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PDF Els homes que no estimaven les dones (Sèrie Millennium 1) (Clàssica Book 762) (Catalan Edition) [PDF]

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PERIODICO DI INFORMAZIONE, ATTUALITÀ E CULTURA MUSICALE A CURA DEL SAINT LOUIS COLLEGE OF MUSIC

Dicembre Gennaio 2008

Periodico di informazione, attualità e cultura musicale a cura del Saint Louis College of Music

ACROSS THE UNIVERSE

di Roberta Mastruzzi

Prendete il più

famoso gruppo della

storia della musica,

attori carini e vagamente

somiglianti ai

componenti del suddetto

gruppo, un pizzico

di Joe Cocker e di

Bono, la fantasia di

Daniel Ezralow (sì, proprio lui, quello dei

Momix), e mettete tutto in un bel frullatore

colorato, di quelli che si trovano nelle cucine

delle commedie americane anni Sessanta.

Il risultato è un musical, che non è proprio

un musical, a tinte pop (nel senso di popart)

con l’ambizioso e un po’ furbo tentativo

di raccontare una storia e renderla universale,

almeno quanto la sua colonna sonora. Si

tratta di un film i cui dialoghi sono per la

maggior parte composti dalle canzoni dei

Beatles, il titolo - come poteva essere altrimenti?

- è «Across the Universe» e Julie

Taymor la sua regista. (...)

CONTINUA NELLA PAGINA SOUNDTRACKING

RAMIN BAHRAMI

UN CRATERE

PER FUGGIRE VIA

di Romina Ciuffa e Flavio Fabbri

Credere nella reincarnazione? Forse. Di

Bach? Si. In un certo senso, Johann

Sebastian è rinato a Teheran. Il pianista di

Eisenach si è risvegliato 31 anni fa in una

casa iraniana da padre ingegnere, Paviz

Bahrami, che sarebbe rimasto ucciso in carcere

con l’accusa di essere oppositore del

regime degli Ayatollah, in uno Stato in cui

l’uomo non può toccare

le donne in

pubblico. Si insidia

Johann Sebastian,

allora, dentro le

mani di Ramin,

come a dire: «Tocca,

tocca i tasti, toccali

in pubblico. Sono

donne, e nessuno lo

sa». Lui lo sapeva,

perché aveva 7 (...)

CONTINUA NELLA PAGINA CLASSICA&OPERA

ULTIMO TANGO

A ROMA

di Rossella Gaudenzi

Quaranta candeline spente

lo scorso marzo. Un corpo flessuoso,

teso, come un nodoso

ulivo adulto: vibrante, vigoroso,

nel pieno delle forze. L’età

migliore per un uomo, si dice,

il fior fiore degli anni.

Eppure. 22 dicembre 2007,

Buenos Aires: questa sarà la

tappa finale di Boccatango,

tour conclusivo della carriera dell’étoile della

danza internazionale Julio Bocca. Si assicura

che sarà una vera e propria festa, con entrada

libre y gratuita. L’ultimo tour del ballerino

argentino ha preso il via un anno fa, nel novembre

2006, e ha toccato i teatri storici della sua

carriera, oltre a teatri nei quali non aveva avuto

ancora l’opportunità di esibirsi. La sua «Terra

d’Argento», l’Argentina; il Nord e Sud

America; l’ Europa: Madrid, Parigi, Roma per

citare solo le capitali più importanti toccate dal

Ballet Argentino e dalla Orquesta Octango.

CONTINUA NELLA PAGINA MUSICALL

EDGE

AND BACK

POPCK pop&rock

Editore

STEFANO MASTRUZZI

Direttore Responsabile

SALVATORE MASTRUZZI

Direttore

ROMINA CIUFFA

Redazione

Romina CIUFFA beyond@musicin.eu

Flavio FABBRI classica@musicin.eu

Rossella GAUDENZI jazzblues@musicin.eu

Valentina GIOSA poprock@musicin.eu

Roberta MASTRUZZI soundtrack@musicin.eu

Corinna NICOLINI edge@musicin.eu

Progetto grafico

Romina CIUFFA

Impaginazione

Cristina MILITELLO

Logo Caterina MONTI

Redazione

Via del Boschetto,106 - 00184 Roma

Tel 06.4544.3086

Fax 06.4544.3184

Mail redazione@musicin.eu

Marketing e Pubblicità

Mail marketing@musicin.eu

Tipografia

Litografica Iride Srl

Via della Bufalotta, 224 - Roma

Web

www.musicin.eu

www.myspace.com/musicinmagazine

Anno I n. 3

Dicembre2007-Gennaio2008

Registrazione presso il Tribunale di Roma

n. 349 del 20 luglio 2007

STEFANO

MASTRUZZI

EDITORE

JAZZ

& blues

POCHI, MALEDETTI E SUBITO

C

on cadenza regolare nascono associazioni

temporanee di musicisti e musicanti

che, come l’Italia nel patriottico inno, d’improvviso

si destano e si uniscono in coro rivolti

al Palazzo. Questo Gospel di voci bianche

(per il colore della pelle) chiede a volte più

garanzie per la categoria, un’assistenza previdenziale

più concreta, ma troppo spesso il tutto

si riduce ad una mera richiesta di soldi, quelli

che fanno girare il mondo, ma

non in maniera diretta e venale,

bensì attraverso una richiesta

di ampliamento del FUS

(Fondo unico per lo

Spettacolo). I problemi della

categoria sono tanti, a cominciare

dal fatto che non esiste

una categoria. Scusate se è

poco. Qualunque fannullone

può alzarsi la mattina (tardi

chiaramente), prendere atto

che si sente un grande artista,

comprare una chitarra o una

tastiera con i dischetti e giurare

al mondo di essere un musicista.

Forse un saltimbanco.

FEED

BACK

Guai a proporre in Italia una sorta di albo, per

carità, si limiterebbe la libera creatività individuale

e il fluire delle idee; ma, forse, la paura

vera è che alcuni non passerebbero l’esame di

ammissione.

Uno dei problemi, ai fini previdenziali, è

l’Enpals: un Ente che, per come è regolamentato,

elargirà pensioni solamente a chi non ne

avrà bisogno. Per raggiungere e maturare il

diritto alla pensione ci vogliono

solo 2.400 concerti da spalmare

in minimo 20 anni di brillante

carriera. La normativa, la cui

prima stesura risale al ‘47, ha

certamente le proprie colpe e

lacune - che le successive modifiche

non hanno mai risolto -

ma anche i musicisti hanno le

loro. Sarò una voce fuori dal

coro (il Gospel di prima), ma

sono certo che pochissimi

rinuncerebbero a un fottuto

euro della propria retribuzione

per pagare le tasse o i contributi

previdenziali. Eh già, le tasse

e i contributi li devono pagare

gli altri; io mi accontento di un importo al netto

di tutto. Pochi, maledetti e subito ma sporchi,

perché sono neri. Dati della Federculture ci illustrano

che l’affluenza ai concerti cresce spaventosamente:

solo nel 2004 è stato venduto oltre il

40% di biglietti in più rispetto all’anno precedente.

