ToscanaFolk n. 29 - Aprile 2024
Periodico del Centro Studi Tradizioni Popolari Toscane |Via Cilea 2 | 50018 Scandicci (Firenze) | alessandro.bencista@gmail.com
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CD
audio
Periodico del Centro Studi Tradizioni Popolari Toscane Anno XXV n. 29 Aprile 2024
Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
3
Editoriale
SOMMARIO
(PIER PAOLO PASOLINI)
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133
Gian Paolo Borghi
Mario Spiganti
Antonio Vannini
Carlo Fabbri
Corrado Barontini
Pietro Clemente
Alessandro Bencistà
Grazia Tiezzi
Paola Bertoncini
Arezzo 10 novembre 1827: Tommaso Sgricci improvvisa la
tragedia Tieste
Memoria e canti partigiani
Bernardino Perfetti: l’improvvisatore di versi eruditi e di
ambienti campestri
La Fiera del Perdono di Terranuova Bracciolini
La riforma agraria in Maremma nei racconti delle donne. Uno
spettacolo teatrale ispirato dall’opera letteraria di Luciana Bellini
Disertori con le Ali. Il canto del maggio tra musica e memoria
La ribellione delle trecciaiole, i primi scioperi e manifestazioni
contro la Prima Guerra Mondiale
Il Maggio Vecchio nella Toscana meridionale: prime note sulla
morfologia di una questua
Patrimoni ereditati e nuovi patrimoni: il caso del centro di
documentazione del museo MINE di Cavriglia.
Francesco Frank Cusumano Il “repertorio del mandolinista”, quando un libro di spartiti
racconta anche storie.
A. Bencistà - L. Luchini A colloquio con Valeria Vitti e Rita Serafini, due grandi attrici
fiorentine.
Franco Cherubini La Casa Museo di Monticello Amiata
Sonia Salsi
Il museo etnografico “don Luigi Pellegrini” di San Benedetto
in Alpe. Un incontro con tante storie… anche con la nostra
J. Marucci - G. Mortaro Festival del SedicidAgosto, Rassegna di musica popolare in
Lisetta Luchini
Enzo Brogi
Maria Grazia Cam,pus
Fabio Landini
Alessandro Sansavini
Andrea Kaemmerle
ricordo di Sante Caserio
Paolo Papalini, fisarmonicista e cantastorie
Dalla coop al catechismo: i Tolomei’s Brothers
Musiquorum le cantore delle donne
Tambus, genio e sregolatezza
Bobo Rondelli A famous local FOLK singer
Utopia del Buongusto, Primo esperimento internazionale di
vita godereccia
V. Franceschi - L. Luchini Ricordi dello spettacolo Pratacanta
Tiziana Bruttini C’era una volta a Brenna, la filanda fra storia e memoria
Luca Luchini
“La Siena dei bisnonni” torna ringiovanita dopo tresasette anni
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Veraldo Fanceschi
Tiziana Bruttini
Alessandro Bencistà
Lisetta Luchini
Recensioni LIBRI
Carbonai, Tagliatori, Segantini e Vetturali della valle del Brandeglio | La via civile: tratti e
tratturi, Ciò che resta della Volterrana etrusca | Non c’è bestemmia, scritti sul parlato riprovevole
| Il mio Guccini, “non è uno scherzo saper continuare” | Cesare Batacchi, un innocente
condannato all’ergastolo | Lei c’era, Lina Paci e il suo impegno culturale | La mia storia di vita
scritta alla gamberese | Il denaro vince sempre | Incanti di Maggio, Trent’anni di storie sulla
Montagnola Senese | I poeti di Tuscania Studentesse e studenti delle scuole raccontano in
versi la loro città |
Recensioni CD
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Un ragazzo del ‘99 racconta
Donne e canto popolare
Il bruscello in Toscana
Intervista a Matteo Marsan per i 25 anni del Cantiere
Bruscello di Castelnuovo Berardenga
Y. D. Brugiati - P. Coppo Colloquio con Paolo De Simonis: Gastone Venturelli, il
A. Ferri -A. Paladini Maggio, il dialetto e le tradizioni di Gorfigliano in Alta
Garfagnana
Lisetta Luchini
Alessandro Bencistà
Veraldo Franceschi
Alessandro Bencistà
Festa della Musica 2023 alla Biblioteca Nazionale
Centrale di Firenze
Un ricordo di Sergio Staino, i riassunti in ottava rima
I burattini dell’Andreotti
Addio Franco, caro amico e maestro
Omaggio ai soci
Nel cinquantesimo della fondazione
CD “Coro degli Etruschi - Dal vivo in Austria” - Krems, 2008
Con testi di:
Corrado Barontini, Marco Vergari, Alessandro Meoni, Paolo Casini e Lucio Niccolai
2
Editoriale
C
i domandiamo che senso ha cantare, in un mondo contemporaneo, dove
domina soltanto la forza del dollaro e delle armi, dove una ventina di
miliardari hanno un reddito che supera quello di 3 miliardi e mezzo di persone,
dove una sola forza imperiale che si proclama democratica è capace di distruggere
il pianeta con la potenza delle sue armi, come ha immaginato un
secolo fa Italo Svevo nel finale del suo capolavoro 1 , dove si vedranno anche le
pietre lacrimare. E non basteranno gli scudi spaziali e i chilometrici muri di
acciaio sormontati da matasse di filo spinato dagli aculei taglienti come rasoi.
Non ci stancheremo mai di denunciare questo “scandalo che dura da diecimila
anni” 2 e che lentamente sta portando l’uomo verso una fine anticipata della
specie, saltando i milioni di anni delle naturali ere geologiche.
In questa terra triste di esuli e di schiavi (come leggevamo mezzo secolo fa
sulla spalletta di un ponte lucano), che presto scompariranno per lasciare tutto
lo spazio ecumenico all’ultimo reich dei mille anni, noi vogliamo ricordare la
voce dei poeti che hanno sempre cantato contro la guerra, da Alceo che gettava
via lo scudo prima di esservi deposto per l’ultimo viaggio di ritorno, a Tibullo
che si domandava chi avesse inventato le terribili armi di sterminio che oggi
volano ben più in alto delle frecce micidiali oscuranti il sole, ma non si scagliano
più contro gli eserciti schierati sul campo in cerca di gloria e di vittoria; non
sono più i guerrieri che combattono gli obbiettivi delle guerre moderne, ma i
civili, dell’una o dell’altra falange.
Lo denunciava sessanta anni fa don Milani, nella Lettera ai giudici che lo
processavano, rilanciando le parole del premio Nobel Max Born, convinto pacifista
e firmatario insieme a Bertrand Russell del manifesto antinucleare, che
da quando le abbiamo lette sono diventate il nostro punto di riferimento in
difesa della pace.
Della Lettera vogliamo riportare integralmente soltanto tre brevi paragrafi,
tutti compresi nella sola pagina 59:
"L’UCCISIONE DEI CIVILI:
E infine affrontiamo il problema più cocente delle ultime e di quelle future:
l’uccisione dei civili.
La Chiesa non ha mai ammesso che in guerra fosse lecito uccidere i civili, a
meno che la cosa avvenisse incidentalmente cioè nel tentare di colpire un obbiettivo
militare. Ora abbiamo letto a scuola su segnalazione del “Giorno” un
3
articolo del premio Nobel Max Born (Bullettin of the Atomic Scientists, aprile
1964).
NELLE ULTIME TRE GUERRE:
Dice che nella prima guerra mondiale i morti furono 5% civili 95% militari
(si poteva ancora sostenere che i civili erano morti “incidentalmente”).
Nella seconda 48% civili e 52% militari (non si poteva più sostenere che i
civili fossero morti ”incidentalmente”).
In quella di Corea 48% [leggi 84%] civili 16% militari (si può ormai sostenere
che i militari muoiono “incidentalmente”).
LA STRATEGIA D’OGGI:
Sappiamo tutti che i generali studiano la strategia di oggi con l’unità di misura
del megadeath (un milione di morti) cioè che le armi attuali mirano direttamente
ai civili e che si salveranno forse solo i militari.”
Aggiornando questi dati alle ultime si può facilmente dedurre quale sia il
vero fine delle guerre contemporanee, come cantò all’epoca della prima guerra
del Golfo il vecchio poeta Natale Masi:
“e fan guerra come scrive’ su un quaderno”; il che porterà nella migliore
delle ipotesi al genocidio di due terzi del genere umano, nella peggiore alla
scomparsa dell’animale uomo dal pianeta Terra.
Non siamo certo i primi a pensarlo da quando si sono aperte le riflessioni
sulle due guerre mondiali, da Italo Svevo a William L. Shirer 3 dopo la seconda
(Storia del Terzo Reich). Entrambi gli scrittori, un narratore e uno storico, parlano
di “ammalati” e di “pazzi”, che esistono ancora e non solo nei libri.
E oggi non vediamo in lontananza nemmeno “la rara luce della petroliera”
montaliana 4 , ma sappiamo bene “chi va e chi resta”. Ci vogliamo riflettere?
1
“un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo
incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali
innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più
ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo
effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata
alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.” Italo Svevo, La coscienza di
Zeno, Dall’Oglio, Milano, 1964.
2
Sottotitolo del romanzo La storia, di Elsa Morante, Einaudi, Torino, 1974.
3
“Nella nostra nuova era caratterizzata da terribili ordigni letali e che ha soppiantato con tanta rapidità
l’epoca precedente, una guerra aggressiva, se scoppiasse, sarebbe scatenata da piccoli pazzi suicidi
premendo semplicemente un pulsante elettronico. Una guerra del genere non potrà durare a
lungo e sarà certamente l’ultima. Non vi saranno né conquistatori né conquiste, ma soltanto le ossa
carbonizzate dei morti su un pianeta deserto”
4
La casa dei doganieri, “Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende / rara la luce della petroliera! / Il varco
è qui? (ripullula il frangente / ancora sulla balza che scoscende…). / Tu non ricordi la casa di questa
/ mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.” E. Montale, Le occasioni, Einaudi, 1939.
4
Arezzo, 10 novembre 1827: Tommaso
Sgricci improvvisa la tragedia Tieste
a cura di Gian Paolo Borghi
Tommaso Sgricci (Castiglion Fiorentino,
1789-Arezzo, 1836) fu un
improvvisatore colto di fama europea, apprezzato
per le sue tragedie estemporanee,
diverse delle quali furono date alle stampe
da suoi ammiratori, che si avvalsero dell’abilità
di stenografi, sistematicamente presenti
alle sue accademie 1 .
Questo ricordo funebre, redatto da Oreste
Brizi, illustrò ai lettori dei suoi tempi le grandi
doti artistiche dell’improvvisatore:
Tommaso Sgricci. Aretino in età di anni
47. circa aggredito da un fiero morbo e
vinto da questo in pochi dì, spirò in Firenze
il giorno 23. Luglio 1836. a ore 7.
Antimeridiane. La Università di Pisa
contavalo fra i suoi Dottori nella Sezione
della Legge, l’Italia lo aveva ammirato
prima qual valente Improvvisator Lirico,
indi quale il felice Inventore delle Tragedie
estemporanee, e la Francia lo aveva
perciò ricoperto di Allori, gli aveva coniata
un’onorifica medaglia, e incantata
da tanto merito aveva soffocato l’egoismo
e tributati dei giusti Elogj al Genio
Italiano; molte Accademie Nazionali, e
straniere si tenevano onorate di averlo a
Socio, la Nobiltà Aretina andava superba
di vederlo ascritto nell’Aureo Libro;
la Magistratura Civica di Arezzo
avevagli assegnata un’annua pensione;
altra più ragguardevole venivagli retribuita
dalla Sovrana munificenza come
Poeta di Corte, quando la inesorabil
Falcifera condannollo a giacere esanime
nei Chiostri di S. Croce, toccandogli almeno
in sorte di posare accanto alle spoglie
dell’immortale ed infelice Segato.
Troppo anderei in lungo se tutte enumerar
volessi le Opere Tragiche, e Liriche
uscite dalla sua Bocca, e dalla sua
penna, come se tutti indicar volessi i doni
ricevuti dai Monarchi Europei, e dai privati
Ammiratori, e gli attestati indelebili
di alta stima inviatigli da varj distintissimi
Soggetti, ond’è che per non varcare i
limiti assegnatimi chiuderò col dire: che
Arezzo ha fatta in lui la persona di uno
dei suoi Luminari (che spera però veder
rivivere negli scritti inediti rinvenuti fra i
suoi fogli) […] 2 .
La sua fama accrebbe localmente grazie
anche a tre improvvisazioni tragiche che re-
5
Uno dei pochi libri sul poeta.
alizzò in tre memorabili serate nel mese di
novembre 1827: Crispo (3 novembre),
Tieste (10 novembre) e Sansone (20 novembre)
3 .
Del rilevante successo conseguito da
Tommaso Sgricci per l’improvvisazione della
tragedia Tieste, può leggersi una cronaca redatta
da Gaetano Fiori, proprietario ed
estensore della rivista “Teatro, Arti e Letteratura”.
Si trattò, in specifico, di un contributo
(a firma G. Fior) dal titolo Poesia
estemporanea, datato Arezzo 12 Novembre
e pubblicato Giovedì 29 Novembre
1827 4 :
Poesia estemporanea
Arezzo 12 novembre – Dopo l’esito fortunato
della Tragedia il Crispo improvvisata
la sera del dì 3 Novembre corrente,
il sig. Sgricci ci aveva fatta concepire
la seducente lusinga di volerci accordare
dentro pochi giorni il favore di un secondo
improvviso. Il suo amore per la patria, lo
ha sollecitato a soddisfare la comune impazienza,
e a presentare in questo R. Teatro,
nella sera dello scorso sabato con un
nuovo slancio del suo poetico genio.
Fra i temi introdotti nell’urna dopo
averne fatta lettura, tre ne furono estratti
a sorte da una Deputazione alla presenza
degli Spettatori accorsi ancora dalle
circonvicine popolazioni, i quali decisero
per acclamazione la scelta del Tieste.
Questo soggetto classico, e di un alto interesse
tragico, passato ormai a traverso
i secoli per le penne di tanti celebri Scrittori,
poca speranza di novità lasciava all’udienza
sui pensieri, e sull’intreccio. Pur
nondimeno la creatrice inesauribile fantasia
del nostro Sgricci seppe trionfare
istantaneamente di tutti gli ostacoli. Noi
non anticiperemo l’analisi della bellezza
di questa estemporanea Tragedia, descrivendo
il raffinamento e i trasporti della
crudeltà d’Atreo, i rimorsi del pentito
Tieste, la tenerezza di Falanto e
d’Argenide, ovvero la destrezza singolare
con cui il Poeta ha saputo svelare in
parte e in parte lasciar traspirare gli orrori
del nefando Convito. Tutti questi, e
mille altri pregi compariranno ben presto
agli occhi del pubblico, giacché le due
comitive di Giovani diretti dai sigg. Abate
Testi, e Dottor Rossini, hanno raccolto
anche questa Tragedia dalla voce
dell’Improvvisatore, con successo eguale
a quello del Crispo.
Gli applausi trattenuti con difficoltà nel
corso dell’improvviso per non disturbarlo,
ma che pur non ostante di tanto in
6
tanto sfuggivano all’udienza profondamente
commossa, furono immensi,
allorché il termine della tragedia permise
alla pubblica gioia e riconoscenza
di spiegarsi in tutta la sua forza. Nell’uscire
dal Teatro, il ritorno del sig.
Sgricci al Palazzo Azzi ove dimora, fu
come nella sera, egualmente
ricordevole del 3 corrente, un vero trionfo,
in mezzo ad una folla di popolo che
lo accompagnava con torce accese, preceduto
dalla banda civica. Per colmo
di universale consolazione, questi due
giorni di straordinario concorso ed esultanza
non furono disturbati da verun sinistro
avvenimento (G. Fior).
Non mancano, nello scritto di Gaetano
Fiori, riferimenti anche alla tragedia Crispo,
improvvisata la settimana precedente con
identico successo di pubblico. L’estensore
del reportage specifica opportunamente anche
le modalità con cui si svolgevano le
accademie, nonché i festeggiamenti riservati
a Tommaso Sgricci al termine della sua
fatica 5 .
Concludo questa breve “scheda” citando
i personaggi delle tre tragedie:
Ritratto di Tommaso Sgricci eseguito nel 1824.
Collezione privata.
Tieste: Atreo, Tieste, Falanto, Argenide,
Creonte, Gran Sacerdote di Giunone,
Coro di Vecchi, di Sacerdoti, di Donzelle,
e di Matrone 6 .
Crispo: Costantino il Grande, Fausta sua
sposa, Crispo, figlio di Costantino,
Plautilla, Licinio, nipoti di Costantino,
Beroe, confidente di Fausta, Ottavio, confidente
di Costantino, Albino, prefetto de’
Pretoriani, Coro di popolo, di donzelle,
di matrone 7 .
Sansone: Sansone, Acor, Dalila, Adonìa,
Poeta, dantista, tipografo. ma anche atleta, qui
rappresentato in uno degli esercizi più difficili.
Aener, Un fanciullo che non parla, Coro di
Schiave Ebree, e di Sacerdoti Filistei 8 .
7
1
Sulla sua figura esiste una folta bibliografia, della
quale fornisco una sintesi: M. Vanni, Della poesia
e de’ poeti estemporanei. Pubblica lettura nella R.
Accademia aretina F. Petrarca, Stab. Tip. B. Tipi,
Arezzo, 1888, pp. 13-27; P. Giordani, Dello Sgricci e
degl’improvvisatori in Italia (1816), in G. Chiarini,
Scritti di Pietro Giordani scelti e annotati, Sansoni,
Firenze, 1890, pp. 133-142; G. Volpi, Tommaso Sgricci
improvvisatore di tragedie. Notizie e osservazioni,
estratto da “Rassegna Nazionale”, XIX, vol. XCV,
Tip. Flori, Pistoia, 1897, pp. 32; A. Vitaliano, Storia
della poesia estemporanea nella letteratura italiana
dalle origini ai nostri giorni, Loescher,
Roma, 1905, pp. 143-180; U. Viviani, Un genio
aretino. Tommaso Sgricci poeta tragico
improvvisatore, Viviani, Arezzo, 1928; C. Pocci,
Tommaso Sgricci, drammaturgo estemporaneo, in
“Rivista italiana del teatro”, VII, 4 (1943), pp. 84-88;
B. Gentili, Cultura dell’improvviso. Poesia orale
colta e poesia greca dell’età arcaica e classica, in
“Quaderni Urbinati di Cultura Classica”, n.s., 6
(1980), pp. 17-59; A. Basi, Tommaso Sgricci. Poeta
tragico estemporaneo, Calosci, Cortona, 1990; P.
Ciarlantini, Librettistica e poesia d’improvvisazione
in Italia nell’Ottocento, in “Musica +”, 44 (2016),
pp. 34-37; Id., Sgricci Tommaso, in Dizionario Biografico
degli Italiani, vol. 92, Treccani, Roma, 2018,
ad vocem. A puro titolo esemplificativo, elenco soltanto
alcune sue tragedie improvvisate, oggetto di
stampa, oltre quelle che citerò in seguito: La morte
di Carlo I e l’Ettore. Tragedie improvvisate dal
sig. Tommaso Sgricci e raccolte dagli stenografi,
Firenze, presso Giuseppe Molini, all’insegna di Dante,1825.
[Pubblicate con: La morte di Carlo I. Tragedia
improvvisata in Parigi il 25 Aprile 1824. nel
Teatro Louvois; Ettore. Tragedia improvvisata in
Torino la sera del 13 Giugno 1823 nel Teatro
Carignano]; La caduta di Missolonghi. Tragedia
divisa in cinque atti improvvisata da Tommaso
Sgricci, Firenze, presso Pasquale Pagni, 1827 (dai
torchj di Simone Birindelli) [Fa parte di Poesie di
Tommaso Sgricci aretino. Vol. I]; Idomeneo. Tragedia
improvvisata da Tommaso Sgricci aretino
la sera de’ 20 giugno 1827 del teatro de’ Fiorentini
e raccolta per la cura di S.E. il Signore D. Giuseppe
de Medici dei Principi di Ottaiano duca di
Miranda ec.ec, Firenze, presso Pasquale
Pagni, 1828 [Fa parte di Poesie di Tommaso Sgricci
aretino. Vol. 4].
2
N.O. Brizi, Tommaso Sgricci, in “Almanacco
Aretino per l’anno 1837, Anno Secondo”, Tipografia
Bellotti, Arezzo, 1836, pp. 164-165. Le note
riportano una inesattezza: l’artista scomparve ad
Arezzo e non a Firenze. Il Segato, cui l’estensore
dello scritto fa riferimento, è il celebre cartografo,
egittologo e “pietrificatore” Girolamo Segato (1792-
1836), che riposa anch’egli in Santa Croce a Firenze.
Su O. Brizi, scrittore e militare, cfr., tra l’altro: O.
Brizi, Nuova guida per la città di Arezzo, Tipografia
Bellotti, Arezzo, 1832; Id., Relazione intorno
l’esposizione dell’industria compartimentale
aretina (1858), Tipografia Bellotti, Arezzo, 1867;
[G.M.], Cenni biografici del cav. Oreste Brizi
d’Arezzo, Tipografia Bellotti, Arezzo, 1867.
3
Si vedano le seguenti edizioni a stampa: Crispo.
Tragedia del sig. Tommaso Sgricci aretino improvvisata
in Arezzo la sera de’ 3 Novembre 1827,
Arezzo, dai Torchi Loddi e Bellotti, 1828; Tieste.
Tragedia del sig. Tommaso Sgricci aretino improvvisata
in Arezzo la sera de’ 10 novembre 1827,
Arezzo, dai Torchi Loddi e Bellotti, 1828; Due atti
del Sansone. Tragedia del sig. Tommaso Sgricci
aretino improvvisata in Arezzo la sera de’ 20 novembre
1827, Arezzo, dai Torchi Loddi e Bellotti,
1828 [si tratta dei tre volumi delle Tragedie del sig.
Tommaso Sgricci improvvisate in Arezzo]. La tragedia
Crispo venne in seguito ristampata (Tipografia
Priulla, Palermo, 1868).
4
Il periodico (anno 5°, n. 186, p. 107), pubblicato a
Bologna dalle Stampe Governative Sassi, costituì
un preciso punto di riferimento teatrale, con note
e informazioni locali, nazionali e internazionali. Su
Gaetano Fiori si rimanda a: E. Bottrigari, Cronaca
di Bologna, a cura di A. Berselli, Zanichelli, Bologna,
1960-1962, vol. 1, p. 10; M. Calore, Bologna a
teatro. L’Ottocento, Guidicini e Rosa, Bologna,
1982, pp. 78-79; A. Cervellati, Bologna frivola,
Tamari, Bologna, 1963, pp. 44-47.
5
Su questi aspetti, cfr. anche P. Ciarlantini,
Librettistica e poesia d’improvvisazione, cit.,
p. 34.
6
Dalla pagina [12] del già citato libretto.
7
Dalla pagina [26] del già citato libretto.
8
Dalla pagina [14] del già citato libretto.
8
Memoria e canti partigiani
di Mario Spiganti
Marco Italiani ha passato tutto il periodo
1943/1944 a Carda (*), lui nato
nel luglio 1924 e renitente alla leva. Partecipò
come testimone privilegiato alla Primavera
Partigiana di Carda e a tutte le vicende
che si susseguirono fino al passaggio del
fronte ed oltre. Stabilì una forte amicizia con
lo stesso Licio Nencetti, coetaneo, e con il
più giovane Ezio Raspanti, con cui collaborò
come testimone, nel dopoguerra, per la
pubblicazione del volume “Ribelli per un ideale”.
Marco non fu partigiano combattente
ma i suoi racconti aiutano a comprendere la
complessa realtà sociale di Carda in quel
periodo.
Il sistema montano del massiccio del
Pratomagno, al cui interno si colloca il paese,
ospitava anche, oltre alla banda de La
Teppa, la brigata guidata da Potente, allocata
più a Nord e, passando dai sentieri del crinale,
le comunicazioni erano abbastanza agevoli
tra partigiani e tutte le frazioni abitate
montane del territorio.
Quasi al termine di una delle nostre lunghe
conversazioni mattutine Marco, a mia domanda,
si ricordò di alcuni canti che aveva
udito da alcuni partigiani e che mi riportò
cantandoli con splendida proprietà e capacità
espressiva.
Sottolineo ancora che contenuti e argomenti
trattati nei nostri incontri non erano preparati
se non, talvolta, in modo estremamente
generico. Sicuramente quel giorno non era
previsto di parlare dei canti partigiani.
Da quella lunga registrazione estrapolai un
video ritagliando solo la parte che riguardava
il tema degli inni partigiani e che aveva
alcune caratteristiche speciali. Riflettendoci
sopra ne ho ricavato qualche elemento di
riflessione metodologica:
Prima di tutto si trattava di un estratto video
non montato, “integrale”, ovvero era
composto da un piano sequenza continuo
ottenuto con una inquadratura frontale fissa
e del tutto privo di stacchi temporali o altri
effetti di montaggio. Realizzato utilizzando
una videocamera non professionale ma provvista
di ottica grandangolare che consentiva
di cogliere l’interazione dialogica tra i due
interlocutori e di poterlo fare costantemente
nella sua totale interezza, sia pur delimitando
e circoscrivendo in quell’unica inquadra-
9
tura lo spazio ambientale in cui eravamo, e
come osservando l’interazione dialogica da
un determinato e immobile punto di vista. Di
tanto in tanto, come intervistatore, orientavo
lo sguardo verso il monitor della
videocamera, installata su un cavalletto, per
controllare l’assenza di eventuali problemi
tecnici, per cui talvolta si notano come degli
sguardi in macchina
Il ricordo dei Canti Partigiani, qui contenuto,
è legato alle complesse e singolari vicende
che si svolsero a Carda tra 1943 e
1944. In questo periodo, densissimo di avvenimenti,
vi fu una forte presenza partigiana.
Fondamentali in questo mio progetto di
ricerca sono le narrazioni che raccontano,
secondo uno schema rozzo ma utile, eventi
datati dal settembre 1943 al 21 agosto 1944
(data in cui il presidio militare tedesco abbandonò
Carda per ripiegare a Nord) e che
marcano il passaggio della guerra. I canti
partigiani qui cantati sono tutti ben conosciuti
in letteratura, trascritti e con i testi pubblicati
in edizioni specialistiche, anche con varianti.
Tuttavia, è di estremo interesse, a mio avviso,
il modo con cui vengono riportati alla
memoria e cantati in questa intervista del
2015. Emergono nella conversazione, come
detto, senza precedente concertazione: un
tema dunque non previsto né prefissato.
Un’occasione, almeno per me, di ammirare
ancora una volta la capacità mnemonica
e narrativa di Marco, e di riflettere sul significato
complesso della parola “memoria”.
Premesso l’ovvia impossibilità di trascrivere
la notevole qualità espressiva del canto
e trascurando di riportare i testi interi (tutti
ben conosciuti), osservo che prima di cantare
Marco descrive ogni inno cantato situando
nel tempo e nello spazio le circostanze
in cui lo ha ascoltato ed i modi con
cui lo ha memorizzato.
• L’inno de La Teppa, la banda partigiana
guidata da Licio Nencetti, fu il primo ad essere
cantato ed è ben indicato da Marco
come canto originale di quel gruppo partigiano,
udito a Carda l’11 marzo del 1944 e
creato dagli stessi compagni di quella formazione.
La “Giostra” a cui il testo del canto
si riferisce con ironico disprezzo è quella
della “Giostra del Saracino” di Arezzo, rievocazione
particolarmente amata dai fascisti
con la sua retorica magniloquenza e schernita
e denigrata dai partigiani, che ben ricordavano
le sanguinarie scorrerie delle
squadracce aretine in Valdichiana.
Noi siam quelli
siam quelli della Teppa
l’Italia, l’Italia è tutta nostra
I fascisti, i fascisti fan la giostra
ma noi della giostra ce ne freghiam
Anche il canto “Per voi bambine belle”
(**), udito cantare da loro, è descritto da
Marco come canto originale dei partigiani
della Teppa. Nel 1990 è indicato invece dal
competente storico aretino Enzo Gradassi
come più in generale un canto dei partigiani
casentinesi. In alcuni racconti di anziani partigiani
fiorentini, consultabili in internet, si dice
che questa canzone fu cantata, sfilando nella
Firenze appena liberata, da pattuglie partigiane,
presumibilmente appartenenti alla
divisione di Potente e provenienti dal
Casentino.
“Dalle valli e dai monti lontani” Questo
accorato canto è conosciuto più propriamente
come Inno dei Partigiani Casentinesi.
Fu composto da William Pallanti, partigiano
di Bibbiena nato a Londra nel 1904 e indicato
da Marco come “l’inglese”. William
10
Mario Spiganti (a destra) conversa con Marco Italiani in occasione di una conversazione effettuata
nel 2015 e tratta dal suo archivio.
compose il canto probabilmente pochi giorni
prima di essere fucilato dai tedeschi a
Pievequinta (Forlì), per rappresaglia, il 26
luglio 1944. Il suo canto attraversò tutto il
Casentino e giunse a Carda dove fu memorizzato.
“La guardia Rossa”. Canto conosciutissimo.
Nel riportarlo alla luce Marco fornisce un
saggio a mio parere straordinario della sua
formidabile memoria, ancorata a luoghi e immagini
con stretti riferimenti temporali. Nel
suo racconto di presentazione mi parlò di un
seccatoio nascosto nel bosco. Era stato abbandonato
in fretta da alcuni partigiani per
sfuggire ad un rastrellamento militare. Dentro
c’erano resti di macellazione e cibo (una testa
di manzo piena di mosche) e notò lì a terra
un foglio dattiloscritto utilizzato per motivi
igienici, “quei servizi...”ma che lui raccolse lo
stesso per la sua innata curiosità.
Vi trovò scritto il testo completo di quel
canto. Che comunque già conosceva, ma il
foglio fu per lui un aiuto alla sua
memorizzazione. Marco collocò inoltre il
canto “la Guardia rossa” come udito anche
in una sera del giugno 1944, indicandomi
con precisione lo spazio e tempo di quell’ascolto.
Ricordava bene come l’inno fosse
stato cantato presso l’allora sede del circolo
ricreativo di Carda, durante una cena
che precedette un terribile evento delittuoso
ad opera dei convitati presenti. Storia conosciuta
in paese e narratami con molti dettagli
da Marco in una conversazione, da me
riportata in altro capitolo a cui rimando.
Marco Italiani e il gioco della Memoria
Non appena ascoltato l’inno della Teppa
chiesi a Marco se si ricordasse qualche al-
11
tra canzone. Mi rispose di sì e alla mia richiesta
di fornirmi qualche esempio intonò
subito “Per voi fanciulle belle sulla via, per
voi future spose di domani...” (*) Si tratta di
un canto conosciuto (con diverse varianti,
tra cui quel “fanciulle” nella versione di Marco,
invece di “bambine”) e molto noto, ripeto,
come canzone dei partigiani
casentinesi.
Nel propormi tale inno quel caro amico,
novantenne boscaiolo, mi fece un grande
dono. Per ricordare compiutamente le strofe,
infatti, cominciò ad esternare davanti a
me la sua ricerca interiore nelle pieghe e anfratti
della propria memoria, cercando le
tracce del tempo passato con posture del
corpo, sguardi concentrati nel vuoto, movimenti
delle mani che sembrava sfogliassero
pagine di ricordi, e suoni inarticolati che preparavano
il ritorno di melodie lontane.
Restai incantato da questo suo lavorio
mnemonico, di cui trovo impossibile dare una
adeguata trascrizione in pagine di libro (almeno
da parte mia) e che è però consultabile
nella registrazione video integrale conservata
nel mio archivio (essa stessa tuttavia inadeguata
ad esprimere compiutamente quanto
accadde nella realtà, soprattutto da un
punto di vista emozionale).
In quella occasione avrei potuto comportarmi
in vari modi. Leggo talvolta nei libri di
storia orale che intervistatori certamente più
navigati ed esperti di me, sempre presenti a
se stessi, sono costantemente in grado di
rimodulare i livelli delle conversazioni in base
agli input ricevuti sul momento, magari modificando
il tiro delle domande successive
da fare nel corso della intervista. Non è il
mio caso. Confesso in proposito una grande
sprovvedutezza.
Marco, d’altra parte, non era nuovo a
queste tipologie di performance. Altre volte
aveva esibito davanti a me le sue ricerche
mnemoniche interiori. Era accaduto soprattutto
quando richiamava alla memoria canti
della Divina Commedia o brani dell’Orlando
Furioso. Ma questa volta fu davvero speciale.
Cercai di fargli descrivere quali strumenti
o tecniche utilizzasse, se mai ci fossero
state, per riportare alla mente e quindi
esternare quei canti uditi un tempo ormai così
lontano.
Non era mai stato, oltretutto, un partigiano
combattente e dopo la guerra, nel ’48,
divenne, buon cattolico, un attivo militante
della Democrazia Cristiana, assumendo anche
incarichi politici di rilievo nella zona. Dico
questo per evidenziare come probabilmente
non ebbe molta dimestichezza con incontri
o celebrazioni della vita partigiana, utili
magari a mantenere vivo quel repertorio canoro.
Anche se aveva mantenuta per tutta la
vita una forte e profonda amicizia con il partigiano
“Mascotte” Ezio Raspanti, rosso
comunista per eccellenza. Amicizia nata e
maturata durante i mesi della primavera partigiana
1944 di Carda e fondata, soprattutto
ma non solo, sulla forte affinità, mi disse
una volta, con il battagliero e deciso
antifascismo vissuto da entrambi in famiglia,
legato alle forti ed eccezionali figure paterne,
lui a Carda ed Ezio Raspanti a Foiano in
Valdichiana.
Questa fu dunque la mia domanda:
- “Nella memoria, nell’esercizio della memoria,
aiuta a ricordare la melodia? Questa
è la domanda che io ti faccio. Visto che te
l’hai anche cantata, ti chiedo se… Perché tu
queste cose le sai a memoria, non è che li
hai anche scritti questi canti. Tu me li stai
dicendo attingendo alla tua memoria, tu non
li hai mai scritti questi canti.”
12
Marco interrompendomi: ”-... Io l’ho
sentiti da loro ... e basta!”
Io: - “. Certo, ...ti voglio dire questo: che
dopo che li hai sentiti da loro... non è che li
hai anche scritti, ... perché so che stai anche
scrivendo. Non è che li hai anche scritti
da qualche parte...
Marco: - “Ma per niente!” e, indicandosi
la tempia con l’indice “Io li ho scritti qui in
memoria, tante cose le ho anche appuntate,
ma non questi” (molte cose di Marco sono
scritte ad es. nella straordinaria rivista ciclostilata
del paese Foglie Lunghe-1981)
Io: - “Ti sto facendo questa domanda: ora
te, nel riportarle alla luce... ti aiuta la melodia
di questa canzone, oppure, come fai a
ricordarti queste strofe?”
Marco: “Come ricordo tante cose, perché
son cose che succedono a vent’anni. E
a vent’anni la memoria l’abbiamo lì! (il gesto
delle mani aperte di Marco è qui
intraducibile) libera! Pronta! Ad
accettare...come un disco con la puntina
così! (Marco riproduce con le mani il gesto
di una puntina che incide un disco) E
rimaste lì, ...altro che scrivere! Non c’è bisogno
di scrivere!”
Marco dunque descrive con la sua riflessione
il processo della Memoria in modo
molto classico, legandolo, come fatto individuale,
alla freschezza di una mente in crescita
e pronta ad apprendere da tutto ciò
che la circonda e che vive sperimentando.
La Tela di Ragno
Negli ultimi decenni la riflessione scientifica
sul processo della Memoria si è notevolmente
arricchita introducendo molti elementi
di analisi e nuove prospettive. Si tratta di
una tematica di cui praticamente si sono occupate
tutte le discipline definibili in qualche
modo come scienze umane: medicina, filosofia,
antropologia, psicologia, sociologia
etc. etc. Spesso, per non dire sempre, lo
hanno fatto in modo integrato e
interdisciplinare. Per chi voglia saperne di
più rimando all’ottimo libro di sintesi “Antropologia
della memoria. Il ricordo come
fatto culturale di Caterina Di Pasquale (ed.
Il Mulino, Bologna 2018)
Il dibattito in materia è estremamente complesso.
Mi accontento qui di affermare, in
modo necessariamente rozzo, che il “ricordo”
è tale, o almeno è descrivibile, quando
viene narrato ed esternato. Ma i modi della
narrazione si formano in contesto familiare e
sociale che in qualche modo influenzano e
determinano la stessa memoria individuale.
Il mondo in cui si forma la memoria di
Marco è estremamente ricco, legato a procedure
materiali imparate seguendo e acquisendo
da altri istruzioni fondamentali per
la vita e il lavoro, non in modo meccanico,
ma estremamente dinamico e relazionato ad
una soggettività attiva, in grado anche di introdurre
modifiche innovative. Vale a dire
che i processi della memoria e del ricordo si
trovano e si formano nella relazione tra sociale
e soggettività individuale.
I racconti orali con cui eventi e avvenimenti
sono poi ricordati e narrati, almeno
nella realtà di Carda, sono strettamente legati
ad una complessa modalità sociale in
cui le forme del linguaggio utilizzate dal singolo
soggetto nelle sue narrazioni sono
correlate alla poesia, al canto, a novellistica,
a grandi classici come Dante e Ariosto, alle
pratiche liturgiche e rituali. Il percorso della
memoria non è mai un processo meramente
individuale ma vive di questo intreccio sociale
e storico, in cui talvolta il passato viene
13
ricostruito con il senno di poi ed in modo
differente da individuo a individuo. Ed i racconti
familiari degli stessi fatti accaduti in
paese presentano spesso significative differenze.
Riflettendoci sopra ho immaginato le memorie
di Carda come fossero una grande
Tela di Ragno. Disposta come una rete con
tanti spazi vuoti in forma più o meno di rettangoli
o quadrilateri non troppo perfetti. Nei
punti nodali di intersezione e collegamento
tra i quadrilateri vi sono gli individui con i
loro punti di vista, ma strettamente connessi
ad una rete da cui dipendono nella loro collocazione,
determinando e subendo al tempo
stesso processi di memoria.
Il filo di collegamento è robustissimo ma
la struttura complessiva della tela è anche
fragile rispetto ai cambiamenti epocali della
storia ed eventuali rotture producono poi ricostruzioni
della rete che non sono mai identiche
alle configurazioni passate e producono
spesso memorie diverse.
Per quanto mi riguarda mi sento come una
mosca caduta in questa rete, una trappola
di cui non so né posso cogliere l’architettura
complessiva, ma che condiziona fortemente
la mia vita e il mio sentire. E rispetto al ragno
dico che non so proprio dove si nasconda.
(*) Carda è una frazione montana
casentinese del Comune di Castel
Focognano (AR). Si trova nel massiccio del
Pratomagno che divide il Casentino dal
Valdarno.
Il Pratomagno ospitò nel 1944 formazioni
partigiane tra cui quella di Potente (strettamente
legata alla liberazione di Firenze) e
quella della Teppa, guidata dal giovanissimo
comandante Licio Nencetti, acquartierata a
Carda. Questi sono gli eventi di guerra legati
a Carda e registrati e narrati da memorie
di paese (orali e scritte): Presenza di due
militari inglesi fuggiti dal campo di prigionia
di Laterina, (fondovalle del Valdarno), e
ospitati e nascosti a Carda fino al 13 agosto
1944
• Presenza in paese della formazione partigiana
di Licio Nencetti dal marzo 1944 al
maggio 1944 (cattura e uccisione di LICIO)
• Tragici eventi giugno 44 legati alla presenza
di sbandati
• Rastrellamento e uccisioni nazifasciste
luglio 1944
• Occupazione esercito tedesco tra 29 luglio
e 20 agosto 1944
• Deportazione 40 uomini di Carda in
Germania 6 agosto 1944
• Accompagnamento dei 2 inglesi al
quartier generale alleato nella notte del 13
agosto, sfuggendo all’occupazione tedesca
(**) Questo testo si trova nella versione
sotto trascritta in ”I canti partigiani come
documento: materiali e analisi sui canti partigiani
nell’Aretino”, di Enzo Gradassi, 1990.
Versione citata anche in “Canti della Resistenza
armata in Italia. Canzoniere 2 della
protesta”, a cura di Cesare Bermani, Franco
Coggiola, Ezio Cuppone, Silvio Uggeri
(Edizioni Bella ciao, Milano 1975).
Per voi bambine belle della via
per voi future spose di domani
per voi che siete tutte poesia
e sorridete a tutti i partigiani
per voi queste canzoni canteremo
e dalla schiavitù vi leveremo
Ohi partigiani
ci han da menar le mani (sta a noi!)
ci han da menar le mani
14
Ma quando i fascisti tu vedrai
le gambe in capo se le metteranno
non domandare questo come mai
sennó da noi le botte prenderanno
ma tanto sarà inutile il fuggire
ad uno ad uno dovranno morire
Ohi partigiani
ci han da menar le mani (sta a noi!)
ci han da menar le mani
Quando l’Italia sarà liberata
ed i fascisti non esisteranno
la schiavitù sarà dimenticata
e tutti al suo lavoro torneranno
ringraziare dovrete solo quelli
che un giorno li chiamavano “i ribelli”
Ohi partigiani
ci han da menar le mani (sta a noi!)
sono i veri italiani.
15
Bernardino Perfetti: l’improvvisatore
di versi eruditi e di ambienti campestri
di Antonio Vannini
Bernardino Perfetti fu noto ai suoi tempi
per i canti improvvisati, quanto veloce
fu l’oblio della sua fama. Per lui l’ambiente
delle accademie e quello dell’Arcadia in particolare
fece rinascere addirittura l’incoronazione
poetica in Campidoglio che era toccata
al Petrarca. Alle sue performance accorrevano
volentieri gli eruditi nei teatri e nei
salotti e si ha solo qualche notizia di un successo
presso il popolo. Tra i potenti, sua
sicura estimatrice ed entusiastica protettrice
fu la figura interessante e un po’ ambigua di
Violante di Baviera, nominata dall’ostile suocero
Cosimo III dei Medici come
governatrice di Siena. Dunque un
improvvisatore colto, che si presentava in
luoghi deputati dove già l’aspettativa per
l’ascolto preparava l’evento. Abbiamo descrizioni
in certi casi puntuali e precise di
queste esibizioni (la più attenta quella di
Charles de Brosses, ma anche il Goldoni ci
dà un resoconto che dimostra la sua ammirazione).
Perfetti aveva studiato dai Gesuiti
nel Collegio Tolomei e poi lì e nello Studio
senese era divenuto professore di diritto.
Faceva parte dell’Arcadia col nome di
Alauro Euroteo ed era quindi, sia per la sua
professione che per l’inserimento ufficiale nel
modo di organizzazione dei poeti dell’epoca,
ben integrato nella società italiana e nella
cultura del primo Settecento, che si accingeva
a fare il punto delle correnti letterarie e
soprattutto di quelle filosofiche del secolo
appena concluso, prima che l’Illuminismo
entrasse potentemente anche nei gruppi culturali
della Penisola. Lo zio materno
Girolamo Gigli era stato un osservatore originale
degli ambienti seicenteschi e aveva in
varie e diverse opere delineato quello senese
nella sua specificità, derivante dalla perdita
dell’indipendenza repubblicana di metà Cinquecento
ma ancora segnato dalla coscienza
di una propria originalità linguistica, culturale
e spirituale.
Perfetti improvvisò in varie città, oltre che
a Siena. Sappiamo addirittura di Monaco di
Baviera, di una esibizione contrastata ma poi
coronata di successo a Livorno, della sua
incoronazione, preceduta da saggi
estemporanei, a Roma. Le trascrizioni che
abbiamo dei suoi canti riguardano quasi interamente
delle performance avvenute in
Firenze, nel convento dei Carmelitani, all’ospedale
di Santa Maria Nuova, nel Pa-
16
Copertina del libro.
lazzo Medici-Riccardi. Sappiamo che il nostro
poeta aveva in odio i tachigrafi, quei
trascrittori che nascostamente assistevano
alle sue esibizioni e prendevano appunti per
trascrivere i frutti della sua creatività
estemporanea. Forse in numero di quattro
(Perfetti li chiamava ironicamente
“vangelisti”) trascrivevano ognuno una sequenza
di versi, finché chi scriveva non rimaneva
indietro sul rapido ritmo
dell’improvvisatore e lasciava la continuazione
al prossimo prendendosi un attimo per
finire di vergare la sua trascrizione.
Domenico Cianfogni, colto fiorentino estimatore
del Perfetti, commissionò e raccolse
nel 1748 queste trascrizioni nell’unica edizione
(se si esclude qualche canto nell’antologia
di Ubaldo Primavera pubblicata ad Iesi
nel 1803) dei versi del cantore senese: per
rimediare a questo oblio, chi scrive quest’articolo
ha curato di recente l’edizione critica
e commentata dei testi dei canti
estemporanei di Bernardino Perfetti, a partire
dal testo edito da Cianfogni nel 1748,
con la collazione di quanto di quei canti si è
conservato in vari manoscritti conservati nella
Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena,
nella Moreniana di Palazzo Medici-Riccardi
a Firenze, nella Corsiniana dell’Accademia
dei Lincei a Roma, nella Sächsische
Landesbibliothek di Dresda. I manoscritti riportano
varianti che si sono originate dalla
trascrizione di un unico gruppo di tachigrafi.
Cianfogni ne ricavò la sua importante edizione,
mentre abbiamo ragione di credere
che qualche canto fosse poi riordinato dalla
trascrizione per eleganti doni tra gli appartenenti
all’Arcadia.
Secondo le testimonianze dell’epoca, Perfetti
si presentava ai suoi uditori dopo aver
assistito ad una Messa e aver ricevuto l’Eucaristia,
sia per il bisogno di una alta tutela
nell’impegno straordinario che stava per affrontare,
sia nella coscienza che lo sforzo
creativo fosse dovuto ad una condizione dello
spirito, quella dell’entusiasmo, che aveva
qualcosa di diverso dalla normale condizione
dell’animo umano. Questa sensazione e
questa convinzione si rifà a concezioni dell’ispirazione
poetica che sono antiche come
la poesia stessa e che conosciamo in quanto
ben documentate nei versi omerici che riferiscono
l’attività degli aedi (le celebri scene
dei canti inprovvisati di Demodoco alla corte
dei Feaci e di Femio a Itaca) o nei dialoghi
platonici (si pensi soprattutto allo Ione,
dedicato all’attività del rapsodo e alla sua
ispirazione divina). È vero infatti che ogni
volta che ci troviamo di fronte ad una performance
di poesia estemporanea o, come
17
Busto in gesso del poeta conservato nella Biblioteca degli
Intronati di Siena. (foto di Antonio Vannini).
in questo caso, quando ne
contempliamo la contraddittoria
trascrizione, intuiamo qualcosa
del mistero dell’origine
stessa della poesia. E non tanto
dell’origine in senso storico,
ma nel senso del punto originario
in cui nell’animo umano
la parola si collega al ritmo
per stravolgere ad accrescere
immensamente la propria forza
comunicativa.
Il nostro cantore si presentava
dunque così preparato e
concentrato al momento in cui
gli uditori proponevano
estemporaneamente dei temi.
Ricevuto il primo argomento,
il poeta si raccoglieva per una
decina di minuti e poi faceva
cominciare a suonare il musico,
generalmente con la chitarra.
Improvvisava qualche centinaio di versi in
ottava, per poi passare con la stessa procedura
al secondo e al terzo tema, ancora in
ottava. Gli argomenti potevano essere i più
svariati, ma possiamo raggrupparli nelle seguenti
categorie; argomenti biblici, mitologici,
argomenti riferiti agli exempla della storia
romana, argomenti scientifici. Superfluo far
notare che il cantore doveva avere una preparazione
tendenzialmente enciclopedica e
anche ben aggiornata. La trattazione degli
argomenti scientifici da parte del Perfetti
appare infatti sorretta da tale aggiornamento
sui progressi che la scienza stava compiendo
in quegli anni e regge bene il confronto
con la coeva poesia scritta e con quella
dei decenni successivi di tale argomento. A
tratti addirittura, nei pochi esempi che ne
abbiamo, pare superare quella scritta e meditata
proprio per come sa comunicare la
meraviglia davanti alle nuove acquisizioni
dell’umano intelletto.
Compiuta questa prima parte della performance,
il poeta improvvisa un epilogo nel
quale riprende i tre argomenti proposti e li
tratta ora con maggiore precisione, avendo
avuto, pur durante l’improvvisazione stessa,
la possibilità di far affiorare alla sua mente
attenta altri particolari ed immagini. Nell’epilogo
inoltre il cantore tenta sempre di legare
in vario modo i tre argomenti inizialmente
proposti senza alcun legame tra sé. Nell’epilogo
compaiono strofe di varia lunghezza
(predomina la quartina) di ottonari. Il cantore
gioca in questa parte con la rima tronca.
Talvolta intere quartine a rima tronca
potevano forse essere funzionali all’enfasi da
porre in alcuni passi e a forzare anche l’ac-
18
compagnamento musicale. La fatica mentale
e fisica del cantore pare crescesse in questa
fase dell’esibizione e il suo impegno pareva
allontanarsi del tutto da ogni parvenza
di intrattenimento per giungere ad una finalità
didascalica e chiaramente etica: il poeta
riprende i tre temi e li rimodula in modo da
lasciare qualcosa nella memoria dell’uditore
dopo la fine dell’evento. La sua formazione
gesuitica mostra qui la propria forza. I membri
della Societas Iesu, quando insegnavano
e quando si impegnavano nelle predicazioni
di quelle che chiamavano missioni popolari,
seguivano molte modalità tipiche della tecnica
dell’improvvisazione, soprattutto in riferimento
all’attenzione al tipo di uditorio per
giungere alle migliori e più efficaci tecniche
di espressione. Era in uso nelle scuole da
loro gestite anche l’abitudine di mettere in
versi il contenuto delle materie da insegnare
per favorirne la memorizzazione. Perfetti
porterà sempre con sé la coscienza di questa
grande efficacia delle tecniche di
improvvisazione poetica e apparirà sempre
attento alla responsabilità che il maneggiare
questi strumenti di conseguenza comporta.
Tenendo presente questa attenzione, possiamo
forse meglio comprendere il senso
dell’ultima parte delle performance del Perfetti
(almeno di quelle che ci sono pervenute
nelle trascrizioni), quella della Pastorella.
Uno strano genere poetico, forse ripreso
dal Perfetti un po’ per rispetto dell’ambiente
arcadico e pastorale caro all’Accademia,
un po’ dalla connotazione popolare che l’antica
pastorella provenzale aveva assunto attraverso
i secoli, scendendo dalle corti nei
mercati e nelle piazze, dove spesso aveva
preso la forma della chanson sans musique.
Il cantore senese ne fa un componimento
dove i classici ruoli dell’uomo e della fanciulla
pastorella in contrasto tra loro son divenuti
quelli del saggio personaggio Elpino
che risolve i dubbi ingenui sorti nella ragazza
davanti a fenomeni naturali o umani, prima
fornendo una spiegazione scientifica, poi di
tipo anagogico e riferito all’ordine divino della
morale e della natura.
La prima parte della pastorella (quella narrativa
e descrittiva), di lunghezza variabile
(ne abbiamo da sette a quattordici strofe) è
composta in ottava rima. La seconda e la
terza parte della pastorella coincidono con
la risposta di Elpino. La seconda parte si
compone di strofette di lunghezza variabile
da quattro a tredici versi, tutti settenari sdruccioli
senza rima. La terza parte, che può essere
separata dalla seconda da un distico di
endecasillabi a rima baciata, è una canzonetta
anacreontica formata da quartine di tre
settenari piani, di cui il secondo e il terzo a
rima baciata, e un quinario. Il quinario è in
rima col primo settenario della strofa successiva,
secondo lo schema ABBc – CDDe - ...
L’uso della canzonetta anacreontica, che
comunemente si ritiene consona solo a componimenti
leggeri e scherzosi, è invece adoperata
dal Perfetti proprio nella parte
filosoficamente, eticamente e teologicamente
più impegnata, forse addirittura coincidente
col fanatico, cioè il punto di arrivo dell’entusiasmo
poetico. Il nostro poeta avrebbe
dunque mostrato grande originalità non solo
nell’introdurre queste strofette al posto dell’ottava,
ma anche per aver adoperato la
loro rapidità come adattamento funzionale
al ritmo dettato più da vicino dall’estro poetico
a conclusione della performance.
19
La Fiera del Perdono di Terranuova
Bracciolini
di Carlo Fabbri
Nel 1886 la giornalista scrittrice livornese
Alaide Vanzetti, ospite della “Villa Riposo”
alla periferia del centro storico di
Terranuova sulla strada per Loro Ciuffenna,
raccontava in un libriccino pubblicato poco
tempo dopo nella sua città 1 di essere stata
svegliata la mattina della quarta domenica di
settembre, molto prima dell’alba, dal tintinnio
dei “bubboli” sulle teste degli animali e
dalle voci dei contadini e dei montanari che
si recavano al “Perdono” e domandato a
Gasperino, il casiere della villa, in che cosa
esso consistesse, si era sentita rispondere:
Che vuol’ella? e’ lo chiamino ‘n questa maniera,
ma l’è sortanto la festa più grande che
si faccia ‘n questi paesi. E’ comincino a Levane;
c’è poi i’ Perdono a Montevarchi, a
Loro e a San Giovanni, e noàttri s’ha l’urtima
domenica di settembre. Poerini! La sentirà i’
brusio che fanno laggiùe; proprio lèvin di
sentimento...
Dimani c’è la festa grande: all’alba gl’incomincino
la fiera di’bbestiame; alle quattro
e’ tirin su la tombola; brùcino e’ palloncini, e
su’ barrocci di piazza vendin d’ugni cosa: la
ci andìa, la ci andìa, che l’è giovane, a
svagàssi... 2
E la Vanzetti seguì il consiglio di Gasperino;
ascoltò nella pieve la “sinfonia” eseguita dalla
premiata banda cittadina, vide, per quanto
poté fra la calca, la corsa dei cavalli senza
sella, “alla romana”, col trionfo del vincitore
preceduto dalla stessa banda e dal palio
conquistato; assistette quindi, la sera sul tardi,
allo spettacolo dei fuochi artificiali in piazza,
che «produssero sulle innumerevoli teste
degli spettatori varii e curiosissimi effetti di
luce».
Il giorno dopo, quello della fiera vera e
propria, Alaide tornò in paese:
Lunedì mattina, per tempissimo, un allegro
raggio di sole venne a destarmi, segnando
una striscia luminosa sul pavimento della mia
cameretta azzurra: lo salutai sorridendo, mi
vestii, ed attesi con impazienza il legno 3 che
doveva condurci a Terranuova...
Una fiera campestre ha sempre per me una
certa attrattiva. Io mi diverto a vedere i contadini
tutti lustri ed agghindati accanto alle loro
donne che coi loro abiti festivi offrono allo
sguardo le varie sfumature dell’arcobaleno;
mi diverto ad osservare quel brulichio di persone,
alcune raggruppate intorno ad un
cantastorie che parla sempre in poesia; altre
20
estatiche innanzi al prestigiatore che sembra
abbia fatto lega col diavolo; alla sonnambula
che predice a tutti il futuro; al ciarlatano che
grida e si sbraccia dall’alto della sua
carrozzella, e per pochi soldi regala all’afflitta
umanità un’acqua miracolosa, guaritrice di
tutti i mali... 4
E poi... la “tombola di beneficienza”:
Per le quattro e mezzo era stabilita la tombola
di beneficenza; e noi non mancammo di
recarci alle quattro, come avevamo promesso,
in casa dei signori Dini. Aspetta, aspetta,
l’estrazione non incominciava mai; tutti eravamo
pronti alla finestra, con le cartelle in una
mano e lo spillo nell’altra per segnare i numeri;
la piazza e le vie adiacenti andavano popolandosi
sempre più, ed ognuno mormorava
insofferente dell’indugio.
Suona finalmente il cenno desiderato; il bimbo
mette la mano nell’urna e ne trae la prima
ghiandina: il Delegato governativo la fa vedere
al pubblico; un banditore legge ad alta
voce il numero che essa porta scritto; un secondo
lo ripete da un palco vicino e lo mostra
in giro, segnato a cifre cubitali...
Tutto procedeva regolarmente, quand’ecco
sorgere un improvviso mormorio; fischi
succedere a fischi, crescer di forza, moltiplicarsi
in un baleno. Che è? Che non è? In tutto
ciò non sapevamo raccapezzarci. Supposi che
si canzonasse, come talvolta succede, qualche
pover’uomo il quale domanda la cinquina
che in realtà non ha fatta: ma si trattava invece
di cosa diversa e più grave: era uscito due
volte il cinquantadue. Mancando in tal modo
un numero, la tombola illegale doveva necessariamente
sospendersi. Impensierito del crescente
tumultuar della folla, il Sindaco ordinò
alla Banda di sonare; ma il fracasso ingigantì...
un campagnuolo, che stava per un numero
alla quintina, salito vicino alla Commissione,
non voleva andarsene a nessun patto; e
forse non sarebbe sceso tanto facilmente, se
il brigadiere dei carabinieri non avesse finto
di trarre la spada.
A tal vista un gran pànico s’impadronì dei
più vicini, che si diedero a fuga, per quanto
poterono, precipitosa; quelli che erano dietro,
sentendosi investire con tanta violenza, incominciarono
alla loro volta a scappare; e tutti,
senza sapere il perché, si rovesciarono e si
ammonticchiarono negli ingressi delle case, su
per le scale e nelle più prossime vie...
Si sparse intanto la voce che il Sindaco rendeva
i quattrini, e subito il mormorio andò
facendosi minore; tacquero i fischi, e la gente,
messo l’animo in pace, incominciò tranquillamente
a passeggiare commentando l’accaduto.
5
Sembra la forzatura letteraria di una giornalista-scrittrice
di talento e invece si tratta
della cronaca di un fatto realmente accaduto.
Mi raccontava qualche anno fa Lorenzo
Ricceri, anziano componente del “Comitato
dei festeggiamenti del Perdono”, a proposito
di chi stava annunciando ad alta voce i
numeri estratti per la tombola quella volta:
Quello fu il mi’ nonno, il babbo di’ mi’ babbo.
Siccome ‘un sapeva leggere, ma aveva
una memoria di ferro, si ricordava che aveva
tirato il 52 e disse: «Ri-cinquantadue!». È rimasto
famoso... «Ri-cinquantadue!». Se
n’era ricordato! l’aveva ritirato! Naturalmente
fu annullato ogni cosa… con due numeri
uguali! 6
E si potrebbe continuare a lungo con citazioni
del genere sul passato e sul presente
della Fiera di Terranuova perché ancora oggi
essa è la più importante del Valdarno Superiore
e si “batte” con le più quotate della
Toscana, se non d’Italia.
