartenenza e non di territorio.

Attraverso questi passaggi il materiale

contenuto nel centro di documentazio-

64


ne si attiva, rende possibile l’interazione col

singolo e con la molteplicità; incuriosisce,

educa, porta a interrogarsi ma al tempo stesso

muove nuove forme di

patrimonializzazione che si ibridano, si mescolano

ricreando un tessuto narrativo diverso

ma parte integrante del processo.

Nell’analisi di questo flusso ritroviamo forse

una possibilità di riconnettere ciò che i musei

e gli archivi conservano nel tempo, materiali

e oggetti estrapolati dal loro originario

contesto che ritornano in una dimensione

nuova a dare un senso al vivere di comunità

che esistono oltre il proprio territorio di riferimento.

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Bologna.

65


Il “repertorio del mandolinista”, quando

un libro di spartiti racconta anche storie

di Francesco Frank Cusumano

Ho tra le mani un libro di spartiti musicali,

fotocopiato poiché ormai

introvabile e fuori catalogo, speditomi dall’amica

Lisetta assieme al suo invito di provare

a raccontarci qualcosa, o meglio, a cercare

di capire se è il libro stesso a poterci

raccontare qualcosa, oltre alle note musicali

che esso contiene.

Il libro in questione si chiama “Repertorio

del mandolinista. 4 Volumi di 25 Composizioni

per Mandolino (o violino) solo” pubblicato

dalla gloriosa casa editrice fiorentina

Forlivesi nell’anno 1903, e venduto per “netti

franchi 2”. Le fotocopie in mio possesso,

che raccolgono per intero il primo volume

più qualche estratto dagli altri tre, presentano

sulla copertina diverse scritte di penna

biro riportanti il nome “Casini”: questo perché

come mi ha spiegato Lisetta erano appartenute

al M° Gian Marcello Casini,

violista dell’orchestra del Maggio Musicale

e valente insegnante di mandolino.

Intanto, per chi non ha dimestichezza con

gli strumenti musicali, è doveroso

puntualizzare che il titolo con il violino tra

parentesi è dovuto al fatto che mandolino e

violino posseggono non solo la stessa chiave,

ma anche la stessa accordatura, cosa

che rende possibile l’esecuzione dello spartito

sia con l’uno che con l’altro strumento.

Ma veniamo al contenuto del volume: la pubblicazione

risale al periodo che corrisponde

alla parte finale di quella che fu chiamata in

tutta Italia “l’epoca d’oro del mandolino”

iniziata nella seconda metà dell’Ottocento,

in cui una febbrile moda colse in maniera

trasversale tutta la popolazione, dai salotti

della nobiltà alla musica popolare. In quel

periodo storico si narra che Firenze poteva

quasi contendere a Napoli il titolo di capitale

del mandolino, proprio perché in città vi

fu un’esplosione di circoli mandolinistici e di

orchestre a plettro, sia di musica colta che

di repertori da ballo e da sala, ed è proprio

da quest’ultima tipologia che questo libro è

costituito. Questo genere di composizioni,

come la maggior parte in questa raccolta

musicalmente si compone di solito di un tema

principale “A” che si alterna con un altro tema

“B” e si conclude con una terza parte chiamata

“trio” o “coda” molto spesso scritto in

un’altra tonalità rispetto agli altri due; spes-

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Composizioni per mandolino in una rara ed

antica pubblicazione edita da Forlivesi.

so, finito il trio, c’è l’indicazione di ricominciare

a suonare il tutto dall’inizio, a discrezione

degli esecutori e a seconda della situazione

danzereccia del caso.

Uno dei maggiori responsabili della moda

del mandolino a Firenze fu proprio il fondatore

della casa editrice Forlivesi, il faentino

Giuseppe Bellenghi (1847-1902),

mandolinista e compositore che si era stabilito

a Firenze in via degli Archibusieri, e che

con l’apertura della suddetta nel 1882 iniziò

una copiosa produzione di partiture per

mandolino, molte delle quali composte proprio

da lui, alcune con il suo vero nome e

altre con lo pseudonimo “G.B. Pirani”.

Il volume in questione contiene per l’appunto

musiche firmate “G. Bellenghi” come

il piccolo valzer “Improvvisato” e lo

scottisch “Dancing”, e altre firmate “G.B.

Pirani” come le mazurke “Emma” e “Olga”,

il valzer brillante “Lillie” e la polka-marcia

“Lalla”. Anche gli altri autori contenuti sono

riportati solo con il cognome e l’iniziale puntata

del nome, e sono: G. Bimboni, P. Brani,

G. Buonamici, O. Carlini, A. Cecchi, L.

Cerasoli, P. Gagna, O. Gamberai, A.

Guigou, A. Manni, F. Mantini, U. Panerai,

F. Paron, L. Pecollo, A. Pisani, E. Ricci,

Riccioni, J. Rosas, C. Savioni, V. Sava, G.

Tarditi e L. Vangi. Mi salta subito all’occhio

che tra quelli che mi sono noti, tanti di loro

furono maestri di banda, e quindi è probabile

che in origine le composizioni fossero

scritte per essere eseguite ensemble filarmonici,

e che sia stato il Bellenghi stesso ad

operare delle riduzioni per mandolino. Non

è facile risalire alla provenienza geografica

e alla biografia di ognuno di questi compositori,

ma alcuni di loro facevano già parte

del mio bagaglio di conoscenze acquisite

nel corso delle mie ricerche, poiché molti

sono toscani e quindi mia materia di studio,

di conseguenza posso raccontarvi

qualcosa di più:

G. Bimboni (a causa della “G” puntata

non sappiamo se si tratti di Gioacchino o

del fratello Giovanni), presente nel volume

con la “Polka scherzosa” fa parte di una famiglia

di musicisti di Firenze molto importante,

la quale comprendeva compositori,

direttori d’orchestra e di banda perfino inventori

di strumenti musicali, anche se la prevalenza

in famiglia era sullo studio e la pratica

di strumenti a fiato

Giuseppe Buonamici (Firenze 1846 -

1914), incluso nel libro con la mazurka

“Gina” e con il valzer “Angelo biondo”, fu

un importante compositore, pianista e

musicologo, fondatore dapprima del Trio

Fiorentino (col violoncellista Jefte Sbolci e

con il violista Luigi Chiostri) e poi del Quar-

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68


Giuseppe Buonamici, fra i più noti compositori

per mandolino.

tetto Fiorentino, e membro onorario della

London Philarmonic Orchestra;

Oreste Carlini (San Casciano, 1827 –

Livorno, 1902), cavaliere, fu direttore della

Banda di San Casciano Val di Pesa, che

oggi porta il suo nome; compositore di marce,

ballate, fantasie, inni e persino opere teatrali

e operette; nella raccolta di cui stiamo

parlando c’è un suo “Valzer-serenata”;

A. Cecchi potrebbe essere, con molte

riserve, Antonio Cecchi, il condirettore (assieme

al fratello Lionello) della Nuova Filarmonica

Empolese, figlio del maestro Giuseppe

Cecchi, ma questa ipotesi va presa

quasi come un “tirare a indovinare”...

Pietro Gagna (1869-1932) fu maestro

clarinettista e compositore di musica per

banda, e pubblicava con l’editore fiorentino

Lapini. Sua la polka brillante “Una partita a

chiacchiera”, premiata alla gara musicale indetta

dalla casa editrice nel 1897, mentre

Il Maestro Oreste Carlini.

dell’anno prima è la sinfonia “Vita alpestre”.

Dal 1928 al 1932 fu maestro del Corpo

Musicale “G. Verdi” di Serravalle Pistoiese.

Nella raccolta oggetto del nostro dossier

sono presenti il valzer “Aline la gracieuse” e

la polka brillante “La mammoletta”.

Alfredo Manni era il figlio dell’editore

musicale Manno Manni, la cui casa editrice

fallì nel 1929 e fu inglobata dalla Maurri (il

cui catalogo era composto per un quarto da

partiture per musiche da ballo); autore di un

metodo per chitarra e di molte arie

folkloristiche per mandolino, come il valzer

ballabile dedicato alla torre di Palazzo Vecchio

(“Arnolfo”), che oggi è inclusa nel repertorio

dell’orchestrina popolare a plettro

di musica fiorentina “La Nuova Pippolese”.

E’ presente nel volume con il galop “Arrivi e

partenze” e con il valzer “Le prèmiere

amour”.

Federico Mantini è autore della polka

69


Forlivesi già nell’ultimo decennio

dell’800, poi inclusa

nel nostro libro.

Giovanni Tarditi, talvolta

“Giovane Tarditi”

(Aqui Terme, 1857 –

Roma, 1935) fu un compositore

e direttore d’orchestra.

Di origine piemontese,

studiò composizione a Firenze

con Teodulo Mabellini

e fu poi direttore delle orchestre

militari del 12°, 37°, 78°

Cartolina viaggiata con il valzer d A. Manni.

“Follia” (il cui spartito è incluso nel libro), e 80° Reggimento di Fanteria, che sotto la

la quale vanta ben due incisioni: quella dell’Orchestra

a Plettro Ottocento Toscano Europa e anche negli Stati Uniti. Scrisse

sua guida divennero molto popolari in tutta

guidata da Luca Marco Nistri (non a caso circa 400 composizioni (quasi tutte per banda),

19 operette, e anche diverse compo-

allievo di Gian Marcello Casini, proprietario

del volume) con Alessandro Casini alle sizioni per ensemble di mandolini, come la

nacchere e presente nel CD antologico della mazurka “Sorriso d’amore” (qui inclusa),

Pegasus appunto intitolato “Nacchere “Danza orientale”, “Franco-Italiana”, “Incantesimo”

(mazurka), “Minuetto

Toscane”, e quella di Lisetta Luchini nella

musicassetta “Canta Lisetta” (poi confluita Mirafiori”, “Serenata alla Luna”, “Sorriso

nel doppio CD “Toscana in musica” - affascinante” (mazurka).

Pegasus), sempre con Nistri al mandolino. Luigi Vangi, fiorentino, fu un

Mantini ha composto numerosissime marce,

polke e valzer, tra cui mi piace ricorda-

mandolino: valzer (come “Amicizia”, “Fre-

prolificissimo autore di strumentali per

re lo struggente “Ricordo di Fiesole”. nesie”, “Festa nuziale”, “Trianon”, “Turbine”,

“Umorismo”, “Occhi assassini”), polke

Agostino Pisani nell’anno 1900 fu autore

del Manuale Teorico Pratico per lo studio

della chitarra, che oltre a trattare il lato Fiorenzuola”, “Isolina”, “Babau”, “Come

(“Briosa”, “Allegria”, “Una gita a

didattico comprendeva anche la storia illustrata

della chitarra, l’aspetto strutturale ta di collo”), marce (“Vallombrosa”,

si ride”, “Strada facendo”), galop (“A rot-

degli strumenti a corda pizzicata, una ampia

bibliografia delle opere per chitarra e (“Adele”, “Cronaca cittadina”, “Frugolina”,

“Baratieri”, “Sangue italiano”) e mazurke

addirittura l’elenco delle fabbriche di tutta “Sui colli di Fiesole”, “Indiana”, “Seduzione”,

“La Nona”); il suo valzer “Il grillo del-

Italia. Il manuale sarà negli anni ristampato

molte volte. Di Pisani è presente nel volume

la polka “Adelina”.

lo, è ormai uno dei classici del repertorio

l’Ascensione” dedicato alla Festa del Gril-

Ettore Ricci (1854-1901) aveva già de La Nuova Pippolese. La raccolta esaminata

comprende ben tre brani di pubblicato la marcia “Altomira” con

Vangi,

70


le mazurke “Non divorziamo!”,

“La violetta”

e “Fior di primavera”.

Una menzione speciale

per un autore

presente nel libro che

sicuramente non rientra

nella rosa dei toscani,

in quanto era

addirittura messicano:

Juventino Rosas

(1868-1894), nato a

Santa Cruz, comune

che poi sarà intitolato

Cartolina viaggiata con lo spartito de “Il grillo dell’Ascensione” di L.

Vangi.

a lui. Compositore e violinista, è ricordato

per la sua più celebre composizione, il valzer

spagnolo “Sobre las olas”, che il

Bellenghi ha ridotto per mandolino e inserito

nel volume con il titolo tradotto in italiano,

“Sopra le onde”.

Con i mezzi a mia disposizione sono riuscito

a raccontare solo una piccola parte delle

storie di vite dei musicisti contenuti in questa

preziosa raccolta, ma già solo così sono

fiorite tante immagini, sensazioni e curiosità

che spero di aver acceso anche in voi lettori.

Quello che però va messo in risalto grazie

a questa ricerca è più che altro il contenuto

musicale, che per ovvi motivi non posso

farvi qui ascoltare, ma che vi assicuro è

uno scrigno ricolmo di piccoli tesori, appoggiato

in bilico sull’orlo del precipizio dell’oblio,

almeno fino a quando, di tanto in tanto,

qualche curioso musicista non decide di

raccoglierlo, di aprirlo e di far rivivere per

qualche minuto questa o quella melodia altrimenti

dimenticata per sempre.

71


A colloquio con Valeria Vitti e Rita

Serafini, due grandi attrici fiorentine

di Alessandro Bencistà e Lisetta Luchini

Il 14 novembre 2023 a Sesto F.no in casa

di Rita Serafini la redazione di Toscana

Folk incontra le attrici Valeria Vitti e

Rita Serafini. Queste due attrici rappresentano

oggi “il meglio” del panorama

attoriale fiorentino per esperienza, competenza

e carisma e sebbene con personalità

e modi diversi, possono essere definite

entrambe, senza tema di smentita,

“Grandi Attrici”. Il loro lavoro è stato e

sarà sempre più punto di riferimento per

le nuove generazioni. Rita e Valeria sono

attualmente in compagnia con Namastè

Teatro di Firenze, direttore Stefano Tamburini.

Int. Quali sono stati i vostri esordi sulle

scene? Cominciamo da Valeria.

Val. I miei esordi sono stati a nove anni

alle Cure dove abitavo e dove abitava anche

il Nannini (Giovanni l’attore) difatti con

lui ci siamo conosciuti da sempre. All’epoca

fecero una specie di “master” fra ragazzi per

fare una commedia musicale, La Cenerentola

e fui presa; si debuttò al Teatro

Metastasio di Prato, con questa operetta

quando avevo appunto nove anni. C’è una

lettera di mio padre a testimonianza che scrive

alla sua sorella dove le dice che “Valeria

si è data all’arte”. In ogni modo avevo già

mia zia che faceva teatro, sicché ero già

incanalata in quel ramo lì. In verità potevo

scegliere perché mia madre era una grande

sportiva, ottocentista primatista italiana e

finalista alle olimpiadi di Amsterdam del

1928, ha tenuto il primato fino agli anni 60,

lei voleva istradarmi per fare sport ma io ho

optato per la parte della mia zia e ho fatto

teatro. Questi gli esordi.

Int. Passiamo ora la parola a Rita.

Rita. Come esordio posso dire che ho

incominciato a fare teatro in Parrocchia a

otto o nove anni, a S. Salvatore in Ognissanti

a Firenze. Mi avevano dato da fare un

monologo che non avevo studiato, ma ricordandomi

in che cosa consisteva lo inventai

di sana pianta dall’inizio alla fine con la

mia maestra di teatro che era lì terrorizzata

e pensava: “ora questa chissà icché la

dice…” ma andò benissimo fra l’altro…

Perché io ero una specie di Giano bifronte,

molto timida in certe circostanze e assolutamente

disinvolta in altre.

72


In quarta o quinta elementare, non ricordo

bene, venne a scuola Tea de Seras, la

direttrice dell’Accademia dei Piccoli, la quale

era amica della mia insegnante delle elementari

e cercava bambini per la scuola di teatro

allora la maestra consigliò la mia mamma

di mandarmi, proprio per vincere la timidezza…

e fu così che andai all’Accademia

e scoppiò la mia passione per il teatro. I

testi delle recite che facevamo erano di Sergio

Tofano quello del Corriere dei Piccoli,

c’era anche un testo su Arlecchino ed io facevo

Colombina. Era una scuola importante,

una specie di accademia d’arte drammatica

per bambini. Solo che una volta alle medie

mio padre non volle che continuassi...

Int: Rita, tu sei nata in via Palazzuolo

a Firenze vero?

Rita. Io sono nata a Pistoia, dove i miei

genitori erano sfollati durante la guerra, perché

abitavano vicino alla Stazione di Firenze

e col pericolo dei bombardamenti ci trasferimmo

tutti a Pistoia. Il mio babbo faceva

il pendolare, prendeva il treno tutte le mattine

per venire a Firenze e tornava la sera e

denunciò la mia nascita a Pistoia, ma la residenza

era Firenze, in via Palazzuolo…. Con

il teatro sono arrivata a dodici anni perché

mio padre mi fece smettere, assolutamente,

disse: “tu hai da studiare…”

Val. Io invece non ho mai smesso anche

da bambina quando c’era bisogno di un

maschietto, ci si metteva un cappellino e via,

questo succedeva nella compagnia Certini

dove c’era anche la mia zia, Maria Andreoni

che recitava. Era la caratterista della compagnia.

Int. Valeria in casa tua erano favorevoli

al fatto che tu facessi teatro a differenza

di Rita?

Val. La mia mamma era uno spirito libero

poi aveva la sorella che recitava quindi ho

sempre continuato, ho interrotto soltanto un

paio d’anni quando sono andata in rivista

per andare al rock acrobatico, ma senza lasciare

il teatro, poi son tornata e ho ricominciato.

Int. Arriviamo ora a parlare dell’età

adulta, quali erano le compagnie di allora?

Val. Io l’ho girate tutte e quattro, sono

stata col Nannini, poi con la Pasquini, con la

Dory Cei e con Ghigo Masino.

Int. Rita, quando hai rincominciato a

recitare?

Rita. Io ho ricominciato sui quarant’ anni,

(al dopolavoro ferroviario) facevamo dei

corsi di letteratura e un anno con Patrizia

Creati si decise di fare la letteratura teatrale

cioè i testi teatrali. Lei portò con sé per farceli

sentire, l’attore Umberto Balli e fu veramente

un’esperienza interessante; Umberto

conosceva bene Bob Marchese e Fiorenza

Brogi due bravissimi attori del gruppo della

Rocca. Allora siccome Fiorenza in quel periodo

aveva casa a Firenze in piazza Santa

Croce, con Bob dissero che ogni qualvolta

fossero stati in città ci avrebbero fatto un

corso di Teatro e fu così che nacque questo

famoso corso, dove del resto ci siamo anche

conosciute con Lisetta, che si è ripetuto

per diversi anni e sempre finalizzato ad allestire

uno spettacolo.

Int. Allora dopo questo corso con chi

sei entrata in compagnia?

Rita. Abbiamo formato un gruppo nostro

GRUPPO LABORATORIO TEATRO e il

Dopolavoro ferroviario che cercava un

gruppo teatrale stabile al suo interno ed aveva

anche già fatto delle prove con altri, ci accolse

a braccia aperte, ci diede il saloncino

di via Alamanni che era già attrezzato per

73


Valeria Vitti.

spettacoli, non solo ci finanziavano ma addirittura

ci misero i tappeti rossi… Abbiamo

recitato addirittura anche nella sala Presidenziale

della Stazione di SMN, quella lungo

il binario 16, una sala bellissima, con tutta

una parete a mosaico stile liberty. Col

Gruppo Laboratorio Teatro abbiamo lavorato

anche con altri registi, oltre che con

Marchese e la Brogi, essi stessi insistevano

che lavorassimo con più registi possibile, da

ognuno di loro avete da imparare qualcosa

dicevano. Personalmente ho lavorato con

Alessio Pizzech, Alberto Gagnarli, Francesco

Tei (Le serve di Genet), … Con

Umberto Balli abbiamo fatto molte cose,

tutte interessanti poi abbiamo lavorato

anche con Marco Zannoni,

Alessandro Riccio, che faceva parte

del Gruppo etc ... Fermiamoci

qui.

Int. Arriviamo alla collaborazione

con Beppe Ghiglioni, poi

Namastè Teatro. Tu Valeria con

Beppe hai lavorato?

Val. Io sì, l’ho fatto cominciare io

a recitare Beppe! Lui aveva questa

Compagnia e poiché in quel periodo

ero libera dagli impegni con Il

Nannini con il quale lavoravo in

pianta stabile, mi chiese di recitare

con lui e cosi fu. Quando poi fui

costretta a smettere per impegni precedentemente

presi, fu allora che

entrò la Rita ma con Beppe ho fatto

tante cose anch’io.

Int. Certo, hai detto che non hai

mai smesso, fin da bambina, hai

fatto tutte le compagnie quindi

prima di entrare con Ghiglioni eri

con il Nannini?

Val. Si e poi ho portato il Nannini

nella Namastè, perché lui era giù di corda

dopo la morte della figlia, quindi andavo

sempre a fargli visita lì al barrettino dove

andava, glielo chiesi, “scusa ma ti piacerebbe…?”

- “Eh si’…” ne parlai in Compagnia

e lui accettò.

Int. Mi ricordo che si faceva La veglia

sull’aia... Adesso vogliamo parlare

dei cambiamenti del teatro d’oggi rispetto

a quello del passato?

Val. Ma prima si faceva di tutto, si cambiava

anche tre commedie la settimana, le

ho tutte in mente. Infatti facevamo anche delle

sostituzioni veloci, quando succedeva che

mancava qualcuno nella compagnia s’era tre

74


che si faceva le sostituzioni di corsa,

ci si sapeva destreggiare; c’era il

Ghiglioni, Manuelita Baylon ed io. La

scuola Certini era una fra le migliori

scuole del mondo per queste cose.

Manuelita l’ho conosciuta proprio

nella compagnia Certini, poi l’ho ritrovata

in altre situazioni, eravamo

molto amiche. Nella vecchia scuola

in qualsiasi maniera qualcosa si rimedia.

Nel periodo in cui siamo state

col Paolo Biribò c’era Manuelita con

me a fare Le sorelle Materassi nella

versione di Oreste Pelagatti che fu

un grande successo già dalla prima

al Teatro Puccini.

Int. La versione di Wanda

Pasquini fu fatta prima di questa?

Val. No, la prima fu quella del

Pelagatti, l’unica autorizzata. In quella

della Wanda la Manuelita faceva la

parte della maestra di Remo il nipote,

che fu interpretato da Fabio Rubino.

Int. Nella vostra (tua e della

Rita) ultima messinscena delle

Sorelle Materassi (versione di Ugo

Chiti) ripresa in apertura la scorsa stagione

2022/23 al Teatro de Le Laudi di

Firenze con la Compagnia Stabile

Namastè, Remo viene fatto da Riccardo

Scotto che bene interpreta questo complesso

personaggio. L’altra commedia

che vi vede felicemente insieme è Arsenico

e vecchi merletti di Joseph

Kesselring con la quale invece avete

aperto l’attuale stagione 2023/2024 sempre

al Teatro De Le Laudi di Firenze?

Val. Si, esatto, poi insieme abbiamo fatto

anche Allegretto perbene ma non troppo

sempre di Ugo Chiti, da cui fu tratto il film

Rita Serafini

Albergo Roma. Ugo Chiti ha cominciato

anche lui come attore, recitava con la Dori

Cei.

Int. Insomma due grandi attrici nella

stessa compagnia!... comunque le vostre

Sorelle Materassi sono strepitose! Siete

insieme anche nella Veglia sull’aia,

che verrà riproposta in aprile 2024. Racconta

un po’ Rita che ne sei la regista,

la genesi di questo spettacolo.

Rita. Eravamo alla ricerca di un testo nuovo

da fare per un altro spettacolo e c’era

questo di Beppe [Ghiglioni] che si chiamava

La veglia sull’aia, ai tempi è stato fatto anche

a Brodway, Beppe, faceva il vecchio.

75


Int.Tornando a noi Rita visto che nella

Veglia tu reciti in fiorentino, quando

hai cominciato col vernacolo?

Rita. Io ho cominciato a fare vernacolo,

per Beppe, perché non avevo mai fatto vernacolo,

l’ho conosciuto a Figline Valdarno

al Teatro Garibaldi perché Alberto Gagnarli

faceva una serie di letture per le scuole, facemmo

33 incontri sul teatro di Brecht; era

organizzato dallo stabile di Firenze. Mi ci

portò Francesco Tei, c’era Paolo

Santangelo, Lorenzo degli Innocenti e la

Laura Boccacci che ha fatto L’Accademia

a Roma e ora ha preso il nome d’arte di

Laura Forte…. I suoi testi girano per il mondo.

Ci siamo divertiti da matti per quattro

mesi piuttosto impegnativi. Alla fine fu fatto

Le nozze dei piccoli borghesi di Brecht,

sempre al teatro Garibaldi. Del gruppo che

aveva fatto le lezioni presero solo me e così

conobbi Beppe Ghiglioni perché faceva il

babbo della sposa, io facevo la mamma dello

sposo, e poi c’erano altri ragazzi, oltre gli

sposi. Avevano fatto i provini in tutta Italia,

c’erano giovani che venivano da Venezia,

dalla Sardegna, da Roma e facevano la fame

perché il rimborso spese era minimo; avevano

fatto tutti l’Accademia d’arte drammatica…

Val. Su i provini ci sarebbe tanto da dire...

Quando si fece Firenze capitale della cultura,

questa regista di Siena, faceva i provini

agli aspiranti attori, io ero insieme alla Gianna

Sammarco… ci dovrei avere ancora il manifesto,

poi si fece anche La metamorfosi

di Kafka. Noi s’era già fatto i provini ed

avevamo la parte ma veniva a fare i provini

appunto della gente piena di prosopopea,

io ho fatto questo, io ho fatto quello… Io e

la Gianna Sammarco s’era allucinate.

Rita. A proposito di provini e arroganza,

ai provini per la famosa commedia

“innominabile” (perché porta male...) quello

che doveva fare Nardino aveva la pretesa

di essere Fred Mercury, cantava bene ma

nella recitazione succedeva che lo correggessi

spesso allora mi disse, “Io ho fatto

anche Shakespeare”. A quel punto non ne

potevo più, e allora feci: “Tu avrai fatto anche

Shakespeare, ma sicuramente tu l’hai

fatto male”.

Val. Ah, ah, ah! Una volta la Tiziana Lari

disse a Pier Luigi Catocci: “Sa, si fa gli Spettri

di Ibsen...” E lui: “Beh! O icché vu vi

mettete, un lenzuolo in capo?” Ah, ah, ah!

Rita. E lì conobbi Beppe, capito? E scoppiò

una grande amicizia perché Beppe era

una persona gradevolissima, inviti a cena,

cosi...e siamo andati avanti un paio d’anni.

Lui da giovane era anche un ragazzo bellissimo

e nel teatro, si sa, il fisico, la presenza

contano e parecchio. Tutte le volte mi diceva,

vieni a fare uno spettacolo con me, ma si

lavorava tanto col Gruppo Laboratorio Teatro,

s’andava in giro a fare anche i concorsi.

“Una volta mi disse, sono nella merda, se

mi dici di no non sei un’amica”; per l’appunto

potevo, sicché andai e da lì… e mi

mandò da Bruno Betti (il marito della Dory

Cei e un attore molto bravo) a imparare a

recitare in vernacolo.

Int. Valeria allora raccontaci di Beppe.

Val. Beppe ho cominciato a farlo recitare

io, lo mandai io dalla compagnia Certini,

perché veniva sempre a casa mia con i dischi,

eravamo entrambi appassionati di musica,

io avevo il figlio piccino di due anni, mi

fece anche la corte, poi dopo diceva a tutti:

“Questa stronza m’ha riso ni’ muso!” Ah,

ah, ah ...Ci correva anche undici anni. Parlando

di teatro lui mi disse che gli sarebbe

tanto piaciuto farlo… allora ho detto “guar-

76


Le due attrici ne Le sorelle Materassi nella versione di Ugo Chiti. Compagnia teatrale Namasté.

da come si fa” e telefonai alla compagnia

Certini. Loro come Beppe gl’arrivò, lo misero

subito in scena, facevano I’ cucco della

mamma, una vecchia commedia della

Pierazzuoli siccome c’è questo matrimonio

dove uno dice una poesia per gli sposi, gliela

fecero dire a lui; “Ho bell’e cominciato” mi

disse tutto contento. Era anche un bel ragazzo.

Infatti quando incominciò a fare i ruoli da

vecchio lui era troppo bello, nonostante il trucco

c’era il portamento, la baldanza. Dopo di

che lui continuò mentre io ero in un’altra compagnia.

Quando venne La Veglia sull’aia,

tutto questo assembramento di cose, mi capitò

di fare questa La fattoressa un monologo

che io facevo già a dodici anni, fra un atto

e un altro tante volte mi truccavano, mi mettevano

un fazzoletto in testa e mi mandavano

fuori per intrattenere il pubblico. Oggi ormai

da quanto l’ho fatta, tante volte vo anche oltre,

la so tutta, è un pezzo anche lungo e tutte

le volte mi vien diverso.

Rit. È bellissimo questo monologo, nel

copione della Veglia sull’aia difatti non c’è

nemmeno, tanto Valeria lo sa a memoria.

Val. La veglia sull’aia è stata fatta all’origine

da Alfredo Bianchini, (con il suo famoso

disco 33 giri RCA A Veglia in Toscana)

poi ognuno c’ha lavorato sopra con

aggiunte, tagli, etc.…

Rita. Ho tolto prima di tutto il personaggio

del nonno, poi c’ho rimesso il Nannini

che ha portato il suo di bagaglio, cioè la cantante

lirica con La Traviata, Memo, il

Castagnaccio da L’Ironia e il coraggio di

Vinicio Gioli, etc...

Int. Parliamo anche del monologo La

perpetua di Gina Pagani, fatto da te Rita

nella Veglia.

Rita. È un monologo fantastico cavallo di

battaglia di una delle più grandi attrici fiorentine,

Gina Pagani, inizio 900, pieno di sfumature

succulente che denuncia già l’ipocrisia

di certi ambienti moralistici e benpensanti.

77


Rita Serafini che interpreta la perpetua ne La veglia sull’aia.

Val. Questo era già nel copione di Beppe

della prima versione della Veglia sull’aia,

lo faceva la Gianna Sammarco ora lo fa Rita

ed ottiene sempre un grande successo di

pubblico.

Int. Parlando della recitazione in vernacolo

rispetto alla recitazione in lingua,

intorno agli anni Venti e Trenta Firenze

era il centro del vernacolo, i testi delle

commedie fiorentine sono stati tradotti

in lingua e in altri dialetti, in genovese

da Cesco Baseggio, in napoletano da

Eduardo De Filippo; anche L’acqua cheta

di Novelli, la Famiglia di Carbocci

che dà lo spunto a Eduardo per la sua

Filumena Marturano. Diminuire il valore

culturale del vernacolo lo abbiamo

fatto solo a Firenze, vai a toccare il dialetto

a Napoli. Tutto nasce dal fatto di

non avere un vero dialetto in Toscana

ma Tullio De Mauro lo diceva: “Macché

vernacolo, questo è dialetto”

Val. Il fatto è che c’è stato un periodo,

soprattutto negli ultimi decenni del Novecento

in cui il vernacolo è stato sciupato,

trasformato in macchiette da osteria, si pensi

alle riduzioni de La fattoressa interpretate

da Luciano Ciaranfi, oppure a certe interpretazioni

di Ghigo Masino, che era anche

bravo finché è stato con la Dory con la

quale ha fatto sempre delle cose belle. Lui

ha visto che il pubblico ci stava con certe

situazioni boccaccesche così si riempivano i

teatri.

Rita. Per questo non volevo fare il vernacolo,

perché aveva questa fama di

pecoreccio. Ma quando ho visto per la prima

volta Il gatto in cantina, di cui da bambina

vedevo sempre le locandine nei negozi

e mi chiedevo chissà come è questo spettacolo,

ho cambiato idea. Poi quando ho incominciato

a recitare in vernacolo credo che

mi abbia molto arricchita come anche Paolo

Santangelo che mi conosceva bene, mi fece

78


notare perché avevo acquisito più naturalezza…

Val. Certo anche la Manuelita che faceva

una scuola di Teatro insieme a Remo Masini

il marito, al Teatro di Cestello, faceva fare

prima il fiorentino, per la naturalezza e poi

quello in lingua. Anche alla Pergola dai grandi

attori si sente talvolta qualche accento regionale

ma questo non toglie nulla alla recitazione.

Anche Mastroianni diceva “il

zinema…” ma restava sempre Mastroianni.

Bisogna dire che però noi a Firenze non si

sbaglia neanche un accento.

Int. Andiamo avanti, con la vostra storia,

qualche aneddoto, curiosità? …

Val. Come le leticate che spesso

avvenivano…Volavano copioni, stracci…

Oppure sentite questa: Beppe, una volta in

scena mi dette un ceffone così forte che mi

rintronò tutto l’orecchio, mi doveva dare solo

uno schiaffo… Lo fece proprio a bischero,

e come mi dette il ceffone io, Tà! Gliene detti

un altro… e mi continuò a fischiare un orecchio

per un be’ po’. Lui rimase, non se

l’aspettava. Invece il Betti, il marito della

Dory Cei, in quinta per farci uscire ci dava

certi cazzotti… quando si faceva L’acqua

cheta mi diceva: “Vai, ritorna a fattelo pagare

i’ gelato!”. Lui faceva l’Ulisse e io la

Rosa, e tutte le volte, “Dai! ritorna a fatti

pagare i’ gelato”, e c’avevo un livido così, a

me mi vengan subito, ‘un so icché gli prendeva.

Int. A subire proprio non ti ci vedo Valeria.

Val. E lo credo! Questo invece mi successe

col Picchianti; si faceva L’agonia di

Schizzo. Siamo tutti in scena, il figliolo deve

entrare, io facevo la figliola, la Sammarco la

mamma; chiesi “Icché gliè successo?”, e lui

che si era dimenticato la parte: “Nulla”. La

Gardenti “Come nulla?” gl’era venuto un

vuoto di memoria. C’aveva una faccia…

“Qualcosa doveva essere successo” la disse

Sammarco, il panico completo. Un’altra

volta doveva far intervenire i’ Nannini; s’era

io e la Silvia Bigazzi, cominciai a soggettare

e vedevo i’ Nannini lì, col copione in mano,

fermo e unn’entrava; a un certo punto gli

dissi: Entri o non entri? E lui: Te l’avevo detto

che ‘un toccava a me. Ma io l’avevo detto

piano, lui no, aspettava la battuta… era

un poco che s’era detta.

Rita. E ne La veglia sull’aia, al Museo

del contadino di Sesto? Quando il Nannini

era per entrare e chiese a Stafano Acciarino:

“Icché si fa stasera?”

Int. Si farebbe notte con questi aneddoti.

Andando avanti, parliamo un attimo

delle vostre esperienze nel Cinema

che Valeria fa regolarmente credo, da

quando?

Val. Fu proprio Monicelli che me lo chiese,

la prima volta fu in Amici miei, facevo

una puttana…per un periodo non ho fatto

altro. Poi son passata di categoria e facevo

la maitresse. Dopo ho fatto diverse cose

anche in televisione, Don Matteo in un episodio

insieme a Forconi, poi anche un personaggio

nei Delitti del Bar Lume, poi in

Rai tre in Un posto al sole, poi ho fatto

cinema con Leonardo Pieraccioni nel Il principe

e il pirata, Ti amo in tutte le lingue

del mondo, … Turbo, ti ricordi? quello col

cane, c’era Massimo Perla, che dirige tutti i

cani che “recitano” nel cinema… il suo lo

mise subito dentro la roulotte e mi dava tutte

le linguate. Lui li mette via per non farli

corrompere, sennò dopo ‘un gli danno più

retta. ...

Int. Te Rita hai avuta qualche esperienza

nel cinema e televisione?

Rita. Si qualcuna anch’io. Ho fatto una

fiction legata al Sole 24 ore … poi ho fatto

79


alcuni video pubblicitari, e alcune partecipazioni

a fiction e programmi Mediaset.

Val. Anch’io ne ho fatte di pubblicità per la

Vodafone sul nuovo telefono, ero una

testimonial, mi fecero anche un provino… Oggi

ormai i provini si fanno in casa da soli, li chiamano

videotape... ma icché vogliano? Questo

me lo feci da sola, quello per fare la moribonda

che racconta della su’ vita per la serie televisiva

Un posto al sole e poi andai a girare a

Napoli, alla Rai.

Int. Certo Un posto al sole, una serie

molto seguita che si gira da quanti anni?

Val. 27 anni, l’autista che mi venne a prendere

alla stazione andava in pensione e lo aveva

fatto tutti gli anni. Accanto c’era anche lo studio

di Chi l’ha visto? Tutto girato a Napoli, qui alla

RAI di Firenze ormai non fanno più nulla.

Int. Tutte le commedie che facevano

alla RAI di Firenze e tutta la musica dal

vivo con orchestre intere e cantanti,

Narciso Parigi lo raccontava, si alzavano

la mattina molto presto per far assestare

la voce in tempo per la registrazione

in diretta poche ore dopo.

Val. C’era il Grillo canterino con la

Pasquini che faceva la Sora Alvara,

Corrado De Cristofano Gano i’ duro di San

Frediano, Gianfranco D’Onofrio che scriveva

i testi, Bibi Faller e Maria Grazia Fei

che cantavano ecc…

Int. Sembra che il materiale del Grillo

Canterino sia andato tutto perduto, dicevano

a causa dell’alluvione, ma in realtà

sembra che registrassero sopra le

videocassette e non rimane quasi nulla;

quando la Rai di Firenze fece il CD (mille

copie) fu Carlo Dalla, instancabile produttore

di musica popolare nonché bravo

cantante ad offrire le registrazioni

conservate nel suo Archivio. Ma questo

è un altro discorso…

Grazie a Rita, Grazie a Valeria, a tutte

e due buon proseguimento sulle tavole

del palcoscenico!