Se ci fosse una crescita simile nel settore

industriale in un anno avremmo risolto tutti i

problemi economici del nostro Paese.

Quindi, anche se il FUS è stato ridimensionato

- e ciò è alquanto criticabile -, anche se la

maggior parte di questo fondo finisce ad Enti

lirici e spesso ai salotti di ex-aristocratici che

organizzano noiosissimi ascolti da camera (è

tutto vero) - e ciò è deprecabile -, perlomeno il

pubblico compensa di tasca propria queste deficienze,

premiando gli spettacoli con un’affluenza

più numerosa. È chiaro che non serve a nulla

chiedere più soldi per lo spettacolo: abbiamo

bisogno di cambiamenti ben più radicali. Ma

chi fa le leggi in materia in Italia? Ve lo dico io:

dei parrucconi pieni di sé. Il problema risiede al

solito nella «italian way» che prende in considerazione

solo chi fa gol - che spesso è (...)

CONTINUA NELLA PAGINA JAZZ&BLUES


JAZZ & blues

Music In Dicembre Gennaio 2008

a cura di ROSSELLA GAUDENZI

AUGURI A Ottant’anni e non sentirli:

li fa Lee Konitz suonando in

giro per il mondo il suo sassofono

ADRIANO MAZZOLETTI Ti

insegno il jazz per radio

DRUM C’è un batterista che

ha tutta l’aria di battere

H

a

Gli ottant’anni di

LEE KONITZ

PADRE NOBILE DEL JAZZ

compiuto ottant'anni Lee Konitz, gigante

dell'improvvisazione jazz che da oltre sessant’anni

continua a stupire la platea di appassionati

con idee e soluzioni melodiche sempre

originali, evitando gli eccessi dello sperimentalismo

e restando fermamente ancorato al fraseggio

bop e swing.

L’infaticabile sassofonista di Chicago ha confezionato,

con una formazione di nove elementi,

uno spettacolo itinerante per il proprio compleanno

che ha debuttato alla Carnegie Hall di New

York e che è approdato per la prima europea al

Manzoni di Milano di recente.

Nel frattempo, sta ultimando il mixaggio di ben

tre album che vedranno la luce a gennaio e che

dovrebbero riassumere gli elementi essenziali di

questo vero e proprio outsider del jazz, che ha

percorso, fiancheggiandole, le molte correnti

della musica afroamericana preferendo tuttavia

preservare una propria personale espressività e

fungendo inevitabilmente da lampara anche per i

suoi colleghi più innovatori, da Roscoe Mitchell a

Anthony Braxton.

Sarebbe davvero un esercizio di stile o al più

uno stucchevole elenchismo cimentarsi nel

ricordare le centinaia di collaborazioni storiche di

Konitz, la cui concezione armonica e melodica ha

sempre svolto il ruolo di filo d’arianna nei

momenti di svolta del jazz; basti pensare all’insistenza

con cui Davis lo volle al proprio fianco per

registrare The birth of the cool, con il quale iniziò

il progressivo allontanamento dal fraseggio bebop

di Charlie Parker, prima che esso rischiasse

di divenire «maniera».

Grazie anche ad una serrata attività didattica -

Konitz è stato uno dei primi a promuovere la possibilità

di insegnare la tecnica improvvisativa -, la

sua idea pilota è sempre stata quella di scavare

dentro gli standard e i brani della tradizione folk

per reperire il contesto dal quale avviare nuove

melodie; partendo da un abbellimento melodico

e ritmico, spostandosi poi ad una variazione sul

tema, l’improvvisatore deve sapersi allontanare

progressivamente da esso fino ad arrivare alla

piena espressività, come un demiurgo capace di

ricamare dentro una data struttura armonica la

propria ispirazione. In uno degli ultimi seminari

tenuti in Italia, Konitz ha spiegato il suo

approccio all’improvvisazione basato su un

sistema di dieci differenti livelli che, partendo

dalla stessa forma canzone, progredissero

gradualmente verso qualcosa di nuovo,

sfuggendo all’ansia di dover subito abbandonare

lo spunto melodico iniziale (che è poi

una delle malattie principali di tanti e tanti jazzisti

pur tecnicamente ineccepibili).

Allievo di Lennie Tristano, il pianista-filosofo

come ebbe a ricordare lo stesso Konitz, resta

convinto che le coscienze e le sensibilità si differenzino

non per un mero fatto di progresso tecnologico

e di conoscenza, ma che esse siano

parte di una più complessa processualità sociale

globale che rende l’universo emotivo di

Armstrong, ad esempio, differente da quello di

Coltrane. È quindi il processo storico in sé a rendere

sempre differente l’interpretazione di uno

standard, senza la necessità di ricorrere ad avanguardismi

spesso frutto più di operazioni matematiche

e razionali fatte a tavolino che di una

autentica esigenza espressiva.

Con questo patrimonio di sapienza, Konitz

continua a celebrare la gioia del jazz e della musica,

con il suo carattere discreto e lontano da ogni

protagonismo eppure sempre presente in ogni

fase di «superamento».

Paolo Romano

A

zzardo: trovarsi a dialogare con Adriano

Mazzoletti ti fa sentire in balia di una

sorta di incantatore di serpenti. Mi faccio

catturare dalla sua capacità narrativa. Inizia

a raccontare e ad ammaliare con le sue storie, i

suoi aneddoti, le esperienze, come in pochi oggi

sanno fare. Tic-toc, il tempo scorre. Tic-toc, il

tempo scorre. Tic-toc, il tempo scorre. Tempo

scaduto. E ne vorresti ancora, in un’atmosfera

ormai densa del suo spessore professionale.

Potrebbe illuminare con estrema competenza

su decine e decine di argomenti gravitanti il

mondo della comunicazione. È giornalista professionista

dal ‘64; autore, regista, conduttore

radiofonico e televisivo; è stato dirigente Rai;

per trent’anni ha fatto parte della direzione

dell’Uer (Unione Europea di Radiodiffusione),

come vicepresidente e poi presidente del

Dipartimento Jazz e Musica leggera; è stato critico

musicale per il quotidiano Il Tempo di

Roma; sin dagli anni Cinquanta ha svolto ricerche

e raccolto documenti e testimonianze sul

jazz europeo e italiano e sui musicisti italoamericani.

Fondamentalmente, è un instancabile

amante del jazz. E della radio.