Eppure, per poterla effettuare, i
Terranuovesi, che sarebbero riusciti ad ottenere
l’autorizzazione dalle autorità
granducali solo nel 1615, dovettero sudare
le proverbiali sette camicie: già dall’agosto
del 1598 infatti, “umilmente” ma inutilmen-
21
te, il Consiglio Comunale del luogo aveva
supplicato il granduca di Toscana Ferdinando
I de’ Medici, perché si degnasse di concedere
la “grazia” della concessione:
Considerato al benefitio publico di detta
terra, et quanto apportassi benefitio non solamente
alli [huomini] di Terranova, sì come a
quelli della podesteria 7 ancora et altri
convicini, se si facessi una fiera l’anno... con
eleggere un tempo che non s’apportassi
nocumento alcuno, che sarebbe la prima domenica
fatto il Corpus Domini, et durassi dua
giorni seguenti, in tutto 3 giorni. 8
Il governo rispose categoricamente di no
e giustificò il diniego asserendo che non voleva
danneggiare il mercato del martedì nella
vicina Figline.
Nel 1601, il gonfaloniere 9 di Terranuova ci
riprovò di nuovo assieme ai suoi consiglieri
e, a scanso di equivoci, chiese di anticipare
la fiera al sabato, assicurando che si sarebbe
contentato di ottenere due giorni soltanto;
10 ma anche questa volta non ci fu nulla
da fare.
Si tornò quindi nuovamente alla carica nel
1607 e si chiese di poterla effettuare in occasione
della festa della Madonna di
Pernina, 11 che si celebrava allora la quarta
domenica di Agosto, «per accrescer tal devozione
e per l’utilità pubblica, considerato
che alla devotione della Madonna Santissima
di Pernina, senza altro interesse ci concorre
molto popolo»; 12 ma fu inutile anche
far leva sui sentimenti religiosi del granduca.
Le cose andarono invece meglio col suo
successore Cosimo II, forse anche per interessamento
delle grandi famiglie fiorentine,
originarie del luogo che vi possedevano
grandi fattorie e che vantavano fra i loro
membri funzionari nel governo granducale,
come i Concini o i Bartolini Baldelli. 13 Sta di
fatto che i Terranuovesi si videro accordare
finalmente nel 1615 una fiera annuale per la
quarta domenica di settembre, estesa al sabato
precedente ed al lunedì seguente, a patto
però che si impegnassero a rinnovare il permesso
ogni tre anni. A partire poi dal 1672,
al posto del giorno di sabato, fu concesso il
martedì ed è proprio da una lettera del 1758,
conservata nell’Archivio Storico del Comune
di Terranuova e contenente la richiesta
per il rinnovo del permesso triennale, che si
ricavano queste notizie:
Il Gonfaloniere e rappresentanti la Comunità
di Terranuova, servi e sudditi umilissimi di
Vostra Maestà Cesarea, 14 col più profondo
ossequio gli rappresentano come fino dall’anno
1615, per benigno Rescritto 15 di Cosimo
Secondo Gran Duca di Toscana, fu concesso
alla Terra di Terranuova di tenersi ivi una fiera
ogn’anno nella quarta domenica di settembre
con un giorno avanti et uno giorno dopo, con
la sicurtà per i debiti di quelli che vi concorrono
16 e con il benefizio della retratta 17 per le
bestie che non si vendessero, e coll’obbligo
al doganiere di Monte Varchi di dovervi assistere
per fare le bullette e pigliare i debiti riscontri;
siccome sotto dì 11 settembre 1672,
per nuovo benigno rescritto fu confermata la
concessione di detta fiera, con commutare il
giorno antecedente di sabato alla detta domenica
quarta in quello del martedì susseguente.
18
La scelta del mese di settembre, che era
stata fatta quasi per caso, si rivelò a lungo
andare piuttosto azzeccata, forse anche perché
i “bigoni” e le “cistelle” si vendevano
meglio poco prima della vendemmia, e la
gente cominciò a venire a Terranuova da tutte
le parti, magari camminando per un giorno
o due, a vendere, a comprare e ... a fare
tante altre cose. Nel 1732 si prevedeva un
22
La Piazza centrale di Terranuova in occasione del Perdono del 1901. Fra i “carretti” con le merci
in vendita ci sono i pali che ospiteranno in cima le “girandole” dei fuochi artificiali; fino agli anni
’50 del Novecento queste venivano “accese” qui, sulle teste degli spettatori.
tale afflusso di folla che i consiglieri comunali
si videro costretti a stanziare «lire quattordici
de’ denari della loro comunità per
mantenere la pattuglia 19 in tempo di fiera,
per evitare gli scandali e sconcerti che potessero
intervenire nel gran concorso de’ popoli».
20
Che cosa si poteva trovare un tempo alla
fiera di Terranuova? Scriveva nel 1809 il
“maire” 21 locale Antonio Parigi:
Nel settembre di ciascun anno avvi una festa
che dura tre giorni sotto il nome di Perdono
ove concorrono molta gente per esservi
due giorni di fiera di Bestiame, e di altre Cose;
il primo giorno di detta festa il dopopranzo
sortite le funzioni suole esservi una Corsa di
Cavalli sciolti e la sera i fuochi di artifizio. 22
Venditore di “cistelle” ad una fiera degli anni
’50 del Novecento.
Secondo Attilio Zuccagni Orlandini, soprintendente
all’Ufficio Statistico del
23
Granducato di Toscana che vi capitò
vent’anni dopo, essa vedeva «un concorso
numerosissimo di genti del Valdarno, del
Casentino e del Chianti» e vi si potevano
trovare «bestiami di ogni specie e in gran
quantità mercerie e manifatture, vasi vinarii,
terre cotte di varie specie ed altri oggetti»,
mentre i cacciatori vi acquistavano uccelli
da richiamo e pania. 23
Accanto agli animali “da lavoro”, agli ovini
e ai suini c’erano e ci sono ancora infatti
gli uccelli, con tutto il mondo che “ruota”
attorno ad essi:
La Fiera degli Uccelli è partita da i’ Canto
de’ Mori, 24 in antichità era lì, poi da una trentina
di anni fa abbiamo cominciato a riorganizzarla
e da i’ Canto de’ Mori s’è portata in
viale Piave, con l’organizzazione delle gare di
canto e la premiazione dei vari espositori; ha
avuto un calo dovuto alla crisi della caccia in
generale, per l’impatto che ha la caccia sull’ambiente,
e c’è stato un calo di numero dei
venditori. Più che altro c’è stato un calo dei
venditori di uccelli perché questi certamente
venivano a Terranuova a vendere per guadagnare
i soldi con gli uccelli da richiamo per la
caccia; e la crisi dei “capannisti” 25 s’è ripercossa
anche... Poi dal viale Piave dove era
stata portata ed ebbe grande successo fu
spostata una quindicina di anni fa al parco
pubblico; anche là è un ambiente bello, che si
presta; c’è le piante e tutto... e lì s’è un po’
modificata in questo senso: dei venditori di
uccelli da caccia non ce n’è tanti (anche se
ultimamente stanno riaumentando); s’è spostata
dal lato affettivo degli uccelli 26 e s’è dato
più importanza alla gara di canto. 27 C’è diversi
amatori che rallevano gli uccelli e li tengono
proprio per andare alle gare di canto. Sono
“garisti” tutti quelli che hanno gli uccelli e li
allevano proprio per farli cantare; sono una
trentina e hanno 7 o 8 uccelli per uno: un centinaio
di uccelli. I tipi di uccelli sono i tordi,
tordi sasselli e tordi bottacci, i merli, le cesene,
i fringuelli, i passeri e le allodole...
All’interno di questa fiera c’è anche la gara
di imitazione degli uccelli. Ci sono degli
imitatori, anche locali qualcheduno, ma più
che altro su dell’Alt’Italia, del Friuli che vengono
giù da noi... Imitano quattro uccelli: il
merlo, il tordo sassello, il tordo bottaccio e
l’allodola. Si iscrivono alla gara, si tira a sorte
chi deve fischiare per primo e quindi si dà
inizio alla gara; poi c’è una commissione che
tira le somme e dà i voti. Questi “garisti” si
chiamano “chioccolatori”. 28
Alla fiera poi si mangia e si beve... e il
“menù” d’obbligo è costituito dal “panino
con la porchetta” che provoca una vera e
propria “ecatombe” di maiali! Raccontava
ancora Ricceri:
Io credo si vendano su 200-300 porchette.
Perché io so di uno solo che ne ha vendute
21. Se l’ha detto pe’ farsi grande, se l’ha detto
per... lui a me me l’ha detto. Uno! Sicché, i
porchettari non lo so quanti sono ma una
quindicina sono di certo! Se si pensa - e chi
viene a Terranuova lo sa - che dalla mattina
alle dieci fino alla sera alle nove la gente ‘un
fa altro che andare in su e in giù con il panino
con la porchetta in mano, ci si può immaginare
quante porchette verrà venduto. Perché
uno magari ha la macchina, vien la mattina,
trova il parcheggio, sta tutto il giorno, mangia
due panini e poi va via la sera quando è
l’ora di rientrare a casa... 29
Ma alla fiera non si recavano o si recano
soltanto venditori e compratori: «altri vi occorrono
per annodare e mantenere relazioni
utili ai loro interessi; né vi mancano quasi
mai disoccupati ed oziosi, attirativi dalla curiosità
e dalla brama di distrarsi piacevolmente»
30 ... poi ci sono anche quelli che si
fanno abbindolare dai “furbi” col gioco d’azzardo.
Mi raccontava ancora Lorenzo
Ricceri:
24
Giovane venditore alla fiera degli uccelli presso il “Canto
dei Mori” (anni ’50 del Novecento).
Nel dopoguerra subito, 31 siccome non c’era
i trasporti, non c’era nulla, la gente veniva in
bicicletta. E c’era il gioco della toppa: 32 qualcuno
veniva in bicicletta e tornava a casa a
piedi perché se l’era giocata! 33
E sulle tre “campanine”?:
Lì, fanno un “trespolo”, 34 ci sono i
fiancheggiatori che cercano di individuare il
giocatore che può tira’ fuori i soldi, lo ingannano
con delle mosse, poi al momento che lui
gioca effettivamente, la pallina, sotto la
campanina in do’ mette i soldi lui, non c’è mai.
Son tre campanine e una pallina di pece e loro
se la tèngan sotto l’unghia, no? La manipolano
a quella maniera lì e poi, quando lui ha
puntato, gliela mettano di là o la mettano in
do’ ha puntato i’ compare. Perché la mettano
lì e i’ compare punta subito lì, però
lui si fa accorgere che la pallina l’ha
spostata di là... uno è di dietro e dice:
«È là» ... e appena ha preso i soldi…
zah! Quello l’ha bell’e messa da quell’altra
parte! 35
Occorre però a questo punto
fare una precisazione: si sono usati
fin qui i termini “Fiera” e “Perdono”
come sinonimi - e in fondo
hanno finito pian piano col tempo
per diventarlo - ma la prima ha in
realtà un connotato profano e il
secondo ha invece un’origine
prettamente religiosa.
Il “Perdono” infatti consiste nell’indulgenza
concessa dalla Chiesa
a chi si reca a pregare e a compiere
opere di carità in un determinato
luogo di culto e prevede
l’annullamento delle pene temporali
previste per i peccati, già rimessi
durante la confessione, sia
all’orante che a un suo caro defunto.
L’indulgenza del “Perdono” può essere
accordata dalle autorità ecclesiastiche
- il papa o chi per lui - mediante una “bolla”
oppure vivae vocis oraculo, 36 in “perpetuo”
oppure a tempo con possibilità di rinnovo.
Il primo “Perdono” della storia fu quello concesso
da papa Onorio III a san Francesco
d’Assisi per chi si recava a pregare nella
“Porziuncola” e da allora i “Perdoni” o le
“Perdonanze” si sono diffusi un po’ dappertutto.
È chiaro che quando i pellegrini presero
ad affollare sempre più i santuari e gli altri
luoghi nei quali in certi giorni dell’anno si
poteva “lucrare” un’indulgenza, cominciarono
ad affluire sul posto assieme ai fedeli anche
i venditori di candele, di ricordini, di
25
cibarie ecc. finché accanto al “Perdono”
non venne man mano a crearsi una vera e
propria “Fiera”, con tutte le sue peculiari
caratteristiche, la quale finì per fondersi poi
col primo in un’unica festa.
Se questa è la “regola”, essa non vale
però per Terranuova: il termine “Perdono”
significante anche “Fiera” è documentato
ufficialmente nei registri delle
deliberazioni comunali del luogo solo il 19
settembre 1682, quando «il gonfaloniere
e rappresentanti, per ripulire tutta la piazza
piena d’erba con occasione del Perdono,
stanziorno lire 16 da distribuirsi in
tante opere 37 di contadini». 38
Le “bolle del Perdono” furono infatti concesse
alla pieve di Terranuova solo dal momento
in cui nei giorni della fiera si cominciò
a “scoprire”, ossia a mostrare ai fedeli,
le spoglie del martire san Tito che, provenienti
dalle catacombe di Priscilla a Roma,
erano state traslate in paese nel 1665, cinquant’anni
dopo la concessione della festa
“profana”.
Il corpo di san Tito era stato appena
esumato durante una campagna di scavi condotta
in quell’area cimiteriale; il loculo in cui
esso si trovava era chiuso da una parete di
mattoni sui quali era incisa la scritta «Titus in
pace» inframmezzata dal “Crismon”, 39 A quei
tempi il pievano di Terranuova don
Bartolomeo Bartolini Baldelli, aveva fatto
richiesta di poter avere il corpo di qualche
martire delle catacombe per poter arricchire
spiritualmente la sua chiesa e la sua istanza
era stata esaudita.
Fin dal suo arrivo le spoglie del martire
divennero oggetto di venerazione e non solo
per i Terranuovesi ma per gli abitanti di tutta
la vallata, i quali, confidando nella sua intercessione
presso Dio gli chiedevano grazie
Cronaca del Perdono di Terranuova nella «Gazzetta
Toscana» del 6 ottobre 1781.
di ogni tipo ma soprattutto per far venire la
pioggia in caso di siccità o per farla cessare
quando pioveva troppo. Inizialmente la sua
festa veniva celebrata in quello che era ritenuto
il suo dies natalis (il giorno del martirio):
il 16 giugno; poi venne spostata al 24 di
settembre 40 e infine fu allacciata ai giorni
mobili della Fiera per permettere al gran numero
di persone, che in quei giorni affluiva a
Terranuova, di poter venerare il santo e di
usufruire delle indulgenze concesse dalla
Chiesa con le “bolle del Perdono”.
Scorriamo, per concludere, le righe di un
paio di articoli sulla “Fiera-Perdono” di
Terranuova comparsi sui “giornali” di un tempo;
il primo sulla «Gazzetta Toscana» del 6
ottobre 1781:
26
Nei giorni 23. 24. e 25. del decorso mese di
Settembre fu con straordinaria pompa
solennizzata la festa del nostro glorioso Protettore
S. Tito Diacono nell’Arcipretura di S.
Maria di questa Terra. La Chiesa era magnificamente
apparata di damasco cremisi con
galloni d’oro illuminata a giorno. Nell’Altar
Maggiore sopra un basamento dell’altezza di
due braccia bene architettato posava l’Urna
entro la quale stava racchiuso il Corpo del
Santo Martire circondata per ogni dove di
cristalli sopra dei quali riverberavano i grossi
ceri in gran numero collocati sopra candellieri
di argento di diverso calibro. Dall’arco della
Tribuna del Coro pendeva un sublime padiglione
di damasco cremisi frangiato di oro,
che faceva maestosa comparsa, e sorprendeva
gli occhi degli spettatori. Nella facciata esteriore
della Chiesa miravansi due erudite iscrizioni
allusive alle gesta del Santo, ed al suo
martirio, che riscossero l’approvazione, e la
lode delle persone culte, ed intelligenti. Tale
insigne apparato era stato eseguito da Filippo
Bardi Fiorentino, che corrispose col suo
vago disegno alla comune espettativa. Si dette
principio la sera di sabato 22. Settembre alla
Compieta in musica, e colla illuminazione di
tutta la Chiesa. Nel decorso di detto Sacro
Triduo furono cantate Solenni Messe in onore
del Santo con scelta Musica eseguita dall’abile
Maestro di Cappella Sig. Cherubini, e
nel primo e terzo giorno eseguiti vennero due
concerti dal celebre Professore di Violino Sig.
Pietro Nardini che si segnalò con modo
special per la dolce incomparabile armonia,
che egli sà ricavare da sì difficile strumento. E
nella sera del terzo giorno dopo i Vespri vi fu
una devota Processione coll’Urna contenente
il Corpo del Santo sotto magnifico Baldacchino
seguito da numerosa affluenza di popolo
intervenuto dalle Terre e luoghi
circonvicini del Valdarno di sopra. Dopo aprissi
il teatro nel quale furono eseguite diverse
Commedie dalla Compagnia Comica del Teatro
di Borgognissanti di Firenze. Tuttociò avvenne
senza il minimo inconveniente, sebbene
la Terra fosse ripiena di gente di qualunque
ceto, attese le savie precauzioni e misure
prese dai Soprintendenti di detto Sacro
Triduo, che non mancarono d’invigilare, perché
la Festa riuscisse con somma
splendidezza. 41
Il secondo sulla «Gazzetta di Firenze», del
12 ottobre1839:
Terranuova
Con bella e solenne pompa furono celebrate
nei giorni 22, 23 e 24 del perduto
Settembre le feste dedicate al
Compatrono di questa Terra, al Martire
della Fede San Tito, e giocondate dalle
corse dei Palj, da globi aereostatici tra i
quali grazioso fu quello rappresentante
un vago tempietto da 3 macchine di fuochi
artifiziali di una bellezza che andò
sempre crescendo, e da brillanti sinfonie
della banda musicale. A siffatti spettacoli
che malgrado l’immenso popolo non
furon da alcun disordine disturbati arrise
il pubblico gradimento, e in particolar
modo all’elegante e sontuoso paramento
della Chiesa, alla scelta musica parto del
sempre celebre Ill.mo ed Ecc.mo Dott.
Francesco Casuccini e di altro egregio
autore ed eseguita da valenti Professori
finalmente al bell’ordine di una processione
decorata dalle sacre spoglie
dell’inclito Protettore, e dall’intervento
di numerose Confraternite con la mostra
di ricchi doni, e da un coro di ben composte
donzelle cantanti le Laudi dell’invitto
Campione di Cristo. Ma ciò che più crebbe
il decoro dell’annunziate Feste fu
l’orazione panegirica del S. Martire detta
da un soggetto che tutte in sé compendia
le doti un eccellente oratore, dall’Egregio
P. Lettore Angelico da Pistoja
Minor Cappuccino, che tante illustri palme
seppe cogliere in questo arringo. Con
27
la disianza con che si affolta la plebe a
godere della pompa esteriore e dei profani
spettacoli, erasi tratto ad udirlo non
pur dai limitrofi ma da lontani paesi uno
stuolo d’intelligenti, e tutti fece ammirati
la facondia di quel dettato fiorito di
erudizione, ricco d’immagini e di forbite
espressioni, non che la vena di quel religioso
entusiasmo, il quale è il padre delle
più sublimi ispirazioni. Come tutti con-
vennero nelle lodi di quel discorso, così
unanime fu il voto di vederlo stampato a
gloria del culto, ad argomento di gratitudine
e di onoranza, ed a monumento di
tanta solennità, qual desiderio non resterà
senza effetto, ove non faccia a quello
più lungo contrasto la modestia del Ch.
autore, uso a tenere in basso concetto
tutto che non costa uno sforzo al suo vivacissimo
ingegno. 42
1
Cfr. A. VANZETTI, La Festa del Perdono a
Terranuova Bracciolini. Ricordo di Alaide
Vanzetti, Livorno, Tipografia Raff. Giusti Libraio-editore,
1886.
2
A. VANZETTI, Op. cit.
3
La carrozza.
4
A. VANZETTI, Op. cit.
5
Ivi.
6
Registrazione a cura di chi scrive del 29 agosto
2006; informatore Lorenzo Ricceri, allora Presidente
del Comitato Festeggiamenti del Perdono.
7
Circoscrizione amministrativa corrispondente più
o meno agli attuali comuni di Terranuova
Bracciolini e Loro Ciuffenna della quale facevano
parte diversi comunelli (le frazioni di oggi)
con propri organi amministrativi e con a capo
un “gonfaloniere”.
8
Archivio Storico del Comune di Terranuova
Bracciolini (d’ora in poi ASCTB), Deliberazioni
del Magistrato e Consiglio generale del comune
di Terranuova, 260 (1594-1634), c. 61v.
9
Vedi nota 7.
10
Cfr. ASCTB, Deliberazioni del Magistrato... cit.,
260 (1594-1634), c. 88v.
11
Il santuario della Madonna di Pernina si trova su
una collina a nordest del centro storico di
Terranuova ed è meta di pellegrini devoti alla “Madonna
della Cintola” che qui si venera; oggi la
sua festa si celebra la prima domenica di maggio.
12
ASCTB, Deliberazioni del Magistrato... cit., 260
(1594-1634), c. 157v.
13
Cfr. CARLO FABBRI, Concino Concini maresciallo
d’Ancre. Ascesa e caduta di un gentiluomo
toscano alla corte di Francia (1600-
1617), Firenze, Aska, 2014.
14
Il granduca di Toscana Francesco Stefano di
Lorena.
15
Risposta scritta alla richiesta di concessione.
16
Chi era ricercato per aver contratto debiti e non
li aveva pagati avrebbe dovuto essere arrestato
ma siccome il reato di “insolvenza” (chiamiamolo
così) era molto diffuso, per evitare che
fiere e mercati perdessero “avventori”, le forze
dell’ordine erano legalmente autorizzate a “chiudere
un occhio”.
17
Restituzione delle somme pagate in anticipo al
“doganiere”.
18
ASCTB, 258, Statuti e riforme del comune di
Terranuova, con copie di bandi, ordini e
rescritti di magistrati fiorentini, c. 66r.
19
Della forza pubblica.
20
Cfr. ASCTB, Deliberazioni del Magistrato... cit.,
265 (1731-1758), c. 8r.
21
Capo della comunità nel periodo di occupazione
francese della Toscana ai primi dell’Ottocento.
22
EMILIO SISI, Il Valdarno superiore tra
feudalesimo e capitalismo. L’inchiesta ordinata
dal governo francese nel 1809, Città di
28
Castello (Arezzo), Arti Grafiche Città di Castello,
1974, p. 64.
23
ATTILIO ZUCCAGNI ORLANDINI, Atlante geografico,
fisico e storico del Granducato di
Toscana di Attilio Zuccagni Orlandini, Segretario
alle Corrispondenze della Accademia
Economico Agraria dei Georgofili di Firenze,
Firenze, Stamperia Granducale 1832, tav. VII.
24
Angolo della chiesa di San Biagio ai Mori.
25
Cacciatori alla “posta” o al “capanno”.
26
Agli uccelli da “compagnia”, come i canarini o i
pappagalli.
27
Gli allevatori tengono gli uccelli nelle gabbie
coperte in modo da simulare il buio per scoprirle
al momento della gara.
28
Registrazione del 29 agosto 2006; informatore
Rossano Carsughi, allora Presidente della Fiera
degli Uccelli.
29
Inf. Lorenzo Ricceri (registraz. cit.).
30
Cfr. ATTILIO ZUCCAGNI ORLANDINI, Atlante
geografico, cit.
31
Alla fine degli anni ’40 del Novecento.
32
Gioco d’azzardo proibito che si effettua con più
mazzi di carte mescolati fra loro. Chi tiene il banco
fissa una posta in denaro che viene “coperta”
dai vari giocatori; una volta distribuite le
carte, queste vengono scoperte via via a turno
e vince chi scopre la carta uguale a quella del
banco o di un altro giocatore.
33
Inf. Lorenzo Ricceri (registraz. cit.).
34
Una sorta di “tavolino” costituito spesso da
scatole di cartone vuote poggiate l’una sull’altra.
35
Inf. Lorenzo Ricceri (registraz. cit.).
36
Direttamente a voce.
37
Giornate lavorative a pagamento affidate ai contadini
locali.
38
ASCTB, Deliberazioni del Magistrato... cit., 263
(1682-1707), p. 1.
39
Il monogramma di Cristo formato dalle prime
due lettere greche del suo nome sovrapposte
“X” e “P”.
40
Cfr. EMILIO SISI, Op. cit., p. 64.
41
«Gazzetta Toscana», n. 37, 1781, pp. 163-164.
42
«Gazzetta di Firenze», n. 122, giovedì 12 ottobre1839,
p. 4.
29
La riforma agraria in Maremma nei
racconti delle donne
Uno spettacolo teatrale ispirato dall’opera letteraria di Luciana Bellini
di Corrado Barontini
Nell’ antico casale di Petrucci di sopra,
che si trova nella campagna di
Montorgiali in una zona dove il paesaggio
domina sulle colline maremmane ricche di
boschi, oliveti e vigne, il 10 settembre 2023
c’è stato un evento che vale la pena di raccontare.
“Per una manciata di donne e terra -
La riforma agraria in Maremma nei racconti
delle donne” è il titolo di una rappresentazione
teatrale con testi della scrittrice
scansanese Luciana Bellini, regia e adattamento
delle scene di Martina Guideri dell’associazione
culturale “Ensarte artisti e tecnici”
di Siena.
Un’azione teatrale che ha messo al centro
la più importante riforma agraria della
storia italiana realizzata con l’esproprio di
grandi latifondi per assegnarli, in
appezzamenti di quote e poderi, a nuovi agricoltori
che, dai primi anni cinquanta, si sono
insediati in Maremma realizzando piccole
imprese di coltivatori diretti.
Il racconto delle donne, singolare e specifico,
è riuscito a dar voce a chi voce non
l’ha mai avuta. Luciana Bellini,quando nel
2004 pubblicò il suo libro di racconti: “La
terra delle donne”, scriveva all’editore
Marcello Baraghini di Stampa Alternativa:
“Eh sì, “La terra delle donne” è un titolo
che m’è venuto dal cuore: non l’ho cercato,
c’era prima che ci fossero le storie.
Per me, quella ‘terra’ ha un significato
profondo ché, profonda è la terra dell’anima,
quella del grano della vite e del
fiore...”.
Il suo racconto è importante perché ci consegna
un punto di vista al femminile con lo
sguardo dall’interno di una società sostanzialmente
maschile e patriarcale che è disorientata
di fronte al nuovo, alle leggi del mercato
che il capitale impone e che le banche
sfruttano.
L’autrice è riuscita a far parlare “una manciata
di donne” che sopportando la durezza
e i sacrifici della vita al podere hanno trovato
la forza di opporsi e di affrontare le
rivendicazioni contro le ingiustizie per le privazioni
dovute alle condizioni del lavoro
domestico.
Lo scrive, in una piccola brochure, la regista
Martina Guideri quando parla di esse-
30
Fabbricato tipo “Maremma” in “La casa rurale nel comprensorio di Riforma della maremma
Tosco-Laziale” dal libro di R. Toman (1958).
re stata colpita dalla scrittura della Bellini:
“... mi hanno colpito le storie di queste
donne che ci parlano di riscatto, di desiderio
di migliorare la propria vita, di come
un progetto statale abbia reso possibili
cambiamenti sociali radicali, ma anche
di come queste donne abbiano saputo
raccontare il loro personale punto di vista,
fin qui ignorato dalla storia su vita,
affetti, lavoro, emancipazione”.
Riforma fondiaria e Maremma
Il paesaggio agrario della Maremma
grossetana, prima della Riforma fondiaria,
si presentava in gran parte formato da terreni
incolti o mal coltivati, a volte abbandonati
visto anche gli scarsi investimenti dei
grandi proprietari terrieri che si avvalevano
dei cosiddetti “Fattori”, dei “Ministri” o di
altri soggetti di loro fiducia per far fruttare e
sfruttare le loro terre...
La piccola proprietà contadina, di dimensioni
assai modeste, occupava solo una piccola
parte della superficie produttiva. In questa
realtà, dove la proprietà fondiaria era in
forte declino, nel secondo dopoguerra venne
attuata la “Riforma” che riuscì a coinvolgere
famiglie di mezzadri, affittuari, salariati,
braccianti... ma anche altri soggetti con differenti
esperienze lavorative, che alla fine
fecero “la domanda” per l’assegnazione della
“quota” o del podere.
Amelia, una delle “donne” dei racconti di
Luciana, fa capire perfettamente le condizioni
di vita di allora e le ragioni che indussero
in molti a dedicarsi alla terra: “... quando
si seppe che la Riforma avrebbe distribuito
la terra, io mi convinsi che pe’
31
Podere Petrucci di Sopra con il pubblico (Foto G. Innocenti).
l’avvenire de’ nostri figlioli era bene falla
la domanda... [...] A lascià la mi’,
casina n’ mi dava ‘l cuore... però dicevano
che l’Ente Maremma costruiva con
criterio: casa, stalla, forno, gallinaio,
porcili.”
Ecco condensate le speranze e i sogni di
quegli anni.
Nei suoi racconti la Bellini descrive splendidamente
i motivi mettendo in evidenza le
difficoltà e i problemi che dovettero affrontare
i nuovi “assegnatari”.
È ancora Amelia a parlarci della vita reale
nella campagna in quegli anni: “Mi ricordodice
Amelia - che il nostro prim’anno da
Assegnatari fu tremendo: un giorno uguale
all’altro, sempre con quel fango appiccicato
ai piedi. I lavori venivano rimandati,
e così sarebbe cresciuto tutto in ritardo.
Ma la terra era fradicia e quel
lischino di sole ch’ogni tanto faceva capolino,
n’ bastava. Le scarpe s’appiccicavano
all’impiantito e la casa era ‘na stalla!
Ero arrabbiata col cielo, col mi’ marito
e co’ mi’ figlioli che ‘nzaccheravano dappertutto.
Ero nera con me! perché un mi
dovevo meraviglià: è risaputo che la campagna
è terra, fango e polvere, e ch’al
podere l’afrore acuto de la stalla c’è fisso!
‘panni so’ puzzolenti e lerci e fòri e ‘n casa
è tutto n’ moscaio...” 1
Con il suo linguaggio diretto, l’autrice, fa
parlare le donne facendo intendere molte più
cose di qualsiasi libro scientifico, perché ci
dice dei sacrifici, delle delusioni, delle difficoltà
economiche e della fatica... argomenti
che, qualche anno più tardi, porteranno diversi
assegnatari a “fuggire” dalla terra de-
32
Un momento della recita (Foto G. Innocenti).
Le attrici con Luciana Bellini (al centro) salutano il pubblico (Foto G. Innocenti).
33
terminando come conseguenza il tramonto
della civiltà contadina, del mondo tradizionale,
della cultura popolare.
Valentino Simoncelli in un suo libro “La
Riforma fondiaria in Maremma (1950 -
1965)” descrive con rigore, dati statistici
alla mano, quello che accadde nei vent’anni
successivi alla Riforma ricordando che nel
grossetano “il grado di ruralità nel 1951
era del 51,3%, percentuale scesa poi,
dopo dieci anni, al 38,8% per giungere al
25% nel 1971...” 2
Ma la narrazione di Luciana Bellini, va oltre
le statistiche e i dati numerici perché riesce
a fissare quei pezzi di memoria che oggi
ne fanno il racconto più vero e più umano.
Sull’argomento mi piace ricordare infine
uno studio di taglio antropologico uscito nel
1981 realizzato da Lea Cigogna : “BIVIO PER
ALBINIA MONTE ARGENTARIO - Una realtà
contadina” 3 un libro dove venne pubblicata
una indagine con molte interviste realizzate
nella pianura di Albinia, luogo delle
ultime bonifiche e della applicazione della
“Legge stralcio”.
Da quelle parole veniva fuori lo stesso
quadro che ho ritrovato nella rappresentazione
teatrale messa in scena da Martina
Guideri.
Fra le altre cose di questo libro, in una
nota di Piero Wongher, sindaco di Orbetello
dal 1972 al 1984, si legge: “Le
modificazioni della struttura fondiaria ha
prodotto, nonostante i limiti imposti dalla
riforma stralcio e dalla mediazione
politica moderata e conservatrice, una
trasformazione in avanti dell’intera economia
di queste terre che dà ragione dei
grandi movimenti che la ispirarono, la
sostennero, la imposero. [ ...]
È una lezione quella che ci viene da questi
contadini che dobbiamo imparare con
serietà e serenità: rifiutarla significherebbe
non aver compreso che la realtà si modifica
soprattutto se si impara a conoscerla
ed a viverla” 4
Come “Una manciata di donne” ha
fatto rivivere temi e problemi della Riforma
La commedia inizia con la voce di Paola
Lombardi che entra in scena parlando dei
rimedi popolari usati una volta per curare i
“cristiani e le bestie”; già questo la dice lunga
sulla società, ancora arcaica, di quegli
anni.
Luciana Bellini, con il suo racconto, indica
però come sono cambiate le condizioni
di lavoro e soprattutto come, a partire dalle
donne, i nuovi agricoltori abbiano preso coscienza
della propria situazione e della possibilità
di trasformare i rapporti di forza fra
chi lavora e chi sfrutta.
C’è una storia che viene narrata dalla voce
di Gennì che fa capire quali erano i legami
fra i contadini e i proprietari della terra: “Lo
zi’ Gosto ... quando si decise a lascià il
podere dopo quasi quarant’anni di lavoro,
chiese alla padrona quel che gli spettava
di diritto. Chè la faccenda era sempre
stata quella: acconti acconti , il Fattore
segnava eppoi ‘nfond’all’anno quando
doveva salda’ ‘l conto gli ridava quattro
spiccioli e via...”
Gosto decide di andare direttamente dalla
padrona: “Ma la Vecchia s’incattivì:
“che soldi?!” Te da me non c’avanzi proprio
un bel niente: la terra è la mia ricordatelo!
I quattrini l’hai già presi a fine
annata, il resto non è bastato nemmeno
per pagare le sementi e tutto il resto. Senza
contare l’attrezzatura...”
34
Gosto a quel punto, seguendo il giusto
consiglio di un amico, si rivolgerà al sindacato:
“E ‘l giorno dopo presero la Rama e
andarono a Grosseto pe’ fassi stradà da
un sindacalista...” Ottenendo in questo
modo giustizia.
Questo accenno per dire che anche il
mondo contadino, da allora, con le lotte sindacali,
si modificò.
In questa opera teatrale ho ritrovato una importante
sintesi di quel “romanzo trasversale”
sull’epopea maremmana del quale parla
Antonello Ricci nella sua postfazione al libro
della Bellini dal titolo “Voce ai senza voce”.
Sono quelle voci al femminile che raccontano
in maniera inconfondibile e sorprendente la vera
“commedia” della vita che fa parte dei sentimenti
dai quali emergono le storie quando si
rompe il silenzio per raccontare...
Paola Lambardi, Elisa Bartoli, Rita
Ceccarelli, Rita Baragli, Federica Olla, Lucia
Donati con la regia di Martina Guideri,
sono riuscite, con il teatro, a realizzare la
magia di un argomento così difficile da trattare,
un argomento che per la Maremma è
di grande attualità se si vuol capire cosa è
successo in tutti questi anni...
Dare la parola alle donne, troppo spesso
confinate nell’ombra come “angeli del focolare”
o poco altro, ha consentito di porre
domande e di offrire qualche risposta restituendoci
il quadro più vero della riforma
agraria, che le voci di teatro hanno saputo
interpetrare meglio dei libri di storia, proprio
perché stando nel podere, quelle donne,
avevano “compreso che la realtà si
modifica soprattutto se si impara a conoscerla
ed a viverla”.
1
Cfr. L. Bellini, La terra delle donne- Racconti. ed. Stampa Alternativa, 2004, pagg.58-59.
2
Cfr. A. Valentino Simoncelli, La Riforma fondiaria in Maremma (1950 - 1965). CCIAA Grosseto, 1989, pag. 28
3
In questo libro, l’autrice Lea Cicogna, riporta i colloqui con gli assegnatari del territorio di Orbetello
e Capalbio, che rientrarono nella Legge di Riforma.
4
Cfr. P. Wongher, nel libro di Lea Cicogna cit. pagg. 9-11.
35
Disertori con le Ali. Il canto del maggio
tra musica e memoria
di Pietro Clemente
“
Giorni di quarantena.
Sono ormai molti anni che ho l’abitudine
di tenere un diario, quasi quotidiano, ho
cominciato quarant’anni fa con i carnet
di viaggio, quando viaggiavamo anche
lontano: India, Spagna, Jugoslavia persino
una puntata a Boston. Poi da quando
nella mia pancia cresceva Camilla,
trenta e passa anni fa, ho documentato
per iscritto la quotidianità, le mie giornate
da casalinga studiata. Anche in questi
strani giorni, mesi, ho continuato,
quando ho iniziato a capire che la cosa si
complicava, non ho saltato un giorno.
Devo dire che rileggendo a ritroso, mi
sono anche stupita di quanto non avessi
capito come la storia si stava complicando.
Che buffo e triste, noi umani messi in
scacco da un nano essere inanimato in
grado di farci patire e in troppi casi di
portarci alla morte. Da quando viviamo
in campagna, dal 1991, in un pezzo della
campagna senese, ho realizzato di quanto
noi umani siamo infinitesimali e impotenti
di fronte alla natura. Lei continua
inesorabilmente a fare il proprio corso e
noi dopo averla distrutta, arranchiamo
miseramente cercando di alleggerire la
nostra impronta ecologica.”
Le parole riportate qui sopra provengono
dal diario di Monica Tozzi e ambientano la
storia del duo Tozzi-Fantacci o Fantacci-
Tozzi dentro luoghi e vicende. Monica e
Andrea o Andrea e Monica, fanno
da riferimento a due gruppi. uno di canto e
musica l’altro di attività culturale ed editoriale,
che sono tra loro connessi da una vita
militante che ha avuto nella musica uno degli
strumenti prediletti di espressione. Ma c’è
anche la scelta di vivere in campagna, due
figli e una nipote, e un mondo di riferimenti
culturali che fonda il loro percorso pubblico.
In particolare, la loro costellazione culturale
trova fondamento nell’opera
della cantante Caterina Bueno, dell’artista
Francesco Del Casino, del poeta
improvvisatore Altamante Logli e del partigiano
Aristeo Biancolini. Grandi amicizie diventate
poi anche forti nostalgie e richiami
di memoria.
Antropologia e canto
Ho pensato che su di loro avrebbe dovuto
scrivere un critico di nuova generazione
per avere un giudizio più aderente al mondo
e al gusto attuale. Io li conosco da tanto tempo,
sono amici. Sono stati studenti dei miei
corsi all’Università di Siena, poi si sono lau-
36
reati con una tesi sulle famiglie contadine nell’area
di Sovicille col mio collega Piergiorgio
Solinas. Questo mio scritto, quindi, sarà più
una rassegna di ricordi che non critiche affilate
e puntuali della loro attività. Uno dei
miei primi ricordi della coppia risale a uno
stage di ricerca sul campo fatto in Sardegna,
a Villanovaforru. Erano già insieme,
erano laureandi e avevano un curriculum di
tutto rispetto.
Con molti studenti ho mantenuto i
contatti, con altri li ho persi, con loro mi sono
trovato coinvolto in una serie di iniziative
culturali sul territorio per cui abbiamo avuto
molte occasioni di incontro e
di collaborazione.
Ricordo di averli coinvolti in un lavoro di
schedatura sull’archivio privato di Caterina
Bueno nell’ambito di una ricerca
sugli Archivi Orali in Toscana. Avevo pensato
a loro poiché conoscevo il forte
rapporto di affetto e dimestichezza che li legava
a Caterina Bueno che per loro era un
modello nelle ricerche sul revival e sul
folklore. Sempre dentro l’iniziativa sugli Archivi
Orali realizzarono inoltre una scheda
sull’Archivio privato del poeta Altamante
Logli. La collaborazione fu molto intensa e ne
emerse il loro particolare stile partecipativo
nel documentare.
Ho avuto molte altre occasioni di collaborare
con loro, a partire dalle iniziative sulla
chiusura degli ospedali psichiatrici e sugli
eventi legati all’Istituto Storico della Resistenza
di Siena. Mi coinvolsero poi nella realizzazione
di uno spettacolo in onore e in
memoria di Caterina Bueno in cui misero in
scena anche me. In quell’occasione lessi alcuni
brani di un mio scritto di memoria per
Caterina. Se non ricordo male, era il 2009.
Conservo ancora la sceneggiatura di
Fantacci e Tozzi e ho anche ritrovato il testo
che avevo scritto e che cominciava così:
“Negli anni ‘60 tra noi studenti giovani
e ribelli si cantava molto. Le riunioni politiche
avevano sempre qualcosa dello
stare insieme, del formarsi un mondo comune;
si continuava a chiacchierare, a
sentire dischi, a cantare, uno dei dischi
prediletti aveva il titolo Le canzoni di
Bella Ciao, tratto dallo spettacolo realizzato
nel 1964 dal Nuovo Canzoniere Italiano.
Da quel disco di vinile a 33 giri la
voce potente e calda di Caterina Bueno
faceva parte del nostro mondo epico.”
Con queste parole volevo sottolineare che
Caterina Bueno, benché dal punto di
vista anagrafico fosse coetanea, era entrata
già nelle nostre memorie di generazione del
‘68. Sentivamo che le sue canzoni ci erano
vicine perché facevano parte di una epica popolare
che era iscritta nel suo modo di fare
revival.
Nel corso della preparazione dello spettacolo
ho avuto modo di conoscere alcuni
importanti riferimenti di Fantacci-Tozzi. Uno di
questi è la Comune di Bagnaia, una comune
agricola, nata nel clima degli ultimi anni
’70, che fa parte anch’essa di una età di contestazione
al consumismo e di impegno in nuove
imprese di vita e di coltivazione della terra.
Bagnaia è una delle poche imprese che sono
sopravvissute alla durezza di quella esperienza
e fa da riferimento ad una rete di realtà diverse
che dalla militanza degli anni ‘60 e ‘70 sono
rimaste sul territorio come punti fermi, come
spazi ‘liberati’, aperti, disponibili.
Ricordo ancora che, in occasione di quella
manifestazione, facevamo le prove in una
sala della Comune. Diversi membri di essa
cantavano e/o suonavano con noi.
Lucia, la sorella di Andrea, era la
37
I due nomi scelti meritano una
esegesi. Radici con le ali è un paradosso,
un ossimoro, ma anche
un desiderio di superare i limiti del
dato materiale, perché le radici, intese
in senso culturale, possono
volare. I disertori allude certo alla
componente anarchica del loro repertorio,
alla canzone contro la
guerra e le guerre. Disertare dalla
guerra voluta da altri, o forse anche
disertare da una vita costretta
sui binari della consuetudine e del
potere. Una azione di protesta, di
disobbedienza civile.
Il filo rosso delle loro iniziative
musicali è rappresentare - attraverso
un gruppo di musicisti e
Il poeta e Andrea chiedono il permesso di entrare.
cantori duttile, molteplice, militante,
non professionale ma capace di acco-
fisarmonicista del gruppo. Lo spettacolo ha
girato un po’ per la Toscana ed è stato un gliere professionisti - il mondo musicale della
buon modello di lavoro sulla attualità della canzone di protesta, politica, popolare nella
memoria..
sua tradizione e nel suo dinamismo. Le loro
rappresentazioni fanno parte di una pratica
Due nomi e una associazione politica e variano da eventi legati al calendario
civile a rappresentazioni estemporanee
Andrea e Monica hanno creato una associazione
per promuovere la musica popolare
e la canzone politica e le diverse attività chiesta la memoria musicale. La duttilità del
e ad hoc, a convegni e incontri in cui è ri-
culturali che fanno, si chiama “Le Radici con gruppo consente di fare piccoli spettacoli di
le Ali” ed è nata nel 2002, e come loro stessi
scrivono “è l’associazione che raccoglie sociale, come è stato il caso della chiusura
recitativo e musica su temi legati alla critica
tutto quello che facciamo: libri, dischi, degli ospedali psichiatrica o del repertorio
canto del Maggio, spettacoli e loro promozione,
archivio”. Nello stesso quadro Spesso alle loro iniziative si collega l’atti-
sui temi della Guerra civile spagnola.
associativo hanno creato un gruppo, un vità di arte pubblica di Francesco Del Casino
con i suoi murales e le mostre su temi
collettivo: “I Disertori”, nato il 25 aprile del
2004 per rispondere alla necessità di avere della vita politica. A Sovicille hanno attivato
un gruppo più ristretto e aperto a collaborazioni
esterne. Un “collettivo” nel senso cale, e svolto attività culturali all’interno del-
e partecipato alla vita di una biblioteca lo-
di rappresentare qualcosa di vivo, attuale, la locale COOP e dei suoi organismi dirigenti.
Sono inoltre attivi nella esperienza militante e senza bisogno di un capo.
dei
38
GAS (gruppi di acquisto solidale).
Il loro gruppo di canto e musica si
costruisce intorno agli eventi ed è condiviso
da una ampia rete di amicizie, di volontari,
di persone impegnate. Giovanni Bartolomei
da Prato e Jamie Marie Lazzara di Urbana
(Illinois), - ormai fiorentina -, l’uno voce e
poeta, l’altra liutaia e violinista sono le colonne
esterne del gruppo e rappresentano
un legame con l’ultimo gruppo musicale di
Caterina Bueno.
La casa in campagna dei Fantacci–
Tozzi, è affrescata da Francesco Del Casino
e alcune immagini sono legate al ricordo
di Caterina Bueno. Vivono in un mondo
che hanno scelto essere ai margini e di
contestazione. A volte li sento un po’ troppo
rigidi nei giudizi sulle persone, o troppo
estremi sul mondo della politica, ma
sento sempre in loro la sincerità del modo
di essere e la validità dei loro progetti. Abbiamo
fatto diverse iniziative insieme, a Siena,
Festa nell’aia, si canta e si balla.
a Colle, a Grosseto, a Firenze. Da tempo
sono attivi in iniziative culturali e musicali con
l’Istituto Ernesto De Martino di Sesto Fiorentino.
In passato, quando i musei senesi
erano ancora attivi, hanno collaborato a varie
mostre e iniziative. Ricordo in particolare
la mostra dedicata ad Altamante Logli svoltasi
al Museo della Mezzadria di
Buonconvento.
A raccontare di loro viene in evidenza una
mappa di luoghi e di figure che sono legate ai
tracciati della cultura di sinistra nel senese dagli
anni ‘70 e oltre. E forse si può dire che cercano
di vivere la vita e la cultura in modo ‘buono
pulito e giusto ’, usando per loro una formula
di Slow Food. Come ho cercato di
spiegare, il loro modo di vivere e il loro modo
di fare iniziative sono tra loro strettamente
connessi e vanno di pari passo.
Il maggio al centro del mondo
Un aspetto originale del loro lavoro è sta-
39
to quello di riproporre il rito del canto del
maggio, la maggiolata della tradizione, in
un’area come quella delle campagne di
Sovicille dove non ci sono più i contadini
del passato ma ci sono soprattutto nuovi
abitatori, spesso persone che hanno fatto
dello stare in campagna una scelta di vita.
Ma vi si trovano anche stranieri, turisti occasionali,
ricchi sconosciuti. Può sembrare
uno spazioporto di guerre stellari o una comunità
senza passato comune ma con un
possibile futuro comune. Il territorio di riferimento
è piuttosto particolare perché vi è
una domanda di qualità della vita molto elevata
e gli abitanti hanno portato
avanti rilevanti iniziative di protesta contro
inquinamenti e minacce di vario tipo, e sono
stati la base di riferimento per un’economia
sostenibile e per il commercio a chilometro
zero. Nel Comune di Sovicille è nato il
Mercatale, primo mercato di “filiera corta”
nella zona di Siena. Con la presenza del
Gruppo Acquisto Solidale, uno spazio di
scambio di libri, giochi e vestiario di seconda
mano, e la presenza della Bottega di
Stigliano con prodotti alimentari a chilometro
zero. Il Comune di Sovicille ha otto frazioni
e un gruppo molto elevato di centri
minori, significativi per storia e per
ambientazione. Si tratta di un territorio
collinare che apre all’area della Montagnola
e della Val di Merse. Si coglie qui la tendenza
a riabitare lo spazio abbandonato e
ad avere un certo recupero demografico.
Il Maggio che Fantacci e Tozzi hanno scelto
di cantare non è una variante locale, non
esistono attestazioni di un maggio cantato
nella Montagnola Senese. Hanno scelto di
cantare il tipo predominante in Maremma,
un maggio più semplice e diverso anche sul
piano musicale da altri presenti sul territorio
(Massa Marittima, Castiglione d’Orcia). A
questa iniziativa è stato dato il nome di Maggio
della Montagnola: è costituito da un gruppo
ampio e mobile che si forma nell’occasione
del percorso e in cui spesso ospiti e
gruppo di canto si mescolano e si confondono.
Quando nel 1994 è nata l’esperienza
del maggio, credo che ai promotori
interessasse attivare il rito piuttosto che adottare
una variante locale.
Il modello della tradizione del maggio, diffuso
in molte parti d’Italia con vari
nomi, vede un gruppo di cantori e
musicisti che rendono omaggio alla primavera,
che cantando fanno riferimenti (spesso
politici) alle vicende dell’anno. A partire
dal pomeriggio del 30 aprile, viene attivato un
percorso di visita delle case nelle campagne
e nel paese/i di riferimento, ci si ferma in ogni
casa, un poeta chiede il permesso di entrare
in ottave, si entra, si suona, e poi i padroni
di casa offrono uno spuntino, dopo di che
si riparte per una altra casa prevista nel percorso
e questo fino all’alba. I gruppi del
maggio - negli anni ’70 e ’80 quando li ho
studiati - raccoglievano dei contributi in denaro
(prima ancora erano in beni alimentari)
per organizzare un evento finale: la ’ribotta’
come incontro e restituzione a tutta la comunità.
Il maggio della Montagnola si
ispira a questo modello con gli adattamenti
più adeguati al proprio circuito di partecipazione.
Questa è la base del maggio maremmano
che è stato reimpiantato a Sovicille con varianti
che sono state usate per adattarlo a
una comunità nuova e in via di costruzione.
In effetti, più che essere l’espressione di una
comunità, il Maggio della Montagnola è stata
l’occasione per costruire una comunità che
non c’era e che il rito ha rinforzato. Siamo
40
in presenza di una forma di riproposta della
tradizione, riambientata nel presente, che ha
funzionato e ha dato vita a un rito annuale (è
ormai 30 anni che viene effettuato) che è
cresciuto e si è arricchito di relazioni e di
partecipanti. È stato messo alla prova del
ciclo dell’anno e della storia, delle nascite e
delle morti e durerà ancora nel tempo.
Dopo i primi vent’anni, l’esperienza del
maggio è stata raccontata in un libro (che è
anche un bilancio) a cura di Monica Tozzi e
Andrea Fantacci, Venti di Maggio,
Vent’anni di canti del Maggio e di vita
sulla Montagnola senese, (Effigi, Grosseto,
2013) e nel 2023, dopo 30 anni, un altro
libro InCanti di Maggio, Trent’anni di Storie
sulla Montagnola senese, Effigi,
Grosseto, 2023 ha dato conto dell’esperienza.
Quest’ultimo libro è quello più significativo
per capire cosa è e cosa è diventato il
Maggio della Montagnola, quali sono le forme,
le varietà, le partecipazioni. Qui anche
la comunità territoriale che condivide il maggio
racconta la propria storia e la propria
partecipazione attraverso scritti polifonici e
pluriautoriali. Sono storie diverse che confluiscono
in una occasione annuale dentro
una comunità che si conosce meglio e che
prende vita per tutto l’anno. Il maggio è stato
il tratto culturale e simbolico che ha prodotto
e fatto diventare tale la
comunità. Guardando le foto del libro si
nota la varietà delle presenze e il clima di
festa. Sia il gruppo che canta e gira che quello
che attende e ospita sono in qualche modo
permeabili, mutevoli e festosi. Il Maggio della
Montagnola è formato da un gruppo aperto:
nel tempo si vedono volti diversi, passaggi
della vita con un asse di riferimento
musicale che è potenziato dalla speciale presenza
di Jamie Lazzara e Giovanni
Bartolomei. Il testo del canto del maggio è
scritto per l’occasione ed è sempre dotato
di un certo mordente critico verso il presente.
Nel percorso si cantano vari repertori
sia popolari che politici, innovando la tradizione
e rivivendola in modalità più congeniali
al tempo che viene vissuto insieme. È chiaro
che siamo di fronte a una tradizione rinata
e rivista, rilanciata in un contesto diverso da
quello originale, ma che ha funzionato e suggerisce
possibilità di riadattamento al
presente di forme festive tradizionali. Quasi
un esperimento antropologico.
Nella tradizione europea i canti itineranti
di questua erano legati a momenti del ciclo
dell’anno e venivano usati per dare risalto a
eventi come l’anno nuovo, l’arrivo della primavera,
il mondo dei morti e della memoria.
Varie di queste forme sono ancora attive in
Italia anche nelle modalità tradizionali, come
nel caso del maggio stesso, ma con un forte
cambio di protagonisti. Il nuovo tipo di
radicamento della tradizione mostra che questa
è spesso uno strumento duttile che può
avere senso e valore anche nel presente.
Strumento che talora costruisce una comunità
che non c’era. Si costituisce così una
sorta di nuova dimensione comunitaria che
oggi vediamo legata da un lato alla Convenzione
di Faro con il riconoscimento e il valore
delle ‘comunità patrimoniali’ e dall’altro alla
Convenzione Unesco sul patrimonio culturale
immateriale, basata sul concetto di comunità
che trasmette una tradizione innovandola..
Canto pubblico ed altre cose
Il filo conduttore della storia culturale dei
Disertori con le ali (sintetizzo scherzosamente
i due nomi del gruppo) condiviso dal
gruppo storico (di cui fa parte anche la figlia
41
In marcia verso un’altra abitazione.
Camilla e per qualche tempo il figlio Teo), è
quello del cantare e suonare in occasioni pubbliche
e testimoniare il patrimonio della cultura
popolare e delle lotte sociali in momenti
di socialità condivisa. In questo loro andar
cantando confluiscono anche nessi, relazioni,
condivisioni che aiutano a capire meglio
lo spazio che il gruppo si è ritagliato.
Tra i loro riferimenti prediletti sul piano
musicale vi sono i Gang (Marino e Sandro
Severini) e poi Marco Rovelli, cantante e
ricercatore su temi sociali e politici. Sono
stati loro ospiti sia in concerti da
loro promossi sia in iniziative
dove cantavano insieme. Ma più in generale
le loro predilezioni musicali e canore vanno
a Caterina Bueno, Claudio Lolli, Pete
Seeger, Roy Harper, Eric Burdon, Stefan
Grossman, Dodi Moscati, Maurizio Geri,
Stefano Rosso, e si potrebbe continuare.
Qui ho riferito le loro predilezioni ma, da
buon analfamusico, non mi sento competente
per darne un parere. La vita canora del
gruppo si accompagna stabilmente ad un’attività
di ricerca che spesso ha ispirato spettacoli
e prodotto libri. Cerco di darne conto
a partire dai libri e dai CD. Tra le pubblicazioni
segnalo:
Mangiar cantando. Abbondanza e scarsità
nell’alimentazione tradizionale contadina.
Tipografia Chiamigraf, Perugia,
2001 edito con la Coop Centro Italia. Vi si
trovano ricette, proverbi, canti nell’intento
di recuperare un rapporto con la cucina tradizionale
e la cultura popolare toscana.
Una vita all’improvviso (Gorée, 2008)
è un volume con DVD dedicato ad
Altamante Logli poeta improvvisatore che è
stato per loro guida, poeta del Maggio e una
sorta di ‘saggio’ di riferimento. Il
libro raccoglie contrasti, collaborazioni, pensieri
in ottave.
42
Non saremo mai come loro (Effigi, 2015)
è l’esito del dialogo e del rapporto con
Aristeo Biancolini, amico e partigiano. Attraverso
una lunga intervista, viene ricostruita
la sua autobiografia, la nascita dei gruppi
partigiani nel Sud della provincia senese,
l’etica del mondo ribelle e l’attualità della
Resistenza.
Caterina, è una collaborazione alla realizzazione
del film di Francesco Corsi su
Caterina Bueno
Ultimo evento, non meno importante degli
altri, è la nascita da circa due anni della
nipote Anita che prende loro un certo tempo,
almeno una parte di quello che dedicavano
a prove e a progetti ma che sicuramente
sarà una delle prossime interpreti del
Maggio della Montagnola e di altri gruppi di
canto.
Spesso ho seguito le iniziative di Fantacci
-Tozzi e – a volte con Francesco Del Casino
- ho collaborato ai loro libri; lui con disegni
e io con prefazioni. Penso che il loro impegno
culturale rappresenti una ricchezza significativa
per il territorio, e nel presente siano
una risorsa nel campo devastato della
canzone tradizionale e politica, che negli anni
‘70 aveva avuto invece fortissime presenze
e manifestazioni.
Per Altamante. Una scrittura – ricordo
Il testo che segue è tratto da I custodi delle
voci. Gli archivi orali in Toscana ed è un
complemento di una scheda di Archivio,
dedicata all’Archivio di Altamante Logli. Lo
ho scelto come esempio di uno stile di descrizione
partecipata che è un po’ la base
dei testi realizzati da Fantacci e Tozzi. Ma
anche come ricordo di Altamante e di
Caterina. C’è in sintesi in questa scheda-racconto
un pezzo di storia culturale toscana, la
scheda è databile tra il 1999 e il 2000.
Altamante Logli è uno dei poeti popolari
viventi più famosi in Toscana. Le sue
improvvisazioni in ottava rima ed i contrasti
con altri poeti, hanno ormai varcato i confini
regionali e non c’è manifestazione, conferenza,
spettacolo o rassegna sul tema, che non
lo veda protagonista. Essendo ormai il decano
dei poeti estemporanei toscani, ha accumulato
nella casa dove vive, in via di
Casignano a Vingone, Scandicci, in provincia
di Firenze, oltre ai suoi appunti di poesia
ed ai contrasti che lui stesso ha scritto, una
serie di foto e di audio e video cassette, che
documentano nel tempo la sua attività. Avevamo
avuto l’opportunità di apprezzare l’arte
di Altamante in varie occasioni negli anni
passati, senza però conoscerlo personalmente.