80


La Casa Museo di Monticello Amiata

di Franco Cherubini

Il paese di Monticello sorge a 735 m di

altezza in uno degli ultimi colli che

dall’Amiata occidentale degradano verso la

Maremma.

Le sue origini risalgono all’Alto Medioevo

quando su quel colle che spazia su ampi

panorami dall’Amiata alla val d’Orcia, sino

al mare esisteva un piccolo nucleo abitato

dove era presente un Castaldo, probabilmente

il nucleo abitato consisteva in una specie

di roccaforte dalla quale era possibile

controllare gli ampi spazi prima descritti.

Nel 1240, in seguito ad un incendio che

distrusse il poco distante castello di

Montepinzuto, i monaci cistercensi dell’Abbazia

di San Salvatore nel monte Amiata,

signori di quelle terre, autorizzarono gli abitanti

di Montepinzuto a costruire un nuovo

castello nel colle adiacente denominato

Monticello.

Il paese fu costruito su un disegno ben preciso

del quale ancora oggi ne conserva le

caratteristiche. Pianta ellittica contornata da

mura con cinque torri di guardia e due porte,

una a sud ed una a nord, collegate tra

loro da una via centrale e altre vie concentriche

laterali collegate tra loro da traverse

perpendicolari denominate “chiassi”; nello

spazio tra le varie vie vennero costruite le

case la chiesa e gli edifici pubblici,

Nel palazzo che un tempo ospitava il comune

e il tribunale di Monticello, nel 1986

in occasione dell’annuale “Festa della castagna”

fu individuata un’abitazione rimasta

integra per secoli che il proprietario concesse

per allestire un’esposizione temporanea di

oggetti legati alla manutenzione dei castagneti

ed alla raccolta e trasformazione della castagna.

Da qui l’idea di destinare quei locali

ad una Casa Museo. Il proprietario dei fondi

si rese disponibile a concedere in affitto i

locali all’amministrazione comunale di

Cinigiano che ne affidò la gestione alla locale

Pro Loco.

La Casa Museo fu inaugurata nel 1987

divenendo il luogo di esposizione permanente

di strumenti di cultura materiale contadina e

oggetto di ricerche e studi sulla storia e le

tradizioni popolari di quella che fu la vita

quotidiana in particolare degli abitanti di

81


Gli ambienti della casa contadina ricostruiti nelle sale del Museo.Sopra:

la cucina. Sotto: la camera.

Monticello e più in generale del territorio

Amiatino.

La struttura museale successivamente è

stata acquistata dalla Comunità Montana

dell’Amiata Grossetano (oggi Unione dei

Comuni) ed è gestita dall’Associazione Culturale

Casa Museo

istituita nel 1998.

Il percorso museale

si sviluppa su due piani:

al primo piano troviamo

gli ambienti

della cucina e della

camera allestiti con

arredi autentici e suppellettili

di uso quotidiano,

al piano

sottostante troviamo

la stalla ed i locali dell’antico

frantoio a trazione

animale dove

sono sistemati anche

strumenti usati nei lavori

agricoli ed artigianali,

la Casa Museo

consente al visitatore

di ottenere una

visione complessiva

di ogni aspetto della

vita di fine ‘800 ,dalla

quotidianità domestica

ai lavori svolti in

campagna dalla popolazione

di questo

piccolo borgo di

montagna.

Adiacente al museo

si trova il Centro

Culturale con laboratorio

didattico, dove

sono raccolte anche

in formato digitale importanti testimonianze

della tradizione e della vita del paese di

Monticello Amiata oltre ad una ricerca storico

antropologica sul ciclo dell’olio e della

castagna. È presente anche materiale

bibliografico relativo alla storia dei paesi

82


La tavolata della cena in strada a conclusione

della manifestazione “Artificia Necessaria”.

dell’Amiata, utile per approfondimenti sulle

tradizioni del territorio.

La visita alla casa museo può essere completata

percorrendo due itinerari: “la Via della

Castagna” e la “Via delle Fonti “. La “Via

della Castagna” attraversa i luoghi di produzione

di uno dei frutti più importanti nell’economia

della montagna, si snoda in spazi

naturali e colture reali, luoghi dove uomini

e donne lavoravano insieme, ripercorrendo

tratti della tradizione vivi ancora oggi.

La “Via delle Fonti” offre vari spunti di

interesse antropologico e paesaggistico,

ripercorre una delle strade usate per recarsi

nelle campagne adiacenti al paese di

Monticello; lungo il tragitto troviamo due

fontanili ove le persone oltre ad attingere

acqua ed abbeverare gli animali erano

solite incontrarsi e socializzare scambiandosi

notizie e “pettegolezzi” di paese.

Tra le varie iniziative che l’associazione

casa museo organizza nel corso

dell’anno ci sono due appuntamenti fissi

quali “MonDOcello” ed “Artificia

Necessaria”.

“MonDOcello” il mondo nel cuore

di Monticello”: la manifestazione organizzata

sin dal 2012 consiste in una

festa dove le varie etnie presenti in

paese (oltre 30) preparano e depongono

nella lunga tavolata allestita nella

piazza un cibo o una bevanda della loro

tradizione, degustando tutti insieme

questi piatti si crea una sorta di comune

partecipazione e di integrazione dei

presenti, inoltre la serata è allietata con

musiche e balli dei cinque continenti, la

condivisione del cibo e della musica

facilita la conoscenza e l’integrazione

tra i popoli.

83


“Artificia Necessaria” mestieri e sapori di

un tempo: dal 1998 la manifestazione si svolge

l’11,12,13 agosto di ogni anno, in questi

giorni la Casa Museo si apre al paese con

iniziative culturali, presentazione di libri, racconti

di storie, canti popolari ecc. Inoltre sia

all’interno della Casa, che negli angoli più

suggestivi del paese, vengono riproposti quei

mestieri di un tempo non troppo lontano che

la modernità ha soppiantato con oggetti e

materiali di origine industriale, quindi troviamo,

chi fa il sapone, il maniscalco, il fabbro,

il falegname, l’arrotino, chi fila la lana, o fa

lavori a maglia, chi fa il formaggio, chi intreccia

vimini, canti d’osteria ecc. facendo

rivivere nel borgo quell’atmosfera serena e

pacata in cui i ritmi del lavoro e dello svago

riconducevano ad un comune sentimento di

appartenenza al paese e alle sue tradizioni.

L’ultima sera una grande tavolata in piazza

permette di degustare i cibi della tradizione

contadina, cibi poveri ma gustosi che ci sono

stati tramandati da chi ha conservato antiche

ricette che l’associazione ha meticolosamente

raccolto affinché si tramandino alle future

generazioni quelli che erano i genuini sapori

di un tempo; come avveniva nelle feste paesane

la serata è allietata dal canto popolare

della tradizione toscana.

Questa è la storia Casa Museo: una casa

rimasta intatta per secoli, arredata con i suoi

poveri oggetti che sembrano appena appoggiati

lì per poi essere usati all’occorrenza, dove

entrandovi si sente e si respira l’atmosfera

ottocentesca del quotidiano popolare.

84


Museo Etnografico “DON Luigi Pellegrini”

di San Benedetto in Alpe

Un incontro con tante storie… anche con la nostra

di Sonia Salsi

Ritrovare le radici, su su lungo la trama

del Tempo, in una immobilità che sembrava

eterna, nella provvisoria eternità delle

cose terrene, scossa, turbata e disgregata in

breve succedersi di anni, in epocale

trasmigrazione.

Incontrare oggetti plasmati e animati per

la vita quotidiana e per il lavoro, animati dalla

vita quotidiana e dal lavoro, testimoni e custodi

di generazioni, le cui opere e i giorni

sono dentro di noi. Incontrarli, salvati e custoditi

in un museo, ad evocare memoria e

vita di quanti li usarono o li fabbricarono ed

ora parlano con noi.

Emozione e inaspettato coinvolgimento ci

accolgono in queste stanze dell’antico ospedale

nel piccolo borgo di San Pellegrino in

Alpe; nei secoli esse ospitarono i viandanti

e i fedeli devoti al santo eremita eponimo,

nel lungo percorso che, da Lucca giungeva

a Castelnuovo Garfagnana, fino a questo

crinale dell’Appennino tosco-emiliano.

Luoghi duri e difficili a viverci, tra casolari

sparsi o piccoli agglomerati, tra i prati degli

alti pascoli e faggi e castagni, in forme minime

di isolata economia di sopravvivenza,

scalfita appena dai pochi incontri con qualche

raro venditore ambulante.

E questi oggetti d’uso della vita quotidiana

accompagnavano lo scorrere immobile

delle generazioni, finché le irreversibili trasformazioni

della contemporaneità li hanno

resi “inutili e fuori del tempo”: parole dell’ideatore

del Museo, Don Luigi Pellegrini,

che giunse nel borgo come economo spirituale.

Dagli anni Sessanta e per un decennio,

con l’aiuto di alcuni giovani del luogo e

del paese di Chiozza, egli organizzò la raccolta

di oltre quattromila testimonianze di

cultura materiale, finite nelle soffitte o ammassate

per essere distrutte, mentre tante

famiglie scendevano alla pianura che, confidavano,

le avrebbe riscattate da stenti e miseria.

La ristrutturazione dell’antico ospizio offrì

ampi spazi alla raccolta e realizzò “lo scopo

di salvare oggetti, ma essere soprattutto testimonianza

… della creatività e del lungo

85


I fili del tempo si intrecciano.

percorso del quale l’uomo si è reso protagonista

…” Testimonianza della civiltà contadina

e pastorale della Garfagnana e, più in

generale, dell’Appennino Tosco-Emiliano;

testimonianza-archetipo di tanti luoghi tra loro

lontani, essa riassume in sé i segni di un mondo

che sembra venirci incontro da un arcaico

passato, ed è, invece, appena dietro di

noi. Testimonianza tanto più intensa, documentata

com’è dai tanti esempi di oggetti,

simili o analoghi, disposti con cura a creare

geometrie artistiche, a intessere tra loro un

vasto, corale, silenzioso colloquio.

Le grandi sale ospitano una ricostruzione

a tema degli ambienti, dalla cantina alla

cereria, dall’officina alla bottega del fabbro,

dalla cucina alle camere… In esse sono disposti

i tanti oggetti: suppellettili, aratri, stoviglie,

coperte e fiaschi, e botti e lumi e il

desco del ciabattino e le stadere e i telai …

In ogni sala una rievocazione, una atmosfera

di vita: nel seminterrato la cantina con i

fiaschi impagliati e il torchio dalla lunga vite,

con un singolare tipo di botte, scavato direttamente

nel tronco. Quanta fatica sarà

occorsa? E quanta ne sarà stata necessaria

per costruire, con la stessa gravosa e dura

tecnica, l’armadio della camera povera, e la

cassapanca, cilindrica anch’essa?

La cuna, a sinistra del letto, reca una sua

grazia con alcuni disegni incisi sulle assi.

Appena modellato in scuro legno il capoletto,

mentre quello della camera del padrone è in

ferro battuto, elegante nelle sue volute che

si riflettono sullo specchio sopra il cassettone.

Non ci sono intendimenti di messaggi

sociopolitici in questi allestimenti, ma

l’abissale differenza fra arredo e suppellettili

nei due ambienti parla da sola.

La domestica e quotidiana intimità della

cucina ci viene incontro con i mestoli e le

pentole in rame, i coperchi che sembrano

scudi sulla rastrelliera, col tavolo e le sedie

appena squadrate. Il camino ne è il cuore

col suo nero paiolo. O forse lo è il girello

per il più piccino, per i tanti “più piccini” che

86


La cucina.

si sono succeduti nell’impresa di imparare a

camminare, fra le gambe del tavolo e le mamme

e le nonne indaffarate.

E si apre al bel riflesso del pomeriggio estivo

la grande sala della tessitura: pare di entrare

in una abside luminosa. Le macchine

domestiche dell’aspo e dell’arcolaio ravvivano

il pavimento e le pareti stesse su cui

sono disposte; forse, sino a qualche momento

fa, giravano in animato dialogo, in muta

colonna sonora della memoria. Al nostro ingresso,

tacciono, ma se ne avverte l’eco.

Ordito bianco, luminoso e ben steso, lunghi

pedali di legno, scuro e ravvivato dal pavimento

di rossi mattoni, i telai sembrano organi

musicali che abbiano appena smesso di

suscitare il lungo e ritmato suono degli ingranaggi

nella corsa della spola.

E all’improvviso, nel frammento di copriletto

che, dalla traversa inferiore, pende

come uno stendardo a documentare il risultato

del lavoro di tutto il meccanismo, il Passato

ci coglie, ci avvolge, ci commuove...

All’inizio di ogni inverno una coperta dello

stesso colore rosso, con gli stessi motivi geometrici

definiti da un contorno bianco, viene

stesa sul nostro letto: è la coperta che

nostra madre tessé, tanti anni fa, quando,

giovinetta, in un borgo del contado fiorentino,

preparava il corredo col telaio della famiglia

e col pensiero ad un “vago avvenir”.

È un sincretismo: passato e presente si ritrovano,

per un attimo sulla ruota del Tempo

e si uniscono, nell’affetto, nel ricordo,

nel rimpianto.

Continuiamo la visita col cuore che rimane

a quel telaio… finché, nuova emozione e

commozione, incontriamo l’ambiente in cui

è ricostruita la bottega del ciabattino e del

calzolaio, col deschetto e tutti gli attrezzi:

come quelli che nostro padre imparò ad usare

nel paese della sua fanciullezza, anch’essi

custoditi da noi, ancor oggi. (foto 3)

Sconosciute presenze di epoche e luoghi

che non abbiamo vissuto né abitato sono accanto

a noi, come parenti, lontani lungo il

87


Il deschetto e gli attrezzi del calzolaio.

tempo su cui scorrono le storie, ma vicini a

noi nel tempo delle emozioni, estranee alle

coordinate della cronologia e della ragione.

Una atmosfera raccolta e silenziosa ci ha

sostenuti e sollecitati ad avvertire in noi una

sorta di nostalgia di un passato non vissuto;

pochi i visitatori che abbiamo incontrato nel

lungo pomeriggio. Eppure questo Museo

raccoglie in sé il significato stesso e i fondamenti

teorici dell’Antropologia Culturale ed

è validamente gestito dal Centro Tradizioni

Popolari di Lucca. Ma non è stato ancora

vinto il diffuso pregiudizio che relega il significato

di “cultura materiale” in una sorta di

nicchia delle curiosità del passato. Eppure

essa rende alla vita ciò che è della vita nello

scorrere, incorruttibile e inappellabile, del

tempo: la Vita stessa.

88


Festival del SedicidAgosto, Rassegna di

musica popolare in ricordo di Sante Caserio

di Jonni Marucci e Giampiero Mortaro

Roccatederighi (per chi ancora non la conosce)

è un borgo medievale nelle colline

metallifere maremmane.

Tante sono le tradizioni, più o meno antiche,

legate a questo paese.

Sicuramente la più antica in assoluto è la

tradizione del canto .. il canto corale a cappella

e senza strumenti.

Alla fine dell’800 e ai primi del ‘900

Roccatederighi era un paese di minatori, vita

dura, agricoltura di sostentamento.

Il paese in quei tempi era molto impegnato

socialmente.

Fu fondata la società di “Mutuo Soccorso”

e nei primi anni del ‘900 Antonio Gamberi “Il

Poeta Minatore”, con alcune donne del paese,

appoggiati dal Partito Socialista dell’epoca,

fondarono proprio a Roccatederighi il primo

circolo Femminista in Italia

Nel paese sorge ancora oggi il busto di

Francisco Ferrer (uno dei pochi se non l’unico

superstite del fascismo). Superstite perché

alcuni compagni dell’epoca lo nascosero

per riportarlo al suo posto 20 anni dopo.

Queste sono solo alcune storie della Rocca

del ‘900, ma storie molte chiare per capire

che aria tirava in quel tempo; l’ideologia

era molto forte, il Socialismo e

l’Anarchismo erano presenti nella società.

In quel periodo un compagno di nome

Enea Bonelli andava camminando per la

macchia fino a Siena (più o meno 50 km)

per partecipare alle assemblee anarchiste e

qui ascoltava le nuove idee, gli argomenti e

soprattutto canti.

Quei canti che lui stesso riportava e cercava

di trasmettere agli altri compagni del

suo paese. Li riportava e nel tempo hanno

preso la loro singolarità, sono unici perché

tramandati a voce e in quegli anni di lotta

sociale cresce l’idea, cresce il fermento e

cresce il canto.

Il canto a Roccatederighi diventa quotidiano,

nei bar, nelle botteghe e in piazza, c’è

sempre qualcuno che canta.

In questo periodo diventa importante a

Roccatederighi la figura di Pietro Gori, si

segue da vicino le vicende dell’avvocato

anarchico, in particolare tutta la difesa nel

processo a Sante Geronimo Caserio; tutta

89


La locandina dell’ultima edizione.

Roccatederighi, il monumento a Francisco

Ferrer.

la vicenda del giovane anarchico toccò molto

il movimento dei compagni rocchigiani.

Il canto, che ora prendeva sempre più forma,

seguì altrettanto queste vicende.

“Il maggio”, “Sante Caserio” e “Il sedici

d’Agosto” (tutte scritte da Pietro Gori) diventarono,

tra le tante, le canzoni più sentite

e cantate.

Con il tempo che passa inesorabilmente,

dobbiamo ricordare una persona importantissima:

Mario Bonelli (nipote di

quell’Enea) perché ha fatto da tramite tra suo

Nonno Enea e la generazione dei suoi figli,

(noi cinquantenni di oggi).

Senza di Lui tutto questo sarebbe andato

perso. Grazie a Mauro (che è mancato da

poche settimane).

Nel 2006 fu pubblicato il primo CD. bellissimo,

con le voci del passato; nel 2016 un

altro CD, con il coro che oggi ancora oggi si

chiama “Sedici d’Agosto”; nel 2017

l’idea che il 16 d’Agosto (giorno in cui fu

giustiziato Caserio) doveva diventare un

evento di Roccatederighi.

Un tam tam di email, il 16 Agosto 2017

portarono alla Rocca circa 250 persone (che

per un paese di 700 sono tante); nel 2018 si

ripete il festival, prende forma e oggi il Festival

accoglie circa 700 persone a serata, diviso in

3 serate.

Dal 2019, ospiti del campo sportivo (ottima

cucina e tanta musica) molti artisti che ci

tengono ad essere presenti, perché si respira

storia, cultura e libertà.

Grazie a Toscana Folk per questa possibilità

grazie a tutte le persone che ci seguono

e che ci seguiranno!

Vi aspettiamo all’edizione 2024 che naturalmente

avverrà il 16 di agosto. (J.M.)

Sono Giampiero Mortaro, umbro

transumato in Maremma, con la passione

90


Il primo CD.

Copertina del CD “Amore Anarchia”.

della musica fin da piccolo negli ultimi anni sono

riuscito a costruire un dialogo tra i gruppi folk

dell’Umbria e abbiamo scritto insieme una proposta

di legge regionale.

A ondate si risveglia l’interesse per questo tipo

di tradizioni locali anche nei giovani e nelle istituzioni.

Nel 2018 entro in contatto quasi per caso

con Jonni Marucci che stava organizzando un

festival di canti anarchici, mi appassiona da subito

sia per la valenza politica di classe sia perché

mi avvicina ad una tradizione diversa, ma

che, in qualche modo, sento che mi appartiene.

Inizialmente si è trattato di proporre alcuni canti

di protesta della tradizione Umbra e laziale, poi

mi sono messo a disposizione come tecnico del

suono sul palco. Nel frattempo ho scritto canzoni,

provato un gran numero di musici, cantanti

e collaboratori.

Negli anni a seguire collaboro intensamente

con Jonni, finché transuma anche lui e mi ritrovo

a gestire quasi tutta l’organizzazione di

quello che è nato quasi per gioco, come una

cosa locale, per diventare una realtà abbastanza

solida.

Vorrei ringraziare tutti quelli che hanno reso

possibile questa cosa con la loro presenza

ed il loro contributo ideologico e musicale

ed il loro entusiasmo.

Dico grazie a quelli che ci hanno sostenuto

fin da subito con la colonna portante del

Coro SedicidAgosto (depositari della tradizione

corale/anarchica di Roccatederighi),

grazie l’Istituto Ernesto de Martino di Sesto

Fiorentino che ha sottolineato l’iniziativa con

lo striscione/slogan “NOSTRA PATRIA E’ IL

MONDO INTERO”, alla rivista UMANITA’

NOVA con i suoi banchetti di libri ben scelti

(sempre più una rarità in questi tempi di

cellulari omnicomprensivi), alla libreria Cassa

Anti-repressione di Bruno Filippi, a La

Fiaccola dell’Anarchia che è un gruppo di

individualità che si propone di divulgare il

pensiero anarchico come filosofia di vita attraverso

la partecipazione e la creazione di

eventi culturali tesi a rilanciare la cultura storica,

il teatro e la poesia. Grazie ai Poeti

Estemporanei dell’ass. Sergio Lampis di

Ribolla nella figura di Irene Marconi poetessa

e cantante (erede di Domenico Gam-

91


beri storico organizzatore del Raduno di

Poesia estemporanea di Ribolla) che aprono

sempre con le ottave di saluto e le sfide

poetiche, grazie a Lisetta Luchini e a La

Stazione Rossa le voci della tradizione, presenti

a tutte le edizioni.

Dico grazie anche a quelli che poi si sono

aggiunti negli anni: Alessio Lega giovane

cantautore libertario erede di maestri come

Ivan della Mea; De Soda Sisters gruppo

femminile agrifolk, (come dicono loro), di

Rosignano Solvay, i Ribellicanti un progetto

ideato da me con il quale vorrei invogliare

all’ascolto dei testi critici e la musica allegra,

in uscita tra qualche giorno il singolo

“Tutto Cambia”, Dino Simone (L’uomo-fisarmonica

con due nomi e senza cognome),

Mars and Pluto di Bologna (due pianeti che

ci sorprendono), Andy Rocchi (che ha fatto

diventare canzoni le poesie di Antonio Gamberi),

Il Fiore d’Agosto, Bianca e

l’Uvaspina, Le Bestie di Bacco (con il loro

spettacolo di fuoco e la musica medioevale,

più tradizione di così!)

Grazie anche a quelli di una volta sola:

Bube e i mazzacani della soffitta, I

Suonatori della Boscaglia, Barbara Lupo

e Vicente Gonzales, Bostik Fagioli Group,

Massimo Liberatori & La Società dei

Musici, gli Skapaccioni (piccoli eredi che

reinventano la tradizione), Montelupo (che

volevano un nome da amaro ma che in realtà

sono alcuni musicisti del “muro del canto”

con la grinta e la voce inconfondibile di Daniele

Coccia). Quest’anno Piero Bronzi ha

realizzato delle riprese del festival che diventeranno

un video…

Ognuno con la sua versione appassionata

di canti così antichi eppure così attuali.

Un grazie a chi canta per amore o per

rabbia.

Grazie a quelli che hanno cantato per

più di 100 anni, di padre in figlio, e a quelli

che le ascoltano per la prima volta.

A chi canta dal microfono e tutti quelli

che cantano da sotto al palco, anche

quando il palco è alto solo 20 cm.

A quelli che si ricordano tutte le parole e

anche a quelli che hanno bisogno di leggerle

per l’ennesima volta.

Chi canta sempre allo stesso modo eppure

ha bisogno di provare.

A chi cambia sempre musicisti e accordi.

A chi sperimenta.

A chi sceglie poesie che diventano canti

A chi odia le prove ed ama improvvisare

Anche a quelli che poi si sono allontanati

per seguire la propria strada

A chi, la musica piace farla e quelli che

piace ascoltarla, ballarla.

Agli ipercritici. A chi si offende se non lo

chiami anche quest’anno.

A quelli che fanno chilometri con il camper

per esserci e a quelli che vorrebbero

farlo.

A coloro che hanno presentato la loro vita

come fosse un romanzo.

A quelli che si concentrano sui contenuti

e quelli che gli piace il suono delle parole

come rimbomba nei pensieri

Grazie a tutti loro la musica R-esiste, anzi

si fa più Resistente.

Sopravvivono semi di rivolta, o almeno

di lettura critica costruttiva della realtà,

possono nascere papaveri rossi tra le crepe

del cemento. (G. M)

92


Paolo Papalini, fisarmonicista e cantastorie

di Lisetta Luchini

Sono qui con Paolo Papalini, un

cantastorie toscano nato a Chiusi,

dalla spiccata personalità che mi colpì fin

dal nostro primo incontro per la sua voce

tonante ma anche morbida, la sua presenza

scenica, il suo modo di suonare la

fisarmonica “diverso” che poi ho capito

essere un modo “brasiliano” o comunque

alternativo. In effetti tutto in lui sembra

essere alternativo come ad esempio

l’interpretazione de L’amore è come

l’ellera o altri brani popolari classici oppure

di famosissimi brani di Riccardo

Marasco ma anche di canzoni

intramontabili dei nostri cantautori. Insomma,

amici e soci di Toscana Folk, conosciamo

insieme Paolo Papalini.

Paolo. Lisetta, noi ci siamo conosciuti in

un bel pomeriggio assolato a Siena in cui io

cantavo sotto gli archi del Duomo, dove

andavo fino a poco tempo fa con molto piacere

e dove spero di tornare presto. Cantavo

le mie canzoni, quelle degli autori a cui

tengo e musica brasiliana. Uno pensa: “ecco

un artista di strada”. Sì, sono artista di strada,

ma sono arrivato ad essere tale dopo un

lungo cammino. Tutto è iniziato con l’interesse

per la poesia, in realtà.

Mi sono avvicinato alla musica perché mi

interessavano anche le parole, la letteratura.

Portare per strada la poesia e il messaggio

orale insieme alla musica per me è stato sempre

un sogno: ricordo da bambino che vidi

un fisarmonicista di strada e dissi “vorrei fare

questo da grande”. Essendo figlio di contadini,

di gente umile delle mie zone, del “Chiugi

Perugino” quella fine della Val di Chiana che

non è né Toscana né Umbria, i genitori ti

educavano ad andare via dalla campagna,

dicevano “studia che poi avrai un futuro migliore”,

almeno a noi bambini degli anni 70

(io sono del 1974).

Le colline da cui provengono i miei non

sono la Val di Chiana ricca e opulenta, le

colline del Chiugi sono un po’ un’isola, dove

la campagna era veramente dura e c’era la

fame negli anni 50, dopo la guerra.

Quindi mi hanno spinto a studiare, io ho

fatto Economia e poi mi son sempre interessato

al tema della povertà, della guerra,

ho fatto la tesi in Egitto, ho iniziato a lavora-

93


Paolo Papalini e la moglie.

re con la cooperazione internazionale fin da

giovane e queste esperienze mi hanno portato

a lavorare prima nella Bosnia dopo la

guerra, in Albania in epoca ancora di faide,

poi in Colombia dove son stato con i sindacalisti

un anno insieme all’Arci Nazionale e

poi infine in Brasile.

In Brasile ci son stato che già ero un artista

di strada: avevo 29 anni e avevo già fatto

diverse esperienze di musica quando stavo

in Italia, avevo fatto già il mio primo spettacolo

di cantastorie, mi ero già esibito in

tante piazze insieme a degli amici, altri musicisti

come me un po’ scapestrati e un po’

anarchici e quindi quando sono arrivato in

Brasile in realtà avevo chiaro che non sapevo

chi ero, se ero un musicista, se ero un

artista, se ero uno a cui gli piaceva fare qualcosa

per salvare il mondo.

In realtà ero un po’ tutte queste cose e il

Brasile mi ha aiutato a trovare una sintesi

dandomi degli strumenti musicali che io disconoscevo,

facendomi approfondire una

musica spontanea che non passava attraverso

gli spartiti come quella a cui ero abituato

da autodidatta di pianoforte, chitarra, fisarmonica.

Infatti parallelamente agli studi e al

lavoro avevo fatto un percorso musicale “italiano”,

dagli standard jazz alla musica popolare

del sud, un repertorio molto vasto

ma diverso da quello con cui venni in contatto

in Brasile.

In Brasile la musica è molto più empirica,

nel senso che i brasiliani suonano per ore,

ore ed ore, in dei concerti sterminati, passano

da un bar all’altro, da una situazione musicale

all’altra in cui un po’ suonano, un po’

ascoltano e quindi io mi sono trovato

catapultato in questa realtà. Realtà che un

po’ sono andato a cercare perché mi sono

iscritto alla scuola di Choro di Rio de Janeiro

nel 2004 dopo l’esperienza lavorativa in

94


Colombia, e un po’ perché mi ha contattato

un’altra ONG in Brasile e quindi da Rio nel

2006 mi sono spostato a Recife che è la

patria dei fisarmonicisti più importanti che ci

sono in Brasile. Quindi a Recife ho avuto la

fortuna di avere un lavoro per stare tranquillo

e di poter conoscere la musica attraverso

le mani di questi artisti e geni che con

umiltà assoluta mi hanno avvicinato a strumenti

sia armonici che espressivi che improvvisativi

completamente diversi da quelli che

conoscevo, sebbene la fisarmonica fosse

sempre a 120 bassi ed italiana; ma l’approccio

era brasiliano.

L’approccio brasiliano per me è stata una

cosa miracolosa perché non passa attraverso

gli spartiti ma passa da persona a persona

ed ha rivoluzionato il mio modo di avvicinarmi

alla musica. Non sono diventato un

fisarmonicista brasiliano ma sono rimasto un

musicista italiano innamorato della musica

italiana che ha cercato di trasferire quello

che ho imparato in Brasile, nei miei 10 anni

di permanenza, nelle cose che già facevo.

Perché non riesco a staccarmi dai linguaggi

poetici dei nostri grandi maestri e quindi

l’imprinting musicale, artistico, poetico l’ho

avuto in Italia e con quello continuerò fino

alla fine. Essendo anche figlio di contadini,

in casa mia la musica c’è stata sempre fin da

bambino. Mio nonno e lo zio materno erano

un duo di musicisti che giravano per queste

campagne e facevano i balli di una volta, fisarmonica

e tamburo, anche il nonno paterno

suonava, mia mamma era appassionata

di cantautori, di canzoni, mi ha fatto ascoltare

sempre tante cose.

Quindi quando sono tornato in Italia avevo

già 40 anni nel 2014. Con mia moglie

Leila Nunes c’eravamo sposati quell’anno

e abbiamo deciso di tornare in Italia nonostante

avessimo entrambi un lavoro in Brasile,

lei all’Università e io sempre con la

Cooperazione ma cercavamo una strada più

semplice e che soprattutto ci permettesse di

vivere fuori dalle grandi città, in campagna.

Siamo tornati qua a Gioiella, appunto,

questo bel paesino tra Umbria e Toscana,

ed abbiamo deciso di fare di questa piccola

casa in cui ci troviamo in questo momento il

nostro nido, da cui poi si partiva per andare

a suonare per strada oppure al chiuso, a fare

i nostri concertini. Hanno cominciato a chiamarci

per festival dopo il primo anno nei dintorni

ed abbiamo cominciato a viaggiare non

solo in Italia ma anche all’estero.

Da lì in poi cercavamo per strada la nostra

identità, sia musicale che artistica. La

strada ci ha aiutato tantissimo perché da solo

musica brasiliana che suonavamo all’inizio

ci siamo allargati, tutti gli interessi che avevo

da ragazzo qua in Italia li ho ripresi con il

linguaggio acquisito con questi viaggi, con

questa vita all’estero. E soprattutto con Leila

e le sue percussioni brasiliane, con la sua

calma che compensa la mia esuberanza.

Il nostro Duo, (mio e di mia moglie Leila

Nunes), detto Chorobodò si è fuso così con

questa fisarmonica dirompente, brasiliana,

la mia voce potente e la sua vocina, la sua

delicatezza (e perfezione, aggiungo io, poiché

Leila Nunes è bravissima ritmicamente)

nel suonare le percussioni.

Io cercavo questo tipo di duo, non tanto

un altro strumento melodico o armonico, ma

qualcosa che valorizzasse la fisarmonica che

amo sopra ogni altro strumento e che desidero

suonare come ho ascoltato fare in Brasile,

piena di sfumature, bassi, armonia, melodia.

Ecco che una percussione semplice com’è

il pandeiro o la zabumba che suona Leila

95


Il mitico furgone Volkswagen.

sono per me perfette, perché valorizzano ritmicamente

la fisarmonica.

Lisetta. Il fatto che tu abbia girato tutto

questo mondo, tipo la Colombia oltre

al Brasile, l’ho scoperto solo adesso e

allora sorge spontanea una domanda: la

tua musica dunque risente anche degli

influssi musicali di queste terre?

Paolo. Assolutamente sì, tutto quello che

facciamo ci costituisce anche contro il nostro

volere, in fondo sentiamo nostalgia di

tutte le nostre esperienze anche se non sempre

sono positive.

In tutta la mia musica ci sono dei valori, dei

miti che sono sempre presenti e sono: la terra

da cui vengo, nel senso quella bassa, l’agricoltura,

i campi. L’opera dell’uomo nei campi

è una cosa meravigliosa, divina.

L’altro mito presente nella mia musica è l’altrove,

che è l’opposto della terra: cioè i viaggi,

altre culture, altri modi di vivere, altri paesi

ma non per forza lontani da noi. In Italia ad

esempio possono essere anche altre valli.

Il terzo mito? Un sano misticismo, cioè rispetto

di chi non c’è più e di quello che hanno

costruito le generazioni prima di noi. Il

mio misticismo si riduce, essendo nato ateo

ed essendomi discostato poco dall’ateismo,

all’essere diventato un po’ spiritista, nel senso

che ho rispetto per i sacri fantasmi che ci

girano intorno, che un po’ ci danno noia e

un po’ ci suggeriscono e che a me personalmente,

questi sacri fantasmi, hanno sempre

aiutato moltissimo. Io dico sempre che gran

parte di quello che ho prodotto nella vita

non l’ho fatto io ma loro. Ma poi se hai letto

il mio libro (“Poesie e racconti dal mondo

dei sogni” 2021 pubblicazione indipendente)

questo lo sai già…

Lisetta. Dunque come degli spiriti gui-

96


da, delle entità che sono presenti, intervengono…

Paolo. Sì, e secondo me il momento artistico

in cui uno canta e si dedica a passare cose agli

altri attraverso la sua arte, sono momenti in cui

tu sei quasi un canale e questi buchi spaziotemporali

che l’artista crea, in cui lui porta le

persone altrove e un po’ le fa viaggiare in un

tempo diverso da quello a cui sono abituati,

è la vera funzione del Cantastorie per strada

verso il passante: affascinarlo, portandolo in

un altrove appunto, in un altro tempo ed

anche in un altro sé stesso, fargli sentire delle

vite diverse dalla sua, per quanto gli piaccia

la propria. E quindi detto questo: sì, mi

sento un cantastorie.

Si, mi sento assolutamente un cantastorie!

Non solo perché canto storie, ma faccio gli

spettacoli coi miei disegni o con quelli di

Leila, siamo sempre a produrre nuovi spettacoli

e ci piace il fatto di fare il cantastorie

antico, tipo alla siciliana (con cartellone) o

quello iberico (più di origine araba con dei

pannelli grandi che rappresentano ognuno

un pezzo della storia) assomiglia a quello del

cantastorie egiziano antico come si vede

anche nel museo dell’agricoltura del Cairo.

Ci sono tutt’ora cantastorie egiziani nell’Egitto

agricolo, che utilizzano una specie di bobina,

tipo “gobbo” teatrale che viene avvolto

e il cantastorie legge e canta direttamente

vicino all’ascoltatore, una persona per volta.

Poi c’è il piattino dell’offerta.

Lisetta. In questi ultimi anni molti si

danno alla musica popolare ma in realtà

è una posa, forse l’ultima spiaggia o forse

un’isola, improvvisandosi interpreti

accalorati a volte dalla dubbia credibilità.

Cosa ne pensi?

Paolo: Esatto anch’io sento molto questa

vanità che c’è in chi si esibisce nella musica

popolare nel mondo italiano ma non solo.

Anche in Brasile è cosi, invece i vecchi

cantastorie erano persone umili che venivano

dalla terra e arrivavano ad essere

cantastorie attraverso storie anche tragiche,

non venivano dalla comodità e dagli agi.

Quindi per me c’è una postura quasi

francescana nell’essere cantastorie. Anche

S. Francesco era un cantastorie, cantava e

scriveva canzoni per arrivare alla gente. È

indubbio che il canto può essere manifesto

di ideali e di fede come testimoniano anche

le canzoni di Pietro Gori, che sole hanno

veicolato gli ideali anarchici nel popolo analfabeta.

Secondo me leggere i libri giusti e sentire

le canzoni giuste può cambiare la vita, ovviamente

se hai una certa sensibilità, se sei

coraggioso e cerchi qualcosa, cerchi la verità.

Una canzone può fare la differenza, ti

può illuminare per cercare la tua verità.

Io credo nella valenza quasi politica ma

anche filosofica, mistica e di rispetto del tempo

nel messaggio dei cantastorie, essi aprono

finestre sul tempo a contatto con la gente

con cui parlano per strada.

Tu cantastorie, sei in apprendimento, sei

sullo stesso piano del passante. Anzi, io suono

seduto, quindi preferisco mettermi più in

basso del passante.

E in questa postura d’umiltà, nel voler apprendere

da chi ti passa davanti in quel momento,

si rivelano “cose magiche”. Non lo

credo e basta, lo so: mi sono successe tante

cose meravigliose per strada.

Lisetta. Riepilogando, sei qui dal 2014

e quindi quest’anno sono i 10 anni dei

Chorobodò?