Ricorda l’inizio dell’avventura nel mondo

radiofonico, legato ad un concorso vinto alla

Rai: La qualifica era di collaboratore, il ruolo,

quello di creatore di programmi. Fino al 1976,

anno di riforme , di una legge chiamata nell’ambiente

Legge Sullo (dal Ministro Fiorentino

Sullo, ndr) che interveniva sul lavoro dipendente;

estremamente adatta per vari settori lavorativi,

ma non per un’azienda come la RAI. Da quel

momento si entra fissi. Uno spirito libero come

quello di Adriano Mazzoletti non ha molto

amato il ruolo di lavoratore dipendente: indubbiamente

ha messo un po’ il freno alla creatività.

Finchè si era collaboratori, il compito preponderante

era quello di produttori di idee; la

proposta veniva valutata, si o no, piaceva o non

piaceva. Dal ‘76 in poi, la creazione ha un ruolo

inferiore, ma ci si continua ad avvalere di collaboratori.

Quindi le idee fresche circolano.

Perché, parliamoci chiaro: la radio, dagli

anni Settanta agli anni Novanta, era estremamente

viva e piacevole. Si ricordano eccellenti

direttori, tra cui Leone Piccioni. Fondamentale,

il fatto che venisse realizzata da professionisti

del settore, interni ed esterni, e non, come oggi

accade, da ascoltatori. E da telefonate.

Era la radio che ha fatto nascere le trasmissioni

di cultura. «L’abilità di chi ha la responsabilità

di condurre una trasmissione sta nel solleticare

la curiosità e l’interesse dell’ascoltatore,

di esprimere concetti intelligenti. Oggi le idee

in circolazione sono davvero poche. Si può pensare

ad un ottimo Fiorello: è capace, comunicativo,

intelligente, in grado di gestire una trasmissione

straordinaria. Ma non ci si può

immaginare la qualità della radio affidandola ad

un unico personaggio».

«Ulteriori elementi fondamentali per un buon

andamento dei programmi radiofonici, è un’attenta

analisi del Target: il pubblico delle 6.00

ONDE RADIO

MAZZOLETTI

vuole cose diverse da quello delle 13.00 o delle

24.00. Indovinare ciò che piace, i ritmi delle

trasmissioni, il linguaggio idoneo fanno il successo

di un palinsesto ben studiato, e rispettoso

di chi ascolta. Il linguaggio: non finirò mai di

ripetere la necessità di un vero e proprio linguaggio

radiofonico, che un tempo esisteva ed

oggi non più. La radio è fantasia, deve saper

creare un rapporto magico tra ciò che si dice e

chi sta all’altro capo di un apparecchio, si è

sintonizzato e affida a noi il proprio tempo».

«C’è una gran diffusione di scurrilità al giorno

d’oggi, nel linguaggio utilizzato nel mondo

della comunicazione. Non sono mai stato un

castigatore di costumi, ma questa volgarità è

fine a se stessa. In televisione è meno fastidiosa,

il contesto è diverso; mi chiedo perché dei

conduttori bravi ed intelligenti come Lillo e

Greg si affidino in radio ad un linguaggio spesso

scurrile Questa mancata attenzione al linguaggio

radiofonico, ha portato a uno svilimento

della radio stessa. Paradossalmente, le radio

private fanno meglio il loro mestiere rispetto

alle pubbliche, le quali hanno - o avrebbero - il

dovere etico di attenersi ad alcuni dettami. La

radio è fatta di voci, musica, silenzi.

Importantissimo è chi va in onda, che deve catturare

l’audience. Questa deve essere la forza

della radio. Saper stare ai tempi radiofonici,

sapere quando la concentrazione di chi ascolta

inizia a scemare, e variare».

A un certo punto i due grandi amori di

Adriano Mazzoletti si incontrano, si fondono e

si trasformano in due forti passioni che lo

accompagnano da oltre cinquant’anni. «Il mio

amore per il jazz risale proprio a quando, da

ragazzino, mi sintonizzavo sulle onde radio per

ascoltare una straordinaria trasmissione di Piero

e Leone Piccioni: La Galleria Del Jazz. Il

critico e il musicista insieme, era una

trasmissione ben confezionata.

Smettevo di fare i compiti per godermi

questo momento di alta cultura.

Quando ho iniziato a collaborare alla

radio, il jazz era un po’ scomparso.

Convinsi i responsabili di allora a

lasciarmi uno spazio per un programma

di jazz».

Ha avuto vita lunga: dagli anni

Sessanta al 2000. Da qualche anno a

questa parte, da quando Mazzoletti

ha lasciato la radio, i programmi di

jazz, fatta eccezione per Radio 3,

sono molto diminuiti, e non sono

neppure più programmi di cultura. Egli

è stato l’ideatore della trasmissione jazzistica

più originale in circolazione: Radio Uno Jazz

Serata. «A fine anni Ottanta, l’allora direttore

Ennio Ceccarini mi disse di avere un problema

con gli ascolti serali. L’audience calava. Due

giorni di tempo: ho pensato ad una trasmissione

che andasse in onda dal lunedì al venerdì con

argomenti diversi ogni sera, entro specifici settori.

Varietà, musica leggera, jazz. A condurre,

grandi personalità dell’epoca».

«Tutto dal vivo. Si chiacchierava e si dibatteva,

con collegamenti da tutto il mondo ed interventi

di mostri sacri della musica di tutti i generi.

La serata jazz era condotta da me. Il risultato

fu ottimo». Parla a lungo Mazzoletti, commentando

con amarezza come dagli anni

Novanta il palinsesto della radio pubblica sia

stato uniformato a quello delle radio private).

«Ed è stato l’inizio di una parabola discendente.

Come non riflettere sulle capacità persuasive

dei mass-media. Oggi se ne parla solo

ed esclusivamente per condannarli, perché il

collegamento immediato è con la corruzione

dei costumi, con la pubblicità che ci rende tutti

dei consumatori incalliti».

Ma se quotidianamente, una voce calda ci

illuminasse sulla storia del jazz o del soul, o del

rock, e fosse capace di tenerci inchiodati alla

radio per sete di conoscenza che cresce e della

quale, da un certo momento in poi, non potessimo

più fare a meno. Inizieremmo ad ascoltare

musica, a capire musica, a comprare musica.

Qualcosa si muove, nei negozi specializzati:

pare che i cd migliori, li trovi nello scaffale con

il cartello: € 9,90. Possiamo permetterceli.

Rossella Gaudenzi

Attenti a quel

BATTERISTA

S

embra che avere sangue abruzzese che

scorre nelle vene sia una garanzia di

gran talento e riuscita, se il tuo sogno è quello

di diventare batterista. Pensiamo a

Lorenzo Tucci e a un validissimo musicista di

qualche generazione successiva, ossia al ventottenne

Nicola Angelucci. Peraltro: maestro

e discepolo, e sull’ascesa di questo discepolo

ne abbiamo sentite e ne sentiremo delle belle.