Il momento favorevole si è presentato in
maniera inaspettata il 15 marzo 1997 a
Grosseto, al termine del convegno di studi
sull’improvvisazione poetica dal titolo “L’arte
del dire”, nel posto e nel modo più naturale:
a tavola, durante la cena. Dopo aver chiesto
“il permesso”, non in ottava rima naturalmente,
ci siamo seduti al tavolo dove erano
presenti due poeti ed i rispettivi
accompagnatori. Gli improvvisatori erano Lio
Banchi e Altamante Logli e quest’ultimo, con
la gentilezza e la simpatia che lo
contraddistinguono, ci ha subito coinvolti;
assieme a lui c’era Fabrizio Ferroni e con loro
due abbiamo iniziato subito a parlare di ottave,
di tradizioni, di conoscenze comuni, come
Caterina Bueno che poi, anche se con leggero
ritardo, ci avrebbe raggiunto al ristorante.
Non ricordiamo affatto le cose che abbiamo
mangiato, ma benissimo la chiacchierata vivace,
tra un bicchiere e l’altro, con
coinvolgimento, come tra vecchi amici. Sono
avvenimenti davvero rari, ma quando si verificano
ti fanno sentire particolarmente bene:
43
Il gruppo dei Maggiaioli al completo nel saluto collettivo.
da quel momento sono diventati “di famiglia”
per noi (Teo, ad esempio, lo chiama nonno
Altamante), si è instaurato un rapporto vero
e profondo, favorito anche da questa grande
passione per la cultura ed il mondo popolare.
Quello che colpisce maggiormente di
Altamante, è questa sua grande naturalezza e
spontaneità, sia sul palco che nella vita di tutti
i giorni. Questa atmosfera è presente anche
nella sua casa, nella sua famiglia. Lui vive in
casa con la moglie, la figlia, il genero ed un
nipote. Quest’ultimo, che ha vent’anni e fa il
meccanico, segue le orme del nonno ed improvvisa
in ottava rima, oltre a dilettarsi a scrivere
poesie. L’altro nipote, Mirko, di poco
più grande, si è sposato due anni fa ed al rinfresco,
tenuto nel giardino della casa, abbiamo
partecipato anche noi ed un nostro amico
indiano, che Altamante aveva conosciuto a
casa nostra. C’erano i parenti della famiglia
dello sposo, ma anche un pezzo del mondo
di Altamante, gli amici di tutte le età. Era veramente
affascinante vederlo aggirarsi instancabile
tra i tavoli, con il sorriso sulle labbra,
con un’ottava sempre pronta per tutti. La sera
in cui lo abbiamo contattato, Monica gli ha
chiesto se fosse interessato a conoscere il nostro
gruppo di riproposta del Maggio e diventare
così il nostro poeta; lui ha subito aderito
alla nostra richiesta e dopo due settimane
è tornato a casa nostra in compagnia di alcuni
amici, tra cui Carlo Monni, noto attore toscano.
Abbiamo familiarizzato molto rapidamente
anche con loro, attorno ad una tavola
imbandita, tra bicchieri di vino ed ottave dispensate
con grande generosità. Poi da Casa
Rosi siamo andati alla “comune di Bagnaia”,
ad Ancaiano, il luogo preposto alle prove del
Maggio, ma non solo, perché “Bagnaia” è un
po’ il referente privilegiato nella Montagnola
senese, per attività culturali che spaziano dal
Maggio al teatro. Qui Altamante è stato ac-
44
colto con grande calore umano e, in ottava
rima, ci ha confermato di voler diventare il
poeta del gruppo, “il gruppo della
Montagnola”, appunto. A questo evento ha
presenziato una madrina d’eccezione:
Caterina Bueno. L’affiatamento è stato raggiunto
molto rapidamente e, poche settimane
dopo, la sera dell’ultimo giorno d’aprile, abbiamo
iniziato “il giro” con Altamante, divenuto
il nostro grande poeta. La differenza rispetto
agli anni precedenti è stata veramente
grande ed apprezzata, non solo dai membri
del gruppo, ma anche dal “pubblico”, affascinato
da questa persona, con una capacità
comunicativa e con un’arte poetica davvero
sorprendente. Il “poetuccio” come ama spesso
definirsi, è instancabile ed anzi è un po’
come Caterina Bueno che, dopo aver soppesato
il pubblico attraverso la sua risposta
più o meno calorosa, sa rendere uno spettacolo
alla grande. Così Altamante è un crescendo
in ottave: più si sente a proprio agio
ed apprezzato da un uditorio che entra in un
rapporto, oserei dire empatico, e più diventa
generoso e pungente nella sua poesia. Oltre
alla tecnica formale ineccepibile, ormai collaudata
da una vita in ottava rima, Altamante
nel 2001 compie ottanta anni, il contenuto è
molto spesso impegnato. Se lo si vuole in forma
smagliante, gli si chieda di affrontare problemi
sociali e soprattutto politici o comunque
“di scottante attualità”, allora sì “che è
nel su’ centro”. “… Ma ci pensi, m’è toccato
a me fa’ la parte di Berlusconi, come se un si
sapesse da che parte sto… ma io so’ galantuomo,
fo’ sempre sceglie’ quell’altro…”. Le
ottave di Altamante sono sempre coinvolgenti,
spesso caustiche, mai superficiali o composte
solamente per fare la rima, ha raggiunto
una capacità espressiva e poetica, veramente
di alto livello. Da quando lo abbiamo conosciuto
(sono ormai quattro anni) abbiamo
avuto la possibilità di accedere a più riprese a
quello che è un vero e proprio piccolo archivio,
ma che in realtà, dal possessore, non era
inizialmente percepito come tale ma solo
come una raccolta occasionale. Una delle
prime cose che abbiamo tentato, oltre al riordino
spazio-temporale del materiale audiovisivo,
è stata la duplicazione e l’ascolto delle
audio cassette. Ci sono, infatti, alcuni reperti
introvabili di poesia popolare di poeti
estemporanei ormai scomparsi (ad es.
Piccardi, Ceccherini ed altri) che rischiavano
il deperimento. L’archivio, oltre ai supporti
audio e video, contiene un’interessante raccolta
fotografica, da ordinare e catalogare
(Logli appare qui con personaggi ormai famosissimi
come Roberto Benigni, Caterina
Bueno, Carlo Monni, Davide Riondino …) e
di una serie di appunti, poesie, contrasti, “barzellette”,
canzoni, scritti di proprio pugno da
Altamante. Sono presenti anche alcune pubblicazioni
di editoria sommersa, riviste locali
che si occupano di cultura popolare ed altre
di case editrici più note in cui Altamante è
ampiamente citato e talvolta vengono riportate
testualmente le sue poesie ed i suoi contrasti
più famosi. Altamante è un nome molto
particolare, quasi un segno premonitore, sembra
ritagliato appositamente per la sua attività
di bernescante, potrebbe sembrare un nome
d’arte. In realtà in questo poeta non c’è niente
di artificioso, non solo il nome, ma anche
tutta la sua persona rappresentano al meglio
quanto di spontaneo e gentile ci possa essere
nella poesia estemporanea e nella cultura popolare
in generale.
45
La ribellione delle trecciaiole, i primi
scioperi e manifestazioni contro la Prima
Guerra Mondiale
di Alessandro Bencistà
Quarrata, l’unione delle trecciaiole
e il primo sciopero 1 .
Anche le donne hanno una parte importante
nello sviluppo dei movimenti di protesta
femminili, in seguito legati alla nascita di
molti canti; vogliamo incominciare a parlare
di loro ricordando una splendida figura di
parroco: don Dario Flori (Quarrata 1869-
Firenze 1933), soprannominato Sbarra perché
non si piegava di fronte a nessuna avversità
che potesse ostacolare il suo magistero
di difensore degli umili schierandosi sempre
dalla parte dei ceti più poveri e sfruttati. Oggi
è soprattutto ricordato (poco) come autore,
parole e musica, di O bianco fiore, un canto
che diventerà l’inno ufficiale di un partito politico,
la Democrazia Cristiana.
Questo canto nasce nel 1907 come un
canto sociale di protesta dopo la fondazione
di una delle prime casse rurali (Vignole
1904) e, sempre nella stessa località, fu istituita
la prima Unione delle trecciaiole, cui
aderirono gran parte delle numerose lavoranti
della paglia che nel 1901 comprendeva
ben 350 iscritte.
Furono loro le protagoniste del primo
sciopero della categoria (1896); è un periodo
di iniziative piuttosto rivoluzionarie per
una piccola località del territorio pistoiese
come la frazione di Quarrata, dove don
Florio fu eletto a furor di popolo nel consiglio
comunale. Ma la sua attività in difesa
delle trecciaiole varcò i confini della piccola
frazione di Vignole, i suoi interventi sui periodici
locali, come il settimanale cattolico
diocesano La Difesa ospitò spesso i suoi
scritti che denunciavano le condizioni di lavoro
delle lavoratrici della paglia, al pari delle
altre organizzazioni dei lavoratori.
Fu subito un fervente propagandista della
enciclica Rerum Novarum di Leone XIII
(1891).
Fra le sue tante iniziative in difesa dei lavoratori
in seguito fu a Firenze, dove ebbe
incarichi a livello nazionale, si occupò della
stampa cattolica fondando anche un giornale
per ragazzi intitolato “Il Corrierino”. Appassionato
conoscitore di musica compose
oltre O bianco fiore molti altri canti.
Signa e Brozzi
Lo sciopero delle trecciaiole del 1896 si
estende in tutta la piana dell’Arno, dai centri
periferici fiorentini di Brozzi e delle Signe fino
46
La bancarella dei ventagli in una piazza di Fiesole.
Donne di tutte le età impegnate nella lavorazione della treccia
ai primi del Novecento.
al territorio quarratino, e fu definito
“il primo grande episodio
di lotta operaia nella piana fiorentina”.
A Firenze era stata fondata da
appena tre anni la Camera del
Lavoro e mancava ancora una
sede per organizzare le attività
per i lavoratori iscritti; quando
iniziarono le manifestazioni di
lotta delle trecciaiole ci fu, come
fu evidenziato nel nelle giornate
di studio in occasione del centenario,
“un vero salto di qualità
per la C.d.L. che la pose all’avanguardia
nel movimento
delle prime C.d.L. in Italia”.
L’anno dopo fu costituita all’interno
dell’associazione anche
una commissione femminile
dove si affermò per la prima
volta la necessità che “il lavoro
della donna fosse a parità di
produzione retribuito in misura
uguale a quella dell’uomo”.
Naturalmente i moderati toscani
avversarono in tutti i modi l’appoggio
dato dalla C.d.L. al
movimento delle trecciaiole,
addirittura fu impedito al Sindaco
di partecipare all’inaugurazione
della sede di Via delle
Terme; intervenne pesantemente
anche il prefetto che impedì
“pena l’arresto” di mantenere il
rapporto con le trecciaiole, che
furono lasciate sole nello sciopero
contro la violazione degli
accordi raggiunti.
Non era ancora abbastanza,
il Questore di Firenze interven-
47
tazione che portò in piazza
fino a duemila donne
che lottarono per contrastare
i proprietari delle
fabbriche di cappelli che
rifiutarono compatte le
giuste richieste delle operaie
adducendo le solite
scuse della concorrenza
(in quel caso della Svizzera
non ancora emancipata)
dove il lavoro costava
meno, le paghe erano
state ridotte e le operaie
licenziate. Anche Il
Chianti, periodico
bisettimanale che si pubblicava
nella tipografia di
Greve diretto da Arduino
Vieri riporta la notizia di
quelle agitazioni 3 ; questo
Anche le bambine imparano istruite dalle nonne.
l’incipit firmato da
Valfredo (Carlo Baglioni):
ne pesantemente contro la C.d.L. scrivendo
il 12 settembre del 1897: “Organo di tali sissignori … e dico a voi fattoroni, fattorini,
“Io dico subito che hanno ragione …
agitazioni è ormai concordemente ritenuto e sotto-fattorini che avete costretto un povera
donna a dimenare le dita per diciotto o
la locale C.d.L. la quale, simulando opera
conciliatrice esercita malefica influenza, mantiene
le agitazioni negli operai e finisce per ignorare che la donna, quasi per rimediare ad
venti ore di continuo, mentre non dovevate
incitarli a delinquere”.
una dimenticanza, quasi, come suol dirsi per
Questi scioperi rappresentano un momento
storico fondamentale nella storia sociale mo con la massima semplicità e delicatezza
rappezzo, venne fuori da una costola dell’uo-
e politica della Toscana; il tutto è documentato
in una giornata di studio e di lavoro orcata
deve essere la sua missione su questa
di costruzione e che quindi semplice e deliganizzata
alla fine del Novecento dai comuni
di Signa e di Campi (1996) 2 .
quindici centesimi per quelle che sortirono un
terra… Dieci centesimi ogni venti ore! …
Sull’episodio di Brozzi possediamo anche dito di eccezionale sveltezza! … E di più lavorare
al buio o al lume di luna poiché se no
la documentazione giornalistica che ne fece
all’epoca il quotidiano LA NAZIONE di Firenze
che riferisce in un primo momento di andrebbe sotto la cassetta! - Rosa!? Vieni a
anche quell’effimero, quell’irrisorio guadagno
“agitazione” per chiedere pane e lavoro; agi-
letto maledetta te e la treccia!”
48
Il dialogo immaginato fra marito e
moglie continua in questo stile per un’intera
colonna, ma vale la pena di soffermarsi
sulla paga giornaliera, ancora inferiore
a quella di Campi Bisenzio, che vediamo
sotto.
Dalla lettura di queste documentazioni
vengono ricavate, secondo i prezzi attuali,
le retribuzioni in lire per l’intera giornata
di lavoro, escludendo le spese del filo
e della cera che era detratta dalla paga;
da queste accurate analisi risultano i seguenti
dati:
Una settimana di lavoro pagata dalle 8
alle 11 lire, e considerando che una lira di
allora corrisponde a 2000-2300 lire di oggi
(1996), la paga settimanale corrispondeva
dalle 18.000 alle 25.000 lire di oggi,
dalle 3000 alle 4000 lire al giorno circa;
(1,5 Euro di oggi 1919, la metà della paga
oraria di un raccoglitore di pomodori africano
del Duemila.).
La realtà di Campi Bisenzio risulta addirittura
peggiore: 14 ore di lavoro al giorno
viene pagata dai 15 ai 20 centesimi (da 0,90
lire a settimana). Ovviamente fra il proprietario
della fabbrica e le trecciaiole c’era tutta
una serie di intermediari (sensali, fattorini di
primo o secondo livello) cui andava buona
parte del misero guadagno delle lavoratrici.
Il ciclo della lavorazione della paglia incominciava
con la raccolta di un tipo particolare
di grano detto “marzuolo” che veniva
raccolto prima della maturazione per conservarne
la morbidezza e la flessibilità. Le
spighe non venivano tagliate ma sbarbate con
le radici facendo uso di manodopera infantile
poi riunite in “manate”. Successive lavorazioni
venivano eseguite in fabbrica all’aperto
(essiccatura, abbicatura, imbiancatura),
e alla fine l’intrecciatura, erano queste
Il volume di Galileo Gagli che organizzò la protesta
contro la guerra del 1 Maggio 1917; le ottave
satiriche furono scritte durante la reclusione nel
carcere di Greve. Il testo originale fu ritrovato da
Carlo Baldini alla fine del Novecento.
trecce che venivano consegnate alle
trecciaiole per l’operazione finale che trasformava
la lunga treccia nei famosi cappelli,
allora di gran moda ed esportati in Francia
ed Inghilterra. L’altro grande mercato
erano le botteghe di Firenze.
Nel 1811 la manifattura di Lastra a Signa
dava lavoro a circa 900 addetti, l’anno successivo
passati a 1100.
Un aspetto interessante della realtà del
primo Ottocento, risulta addirittura da una
testimonianza di Niccolò Tommaseo del
1834, circa 60 anni prima.
La sua testimonianza è intitolata Gita a
Prato, fatta in occasione della visita alla villa
di Poggio a Caiano che gli permette di
49
attraversare quei luoghi e rendere testimonianza
delle condizioni in cui vivevano gli abitanti,
“la fame trascina molti infelici
all’accatto” e ancora la vista di una lavoratrice
della paglia: “Quella poveretta doveva
sostenere quattro creature facendo la treccia
guadagnando cioè tre Paoli (otto crazie)
per quindici giorni”.
Dunque:
8 crazie = 1 paolo; quindi 3 paoli = 2 Lire
ogni 15 giorni, cioè un ottavo delle trecciaiole
del 1896.
Riassumendo,
1834 (Tommaseo)
2 Lire per 15 giorni - 4.000 del 1996
- 2 Euro ogni 15 giorni;
1896 (Studio signese)
18-20 Lire per 15 giorni - 36-40.000
del 996 - 18-20 Euro ogni 15 giorni:
1896 (Campi Bisenzio, Firenze)
1,8-2,40 Lire per 15 giorni, come ai
tempi del Tommaseo.
Anche se 62 anni separano le due date
non c’era certo da rallegrarsi.
Greve. Maggio 1917, (manifestazione
contro la guerra).
Le protagoniste di questa rivolta contro la
guerra furono le donne di Lamole (Greve)
che organizzate da un possidente socialista
umanitario del luogo, Galileo Gagli 4 , marciarono
verso il municipio scontrandosi con
le forze di polizia mentre cantavano un inno
del Primo Maggio scritto dal Gagli. Seguirono
un processo e le rispettive condanne.
La storia della rivolta fu scritta in un
quadernetto durante la reclusione del Gagli
nel carcere mandamentale di Greve.
Nel 2005 lo storico Roberto Bianchi dopo
aver letto quel poemetto in ottave, pubblica
la sua ricerca storica 5 e in una nota ci fornisce
alcune cifre (pag. 52), le paghe dei braccianti
di Greve all’inizio della Grande Guerra:
meno di 1 £ al giorno (10-11 ore e 2.000
Lire del 1996); durante la guerra alle mogli
dei soldati combattenti prive di altri redditi
veniva dato un sussidio giornaliero di 60 cent.
Cifre ben più alte venivano richieste invece
per le condanne, per questo veniva scelto di
aumentare i giorni di reclusione nel carcere
mandamentale. Scegliamo come esempio la
condanna del sedicenne Bencistà Oliviero 6
che corrispose a 33 Lire ma a causa delle
precarie condizioni della famiglia (il giovane
Oliviero conviveva con la madre vedova)
venne scelto l’aumento da uno a quattro
giorni di carcere.
Questa storia è un esempio significativo del
malessere sociale e delle condizioni di vita del
paese, soprattutto delle donne su cui gravavano
i pesanti compiti di sostituire in tutti i
settori della vita sociale e lavorativa, i loro
figli, mariti o fidanzati impegnati al fronte.
Una condizione di fondamentali e insopportabili
impegni che forse è ancora oggi
poco studiata (e considerata) dagli storici.
Le donne contadine, massaie, artigiane,
sono tutte rappresentate in questa isolata
protesta pacifista contro la guerra, ma insieme
a loro parteciparono alcuni uomini e anche
ragazzi; questa azione sarà il preludio
per l’irruzione delle masse contadine e operaie
nella vita sociale e politica che, alla fine
della guerra sfocerà nel cosiddetto “biennio
rosso”, una lunga serie di lotte e
rivendicazioni duramente pagata dalla classe
operaia e contadina, che ancora oggi certi
storici indicano come concausa dell’avvento
del fascismo.
50
Gli imputati per i “fatti di Greve” furono
processati e subirono il carcere e
sanzioni pecuniarie, più di tutti il socialista
Galileo Gagli che fu condannato a
15 giorni di carcere e l’ammenda di 100
lire. Fu proprio durante le due settimane
di reclusione nel carcere mandamentale
di Greve che scrisse La Baccheide, il
poemetto in ottava rima conservato dagli
eredi insieme ad altri scritti, “la maggior
parte scritti a mano in modesti quaderni
o addirittura su fogli di carta”, fu
ritrovato e pubblicato da Carlo Baldini
nel 1998; il testo è ancora oggi pressoché
sconosciuto al di fuori della zona di
Greve in Chianti, c’è solo una breve recensione
sulla sua opera inserita nella
scheda a lui dedicata nella nostra antologia
dei poeti del Novecento in vernacolo
fiorentino 7 ; lo stesso lavoro dello storico
Roberto Bianchi è pubblicato da una
piccola editrice e promosso dalla Coop
col patrocinio del Comune di Greve in
Chianti.
1
Alessandra Covizzoli, Dallo sciopero delle trecciaiole al canto del Biancofiore, Don Dario Flori
“Sbarra” un propagandista popolare del pensiero cattolico, Prefazione di Giulio Andreotti, Maria
Pacini Fazzi editore in Lucca, 1983.
2
Lo sciopero delle trecciaiole cento anni dopo, Atti della giornata di studi di Signa (Biblioteca
Comunale, 20 maggio 1996); a cura di Fabrizio Nucci, Metropoli, 1996.
3
Il Chianti, periodico per gli interessi della regione, Anno VIII, n. 24, 14 giugno 1996; di questo
periodico si riporta anche la tiratura che arrivava a 5.000 copie, non poche per l’epoca.
4
Galileo Gagli, La Baccheide (Poema eroicomico in ottava rima), La rivolta contro la guerra delle
donne di Greve in Chianti 1 maggio 1917 (a cura di Carlo Baldini), Memorie religiose e civili del
Comune di Greve in Chianti Vol. XVIII - Quaderni del Comune di Greve in Chianti N. 7, 1998.
5
Roberto Bianchi, Donne di Greve, Primo maggio 1917 nel Chianti: donne in rivolta contro la
guerra, Odradek, Roma 2005.
6
Il padre di chi scrive, classe 1902, che nello stesso anno, a causa della mancanza di manodopera
maschile impegnata nella guerra, fu assunto come aiuto fattore nella tenuta del marchese Gerini a
Ronta di Mugello.
7
Alessandro Bencistà, Fiorentinacci, i’ Novecento in vernacolo fiorentino, Antologia poetica, Introduzione
di Franco Manescalchi, Edizioni Polistampa Firenze, 1999.
51
Il Maggio Vecchio nella Toscana
meridionale: prime note sulla morfologia
di una questua
di Grazia Tiezzi
Chi avesse assistito al raduno dei Gruppi
del Maggio antico, svoltosi il 28
ottobre 2023 a Civitella Marittima, alla cui
realizzazione ho avuto il piacere di collaborare,
ha potuto assistere ad un evento unico.
Il Maggio di Civitella Marittima, il Maggio
di Castiglione d’Orcia e il Maggio Vecchio
della squadra di Valpiana sono le tre
forme storiche di canto del Maggio (“lirico”)
di questua che si sono incontrate per
rappresentarsi e raccontare, con la loro diversità
la stratificazione e forse, la continuità
di un’unica tradizione che si manifesta nella
Toscana meridionale con un prisma di variazioni.
Il localismo capillare di questa pratica
rituale che delimita i perimetri degli
insediamenti umani, non ha favorito la mutua
conoscenza tra le differenti tradizioni,
restie a manifestarsi fuori dallo spazio-tempo
del rito collettivo e del contesto comunitario
con cui si esprime il senso di appartenenza
di cui ciascun canto è l’espressione.
Se una tradizione è vitale fino a quando esistono
coloro che la praticano, la trasmettono,
la rinnovano e continua a svolgere una
funzione identitaria, allora si può dire che
portare il canto del Maggio come si usa in
quelle zone del territorio toscano, sia una
tradizione vivente che gode tutt’oggi di buona
salute. Radicamento e innovazione rendono
il Maggio portato di casa in casa alle
famiglie nei poderi e nei borghi, la forma di
espressione popolare che maggiormente si
è mantenuta “sentita” e, allo stesso tempo,
quella che è stata in grado, più di altre, di
rinnovarsi per integrare i cambiamenti storici
e sociali dei territori ed è tuttora in rapida
evoluzione. La sua vivacità, in molti casi non
conservativa, consente di osservare oggi un
complesso repertorio di varianti all’interno
di un’area di diffusione relativamente ristretta
che comprende precise zone delle province
di Grosseto, Siena, Livorno e Pisa. Il raduno
di Civitella Marittima che ha permesso di
apprezzare le forme più arcaiche dell’oralità
rituale del canto del Maggio - ormai poco
apprezzate - offre anche l’occasione per
sviluppare riflessioni nuove intorno a questa
tradizione. Sia per salvaguardare il valore
culturale delle loro specificità ma soprattutto
per riconsiderarle in una prospettiva d’insieme
– di continuum- che non sempre è stata
52
Raduno Gruppi del Maggio antico, Civitella Marittima, 2023 (Foto G. Tiezzi).
adottata dagli addetti ai lavori né dagli stessi
agenti della tradizione. Sembra allora possibile
chiedersi se in un’area di diffusione così
ristretta, almeno alcune delle variazioni più riconoscibili
possano essere collegate tra loro.
Gli studi. Gli studi sul Maggio itinerante e
di questua sono iniziati alla fine degli anni
‘70 del secolo scorso, promossi dall’Archivio
delle Tradizioni Popolari della Maremma
grossetana con il ricercatore Roberto
Ferretti, seguiti da approfondimenti di studiosi
dell’Università di Siena e di Pisa e da
lavori più recenti condotti da storici e ricercatori
locali. I più frequenti hanno un carattere
monografico, riguardano cioè una particolare
forma di cerimoniale del Maggio
come la ricerca di Ferretti su Il maggio appassionato
di Marrucheti (1979) e quella
di Mariano Fresta La Maggiolata di
Castiglione d’Orcia nel volume da lui curato
Vecchie segate e alberi di maggio
(1983) o ancora quella di Gian Paolo
Franceschini Il Maggio di Civitella (2016).
Altri studi invece si focalizzano su una ‘squadra’
specifica come in Il Maggio cantato a
Ribolla, di Paolo Nardini, dedicato ai Torelli
Maremmani (2009) o il lavoro di Pietro Clemente
dedicato al gruppo della Montagnola;
altri ancora sono dedicati ad un autore preciso,
ne sono un esempio la raccolta Vieni o
Maggio (1999) promosso dall’Ente di
Valorizzazione Suvereto che contiene i testi
di Vent’anni di Maggi, scritti dal poeta
Benito Mastacchini per i maggerini di
Suvereto. Nella stessa direzione vanno gli
studi di Corrado Barontini sull’opera del poeta
Morbello Vergari (2006) e I canti po-
53
polari in Maremma. Tradizione e cambiamento.
In lavori recenti, scritti per occasioni
collettive come le Rassegne dei canti del
Maggio di Piazza Dante a Grosseto, troviamo
una riflessione di carattere più generale
nel saggio di Barontini Tipologie e forme di
rappresentazione del Maggio in Maremma
(2009) dove si descrive il panorama di
forme con cui si manifesta questa tradizione
in Maremma. Sono inoltre da ricordare due
tesi di laurea I maggi in Maremma di
Simone Martini (2004) per l’Università degli
Studi di Siena e Il rito del Maggio: credenze
e pratiche diffuse nella Maremma
grossetana, di Irene Tarzia (2012) per l’Università
La Sapienza di Roma. È infine da
segnalare il lavoro di Serena Cola,
maggerina della squadra di Valpiana, contenuto
nel volume La tradizione del Maggio
in Maremma (2007) ad oggi, la sola antologia
esistente delle ‘squadre’ maggerine
della Maremma. Anche in occasione della
giornata di studi Il canto del Maggio, tenutasi
nel 2019 a Civitella Marittima, Nardini
e lo stesso Barontini hanno descritto le specificità
delle diverse modalità di rappresentazione
di questa tradizione nell’ area della
Maremma toscana. Ma la descrizione delle
caratteristiche locali del canto del Maggio
di questua non è ancora una tipologia e il
rapporto tra diffusione e variazione resta da
sviluppare. Manca uno studio comparativo
che confrontando le differenti forme aiuti ad
identificare gli elementi che le uniscono e
quali invece siano le distinzioni ancora significative
che continuano a generare senso per
chi pratica e trasmette questa tradizione,
senza per questo considerare le sue diverse
modalità come unità discrete.
Sequenza rituale. Facendo una notevole
semplificazione si può dire che tutte le varianti
hanno una sequenza rituale comune in
cui si inserisce l’atto di cantare il Maggio.
Più gruppi di membri specializzati di una
comunità - le ‘squadre ‘- compiono un’azione
rituale collettiva presso le abitazioni delle
famiglie della stessa comunità e a volte, di
zone limitrofe. Il cerimoniale si svolge nello
stesso arco di tempo che dura circa ventiquattro
ore, in un preciso momento dell’anno
(calende di maggio) dal pomeriggio del
30 aprile al pomeriggio del 1° maggio e investe
simultaneamente un’area che va dal
litorale della Maremma alle colline
dell’entroterra, ai confini delle quattro province.
È una tradizione itinerante difficile da
documentare che richiede ai partecipanti una
notevole resistenza fisica e, per gli osservatori
“forestieri” che non conoscono il territorio,
presenta anche il rischio di perdersi
lungo il percorso. In ogni caso, dalle mie
esperienze sul campo, iniziate nel 2005, sembra
possibile indicare alcuni elementi comuni
alle diverse tradizioni, relativi alle fasi del
rituale:
- l’attraversamento di uno spazio
predefinito con itinerario che in parte può
cambiare annualmente;
- l’arrivo in uno spazio esterno privato, in
genere poderale, che appartiene a una famiglia
conosciuta;
- il canto di annuncio che precede l’ingresso
all’interno dell’abitazione o la sosta
nella proprietà;
- il canto augurale del Maggio all’interno
della casa in presenza della famiglia che accoglie,
seguito da canti popolari o altri canti
di Maggi di tradizione;
- un intrattenimento festoso con la famiglia
che offre un ristoro con alimenti e be-
54
vande da consumare sul momento;
- il canto di richiesta di un’offerta per il
canto di augurio ricevuto;
- la soddisfazione della richiesta da parte
della famiglia con un’offerta in alimenti o
denaro, da portare via;
- il canto di ringraziamento e il saluto di
commiato con l’appuntamento al prossimo
anno;
- la partenza per un’altra tappa dell’itinerario
dove si ripetono le stesse fasi dell’azione
rituale;
- la ridistribuzione delle offerte accumulate
in un successivo momento di convivio a
cui partecipa almeno tutto il gruppo che ha
cantato con le proprie famiglie ma può comprendere
le famiglie visitate dalla squadra fino
ad allargarsi alla intera comunità e dove collettivamente
si ripropongono i canti portati a
domicilio nelle case delle singole famiglie.
Ritualizzare il contatto. Tutte le variazioni
di canto del Maggio intorno a questa
struttura rituale comune, hanno uno sfondo
tematico fisso che fa riferimento al risveglio
della natura, al suo vigore e alla speranza
nella prosperità della stagione primaverile.
Tuttavia i testi sono cambiati nel tempo come
è successo a partire dal dopoguerra
(Morbello Vergari, 1951) quando i contenuti
dei Maggi si sono orientati anche verso
temi civici, etici, sociali e politici collegati in
particolare alla festa del lavoro del 1° maggio
e ai suoi principi che sono oggi un altro
argomento costante per tutti gli autori. Ma
mentre in alcuni Maggi i contenuti dei testi si
attualizzano e in altri restano invariati, come
nella tradizione di Civitella Marittima, l’uso
rituale della parola cantata si è mantenuto
stabile e può indicare le distinzioni più vincolanti
che rendono riconoscibili tra loro le
diverse tradizioni. In attesa di un auspicabile
approfondimento comparativo, lasciamoci
guidare dalle denominazioni native che spesso
illuminano, con sottili distinzioni endogene,
le zone d’ombra in cui si perde lo sguardo
del ricercatore. I termini consuetudinari con
cui si denominano i membri delle ‘squadre’,
sono già un forte elemento di identificazione:
abbiamo i ‘cantori’ del Maggio di Civitella
Marittima, i ‘maggiaioli’ per Siena e il Maggio
di Castiglione d’Orcia, i ‘maggerini’ per
l’ampia zona maremmana. Mentre per i
cantori di Civitella e i maggiaioli di
Castiglione d’Orcia l’esecuzione del canto
è solo vocale e polifonica, il Maggio delle
squadre maggerine ha un accompagnamento
strumentale e si divide in un’ulteriore distinzione
relativa alla composizione e all’esecuzione
del canto, ma sembra anche indicare
una delimitazione geografica. Infatti nella
zona collinare dell’entroterra massetano
(Massa Marittima) si canta ancora il Maggio
Vecchio composto in quartine di ottonari
e cantato a coppie dai maggerini mentre nell’area
del litorale grossetano è diffuso il
Maggio Allegro, composto da terzine di
ottonari e cantato in coro. Attualmente anche
le squadre della zona massetana cantano
entrambi i tipi di Maggio, invece altre
squadre più innovative, cantano solo il Maggio
Allegro insieme ad un repertorio di canzoni
popolari e maremmane. Oltre al canto
corale o a coppie, il rituale maggerino prevede
anche il canto in poesia in ottava rima,
sia improvvisata che memorizzata. Questa
‘lingua poetica’ è destinata esclusivamente
alle tre figure simboliche -il poeta, l’alberaio
e il corbellaio- che dominano la scena del
cerimoniale maggerino e dove ognuna di esse
ha un ruolo e una funzione specifica nel compimento
di azioni rituali precise; le tre figure
55
accolgono il canto del Maggio nelle loro
abitazioni. Confrontare le diverse costruzioni
dello scambio di contatto nell’esecuzione del
Maggio può far emergere i tratti semantici
pertinenti 2 e quindi non negoziabili delle diverse
tradizioni.
Coppia di maggerini di Valpiana, Civitella
Marittima 2023 (Foto C. Barontini).
non si ritrovano invece nella tradizione di
Civitella 1 né in quella di Castiglione D’Orcia.
Si tratta solo di differenze estetiche, di maggiore
o minore scelta di possibilità espressive
o qualcosa di irriducibile distingue e continua
a dare senso a queste differenze? Dal
loro confronto sincronico può emergere la
stratificazione della storia di comunità assimilate
da una pratica festiva che entra di casa
in casa e lungo il suo percorso riunisce simbolicamente
un’ampia area della Toscana del
sud? Quale memoria conservano ancora le
forme del canto del Maggio itinerante e di
questua? Un approccio attento all’interazione
tra i partecipanti nello svolgimento ordinato
delle azioni rituali può contribuire a questo
tipo di riflessioni. Infatti l’aspetto che sembra
sovra determinare tutte le varianti è la
ritualizzazione del contatto con le famiglie che
Il Maggio Vecchio. Da circa un anno mi
sto interessando al Maggio Vecchio e in questo
nuovo percorso mi fanno da guida le
conoscenze e l’esperienza di Giuliano Boscaglia,
Sirio Vestri, Domenico Gamberi ed
Elisa Macii che ringrazio per la loro generosa
collaborazione senza la quale non sarebbe
possibile tentare una descrizione di questo
Maggio che pur essendo considerata la
forma più arcaica della tradizione maggerina,
non è stata ancora oggetto di studi specifici.
Attualmente il Maggio Vecchio viene cantato
solo da tre squadre: la squadra dei Palazzi
con capo Maggio Mauro Capanni, la
squadra di Valpiana con a capo Renato
Panichi e la squadra La nuova primavera
di Giuliano Boscaglia. Tutte compiono un itinerario
di questua che comprende solo il
territorio rurale visitando i poderi della zona
massetana e Marsiliana ma esclude la visita
alle abitazioni della cittadina di Massa Marittima.
La morfologia del canto del Maggio
Vecchio presenta una particolare complessità
d’esecuzione e la sua fruizione necessita
di una capacità di ascolto particolare: una
percezione aurale educata ad un canto eseguito
a coppie che oggi è sempre meno diffusa.
Ma non solo. La complessità comprende
anche la specificità degli accessori indossati
dalle coppie di maggerini che li distinguono
dagli altri componenti della squadra
e soprattutto riguarda l’articolazione del canto
con cui incatenano le loro quartine adottando
una postura inconfondibile. Nel mo-
56
Coppie di maggerini di Valpiana, Civitella Marittima 2023 (Foto C. Barontini).
Coppia di maggerini di Valpiana, Civitella Marittima 2023 (Foto C. Barontini).
57
mento del canto i maggerini si dispongono
ravvicinati uno di fronte all’altro guardandosi
negli occhi e a volte, mettendo una mano
sulla spalla del compagno. Una coppia dopo
l’altra intona i versi della propria quartina
con una melodia lenta, grave, appresa e trasmessa
per imitazione, seguendo l’accompagnamento
di una fisarmonica. La coppia
successiva comincerà il proprio canto riprendendo
il primo verso della quartina della
coppia precedente, così di seguito a seconda
di quante saranno le coppie di maggerini
che in genere non superano le due o tre unità.
A titolo di esempio presento un breve
scambio di quartine di ciascuna delle tre
squadre sopra indicate:
Squadra di Valpiana, maggio 2008
Coppia 1
Alla porta dell’ingresso
Per l’usanza che è del Maggio
Lo portiamo un messaggio
Se di entrare c’è concesso
Coppia 2
Alla porta dell’ingresso
L’usignolo quando è sera
Va cantando lungo il fiume
E si sente che riassume
Le canzon di primavera
(verso ripreso dalla coppia 1)
Coppia 1
L’usignolo quando è sera
[…]
( verso di ripresa della coppia 2)
Squadra La Nuova Primavera,
maggio 2014
https://www.youtube.com/
watch?app=desktop&v=TIYSrQgYvm0
Coppia 1
Sian venuti a cantar maggio
O padrone del podere
Se così vi fa piacere
Siamo solo di passaggio
Coppia 2
Sian venuti a cantar Maggio
Maggio bella tradizione
Il suo simbolo è l’alloro
Grande festa del lavoro
Festa in tutta la Nazione
(verso di ripresa della coppia 1)
Coppia 1
Maggio bella tradizione
[…]
(verso di ripresa della coppia 2)
Squadra dei Palazzi, maggio 2014
https://www.youtube.com/
watch?v=MIMY0Jmj11Y
Coppia 1
Domandiamo una carezza
Ai viventi della terra
Pace amore senza guerra
Ma giustizia e tenerezza
Coppia 2
Domandiamo una carezza
Noi di qui si muove il passo
Ci volgiamo per l’altrove
A lasciarvi ci commuove
Grazie a tutti e scusa il chiasso
(verso di ripresa della coppia 1)
Coppia 2
Noi di qui si muove il passo
[…]
(verso di ripresa coppia 1)
58
Nella tradizione maggerina tutto è predisposto
per distinguere visivamente i diversi
ruoli dei membri della squadra dove i compiti
sono chiaramente distribuiti e non
intercambiabili. Attualmente una squadra è
composta dal coro formato da donne, uomini
e bambini, che cantano il Maggio dentro
l’abitazione visitata, accompagnati da vari
musicisti. Ci sono inoltre le coppie di
maggerini che cantano il Maggio in quartine
e le tre figure simboliche IL POETA,
L’ALBERAIO e IL CORBELLAIO che invece
cantano strofe in ottava rima e sono riconoscibili
dagli oggetti rituali portati lungo l’itinerario:
L’ALBERO del Maggio per l’alberaio
e il CORBELLO delle offerte per il corbellaio.
Entrambi gli oggetti vengono collocati al centro
dello spazio cerimoniale e sono tematizzati
nelle strofe. Il poeta porta un fiore rosso (in
genere una rosa) nel taschino o indossa una
coccarda rossa mentre le coppie di maggerini
hanno dei cappelli di grandi dimensioni in
altezza -circa 25-30 cm- completamente ricoperti
da fiori di carta colorati e impreziositi
da guarnizioni lucenti da cui fuoriescono lunghi
nastri di colori diversi che ricadono lungo
le spalle. Ogni membro delle coppie ha al collo
un fazzoletto di raso rosso ornato con ciondoli
dorati e varia bigiotteria e porta con sé
un bastone anch’esso decorato con fiori e
archetti ricoperti di carta colorata; è possibile
che anche il poeta, se appartiene da sempre
alla stessa squadra, abbia un bastone di olivastro
ornato e colorato 3 . Gli elementi decorativi
sopra descritti accomunano questi membri
all’interno di un campo semantico che chiamerei
dell’iper-naturale per i molteplici tratti
che li identificano, riferibili al mondo della natura.
Solo a loro è affidato lo svolgimento delle
fasi del rituale di questua e la costruzione dell’incontro
con un contesto domestico-rurale
rappresentato dallo spazio delle abitazioni
delle famiglie in cui tutta la squadra desidera
entrare (e occupare) per portare il suo messaggio
di augurio.
L’interazione in poesia. Il poeta improvvisa
le ottave di ‘permesso’ per ottenere l’ingresso
nell’abitazione che la squadra trova
con la porta chiusa. È lui che dovrà convincere
i padroni di casa ad aprire e permettere
alla squadra di cantare il Maggio dentro
l’abitazione. Con l’improvvisazione delle sue
ottave, il poeta si fa garante presso la famiglia,
presenta la squadra, trova gli argomenti
più convincenti per ottenere l’ospitalità e
garantisce con la qualità della sua parola
poetica, del valore della squadra. È il mediatore
tra la squadra e la famiglia e gestisce
i momenti di rischio che possono interferire
con la buona riuscita del contatto come l’attesa
per la valutazione da parte della famiglia
sull’apertura della porta che, più la tradizione
è ‘sentita’, più si fa attendere. Oppure
dovrà affrontare una discussione in rima
con un altro poeta che si trova all’interno
della casa; il poeta allora deve continuare a
sostenere le ragioni della sua squadra e, nel
dialogo con il collega, mediare per ottenere
l’accesso. Può inoltre capitare di dover contendere
l’ingresso contro il poeta di un’altra
squadra che vuole essere accolta dalla stessa
famiglia; in questo caso nasce una vera e
propria sfida poetica tra i due poeti avversari.
Ma presso alcune famiglie solo dopo
alcune quartine cantate all’esterno dalle coppie
dei maggerini, si ottiene definitivamente
l’accesso all’interno dell’abitazione. Tutte le
strofe in ottava rima contenenti le azioni rituali-
il ‘permesso’, la ‘richiesta’, il ‘ringraziamento’,
il ‘saluto’- sono indirizzate ad
interlocutori espliciti: padroni di casa, spo-
59
se, capoccia massaia, la famiglia intera (“o
cari uditori”). Ma nonostante i nomi degli
interlocutori siano ben conosciuti, nelle strofe
vengono denominati solo attraverso i loro ruoli
sociali o famigliari che rinviano a quelli della
famiglia mezzadrile (Capoccia so’ assillato dal
pensiero/ farlo palese credo sia importante)
(B. Mastacchini). Tuttavia anche se
l’interazione rituale di contatto viene costruita
dalle tre figure simboliche della squadra che
si fanno riconoscere rivolgendosi verso espliciti
ruoli della famiglia contadina Poeta/ Capoccia,
alberaio / famiglia intera o uditori,
corbellaio / massaia, negli elementi che
distinguono le figure rituali della squadra non
ci sono particolari riferibili al mondo contadino
così come sembrano assenti nei maggerini
che cantano a coppie. Invece gli accessori
che quest’ultimi indossano (cappelli, bastoni
ecc.) sembrano più vicini al mondo pastorale.
La tradizione del Maggio Vecchio implica
molteplici forme di oralità cantata ma è
interessante rilevare come tra queste la parola
poetica in ottava rima sia convocata per
agire sul contesto nei momenti più dialogici
e più istituzionali del rituale di questua per
compiere quelle azioni delicate con cui si proietta
l’attesa di un’azione di ritorno da parte
della famiglia. L’ottava rima si conferma la
‘lingua poetica’ dell’intermediazione che
costruisce l’incontro con le famiglie e, anche
nel Maggio, emerge il suo statuto di “parola
solenne” di cui è investita anche nei contrasti
estemporanei per la risoluzione
ritualizzata dei conflitti tra ruoli sociali o tra
posizioni contrarie.
1
Grazia Tiezzi, Il Maggio di Civitella Marittima: il richiamo di una ritualità essenziale, Toscana
Folk, XXIV, n.25, 2020.
2
Marianne Mesnil, Trois essais sur la Fête. Du folklore à l’ethno-sémiotique, Ed. Université de
Bruxelles, 1974.
3
Serena Cola, La tradizione del Maggio in Maremma, Ed. Innocenti, Grosseto, 2007, p. 7.
60
Patrimoni ereditati e nuovi patrimoni:
il caso del centro di documentazione
del museo MINE di Cavriglia
di Paola Bertoncini
Il Centro di Documentazione del museo
MINE, sviluppato e accresciuto nel tempo,
conserva una piccola biblioteca di storia
locale e di storia mineraria, documenti,
filmati, registrazioni e fotografie relative alla
storia del territorio cavrigliese e del Valdarno.
Questi materiali si presentano come il risultato
di una raccolta eterogenea proveniente
da enti pubblici e soggetti privati. Per agevolare
la loro consultazione sono stati suddivisi
per tipologia e fondo di provenienza;
la maggior parte di questa documentazione
nel tempo è stata digitalizzata e catalogata.
L’aspetto che vorrei analizzare muove da
due considerazioni di fondo: la formazione
di questo archivio/centro di documentazione
e l’utilizzo dei materiali come strumenti di
conoscenza del patrimonio culturale in contesto
museale. I documenti, le fotografie, alcuni
filmati e registrazioni audio sono arrivati
al museo attraverso diversi percorsi: campagne
di ricerca e acquisizione promosse dal
museo stesso, forme di collaborazione con
strutture e enti del territorio, donazioni private.
Di fatto attraverso questo processo si
è costituito un corpus che, illustrando le trasformazioni
storiche dei territori e della comunità,
ne mostra al tempo stesso gli usi che
di questo patrimonio si sono fatti e si possono
ancora oggi fare. Nel centro di documentazione
abbiamo la possibilità di esplorare
e studiare materiali legati al mondo delle
miniere, dalla fine dell’Ottocento ad oggi;
memorie di guerra - gli eventi del luglio 1944
- rappresentazioni grafiche e fotografiche
delle trasformazioni territoriali e del paesaggio
visti anche con gli occhi di chi questi luoghi
ha abitato per molto tempo.
La formazione dei diversi fondi, che oltre
ad essere eterogenea nei contenuti lo è anche
come tipologia (fotografie, file audio, documenti
cartacei, documenti solo digitali, libri,
mappe, tesi di laurea etc.) comporta fin
dalla sua prima analisi problematiche non indifferenti
nella conservazione, nella gestione
e nella sua definizione culturale. Le ricerche
commissionate e le donazioni personali mostrano
già due livelli diversi di indagine sul
patrimonio, sui processi di formazione e sui
temi connessi alla memoria. Le ricerche pro-
61
Il manifesto della Cooperativa LA.MI.VA. conservato
presso il centro di documentazione del museo.
mosse dal museo hanno rappresentato nel
tempo la volontà di enti e specialisti di osservare
in modo ampio la storia del territorio,
cercando possibilmente di individuare
quegli aspetti che hanno segnato nel tempo i
luoghi stessi: dunque temi legati al lavoro, al
paesaggio, alla sicurezza, alla geologia, alla
storia energetica locale, all’agricoltura e all’industria
mineraria, alla storia dell’arte e alle
memorie di guerra. I materiali invece donati
da privati ci permettono di riflettere sull’idea
di rappresentazione del sé in un contesto
trasformativo così importante per i luoghi e
le comunità. Di fatto questi documenti sono
espressione di una memoria che nel tempo
ha ricostruito un immaginario specifico dei
luoghi nei quali riconoscersi e sentirsi
parte integrante. Oggi alcuni di questi
materiali conservati ed esposti nel
museo mostrano un senso di lontananza
per chi li osserva, un atteggiamento
che emerge anche dalla narrazione
che di essi si è fatta; altri invece
ci sembrano toccare
problematiche attuali, come quelle
ambientali e dei conflitti ancora oggi
in corso; altri infine ci raccontano di
un tempo del quale si è perso memoria.
Il processo di patrimonializzazione
che li ha originati e che li ha portati
ad essere conservati dentro a un archivio
è ciò che ci aiuta oggi nel leggere
lo sviluppo della comunità stessa.
Sul tema che lega archivi ed
etnografia ci sono molte ricerche in
corso e molte se ne sono fatte, tuttavia
è indubbio che il ruolo stesso del
centro di documentazione del MINE
sia quello di custodire ma anche di
aiutarci a leggere la storia del patrimonio
che, ereditato dal passato, viene fruito
da nuove generazioni. Per un museo si tratta
di un passaggio importante sul quale riflettere
anche per individuare quelle strategie utili
a rimettere in circolo queste storie. Il ruolo
riconosciuto allo spazio conservativo di queste
“memorie” rappresenta una parte centrale
nel processo di patrimonializzazione
della memoria e della narrazione che di essa
facciamo e ci diamo. Del resto gli archivi
centrali degli studiosi e quelli periferici degli
studiati posseggano, fra gli altri, decisivi tratti
comuni: la produzione della memoria, il rapporto
riflessivo con il passato, la costruzione
di autorità e autorevolezza, tracce più o
meno profonde che il conflitto socio politico
62
Una veduta del Museo.
produce e dissemina irregolarmente ai margini
dello stato. Si tratta di un fenomeno,
peraltro ben noto e già attentamente esplorato
dalla etnografia più sensibile a cogliere
la profondità storica e la dialettica egemonica
implicita in tali processi politici. È per questi
motivi che l’archivio è entrato a far parte in
maniera determinante dei fenomeni
patrimoniali contemporanei, ponendosi
come il perno, il motore, delle dinamiche sociali
territoriali e delle azioni politico-culturali
a carattere valorizzante (Pizza,
2018:168).
Così i materiali conservati al MINE ci dicono
già che quando essi entrano in archivio
una parte del processo di
patrimonializzazione è lasciata al museo stesso.
Il riconoscimento del ruolo che di esso
si fa compie nei confronti dei materiali una
sorta di “certificazione” di quel patrimonio,
una sua “elevazione” dal contesto. Nel museo
insomma si lascia memoria perché gli si
riconosce ancora il ruolo di custodire la narrazione
di ciò che si era per chi verrà dopo.
Chi ha scelto di donare al centro di documentazione
la propria storia sente ancora
questa esigenza di condivisione collettiva,
questa volontà di rimanere per gli altri e di
essere ricordato. Il materiale raccolto e donato
in forma privata sottolinea ciò che nel
tempo i membri di una comunità hanno ritenuto
importante conservare per rappresentarsi.
Ad un primo processo di
patrimonializzazione e di riconoscimento si
somma quello successivo che viene costruito
proprio dall’agire del museo stesso. Alla
fine ne emerge un quadro nel quale l’aspetto
istituzionale e quello privato si compenetrano
in questo processo generativo capace
di produrre già nuove storie. Il processo di
conservazione e di fruizione dei materiali
dunque muove da queste premesse ma al-
63
l’interno del centro di documentazione si
possono leggere anche i “poteri” in gioco,
ciò che si è prodotto, perché lo si è prodotto
e ancor più perché lo si è voluto conservare.
Partendo da qui si arriva presto a trattare
del secondo tema della riflessione: come utilizzare
i materiali conservati per promuovere
azioni di conoscenza del patrimonio culturale
nel contesto museale. Il primo livello
di lettura muove dalla visita del museo stesso:
il suo allestimento mescola linguaggi, testi,
fotografie, video, oggetti, narrazioni orali
delle storie dei luoghi, delle comunità e degli
oggetti stessi. Si tratta ancora una volta di
una mediazione tra ciò che si è ereditato e
ciò che si vuol mettere in luce in relazione al
contesto odierno: si produce così una storia
nella quale i ruoli cadono necessariamente e
dove i processi di patrimonializzazione si
ibridano mescolando storie di vita, formazioni
culturali e luoghi di provenienza. Di
questi spazi si scattano foto per conservare
i vecchi allestimenti; così anche la costruzione
visivo-narrativa del museo diviene presto
materiale per il centro di documentazione,
nuovo processo di patrimonializzazione
nel quale si evidenziano scelte e percorsi,
documentazione utile nel tempo a rileggere
anche l’idea stessa di museo. Poi ci sono le
azioni più specifiche legate alla fruizione stessa
dei materiali. Se è importante per un museo
oggi analizzare ciò che lega patrimonio originato
e sua musealizzazione, è altrettanto
fondamentale comprendere come poter rimettere
in circolo queste forme patrimoniali,
evidenziare processi e riflettere su questi
continui intrecci e rimandi. Parliamo di storie,
racconti che si sostituiscono all’oggetto;
immagini digitali di oggetti reali; narrazioni
che ci portano a riflettere sul tema dell’esperienza
e dell’evento piuttosto che sulla
materialità oggettuale che ha costituito nel
tempo i musei e gli archivi.
I materiali conservati nel centro di documentazione
di MINE sono divenuti parte del
percorso espositivo ma soprattutto sono stati
posti nel tempo come elementi di fruizione
patrimoniale attraverso pubblicazioni e convegni,
canali social e attività educative. Oggi
è sufficiente esplorare qualche sito web o
qualche piattaforma per rendersi conto che
il patrimonio lo si narra sempre più con diverse
metodologie e con strumenti che di
volta in volta sono reputati i più adatti per
l’occasione. Valdimar Tr. Hafstein sottolinea
come il patrimonio culturale sia esso stesso
strumento educativo e come la sua narrazione
costituisca un dispositivo pedagogico
importante. Partendo proprio da qui è possibile
provare a immaginare i percorsi che si
possono declinare partendo da un archivio.
Nel tempo il MINE ha promosso attività legate
al recupero della memoria, alla conoscenza
del passato come strumento
interpretativo dell’oggi, narrando oralmente
e visivamente i materiali; interagendo con
bambini ma anche con giovani che hanno
provato a dialogare con contesti solo apparentemente
lontani. Ne sono emersi percorsi
interessanti nei quali i materiali conservati
lentamente hanno legato il museo e il territorio,
giovani abitanti e generazioni passate e
dove le storie famigliari si sono condivise oltre
la famiglia, con altri e nella dimensione pubblica.
Sono tutti processi che operano nello
sviluppo di comunità di sentimento
(Appadurai 1996) connesse online per interessi
tematici, per emozioni, per forme di
condivisione e di appartenenza e non di territorio.
Attraverso questi passaggi il materiale
contenuto nel centro di documentazio-
64
ne si attiva, rende possibile l’interazione col
singolo e con la molteplicità; incuriosisce,
educa, porta a interrogarsi ma al tempo stesso
muove nuove forme di
patrimonializzazione che si ibridano, si mescolano
ricreando un tessuto narrativo diverso
ma parte integrante del processo.
Nell’analisi di questo flusso ritroviamo forse
una possibilità di riconnettere ciò che i musei
e gli archivi conservano nel tempo, materiali
e oggetti estrapolati dal loro originario
contesto che ritornano in una dimensione
nuova a dare un senso al vivere di comunità
che esistono oltre il proprio territorio di riferimento.
Bibliografia
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Turner Victor, 2023, Dal rito al teatro, il Mulino,
Bologna.
65
Il “repertorio del mandolinista”, quando
un libro di spartiti racconta anche storie
di Francesco Frank Cusumano
Ho tra le mani un libro di spartiti musicali,
fotocopiato poiché ormai
introvabile e fuori catalogo, speditomi dall’amica
Lisetta assieme al suo invito di provare
a raccontarci qualcosa, o meglio, a cercare
di capire se è il libro stesso a poterci
raccontare qualcosa, oltre alle note musicali
che esso contiene.
Il libro in questione si chiama “Repertorio
del mandolinista. 4 Volumi di 25 Composizioni
per Mandolino (o violino) solo” pubblicato
dalla gloriosa casa editrice fiorentina
Forlivesi nell’anno 1903, e venduto per “netti
franchi 2”. Le fotocopie in mio possesso,
che raccolgono per intero il primo volume
più qualche estratto dagli altri tre, presentano
sulla copertina diverse scritte di penna
biro riportanti il nome “Casini”: questo perché
come mi ha spiegato Lisetta erano appartenute
al M° Gian Marcello Casini,
violista dell’orchestra del Maggio Musicale
e valente insegnante di mandolino.
Intanto, per chi non ha dimestichezza con
gli strumenti musicali, è doveroso
puntualizzare che il titolo con il violino tra
parentesi è dovuto al fatto che mandolino e
violino posseggono non solo la stessa chiave,
ma anche la stessa accordatura, cosa
che rende possibile l’esecuzione dello spartito
sia con l’uno che con l’altro strumento.
Ma veniamo al contenuto del volume: la pubblicazione
risale al periodo che corrisponde
alla parte finale di quella che fu chiamata in
tutta Italia “l’epoca d’oro del mandolino”
iniziata nella seconda metà dell’Ottocento,
in cui una febbrile moda colse in maniera
trasversale tutta la popolazione, dai salotti
della nobiltà alla musica popolare. In quel
periodo storico si narra che Firenze poteva
quasi contendere a Napoli il titolo di capitale
del mandolino, proprio perché in città vi
fu un’esplosione di circoli mandolinistici e di
orchestre a plettro, sia di musica colta che
di repertori da ballo e da sala, ed è proprio
da quest’ultima tipologia che questo libro è
costituito. Questo genere di composizioni,
come la maggior parte in questa raccolta
musicalmente si compone di solito di un tema
principale “A” che si alterna con un altro tema
“B” e si conclude con una terza parte chiamata
“trio” o “coda” molto spesso scritto in
un’altra tonalità rispetto agli altri due; spes-
66
Composizioni per mandolino in una rara ed
antica pubblicazione edita da Forlivesi.
so, finito il trio, c’è l’indicazione di ricominciare
a suonare il tutto dall’inizio, a discrezione
degli esecutori e a seconda della situazione
danzereccia del caso.
Uno dei maggiori responsabili della moda
del mandolino a Firenze fu proprio il fondatore
della casa editrice Forlivesi, il faentino
Giuseppe Bellenghi (1847-1902),
mandolinista e compositore che si era stabilito
a Firenze in via degli Archibusieri, e che
con l’apertura della suddetta nel 1882 iniziò
una copiosa produzione di partiture per
mandolino, molte delle quali composte proprio
da lui, alcune con il suo vero nome e
altre con lo pseudonimo “G.B. Pirani”.
Il volume in questione contiene per l’appunto
musiche firmate “G. Bellenghi” come
il piccolo valzer “Improvvisato” e lo
scottisch “Dancing”, e altre firmate “G.B.
Pirani” come le mazurke “Emma” e “Olga”,
il valzer brillante “Lillie” e la polka-marcia
“Lalla”. Anche gli altri autori contenuti sono
riportati solo con il cognome e l’iniziale puntata
del nome, e sono: G. Bimboni, P. Brani,
G. Buonamici, O. Carlini, A. Cecchi, L.
Cerasoli, P. Gagna, O. Gamberai, A.
Guigou, A. Manni, F. Mantini, U. Panerai,
F. Paron, L. Pecollo, A. Pisani, E. Ricci,
Riccioni, J. Rosas, C. Savioni, V. Sava, G.