97


Paolo. In realtà abbiamo cominciato nel

2012 quando venivamo dei periodi in Italia

e andavamo a suonare per strada. Però l’attività

continuativa, da professionisti, con più

di 100 spettacoli l’anno è cominciata dal

2014 quando ci siamo trasferiti stabilmente

in Italia.

Lisetta. Ti faccio i miei complimenti,

sono pochissimi i professionisti che vivono

di questo mestiere/arte che non è

affatto facile o scontato.

Andiamo avanti con la nostra chiacchierata;

ti definisci scrittore e poeta,

hai all’attivo alcune pubblicazioni. La

scrittura e la poesia che ruolo hanno nel

tuo lavoro?

Paolo. La poesia per me è stata sempre

una grande compagna di vita. Scrivevo poesie

già a 16 anni. Anche nella prosa c’è

poesia, le parole devono risuonare per non

perdere la valenza magica. Sono un grande

lettore sebbene non fossi bravo a scuola ed ho

sempre ascoltato i nostri grandi poeti e cantautori

di cui potrei fare il nome, ma senz’altro

De André, De Gregori, ma sono decine. La

produzione letteraria e poetica in Italia è una

cosa sconvolgente, ci nuoto dentro fin da ragazzo

e ancora mi ci affogo volentieri. Le parole

italiane delle canzoni, sono per me inseparabili

dalla ricerca, dal continuo spiegarmi la

vita attraverso la nostra lingua.

Questo mi ha portato a fare diversi CD

con musiche e testi miei, ho scritto diversi

libri, uno è Poesie e Racconti dal mondo

dei Sogni del 2021 e uno è uscito a fine

novembre del 2023, La Vita Magica: memorie

di un cantastorie. In questo ultimo

descrivo aneddoti magici che mi sono successi

nella vita. Praticamente è la mia biografia

che fa da filo conduttore: sono racconti

brevi dove descrivo fatti inspiegabili,

porte aperte sull’altrove. Quindi ecco il perché

della porta della copertina del libro. C’è

un’appendice nel libro che parla del mestiere

del Cantastorie, ci sono delle poesie e

poi questi aneddoti della mia vita scapestrata.

Già, perché fino a 40 anni ho girato il

mondo in mille situazioni ed ho condotto una

vita molto intensa ma anche adesso che faccio

il cantastorie da 10 anni, vivo con tanti

stimoli e incontri.

Lisetta. Parliamo della musica toscana.

Sei toscano?

Paolo. Sí certo, sono toscano, sono nato

e cresciuto a Chiusi (SI) però i miei sono

nati entrambi a due passi da qui, in Umbria,

in queste colline del Chiugi di cui abbiamo

parlato all’inizio. Io sono sempre stato in

Toscana, la mia gioventù è stata fra Val di

Chiana, Val D’Orcia e Arezzo. Con gli amici

difficilmente si passava il confine, c’era

come una sorta di razzismo nei confronti

dell’Umbria, non ti potevi neanche fidanzare

con una “al di là del fosso” (la Chiana), poi

a 17,18 anni ho conosciuto un gruppo di

ragazzi fantastici di Chiusi che erano grandi

esperti di cinema e di musica e che mi hanno

aperto un mondo. Li ho conosciuti per strada

e piano piano siamo diventati grandi amici,

con loro ho iniziato a frequentare degli

ambienti culturali a Perugia che mi hanno dato

moltissimo, mi hanno aperto un mondo.

Quando sono andato a vivere a Perugia

ho conosciuto un ragazzo, cantante e

cantastorie di Gubbio della mia età, 20 anni,

con cui diventammo tanto amici il quale cantava

delle canzoni sue bellissime che mi hanno

molto ispirato.

98


Io stavo con sua sorella gemella. Ad un

certo punto questo ragazzo ha avuto un brutto

incidente ed ha perso tutte le sue facoltà,

ha dimenticato tutte le canzoni, ha smesso

di suonare ed è ritornato ad essere come un

bambino.

È stato allora che per lui ho preso in mano

la chitarra che già sapevo un po’ suonare ed

ho scritto le mie prime canzoni come per

consolarlo un po’, per fagli compagnia.

Queste canzoni hanno cominciato a piacere

a chi le sentiva ed ho cominciato a crederci

anch’io, anche quando poi non stavo

più con sua sorella, ho cominciato a scrivere

sempre sui temi della terra, su cose antiche

con un gusto legato ai cantautori e anche

alla musica popolare. La prima cantante

di musica popolare che mi ha affascinato

è stata Dodi Moscati con il suo disco coi

Mazapegul, pubblicato dal giornale IL MA-

NIFESTO. Un disco sperimentale che mi ha

subito coinvolto più di altri data la mia formazione

musicale di allora. Più avanti ho

cominciato ad apprezzare anche altri interpreti

importanti, tipo Riccardo Marasco che

già conoscevo ed avevo ascoltato anche

cantato da altri, ma è stato con lei che sono

entrato nel linguaggio della musica popolare

toscana. Quando poi sono andato a sentire

Marasco al Teatro dei Concordi di

Acquaviva con Silvio Trotta che l’accompagnava,

mi sono letteralmente innamorato,

sono andato strisciando in camerino a conoscerlo

con grande piacere.

Lisetta. Il talento di Riccardo

Marasco, come cantante, ricercatore,

intellettuale, storico e intrattenitore di

folle è stato enorme e a ben guardare, è

ancora oggi ineguagliato e tutti abbiamo

da imparare da lui ma il discorso

sarebbe lungo…

Tu Paolo alla fine, cosa canti di toscano,

quali canzoni ti piacciono ed hai in

repertorio?

Paolo. Ce ne sono tante che mi commuovono

molto, io amo ad esempio “La Povera

Lina” (dal libro “Chi cerca trova” Ed Birba

di R. Marasco - Musica: Francesco Capponi,

Testo: G. Filinto Santoro), ed anche

Peschi fiorenti, Il valzer della povera gente,

In maremma, e tante, tante altre...

Lisetta. ...e qui, credendo che “La povera

Lina” fosse una canzone di origine

napoletana abbiamo fatto una lunga disquisizione

pienamente condivisa, sulla

bellezza poetica e melodica, nonché ritmica

della grande canzone napoletana

tutta, la canzone in questione in realtà

viene dall’archivio del menestrello Italo

Meschi di Lucca ma non si è certi della

sua provenienza.

Paolo, parliamo del tuo lavoro “Compare

Sante” del 2003? Mi incuriosisce.

Paolo. È stato il mio primo Cd nel 2003,

molto sperimentale, ancora suonavo poco

la fisarmonica e non conoscevo l’armonia,

ero accompagnato da questo amico grande

jazzista e chitarrista (Vincenzo Buongiorno)

al quale piacevano le mie canzoni e suonavamo

in strada insieme. Questo lavoro è in

lingua italiana ma è un repertorio da

cantastorie essendo infondo una storia. Ancora

non ero andato in Brasile. Poi dopo

questo c’è stato un Cd di musica italiana/

brasiliana che si chiama “Na 15 de

Novembro”, registrato invece in Brasile. In

seguito poi un Cd di Choro tradizionale con

un grande duo, poi un altro Cd di Choro ma

99


I Chorobodò: Paolo Papalini e Leila Nunes.

più sperimentale con Leila, ed infine Innesti

che è stato l’ultimo CD che abbiamo fatto.

Poi negli ultimi anni ci siamo dedicati a

produrre spettacoli nuovi, abbiamo ripreso

Compare Sante e scritto “La storia di un

Bambino” del 2019, che è la storia di un

bambino contadino nato in un podere di Val

di Chiana negli anni 40, poi nel 2020 abbiamo

messo su uno spettacolo natalizio che si

chiama “Il Natale di una volta” sempre ispirato

alla vita contadina di questa zona per il

quale abbiamo raccolto molte testimonianze

sulle condizioni di vita del popolo negli

anni 50/60: c’erano allora preti con una vocazione

“sociale” spiccata, detti preti comunisti

che difendevano i contadini e li aiutavano

nella loro miseria.

In queste zone che sono di confine tra

Toscana ed Umbria c’è anche la tradizione

del “Sega la Vecchia” legata alla Befana che

in toscana o maremma diventano “befanate”

e del Bruscello che è di origine toscana. Ho

collaborato un paio d’anni come

fisarmonicista con Bruscello di

Montepulciano ed esattamente per la messa

in scena de il “Bruscellino” che si tiene a

settembre per le strade e piazze della città.

Una volta qui si faceva anche “Il Matrimonio”,

ne parla don Sante Felici, era una specie

di Bruscello ma come trama parlava sempre

di un matrimonio e si rappresentava in

estate. Attualmente, sempre per restare nel

campo popolare, collaboro con piacere con

un gruppo folkloristico umbro e spero di

andare avanti con loro.

Per finire parliamo del futuro, dei nostri

propositi che sono quelli di continuare su

questa umile via, dire la nostra piccola veri-

100


tà artistica attraverso i nostri mezzi espressivi

e continuare questo cammino che è di

ricerca sia musicale che esistenziale che bene

ci rappresenta perché ci piace mischiare la

vita di campagna con la musica rurale sia

brasiliana che italiana e toscana. Quindi la

musica legata al lavoro è il vero nostro interesse,

personalmente non ho obiettivi di raggiungere

fama o successo, il mio unico obiettivo

è fare la musica che mi piace, esprimermi

fino in fondo, essere me stesso. Comunque

salvi questi principi resto aperto ad ogni

evoluzione, sviluppo, novità che si presentasse

anche se ripeto, non voglio cambiare

l’impostazione della mia vita e del mio lavoro.

Non sono corruttibile in questo senso, il

“mio modo” per quanto poco vendibile o

poco commerciale, a me piace e non ho intenzione

di cambiare.

Lisetta. Complimentandomi con te per

il tuo coraggio e la tua determinazione,

l’augurio migliore che ti posso fare è

quello di restare sempre te stesso e proseguire

sulla strada che stai facendo.

Grazie.

101


Dalla Coop al catechismo: i

Tolomei’s Brothers

di Enzo Brogi

Eccolo, il duo musicale più sgangherato

e improbabile della nostra terra, i

Tolomei’s Brothers!

Una combinazione inaspettata di talento e

simpatia. Una vera alchimia dell’umorismo

irriverente e canoro. Dalla COOP al catechismo,

due mondi che si scontrano come

carne (Marco) e ossa (il Nacchi); soprattutto

se il Nacchi, il macellaio, ci mette lo

zampino!

È il 2007, e nella sonnolenta Cavriglia sembra

svegliarsi dal fragoroso emergere di questa

gemma della musica popolare.

Massimiliano, detto il Nacchi, noto per i suoi

irresistibili sketch cabarettistici di produzione

casalinga, incontra casualmente Marco,

l’insegnante di musica e catechismo alla parrocchia

di Castelnuovo dei Sabbioni,

infatuato interprete di Riccardo Marasco.

Erano entrambi a uno spettacolo di beneficenza,

probabilmente sperando di fare una

buona azione, ma finiscono per fare qualcosa

di molto più grande: innamorarsi l’un l’altro

artisticamente parlando.

Il debutto dei Tolomei’s Brothers, nel febbraio

2008, è stato niente di meno che epico.

Si sono esibiti alla libreria Fahrenheit 451

di San Giovanni Valdarno con un incredibile

spettacolo basato sulla “Pia de’ Tolomei” in

ottava rima, una scelta di repertorio che ha

scatenato l’isteria collettiva. In effetti, la rima

potrebbe non essere mai stata la stessa dopo

quella serata. Ma l’apoteosi irriverente, anarchica

e romantica è la loro Maremma

maiala cantata davanti a folle da stadio con

il mitico Carlo Monni.

Oramai sono star e incidono il primo disco,

hanno un repertorio di canzoni e molta

satira, girano di piazza in piazza, di festa in

festa… ed anche qualche aia. E così nessuna

festa o sagra in Toscana è stata al sicuro.

I Tolomei’s Brothers hanno portato la loro

musica accompagnata dal buon vino, facendo

saltare e scoppiare di risate chiunque li

abbia ascoltati.

Le loro canzoni hanno messo alla luce il

meglio della cultura toscana, con pezzi come

Ero a Vertine una sera d’agosto, che potrebbe

essere facilmente l’inno ufficiale dell’estate

in Toscana, e Mambo nel fango,

un capolavoro dell’idiozia irresistibile. E non

dimentichiamo L’inno di fagiolo, un inno

102


I Tolomei’s Brothers nel primo CD che li ha

lanciati.

L’ultima fatica: “Bravo bischero”.

che ha fatto sì che i legumi diventassero cult,

hit dell’estate a Controradio, colonna sonora

allo stadio di Firenze.

Giamaichianti è un capolavoro linguistico

che mette in risalto le loro abilità nel

Giamchiantese, una lingua da loro stessi inventata,

che in qualche modo ha radici sia in

Giamaica che in Chianti. E cosa dire di Ho

la balla pesa, una canzone che affronta il

tema universale della difficoltà di trasportare

una balla di fieno in modo molto poetico,

chissà se è proprio questo il senso? Ma su

tutte, almeno per me, Zelindola, dolcissima

e tenera canzone per un amore sfuggente e

incompreso.

Insomma, i Tolomei’s Brothers sono

un’esperienza unica, un concentrato di cultura

toscana, umorismo e stravaganza.

Chiunque abbia avuto la fortuna di assistere

a una loro esibizione sa che il mondo ha bisogno

di più macellai cabarettisti e insegnanti

di catechismo musicisti. Grazie ai Tolomei’s

Brothers, la Toscana è un posto migliore e

molto, molto più divertente! E così dopo il

primo disco (Tolomei’ Brothers), sono tornati

in sala di registrazione ed hanno sfornato

il secondo (Bravo bischero) e a seguire ancora

concerti su concerti.

Quindi, se avete voglia di una serata di

puro divertimento, dove potrete cantare canzoni

che non hanno senso alcuno, ma vi faranno

ridere fino alle lacrime, non cercate

oltre. O forse il senso ce l’hanno eccome,

ma preferiamo non trovarcelo. I Tolomei’s

Brothers sono qui per farvi scoppiare di risate

e farvi ballare in modo strano, e non ve

ne pentirete mai. E se alla fine della serata vi

trovate a chiedervi se tutto ciò sia stato solo

un sogno bizzarro, beh, allora avrete appena

conosciuto i Tolomei’s Brothers.

Presentiamo il testo del brano che è anche

il titolo del CD:

Bravo bischero

Stamattina alle sette

ho sentito l’oroscopo,

103


Massimiliano Tonnoni e Marco Rossinelli; i Tolomei’s Brothers.

mi diceva che oggi

era un giorno fantastico.

Sono andato alla messa

a suonare co’ i’ piffero,

ci so’ andato di corsa

perché c’era anche i’ Vescovo.

Bravo bischero, bravo bischero, bravo

bischero …poporopopò….

Son passato col rosso

con la vespa a i’ semaforo,

son finito sdraiato

con le gambe sul cofano.

Accident’a chi

m’aveva fatto l’oroscopo,

ho schiantato la vespa

sopra l’auto di’ vescovo.

Bravo bischero, bravo bischero, bravo

bischero …

poporopopò, poporopopò ….

Ho spaccato la vespa

e sbucciato anche i’ gomito,

ho strappato la giacca

m’è venuto anche i’ bombo.

Accident’a chi

m’aveva fatto l’oroscopo,

per andare alla messa

ho spaccato anche i’ piffero.

Bravo bischero, bravo bischero, bravo

bischero …

poporopopò, poporopopò ….

104


Musiquorum, le cantore delle donne

di Maria Grazia Campus

Cantare per lottare, cantare per riconoscere,

cantare per gioire, cantare per

fare politica accordando le voci e il pensiero

questo è quello che fanno Le

Musiquorum da 13 anni.

“Se devi dire qualcosa dilla Cantando!”

(“Dilla Cantando!” è anche il titolo di un

nostro spettacolo) è la nostra ispirazione: nel

film “Riso Amaro” di Giuseppe De Santis

una mondina veterana redarguisce con questa

frase una giovane e inesperta mondina

appena arrivata in risaia interpretata da

Silvana Mangano. Diciamo cantando, viviamo

l’essere donne e femministe attraverso il

patrimonio sonoro delle mondine, delle

tabacchine, delle lavapanni, delle cantore

contemporanee, delle donne in lotta in ogni

angolo del mondo e attraverso il tempo.

Un’esperienza che nasce nel 2011 per

l’esigenza di dire cantando, di vivere la

sorellanza con la forma corale dove ogni

voce sostiene l’altra e dove “nessuna cala

sola”: calare insieme è una magia, l’accordo

si mantiene in questa leggera flessione dell’intonazione

rispetto alla nota iniziale. Quello

che può essere visto come un difetto a noi è

apparsa una metafora bellissima del nostro

rapporto ed è diventato il nostro motto, la

nostra cifra solidale in cui esprimere la vicinanza,

il nostro impegno politico per cambiare

e non lasciare sole le persone vicine e

lontane che attendono i lenti passi della giustizia

sociale.

Siamo donne provenienti da varie regioni

e stati, tutte attiviste femministe di sinistra. Il

nostro coro è nato nel 2011 a Firenze in

occasione della campagna referendaria sull’

acqua e servizi pubblici, nucleare, legittimo

impedimento. Qualche settimana prima del

voto, il 30 maggio, al circolo ARCI La

Loggetta viene organizzato un estemporaneo

festeggiamento per la vittoria a Cagliari

e Milano della Sinistra, città fino a quel momento

in mano alla destra. Insieme ai brindisi

sono partiti i canti: La Lega, Addio

morettin ti lascio, Saluteremo il signor padrone

e tanti altri. Mary Bertini, Maria Grazia

Campus, Laura Carpi Lapi, Daniela Dacci,

Cinzia Fognani, Miriam Massai, Marisa

Nicchi, Anne Stiff tra un bicchiere e un canto

sentono un bisogno crescente di

un’espressione diversa dal volantino, dalla

riunione, dall’assemblea.

Quanto è forte cantare insieme? Da lì alla

105


1°Maggio all’Istituto Ernesto de Martino a Sesto Fiorentino nel 2016.

decisione di fare un coro è stato un lampo,

c’era già. Con la direzione di Maria Grazia

Campus e la disponibilità della casa di Mary

Bertini ci diamo appuntamento per le prove.

Programmiamo una serie di flash mob

cantati per la campagna referendaria che si

chiuderà col voto del 12 giugno: inseriamo

testi sui referendum e inviti ad andare a votare

per raggiungere il quorum su arie note,

stampiamo un po’ di copie da distribuire e si

va nelle piazze: “E vota vota vota, e vota al

referendum / ma stando molto attentum / la

croce va sul sì”.

È stato galvanizzante partire da una piazza

in sette e muoversi per le strade aumentando

metro dopo metro ritrovandoci nella

piazza successiva con chitarre, danzatori e

cinquanta persone a cantare. Il giorno della

chiusura della campagna referendaria non

avevamo ancora un nome e una delle persone

impegnate nell’organizzazione dell’evento

di chiusura sentendoci disse “perché

non vi chiamate Musiquorum?” ci piacque

molto ed eccoci qua dopo 13 anni con

quel nome, quell’entusiasmo e voglia di cantare

insieme.

Il nostro inizio ha determinato il nome e

anche l’intenzione: fare politica con piacere,

il desiderio di occuparsi dei temi sociali, impegnarsi

cantando ha fatto sì che il coro si

specializzasse nei canti del lavoro delle donne,

moltissimi tramandati dalla tradizione

orale. I canti delle tessitrici, delle lavandaie,

delle tabacchine, delle mondine sono stati il

nostro step successivo. Il bisogno di essere

femministe degli anni 2000 ci ha spinto a ricercare

e approfondire i canti del lavoro con

la gratitudine verso le donne che per

classismo non sono state riconosciute nel loro

impegno, nella loro lotta per migliorare le

106


loro e le nostre condizioni, per acquisire diritti

come cittadine, come persone, come

lavoratrici. Canti che vengono da un tempo

non troppo lontano ma da luoghi e storie

ancora troppo taciute, l’emancipazione ha

avuto anche strade rurali che certo

intellettualismo femminista, oltre che il già

citato classismo, ha ignorato. Con i canti siamo

impegnate a riportare al pubblico la storia,

eventi che sono fondamentali. Per esempio

quando cantiamo La tabaccara (canto

salentino) ricordiamo la rivolta delle

tabacchine di Tricase, e la sua sanguinosa

repressione, del 15 maggio del 1935 che fu

insieme manifestazione per il lavoro e manifestazione

antifascista, finita con una repressione

istituzionale in cui ci furono cinque

donne uccise e settantadue ferite. Siamo

attente anche alla concordanza di genere,

per esempio cantando La lega abbiamo corretto

“siamo lavoratori” in “siamo lavoratrici”:

se parti dicendo Sebben che siamo donne

è logico e corretto, eliminare un genere

nella grammatica è il segno grafico che indica

il presupposto culturale dell’eliminazione

dei corpi delle donne attraverso il

femminicidio.

Sotto la mia sottana è un canto manifesto

per il nostro impegno contro la violenza

degli uomini sulle donne: è un canto delle

mondine di Medicina le cui prime tracce si

registrano all’inizio del ‘900. Rubricato come

“canto licenzioso” dagli etnomusicologi per

noi è un canto di libertà e accoglienza, in cui

il desiderio trova espressione gioiosa da

parte della donna che propone e nella terza

strofa il “giovanotto” dà una risposta accogliente,

la sensazione è che siano due persone

libere da stereotipi, per noi cantarlo è

ringraziare quelle donne dei primi del Novecento

e dare voce a quello che diversamente

resta uno slogan “nessun comportamento,

nessun abbigliamento giustifica un atto

violento”:

“(...) c’è una dissidenza fuori dal lamento,

dalla denuncia. C’è una dissidenza di chi quel

corpo lo vuole vivere fuori dal controllo di

padri, fratelli, mariti. Le mondine stavano

fuori dal controllo patriarcale per quaranta

giorni vivendo insieme in una sorta di caserme.

Senza timore dopo lunghe ed estenuanti

giornate in risaia si divertivano anche con i

piaceri della carne … e lo cantavano così!

Sotto la mia sottana

c’è posto un bel boschetto

(alza la gamba e fammela veder ..)

all’e, all’erta giovanotto te la farò veder

Te la farò vedere

te la farò sentire

(alza la gamba e fammela veder ..)

Io ti, io ti farò morire dalla soddisfazion

Dalla soddisfazione

morir non mi rincresce

(alza la gamba e fammela veder ..)

Farem, farem come fa i pesci noi moriremo

insiem

Noi moriremo insieme

noi moriremo uniti

(alza la gamba e fammela veder ..)

Così, così sarà finita la nostra gioventù

La gioventù più bella

la gioventù più cara

(alza la gamba e fammela veder ..)

L’amor, l’amor senza caparra non la

farò mai più

[dal nostro spettacolo Fimmene Fimmene]

107


Nel nostro percorso questi canti sono diventati

tantissimi e si sono intrecciati ad altri

più recenti che vedono le donne al centro di

tematiche ancora fonte di conflitto nella società

attuale, quindi oltre ai canti della tradizione

popolare la nostra curiosità ci ha portato

ad affrontare canti autoriali o canti delle

resistenze nel mondo. Il canto sociale è un

infinito mondo di note e di voci che ci avvicina

alle donne Zulu ringraziando la terra con

Babethandaza, che ci dà il passo di una marcia

in cui donne e uomini camminano insieme

verso la libertà con Marca Rojava” che ci fa

incontrare sulla melodia della nostra resistenza

le donne iraniane cantando “Bella Ciao” in

farsi. A proposito di quest’ultimo canto: le

donne che cantiamo vogliamo anche sentirle

sul corpo così indossiamo da sempre sciarpe

che abbiano una storia. In questo momento

indossiamo le colorate sciarpe del Kurdistan

iraniano arrivate attraverso Firouzeh, madre

della nostra compagna Farideh perché si sappia

sempre che nessuna cala sola, ci sarà sempre

una compagna al nostro fianco a tenere

con noi l’accordo.

Nel 2013 ci siamo costituite associazione

culturale per poter meglio dare forma e luogo

ai nostri progetti. La prima presidente è

stata Laura Carpi Lapi, ci ha lasciate nel

2017 ma cammina sempre con noi con la

ricchezza dei suoi canti. Oggi la presidente

è Manuela Giugni donna saggia e paziente

che ha fatto dell’espressione musicale uno

strumento di comunicazione anche attraverso

la danzamovimentoterapia.

Le Musiquorum di oggi sono: Maria

Grazia Campus (direttrice), Agnese Leo,

Annalisa De Cecco; Anne Stiff, Elisa

Montauti, Elisabetta Togni, Farideh

Karamloui, Francesca Cascino, Gabriela

Espinoza, Manuela Giugni, Miriam Massai,

Monica Graceffa, Oriella Ferrini, Roberta

Porciani, Simona Todaro, Sonia Fontana.

I nostri spettacoli

2014 “Fimmene Fimmene”

2019 “Dilla Cantando!”

2022 “Caro Babi” con Daniela Morozzi

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Tambus, genio e sregolatezza

di Fabio Landini

Un bel primo piano di Tambus.

Un uomo che maturava all’incontrario,

che per miracolo ringiovaniva invecchiando,

in un turbinio esplosivo di energie, estro,

creatività. Irrefrenabile. Un pugno. Un guizzo”.

Definizione più azzeccata, o, per meglio

dire, miglior ritratto di Tambus non potrebbe

essere se non questo. In queste parole

c’è tutto di lui, la sua filosofia di vita, la

sua personale interpretazione di come stare

al mondo, la sua scorza, la sua schiettezza, il

suo non voler mai scendere a compromessi,

rifiutando schemi precostituiti. Insomma: con

lui non ci si sarebbe annoiati, mai, e così sarebbe

stato, davvero, sempre, per tutta la

sua vita. Questo era Tambus, senese estroso,

autentico, bizzarro, geniale, pieno di idee

e con il senso dell’humor nel sangue.

Volto asciutto dal mento aguzzo, barba rasata

non troppo di fresco, capelli già un po’

grigi ed arruffati, vestito stile casual, due occhi

sprizzanti scetticismo e tanta ironia.

Bruno Tanganelli nasce a Siena, il 10 Novembre

del 1922, in Via delle Vergini, proprio

nel cuore della Contrada della Giraffa,

da Antonio, carabiniere ancora in servizio, e

da Rosa Buracchi, casalinga, ma anche sarta,

attività che intraprende allo scopo di arrotondare

il magro stipendio del marito. Bruno

ha anche un fratello maggiore, Mario, che

in futuro ricoprirà importanti incarichi nella

Contrada della Giraffa, fino a diventarne

Priore. È già dalla più tenera infanzia che gli

viene affibbiato il soprannome di “Bubi”.

Non, come si potrebbe pensare e come so-

109


tutta la vita. Ma, purtroppo,

una vera tragedia lo attende,

da subito, dietro

l’angolo: ha appena tre

mesi, infatti, quando viene

a mancare il padre Antonio,

che lascia la famiglia nella

più completa e profonda disperazione.

Inizialmente

Bubi frequenta le scuole

elementari, ospitate negli

edifici della Fortezza

Medicea. Ben presto però,

per ragioni facilmente

intuibili, viene avviato presso

una istituzione cittadina,

l’allora “Collegio di Via

Campansi”, in pratica un

ricovero per bambini indigenti,

ma anche casa di riposo

per anziani, che a

Siena è stato da sempre comunemente

denominato

“La Commenda”. Ma è lui

stesso a raccontare in una

sua pubblicazione, con l’arguzia

e l’ironia che lo caratterizzavano,

tutta la vicenda.

Così scrive: “Nel

1934, facendo il mio ingresso

in Via Campansi numero

8, al ricovero di

Una pagina da un suo vecchio diario degli anni ’40.

litamente poteva accadere in passato, per mendicità, ospizio cronici, asilo giovinetti, fui

l’iniziativa di amici, coetanei e compagni di insignito dell’onorificenza di “Commendatore”,

in quanto detto collegio era appunto

giochi, quelli che, a quei tempi, potevano

scorrazzare indisturbati, per ore e ore, nelle soprannominato “Commenda”. Là mi accorsi

di essere mancino il primo giorno che volli

strade senza automobili, moto o motorini,

dei rioni di Siena. E’ infatti proprio la madre disegnare con la destra.” Nel 1936 anche la

Rosa a cucirgli addosso quel nomignolo, probabilmente

ascoltando i primi monosillabi da orfano, viene accolto dagli zii materni, men-

mamma Rosa muore, per cui, rimasto ormai

lui pronunciati, che poi lo accompagnerà per tre è assunto, come apprendista, in uno dei

110


Una scena dello spettacolo “Di vicolo in vicolo” al Teatro dei Rinnovati di Siena (febbraio 1977).

più affermati stabilimenti industriali della città.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale

non rimane insensibile alla martellante

propaganda che imperava in quei tempi e

che faceva presa soprattutto sui giovani.

Emotivamente coinvolto e stante la precaria

situazione familiare, nel 1940 parte per

l’Africa, arruolandosi come volontario ed

entrando a far parte del Reggimento dei “Ragazzi

di Bir el Gobi”. Nel 1943 gli inglesi lo

fanno prigioniero, internandolo in un campo

di concentramento in Algeria. Detto per inciso,

proprio in quel periodo giunge alla famiglia

la notizia della sua scomparsa, smentita

comunque solo dopo sei mesi. È proprio

nei lunghi e monotoni giorni trascorsi

durante i tre anni di prigionia che dà libero

sfogo alla fantasia, sviluppando la sua tecnica

e dando inizio di fatto all’attività di

vignettista e caricaturista, fino a fondare addirittura

un giornale murale, il “Come ci

pare”, firmandosi con il suo primo pseudonimo

“T.Bubi” e mettendo in scena anche

piccole rappresentazioni teatrali. Ma la nostalgia

della sua città è così tanta e tale, per

cui, che cosa non t’inventa? Semplicissimo:

arriva ad organizzare addirittura un vero e

proprio Palio, completo di tutto, all’interno

del campo di prigionia, coinvolgendo gli altri

malcapitati compagni di sventura, che si

prestano di buon grado, immedesimandosi

in cavalli e fantini, con tanto di corteo storico,

comparse vestite con costumi realizzati

utilizzando cartoni, pezzi di latta ed altro materiale

di scarto. Per la cronaca, il Palio lo

vince proprio lui, correndo, naturalmente,

con i colori della Giraffa. Ma la cosa finisce

male, perché durante i prolungati e chiassosi

festeggiamenti del dopo-corsa le sentinelle

ed i guardiani inglesi, insospettiti, inter-

111


ta Siena, ritrovando Wilda, la

compagna di una vita, con la

quale convolerà a nozze il 20

Settembre 1947. A quel punto

Bubi si tira su le maniche e

si adatta ad intraprendere mille

attività diverse: da imbianchino

a pittore, da cartellonista

a biscazziere, a inserviente

in alcuni tra i più prestigiosi

Circoli Accademici senesi.

Nel 1949 si cimenta anche

come scrittore, con un romanzo

dedicato alla storia di

Siena, con particolare riferimento

alla nascita ed allo sviluppo

delle Contrade, opera

che, purtroppo, non verrà mai

pubblicata, rimanendo pertanto

solo un sogno nel cassetto.

Ma la sua vera aspirazione

rimane comunque sempre

quella di diventare pittore

pubblicitario ed umorista. Tutto

si concretizza finalmente nel

1951, iniziando una stretta

Una pagina del “Mangia” a ricordo del personaggio.

collaborazione con l’industria

vengono pesantemente, interrompendo ogni dolciaria Parenti, per la quale pubblica il giornale

umoristico “3P” (Palio, Panforte, Pa-

velleità dei protagonisti, colpevoli dell’evento,

che vengono paradossalmente puniti con renti), di largo successo cittadino. In quegli

il carcere, pur trovandosi già nella condizione

di prigionieri! Alla fine degli eventi bellici pubblicate sul settimanale “Il Campo di

anni appaiono anche le sue prime vignette

viene rimpatriato, ma non avendo collaborato

con gli alleati dopo l’armistizio (perché, più famosa e celeberrima rivista

Siena”, collaborando inoltre anche con la ben

diceva, non voleva armare gli aerei che partivano

per bombardare l’Italia) è internato periodo l’abbandono definitivo dello pseu-

“Marc’Aurelio”. Risale proprio a questo

in un nuovo campo di concentramento, in donimo “T.Bubi”, che viene sostituito dal definitivo

“TAMBUS”, ovvero l’acronimo di:

quel di Taranto.

Da qui riesce, comunque, in maniera TA-nganelli, M-ancino, BU-bi, S-iena. Ma

rocambolesca a fuggire, finché nel mese di lui rimarrà, per tutti, sempre e per sempre,

Aprile del 1946 rivede finalmente la sua ama-

solo e soltanto “Bubi”. Impossibile non ci-

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tare un aneddoto, che spesso raccontava:

“Un giorno incontrai il mi’ cugino, che mi

disse: ho visto in una vetrina certi disegni

umoristici di un tizio che si firma “TAMBUS”;

pensavo fossero i tua, perché gli somigliavano,

però poi, riguardandoli bene ... insomma,

‘un te n’ha ave’ a male eh, ma lui è più

bravo di te!” Negli anni successivi la sua attività

di cartellonista pubblicitario prende

definitivamente campo, con la fondazione

della “Publisiena”, vero e proprio laboratorio

tipografico, introducendo, tra i primi in

Italia, la tecnica della stampa in serigrafia.

Innumerevoli sono le collaborazioni con le

Contrade, soprattutto con vignette, caricature

e disegni prodotti per i cosiddetti Numeri

Unici, pubblicazioni celebrative edite

in occasione della vittoria del Palio, nonché

per gli allestimenti scenografici e decorativi

dei vari rioni. È fondatore e prolifico interprete,

tra gli anni’50 e ’70, di due periodici

umoristico-satirici di argomento prevalentemente

paliesco, “Il Mortaretto” ed “Il Mangia”.

Partecipa, riscuotendo lusinghiere affermazioni,

ad innumerevoli concorsi, indetti

in tutta Italia, riservati a disegnatori umoristici,

fino a classificarsi, nel 1975, al primo

posto, tra 295 concorrenti, provenienti da

tutto il mondo, alla mostra internazionale di

Ancona. È allora che partorisce la sua “Rassegna

dell’Umorismo”, una biennale che sarà

organizzata fino a buona parte degli anni ’80

e che porterà a Siena le più grandi firme del

panorama umoristico internazionale. Ma

continua ad essere anche scrittore, con la

pubblicazione di “Vieni a veglia stasera?” e

“Che si fa stasera, si dorme?”, due raccolte

di aneddoti, racconti, novelle e vignette, ovviamente

di ambientazione senese. Nel 1978

gli viene quindi conferito il premio “Mangia

d’argento”, civico riconoscimento assegnato

ogni anno a coloro che hanno contribuito

a rendere famoso il nome di Siena in Italia e

nel mondo. Per non farsi mancare niente,

due anni prima, nel 1976, dà vita al suo vero

gioiello, quello che, senza enfasi o esagerazioni,

può essere considerato il suo capolavoro:

il “Vernacolo Clebbe”. Una mente vulcanica

come la sua non poteva, prima o poi,

non pensare di rispolverare dal dimenticatoio

quello che, in una città piccola come Siena,

aveva rappresentato, per interi decenni, uno

degli aspetti culturali più vivi, sentiti e partecipati:

il teatro vernacolare. Innumerevoli le

compagnie teatrali e filodrammatiche che

avevano per intere generazioni calcato i palcoscenici

cittadini, grandi o piccolissimi che

fossero, con rappresentazioni per lo più di

autori senesi (basti citare Silvio Gigli, che

proprio così iniziò la sua attività di uomo di

spettacolo, o lo stesso Mario Verdone), riscuotendo

successi e consensi generali, fino

a far diventare il vernacolo una tradizione

popolare, se non una vera e propria istituzione.

Dopo anni di desolante silenzio, a

parte qualche timido tentativo, Bubi ha l’intuizione

di far ripartire il tutto. Come in una

sfida vera e propria, crea una compagnia

teatrale, che per circa 15 anni metterà in

scena una ventina di rappresentazioni, oltre

ad una innumerevole serie di altri spettacoli,

tra serate nelle Contrade o nei circoli ricreativi,

partecipando anche a moltissime trasmissioni

mandate in onda sulle emittenti televisive

locali. Bubi diventa quindi anche regista,

scenografo, macchinista, ma pure autore

lui stesso di alcune riuscitissime commedie,

tra cui “Accosta l’uscio”, la più rappresentata.

Decine e decine di persone vengono

coinvolte, in quegli anni, alternandosi

sulle tavole del palcoscenico, in una successione

incredibile, per quella che diventerà

113


una splendida avventura e che riscuoterà un

successo inaspettato. Ogni spettacolo del

“Vernacolo Clebbe” è infatti un appuntamento

che la città attende con impazienza, attenzione

ed affetto, fino a riempire immancabilmente

il teatro comunale dei Rinnovati

(ma non solo quello) in ogni suo ordine di

posti, tanto da costringere, spesso, a repliche

non previste. Senza dimenticare anche

la significativa partecipazione ad alcune

fiction televisive prodotte da mamma RAI.