Lo abbiamo incontrato spesso al Charity

Café in trio, il suo Nicola Angelucci Group

(Enrico Bracco, chitarra; Francesco Puglisi,

contrabbasso; Nicola Angelucci, batteria),

proponendo standards con personali arrangiamenti

e brani inediti. Ottimo traguardo, che

testimonia un consolidamento del drummer

abruzzese come figura leader nel panorama

jazzistico del momento, forte di un pubblico

fedele che crede in lui, lo segue con amore e

cresce esponenzialmente.

Il fuoriclasse non ama le etichette, ma è

stato il jazz ad appassionarlo più di ogni altro

genere da quando, sedicenne, lo ha scoperto

ascoltando dischi dei Weather Report. Ed è

attraverso il jazz che si esprime al meglio. Fa

parlare di sé ormai da tempo: Jazzitalia lo ha

intervistato qualche anno fa che era già una

figura autorevole con esperienza da vendere.

Non solo in dieci anni e poco più di carriera

può citare numerosi stages e seminari a cui

ha partecipato in Italia e in America (presso il

Columbia College di Chicago), ma ha all’attivo

collaborazioni con le più autorevoli personalità

jazzistiche nostrane e non. Solo per

citarne alcune: Bob Mintzer, Steve

Grossman, Miles Griffith, Andy Gravish,

Amedeo Tommasi, Rosario Giuliani, Enrico

Pieranunzi, Luca Mannutza, Fabrizio Bosso,

Stefano Di Battista, Javier Girotto, Max

Ionata, Francesco Puglisi, Dario Deidda,

Gianluca Renzi. Vince premi e concorsi: nel

2000 Jazz Baronissi, nel 2002 con il quartetto

di Max Ionata il Grand Prix du Public al

Trumplin Jazz d’Avignon.

È passato più volte per le sale registrazione:

la prima incisione a soli 18 anni con il

Max Ionata-Claudio Filippini Quartet

(Zaira); per continuare con Mood Swings,

Little Hand, A Secret Place, Internal Dance,

The Dream of Love e Dreams. Ma soprattutto,

suona moltissimo dal vivo.

Non perdiamola di vista, questa personalità

che ha la stoffa per essere una promessa del

jazz internazionale, sebbene il termine promessa

comporti grosse responsabilità. E dunque,

senza aspettative esagerate, concediamoci

il lusso di godere dei suoi concerti.

Dubitando che ci deluderà. (RG)


Music In Dicembre Gennaio 2008

ANDREA BIONDI L’occasione

fa l’uomo vibrafonista. Soliti,

ignoti, ladri di note

«S

uonare a New York, nel palazzo delle Nazioni Unite, è stata un’esperienza

unica». Per Andrea Biondi, vibrafono, da 3 anni membro stabile

di Roma Sinfonietta, l’orchestra che collabora stabilmente con Ennio

Morricone con cui tiene concerti nei più importanti teatri del mondo e incide le

colonne sonore per il cinema e la televisione. C’era anche lui quando l’Orchestra

che si esibiva in un concerto per l’Onu mentre Morricone dirigeva l’esecuzione

dei suoi brani più famosi davanti a un pubblico prestigioso. «Tra gli spettatori

c’erano anche Lou Reed e Pat Metheny, una cosa davvero incredibile».

C’è un legame particolare tra questo strumento

e la musica da film?

Pochi lo sanno ma il suono del vibrafono è

molto presente nelle colonne sonore. Tutti i compositori

italiani, dagli anni Sessanta in poi,

hanno usato spesso e volentieri le percussioni

sinfoniche. Lo stesso Morricone le usa molto. In

trent’anni di attività, non c’è una composizione

per film in cui non sia presente il suono del

vibrafono o della marimba. E poi Nicola Piovani

e Luis Bacalov, per citare altri due grandi compositori

con cui ho avuto il piacere di lavorare.

Come vibrafonista ho lavorato tantissimo con la

musica da film e proprio da questo è nato un mio

progetto personale.

Di cosa si tratta?

Il progetto si chiama «I soliti ignoti. Storie di

ladri, storie di jazz» ed è dedicato alla musica di

Piero Umiliani, che per i due film de «I soliti

ignoti» aveva genialmente trovato una chiave

jazzistica per raccontare una storia tutta italiana.

Nella colonna sonora di questo film straordinario

c’è anche Chet Baker. È un progetto che

porto avanti con l’aiuto di altri grandi musicisti,

Salvatore Bonafede e Maurizio Giammarco, con

i quali abbiamo deciso di dedicare questo omaggio

al «Jazz Italiano in bianco e nero».

Come si diventa vibrafonista?

Ho iniziato suonando la batteria e ho proseguito

gli studi al Conservatorio. Pian piano

dagli studi classici mi sono avvicinato alla musica

moderna e mi sono accorto che questo strumento,

il vibrafono, era molto utilizzato nel jazz.

Dopo il Diploma mi sono dovuto trasferire in

Germania per perfezionare i miei studi, perché

al Conservatorio le percussioni sinfoniche vengono

studiate in maniera classica. Ho studiato

BLUES Rick Hutton, che era

quello di Video Music. Non scherziamo.

ANDREA BIONDI:

IL SOLITO (IGNOTO)

VIBRAFONO

a cura di Roberta Mastruzzi

con David Friedman-insieme a Gary Burton uno

dei più importanti vibrafonisti-e con un grande

vibrafonista italiano che è Andrea Dulbecco.

Purtroppo in Italia non c’è una vera scuola. Per

questo, quando mi hanno proposto di introdurre

un corso di vibrafono al Saint Louis, mi è sembrata

una cosa molto utile.

Come mai non è molto diffuso lo studio del

vibrafono?

Per i ragazzi che si accostano alla musica è

più facile trovarsi in casa una chitarra o un

basso elettrico o mettere su un gruppo con

basso, batteria e tastiere. Il vibrafono non lo si

vede quasi mai. Il suo suono ha un’impronta

molto particolare ed è anche di difficile utilizzazione

in alcuni contesti. Si usa prevalentemente

nel jazz, ma non solo. Personalmente, sono soddisfatto

della mia scelta, perché è uno strumento

che mi consente di suonare in situazioni molto

distanti fra loro.

Tradizionalmente usato dai quartetti jazz,

ora il vibrafono si sta facendo spazio anche

nella musica elettronica. Qual’è la tua esperienza

al riguardo?

Collaboro con due ingegneri del suono un po’

folli, Adriano Lanzi e Omar Sodano. È una bella

sfida da cui escono fuori cose inaspettate. Il

gruppo si chiama «El Topo», citazione di un vecchio

film western, un cult degli anni 70.

Attraverso Myspace siamo stati contattati da

un’etichetta tedesca che aveva ascoltato alcuni

nostri brani su internet e ora suoniamo in diversi

locali.

Cos’è «Makina/Fabric»?