Tarditi e L. Vangi. Mi salta subito all’occhio
che tra quelli che mi sono noti, tanti di loro
furono maestri di banda, e quindi è probabile
che in origine le composizioni fossero
scritte per essere eseguite ensemble filarmonici,
e che sia stato il Bellenghi stesso ad
operare delle riduzioni per mandolino. Non
è facile risalire alla provenienza geografica
e alla biografia di ognuno di questi compositori,
ma alcuni di loro facevano già parte
del mio bagaglio di conoscenze acquisite
nel corso delle mie ricerche, poiché molti
sono toscani e quindi mia materia di studio,
di conseguenza posso raccontarvi
qualcosa di più:
G. Bimboni (a causa della “G” puntata
non sappiamo se si tratti di Gioacchino o
del fratello Giovanni), presente nel volume
con la “Polka scherzosa” fa parte di una famiglia
di musicisti di Firenze molto importante,
la quale comprendeva compositori,
direttori d’orchestra e di banda perfino inventori
di strumenti musicali, anche se la prevalenza
in famiglia era sullo studio e la pratica
di strumenti a fiato
Giuseppe Buonamici (Firenze 1846 -
1914), incluso nel libro con la mazurka
“Gina” e con il valzer “Angelo biondo”, fu
un importante compositore, pianista e
musicologo, fondatore dapprima del Trio
Fiorentino (col violoncellista Jefte Sbolci e
con il violista Luigi Chiostri) e poi del Quar-
67
68
Giuseppe Buonamici, fra i più noti compositori
per mandolino.
tetto Fiorentino, e membro onorario della
London Philarmonic Orchestra;
Oreste Carlini (San Casciano, 1827 –
Livorno, 1902), cavaliere, fu direttore della
Banda di San Casciano Val di Pesa, che
oggi porta il suo nome; compositore di marce,
ballate, fantasie, inni e persino opere teatrali
e operette; nella raccolta di cui stiamo
parlando c’è un suo “Valzer-serenata”;
A. Cecchi potrebbe essere, con molte
riserve, Antonio Cecchi, il condirettore (assieme
al fratello Lionello) della Nuova Filarmonica
Empolese, figlio del maestro Giuseppe
Cecchi, ma questa ipotesi va presa
quasi come un “tirare a indovinare”...
Pietro Gagna (1869-1932) fu maestro
clarinettista e compositore di musica per
banda, e pubblicava con l’editore fiorentino
Lapini. Sua la polka brillante “Una partita a
chiacchiera”, premiata alla gara musicale indetta
dalla casa editrice nel 1897, mentre
Il Maestro Oreste Carlini.
dell’anno prima è la sinfonia “Vita alpestre”.
Dal 1928 al 1932 fu maestro del Corpo
Musicale “G. Verdi” di Serravalle Pistoiese.
Nella raccolta oggetto del nostro dossier
sono presenti il valzer “Aline la gracieuse” e
la polka brillante “La mammoletta”.
Alfredo Manni era il figlio dell’editore
musicale Manno Manni, la cui casa editrice
fallì nel 1929 e fu inglobata dalla Maurri (il
cui catalogo era composto per un quarto da
partiture per musiche da ballo); autore di un
metodo per chitarra e di molte arie
folkloristiche per mandolino, come il valzer
ballabile dedicato alla torre di Palazzo Vecchio
(“Arnolfo”), che oggi è inclusa nel repertorio
dell’orchestrina popolare a plettro
di musica fiorentina “La Nuova Pippolese”.
E’ presente nel volume con il galop “Arrivi e
partenze” e con il valzer “Le prèmiere
amour”.
Federico Mantini è autore della polka
69
Forlivesi già nell’ultimo decennio
dell’800, poi inclusa
nel nostro libro.
Giovanni Tarditi, talvolta
“Giovane Tarditi”
(Aqui Terme, 1857 –
Roma, 1935) fu un compositore
e direttore d’orchestra.
Di origine piemontese,
studiò composizione a Firenze
con Teodulo Mabellini
e fu poi direttore delle orchestre
militari del 12°, 37°, 78°
Cartolina viaggiata con il valzer d A. Manni.
“Follia” (il cui spartito è incluso nel libro), e 80° Reggimento di Fanteria, che sotto la
la quale vanta ben due incisioni: quella dell’Orchestra
a Plettro Ottocento Toscano Europa e anche negli Stati Uniti. Scrisse
sua guida divennero molto popolari in tutta
guidata da Luca Marco Nistri (non a caso circa 400 composizioni (quasi tutte per banda),
19 operette, e anche diverse compo-
allievo di Gian Marcello Casini, proprietario
del volume) con Alessandro Casini alle sizioni per ensemble di mandolini, come la
nacchere e presente nel CD antologico della mazurka “Sorriso d’amore” (qui inclusa),
Pegasus appunto intitolato “Nacchere “Danza orientale”, “Franco-Italiana”, “Incantesimo”
(mazurka), “Minuetto
Toscane”, e quella di Lisetta Luchini nella
musicassetta “Canta Lisetta” (poi confluita Mirafiori”, “Serenata alla Luna”, “Sorriso
nel doppio CD “Toscana in musica” - affascinante” (mazurka).
Pegasus), sempre con Nistri al mandolino. Luigi Vangi, fiorentino, fu un
Mantini ha composto numerosissime marce,
polke e valzer, tra cui mi piace ricorda-
mandolino: valzer (come “Amicizia”, “Fre-
prolificissimo autore di strumentali per
re lo struggente “Ricordo di Fiesole”. nesie”, “Festa nuziale”, “Trianon”, “Turbine”,
“Umorismo”, “Occhi assassini”), polke
Agostino Pisani nell’anno 1900 fu autore
del Manuale Teorico Pratico per lo studio
della chitarra, che oltre a trattare il lato Fiorenzuola”, “Isolina”, “Babau”, “Come
(“Briosa”, “Allegria”, “Una gita a
didattico comprendeva anche la storia illustrata
della chitarra, l’aspetto strutturale ta di collo”), marce (“Vallombrosa”,
si ride”, “Strada facendo”), galop (“A rot-
degli strumenti a corda pizzicata, una ampia
bibliografia delle opere per chitarra e (“Adele”, “Cronaca cittadina”, “Frugolina”,
“Baratieri”, “Sangue italiano”) e mazurke
addirittura l’elenco delle fabbriche di tutta “Sui colli di Fiesole”, “Indiana”, “Seduzione”,
“La Nona”); il suo valzer “Il grillo del-
Italia. Il manuale sarà negli anni ristampato
molte volte. Di Pisani è presente nel volume
la polka “Adelina”.
lo, è ormai uno dei classici del repertorio
l’Ascensione” dedicato alla Festa del Gril-
Ettore Ricci (1854-1901) aveva già de La Nuova Pippolese. La raccolta esaminata
comprende ben tre brani di pubblicato la marcia “Altomira” con
Vangi,
70
le mazurke “Non divorziamo!”,
“La violetta”
e “Fior di primavera”.
Una menzione speciale
per un autore
presente nel libro che
sicuramente non rientra
nella rosa dei toscani,
in quanto era
addirittura messicano:
Juventino Rosas
(1868-1894), nato a
Santa Cruz, comune
che poi sarà intitolato
Cartolina viaggiata con lo spartito de “Il grillo dell’Ascensione” di L.
Vangi.
a lui. Compositore e violinista, è ricordato
per la sua più celebre composizione, il valzer
spagnolo “Sobre las olas”, che il
Bellenghi ha ridotto per mandolino e inserito
nel volume con il titolo tradotto in italiano,
“Sopra le onde”.
Con i mezzi a mia disposizione sono riuscito
a raccontare solo una piccola parte delle
storie di vite dei musicisti contenuti in questa
preziosa raccolta, ma già solo così sono
fiorite tante immagini, sensazioni e curiosità
che spero di aver acceso anche in voi lettori.
Quello che però va messo in risalto grazie
a questa ricerca è più che altro il contenuto
musicale, che per ovvi motivi non posso
farvi qui ascoltare, ma che vi assicuro è
uno scrigno ricolmo di piccoli tesori, appoggiato
in bilico sull’orlo del precipizio dell’oblio,
almeno fino a quando, di tanto in tanto,
qualche curioso musicista non decide di
raccoglierlo, di aprirlo e di far rivivere per
qualche minuto questa o quella melodia altrimenti
dimenticata per sempre.
71
A colloquio con Valeria Vitti e Rita
Serafini, due grandi attrici fiorentine
di Alessandro Bencistà e Lisetta Luchini
Il 14 novembre 2023 a Sesto F.no in casa
di Rita Serafini la redazione di Toscana
Folk incontra le attrici Valeria Vitti e
Rita Serafini. Queste due attrici rappresentano
oggi “il meglio” del panorama
attoriale fiorentino per esperienza, competenza
e carisma e sebbene con personalità
e modi diversi, possono essere definite
entrambe, senza tema di smentita,
“Grandi Attrici”. Il loro lavoro è stato e
sarà sempre più punto di riferimento per
le nuove generazioni. Rita e Valeria sono
attualmente in compagnia con Namastè
Teatro di Firenze, direttore Stefano Tamburini.
Int. Quali sono stati i vostri esordi sulle
scene? Cominciamo da Valeria.
Val. I miei esordi sono stati a nove anni
alle Cure dove abitavo e dove abitava anche
il Nannini (Giovanni l’attore) difatti con
lui ci siamo conosciuti da sempre. All’epoca
fecero una specie di “master” fra ragazzi per
fare una commedia musicale, La Cenerentola
e fui presa; si debuttò al Teatro
Metastasio di Prato, con questa operetta
quando avevo appunto nove anni. C’è una
lettera di mio padre a testimonianza che scrive
alla sua sorella dove le dice che “Valeria
si è data all’arte”. In ogni modo avevo già
mia zia che faceva teatro, sicché ero già
incanalata in quel ramo lì. In verità potevo
scegliere perché mia madre era una grande
sportiva, ottocentista primatista italiana e
finalista alle olimpiadi di Amsterdam del
1928, ha tenuto il primato fino agli anni 60,
lei voleva istradarmi per fare sport ma io ho
optato per la parte della mia zia e ho fatto
teatro. Questi gli esordi.
Int. Passiamo ora la parola a Rita.
Rita. Come esordio posso dire che ho
incominciato a fare teatro in Parrocchia a
otto o nove anni, a S. Salvatore in Ognissanti
a Firenze. Mi avevano dato da fare un
monologo che non avevo studiato, ma ricordandomi
in che cosa consisteva lo inventai
di sana pianta dall’inizio alla fine con la
mia maestra di teatro che era lì terrorizzata
e pensava: “ora questa chissà icché la
dice…” ma andò benissimo fra l’altro…
Perché io ero una specie di Giano bifronte,
molto timida in certe circostanze e assolutamente
disinvolta in altre.
72
In quarta o quinta elementare, non ricordo
bene, venne a scuola Tea de Seras, la
direttrice dell’Accademia dei Piccoli, la quale
era amica della mia insegnante delle elementari
e cercava bambini per la scuola di teatro
allora la maestra consigliò la mia mamma
di mandarmi, proprio per vincere la timidezza…
e fu così che andai all’Accademia
e scoppiò la mia passione per il teatro. I
testi delle recite che facevamo erano di Sergio
Tofano quello del Corriere dei Piccoli,
c’era anche un testo su Arlecchino ed io facevo
Colombina. Era una scuola importante,
una specie di accademia d’arte drammatica
per bambini. Solo che una volta alle medie
mio padre non volle che continuassi...
Int: Rita, tu sei nata in via Palazzuolo
a Firenze vero?
Rita. Io sono nata a Pistoia, dove i miei
genitori erano sfollati durante la guerra, perché
abitavano vicino alla Stazione di Firenze
e col pericolo dei bombardamenti ci trasferimmo
tutti a Pistoia. Il mio babbo faceva
il pendolare, prendeva il treno tutte le mattine
per venire a Firenze e tornava la sera e
denunciò la mia nascita a Pistoia, ma la residenza
era Firenze, in via Palazzuolo…. Con
il teatro sono arrivata a dodici anni perché
mio padre mi fece smettere, assolutamente,
disse: “tu hai da studiare…”
Val. Io invece non ho mai smesso anche
da bambina quando c’era bisogno di un
maschietto, ci si metteva un cappellino e via,
questo succedeva nella compagnia Certini
dove c’era anche la mia zia, Maria Andreoni
che recitava. Era la caratterista della compagnia.
Int. Valeria in casa tua erano favorevoli
al fatto che tu facessi teatro a differenza
di Rita?
Val. La mia mamma era uno spirito libero
poi aveva la sorella che recitava quindi ho
sempre continuato, ho interrotto soltanto un
paio d’anni quando sono andata in rivista
per andare al rock acrobatico, ma senza lasciare
il teatro, poi son tornata e ho ricominciato.
Int. Arriviamo ora a parlare dell’età
adulta, quali erano le compagnie di allora?
Val. Io l’ho girate tutte e quattro, sono
stata col Nannini, poi con la Pasquini, con la
Dory Cei e con Ghigo Masino.
Int. Rita, quando hai rincominciato a
recitare?
Rita. Io ho ricominciato sui quarant’ anni,
(al dopolavoro ferroviario) facevamo dei
corsi di letteratura e un anno con Patrizia
Creati si decise di fare la letteratura teatrale
cioè i testi teatrali. Lei portò con sé per farceli
sentire, l’attore Umberto Balli e fu veramente
un’esperienza interessante; Umberto
conosceva bene Bob Marchese e Fiorenza
Brogi due bravissimi attori del gruppo della
Rocca. Allora siccome Fiorenza in quel periodo
aveva casa a Firenze in piazza Santa
Croce, con Bob dissero che ogni qualvolta
fossero stati in città ci avrebbero fatto un
corso di Teatro e fu così che nacque questo
famoso corso, dove del resto ci siamo anche
conosciute con Lisetta, che si è ripetuto
per diversi anni e sempre finalizzato ad allestire
uno spettacolo.
Int. Allora dopo questo corso con chi
sei entrata in compagnia?
Rita. Abbiamo formato un gruppo nostro
GRUPPO LABORATORIO TEATRO e il
Dopolavoro ferroviario che cercava un
gruppo teatrale stabile al suo interno ed aveva
anche già fatto delle prove con altri, ci accolse
a braccia aperte, ci diede il saloncino
di via Alamanni che era già attrezzato per
73
Valeria Vitti.
spettacoli, non solo ci finanziavano ma addirittura
ci misero i tappeti rossi… Abbiamo
recitato addirittura anche nella sala Presidenziale
della Stazione di SMN, quella lungo
il binario 16, una sala bellissima, con tutta
una parete a mosaico stile liberty. Col
Gruppo Laboratorio Teatro abbiamo lavorato
anche con altri registi, oltre che con
Marchese e la Brogi, essi stessi insistevano
che lavorassimo con più registi possibile, da
ognuno di loro avete da imparare qualcosa
dicevano. Personalmente ho lavorato con
Alessio Pizzech, Alberto Gagnarli, Francesco
Tei (Le serve di Genet), … Con
Umberto Balli abbiamo fatto molte cose,
tutte interessanti poi abbiamo lavorato
anche con Marco Zannoni,
Alessandro Riccio, che faceva parte
del Gruppo etc ... Fermiamoci
qui.
Int. Arriviamo alla collaborazione
con Beppe Ghiglioni, poi
Namastè Teatro. Tu Valeria con
Beppe hai lavorato?
Val. Io sì, l’ho fatto cominciare io
a recitare Beppe! Lui aveva questa
Compagnia e poiché in quel periodo
ero libera dagli impegni con Il
Nannini con il quale lavoravo in
pianta stabile, mi chiese di recitare
con lui e cosi fu. Quando poi fui
costretta a smettere per impegni precedentemente
presi, fu allora che
entrò la Rita ma con Beppe ho fatto
tante cose anch’io.
Int. Certo, hai detto che non hai
mai smesso, fin da bambina, hai
fatto tutte le compagnie quindi
prima di entrare con Ghiglioni eri
con il Nannini?
Val. Si e poi ho portato il Nannini
nella Namastè, perché lui era giù di corda
dopo la morte della figlia, quindi andavo
sempre a fargli visita lì al barrettino dove
andava, glielo chiesi, “scusa ma ti piacerebbe…?”
- “Eh si’…” ne parlai in Compagnia
e lui accettò.
Int. Mi ricordo che si faceva La veglia
sull’aia... Adesso vogliamo parlare
dei cambiamenti del teatro d’oggi rispetto
a quello del passato?
Val. Ma prima si faceva di tutto, si cambiava
anche tre commedie la settimana, le
ho tutte in mente. Infatti facevamo anche delle
sostituzioni veloci, quando succedeva che
mancava qualcuno nella compagnia s’era tre
74
che si faceva le sostituzioni di corsa,
ci si sapeva destreggiare; c’era il
Ghiglioni, Manuelita Baylon ed io. La
scuola Certini era una fra le migliori
scuole del mondo per queste cose.
Manuelita l’ho conosciuta proprio
nella compagnia Certini, poi l’ho ritrovata
in altre situazioni, eravamo
molto amiche. Nella vecchia scuola
in qualsiasi maniera qualcosa si rimedia.
Nel periodo in cui siamo state
col Paolo Biribò c’era Manuelita con
me a fare Le sorelle Materassi nella
versione di Oreste Pelagatti che fu
un grande successo già dalla prima
al Teatro Puccini.
Int. La versione di Wanda
Pasquini fu fatta prima di questa?
Val. No, la prima fu quella del
Pelagatti, l’unica autorizzata. In quella
della Wanda la Manuelita faceva la
parte della maestra di Remo il nipote,
che fu interpretato da Fabio Rubino.
Int. Nella vostra (tua e della
Rita) ultima messinscena delle
Sorelle Materassi (versione di Ugo
Chiti) ripresa in apertura la scorsa stagione
2022/23 al Teatro de Le Laudi di
Firenze con la Compagnia Stabile
Namastè, Remo viene fatto da Riccardo
Scotto che bene interpreta questo complesso
personaggio. L’altra commedia
che vi vede felicemente insieme è Arsenico
e vecchi merletti di Joseph
Kesselring con la quale invece avete
aperto l’attuale stagione 2023/2024 sempre
al Teatro De Le Laudi di Firenze?
Val. Si, esatto, poi insieme abbiamo fatto
anche Allegretto perbene ma non troppo
sempre di Ugo Chiti, da cui fu tratto il film
Rita Serafini
Albergo Roma. Ugo Chiti ha cominciato
anche lui come attore, recitava con la Dori
Cei.
Int. Insomma due grandi attrici nella
stessa compagnia!... comunque le vostre
Sorelle Materassi sono strepitose! Siete
insieme anche nella Veglia sull’aia,
che verrà riproposta in aprile 2024. Racconta
un po’ Rita che ne sei la regista,
la genesi di questo spettacolo.
Rita. Eravamo alla ricerca di un testo nuovo
da fare per un altro spettacolo e c’era
questo di Beppe [Ghiglioni] che si chiamava
La veglia sull’aia, ai tempi è stato fatto anche
a Brodway, Beppe, faceva il vecchio.
75
Int.Tornando a noi Rita visto che nella
Veglia tu reciti in fiorentino, quando
hai cominciato col vernacolo?
Rita. Io ho cominciato a fare vernacolo,
per Beppe, perché non avevo mai fatto vernacolo,
l’ho conosciuto a Figline Valdarno
al Teatro Garibaldi perché Alberto Gagnarli
faceva una serie di letture per le scuole, facemmo
33 incontri sul teatro di Brecht; era
organizzato dallo stabile di Firenze. Mi ci
portò Francesco Tei, c’era Paolo
Santangelo, Lorenzo degli Innocenti e la
Laura Boccacci che ha fatto L’Accademia
a Roma e ora ha preso il nome d’arte di
Laura Forte…. I suoi testi girano per il mondo.
Ci siamo divertiti da matti per quattro
mesi piuttosto impegnativi. Alla fine fu fatto
Le nozze dei piccoli borghesi di Brecht,
sempre al teatro Garibaldi. Del gruppo che
aveva fatto le lezioni presero solo me e così
conobbi Beppe Ghiglioni perché faceva il
babbo della sposa, io facevo la mamma dello
sposo, e poi c’erano altri ragazzi, oltre gli
sposi. Avevano fatto i provini in tutta Italia,
c’erano giovani che venivano da Venezia,
dalla Sardegna, da Roma e facevano la fame
perché il rimborso spese era minimo; avevano
fatto tutti l’Accademia d’arte drammatica…
Val. Su i provini ci sarebbe tanto da dire...
Quando si fece Firenze capitale della cultura,
questa regista di Siena, faceva i provini
agli aspiranti attori, io ero insieme alla Gianna
Sammarco… ci dovrei avere ancora il manifesto,
poi si fece anche La metamorfosi
di Kafka. Noi s’era già fatto i provini ed
avevamo la parte ma veniva a fare i provini
appunto della gente piena di prosopopea,
io ho fatto questo, io ho fatto quello… Io e
la Gianna Sammarco s’era allucinate.
Rita. A proposito di provini e arroganza,
ai provini per la famosa commedia
“innominabile” (perché porta male...) quello
che doveva fare Nardino aveva la pretesa
di essere Fred Mercury, cantava bene ma
nella recitazione succedeva che lo correggessi
spesso allora mi disse, “Io ho fatto
anche Shakespeare”. A quel punto non ne
potevo più, e allora feci: “Tu avrai fatto anche
Shakespeare, ma sicuramente tu l’hai
fatto male”.
Val. Ah, ah, ah! Una volta la Tiziana Lari
disse a Pier Luigi Catocci: “Sa, si fa gli Spettri
di Ibsen...” E lui: “Beh! O icché vu vi
mettete, un lenzuolo in capo?” Ah, ah, ah!
Rita. E lì conobbi Beppe, capito? E scoppiò
una grande amicizia perché Beppe era
una persona gradevolissima, inviti a cena,
cosi...e siamo andati avanti un paio d’anni.
Lui da giovane era anche un ragazzo bellissimo
e nel teatro, si sa, il fisico, la presenza
contano e parecchio. Tutte le volte mi diceva,
vieni a fare uno spettacolo con me, ma si
lavorava tanto col Gruppo Laboratorio Teatro,
s’andava in giro a fare anche i concorsi.
“Una volta mi disse, sono nella merda, se
mi dici di no non sei un’amica”; per l’appunto
potevo, sicché andai e da lì… e mi
mandò da Bruno Betti (il marito della Dory
Cei e un attore molto bravo) a imparare a
recitare in vernacolo.
Int. Valeria allora raccontaci di Beppe.
Val. Beppe ho cominciato a farlo recitare
io, lo mandai io dalla compagnia Certini,
perché veniva sempre a casa mia con i dischi,
eravamo entrambi appassionati di musica,
io avevo il figlio piccino di due anni, mi
fece anche la corte, poi dopo diceva a tutti:
“Questa stronza m’ha riso ni’ muso!” Ah,
ah, ah ...Ci correva anche undici anni. Parlando
di teatro lui mi disse che gli sarebbe
tanto piaciuto farlo… allora ho detto “guar-
76
Le due attrici ne Le sorelle Materassi nella versione di Ugo Chiti. Compagnia teatrale Namasté.
da come si fa” e telefonai alla compagnia
Certini. Loro come Beppe gl’arrivò, lo misero
subito in scena, facevano I’ cucco della
mamma, una vecchia commedia della
Pierazzuoli siccome c’è questo matrimonio
dove uno dice una poesia per gli sposi, gliela
fecero dire a lui; “Ho bell’e cominciato” mi
disse tutto contento. Era anche un bel ragazzo.
Infatti quando incominciò a fare i ruoli da
vecchio lui era troppo bello, nonostante il trucco
c’era il portamento, la baldanza. Dopo di
che lui continuò mentre io ero in un’altra compagnia.
Quando venne La Veglia sull’aia,
tutto questo assembramento di cose, mi capitò
di fare questa La fattoressa un monologo
che io facevo già a dodici anni, fra un atto
e un altro tante volte mi truccavano, mi mettevano
un fazzoletto in testa e mi mandavano
fuori per intrattenere il pubblico. Oggi ormai
da quanto l’ho fatta, tante volte vo anche oltre,
la so tutta, è un pezzo anche lungo e tutte
le volte mi vien diverso.
Rit. È bellissimo questo monologo, nel
copione della Veglia sull’aia difatti non c’è
nemmeno, tanto Valeria lo sa a memoria.
Val. La veglia sull’aia è stata fatta all’origine
da Alfredo Bianchini, (con il suo famoso
disco 33 giri RCA A Veglia in Toscana)
poi ognuno c’ha lavorato sopra con
aggiunte, tagli, etc.…
Rita. Ho tolto prima di tutto il personaggio
del nonno, poi c’ho rimesso il Nannini
che ha portato il suo di bagaglio, cioè la cantante
lirica con La Traviata, Memo, il
Castagnaccio da L’Ironia e il coraggio di
Vinicio Gioli, etc...
Int. Parliamo anche del monologo La
perpetua di Gina Pagani, fatto da te Rita
nella Veglia.
Rita. È un monologo fantastico cavallo di
battaglia di una delle più grandi attrici fiorentine,
Gina Pagani, inizio 900, pieno di sfumature
succulente che denuncia già l’ipocrisia
di certi ambienti moralistici e benpensanti.
77
Rita Serafini che interpreta la perpetua ne La veglia sull’aia.
Val. Questo era già nel copione di Beppe
della prima versione della Veglia sull’aia,
lo faceva la Gianna Sammarco ora lo fa Rita
ed ottiene sempre un grande successo di
pubblico.
Int. Parlando della recitazione in vernacolo
rispetto alla recitazione in lingua,
intorno agli anni Venti e Trenta Firenze
era il centro del vernacolo, i testi delle
commedie fiorentine sono stati tradotti
in lingua e in altri dialetti, in genovese
da Cesco Baseggio, in napoletano da
Eduardo De Filippo; anche L’acqua cheta
di Novelli, la Famiglia di Carbocci
che dà lo spunto a Eduardo per la sua
Filumena Marturano. Diminuire il valore
culturale del vernacolo lo abbiamo
fatto solo a Firenze, vai a toccare il dialetto
a Napoli. Tutto nasce dal fatto di
non avere un vero dialetto in Toscana
ma Tullio De Mauro lo diceva: “Macché
vernacolo, questo è dialetto”
Val. Il fatto è che c’è stato un periodo,
soprattutto negli ultimi decenni del Novecento
in cui il vernacolo è stato sciupato,
trasformato in macchiette da osteria, si pensi
alle riduzioni de La fattoressa interpretate
da Luciano Ciaranfi, oppure a certe interpretazioni
di Ghigo Masino, che era anche
bravo finché è stato con la Dory con la
quale ha fatto sempre delle cose belle. Lui
ha visto che il pubblico ci stava con certe
situazioni boccaccesche così si riempivano i
teatri.
Rita. Per questo non volevo fare il vernacolo,
perché aveva questa fama di
pecoreccio. Ma quando ho visto per la prima
volta Il gatto in cantina, di cui da bambina
vedevo sempre le locandine nei negozi
e mi chiedevo chissà come è questo spettacolo,
ho cambiato idea. Poi quando ho incominciato
a recitare in vernacolo credo che
mi abbia molto arricchita come anche Paolo
Santangelo che mi conosceva bene, mi fece
78
notare perché avevo acquisito più naturalezza…
Val. Certo anche la Manuelita che faceva
una scuola di Teatro insieme a Remo Masini
il marito, al Teatro di Cestello, faceva fare
prima il fiorentino, per la naturalezza e poi
quello in lingua. Anche alla Pergola dai grandi
attori si sente talvolta qualche accento regionale
ma questo non toglie nulla alla recitazione.
Anche Mastroianni diceva “il
zinema…” ma restava sempre Mastroianni.
Bisogna dire che però noi a Firenze non si
sbaglia neanche un accento.
Int. Andiamo avanti, con la vostra storia,
qualche aneddoto, curiosità? …
Val. Come le leticate che spesso
avvenivano…Volavano copioni, stracci…
Oppure sentite questa: Beppe, una volta in
scena mi dette un ceffone così forte che mi
rintronò tutto l’orecchio, mi doveva dare solo
uno schiaffo… Lo fece proprio a bischero,
e come mi dette il ceffone io, Tà! Gliene detti
un altro… e mi continuò a fischiare un orecchio
per un be’ po’. Lui rimase, non se
l’aspettava. Invece il Betti, il marito della
Dory Cei, in quinta per farci uscire ci dava
certi cazzotti… quando si faceva L’acqua
cheta mi diceva: “Vai, ritorna a fattelo pagare
i’ gelato!”. Lui faceva l’Ulisse e io la
Rosa, e tutte le volte, “Dai! ritorna a fatti
pagare i’ gelato”, e c’avevo un livido così, a
me mi vengan subito, ‘un so icché gli prendeva.
Int. A subire proprio non ti ci vedo Valeria.
Val. E lo credo! Questo invece mi successe
col Picchianti; si faceva L’agonia di
Schizzo. Siamo tutti in scena, il figliolo deve
entrare, io facevo la figliola, la Sammarco la
mamma; chiesi “Icché gliè successo?”, e lui
che si era dimenticato la parte: “Nulla”. La
Gardenti “Come nulla?” gl’era venuto un
vuoto di memoria. C’aveva una faccia…
“Qualcosa doveva essere successo” la disse
Sammarco, il panico completo. Un’altra
volta doveva far intervenire i’ Nannini; s’era
io e la Silvia Bigazzi, cominciai a soggettare
e vedevo i’ Nannini lì, col copione in mano,
fermo e unn’entrava; a un certo punto gli
dissi: Entri o non entri? E lui: Te l’avevo detto
che ‘un toccava a me. Ma io l’avevo detto
piano, lui no, aspettava la battuta… era
un poco che s’era detta.
Rita. E ne La veglia sull’aia, al Museo
del contadino di Sesto? Quando il Nannini
era per entrare e chiese a Stafano Acciarino:
“Icché si fa stasera?”
Int. Si farebbe notte con questi aneddoti.
Andando avanti, parliamo un attimo
delle vostre esperienze nel Cinema
che Valeria fa regolarmente credo, da
quando?
Val. Fu proprio Monicelli che me lo chiese,
la prima volta fu in Amici miei, facevo
una puttana…per un periodo non ho fatto
altro. Poi son passata di categoria e facevo
la maitresse. Dopo ho fatto diverse cose
anche in televisione, Don Matteo in un episodio
insieme a Forconi, poi anche un personaggio
nei Delitti del Bar Lume, poi in
Rai tre in Un posto al sole, poi ho fatto
cinema con Leonardo Pieraccioni nel Il principe
e il pirata, Ti amo in tutte le lingue
del mondo, … Turbo, ti ricordi? quello col
cane, c’era Massimo Perla, che dirige tutti i
cani che “recitano” nel cinema… il suo lo
mise subito dentro la roulotte e mi dava tutte
le linguate. Lui li mette via per non farli
corrompere, sennò dopo ‘un gli danno più
retta. ...
Int. Te Rita hai avuta qualche esperienza
nel cinema e televisione?
Rita. Si qualcuna anch’io. Ho fatto una
fiction legata al Sole 24 ore … poi ho fatto
79
alcuni video pubblicitari, e alcune partecipazioni
a fiction e programmi Mediaset.
Val. Anch’io ne ho fatte di pubblicità per la
Vodafone sul nuovo telefono, ero una
testimonial, mi fecero anche un provino… Oggi
ormai i provini si fanno in casa da soli, li chiamano
videotape... ma icché vogliano? Questo
me lo feci da sola, quello per fare la moribonda
che racconta della su’ vita per la serie televisiva
Un posto al sole e poi andai a girare a
Napoli, alla Rai.
Int. Certo Un posto al sole, una serie
molto seguita che si gira da quanti anni?
Val. 27 anni, l’autista che mi venne a prendere
alla stazione andava in pensione e lo aveva
fatto tutti gli anni. Accanto c’era anche lo studio
di Chi l’ha visto? Tutto girato a Napoli, qui alla
RAI di Firenze ormai non fanno più nulla.
Int. Tutte le commedie che facevano
alla RAI di Firenze e tutta la musica dal
vivo con orchestre intere e cantanti,
Narciso Parigi lo raccontava, si alzavano
la mattina molto presto per far assestare
la voce in tempo per la registrazione
in diretta poche ore dopo.
Val. C’era il Grillo canterino con la
Pasquini che faceva la Sora Alvara,
Corrado De Cristofano Gano i’ duro di San
Frediano, Gianfranco D’Onofrio che scriveva
i testi, Bibi Faller e Maria Grazia Fei
che cantavano ecc…
Int. Sembra che il materiale del Grillo
Canterino sia andato tutto perduto, dicevano
a causa dell’alluvione, ma in realtà
sembra che registrassero sopra le
videocassette e non rimane quasi nulla;
quando la Rai di Firenze fece il CD (mille
copie) fu Carlo Dalla, instancabile produttore
di musica popolare nonché bravo
cantante ad offrire le registrazioni
conservate nel suo Archivio. Ma questo
è un altro discorso…
Grazie a Rita, Grazie a Valeria, a tutte
e due buon proseguimento sulle tavole
del palcoscenico!
80
La Casa Museo di Monticello Amiata
di Franco Cherubini
Il paese di Monticello sorge a 735 m di
altezza in uno degli ultimi colli che
dall’Amiata occidentale degradano verso la
Maremma.
Le sue origini risalgono all’Alto Medioevo
quando su quel colle che spazia su ampi
panorami dall’Amiata alla val d’Orcia, sino
al mare esisteva un piccolo nucleo abitato
dove era presente un Castaldo, probabilmente
il nucleo abitato consisteva in una specie
di roccaforte dalla quale era possibile
controllare gli ampi spazi prima descritti.
Nel 1240, in seguito ad un incendio che
distrusse il poco distante castello di
Montepinzuto, i monaci cistercensi dell’Abbazia
di San Salvatore nel monte Amiata,
signori di quelle terre, autorizzarono gli abitanti
di Montepinzuto a costruire un nuovo
castello nel colle adiacente denominato
Monticello.
Il paese fu costruito su un disegno ben preciso
del quale ancora oggi ne conserva le
caratteristiche. Pianta ellittica contornata da
mura con cinque torri di guardia e due porte,
una a sud ed una a nord, collegate tra
loro da una via centrale e altre vie concentriche
laterali collegate tra loro da traverse
perpendicolari denominate “chiassi”; nello
spazio tra le varie vie vennero costruite le
case la chiesa e gli edifici pubblici,
Nel palazzo che un tempo ospitava il comune
e il tribunale di Monticello, nel 1986
in occasione dell’annuale “Festa della castagna”
fu individuata un’abitazione rimasta
integra per secoli che il proprietario concesse
per allestire un’esposizione temporanea di
oggetti legati alla manutenzione dei castagneti
ed alla raccolta e trasformazione della castagna.
Da qui l’idea di destinare quei locali
ad una Casa Museo. Il proprietario dei fondi
si rese disponibile a concedere in affitto i
locali all’amministrazione comunale di
Cinigiano che ne affidò la gestione alla locale
Pro Loco.
La Casa Museo fu inaugurata nel 1987
divenendo il luogo di esposizione permanente
di strumenti di cultura materiale contadina e
oggetto di ricerche e studi sulla storia e le
tradizioni popolari di quella che fu la vita
quotidiana in particolare degli abitanti di
81
Gli ambienti della casa contadina ricostruiti nelle sale del Museo.Sopra:
la cucina. Sotto: la camera.
Monticello e più in generale del territorio
Amiatino.
La struttura museale successivamente è
stata acquistata dalla Comunità Montana
dell’Amiata Grossetano (oggi Unione dei
Comuni) ed è gestita dall’Associazione Culturale
Casa Museo
istituita nel 1998.
Il percorso museale
si sviluppa su due piani:
al primo piano troviamo
gli ambienti
della cucina e della
camera allestiti con
arredi autentici e suppellettili
di uso quotidiano,
al piano
sottostante troviamo
la stalla ed i locali dell’antico
frantoio a trazione
animale dove
sono sistemati anche
strumenti usati nei lavori
agricoli ed artigianali,
la Casa Museo
consente al visitatore
di ottenere una
visione complessiva
di ogni aspetto della
vita di fine ‘800 ,dalla
quotidianità domestica
ai lavori svolti in
campagna dalla popolazione
di questo
piccolo borgo di
montagna.
Adiacente al museo
si trova il Centro
Culturale con laboratorio
didattico, dove
sono raccolte anche
in formato digitale importanti testimonianze
della tradizione e della vita del paese di
Monticello Amiata oltre ad una ricerca storico
antropologica sul ciclo dell’olio e della
castagna. È presente anche materiale
bibliografico relativo alla storia dei paesi
82
La tavolata della cena in strada a conclusione
della manifestazione “Artificia Necessaria”.
dell’Amiata, utile per approfondimenti sulle
tradizioni del territorio.
La visita alla casa museo può essere completata
percorrendo due itinerari: “la Via della
Castagna” e la “Via delle Fonti “. La “Via
della Castagna” attraversa i luoghi di produzione
di uno dei frutti più importanti nell’economia
della montagna, si snoda in spazi
naturali e colture reali, luoghi dove uomini
e donne lavoravano insieme, ripercorrendo
tratti della tradizione vivi ancora oggi.
La “Via delle Fonti” offre vari spunti di
interesse antropologico e paesaggistico,
ripercorre una delle strade usate per recarsi
nelle campagne adiacenti al paese di
Monticello; lungo il tragitto troviamo due
fontanili ove le persone oltre ad attingere
acqua ed abbeverare gli animali erano
solite incontrarsi e socializzare scambiandosi
notizie e “pettegolezzi” di paese.
Tra le varie iniziative che l’associazione
casa museo organizza nel corso
dell’anno ci sono due appuntamenti fissi
quali “MonDOcello” ed “Artificia
Necessaria”.
“MonDOcello” il mondo nel cuore
di Monticello”: la manifestazione organizzata
sin dal 2012 consiste in una
festa dove le varie etnie presenti in
paese (oltre 30) preparano e depongono
nella lunga tavolata allestita nella
piazza un cibo o una bevanda della loro
tradizione, degustando tutti insieme
questi piatti si crea una sorta di comune
partecipazione e di integrazione dei
presenti, inoltre la serata è allietata con
musiche e balli dei cinque continenti, la
condivisione del cibo e della musica
facilita la conoscenza e l’integrazione
tra i popoli.
83
“Artificia Necessaria” mestieri e sapori di
un tempo: dal 1998 la manifestazione si svolge
l’11,12,13 agosto di ogni anno, in questi
giorni la Casa Museo si apre al paese con
iniziative culturali, presentazione di libri, racconti
di storie, canti popolari ecc. Inoltre sia
all’interno della Casa, che negli angoli più
suggestivi del paese, vengono riproposti quei
mestieri di un tempo non troppo lontano che
la modernità ha soppiantato con oggetti e
materiali di origine industriale, quindi troviamo,
chi fa il sapone, il maniscalco, il fabbro,
il falegname, l’arrotino, chi fila la lana, o fa
lavori a maglia, chi fa il formaggio, chi intreccia
vimini, canti d’osteria ecc. facendo
rivivere nel borgo quell’atmosfera serena e
pacata in cui i ritmi del lavoro e dello svago
riconducevano ad un comune sentimento di
appartenenza al paese e alle sue tradizioni.
L’ultima sera una grande tavolata in piazza
permette di degustare i cibi della tradizione
contadina, cibi poveri ma gustosi che ci sono
stati tramandati da chi ha conservato antiche
ricette che l’associazione ha meticolosamente
raccolto affinché si tramandino alle future
generazioni quelli che erano i genuini sapori
di un tempo; come avveniva nelle feste paesane
la serata è allietata dal canto popolare
della tradizione toscana.
Questa è la storia Casa Museo: una casa
rimasta intatta per secoli, arredata con i suoi
poveri oggetti che sembrano appena appoggiati
lì per poi essere usati all’occorrenza, dove
entrandovi si sente e si respira l’atmosfera
ottocentesca del quotidiano popolare.
84
Museo Etnografico “DON Luigi Pellegrini”
di San Benedetto in Alpe
Un incontro con tante storie… anche con la nostra
di Sonia Salsi
Ritrovare le radici, su su lungo la trama
del Tempo, in una immobilità che sembrava
eterna, nella provvisoria eternità delle
cose terrene, scossa, turbata e disgregata in
breve succedersi di anni, in epocale
trasmigrazione.
Incontrare oggetti plasmati e animati per
la vita quotidiana e per il lavoro, animati dalla
vita quotidiana e dal lavoro, testimoni e custodi
di generazioni, le cui opere e i giorni
sono dentro di noi. Incontrarli, salvati e custoditi
in un museo, ad evocare memoria e
vita di quanti li usarono o li fabbricarono ed
ora parlano con noi.
Emozione e inaspettato coinvolgimento ci
accolgono in queste stanze dell’antico ospedale
nel piccolo borgo di San Pellegrino in
Alpe; nei secoli esse ospitarono i viandanti
e i fedeli devoti al santo eremita eponimo,
nel lungo percorso che, da Lucca giungeva
a Castelnuovo Garfagnana, fino a questo
crinale dell’Appennino tosco-emiliano.
Luoghi duri e difficili a viverci, tra casolari
sparsi o piccoli agglomerati, tra i prati degli
alti pascoli e faggi e castagni, in forme minime
di isolata economia di sopravvivenza,
scalfita appena dai pochi incontri con qualche
raro venditore ambulante.
E questi oggetti d’uso della vita quotidiana
accompagnavano lo scorrere immobile
delle generazioni, finché le irreversibili trasformazioni
della contemporaneità li hanno
resi “inutili e fuori del tempo”: parole dell’ideatore
del Museo, Don Luigi Pellegrini,
che giunse nel borgo come economo spirituale.
Dagli anni Sessanta e per un decennio,
con l’aiuto di alcuni giovani del luogo e
del paese di Chiozza, egli organizzò la raccolta
di oltre quattromila testimonianze di
cultura materiale, finite nelle soffitte o ammassate
per essere distrutte, mentre tante
famiglie scendevano alla pianura che, confidavano,
le avrebbe riscattate da stenti e miseria.
La ristrutturazione dell’antico ospizio offrì
ampi spazi alla raccolta e realizzò “lo scopo
di salvare oggetti, ma essere soprattutto testimonianza
… della creatività e del lungo
85
I fili del tempo si intrecciano.
percorso del quale l’uomo si è reso protagonista
…” Testimonianza della civiltà contadina
e pastorale della Garfagnana e, più in
generale, dell’Appennino Tosco-Emiliano;
testimonianza-archetipo di tanti luoghi tra loro
lontani, essa riassume in sé i segni di un mondo
che sembra venirci incontro da un arcaico
passato, ed è, invece, appena dietro di
noi. Testimonianza tanto più intensa, documentata
com’è dai tanti esempi di oggetti,
simili o analoghi, disposti con cura a creare
geometrie artistiche, a intessere tra loro un
vasto, corale, silenzioso colloquio.
Le grandi sale ospitano una ricostruzione
a tema degli ambienti, dalla cantina alla
cereria, dall’officina alla bottega del fabbro,
dalla cucina alle camere… In esse sono disposti
i tanti oggetti: suppellettili, aratri, stoviglie,
coperte e fiaschi, e botti e lumi e il
desco del ciabattino e le stadere e i telai …
In ogni sala una rievocazione, una atmosfera
di vita: nel seminterrato la cantina con i
fiaschi impagliati e il torchio dalla lunga vite,
con un singolare tipo di botte, scavato direttamente
nel tronco. Quanta fatica sarà
occorsa? E quanta ne sarà stata necessaria
per costruire, con la stessa gravosa e dura
tecnica, l’armadio della camera povera, e la
cassapanca, cilindrica anch’essa?
La cuna, a sinistra del letto, reca una sua
grazia con alcuni disegni incisi sulle assi.
Appena modellato in scuro legno il capoletto,
mentre quello della camera del padrone è in
ferro battuto, elegante nelle sue volute che
si riflettono sullo specchio sopra il cassettone.
Non ci sono intendimenti di messaggi
sociopolitici in questi allestimenti, ma
l’abissale differenza fra arredo e suppellettili
nei due ambienti parla da sola.
La domestica e quotidiana intimità della
cucina ci viene incontro con i mestoli e le
pentole in rame, i coperchi che sembrano
scudi sulla rastrelliera, col tavolo e le sedie
appena squadrate. Il camino ne è il cuore
col suo nero paiolo. O forse lo è il girello
per il più piccino, per i tanti “più piccini” che
86
La cucina.
si sono succeduti nell’impresa di imparare a
camminare, fra le gambe del tavolo e le mamme
e le nonne indaffarate.
E si apre al bel riflesso del pomeriggio estivo
la grande sala della tessitura: pare di entrare
in una abside luminosa. Le macchine
domestiche dell’aspo e dell’arcolaio ravvivano
il pavimento e le pareti stesse su cui
sono disposte; forse, sino a qualche momento
fa, giravano in animato dialogo, in muta
colonna sonora della memoria. Al nostro ingresso,
tacciono, ma se ne avverte l’eco.
Ordito bianco, luminoso e ben steso, lunghi
pedali di legno, scuro e ravvivato dal pavimento
di rossi mattoni, i telai sembrano organi
musicali che abbiano appena smesso di
suscitare il lungo e ritmato suono degli ingranaggi
nella corsa della spola.
E all’improvviso, nel frammento di copriletto
che, dalla traversa inferiore, pende
come uno stendardo a documentare il risultato
del lavoro di tutto il meccanismo, il Passato
ci coglie, ci avvolge, ci commuove...
All’inizio di ogni inverno una coperta dello
stesso colore rosso, con gli stessi motivi geometrici
definiti da un contorno bianco, viene
stesa sul nostro letto: è la coperta che
nostra madre tessé, tanti anni fa, quando,
giovinetta, in un borgo del contado fiorentino,
preparava il corredo col telaio della famiglia
e col pensiero ad un “vago avvenir”.
È un sincretismo: passato e presente si ritrovano,
per un attimo sulla ruota del Tempo
e si uniscono, nell’affetto, nel ricordo,
nel rimpianto.
Continuiamo la visita col cuore che rimane
a quel telaio… finché, nuova emozione e
commozione, incontriamo l’ambiente in cui
è ricostruita la bottega del ciabattino e del
calzolaio, col deschetto e tutti gli attrezzi:
come quelli che nostro padre imparò ad usare
nel paese della sua fanciullezza, anch’essi
custoditi da noi, ancor oggi. (foto 3)
Sconosciute presenze di epoche e luoghi
che non abbiamo vissuto né abitato sono accanto
a noi, come parenti, lontani lungo il
87
Il deschetto e gli attrezzi del calzolaio.
tempo su cui scorrono le storie, ma vicini a
noi nel tempo delle emozioni, estranee alle
coordinate della cronologia e della ragione.
Una atmosfera raccolta e silenziosa ci ha
sostenuti e sollecitati ad avvertire in noi una
sorta di nostalgia di un passato non vissuto;
pochi i visitatori che abbiamo incontrato nel
lungo pomeriggio. Eppure questo Museo
raccoglie in sé il significato stesso e i fondamenti
teorici dell’Antropologia Culturale ed
è validamente gestito dal Centro Tradizioni
Popolari di Lucca. Ma non è stato ancora
vinto il diffuso pregiudizio che relega il significato
di “cultura materiale” in una sorta di
nicchia delle curiosità del passato. Eppure
essa rende alla vita ciò che è della vita nello
scorrere, incorruttibile e inappellabile, del
tempo: la Vita stessa.
88
Festival del SedicidAgosto, Rassegna di
musica popolare in ricordo di Sante Caserio
di Jonni Marucci e Giampiero Mortaro
Roccatederighi (per chi ancora non la conosce)
è un borgo medievale nelle colline
metallifere maremmane.
Tante sono le tradizioni, più o meno antiche,
legate a questo paese.
Sicuramente la più antica in assoluto è la
tradizione del canto .. il canto corale a cappella
e senza strumenti.
Alla fine dell’800 e ai primi del ‘900
Roccatederighi era un paese di minatori, vita
dura, agricoltura di sostentamento.
Il paese in quei tempi era molto impegnato
socialmente.
Fu fondata la società di “Mutuo Soccorso”
e nei primi anni del ‘900 Antonio Gamberi “Il
Poeta Minatore”, con alcune donne del paese,
appoggiati dal Partito Socialista dell’epoca,
fondarono proprio a Roccatederighi il primo
circolo Femminista in Italia
Nel paese sorge ancora oggi il busto di
Francisco Ferrer (uno dei pochi se non l’unico
superstite del fascismo). Superstite perché
alcuni compagni dell’epoca lo nascosero
per riportarlo al suo posto 20 anni dopo.
Queste sono solo alcune storie della Rocca
del ‘900, ma storie molte chiare per capire
che aria tirava in quel tempo; l’ideologia
era molto forte, il Socialismo e
l’Anarchismo erano presenti nella società.
In quel periodo un compagno di nome
Enea Bonelli andava camminando per la
macchia fino a Siena (più o meno 50 km)
per partecipare alle assemblee anarchiste e
qui ascoltava le nuove idee, gli argomenti e
soprattutto canti.
Quei canti che lui stesso riportava e cercava
di trasmettere agli altri compagni del
suo paese. Li riportava e nel tempo hanno
preso la loro singolarità, sono unici perché
tramandati a voce e in quegli anni di lotta
sociale cresce l’idea, cresce il fermento e
cresce il canto.
Il canto a Roccatederighi diventa quotidiano,
nei bar, nelle botteghe e in piazza, c’è
sempre qualcuno che canta.
In questo periodo diventa importante a
Roccatederighi la figura di Pietro Gori, si
segue da vicino le vicende dell’avvocato
anarchico, in particolare tutta la difesa nel
processo a Sante Geronimo Caserio; tutta
89
La locandina dell’ultima edizione.
Roccatederighi, il monumento a Francisco
Ferrer.
la vicenda del giovane anarchico toccò molto
il movimento dei compagni rocchigiani.
Il canto, che ora prendeva sempre più forma,
seguì altrettanto queste vicende.
“Il maggio”, “Sante Caserio” e “Il sedici
d’Agosto” (tutte scritte da Pietro Gori) diventarono,
tra le tante, le canzoni più sentite
e cantate.
Con il tempo che passa inesorabilmente,
dobbiamo ricordare una persona importantissima:
Mario Bonelli (nipote di
quell’Enea) perché ha fatto da tramite tra suo
Nonno Enea e la generazione dei suoi figli,
(noi cinquantenni di oggi).
Senza di Lui tutto questo sarebbe andato
perso. Grazie a Mauro (che è mancato da
poche settimane).
Nel 2006 fu pubblicato il primo CD. bellissimo,
con le voci del passato; nel 2016 un
altro CD, con il coro che oggi ancora oggi si
chiama “Sedici d’Agosto”; nel 2017
l’idea che il 16 d’Agosto (giorno in cui fu
giustiziato Caserio) doveva diventare un
evento di Roccatederighi.
Un tam tam di email, il 16 Agosto 2017
portarono alla Rocca circa 250 persone (che
per un paese di 700 sono tante); nel 2018 si
ripete il festival, prende forma e oggi il Festival
accoglie circa 700 persone a serata, diviso in
3 serate.
Dal 2019, ospiti del campo sportivo (ottima
cucina e tanta musica) molti artisti che ci
tengono ad essere presenti, perché si respira
storia, cultura e libertà.
Grazie a Toscana Folk per questa possibilità
grazie a tutte le persone che ci seguono
e che ci seguiranno!
Vi aspettiamo all’edizione 2024 che naturalmente
avverrà il 16 di agosto. (J.M.)
Sono Giampiero Mortaro, umbro
transumato in Maremma, con la passione
90
Il primo CD.
Copertina del CD “Amore Anarchia”.
della musica fin da piccolo negli ultimi anni sono
riuscito a costruire un dialogo tra i gruppi folk
dell’Umbria e abbiamo scritto insieme una proposta
di legge regionale.
A ondate si risveglia l’interesse per questo tipo
di tradizioni locali anche nei giovani e nelle istituzioni.
Nel 2018 entro in contatto quasi per caso
con Jonni Marucci che stava organizzando un
festival di canti anarchici, mi appassiona da subito
sia per la valenza politica di classe sia perché
mi avvicina ad una tradizione diversa, ma
che, in qualche modo, sento che mi appartiene.
Inizialmente si è trattato di proporre alcuni canti
di protesta della tradizione Umbra e laziale, poi
mi sono messo a disposizione come tecnico del
suono sul palco. Nel frattempo ho scritto canzoni,
provato un gran numero di musici, cantanti
e collaboratori.
Negli anni a seguire collaboro intensamente
con Jonni, finché transuma anche lui e mi ritrovo
a gestire quasi tutta l’organizzazione di
quello che è nato quasi per gioco, come una
cosa locale, per diventare una realtà abbastanza
solida.
Vorrei ringraziare tutti quelli che hanno reso
possibile questa cosa con la loro presenza
ed il loro contributo ideologico e musicale
ed il loro entusiasmo.
Dico grazie a quelli che ci hanno sostenuto
fin da subito con la colonna portante del
Coro SedicidAgosto (depositari della tradizione
corale/anarchica di Roccatederighi),
grazie l’Istituto Ernesto de Martino di Sesto
Fiorentino che ha sottolineato l’iniziativa con
lo striscione/slogan “NOSTRA PATRIA E’ IL
MONDO INTERO”, alla rivista UMANITA’
NOVA con i suoi banchetti di libri ben scelti
(sempre più una rarità in questi tempi di
cellulari omnicomprensivi), alla libreria Cassa
Anti-repressione di Bruno Filippi, a La
Fiaccola dell’Anarchia che è un gruppo di
individualità che si propone di divulgare il
pensiero anarchico come filosofia di vita attraverso
la partecipazione e la creazione di
eventi culturali tesi a rilanciare la cultura storica,
il teatro e la poesia. Grazie ai Poeti
Estemporanei dell’ass. Sergio Lampis di
Ribolla nella figura di Irene Marconi poetessa
e cantante (erede di Domenico Gam-
91
beri storico organizzatore del Raduno di
Poesia estemporanea di Ribolla) che aprono
sempre con le ottave di saluto e le sfide
poetiche, grazie a Lisetta Luchini e a La
Stazione Rossa le voci della tradizione, presenti
a tutte le edizioni.
Dico grazie anche a quelli che poi si sono
aggiunti negli anni: Alessio Lega giovane
cantautore libertario erede di maestri come
Ivan della Mea; De Soda Sisters gruppo
femminile agrifolk, (come dicono loro), di
Rosignano Solvay, i Ribellicanti un progetto
ideato da me con il quale vorrei invogliare
all’ascolto dei testi critici e la musica allegra,
in uscita tra qualche giorno il singolo
“Tutto Cambia”, Dino Simone (L’uomo-fisarmonica
con due nomi e senza cognome),
Mars and Pluto di Bologna (due pianeti che
ci sorprendono), Andy Rocchi (che ha fatto
diventare canzoni le poesie di Antonio Gamberi),
Il Fiore d’Agosto, Bianca e
l’Uvaspina, Le Bestie di Bacco (con il loro
spettacolo di fuoco e la musica medioevale,
più tradizione di così!)
Grazie anche a quelli di una volta sola:
Bube e i mazzacani della soffitta, I
Suonatori della Boscaglia, Barbara Lupo
e Vicente Gonzales, Bostik Fagioli Group,
Massimo Liberatori & La Società dei
Musici, gli Skapaccioni (piccoli eredi che
reinventano la tradizione), Montelupo (che
volevano un nome da amaro ma che in realtà
sono alcuni musicisti del “muro del canto”
con la grinta e la voce inconfondibile di Daniele
Coccia). Quest’anno Piero Bronzi ha
realizzato delle riprese del festival che diventeranno
un video…
Ognuno con la sua versione appassionata
di canti così antichi eppure così attuali.
Un grazie a chi canta per amore o per
rabbia.
Grazie a quelli che hanno cantato per
più di 100 anni, di padre in figlio, e a quelli
che le ascoltano per la prima volta.
A chi canta dal microfono e tutti quelli
che cantano da sotto al palco, anche
quando il palco è alto solo 20 cm.
A quelli che si ricordano tutte le parole e
anche a quelli che hanno bisogno di leggerle
per l’ennesima volta.
Chi canta sempre allo stesso modo eppure
ha bisogno di provare.
A chi cambia sempre musicisti e accordi.
A chi sperimenta.
A chi sceglie poesie che diventano canti
A chi odia le prove ed ama improvvisare
Anche a quelli che poi si sono allontanati
per seguire la propria strada
A chi, la musica piace farla e quelli che
piace ascoltarla, ballarla.
Agli ipercritici. A chi si offende se non lo
chiami anche quest’anno.
A quelli che fanno chilometri con il camper
per esserci e a quelli che vorrebbero
farlo.
A coloro che hanno presentato la loro vita
come fosse un romanzo.
A quelli che si concentrano sui contenuti
e quelli che gli piace il suono delle parole
come rimbomba nei pensieri
Grazie a tutti loro la musica R-esiste, anzi
si fa più Resistente.
Sopravvivono semi di rivolta, o almeno
di lettura critica costruttiva della realtà,
possono nascere papaveri rossi tra le crepe
del cemento. (G. M)
92
Paolo Papalini, fisarmonicista e cantastorie
di Lisetta Luchini
Sono qui con Paolo Papalini, un
cantastorie toscano nato a Chiusi,
dalla spiccata personalità che mi colpì fin
dal nostro primo incontro per la sua voce
tonante ma anche morbida, la sua presenza
scenica, il suo modo di suonare la
fisarmonica “diverso” che poi ho capito
essere un modo “brasiliano” o comunque
alternativo. In effetti tutto in lui sembra
essere alternativo come ad esempio
l’interpretazione de L’amore è come
l’ellera o altri brani popolari classici oppure
di famosissimi brani di Riccardo
Marasco ma anche di canzoni
intramontabili dei nostri cantautori. Insomma,
amici e soci di Toscana Folk, conosciamo
insieme Paolo Papalini.
Paolo. Lisetta, noi ci siamo conosciuti in
un bel pomeriggio assolato a Siena in cui io
cantavo sotto gli archi del Duomo, dove
andavo fino a poco tempo fa con molto piacere
e dove spero di tornare presto. Cantavo
le mie canzoni, quelle degli autori a cui
tengo e musica brasiliana. Uno pensa: “ecco
un artista di strada”. Sì, sono artista di strada,
ma sono arrivato ad essere tale dopo un
lungo cammino. Tutto è iniziato con l’interesse
per la poesia, in realtà.
Mi sono avvicinato alla musica perché mi
interessavano anche le parole, la letteratura.
Portare per strada la poesia e il messaggio
orale insieme alla musica per me è stato sempre
un sogno: ricordo da bambino che vidi
un fisarmonicista di strada e dissi “vorrei fare
questo da grande”. Essendo figlio di contadini,
di gente umile delle mie zone, del “Chiugi
Perugino” quella fine della Val di Chiana che
non è né Toscana né Umbria, i genitori ti
educavano ad andare via dalla campagna,
dicevano “studia che poi avrai un futuro migliore”,
almeno a noi bambini degli anni 70
(io sono del 1974).