Per chi, in quegli anni, ci ha ”nafantato”, rimangono

ricordi indelebili, legati ad amicizie

vere, incrollabili, nate tra persone a volte

profondamente diverse tra loro, per età,

esperienze culturali o di vita. Rimane il ricordo

dei lunghi mesi di prove trascorsi nel

suo stanzone-laboratorio davanti alle fonti

di Fontebranda, tra polvere, barattoli di vernice,

colori, pennelli, matite, inchiostri, montagne

di polistirolo. Poi, magari,

riaccompagnandolo verso casa, dopo la prova,

ti accorgevi che la campana della Torre

del Mangia stava già battendo le due, se non

le tre di notte, senza nemmeno essersene resi

conto, continuando ad ascoltare gli immancabili

racconti del passato e, soprattutto, i

suoi progetti futuri. Di tutto questo rimane il

ricordo di una grande e, purtroppo,

irripetibile esperienza umana, che andava ben

oltre la pura attività teatrale, costituendo,

particolarmente in coloro per i quali quelli

rappresentavano davvero gli anni della giovinezza,

una autentica vera scuola di vita.

Poi, in una triste notte di Autunno del 1990,

dopo aver contribuito in maniera rilevante

alla organizzazione dei festeggiamenti per la

vittoria riportata nel Palio di Luglio dalla sua

Giraffa, Bubi ci lascia, improvvisamente, per

sempre. Per ironia della sorte, quasi subito

dopo la messa in scena del suo più recente

lavoro teatrale, “L’ultimo Palio di Rosa”,

commedia incentrata proprio sugli anni della

sua infanzia e sui momenti, tristi e felici,

della vita della sua cara mamma. Un omaggio

che sembra quasi un segno premonitore.

Con lui se ne va anche una Siena ormai quasi

completamente scomparsa, quella fatta di

strani personaggi, di aneddoti incredibili, di

sapori e profumi purtroppo perduti. Bubi

lascia, comunque, e non solo in chi ha avuto

il privilegio di conoscerlo bene e di potergli

stare vicino, un indelebile ricordo, ma anche

un enorme vuoto, unito ad un grande rammarico

per la perdita di un vero amico e di

un grandissimo senese. Grazie, Bubi!

114


Bobo Rondelli. A famous local folk singer

(dialogando con Roberto)

di Alessandro Sansavini

con la collaborazione di Fabio Corsini e Annalisa Lottini

28 dicembre 2023. L’aria è mite. Fuori

c’è il sole, che proprio non sembra di

essere a dicembre, se non fosse per le luci

natalizie e per il traffico particolarmente intenso.

Siamo in partenza da Firenze verso Livorno

con una bottiglia di vino e un panettone artigianale

sul sedile posteriore. Quando Francesco

Frank Cusumano ci ha proposto un

mese fa questa intervista per conto della redazione

di Toscana Folk ci siamo subito

immaginati una situazione casalinga davanti

a del buon cibo, in un clima rilassato che

facilitasse un dialogo nutriente.

Ma si sa, fra il dire e il fare c’è sempre di

mezzo… la FI-PI-LI! Non a caso, arriviamo

con mezz’ora di ritardo.

Rimaniamo positivamente sorpresi dall’accoglienza.

Difatti, a pochi minuti dall’arrivo

ci ritroviamo con in braccio la chitarra

a duettare insieme a Roberto Isn’t a Pity

di George Harrison e Sweet Home

Chicago dei Blues Brothers, con Pallina

(il loro cane) e Gustavo (il gatto) a girellarci

fra le gambe…

È così che prende pian piano forma l’intervista

a questo iconico personaggio toscano,

a nostro dire, una delle voci più autentiche,

esilaranti e commoventi. A tratti timoroso

nella sua stessa sensibilità, mai in nessuna

forma auto-celebrativo. Questo ci ha

colpito davvero molto.

Ringraziamo per l’ospitalità e l’organizzazione

Chiara (la compagna) e vi lasciamo

alla lettura con l’obiettivo di farvi scoprire

anche quali interessanti progetti bollono in

pentola.

Quando Chiara ti ha detto di questa

intervista come hai reagito? Ti piacciono

le interviste?

Assolutamente no! [RISATA] Mi hanno

detto solo che sarebbero arrivati dei

bravi ragazzi a intervistarmi per conto

di Toscana Folk. Non è che non mi piacciano

le interviste, non mi piace essere al

centro dell’attenzione al di fuori del palco,

che io chiamo “il palchibolo”. Ancora

non ho capito quanto mi ci sia trovato

oppure l’abbia veramente voluto. Ma

115


Bobo Rondelli.

questa è la vita… ti trovi a fare un lavoro

e poi ti domandi per il resto dei tuoi giorni:

“perché lo faccio?” A quest’ora potevo

essere alle Maldive a fare

qualcos’altro…

John Lennon in Beautiful Boy ha scritto:

“la vita è quello che ti succede quando

fai altri progetti”…

Esattamente, il senso è quello.

Chissà che questa intervista non serva

anche a chiarirti le idee… Proviamo

a ripercorrere il tuo percorso artistico:

da piccolo ti firmavi “Giorgio Arrisoni”,

poi iniziasti l’avventura con Les Bijoux,

gli Ottavo Padiglione e oggi sei il cantautore

Bobo Rondelli con ben nove dischi

all’attivo. Come hai trovato la tua

strada?

Hai detto bene: sul diario mi firmavo

“Giorgio Arrisoni”, oltretutto portavo anche

i capelli come lui!

Ma chi era Giorgio Arrisoni?

George Harrison [RISATA]. Pensa che

riuscii a comprarmi anche una

Rickenbacker dopo mesi di duro lavoro.

Una chitarra che rappresentava bene sia

George Harrison che Roger McGuinn, il

chitarrista dei Byrds. Quindi uno strumento

molto significativo per me. Ho iniziato

a suonare da ragazzo, come tanti altri.

Penso sia nato tutto in maniera naturale,

per via della mia timidezza; presto

capii che suonando sul palco qualche ragazza

mi avrebbe notato. Anche se poi i

più guardati erano i batteristi e i bassisti.

Fin da piccolo salire sul palco è stato un

modo per mettermi in gioco, per sfidare

me stesso e il mio carattere. E comunque

116


non stiamo parlando mica dei Beatles! Se

hanno smesso di suonare loro, non è detto

che non possa smette’ di sona’ io!

[Ride]

Quanto è importante per te essere un

“artista libero” con tutte le complicazioni

che ne derivano? Vale davvero la pena

esserlo oppure alcuni compromessi scomodi

a volte sono necessari per trovare

la propria strada?

Io, prima di tutto, sono uno scomodo

per me stesso. Oggi quando si vedono persone

scomode si capisce subito che si tratta

di sceneggiate. Situazioni già pronte e

poco autentiche. La televisione è piena

di TG dell’orrore e discussioni tra persone

felicemente stupide o stupidamente

tristi. Io ho una televisione in camera, ma

la uso principalmente per ascoltare

audiolibri. Tornando alla tua domanda,

la libertà espressiva è molto importante,

ma ancora di più l’autenticità e la genuinità

del racconto.

Tra le altre cose, parlando di televisione,

qualche anno fa sei andato a

Sanremo…

Dè, Irene Grandi mi ha chiamato tre

anni fa, in pieno Covid, per cantare in

duetto una canzone scritta da Franco

Califano e Umberto Bindi: La musica è

finita. Per me è stata una bella opportunità,

potenzialmente anche per allargare

il mio pubblico. Un’altra bella occasione

è nata anche quest’anno con l’invito di

Vinicio Capossela allo Sponz Festival,

dove mi sono trovato molto bene. Forse

invecchiando si è disposti a fare più compromessi,

purché la musica possa arrivare

più lontana. Tornando a Sanremo, forse

prima c’era il mito del boicottaggio

degli artisti indipendenti, ma adesso non

è più così: il mercato è cambiato. È stato

bello partecipare anche semplicemente

per il vestito che mi hanno dato, il dispiacere

è stato poi doverlo restituire: un po’

come Cenerentola, appena è finita la

musica, ho dovuto cambiare vestito

[ride].

“Per andare a non so dove e arrivare

a non so quando” 1 , la senti ancora tua

questa strofa?

Questa frase è presa e riadattata da una

canzone di Billy Bragg, New England. Ne

ho cambiato le parole: “I don’t want to

change the world… I’m not looking for a

new England...” [canticchia] Sì, secondo

me ha un bel significato rispetto alla

giovinezza e al sentirsi sempre un po’ ragazzo.

La vita non si sa mai come va a

finire. È un po’ come quando prendi la

macchina senza decidere dove andare

oppure prendere un treno a caso. Lo abbiamo

fatto tutti.

Quali sono state le tue maggiori influenze

musicali e come hanno influito

sul tuo lavoro? Dai Beatles passando

per i Velvet a Dylan e Johny Cash…

Quando e come arrivano i cantautori?

Guccini, De André, Ciampi…

I miti musicali internazionali appartengono

alla gioventù, Piero Ciampi è arrivato

dai vicoli della mia stessa città; De

André lo sentivamo tutti a scuola.

Guccini, a partire da L’Avvelenata, contenuta

nel disco Via Paolo Fabbri 43, si è

diffuso a macchia d’olio, ma per me c’era

anche Edoardo Bennato. Era semplice da

suonare, era rock ‘n’ roll ed era pure

117


Harper: “When you

have everything, you

have everything to

lose” 2 .

A me viene in mente anche

il pittore livornese Gino

Romiti: “Meno hai più sei

libero”. Queste parole

sono riportate sul suo busto

a Villa Fabbricotti, qui

a Livorno. È ganzo perché

non c’è la rima baciata,

così suona più solenne e altisonante.

La coperta dell’ultimo disco.

incazzato. Bennato, forse più di altri artisti

della mia generazione metteva assieme

il cantautorato italico con l’animo

internazionale più rock.

La chitarra era uno strumento per stare

insieme. Oggi quando i giovani ti vedono

con una chitarra in mano pensano

tu sia un barbone [ride]. I tempi sono

cambiati. Prima ci si calava nell’oscurità

delle osterie, adesso si va in questi luoghi

con forti luci al neon che sembrano

dirti: “Bevi veloce e levati dai coglioni!”

[ride].

Credo che, se smettessimo di parlarci,

prima o poi ci ammazzeremmo tutti. Siamo

troppo concentrati sul possesso:

“Quando arriva lo stipendio?”, “Lo sai

adesso mi arriva la macchina nuova!”

Respiriamo quotidianamente un senso di

possesso inutile.

Mi viene in mente la frase di Ben

Come ti sei trovato

con Appino alla regia di

“Anime Storte”?

Bene, nonostante le differenze

territoriali [ride]. Sapete quanto

si scherza noi sui pisani. È un lavoro che

ha imbastito lui, mi piace molto affidarmi:

se mi metto con uno che fa reggae,

poi finisce che faccio un disco reggae…

Come “Onde Reggae” del ’99 degli

Ottavo Padiglione…

Sì, insieme a Dennis Bovell in quel

caso… Dipende chi trovo e mi adeguo.

Pensa che Eleanor Rigby dei Beatles nacque

da Vivaldi… per farti capire l’importanza

delle influenze. Pare che Paul si

fosse lasciato influenzare da una donna

che ascoltava Vivaldi.

A questo punto il dialogo vira sull’attuale

mercato musicale, ed emergono due elementi

caratteristici: l’eccesso di possibilità di ascolto

- la musica oggi è forse diventata troppo

democratica (tutti possono accedere a tutto

o quasi) e l’importanza del marketing.

118


Il tuo genere può definirsi folk, in qualche

modo, perché parli anche del tuo popolo

e dei suoi costumi, della tua amata

Livorno e della sua gente. Quanto è importante

per te la tua città?

L’arte in tutte le sue forme, secondo me,

nasce da un singolo o da un gruppo che sente

qualcosa e si ritrova insieme per condividerla.

Dall’alto dei miei anni oggi noto che

le persone sono più deluse – l’hai visto quello

l’han preso a X Factor – mancano le cantine

per suonare, manca quello scambio punk

intellettuale. Un fiore da solo muore. Questo

significa che la bella musica nasce da un

buon clima. Livorno è una città con una storia

recente, più moderna, si ricordano le canzoni

di Ciampi, le poesie di Caproni, le composizioni

di Mascagni. La mia musica si può

definire folk? Boh, se lo dite voi, che mi

ascoltate da fuori, ci credo.

Bobo Rondelli e Pallina, Livorno Style.

Il mare per gli artisti che provengono

dal mare, come te, ha un valore necessario.

In una celebre frase, Banana

Yoshimoto dice: “Nelle città senza

mare… chissà a chi si rivolge la gente

per ritrovare il proprio equilibrio… forse

alla Luna…” Per te quanto sono importanti

gli elementi naturali nella composizione

di un testo? E il mare è una

fonte di equilibrio?

Nelle città di mare, in generale, si respira

un maggiore senso di comunità. I

marinai andavano a pescare e lasciavano

la propria famiglia, i figli diventavano

così figli di tutti, in un clima di maggiore

scambio e aiuto reciproco. Da noi,

attraverso lo scambio, è nato anche il

ponce!

Per me il mare è forse più una fonte di

squilibrio che di equilibrio. Mi fa riflettere

su altri luoghi lontani. Il mare ha questa

forza, rende più facile innamorarsi e

parlare d’amore in tutta la sua complessità,

ispira il sentimentalismo. Vivere in

una città come Livorno ti porta ad avere

l’animo più esposto all’altro ed essere più

aperto al mondo.

La tua musica spazia tra molti temi:

dalla poesia, l’amore, alle sofferenze e

le gioie della vita, dai disagi dell’animo,

le frustrazioni, all’ironia e la leggerezza.

Immagino che per descrivere ognu-

119


Bobo fra i due amici Alessandro Sansavini e Fabio Corsini.

no di questi stati d’animo tu abbia dovuto

prima provarli. Hai un rito che ti permette

di evocarli e trasformarli in musica

o le tue parole arrivano dall’istinto,

d’impulso?

Arrivano d’impeto. Spesso ho voglia

dire qualcosa e mi mancano le parole. Poi

improvvisamente arriva la parola giusta.

A volte, è come se mi sentissi bloccato:

penso a qualcosa che voglio dire con la

musica, ma poi fatico a pensare che qualcuno

lo voglia davvero ascoltare. Come

diceva John Belushi: “Quando il gioco si

fa duro, i duri cominciano a giocare” e

così nascono le canzoni, ultimamente mi

capita di comporre all’aria aperta nei

parchi quando non mi vede nessuno

[ride].

In che modo utilizzi la satira nelle tue

esibizioni?

Principalmente uso il sarcasmo. Lo faccio

per far notare quanto siamo diventati

tutti più idioti. Mi piace dissacrare alcuni

luoghi comuni dei nostri tempi.

Nella chiusura live di L’ultima Danza

inizi a elencare i bisogni della nostra

società: “Ma cosa si sogna? La casa in

campagna, l’auto più bella da cambiare

ogni anno e poi il cellulare che fa le foto

sott’acqua…” Quanto è importante ai

nostri giorni “saper scherzare” e “non

prendersi troppo sul serio” per un artista

folk?

Non è importante solo per l’artista, ma

per tutti noi. È una questione di sopravvivenza.

Immagina quando sei in compagnia

di amici o con un partener, a fine

serata provate a fare il conto: quanto abbiamo

riso? Se la risposta è per niente,

dovete farvi delle domande! Forse dovete

cambiare compagnia. Dobbiamo tutti

120


imparare a ridere, non in maniera cinica

ma delle cazzate della vita con dolcezza.

“Per me le persone serie sono stupide”

diceva il tuo amico Andrea. Ma chi

è Andrea?

Andrea è il mio amico down. Insieme ci

definiamo la coppia più scema del mondo.

Anche a lui ho fatto la stessa domanda:

sai cosa mi ha risposto? “Se uno sta

lì che ’un ride che ci sto a fa’ ai mondo!”

Ci sono persone che entrano in rapporto

solo con le persone che gli servono in

quel momento, altrimenti non gli rivolgerebbero

mai la parola. Questa tipologia

di persone non le sopporto proprio.

Qui ci fa ascoltare una canzone, citando

poi il tema di Uomini Contatori, presente nel

suo primo libro: Compagni di Sangue.

Ho una sorta di canzone, posso farvela

sentire? “…Quelli che stanno dentro e ti

lasciano fuori anche con il freddo…” [si

tratta di una nuova canzone e abbiamo il piacere

di ascoltarla per primi. Wow].

In fondo quando qualcuno ti chiede

qualcosa è più propriamente lui che fa

un piacere a te, facendoti uscire da te stesso

per andare a donarti all’altro. No? Sì,

lo so, suona un po’ catto-comunista

[ride].

Invece Bobo, rileggendolo è un bellissimo

pensiero! Qual è il giusto equilibrio

fra scherzo e serietà sopra il palco?

[Qui Bobo rimane in riflessione e rallenta

l’eloquio]: Il giusto e-qui-li-brio...

Mmmmhh... Mi piace raccontare alcuni

fatti, anche “cose truci” con fare scherzoso,

per me le parole “disgrazia” e “serietà”

sono vicine. Naturalmente senza

esagerare, per esempio non farei mai una

canzone su Mathausen!

Qualche altro musicista ti ha mai preso

in giro?

Sì, Stefano Bollani. A me piace essere

preso in giro. Se qualcuno ti fa il verso

vuol dire che hai qualcosa di speciale,

delle caratteristiche singolari che ti distinguono

dagli altri.

Qual è l’origine del progetto “L’osteria

del tempo perso” dalla canzone del

grande Stefano Rosso? Ce lo racconti?

Sì, esatto ho ripreso proprio la canzone

di Stefano Rosso. Andavo tutte le settimane

a Lucca a suonare presso l’Osteria

Il Mecenate mentre le persone mangiavano.

È stato un progetto molto interessante:

poter osservare la loro reazione

mentre suonavo sopra un tavolo… guardandoli

negli occhi da vicino potevo leggerli:

“Te c’hai proprio la faccia da scemo!”

Grazie a questa esperienza ho capito,

nuovamente, quanto il pubblico abbia

bisogno della pazzia, di qualcosa che

esca fuori dagli schemi. “To’ guarda chi

c’è, c’è anche Mattarella… vieni qui Sergio!”

A quel punto puoi diventare un portatore

sano di follia e di buon umore.

Suonare dentro un’osteria è un’ottima

scuola per un musicista folk anche per

imparare a canalizzare l’attenzione del

pubblico.

Quindi approvato il contesto osteria

per un cantante folk?

Assolutamente! Credo che fermare il

tempo dentro un’osteria, magari suonando

una melodia lenta, senza l’utilizzo di

121


nessuna amplificazione sia veramente

folk.

Se ricordo bene avete provato a esportare

la musica toscana negli Stati Uniti?

Mi riferisco ai concerti a New York tramite

il tuo manager Toto Barbato, com’è

andata?

Sì, abbiamo provato a suonare in alcuni

ristoranti di New York, devo dire che

le persone non erano così ricettive alla

mia musica mentre mangiavano. Così ho

iniziato a imitare la Callas e a fare vari

sketch come quello del disco rotto

[canticchia] “Guarda che luna… mare…

luna... mare...” [ride]. Mi hanno poi invitato

a suonare in un altro locale per fare

canzoni in lingua inglese, da Iggy Pop a

Lou Reed, e devo dire pagato bene. La

cosa interessante è che alcune di queste

canzoni non se le ricordavano più nemmeno

gli stessi americani!

Possono ancora arrivare temi sociali

dalla musica popolare? Te lo domando

perché ridendo e scherzando, hai parlato

di pedofilia (“Giulio”), hai raccontato la

sofferenza di un animale (“Gigi Balla”),

hai parlato di eroina (“Sabrina”) e poi di

tante storie d’amore…

Credo che ci sia un gran bisogno che la

musica popolare affronti tematiche sociali.

Prima ancora c’è bisogno di imparare

a fermarsi, rallentare, leggere più libri,

sapersi confrontare e di conseguenza saper

scrivere e ascoltare musica. Sicuramente

anche l’angoscia è una emozione

importante per comporre. L’amore, per

farti un esempio, è un qualcosa che mi

ha rovinato: non solo economicamente

ma anche sentimentalmente. In fondo

forse è questo il vero piacere: “rovinatti”!

Il “dolcemente farsi male” di una tua

canzone…

Sì, il dolore è una scelta tua! Alla fine,

la composizione è cercare di trasmettere

quello che hai sentito ad altre persone e

questo processo spesso parte dalla tua

malinconia, che ti avvicina inconsapevolmente

ad altre persone.

Quali sono i tuoi progetti futuri, si

vocifera di un disco e di una tournée?

Sto suonando con un gruppo di

Grosseto che si chiama Musica da Ripostiglio.

Il taglio in questo progetto varierà

dallo swing al tango alle sonorità greche.

Sto adattando delle mie canzoni al loro

sound così da dargli una veste quasi teatrale.

Mi piace tantissimo questo progetto,

loro sono degli ottimi musicisti e ci

stiamo divertendo a scrivere dei pezzi che

hanno dei contenuti che rimandano all’immaginario

felliniano, un po’ alla

Amarcord. Sono quasi tutte storie

tragicomiche. Uscirà un nuovo disco e

poi credo un tour…

La nostra intervista si chiude con l’ascolto

di allegre poliritmie accompagnate dal kazoo

e dall’inconfondibile voce di Bobo… e noi

non vediamo l’ora di ascoltare questo nuovo

progetto dal vivo!

Grazie Bobo e Grazie Chiara!

1

Verso tratto dal suo brano “Non so dove” incluso nell’album “Figlio del nulla” del 2001.

2 Verso tratto dal brano “Diamonds on the inside” di Ben Harper, dall’album omonimo del 2003.

122


Utopia del Buongusto, Primo esperimento

internazionale di vita godereccia

di Andrea Kaemmerle

Tutto è nato ben 26 anni fa, forse ormai

27. Decisi di prendermi del tempo per

pensare al mondo del teatro nel quale lavoravo

già da anni. Presi il mio vecchio camper

(un mitico Mirage express del 1986) ed

andai in totale solitudine all’Abetone in inverno

ma evitando il fine settimana; una

pacchia. Tornai ed avevo scritto in uno dei

miei tanti quadernini volanti le regole base di

Utopia del Buongusto. Da allora, ben 1700

serate di cena e spettacolo, quasi 200.000

spettatori, 40 comuni coinvolti e chissà quanti

artisti e compagnie.

Ecco le pochissime regole che non abbiamo

(intendo Guascone Teatro e tutto il suo

staff) mai abbandonato.

Primo, la Toscana è straordinariamente

piena di luoghi bellissimi, secondari e sconosciuti

spesso anche ai suoi cittadini, ogni

sera si cerca di scovarne uno nuovo e di

trasformarlo in TEATRO URBANO, poche

scenografie e tanto fascino già lì ad aspettarci.

Il motto della compagnia, fino dal 1992

anno di fondazione è una frase di Goncourt:

“imparare a vedere è il tirocinio più lungo di

tutte le arti” e in effetti Utopia si basa proprio

su questo.

Secondo, a Teatro si deve andare con calma,

arrivare prima, respirare l’aria del posto,

rilassarsi, fare amicizie e se possibile

mangiare cose buone come a casa delle vecchie

nonne e possibilmente pagandole

qualcosina meno dei diamanti. A teatro nelle

aie, nei cortili, tra le vigne e le piazzette dei

borghi si va per perdere tempo. Meglio, si

va per perdersi nel tempo e scordare il ticchettio

delle lancette.

Terza regola, la più importante, quella veramente

mai trascurata. Prima si mangia, poi,

a pochi metri di distanza ci si gode l’arte

scenica, i musicisti, gli attori etc. Per essere

chiarissimi: MAI fatto uno spettacolo durante

la cena! Non siamo gente da

intrattenimenti culturali e digestivi. Tanto è

che da Utopia sono passati Laura Curino,

Carlo Monni, Michele di Mauro, Banda

Osiris, Andrea Cambi, Paolo Hendel, Paolo

Migone, Ascanio Celestini, Katia Beni,

Lisetta Luchini, Anna Meacci, Paolo Rossi,

Jacopo Fo, Alessandro Benvenuti, Alessan-

123


124

Kaemmerle impegnato in uno spettacolo con il cantautore Francesco Bottai (sotto).


dro Riccio, Arianna Scommegna ed altre

centinaia di artisti (tutti) professionisti e ben

navigati.

Quarta regola, la cena non è obbligatoria,

si può tranquillamente venire per il solo spettacolo.

Alla fine, chi vuole rimane a veglia

con artisti ed avventori più o meno indigeni

e con l’ausilio di vinsanto e cantuccini di Prato,

si ragiona e si ragiona, e si ragiona fino a

che ci s’ha voglia.

Che dire? Senza questo festival, estremamente

semplice, non avrei avuto modo di incontrare

e lavorare con le persone che più

contano nella mia vita. Rincorrere un sogno,

un’utopia è ed è stato un movente straordinario

per cercare di seminare gentilezza ed

umanità. Mi sono divertito moltissimo, ci siamo

divertiti moltissimo e ci è parso, sera dopo

sera, che il teatro avesse ancora ragione d’essere.

In tutti questi 26 anni si sentiva forte la

voglia delle persone di sentirsi un piccolo

popolo di sognatori e coltivare il più possibile

quella ironia e lo sberleffo che in Toscana un

tempo era una D.O.C.G. A tal proposito se

avete tempo vi suggerirei di leggere i libri di

Collodi oltre a Pinocchio, un po’ di Margherita

Hack con qualche pizzico di Monicelli con

salsa di Machiavelli a go go.

P.S. Utopia del Buongusto c’è ancora, si

sposta da giugno ad ottobre dalle pendici

del Pratomagno fino al mare. Non esiste da

remoto, non viaggia on line e sospetta di ogni

tecnologia che non sappia di umanità. Si basa

sulla musica dal vivo, la nostalgia dei corpi,

le pacche sulle spalle ed i tentativi di imbrocco

a suon di galanterie e passaggi in macchina.

Sì, certo un progetto da BOOMER, ma

che ci si può fare cari compagni d’avventure?

Ci è capitato questo e ci siamo adattati

benone.

Il motto del festival? Certo che c’è, eccolo

“si può solo soffrire o godere, godicchiare

non è serio”.

125


Ricordi dello spettacolo Pratacanta

di Veraldo Franceschi e Lisetta Luchini

Negli anni che vanno dal 1996 al 2006 a

Prata, frazione del Comune di Massa

Marittima nelle colline dell’alta Maremma

Grossetana, durante le feste del Ferragosto

Pratigiano si svolgevano gli spettacoli di

“PRATACANTA”. Questa iniziativa fu voluta,

creata e eseguita da “dilettanti” del paese

supportati, di volta in volta, da artisti professionisti

che ne costituivano l’ossatura

sulla quale si svolgevano gli spettacoli che

allietavano i paesani, mettendo in mostra la

loro volontà, la loro capacità e la loro irriverenza

verso tutti e verso tutte le autorità del

circondario.

Oggi c’è tanta nostalgia nel ricordare coloro

che in quelle serate si sono avvicendati

sul palco montato alla sommità del paese,

nella parte vecchia, appoggiato ai resti del

cassero del Castello di Tollo da Prata, signore

di quella dimora.

È vivo nel ricordo dei pratigiani il complesso

“Trio Toscana” di professionisti di

Prato-Firenze, noto anche in campo internazionale,

che erano i mattatori delle serate:

il trio composto da Lisetta Luchini, voce

chitarra; Ferraro Cianchi, mandolino violino

e Paolo Biancalani, voce fisarmonica.

Il Coro degli Etruschi di Grosseto con la

voce solista di Sesto Vergari; il Quartetto

Pratigiano di Alberto, Luigi, Marco e Mario

che hanno deliziato gli ascoltatori con le loro

parodie su fatti e personaggi del paese.

C’era Rino, comunemente conosciuto

come il “Radi” pratigiano D.O.C. che per

motivi di lavoro si era trasferito a Follonica,

ma con il cuore rimasto attaccato alle vecchie

strade del paese, colonna portante degli

spettacoli, che con le sue telefonate prendeva

in giro, garbatamente, i suoi ex paesani

regalando, con queste, divertimento e ilarità.

E poi Letidio, Tambano, il Micheli,

Paolino che assieme a Irene introducevano

gli spettacoli con canti in ottava rima.

Nell’anno 2000 c’è stata la partecipazione

del Coro tedesco di Audorf, cittadina

della Baviera, diretto dalla professoressa

Rosi Berger, che con i suoi canti tradizionali

ha portato una ventata di internazionalità

nella ristretta cerchia paesana.

In tutte le serate il ruolo del presentatore,

126


- Franco Fedeli, presentatore,

autore di

sketch ed esecutore di

comici, sempre presente;

- Irene Marconi,

cantante, chitarrista,

improvvisatrice ottava

rima, presentatrice.

Presente a tutti gli spettacoli;

- Rino Radi, creatore

ed esecutore di parodie,

scene comiche

ecc. insomma tuttofare.

Presente a tutti gli

spettacoli;

Il folto pubblico di Pratacanta 2006.

- Coro degli Etruschi

da Batignano (GR),

presente in quasi tutti gli spettacoli. Il suo

tenore-solista, Sesto, ha riempito – come

solista – quando il gruppo non è stato presente,

Mario detto Tambano, Paolino, Luciano,

cantori in ottava rima.

Agli spettacoli hanno partecipato saltuariamente

tanti altri artisti dilettanti.

L’organizzazione era curata da Mila, Piero,

Helga, Bruno, Rino, Franco, Dino, Antonio,

tanto per dire i più presenti.

Per l’allestimento degli spazi per gli spettacoli,

specialmente per i primi, c’era una

grande partecipazione di giovani e anziani

del paese, poi si sono stancati.

Nell’anno 2000, negli spettacoli dei giorni

14, 15, agosto credo, c’è stato il coro dei

tedeschi di Audorf, Monaco di Baviera, diretto

dalla prof. Rosi Berger, coro di una

trentina di componenti.

(V. Franceschi)

Le parole e le note che avete appena lette

sopra sono di Veraldo Franceschi, pratigiano

che tra l’altro era anche autore dei testi degli

spettacoli, era svolto dal Prof. Franco Fedeli,

pratigiano d’origine ma abitante a Massa

Marittima, aiutato nella bisogna anche da Irene

allora studentessa universitaria.

Al supporto tecnico-logistico provvedevano

gli stessi organizzatori: Mila, Piero, Antonio,

Helga, Bruno, Mario Alberto, Veraldo

ed altri che durante i preparativi si offrivano

per la collaborazione.

Note varie: gruppi e presenze

- Complesso mandolinistico i TRE PER

CASO. Bruno, Gastone e Rino. Presenti nei

primi tre spettacoli – 1996, 97, 98;

- complesso di chitarre e voci. Mario, Alberto,

Luigi e Marco. Presenti in tutti gli spettacoli;

- Lisetta Luchini, Ferraro Cianchi, Paolo

Biancalani. I primi due presenti a tutti gli spettacoli;

127


Bruno Kaiser.

puro, mente e braccio della manifestazione

“PrataCanta” che per 10 anni mi ha accolta

insieme ai miei musicisti con amicizia e affetto.

L’evento nacque per volontà del Circolo

Culturale di Prata ovvero grazie ai Signori

Mila e il marito Piero Mazzi, Helga e Bruno

Kaiser, Rino Radi, Franco Fedeli, Dino Petri,

Antonio detto “Tony”. Ed è stato un grande

evento attrattivo del paese per molti anni.

Di allora ricordo moltissime cose: la mia venuta

da Prato in macchina passando per

Colle e poi per il Pian della Speranza, San

Galgano fino alla Valle Buia, il Gabellino e

Prata. Al Gabellino delle volte abbiamo anche

dormito poiché la serata si protraeva

fino a tardi, se non tardissimo, ed era arduo

tornare a casa. Come documentano anche

alcune foto, qualche giorno prima si facevano

le prove pomeridiane al podere di Mario

Moratti con merenda abbondante e mille

ipotesi e suggerimenti. Il bello era ascoltare

le canzoni dedicate ai compaesani pratigiani

da Mario, Alberto, Luigi e Marco che con

le loro chitarre, cantando avevano il coraggio

di mettere in piazza storie d’ogni sorta

rischiando proteste e arrabbiature dei protagonisti.

Una volta hanno dedicato

una canzone anche a me facendo

una parodia del famoso

Grillo di Barberino che cantavo

spesso in Maremma, con

tanto di parrucca a caschetto

nera e scialle con un testo di cui

si intuisce il contenuto dovuto

all’assonanza della parola “grillo”

con altro sostantivo… una

canzone veramente divertente e

da me molto gradita.

Avrei mille cose da dire su

quelle serate magiche passate

sotto le stelle pratigiane, con un

vento fresco che a volte portava via i leggii e

ci costringeva a mettere maglie o scialli sulle

mise eleganti della scena. Ricordo l’amica e

poetessa Irene Marconi da bambina, 8 anni

la prima volta che l’ho conosciuta, faceva

l’ottava rima con suo nonno e cantava la canzone

“Maremma mia” scritta da Veraldo e

Nella Franceschi che recentemente ho inciso

anch’io. Irene Marconi adesso è una

poetessa affermata, cantante e chitarrista, impegnata

nel sociale per il suo Comune, Massa

Marittima, madre di due figli meravigliosi

e responsabile dell’Ass. Sergio Lampis di

Ribolla, è quindi l’erede del nostro

Domenico Gamberi instancabile organizzatore

di eventi in ottava rima.

Ricordo Rino Radi, un personaggio come

non ne nascono più dalla personalità feconda,

voce roca, figura elegante, modi teatrali,

vena inesauribile di testi, poesie, canzoni,

burle… che grande scuola per me!

Poi ricordo Helga e Bruno Kaiser una

coppia tedesca che viveva nelle campagne

pratigiane da molti anni, lei giornalista della

televisione tedesca per la quale mi fece anche

girare un video a Pienza con l’Amiata di

128


sfondo e per il quale video

scrissi la canzone

Mio Dolce Amiata che

canto ancora oggi. Lui

era un Professore di

Storia molto conosciuto

in Germania, un intellettuale

che leggeva e studiava

in molte lingue e

che frequentava le biblioteche

di mezzo mondo,

un uomo gentile, un

vero signore, sorridente

e bello, alto ed elegante,

sempre pieno di affetto

verso di me e la mia musica.

Ricordo la venuta speciale del Coro tedesco

con il quale facemmo anche due o tre

brani insieme, Maremma e Mamma fammi la

pappa...credo. Ricordo le esibizioni del Coro

degli Etruschi con la presenza di molte persone

che non ci sono più, la magia delle loro

voci, gli applausi, il consenso del pubblico

attento verso loro, ma anche verso tutti noi.

In questi lunghi dieci anni sono venuta a

contatto con molto materiale interessante che

ho salvato e pubblicato via via su Toscana

Folk, canzoni come Prata dolce paese di

Toscana, Noi partiremo cantando, E la

tu mamma è..., Polli e tacchini, Mio barbaro

cuor, etc...

L’unica che ancora non ho pubblicato ma

che merita sicuramente di esserlo, è la Ninna

Nanna del Pastorello di cui mi ha informato

già nel 2004 Mila Petri di Prata, una delle

colonne della manifestazione che negli anni

allietava le “Serate Pratigiane” anche con

l’allestimento di mostre originali come quella

delle sue “scatole di latta”, una collezione

pregevolissima che ancora oggi continua.

Di questa Ninna Nanna Mila ricorda che

Mila Petri e Veraldo Franceschi a Braccagni (Grosseto) nel 2013.

la cantava sua nonna: Questa qui la cantava

la mi’ nonna a me quando ero piccina,

ora in occasione della nascita di mio nipote

sto ripassando tutto il repertorio delle

canzoncine e m’è rivenuta a mente e dice

(questo è un foglio volante fatto per l’occasione

della prima esecuzione a PRATACANTA

2004 da parte della sottoscritta).

“PRATACANTA 2004”

a cura del Circolo Culturale di Storia

e delle Tradizioni Popolari di Prata

presenta

NINNA NANNA DEL

PASTORELLO

(Prata , Massa Marittima,

informatrice Mila Petri, ultime notizie

1943-44)

Son pastorello di bei capretti

guardo le pecore e gli agnelletti,

e con il piffero cantando vo

la mia canzone rallegra il cuor

la mia canzone rallegra il cuor…

129


E col mio gregge me ne vado su pei monti

di qua, di là, di su, di giù… arrivo alla sera,

sono stanco e non ne posso più!

Lassù sul colle, c’è il camposanto

dove riposa la mamma o quanto

piansi quel giorno ed ora ancor

per la mia mamma prego il Signor

per la mia mamma prego il Signor…

E col mio gregge me ne vado su pei monti…

Sulla canzone che possiamo dire? Composta

di due parti, “classica” in tutto, è carina,

ben fatta, forse non troppo popolare e

neanche toscana, sembra un tirolese, un

landler, chissà! Però se è rimasta nelle orecchie

a qualcuno del popolo per averla sentita

alla radio o magari in un film, vuol dire

che l’anima popolare c’è ed arriva a destinazione.

Del resto la contaminazione fra colto

e popolare o fra sacro e profano è sempre

esistita fin dal lontano medioevo e resta ancora

oggi, una risorsa per tutti noi.

PRATACANTA chiude i battenti nel 2006

con l’ultimo spettacolo, trasferendosi così

nella memoria di tutti noi come periodo felice

della nostra carriera e della nostra vita.

Grazie Prata! (L. Luchini)

130


C’era una volta a Brenna, la filanda fra

storia e memoria

di Tiziana Bruttini

Una ricerca dell’Archivio UDI della provincia

di Siena che si è concretizzata in

una mostra fotografica e in un libro che raccoglie

testimonianze e fotografie.

Il tutto è stato presentato il 30 Settembre

2023, Brenna, in una iniziativa pubblica con

la collaborazione di Paola Lambardi, che ha

letto le testimonianze, e di Lisetta Luchini e

Marta Marini che le hanno accompagnate

con canti popolari.