È una grande opera poesia che ruota intorno

al mondo del lavoro: importanti voci della musica

contemporanea, del jazz, della canzone e

della poesia raccontano la storia sociale italiana.

Nasce da un’idea di Luigi Cinque, musicologo

che gira il mondo e si innamora di artisti

molto distanti fra loro e riesce ad unirli insieme

su un palco.

Così accade che mi ritrovo a suonare una sera

con Danilo Rea o Gianluigi Trovesi, e magari il

cantante pakistano o il suonatore di douduk

Jivan Gasparyan. Siamo stati in Paesi particolari

come lo Yemen o il Pakistan e abbiamo trovato

un accoglienza straordinaria, sia musicale

che umana. Questi progetti sono legati a gruppi

o cori locali ed hanno un grande successo di

pubblico. La gente capisce che attraverso la

musica si può unire, ma unire veramente.

AUGURI A Alexanderplatz, ne fa

venticinque ma tutti, tutti suonati

IMPIASTRARE LE MURA

DELL’ALEXANDERPLATZ

L

unga vita all’Alexanderplatz. Il Jazz

Club più famoso d’Italia è al giro di

boa del quarto di secolo, ed ha compreso

che la vera idea rivoluzionaria, la sua forza,

la via del successo, è di rimanere così com’è.

Complicato fare una gerarchia di quanti

musicisti vi abbiano messo piede, perché

non basta dire tutti, sebbene davvero tutti i

jazzisti che hanno fatto epoca siano passati

per questo locale. Documentato dai pennarelli

che sono passati sulle mura con le

firme dei più grandi musicisti mondiale, da

qui a 25 anni. Mica un gioco.

Un tempo fumoso, ed oggi purtroppo

non più, a detta del suo creatore,

Giampiero Rubei. Perché il fumo fa atmosfera.

Una presenza su tutte: il trombettista

Chet Baker si è esibito all’Alexanderplatz

per il suo ultimo concerto; Steve Geddes,

Matthew Shipp, Wynton Marsalis; i nostri

Marcello Rosa, Carlo Loffredo, Enrico

Rava; i giovani Danilo Rea, Rosario

Giuliani, Stefano Di Battista; i giovanissimi

Paolo Recchia, Oliver Mazzariello. Per il

JAZZ

& blues

jazz italiano, l’Alexanderplatz ha rappresentato

un trampolino di lancio, una palestra,

un’occasione unica ed irripetibile.

E dire che il Club è nato quasi a costo

zero, senza eccessive pretese, per divenire

un unicum a livello musicale nazionale.

Era letteralmente la cantina sotto casa della

famiglia Rubei, luogo in cui si vuole esistesse

negli anni Cinquanta un famosissimo

locale, dal nome Johann Sebastian

Bach; il quartiere Prati era d’altronde, già

negli anni Sessanta, zona di famosi punti di

ritrovo. Il giovane Giampiero negli anni

Ottanta prese in affitto la suddetta cantina,

con l’idea di un locale multimediale ante

litteram: l’ambiente ospitava una libreria

musicale, con testate internazionali sul

mondo del jazz, dove potersi raccogliere

tra amici. Nessun inizio di stenti: tra amici

si sistemò l’interno, si tinteggiò, e si diede il

via a serate delle più varie.

Dal cabaret al jazz, al blues, alla musica

brasiliana. Se non che, si registrò un successo

pazzesco, quasi immediato. Nasceva

l’esigenza di cambiare prospettiva, di pensare

in grande, a un programma che prevedesse

eventi serali quotidiani, non più di

una o due volte a settimana. Fu necessaria

una chiusura d’emergenza per nuovi lavori

e per gettare le basi del Jazz Club di successo

che l’Alexanderplatz è: una pietra

angolare per questo genere di musica.

L’organizzazione e la programmazione

sono oggi in mano alla generazione successiva

dei Rubei, che hanno, tra gli altri il

compito di formare e «iniziare» al mondo

del jazz le nuove generazioni, le promesse

musicali nazionali. Lo spazio per i giovani

è presto creato, dedicando loro serate con

cadenza settimanale. Un accordo importante

è quello tra l’Alexanderplatz e il Saint

Louis College of Music.

Ogni lunedì si esibiscono i gruppi jazz

migliori della scuola, nell’ordine: i Seven

Since, legati all’originale iniziativa musicale

di omaggiare il teatro canzone all’italiana;

Panebianco-Stabile, duo di chitarre per

brani originali; il Nicola Di Tommaso

Quartet; in duo, stavolta di chitarra e voce,

il progetto di Antonio Nasone La Promessa;

giovanissimo il leader degli Zut Quartet,

Enrico Zanisi. A dicembre, per presentarli

tutti, il progetto di Federico Procopio

Quartet, che condivide la serata con il Carlo

Petruzzellis Trio; bossa nova e non solo per

il Quintetto Malandro, per finire con

ZogaroS, progetto solista di Laura

Montanari, che si affida a musicisti diversi

di volta in volta.

La visione dei giovani Rubei è diversa e

di più ampio respiro rispetto a quella di

Giampiero. Le attese sono di un jazz nuovamente

fresco e di qualità, perché è di

questo che il jazz ha bisogno. Bando all’immobilismo

e alla banalità.

L’Alexanderplatz è un punto fermo.

Ineguagliabile. Intramontabile, da venticinque

anni. Lunga vita all’Alexanderplatz.

RICK

HUTTON

BAND

ROCK_SOUL_BLUES

IL

più che trendy Micca Club propone il prossimo 22 dicembre sotto l’albero

di Natale il ritorno della Rick Hutton Band, apprezzata e seguita band italobritannica

che ha registrato un crescente successo nella capitale grazie al

cocktail di energia e divertimento assicurato dalla riproposizione di tanti classici

funk, soul e rthytm and blues. Per chi marcia verso gli «anta» e per chi negli «anta»

c’è già, il nome di Rick Hutton è sinonimo di conduzione musicale su Video Music,

che fu il primo tentativo di canale dedicato alla programmazione musicale no-stop.

Hutton, insieme al suo amico Clive con il quale venne in Italia da Liverpool, riuscì a

interpretare con ironia stralunata e un po’ surreale il ruolo del VJ, prima dell’avvento

della mai troppo criticata MTV, coi suoi stereotipi di massificazione del

gusto (dis-gusto) musicale. Ma la vera, autentica e originaria passione di Rick

Hutton è sempre stata la passione per la black music: stasera con la sua eccellente

band e la sua voce graffiante saprà far ballare, divertire e smaltire un po’ di

panettone prima della vigilia. MICCA CLUB, VIA PIETRO MICCA, 7A - PORTA MAGGIORE - ROMA.