Le colline da cui provengono i miei non
sono la Val di Chiana ricca e opulenta, le
colline del Chiugi sono un po’ un’isola, dove
la campagna era veramente dura e c’era la
fame negli anni 50, dopo la guerra.
Quindi mi hanno spinto a studiare, io ho
fatto Economia e poi mi son sempre interessato
al tema della povertà, della guerra,
ho fatto la tesi in Egitto, ho iniziato a lavora-
93
Paolo Papalini e la moglie.
re con la cooperazione internazionale fin da
giovane e queste esperienze mi hanno portato
a lavorare prima nella Bosnia dopo la
guerra, in Albania in epoca ancora di faide,
poi in Colombia dove son stato con i sindacalisti
un anno insieme all’Arci Nazionale e
poi infine in Brasile.
In Brasile ci son stato che già ero un artista
di strada: avevo 29 anni e avevo già fatto
diverse esperienze di musica quando stavo
in Italia, avevo fatto già il mio primo spettacolo
di cantastorie, mi ero già esibito in
tante piazze insieme a degli amici, altri musicisti
come me un po’ scapestrati e un po’
anarchici e quindi quando sono arrivato in
Brasile in realtà avevo chiaro che non sapevo
chi ero, se ero un musicista, se ero un
artista, se ero uno a cui gli piaceva fare qualcosa
per salvare il mondo.
In realtà ero un po’ tutte queste cose e il
Brasile mi ha aiutato a trovare una sintesi
dandomi degli strumenti musicali che io disconoscevo,
facendomi approfondire una
musica spontanea che non passava attraverso
gli spartiti come quella a cui ero abituato
da autodidatta di pianoforte, chitarra, fisarmonica.
Infatti parallelamente agli studi e al
lavoro avevo fatto un percorso musicale “italiano”,
dagli standard jazz alla musica popolare
del sud, un repertorio molto vasto
ma diverso da quello con cui venni in contatto
in Brasile.
In Brasile la musica è molto più empirica,
nel senso che i brasiliani suonano per ore,
ore ed ore, in dei concerti sterminati, passano
da un bar all’altro, da una situazione musicale
all’altra in cui un po’ suonano, un po’
ascoltano e quindi io mi sono trovato
catapultato in questa realtà. Realtà che un
po’ sono andato a cercare perché mi sono
iscritto alla scuola di Choro di Rio de Janeiro
nel 2004 dopo l’esperienza lavorativa in
94
Colombia, e un po’ perché mi ha contattato
un’altra ONG in Brasile e quindi da Rio nel
2006 mi sono spostato a Recife che è la
patria dei fisarmonicisti più importanti che ci
sono in Brasile. Quindi a Recife ho avuto la
fortuna di avere un lavoro per stare tranquillo
e di poter conoscere la musica attraverso
le mani di questi artisti e geni che con
umiltà assoluta mi hanno avvicinato a strumenti
sia armonici che espressivi che improvvisativi
completamente diversi da quelli che
conoscevo, sebbene la fisarmonica fosse
sempre a 120 bassi ed italiana; ma l’approccio
era brasiliano.
L’approccio brasiliano per me è stata una
cosa miracolosa perché non passa attraverso
gli spartiti ma passa da persona a persona
ed ha rivoluzionato il mio modo di avvicinarmi
alla musica. Non sono diventato un
fisarmonicista brasiliano ma sono rimasto un
musicista italiano innamorato della musica
italiana che ha cercato di trasferire quello
che ho imparato in Brasile, nei miei 10 anni
di permanenza, nelle cose che già facevo.
Perché non riesco a staccarmi dai linguaggi
poetici dei nostri grandi maestri e quindi
l’imprinting musicale, artistico, poetico l’ho
avuto in Italia e con quello continuerò fino
alla fine. Essendo anche figlio di contadini,
in casa mia la musica c’è stata sempre fin da
bambino. Mio nonno e lo zio materno erano
un duo di musicisti che giravano per queste
campagne e facevano i balli di una volta, fisarmonica
e tamburo, anche il nonno paterno
suonava, mia mamma era appassionata
di cantautori, di canzoni, mi ha fatto ascoltare
sempre tante cose.
Quindi quando sono tornato in Italia avevo
già 40 anni nel 2014. Con mia moglie
Leila Nunes c’eravamo sposati quell’anno
e abbiamo deciso di tornare in Italia nonostante
avessimo entrambi un lavoro in Brasile,
lei all’Università e io sempre con la
Cooperazione ma cercavamo una strada più
semplice e che soprattutto ci permettesse di
vivere fuori dalle grandi città, in campagna.
Siamo tornati qua a Gioiella, appunto,
questo bel paesino tra Umbria e Toscana,
ed abbiamo deciso di fare di questa piccola
casa in cui ci troviamo in questo momento il
nostro nido, da cui poi si partiva per andare
a suonare per strada oppure al chiuso, a fare
i nostri concertini. Hanno cominciato a chiamarci
per festival dopo il primo anno nei dintorni
ed abbiamo cominciato a viaggiare non
solo in Italia ma anche all’estero.
Da lì in poi cercavamo per strada la nostra
identità, sia musicale che artistica. La
strada ci ha aiutato tantissimo perché da solo
musica brasiliana che suonavamo all’inizio
ci siamo allargati, tutti gli interessi che avevo
da ragazzo qua in Italia li ho ripresi con il
linguaggio acquisito con questi viaggi, con
questa vita all’estero. E soprattutto con Leila
e le sue percussioni brasiliane, con la sua
calma che compensa la mia esuberanza.
Il nostro Duo, (mio e di mia moglie Leila
Nunes), detto Chorobodò si è fuso così con
questa fisarmonica dirompente, brasiliana,
la mia voce potente e la sua vocina, la sua
delicatezza (e perfezione, aggiungo io, poiché
Leila Nunes è bravissima ritmicamente)
nel suonare le percussioni.
Io cercavo questo tipo di duo, non tanto
un altro strumento melodico o armonico, ma
qualcosa che valorizzasse la fisarmonica che
amo sopra ogni altro strumento e che desidero
suonare come ho ascoltato fare in Brasile,
piena di sfumature, bassi, armonia, melodia.
Ecco che una percussione semplice com’è
il pandeiro o la zabumba che suona Leila
95
Il mitico furgone Volkswagen.
sono per me perfette, perché valorizzano ritmicamente
la fisarmonica.
Lisetta. Il fatto che tu abbia girato tutto
questo mondo, tipo la Colombia oltre
al Brasile, l’ho scoperto solo adesso e
allora sorge spontanea una domanda: la
tua musica dunque risente anche degli
influssi musicali di queste terre?
Paolo. Assolutamente sì, tutto quello che
facciamo ci costituisce anche contro il nostro
volere, in fondo sentiamo nostalgia di
tutte le nostre esperienze anche se non sempre
sono positive.
In tutta la mia musica ci sono dei valori, dei
miti che sono sempre presenti e sono: la terra
da cui vengo, nel senso quella bassa, l’agricoltura,
i campi. L’opera dell’uomo nei campi
è una cosa meravigliosa, divina.
L’altro mito presente nella mia musica è l’altrove,
che è l’opposto della terra: cioè i viaggi,
altre culture, altri modi di vivere, altri paesi
ma non per forza lontani da noi. In Italia ad
esempio possono essere anche altre valli.
Il terzo mito? Un sano misticismo, cioè rispetto
di chi non c’è più e di quello che hanno
costruito le generazioni prima di noi. Il
mio misticismo si riduce, essendo nato ateo
ed essendomi discostato poco dall’ateismo,
all’essere diventato un po’ spiritista, nel senso
che ho rispetto per i sacri fantasmi che ci
girano intorno, che un po’ ci danno noia e
un po’ ci suggeriscono e che a me personalmente,
questi sacri fantasmi, hanno sempre
aiutato moltissimo. Io dico sempre che gran
parte di quello che ho prodotto nella vita
non l’ho fatto io ma loro. Ma poi se hai letto
il mio libro (“Poesie e racconti dal mondo
dei sogni” 2021 pubblicazione indipendente)
questo lo sai già…
Lisetta. Dunque come degli spiriti gui-
96
da, delle entità che sono presenti, intervengono…
Paolo. Sì, e secondo me il momento artistico
in cui uno canta e si dedica a passare cose agli
altri attraverso la sua arte, sono momenti in cui
tu sei quasi un canale e questi buchi spaziotemporali
che l’artista crea, in cui lui porta le
persone altrove e un po’ le fa viaggiare in un
tempo diverso da quello a cui sono abituati,
è la vera funzione del Cantastorie per strada
verso il passante: affascinarlo, portandolo in
un altrove appunto, in un altro tempo ed
anche in un altro sé stesso, fargli sentire delle
vite diverse dalla sua, per quanto gli piaccia
la propria. E quindi detto questo: sì, mi
sento un cantastorie.
Si, mi sento assolutamente un cantastorie!
Non solo perché canto storie, ma faccio gli
spettacoli coi miei disegni o con quelli di
Leila, siamo sempre a produrre nuovi spettacoli
e ci piace il fatto di fare il cantastorie
antico, tipo alla siciliana (con cartellone) o
quello iberico (più di origine araba con dei
pannelli grandi che rappresentano ognuno
un pezzo della storia) assomiglia a quello del
cantastorie egiziano antico come si vede
anche nel museo dell’agricoltura del Cairo.
Ci sono tutt’ora cantastorie egiziani nell’Egitto
agricolo, che utilizzano una specie di bobina,
tipo “gobbo” teatrale che viene avvolto
e il cantastorie legge e canta direttamente
vicino all’ascoltatore, una persona per volta.
Poi c’è il piattino dell’offerta.
Lisetta. In questi ultimi anni molti si
danno alla musica popolare ma in realtà
è una posa, forse l’ultima spiaggia o forse
un’isola, improvvisandosi interpreti
accalorati a volte dalla dubbia credibilità.
Cosa ne pensi?
Paolo: Esatto anch’io sento molto questa
vanità che c’è in chi si esibisce nella musica
popolare nel mondo italiano ma non solo.
Anche in Brasile è cosi, invece i vecchi
cantastorie erano persone umili che venivano
dalla terra e arrivavano ad essere
cantastorie attraverso storie anche tragiche,
non venivano dalla comodità e dagli agi.
Quindi per me c’è una postura quasi
francescana nell’essere cantastorie. Anche
S. Francesco era un cantastorie, cantava e
scriveva canzoni per arrivare alla gente. È
indubbio che il canto può essere manifesto
di ideali e di fede come testimoniano anche
le canzoni di Pietro Gori, che sole hanno
veicolato gli ideali anarchici nel popolo analfabeta.
Secondo me leggere i libri giusti e sentire
le canzoni giuste può cambiare la vita, ovviamente
se hai una certa sensibilità, se sei
coraggioso e cerchi qualcosa, cerchi la verità.
Una canzone può fare la differenza, ti
può illuminare per cercare la tua verità.
Io credo nella valenza quasi politica ma
anche filosofica, mistica e di rispetto del tempo
nel messaggio dei cantastorie, essi aprono
finestre sul tempo a contatto con la gente
con cui parlano per strada.
Tu cantastorie, sei in apprendimento, sei
sullo stesso piano del passante. Anzi, io suono
seduto, quindi preferisco mettermi più in
basso del passante.
E in questa postura d’umiltà, nel voler apprendere
da chi ti passa davanti in quel momento,
si rivelano “cose magiche”. Non lo
credo e basta, lo so: mi sono successe tante
cose meravigliose per strada.
Lisetta. Riepilogando, sei qui dal 2014
e quindi quest’anno sono i 10 anni dei
Chorobodò?
97
Paolo. In realtà abbiamo cominciato nel
2012 quando venivamo dei periodi in Italia
e andavamo a suonare per strada. Però l’attività
continuativa, da professionisti, con più
di 100 spettacoli l’anno è cominciata dal
2014 quando ci siamo trasferiti stabilmente
in Italia.
Lisetta. Ti faccio i miei complimenti,
sono pochissimi i professionisti che vivono
di questo mestiere/arte che non è
affatto facile o scontato.
Andiamo avanti con la nostra chiacchierata;
ti definisci scrittore e poeta,
hai all’attivo alcune pubblicazioni. La
scrittura e la poesia che ruolo hanno nel
tuo lavoro?
Paolo. La poesia per me è stata sempre
una grande compagna di vita. Scrivevo poesie
già a 16 anni. Anche nella prosa c’è
poesia, le parole devono risuonare per non
perdere la valenza magica. Sono un grande
lettore sebbene non fossi bravo a scuola ed ho
sempre ascoltato i nostri grandi poeti e cantautori
di cui potrei fare il nome, ma senz’altro
De André, De Gregori, ma sono decine. La
produzione letteraria e poetica in Italia è una
cosa sconvolgente, ci nuoto dentro fin da ragazzo
e ancora mi ci affogo volentieri. Le parole
italiane delle canzoni, sono per me inseparabili
dalla ricerca, dal continuo spiegarmi la
vita attraverso la nostra lingua.
Questo mi ha portato a fare diversi CD
con musiche e testi miei, ho scritto diversi
libri, uno è Poesie e Racconti dal mondo
dei Sogni del 2021 e uno è uscito a fine
novembre del 2023, La Vita Magica: memorie
di un cantastorie. In questo ultimo
descrivo aneddoti magici che mi sono successi
nella vita. Praticamente è la mia biografia
che fa da filo conduttore: sono racconti
brevi dove descrivo fatti inspiegabili,
porte aperte sull’altrove. Quindi ecco il perché
della porta della copertina del libro. C’è
un’appendice nel libro che parla del mestiere
del Cantastorie, ci sono delle poesie e
poi questi aneddoti della mia vita scapestrata.
Già, perché fino a 40 anni ho girato il
mondo in mille situazioni ed ho condotto una
vita molto intensa ma anche adesso che faccio
il cantastorie da 10 anni, vivo con tanti
stimoli e incontri.
Lisetta. Parliamo della musica toscana.
Sei toscano?
Paolo. Sí certo, sono toscano, sono nato
e cresciuto a Chiusi (SI) però i miei sono
nati entrambi a due passi da qui, in Umbria,
in queste colline del Chiugi di cui abbiamo
parlato all’inizio. Io sono sempre stato in
Toscana, la mia gioventù è stata fra Val di
Chiana, Val D’Orcia e Arezzo. Con gli amici
difficilmente si passava il confine, c’era
come una sorta di razzismo nei confronti
dell’Umbria, non ti potevi neanche fidanzare
con una “al di là del fosso” (la Chiana), poi
a 17,18 anni ho conosciuto un gruppo di
ragazzi fantastici di Chiusi che erano grandi
esperti di cinema e di musica e che mi hanno
aperto un mondo. Li ho conosciuti per strada
e piano piano siamo diventati grandi amici,
con loro ho iniziato a frequentare degli
ambienti culturali a Perugia che mi hanno dato
moltissimo, mi hanno aperto un mondo.
Quando sono andato a vivere a Perugia
ho conosciuto un ragazzo, cantante e
cantastorie di Gubbio della mia età, 20 anni,
con cui diventammo tanto amici il quale cantava
delle canzoni sue bellissime che mi hanno
molto ispirato.
98
Io stavo con sua sorella gemella. Ad un
certo punto questo ragazzo ha avuto un brutto
incidente ed ha perso tutte le sue facoltà,
ha dimenticato tutte le canzoni, ha smesso
di suonare ed è ritornato ad essere come un
bambino.
È stato allora che per lui ho preso in mano
la chitarra che già sapevo un po’ suonare ed
ho scritto le mie prime canzoni come per
consolarlo un po’, per fagli compagnia.
Queste canzoni hanno cominciato a piacere
a chi le sentiva ed ho cominciato a crederci
anch’io, anche quando poi non stavo
più con sua sorella, ho cominciato a scrivere
sempre sui temi della terra, su cose antiche
con un gusto legato ai cantautori e anche
alla musica popolare. La prima cantante
di musica popolare che mi ha affascinato
è stata Dodi Moscati con il suo disco coi
Mazapegul, pubblicato dal giornale IL MA-
NIFESTO. Un disco sperimentale che mi ha
subito coinvolto più di altri data la mia formazione
musicale di allora. Più avanti ho
cominciato ad apprezzare anche altri interpreti
importanti, tipo Riccardo Marasco che
già conoscevo ed avevo ascoltato anche
cantato da altri, ma è stato con lei che sono
entrato nel linguaggio della musica popolare
toscana. Quando poi sono andato a sentire
Marasco al Teatro dei Concordi di
Acquaviva con Silvio Trotta che l’accompagnava,
mi sono letteralmente innamorato,
sono andato strisciando in camerino a conoscerlo
con grande piacere.
Lisetta. Il talento di Riccardo
Marasco, come cantante, ricercatore,
intellettuale, storico e intrattenitore di
folle è stato enorme e a ben guardare, è
ancora oggi ineguagliato e tutti abbiamo
da imparare da lui ma il discorso
sarebbe lungo…
Tu Paolo alla fine, cosa canti di toscano,
quali canzoni ti piacciono ed hai in
repertorio?
Paolo. Ce ne sono tante che mi commuovono
molto, io amo ad esempio “La Povera
Lina” (dal libro “Chi cerca trova” Ed Birba
di R. Marasco - Musica: Francesco Capponi,
Testo: G. Filinto Santoro), ed anche
Peschi fiorenti, Il valzer della povera gente,
In maremma, e tante, tante altre...
Lisetta. ...e qui, credendo che “La povera
Lina” fosse una canzone di origine
napoletana abbiamo fatto una lunga disquisizione
pienamente condivisa, sulla
bellezza poetica e melodica, nonché ritmica
della grande canzone napoletana
tutta, la canzone in questione in realtà
viene dall’archivio del menestrello Italo
Meschi di Lucca ma non si è certi della
sua provenienza.
Paolo, parliamo del tuo lavoro “Compare
Sante” del 2003? Mi incuriosisce.
Paolo. È stato il mio primo Cd nel 2003,
molto sperimentale, ancora suonavo poco
la fisarmonica e non conoscevo l’armonia,
ero accompagnato da questo amico grande
jazzista e chitarrista (Vincenzo Buongiorno)
al quale piacevano le mie canzoni e suonavamo
in strada insieme. Questo lavoro è in
lingua italiana ma è un repertorio da
cantastorie essendo infondo una storia. Ancora
non ero andato in Brasile. Poi dopo
questo c’è stato un Cd di musica italiana/
brasiliana che si chiama “Na 15 de
Novembro”, registrato invece in Brasile. In
seguito poi un Cd di Choro tradizionale con
un grande duo, poi un altro Cd di Choro ma
99
I Chorobodò: Paolo Papalini e Leila Nunes.
più sperimentale con Leila, ed infine Innesti
che è stato l’ultimo CD che abbiamo fatto.
Poi negli ultimi anni ci siamo dedicati a
produrre spettacoli nuovi, abbiamo ripreso
Compare Sante e scritto “La storia di un
Bambino” del 2019, che è la storia di un
bambino contadino nato in un podere di Val
di Chiana negli anni 40, poi nel 2020 abbiamo
messo su uno spettacolo natalizio che si
chiama “Il Natale di una volta” sempre ispirato
alla vita contadina di questa zona per il
quale abbiamo raccolto molte testimonianze
sulle condizioni di vita del popolo negli
anni 50/60: c’erano allora preti con una vocazione
“sociale” spiccata, detti preti comunisti
che difendevano i contadini e li aiutavano
nella loro miseria.
In queste zone che sono di confine tra
Toscana ed Umbria c’è anche la tradizione
del “Sega la Vecchia” legata alla Befana che
in toscana o maremma diventano “befanate”
e del Bruscello che è di origine toscana. Ho
collaborato un paio d’anni come
fisarmonicista con Bruscello di
Montepulciano ed esattamente per la messa
in scena de il “Bruscellino” che si tiene a
settembre per le strade e piazze della città.
Una volta qui si faceva anche “Il Matrimonio”,
ne parla don Sante Felici, era una specie
di Bruscello ma come trama parlava sempre
di un matrimonio e si rappresentava in
estate. Attualmente, sempre per restare nel
campo popolare, collaboro con piacere con
un gruppo folkloristico umbro e spero di
andare avanti con loro.
Per finire parliamo del futuro, dei nostri
propositi che sono quelli di continuare su
questa umile via, dire la nostra piccola veri-
100
tà artistica attraverso i nostri mezzi espressivi
e continuare questo cammino che è di
ricerca sia musicale che esistenziale che bene
ci rappresenta perché ci piace mischiare la
vita di campagna con la musica rurale sia
brasiliana che italiana e toscana. Quindi la
musica legata al lavoro è il vero nostro interesse,
personalmente non ho obiettivi di raggiungere
fama o successo, il mio unico obiettivo
è fare la musica che mi piace, esprimermi
fino in fondo, essere me stesso. Comunque
salvi questi principi resto aperto ad ogni
evoluzione, sviluppo, novità che si presentasse
anche se ripeto, non voglio cambiare
l’impostazione della mia vita e del mio lavoro.
Non sono corruttibile in questo senso, il
“mio modo” per quanto poco vendibile o
poco commerciale, a me piace e non ho intenzione
di cambiare.
Lisetta. Complimentandomi con te per
il tuo coraggio e la tua determinazione,
l’augurio migliore che ti posso fare è
quello di restare sempre te stesso e proseguire
sulla strada che stai facendo.
Grazie.
101
Dalla Coop al catechismo: i
Tolomei’s Brothers
di Enzo Brogi
Eccolo, il duo musicale più sgangherato
e improbabile della nostra terra, i
Tolomei’s Brothers!
Una combinazione inaspettata di talento e
simpatia. Una vera alchimia dell’umorismo
irriverente e canoro. Dalla COOP al catechismo,
due mondi che si scontrano come
carne (Marco) e ossa (il Nacchi); soprattutto
se il Nacchi, il macellaio, ci mette lo
zampino!
È il 2007, e nella sonnolenta Cavriglia sembra
svegliarsi dal fragoroso emergere di questa
gemma della musica popolare.
Massimiliano, detto il Nacchi, noto per i suoi
irresistibili sketch cabarettistici di produzione
casalinga, incontra casualmente Marco,
l’insegnante di musica e catechismo alla parrocchia
di Castelnuovo dei Sabbioni,
infatuato interprete di Riccardo Marasco.
Erano entrambi a uno spettacolo di beneficenza,
probabilmente sperando di fare una
buona azione, ma finiscono per fare qualcosa
di molto più grande: innamorarsi l’un l’altro
artisticamente parlando.
Il debutto dei Tolomei’s Brothers, nel febbraio
2008, è stato niente di meno che epico.
Si sono esibiti alla libreria Fahrenheit 451
di San Giovanni Valdarno con un incredibile
spettacolo basato sulla “Pia de’ Tolomei” in
ottava rima, una scelta di repertorio che ha
scatenato l’isteria collettiva. In effetti, la rima
potrebbe non essere mai stata la stessa dopo
quella serata. Ma l’apoteosi irriverente, anarchica
e romantica è la loro Maremma
maiala cantata davanti a folle da stadio con
il mitico Carlo Monni.
Oramai sono star e incidono il primo disco,
hanno un repertorio di canzoni e molta
satira, girano di piazza in piazza, di festa in
festa… ed anche qualche aia. E così nessuna
festa o sagra in Toscana è stata al sicuro.
I Tolomei’s Brothers hanno portato la loro
musica accompagnata dal buon vino, facendo
saltare e scoppiare di risate chiunque li
abbia ascoltati.
Le loro canzoni hanno messo alla luce il
meglio della cultura toscana, con pezzi come
Ero a Vertine una sera d’agosto, che potrebbe
essere facilmente l’inno ufficiale dell’estate
in Toscana, e Mambo nel fango,
un capolavoro dell’idiozia irresistibile. E non
dimentichiamo L’inno di fagiolo, un inno
102
I Tolomei’s Brothers nel primo CD che li ha
lanciati.
L’ultima fatica: “Bravo bischero”.
che ha fatto sì che i legumi diventassero cult,
hit dell’estate a Controradio, colonna sonora
allo stadio di Firenze.
Giamaichianti è un capolavoro linguistico
che mette in risalto le loro abilità nel
Giamchiantese, una lingua da loro stessi inventata,
che in qualche modo ha radici sia in
Giamaica che in Chianti. E cosa dire di Ho
la balla pesa, una canzone che affronta il
tema universale della difficoltà di trasportare
una balla di fieno in modo molto poetico,
chissà se è proprio questo il senso? Ma su
tutte, almeno per me, Zelindola, dolcissima
e tenera canzone per un amore sfuggente e
incompreso.
Insomma, i Tolomei’s Brothers sono
un’esperienza unica, un concentrato di cultura
toscana, umorismo e stravaganza.
Chiunque abbia avuto la fortuna di assistere
a una loro esibizione sa che il mondo ha bisogno
di più macellai cabarettisti e insegnanti
di catechismo musicisti. Grazie ai Tolomei’s
Brothers, la Toscana è un posto migliore e
molto, molto più divertente! E così dopo il
primo disco (Tolomei’ Brothers), sono tornati
in sala di registrazione ed hanno sfornato
il secondo (Bravo bischero) e a seguire ancora
concerti su concerti.
Quindi, se avete voglia di una serata di
puro divertimento, dove potrete cantare canzoni
che non hanno senso alcuno, ma vi faranno
ridere fino alle lacrime, non cercate
oltre. O forse il senso ce l’hanno eccome,
ma preferiamo non trovarcelo. I Tolomei’s
Brothers sono qui per farvi scoppiare di risate
e farvi ballare in modo strano, e non ve
ne pentirete mai. E se alla fine della serata vi
trovate a chiedervi se tutto ciò sia stato solo
un sogno bizzarro, beh, allora avrete appena
conosciuto i Tolomei’s Brothers.
Presentiamo il testo del brano che è anche
il titolo del CD:
Bravo bischero
Stamattina alle sette
ho sentito l’oroscopo,
103
Massimiliano Tonnoni e Marco Rossinelli; i Tolomei’s Brothers.
mi diceva che oggi
era un giorno fantastico.
Sono andato alla messa
a suonare co’ i’ piffero,
ci so’ andato di corsa
perché c’era anche i’ Vescovo.
Bravo bischero, bravo bischero, bravo
bischero …poporopopò….
Son passato col rosso
con la vespa a i’ semaforo,
son finito sdraiato
con le gambe sul cofano.
Accident’a chi
m’aveva fatto l’oroscopo,
ho schiantato la vespa
sopra l’auto di’ vescovo.
Bravo bischero, bravo bischero, bravo
bischero …
poporopopò, poporopopò ….
Ho spaccato la vespa
e sbucciato anche i’ gomito,
ho strappato la giacca
m’è venuto anche i’ bombo.
Accident’a chi
m’aveva fatto l’oroscopo,
per andare alla messa
ho spaccato anche i’ piffero.
Bravo bischero, bravo bischero, bravo
bischero …
poporopopò, poporopopò ….
104
Musiquorum, le cantore delle donne
di Maria Grazia Campus
Cantare per lottare, cantare per riconoscere,
cantare per gioire, cantare per
fare politica accordando le voci e il pensiero
questo è quello che fanno Le
Musiquorum da 13 anni.
“Se devi dire qualcosa dilla Cantando!”
(“Dilla Cantando!” è anche il titolo di un
nostro spettacolo) è la nostra ispirazione: nel
film “Riso Amaro” di Giuseppe De Santis
una mondina veterana redarguisce con questa
frase una giovane e inesperta mondina
appena arrivata in risaia interpretata da
Silvana Mangano. Diciamo cantando, viviamo
l’essere donne e femministe attraverso il
patrimonio sonoro delle mondine, delle
tabacchine, delle lavapanni, delle cantore
contemporanee, delle donne in lotta in ogni
angolo del mondo e attraverso il tempo.
Un’esperienza che nasce nel 2011 per
l’esigenza di dire cantando, di vivere la
sorellanza con la forma corale dove ogni
voce sostiene l’altra e dove “nessuna cala
sola”: calare insieme è una magia, l’accordo
si mantiene in questa leggera flessione dell’intonazione
rispetto alla nota iniziale. Quello
che può essere visto come un difetto a noi è
apparsa una metafora bellissima del nostro
rapporto ed è diventato il nostro motto, la
nostra cifra solidale in cui esprimere la vicinanza,
il nostro impegno politico per cambiare
e non lasciare sole le persone vicine e
lontane che attendono i lenti passi della giustizia
sociale.
Siamo donne provenienti da varie regioni
e stati, tutte attiviste femministe di sinistra. Il
nostro coro è nato nel 2011 a Firenze in
occasione della campagna referendaria sull’
acqua e servizi pubblici, nucleare, legittimo
impedimento. Qualche settimana prima del
voto, il 30 maggio, al circolo ARCI La
Loggetta viene organizzato un estemporaneo
festeggiamento per la vittoria a Cagliari
e Milano della Sinistra, città fino a quel momento
in mano alla destra. Insieme ai brindisi
sono partiti i canti: La Lega, Addio
morettin ti lascio, Saluteremo il signor padrone
e tanti altri. Mary Bertini, Maria Grazia
Campus, Laura Carpi Lapi, Daniela Dacci,
Cinzia Fognani, Miriam Massai, Marisa
Nicchi, Anne Stiff tra un bicchiere e un canto
sentono un bisogno crescente di
un’espressione diversa dal volantino, dalla
riunione, dall’assemblea.
Quanto è forte cantare insieme? Da lì alla
105
1°Maggio all’Istituto Ernesto de Martino a Sesto Fiorentino nel 2016.
decisione di fare un coro è stato un lampo,
c’era già. Con la direzione di Maria Grazia
Campus e la disponibilità della casa di Mary
Bertini ci diamo appuntamento per le prove.
Programmiamo una serie di flash mob
cantati per la campagna referendaria che si
chiuderà col voto del 12 giugno: inseriamo
testi sui referendum e inviti ad andare a votare
per raggiungere il quorum su arie note,
stampiamo un po’ di copie da distribuire e si
va nelle piazze: “E vota vota vota, e vota al
referendum / ma stando molto attentum / la
croce va sul sì”.
È stato galvanizzante partire da una piazza
in sette e muoversi per le strade aumentando
metro dopo metro ritrovandoci nella
piazza successiva con chitarre, danzatori e
cinquanta persone a cantare. Il giorno della
chiusura della campagna referendaria non
avevamo ancora un nome e una delle persone
impegnate nell’organizzazione dell’evento
di chiusura sentendoci disse “perché
non vi chiamate Musiquorum?” ci piacque
molto ed eccoci qua dopo 13 anni con
quel nome, quell’entusiasmo e voglia di cantare
insieme.
Il nostro inizio ha determinato il nome e
anche l’intenzione: fare politica con piacere,
il desiderio di occuparsi dei temi sociali, impegnarsi
cantando ha fatto sì che il coro si
specializzasse nei canti del lavoro delle donne,
moltissimi tramandati dalla tradizione
orale. I canti delle tessitrici, delle lavandaie,
delle tabacchine, delle mondine sono stati il
nostro step successivo. Il bisogno di essere
femministe degli anni 2000 ci ha spinto a ricercare
e approfondire i canti del lavoro con
la gratitudine verso le donne che per
classismo non sono state riconosciute nel loro
impegno, nella loro lotta per migliorare le
106
loro e le nostre condizioni, per acquisire diritti
come cittadine, come persone, come
lavoratrici. Canti che vengono da un tempo
non troppo lontano ma da luoghi e storie
ancora troppo taciute, l’emancipazione ha
avuto anche strade rurali che certo
intellettualismo femminista, oltre che il già
citato classismo, ha ignorato. Con i canti siamo
impegnate a riportare al pubblico la storia,
eventi che sono fondamentali. Per esempio
quando cantiamo La tabaccara (canto
salentino) ricordiamo la rivolta delle
tabacchine di Tricase, e la sua sanguinosa
repressione, del 15 maggio del 1935 che fu
insieme manifestazione per il lavoro e manifestazione
antifascista, finita con una repressione
istituzionale in cui ci furono cinque
donne uccise e settantadue ferite. Siamo
attente anche alla concordanza di genere,
per esempio cantando La lega abbiamo corretto
“siamo lavoratori” in “siamo lavoratrici”:
se parti dicendo Sebben che siamo donne
è logico e corretto, eliminare un genere
nella grammatica è il segno grafico che indica
il presupposto culturale dell’eliminazione
dei corpi delle donne attraverso il
femminicidio.
Sotto la mia sottana è un canto manifesto
per il nostro impegno contro la violenza
degli uomini sulle donne: è un canto delle
mondine di Medicina le cui prime tracce si
registrano all’inizio del ‘900. Rubricato come
“canto licenzioso” dagli etnomusicologi per
noi è un canto di libertà e accoglienza, in cui
il desiderio trova espressione gioiosa da
parte della donna che propone e nella terza
strofa il “giovanotto” dà una risposta accogliente,
la sensazione è che siano due persone
libere da stereotipi, per noi cantarlo è
ringraziare quelle donne dei primi del Novecento
e dare voce a quello che diversamente
resta uno slogan “nessun comportamento,
nessun abbigliamento giustifica un atto
violento”:
“(...) c’è una dissidenza fuori dal lamento,
dalla denuncia. C’è una dissidenza di chi quel
corpo lo vuole vivere fuori dal controllo di
padri, fratelli, mariti. Le mondine stavano
fuori dal controllo patriarcale per quaranta
giorni vivendo insieme in una sorta di caserme.
Senza timore dopo lunghe ed estenuanti
giornate in risaia si divertivano anche con i
piaceri della carne … e lo cantavano così!
Sotto la mia sottana
c’è posto un bel boschetto
(alza la gamba e fammela veder ..)
all’e, all’erta giovanotto te la farò veder
Te la farò vedere
te la farò sentire
(alza la gamba e fammela veder ..)
Io ti, io ti farò morire dalla soddisfazion
Dalla soddisfazione
morir non mi rincresce
(alza la gamba e fammela veder ..)
Farem, farem come fa i pesci noi moriremo
insiem
Noi moriremo insieme
noi moriremo uniti
(alza la gamba e fammela veder ..)
Così, così sarà finita la nostra gioventù
La gioventù più bella
la gioventù più cara
(alza la gamba e fammela veder ..)
L’amor, l’amor senza caparra non la
farò mai più
[dal nostro spettacolo Fimmene Fimmene]
107
Nel nostro percorso questi canti sono diventati
tantissimi e si sono intrecciati ad altri
più recenti che vedono le donne al centro di
tematiche ancora fonte di conflitto nella società
attuale, quindi oltre ai canti della tradizione
popolare la nostra curiosità ci ha portato
ad affrontare canti autoriali o canti delle
resistenze nel mondo. Il canto sociale è un
infinito mondo di note e di voci che ci avvicina
alle donne Zulu ringraziando la terra con
Babethandaza, che ci dà il passo di una marcia
in cui donne e uomini camminano insieme
verso la libertà con Marca Rojava” che ci fa
incontrare sulla melodia della nostra resistenza
le donne iraniane cantando “Bella Ciao” in
farsi. A proposito di quest’ultimo canto: le
donne che cantiamo vogliamo anche sentirle
sul corpo così indossiamo da sempre sciarpe
che abbiano una storia. In questo momento
indossiamo le colorate sciarpe del Kurdistan
iraniano arrivate attraverso Firouzeh, madre
della nostra compagna Farideh perché si sappia
sempre che nessuna cala sola, ci sarà sempre
una compagna al nostro fianco a tenere
con noi l’accordo.
Nel 2013 ci siamo costituite associazione
culturale per poter meglio dare forma e luogo
ai nostri progetti. La prima presidente è
stata Laura Carpi Lapi, ci ha lasciate nel
2017 ma cammina sempre con noi con la
ricchezza dei suoi canti. Oggi la presidente
è Manuela Giugni donna saggia e paziente
che ha fatto dell’espressione musicale uno
strumento di comunicazione anche attraverso
la danzamovimentoterapia.
Le Musiquorum di oggi sono: Maria
Grazia Campus (direttrice), Agnese Leo,
Annalisa De Cecco; Anne Stiff, Elisa
Montauti, Elisabetta Togni, Farideh
Karamloui, Francesca Cascino, Gabriela
Espinoza, Manuela Giugni, Miriam Massai,
Monica Graceffa, Oriella Ferrini, Roberta
Porciani, Simona Todaro, Sonia Fontana.
I nostri spettacoli
2014 “Fimmene Fimmene”
2019 “Dilla Cantando!”
2022 “Caro Babi” con Daniela Morozzi
108
Tambus, genio e sregolatezza
di Fabio Landini
Un bel primo piano di Tambus.
“
Un uomo che maturava all’incontrario,
che per miracolo ringiovaniva invecchiando,
in un turbinio esplosivo di energie, estro,
creatività. Irrefrenabile. Un pugno. Un guizzo”.
Definizione più azzeccata, o, per meglio
dire, miglior ritratto di Tambus non potrebbe
essere se non questo. In queste parole
c’è tutto di lui, la sua filosofia di vita, la
sua personale interpretazione di come stare
al mondo, la sua scorza, la sua schiettezza, il
suo non voler mai scendere a compromessi,
rifiutando schemi precostituiti. Insomma: con
lui non ci si sarebbe annoiati, mai, e così sarebbe
stato, davvero, sempre, per tutta la
sua vita. Questo era Tambus, senese estroso,
autentico, bizzarro, geniale, pieno di idee
e con il senso dell’humor nel sangue.
Volto asciutto dal mento aguzzo, barba rasata
non troppo di fresco, capelli già un po’
grigi ed arruffati, vestito stile casual, due occhi
sprizzanti scetticismo e tanta ironia.
Bruno Tanganelli nasce a Siena, il 10 Novembre
del 1922, in Via delle Vergini, proprio
nel cuore della Contrada della Giraffa,
da Antonio, carabiniere ancora in servizio, e
da Rosa Buracchi, casalinga, ma anche sarta,
attività che intraprende allo scopo di arrotondare
il magro stipendio del marito. Bruno
ha anche un fratello maggiore, Mario, che
in futuro ricoprirà importanti incarichi nella
Contrada della Giraffa, fino a diventarne
Priore. È già dalla più tenera infanzia che gli
viene affibbiato il soprannome di “Bubi”.
Non, come si potrebbe pensare e come so-
109
tutta la vita. Ma, purtroppo,
una vera tragedia lo attende,
da subito, dietro
l’angolo: ha appena tre
mesi, infatti, quando viene
a mancare il padre Antonio,
che lascia la famiglia nella
più completa e profonda disperazione.
Inizialmente
Bubi frequenta le scuole
elementari, ospitate negli
edifici della Fortezza
Medicea. Ben presto però,
per ragioni facilmente
intuibili, viene avviato presso
una istituzione cittadina,
l’allora “Collegio di Via
Campansi”, in pratica un
ricovero per bambini indigenti,
ma anche casa di riposo
per anziani, che a
Siena è stato da sempre comunemente
denominato
“La Commenda”. Ma è lui
stesso a raccontare in una
sua pubblicazione, con l’arguzia
e l’ironia che lo caratterizzavano,
tutta la vicenda.
Così scrive: “Nel
1934, facendo il mio ingresso
in Via Campansi numero
8, al ricovero di
Una pagina da un suo vecchio diario degli anni ’40.
litamente poteva accadere in passato, per mendicità, ospizio cronici, asilo giovinetti, fui
l’iniziativa di amici, coetanei e compagni di insignito dell’onorificenza di “Commendatore”,
in quanto detto collegio era appunto
giochi, quelli che, a quei tempi, potevano
scorrazzare indisturbati, per ore e ore, nelle soprannominato “Commenda”. Là mi accorsi
di essere mancino il primo giorno che volli
strade senza automobili, moto o motorini,
dei rioni di Siena. E’ infatti proprio la madre disegnare con la destra.” Nel 1936 anche la
Rosa a cucirgli addosso quel nomignolo, probabilmente
ascoltando i primi monosillabi da orfano, viene accolto dagli zii materni, men-
mamma Rosa muore, per cui, rimasto ormai
lui pronunciati, che poi lo accompagnerà per tre è assunto, come apprendista, in uno dei
110
Una scena dello spettacolo “Di vicolo in vicolo” al Teatro dei Rinnovati di Siena (febbraio 1977).
più affermati stabilimenti industriali della città.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale
non rimane insensibile alla martellante
propaganda che imperava in quei tempi e
che faceva presa soprattutto sui giovani.
Emotivamente coinvolto e stante la precaria
situazione familiare, nel 1940 parte per
l’Africa, arruolandosi come volontario ed
entrando a far parte del Reggimento dei “Ragazzi
di Bir el Gobi”. Nel 1943 gli inglesi lo
fanno prigioniero, internandolo in un campo
di concentramento in Algeria. Detto per inciso,
proprio in quel periodo giunge alla famiglia
la notizia della sua scomparsa, smentita
comunque solo dopo sei mesi. È proprio
nei lunghi e monotoni giorni trascorsi
durante i tre anni di prigionia che dà libero
sfogo alla fantasia, sviluppando la sua tecnica
e dando inizio di fatto all’attività di
vignettista e caricaturista, fino a fondare addirittura
un giornale murale, il “Come ci
pare”, firmandosi con il suo primo pseudonimo
“T.Bubi” e mettendo in scena anche
piccole rappresentazioni teatrali. Ma la nostalgia
della sua città è così tanta e tale, per
cui, che cosa non t’inventa? Semplicissimo:
arriva ad organizzare addirittura un vero e
proprio Palio, completo di tutto, all’interno
del campo di prigionia, coinvolgendo gli altri
malcapitati compagni di sventura, che si
prestano di buon grado, immedesimandosi
in cavalli e fantini, con tanto di corteo storico,
comparse vestite con costumi realizzati
utilizzando cartoni, pezzi di latta ed altro materiale
di scarto. Per la cronaca, il Palio lo
vince proprio lui, correndo, naturalmente,
con i colori della Giraffa. Ma la cosa finisce
male, perché durante i prolungati e chiassosi
festeggiamenti del dopo-corsa le sentinelle
ed i guardiani inglesi, insospettiti, inter-
111
ta Siena, ritrovando Wilda, la
compagna di una vita, con la
quale convolerà a nozze il 20
Settembre 1947. A quel punto
Bubi si tira su le maniche e
si adatta ad intraprendere mille
attività diverse: da imbianchino
a pittore, da cartellonista
a biscazziere, a inserviente
in alcuni tra i più prestigiosi
Circoli Accademici senesi.
Nel 1949 si cimenta anche
come scrittore, con un romanzo
dedicato alla storia di
Siena, con particolare riferimento
alla nascita ed allo sviluppo
delle Contrade, opera
che, purtroppo, non verrà mai
pubblicata, rimanendo pertanto
solo un sogno nel cassetto.
Ma la sua vera aspirazione
rimane comunque sempre
quella di diventare pittore
pubblicitario ed umorista. Tutto
si concretizza finalmente nel
1951, iniziando una stretta
Una pagina del “Mangia” a ricordo del personaggio.
collaborazione con l’industria
vengono pesantemente, interrompendo ogni dolciaria Parenti, per la quale pubblica il giornale
umoristico “3P” (Palio, Panforte, Pa-
velleità dei protagonisti, colpevoli dell’evento,
che vengono paradossalmente puniti con renti), di largo successo cittadino. In quegli
il carcere, pur trovandosi già nella condizione
di prigionieri! Alla fine degli eventi bellici pubblicate sul settimanale “Il Campo di
anni appaiono anche le sue prime vignette
viene rimpatriato, ma non avendo collaborato
con gli alleati dopo l’armistizio (perché, più famosa e celeberrima rivista
Siena”, collaborando inoltre anche con la ben
diceva, non voleva armare gli aerei che partivano
per bombardare l’Italia) è internato periodo l’abbandono definitivo dello pseu-
“Marc’Aurelio”. Risale proprio a questo
in un nuovo campo di concentramento, in donimo “T.Bubi”, che viene sostituito dal definitivo
“TAMBUS”, ovvero l’acronimo di:
quel di Taranto.
Da qui riesce, comunque, in maniera TA-nganelli, M-ancino, BU-bi, S-iena. Ma
rocambolesca a fuggire, finché nel mese di lui rimarrà, per tutti, sempre e per sempre,
Aprile del 1946 rivede finalmente la sua ama-
solo e soltanto “Bubi”. Impossibile non ci-
112
tare un aneddoto, che spesso raccontava:
“Un giorno incontrai il mi’ cugino, che mi
disse: ho visto in una vetrina certi disegni
umoristici di un tizio che si firma “TAMBUS”;
pensavo fossero i tua, perché gli somigliavano,
però poi, riguardandoli bene ... insomma,
‘un te n’ha ave’ a male eh, ma lui è più
bravo di te!” Negli anni successivi la sua attività
di cartellonista pubblicitario prende
definitivamente campo, con la fondazione
della “Publisiena”, vero e proprio laboratorio
tipografico, introducendo, tra i primi in
Italia, la tecnica della stampa in serigrafia.
Innumerevoli sono le collaborazioni con le
Contrade, soprattutto con vignette, caricature
e disegni prodotti per i cosiddetti Numeri
Unici, pubblicazioni celebrative edite
in occasione della vittoria del Palio, nonché
per gli allestimenti scenografici e decorativi
dei vari rioni. È fondatore e prolifico interprete,
tra gli anni’50 e ’70, di due periodici
umoristico-satirici di argomento prevalentemente
paliesco, “Il Mortaretto” ed “Il Mangia”.
Partecipa, riscuotendo lusinghiere affermazioni,
ad innumerevoli concorsi, indetti
in tutta Italia, riservati a disegnatori umoristici,
fino a classificarsi, nel 1975, al primo
posto, tra 295 concorrenti, provenienti da
tutto il mondo, alla mostra internazionale di
Ancona. È allora che partorisce la sua “Rassegna
dell’Umorismo”, una biennale che sarà
organizzata fino a buona parte degli anni ’80
e che porterà a Siena le più grandi firme del
panorama umoristico internazionale. Ma
continua ad essere anche scrittore, con la
pubblicazione di “Vieni a veglia stasera?” e
“Che si fa stasera, si dorme?”, due raccolte
di aneddoti, racconti, novelle e vignette, ovviamente
di ambientazione senese. Nel 1978
gli viene quindi conferito il premio “Mangia
d’argento”, civico riconoscimento assegnato
ogni anno a coloro che hanno contribuito
a rendere famoso il nome di Siena in Italia e
nel mondo. Per non farsi mancare niente,
due anni prima, nel 1976, dà vita al suo vero
gioiello, quello che, senza enfasi o esagerazioni,
può essere considerato il suo capolavoro:
il “Vernacolo Clebbe”. Una mente vulcanica
come la sua non poteva, prima o poi,
non pensare di rispolverare dal dimenticatoio
quello che, in una città piccola come Siena,
aveva rappresentato, per interi decenni, uno
degli aspetti culturali più vivi, sentiti e partecipati:
il teatro vernacolare. Innumerevoli le
compagnie teatrali e filodrammatiche che
avevano per intere generazioni calcato i palcoscenici
cittadini, grandi o piccolissimi che
fossero, con rappresentazioni per lo più di
autori senesi (basti citare Silvio Gigli, che
proprio così iniziò la sua attività di uomo di
spettacolo, o lo stesso Mario Verdone), riscuotendo
successi e consensi generali, fino
a far diventare il vernacolo una tradizione
popolare, se non una vera e propria istituzione.
Dopo anni di desolante silenzio, a
parte qualche timido tentativo, Bubi ha l’intuizione
di far ripartire il tutto. Come in una
sfida vera e propria, crea una compagnia
teatrale, che per circa 15 anni metterà in
scena una ventina di rappresentazioni, oltre
ad una innumerevole serie di altri spettacoli,
tra serate nelle Contrade o nei circoli ricreativi,
partecipando anche a moltissime trasmissioni
mandate in onda sulle emittenti televisive
locali. Bubi diventa quindi anche regista,
scenografo, macchinista, ma pure autore
lui stesso di alcune riuscitissime commedie,
tra cui “Accosta l’uscio”, la più rappresentata.
Decine e decine di persone vengono
coinvolte, in quegli anni, alternandosi
sulle tavole del palcoscenico, in una successione
incredibile, per quella che diventerà
113
una splendida avventura e che riscuoterà un
successo inaspettato. Ogni spettacolo del
“Vernacolo Clebbe” è infatti un appuntamento
che la città attende con impazienza, attenzione
ed affetto, fino a riempire immancabilmente
il teatro comunale dei Rinnovati
(ma non solo quello) in ogni suo ordine di
posti, tanto da costringere, spesso, a repliche
non previste. Senza dimenticare anche
la significativa partecipazione ad alcune
fiction televisive prodotte da mamma RAI.
Per chi, in quegli anni, ci ha ”nafantato”, rimangono
ricordi indelebili, legati ad amicizie
vere, incrollabili, nate tra persone a volte
profondamente diverse tra loro, per età,
esperienze culturali o di vita. Rimane il ricordo
dei lunghi mesi di prove trascorsi nel
suo stanzone-laboratorio davanti alle fonti
di Fontebranda, tra polvere, barattoli di vernice,
colori, pennelli, matite, inchiostri, montagne
di polistirolo. Poi, magari,
riaccompagnandolo verso casa, dopo la prova,
ti accorgevi che la campana della Torre
del Mangia stava già battendo le due, se non
le tre di notte, senza nemmeno essersene resi
conto, continuando ad ascoltare gli immancabili
racconti del passato e, soprattutto, i
suoi progetti futuri. Di tutto questo rimane il
ricordo di una grande e, purtroppo,
irripetibile esperienza umana, che andava ben
oltre la pura attività teatrale, costituendo,
particolarmente in coloro per i quali quelli
rappresentavano davvero gli anni della giovinezza,
una autentica vera scuola di vita.
Poi, in una triste notte di Autunno del 1990,
dopo aver contribuito in maniera rilevante
alla organizzazione dei festeggiamenti per la
vittoria riportata nel Palio di Luglio dalla sua
Giraffa, Bubi ci lascia, improvvisamente, per
sempre. Per ironia della sorte, quasi subito
dopo la messa in scena del suo più recente
lavoro teatrale, “L’ultimo Palio di Rosa”,
commedia incentrata proprio sugli anni della
sua infanzia e sui momenti, tristi e felici,
della vita della sua cara mamma. Un omaggio
che sembra quasi un segno premonitore.
Con lui se ne va anche una Siena ormai quasi
completamente scomparsa, quella fatta di
strani personaggi, di aneddoti incredibili, di
sapori e profumi purtroppo perduti. Bubi
lascia, comunque, e non solo in chi ha avuto
il privilegio di conoscerlo bene e di potergli
stare vicino, un indelebile ricordo, ma anche
un enorme vuoto, unito ad un grande rammarico
per la perdita di un vero amico e di
un grandissimo senese. Grazie, Bubi!
114
Bobo Rondelli. A famous local folk singer
(dialogando con Roberto)
di Alessandro Sansavini
con la collaborazione di Fabio Corsini e Annalisa Lottini
28 dicembre 2023. L’aria è mite. Fuori
c’è il sole, che proprio non sembra di
essere a dicembre, se non fosse per le luci
natalizie e per il traffico particolarmente intenso.
Siamo in partenza da Firenze verso Livorno
con una bottiglia di vino e un panettone artigianale
sul sedile posteriore. Quando Francesco
Frank Cusumano ci ha proposto un
mese fa questa intervista per conto della redazione
di Toscana Folk ci siamo subito
immaginati una situazione casalinga davanti
a del buon cibo, in un clima rilassato che
facilitasse un dialogo nutriente.
Ma si sa, fra il dire e il fare c’è sempre di
mezzo… la FI-PI-LI! Non a caso, arriviamo
con mezz’ora di ritardo.
Rimaniamo positivamente sorpresi dall’accoglienza.
Difatti, a pochi minuti dall’arrivo
ci ritroviamo con in braccio la chitarra
a duettare insieme a Roberto Isn’t a Pity
di George Harrison e Sweet Home
Chicago dei Blues Brothers, con Pallina
(il loro cane) e Gustavo (il gatto) a girellarci
fra le gambe…
È così che prende pian piano forma l’intervista
a questo iconico personaggio toscano,
a nostro dire, una delle voci più autentiche,
esilaranti e commoventi. A tratti timoroso
nella sua stessa sensibilità, mai in nessuna
forma auto-celebrativo. Questo ci ha
colpito davvero molto.
Ringraziamo per l’ospitalità e l’organizzazione
Chiara (la compagna) e vi lasciamo
alla lettura con l’obiettivo di farvi scoprire
anche quali interessanti progetti bollono in
pentola.
Quando Chiara ti ha detto di questa
intervista come hai reagito? Ti piacciono
le interviste?
Assolutamente no! [RISATA] Mi hanno
detto solo che sarebbero arrivati dei
bravi ragazzi a intervistarmi per conto
di Toscana Folk. Non è che non mi piacciano
le interviste, non mi piace essere al
centro dell’attenzione al di fuori del palco,
che io chiamo “il palchibolo”. Ancora
non ho capito quanto mi ci sia trovato
oppure l’abbia veramente voluto. Ma
115
Bobo Rondelli.
questa è la vita… ti trovi a fare un lavoro
e poi ti domandi per il resto dei tuoi giorni:
“perché lo faccio?” A quest’ora potevo
essere alle Maldive a fare
qualcos’altro…
John Lennon in Beautiful Boy ha scritto:
“la vita è quello che ti succede quando
fai altri progetti”…
Esattamente, il senso è quello.
Chissà che questa intervista non serva
anche a chiarirti le idee… Proviamo
a ripercorrere il tuo percorso artistico:
da piccolo ti firmavi “Giorgio Arrisoni”,
poi iniziasti l’avventura con Les Bijoux,
gli Ottavo Padiglione e oggi sei il cantautore
Bobo Rondelli con ben nove dischi
all’attivo. Come hai trovato la tua
strada?
Hai detto bene: sul diario mi firmavo
“Giorgio Arrisoni”, oltretutto portavo anche
i capelli come lui!
Ma chi era Giorgio Arrisoni?
George Harrison [RISATA]. Pensa che
riuscii a comprarmi anche una
Rickenbacker dopo mesi di duro lavoro.
Una chitarra che rappresentava bene sia
George Harrison che Roger McGuinn, il
chitarrista dei Byrds. Quindi uno strumento
molto significativo per me. Ho iniziato
a suonare da ragazzo, come tanti altri.
Penso sia nato tutto in maniera naturale,
per via della mia timidezza; presto
capii che suonando sul palco qualche ragazza
mi avrebbe notato. Anche se poi i
più guardati erano i batteristi e i bassisti.
Fin da piccolo salire sul palco è stato un
modo per mettermi in gioco, per sfidare
me stesso e il mio carattere. E comunque
116
non stiamo parlando mica dei Beatles! Se
hanno smesso di suonare loro, non è detto
che non possa smette’ di sona’ io!
[Ride]
Quanto è importante per te essere un
“artista libero” con tutte le complicazioni
che ne derivano? Vale davvero la pena
esserlo oppure alcuni compromessi scomodi
a volte sono necessari per trovare
la propria strada?
Io, prima di tutto, sono uno scomodo
per me stesso. Oggi quando si vedono persone
scomode si capisce subito che si tratta
di sceneggiate. Situazioni già pronte e
poco autentiche. La televisione è piena
di TG dell’orrore e discussioni tra persone
felicemente stupide o stupidamente
tristi. Io ho una televisione in camera, ma
la uso principalmente per ascoltare
audiolibri. Tornando alla tua domanda,
la libertà espressiva è molto importante,
ma ancora di più l’autenticità e la genuinità
del racconto.
Tra le altre cose, parlando di televisione,
qualche anno fa sei andato a
Sanremo…
Dè, Irene Grandi mi ha chiamato tre
anni fa, in pieno Covid, per cantare in
duetto una canzone scritta da Franco
Califano e Umberto Bindi: La musica è
finita. Per me è stata una bella opportunità,
potenzialmente anche per allargare
il mio pubblico. Un’altra bella occasione
è nata anche quest’anno con l’invito di
Vinicio Capossela allo Sponz Festival,
dove mi sono trovato molto bene. Forse
invecchiando si è disposti a fare più compromessi,
purché la musica possa arrivare
più lontana. Tornando a Sanremo, forse
prima c’era il mito del boicottaggio
degli artisti indipendenti, ma adesso non
è più così: il mercato è cambiato. È stato
bello partecipare anche semplicemente
per il vestito che mi hanno dato, il dispiacere
è stato poi doverlo restituire: un po’
come Cenerentola, appena è finita la
musica, ho dovuto cambiare vestito
[ride].
“Per andare a non so dove e arrivare
a non so quando” 1 , la senti ancora tua
questa strofa?
Questa frase è presa e riadattata da una
canzone di Billy Bragg, New England. Ne
ho cambiato le parole: “I don’t want to
change the world… I’m not looking for a
new England...” [canticchia] Sì, secondo
me ha un bel significato rispetto alla
giovinezza e al sentirsi sempre un po’ ragazzo.
La vita non si sa mai come va a
finire. È un po’ come quando prendi la
macchina senza decidere dove andare
oppure prendere un treno a caso. Lo abbiamo
fatto tutti.
Quali sono state le tue maggiori influenze
musicali e come hanno influito
sul tuo lavoro? Dai Beatles passando
per i Velvet a Dylan e Johny Cash…
Quando e come arrivano i cantautori?
Guccini, De André, Ciampi…
I miti musicali internazionali appartengono
alla gioventù, Piero Ciampi è arrivato
dai vicoli della mia stessa città; De
André lo sentivamo tutti a scuola.
Guccini, a partire da L’Avvelenata, contenuta
nel disco Via Paolo Fabbri 43, si è
diffuso a macchia d’olio, ma per me c’era
anche Edoardo Bennato. Era semplice da
suonare, era rock ‘n’ roll ed era pure
117
Harper: “When you
have everything, you
have everything to
lose” 2 .
A me viene in mente anche
il pittore livornese Gino
Romiti: “Meno hai più sei
libero”. Queste parole
sono riportate sul suo busto
a Villa Fabbricotti, qui
a Livorno. È ganzo perché
non c’è la rima baciata,
così suona più solenne e altisonante.
La coperta dell’ultimo disco.
incazzato. Bennato, forse più di altri artisti
della mia generazione metteva assieme
il cantautorato italico con l’animo
internazionale più rock.
La chitarra era uno strumento per stare
insieme. Oggi quando i giovani ti vedono
con una chitarra in mano pensano
tu sia un barbone [ride]. I tempi sono
cambiati. Prima ci si calava nell’oscurità
delle osterie, adesso si va in questi luoghi
con forti luci al neon che sembrano
dirti: “Bevi veloce e levati dai coglioni!”
[ride].
Credo che, se smettessimo di parlarci,
prima o poi ci ammazzeremmo tutti. Siamo
troppo concentrati sul possesso:
“Quando arriva lo stipendio?”, “Lo sai
adesso mi arriva la macchina nuova!”