Come scrive il sindaco di Sovicille nella

presentazione del libro la vicenda della filanda

è “una pagina straordinaria del nostro vissuto

collettivo che rischiava di scorrere via

per sempre con l’acqua della gora, se alcune

tenaci e caparbie donne dell’Archivio

UDI di Siena (Daniela Angiolini e Gabbriella

Neri) non avessero recuperato un materiale

documentale copioso e preziosissimo, fondamentale

per ricostruire un interessante

spaccato del contesto socio-economico

della Brenna del dopoguerra: un tempo a

noi prossimo eppure, per certi versi, estremamente

lontano.”

Brenna è una piccola frazione del comune

di Sovicille, oggi abitata da circa 80 famiglie,

ma che nel secondo dopoguerra “vantava

la stazione dei Carabinieri, il circolo

ARCI e quello delle ACLI, la segheria del

marmo, la Draga del Signor Ciacci ed altre

attività allora importanti “, come ricorda nella

sua testimonianza Anna Maria Adelucci.

La filanda fu aperta poco dopo la seconda

guerra mondiale da Guido Coppi e sua

moglie Fiammetta Burroni e rimase in funzione

fino agli anni ottanta.

Non esistono più documenti che ne

attestino la storia e l’attività e rimane solo

una piccola porzione diroccata degli stanzoni

che ospitavano tutti i macchinari che servivano

per allargare e cardare la lana e per

fare i veli per i coltroni.

Sono state le testimonianze orali di alcune

donne che vi avevano lavorato e delle loro

figlie e quella della nipote dei due titolari a

permettere di ricostruire le vicende di questo

luogo tutto femminile, a trasmetterci il

clima familiare che si instaurava fra le lavo-

131


Daniela Angiolini e Grabriella Neri che hanno curato la raccolta delle testimonianze lette dall’attrice

Paola Lambardi. Al mandolino Marta Marini e Lisetta Luchini voce.

ratrici e la signora Fiammetta, a farci comprendere

che si trattava di una realtà importante “della vita di

donne giovanissime che si affacciavano per la prima

volta al mondo del lavoro extradomestico”.

Le fotografie esposte nella piccola mostra, e riportate

nel libro, sono di tre fotografi locali, scattate

negli anni ottanta, ultimo periodo di vita della

filanda, e ci mostrano le lavoratrici impegnate alle

macchine. La testimonianza di Gabriella, figlia di una

delle prime lavoratrici della filanda, Luisa detta

Mimma, ha permesso di riconoscerle nelle foto e

collocarle nelle corrette fasi del percorso di lavoro.

Daniela Angiolini e Gabriella Neri, che hanno portato

avanti la ricerca per conto dell’Archivio UDI,

nel loro testo introduttivo scrivono che questo impegno

le “ha arricchite dal punto di vista culturale

ed umano, regalando a noi, alla nostra associazione

e a chi leggerà queste pagine un pezzetto del vissuto autentico delle lavoratrici della filanda

di Brenna, donne che rimarranno sempre in contatto con le generazioni presenti e future

attraverso le loro stesse parole”.

132


“La Siena dei bisnonni” torna

ringiovanita dopo trentasette anni

di Luca Luchini

Gli eventi che hanno portato a suo tempo

alla prima stesura del volume “Siena

dei bisnonni” si intrecciano con le vicende

familiari mie e di Piero Ligabue molto di più

di quanto il titolo del libro possa far pensare.

Nell’ormai lontano 1986 già scrivevo su

diversi giornali e pubblicazioni cittadine, occupandomi

anche di Palio con la possibilità

di allacciare interessanti rapporti con vecchi

contradaioli e addetti ai lavori.

Affascinato dalle vecchie storie che gli anziani

del tempo raccontavano ai più giovani

in un rapporto fra generazioni che adesso,

purtroppo, sembra quasi essersi perduto,

avevo già pubblicato “Palio XX secolo”.

Questo libro raccontava aneddoti ed episodi

legati alla vita di contrada, ai fantini ed

ai cavalli che avevano caratterizzato il periodo

precedente a quello che noi stavamo

vivendo.

Fu così inevitabile cercare di descrivere anche

l’ambiente socio economico in cui questi

avvenimenti si erano verificati ed iniziai a prendere

confidenza con la Siena ottocentesca e

dei primi anni del Novecento.

Quasi in contemporanea con la pubblicazione

di questa mia prima fatica, ricevetti da

un ramo della famiglia materna, lontana da

Siena da numerosi anni, interessante materiale

concernente l’attività giornalistica del

bisnonno Giuseppe Partini.

Scoprii così che Giuseppe, soltanto omonimo

del famoso architetto che aveva compiuto

interventi importantissimi sulla nostra

città, oltre ad aver ricoperto il ruolo di

archivista del Monte dei Paschi di Siena, istituto

di credito che in quel periodo iniziava

ad affermarsi anche a livello regionale, era

stato molto impegnato nella vita cittadina.

Oltre ad aver fatto parte di molti consigli

di associazioni che spaziavano in vari settori

dell’economia e dell’assistenza cittadina,

il bisnonno Giuseppe aveva svolto l’attività

di giornalista (per puro diletto, come

stavo facendo io) e aveva diretto per un

lunghissimo arco di tempo importanti periodici

senesi quali “La vita Nuova” e “Il

Libero cittadino”.

Nello stesso periodo l’amico Piero mi aveva

mostrato una parte di uno splendido ar-

133


Carrozze davanti al Duomo in attesa dell’uscita della messa.

chivio fotografico che raccoglieva una sconfinata

produzione fotografica opera del suo bisnonno

Alessandro Bonelli. Piero mi aveva anche

offerto qualche foto per “Palio XX secolo”, ma

la pubblicazione era ormai in stampa e, a malincuore,

ero stato costretto a rinunciare alla pubblicazione

di importanti immagini.

Bonelli, benestante, anch’egli attivo in numerose

associazioni cittadine, fotografo dilettante

di grande spessore e all’avanguardia

anche rispetto ai professionisti del tempo,

per diletto aveva immortalato innumerevoli

personaggi ed episodi della vita senese

dello stesso periodo narrato e commentato

134


Lavori per la pavimentazione delle vie.

dai giornali e dagli articoli di Partini.

La conseguenza di questi casuali episodi

fu quasi scontata. Iniziai a lavorare per raccontare

la vita dei nostri concittadini fra la

fine dell’Ottocento ed i primi anni del ‘900,

fino allo scoppio della Prima guerra mondiale.

Intanto, Piero selezionava fra i vetrini

e i negativi, gelosamente custoditi, le immagini

che avrebbero dovuto accompagnare

visivamente gli eventi senesi e i fondamentali

cambiamenti che avevano caratterizzato

quell’importante lasso di tempo.

Il mio lavoro di ricerca fu tutt’altro che

facile. Abbagliati dalla gloria conquistata dalla

135


Una vecchia immagine con ancora i fili del tram.

città in periodi in cui Siena aveva svolto un

ruolo importantissimo negli eventi politici

della nostra penisola, attirando amicizie interessate

o inimicizie feroci anche da parte

delle grandi potenze europee, storici ed appassionati

avevano fortemente trascurato i

pur importanti eventi e cambiamenti che avevano

caratterizzato la storia contemporanea

senese.

Praticamente non esistevano pubblicazioni

che avessero affrontato quel periodo e la

ricerca di notizie e temi da sviluppare comportò

un faticoso lavoro negli archivi cittadini.

Grande importanza, invece, ebbero le collezioni

dei giornali diretti dal bisnonno Giuseppe

a mia disposizione, insieme ad altri

organi di stampa attivi nei periodi analizzati.

Nacque così “Siena dei Bisnonni”, un volume

che riscosse un grande successo, non

136


soltanto per la dovizia di notizie fornite e il

fascino di immagini, alcune delle quali all’epoca

avevano già un secolo, ma anche

perché, come detto, affrontava un periodo

della città mai analizzato dagli studiosi cittadini

e quindi ignoto ai più.

Oltre alla curiosità dei lettori, negli anni, il

nostro lavoro suscitò l’attenzione di molti

studenti per le loro tesi di laurea e di chi, per

diletto o lavoro, dovevano raffrontarsi con

la storia contemporanea della città.

Da molti anni “Siena dei bisnonni” era divenuto

introvabile nelle librerie e ricercatissimo

nel mercato dell’antiquariato dei libri

cittadini, e molti ci avevano sollecitato a far

stampare una nuova edizione, operazione che

si presentava molto difficile data la necessità

di presentare un volume che potesse adeguatamente

valorizzare anche le splendide

foto a supporto del testo.

Poi, in questo 2023, ben trentasette anni

dopo la sua prima uscita, è arrivata la proposta

di ristampa da parte di “Opera Laboratori”,

società che, anche recentemente, ha

dato alle stampe numerosi eleganti volumi.

Sulla carta l’operazione era molto semplice.

Riprodurre fedelmente il volume di tanti

anni fa, con gli stessi testi, la medesima

impostazione e le foto pubblicate a suo tempo,

dando soltanto un tocco di modernità e

freschezza alla parte editoriale.

Le cose, però, non sono andate così. In

questi quasi quarant’anni, infatti, lavorando

anche a tante altre numerose pubblicazioni

fatte sulla storia senese, avevo accumulato

importanti notizie che ritenevo indispensabili

per dare più completezza allo studio del

periodo esaminato. Così ho modificato la

struttura del libro, incrementato le notizie,

inserito nuovi paragrafi e addirittura capitoli,

modificando in parte anche il mio stile di

scrittura (non so se in peggio o in meglio),

conseguenza del tempo che passa e dell’esperienza

fatta in tutti questi anni.

Allo stesso tempo Piero aveva reperito

nell’immenso archivio del bisnonno altre immagini

inedite che abbiamo inserito nel nuovo

volume aumentando considerevolmente il

numero delle foto. Inoltre, per migliorare

ancor più le immagini del precedente lavoro,

abbiamo affidato tutto il prezioso materiale

fotografico a Riccardo Domenichini che, con

la sua esperienza, professionalità e passione,

ne ha arricchito sensibilmente la qualità.

Così a distanza di ben trentasette anni le

storie e le immagini dei nostri progenitori,

che contribuirono al progresso della città,

modificandone spesso anche l’aspetto esteriore,

sono tornate di attualità, in una elegante

e accattivante nuova versione di “Siena

dei Bisnonni” curata dalla Casa editrice Sillabe,

per continuare a raccontare una storia

degna di essere conosciuta e che si collega

direttamente all’attualità.

Notizie, racconti ed immagini senza le quali

sarebbe difficile conoscere e comprendere

la Siena attuale.

Tutto questo in onore e ricordo non soltanto

dei nostri bisnonni, Giuseppe e Alessandro, che

sicuramente da lassù ci hanno guidato ed aiutato

nel nostro lavoro, ma anche per non far

cadere nell’oblio l’impegno, il costruttivo lavoro

e l’ingegno di tanti nostri concittadini ormai

ingiustamente dimenticati.

137


Un ragazzo del ‘99 ricorda

di Veraldo Franceschi

Ho letto tutto d’un fiato quella trentina

di pagine del libriccino dell’ing. Ugo

Bartalini, nelle quali raccolse i suoi ricordi

della Grande Guerra 1915- 8 - stampato

dalla Tipografia Senese. Nel libro, che è

una sorta di diario, descrive il disagio di coloro

che si trovavano al fronte. È una scrittura

semplice, scarna, senza cadere mai nella

retorica, che arriva al cuore di chi legge. In

questo “diario” viene descritta, senza toni

esaltanti, la sua partecipazione a quella guerra

che per lui iniziò il 15 Febbraio 1917 col

richiamo alle armi e si chiuse con una medaglia

di bronzo al V.M..

Al momento dell’arruolamento, da entusiasta

interventista quale era, rinuncia all’assegnazione

ai servizi territoriali e entra al corso

Allievi Ufficiali di Artiglieria all’Accademia

Militare a Torino da dove il 28 Settembre

1917 ne esce col grado di Aspirante

Sottotenente al 33° reggimento artiglieria

ippotrainata a Terni.

Arrivato al fronte, assegnato alla settima

Batteria, si rese ben presto conto di quanto

grande fosse la linea di fuoco e quanto fosse

scarso l’armamento in dotazione. Alla pagina

6 dice “… avrei da continuare… dai

decrepiti cannoni delle guerre risorgimentali

gli 87 B (bronzo) ad avancarica …

dell’inconcepibile loro piazzamento. Uno

di questi resuscitati cannoni … in posizione

antiaerea … la coda solidamente

fissata a terra, le due ruote poggiate su

tronchi rozzamente spianati assai inclinati

verso l’alto davano alla bocca da fuoco

l’apparenza, non la certezza, di possibilità

antiaeree”.

L’autore descrive bene le difficoltà e i disagi

di una guerra fatta raccattando nei magazzini

dell’intendenza militare anche armi

ormai logore e impossibili da usare.

In tutto il dolore che traspare nella pubblicazione,

alla pagina 21 descrive un episodio

di per sé insignificante, ma che fa sorridere

e caratterizza bene la condotta di certi comandanti

che in gruppo osservano, criticano

e riprendono duramente il conducente di

un mulo, un alpino, che attaccato alla coda

138


del suo animale si arrampicava sulla strada

per compiere il servizio che gli era stato comandato.

Rimproverano il soldato facendogli

notare che non era quello il modo di condurre

l’animale; il giovane si giustificò dicendo

che solo in quel modo il mulo faceva il

suo servizio. Allora un giovane tenentino del

gruppo, si avvicinò, prese la cavezza e andò

davanti al mulo tirando incitandolo a camminare.

Ma nonostante tutti gli sforzi, l’animale,

refrattario agli ordini superiori, non si

mosse e solo dopo che il suo conducente si

riattaccò alla coda si rimise in viaggio con

“… il soldato che, con la mano tesa al

berretto, accennava a un saluto non di

perfetta ordinanza, fra le risate degli altri

ufficiali ...”.

Dopo la guerra l’ing. Bartalini si occupò

di lavori per enti pubblici e privati.

Nel secondo dopoguerra fu Sindaco del Comune di Siena dal Maggio 1956 al Novembre

1964, come socialista eletto nelle liste del centrosinistra. È morto nell’anno 2000,

all’età di 101 anni.

139


Donne e canto popolare, alla riscoperta di

figure femminili dimenticate

di Tiziana Bruttini

Organizzato dall’Archivio dell’U.D.I. di

Siena su un progetto del C.E.S.V.O.T.

regionale, si è tenuto presso il Salone della

parrocchia di San Miniato a Siena un ciclo

di tre incontri dedicato a riscoprire l’attività

sociale e le condizioni della donna fra la fine

dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.

Il progetto elaborato dal Centro Studi

Tradizioni Popolari Toscane e con la partecipazione

attiva di cantanti e musicisti toscani

mirava a valorizzare la realtà storica e

culturale della donna, ri-scoprendo la varietà

delle condizioni femminili nella città e nelle

campagne, l’emancipazione delle lavoratrici,

le loro lotte, dalla seconda metà dell’Ottocento

fino alla trasformazione della

società avvenuta nel corso del Novecento.

Sono state presentate alcune figure esemplari

di donna che si ritagliarono almeno un

riconoscimento nel campo della presa di coscienza

delle condizioni di vita e di lavoro

fino all’organizzazione di scioperi, manifestazioni

di protesta, ma anche la loro presenza

quotidiana nei momenti di vita familiare

legata alla tradizione canora e poetica

popolare (canti d’amore, di lavoro,

improvvisazione in ottava rima ecc.).

L’argomento delle tre serate si è incentrato

su tre temi di particolare significato; il primo,

“Tre donne per la rinascita dei canti

popolari: Caterina Bueno, Daisy Lumini e

Dodi Moscati”, era incentrato sul canto popolare

al femminile e al ricordo delle tre famose

interpreti di cui si è voluto tener vivo il

ricordo. La cantante Angela Batoni, accompagnata

dal chitarrista Matteo Ceramelli, ha

riproposto i canti tratti dal repertorio delle

tre storiche folcloriste.

Nel secondo, “Andar per legna e starmene

a zappare, Beatrice Bugelli e Francesca

Alexander”, sono state presentate due figure

femminili che nella loro diversità hanno

contribuito in gran parte a valorizzare e documentare

il canto e le condizioni della realtà

sociale della montagna pistoiese nella seconda

metà dell’Ottocento. Interventi mu-

140


Salone della Parrocchia di San Miniato a Siena. Un momento dell’incontro. (Foto Luciano Mariotti)

sicali di Lisetta Luchini e Chiara

Riondino.

Il terzo incontro, “La ribellione delle

trecciaiole, i primi scioperi e manifestazioni

contro la Prima Guerra Mondiale”

si è voluto dare spazio alle prime

lotte sociali della donna oppressa

dal lavoro a cottimo con salari da fame

e infine utilizzata per sostituire il pesante

lavoro degli uomini mandati in

guerra. Interventi musicali di Lisetta

Luchini e Chiara Riondino.

Intervento musicale dell’incontro del 16

novembre 2023. Angela Batoni e Matteo

Ceramelli. (Foto Luciano Mariotti)

141


Il bruscello in Toscana

di Alessandro Bencistà

Il bruscello è una forma di rappresentazione

popolare, molto simile al maggio

drammatico, derivata probabilmente dalla

sacra rappresentazione di origine medievale

(Giuseppe, Santa Oliva, Figliuol prodigo…)

che veniva rappresentata nelle città;

secondo il D’Ancona il maggio si trasferisce

in ambito contadinesco quando “La Sacra

Rappresentazione fu cacciata fuori da’ teatri

cittadineschi, per opera del risorgente

dramma classico”. Ci fu tuttavia un’appendice

proibizionistica che colpì anche il

bruscello contadinesco e altre espressioni di

canto popolare se in un bando delle Repubblica

di Lucca del 1789 si pubblica questo

avviso: “La serenissima Repubblica di

Lucca, gli illustrissimi ed eccellentissimi signori

anziani ed il gran gonfaloniere di giustizia

pubblicano un bando affinché i felicissimi

sudditi non ardiscano, né di giorno, né

di notte, in qualunque luogo cantar maggi,

bruscelli o fare qualsiasi altra cantata”. (Giovanni

Giannini, decreti e bandi della Repubblica

di Lucca V. 1933 - Bando del 23 Aprile

1789). In qualunque luogo, e non solo davanti

agli edifici sacri.

Questa una delle prime date in cui si fa

riferimento alle rappresentazioni popolari.

Ma Serafino Soldani nel suo volume su Il

bruscello di Castel del Bosco (lo abbiamo

recensito in questa rivista: n. 12 del 2007)

cita anche un bruscello su Santa Chiara e

San Francesco rintracciato nell’Archivio

Storico di Firenze “scritto verso la fine del

1500 da un frate francescano il reverendo

Padre E. Nuti di Siena” e dal lui rielaborato,

ne parliamo più avanti.

Quanto al periodo in cui si può ipotizzare

un’affermazione libera di questo spettacolo

non si va più indietro dei primi decenni dell’Ottocento,

al massimo si possono rintracciare

alcuni aspetti di questa

drammatizzazione nelle opere del

Metastasio, per esempio nelle ariette che

accompagnano la sua produzione teatrale.

Probabilmente, e D’Ancona ci lascia nel

dubbio, come riporta nella prima appendice

sulla Rappresentazione drammatica del

142


Un vecchio manifesto del bruscello di

Montepulciano datato 1939.

contado toscano inserita alla fine del suo

volume Origini del teatro italiano

(Loescher 1891): “sento tuttavia affermare,

senza ch’ io abbia potuto verificarlo da per

me, che i Bruscelli del Chianti abbiano la

stessa indole”.

L’origine della voce bruscello deriva sicuramente

da arboscello, simbolo e auspicio

di fertilità, fino dai tempi più antichi, pensiamo

alle fronde di lauro con cui si coronavano

i poeti.

Se nel bando lucchese si fa cenno come

visto “a maggi e bruscelli”, oggi questa forma

di spettacolo popolare viene rappresentata

soprattutto nella provincia di Siena in

particolare nella città di Montepulciano,

Castelnuovo Berardenga, nella Valdichiana,

nel Casentino, nel pisano e nel Chianti a San

Donato in Poggio.

Non mancano dettagliate documentazioni

sul tema da parte dei demologhi. Nel 1899

furono raccolti e pubblicati da Knisella

Farsetti le Befanate e i Quattro Bruscelli

Senesi, ancora oggi un punto di riferimento

insieme al Bruscello Poliziano di Marcello

del Balio, che dal 1939 con Pia de’ Tolomei

inizia la sua produzione di bruscelli (una ventina)

che si rappresentano fino al 1981, anno

della sua scomparsa.

Altre documentazioni sul bruscello ci provengono

dalla Val di Chiana e furono pubblicate

da Perla Cacciaguerra in due

volumetti sul Folklore della Val di Chiana

nel 1992; nel Bruscello di Carlo Magno riporta

questa breve presentazione:

”Era consuetudine per Carnevale recitare

il BRUSCELLO, una specie di recita popolare

dove gli autori, soltanto uomini perché

le donne non osavano mostrarsi in pubblico,

travestiti secondo l’epoca della storia

narrata, si esibivano nelle piazze o nelle aie

delle case coloniche cantando e recitando

la tragica sorte di Pia de’ Tolomei, l’imprese

guerriere di Carlo Magno, la conversione di

Santa Margherita da Cortona, la storia di

Bova d’Antona, le gesta dell’Orlando Furioso.

I testi stampati in Fogli Volanti venivano

offerti agli spettatori dietro compenso

di un soldo (questa tradizione è rinata negli

ultimi anni nei teatri delle cittadine della Val

di Chiana)”.

Sulla falsariga del bruscello anche un bozzetto

natalizio di Amleto Moretti con musica

143


Una rappresentazione del Gruppo Storico-Popolare di Castel del

Bosco (Pi), il bruscello Pia de’Tolomei (1993); autore e interprete

Serafino Soldani (il primo a destra).

di L. Picchi, recitato nella vigilia del Natale di

guerra del 1943 nel cinema della Contea di

Cesa.

La documentazione del bruscello come abbiamo

visto arriva anche a Castel del Bosco

(Pisa), dove dal 1980 il Gruppo Storico Popolare

“Il bruscello” di Serafino Soldani, che

proviene dalla Val di Chiana, inizia a mettere

in scena i suoi lavori, tredici in tutto, dal 1981

al 1998; il suo bruscello sulla Pia de’ Tolomei

in occasione del 25° anniversario del suo

gruppo, fu rappresentato all’Archivio di Stato

di Firenze e pubblicato in un DVD allegato

al suo volume uscito nel 2006 che riporta la

storia del Gruppo storico

popolare di Castel del

Bosco e il testo di tutti i

bruscelli, canti e scenette

scritti e interpretati da

Serafino.

Fino a Castelnuovo

Berardenga (nel Chianti

citato dal D’Ancona)

dove è attivo da alcuni

anni il Cantiere

Bruscello con i testi

(sempre pubblicati) di

Matteo Marsan e Giuseppe

Scuto (di seguito

l’intervista di Lisetta).

Come succedeva per

la poesia estemporanea, in particolare il contrasto

in ottava rima, che venivano dati per

scomparsi già alla fine dell’Ottocento, questa

cultura del teatro popolare è ancora viva e

viene studiata perfino nella lontana Australia,

ne abbiamo parlato sul numero 26 di Toscana

Folk (pagg. 71-81).

Gli argomenti di cui trattano le rappresentazioni

provengono dai cicli epici carolingio e

bretone, dai testi sacri, dalla letteratura classica

(da Omero a Cervantes) con escursioni

nella modernità, come quello messo in scena

nel 2016 dal Cantiere Bruscello tratto dal

Giornalino di GianBurrasca.

144


Intervista a Matteo Marsan per i 25 anni

del Cantiere Bruscello di Castelnuovo

Berardenga

di Lisetta Luchini

Lis. Matteo Marsan, attore fiorentino

e direttore artistico del Teatro

Alfieri di Castelnuovo Berardenga, raccontaci

la tua storia, il tuo arrivo a

Castelnuovo.

Mat. Io sono un ex studente dell’Istituto

d’Arte di Porta Romana a Firenze e proprio

lì iniziai a fare teatro per gioco ma anche

per grande interesse perché mi sembrava

per l’appunto un gioco bellissimo. A Porta

Romana conobbi Giuseppe Scuto Professore

di lettere e negli anni 90 entrai nella sua

compagnia: Lo Stanzone delle Apparizioni.

Un giorno Giuseppe mi chiese di andare con

lui a portare le nostre proposte artistiche a

Castelnuovo Berardenga in provincia di

Siena. Per me Castelnuovo B.ga a quel tempo,

io son figlio di ristoratori, era un paese

sconosciuto citato solo nelle etichette del

Chianti Classico tipo il “San Felice” o il

“Felsina”, comunque prendemmo la macchina

e in un viaggio avventuroso in pieno

novembre del 1996, raggiungemmo questo

“lontano paese”. Lì c’era un Teatro abbandonato

che mi apparve enorme, noi eravamo

abituati a fare le prove alla Casa del

Popolo 25 aprile o alla mensa di Porta Romana

ed era chiuso da anni. Nella stessa

giornata andammo anche in Comune, incontrammo

l’Assessore alla Cultura di allora,

un certo Giuseppe Ciani, che ci confermò lo

stato del Teatro. Disse che il giorno dopo

sarebbe andato in Giunta Comunale a dichiarare

nuovamente questa situazione e che

se noi avessimo voluto mandando un fax,

dico un “fax” in Comune con una proposta

di Stagione Teatrale lui l’avrebbe messo sul

tavolo della Giunta e portato all’attenzione.

E così è andata. In pratica tornammo a Firenze

in fretta e furia ci inventammo una stagione

perché noi, io e Giuseppe Scuto, non

avevamo mai fatto una programmazione prima

di quell’incontro e inviammo il fax. Il

nostro programma fu approvato e ci fu dato

un milione di lire per fare un anno di lavoro

ed io a 24 anni accettai perché mi sembrò

una cosa meravigliosa avere uno spazio così

grande da poter gestire. Giuseppe Scuto che

era un docente ed aveva una sua professione

fissa, mi sostenne, era tra l’altro un grande

sognatore in tal senso perché almeno nei

primi 10 anni tutto si è retto solo e soltanto

per la volontà e col suo aiuto. Fu così che

partì l’avventura a Castelnuovo Berardenga.

Lis. Come è nata l’idea di rimettere in

piedi il Bruscello? Chi era con te?

145


146


Mat. L’idea di rimettere in piedi il

Bruscello fu di Luca Bonechi e Fabio Tiezzi

alla fine degli anni 90. So che Luca Bonechi

già negli anni 70 aveva provato a rimettere

in piedi la Ginevra degli Almieri e la Pia

de’ Tolomei sul palco del Teatro Alfieri di

Castelnuovo B.ga, però questo esperimento

finì dopo poco, mentre il Guerrin Meschino

fatto nel 1997/’98 fu l’inizio di una

lunga storia che fino ad aggi non è stata mai

interrotta se non dal Covid. Fabio e Luca

sono i padri di questa tradizione e credo che

in fondo la loro volontà fosse quella di evitare

che il paese di Castelnuovo diventasse

un dormitorio in funzione della città di Siena.

L’idea di “usare” uno spettacolo per mantenere

il tessuto sociale, per far stare insieme

le persone, per farle uscire di casa, per dar

loro degli interessi, per studiare dei temi e

anche per ridere, per scherzare e per tutto il

resto credo sia stato certamente un principio

importantissimo. La cosa che più mi colpì

fin dall’inizio è che da parte loro ci fu sempre

un atteggiamento di grande inclusione

rispetto agli altri: “altri” nel senso di “tutti”.

Noi eravamo una compagnia piccolissima

di Firenze, sconosciuta e subito dal Nerone

che fu l’edizione 1998/’99 fui invitato da

Luca e Fabio a partecipare e da lì iniziò la

mia collaborazione che è tuttora in essere

con il Cantiere del Bruscello. Quindi il principio

di questo grande contenitore che accettava

tutti quelli che volevano partecipare

fu per me un fondamentale importante che

ho appreso e che ho tenuto caro dentro di

me e dentro il lavoro che continuo a portare

avanti.

Lis. Com’è strutturato oggi il

Bruscello di Castelnuovo? Vi sono state

delle innovazioni?

Mat. Il Bruscello di Castelnuovo B.ga è

strutturato sull’ottava rima incatenata come

è giusto che sia, ciò detto credo che la caratteristica

principale del nostro Cantiere sia

stata quella della sperimentazione perché

abbiamo sempre cercato di attualizzare, senza

mai snaturare, quello che è questa tradizione.

Non ci siamo mai dimenticati che oggi

come oggi e anche 20 anni fa, il discorso è

analogo, non ci sono più i mezzadri, i contadini

che vengono a cantare, la società è composta

in tutt’altro modo. Abbiamo ragionato

su come far avvicinare sia le persone a

partecipare al Bruscello che il pubblico ad

assistere e di anno in anno abbiamo provato

ad innovare, tipo inserire la prosa, utilizzare

le musiche in maniera diversa. Quindi musica

non solo a sottolineare le entrate e le uscite

degli attori oppure per fare l’apertura e la

chiusura dello spettacolo ma anche utilizzare

il repertorio dei grandi cantautori italiani,

riarrangiando brani di musica classica, cercando

una commistione di generi musicali

che potesse “ravvivare” una tradizione che

dal nostro punto di vista, rischiava di rimanere

un po’ polverosa, ingabbiata nella

“filologia”. Tuttavia le melodie che si ascoltano

ancora oggi nel Bruscello sono principalmente

due, una per i bruscellanti e l’altra

per il cantastorie, entrambe provenienti dalla

tradizione.

Lis. I Copioni del Bruscello che rappresentate

sono originali o tradizionali?

Da dove viene la tradizione? Chi scrive

i nuovi copioni?

Mat. So che all’inizio furono utilizzati dei

quaderni di un tal “Sergio” di San Piero in

Barca, credo dell’inizio del ‘900 ma su questo

dovrei documentarmi meglio. So che i

primi Bruscelli furono rappresentanti intorno

a Brolio comunque nelle frazioni

chiantigiane. Poi per quello che mi riguarda

147


Bruscello 2016. “Bertoldo e Bertoldino” (foto Christian De Santi).

già dal Nerone che fu fatto in P.zza Marconi

nel ‘99, gli interventi sul testo, mantenendo

comunque salda l’ottava rima, furono importanti

e poi da lì, negli anni a seguire,

bruscelli come Il Girardengo oppure Dante

all’Inferno ed anche l’Orlando furioso

furono creati ex novo da me, da Luca

Bonechi, da Giuseppe Scuto e all’inizio da

Mauro Paolini. È stata sempre un’avventura

molto bella avere la libertà di spaziare con

la fantasia, trovare dei temi nuovi e provare

a tradurli in ottava rima che resta sempre un

metro poetico duttile e attuale anche se antichissimo,

come facemmo per esempio con

il Gianburrasca.

Lis. I luoghi del Bruscello quali sono

stati nel tempo?

Mat. I primi due Bruscelli cioè il Guerrin

meschino e il Nerone del 1998 e 1999 furono

fatti in P.zza Marconi, la piazza principale

del paese, poi ci trasferimmo in quel

luogo meraviglioso che è Villa Chigi Saracini

e nel corso degli anni, che furono tanti, allestimmo

i Bruscelli in tutti i luoghi possibili,

dalla Fontana del Sarrocchi, utilizzando lo

spazio sottostante alle arcate del ponte che

portava alla villa come palcoscenico, al

Tempietto del Fantastici dove poi ci stabilizzammo.

Il trasferimento a San Gusmè avvenne

intorno al 2013-14 fu una scelta necessaria

perché i tempi cambiarono e per

quanto poteva il Bruscello non era più possibile

reggere economicamente allestimenti

grandi come Villa Chigi richiedeva. Quindi

proprio da parte mia fu proposto di trasferirsi

in un luogo più piccolo e questo credo

148


Bruscello “Garibaldi” 2011, presso Villa Chigi-Saracini. (foto Marco Betti).

che abbia permesso al Bruscello stesso di

continuare a vivere in maniera importante

nonostante la situazione economica molto

sfavorevole. In tal senso è da ricordare l’intervento

del Comune di Castelnuovo B.ga a

sostegno di questa tradizione ed è doveroso

ringraziare anche in questa sede, la comunità

di San Gusmè che ha accolto il

Bruscello e i bruscellanti in maniera incredibile.

Lis. Come sono avvenuti quest’anno i

festeggiamenti per il 25° del Cantiere

Bruscello?

Mat. Quest’anno abbiamo festeggiato il

25° compleanno del Bruscello di

Castelnuovo e, oltre ad aver messo in scena

in estate il Bruscello (Don Chisciotte), abbiamo

fatto una mostra fotografica presso il

Museo del Paesaggio di Castelnuovo, da

giugno a settembre. In questa occasione finalmente

sono riuscito a mettere in ordine

l’archivio fotografico accumulato negli anni

per me importantissimo che testimonia la storia

di questo gruppo e che poi rivisto tutto

insieme è memoria e racconto di un pezzetto

del territorio chiantigiano. Abbiamo più di

12.000 foto in archivio e, per me questo è

un vanto, foto fatte da professionisti, foto

belle che colgono i momenti importanti di

una società anche se piccola, però di una

società che intorno al pretesto del Bruscello

si ritrova, si diverte, cresce, cambia, muore

e rinasce. Quando ti trovi a sfogliare tutte

queste immagini, tutte insieme, dal 1997-’98

fino al 2022 e vedi tutte queste facce, alcune

che non ci son più, tante che fortunata-

149


Fabio Tiezzi indispensabile organizzatore e coordinatore del Bruscello fino dagli inizi, al quale il

Bruscello stesso deve molto per la tenacia e l’amore con cui lo ha sempre sostenuto. (Foto

Marco Betti)

mente prima non c’erano e che adesso ci

sono e sono ormai diventate uomini e donne

e vedi che accanto a questi uomini e donne

che 20 anni fa erano dei bambinetti adesso

ci sono nuovi bambini e nuove bambine, insomma

ti rendi conto che la pianta del

Bruscello almeno qui a Castelnuovo B.ga

continua ad essere verde anche se richiede

tanti sforzi ma è una pianta che ancora ha

tanto da dare e credo che vada tutelata ad

ogni costo.

Lis. Il futuro del Bruscello?

Mat. Direi che il futuro del Bruscello non

può essere altro che roseo perché le nuove

generazioni che finalmente si sono avvicinate,

parlo di ragazzi e ragazze che hanno dagli

8 ai 18 anni, sono straordinari, fantastici.

È ovvio che ci vuole un po’ di fatica, bisogna

dedicarci un po’ di tempo e mettere in

conto un po’di frustrazioni che per forza di

cose le attività umane sempre portano con

sé, però credo, anzi sono sicuro, che questo

gioco valga senz’altro la candela.

150


Colloquio con Paolo De Simonis: Gastone

Venturelli, il Maggio, il dialetto e le tradizioni

di Gorfigliano in Alta Garfagnana

di Yuri Damiano Brugiati, Peter Coppo, Antonella Ferri, Anna Paladini

Chi vuol dell’acqua chiara vada alla fonte...”,

questo il modo più semplice per descrivere

il metodo che stiamo cercando di

seguire giorno dopo giorno nella nostra ricerca

sul Canto del Maggio a Gorfigliano in

Garfagnana. Una tradizione, quella del Maggio,

che è stata protagonista assoluta nella

vita dei nostri antenati e che lentamente rischia

di scomparire con la dipartita dei suoi

protagonisti.

Ecco che allora gli articoli di Paolo De

Simonis, “Gli elmi sono caschi da cava nei

Maggi della Garfagnana” 1 , e “Colloquio con

Gastone Venturelli sul Maggio del 7 Luglio

1981” 2 , meritavano di essere attenzionati visto

che al loro interno si evidenziavano diversi

aspetti ancora oggi estremamente attuali.

Grazie all’amicizia che lega Yuri a Sebastiano

Micheli, presidente dell’Associazione Culturale

“Ponte” di Capannori (Lucca), siamo riusciti

a contattare Paolo De Simonis.

Ecco in estrema sintesi come è nata questa

chiacchierata intervista che si è svolta in

videoconferenza la sera del 2 Gennaio 2024

e della quale pubblichiamo un estratto.

Presenti oltre a Yuri Damiano Brugiati e

Peter Coppo, cultori delle tradizioni popolari

di Gorfigliano, anche Antonella Ferri, curatrice

del Museo dell’Identità dell’Alta

Garfagnana “Olimpio Cammelli” e Anna

Paladini, assessore alla cultura del Comune

di Minucciano.

Yuri: Gastone Venturelli per noi di

Gorfigliano in Alta Garfagnana rappresenta il

Maggio. È grazie a lui, se alla fine degli anni

’70 si è ricomposta la Compagnia del Maggio

di Gorfigliano, ed è grazie a Gastone se i

nostri maggianti si sono esibiti non solo nel

nostro paese alle pendici del Monte Pisanino

e in altri paesi della Garfagnana, come ad

esempio a Gragnanella, che veniva considerata

la Scala del Maggio, ma anche a Milano

e addirittura a Parigi.

Paolo: Gastone ha avuto un ruolo decisivo

nella specificità degli studi grazie anche alla

sua particolare doppia identità, cioè quella di

studioso osservatore, ma anche quella di abitante

di Eglio in Garfagnana che, sin da piccolo,

ha incontrato il canto del Maggio e altre

varie manifestazioni della cultura locale.

Tu Yuri prima hai parlato di come oggi si

ripresenti più o meno lo stesso tipo di pro-

151


Gastone Venturelli, sua l’ampia documentazione dei

Maggi garfagnini.

blemi che incontrava Gastone all’epoca. Provo

a lanciarne uno proprio per entrare nel vivo

delle questioni: identità non dovrebbe voler

dire un elenco chiuso costituito da elementi

immutabili.