JAZZ

& blues

RECENSIONE Roberto Ciotti (quello di

Burattino Senza Fili di Bennato e della colonna

sonora di Marrakech Express) scrive di sé

Music In Dicembre Gennaio 2008

L’EDITORIALE DI STEFANO MASTRUZZI Ma sì, facciamo finta

a fini Enpals che i musicisti non siano operai che si caricano il pianoforte

e l’arpa in spalla (si spiega ora il famoso testo di Antonello Venditti).

UNPLUGGED CIOTTI

R

oberto Ciotti, musicista e compositore

romano, è noto ai più soprattutto per

avere creato l’indimenticabile colonna sonora

di Marrakech Express di Salvatores (1989).

Nella sua lunga carriera di bluesman ha raggiunto

traguardi invidiabili, suonando al fianco

di Brian Auger, Jerry Ricks, Jimmy

Witherspoon. Un sogno iniziato da ragazzo, con

una Ariston regalata dal padre e le note dei

Rolling Stones, dei Led Zeppelin e di Jimi

Hendrix nell’aria. Erano gli sfolgoranti anni

Sessanta, tutto era in fermento e la musica si

faceva bandiera di una ritrovata

libertà. Dai primi anni Settanta,

dopo varie esibizioni con il gruppo

jazz-rock romano Blue

Morning, lavora come sessionman

con Francesco De Gregori ed

Edoardo Bennato; dopo una breve

esperienza newyorkese torna a

Roma per incidere il primo disco,

andando in tour con Bennato per

due anni. Da questa collaborazione

nascono «Burattini senza fili»

e «La Torre di Babele».

Nonostante le pressioni della

giornalista musicale Giulietti perché

si «italianizzasse», Roberto

Ciotti ha sempre trovato nell’inglese

la lingua espressiva più efficace,

affermando che un genere

musicale deve essere fedele alla

lingua della cultura che lo ha generato, e inoltre,

se canto in italiano, non riesco ad essere

fluido, immediato e spontaneo con la chitarra.

È l’inglese che mi permette di suonare come mi

viene e di improvvisare: le sonorità della lingua

si impastano alla perfezione con lo strumento.

È

nel 1977, frequentando il Pit 77 e assistendo

ad un concerto di Dave Sumner, chitarrista

dei Primitives, che Roberto conferma la

sua affinità elettiva con il Blues, un amore che

ha festeggiato i trent’anni e che continua senza

esitazioni: una scelta complessa che ha portato

Roberto a viaggiare molto e a partecipare a tutti

i maggiori Festival nazionali ed esteri.

Il primo disco solista arriva nel 1978: nasce

«Super Gasoline Blues», un diario delle esperienze

che Roberto colleziona in quegli anni di

viaggi, amori e amici sparsi per il mondo.

Seguono Bluesman (1979), un disco di blues

acustico, e «Rock’in Blues» (1982), una raccolta

di cover blues. Nel 1980 apre uno degli ultimi

concerti di Bob

Marley a Milano,

esperienza che gli

porta grande visibilità

e emozione. Poco

dopo conosce Ginger

Baker al Pistoia Blues

Festival. Iniziano una

grande amicizia e un

sodalizio artistico che

li portano a tornare

insieme in America.

Dopo numerose esibizioni

che gettano le

basi per alcuni brani

del quarto disco, «No

More Blue» (1989),

decidono di tornare in

Italia. È il 1983 e sta

per nascere il Big

Mama, locale presto famoso e molto frequentato:

Ciotti forma un trio e si fa portavoce del

Blues nella Capitale. Tra gli habitué, due giovanissimi

Alex Britti e Federico Zampaglione che

si innamorano della musica di Roberto. Di loro

dice: Alex e Federico sono stati amici d’infanzia

perché anche se più piccoli di me, vivevano

le stesse cose. Poi hanno cambiato strada perché

il mondo della musica è duro e seguire una

strada come la mia per i giovani è molto difficile.

Le chance di sfondare in Italia ce le hai

solo con le canzonette nazional popolari, altrimenti…è

dura! Negli anni Settanta, visto che il

mondo andava da un’altra parte, anche noi

abbiamo avuto qualche possibilità con delle

etichette indipendenti, ma ora non ci sono più e

nessuno ti dà retta se non ti omologhi a quello

che impone il mercato.

Nel 1990 Roberto Ciotti, dopo l’esperienza di

Marrakech Express, si trova nuovamente a

comporre per il cinema e per Salvatores: a New

York incide infatti la colonna sonora di Turné,

con Mandel (ex Dire Straits) alle tastiere,

Herman (ex John Cale Band) al basso e Trump

alla batteria. Seguono altre collaborazioni cinematografiche

e una fase di autoproduzione che

coincide con il boom della musica nera, evento

che gli permette di programmare anche centoquaranta

serate l’anno. È con un sound più

aggressivo che nasce «Road’n’Rail» (1992),

pubblicato in Italia dalla Gala Records, piccola

etichetta indie veneta, per la quale nel 1994

pubblica «King of Nothing». Quando l’etichetta

chiude inizia una collaborazione con Il

Manifesto, che ormai dura dieci anni, pubblicando

«Changes» (1996), un disco di inediti

che vende 26.000 copie, e «Walking» (1999),

molto più introspettivo, dove Roberto sceglie

per la prima volta la chitarra classica. L’ultimo

cd pubblicato con il quotidiano è del 2002 e

nasce da una collaborazione con l’ottimo jazzista

Andrea Pagani. «Behind the Door» ha sonorità

più positive ed energiche: chitarra acustica,

percussioni, tastiere e qualche influenza latina.

Ora Ciotti continua a esibirsi con passione ed

incisività preferendo l’intimità dei piccoli club

ai grandi palchi. Una vita densa di conoscenze

ed esperienze da descrivere con minuzia per

delineare i contorni di un bluesman « made in

Italy», pieno di emozioni e di ricordi, narrati

attraverso la sua musica.

UNPLUGGED, (autobiografia),

Castelvecchi Editore, 2007 - € 18,50

Clara Galanti

CONTINUA DALLA PRIMA PAGINA

POCHI, MALEDETTI E SUBITO

(...) un «pippone» con il senso della posizione

in campo, un politico dello sport) o chi fa

l’acuto più lancinante (è importante che nelle

arie d’Opera ci siano sempre gli acuti altrimenti

non scatta l’applauso, questo è il baudopensiero;

ma Riccardo Muti, quando diresse il

Trovatore di Giuseppe Verdi - quello delle mille

lire - suscitò polemiche perché volle rispettare

la partitura originale, scevra da questi orpelli

da pubblico becero).

Voglio dire che i legislatori, quando provano

a riformare il settore, sono naturalmente inclini

a consultare solo le grandi personalità, che

spesso tanto grandi non sono ma famose sì; e

invece di portarle sull’isola le scelgono come

consulenti per la disciplina del settore, affinché

possano dar credito e visibilità alle loro buone

intenzioni e nessun contenuto degno di stima.