Respiriamo quotidianamente un senso di
possesso inutile.
Mi viene in mente la frase di Ben
Come ti sei trovato
con Appino alla regia di
“Anime Storte”?
Bene, nonostante le differenze
territoriali [ride]. Sapete quanto
si scherza noi sui pisani. È un lavoro che
ha imbastito lui, mi piace molto affidarmi:
se mi metto con uno che fa reggae,
poi finisce che faccio un disco reggae…
Come “Onde Reggae” del ’99 degli
Ottavo Padiglione…
Sì, insieme a Dennis Bovell in quel
caso… Dipende chi trovo e mi adeguo.
Pensa che Eleanor Rigby dei Beatles nacque
da Vivaldi… per farti capire l’importanza
delle influenze. Pare che Paul si
fosse lasciato influenzare da una donna
che ascoltava Vivaldi.
A questo punto il dialogo vira sull’attuale
mercato musicale, ed emergono due elementi
caratteristici: l’eccesso di possibilità di ascolto
- la musica oggi è forse diventata troppo
democratica (tutti possono accedere a tutto
o quasi) e l’importanza del marketing.
118
Il tuo genere può definirsi folk, in qualche
modo, perché parli anche del tuo popolo
e dei suoi costumi, della tua amata
Livorno e della sua gente. Quanto è importante
per te la tua città?
L’arte in tutte le sue forme, secondo me,
nasce da un singolo o da un gruppo che sente
qualcosa e si ritrova insieme per condividerla.
Dall’alto dei miei anni oggi noto che
le persone sono più deluse – l’hai visto quello
l’han preso a X Factor – mancano le cantine
per suonare, manca quello scambio punk
intellettuale. Un fiore da solo muore. Questo
significa che la bella musica nasce da un
buon clima. Livorno è una città con una storia
recente, più moderna, si ricordano le canzoni
di Ciampi, le poesie di Caproni, le composizioni
di Mascagni. La mia musica si può
definire folk? Boh, se lo dite voi, che mi
ascoltate da fuori, ci credo.
Bobo Rondelli e Pallina, Livorno Style.
Il mare per gli artisti che provengono
dal mare, come te, ha un valore necessario.
In una celebre frase, Banana
Yoshimoto dice: “Nelle città senza
mare… chissà a chi si rivolge la gente
per ritrovare il proprio equilibrio… forse
alla Luna…” Per te quanto sono importanti
gli elementi naturali nella composizione
di un testo? E il mare è una
fonte di equilibrio?
Nelle città di mare, in generale, si respira
un maggiore senso di comunità. I
marinai andavano a pescare e lasciavano
la propria famiglia, i figli diventavano
così figli di tutti, in un clima di maggiore
scambio e aiuto reciproco. Da noi,
attraverso lo scambio, è nato anche il
ponce!
Per me il mare è forse più una fonte di
squilibrio che di equilibrio. Mi fa riflettere
su altri luoghi lontani. Il mare ha questa
forza, rende più facile innamorarsi e
parlare d’amore in tutta la sua complessità,
ispira il sentimentalismo. Vivere in
una città come Livorno ti porta ad avere
l’animo più esposto all’altro ed essere più
aperto al mondo.
La tua musica spazia tra molti temi:
dalla poesia, l’amore, alle sofferenze e
le gioie della vita, dai disagi dell’animo,
le frustrazioni, all’ironia e la leggerezza.
Immagino che per descrivere ognu-
119
Bobo fra i due amici Alessandro Sansavini e Fabio Corsini.
no di questi stati d’animo tu abbia dovuto
prima provarli. Hai un rito che ti permette
di evocarli e trasformarli in musica
o le tue parole arrivano dall’istinto,
d’impulso?
Arrivano d’impeto. Spesso ho voglia
dire qualcosa e mi mancano le parole. Poi
improvvisamente arriva la parola giusta.
A volte, è come se mi sentissi bloccato:
penso a qualcosa che voglio dire con la
musica, ma poi fatico a pensare che qualcuno
lo voglia davvero ascoltare. Come
diceva John Belushi: “Quando il gioco si
fa duro, i duri cominciano a giocare” e
così nascono le canzoni, ultimamente mi
capita di comporre all’aria aperta nei
parchi quando non mi vede nessuno
[ride].
In che modo utilizzi la satira nelle tue
esibizioni?
Principalmente uso il sarcasmo. Lo faccio
per far notare quanto siamo diventati
tutti più idioti. Mi piace dissacrare alcuni
luoghi comuni dei nostri tempi.
Nella chiusura live di L’ultima Danza
inizi a elencare i bisogni della nostra
società: “Ma cosa si sogna? La casa in
campagna, l’auto più bella da cambiare
ogni anno e poi il cellulare che fa le foto
sott’acqua…” Quanto è importante ai
nostri giorni “saper scherzare” e “non
prendersi troppo sul serio” per un artista
folk?
Non è importante solo per l’artista, ma
per tutti noi. È una questione di sopravvivenza.
Immagina quando sei in compagnia
di amici o con un partener, a fine
serata provate a fare il conto: quanto abbiamo
riso? Se la risposta è per niente,
dovete farvi delle domande! Forse dovete
cambiare compagnia. Dobbiamo tutti
120
imparare a ridere, non in maniera cinica
ma delle cazzate della vita con dolcezza.
“Per me le persone serie sono stupide”
diceva il tuo amico Andrea. Ma chi
è Andrea?
Andrea è il mio amico down. Insieme ci
definiamo la coppia più scema del mondo.
Anche a lui ho fatto la stessa domanda:
sai cosa mi ha risposto? “Se uno sta
lì che ’un ride che ci sto a fa’ ai mondo!”
Ci sono persone che entrano in rapporto
solo con le persone che gli servono in
quel momento, altrimenti non gli rivolgerebbero
mai la parola. Questa tipologia
di persone non le sopporto proprio.
Qui ci fa ascoltare una canzone, citando
poi il tema di Uomini Contatori, presente nel
suo primo libro: Compagni di Sangue.
Ho una sorta di canzone, posso farvela
sentire? “…Quelli che stanno dentro e ti
lasciano fuori anche con il freddo…” [si
tratta di una nuova canzone e abbiamo il piacere
di ascoltarla per primi. Wow].
In fondo quando qualcuno ti chiede
qualcosa è più propriamente lui che fa
un piacere a te, facendoti uscire da te stesso
per andare a donarti all’altro. No? Sì,
lo so, suona un po’ catto-comunista
[ride].
Invece Bobo, rileggendolo è un bellissimo
pensiero! Qual è il giusto equilibrio
fra scherzo e serietà sopra il palco?
[Qui Bobo rimane in riflessione e rallenta
l’eloquio]: Il giusto e-qui-li-brio...
Mmmmhh... Mi piace raccontare alcuni
fatti, anche “cose truci” con fare scherzoso,
per me le parole “disgrazia” e “serietà”
sono vicine. Naturalmente senza
esagerare, per esempio non farei mai una
canzone su Mathausen!
Qualche altro musicista ti ha mai preso
in giro?
Sì, Stefano Bollani. A me piace essere
preso in giro. Se qualcuno ti fa il verso
vuol dire che hai qualcosa di speciale,
delle caratteristiche singolari che ti distinguono
dagli altri.
Qual è l’origine del progetto “L’osteria
del tempo perso” dalla canzone del
grande Stefano Rosso? Ce lo racconti?
Sì, esatto ho ripreso proprio la canzone
di Stefano Rosso. Andavo tutte le settimane
a Lucca a suonare presso l’Osteria
Il Mecenate mentre le persone mangiavano.
È stato un progetto molto interessante:
poter osservare la loro reazione
mentre suonavo sopra un tavolo… guardandoli
negli occhi da vicino potevo leggerli:
“Te c’hai proprio la faccia da scemo!”
Grazie a questa esperienza ho capito,
nuovamente, quanto il pubblico abbia
bisogno della pazzia, di qualcosa che
esca fuori dagli schemi. “To’ guarda chi
c’è, c’è anche Mattarella… vieni qui Sergio!”
A quel punto puoi diventare un portatore
sano di follia e di buon umore.
Suonare dentro un’osteria è un’ottima
scuola per un musicista folk anche per
imparare a canalizzare l’attenzione del
pubblico.
Quindi approvato il contesto osteria
per un cantante folk?
Assolutamente! Credo che fermare il
tempo dentro un’osteria, magari suonando
una melodia lenta, senza l’utilizzo di
121
nessuna amplificazione sia veramente
folk.
Se ricordo bene avete provato a esportare
la musica toscana negli Stati Uniti?
Mi riferisco ai concerti a New York tramite
il tuo manager Toto Barbato, com’è
andata?
Sì, abbiamo provato a suonare in alcuni
ristoranti di New York, devo dire che
le persone non erano così ricettive alla
mia musica mentre mangiavano. Così ho
iniziato a imitare la Callas e a fare vari
sketch come quello del disco rotto
[canticchia] “Guarda che luna… mare…
luna... mare...” [ride]. Mi hanno poi invitato
a suonare in un altro locale per fare
canzoni in lingua inglese, da Iggy Pop a
Lou Reed, e devo dire pagato bene. La
cosa interessante è che alcune di queste
canzoni non se le ricordavano più nemmeno
gli stessi americani!
Possono ancora arrivare temi sociali
dalla musica popolare? Te lo domando
perché ridendo e scherzando, hai parlato
di pedofilia (“Giulio”), hai raccontato la
sofferenza di un animale (“Gigi Balla”),
hai parlato di eroina (“Sabrina”) e poi di
tante storie d’amore…
Credo che ci sia un gran bisogno che la
musica popolare affronti tematiche sociali.
Prima ancora c’è bisogno di imparare
a fermarsi, rallentare, leggere più libri,
sapersi confrontare e di conseguenza saper
scrivere e ascoltare musica. Sicuramente
anche l’angoscia è una emozione
importante per comporre. L’amore, per
farti un esempio, è un qualcosa che mi
ha rovinato: non solo economicamente
ma anche sentimentalmente. In fondo
forse è questo il vero piacere: “rovinatti”!
Il “dolcemente farsi male” di una tua
canzone…
Sì, il dolore è una scelta tua! Alla fine,
la composizione è cercare di trasmettere
quello che hai sentito ad altre persone e
questo processo spesso parte dalla tua
malinconia, che ti avvicina inconsapevolmente
ad altre persone.
Quali sono i tuoi progetti futuri, si
vocifera di un disco e di una tournée?
Sto suonando con un gruppo di
Grosseto che si chiama Musica da Ripostiglio.
Il taglio in questo progetto varierà
dallo swing al tango alle sonorità greche.
Sto adattando delle mie canzoni al loro
sound così da dargli una veste quasi teatrale.
Mi piace tantissimo questo progetto,
loro sono degli ottimi musicisti e ci
stiamo divertendo a scrivere dei pezzi che
hanno dei contenuti che rimandano all’immaginario
felliniano, un po’ alla
Amarcord. Sono quasi tutte storie
tragicomiche. Uscirà un nuovo disco e
poi credo un tour…
La nostra intervista si chiude con l’ascolto
di allegre poliritmie accompagnate dal kazoo
e dall’inconfondibile voce di Bobo… e noi
non vediamo l’ora di ascoltare questo nuovo
progetto dal vivo!
Grazie Bobo e Grazie Chiara!
1
Verso tratto dal suo brano “Non so dove” incluso nell’album “Figlio del nulla” del 2001.
2 Verso tratto dal brano “Diamonds on the inside” di Ben Harper, dall’album omonimo del 2003.
122
Utopia del Buongusto, Primo esperimento
internazionale di vita godereccia
di Andrea Kaemmerle
Tutto è nato ben 26 anni fa, forse ormai
27. Decisi di prendermi del tempo per
pensare al mondo del teatro nel quale lavoravo
già da anni. Presi il mio vecchio camper
(un mitico Mirage express del 1986) ed
andai in totale solitudine all’Abetone in inverno
ma evitando il fine settimana; una
pacchia. Tornai ed avevo scritto in uno dei
miei tanti quadernini volanti le regole base di
Utopia del Buongusto. Da allora, ben 1700
serate di cena e spettacolo, quasi 200.000
spettatori, 40 comuni coinvolti e chissà quanti
artisti e compagnie.
Ecco le pochissime regole che non abbiamo
(intendo Guascone Teatro e tutto il suo
staff) mai abbandonato.
Primo, la Toscana è straordinariamente
piena di luoghi bellissimi, secondari e sconosciuti
spesso anche ai suoi cittadini, ogni
sera si cerca di scovarne uno nuovo e di
trasformarlo in TEATRO URBANO, poche
scenografie e tanto fascino già lì ad aspettarci.
Il motto della compagnia, fino dal 1992
anno di fondazione è una frase di Goncourt:
“imparare a vedere è il tirocinio più lungo di
tutte le arti” e in effetti Utopia si basa proprio
su questo.
Secondo, a Teatro si deve andare con calma,
arrivare prima, respirare l’aria del posto,
rilassarsi, fare amicizie e se possibile
mangiare cose buone come a casa delle vecchie
nonne e possibilmente pagandole
qualcosina meno dei diamanti. A teatro nelle
aie, nei cortili, tra le vigne e le piazzette dei
borghi si va per perdere tempo. Meglio, si
va per perdersi nel tempo e scordare il ticchettio
delle lancette.
Terza regola, la più importante, quella veramente
mai trascurata. Prima si mangia, poi,
a pochi metri di distanza ci si gode l’arte
scenica, i musicisti, gli attori etc. Per essere
chiarissimi: MAI fatto uno spettacolo durante
la cena! Non siamo gente da
intrattenimenti culturali e digestivi. Tanto è
che da Utopia sono passati Laura Curino,
Carlo Monni, Michele di Mauro, Banda
Osiris, Andrea Cambi, Paolo Hendel, Paolo
Migone, Ascanio Celestini, Katia Beni,
Lisetta Luchini, Anna Meacci, Paolo Rossi,
Jacopo Fo, Alessandro Benvenuti, Alessan-
123
124
Kaemmerle impegnato in uno spettacolo con il cantautore Francesco Bottai (sotto).
dro Riccio, Arianna Scommegna ed altre
centinaia di artisti (tutti) professionisti e ben
navigati.
Quarta regola, la cena non è obbligatoria,
si può tranquillamente venire per il solo spettacolo.
Alla fine, chi vuole rimane a veglia
con artisti ed avventori più o meno indigeni
e con l’ausilio di vinsanto e cantuccini di Prato,
si ragiona e si ragiona, e si ragiona fino a
che ci s’ha voglia.
Che dire? Senza questo festival, estremamente
semplice, non avrei avuto modo di incontrare
e lavorare con le persone che più
contano nella mia vita. Rincorrere un sogno,
un’utopia è ed è stato un movente straordinario
per cercare di seminare gentilezza ed
umanità. Mi sono divertito moltissimo, ci siamo
divertiti moltissimo e ci è parso, sera dopo
sera, che il teatro avesse ancora ragione d’essere.
In tutti questi 26 anni si sentiva forte la
voglia delle persone di sentirsi un piccolo
popolo di sognatori e coltivare il più possibile
quella ironia e lo sberleffo che in Toscana un
tempo era una D.O.C.G. A tal proposito se
avete tempo vi suggerirei di leggere i libri di
Collodi oltre a Pinocchio, un po’ di Margherita
Hack con qualche pizzico di Monicelli con
salsa di Machiavelli a go go.
P.S. Utopia del Buongusto c’è ancora, si
sposta da giugno ad ottobre dalle pendici
del Pratomagno fino al mare. Non esiste da
remoto, non viaggia on line e sospetta di ogni
tecnologia che non sappia di umanità. Si basa
sulla musica dal vivo, la nostalgia dei corpi,
le pacche sulle spalle ed i tentativi di imbrocco
a suon di galanterie e passaggi in macchina.
Sì, certo un progetto da BOOMER, ma
che ci si può fare cari compagni d’avventure?
Ci è capitato questo e ci siamo adattati
benone.
Il motto del festival? Certo che c’è, eccolo
“si può solo soffrire o godere, godicchiare
non è serio”.
125
Ricordi dello spettacolo Pratacanta
di Veraldo Franceschi e Lisetta Luchini
Negli anni che vanno dal 1996 al 2006 a
Prata, frazione del Comune di Massa
Marittima nelle colline dell’alta Maremma
Grossetana, durante le feste del Ferragosto
Pratigiano si svolgevano gli spettacoli di
“PRATACANTA”. Questa iniziativa fu voluta,
creata e eseguita da “dilettanti” del paese
supportati, di volta in volta, da artisti professionisti
che ne costituivano l’ossatura
sulla quale si svolgevano gli spettacoli che
allietavano i paesani, mettendo in mostra la
loro volontà, la loro capacità e la loro irriverenza
verso tutti e verso tutte le autorità del
circondario.
Oggi c’è tanta nostalgia nel ricordare coloro
che in quelle serate si sono avvicendati
sul palco montato alla sommità del paese,
nella parte vecchia, appoggiato ai resti del
cassero del Castello di Tollo da Prata, signore
di quella dimora.
È vivo nel ricordo dei pratigiani il complesso
“Trio Toscana” di professionisti di
Prato-Firenze, noto anche in campo internazionale,
che erano i mattatori delle serate:
il trio composto da Lisetta Luchini, voce
chitarra; Ferraro Cianchi, mandolino violino
e Paolo Biancalani, voce fisarmonica.
Il Coro degli Etruschi di Grosseto con la
voce solista di Sesto Vergari; il Quartetto
Pratigiano di Alberto, Luigi, Marco e Mario
che hanno deliziato gli ascoltatori con le loro
parodie su fatti e personaggi del paese.
C’era Rino, comunemente conosciuto
come il “Radi” pratigiano D.O.C. che per
motivi di lavoro si era trasferito a Follonica,
ma con il cuore rimasto attaccato alle vecchie
strade del paese, colonna portante degli
spettacoli, che con le sue telefonate prendeva
in giro, garbatamente, i suoi ex paesani
regalando, con queste, divertimento e ilarità.
E poi Letidio, Tambano, il Micheli,
Paolino che assieme a Irene introducevano
gli spettacoli con canti in ottava rima.
Nell’anno 2000 c’è stata la partecipazione
del Coro tedesco di Audorf, cittadina
della Baviera, diretto dalla professoressa
Rosi Berger, che con i suoi canti tradizionali
ha portato una ventata di internazionalità
nella ristretta cerchia paesana.
In tutte le serate il ruolo del presentatore,
126
- Franco Fedeli, presentatore,
autore di
sketch ed esecutore di
comici, sempre presente;
- Irene Marconi,
cantante, chitarrista,
improvvisatrice ottava
rima, presentatrice.
Presente a tutti gli spettacoli;
- Rino Radi, creatore
ed esecutore di parodie,
scene comiche
ecc. insomma tuttofare.
Presente a tutti gli
spettacoli;
Il folto pubblico di Pratacanta 2006.
- Coro degli Etruschi
da Batignano (GR),
presente in quasi tutti gli spettacoli. Il suo
tenore-solista, Sesto, ha riempito – come
solista – quando il gruppo non è stato presente,
Mario detto Tambano, Paolino, Luciano,
cantori in ottava rima.
Agli spettacoli hanno partecipato saltuariamente
tanti altri artisti dilettanti.
L’organizzazione era curata da Mila, Piero,
Helga, Bruno, Rino, Franco, Dino, Antonio,
tanto per dire i più presenti.
Per l’allestimento degli spazi per gli spettacoli,
specialmente per i primi, c’era una
grande partecipazione di giovani e anziani
del paese, poi si sono stancati.
Nell’anno 2000, negli spettacoli dei giorni
14, 15, agosto credo, c’è stato il coro dei
tedeschi di Audorf, Monaco di Baviera, diretto
dalla prof. Rosi Berger, coro di una
trentina di componenti.
(V. Franceschi)
Le parole e le note che avete appena lette
sopra sono di Veraldo Franceschi, pratigiano
che tra l’altro era anche autore dei testi degli
spettacoli, era svolto dal Prof. Franco Fedeli,
pratigiano d’origine ma abitante a Massa
Marittima, aiutato nella bisogna anche da Irene
allora studentessa universitaria.
Al supporto tecnico-logistico provvedevano
gli stessi organizzatori: Mila, Piero, Antonio,
Helga, Bruno, Mario Alberto, Veraldo
ed altri che durante i preparativi si offrivano
per la collaborazione.
Note varie: gruppi e presenze
- Complesso mandolinistico i TRE PER
CASO. Bruno, Gastone e Rino. Presenti nei
primi tre spettacoli – 1996, 97, 98;
- complesso di chitarre e voci. Mario, Alberto,
Luigi e Marco. Presenti in tutti gli spettacoli;
- Lisetta Luchini, Ferraro Cianchi, Paolo
Biancalani. I primi due presenti a tutti gli spettacoli;
127
Bruno Kaiser.
puro, mente e braccio della manifestazione
“PrataCanta” che per 10 anni mi ha accolta
insieme ai miei musicisti con amicizia e affetto.
L’evento nacque per volontà del Circolo
Culturale di Prata ovvero grazie ai Signori
Mila e il marito Piero Mazzi, Helga e Bruno
Kaiser, Rino Radi, Franco Fedeli, Dino Petri,
Antonio detto “Tony”. Ed è stato un grande
evento attrattivo del paese per molti anni.
Di allora ricordo moltissime cose: la mia venuta
da Prato in macchina passando per
Colle e poi per il Pian della Speranza, San
Galgano fino alla Valle Buia, il Gabellino e
Prata. Al Gabellino delle volte abbiamo anche
dormito poiché la serata si protraeva
fino a tardi, se non tardissimo, ed era arduo
tornare a casa. Come documentano anche
alcune foto, qualche giorno prima si facevano
le prove pomeridiane al podere di Mario
Moratti con merenda abbondante e mille
ipotesi e suggerimenti. Il bello era ascoltare
le canzoni dedicate ai compaesani pratigiani
da Mario, Alberto, Luigi e Marco che con
le loro chitarre, cantando avevano il coraggio
di mettere in piazza storie d’ogni sorta
rischiando proteste e arrabbiature dei protagonisti.
Una volta hanno dedicato
una canzone anche a me facendo
una parodia del famoso
Grillo di Barberino che cantavo
spesso in Maremma, con
tanto di parrucca a caschetto
nera e scialle con un testo di cui
si intuisce il contenuto dovuto
all’assonanza della parola “grillo”
con altro sostantivo… una
canzone veramente divertente e
da me molto gradita.
Avrei mille cose da dire su
quelle serate magiche passate
sotto le stelle pratigiane, con un
vento fresco che a volte portava via i leggii e
ci costringeva a mettere maglie o scialli sulle
mise eleganti della scena. Ricordo l’amica e
poetessa Irene Marconi da bambina, 8 anni
la prima volta che l’ho conosciuta, faceva
l’ottava rima con suo nonno e cantava la canzone
“Maremma mia” scritta da Veraldo e
Nella Franceschi che recentemente ho inciso
anch’io. Irene Marconi adesso è una
poetessa affermata, cantante e chitarrista, impegnata
nel sociale per il suo Comune, Massa
Marittima, madre di due figli meravigliosi
e responsabile dell’Ass. Sergio Lampis di
Ribolla, è quindi l’erede del nostro
Domenico Gamberi instancabile organizzatore
di eventi in ottava rima.
Ricordo Rino Radi, un personaggio come
non ne nascono più dalla personalità feconda,
voce roca, figura elegante, modi teatrali,
vena inesauribile di testi, poesie, canzoni,
burle… che grande scuola per me!
Poi ricordo Helga e Bruno Kaiser una
coppia tedesca che viveva nelle campagne
pratigiane da molti anni, lei giornalista della
televisione tedesca per la quale mi fece anche
girare un video a Pienza con l’Amiata di
128
sfondo e per il quale video
scrissi la canzone
Mio Dolce Amiata che
canto ancora oggi. Lui
era un Professore di
Storia molto conosciuto
in Germania, un intellettuale
che leggeva e studiava
in molte lingue e
che frequentava le biblioteche
di mezzo mondo,
un uomo gentile, un
vero signore, sorridente
e bello, alto ed elegante,
sempre pieno di affetto
verso di me e la mia musica.
Ricordo la venuta speciale del Coro tedesco
con il quale facemmo anche due o tre
brani insieme, Maremma e Mamma fammi la
pappa...credo. Ricordo le esibizioni del Coro
degli Etruschi con la presenza di molte persone
che non ci sono più, la magia delle loro
voci, gli applausi, il consenso del pubblico
attento verso loro, ma anche verso tutti noi.
In questi lunghi dieci anni sono venuta a
contatto con molto materiale interessante che
ho salvato e pubblicato via via su Toscana
Folk, canzoni come Prata dolce paese di
Toscana, Noi partiremo cantando, E la
tu mamma è..., Polli e tacchini, Mio barbaro
cuor, etc...
L’unica che ancora non ho pubblicato ma
che merita sicuramente di esserlo, è la Ninna
Nanna del Pastorello di cui mi ha informato
già nel 2004 Mila Petri di Prata, una delle
colonne della manifestazione che negli anni
allietava le “Serate Pratigiane” anche con
l’allestimento di mostre originali come quella
delle sue “scatole di latta”, una collezione
pregevolissima che ancora oggi continua.
Di questa Ninna Nanna Mila ricorda che
Mila Petri e Veraldo Franceschi a Braccagni (Grosseto) nel 2013.
la cantava sua nonna: Questa qui la cantava
la mi’ nonna a me quando ero piccina,
ora in occasione della nascita di mio nipote
sto ripassando tutto il repertorio delle
canzoncine e m’è rivenuta a mente e dice
(questo è un foglio volante fatto per l’occasione
della prima esecuzione a PRATACANTA
2004 da parte della sottoscritta).
“PRATACANTA 2004”
a cura del Circolo Culturale di Storia
e delle Tradizioni Popolari di Prata
presenta
NINNA NANNA DEL
PASTORELLO
(Prata , Massa Marittima,
informatrice Mila Petri, ultime notizie
1943-44)
Son pastorello di bei capretti
guardo le pecore e gli agnelletti,
e con il piffero cantando vo
la mia canzone rallegra il cuor
la mia canzone rallegra il cuor…
129
E col mio gregge me ne vado su pei monti
di qua, di là, di su, di giù… arrivo alla sera,
sono stanco e non ne posso più!
Lassù sul colle, c’è il camposanto
dove riposa la mamma o quanto
piansi quel giorno ed ora ancor
per la mia mamma prego il Signor
per la mia mamma prego il Signor…
E col mio gregge me ne vado su pei monti…
Sulla canzone che possiamo dire? Composta
di due parti, “classica” in tutto, è carina,
ben fatta, forse non troppo popolare e
neanche toscana, sembra un tirolese, un
landler, chissà! Però se è rimasta nelle orecchie
a qualcuno del popolo per averla sentita
alla radio o magari in un film, vuol dire
che l’anima popolare c’è ed arriva a destinazione.
Del resto la contaminazione fra colto
e popolare o fra sacro e profano è sempre
esistita fin dal lontano medioevo e resta ancora
oggi, una risorsa per tutti noi.
PRATACANTA chiude i battenti nel 2006
con l’ultimo spettacolo, trasferendosi così
nella memoria di tutti noi come periodo felice
della nostra carriera e della nostra vita.
Grazie Prata! (L. Luchini)
130
C’era una volta a Brenna, la filanda fra
storia e memoria
di Tiziana Bruttini
Una ricerca dell’Archivio UDI della provincia
di Siena che si è concretizzata in
una mostra fotografica e in un libro che raccoglie
testimonianze e fotografie.
Il tutto è stato presentato il 30 Settembre
2023, Brenna, in una iniziativa pubblica con
la collaborazione di Paola Lambardi, che ha
letto le testimonianze, e di Lisetta Luchini e
Marta Marini che le hanno accompagnate
con canti popolari.
Come scrive il sindaco di Sovicille nella
presentazione del libro la vicenda della filanda
è “una pagina straordinaria del nostro vissuto
collettivo che rischiava di scorrere via
per sempre con l’acqua della gora, se alcune
tenaci e caparbie donne dell’Archivio
UDI di Siena (Daniela Angiolini e Gabbriella
Neri) non avessero recuperato un materiale
documentale copioso e preziosissimo, fondamentale
per ricostruire un interessante
spaccato del contesto socio-economico
della Brenna del dopoguerra: un tempo a
noi prossimo eppure, per certi versi, estremamente
lontano.”
Brenna è una piccola frazione del comune
di Sovicille, oggi abitata da circa 80 famiglie,
ma che nel secondo dopoguerra “vantava
la stazione dei Carabinieri, il circolo
ARCI e quello delle ACLI, la segheria del
marmo, la Draga del Signor Ciacci ed altre
attività allora importanti “, come ricorda nella
sua testimonianza Anna Maria Adelucci.
La filanda fu aperta poco dopo la seconda
guerra mondiale da Guido Coppi e sua
moglie Fiammetta Burroni e rimase in funzione
fino agli anni ottanta.
Non esistono più documenti che ne
attestino la storia e l’attività e rimane solo
una piccola porzione diroccata degli stanzoni
che ospitavano tutti i macchinari che servivano
per allargare e cardare la lana e per
fare i veli per i coltroni.
Sono state le testimonianze orali di alcune
donne che vi avevano lavorato e delle loro
figlie e quella della nipote dei due titolari a
permettere di ricostruire le vicende di questo
luogo tutto femminile, a trasmetterci il
clima familiare che si instaurava fra le lavo-
131
Daniela Angiolini e Grabriella Neri che hanno curato la raccolta delle testimonianze lette dall’attrice
Paola Lambardi. Al mandolino Marta Marini e Lisetta Luchini voce.
ratrici e la signora Fiammetta, a farci comprendere
che si trattava di una realtà importante “della vita di
donne giovanissime che si affacciavano per la prima
volta al mondo del lavoro extradomestico”.
Le fotografie esposte nella piccola mostra, e riportate
nel libro, sono di tre fotografi locali, scattate
negli anni ottanta, ultimo periodo di vita della
filanda, e ci mostrano le lavoratrici impegnate alle
macchine. La testimonianza di Gabriella, figlia di una
delle prime lavoratrici della filanda, Luisa detta
Mimma, ha permesso di riconoscerle nelle foto e
collocarle nelle corrette fasi del percorso di lavoro.
Daniela Angiolini e Gabriella Neri, che hanno portato
avanti la ricerca per conto dell’Archivio UDI,
nel loro testo introduttivo scrivono che questo impegno
le “ha arricchite dal punto di vista culturale
ed umano, regalando a noi, alla nostra associazione
e a chi leggerà queste pagine un pezzetto del vissuto autentico delle lavoratrici della filanda
di Brenna, donne che rimarranno sempre in contatto con le generazioni presenti e future
attraverso le loro stesse parole”.
132
“La Siena dei bisnonni” torna
ringiovanita dopo trentasette anni
di Luca Luchini
Gli eventi che hanno portato a suo tempo
alla prima stesura del volume “Siena
dei bisnonni” si intrecciano con le vicende
familiari mie e di Piero Ligabue molto di più
di quanto il titolo del libro possa far pensare.
Nell’ormai lontano 1986 già scrivevo su
diversi giornali e pubblicazioni cittadine, occupandomi
anche di Palio con la possibilità
di allacciare interessanti rapporti con vecchi
contradaioli e addetti ai lavori.
Affascinato dalle vecchie storie che gli anziani
del tempo raccontavano ai più giovani
in un rapporto fra generazioni che adesso,
purtroppo, sembra quasi essersi perduto,
avevo già pubblicato “Palio XX secolo”.
Questo libro raccontava aneddoti ed episodi
legati alla vita di contrada, ai fantini ed
ai cavalli che avevano caratterizzato il periodo
precedente a quello che noi stavamo
vivendo.
Fu così inevitabile cercare di descrivere anche
l’ambiente socio economico in cui questi
avvenimenti si erano verificati ed iniziai a prendere
confidenza con la Siena ottocentesca e
dei primi anni del Novecento.
Quasi in contemporanea con la pubblicazione
di questa mia prima fatica, ricevetti da
un ramo della famiglia materna, lontana da
Siena da numerosi anni, interessante materiale
concernente l’attività giornalistica del
bisnonno Giuseppe Partini.
Scoprii così che Giuseppe, soltanto omonimo
del famoso architetto che aveva compiuto
interventi importantissimi sulla nostra
città, oltre ad aver ricoperto il ruolo di
archivista del Monte dei Paschi di Siena, istituto
di credito che in quel periodo iniziava
ad affermarsi anche a livello regionale, era
stato molto impegnato nella vita cittadina.
Oltre ad aver fatto parte di molti consigli
di associazioni che spaziavano in vari settori
dell’economia e dell’assistenza cittadina,
il bisnonno Giuseppe aveva svolto l’attività
di giornalista (per puro diletto, come
stavo facendo io) e aveva diretto per un
lunghissimo arco di tempo importanti periodici
senesi quali “La vita Nuova” e “Il
Libero cittadino”.
Nello stesso periodo l’amico Piero mi aveva
mostrato una parte di uno splendido ar-
133
Carrozze davanti al Duomo in attesa dell’uscita della messa.
chivio fotografico che raccoglieva una sconfinata
produzione fotografica opera del suo bisnonno
Alessandro Bonelli. Piero mi aveva anche
offerto qualche foto per “Palio XX secolo”, ma
la pubblicazione era ormai in stampa e, a malincuore,
ero stato costretto a rinunciare alla pubblicazione
di importanti immagini.
Bonelli, benestante, anch’egli attivo in numerose
associazioni cittadine, fotografo dilettante
di grande spessore e all’avanguardia
anche rispetto ai professionisti del tempo,
per diletto aveva immortalato innumerevoli
personaggi ed episodi della vita senese
dello stesso periodo narrato e commentato
134
Lavori per la pavimentazione delle vie.
dai giornali e dagli articoli di Partini.
La conseguenza di questi casuali episodi
fu quasi scontata. Iniziai a lavorare per raccontare
la vita dei nostri concittadini fra la
fine dell’Ottocento ed i primi anni del ‘900,
fino allo scoppio della Prima guerra mondiale.
Intanto, Piero selezionava fra i vetrini
e i negativi, gelosamente custoditi, le immagini
che avrebbero dovuto accompagnare
visivamente gli eventi senesi e i fondamentali
cambiamenti che avevano caratterizzato
quell’importante lasso di tempo.
Il mio lavoro di ricerca fu tutt’altro che
facile. Abbagliati dalla gloria conquistata dalla
135
Una vecchia immagine con ancora i fili del tram.
città in periodi in cui Siena aveva svolto un
ruolo importantissimo negli eventi politici
della nostra penisola, attirando amicizie interessate
o inimicizie feroci anche da parte
delle grandi potenze europee, storici ed appassionati
avevano fortemente trascurato i
pur importanti eventi e cambiamenti che avevano
caratterizzato la storia contemporanea
senese.
Praticamente non esistevano pubblicazioni
che avessero affrontato quel periodo e la
ricerca di notizie e temi da sviluppare comportò
un faticoso lavoro negli archivi cittadini.
Grande importanza, invece, ebbero le collezioni
dei giornali diretti dal bisnonno Giuseppe
a mia disposizione, insieme ad altri
organi di stampa attivi nei periodi analizzati.
Nacque così “Siena dei Bisnonni”, un volume
che riscosse un grande successo, non
136
soltanto per la dovizia di notizie fornite e il
fascino di immagini, alcune delle quali all’epoca
avevano già un secolo, ma anche
perché, come detto, affrontava un periodo
della città mai analizzato dagli studiosi cittadini
e quindi ignoto ai più.
Oltre alla curiosità dei lettori, negli anni, il
nostro lavoro suscitò l’attenzione di molti
studenti per le loro tesi di laurea e di chi, per
diletto o lavoro, dovevano raffrontarsi con
la storia contemporanea della città.
Da molti anni “Siena dei bisnonni” era divenuto
introvabile nelle librerie e ricercatissimo
nel mercato dell’antiquariato dei libri
cittadini, e molti ci avevano sollecitato a far
stampare una nuova edizione, operazione che
si presentava molto difficile data la necessità
di presentare un volume che potesse adeguatamente
valorizzare anche le splendide
foto a supporto del testo.
Poi, in questo 2023, ben trentasette anni
dopo la sua prima uscita, è arrivata la proposta
di ristampa da parte di “Opera Laboratori”,
società che, anche recentemente, ha
dato alle stampe numerosi eleganti volumi.
Sulla carta l’operazione era molto semplice.
Riprodurre fedelmente il volume di tanti
anni fa, con gli stessi testi, la medesima
impostazione e le foto pubblicate a suo tempo,
dando soltanto un tocco di modernità e
freschezza alla parte editoriale.
Le cose, però, non sono andate così. In
questi quasi quarant’anni, infatti, lavorando
anche a tante altre numerose pubblicazioni
fatte sulla storia senese, avevo accumulato
importanti notizie che ritenevo indispensabili
per dare più completezza allo studio del
periodo esaminato. Così ho modificato la
struttura del libro, incrementato le notizie,
inserito nuovi paragrafi e addirittura capitoli,
modificando in parte anche il mio stile di
scrittura (non so se in peggio o in meglio),
conseguenza del tempo che passa e dell’esperienza
fatta in tutti questi anni.
Allo stesso tempo Piero aveva reperito
nell’immenso archivio del bisnonno altre immagini
inedite che abbiamo inserito nel nuovo
volume aumentando considerevolmente il
numero delle foto. Inoltre, per migliorare
ancor più le immagini del precedente lavoro,
abbiamo affidato tutto il prezioso materiale
fotografico a Riccardo Domenichini che, con
la sua esperienza, professionalità e passione,
ne ha arricchito sensibilmente la qualità.
Così a distanza di ben trentasette anni le
storie e le immagini dei nostri progenitori,
che contribuirono al progresso della città,
modificandone spesso anche l’aspetto esteriore,
sono tornate di attualità, in una elegante
e accattivante nuova versione di “Siena
dei Bisnonni” curata dalla Casa editrice Sillabe,
per continuare a raccontare una storia
degna di essere conosciuta e che si collega
direttamente all’attualità.
Notizie, racconti ed immagini senza le quali
sarebbe difficile conoscere e comprendere
la Siena attuale.
Tutto questo in onore e ricordo non soltanto
dei nostri bisnonni, Giuseppe e Alessandro, che
sicuramente da lassù ci hanno guidato ed aiutato
nel nostro lavoro, ma anche per non far
cadere nell’oblio l’impegno, il costruttivo lavoro
e l’ingegno di tanti nostri concittadini ormai
ingiustamente dimenticati.
137
Un ragazzo del ‘99 ricorda
di Veraldo Franceschi
Ho letto tutto d’un fiato quella trentina
di pagine del libriccino dell’ing. Ugo
Bartalini, nelle quali raccolse i suoi ricordi
della Grande Guerra 1915- 8 - stampato
dalla Tipografia Senese. Nel libro, che è
una sorta di diario, descrive il disagio di coloro
che si trovavano al fronte. È una scrittura
semplice, scarna, senza cadere mai nella
retorica, che arriva al cuore di chi legge. In
questo “diario” viene descritta, senza toni
esaltanti, la sua partecipazione a quella guerra
che per lui iniziò il 15 Febbraio 1917 col
richiamo alle armi e si chiuse con una medaglia
di bronzo al V.M..
Al momento dell’arruolamento, da entusiasta
interventista quale era, rinuncia all’assegnazione
ai servizi territoriali e entra al corso
Allievi Ufficiali di Artiglieria all’Accademia
Militare a Torino da dove il 28 Settembre
1917 ne esce col grado di Aspirante
Sottotenente al 33° reggimento artiglieria
ippotrainata a Terni.
Arrivato al fronte, assegnato alla settima
Batteria, si rese ben presto conto di quanto
grande fosse la linea di fuoco e quanto fosse
scarso l’armamento in dotazione. Alla pagina
6 dice “… avrei da continuare… dai
decrepiti cannoni delle guerre risorgimentali
gli 87 B (bronzo) ad avancarica …
dell’inconcepibile loro piazzamento. Uno
di questi resuscitati cannoni … in posizione
antiaerea … la coda solidamente
fissata a terra, le due ruote poggiate su
tronchi rozzamente spianati assai inclinati
verso l’alto davano alla bocca da fuoco
l’apparenza, non la certezza, di possibilità
antiaeree”.
L’autore descrive bene le difficoltà e i disagi
di una guerra fatta raccattando nei magazzini
dell’intendenza militare anche armi
ormai logore e impossibili da usare.
In tutto il dolore che traspare nella pubblicazione,
alla pagina 21 descrive un episodio
di per sé insignificante, ma che fa sorridere
e caratterizza bene la condotta di certi comandanti
che in gruppo osservano, criticano
e riprendono duramente il conducente di
un mulo, un alpino, che attaccato alla coda
138
del suo animale si arrampicava sulla strada
per compiere il servizio che gli era stato comandato.
Rimproverano il soldato facendogli
notare che non era quello il modo di condurre
l’animale; il giovane si giustificò dicendo
che solo in quel modo il mulo faceva il
suo servizio. Allora un giovane tenentino del
gruppo, si avvicinò, prese la cavezza e andò
davanti al mulo tirando incitandolo a camminare.
Ma nonostante tutti gli sforzi, l’animale,
refrattario agli ordini superiori, non si
mosse e solo dopo che il suo conducente si
riattaccò alla coda si rimise in viaggio con
“… il soldato che, con la mano tesa al
berretto, accennava a un saluto non di
perfetta ordinanza, fra le risate degli altri
ufficiali ...”.
Dopo la guerra l’ing. Bartalini si occupò
di lavori per enti pubblici e privati.
Nel secondo dopoguerra fu Sindaco del Comune di Siena dal Maggio 1956 al Novembre
1964, come socialista eletto nelle liste del centrosinistra. È morto nell’anno 2000,
all’età di 101 anni.
139
Donne e canto popolare, alla riscoperta di
figure femminili dimenticate
di Tiziana Bruttini
Organizzato dall’Archivio dell’U.D.I. di
Siena su un progetto del C.E.S.V.O.T.
regionale, si è tenuto presso il Salone della
parrocchia di San Miniato a Siena un ciclo
di tre incontri dedicato a riscoprire l’attività
sociale e le condizioni della donna fra la fine
dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.
Il progetto elaborato dal Centro Studi
Tradizioni Popolari Toscane e con la partecipazione
attiva di cantanti e musicisti toscani
mirava a valorizzare la realtà storica e
culturale della donna, ri-scoprendo la varietà
delle condizioni femminili nella città e nelle
campagne, l’emancipazione delle lavoratrici,
le loro lotte, dalla seconda metà dell’Ottocento
fino alla trasformazione della
società avvenuta nel corso del Novecento.
Sono state presentate alcune figure esemplari
di donna che si ritagliarono almeno un
riconoscimento nel campo della presa di coscienza
delle condizioni di vita e di lavoro
fino all’organizzazione di scioperi, manifestazioni
di protesta, ma anche la loro presenza
quotidiana nei momenti di vita familiare
legata alla tradizione canora e poetica
popolare (canti d’amore, di lavoro,
improvvisazione in ottava rima ecc.).
L’argomento delle tre serate si è incentrato
su tre temi di particolare significato; il primo,
“Tre donne per la rinascita dei canti
popolari: Caterina Bueno, Daisy Lumini e
Dodi Moscati”, era incentrato sul canto popolare
al femminile e al ricordo delle tre famose
interpreti di cui si è voluto tener vivo il
ricordo. La cantante Angela Batoni, accompagnata
dal chitarrista Matteo Ceramelli, ha
riproposto i canti tratti dal repertorio delle
tre storiche folcloriste.
Nel secondo, “Andar per legna e starmene
a zappare, Beatrice Bugelli e Francesca
Alexander”, sono state presentate due figure
femminili che nella loro diversità hanno
contribuito in gran parte a valorizzare e documentare
il canto e le condizioni della realtà
sociale della montagna pistoiese nella seconda
metà dell’Ottocento. Interventi mu-
140
Salone della Parrocchia di San Miniato a Siena. Un momento dell’incontro. (Foto Luciano Mariotti)
sicali di Lisetta Luchini e Chiara
Riondino.
Il terzo incontro, “La ribellione delle
trecciaiole, i primi scioperi e manifestazioni
contro la Prima Guerra Mondiale”
si è voluto dare spazio alle prime
lotte sociali della donna oppressa
dal lavoro a cottimo con salari da fame
e infine utilizzata per sostituire il pesante
lavoro degli uomini mandati in
guerra. Interventi musicali di Lisetta
Luchini e Chiara Riondino.
Intervento musicale dell’incontro del 16
novembre 2023. Angela Batoni e Matteo
Ceramelli. (Foto Luciano Mariotti)
141
Il bruscello in Toscana
di Alessandro Bencistà
Il bruscello è una forma di rappresentazione
popolare, molto simile al maggio
drammatico, derivata probabilmente dalla
sacra rappresentazione di origine medievale
(Giuseppe, Santa Oliva, Figliuol prodigo…)
che veniva rappresentata nelle città;
secondo il D’Ancona il maggio si trasferisce
in ambito contadinesco quando “La Sacra
Rappresentazione fu cacciata fuori da’ teatri
cittadineschi, per opera del risorgente
dramma classico”. Ci fu tuttavia un’appendice
proibizionistica che colpì anche il
bruscello contadinesco e altre espressioni di
canto popolare se in un bando delle Repubblica
di Lucca del 1789 si pubblica questo
avviso: “La serenissima Repubblica di
Lucca, gli illustrissimi ed eccellentissimi signori
anziani ed il gran gonfaloniere di giustizia
pubblicano un bando affinché i felicissimi
sudditi non ardiscano, né di giorno, né
di notte, in qualunque luogo cantar maggi,
bruscelli o fare qualsiasi altra cantata”. (Giovanni
Giannini, decreti e bandi della Repubblica
di Lucca V. 1933 - Bando del 23 Aprile
1789). In qualunque luogo, e non solo davanti
agli edifici sacri.
Questa una delle prime date in cui si fa
riferimento alle rappresentazioni popolari.
Ma Serafino Soldani nel suo volume su Il
bruscello di Castel del Bosco (lo abbiamo
recensito in questa rivista: n. 12 del 2007)
cita anche un bruscello su Santa Chiara e
San Francesco rintracciato nell’Archivio
Storico di Firenze “scritto verso la fine del
1500 da un frate francescano il reverendo
Padre E. Nuti di Siena” e dal lui rielaborato,
ne parliamo più avanti.
Quanto al periodo in cui si può ipotizzare
un’affermazione libera di questo spettacolo
non si va più indietro dei primi decenni dell’Ottocento,
al massimo si possono rintracciare
alcuni aspetti di questa
drammatizzazione nelle opere del
Metastasio, per esempio nelle ariette che
accompagnano la sua produzione teatrale.
Probabilmente, e D’Ancona ci lascia nel
dubbio, come riporta nella prima appendice
sulla Rappresentazione drammatica del
142
Un vecchio manifesto del bruscello di
Montepulciano datato 1939.
contado toscano inserita alla fine del suo
volume Origini del teatro italiano
(Loescher 1891): “sento tuttavia affermare,
senza ch’ io abbia potuto verificarlo da per
me, che i Bruscelli del Chianti abbiano la
stessa indole”.
L’origine della voce bruscello deriva sicuramente
da arboscello, simbolo e auspicio
di fertilità, fino dai tempi più antichi, pensiamo
alle fronde di lauro con cui si coronavano
i poeti.
Se nel bando lucchese si fa cenno come
visto “a maggi e bruscelli”, oggi questa forma
di spettacolo popolare viene rappresentata
soprattutto nella provincia di Siena in
particolare nella città di Montepulciano,
Castelnuovo Berardenga, nella Valdichiana,
nel Casentino, nel pisano e nel Chianti a San
Donato in Poggio.
Non mancano dettagliate documentazioni
sul tema da parte dei demologhi. Nel 1899
furono raccolti e pubblicati da Knisella
Farsetti le Befanate e i Quattro Bruscelli
Senesi, ancora oggi un punto di riferimento
insieme al Bruscello Poliziano di Marcello
del Balio, che dal 1939 con Pia de’ Tolomei
inizia la sua produzione di bruscelli (una ventina)
che si rappresentano fino al 1981, anno
della sua scomparsa.
Altre documentazioni sul bruscello ci provengono
dalla Val di Chiana e furono pubblicate
da Perla Cacciaguerra in due
volumetti sul Folklore della Val di Chiana
nel 1992; nel Bruscello di Carlo Magno riporta
questa breve presentazione:
”Era consuetudine per Carnevale recitare
il BRUSCELLO, una specie di recita popolare
dove gli autori, soltanto uomini perché
le donne non osavano mostrarsi in pubblico,
travestiti secondo l’epoca della storia
narrata, si esibivano nelle piazze o nelle aie
delle case coloniche cantando e recitando
la tragica sorte di Pia de’ Tolomei, l’imprese
guerriere di Carlo Magno, la conversione di
Santa Margherita da Cortona, la storia di
Bova d’Antona, le gesta dell’Orlando Furioso.
I testi stampati in Fogli Volanti venivano
offerti agli spettatori dietro compenso
di un soldo (questa tradizione è rinata negli
ultimi anni nei teatri delle cittadine della Val
di Chiana)”.
Sulla falsariga del bruscello anche un bozzetto
natalizio di Amleto Moretti con musica
143
Una rappresentazione del Gruppo Storico-Popolare di Castel del
Bosco (Pi), il bruscello Pia de’Tolomei (1993); autore e interprete
Serafino Soldani (il primo a destra).
di L. Picchi, recitato nella vigilia del Natale di
guerra del 1943 nel cinema della Contea di
Cesa.
La documentazione del bruscello come abbiamo
visto arriva anche a Castel del Bosco
(Pisa), dove dal 1980 il Gruppo Storico Popolare
“Il bruscello” di Serafino Soldani, che
proviene dalla Val di Chiana, inizia a mettere
in scena i suoi lavori, tredici in tutto, dal 1981
al 1998; il suo bruscello sulla Pia de’ Tolomei
in occasione del 25° anniversario del suo
gruppo, fu rappresentato all’Archivio di Stato
di Firenze e pubblicato in un DVD allegato
al suo volume uscito nel 2006 che riporta la
storia del Gruppo storico
popolare di Castel del
Bosco e il testo di tutti i
bruscelli, canti e scenette
scritti e interpretati da
Serafino.
Fino a Castelnuovo
Berardenga (nel Chianti
citato dal D’Ancona)
dove è attivo da alcuni
anni il Cantiere
Bruscello con i testi
(sempre pubblicati) di
Matteo Marsan e Giuseppe
Scuto (di seguito
l’intervista di Lisetta).
Come succedeva per
la poesia estemporanea, in particolare il contrasto
in ottava rima, che venivano dati per
scomparsi già alla fine dell’Ottocento, questa
cultura del teatro popolare è ancora viva e
viene studiata perfino nella lontana Australia,
ne abbiamo parlato sul numero 26 di Toscana
Folk (pagg. 71-81).
Gli argomenti di cui trattano le rappresentazioni
provengono dai cicli epici carolingio e
bretone, dai testi sacri, dalla letteratura classica
(da Omero a Cervantes) con escursioni
nella modernità, come quello messo in scena
nel 2016 dal Cantiere Bruscello tratto dal
Giornalino di GianBurrasca.
144
Intervista a Matteo Marsan per i 25 anni
del Cantiere Bruscello di Castelnuovo
Berardenga
di Lisetta Luchini
Lis. Matteo Marsan, attore fiorentino
e direttore artistico del Teatro
Alfieri di Castelnuovo Berardenga, raccontaci
la tua storia, il tuo arrivo a
Castelnuovo.
Mat. Io sono un ex studente dell’Istituto
d’Arte di Porta Romana a Firenze e proprio
lì iniziai a fare teatro per gioco ma anche
per grande interesse perché mi sembrava
per l’appunto un gioco bellissimo. A Porta
Romana conobbi Giuseppe Scuto Professore
di lettere e negli anni 90 entrai nella sua
compagnia: Lo Stanzone delle Apparizioni.
Un giorno Giuseppe mi chiese di andare con
lui a portare le nostre proposte artistiche a
Castelnuovo Berardenga in provincia di
Siena. Per me Castelnuovo B.ga a quel tempo,
io son figlio di ristoratori, era un paese
sconosciuto citato solo nelle etichette del
Chianti Classico tipo il “San Felice” o il
“Felsina”, comunque prendemmo la macchina
e in un viaggio avventuroso in pieno
novembre del 1996, raggiungemmo questo
“lontano paese”. Lì c’era un Teatro abbandonato
che mi apparve enorme, noi eravamo
abituati a fare le prove alla Casa del
Popolo 25 aprile o alla mensa di Porta Romana
ed era chiuso da anni. Nella stessa
giornata andammo anche in Comune, incontrammo
l’Assessore alla Cultura di allora,
un certo Giuseppe Ciani, che ci confermò lo
stato del Teatro. Disse che il giorno dopo
sarebbe andato in Giunta Comunale a dichiarare
nuovamente questa situazione e che
se noi avessimo voluto mandando un fax,
dico un “fax” in Comune con una proposta
di Stagione Teatrale lui l’avrebbe messo sul
tavolo della Giunta e portato all’attenzione.
E così è andata. In pratica tornammo a Firenze
in fretta e furia ci inventammo una stagione
perché noi, io e Giuseppe Scuto, non
avevamo mai fatto una programmazione prima
di quell’incontro e inviammo il fax. Il
nostro programma fu approvato e ci fu dato
un milione di lire per fare un anno di lavoro
ed io a 24 anni accettai perché mi sembrò
una cosa meravigliosa avere uno spazio così
grande da poter gestire. Giuseppe Scuto che
era un docente ed aveva una sua professione
fissa, mi sostenne, era tra l’altro un grande
sognatore in tal senso perché almeno nei
primi 10 anni tutto si è retto solo e soltanto
per la volontà e col suo aiuto. Fu così che
partì l’avventura a Castelnuovo Berardenga.
Lis. Come è nata l’idea di rimettere in
piedi il Bruscello? Chi era con te?
145
146
Mat. L’idea di rimettere in piedi il
Bruscello fu di Luca Bonechi e Fabio Tiezzi
alla fine degli anni 90. So che Luca Bonechi
già negli anni 70 aveva provato a rimettere
in piedi la Ginevra degli Almieri e la Pia
de’ Tolomei sul palco del Teatro Alfieri di
Castelnuovo B.ga, però questo esperimento
finì dopo poco, mentre il Guerrin Meschino
fatto nel 1997/’98 fu l’inizio di una
lunga storia che fino ad aggi non è stata mai
interrotta se non dal Covid. Fabio e Luca
sono i padri di questa tradizione e credo che
in fondo la loro volontà fosse quella di evitare
che il paese di Castelnuovo diventasse
un dormitorio in funzione della città di Siena.
L’idea di “usare” uno spettacolo per mantenere
il tessuto sociale, per far stare insieme
le persone, per farle uscire di casa, per dar
loro degli interessi, per studiare dei temi e
anche per ridere, per scherzare e per tutto il
resto credo sia stato certamente un principio
importantissimo. La cosa che più mi colpì
fin dall’inizio è che da parte loro ci fu sempre
un atteggiamento di grande inclusione
rispetto agli altri: “altri” nel senso di “tutti”.
Noi eravamo una compagnia piccolissima
di Firenze, sconosciuta e subito dal Nerone
che fu l’edizione 1998/’99 fui invitato da
Luca e Fabio a partecipare e da lì iniziò la
mia collaborazione che è tuttora in essere
con il Cantiere del Bruscello. Quindi il principio
di questo grande contenitore che accettava
tutti quelli che volevano partecipare
fu per me un fondamentale importante che
ho appreso e che ho tenuto caro dentro di
me e dentro il lavoro che continuo a portare
avanti.
Lis. Com’è strutturato oggi il
Bruscello di Castelnuovo? Vi sono state
delle innovazioni?
Mat. Il Bruscello di Castelnuovo B.ga è
strutturato sull’ottava rima incatenata come
è giusto che sia, ciò detto credo che la caratteristica
principale del nostro Cantiere sia
stata quella della sperimentazione perché
abbiamo sempre cercato di attualizzare, senza
mai snaturare, quello che è questa tradizione.
Non ci siamo mai dimenticati che oggi
come oggi e anche 20 anni fa, il discorso è
analogo, non ci sono più i mezzadri, i contadini
che vengono a cantare, la società è composta
in tutt’altro modo. Abbiamo ragionato
su come far avvicinare sia le persone a
partecipare al Bruscello che il pubblico ad
assistere e di anno in anno abbiamo provato
ad innovare, tipo inserire la prosa, utilizzare
le musiche in maniera diversa. Quindi musica
non solo a sottolineare le entrate e le uscite
degli attori oppure per fare l’apertura e la
chiusura dello spettacolo ma anche utilizzare
il repertorio dei grandi cantautori italiani,
riarrangiando brani di musica classica, cercando
una commistione di generi musicali
che potesse “ravvivare” una tradizione che
dal nostro punto di vista, rischiava di rimanere
un po’ polverosa, ingabbiata nella
“filologia”. Tuttavia le melodie che si ascoltano
ancora oggi nel Bruscello sono principalmente
due, una per i bruscellanti e l’altra
per il cantastorie, entrambe provenienti dalla
tradizione.
Lis. I Copioni del Bruscello che rappresentate
sono originali o tradizionali?
Da dove viene la tradizione? Chi scrive
i nuovi copioni?
Mat. So che all’inizio furono utilizzati dei
quaderni di un tal “Sergio” di San Piero in
Barca, credo dell’inizio del ‘900 ma su questo
dovrei documentarmi meglio. So che i
primi Bruscelli furono rappresentanti intorno
a Brolio comunque nelle frazioni
chiantigiane. Poi per quello che mi riguarda
147
Bruscello 2016. “Bertoldo e Bertoldino” (foto Christian De Santi).
già dal Nerone che fu fatto in P.zza Marconi
nel ‘99, gli interventi sul testo, mantenendo
comunque salda l’ottava rima, furono importanti
e poi da lì, negli anni a seguire,
bruscelli come Il Girardengo oppure Dante
all’Inferno ed anche l’Orlando furioso
furono creati ex novo da me, da Luca
Bonechi, da Giuseppe Scuto e all’inizio da
Mauro Paolini. È stata sempre un’avventura
molto bella avere la libertà di spaziare con
la fantasia, trovare dei temi nuovi e provare
a tradurli in ottava rima che resta sempre un
metro poetico duttile e attuale anche se antichissimo,
come facemmo per esempio con
il Gianburrasca.
Lis. I luoghi del Bruscello quali sono
stati nel tempo?