In sostanza: anche nel Maggio, quasi mezzo

secolo dopo quella intervista, è inevitabilmente

cambiato qualcosa. Occorrerebbe oggi

considerare l’identità del territorio garfagnino

non solo come l‘eredità di fenomeni culturali

plurisecolari. Gastone ha infatti contribuito a

costruire e rappresentare la novità di maggior

rilievo: la patrimonializzazione del Maggio,

ossia il riconoscimento del suo corrispondere

a un valore che andava oltre i confini

della Garfagnana. Qualcosa di importante per

una cultura locale che voleva farsi vedere e

conoscere anche molto lontano. Più in generale:

le tradizioni popolari, da qualche decennio,

esistono perché cercano di farsi vedere

al mondo proprio perché nate,

puntiformemente, in località spesso periferiche.

Il Maggio, un secolo fa, aveva un

senso preciso, interno a comunità locali

che oggi invece, anche per influenza

di Gastone, sono interessate

a richiamare un pubblico esterno. È

importante ri-vivere il Maggio a

Gorfigliano, o in altri paesi della

Garfagnana, ma insieme farlo conoscere

anche oltre i suoi luoghi natali.

Peter: Questo tema è proprio al

centro del nostro percorso. Riuscire

a salvare il Maggio, facendolo conoscere

ed apprezzare anche al di

fuori del suo contesto originario.

Yuri: Sì quello che ha appena detto

Peter è quello che il nostro carissimo

amico Luigi Casotti “dal Bozzo” 3

ci ripeteva sempre. Il Maggio va rispettato,

non può essere stravolto in modo

approssimativo. Per questo lui scriveva sempre

nuovi maggi e non modificava mai il testo

di altri. Semmai lo leggeva tutto e lo riscriveva

completamente. Il Maggio per Luigi era una

cosa molto importante, e ne aveva compresa

l’importanza insieme a Venturelli.

Ad esempio Luigi si dedicò a scrivere anche

Mini Maggi per i bambini delle scuole

elementari di Gorfigliano, Pieve San Lorenzo

e Piazza al Serchio. E nello scrivere questi

testi, utilizzava sempre come riferimenti testi

e fiabe per bambini.

Paolo: Ricordo che Gastone organizzò a

Firenze, in un quartiere popolare di periferia,

la proposta di alcune manifestazioni

performative della tradizione garfagnina, tra

le quali un Maggio: era il tempo dell’Assessore

Franco Camarlinghi che accolse volentieri

questa proposta sperimentale. Il tentativo

riuscì solo in parte, soprattutto per la sua

lunghezza. Il problema della durata del Maggio,

proprio come si diceva prima.

152


L’etnomusicologo Roberto Leydi raccontava

che, secondo Sandra Mantovani (sua

moglie e grande interprete del folk revival)

la cosa più noiosa del mondo era il giapponese

teatro del n?: e il Maggio era più noioso

del n?. Secondo voi, in che modo sono compatibili

questi tempi delle tradizioni con quelli

degli attuali mezzi di comunicazione?

Peter: Questo effettivamente è molto difficile

e complesso. Il Maggio per sua natura

non è di semplice comprensione. Un tempo i

Maggi duravano dalle 3 alle 4 ore, era impensabile

proporre un tempo inferiore. Oggi

questo sarebbe improponibile, e a tal proposito

ricordo il caro amico Luigi Casotti “dal

Bozzo”, che collaborò a lungo anche con

Gastone Venturelli. Luigi consapevole che un

Maggio di 4 ore era ormai impossibile da rappresentare,

iniziò a scrivere maggi della durata

inferiore alle due ore. Questo fu un cambiamento

epocale. In tale operazione però,

Luigi era attentissimo a non stravolgere la completezza

del Maggio. Mi spiego meglio... non

è possibile prendere un testo di 400 stanze e

ridurlo solo tagliando delle stanze. Il Maggio

diceva Luigi, piuttosto lo riscrivo interamente,

ma non lo modifico. È anche una questione

di rispetto nei confronti di chi l’ha scritto.

Inoltre tagliando qua e là si perde il filo della

rappresentazione.

Nell’Agosto 2023 a Gorfigliano siamo riusciti

a cantare i Promessi Sposi, ultimo Maggio

scritto da Luigi. Opera straordinaria se si

considera che Luigi è riuscito a racchiudere

tutta la storia in solo 105 stanze, con ben 11

ottave, dando la possibilità a ogni maggiante

di potersi esibire al meglio.

Yuri: Io ricordo quando mio padre Giuseppe

più volte mi ha raccontato che quando

lui era bambino, se a Gorfigliano un Maggio

fosse durato meno di 4 ore ci sarebbe stata

una rivolta in paese. C’era chi portava la seggiola

per metterla davanti e ci andava molto

prima dell’inizio.

E come viene riportato nell’articolo su

Lares, persone non certo colte, riuscivano

senza problemi a seguire il Maggio in ogni

sua parte, cosa che non è assolutamente semplice.

Lo stesso Venturelli racconta che anche

dopo aver visto e studiato oltre 500 rappresentazioni,

se non stava attento, perdeva

qualcosa, mentre sua mamma lo comprendeva

senza alcun problema dall’inizio alla fine.

Personalmente condivido quello che disse

Venturelli nell’intervista: “... se non sto attento,

ma proprio attento, non riesco a seguirlo.

Ecco, e quindi se io mi distraggo a far tre

fotografie io ho perso il senso del Maggio, o

meglio: non ho perso il senso del Maggio,

perché il Maggio è un altra cosa e i popolani

lo sanno benissimo. Il Maggio, che l’espressione

è del Leydi, ma mi convince perfettamente,

è come il circo: non occorre vederlo

tutto per dire d’averlo visto: è ogni momento...

è il Maggio mi spiego? C’è tutto sempre...“.

Paolo: A me, personalmente, una durata

del Maggio minore di quella tradizionale la

sento come un intervento forte: necessario

forse, ma forte. Una volta vidi due poeti

improvvisatori ai quali, in una trasmissione

televisiva, furono concessi solo tre minuti per

mettere in scena la loro sfida. Una cosa inconcepibile

per i due poeti: la sfida doveva

durare quanto doveva. Come si fa a tradurre

in altro format qualcosa che aveva un senso

compiuto solo quando rispettava i suoi tempi.

Quel che si perde è un prezzo da pagare

oppure no?

Peter: Uno dei problemi più grandi che ci

troviamo ad affrontare oggi è l’assenza di

scrittori di Maggi. Con la morte di Luigi nel

153


Il Maggio dei Promessi sposi presentato nel suo ambiente naturale, una radura nel bosco.

2009 si è persa la possibilità di avere Maggi

scritti nel rispetto della tradizione ma con le

tempistiche modificate.

Poi l’altro problema è quello legato ai

maggianti. Non c’è stato il necessario ricambio

generazionale.

Yuri: Questo è vero. E aggiungo che purtroppo

oggi tranne pochi e preziosi maggianti

di età avanzata non abbiamo giovani che cantano

il Maggio. Per questo stiamo cercando

di raccogliere e salvare quanto più materiale

possibile, in modo particolare i testi manoscritti

e i video VHS al fine di conservare la

memoria del canto.

Anna: Nei giorni scorsi ho incontrato un

anziano affetto da demenza senile. Ha ben

93 anni, ma quando mi ha visto, ha voluto

intonare un Maggio e lo ha fatto perfettamente,

questo penso sia una dimostrazione di quanto

questa tradizione sia parte della nostra identità.

Mia mamma e mia suocera amavano il

Maggio e lo vivevano in modo assoluto. Stavano

a ore ad ascoltarlo perché era bello,

era il loro divertimento, era quello che noi facciamo

adesso sul telefonino.

Antonella: Il Maggio come detto non è

semplice. Per questo è importante poterlo

seguire con un testo scritto.

Yuri: Questo è vero, ed anche qui dobbiamo

ringraziare Gastone Venturelli che con il

Centro Tradizioni Popolari della Provincia di

Lucca iniziò a pubblicare per la prima volta i

Maggi nei famosi “quaderni” che venivano

distribuiti durante le rappresentazioni e che

oggi ci permettono di avere la preziosa memoria

scritta di oltre 150 Maggi 4 . Prima i

Maggi erano scritti solo nei quaderni dei campioni,

i capi maggi, che spesso addirittura sapevano

a memoria tutto il Maggio.

Yuri: Per noi tutto questo è una scoperta,

siamo tutti appassionati e stiamo costruendo

passo dopo passo questo cammino all’interno

di queste antiche tradizioni. Il luogo dove

noi raccogliamo, conserviamo, promuoviamo

e valorizziamo il tutto è il nostro museo

che si trova a Gorfigliano, il Museo dell’Identità

dell’Alta Garfagnana.

E quando, come questa sera, abbiamo la

154


fortuna di poterci confrontare con chi ha passato

la vita a studiare tutto questo, per noi è

veramente bello e importante.

Antonella: La partecipazione è importante

e fondamentale. Noi stiamo cercando di

far sentire ai gorfiglianesi che il Museo è anche

loro. E le tante donazioni ricevute in questi

anni hanno portato la collezione museale

dai circa 1000 pezzi della collezione di

Olimpio Cammelli agli oltre 3600 oggetti

esposti attualmente. Il Museo, così come le

tradizioni, se entrerà nel cuore delle persone

avrà un futuro e vivrà, altrimenti rischia di spegnersi.

Yuri: Una persona che è stata fondamentale

nella nascita del Museo è senza ombra di

dubbio la signora Emma Orsi, vedova di

Olimpio Cammelli, che decise di donare l’intera

raccolta museale del marito affinché potesse

diventare un mezzo per valorizzare e

rafforzare la storia e l’identità del nostro territorio,

oltre ovviamente a ricordare la sua

memoria. Emma mi ripeteva sempre che ogni

singolo oggetto racconta una storia, la nostra

storia. E insieme agli oggetti della vita quotidiana

e del lavoro tra la fine del 1800 e la

metà del 1900 noi cerchiamo di promuovere

anche il patrimonio immateriale, ovvero le

nostre tradizioni: Il Canto del Maggio, i

Natalecci, e il Dialetto di Gorfigliano.

Anna: Il dialetto è parte della mia vita, e

oggi rischia di scomparire, per questo attraverso

il Museo ogni oggetto parla in dialetto.

Io ad esempio penso in dialetto e parlo in

italiano. Siamo però consapevoli che per affrontare

al meglio questo percorso abbiamo

bisogno di avere la guida di studiosi del settore.

Paolo: Secondo me la cosa oggi più indispensabile,

per poter parlare di una ripresa e

di una ricostituzione del Maggio, come di altri

aspetti del mondo globale, è quella di rapportarsi

ad accordi internazionali (come quelli

dell’UNESCO e della Convenzione di Faro)

che si preoccupano globalmente di mantenere

vive le tradizioni popolari locali.

Un altro aspetto importante può essere

quello di mantenere il Maggio vicino ed unito

ad un Museo. I musei infatti vivono e hanno

senso se progettati e gestiti dalle comunità che

cercano di ricordare e rappresentare.

Il riuscire a comprendere il Maggio passa

anche dalla conoscenza del tempo in cui questo

veniva rappresentato, e quindi anche dall’esposizione

di oggetti della vita quotidiana,

dal lavoro allo svago. Ecco quindi che il Museo

di Gorfigliano può essere il luogo ideale

per trattare, mantenere, far conoscere e far

ri-vivere la tradizione del Maggio.

Questa sera, abbiamo fatto il primo passo

di quello che speriamo possa trasformarsi in

un bel cammino da fare insieme... grazie Paolo

De Simonis.

1

Paolo de Simonis, Gli elmi sono caschi da cava nei Maggi della Garfagnana, in “L’Unità”, 21 Giugno

1979.

2

Paolo de Simonis, Colloquio con Gastone Venturelli sul Maggio del 7 Luglio 1981, in Lares, LXX 2/

3, 2004.

3

Casotti, Luigi, il “Luigi dal Bozzo.” Il dialetto di Gorfigliano in Alta Garfagnana”, a cura di Yuri

Damiano Brugiati, con la collaborazione di Peter Coppo e Giuseppe Brugiati. Lucca: BdC Editore,

2019 (per riceverlo rivolgersi a petercoppo1@gmail.com).

4

Quaderni del Centro Tradizioni Popolari della Provincia di Lucca, Ristampa anastatica 1977-

2003, con nota introduttiva di Maria Elena Giusti. Centro Tradizioni Popolari della Provincia di

Lucca, Edizioni PLUS, Pisa University Press, 2004.

155


Festa della musica 2023 alla Biblioteca

Nazionale Centrale di Firenze

con i canti della tradizione popolare

toscana

di Lisetta Luchini

Il 21 giugno 2023 il Centro Studi Tradi

zioni Popolari Toscane con il suo direttore

Prof Alessandro Bencistà insieme al gruppo

vocale de Le Cantore, composto da

Angela Batoni, Lisetta Luchini, Chiara

Riondino e Matteo Ceramelli, abbiamo avuto

il privilegio di esibirci in occasione de “la

Festa della Musica” in una sala rotonda della

Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.

Siamo stati invitati dalla dott.a Caterina

Guiducci responsabile della sala Musica

della Biblioteca che nell’occasione ha organizzato

anche una mostra di antichi e pregevolissimi

libri e spartiti dedicati alla musica

popolare toscana. Fra tutti i reperti emergeva

in quanto ultima acquisizione della Biblioteca

la rara edizione a colori del libro “l Grilli

Canterini”, a cura di Gina Pagani e con le

illustrazioni di Corrado Sarri, Firenze,

Pampaloni, 1920, dedicato ai più piccini con

canzoncine per l’infanzia complete di testo,

trascrizione musicale su spartito e disegno a

matita colorato. Questa la premessa dell’editore

al volume:

“Per voi, fanciulli, che siete la gioia

della vita, ho avuto l’idea di raccogliere

queste canzonette popolari italiane, perché

le cantiate nella vostra gioconda

primavera. Sono motivi semplici,

storielle ingenue ma caratteristiche, passate

di bocca in bocca come altrettante

tradizioni [...). Sì, queste canzonette le

cantavano, un giorno, le vostre nonne

presso alla culla dei loro figliuoli, che

sono oggi i vostri babbi e le vostre mamme”.

Durante la conferenza/concerto Le Cantore

hanno cantato una miscellanea di questo

testo con grande divertimento del numeroso

pubblico, Ci son sei bimbe a vendere,

Lucciola Lucciola, Cavallino arrì

arrò, Io vorrei che nella luna, La bella

alla finestra e la stupenda Mamma mia

comprami il cerchio di cui voglio mettervi

a parte del testo.

Mamma mia comprami il cerchio

voglio il cerchio alla sottana

156


Lo spartito musicale di “Mamma mia comprami il cerchio”.

il cappello all’italiana

i capelli alla Roccoccò

Mamma mia comprami il cerchio

voglio il cerchio e l’ombrellino

la mantiglia e l’occhialino

per andare a passeggiar

Mamma mia comprami il cerchio

voglio il cerchio e gli scarpini

il brelocche e gli orecchini

il ventaglio alla pompadour

E così vestita in gala

dal cappello alle calzine

vado a spasso alle Cascine

lungo l’Arno e anche più là!

Questo bellissimo evento detto “I canti della

tradizione popolare toscana” ha visto la

partecipazione di Anna Lucarelli, (Delegata

alla direzione della Biblioteca Nazionale

Centrale di Firenze)

Caterina Guiducci, (Biblioteca Nazionale

Centrale di Firenze), con la conduzione di

Alessandro Bencistà, (Centro Studi Tradizioni

Popolari Toscane) e l’esibizione

dell’ensemble femminile Le Cantore di Angela

Batoni, Lisetta Luchini e Chiara

Riondino e Matteo Ceramelli alla chitarra.

Il repertorio che abbiamo fatto come Cantore,

spaziava attraverso la tradizione

ottocentesca con una sezione dedicata a

Beatrice di Pian degli Ontani e Francesca

Alexander, più le versioni antiche dei grandi

classici da Niccolò Tommaseo, a Giuseppe

Tigri e Giovanni Giannini: Giovanottino,

Mamma fammi la pappa, Mia bella

157


Un momento della presentazione. Da sinistra: Angela Batoni, Chiara Riondino e Lisetta Luchini.

Annina, E cinquecento catenelle d’oro 1 ,

E lo mio amore è andato a soggiornare,

E l’altra sera al tramontar del sole, ...

Una sezione dedicata come detto a I Grilli

Canterini, una alla musica religiosa con famosissimi

brani del culto popolare cantati in

tutte le chiese tipo Mira il tuo popolo o La

serenata dei pastori e infine anche una sezione

sociale con brani contro la guerra, cntro

lo sfruttamento del lavoro fino a Vieni

o Maggio di Pietro Gori, il Cavaliere errante

dell’Anarchia, tanto amato dal popolo

analfabeta, sottomesso e derelitto.

Non mi resta che ringraziare personalmente

Caterina Guiducci e tutta la Biblioteca Nazionale

Centrale e i suoi dirigenti per averci

dato questa bella opportunità e soprattutto

per il lavoro che costantemente svolgono per

la cultura tutta. Grazie di cuore. (L.L.)

1

La dizione “cinquecento” è utilizzata da Eugenia Levi per la prima volta nella sua raccolta del 1895. La

usa poi Caterina Bueno ne “La veglia”. In origine erano venticinque catenelle sia nel Tommaseo che nel

Tigri.

158


Un ricordo di Sergio Staino, i riassunti

in ottava rima

di Alessandro Bencistà

Presentare alcune ottave scritte e illustrate

da Sergio Staino ci sembra il modo migliore

per ricordarlo. Il legame che ci lega a

Sergio passa anche per le tradizioni popolari,

in particolare con la poesia

estemporanea di Benito Mastacchini che

aveva sempre dimostrato di apprezzare intervenendo

alla presentazione dei suoi libri

a Suvereto, centro che a lui stava particolarmente

a cuore.

Fu in occasione di questi incontri che ebbe

occasione di apprezzare anche la nostra rivista

e il Centro Studi che in fondo ha la sua

sede a Scandicci, la città in cui risiedeva e

da dove era partito, prima come insegnante,

in seguito come autore e disegnatore del

personaggio di Bobo, le cui storie avevano

da tempo varcato i confini della Toscana.

Noi lo seguivamo fino dagli inizi della sua

carriera come collaboratore di Linus, una

delle riviste satiriche di maggior successo alla

quale ha collaborato insieme ai maggiori autori

di fumetti, (facciamo per tutti il nome di

Altan), e da dove prendiamo una delle sue

prime storie illustrate, come Capitan Kid

(siamo alla fine degli anni ’80) di cui riassumeva

le puntate precedenti facendo uso delle

ottave a rima incatenata, come nella miglior

tradizione che conosceva bene.

Conserviamo ancora le sue raccolte di

Tango, da lui fondato e diretto nel 1986,

“Settimanale di satira, umorismo e travolgenti

passioni” pubblicate con l’Unità e poi

riunite in due volumi dal numero 1 al n. 25.

È nel primo numero che compare la sua tagliente

vignetta sul quotidiano fondato da

Antonio Gramsci, per “far saltare i nervi al

P.C.I. (è il titolo di un’illustrazione di Gino e

Michele), (la riproduciamo accanto insieme

all’editoriale Tanghitudine, dove cerca di

spiegare il perché del titolo.

“Ma allora perché lo abbiamo chiamato

TANGO? […] I comunisti saranno poponi,

confusionari, incasinati, incapaci, strafalcioni,

rompiballe e tutto quel che volete, ma

sono sicuramente anche degli eroi! E gli eroi,

come canta anche un altro grande poeta, gli

eroi sono SEMPRE giovani e belli… No, non

è per nostalgia e per le delusioni che lo abbiamo

chiamato “TANGO”. Ma allora perché?

Forse in omaggio alle innumerevoli

“telenovelas” che invadono i nostri schermi

159


160

Una vecchia storia in ottave pubblicata su Linus.


domestici? O in omaggio al ballo liscio della

gloriosa Romagna rossa? O in omaggio a

Milva? O, forse, al crescente odore di

peronismo che si respira seguendo il TG2 o

leggendo “Il Messaggero”? Chissà. Io non lo

so. Ma a voi, poi, interessa tanto saperlo”?

E terminiamo con un suo altro capolavoro

assoluto di satira, le illustrazioni del suo

PINOCCHIO NOVECENTO che lo affianca ai

grandi illustratori di Collodi, da Mussino a

Jacovitti, da Chiostri a … Staino. Fu un

grande successo perché la sua invenzione fu

di rappresentare tutti i protagonisti della fiaba

più famosa del mondo col volto dei personaggi

politici del Novecento, del passato

e del presente, dal Grillo parlante - Lenin, al

domatore dei ciuchini - Mussolini, all’Omino

di burro- Berlusconi, al giudice- Di Pietro, tutti

accompagnati da una quartina in rima. Grazie

Sergio per averci accompagnato per questi

ultimi cinquanta anni con la tua pungente satira

sulla politica quotidiana.

Sopra: la dedica di Bobo alla nostra rivista.

Sotto: una vignetta pubblicata su “Tango”.

161


I burattini dell’Andreotti

di Veraldo Franceschi

Prima dell’avvento della “modernizzazione”

le memorie storiche, si sa, venivano tramandate

oralmente e tuttora ne sono un esempio

vivente i poeti bernescanti che ancora si

possono ascoltare in alcuni paesi dove vengono

organizzati i contrasti in ottava rima. Sono

canti che hanno le loro radici nella tradizione

popolare, sono i “libri parlati” che dai grandi

poeti del passato traggono spunto e ispirazione.

Anche a Prata c’erano questi cultori della

poesia bernescante che nei momenti di riposo

dal lavoro quotidiano cercavano di dimenticare

i loro problemi di sopravvivenza

improvvisando contrasti poetici sui problemi

della vita. Fino alla fine degli anni quaranta

del Novecento nei giorni di festa era

facile vederli seduti intorno a un tavolo di un

bar, che si scambiavano le “loro opinioni”

politiche e esistenziali a suon di endecasillabi

e in quei momenti tutti erano partecipi della

vita quotidiana e politica del loro paese. Le

più comuni necessità – acqua, luce, viabilità,

ecc. - venivano sviscerate da quei gruppi

di improvvisati politici con il fiasco del vino

davanti per “bagnarsi la gola”. I giornali erano

ancora pochi e sopra tutto erano quelli

dei partiti politici dove le cronache locali o

mancavano o vi erano appena accennate, e

così loro con il canto portavano, anche involontariamente,

all’attenzione di chi ascoltava

l’esistenza dei dubbi che affliggevano

le comunità paesane.

Ma a Prata con la fine degli anni quaranta

del Novecento questi cantori cominciarono

a rarefarsi, per poi scomparire e il loro posto

venne occupato dai “Burattini

dell’Andreotti”.

Aldo, come tutti lo chiamavano, in realtà

si chiamava Giorgio all’Anagrafe di Torino

dove era nato, capitò a Prata con il padre al

seguito di una compagnia itinerante di prosa

e quando la compagnia partì lui e suo padre

restarono in Paese.

Mentre il babbo trovò un po’ di lavoro

per la sistemazione delle scenografie del teatro

locale, Aldo andò a lavorare nella

laveria della Miniera di Niccioleta. A Prata

vi trovò moglie e mise su famiglia; nel dopoguerra

la sua vena artistica si manifestò con

162


Aldo, che lasciò la sua compagnia per restare a Prata, qui in una trasmissione televisiva.

la creazione del teatro dei burattini, con il

quale percorse la Provincia e le zone limitrofe.

I suoi spettacoli non erano dedicati

solo ad un pubblico di bambini, ma anche ai

più grandi, includendo vicende di genere

politico e paesano. I suoi pupazzi, negli spettacoli

pratigiani, si rifacevano a una satira

locale che toccava tutti. Le necessità del

paese venivano presentate e discusse dalle

maschere di Arlecchino, Stenterello,

Balanzone, Gianduia, Pulcinella e dagli altri

che facevano parte della sua “scuderia”. I

personaggi paesani e i politici più conosciuti,

spesso effigiati nei suoi burattini, raccontavano

ciò che accadeva in Paese chiedendo

conto delle promesse fatte in campagna

elettorale.

Molto spesso negli spettacoli era accompagnato

dalla satira pungente e accattivante

di Rino e dalle parodie che lui creava e cantava

accompagnandosi con la chitarra.

Era un teatro che raccontando le vicende

della vita paesana, si sostituiva ai poeti dell’ottava

rima. Non erano più i Sili, i Lolini, i

Minucci, i Pazzagli, i Pinzi ed altri che con il

loro canto ricordavano agli amministratori

comunali gli impegni presi durante la campagna

elettorale, ora erano i burattini che

chiedevano di mantenere le promesse fatte

e non mantenute; ma quelle, forse, “erano

solo dimenticanze”, conseguenza degli improvvisi

vuoti di memoria dovuti alla calma

che segue il convulso periodo delle consultazioni

elettorali. Difficile ricordare quanto

si è detto nella foga dei discorsi della propaganda,

tutto si confonde e ciò che doveva

essere fatto, facilmente si dimentica o forse

è giusta la massima che recita “passata

la festa, gabbato lo Santo” come si usa

dire in queste occasioni.

163


E in quegli anni i pupazzi di Aldo con i loro

spettacoli si sostituirono ai poeti bernescanti.

Nelle serate “Dei Burattini dell’Andreotti” il

teatro era colmo e la satira politica trovava

sempre posto nella loro esibizione.

Poi i tempi cambiarono e Aldo, per motivi

di lavoro, si trasferì a Torino e nel Parco del

Valentino installò il suo “Teatrino” che restò

attivo per oltre vent’anni, raccogliendo consensi

dai grandi e dai piccini, che lo portarono

a partecipare anche a trasmissioni televisive

sulla rete nazionale, sopravvivendo

anche a due distruzioni della struttura dove

si esibiva, ad opera dei vandali.

Aldo era affezionato al paese che lo aveva

accolto e dove tornava appena gli era

possibile; il suo ricordo è tuttora vivo nella

memoria dei Pratigiani.

Ciao Aldo, con la tua fantasia ci hai regalato

tante piacevoli indimenticabili serate.

Sono sicuro che anche dove ti trovi ora hai

messo su il tuo “TEATRO DEI BURATTINI”, fedeli

compagni della tua vita terrena.

164


Addio Franco, caro amico e maestro

di Alessandro Bencistà

Franco Manescalchi è nato a Firenze nel

1937. Insegnante a riposo, ha cominciato

molto giovane ad occuparsi di poesia

ottenendo subito ambiti riconoscimenti come

il premio Alpi Apuane (fondato da Enrico

Pea) e Lentini (presieduto da Giacomo

Debenedetti). In seguito ha pubblicato molti

testi per la scuola con diverse case editrici,

diretto riviste e associazioni culturali, collaborato

a quotidiani e periodici vari. Critico

militante, ha pubblicato insieme a Ivo Guasti

importanti e fondamentali saggi sul canto e

le tradizioni popolari toscane; ricordiamo La

Barriera, La veglia lunga, Lumina e Il

Prato azzurro. Molte le sue raccolte di poesie

fra cui Il paese reale, La nostra parte,

Il delta degli anni; con questi lavori ha conseguito

i primi premi Gatti, Alte.-Ceccato,

Ragusa, La spiga d’oro.

La sua produzione letteraria è presente

nelle più importanti antologie edite in questi

anni: Poesia italiana di oggi di M. Lunetta,

Poesia italiana de Hoy, di P. Civitareale, Il

pensiero, il corpo a cura di F. Doplicher e

U. Piersanti. Il suo lavoro poetico dialettale,

Le scapitorne, ha ottenuto unanimi consensi,

sicuramente le migliori liriche che abbiamo

incontrato sulla poesia vernacola del Novecento.

È stato presidente dell’Associazione

Culturale NOVECENTO, Cattedra di libera

poesia.

Insieme ad Alessandro Bencistà, Alessandro

Fornari, Lisetta Luchini, Corrado

Barontini, Carlo Fiaschi, Domenico Gamberi

e Ambra Ceccarelli ha fondato nel 1996 il

Centro Studi Tradizioni Popolari Toscane

di cui era vice-presidente. Fino dal primo

numero ha collaborato alla pubblicazione

della rivista Toscana Folk.

Dalla sua introduzione al nostro volume

Fiorentrinacci, I’ Novecento in vernacolo

fiorentino (Ed. Polistampa, 1999) la nostra

lirica preferita tratta da “Le scapitorne”:

Mè pa’

Che òmo mè pa’ ni’ cinquanta,

doveva lasciare la hasa,

aveva, rihordo, la sciatiha

ed anche lo stomaho basso:

insomma, ‘unn’aveva salute.

165


La presentazione del primo numero di Toscana Folk a Campi Bisenzio (Firenze). Sono presenti

i soci fondatori, da sinistra: Lisetta Luchini, Carlo Fiaschi, Franco Manescalchi, Alessandro

Bencistà, due assessori del Comune, Manila Bilenchi e Fiorella Alunni.

Che òmo mè pa’ ni’ cinquanta,

faceva stioccare la frusta

e andava a mangiare i’ cocomero

a banchi d’agosto

in città.

Che òmo mè pa’ ni’ cinquanta

alla stanga di’ carro per lo sgombero

màghero che donna

mè ma’ colla crocchia su’ i’ capo

e gli arzingoli in grèmbio

verso la hasa nòva di città.

Rimase un’ombra a piangere

sotto a’ rami di’ giuggiolo.

166


RECENSIONI

LIBRI

CARBONAI, TAGLIATORI,

SEGANTINI E VETTURALI

DELLA VALLE DEL BRANDEGLIO

I mestieri dei nostri nonni che i paesi

di Campiglio, Pupigliana, Statigliana

e Cucciano vogliono ricordare

di Dorando Baldi, Ed. Il Metato,Pistoia

s.i.p.

Preziosa questa pubblicazione sui mestieri

dei nostri nonni, in particolare sul lavoro

faticoso che da millenni ha fornito al sapiens

la materia prima per rendere più sopportabile

l’esistenza in un ambiente che lentamente

si stava urbanizzando; e proprio l’urbe incominciava

a richiedere in grande quantità

questo bene di consumo ormai indispensabile

alla comunità sempre più affamata di

energia e di benessere a cui provvedeva

soprattutto la parte più povera ed emarginata

delle popolazioni rurali. Occorrerà pervenire

all’epoca moderna per sostituire il faticoso

lavoro che ruota intorno al bisogno di una

materia prima che la natura ci ha fornito in

grande abbondanza e soprattutto rinnovabile

per garantirne la riserva per le generazioni

future. Il dibattito sul tema sarebbe di grande

attualità in un’epoca che è talmente avida

delle materie prime che per procurarsele

scatena guerre sempre più catastrofiche che

porteranno l’ambiente del bosco e della foresta

a scomparire dall’ecumene. Queste

considerazioni ci vengono in mente riflettendo

sul taglio dei boschi.

Sfogliando questo volume ci si rende conto

dell’importanza che aveva nel passato

quel ciclo di lavoro che ruotava intorno al

bisogno di legname che i montanari pistoiesi

trasformavano per il mercato in continua

espansione non solo per uso familiare ma

anche per l’attività industriale che a Pistoia

ebbe negli ultimi secoli per l’industria della

lavorazione del ferro, “i migliori carbonai disponibili

sul mercato delle braccia” come li

definisce Ottanelli nella presentazione del vo-

167


lume, che va ben oltre la celebrazione degli

antichi mestieri che ruotano intorno alla trasformazione

della legna (al femminile, come

si usa qui in Toscana anche al plurale).

E non poteva essere che il nostro Dorando

a scrivere un libro così importante che

avremmo volentieri letto se presentato in

un’altra veste, più preziosa che non il

quadrotto destinato alle pubblicazioni povere

nonché effimere delle mostre occasionali

(alludiamo al suo bellissimo e purtroppo

esaurito lavoro su Anton Francesco Menchi);

ma se conoscete la sede dell’associazione

di Popigliana, poche case abbarbicate in

cima alla valle del Brandeglio, dove si raccolgono

queste memorie storiche potete apprezzare

di più il valore di quest’ultima fatica

di Dorando che nella prima parte del volume

raccoglie anche le cifre e le statistiche

di questo mondo ormai estinto a cui va il

nostro affetto anche se è lontano anni luce

dal nostro attuale modo di vivere, 101

carbonai su un totale di 240 mestieri; e siamo

appena arrivati alla fine delle due pagine

di presentazione di Ottanelli e di Rosati, che

per noi è già un accrescimento culturale,

perché di carbonaie nella nostra memoria

ormai ottuagenaria ne abbiamo viste una soltanto,

da noi si faceva la brace.

Vi presentiamo soltanto la sintesi del volume,

che non è neanche in vendita, a partire

dal bellissimo apparato fotografico che lo

impreziosisce (ecco il perché della scelta del

quadrotto), noi eravamo rimasti alla mostra

pistoiese del 1980 dove già si vedeva in funzione

la motosega.

Eccezionali quei particolari della capanna

che ospitava tutta la famiglia Orlandini in trasferta

nella Sila, i desinari con la scodella

sulle ginocchia, il fiasco per terra e il fucile

accanto per procurarsi un po’ di selvaggina,

allora abbondante. La documentazione fotografica

in gran parte realizzata negli anni venti

e trenta anche lontano dalla montagna

pistoiese, da cui i carbonai partivano per recarsi

in regioni lontane, come la Corsica, l’Algeria

e la Francia dove il lavoro del carbonaio

era particolarmente richiesto e senz’altro

remunerato meglio che in patria.

Troviamo nelle didascalie di una foto (pag.

51) anche la famiglia di Primo Mucci, il cui

figlio Aimo studiò ad Albi, nel Limosino, dove

ottenne la maturità e poi la laurea. Sottolineiamo

questa esperienza di una famiglia di

carbonai perché quando abbiamo conosciuto

l’antropologo Jean Pierre Cavaillé che è

stato nostro ospite a Firenze, ci aveva mostrato

le sue ricerche pubblicate sull’ottava

rima, da lui scoperta nella sua città, Albi appunto.

Abbiamo pubblicato un suo articolo

su Toscana Folk n. 15 dove Jean Pierre ricorda

Aimé (Aimo) Mucci che nel 1999 pubblica

un libro con DVD sui canti dei carbonai

(Memoires sonores); i risultati di questa ricerca

sono visibili in rete andando sul seguente

link: taban.canalblog.com/archives/2010/04/

02/17446978.html dove si può visionare anche

la foto del piccolo Aimo, il suo testo del

lamento “emigrato” in Francia, la versione del

vecchio carbonaio Primo Begliomini e una

pagina del suo diario pubblicato a Pistoia

poco prima della sua scomparsa nel 1991.

In seguito con Cavaillé, abbiamo pubblicato

il volume Storie di carbonai in ottava

rima (Antologia Toscana, CSTPT n. 2) col

testo di Primo Begliomini e due composizioni

in ottava rima di Realdo Tosi, Il fuoco

corso pietoso e rio e Quando ero Mèo.

La ricerca di Dorando si avvale di una fonte

che già abbiamo apprezzato nei suoi precedenti

lavori, quel censimento del 1841 realizzato

in epoca granducale, ricco di infor-

168


mazioni sulla condizione delle famiglie di cui

si registra il mestiere, lo stato civile e per la

prima volta una breve descrizione dell’istruzione

distinta in tre fasce, in bianco (analfabeti),

legge, legge e scrive; per esempio nella

parrocchia di Campiglio su 669 abitanti

solo 85 erano in grado di leggere e scrivere

(il 12,7%). Nelle cinque parrocchie della

valle Brandeglio, Cireglio, Campiglio, Piazza

e Sarripoli, su 2876 abitanti 576 sapevano

leggere e scrivere (il 20 %). Fra i soli

carbonai su 101, 35 sapevano leggere e scrivere

(il 34,6 %), non pochi, considerando

che nella parrocchia di S. Croce a Greve

(da dove proviene chi scrive) su 990 abitanti

gli “strutti” erano appena 160 (il

16,1%).

Dalla scrittura noi apprezziamo insieme al

lessico la spontaneità, i diffusi congiuntivi; è

come ascoltare la voce dello scrivente che

sembra sbobinata da un registratore talmente

vicine sono pronuncia e trascrizione… stupende

le pagine del diario di Vincenzo

Menchi che gira fra Algeria, Francia adattandosi

ad ogni evenienza, avendo imparato

non solo la lingua algerina ma anche la francese

al punto che veniva apprezzato in ogni

località in cui trovava lavoro ed avrebbe

potuto sistemarsi per il futuro in compagnia

di Caterina, la giovane vedova che lo aveva

preso a benvolere. Questo diario non so se

è stato già pubblicato ma sicuramente è una

lettura che vale molto più di tante storie che

si pubblicano oggi. (A.B.)

LA VIA CIVILE: TRATTI E

TRATTURI

Ciò che resta della Volterrana etrusca

a cura di Alberto Ciampi - Ass. Culturale

Centro Studi Storici della Valdipesa

San Casciano (FI). Euro 25,00

Questo volume é il risultato di una ricerca

pubblicata dal Centro di studi storici della

Valdipesa che si incentra sulle tracce della

rete stradale che dal territorio di San

Casciano arrivava fino all’etrusca città di

Volterra, un percorso non molto indagato

se si confronta con quello della Cassia Vetus,

che invece faceva parte della viabilità etrusca

che da Arezzo giungeva fino a Fiesole.

Lo studio dell’antica viabilità, prima etrusca

e poi romana, di cui serbiamo ricordo

nei nostri studi, fa ormai parte delle nostre

memorie geografiche affrontate oltre mezzo

secolo fa.

Leggiamo quindi volentieri il volume curato

da Alberto Ciampi, anche perché essendo

uno storico della Valdipesa accresce i

nostri vecchi studi che invece riguardavano

soltanto la Valdigreve e il Valdarno.