Consulenti che spesso non hanno fatto la gavetta,

che non hanno idea dei problemi che incontra

un’arpista (con l’apostrofo perché in genere

sono sempre donne) quando deve trasportare

il proprio strumento per le prove.

Purtroppo il musicista è l’unico operaio che

lavora con mezzi propri, ma questo fatto la

legge non lo ha mai preso in considerazione.

E la legge non considera il fatto che il lavoro

del musicista non si possa limitare al giorno del

concerto, ma si dovrebbe estendere ai giorni

necessari allo studio dei pezzi e alle prove; e

con queste premesse, come si può pensare che

un artista maturi 120 concerti l’anno richiesti

ai fini Enpals? Nelle more della legge, facciamo

meno prove, studiamo di meno, improvvisiamo

di più; se poi qualche nota sembrerà

fuori contesto possiamo sempre ammiccare al

free-jazz.

O cambiamo categoria professionale.

Domattina mi alzerò presto, prenderò atto di

essere un grande chirurgo e aprirò un sala operatoria

nella mia cucina, o forse farò il ministro

della giustizia.

Stefano Mastruzzi


Music In Dicembre Gennaio 2008

MUSIC AL

ALL

Speciale T a n g o

MIGUEL ANGEL ZOTTO

Sono tre i migliori ballerini di

tango di tutti i tempi. Uno è lui.

DALLE

TANGO

MIGUEL ANGEL ZOTTO È BUENOS AIRES

JULIO BOCCA Nudo

a dire addio al tango.

TANGARIA Un

incrocio tra tango ed

aria, tutto «galliano»

a cura di ROMINA FLAVIO FABBRI CIUFFA

D

ecidi di portarla a vedere il tango. C’è Miguel Angel

Zotto al Gran Teatro e tu vuoi farla vibrare questa

sera. È come una garanzia. E poi la compagnia si chiama

TangoX2, che è come un preludio alla tua mente, a

quanto di più strumentale c’è, stasera, in quel tango.

C’è sesso. C’è seduzione. C’è desiderio. Ma c’è insicurezza,

la tua.

E

c’è qualcuno, in fondo, che c’è arrivato da

molto lontano per ballarle questa serenata,

da Vicente Lòpez, a Buenos Aires, con un

aereo che ha fatto tappa, negli ultimi 50 anni,

ovunque. C’era già suo nonno che ballava per

voi e tu dovevi ancora nascere. Lui, e il figlio,

e poi il nipote-quello che è qui oggi-già studiavano

nelle Milongas per farla emozionare

oggi e non ci sono coincidenze nel

destino, il tango è nato per fartela

amare stanotte. Il fatto è che oggi tu

da quel tango ti aspetti proprio

tanto, ti aspetti che tre generazioni

di tangueros la facciano innamorare

di nuovo, ti aspetti che le ballerine

abbiano vestiti provocanti

di colore rosso fuoco e che gli

uomini le afferrino con

potenza, come a dire sei-alsicuro-qui-con-me

(mentresbatto-i-tacchi).

Tu-seguimiche-io-ti-guido.

Ti aspetti di

sentire bandoneones aprirsi e

chiudere come sesso non protetto e un pianoforte che si faccia pestare a sangue. Ti

aspetti di ballare con lei taconeados e cayengues in Calle Corrientes e di pagarle un

Fernet con Coca al Cafè Marzotto.

sei al Cafè Marzotto con lei e stai bevendo un Fernet con Coca; accanto a te, gli

Tuuomini ballano con gli uomini e le donne, appena giunte nei bordelli di Buenos

Aires, suonano il bandoneòn di Eduardo Arolas. La porti a vedere uno dei più grandi tangueros

viventi perché lei profuma di tango. La porti a vedere l’Argentina a Roma e la

povertà a Tor di Quinto. Ti aspetti emozioni dure. Ti aspetti anche di soffrire stasera.

Stai rischiando di perderla così. Il Granteatro è fatto in discesa e più che vedere uno

spettacolo vedi teste e capelli, ti agiti, ti distrai su quinte dimenticate aperte e proiezioni

di bassa qualità al posto di scenografie che sanno di legno e tanguerìa, ti perdi in un’illuminazione

sbagliata che ti fa dimenticare il sudore di un ballerino, soprattutto lampadine

(blu) che si stallano tra te e la tua immaginazione e occhi di bue fuori tempo; il

Granteatro non merita il re del tango come tu non meriti lei.

Ultimo TANGO a Roma

CONTINUA DALLA PRIMA PAGINA

JULIO BOCCA - BOCCATANGO

(...) Solo a Buenos Aires, in cartellone per due

mesi con oltre 20.000 spettatori. Con grande rammarico

si deve prendere atto che il mondo della

danza e nella fattispecie del tango, il ballo del bandoneòn,

sta per salutare uno dei suoi massimi rappresentanti.

Qualche domanda viene da porsela, sul perché

oggi il tango sia una delle poche forme artistiche

ad essere seguito, amato, praticato da un numero

di adepti crescente di ogni sesso, età, nazionalità.

Tango che nasce dalla vita della gente comune e

della vita stessa è metafora. Che tocca tutte le

corde emozionali, dalla disperazione al visibilio.

Che ci mette in diretto ed intimo contatto con la

fisicità di un corpo che è altro da noi, in un gioco

di attesa, di stimolo, di seduzione e dominio. È la

natura stessa di questa danza, a possedere le caratteristiche

dell’immortalità.

È frutto di un melting pot, dell’aggregazione di

emigranti giunti alle foci del Rio della Plata alla

ricerca di lavoro e condizioni di vita dignitose, che

hanno trovato miseria e durezza. Insieme si cantano

la tristezza e la nostalgia, ma anche le gioie e le

speranze; le delusioni e la solitudine, ma anche lo

spirito di fratellanza, in un clima fervente di premesse

per un magico processo di creazione.

Dalla canzone alla danza, è il caso di dirlo, non

vi è che un passo: ed è subito tango. Nei bassifondi

il pianoforte è sostituito dal bandoneòn, che ne

aumenta il senso drammatico e malinconico, ad

accompagnare temi quali le lotte di classe, la

nostalgia, gli amori perduti. Quando su un palcoscenico un meraviglioso passo a due

(Julio Bocca - Cecilia Figaredo) è in grado di farti dimenticare del mondo e di te

stesso, di ciò che grava sulla tua mente e del tuo immediato futuro…allora la danza

ha fatto un miracolo: che tu sia spettatore per una sera o che tu abbia deciso di metterti

in pista ed imparare i passi di questa arte attraente.