Mat. I primi due Bruscelli cioè il Guerrin
meschino e il Nerone del 1998 e 1999 furono
fatti in P.zza Marconi, la piazza principale
del paese, poi ci trasferimmo in quel
luogo meraviglioso che è Villa Chigi Saracini
e nel corso degli anni, che furono tanti, allestimmo
i Bruscelli in tutti i luoghi possibili,
dalla Fontana del Sarrocchi, utilizzando lo
spazio sottostante alle arcate del ponte che
portava alla villa come palcoscenico, al
Tempietto del Fantastici dove poi ci stabilizzammo.
Il trasferimento a San Gusmè avvenne
intorno al 2013-14 fu una scelta necessaria
perché i tempi cambiarono e per
quanto poteva il Bruscello non era più possibile
reggere economicamente allestimenti
grandi come Villa Chigi richiedeva. Quindi
proprio da parte mia fu proposto di trasferirsi
in un luogo più piccolo e questo credo
148
Bruscello “Garibaldi” 2011, presso Villa Chigi-Saracini. (foto Marco Betti).
che abbia permesso al Bruscello stesso di
continuare a vivere in maniera importante
nonostante la situazione economica molto
sfavorevole. In tal senso è da ricordare l’intervento
del Comune di Castelnuovo B.ga a
sostegno di questa tradizione ed è doveroso
ringraziare anche in questa sede, la comunità
di San Gusmè che ha accolto il
Bruscello e i bruscellanti in maniera incredibile.
Lis. Come sono avvenuti quest’anno i
festeggiamenti per il 25° del Cantiere
Bruscello?
Mat. Quest’anno abbiamo festeggiato il
25° compleanno del Bruscello di
Castelnuovo e, oltre ad aver messo in scena
in estate il Bruscello (Don Chisciotte), abbiamo
fatto una mostra fotografica presso il
Museo del Paesaggio di Castelnuovo, da
giugno a settembre. In questa occasione finalmente
sono riuscito a mettere in ordine
l’archivio fotografico accumulato negli anni
per me importantissimo che testimonia la storia
di questo gruppo e che poi rivisto tutto
insieme è memoria e racconto di un pezzetto
del territorio chiantigiano. Abbiamo più di
12.000 foto in archivio e, per me questo è
un vanto, foto fatte da professionisti, foto
belle che colgono i momenti importanti di
una società anche se piccola, però di una
società che intorno al pretesto del Bruscello
si ritrova, si diverte, cresce, cambia, muore
e rinasce. Quando ti trovi a sfogliare tutte
queste immagini, tutte insieme, dal 1997-’98
fino al 2022 e vedi tutte queste facce, alcune
che non ci son più, tante che fortunata-
149
Fabio Tiezzi indispensabile organizzatore e coordinatore del Bruscello fino dagli inizi, al quale il
Bruscello stesso deve molto per la tenacia e l’amore con cui lo ha sempre sostenuto. (Foto
Marco Betti)
mente prima non c’erano e che adesso ci
sono e sono ormai diventate uomini e donne
e vedi che accanto a questi uomini e donne
che 20 anni fa erano dei bambinetti adesso
ci sono nuovi bambini e nuove bambine, insomma
ti rendi conto che la pianta del
Bruscello almeno qui a Castelnuovo B.ga
continua ad essere verde anche se richiede
tanti sforzi ma è una pianta che ancora ha
tanto da dare e credo che vada tutelata ad
ogni costo.
Lis. Il futuro del Bruscello?
Mat. Direi che il futuro del Bruscello non
può essere altro che roseo perché le nuove
generazioni che finalmente si sono avvicinate,
parlo di ragazzi e ragazze che hanno dagli
8 ai 18 anni, sono straordinari, fantastici.
È ovvio che ci vuole un po’ di fatica, bisogna
dedicarci un po’ di tempo e mettere in
conto un po’di frustrazioni che per forza di
cose le attività umane sempre portano con
sé, però credo, anzi sono sicuro, che questo
gioco valga senz’altro la candela.
150
Colloquio con Paolo De Simonis: Gastone
Venturelli, il Maggio, il dialetto e le tradizioni
di Gorfigliano in Alta Garfagnana
di Yuri Damiano Brugiati, Peter Coppo, Antonella Ferri, Anna Paladini
“
Chi vuol dell’acqua chiara vada alla fonte...”,
questo il modo più semplice per descrivere
il metodo che stiamo cercando di
seguire giorno dopo giorno nella nostra ricerca
sul Canto del Maggio a Gorfigliano in
Garfagnana. Una tradizione, quella del Maggio,
che è stata protagonista assoluta nella
vita dei nostri antenati e che lentamente rischia
di scomparire con la dipartita dei suoi
protagonisti.
Ecco che allora gli articoli di Paolo De
Simonis, “Gli elmi sono caschi da cava nei
Maggi della Garfagnana” 1 , e “Colloquio con
Gastone Venturelli sul Maggio del 7 Luglio
1981” 2 , meritavano di essere attenzionati visto
che al loro interno si evidenziavano diversi
aspetti ancora oggi estremamente attuali.
Grazie all’amicizia che lega Yuri a Sebastiano
Micheli, presidente dell’Associazione Culturale
“Ponte” di Capannori (Lucca), siamo riusciti
a contattare Paolo De Simonis.
Ecco in estrema sintesi come è nata questa
chiacchierata intervista che si è svolta in
videoconferenza la sera del 2 Gennaio 2024
e della quale pubblichiamo un estratto.
Presenti oltre a Yuri Damiano Brugiati e
Peter Coppo, cultori delle tradizioni popolari
di Gorfigliano, anche Antonella Ferri, curatrice
del Museo dell’Identità dell’Alta
Garfagnana “Olimpio Cammelli” e Anna
Paladini, assessore alla cultura del Comune
di Minucciano.
Yuri: Gastone Venturelli per noi di
Gorfigliano in Alta Garfagnana rappresenta il
Maggio. È grazie a lui, se alla fine degli anni
’70 si è ricomposta la Compagnia del Maggio
di Gorfigliano, ed è grazie a Gastone se i
nostri maggianti si sono esibiti non solo nel
nostro paese alle pendici del Monte Pisanino
e in altri paesi della Garfagnana, come ad
esempio a Gragnanella, che veniva considerata
la Scala del Maggio, ma anche a Milano
e addirittura a Parigi.
Paolo: Gastone ha avuto un ruolo decisivo
nella specificità degli studi grazie anche alla
sua particolare doppia identità, cioè quella di
studioso osservatore, ma anche quella di abitante
di Eglio in Garfagnana che, sin da piccolo,
ha incontrato il canto del Maggio e altre
varie manifestazioni della cultura locale.
Tu Yuri prima hai parlato di come oggi si
ripresenti più o meno lo stesso tipo di pro-
151
Gastone Venturelli, sua l’ampia documentazione dei
Maggi garfagnini.
blemi che incontrava Gastone all’epoca. Provo
a lanciarne uno proprio per entrare nel vivo
delle questioni: identità non dovrebbe voler
dire un elenco chiuso costituito da elementi
immutabili.
In sostanza: anche nel Maggio, quasi mezzo
secolo dopo quella intervista, è inevitabilmente
cambiato qualcosa. Occorrerebbe oggi
considerare l’identità del territorio garfagnino
non solo come l‘eredità di fenomeni culturali
plurisecolari. Gastone ha infatti contribuito a
costruire e rappresentare la novità di maggior
rilievo: la patrimonializzazione del Maggio,
ossia il riconoscimento del suo corrispondere
a un valore che andava oltre i confini
della Garfagnana. Qualcosa di importante per
una cultura locale che voleva farsi vedere e
conoscere anche molto lontano. Più in generale:
le tradizioni popolari, da qualche decennio,
esistono perché cercano di farsi vedere
al mondo proprio perché nate,
puntiformemente, in località spesso periferiche.
Il Maggio, un secolo fa, aveva un
senso preciso, interno a comunità locali
che oggi invece, anche per influenza
di Gastone, sono interessate
a richiamare un pubblico esterno. È
importante ri-vivere il Maggio a
Gorfigliano, o in altri paesi della
Garfagnana, ma insieme farlo conoscere
anche oltre i suoi luoghi natali.
Peter: Questo tema è proprio al
centro del nostro percorso. Riuscire
a salvare il Maggio, facendolo conoscere
ed apprezzare anche al di
fuori del suo contesto originario.
Yuri: Sì quello che ha appena detto
Peter è quello che il nostro carissimo
amico Luigi Casotti “dal Bozzo” 3
ci ripeteva sempre. Il Maggio va rispettato,
non può essere stravolto in modo
approssimativo. Per questo lui scriveva sempre
nuovi maggi e non modificava mai il testo
di altri. Semmai lo leggeva tutto e lo riscriveva
completamente. Il Maggio per Luigi era una
cosa molto importante, e ne aveva compresa
l’importanza insieme a Venturelli.
Ad esempio Luigi si dedicò a scrivere anche
Mini Maggi per i bambini delle scuole
elementari di Gorfigliano, Pieve San Lorenzo
e Piazza al Serchio. E nello scrivere questi
testi, utilizzava sempre come riferimenti testi
e fiabe per bambini.
Paolo: Ricordo che Gastone organizzò a
Firenze, in un quartiere popolare di periferia,
la proposta di alcune manifestazioni
performative della tradizione garfagnina, tra
le quali un Maggio: era il tempo dell’Assessore
Franco Camarlinghi che accolse volentieri
questa proposta sperimentale. Il tentativo
riuscì solo in parte, soprattutto per la sua
lunghezza. Il problema della durata del Maggio,
proprio come si diceva prima.
152
L’etnomusicologo Roberto Leydi raccontava
che, secondo Sandra Mantovani (sua
moglie e grande interprete del folk revival)
la cosa più noiosa del mondo era il giapponese
teatro del n?: e il Maggio era più noioso
del n?. Secondo voi, in che modo sono compatibili
questi tempi delle tradizioni con quelli
degli attuali mezzi di comunicazione?
Peter: Questo effettivamente è molto difficile
e complesso. Il Maggio per sua natura
non è di semplice comprensione. Un tempo i
Maggi duravano dalle 3 alle 4 ore, era impensabile
proporre un tempo inferiore. Oggi
questo sarebbe improponibile, e a tal proposito
ricordo il caro amico Luigi Casotti “dal
Bozzo”, che collaborò a lungo anche con
Gastone Venturelli. Luigi consapevole che un
Maggio di 4 ore era ormai impossibile da rappresentare,
iniziò a scrivere maggi della durata
inferiore alle due ore. Questo fu un cambiamento
epocale. In tale operazione però,
Luigi era attentissimo a non stravolgere la completezza
del Maggio. Mi spiego meglio... non
è possibile prendere un testo di 400 stanze e
ridurlo solo tagliando delle stanze. Il Maggio
diceva Luigi, piuttosto lo riscrivo interamente,
ma non lo modifico. È anche una questione
di rispetto nei confronti di chi l’ha scritto.
Inoltre tagliando qua e là si perde il filo della
rappresentazione.
Nell’Agosto 2023 a Gorfigliano siamo riusciti
a cantare i Promessi Sposi, ultimo Maggio
scritto da Luigi. Opera straordinaria se si
considera che Luigi è riuscito a racchiudere
tutta la storia in solo 105 stanze, con ben 11
ottave, dando la possibilità a ogni maggiante
di potersi esibire al meglio.
Yuri: Io ricordo quando mio padre Giuseppe
più volte mi ha raccontato che quando
lui era bambino, se a Gorfigliano un Maggio
fosse durato meno di 4 ore ci sarebbe stata
una rivolta in paese. C’era chi portava la seggiola
per metterla davanti e ci andava molto
prima dell’inizio.
E come viene riportato nell’articolo su
Lares, persone non certo colte, riuscivano
senza problemi a seguire il Maggio in ogni
sua parte, cosa che non è assolutamente semplice.
Lo stesso Venturelli racconta che anche
dopo aver visto e studiato oltre 500 rappresentazioni,
se non stava attento, perdeva
qualcosa, mentre sua mamma lo comprendeva
senza alcun problema dall’inizio alla fine.
Personalmente condivido quello che disse
Venturelli nell’intervista: “... se non sto attento,
ma proprio attento, non riesco a seguirlo.
Ecco, e quindi se io mi distraggo a far tre
fotografie io ho perso il senso del Maggio, o
meglio: non ho perso il senso del Maggio,
perché il Maggio è un altra cosa e i popolani
lo sanno benissimo. Il Maggio, che l’espressione
è del Leydi, ma mi convince perfettamente,
è come il circo: non occorre vederlo
tutto per dire d’averlo visto: è ogni momento...
è il Maggio mi spiego? C’è tutto sempre...“.
Paolo: A me, personalmente, una durata
del Maggio minore di quella tradizionale la
sento come un intervento forte: necessario
forse, ma forte. Una volta vidi due poeti
improvvisatori ai quali, in una trasmissione
televisiva, furono concessi solo tre minuti per
mettere in scena la loro sfida. Una cosa inconcepibile
per i due poeti: la sfida doveva
durare quanto doveva. Come si fa a tradurre
in altro format qualcosa che aveva un senso
compiuto solo quando rispettava i suoi tempi.
Quel che si perde è un prezzo da pagare
oppure no?
Peter: Uno dei problemi più grandi che ci
troviamo ad affrontare oggi è l’assenza di
scrittori di Maggi. Con la morte di Luigi nel
153
Il Maggio dei Promessi sposi presentato nel suo ambiente naturale, una radura nel bosco.
2009 si è persa la possibilità di avere Maggi
scritti nel rispetto della tradizione ma con le
tempistiche modificate.
Poi l’altro problema è quello legato ai
maggianti. Non c’è stato il necessario ricambio
generazionale.
Yuri: Questo è vero. E aggiungo che purtroppo
oggi tranne pochi e preziosi maggianti
di età avanzata non abbiamo giovani che cantano
il Maggio. Per questo stiamo cercando
di raccogliere e salvare quanto più materiale
possibile, in modo particolare i testi manoscritti
e i video VHS al fine di conservare la
memoria del canto.
Anna: Nei giorni scorsi ho incontrato un
anziano affetto da demenza senile. Ha ben
93 anni, ma quando mi ha visto, ha voluto
intonare un Maggio e lo ha fatto perfettamente,
questo penso sia una dimostrazione di quanto
questa tradizione sia parte della nostra identità.
Mia mamma e mia suocera amavano il
Maggio e lo vivevano in modo assoluto. Stavano
a ore ad ascoltarlo perché era bello,
era il loro divertimento, era quello che noi facciamo
adesso sul telefonino.
Antonella: Il Maggio come detto non è
semplice. Per questo è importante poterlo
seguire con un testo scritto.
Yuri: Questo è vero, ed anche qui dobbiamo
ringraziare Gastone Venturelli che con il
Centro Tradizioni Popolari della Provincia di
Lucca iniziò a pubblicare per la prima volta i
Maggi nei famosi “quaderni” che venivano
distribuiti durante le rappresentazioni e che
oggi ci permettono di avere la preziosa memoria
scritta di oltre 150 Maggi 4 . Prima i
Maggi erano scritti solo nei quaderni dei campioni,
i capi maggi, che spesso addirittura sapevano
a memoria tutto il Maggio.
Yuri: Per noi tutto questo è una scoperta,
siamo tutti appassionati e stiamo costruendo
passo dopo passo questo cammino all’interno
di queste antiche tradizioni. Il luogo dove
noi raccogliamo, conserviamo, promuoviamo
e valorizziamo il tutto è il nostro museo
che si trova a Gorfigliano, il Museo dell’Identità
dell’Alta Garfagnana.
E quando, come questa sera, abbiamo la
154
fortuna di poterci confrontare con chi ha passato
la vita a studiare tutto questo, per noi è
veramente bello e importante.
Antonella: La partecipazione è importante
e fondamentale. Noi stiamo cercando di
far sentire ai gorfiglianesi che il Museo è anche
loro. E le tante donazioni ricevute in questi
anni hanno portato la collezione museale
dai circa 1000 pezzi della collezione di
Olimpio Cammelli agli oltre 3600 oggetti
esposti attualmente. Il Museo, così come le
tradizioni, se entrerà nel cuore delle persone
avrà un futuro e vivrà, altrimenti rischia di spegnersi.
Yuri: Una persona che è stata fondamentale
nella nascita del Museo è senza ombra di
dubbio la signora Emma Orsi, vedova di
Olimpio Cammelli, che decise di donare l’intera
raccolta museale del marito affinché potesse
diventare un mezzo per valorizzare e
rafforzare la storia e l’identità del nostro territorio,
oltre ovviamente a ricordare la sua
memoria. Emma mi ripeteva sempre che ogni
singolo oggetto racconta una storia, la nostra
storia. E insieme agli oggetti della vita quotidiana
e del lavoro tra la fine del 1800 e la
metà del 1900 noi cerchiamo di promuovere
anche il patrimonio immateriale, ovvero le
nostre tradizioni: Il Canto del Maggio, i
Natalecci, e il Dialetto di Gorfigliano.
Anna: Il dialetto è parte della mia vita, e
oggi rischia di scomparire, per questo attraverso
il Museo ogni oggetto parla in dialetto.
Io ad esempio penso in dialetto e parlo in
italiano. Siamo però consapevoli che per affrontare
al meglio questo percorso abbiamo
bisogno di avere la guida di studiosi del settore.
Paolo: Secondo me la cosa oggi più indispensabile,
per poter parlare di una ripresa e
di una ricostituzione del Maggio, come di altri
aspetti del mondo globale, è quella di rapportarsi
ad accordi internazionali (come quelli
dell’UNESCO e della Convenzione di Faro)
che si preoccupano globalmente di mantenere
vive le tradizioni popolari locali.
Un altro aspetto importante può essere
quello di mantenere il Maggio vicino ed unito
ad un Museo. I musei infatti vivono e hanno
senso se progettati e gestiti dalle comunità che
cercano di ricordare e rappresentare.
Il riuscire a comprendere il Maggio passa
anche dalla conoscenza del tempo in cui questo
veniva rappresentato, e quindi anche dall’esposizione
di oggetti della vita quotidiana,
dal lavoro allo svago. Ecco quindi che il Museo
di Gorfigliano può essere il luogo ideale
per trattare, mantenere, far conoscere e far
ri-vivere la tradizione del Maggio.
Questa sera, abbiamo fatto il primo passo
di quello che speriamo possa trasformarsi in
un bel cammino da fare insieme... grazie Paolo
De Simonis.
1
Paolo de Simonis, Gli elmi sono caschi da cava nei Maggi della Garfagnana, in “L’Unità”, 21 Giugno
1979.
2
Paolo de Simonis, Colloquio con Gastone Venturelli sul Maggio del 7 Luglio 1981, in Lares, LXX 2/
3, 2004.
3
Casotti, Luigi, il “Luigi dal Bozzo.” Il dialetto di Gorfigliano in Alta Garfagnana”, a cura di Yuri
Damiano Brugiati, con la collaborazione di Peter Coppo e Giuseppe Brugiati. Lucca: BdC Editore,
2019 (per riceverlo rivolgersi a petercoppo1@gmail.com).
4
Quaderni del Centro Tradizioni Popolari della Provincia di Lucca, Ristampa anastatica 1977-
2003, con nota introduttiva di Maria Elena Giusti. Centro Tradizioni Popolari della Provincia di
Lucca, Edizioni PLUS, Pisa University Press, 2004.
155
Festa della musica 2023 alla Biblioteca
Nazionale Centrale di Firenze
con i canti della tradizione popolare
toscana
di Lisetta Luchini
Il 21 giugno 2023 il Centro Studi Tradi
zioni Popolari Toscane con il suo direttore
Prof Alessandro Bencistà insieme al gruppo
vocale de Le Cantore, composto da
Angela Batoni, Lisetta Luchini, Chiara
Riondino e Matteo Ceramelli, abbiamo avuto
il privilegio di esibirci in occasione de “la
Festa della Musica” in una sala rotonda della
Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.
Siamo stati invitati dalla dott.a Caterina
Guiducci responsabile della sala Musica
della Biblioteca che nell’occasione ha organizzato
anche una mostra di antichi e pregevolissimi
libri e spartiti dedicati alla musica
popolare toscana. Fra tutti i reperti emergeva
in quanto ultima acquisizione della Biblioteca
la rara edizione a colori del libro “l Grilli
Canterini”, a cura di Gina Pagani e con le
illustrazioni di Corrado Sarri, Firenze,
Pampaloni, 1920, dedicato ai più piccini con
canzoncine per l’infanzia complete di testo,
trascrizione musicale su spartito e disegno a
matita colorato. Questa la premessa dell’editore
al volume:
“Per voi, fanciulli, che siete la gioia
della vita, ho avuto l’idea di raccogliere
queste canzonette popolari italiane, perché
le cantiate nella vostra gioconda
primavera. Sono motivi semplici,
storielle ingenue ma caratteristiche, passate
di bocca in bocca come altrettante
tradizioni [...). Sì, queste canzonette le
cantavano, un giorno, le vostre nonne
presso alla culla dei loro figliuoli, che
sono oggi i vostri babbi e le vostre mamme”.
Durante la conferenza/concerto Le Cantore
hanno cantato una miscellanea di questo
testo con grande divertimento del numeroso
pubblico, Ci son sei bimbe a vendere,
Lucciola Lucciola, Cavallino arrì
arrò, Io vorrei che nella luna, La bella
alla finestra e la stupenda Mamma mia
comprami il cerchio di cui voglio mettervi
a parte del testo.
Mamma mia comprami il cerchio
voglio il cerchio alla sottana
156
Lo spartito musicale di “Mamma mia comprami il cerchio”.
il cappello all’italiana
i capelli alla Roccoccò
Mamma mia comprami il cerchio
voglio il cerchio e l’ombrellino
la mantiglia e l’occhialino
per andare a passeggiar
Mamma mia comprami il cerchio
voglio il cerchio e gli scarpini
il brelocche e gli orecchini
il ventaglio alla pompadour
E così vestita in gala
dal cappello alle calzine
vado a spasso alle Cascine
lungo l’Arno e anche più là!
Questo bellissimo evento detto “I canti della
tradizione popolare toscana” ha visto la
partecipazione di Anna Lucarelli, (Delegata
alla direzione della Biblioteca Nazionale
Centrale di Firenze)
Caterina Guiducci, (Biblioteca Nazionale
Centrale di Firenze), con la conduzione di
Alessandro Bencistà, (Centro Studi Tradizioni
Popolari Toscane) e l’esibizione
dell’ensemble femminile Le Cantore di Angela
Batoni, Lisetta Luchini e Chiara
Riondino e Matteo Ceramelli alla chitarra.
Il repertorio che abbiamo fatto come Cantore,
spaziava attraverso la tradizione
ottocentesca con una sezione dedicata a
Beatrice di Pian degli Ontani e Francesca
Alexander, più le versioni antiche dei grandi
classici da Niccolò Tommaseo, a Giuseppe
Tigri e Giovanni Giannini: Giovanottino,
Mamma fammi la pappa, Mia bella
157
Un momento della presentazione. Da sinistra: Angela Batoni, Chiara Riondino e Lisetta Luchini.
Annina, E cinquecento catenelle d’oro 1 ,
E lo mio amore è andato a soggiornare,
E l’altra sera al tramontar del sole, ...
Una sezione dedicata come detto a I Grilli
Canterini, una alla musica religiosa con famosissimi
brani del culto popolare cantati in
tutte le chiese tipo Mira il tuo popolo o La
serenata dei pastori e infine anche una sezione
sociale con brani contro la guerra, cntro
lo sfruttamento del lavoro fino a Vieni
o Maggio di Pietro Gori, il Cavaliere errante
dell’Anarchia, tanto amato dal popolo
analfabeta, sottomesso e derelitto.
Non mi resta che ringraziare personalmente
Caterina Guiducci e tutta la Biblioteca Nazionale
Centrale e i suoi dirigenti per averci
dato questa bella opportunità e soprattutto
per il lavoro che costantemente svolgono per
la cultura tutta. Grazie di cuore. (L.L.)
1
La dizione “cinquecento” è utilizzata da Eugenia Levi per la prima volta nella sua raccolta del 1895. La
usa poi Caterina Bueno ne “La veglia”. In origine erano venticinque catenelle sia nel Tommaseo che nel
Tigri.
158
Un ricordo di Sergio Staino, i riassunti
in ottava rima
di Alessandro Bencistà
Presentare alcune ottave scritte e illustrate
da Sergio Staino ci sembra il modo migliore
per ricordarlo. Il legame che ci lega a
Sergio passa anche per le tradizioni popolari,
in particolare con la poesia
estemporanea di Benito Mastacchini che
aveva sempre dimostrato di apprezzare intervenendo
alla presentazione dei suoi libri
a Suvereto, centro che a lui stava particolarmente
a cuore.
Fu in occasione di questi incontri che ebbe
occasione di apprezzare anche la nostra rivista
e il Centro Studi che in fondo ha la sua
sede a Scandicci, la città in cui risiedeva e
da dove era partito, prima come insegnante,
in seguito come autore e disegnatore del
personaggio di Bobo, le cui storie avevano
da tempo varcato i confini della Toscana.
Noi lo seguivamo fino dagli inizi della sua
carriera come collaboratore di Linus, una
delle riviste satiriche di maggior successo alla
quale ha collaborato insieme ai maggiori autori
di fumetti, (facciamo per tutti il nome di
Altan), e da dove prendiamo una delle sue
prime storie illustrate, come Capitan Kid
(siamo alla fine degli anni ’80) di cui riassumeva
le puntate precedenti facendo uso delle
ottave a rima incatenata, come nella miglior
tradizione che conosceva bene.
Conserviamo ancora le sue raccolte di
Tango, da lui fondato e diretto nel 1986,
“Settimanale di satira, umorismo e travolgenti
passioni” pubblicate con l’Unità e poi
riunite in due volumi dal numero 1 al n. 25.
È nel primo numero che compare la sua tagliente
vignetta sul quotidiano fondato da
Antonio Gramsci, per “far saltare i nervi al
P.C.I. (è il titolo di un’illustrazione di Gino e
Michele), (la riproduciamo accanto insieme
all’editoriale Tanghitudine, dove cerca di
spiegare il perché del titolo.
“Ma allora perché lo abbiamo chiamato
TANGO? […] I comunisti saranno poponi,
confusionari, incasinati, incapaci, strafalcioni,
rompiballe e tutto quel che volete, ma
sono sicuramente anche degli eroi! E gli eroi,
come canta anche un altro grande poeta, gli
eroi sono SEMPRE giovani e belli… No, non
è per nostalgia e per le delusioni che lo abbiamo
chiamato “TANGO”. Ma allora perché?
Forse in omaggio alle innumerevoli
“telenovelas” che invadono i nostri schermi
159
160
Una vecchia storia in ottave pubblicata su Linus.
domestici? O in omaggio al ballo liscio della
gloriosa Romagna rossa? O in omaggio a
Milva? O, forse, al crescente odore di
peronismo che si respira seguendo il TG2 o
leggendo “Il Messaggero”? Chissà. Io non lo
so. Ma a voi, poi, interessa tanto saperlo”?
E terminiamo con un suo altro capolavoro
assoluto di satira, le illustrazioni del suo
PINOCCHIO NOVECENTO che lo affianca ai
grandi illustratori di Collodi, da Mussino a
Jacovitti, da Chiostri a … Staino. Fu un
grande successo perché la sua invenzione fu
di rappresentare tutti i protagonisti della fiaba
più famosa del mondo col volto dei personaggi
politici del Novecento, del passato
e del presente, dal Grillo parlante - Lenin, al
domatore dei ciuchini - Mussolini, all’Omino
di burro- Berlusconi, al giudice- Di Pietro, tutti
accompagnati da una quartina in rima. Grazie
Sergio per averci accompagnato per questi
ultimi cinquanta anni con la tua pungente satira
sulla politica quotidiana.
Sopra: la dedica di Bobo alla nostra rivista.
Sotto: una vignetta pubblicata su “Tango”.
161
I burattini dell’Andreotti
di Veraldo Franceschi
Prima dell’avvento della “modernizzazione”
le memorie storiche, si sa, venivano tramandate
oralmente e tuttora ne sono un esempio
vivente i poeti bernescanti che ancora si
possono ascoltare in alcuni paesi dove vengono
organizzati i contrasti in ottava rima. Sono
canti che hanno le loro radici nella tradizione
popolare, sono i “libri parlati” che dai grandi
poeti del passato traggono spunto e ispirazione.
Anche a Prata c’erano questi cultori della
poesia bernescante che nei momenti di riposo
dal lavoro quotidiano cercavano di dimenticare
i loro problemi di sopravvivenza
improvvisando contrasti poetici sui problemi
della vita. Fino alla fine degli anni quaranta
del Novecento nei giorni di festa era
facile vederli seduti intorno a un tavolo di un
bar, che si scambiavano le “loro opinioni”
politiche e esistenziali a suon di endecasillabi
e in quei momenti tutti erano partecipi della
vita quotidiana e politica del loro paese. Le
più comuni necessità – acqua, luce, viabilità,
ecc. - venivano sviscerate da quei gruppi
di improvvisati politici con il fiasco del vino
davanti per “bagnarsi la gola”. I giornali erano
ancora pochi e sopra tutto erano quelli
dei partiti politici dove le cronache locali o
mancavano o vi erano appena accennate, e
così loro con il canto portavano, anche involontariamente,
all’attenzione di chi ascoltava
l’esistenza dei dubbi che affliggevano
le comunità paesane.
Ma a Prata con la fine degli anni quaranta
del Novecento questi cantori cominciarono
a rarefarsi, per poi scomparire e il loro posto
venne occupato dai “Burattini
dell’Andreotti”.
Aldo, come tutti lo chiamavano, in realtà
si chiamava Giorgio all’Anagrafe di Torino
dove era nato, capitò a Prata con il padre al
seguito di una compagnia itinerante di prosa
e quando la compagnia partì lui e suo padre
restarono in Paese.
Mentre il babbo trovò un po’ di lavoro
per la sistemazione delle scenografie del teatro
locale, Aldo andò a lavorare nella
laveria della Miniera di Niccioleta. A Prata
vi trovò moglie e mise su famiglia; nel dopoguerra
la sua vena artistica si manifestò con
162
Aldo, che lasciò la sua compagnia per restare a Prata, qui in una trasmissione televisiva.
la creazione del teatro dei burattini, con il
quale percorse la Provincia e le zone limitrofe.
I suoi spettacoli non erano dedicati
solo ad un pubblico di bambini, ma anche ai
più grandi, includendo vicende di genere
politico e paesano. I suoi pupazzi, negli spettacoli
pratigiani, si rifacevano a una satira
locale che toccava tutti. Le necessità del
paese venivano presentate e discusse dalle
maschere di Arlecchino, Stenterello,
Balanzone, Gianduia, Pulcinella e dagli altri
che facevano parte della sua “scuderia”. I
personaggi paesani e i politici più conosciuti,
spesso effigiati nei suoi burattini, raccontavano
ciò che accadeva in Paese chiedendo
conto delle promesse fatte in campagna
elettorale.
Molto spesso negli spettacoli era accompagnato
dalla satira pungente e accattivante
di Rino e dalle parodie che lui creava e cantava
accompagnandosi con la chitarra.
Era un teatro che raccontando le vicende
della vita paesana, si sostituiva ai poeti dell’ottava
rima. Non erano più i Sili, i Lolini, i
Minucci, i Pazzagli, i Pinzi ed altri che con il
loro canto ricordavano agli amministratori
comunali gli impegni presi durante la campagna
elettorale, ora erano i burattini che
chiedevano di mantenere le promesse fatte
e non mantenute; ma quelle, forse, “erano
solo dimenticanze”, conseguenza degli improvvisi
vuoti di memoria dovuti alla calma
che segue il convulso periodo delle consultazioni
elettorali. Difficile ricordare quanto
si è detto nella foga dei discorsi della propaganda,
tutto si confonde e ciò che doveva
essere fatto, facilmente si dimentica o forse
è giusta la massima che recita “passata
la festa, gabbato lo Santo” come si usa
dire in queste occasioni.
163
E in quegli anni i pupazzi di Aldo con i loro
spettacoli si sostituirono ai poeti bernescanti.
Nelle serate “Dei Burattini dell’Andreotti” il
teatro era colmo e la satira politica trovava
sempre posto nella loro esibizione.
Poi i tempi cambiarono e Aldo, per motivi
di lavoro, si trasferì a Torino e nel Parco del
Valentino installò il suo “Teatrino” che restò
attivo per oltre vent’anni, raccogliendo consensi
dai grandi e dai piccini, che lo portarono
a partecipare anche a trasmissioni televisive
sulla rete nazionale, sopravvivendo
anche a due distruzioni della struttura dove
si esibiva, ad opera dei vandali.
Aldo era affezionato al paese che lo aveva
accolto e dove tornava appena gli era
possibile; il suo ricordo è tuttora vivo nella
memoria dei Pratigiani.
Ciao Aldo, con la tua fantasia ci hai regalato
tante piacevoli indimenticabili serate.
Sono sicuro che anche dove ti trovi ora hai
messo su il tuo “TEATRO DEI BURATTINI”, fedeli
compagni della tua vita terrena.
164
Addio Franco, caro amico e maestro
di Alessandro Bencistà
Franco Manescalchi è nato a Firenze nel
1937. Insegnante a riposo, ha cominciato
molto giovane ad occuparsi di poesia
ottenendo subito ambiti riconoscimenti come
il premio Alpi Apuane (fondato da Enrico
Pea) e Lentini (presieduto da Giacomo
Debenedetti). In seguito ha pubblicato molti
testi per la scuola con diverse case editrici,
diretto riviste e associazioni culturali, collaborato
a quotidiani e periodici vari. Critico
militante, ha pubblicato insieme a Ivo Guasti
importanti e fondamentali saggi sul canto e
le tradizioni popolari toscane; ricordiamo La
Barriera, La veglia lunga, Lumina e Il
Prato azzurro. Molte le sue raccolte di poesie
fra cui Il paese reale, La nostra parte,
Il delta degli anni; con questi lavori ha conseguito
i primi premi Gatti, Alte.-Ceccato,
Ragusa, La spiga d’oro.
La sua produzione letteraria è presente
nelle più importanti antologie edite in questi
anni: Poesia italiana di oggi di M. Lunetta,
Poesia italiana de Hoy, di P. Civitareale, Il
pensiero, il corpo a cura di F. Doplicher e
U. Piersanti. Il suo lavoro poetico dialettale,
Le scapitorne, ha ottenuto unanimi consensi,
sicuramente le migliori liriche che abbiamo
incontrato sulla poesia vernacola del Novecento.
È stato presidente dell’Associazione
Culturale NOVECENTO, Cattedra di libera
poesia.
Insieme ad Alessandro Bencistà, Alessandro
Fornari, Lisetta Luchini, Corrado
Barontini, Carlo Fiaschi, Domenico Gamberi
e Ambra Ceccarelli ha fondato nel 1996 il
Centro Studi Tradizioni Popolari Toscane
di cui era vice-presidente. Fino dal primo
numero ha collaborato alla pubblicazione
della rivista Toscana Folk.
Dalla sua introduzione al nostro volume
Fiorentrinacci, I’ Novecento in vernacolo
fiorentino (Ed. Polistampa, 1999) la nostra
lirica preferita tratta da “Le scapitorne”:
Mè pa’
Che òmo mè pa’ ni’ cinquanta,
doveva lasciare la hasa,
aveva, rihordo, la sciatiha
ed anche lo stomaho basso:
insomma, ‘unn’aveva salute.
165
La presentazione del primo numero di Toscana Folk a Campi Bisenzio (Firenze). Sono presenti
i soci fondatori, da sinistra: Lisetta Luchini, Carlo Fiaschi, Franco Manescalchi, Alessandro
Bencistà, due assessori del Comune, Manila Bilenchi e Fiorella Alunni.
Che òmo mè pa’ ni’ cinquanta,
faceva stioccare la frusta
e andava a mangiare i’ cocomero
a banchi d’agosto
in città.
Che òmo mè pa’ ni’ cinquanta
alla stanga di’ carro per lo sgombero
màghero che donna
mè ma’ colla crocchia su’ i’ capo
e gli arzingoli in grèmbio
verso la hasa nòva di città.
Rimase un’ombra a piangere
sotto a’ rami di’ giuggiolo.
166
RECENSIONI
LIBRI
CARBONAI, TAGLIATORI,
SEGANTINI E VETTURALI
DELLA VALLE DEL BRANDEGLIO
I mestieri dei nostri nonni che i paesi
di Campiglio, Pupigliana, Statigliana
e Cucciano vogliono ricordare
di Dorando Baldi, Ed. Il Metato,Pistoia
s.i.p.
Preziosa questa pubblicazione sui mestieri
dei nostri nonni, in particolare sul lavoro
faticoso che da millenni ha fornito al sapiens
la materia prima per rendere più sopportabile
l’esistenza in un ambiente che lentamente
si stava urbanizzando; e proprio l’urbe incominciava
a richiedere in grande quantità
questo bene di consumo ormai indispensabile
alla comunità sempre più affamata di
energia e di benessere a cui provvedeva
soprattutto la parte più povera ed emarginata
delle popolazioni rurali. Occorrerà pervenire
all’epoca moderna per sostituire il faticoso
lavoro che ruota intorno al bisogno di una
materia prima che la natura ci ha fornito in
grande abbondanza e soprattutto rinnovabile
per garantirne la riserva per le generazioni
future. Il dibattito sul tema sarebbe di grande
attualità in un’epoca che è talmente avida
delle materie prime che per procurarsele
scatena guerre sempre più catastrofiche che
porteranno l’ambiente del bosco e della foresta
a scomparire dall’ecumene. Queste
considerazioni ci vengono in mente riflettendo
sul taglio dei boschi.
Sfogliando questo volume ci si rende conto
dell’importanza che aveva nel passato
quel ciclo di lavoro che ruotava intorno al
bisogno di legname che i montanari pistoiesi
trasformavano per il mercato in continua
espansione non solo per uso familiare ma
anche per l’attività industriale che a Pistoia
ebbe negli ultimi secoli per l’industria della
lavorazione del ferro, “i migliori carbonai disponibili
sul mercato delle braccia” come li
definisce Ottanelli nella presentazione del vo-
167
lume, che va ben oltre la celebrazione degli
antichi mestieri che ruotano intorno alla trasformazione
della legna (al femminile, come
si usa qui in Toscana anche al plurale).
E non poteva essere che il nostro Dorando
a scrivere un libro così importante che
avremmo volentieri letto se presentato in
un’altra veste, più preziosa che non il
quadrotto destinato alle pubblicazioni povere
nonché effimere delle mostre occasionali
(alludiamo al suo bellissimo e purtroppo
esaurito lavoro su Anton Francesco Menchi);
ma se conoscete la sede dell’associazione
di Popigliana, poche case abbarbicate in
cima alla valle del Brandeglio, dove si raccolgono
queste memorie storiche potete apprezzare
di più il valore di quest’ultima fatica
di Dorando che nella prima parte del volume
raccoglie anche le cifre e le statistiche
di questo mondo ormai estinto a cui va il
nostro affetto anche se è lontano anni luce
dal nostro attuale modo di vivere, 101
carbonai su un totale di 240 mestieri; e siamo
appena arrivati alla fine delle due pagine
di presentazione di Ottanelli e di Rosati, che
per noi è già un accrescimento culturale,
perché di carbonaie nella nostra memoria
ormai ottuagenaria ne abbiamo viste una soltanto,
da noi si faceva la brace.
Vi presentiamo soltanto la sintesi del volume,
che non è neanche in vendita, a partire
dal bellissimo apparato fotografico che lo
impreziosisce (ecco il perché della scelta del
quadrotto), noi eravamo rimasti alla mostra
pistoiese del 1980 dove già si vedeva in funzione
la motosega.
Eccezionali quei particolari della capanna
che ospitava tutta la famiglia Orlandini in trasferta
nella Sila, i desinari con la scodella
sulle ginocchia, il fiasco per terra e il fucile
accanto per procurarsi un po’ di selvaggina,
allora abbondante. La documentazione fotografica
in gran parte realizzata negli anni venti
e trenta anche lontano dalla montagna
pistoiese, da cui i carbonai partivano per recarsi
in regioni lontane, come la Corsica, l’Algeria
e la Francia dove il lavoro del carbonaio
era particolarmente richiesto e senz’altro
remunerato meglio che in patria.
Troviamo nelle didascalie di una foto (pag.
51) anche la famiglia di Primo Mucci, il cui
figlio Aimo studiò ad Albi, nel Limosino, dove
ottenne la maturità e poi la laurea. Sottolineiamo
questa esperienza di una famiglia di
carbonai perché quando abbiamo conosciuto
l’antropologo Jean Pierre Cavaillé che è
stato nostro ospite a Firenze, ci aveva mostrato
le sue ricerche pubblicate sull’ottava
rima, da lui scoperta nella sua città, Albi appunto.
Abbiamo pubblicato un suo articolo
su Toscana Folk n. 15 dove Jean Pierre ricorda
Aimé (Aimo) Mucci che nel 1999 pubblica
un libro con DVD sui canti dei carbonai
(Memoires sonores); i risultati di questa ricerca
sono visibili in rete andando sul seguente
link: taban.canalblog.com/archives/2010/04/
02/17446978.html dove si può visionare anche
la foto del piccolo Aimo, il suo testo del
lamento “emigrato” in Francia, la versione del
vecchio carbonaio Primo Begliomini e una
pagina del suo diario pubblicato a Pistoia
poco prima della sua scomparsa nel 1991.
In seguito con Cavaillé, abbiamo pubblicato
il volume Storie di carbonai in ottava
rima (Antologia Toscana, CSTPT n. 2) col
testo di Primo Begliomini e due composizioni
in ottava rima di Realdo Tosi, Il fuoco
corso pietoso e rio e Quando ero Mèo.
La ricerca di Dorando si avvale di una fonte
che già abbiamo apprezzato nei suoi precedenti
lavori, quel censimento del 1841 realizzato
in epoca granducale, ricco di infor-
168
mazioni sulla condizione delle famiglie di cui
si registra il mestiere, lo stato civile e per la
prima volta una breve descrizione dell’istruzione
distinta in tre fasce, in bianco (analfabeti),
legge, legge e scrive; per esempio nella
parrocchia di Campiglio su 669 abitanti
solo 85 erano in grado di leggere e scrivere
(il 12,7%). Nelle cinque parrocchie della
valle Brandeglio, Cireglio, Campiglio, Piazza
e Sarripoli, su 2876 abitanti 576 sapevano
leggere e scrivere (il 20 %). Fra i soli
carbonai su 101, 35 sapevano leggere e scrivere
(il 34,6 %), non pochi, considerando
che nella parrocchia di S. Croce a Greve
(da dove proviene chi scrive) su 990 abitanti
gli “strutti” erano appena 160 (il
16,1%).
Dalla scrittura noi apprezziamo insieme al
lessico la spontaneità, i diffusi congiuntivi; è
come ascoltare la voce dello scrivente che
sembra sbobinata da un registratore talmente
vicine sono pronuncia e trascrizione… stupende
le pagine del diario di Vincenzo
Menchi che gira fra Algeria, Francia adattandosi
ad ogni evenienza, avendo imparato
non solo la lingua algerina ma anche la francese
al punto che veniva apprezzato in ogni
località in cui trovava lavoro ed avrebbe
potuto sistemarsi per il futuro in compagnia
di Caterina, la giovane vedova che lo aveva
preso a benvolere. Questo diario non so se
è stato già pubblicato ma sicuramente è una
lettura che vale molto più di tante storie che
si pubblicano oggi. (A.B.)
LA VIA CIVILE: TRATTI E
TRATTURI
Ciò che resta della Volterrana etrusca
a cura di Alberto Ciampi - Ass. Culturale
Centro Studi Storici della Valdipesa
San Casciano (FI). Euro 25,00
Questo volume é il risultato di una ricerca
pubblicata dal Centro di studi storici della
Valdipesa che si incentra sulle tracce della
rete stradale che dal territorio di San
Casciano arrivava fino all’etrusca città di
Volterra, un percorso non molto indagato
se si confronta con quello della Cassia Vetus,
che invece faceva parte della viabilità etrusca
che da Arezzo giungeva fino a Fiesole.
Lo studio dell’antica viabilità, prima etrusca
e poi romana, di cui serbiamo ricordo
nei nostri studi, fa ormai parte delle nostre
memorie geografiche affrontate oltre mezzo
secolo fa.
Leggiamo quindi volentieri il volume curato
da Alberto Ciampi, anche perché essendo
uno storico della Valdipesa accresce i
nostri vecchi studi che invece riguardavano
soltanto la Valdigreve e il Valdarno.
La rete stradale studiata da Sterpos (che
abbiamo conosciuto), dal Plessner, dal
Tracchi si sofferma anche sul percorso della
Volterrana che risale alla stessa epoca che
“sicuramente è la più antica di quante attraversano
il territorio fiorentino”, scrive Alessandra
Borgi, cui dobbiamo un documentato
studio su “La rete stradale della Toscana”:
“Come tracciato, l’esame dei reperti
archeologici, fa ritenere che coincidesse con
l’”odierna Volterrana”, che, attraversato
l’Arno tocca il Galluzzo-Giogoli, la Romola-
Montespertoli-Castelfiorentino-Gambassi-
Castagno-Volterra. Il Targioni Tozzetti fa
l’ipotesi su un altro tracciato Fiesole-Volterra
169
per Decimo (S.Casciano)-Lucignano-
Lucardo-Certaldo, sostenuto oggi da diversi
autori”.
Ipotesi che il bel volume di Ciampi sembra
confermare con una nutrita documentazione
storica e iconografica, che è la parte
del volume particolarmente apprezzabile
anche da chi non è addetto ai lavori.
La recente ricerca, già al secondo volume
uscito nel gennaio del 2023, si avvale anche
delle fonti di carattere storico-geografico sul
territorio della Valdipesa provenienti dai
cabrei e dalle antiche mappe che si affiancano
ad una ricca documentazione fotografica
a colori sulle condizioni attuali dei centri,
pievi, chiese suffraganee, ville e castelli
che rendono la zona una delle più belle e
ben conservate della Toscana.
Le vie di comunicazione attuali, con i centri
abitati posti lungo quei percorsi, ubi plebs,
ibi pagus, come recita un vecchio detto, ci
rende una visione abbastanza credibile di
quello che poteva essere la campagna romana
e medievale; la cura e il mantenimento
di questo paesaggio è nostro dovere tramandarla
alle future generazioni.
Manca lo spazio per un esame più dettagliato
del volume, ma vogliamo soffermarci
su alcune pagine di grande interesse storico
recente, come il capitolo su Montegufoni e
l’intervista ad Andrea Pestelli, dove si racconta
tutto il percorso delle scelte fatte dal
soprintendente Giovanni Poggi per la salvaguardia
dell’inestimabile patrimonio; la
dettagliata ricostruzione del trasferimento
delle opere d’arte fiorentine effettuata all’inizio
del secondo conflitto per proteggere dalla
guerra capolavori assoluti come il Cristo di
Cimabue e la Primavera del Botticelli e tante
importanti opere d’arte che arrivarono dai
musei fiorentini. Non va tralasciata la cura
che il vecchio giardiniere Guido Masti pone
nell’amorosa e assidua protezione di tanta
ricchezza.
Qui fu trasferita anche la preziosa Collezione
Carrand, che il collezionista francese
Jean-Baptiste, da cui prende nome, aveva
offerto in dono alla città di Lione dopo una
esposizione nel 1857, “chiedendo in cambio
di poter dirigere i Museés
Arqueologiques… ne ricevette un netto rifiuto”.
Sarà poi il figlio Louise “che nel 1881
si trasferì a Firenze continuando l’opera di
raccolta iniziata dal padre… fu tra i curatori
delle nuove sale e donò al Bargello la sua
collezione di circa tremilacinquecento rarissimi
pezzi”.
Adoriamo la sala dove è esposta la collezione
Carrand, che conserva l’avorio dove
si rappresenta una scena della Castellana di
Vergì, la prima composizione in ottava rima
cantata nelle piazze di Firenze da un
cantastorie anonimo.
È il capitolo che più abbiamo apprezzato,
ma non dobbiamo dimenticare anche la ricostruzione
dei paesaggi rappresentati sugli
sfondi delle tavole dipinte, come i dettagli
su cui l’artista (il Maestro di Tavarnelle) si
sofferma per inserire la sua visione degli episodi
in un ambiente rurale ancora oggi riconoscibile,
come la tavola dei tre santi protettori
contro la peste - Sant’Antonio Abate,
San Sebastiano e San Rocco - probabile
ex-voto proveniente dalla Pieve Vecchia
presso S. Giovanni in Sugana e oggi nel
Museo di Arte Sacra di San Casciano, dove
si riconosce nel paesaggio di sfondo
“Cerbaia di Sopra, con al centro, il ponte
medievale e gli “abituri”, con l’Ospedalino”;
il tutto riprodotto con un apparato fotografico
professionale che si affianca alla documentazione
d’archivio su tela o su carta.
170
E concludiamo sul capitolo “Acquerellando”
un laboratorio artistico attivo a San Casciano
e diretto con sapienza da Angela Baccani che
ci propone alcune immagini di erbe e frutti ancora
presenti sul territorio e che un tempo facevano
parte della nostra alimentazione quotidiana.
(A.B.)
NON C’È BESTEMMIA
Scritti sul parlato riprovevole
di F. Carnesecchi – P. Clemente – P. De
Simonis - L. Giannelli - G. Macciotta - G.
Pieri, Maglio Ed. S. Giovanni in Persiceto
(BO), 2023. Euro 14,00
Quanti autori per mettere insieme un
breviario sulla bestemmia! Un linguista, un
giurista, due antropologi che ne disquisiscono
come si trattasse di un argomento filosofico;
ma ricordiamo anche una giornalista (Stefania
Parigi) che intervistando Roberto Benigni
si lasciò sfuggire che in Toscana c’ è una
“vera e propria cultura del moccolo”, voce
assai più popolare della “colta” bestemmia,
come si può dedurre da una via in salita che
da Greve porta a Firenze, ancora oggi chiamata
dei Moccoli, espressione lasciataci in
eredità dai barrocciai che la dovevano percorrere
tutti i giorni.
In questo godibile volumetto si va dalle
bestemmie in tv, dal Grande fratello all’ Isola
dei famosi, fino a quelle letterarie di Ottone
Rosai su Lacerba (ma ci sarebbero ancora
e perché no le Bischerate raccolte da
Vittoria Corti e i sonetti di Vamba (Luigi
Bertelli), a quelle della nonna ecc. In confronto
alle quali il Credo di Margutte è poesia
da educande.
Gli autori ci hanno restituito anche un ricco
patrimonio di eufemismi, definizioni
lessicali più o meno argute, dalla più innocente
“maremma” alla “madosca” di Bettarini
che causò la sua squalifica alla trasmissione
televisiva del Grande Fratello, all’”orcozio”
di Trapattoni che gli scappò durante una telecronaca
di un’amichevole fra Germania e
Italia; e lui non era toscano, come non lo era
Jannacci che in una sua nota canzone inserisce
un’espressione simile, ma al femminile:
“orcamado”.
A questo punto, per riequilibrare le nostre
colte disquisizioni sull’argomento, inseriamo
anche un articolo di Ivo Meini, nostro
amico e collaboratore purtroppo scomparso,
che nel numero 5 di Toscana Folk (marzo
2000) ci invia un suo intervento con tanto
di musica, Inno al Redentore, che accanto
all’immagine di un “Cristo Garibaldi”
benedicente, aggiunge un’altra versione con
lo stesso testo ma un titolo diverso: Nuovo
Inno contro la bestemmia, con tanto di autore,
un M. [maestro?] Gavino, che ne detiene
la proprietà letteraria. La musica, sot-
171
tolinea don Meini, “…aveva un andamento
più pomposo e solenne”.
Dopo tutte queste considerazioni ne esce
fuori tuttavia una quasi assoluzione, che anche
il prete giustifica come un modo tutto
personale di credere in Dio rintracciabile
nella cultura contadina, o meglio “il loro
modo di pregare”, così ricorda il padre Paolo
De Simonis, accanto al “relitto
teocratico” di Pietro Clemente. Tuttavia considerandone
anche la diffusa sopravvivenza
nel linguaggio giovanile attuale, proprio relitto
non è, sopravvive eccome, essendo la
bestemmia ampiamente utilizzata anche dalle
giovani fanciulle desiderose di avvicinarsi
al modello maschile imperante. Vizietto poco
diffuso ma presente anche nelle nonne antiche,
come la cara nonna di Saverio Tommasi
che “bestemmiava quando era contenta”, e
aggiungo anche la mia di nonne, che si lasciava
sfuggire ogni tanto qualche deciso
“porco Pio Nono”, da considerare peccato
veniale perché all’epoca il “cittadino Mastai”
non era ancora santo; e lo faceva non per
contentezza ma perché noi nipotini la facevamo
arrabbiare. E già che siamo scivolati
nei ricordi personali vorrei citare anche mio
padre, che confessando al sacerdote il solito
peccato, si sentì da lui rispondere: - Almeno
non lo faccia davanti ai suoi bambini.
E pronta fu la giustificazione del babbo: -
Ma sono proprio loro che mi fanno bestemmiare!
D’altronde anche queste sono tradizioni
toscane, e genuine al cento per cento. Qualcosa
da ridire? (A.B.)
IL MIO GUCCINI
"Non è uno scherzo saper continuare"
di Fabrizio Nelli, Proprietà letteraria riservata
Fabrizio Nelli, Euro 10,00.
Non possiedo album dei cantanti, né italiani,
né stranieri; gli unici dischi che mi potevo
permettere erano i microsolco a 45 giri
di musica classica e per acquistarli dovevo
rinunciare alle sigarette; non mancavano tuttavia
le occasioni di ascoltare con gli amici
la musica dei gruppi e dei migliori cantanti, e
Guccini era fra questi ultimi, primi fra tutti
con Auschwitz e dopo La locomotiva. Solo
con l’arrivo dei registratori magnetici ho incominciato
a raccogliere la musica, in particolare
quella folclorica. Alle soglie della vecchiaia
è arrivato YouTube, una meraviglia e
tutto è più facile.
Ma Guccini preferisco leggerlo sui libri, e
i più famosi li possiedo tutti, da Cronache
epafaniche, il mio preferito, a Vacca di un
cane, a Tralummescuro, tutti libri di memorie
che sono i miei preferiti; l’ultimo Tango e
gli altri. Per trovare il suo Dizionario del
dialetto di Pàvana (che ho letto nella Biblioteca
della Crusca) ci ho impiegato anni di
172
ricerca su MareMagnum, e alla fine l’ho trovato,
pagandolo 29,90 Euro, compresa la
spedizione; lo tengo caro perché è rarissimo
e non si trova più nemmeno in antiquariato.
Dopo queste divagazioni estemporanee,
confesso che non sono il più adatto a fare
la recensione dell’interessante volumetto di
Fabrizio Nelli, che ho letto in un fiato. È un
tuffo che si fa nel nostro passato, la passione
preferita della nostra condizione senile,
e mi ci immergo volentieri, in fondo
sono soltanto un anno più giovane di Francesco,
ed ho fatto gli stessi studi, vissuto la
sua stessa epoca (anche se non riuscivo a
conquistare le “mine” che invece a lui non
mancavano).
Da ignorante di musica non sapevo dell’esistenza
di questo libro che mi ha fatto
leggere la nostra Lisetta. E mi piace apprendere
come ancora oggi il mito di Guccini,
che da più di dieci anni ha smesso di cantare,
resiste imperterrito al tempo e alle mode.
Ricordo che più di venti anni fa avevamo
organizzato, regolarmente inserito nell’attività
scolastica, un percorso biennale dedicato
al canto popolare dal titolo, il primo
anno Canti popolari dal Risorgimento alla
Prima Guerra Mondiale, il secondo Una
storia tutta da cantare o Dalla Prima
guerra mondiale agli anni Sessanta, noi
ci occupammo soltanto della selezione dei
testi che furono interpretati e cantati dagli
alunni dell’ultimo anno dell’I. T. C. “Galilei”
di Firenze. Il coro degli allievi fu naturalmente
preparato e diretto da un maestro di musica
esterno (regolarmente assunto e pagato dalla
scuola).
Mentre sugli anni del Risorgimento, Prima
e Seconda Guerra Mondiale non ci fu nulla
da eccepire, sugli anni sessanta furono i ragazzi
a scegliere i testi conclusivi, che furono
La guerra di Piero di De André e
Auschwitz di Guccini e ricordo che quest’ultimo
venne richiesto due volte anche in
un teatro dove eravamo stati chiamati ad esibirci;
e furono i giovani presenti fra il pubblico
a richiederlo. Un brano fondamentale che
rimarrà nella storia da cantare, insieme a
Gorizia e Fischia il vento. (A.B.)
CESARE BATACCHI
Un innocente condannato all’ergastolo
di Eugenio Ciacchi, Giuseppe
Galzerano
Galzerano Editore / Atti e memorie del
Popolo, Casalvelino Scalo (Sa), 2021
Euro 25,00
Questo corposo volume sul processo a
Cesare Batacchi ci rimanda al nostro primo
numero di ToscanaFolk del luglio 1996,
quando pubblicammo un articolo che conteneva
due interpretazioni del Maschio di
Volterra raccolte in Toscana. Fu in quell’oc-
173
casione che ci studiammo alcuni capitoli delle
dispense originali sul processo pubblicate
dalla casa editrice fiorentina Nerbini nel
1900; l’articolo lo illustrammo con due disegni
di G. Vannucci. Avevamo pensato anche
ad una nostra edizione di alcune delle
dispense Nerbini che però non è possibile
portare avanti per l’alto costo tipografico.
Oggi le nuove tecniche digitali di stampa
hanno reso possibile questa nuova edizione
arricchita di tutte le illustrazioni originali.
Possiamo così leggere la trascrizione dell’intero
processo stando seduti comodamente
alla nostra scrivania.
L’autore, Giuseppe Galzerano, ripubblica
integralmente l’edizione Nerbini del 1900 del
giornalista anarchico fiorentino Eugenio
Chiacchi; è un docente salernitano nato nel
1953 a Calstelnuovo (prendiamo dal risvolto
di coperta) ed ha pubblicato molti lavori
sull’anarchismo, sull’antifascismo, sul movimento
operaio, emigrazione e questione
meridionale; collabora inoltre con diversi
giornali italiani e stranieri. Per le sue ricerche
storiche sulle rivolte popolari (certo non
gradite ai grandi editori) ha fondato nel 1975
una sua casa editrice ed esce con questo
libro di 559 pagine a cui auguriamo un’ampia
diffusione che possa restituire l’onore ai
sette condannati innocenti.
In Toscana la vicenda del Batacchi è ben
nota e non stiamo a ripercorrerla; ci vogliamo
invece soffermare sulla pubblicazione del
canto che ci era sfuggita nella nostra incompleta
lettura delle dispense, che la biblioteca
conservava ancora non rilegate.