La rete stradale studiata da Sterpos (che

abbiamo conosciuto), dal Plessner, dal

Tracchi si sofferma anche sul percorso della

Volterrana che risale alla stessa epoca che

“sicuramente è la più antica di quante attraversano

il territorio fiorentino”, scrive Alessandra

Borgi, cui dobbiamo un documentato

studio su “La rete stradale della Toscana”:

“Come tracciato, l’esame dei reperti

archeologici, fa ritenere che coincidesse con

l’”odierna Volterrana”, che, attraversato

l’Arno tocca il Galluzzo-Giogoli, la Romola-

Montespertoli-Castelfiorentino-Gambassi-

Castagno-Volterra. Il Targioni Tozzetti fa

l’ipotesi su un altro tracciato Fiesole-Volterra

169


per Decimo (S.Casciano)-Lucignano-

Lucardo-Certaldo, sostenuto oggi da diversi

autori”.

Ipotesi che il bel volume di Ciampi sembra

confermare con una nutrita documentazione

storica e iconografica, che è la parte

del volume particolarmente apprezzabile

anche da chi non è addetto ai lavori.

La recente ricerca, già al secondo volume

uscito nel gennaio del 2023, si avvale anche

delle fonti di carattere storico-geografico sul

territorio della Valdipesa provenienti dai

cabrei e dalle antiche mappe che si affiancano

ad una ricca documentazione fotografica

a colori sulle condizioni attuali dei centri,

pievi, chiese suffraganee, ville e castelli

che rendono la zona una delle più belle e

ben conservate della Toscana.

Le vie di comunicazione attuali, con i centri

abitati posti lungo quei percorsi, ubi plebs,

ibi pagus, come recita un vecchio detto, ci

rende una visione abbastanza credibile di

quello che poteva essere la campagna romana

e medievale; la cura e il mantenimento

di questo paesaggio è nostro dovere tramandarla

alle future generazioni.

Manca lo spazio per un esame più dettagliato

del volume, ma vogliamo soffermarci

su alcune pagine di grande interesse storico

recente, come il capitolo su Montegufoni e

l’intervista ad Andrea Pestelli, dove si racconta

tutto il percorso delle scelte fatte dal

soprintendente Giovanni Poggi per la salvaguardia

dell’inestimabile patrimonio; la

dettagliata ricostruzione del trasferimento

delle opere d’arte fiorentine effettuata all’inizio

del secondo conflitto per proteggere dalla

guerra capolavori assoluti come il Cristo di

Cimabue e la Primavera del Botticelli e tante

importanti opere d’arte che arrivarono dai

musei fiorentini. Non va tralasciata la cura

che il vecchio giardiniere Guido Masti pone

nell’amorosa e assidua protezione di tanta

ricchezza.

Qui fu trasferita anche la preziosa Collezione

Carrand, che il collezionista francese

Jean-Baptiste, da cui prende nome, aveva

offerto in dono alla città di Lione dopo una

esposizione nel 1857, “chiedendo in cambio

di poter dirigere i Museés

Arqueologiques… ne ricevette un netto rifiuto”.

Sarà poi il figlio Louise “che nel 1881

si trasferì a Firenze continuando l’opera di

raccolta iniziata dal padre… fu tra i curatori

delle nuove sale e donò al Bargello la sua

collezione di circa tremilacinquecento rarissimi

pezzi”.

Adoriamo la sala dove è esposta la collezione

Carrand, che conserva l’avorio dove

si rappresenta una scena della Castellana di

Vergì, la prima composizione in ottava rima

cantata nelle piazze di Firenze da un

cantastorie anonimo.

È il capitolo che più abbiamo apprezzato,

ma non dobbiamo dimenticare anche la ricostruzione

dei paesaggi rappresentati sugli

sfondi delle tavole dipinte, come i dettagli

su cui l’artista (il Maestro di Tavarnelle) si

sofferma per inserire la sua visione degli episodi

in un ambiente rurale ancora oggi riconoscibile,

come la tavola dei tre santi protettori

contro la peste - Sant’Antonio Abate,

San Sebastiano e San Rocco - probabile

ex-voto proveniente dalla Pieve Vecchia

presso S. Giovanni in Sugana e oggi nel

Museo di Arte Sacra di San Casciano, dove

si riconosce nel paesaggio di sfondo

“Cerbaia di Sopra, con al centro, il ponte

medievale e gli “abituri”, con l’Ospedalino”;

il tutto riprodotto con un apparato fotografico

professionale che si affianca alla documentazione

d’archivio su tela o su carta.

170


E concludiamo sul capitolo “Acquerellando”

un laboratorio artistico attivo a San Casciano

e diretto con sapienza da Angela Baccani che

ci propone alcune immagini di erbe e frutti ancora

presenti sul territorio e che un tempo facevano

parte della nostra alimentazione quotidiana.

(A.B.)

NON C’È BESTEMMIA

Scritti sul parlato riprovevole

di F. Carnesecchi – P. Clemente – P. De

Simonis - L. Giannelli - G. Macciotta - G.

Pieri, Maglio Ed. S. Giovanni in Persiceto

(BO), 2023. Euro 14,00

Quanti autori per mettere insieme un

breviario sulla bestemmia! Un linguista, un

giurista, due antropologi che ne disquisiscono

come si trattasse di un argomento filosofico;

ma ricordiamo anche una giornalista (Stefania

Parigi) che intervistando Roberto Benigni

si lasciò sfuggire che in Toscana c’ è una

“vera e propria cultura del moccolo”, voce

assai più popolare della “colta” bestemmia,

come si può dedurre da una via in salita che

da Greve porta a Firenze, ancora oggi chiamata

dei Moccoli, espressione lasciataci in

eredità dai barrocciai che la dovevano percorrere

tutti i giorni.

In questo godibile volumetto si va dalle

bestemmie in tv, dal Grande fratello all’ Isola

dei famosi, fino a quelle letterarie di Ottone

Rosai su Lacerba (ma ci sarebbero ancora

e perché no le Bischerate raccolte da

Vittoria Corti e i sonetti di Vamba (Luigi

Bertelli), a quelle della nonna ecc. In confronto

alle quali il Credo di Margutte è poesia

da educande.

Gli autori ci hanno restituito anche un ricco

patrimonio di eufemismi, definizioni

lessicali più o meno argute, dalla più innocente

“maremma” alla “madosca” di Bettarini

che causò la sua squalifica alla trasmissione

televisiva del Grande Fratello, all’”orcozio”

di Trapattoni che gli scappò durante una telecronaca

di un’amichevole fra Germania e

Italia; e lui non era toscano, come non lo era

Jannacci che in una sua nota canzone inserisce

un’espressione simile, ma al femminile:

“orcamado”.

A questo punto, per riequilibrare le nostre

colte disquisizioni sull’argomento, inseriamo

anche un articolo di Ivo Meini, nostro

amico e collaboratore purtroppo scomparso,

che nel numero 5 di Toscana Folk (marzo

2000) ci invia un suo intervento con tanto

di musica, Inno al Redentore, che accanto

all’immagine di un “Cristo Garibaldi”

benedicente, aggiunge un’altra versione con

lo stesso testo ma un titolo diverso: Nuovo

Inno contro la bestemmia, con tanto di autore,

un M. [maestro?] Gavino, che ne detiene

la proprietà letteraria. La musica, sot-

171


tolinea don Meini, “…aveva un andamento

più pomposo e solenne”.

Dopo tutte queste considerazioni ne esce

fuori tuttavia una quasi assoluzione, che anche

il prete giustifica come un modo tutto

personale di credere in Dio rintracciabile

nella cultura contadina, o meglio “il loro

modo di pregare”, così ricorda il padre Paolo

De Simonis, accanto al “relitto

teocratico” di Pietro Clemente. Tuttavia considerandone

anche la diffusa sopravvivenza

nel linguaggio giovanile attuale, proprio relitto

non è, sopravvive eccome, essendo la

bestemmia ampiamente utilizzata anche dalle

giovani fanciulle desiderose di avvicinarsi

al modello maschile imperante. Vizietto poco

diffuso ma presente anche nelle nonne antiche,

come la cara nonna di Saverio Tommasi

che “bestemmiava quando era contenta”, e

aggiungo anche la mia di nonne, che si lasciava

sfuggire ogni tanto qualche deciso

“porco Pio Nono”, da considerare peccato

veniale perché all’epoca il “cittadino Mastai”

non era ancora santo; e lo faceva non per

contentezza ma perché noi nipotini la facevamo

arrabbiare. E già che siamo scivolati

nei ricordi personali vorrei citare anche mio

padre, che confessando al sacerdote il solito

peccato, si sentì da lui rispondere: - Almeno

non lo faccia davanti ai suoi bambini.

E pronta fu la giustificazione del babbo: -

Ma sono proprio loro che mi fanno bestemmiare!

D’altronde anche queste sono tradizioni

toscane, e genuine al cento per cento. Qualcosa

da ridire? (A.B.)

IL MIO GUCCINI

"Non è uno scherzo saper continuare"

di Fabrizio Nelli, Proprietà letteraria riservata

Fabrizio Nelli, Euro 10,00.

Non possiedo album dei cantanti, né italiani,

né stranieri; gli unici dischi che mi potevo

permettere erano i microsolco a 45 giri

di musica classica e per acquistarli dovevo

rinunciare alle sigarette; non mancavano tuttavia

le occasioni di ascoltare con gli amici

la musica dei gruppi e dei migliori cantanti, e

Guccini era fra questi ultimi, primi fra tutti

con Auschwitz e dopo La locomotiva. Solo

con l’arrivo dei registratori magnetici ho incominciato

a raccogliere la musica, in particolare

quella folclorica. Alle soglie della vecchiaia

è arrivato YouTube, una meraviglia e

tutto è più facile.

Ma Guccini preferisco leggerlo sui libri, e

i più famosi li possiedo tutti, da Cronache

epafaniche, il mio preferito, a Vacca di un

cane, a Tralummescuro, tutti libri di memorie

che sono i miei preferiti; l’ultimo Tango e

gli altri. Per trovare il suo Dizionario del

dialetto di Pàvana (che ho letto nella Biblioteca

della Crusca) ci ho impiegato anni di

172


ricerca su MareMagnum, e alla fine l’ho trovato,

pagandolo 29,90 Euro, compresa la

spedizione; lo tengo caro perché è rarissimo

e non si trova più nemmeno in antiquariato.

Dopo queste divagazioni estemporanee,

confesso che non sono il più adatto a fare

la recensione dell’interessante volumetto di

Fabrizio Nelli, che ho letto in un fiato. È un

tuffo che si fa nel nostro passato, la passione

preferita della nostra condizione senile,

e mi ci immergo volentieri, in fondo

sono soltanto un anno più giovane di Francesco,

ed ho fatto gli stessi studi, vissuto la

sua stessa epoca (anche se non riuscivo a

conquistare le “mine” che invece a lui non

mancavano).

Da ignorante di musica non sapevo dell’esistenza

di questo libro che mi ha fatto

leggere la nostra Lisetta. E mi piace apprendere

come ancora oggi il mito di Guccini,

che da più di dieci anni ha smesso di cantare,

resiste imperterrito al tempo e alle mode.

Ricordo che più di venti anni fa avevamo

organizzato, regolarmente inserito nell’attività

scolastica, un percorso biennale dedicato

al canto popolare dal titolo, il primo

anno Canti popolari dal Risorgimento alla

Prima Guerra Mondiale, il secondo Una

storia tutta da cantare o Dalla Prima

guerra mondiale agli anni Sessanta, noi

ci occupammo soltanto della selezione dei

testi che furono interpretati e cantati dagli

alunni dell’ultimo anno dell’I. T. C. “Galilei”

di Firenze. Il coro degli allievi fu naturalmente

preparato e diretto da un maestro di musica

esterno (regolarmente assunto e pagato dalla

scuola).

Mentre sugli anni del Risorgimento, Prima

e Seconda Guerra Mondiale non ci fu nulla

da eccepire, sugli anni sessanta furono i ragazzi

a scegliere i testi conclusivi, che furono

La guerra di Piero di De André e

Auschwitz di Guccini e ricordo che quest’ultimo

venne richiesto due volte anche in

un teatro dove eravamo stati chiamati ad esibirci;

e furono i giovani presenti fra il pubblico

a richiederlo. Un brano fondamentale che

rimarrà nella storia da cantare, insieme a

Gorizia e Fischia il vento. (A.B.)

CESARE BATACCHI

Un innocente condannato all’ergastolo

di Eugenio Ciacchi, Giuseppe

Galzerano

Galzerano Editore / Atti e memorie del

Popolo, Casalvelino Scalo (Sa), 2021

Euro 25,00

Questo corposo volume sul processo a

Cesare Batacchi ci rimanda al nostro primo

numero di ToscanaFolk del luglio 1996,

quando pubblicammo un articolo che conteneva

due interpretazioni del Maschio di

Volterra raccolte in Toscana. Fu in quell’oc-

173


casione che ci studiammo alcuni capitoli delle

dispense originali sul processo pubblicate

dalla casa editrice fiorentina Nerbini nel

1900; l’articolo lo illustrammo con due disegni

di G. Vannucci. Avevamo pensato anche

ad una nostra edizione di alcune delle

dispense Nerbini che però non è possibile

portare avanti per l’alto costo tipografico.

Oggi le nuove tecniche digitali di stampa

hanno reso possibile questa nuova edizione

arricchita di tutte le illustrazioni originali.

Possiamo così leggere la trascrizione dell’intero

processo stando seduti comodamente

alla nostra scrivania.

L’autore, Giuseppe Galzerano, ripubblica

integralmente l’edizione Nerbini del 1900 del

giornalista anarchico fiorentino Eugenio

Chiacchi; è un docente salernitano nato nel

1953 a Calstelnuovo (prendiamo dal risvolto

di coperta) ed ha pubblicato molti lavori

sull’anarchismo, sull’antifascismo, sul movimento

operaio, emigrazione e questione

meridionale; collabora inoltre con diversi

giornali italiani e stranieri. Per le sue ricerche

storiche sulle rivolte popolari (certo non

gradite ai grandi editori) ha fondato nel 1975

una sua casa editrice ed esce con questo

libro di 559 pagine a cui auguriamo un’ampia

diffusione che possa restituire l’onore ai

sette condannati innocenti.

In Toscana la vicenda del Batacchi è ben

nota e non stiamo a ripercorrerla; ci vogliamo

invece soffermare sulla pubblicazione del

canto che ci era sfuggita nella nostra incompleta

lettura delle dispense, che la biblioteca

conservava ancora non rilegate.

Il Maschio di Volterra ci appare quindi in

un testo originale datato e non tramandato

oralmente dai cantastorie e poeti popolari o

nel foglio volante che non abbiamo mai trovato.

Come riportato dalla nota n. 3 si segnalano

versioni orali registrate da Michele

Luciano Straniero (1962), da Caterina

Bueno (1964). Delle due versioni pubblicate

nel volume di Sandro Catanuto e Franco

Schirone (Il canto Anarchico in Italia) uscito

nel 2001, la prima è la stessa del volume

originale e delle dispense, l’altra è la nostra,

raccolta nel 1996 da Realdo Tonti e Piero

Nocentini (come riportato in nota a pag.

148). Sul n. 1 di ToscanaFolk è riportata

anche quella del cantastorie Bruno

Malinconi, che ci fornì anche il suo manoscritto

che più si allontana dal testo conosciuto.

L’audiocassetta di Carlo Dalla (Maros

KSC / 713, 1988) ripropone invece con

qualche piccola differenza e col sottotitolo

sbagliato (il Baldacchi) il testo pubblicato da

Nerbini nel 1900, forse la fonte di tutte le

altre versioni; il cantante non è specificato

ma è uno dei tre nomi riportati in coperta,

sicuramente M. Fattori o N. Innocenti, non

Cecconi [Adriano] di cui conosciamo la

voce incisa in altri dischi. (A.B.)

LEI C’ERA

Lina Paci e il suo impegno culturale

di Carla Paci, (a cura di Fiorenza

Tombelli),

Edizioni Masso delle Fate, Signa (FI)

2023, Euro 15,00

Questa è la storia di Lina che la figlia Carla

oggi ci racconta in un’agile biografia pubblicata

in occasione di una piazza che il comune

di Montelupo le ha dedicato, per le

sue battaglie, per il suo impegno, quando,

scrive il sindaco di Montelupo in una sua

nota, “ancora le lotte femministe erano lontane

e lei in quanto donna doveva comun-

174


que lavorare, occuparsi della famiglia, dei

figli e poi le rimaneva il tempo per la politica”.

Un’ epoca in cui la vita era faticosa da

portare avanti, fra due guerre mondiali, il

fascismo che Lina aveva attraversato, sempre

in prima fila …

Lei c’era, che è anche il titolo del libro,

dove viene ricostruita dettagliatamente la storia

di una donna, ricordando quale era a quei

tempi la condizione della donna, ben oltre le

otto ore, coi pesanti lavori domestici, dal

logorante bucato nell’acqua del torrente o

del fiume in tempo di pace, alle dure condizioni

di vita durante l’occupazione tedesca,

quando per sfuggire alle deportazioni in Germania,

da cui pochi tornarono, si doveva

battere il grano di nascosto nell’aia e seppellirlo

in damigiane di vetro per salvarlo dal

“tedesco lurco” che saccheggiava le loro

case. E non mancarono gli aiuti ai partigiani,

che come scrisse uno di loro “le migliori armi

dei partigiani sono i contadini”. 1

Infine la lotta di liberazione e la dura ricostruzione

di un paese dilaniato in cui le donne

avevano imbracciato il fucile accanto ai

partigiani che pagarono il prezzo più alto di

quella lotta. E Lina fu sempre in prima fila

per aiutare che aveva bisogno, fino alla liberazione

del paese, nei primi di settembre del

’44, con la costituzione in autonomia della

nuova giunta comunale, che come a Firenze

non aveva aspettato i dettami delle truppe

di liberazione.

Abbiamo seguito attentamente l’attività di

queste donne riunite in una associazione,

l’U.D.I che proprio a Firenze tenne nel ’45

il congresso di fondazione cui seguì la nascita

del periodico d’informazione Noi Donne

che diventerà uno strumento di crescita ed

avrà un’ampia diffusione nel territorio, anche

se le donne “preferivano leggere i fotoromanzi”,

come amaramente si ricorda in un

capitolo del libro. Lina, pur nelle mutate condizioni

di vita, porta avanti con un impegno

assiduo quel “lavoro culturale” di cui ancora

oggi dobbiamo essere orgogliosi. Rimangono

gli archivi dell’UDI dove si possono rintracciare

queste storie per indicare, e ricordare,

alle giovani generazioni chi erano le

loro madri e le loro nonne protagoniste nella

costruzione di un progetto di una società

migliore di quella che avevano conosciuto

loro. Anche senza un’istruzione che non avevano

potuto avere, sia per l’assenza di una

scuola sia per la carenza di quei servizi che

oggi sono un patrimonio comune.

Quell’istruzione che Lina aveva dovuto

interromper a dodici anni, ma la cui mancanza

non le aveva impedito di crescere, di

1

Aldo Fagioli, Partigiano a 15 anni, Ed. Alfa, Firenze, 1984. pag. 261.

175


lavorare ben oltre le otto ore, di dedicarsi a

tempo pieno al miglioramento di quella società

di cui oggi le giovani generazioni godono

i frutti, spesso dimenticando da dove

proviene e quanto è costato il loro attuale

benessere, quando c’era l’UDI (oggi Unione

Donne d’Italia). Il nome fu cambiato per

inserire nell’organizzazione anche le donne

che non sono italiane, ma in Italia hanno trovato

la loro nuova patria. Quanto ancora ci

sarebbe bisogno di quelle donne, del loro

impegno, della loro forza. Noi seguiamo attentamente

ancora oggi il lavoro di queste

donne che non si sono ancora fermate ma

rivendicano con orgoglio la loro storia ormai

sepolta negli archivi, che esistono ancora

e che dovranno essere aperti per conoscere

le tante storie che vi sono sepolte.

(A.B.)

LA MIA STORIA DI VITA SCRITTA

ALLA GAMBERESE

di Domenico Gamberi

Effigi edizioni, Arcidosso 2023

Un paio di anni fa, il ribollino Domenico

Gamberi, minatore, artigiano ma anche contadino

e cacciatore, aveva ricevuto l’omaggio

di un libro contenente decine di testimonianze

di stima e affetto, in versi e in prosa,

per il suo ultratrentennale meritorio impegno

quale animatore culturale nel campo della

improvvisazione poetica. Con questo nuovo

libro però, è lui stesso a prender penna

in mano e a scrivere (rigorosamente in prima

persona) di sé, della propria vita. Componendo

in un idioletto suggestivamente a

cavaliere tra scrittura e oralità, che

l’antropologo Pietro Clemente (ideatore, curatore

e prefatore del volume) ha voluto

ribattezzare “gamberese”. L’incipit della storia

recita: “Terzo di 5 figli, nato il 5 agosto

1945 nel comune di Roccastrada località

Podere San Giusto, da quel poco che ricordo,

i primi sei anni li ho trascorsi fra Podere

S. Giusto e Montemassi.

Nel 1951 ci siamo trasferiti a Ribolla, lo

spostamento avvenne per esigenze di lavoro,

da qualche anno il mio babbo aveva preso

lavoro nella miniera di Ribolla.” Il racconto

continua poi con la narrazione delle

sue esperienze nel mondo della miniera, del

lavoro e del canto (specialmente ottava rima

e maggi). La storia del Gamberi è uno scrigno

colmo di passioni e di idee, di lotte e

generosità.

Di duri giudizi sul presente e di amore per

la vita. Il volume si apre con la suggestiva

fotoriproduzione, integrale e a colori, del

manoscritto cui segue da presso l’accuratissima

trascrizione curata da Ida Caminada.

Il volume è anche accompagnato da brevi

contributi di studio a firma di Corrado

Barontini (Scoprirsi scrittore usando il

“gamberese”), Paolo Nardini (Sotto e sopra

la terra: una tensione in precario equili-

176


brio) e del sottoscritto (Poeti d’aia,

improvvisatori poeti e passionisti) nonché

impreziosito dagli splendidi ritratti in bianco

e nero colti direttamente “sul campo” dal fotografo

Marco Muzzi. Il volume è titolo

diciottesimo nella collana “Recorder” diretta

da Pietro Clemente per Effigi edizioni

(Arcidosso). (Antonello Ricci)

IL DENARO VINCE SEMPRE

di Stefano Cavallini

Habanera Books 2023

Stefano Cavallini, è giornalista critico musicale,

drammaturgo, regista teatrale,

marionettista e burattinaio di Livorno. Come

abile artefice del teatro di figura insieme alla

moglie Patrizia Ascione lo conosco da anni e

li considero entrambi veri amici, sapevo del

suo essere amante della scrittura, certo, del

resto i copioni degli spettacoli di Habanera

Teatro sono tutti suoi ma come romanziere

non lo conoscevo affatto, è stata una sorpresa.

È un’abile penna, ha già all’attivo alcuni

saggi ed uno che mi coinvolge particolarmente:

“Un’altra musica. Da Marsiglia a Tunisi, da

Tangeri a Limassol: la musica nella cultura del

Mediterraneo”. Con CD allegato che parla

dell’importanza e bellezza della musica non

colta di tradizione orale in questo caso dei

popoli del mediterraneo, la culla del Mondo.

Non mi sorprende neanche che Stefano

abbia adottato la nuova formula dell’editoria

auto gestita di Amazon, è un pioniere in tutto,

ama sperimentare, innovare, tentare, cercare

e trovare. La fantasia non gli manca, il coraggio

per una nuova sfida nemmeno.

Questo romanzo che non so onestamente

se sia il primo, parla di un investigatore privato

specializzato in corna, per fare un favore al

fratello procuratore della repubblica, sempre

a corto di personale, accetta di cercare una

persona che non vuol farsi trovare. Il tizio in

questione, per una espressa clausola, deve

assistere all’apertura del testamento dello zio

defunto, assieme agli altri della famiglia, per

evitare che l’eredità vada a un ente benefico.

Iniziate le indagini l’investigatore si ritrova incastrato

in un intrigo internazionale, che se

non ci fosse suo fratello di mezzo, abbandonerebbe

volentieri. Ma una volta trovato l’uomo,

ed essersi accordato con lui per il rientro

in Italia, la situazione precipita e a quel punto

decide di vederci chiaro. La vicenda parte

da Roma, tocca Palermo, poi Londra e torna

in Sicilia. Là si concluderà in modo inaspettato

la macchinazione.

Ricevo dall’autore queste note che riporto:

“Il canovaccio de Il denaro vince sempre

ha almeno una quarantina d’anni. Lo avevo

concepito in un momento della mia vita in

cui il denaro, o meglio, la sua mancanza, sta-

177


va condizionando troppo la vita della mia

famiglia. Anche i luoghi in cui si svolge la vicenda

sono legati alla mia vita: Londra, dove

nell’estate del 1974 trascorsi oltre un mese in

un bed and breakfast di East Putney, il quartiere

vicino a Wimbledon a una sterlina e mezza

colazione compresa, quando i B&B in Italia

non sapevamo cosa fossero; Palermo,

dove sono stato più di recente e Roma, dove

ogni tanto andiamo, con mia moglie, a lavorare

in un piccolo teatro alla Garbatella. L’inganno

era il tema di fondo, su cui dovevo

sviluppare la vicenda. Allora concepii uno

scrittore che per scommessa si mette a indagare

su un cliente di sua moglie avvocatessa.

Nella versione andata in stampa alla fine

del 2023 ho invece creato un investigatore

privato “leggero”, specializzato in adulteri, ridimensionando

il ruolo di superuomo che si

ritrova in gran parte della letteratura poliziesca.

Pietro Fancelli ha un fratellastro di padre

diverso, procuratore della repubblica e assillato

dai problemi di personale piuttosto che

dai rapporti tra ministeri, che spesso incarica

il fratello con incarichi impossibili da dare a

qualcuno del suo staff, ama la musica jazz,

beve tè nero, possiede un gatto di nome

Robespierre e lo studio è la sua abitazione”

Per chi volesse acquistare il libro in vari formati

vada su Amazon e buona lettura. (L.L.)

INCANTI DI MAGGIO

Trent’anni di storie sulla Montagnola

Senese

di Monica Tozzi - Andrea Fantacci

Effigi, Arcidosso 2023, Euro 16,00

Anche qui, come dieci anni fa, vi abbiamo

raccontato, con un lavoro a più mani,

le tante Storie, quelle emozioni, delle vite

quotidiane, insomma il nostro Maggio che

ormai da trent’anni ci fa godere di tanta

socialità e di grande umanesimo, che la

tradizione provvede a rinnovare ogni anno.

Il nostro è un Maggio partigiano, che sa

da che parte stare e che ogni anno prova

a fissare nei testi ciò che ha caratterizzato

l’anno appena trascorso.

Fermare sulla carta il documento orale

e sonoro è insufficiente, ma speriamo che

stimoli le persone che lo leggeranno a cercare

di conoscere la magia del 30 aprile e

primo maggio, un po’ in tutta la Toscana

e, perché no, sulla Montagnola.

Gli autori si sono conosciuti all’Università

di Siena dove si sono laureati in discipline

antropologiche. La loro vita si è arricchita

sia con la ricerca sul campo e la

riproposta di documenti dell’oralità popolare,

ma soprattutto attraverso la

frequentazione di persone davvero speciali

come Caterina Bueno, Altamante

Logli, Carlo Monni e tanti altri “cattivi

maestri”, alcuni dei quali ci hanno regalato

un loro contributo per questo libro.

178


I POETI DI TUSCANIA

Studentesse e studenti delle scuole

raccontano in versi la loro città

(A cura di Marco Aureli)

Effigi, Arcidosso (Gr), 2023, Euro 12,00

RECENSIONI

CD

NEL CASSETTO DI RICCARDO

MARASCO

Ass. Cult. Musicanti del Piccolo Borgo

Ed. Radici Music Records RMR-270 CD

Comunità narranti ha organizzato una

rassegna di incontri, di impianto laboratoriale

e ludico, destinati a ragazze e ragazzi nel corso

dei quali sono stati loro forniti i primi

rudimenti della composizione poetica. L’obbiettivo

di fondo di questa iniziativa è stato

quello di tornare ad accendere presso la

comunità tuscanese - particolarmente fra le

giovani generazioni- l’interesse per i saperi

e la pratica del prezioso patrimonio culturale

e identitario connesso alla tradizione popolare

dell’ottava rima.

Il 15 dicembre a Firenze, al Circolo Arci

di Serpiolle, già sede del Folk Club “Six

Bars Jail” e luogo del cuore per amici e collaboratori

di Riccardo Marasco, è avvenuta

la presentazione di questa bella incisione

frutto del recupero e della valorizzazione di

brani mai incisi ma abitualmente cantati, da

Riccardo durante la sua carriera.

Alcuni sono scritti da lui, Donna di sempre,

E ti segui senza pensare, Virginia,

Avevo negli occhi, Selvaggia, altri brani

sono di altri autori, ben due del grande Egisto

Malfatti, cioè Passeggiata Margherita e

Cento case e una via, uno della cantautrice

e cantastorie maremmana Silvana

Pampanini, Natale brano che fra l’altro ho

179


inciso io con grande piacere e ammirazione

per questa artista, poi ci sono due brani religiosi

quasi a continuare la ricerca nel repertorio

popolare spirituale iniziata con

“Pace non più guerra” del 1998 e cioè ascolterete

Ave Donna Santissima dal Laudario

di Cortona e Dell’aurora tu sorgi più bella

di Padre Francesco Saverio Maria D’aria.

Integrano questo panorama variegato La

febbre brano divertente e goliardico scritto

da Roventino da Panzano (ovvero Marco

Teglia) e la classicissima Serenata fiorentina

di R. Benini e C. Cesarini.

Sotto la direzione artistica di Silvio Trotta,

vera memoria dello stile maraschiano in

quanto stretto collaboratore, amico e accompagnatore

del Maestro per lungo tempo,

ci siamo alternati al microfono interpreti

e musicisti per rendere omaggio alla sua arte.

Massimiliano Giuntini cantante pistoiese e

storico fan di Riccardo che grazie al suo timbro

di voce molto simile all’originale, ci fa

sempre vivere forti emozioni e canta la maggioranza

delle canzoni.

Lo stesso Silvio Trotta suonatore di ogni

sorta di plettro e di chitarra nonché cantante.

Alessandro Bruni alla chitarra classica e a

tutti gli arrangiamenti, Marna Fumarola violinista

eclettica e brillante, Barbara Petrucci

attrice aretina. Poi gli ospiti, la sottoscritta

Lisetta Luchini, Marta Marini al mandolino,

Alessandro Moretti alla fisarmonica,

Christian di Fiore alla zampogna.

Dopo tutti i ringraziamenti sul Cd come

ultima frase si legge: “Questo disco è dedicato

a Virginia” moglie di Riccardo, alla quale

va tutto il nostro affetto.

Questo è un disco molto bello da ascoltare

per la scelta del repertorio “personale” e

poetico che restituisce di Riccardo un’immagine

reale di uomo sensibile e colto quale

era, per gli arrangiamenti equilibrati ma fantasiosi

di ogni singolo brano, per l’affetto ed

il rispetto che si respira al suo interno verso

un grande artista quale è stato Riccardo

Marasco.

Di seguito le parole scritte da Silvio Trotta

dietro la copertina che meglio chiariscono

lo spirito dell’opera:

“Quando muore un cantastorie, il più grande

cantastorie toscano, che ne è delle sue

storie? Gli restituiscono il favore: da ora in

poi saranno loro a raccontarlo.”

“È proprio da questa riflessione che nasce

un disco di storie, le tue storie.

Un artista incide dischi soprattutto per fermare

un momento, per esprimere sentimenti,

per fissare sensazioni e quando i sentimenti

e le sensazioni restano in un cassetto

perché la vita non ti ha dato il tempo di fermarli

per sempre, nasce il rimpianto.

Dal dolore e dal rimpianto ho attinto per

scegliere, tra decine di brani, quelli che avresti

voluto incidere.

Ho avuto l’onore di essere al tuo fianco

sui palchi d’Italia e del mondo per quasi

vent’anni, ho colorato con i miei plettri le

tue immense interpretazioni vocali. Eri talmente

bravo!

Avevo paura di suonare temendo di rovinare

qualcosa che funzionava così bene anche

senza di me. La grande esperienza musicale

e umana vissuta insieme mi ha dato la

forza per creare questo disco.

Sono partito dai tuoi versi innamorati passando

poi per la tua pungente satira fino ad

arrivare alla tua Firenze e alla Toscana tutta.

Infine ho voluto dare uno spazio anche alle

musiche sacre di cui sei stato un profondo

cultore. Ecco così dodici storie che sono

uscite dal cassetto, pronte a raccontarti con

affetto e profonda ammirazione.” (L.L.)

180


Il CD

CORO DEGLI ETRUSCHI

“DAL VIVO IN AUSTRIA”

Krems, Haus der Regionen-Volkskultur Europe | 29 febbraio 2008

Registrazione, mixing, editing e grafica

Paolo Casini

Folk Note / Centro Studi Tradizioni Popolari Toscane

FN-011/RMR.551/CSTPT-Cd-03

Tempo totale: 71:37

CORO DEGLI ETRUSCHI 50 ANNI DOPO

a cura di Corrado Barontini e Paolo Casini

Era il 1974 quando per la prima volta,

quello che all’epoca era il “Gruppo di

Morbello Vergari”, andò sul palco della festa

provinciale dell’Unità di Grosseto per

cantare il Maggio, recitare alcune poesie

popolari e interpretare qualche canzone di

quelle recuperate dalla memoria orale con

una ricerca che poi venne pubblicata nel libro

“Canti popolari in Maremma” 1 .

In questi cinquant’anni, chi ha fatto parte

del Coro, ha dato luogo ad uno “stile” fatto

di arrangiamenti musicali e di interpretazioni

vocali che hanno valorizzato le singole voci

e particolari vocalizzi. Ogni canzone popolare,

ogni suonata strumentale, l’uso delle

nacchere maremmane (che sono state

riscoperte ed usate per accompagnare le

suonate della fisarmonica), l’inserimento

della chitarra e di alcuni abbellimenti musicali,

hanno finito per creare una modalità di

canto riconoscibile come un genere della tradizione

popolare tipico del Coro degli Etruschi.

Questo gruppo ha partecipato ad importanti

rassegne etnomusicali, a convegni, a trasmissioni

televisive ed ha effettuato concerti

in Svizzera, Austria, Corsica che hanno fatto

conoscere la tradizione del canto toscano.

[Il Cd allegato alla rivista di quest’anno

è un concerto del 2008 tenutosi a Krems in

Austria]

Fra le trasmissioni televisive ricordiamo

“Dalle parti nostre” condotta da Leoncarlo

Settimelli per RAI 1 nel 1977, andata in onda

in prima serata. Importanti collaborazioni ed

iniziative sono state attuate con personaggi

e gruppi legati alla cultura popolare toscana

quali Caterina Bueno, i Suonatori della leggera,

Lisetta Luchini, Eugenio Bargagli, Salvo

Salviati, Ido Corti (il suonatore di nac-

1

A cura di C. Barontini, M. Vergari con trascrizione musicale di F. Manfucci -L’ ultima edizione aggiornata

è quella pubblicata dall’Ed. Effigi nel 2012.

181


1975. Il primo nucleo del Coro degli Etruschi. Da sinistra: Celestino Di Marte, Corrado Barontini,

Giorgio Sgherri, Aniceto Vergari, Moraldo Pompili, Sesto Vergari e Morbello Vergari.

chere)... Con gli spettacoli il Coro è riuscito

a riproporre un vasto repertorio di canzoni

(ninne nanne, serenate, rispetti d’amore,

stornelli, canti d’osteria, canzoni a contenuto

sociale, canti narrativi, rappresentazioni

del calendario contadino quali il Maggio

e la Befana), oltre l’esecuzione di suonate

strumentali per il ballo, eseguite con fisarmonica,

chitarra e nacchere.

Fanno parte attualmente del Coro:

Marco Vergari (voce e controcanto), Alessandro

Meoni (voce e controcanto), Giorgio

Sgherri (voce e chitarra), Moraldo

Pompili (voce e controcanto), Nanni Vergari

(voce e controcanto), Manuela Goracci e

Stefania Cappuccini (voci e controcanto),

Daniele Bellini (voce e chitarra), Piero Meini

(controcanto e acrostici), Corrado Barontini

(controcanto), Dino Simone e Gabriele

Scicchitano (fisarmoniche).

Col tempo ci hanno lasciato: Morbello

Vergari, Aniceto Vergari, Sesto Vergari e

Celestino Di Marte.

Qui di seguito alcune testimonianze dei

componenti del gruppo attuale che ci parlano

di questa esperienza dove ognuno ha

portato un proprio contributo caratterizzando

la storia del Coro:

Morbello e la fisarmonica nel canto

popolare di Nanni Vergari

Morbello le prime nozioni musicali l’aveva

avute da bambino quando babbo Candido,

gli aveva comperato un piccolo organetto

perché voleva imparare a suonarlo. Lo

mandò anche a studiare la musica ma sicco-

182


me il Maestro gli insegnava i solfeggi, che a

lui sembravano noiosi, alla fine smise di andarci

imparando a suonare l’organetto a

orecchio. Nella sua giovinezza la fisarmonica

gli è servita comunque per passare il tempo

durante le serate a veglia tra amici e coetanei.

Quanto al canto, per chi stava in campagna,

è come se il canto smorzasse un po’ la

fatica provocata dal duro lavoro. Si cantavano

storie di fatti avvenuti, canti di protesta

e anche belle canzoni d’amore come le serenate.