Il Maschio di Volterra ci appare quindi in
un testo originale datato e non tramandato
oralmente dai cantastorie e poeti popolari o
nel foglio volante che non abbiamo mai trovato.
Come riportato dalla nota n. 3 si segnalano
versioni orali registrate da Michele
Luciano Straniero (1962), da Caterina
Bueno (1964). Delle due versioni pubblicate
nel volume di Sandro Catanuto e Franco
Schirone (Il canto Anarchico in Italia) uscito
nel 2001, la prima è la stessa del volume
originale e delle dispense, l’altra è la nostra,
raccolta nel 1996 da Realdo Tonti e Piero
Nocentini (come riportato in nota a pag.
148). Sul n. 1 di ToscanaFolk è riportata
anche quella del cantastorie Bruno
Malinconi, che ci fornì anche il suo manoscritto
che più si allontana dal testo conosciuto.
L’audiocassetta di Carlo Dalla (Maros
KSC / 713, 1988) ripropone invece con
qualche piccola differenza e col sottotitolo
sbagliato (il Baldacchi) il testo pubblicato da
Nerbini nel 1900, forse la fonte di tutte le
altre versioni; il cantante non è specificato
ma è uno dei tre nomi riportati in coperta,
sicuramente M. Fattori o N. Innocenti, non
Cecconi [Adriano] di cui conosciamo la
voce incisa in altri dischi. (A.B.)
LEI C’ERA
Lina Paci e il suo impegno culturale
di Carla Paci, (a cura di Fiorenza
Tombelli),
Edizioni Masso delle Fate, Signa (FI)
2023, Euro 15,00
Questa è la storia di Lina che la figlia Carla
oggi ci racconta in un’agile biografia pubblicata
in occasione di una piazza che il comune
di Montelupo le ha dedicato, per le
sue battaglie, per il suo impegno, quando,
scrive il sindaco di Montelupo in una sua
nota, “ancora le lotte femministe erano lontane
e lei in quanto donna doveva comun-
174
que lavorare, occuparsi della famiglia, dei
figli e poi le rimaneva il tempo per la politica”.
Un’ epoca in cui la vita era faticosa da
portare avanti, fra due guerre mondiali, il
fascismo che Lina aveva attraversato, sempre
in prima fila …
Lei c’era, che è anche il titolo del libro,
dove viene ricostruita dettagliatamente la storia
di una donna, ricordando quale era a quei
tempi la condizione della donna, ben oltre le
otto ore, coi pesanti lavori domestici, dal
logorante bucato nell’acqua del torrente o
del fiume in tempo di pace, alle dure condizioni
di vita durante l’occupazione tedesca,
quando per sfuggire alle deportazioni in Germania,
da cui pochi tornarono, si doveva
battere il grano di nascosto nell’aia e seppellirlo
in damigiane di vetro per salvarlo dal
“tedesco lurco” che saccheggiava le loro
case. E non mancarono gli aiuti ai partigiani,
che come scrisse uno di loro “le migliori armi
dei partigiani sono i contadini”. 1
Infine la lotta di liberazione e la dura ricostruzione
di un paese dilaniato in cui le donne
avevano imbracciato il fucile accanto ai
partigiani che pagarono il prezzo più alto di
quella lotta. E Lina fu sempre in prima fila
per aiutare che aveva bisogno, fino alla liberazione
del paese, nei primi di settembre del
’44, con la costituzione in autonomia della
nuova giunta comunale, che come a Firenze
non aveva aspettato i dettami delle truppe
di liberazione.
Abbiamo seguito attentamente l’attività di
queste donne riunite in una associazione,
l’U.D.I che proprio a Firenze tenne nel ’45
il congresso di fondazione cui seguì la nascita
del periodico d’informazione Noi Donne
che diventerà uno strumento di crescita ed
avrà un’ampia diffusione nel territorio, anche
se le donne “preferivano leggere i fotoromanzi”,
come amaramente si ricorda in un
capitolo del libro. Lina, pur nelle mutate condizioni
di vita, porta avanti con un impegno
assiduo quel “lavoro culturale” di cui ancora
oggi dobbiamo essere orgogliosi. Rimangono
gli archivi dell’UDI dove si possono rintracciare
queste storie per indicare, e ricordare,
alle giovani generazioni chi erano le
loro madri e le loro nonne protagoniste nella
costruzione di un progetto di una società
migliore di quella che avevano conosciuto
loro. Anche senza un’istruzione che non avevano
potuto avere, sia per l’assenza di una
scuola sia per la carenza di quei servizi che
oggi sono un patrimonio comune.
Quell’istruzione che Lina aveva dovuto
interromper a dodici anni, ma la cui mancanza
non le aveva impedito di crescere, di
1
Aldo Fagioli, Partigiano a 15 anni, Ed. Alfa, Firenze, 1984. pag. 261.
175
lavorare ben oltre le otto ore, di dedicarsi a
tempo pieno al miglioramento di quella società
di cui oggi le giovani generazioni godono
i frutti, spesso dimenticando da dove
proviene e quanto è costato il loro attuale
benessere, quando c’era l’UDI (oggi Unione
Donne d’Italia). Il nome fu cambiato per
inserire nell’organizzazione anche le donne
che non sono italiane, ma in Italia hanno trovato
la loro nuova patria. Quanto ancora ci
sarebbe bisogno di quelle donne, del loro
impegno, della loro forza. Noi seguiamo attentamente
ancora oggi il lavoro di queste
donne che non si sono ancora fermate ma
rivendicano con orgoglio la loro storia ormai
sepolta negli archivi, che esistono ancora
e che dovranno essere aperti per conoscere
le tante storie che vi sono sepolte.
(A.B.)
LA MIA STORIA DI VITA SCRITTA
ALLA GAMBERESE
di Domenico Gamberi
Effigi edizioni, Arcidosso 2023
Un paio di anni fa, il ribollino Domenico
Gamberi, minatore, artigiano ma anche contadino
e cacciatore, aveva ricevuto l’omaggio
di un libro contenente decine di testimonianze
di stima e affetto, in versi e in prosa,
per il suo ultratrentennale meritorio impegno
quale animatore culturale nel campo della
improvvisazione poetica. Con questo nuovo
libro però, è lui stesso a prender penna
in mano e a scrivere (rigorosamente in prima
persona) di sé, della propria vita. Componendo
in un idioletto suggestivamente a
cavaliere tra scrittura e oralità, che
l’antropologo Pietro Clemente (ideatore, curatore
e prefatore del volume) ha voluto
ribattezzare “gamberese”. L’incipit della storia
recita: “Terzo di 5 figli, nato il 5 agosto
1945 nel comune di Roccastrada località
Podere San Giusto, da quel poco che ricordo,
i primi sei anni li ho trascorsi fra Podere
S. Giusto e Montemassi.
Nel 1951 ci siamo trasferiti a Ribolla, lo
spostamento avvenne per esigenze di lavoro,
da qualche anno il mio babbo aveva preso
lavoro nella miniera di Ribolla.” Il racconto
continua poi con la narrazione delle
sue esperienze nel mondo della miniera, del
lavoro e del canto (specialmente ottava rima
e maggi). La storia del Gamberi è uno scrigno
colmo di passioni e di idee, di lotte e
generosità.
Di duri giudizi sul presente e di amore per
la vita. Il volume si apre con la suggestiva
fotoriproduzione, integrale e a colori, del
manoscritto cui segue da presso l’accuratissima
trascrizione curata da Ida Caminada.
Il volume è anche accompagnato da brevi
contributi di studio a firma di Corrado
Barontini (Scoprirsi scrittore usando il
“gamberese”), Paolo Nardini (Sotto e sopra
la terra: una tensione in precario equili-
176
brio) e del sottoscritto (Poeti d’aia,
improvvisatori poeti e passionisti) nonché
impreziosito dagli splendidi ritratti in bianco
e nero colti direttamente “sul campo” dal fotografo
Marco Muzzi. Il volume è titolo
diciottesimo nella collana “Recorder” diretta
da Pietro Clemente per Effigi edizioni
(Arcidosso). (Antonello Ricci)
IL DENARO VINCE SEMPRE
di Stefano Cavallini
Habanera Books 2023
Stefano Cavallini, è giornalista critico musicale,
drammaturgo, regista teatrale,
marionettista e burattinaio di Livorno. Come
abile artefice del teatro di figura insieme alla
moglie Patrizia Ascione lo conosco da anni e
li considero entrambi veri amici, sapevo del
suo essere amante della scrittura, certo, del
resto i copioni degli spettacoli di Habanera
Teatro sono tutti suoi ma come romanziere
non lo conoscevo affatto, è stata una sorpresa.
È un’abile penna, ha già all’attivo alcuni
saggi ed uno che mi coinvolge particolarmente:
“Un’altra musica. Da Marsiglia a Tunisi, da
Tangeri a Limassol: la musica nella cultura del
Mediterraneo”. Con CD allegato che parla
dell’importanza e bellezza della musica non
colta di tradizione orale in questo caso dei
popoli del mediterraneo, la culla del Mondo.
Non mi sorprende neanche che Stefano
abbia adottato la nuova formula dell’editoria
auto gestita di Amazon, è un pioniere in tutto,
ama sperimentare, innovare, tentare, cercare
e trovare. La fantasia non gli manca, il coraggio
per una nuova sfida nemmeno.
Questo romanzo che non so onestamente
se sia il primo, parla di un investigatore privato
specializzato in corna, per fare un favore al
fratello procuratore della repubblica, sempre
a corto di personale, accetta di cercare una
persona che non vuol farsi trovare. Il tizio in
questione, per una espressa clausola, deve
assistere all’apertura del testamento dello zio
defunto, assieme agli altri della famiglia, per
evitare che l’eredità vada a un ente benefico.
Iniziate le indagini l’investigatore si ritrova incastrato
in un intrigo internazionale, che se
non ci fosse suo fratello di mezzo, abbandonerebbe
volentieri. Ma una volta trovato l’uomo,
ed essersi accordato con lui per il rientro
in Italia, la situazione precipita e a quel punto
decide di vederci chiaro. La vicenda parte
da Roma, tocca Palermo, poi Londra e torna
in Sicilia. Là si concluderà in modo inaspettato
la macchinazione.
Ricevo dall’autore queste note che riporto:
“Il canovaccio de Il denaro vince sempre
ha almeno una quarantina d’anni. Lo avevo
concepito in un momento della mia vita in
cui il denaro, o meglio, la sua mancanza, sta-
177
va condizionando troppo la vita della mia
famiglia. Anche i luoghi in cui si svolge la vicenda
sono legati alla mia vita: Londra, dove
nell’estate del 1974 trascorsi oltre un mese in
un bed and breakfast di East Putney, il quartiere
vicino a Wimbledon a una sterlina e mezza
colazione compresa, quando i B&B in Italia
non sapevamo cosa fossero; Palermo,
dove sono stato più di recente e Roma, dove
ogni tanto andiamo, con mia moglie, a lavorare
in un piccolo teatro alla Garbatella. L’inganno
era il tema di fondo, su cui dovevo
sviluppare la vicenda. Allora concepii uno
scrittore che per scommessa si mette a indagare
su un cliente di sua moglie avvocatessa.
Nella versione andata in stampa alla fine
del 2023 ho invece creato un investigatore
privato “leggero”, specializzato in adulteri, ridimensionando
il ruolo di superuomo che si
ritrova in gran parte della letteratura poliziesca.
Pietro Fancelli ha un fratellastro di padre
diverso, procuratore della repubblica e assillato
dai problemi di personale piuttosto che
dai rapporti tra ministeri, che spesso incarica
il fratello con incarichi impossibili da dare a
qualcuno del suo staff, ama la musica jazz,
beve tè nero, possiede un gatto di nome
Robespierre e lo studio è la sua abitazione”
Per chi volesse acquistare il libro in vari formati
vada su Amazon e buona lettura. (L.L.)
INCANTI DI MAGGIO
Trent’anni di storie sulla Montagnola
Senese
di Monica Tozzi - Andrea Fantacci
Effigi, Arcidosso 2023, Euro 16,00
Anche qui, come dieci anni fa, vi abbiamo
raccontato, con un lavoro a più mani,
le tante Storie, quelle emozioni, delle vite
quotidiane, insomma il nostro Maggio che
ormai da trent’anni ci fa godere di tanta
socialità e di grande umanesimo, che la
tradizione provvede a rinnovare ogni anno.
Il nostro è un Maggio partigiano, che sa
da che parte stare e che ogni anno prova
a fissare nei testi ciò che ha caratterizzato
l’anno appena trascorso.
Fermare sulla carta il documento orale
e sonoro è insufficiente, ma speriamo che
stimoli le persone che lo leggeranno a cercare
di conoscere la magia del 30 aprile e
primo maggio, un po’ in tutta la Toscana
e, perché no, sulla Montagnola.
Gli autori si sono conosciuti all’Università
di Siena dove si sono laureati in discipline
antropologiche. La loro vita si è arricchita
sia con la ricerca sul campo e la
riproposta di documenti dell’oralità popolare,
ma soprattutto attraverso la
frequentazione di persone davvero speciali
come Caterina Bueno, Altamante
Logli, Carlo Monni e tanti altri “cattivi
maestri”, alcuni dei quali ci hanno regalato
un loro contributo per questo libro.
178
I POETI DI TUSCANIA
Studentesse e studenti delle scuole
raccontano in versi la loro città
(A cura di Marco Aureli)
Effigi, Arcidosso (Gr), 2023, Euro 12,00
RECENSIONI
CD
NEL CASSETTO DI RICCARDO
MARASCO
Ass. Cult. Musicanti del Piccolo Borgo
Ed. Radici Music Records RMR-270 CD
Comunità narranti ha organizzato una
rassegna di incontri, di impianto laboratoriale
e ludico, destinati a ragazze e ragazzi nel corso
dei quali sono stati loro forniti i primi
rudimenti della composizione poetica. L’obbiettivo
di fondo di questa iniziativa è stato
quello di tornare ad accendere presso la
comunità tuscanese - particolarmente fra le
giovani generazioni- l’interesse per i saperi
e la pratica del prezioso patrimonio culturale
e identitario connesso alla tradizione popolare
dell’ottava rima.
Il 15 dicembre a Firenze, al Circolo Arci
di Serpiolle, già sede del Folk Club “Six
Bars Jail” e luogo del cuore per amici e collaboratori
di Riccardo Marasco, è avvenuta
la presentazione di questa bella incisione
frutto del recupero e della valorizzazione di
brani mai incisi ma abitualmente cantati, da
Riccardo durante la sua carriera.
Alcuni sono scritti da lui, Donna di sempre,
E ti segui senza pensare, Virginia,
Avevo negli occhi, Selvaggia, altri brani
sono di altri autori, ben due del grande Egisto
Malfatti, cioè Passeggiata Margherita e
Cento case e una via, uno della cantautrice
e cantastorie maremmana Silvana
Pampanini, Natale brano che fra l’altro ho
179
inciso io con grande piacere e ammirazione
per questa artista, poi ci sono due brani religiosi
quasi a continuare la ricerca nel repertorio
popolare spirituale iniziata con
“Pace non più guerra” del 1998 e cioè ascolterete
Ave Donna Santissima dal Laudario
di Cortona e Dell’aurora tu sorgi più bella
di Padre Francesco Saverio Maria D’aria.
Integrano questo panorama variegato La
febbre brano divertente e goliardico scritto
da Roventino da Panzano (ovvero Marco
Teglia) e la classicissima Serenata fiorentina
di R. Benini e C. Cesarini.
Sotto la direzione artistica di Silvio Trotta,
vera memoria dello stile maraschiano in
quanto stretto collaboratore, amico e accompagnatore
del Maestro per lungo tempo,
ci siamo alternati al microfono interpreti
e musicisti per rendere omaggio alla sua arte.
Massimiliano Giuntini cantante pistoiese e
storico fan di Riccardo che grazie al suo timbro
di voce molto simile all’originale, ci fa
sempre vivere forti emozioni e canta la maggioranza
delle canzoni.
Lo stesso Silvio Trotta suonatore di ogni
sorta di plettro e di chitarra nonché cantante.
Alessandro Bruni alla chitarra classica e a
tutti gli arrangiamenti, Marna Fumarola violinista
eclettica e brillante, Barbara Petrucci
attrice aretina. Poi gli ospiti, la sottoscritta
Lisetta Luchini, Marta Marini al mandolino,
Alessandro Moretti alla fisarmonica,
Christian di Fiore alla zampogna.
Dopo tutti i ringraziamenti sul Cd come
ultima frase si legge: “Questo disco è dedicato
a Virginia” moglie di Riccardo, alla quale
va tutto il nostro affetto.
Questo è un disco molto bello da ascoltare
per la scelta del repertorio “personale” e
poetico che restituisce di Riccardo un’immagine
reale di uomo sensibile e colto quale
era, per gli arrangiamenti equilibrati ma fantasiosi
di ogni singolo brano, per l’affetto ed
il rispetto che si respira al suo interno verso
un grande artista quale è stato Riccardo
Marasco.
Di seguito le parole scritte da Silvio Trotta
dietro la copertina che meglio chiariscono
lo spirito dell’opera:
“Quando muore un cantastorie, il più grande
cantastorie toscano, che ne è delle sue
storie? Gli restituiscono il favore: da ora in
poi saranno loro a raccontarlo.”
“È proprio da questa riflessione che nasce
un disco di storie, le tue storie.
Un artista incide dischi soprattutto per fermare
un momento, per esprimere sentimenti,
per fissare sensazioni e quando i sentimenti
e le sensazioni restano in un cassetto
perché la vita non ti ha dato il tempo di fermarli
per sempre, nasce il rimpianto.
Dal dolore e dal rimpianto ho attinto per
scegliere, tra decine di brani, quelli che avresti
voluto incidere.
Ho avuto l’onore di essere al tuo fianco
sui palchi d’Italia e del mondo per quasi
vent’anni, ho colorato con i miei plettri le
tue immense interpretazioni vocali. Eri talmente
bravo!
Avevo paura di suonare temendo di rovinare
qualcosa che funzionava così bene anche
senza di me. La grande esperienza musicale
e umana vissuta insieme mi ha dato la
forza per creare questo disco.
Sono partito dai tuoi versi innamorati passando
poi per la tua pungente satira fino ad
arrivare alla tua Firenze e alla Toscana tutta.
Infine ho voluto dare uno spazio anche alle
musiche sacre di cui sei stato un profondo
cultore. Ecco così dodici storie che sono
uscite dal cassetto, pronte a raccontarti con
affetto e profonda ammirazione.” (L.L.)
180
Il CD
CORO DEGLI ETRUSCHI
“DAL VIVO IN AUSTRIA”
Krems, Haus der Regionen-Volkskultur Europe | 29 febbraio 2008
Registrazione, mixing, editing e grafica
Paolo Casini
Folk Note / Centro Studi Tradizioni Popolari Toscane
FN-011/RMR.551/CSTPT-Cd-03
Tempo totale: 71:37
CORO DEGLI ETRUSCHI 50 ANNI DOPO
a cura di Corrado Barontini e Paolo Casini
Era il 1974 quando per la prima volta,
quello che all’epoca era il “Gruppo di
Morbello Vergari”, andò sul palco della festa
provinciale dell’Unità di Grosseto per
cantare il Maggio, recitare alcune poesie
popolari e interpretare qualche canzone di
quelle recuperate dalla memoria orale con
una ricerca che poi venne pubblicata nel libro
“Canti popolari in Maremma” 1 .
In questi cinquant’anni, chi ha fatto parte
del Coro, ha dato luogo ad uno “stile” fatto
di arrangiamenti musicali e di interpretazioni
vocali che hanno valorizzato le singole voci
e particolari vocalizzi. Ogni canzone popolare,
ogni suonata strumentale, l’uso delle
nacchere maremmane (che sono state
riscoperte ed usate per accompagnare le
suonate della fisarmonica), l’inserimento
della chitarra e di alcuni abbellimenti musicali,
hanno finito per creare una modalità di
canto riconoscibile come un genere della tradizione
popolare tipico del Coro degli Etruschi.
Questo gruppo ha partecipato ad importanti
rassegne etnomusicali, a convegni, a trasmissioni
televisive ed ha effettuato concerti
in Svizzera, Austria, Corsica che hanno fatto
conoscere la tradizione del canto toscano.
[Il Cd allegato alla rivista di quest’anno
è un concerto del 2008 tenutosi a Krems in
Austria]
Fra le trasmissioni televisive ricordiamo
“Dalle parti nostre” condotta da Leoncarlo
Settimelli per RAI 1 nel 1977, andata in onda
in prima serata. Importanti collaborazioni ed
iniziative sono state attuate con personaggi
e gruppi legati alla cultura popolare toscana
quali Caterina Bueno, i Suonatori della leggera,
Lisetta Luchini, Eugenio Bargagli, Salvo
Salviati, Ido Corti (il suonatore di nac-
1
A cura di C. Barontini, M. Vergari con trascrizione musicale di F. Manfucci -L’ ultima edizione aggiornata
è quella pubblicata dall’Ed. Effigi nel 2012.
181
1975. Il primo nucleo del Coro degli Etruschi. Da sinistra: Celestino Di Marte, Corrado Barontini,
Giorgio Sgherri, Aniceto Vergari, Moraldo Pompili, Sesto Vergari e Morbello Vergari.
chere)... Con gli spettacoli il Coro è riuscito
a riproporre un vasto repertorio di canzoni
(ninne nanne, serenate, rispetti d’amore,
stornelli, canti d’osteria, canzoni a contenuto
sociale, canti narrativi, rappresentazioni
del calendario contadino quali il Maggio
e la Befana), oltre l’esecuzione di suonate
strumentali per il ballo, eseguite con fisarmonica,
chitarra e nacchere.
Fanno parte attualmente del Coro:
Marco Vergari (voce e controcanto), Alessandro
Meoni (voce e controcanto), Giorgio
Sgherri (voce e chitarra), Moraldo
Pompili (voce e controcanto), Nanni Vergari
(voce e controcanto), Manuela Goracci e
Stefania Cappuccini (voci e controcanto),
Daniele Bellini (voce e chitarra), Piero Meini
(controcanto e acrostici), Corrado Barontini
(controcanto), Dino Simone e Gabriele
Scicchitano (fisarmoniche).
Col tempo ci hanno lasciato: Morbello
Vergari, Aniceto Vergari, Sesto Vergari e
Celestino Di Marte.
Qui di seguito alcune testimonianze dei
componenti del gruppo attuale che ci parlano
di questa esperienza dove ognuno ha
portato un proprio contributo caratterizzando
la storia del Coro:
Morbello e la fisarmonica nel canto
popolare di Nanni Vergari
Morbello le prime nozioni musicali l’aveva
avute da bambino quando babbo Candido,
gli aveva comperato un piccolo organetto
perché voleva imparare a suonarlo. Lo
mandò anche a studiare la musica ma sicco-
182
me il Maestro gli insegnava i solfeggi, che a
lui sembravano noiosi, alla fine smise di andarci
imparando a suonare l’organetto a
orecchio. Nella sua giovinezza la fisarmonica
gli è servita comunque per passare il tempo
durante le serate a veglia tra amici e coetanei.
Quanto al canto, per chi stava in campagna,
è come se il canto smorzasse un po’ la
fatica provocata dal duro lavoro. Si cantavano
storie di fatti avvenuti, canti di protesta
e anche belle canzoni d’amore come le serenate.
Morbello da adulto ha voluto approfondire
un po’ la conoscenza della musica
ed è andato dal Maestro Alfredo Monari
a Murci, (sei lezioni) e quelli sono stati i suoi
studi musicali.
Dopo cena spesso prendeva la fisarmonica
ed era come avere la radio in casa,
si metteva a suonare, era un passa tempo
piacevole per tutti, a lui serviva per imparare
sempre meglio e in più si teneva aggiornato
con nuove suonate e allenato. Con la
fisarmonica, nell’accompagnamento dei canti,
ci trovava sempre degli “scherzi” per abbellire
e rendere più piacevole l’ascolto e
anche nei brani musicali da ballo, aggiungeva
delle note a suo piacimento per renderle
più briose.
I sabati e le domeniche era spesso occupato
a suonare nelle feste da ballo che
venivano organizzate nei poderi, nelle fattorie
e anche nei paesi vicini; per un certo periodo
questa sua passione è stata anche una
fonte di reddito; fra le sue carte infatti si trova,
nell’archivio da me conservato e segnalato
fra gli Archivi SIUSA della Toscana,
anche un documento del 1946 che lo autorizzava
ad esercitare l’attività di “suonatore
ambulante di fisarmonica”.
Quando ci siamo trasferiti (noi si dice in
Maremma) nella zona dell’Andrei, anni ’49
/ ’50, qui si cantava il Maggio e Morbello
con la sua fisarmonica, faceva da accompagnamento
musicale ma non era solo con gli
strumenti, c’era anche Tulio Barontini, con
la sua fisarmonica a bottoni,
Sigè (Sgfrido) Di Marte, con il violino e
Elio Severi con il clarino, oltre le voci di tutta
la squadra della zona, dei quali alcuni hanno
fatto parte del Coro.
Quando siamo andati ai ruderi di Roselle,
al podere Mota, dopo il 1955, nella campagna
non si sentivano i canti, ma noi si continuava
a cantare e tanta gente veniva al nostro
podere per stare con noi a veglia. A un
certo punto a Morbello è venuto in mente di
cercare di salvare quello che si poteva delle
vecchie tradizioni e si è attivato per mettere
insieme un gruppo di persone, per poter
riproporre il canto popolare; con l’aiuto di
tanti amici, ma soprattutto di Corrado
Barontini, sono riusciti a formare questo
gruppo (Coro degli Etruschi) per mantenere
vive le nostre tradizioni riuscendo anche
ad invogliare altri a formare nuovi gruppi.
Oggi fanno parte del Coro due
fisarmonicisti: Dino Simone e Gabriele
Scicchitano che hanno ulteriormente arricchito
le melodie caratterizzando la funzione
della fisarmonica per l’accompagnamento
dei vari canti.
Il canto popolare e la semplice tecnica
del Coro
di Giorgio Sgherri
“È il canto dei ‘briachi’…” dicevano quando
allora ventenne mi capitava di ascoltare i
discorsi di molte persone. Poi mi capitò di
ascoltare Morbello Vergari e il Coro degli
Etruschi in uno spettacolo di canti popolari
183
a Roselle e capii da subito che non era così.
Alcuni canti erano senz’altro di osteria:
stornelli, filastrocche, scherzetti ecc. ma per
la maggior parte erano serenate, canti di
questua come il Maggio o la Befana, ninne
nanne, filastrocche per bambini, storie
d’amore o canti di protesta sociale: lo stato
d’animo del popolo insomma, “il popolare
canto” come lo ha rappresentato in maniera
perfetta Lisetta Lucchini del quale riporto
quelle che secondo me sono due strofe
emblematiche:
Sulla mia strada il popolare canto
con tocco lieve in fronte mi ha baciato
mi ha lusingato e mi è venuto incontro
per questo canto ancora a voi la serenata.
Non c’è momento in cui non ho creduto
che il popolo dovesse ancor cantare
e urlare forte e chiaro il suo saluto
per la giustizia, libertà e per l’amore.
Ecco quali sono i temi sempre presenti ed
è per questo che ho da subito abbracciato il
progetto di riproposta di Morbello Vergari
e Corrado Barontini per far sì che questa
immensa cultura trasmessa oralmente così
variegata si tramandasse e non andasse perduta.
Con pochi strumenti: una chitarra, una fisarmonica,
un mandolino o anche nessuno
strumento con la sola armonizzazione delle
voci il popolo cantava, nelle osterie, nelle
feste di paese, nelle ricorrenze, durante il
lavoro come la raccolta del grano o delle
olive o anche a veglia, davanti al camino nelle
lunghe e fredde serate invernali. La modalità
di canto nel coro veniva tramandata di
padre in figlio e specialmente in pubblico
bisognava essere intonati: soprattutto c’era
una diversificazione delle voci come nei cori
tradizionali in relazione alla estensione vocale
dei soggetti.
Il filo conduttore lo fa il ‘primo’ (prima
voce/tenore) che deve essere una sola e sta
al centro del gruppo, in caso di rappresentazione
davanti a un pubblico, con ai lati
aperti a ventaglio/semicerchio le altre voci
che da qualsiasi postazione guardano il primo
per il sincronismo e le entrate: in particolare
i ‘controcanti’ che fanno una terza
sotto (baritoni) stanno da un lato accanto
alla prima voce e i ‘bassi’ e i ‘farsetti’ (soprani/mezzi-soprani)
ai lati uno opposto all’altro:
tutto questo come delle vere sezioni.
In molti canti si riesce ad inserire anche una
voce maschile o femminile, una terza sopra
il ‘primo’, che chiamiamo ‘contralto’: in questo
caso si riescono a creare canti a 5 voci.
Le voci del coro non devono mai coprire
o anticipare /ritardare il ‘primo’, la riuscita
sta nel perfetto sincronismo tra le voci come
in tutte le attività corali. Fondamentale al fine
di rendere toccante e trasmittente l’interpretazione
secondo lo stato d’animo da trasmettere
è l’espressione costituita dai cosiddetti
piani/forti: la guida per l’esecuzione
di queste modalità è chiaramente il ‘primo’.
Le tonalità utilizzate dal Coro degli Etruschi
sono per la maggior parte il RE o il MI
sia per i brani in tono maggiore che minore
ma qualche brano è in SOL o in DO.
Allora ventenne impiegai circa un anno, e
mi aiutarono molto il suono della mia chitarra
e le mie conoscenze musicali, prima di
potermi dire pronto a cantare nel coro: oggi
posso dire di poter fare tutte le voci. All’inizio
per chiunque si accinga per passione a
fare questa attività la difficoltà sta nel mantenere
il filo conduttore della propria voce
stabilita (controcanto, basso, farsetto o con-
184
tralto) sovrapponendola perfettamente al
‘primo’ in maniera da creare la perfetta armonia
che rappresenta poi la vera e propria
magia del coro popolare.
Le nacchere imparai a suonarle da
Carlino Penni
di Marco Vergari
Nel 1975, quando il Coro andò a fare una
serata alla Flog (Federazione Lavoratori
Officine Galilei) di Firenze, c’ero anch’io che
accompagnavo la musica con le “nacchere”,
me le aveva fatte mio zio Morbello con
un legno stagionato di quercia, ma il mio
“maestro” era stato Carlino Penni 2 , che per
un po’ di tempo ha fatto parte del Coro usando
questo strumento a percussione con straordinaria
bravura.
Io sono nato nel 1964 ed ho vissuto i primi
anni della mia vita al podere Mota di
Roselle (vicino agli scavi) con la mia famiglia
dove è vissuto anche Morbello che era
fratello di mio babbo.
Mi son trovato, giovanissimo, nel bel mezzo
dei canti popolari maremmani; oltretutto
il nostro podere era come un “porto di mare”:
lì ci capitava tanta gente a trovare Morbello
ed io ho assistito a molte serate con amici
che venivano a “veglia” e si fermavano a
cantare, a parlare, a giocare...
Lì venivano scrittori, giornalisti, pittori, archeologi,
insegnanti... come Aulo Guidi (il
grafico che ha ideato le “cartoline del Maggio”
per il Coro) o Cesare Corsi; è venuta
anche Caterina Bueno che registrò sia
Morbello che mio babbo Sesto con i suoi
stornelli... Qualcuno portava il registratore
altri scattavano delle foto, così sono rimasti
alcuni documenti registrati o immagini che ci
raccontano quegli anni.
Quando fui un po’ più grandicello smisi di
far parte del Coro, per riprendere, una ventina
d’anni fa, e tutt’ora continuo a cantare,
anzi in alcuni pezzi faccio da ‘primo’ visto
che le canzoni le conosco tutte e non è stato
difficile reinserirmi nel gruppo dove naturalmente
suono anche le nacchere.
Cominciai facendo il basso oggi in
molti canti faccio la prima voce
di Alessando Meoni
Era il1984 quando in occasione di una
rassegna di Maggi a Batignano ebbi occasione
di conoscere Sesto Vergari il quale mi
disse di aver apprezzato il mio modo di cantare
e chiese di contattarmi dopo aver sentito
gli altri del Coro degli Etruschi (allora formato
interamente di voci maschili) per inserirmi
nel Coro.
Dopo poco tempo mi arrivò la telefonata
di Sesto che mi comunicava che quella sera
stessa mi aspettava per le “prove”. Conobbi
così i componenti del coro; la mia voce
era ruvida ed aveva bisogno di affinarsi e
fondersi con le altre, ma tutti mi accolsero
bene. Cominciai facendo la voce del basso.
2
Carlo Penni detto Carlino (1929- 1993) sin da ragazzo userà le nacchere acquisendo una notevole
abilità nei ritmi. Farà conoscere l’impiego di questo strumento partecipando ad alcuni concerti con il
Coro degli Etruschi e con il Cantastorie Eugenio Bargagli. Carlo sapeva suonare clarino e sassofono,
ma sarà apprezzato dal pubblico proprio per l’estro nel ritmare la musica con le nacchere. Parteciperà nei
primi anni ’90 alla trasmissione TV “La Corrida” condotta da Corrado e verrà premiato proprio per la sua
capacità d’esecuzione.
185
Il mio rapporto con la musica popolare, era
incominciato seguendo e comprando i dischi
di Mirella ed il Trio Marino. I dischi del
cantastorie di Maremma, Eugenio Bargagli,
allietavano i miei momenti di incontro con
familiari e parenti ascoltando e canticchiando
le storie, i fatti, gli avvenimenti raccontati,
con poesie semplici e con melodie altrettanto
orecchiabili.
Era il periodo in cui nei negozi di dischi si
acquistavano album del Canzoniere Internazionale
di Leoncarlo Settimelli, di Dodi
Moscati, di Caterina Bueno...
All’epoca nel canto popolare del Coro
degli Etruschi c’erano solo voci maschili poi
i tempi sono cambiati, ed anche questo gruppo
storico si è rinnovato aggiungendo al proprio
interno le voci femminili: prima è entrata
mia moglie Stefania (che già veniva a cantare
il Maggio) poi è stata la volta di Manuela
moglie di Marco Vergari.
Questa esperienza avviata 50 anni fa, continua
ancora a raccontare la storia della vita
delle donne e degli uomini di questa nostra
Maremma cercando di tenere viva la tradizione
popolare con l’intento di passarla anche
alle generazioni future.
Io e il Coro
di Paolo Casini
Cosa porta una persona già con un lavoro
impegnativo anche se di concetto, arrivare
a pensare di sobbarcarsi un secondo lavoro
altrettanto coinvolgente? La passione, altrimenti
sarebbe letteralmente impossibile. Così
è stato per me nel 1995 quando, l’attenzione
che ho sempre avuto per la storia e la
cultura della Toscana, mi ha spinto a fondare
una casa editrice (Semper) insieme ad un
altro bibliofilo fiorentino integralista come
me. La cultura toscana a tutto tondo però,
era il nostro obiettivo (adesso però si dice
“target”) approfittando dei molti contatti che,
per motivi diversi, già avevamo con i potenziali
autori.
Un giorno, durante una delle nostre discussioni
sui progetti futuri, l’argomento cadde
sulla musica popolare toscana. Subito ci venne
in mente Caterina Bueno, il bruscello, i
Maggi… ma devo ammettere che eravamo
disorientati. Da dove iniziare? Chi erano gli
attuali (allora) interpreti di questa cultura troppo
spesso bistrattata anche in casa nostra?
Avevamo in ponte un progetto con Dario
Cecchini, il famoso macellaio-poeta di
Panzano in Chianti, ed una domenica mattina
mi recai alla sua bottega dove era in corso
una sorta di piccola festa popolare. Lì
conobbi il nostro presidente Alessandro
Bencistà che ad un certo punto della mattinata
nominò il maremmano “Coro degli Etruschi”.
Già la Maremma è evocativa per conto
suo ma questo coro? Subito dopo l’ascolto
di un’audiocassetta fui letteralmente “fulminato”
da quelle voci così particolari. La
modalità, i controcanti, i testi, la stessa intenzione
del canto mi fecero intuire con quasi
matematica certezza, che dietro a tutto ciò
c’era ben altro: le nostre radici più autentiche,
il disperso mondo rurale, la rara
socialità, insomma… un pezzo di storia della
nostra terra. Ancora non avevo un progetto
chiaro, ma decisi di conoscerli e di
produrre il nostro primo CD.
A ruota registrammo il marchio “Pegasus”
e da lì è partita la storia.
Credo di aver già scritto da qualche parte
l’emozione del nostro primo incontro e l’immediato
personale riscontro a quello che
avevo pensato in seguito ai primi ascolti. Da
quell’anno, il 2002, iniziò la mia “avventura
186
maremmana” o meglio, la nostra avventura, visto che coinvolse
tutta la mia piccola famiglia. Sì perché quel periodo ha
avuto a che fare più con gli umani rapporti piuttosto che l’aspetto
commerciale.
Il Coro aveva già del materiale registrato al quale aggiunsi
delle tracce registrate dal vivo presso il Podere Pioppini il 15
febbraio 2003 (https://youtu.be/s5Ml07PeeVo); vennero scelte
Vien la primavera e La sòcera. Nacque così non solo il
primo CD della Pegasus La Maremma InCanta (2004) ma
anche il primo della nostra spontanea collaborazione visto che
nel tempo ne sono seguiti altri quattro. Riepilogando:
La Maremma InCanta
2004, Pegasus, PG-001
Dal vivo. Firenze 1975
(Con Caterina Bueno)
2007, Pegasus, PG 04/07/006
In Maremma
2011, Pegasus, PG 0111013
Quando ne vai in Maremma
(Nel quarantesimo della fondazione)
2014, Folk Note, FN-001
Dal vivo in Austria
(Nel cinquantesimo della fondazione)
2024, Folk Note/CSTPT, FN-011/RMR-551/CSTPT-
CD-03
Con queste edizioni, penso che il Coro degli Etruschi abbia
la più ampia discografia dedicata ad un gruppo popolare toscano
ed il CD allegato a questa rivista, ne rappresenta senza
alcuna ombra di dubbio una preziosa testimonianza.
Concludo scrivendo che raccontare qui tutti gli intensi momenti
passati in Maremma sarebbe davvero troppo lungo.
Dalla prima partecipazione della mia famiglia alla notte del
Maggio 2003 in poi, è stato un susseguirsi di incontri, scambi
e conoscenze con l’ambiente e con gli interpreti di quella cultura
che mi hanno umanamente arricchito e che non potrò mai
187
dimenticare; il cantastorie Eugenio Bargagli
ed il suonatore di nacchere Ido Corti primi
tra tutti. Anche loro entrati a far parte della
“scuderia” della Pegasus. A tale proposito,
con malcelato orgoglio, vi faccio la seguente
domanda: “si è mai visto qualcuno pubblicare
un disco esclusivamente sulle nacchere
toscane?”. Anche quel disco, Nacchere
toscane/Tuscan castanets (Pegasus
PG-1007007, del 2007) è, fino a questo
momento, un unicum nel panorama
discografico in ambito popolare. Attingendo
all’archivio storico del Coro degli Etruschi,
a registrazioni dal vivo ed anche a dedicate
sessioni in studio, abbiamo confezionato
un’importante testimonianza sull’uso di questi
idiofoni prevalentemente in Maremma. Decisamente
avventurosa, relativamente ai
mezzi informatici di allora, fu la presentazione
del CD a Grosseto; fu organizzato un
collegamento audio/video con la Rhythm
Bones Society (Signal Mountain, Tennessee)
al termine del quale i suonatori maremmani
suonarono le nacchere su ritmi jazz e loro
sui nostri motivi con i loro idiofoni (bones)
costruiti in legno o in osso.
Coro degli Etruschi: il repertorio
parallelo
di Lucio Niccolai
Corrado Barontini – che conosco personalmente
da anni e considero mio amico – è
personaggio troppo noto nell’ambiente della
cultura popolare e delle tradizioni maremmane
per avere bisogno di presentazioni, specialmente
ai lettori di questa rivista di cui è attivo
collaboratore da sempre. Il suo nome evoca,
di per sé, la memoria storica della ricerca e
della riproposizione della musica popolare e
lui stesso, ormai, è la memoria di un mondo
culturale che ha avuto le sue più felici e durature
espressioni nelle attività del Coro degli
Etruschi del quale è stato cofondatore insieme
a Morbello Vergari.
Il suo ultimo lavoro – recentemente pubblicato
dalle edizioni Conoscenza di
Valorescuola (FLC-CGIL) di Roma – si intitola
Controcanti in Maremma Il Novecento
della protesta, della Resistenza e della
lotta e, come spiega l’autore nell’introduzione
è “una piccola antologia dei canti di opposizione
alla sopraffazione diffusi in Maremma
– e non solo – documenti orali che io stesso
ho raccolto, a volte cantato o semplicemente
ascoltato”.
E, scorrendo le pagine di questo libriccino,
ci immaginiamo un giovane Corrado che, con
il magnetofono, gira per le contrade
maremmane e amiatine alla ricerca frammenti,
strofe, parodie di canti di regime, aneddoti,
dichiaratamente oppositivi alla sopraffazione,
spesso frammisti ad altre testimonianze di
cultura popolare (cfr. l’intero capitolo Bandiere
al vento, che mi sembra tra i più interessanti
e stimolanti).
Quando nacque (ne celebriamo proprio
quest’anno il cinquantesimo anniversario) il
Coro degli Etruschi operò consapevolmente
una vera e propria scelta di campo: riproporre
i canti della tradizione orale maremmana che
erano la diretta espressione della percezione
delle condizioni di vita e di lavoro della gente
di questa terra, un patrimonio culturale di cui
Morbello era una diretta espressione e memoria.
Canti popolari in Maremma di Corrado
Barontini e Morbello Vergari, pubblicato dalle
edizioni “Il paese reale” di Grosseto nel 1974,
rappresenta il manifesto programmatico di
questa scelta, accompagnando il lavoro di
riproposizione del Coro degli Etruschi. Il li-
188
bro – infatti – presentava 39 canti della tradizione
orale maremmana, con trascrizioni musicali
di Finisio Manfucci e rimane un punto
di riferimento fondamentale per tutti coloro
che, nel corso del tempo, si sono avvicinati o
interessati al repertorio della tradizione popolare
di questa terra.
Sempre nell’introduzione a questa sua ultima
creatura editoriale, Corrado afferma che
«Questa ricerca rappresenta la continuazione
[… di] Canti popolari in Maremma», e,
scorrendone le pagine se ne capisce facilmente
la ragione.
Strofette, frammenti canori, aneddoti contro
la sopraffazione non potevano non entrare
a far parte del repertorio del Coro degli
Etruschi anche semplicemente con una singola
battuta, un accenno, la citazione di un’aria
musicale nelle esibizioni dal vivo in particolari
occasioni. E d’altra parte il Coro non poteva
rimanere insensibile alle nuove forme di
espressione canora che, proprio in quegli anni,
entravano a far parte del canone popolare,
sia nella forma del nuovo cantautorato militante
che in quella del recupero dei canti della
tradizione del movimento operaio: «riproporre
le cose del passato, può servire a non perdere
il filo della nostra storia», scrive ancora
Corrado.
Insomma, quello che l’autore ci propone in
queste pagine è una sorta di repertorio parallelo,
ciò che il Coro degli Etruschi avrebbe
anche potuto cantare e che a volte davvero
cantava, al di là e oltre il repertorio più tradizionale
e più segnatamente maremmano.
D’altra parte, già i precursori e protagonisti
della grande stagione del folk revival che
caratterizzò gli ultimi anni Sessanta (si pensi
agli spettacoli Bella Ciao e Ci ragiono e canto
e al repertorio della grande Caterina
Bueno) promuovevano e giustificavano
un’ampia contaminazione tra le diverse
documentazioni prodotte e tramandate dalla
cultura popolare, sia quelle di provenienza
contadina e operaia, sia quelle di intenzione
più direttamente sociale, politica e resistenziale
sedimentate nella memoria collettiva dei lavoratori
organizzati tra Ottocento e Novecento,
e per questo, entrate ormai a far parte
della tradizione popolare.
L’irrompere dei movimenti – operaio e studentesco,
dei diritti civili e delle donne – fu
accompagnato da una significativa colonna
sonora. Canti della vecchia tradizione anarchica,
socialista, comunista e resistenziale e
nuove canzoni d’autore (una per tutte: Contessa)
che spesso diventavano appannaggio dei
cantori (a Grosseto, ad esempio il Momo) o
dei canzonieri militanti legati a gruppi politici,
ma che non potevano lasciare indifferenti neppure
i componenti del Coro degli Etruschi:
«durante le serate nelle quali ci siamo incontrati
per “provare” il repertorio dei canti popolari
– scrive Corrado – c’era di frequente
spazio per dar voce a qualche altro canto dai
contenuti politici e sociali, che non facevano
parte della raccolta più tipicamente popolare.»
E d’altra parte, nel repertorio del Coro
degli Etruschi entravano di prepotenza le canzoni
raccolte a Castell’Azzara proprio da
Corrado, dai forti contenuti rivendicativi e sociali
(Sora padrona) e politici (Vien la primavera),
così come quelle resistenziali (Bella ciao)
e pacifiste (il Maggio di Morbello) in chiara
sintonia – come controcanto, potremmo dire
per rimanere fedeli al tema – con le grandi trasformazioni
che continuarono ad accompagnare
gli anni Settanta, così come le canzoni di
autori maremmani ispirate a eventi drammatici
che hanno segnato la storia di questa terra (una
per tutte Undici agnelli di Dino Simone dedicata
ai martiri di Maiano Lavacchio) .
189
E qui mi permetto di inserire anche io un
piccolo aneddoto personale. Una volta, cantai
Vien la primavera davanti a Tom Benetollo,
grande dirigente nazionale dell’ARCI, in occasione
di un convegno dedicato a Ernesto
Balducci e la cultura della pace a Santa Fiora
(anni lontani!). Ne rimase folgorato e propose
di farne l’inno dell’Associazione che dirigeva.
Morì, all’età di 53 anni, a pochi mesi
da quell’ultimo incontro.
Controcanti in Maremma (un centinaio di
pagine suddivise in otto capitoli dai titoli esplicativi:
Contro la guerra; Canti e inni politici
della tradizione anarchica, socialista e comunista;
La condizione operaia; Rivendicazioni
e lotte sociali; Il Maggio; Bandiere al vento;
Resistenza e Liberazione; Cantautori del territorio)
non è però una mera antologia di canti,
ma una scelta di testi commentati e
contestualizzati, di aneddoti e storie che contrassegnano
e accompagnano un secolo di
opposizione, di lotte contro le sopraffazioni,
di denuncia e di rivendicazioni sociali, «una
raccolta che recupera quei materiali canori
che hanno rappresentato la protesta contro
le ingiustizie del ‘potere’ che la gente comune
ha cercato di avversare con le parole e con i
canti raccontando l’altra faccia del quotidiano:
i contrasti fra chi lavora e chi sfrutta, fra
chi soffre e chi se la gode, fra chi vuole cambiare
le proprie condizioni di vita e chi si adagia
accettando quello che gli viene offerto.»
E, in questo senso, Controcanti in Maremma
«invita a cantare […] mantenendo l’indignazione
per le cose che accadono e che non
possono essere condivise […] facendo il proprio
“controcanto” alle voci dissonanti della
collettività nella speranza di ritrovare un’armonia.»
Un libro che, paradossalmente (ma a pensarci
bene, mica tanto!), proponendo canzoni
e testi che sembravano appartenere al passato,
sollecita una riflessione di pregnante attualità.
Torna il disprezzo indignato della “contessa”
e dei nuovi ricchi più o meno titolati più
in generale) al pensiero che i figli dei lavoratori
possano diventare dottori (e il diritto allo
studio è sempre più limitato da ostacoli economici),
torna necessario scendere in piazza
e scioperare per la giornata lavorativa di otto
ore e un giusto salario; tornano attuali le canzoni
resistenti e l’antifascismo, non semplice
residuo del passato, quelle che parlano del
diritto di sciopero, della pace,
dell’internazionalismo.
E se non bastasse a ricordarcelo la realtà
quotidiana in cui siamo immersi, inviterei ad
ascoltare le voci delle manifestazioni sindacali
e operaie che spesso, in questi anni, hanno
ripreso a occupare le piazze italiane, il suono
dei tamburi e le canzoni che li accompagnano,
come ad esempio, Finché ce ne sarà,
diventato ormai l’inno della lotta dei lavoratori
dell’ex GKN, cantata in coro da miglia di
manifestanti a Campi Bisenzio la notte del
capodanno 2024: “E non c’è resa, non c’è
rassegnazione / ma solo tanta rabbia / che
cresce dentro me ...”.
190
Controcanti in Maremma è il secondo
numero della collana Promemoria – il primo
era dedicato all’Attacco fascista alla Maremma
pubblicato in occasione del centenario
degli eventi – edita con il patrocinio
della CGIL di Grosseto: un progetto che
aveva come obiettivo quello di proporre, in
forma divulgativa, materiali utili alla ricostruzione
della memoria di un secolo di lotte e
conquiste sociali.
Controcanti in Maremma può essere richiesto
direttamente alla casa editrice
(commerciale@edizioniconoscenza.it) o alla
Segreteria provinciale della Camera del lavoro
di Grosseto (via Repubblica
Dominicana 80 D/G, Grosseto - tel.
056445911).
.:: I BRANI DEL CD ::.
1 | O mite terra 4:55
(Menconi, Trapassi)
Testo scritto dai grossetani Elio Menconi
(poeta) e Spartaco Trapassi (musicista).
Diffuso nel 1952 in una trasmissione
radiofonica “Il microfono è vostro” condotta
da Nunzio Filogamo. È un canto che segna
un’epoca di passaggio nel mondo contadino
di allora, infatti in quegli anni la Maremma
si stava trasformando da terra “amara”
in una terra “mite” ed accogliente aprendosi
al turismo.
2 | Sora Padrona 4:09
Una canzone che racchiude lo spirito di
protesta rappresentato spesso dai “contrasti”
fra chi lavorava in campagna e i padroni
del latifondo... Questo testo venne
recuperato a Castell’Azzara (GR) dalla memoria
di Domenico Baffetti (detto Meco). Il
canto è introdotto da quattro versi ricordati
da Morbello: “E la sera con la luna/ La mattina
con le stelle/ Qui la vogliano la pelle/ ma
non gli si vole da’...
3 | Beppino pesciaiolo d’Orbetello 3:14
Una stornellata dai toni canzonatori nella
quale si parla di varie località della Maremma
grossetana e si prendono in giro le donne
di facili costumi. Il testo cita anche i
“muletti” (i muli) che nel doppio senso della
canzone rappresentano quei ragazzetti nati
senza babbo... (figli di nessuno o di mamma
nubile)
4 | Il Maggio 6:49
Nella notte fra il 30 aprile e il primo maggio
è ancor oggi viva in molte zone della
Maremma grossetana, la tradizione del canto
cerimoniale di questua che affonda le proprie
radici in antichi riti agrari e di passaggio
delle stagioni. Questa usanza calendariale,
che ha finito per prevalere nel panorama simbolico
del mondo tradizionale, oltre a mantenere
lo spirito di ospitalità tipico degli abitanti
della campagna, si è resa visibile anche
al pubblico dei centri urbani (con alcune rassegne
dei gruppi della tradizione). Il Maggio
ha finito per rappresentare l’anello di congiunzione
fra il mondo del lavoro e la tradizione
stessa. Il Coro degli Etruschi propone
un “Maggio allegro” il cui testo venne scritto
da Morbello nel 1974. La particolarità di
alcuni gruppi è quella di vestirsi con fazzoletti
colorati e cappelli fioriti e di eseguire il
loro canto augurale introducendolo con l’ottava
rima cantata da un poeta estemporaneo
che chiede, al padrone della casa, il
permesso di cantare il Maggio...
191
Un momento del concerto. Da sinistra: Stefania Cappuccini, Corrado Barontini, Manuela Goracci,
Nanni Vergari, Sesto Vergari, Giorgio Sgherri, Moraldo Pompili, Giorgio Piola, Alessandro Casini,
Alessandro Meoni, Celestino Di Marte e Marco Vergari. (Foto P. Casini)
5 | Maggio in Maremma 3:35
(Salvo Salviati)
La tradizione per essere all’altezza dei tempi,
ha bisogno di trasformarsi e reinventarsi.
Salvo Salviati, che per un periodo è vissuto
in Maremma, si è appassionato alla tradizione
dei Maggi partecipando al gruppo dei
Maggiaioli dei Pioppini. Autore raffinato e
sensibile scriverà alcune canzoni fra cui questo
testo che innova la tradizione del Maggio
ma che ormai fa parte dei testi cantati da
molti cori popolari.
6 | Libera (polka) 3:05
È una polka suonata con fisarmonica, nacchere
e chitarra. Faceva parte del repertorio
musicale della musica da ballo tramandata
oralmente. Il pezzo è attribuito a Bardo
Bardi, un musicista nato a Siena nel 1866 e
vissuto a Roccalbegna (paese dell’interno
collinare della provincia di Grosseto) dove
è morto nel 1928. Questa suonata era usata
da Morbello Vergari che la conosceva a
memoria. Marco Vergari e Alessandro Casini
alle nacchere.
7 | Angelina bell’Angelina 2:48
Una canzone d’amore e di colpe
inespresse; rappresenta il sentimento della
ragazza che è disposta a confessare con la
bocca i propri peccati ma a fare l’amore con
il cuore. Il canto viene realizzato a cappella
senza accompagnamenti musicali
8 | Lasciali stare gli rompi le zampine
(I pidocchi) 2:35
Canzone che faceva parte del repertorio
della cantante folk Caterina Bueno che ne
192
Da sinistra: Alessandro Meoni, Giorgio Piola, Alessandro Casini e Celestino Di Marte. (Foto
P. Casini)
attribuiva la provenienza da Livorno, porto
di mare della Toscana. Il testo tratta con ironia
l’increscioso problema dei pidocchi collegandolo
al tema della guerra.
9 | Serenata d’addio 3:32
Le serenate, i rispetti d’amore rappresentano
un’usanza che è scomparsa completamente
nel mondo giovanile. Fino agli anni
’50/’60 era diffuso andare a far la serenata
sotto la finestra di qualche ragazza. Erano
soprattutto i giovanotti che portavano con il
canto un messaggio d’amore, un complimento,
una dichiarazione dei propri sentimenti a
qualche ragazza. Questo testo, ricordato da
Aniceto Vergari, proviene dall’interno
collinare della Maremma e ci parla di una
partenza dolorosa cantata per salutare la ragazza
amata prima d’andar via.
10 | Bella ti do 4:51
Canto satirico burlesco diffuso in vaste
aree del centro Italia. Questa versione sottolinea
gli atteggiamenti del prete confessore
(il “curato” in carne ed ossa) che rifiuta di
confessare le donne vecchie mentre dichiara
la propria disponibilità per le giovani e le
spose... La versione cantata dal coro degli
Etruschi mette in evidenza, valorizzando i
controcanti, la struttura polifonica delle varie
voci che si aggiungono alla voce del ‘primo’
realizzando un particolare effetto corale.
11 | Tirizzumpelarillallera 2:26
Anche questa sonata strumentale è realizzata
con fisarmonica, chitarra e nacchere.
Venne scritta nel 1970 da Morbello Vergari
ed è stata presentata spesso negli spettacoli
del Coro.
193
12 | Questa è la terra mia 4:32
(Salvo Salviati)
Altra canzone scritta da Salviati negli anni
’70. È divenuta una ‘canzone popolare’ tanto
che molti gruppi tradizionali la conoscono
e la cantano. Salvo con questo brano ha
dato alla terra maremmana le parole e la
melodia che ne rappresentano l’anima e il
cuore della gente che ci vive. L’introduzione
della fisarmonica, che introduce ed armonizza
le varie parti del testo, venne scritta
da Morbello Vergari.
13 | Ninne nanne e saltarelli 3:33
Nella famiglia patriarcale la figura femminile
(donna- madre- educatrice) assolveva
ad una funzione culturale nei confronti dei
bambini. Con le ninne nanne e i giochi infantili
spesso venivano date tutte quelle informazioni
educative trasmettendo insieme
le notizie fondamentali sulle condizioni di vita,
sui modi di essere, le idee, i costumi, i giudizi
morali diffusi nella società di allora... la
sequenza proposta dal Coro parte con una
storiella: “Qualcuno bussa alla porta... è
l’amante”.
14 | Maremma amara 3:03
Scriveva Morbello Vergari: “Fra i disagi
di un tempo la scarsità di acqua potabile
che costringeva la gente a bere acque
salmastrose e poco pulite che gonfiavano
la pancia e toglievano l’appetito. Accadeva
così di vedere, nei lavori di bonifica, all’ora
del pasto, qualche giovane operaio, non abituato
alla Maremma, addormentarsi col
boccone in bocca per la stanchezza e
l’inappetenza. Si diceva che erano guai per
chi perdeva il morso (l’appetito). Da questo
stato di cose erano nate tutta una letteratura e
belle canzoni come Maremma amara...”
15 | Carrellata di canti d’osteria 7:19
L’osteria è stato luogo d’incontro per molte
persone e di diffusione del canto popolare.
Le atmosfere legate al divertimento e all’uso
del bere si ritrovano tutte in questa
“carrellata” di brani diversi che consentono
di mettere insieme il gioco, il racconto, il
canto popolare con i propri vocalizzi e la
morra: un gioco proibito ma praticato frequentemente
nelle osterie.
16 | La sòcera 5:53
Il testo di questo canto venne ricordato e
registrato nel 1976 a Sorano dalla voce di
Navio Porri. La sua struttura poetica e musicale
ricorda un po’ la farsa del teatro comico;
da una ricerca più approfondita è stato
possibile consultare il foglio musicale “La
storiella della nonna” il cui autore è (versi e
musica) Americo Giuliani che la pubblicò nel
1920. La versione popolare cantata dal Coro
è molto simile all’originale nel testo poetico
differente nella melodia.
17 | Ti vo’ ‘n su ti vo’ ‘ n giù ti vo’
‘n tasca 4:35
Canto ironico che prende un po’ in giro le
donne... lo cantavano spesso i montagnoli
(lavoratori stagionali che venivano a prestare
la loro opera nelle grandi aziende agrarie);
durante il lavoro di mietitura dei grani
spesso cantavano questo brano.
194
TOSCANA FOLK n. 29 | aprile 2024
DIRETTORE RESPONSABILE:
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Registrazione del Tribunale di Firenze n. 4590 del 6 giugno
1996. Rivista di studi e di documentazione.
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Lisetta Luchini, Luca Luchini, Jonni Marucci, GianPiero
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Inoltre:
- indicare nel testo la posizione approssimativa dell’immagine numerata come sopra indicato;
- in calce al testo riepilogare la numerazione delle foto allegate con la rispettiva didascalia.
Finito di stampare nel mese di marzo 2024
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