Morbello da adulto ha voluto approfondire

un po’ la conoscenza della musica

ed è andato dal Maestro Alfredo Monari

a Murci, (sei lezioni) e quelli sono stati i suoi

studi musicali.

Dopo cena spesso prendeva la fisarmonica

ed era come avere la radio in casa,

si metteva a suonare, era un passa tempo

piacevole per tutti, a lui serviva per imparare

sempre meglio e in più si teneva aggiornato

con nuove suonate e allenato. Con la

fisarmonica, nell’accompagnamento dei canti,

ci trovava sempre degli “scherzi” per abbellire

e rendere più piacevole l’ascolto e

anche nei brani musicali da ballo, aggiungeva

delle note a suo piacimento per renderle

più briose.

I sabati e le domeniche era spesso occupato

a suonare nelle feste da ballo che

venivano organizzate nei poderi, nelle fattorie

e anche nei paesi vicini; per un certo periodo

questa sua passione è stata anche una

fonte di reddito; fra le sue carte infatti si trova,

nell’archivio da me conservato e segnalato

fra gli Archivi SIUSA della Toscana,

anche un documento del 1946 che lo autorizzava

ad esercitare l’attività di “suonatore

ambulante di fisarmonica”.

Quando ci siamo trasferiti (noi si dice in

Maremma) nella zona dell’Andrei, anni ’49

/ ’50, qui si cantava il Maggio e Morbello

con la sua fisarmonica, faceva da accompagnamento

musicale ma non era solo con gli

strumenti, c’era anche Tulio Barontini, con

la sua fisarmonica a bottoni,

Sigè (Sgfrido) Di Marte, con il violino e

Elio Severi con il clarino, oltre le voci di tutta

la squadra della zona, dei quali alcuni hanno

fatto parte del Coro.

Quando siamo andati ai ruderi di Roselle,

al podere Mota, dopo il 1955, nella campagna

non si sentivano i canti, ma noi si continuava

a cantare e tanta gente veniva al nostro

podere per stare con noi a veglia. A un

certo punto a Morbello è venuto in mente di

cercare di salvare quello che si poteva delle

vecchie tradizioni e si è attivato per mettere

insieme un gruppo di persone, per poter

riproporre il canto popolare; con l’aiuto di

tanti amici, ma soprattutto di Corrado

Barontini, sono riusciti a formare questo

gruppo (Coro degli Etruschi) per mantenere

vive le nostre tradizioni riuscendo anche

ad invogliare altri a formare nuovi gruppi.

Oggi fanno parte del Coro due

fisarmonicisti: Dino Simone e Gabriele

Scicchitano che hanno ulteriormente arricchito

le melodie caratterizzando la funzione

della fisarmonica per l’accompagnamento

dei vari canti.

Il canto popolare e la semplice tecnica

del Coro

di Giorgio Sgherri

“È il canto dei ‘briachi’…” dicevano quando

allora ventenne mi capitava di ascoltare i

discorsi di molte persone. Poi mi capitò di

ascoltare Morbello Vergari e il Coro degli

Etruschi in uno spettacolo di canti popolari

183


a Roselle e capii da subito che non era così.

Alcuni canti erano senz’altro di osteria:

stornelli, filastrocche, scherzetti ecc. ma per

la maggior parte erano serenate, canti di

questua come il Maggio o la Befana, ninne

nanne, filastrocche per bambini, storie

d’amore o canti di protesta sociale: lo stato

d’animo del popolo insomma, “il popolare

canto” come lo ha rappresentato in maniera

perfetta Lisetta Lucchini del quale riporto

quelle che secondo me sono due strofe

emblematiche:

Sulla mia strada il popolare canto

con tocco lieve in fronte mi ha baciato

mi ha lusingato e mi è venuto incontro

per questo canto ancora a voi la serenata.

Non c’è momento in cui non ho creduto

che il popolo dovesse ancor cantare

e urlare forte e chiaro il suo saluto

per la giustizia, libertà e per l’amore.

Ecco quali sono i temi sempre presenti ed

è per questo che ho da subito abbracciato il

progetto di riproposta di Morbello Vergari

e Corrado Barontini per far sì che questa

immensa cultura trasmessa oralmente così

variegata si tramandasse e non andasse perduta.

Con pochi strumenti: una chitarra, una fisarmonica,

un mandolino o anche nessuno

strumento con la sola armonizzazione delle

voci il popolo cantava, nelle osterie, nelle

feste di paese, nelle ricorrenze, durante il

lavoro come la raccolta del grano o delle

olive o anche a veglia, davanti al camino nelle

lunghe e fredde serate invernali. La modalità

di canto nel coro veniva tramandata di

padre in figlio e specialmente in pubblico

bisognava essere intonati: soprattutto c’era

una diversificazione delle voci come nei cori

tradizionali in relazione alla estensione vocale

dei soggetti.

Il filo conduttore lo fa il ‘primo’ (prima

voce/tenore) che deve essere una sola e sta

al centro del gruppo, in caso di rappresentazione

davanti a un pubblico, con ai lati

aperti a ventaglio/semicerchio le altre voci

che da qualsiasi postazione guardano il primo

per il sincronismo e le entrate: in particolare

i ‘controcanti’ che fanno una terza

sotto (baritoni) stanno da un lato accanto

alla prima voce e i ‘bassi’ e i ‘farsetti’ (soprani/mezzi-soprani)

ai lati uno opposto all’altro:

tutto questo come delle vere sezioni.

In molti canti si riesce ad inserire anche una

voce maschile o femminile, una terza sopra

il ‘primo’, che chiamiamo ‘contralto’: in questo

caso si riescono a creare canti a 5 voci.

Le voci del coro non devono mai coprire

o anticipare /ritardare il ‘primo’, la riuscita

sta nel perfetto sincronismo tra le voci come

in tutte le attività corali. Fondamentale al fine

di rendere toccante e trasmittente l’interpretazione

secondo lo stato d’animo da trasmettere

è l’espressione costituita dai cosiddetti

piani/forti: la guida per l’esecuzione

di queste modalità è chiaramente il ‘primo’.

Le tonalità utilizzate dal Coro degli Etruschi

sono per la maggior parte il RE o il MI

sia per i brani in tono maggiore che minore

ma qualche brano è in SOL o in DO.

Allora ventenne impiegai circa un anno, e

mi aiutarono molto il suono della mia chitarra

e le mie conoscenze musicali, prima di

potermi dire pronto a cantare nel coro: oggi

posso dire di poter fare tutte le voci. All’inizio

per chiunque si accinga per passione a

fare questa attività la difficoltà sta nel mantenere

il filo conduttore della propria voce

stabilita (controcanto, basso, farsetto o con-

184


tralto) sovrapponendola perfettamente al

‘primo’ in maniera da creare la perfetta armonia

che rappresenta poi la vera e propria

magia del coro popolare.

Le nacchere imparai a suonarle da

Carlino Penni

di Marco Vergari

Nel 1975, quando il Coro andò a fare una

serata alla Flog (Federazione Lavoratori

Officine Galilei) di Firenze, c’ero anch’io che

accompagnavo la musica con le “nacchere”,

me le aveva fatte mio zio Morbello con

un legno stagionato di quercia, ma il mio

“maestro” era stato Carlino Penni 2 , che per

un po’ di tempo ha fatto parte del Coro usando

questo strumento a percussione con straordinaria

bravura.

Io sono nato nel 1964 ed ho vissuto i primi

anni della mia vita al podere Mota di

Roselle (vicino agli scavi) con la mia famiglia

dove è vissuto anche Morbello che era

fratello di mio babbo.

Mi son trovato, giovanissimo, nel bel mezzo

dei canti popolari maremmani; oltretutto

il nostro podere era come un “porto di mare”:

lì ci capitava tanta gente a trovare Morbello

ed io ho assistito a molte serate con amici

che venivano a “veglia” e si fermavano a

cantare, a parlare, a giocare...

Lì venivano scrittori, giornalisti, pittori, archeologi,

insegnanti... come Aulo Guidi (il

grafico che ha ideato le “cartoline del Maggio”

per il Coro) o Cesare Corsi; è venuta

anche Caterina Bueno che registrò sia

Morbello che mio babbo Sesto con i suoi

stornelli... Qualcuno portava il registratore

altri scattavano delle foto, così sono rimasti

alcuni documenti registrati o immagini che ci

raccontano quegli anni.

Quando fui un po’ più grandicello smisi di

far parte del Coro, per riprendere, una ventina

d’anni fa, e tutt’ora continuo a cantare,

anzi in alcuni pezzi faccio da ‘primo’ visto

che le canzoni le conosco tutte e non è stato

difficile reinserirmi nel gruppo dove naturalmente

suono anche le nacchere.

Cominciai facendo il basso oggi in

molti canti faccio la prima voce

di Alessando Meoni

Era il1984 quando in occasione di una

rassegna di Maggi a Batignano ebbi occasione

di conoscere Sesto Vergari il quale mi

disse di aver apprezzato il mio modo di cantare

e chiese di contattarmi dopo aver sentito

gli altri del Coro degli Etruschi (allora formato

interamente di voci maschili) per inserirmi

nel Coro.

Dopo poco tempo mi arrivò la telefonata

di Sesto che mi comunicava che quella sera

stessa mi aspettava per le “prove”. Conobbi

così i componenti del coro; la mia voce

era ruvida ed aveva bisogno di affinarsi e

fondersi con le altre, ma tutti mi accolsero

bene. Cominciai facendo la voce del basso.

2

Carlo Penni detto Carlino (1929- 1993) sin da ragazzo userà le nacchere acquisendo una notevole

abilità nei ritmi. Farà conoscere l’impiego di questo strumento partecipando ad alcuni concerti con il

Coro degli Etruschi e con il Cantastorie Eugenio Bargagli. Carlo sapeva suonare clarino e sassofono,

ma sarà apprezzato dal pubblico proprio per l’estro nel ritmare la musica con le nacchere. Parteciperà nei

primi anni ’90 alla trasmissione TV “La Corrida” condotta da Corrado e verrà premiato proprio per la sua

capacità d’esecuzione.

185


Il mio rapporto con la musica popolare, era

incominciato seguendo e comprando i dischi

di Mirella ed il Trio Marino. I dischi del

cantastorie di Maremma, Eugenio Bargagli,

allietavano i miei momenti di incontro con

familiari e parenti ascoltando e canticchiando

le storie, i fatti, gli avvenimenti raccontati,

con poesie semplici e con melodie altrettanto

orecchiabili.

Era il periodo in cui nei negozi di dischi si

acquistavano album del Canzoniere Internazionale

di Leoncarlo Settimelli, di Dodi

Moscati, di Caterina Bueno...

All’epoca nel canto popolare del Coro

degli Etruschi c’erano solo voci maschili poi

i tempi sono cambiati, ed anche questo gruppo

storico si è rinnovato aggiungendo al proprio

interno le voci femminili: prima è entrata

mia moglie Stefania (che già veniva a cantare

il Maggio) poi è stata la volta di Manuela

moglie di Marco Vergari.

Questa esperienza avviata 50 anni fa, continua

ancora a raccontare la storia della vita

delle donne e degli uomini di questa nostra

Maremma cercando di tenere viva la tradizione

popolare con l’intento di passarla anche

alle generazioni future.

Io e il Coro

di Paolo Casini

Cosa porta una persona già con un lavoro

impegnativo anche se di concetto, arrivare

a pensare di sobbarcarsi un secondo lavoro

altrettanto coinvolgente? La passione, altrimenti

sarebbe letteralmente impossibile. Così

è stato per me nel 1995 quando, l’attenzione

che ho sempre avuto per la storia e la

cultura della Toscana, mi ha spinto a fondare

una casa editrice (Semper) insieme ad un

altro bibliofilo fiorentino integralista come

me. La cultura toscana a tutto tondo però,

era il nostro obiettivo (adesso però si dice

“target”) approfittando dei molti contatti che,

per motivi diversi, già avevamo con i potenziali

autori.

Un giorno, durante una delle nostre discussioni

sui progetti futuri, l’argomento cadde

sulla musica popolare toscana. Subito ci venne

in mente Caterina Bueno, il bruscello, i

Maggi… ma devo ammettere che eravamo

disorientati. Da dove iniziare? Chi erano gli

attuali (allora) interpreti di questa cultura troppo

spesso bistrattata anche in casa nostra?

Avevamo in ponte un progetto con Dario

Cecchini, il famoso macellaio-poeta di

Panzano in Chianti, ed una domenica mattina

mi recai alla sua bottega dove era in corso

una sorta di piccola festa popolare. Lì

conobbi il nostro presidente Alessandro

Bencistà che ad un certo punto della mattinata

nominò il maremmano “Coro degli Etruschi”.

Già la Maremma è evocativa per conto

suo ma questo coro? Subito dopo l’ascolto

di un’audiocassetta fui letteralmente “fulminato”

da quelle voci così particolari. La

modalità, i controcanti, i testi, la stessa intenzione

del canto mi fecero intuire con quasi

matematica certezza, che dietro a tutto ciò

c’era ben altro: le nostre radici più autentiche,

il disperso mondo rurale, la rara

socialità, insomma… un pezzo di storia della

nostra terra. Ancora non avevo un progetto

chiaro, ma decisi di conoscerli e di

produrre il nostro primo CD.

A ruota registrammo il marchio “Pegasus”

e da lì è partita la storia.

Credo di aver già scritto da qualche parte

l’emozione del nostro primo incontro e l’immediato

personale riscontro a quello che

avevo pensato in seguito ai primi ascolti. Da

quell’anno, il 2002, iniziò la mia “avventura

186


maremmana” o meglio, la nostra avventura, visto che coinvolse

tutta la mia piccola famiglia. Sì perché quel periodo ha

avuto a che fare più con gli umani rapporti piuttosto che l’aspetto

commerciale.

Il Coro aveva già del materiale registrato al quale aggiunsi

delle tracce registrate dal vivo presso il Podere Pioppini il 15

febbraio 2003 (https://youtu.be/s5Ml07PeeVo); vennero scelte

Vien la primavera e La sòcera. Nacque così non solo il

primo CD della Pegasus La Maremma InCanta (2004) ma

anche il primo della nostra spontanea collaborazione visto che

nel tempo ne sono seguiti altri quattro. Riepilogando:

La Maremma InCanta

2004, Pegasus, PG-001

Dal vivo. Firenze 1975

(Con Caterina Bueno)

2007, Pegasus, PG 04/07/006

In Maremma

2011, Pegasus, PG 0111013

Quando ne vai in Maremma

(Nel quarantesimo della fondazione)

2014, Folk Note, FN-001

Dal vivo in Austria

(Nel cinquantesimo della fondazione)

2024, Folk Note/CSTPT, FN-011/RMR-551/CSTPT-

CD-03

Con queste edizioni, penso che il Coro degli Etruschi abbia

la più ampia discografia dedicata ad un gruppo popolare toscano

ed il CD allegato a questa rivista, ne rappresenta senza

alcuna ombra di dubbio una preziosa testimonianza.

Concludo scrivendo che raccontare qui tutti gli intensi momenti

passati in Maremma sarebbe davvero troppo lungo.

Dalla prima partecipazione della mia famiglia alla notte del

Maggio 2003 in poi, è stato un susseguirsi di incontri, scambi

e conoscenze con l’ambiente e con gli interpreti di quella cultura

che mi hanno umanamente arricchito e che non potrò mai

187


dimenticare; il cantastorie Eugenio Bargagli

ed il suonatore di nacchere Ido Corti primi

tra tutti. Anche loro entrati a far parte della

“scuderia” della Pegasus. A tale proposito,

con malcelato orgoglio, vi faccio la seguente

domanda: “si è mai visto qualcuno pubblicare

un disco esclusivamente sulle nacchere

toscane?”. Anche quel disco, Nacchere

toscane/Tuscan castanets (Pegasus

PG-1007007, del 2007) è, fino a questo

momento, un unicum nel panorama

discografico in ambito popolare. Attingendo

all’archivio storico del Coro degli Etruschi,

a registrazioni dal vivo ed anche a dedicate

sessioni in studio, abbiamo confezionato

un’importante testimonianza sull’uso di questi

idiofoni prevalentemente in Maremma. Decisamente

avventurosa, relativamente ai

mezzi informatici di allora, fu la presentazione

del CD a Grosseto; fu organizzato un

collegamento audio/video con la Rhythm

Bones Society (Signal Mountain, Tennessee)

al termine del quale i suonatori maremmani

suonarono le nacchere su ritmi jazz e loro

sui nostri motivi con i loro idiofoni (bones)

costruiti in legno o in osso.

Coro degli Etruschi: il repertorio

parallelo

di Lucio Niccolai

Corrado Barontini – che conosco personalmente

da anni e considero mio amico – è

personaggio troppo noto nell’ambiente della

cultura popolare e delle tradizioni maremmane

per avere bisogno di presentazioni, specialmente

ai lettori di questa rivista di cui è attivo

collaboratore da sempre. Il suo nome evoca,

di per sé, la memoria storica della ricerca e

della riproposizione della musica popolare e

lui stesso, ormai, è la memoria di un mondo

culturale che ha avuto le sue più felici e durature

espressioni nelle attività del Coro degli

Etruschi del quale è stato cofondatore insieme

a Morbello Vergari.

Il suo ultimo lavoro – recentemente pubblicato

dalle edizioni Conoscenza di

Valorescuola (FLC-CGIL) di Roma – si intitola

Controcanti in Maremma Il Novecento

della protesta, della Resistenza e della

lotta e, come spiega l’autore nell’introduzione

è “una piccola antologia dei canti di opposizione

alla sopraffazione diffusi in Maremma

– e non solo – documenti orali che io stesso

ho raccolto, a volte cantato o semplicemente

ascoltato”.

E, scorrendo le pagine di questo libriccino,

ci immaginiamo un giovane Corrado che, con

il magnetofono, gira per le contrade

maremmane e amiatine alla ricerca frammenti,

strofe, parodie di canti di regime, aneddoti,

dichiaratamente oppositivi alla sopraffazione,

spesso frammisti ad altre testimonianze di

cultura popolare (cfr. l’intero capitolo Bandiere

al vento, che mi sembra tra i più interessanti

e stimolanti).

Quando nacque (ne celebriamo proprio

quest’anno il cinquantesimo anniversario) il

Coro degli Etruschi operò consapevolmente

una vera e propria scelta di campo: riproporre

i canti della tradizione orale maremmana che

erano la diretta espressione della percezione

delle condizioni di vita e di lavoro della gente

di questa terra, un patrimonio culturale di cui

Morbello era una diretta espressione e memoria.

Canti popolari in Maremma di Corrado

Barontini e Morbello Vergari, pubblicato dalle

edizioni “Il paese reale” di Grosseto nel 1974,

rappresenta il manifesto programmatico di

questa scelta, accompagnando il lavoro di

riproposizione del Coro degli Etruschi. Il li-

188


bro – infatti – presentava 39 canti della tradizione

orale maremmana, con trascrizioni musicali

di Finisio Manfucci e rimane un punto

di riferimento fondamentale per tutti coloro

che, nel corso del tempo, si sono avvicinati o

interessati al repertorio della tradizione popolare

di questa terra.

Sempre nell’introduzione a questa sua ultima

creatura editoriale, Corrado afferma che

«Questa ricerca rappresenta la continuazione

[… di] Canti popolari in Maremma», e,

scorrendone le pagine se ne capisce facilmente

la ragione.

Strofette, frammenti canori, aneddoti contro

la sopraffazione non potevano non entrare

a far parte del repertorio del Coro degli

Etruschi anche semplicemente con una singola

battuta, un accenno, la citazione di un’aria

musicale nelle esibizioni dal vivo in particolari

occasioni. E d’altra parte il Coro non poteva

rimanere insensibile alle nuove forme di

espressione canora che, proprio in quegli anni,

entravano a far parte del canone popolare,

sia nella forma del nuovo cantautorato militante

che in quella del recupero dei canti della

tradizione del movimento operaio: «riproporre

le cose del passato, può servire a non perdere

il filo della nostra storia», scrive ancora

Corrado.

Insomma, quello che l’autore ci propone in

queste pagine è una sorta di repertorio parallelo,

ciò che il Coro degli Etruschi avrebbe

anche potuto cantare e che a volte davvero

cantava, al di là e oltre il repertorio più tradizionale

e più segnatamente maremmano.

D’altra parte, già i precursori e protagonisti

della grande stagione del folk revival che

caratterizzò gli ultimi anni Sessanta (si pensi

agli spettacoli Bella Ciao e Ci ragiono e canto

e al repertorio della grande Caterina

Bueno) promuovevano e giustificavano

un’ampia contaminazione tra le diverse

documentazioni prodotte e tramandate dalla

cultura popolare, sia quelle di provenienza

contadina e operaia, sia quelle di intenzione

più direttamente sociale, politica e resistenziale

sedimentate nella memoria collettiva dei lavoratori

organizzati tra Ottocento e Novecento,

e per questo, entrate ormai a far parte

della tradizione popolare.

L’irrompere dei movimenti – operaio e studentesco,

dei diritti civili e delle donne – fu

accompagnato da una significativa colonna

sonora. Canti della vecchia tradizione anarchica,

socialista, comunista e resistenziale e

nuove canzoni d’autore (una per tutte: Contessa)

che spesso diventavano appannaggio dei

cantori (a Grosseto, ad esempio il Momo) o

dei canzonieri militanti legati a gruppi politici,

ma che non potevano lasciare indifferenti neppure

i componenti del Coro degli Etruschi:

«durante le serate nelle quali ci siamo incontrati

per “provare” il repertorio dei canti popolari

– scrive Corrado – c’era di frequente

spazio per dar voce a qualche altro canto dai

contenuti politici e sociali, che non facevano

parte della raccolta più tipicamente popolare.»

E d’altra parte, nel repertorio del Coro

degli Etruschi entravano di prepotenza le canzoni

raccolte a Castell’Azzara proprio da

Corrado, dai forti contenuti rivendicativi e sociali

(Sora padrona) e politici (Vien la primavera),

così come quelle resistenziali (Bella ciao)

e pacifiste (il Maggio di Morbello) in chiara

sintonia – come controcanto, potremmo dire

per rimanere fedeli al tema – con le grandi trasformazioni

che continuarono ad accompagnare

gli anni Settanta, così come le canzoni di

autori maremmani ispirate a eventi drammatici

che hanno segnato la storia di questa terra (una

per tutte Undici agnelli di Dino Simone dedicata

ai martiri di Maiano Lavacchio) .

189


E qui mi permetto di inserire anche io un

piccolo aneddoto personale. Una volta, cantai

Vien la primavera davanti a Tom Benetollo,

grande dirigente nazionale dell’ARCI, in occasione

di un convegno dedicato a Ernesto

Balducci e la cultura della pace a Santa Fiora

(anni lontani!). Ne rimase folgorato e propose

di farne l’inno dell’Associazione che dirigeva.

Morì, all’età di 53 anni, a pochi mesi

da quell’ultimo incontro.

Controcanti in Maremma (un centinaio di

pagine suddivise in otto capitoli dai titoli esplicativi:

Contro la guerra; Canti e inni politici

della tradizione anarchica, socialista e comunista;

La condizione operaia; Rivendicazioni

e lotte sociali; Il Maggio; Bandiere al vento;

Resistenza e Liberazione; Cantautori del territorio)

non è però una mera antologia di canti,

ma una scelta di testi commentati e

contestualizzati, di aneddoti e storie che contrassegnano

e accompagnano un secolo di

opposizione, di lotte contro le sopraffazioni,

di denuncia e di rivendicazioni sociali, «una

raccolta che recupera quei materiali canori

che hanno rappresentato la protesta contro

le ingiustizie del ‘potere’ che la gente comune

ha cercato di avversare con le parole e con i

canti raccontando l’altra faccia del quotidiano:

i contrasti fra chi lavora e chi sfrutta, fra

chi soffre e chi se la gode, fra chi vuole cambiare

le proprie condizioni di vita e chi si adagia

accettando quello che gli viene offerto.»

E, in questo senso, Controcanti in Maremma

«invita a cantare […] mantenendo l’indignazione

per le cose che accadono e che non

possono essere condivise […] facendo il proprio

“controcanto” alle voci dissonanti della

collettività nella speranza di ritrovare un’armonia.»

Un libro che, paradossalmente (ma a pensarci

bene, mica tanto!), proponendo canzoni

e testi che sembravano appartenere al passato,

sollecita una riflessione di pregnante attualità.

Torna il disprezzo indignato della “contessa”

e dei nuovi ricchi più o meno titolati più

in generale) al pensiero che i figli dei lavoratori

possano diventare dottori (e il diritto allo

studio è sempre più limitato da ostacoli economici),

torna necessario scendere in piazza

e scioperare per la giornata lavorativa di otto

ore e un giusto salario; tornano attuali le canzoni

resistenti e l’antifascismo, non semplice

residuo del passato, quelle che parlano del

diritto di sciopero, della pace,

dell’internazionalismo.

E se non bastasse a ricordarcelo la realtà

quotidiana in cui siamo immersi, inviterei ad

ascoltare le voci delle manifestazioni sindacali

e operaie che spesso, in questi anni, hanno

ripreso a occupare le piazze italiane, il suono

dei tamburi e le canzoni che li accompagnano,

come ad esempio, Finché ce ne sarà,

diventato ormai l’inno della lotta dei lavoratori

dell’ex GKN, cantata in coro da miglia di

manifestanti a Campi Bisenzio la notte del

capodanno 2024: “E non c’è resa, non c’è

rassegnazione / ma solo tanta rabbia / che

cresce dentro me ...”.

190


Controcanti in Maremma è il secondo

numero della collana Promemoria – il primo

era dedicato all’Attacco fascista alla Maremma

pubblicato in occasione del centenario

degli eventi – edita con il patrocinio

della CGIL di Grosseto: un progetto che

aveva come obiettivo quello di proporre, in

forma divulgativa, materiali utili alla ricostruzione

della memoria di un secolo di lotte e

conquiste sociali.

Controcanti in Maremma può essere richiesto

direttamente alla casa editrice

(commerciale@edizioniconoscenza.it) o alla

Segreteria provinciale della Camera del lavoro

di Grosseto (via Repubblica

Dominicana 80 D/G, Grosseto - tel.

056445911).

.:: I BRANI DEL CD ::.

1 | O mite terra 4:55

(Menconi, Trapassi)

Testo scritto dai grossetani Elio Menconi

(poeta) e Spartaco Trapassi (musicista).

Diffuso nel 1952 in una trasmissione

radiofonica “Il microfono è vostro” condotta

da Nunzio Filogamo. È un canto che segna

un’epoca di passaggio nel mondo contadino

di allora, infatti in quegli anni la Maremma

si stava trasformando da terra “amara”

in una terra “mite” ed accogliente aprendosi

al turismo.

2 | Sora Padrona 4:09

Una canzone che racchiude lo spirito di

protesta rappresentato spesso dai “contrasti”

fra chi lavorava in campagna e i padroni

del latifondo... Questo testo venne

recuperato a Castell’Azzara (GR) dalla memoria

di Domenico Baffetti (detto Meco). Il

canto è introdotto da quattro versi ricordati

da Morbello: “E la sera con la luna/ La mattina

con le stelle/ Qui la vogliano la pelle/ ma

non gli si vole da’...

3 | Beppino pesciaiolo d’Orbetello 3:14

Una stornellata dai toni canzonatori nella

quale si parla di varie località della Maremma

grossetana e si prendono in giro le donne

di facili costumi. Il testo cita anche i

“muletti” (i muli) che nel doppio senso della

canzone rappresentano quei ragazzetti nati

senza babbo... (figli di nessuno o di mamma

nubile)

4 | Il Maggio 6:49

Nella notte fra il 30 aprile e il primo maggio

è ancor oggi viva in molte zone della

Maremma grossetana, la tradizione del canto

cerimoniale di questua che affonda le proprie

radici in antichi riti agrari e di passaggio

delle stagioni. Questa usanza calendariale,

che ha finito per prevalere nel panorama simbolico

del mondo tradizionale, oltre a mantenere

lo spirito di ospitalità tipico degli abitanti

della campagna, si è resa visibile anche

al pubblico dei centri urbani (con alcune rassegne

dei gruppi della tradizione). Il Maggio

ha finito per rappresentare l’anello di congiunzione

fra il mondo del lavoro e la tradizione

stessa. Il Coro degli Etruschi propone

un “Maggio allegro” il cui testo venne scritto

da Morbello nel 1974. La particolarità di

alcuni gruppi è quella di vestirsi con fazzoletti

colorati e cappelli fioriti e di eseguire il

loro canto augurale introducendolo con l’ottava

rima cantata da un poeta estemporaneo

che chiede, al padrone della casa, il

permesso di cantare il Maggio...

191


Un momento del concerto. Da sinistra: Stefania Cappuccini, Corrado Barontini, Manuela Goracci,

Nanni Vergari, Sesto Vergari, Giorgio Sgherri, Moraldo Pompili, Giorgio Piola, Alessandro Casini,

Alessandro Meoni, Celestino Di Marte e Marco Vergari. (Foto P. Casini)

5 | Maggio in Maremma 3:35

(Salvo Salviati)

La tradizione per essere all’altezza dei tempi,

ha bisogno di trasformarsi e reinventarsi.

Salvo Salviati, che per un periodo è vissuto

in Maremma, si è appassionato alla tradizione

dei Maggi partecipando al gruppo dei

Maggiaioli dei Pioppini. Autore raffinato e

sensibile scriverà alcune canzoni fra cui questo

testo che innova la tradizione del Maggio

ma che ormai fa parte dei testi cantati da

molti cori popolari.

6 | Libera (polka) 3:05

È una polka suonata con fisarmonica, nacchere

e chitarra. Faceva parte del repertorio

musicale della musica da ballo tramandata

oralmente. Il pezzo è attribuito a Bardo

Bardi, un musicista nato a Siena nel 1866 e

vissuto a Roccalbegna (paese dell’interno

collinare della provincia di Grosseto) dove

è morto nel 1928. Questa suonata era usata

da Morbello Vergari che la conosceva a

memoria. Marco Vergari e Alessandro Casini

alle nacchere.

7 | Angelina bell’Angelina 2:48

Una canzone d’amore e di colpe

inespresse; rappresenta il sentimento della

ragazza che è disposta a confessare con la

bocca i propri peccati ma a fare l’amore con

il cuore. Il canto viene realizzato a cappella

senza accompagnamenti musicali

8 | Lasciali stare gli rompi le zampine

(I pidocchi) 2:35

Canzone che faceva parte del repertorio

della cantante folk Caterina Bueno che ne

192


Da sinistra: Alessandro Meoni, Giorgio Piola, Alessandro Casini e Celestino Di Marte. (Foto

P. Casini)

attribuiva la provenienza da Livorno, porto

di mare della Toscana. Il testo tratta con ironia

l’increscioso problema dei pidocchi collegandolo

al tema della guerra.

9 | Serenata d’addio 3:32

Le serenate, i rispetti d’amore rappresentano

un’usanza che è scomparsa completamente

nel mondo giovanile. Fino agli anni

’50/’60 era diffuso andare a far la serenata

sotto la finestra di qualche ragazza. Erano

soprattutto i giovanotti che portavano con il

canto un messaggio d’amore, un complimento,

una dichiarazione dei propri sentimenti a

qualche ragazza. Questo testo, ricordato da

Aniceto Vergari, proviene dall’interno

collinare della Maremma e ci parla di una

partenza dolorosa cantata per salutare la ragazza

amata prima d’andar via.

10 | Bella ti do 4:51

Canto satirico burlesco diffuso in vaste

aree del centro Italia. Questa versione sottolinea

gli atteggiamenti del prete confessore

(il “curato” in carne ed ossa) che rifiuta di

confessare le donne vecchie mentre dichiara

la propria disponibilità per le giovani e le

spose... La versione cantata dal coro degli

Etruschi mette in evidenza, valorizzando i

controcanti, la struttura polifonica delle varie

voci che si aggiungono alla voce del ‘primo’

realizzando un particolare effetto corale.

11 | Tirizzumpelarillallera 2:26

Anche questa sonata strumentale è realizzata

con fisarmonica, chitarra e nacchere.

Venne scritta nel 1970 da Morbello Vergari

ed è stata presentata spesso negli spettacoli

del Coro.

193


12 | Questa è la terra mia 4:32

(Salvo Salviati)

Altra canzone scritta da Salviati negli anni

’70. È divenuta una ‘canzone popolare’ tanto

che molti gruppi tradizionali la conoscono

e la cantano. Salvo con questo brano ha

dato alla terra maremmana le parole e la

melodia che ne rappresentano l’anima e il

cuore della gente che ci vive. L’introduzione

della fisarmonica, che introduce ed armonizza

le varie parti del testo, venne scritta

da Morbello Vergari.

13 | Ninne nanne e saltarelli 3:33

Nella famiglia patriarcale la figura femminile

(donna- madre- educatrice) assolveva

ad una funzione culturale nei confronti dei

bambini. Con le ninne nanne e i giochi infantili

spesso venivano date tutte quelle informazioni

educative trasmettendo insieme

le notizie fondamentali sulle condizioni di vita,

sui modi di essere, le idee, i costumi, i giudizi

morali diffusi nella società di allora... la

sequenza proposta dal Coro parte con una

storiella: “Qualcuno bussa alla porta... è

l’amante”.

14 | Maremma amara 3:03

Scriveva Morbello Vergari: “Fra i disagi

di un tempo la scarsità di acqua potabile

che costringeva la gente a bere acque

salmastrose e poco pulite che gonfiavano

la pancia e toglievano l’appetito. Accadeva

così di vedere, nei lavori di bonifica, all’ora

del pasto, qualche giovane operaio, non abituato

alla Maremma, addormentarsi col

boccone in bocca per la stanchezza e

l’inappetenza. Si diceva che erano guai per

chi perdeva il morso (l’appetito). Da questo

stato di cose erano nate tutta una letteratura e

belle canzoni come Maremma amara...”

15 | Carrellata di canti d’osteria 7:19

L’osteria è stato luogo d’incontro per molte

persone e di diffusione del canto popolare.

Le atmosfere legate al divertimento e all’uso

del bere si ritrovano tutte in questa

“carrellata” di brani diversi che consentono

di mettere insieme il gioco, il racconto, il

canto popolare con i propri vocalizzi e la

morra: un gioco proibito ma praticato frequentemente

nelle osterie.

16 | La sòcera 5:53

Il testo di questo canto venne ricordato e

registrato nel 1976 a Sorano dalla voce di

Navio Porri. La sua struttura poetica e musicale

ricorda un po’ la farsa del teatro comico;

da una ricerca più approfondita è stato

possibile consultare il foglio musicale “La

storiella della nonna” il cui autore è (versi e

musica) Americo Giuliani che la pubblicò nel

1920. La versione popolare cantata dal Coro

è molto simile all’originale nel testo poetico

differente nella melodia.

17 | Ti vo’ ‘n su ti vo’ ‘ n giù ti vo’

‘n tasca 4:35

Canto ironico che prende un po’ in giro le

donne... lo cantavano spesso i montagnoli

(lavoratori stagionali che venivano a prestare

la loro opera nelle grandi aziende agrarie);

durante il lavoro di mietitura dei grani

spesso cantavano questo brano.

194


TOSCANA FOLK n. 29 | aprile 2024

DIRETTORE RESPONSABILE:

Alessandro Bencistà

Registrazione del Tribunale di Firenze n. 4590 del 6 giugno

1996. Rivista di studi e di documentazione.

EDITORE

TOSCANA FOLK – Centro Studi Tradizioni Popolari

Toscane - Via Cilea 2, 50018 Scandicci (Firenze);

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e-mail: alessandro.bencista@gmail.com

COMITATO DI REDAZIONE

Corrado Barontini, Alessandro Bencistà, Lisetta Luchini,

Ambra Ceccarelli, Paolo Casini.

PROGETTO GRAFICO DI COPERTINA

Aulo Guidi

ILLUSTRAZIONE DI COPERTINA

Egisto Ferroni, Amore materno (1875-1880). Olio su

tela. Collezione privata.

IMPAGINAZIONE

Paolo Casini; Alessandro Bencistà

FOTOGRAFIE e ILLUSTRAZIONI

Archivio C. Barontini, Archivio A. Bencistà, Archivio P.

Casini, Archivio L. Luchini, D. Baldi, P. Bertoncini, M.

Betti, G.P. Borghi, L. Calugi, C. De Santi, C. Fabbri, V.

Franceschi, G. Innocenti, L. Mariotti, L. Niccolai, M.

Spiganti, G. Tiezzi, A. Vannini.

Hanno collaborato a questo numero

Corrado Barontini, Alessandro Bencistà, Paola Bertoncini,

Gian Paolo Borghi, Enzo Brogi, Yuri D. Brugiati,Tiziana

Bruttini, Maria Grazia Campus, Paolo Casini, Franco

Cherubini, Pietro Clemente, Peter Coppo, Fabio Corsini,

Francesco Frank Cusumano, Carlo Fabbri, Antonella Ferri,

Veraldo Franceschi, Andrea Kaemmerle, Fabio Landini,

Lisetta Luchini, Luca Luchini, Jonni Marucci, GianPiero

Mortaro, Lucio Niccolai, Anna Paladini; Sonia Salsi, Alessandro

Sansavini, Mario Spiganti, Grazia Tiezzi, Antonio

Vannini.

Questo numero di TOSCANA FOLK, con allegato

il CD “Coro degli Etruschi - Dal vivo in Austria”

viene inviato omaggio ai soci in regola con l’iscrizione

per l’anno 2024.

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Inoltre:

- indicare nel testo la posizione approssimativa dell’immagine numerata come sopra indicato;

- in calce al testo riepilogare la numerazione delle foto allegate con la rispettiva didascalia.

Finito di stampare nel mese di marzo 2024

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