Il tango ha a che fare con la corporeità, la corporeità ha a che fare con la conoscenza

dell’altro, la conoscenza dell’altro ha a che fare con le profondità dell’animo

umano. Una ricerca, che in quanto tale è inarrestabile e ci mantiene vivi. Julio Bocca

volteggia e non permette ai tuoi occhi di staccarsi per un attimo da ciò che ti sta

offrendo, non ti permette di distrarti, non permette alla tua concentrazione di cedere,

non permette ai tuoi sensi di non risvegliarsi. Nel migliore dei casi, Boccatango

ci farà riflettere a lungo sui rapporti umani, sulla loro complessità, sull’abbandono

alle emozioni. Ad ogni modo, quasi in preda a un processo catartico, ne usciremo

purificati. Grazie Julio Bocca. Grazie Ballet Argentino. Grazie Orquesta Octango.

Come faremo a non sentirne la mancanza?

Rossella Gaudenzi

Comunque Miguel Angel Zotto è qui stasera, universalmente riconosciuto come uno

dei tre migliori ballerini di tango di tutti i tempi, solo per ballare per lei. Ti aspetti che

questo basti a conquistarla. Siete qui solo perché tu nemmeno hai il coraggio di prenderle

la mano, diciamoci la verità, si tratta di codardia e niente più: e allora lo fai fare a Zotto

che la afferra come afferra la sua compagna di ballo Daiana Guspero, la fa girare senza

che smetta di muoversi su carboni ardenti, distende il braccio sinistro e con il destro la

trattiene-ma a distanza-a sé senza temerti o temerla, corre e batte i piedi e scalcia e

ripercorre secoli di tango argentino su di lei-che tu ami-ma che ama sprezzante davanti

ai tuoi occhi in abbraccio frontale mentre 12 ballerini affondano l’anima nei propri tacchi,

schiacciando la tua.

Soccorre Astor Piazzolla con la Balada para mi Muerte, quella para un Loco, con el

Gordo triste e con la Bicicleta Blanca. Soccorre con Libertango e Violentango. Perché il

tango è libero e violento. Soccorrono registrazioni originali del 1912 e il Patetico di

Jorge Caldara, lezioni di tango e la storia del Cìvico e della Moreira.

L

Ma più Zotto la fa ballare, più lei si scorda di te.

accorgi che, se volevi fosse tua per sempre, non avresti dovuto darle tango. Ora

Tilei sa cosa vuol dire amare, e tu dovrai darglielo finché campi.

Romina Ciuffa

BACALOV SINCOPATO

uis Bacalov è un brillante

arrangiatore di canzoni negli

anni 60, negli anni 70 si interessa al

rock progressive (il "concerto grosso"

dei New Trolls deve molto al

suo arrangiamento contaminato di

armonizzazioni classiche), negli

anni 80 e 90 scrive colonne sonore,

conquistando la nomination

all'Oscar per ben due volte e portando

a casa la statuetta per la

musica de "Il postino".

Ultimamente, però, è il tango ad occupare il suo estro creativo; una passione sbocciata fin dall'infanzia,

ma che negli ultimi anni ha assecondato in tutta la sua forza travolgente. Bacalov ha

omaggiato il tango in ogni sua forma (ricordiamo la sua Messa a ritmo binario, la "MisaTango"),

adesso lo ripropone a Roma, sedendosi al pianoforte, suo strumento d'elezione, e dirigendo i

musicisti della Roma Sinfonietta in nuove orchestrazioni. Il concerto, organizzato nell'ambito

della stagione dell'Accademia Filarmonica Romana, è intitolato "Tango story" e promette di sorprendere

anche per le musiche che il compositore argentino ha scelto di rivisitare: un percorso

guidato nella musica del '900 a ritmo sincopato.

Nicola Cirillo

DI TANGO

E D'ARIA

GALLIANO

A SANTA CECILIA

It’s Wonderful" è la rassegna

con cui l'Accademia

Nazionale di Santa Cecilia

richiama l'attenzione su artisti non

spiccatamente classici ma che rappresentano,

comunque, l'espressione

più moderna e universale

della musica. Dopo aver accolto

Caetano Veloso e Michael Nyman

gli appuntamenti continuano con

Gal Costa (il 17 novembre) e

Richard Galliano che chiude la stagione proprio il giorno del suo compleanno, il 12 dicembre.

Il fisarmonicista francese porta a Roma il suo nuovo progetto Tangaria (Fusione di

Tango con Aria come la intendeva Bach) che, come lui stesso dice, è "un invito a viaggiare

in alto mare accompagnati dal tango (Des voiliers) e dagli squali (Esqualo)". Un viaggio, dunque,

in cui le note percorreranno "vicoli" e "boulevards", ma solo dopo essersi lasciate "latinizzare"

dal clima, dai colori e dai ritmi delle "avenidas". È la nuovamusica europea che vola

su ogni pregiudizio per mostrare tutta la bellezza dell'incontro tra popoli e culture.

Nicola Cirillo

LUIS BACALOV AL TEATRO OLIMPICO IL 10 GENNAIO 2008 CON TANGO STORY


CLASSICA

&opera

a cura di FLAVIO FABBRI

RECENSIONE Sono mecenati, sono

amici, sono colti: sono tutto quello di

cui Richard Wagner aveva bisogno.

Music In Dicembre Gennaio 2008

RAMIN BAHRAMI Preferisce il maggiore che suona minore, i tasti

neri e la scala del mi bemolle maggiore, gli piace sorridere e toccare,

fugge verso il cratere Bach. È il cratere Ramin, ed è esploso.

T

AMICI (MA(

PROPRIO

DI WAGNER

PROPRIO AMICI)

di Roberta Mastruzzi e Romina Ciuffa

ristano e Isotta rivivono, ancora, quasi una condanna, la loro infelice storia d’amore

sul palco della Scala di Milano: l’opera che Richard Wagner scrisse per regalare

«un monumento al più bello dei sogni» inaugura la nuova stagione di concerti

alla Scala. Diretto da Daniel Barenboim con la regia di Patrice Chèreau e le scene di

Richard Peduzzi, il dramma sarà in scena dal 7 dicembre fino a tutto gennaio 2008 e lo

celebra l’associazione Amici della Scala - che si definisce «dal 1978 un’associazione di

piccoli e grandi mecenati al servizio della cultura» - con il libro «Wagner alla Scala», una

raccolta di immagini fotografiche curata da Vittoria Crespi Morbio (già presenza attiva

nelle pubblicazioni dell’Associazione) che illustra le numerose rappresentazioni dei drammi

wagneriani presso il teatro scaligero.

È qui che centotrenta fotografie restituiscono al lettore tutta la grandiosità delle opere

del compositore tedesco, alla cui realizzazione si dedicarono importanti artisti del secolo

scorso sin da quando, nel 1873, il «Lohengrin» non si mostrò per la prima volta agli occhi

e al cuore del pubblico milanese

che a stento uscì incolume

dal «Wagnerital» (così Eugenio

Gara chiamò la moda wagneriana

in voga in quei decenni):

fino a quel momento parlare di

Wagner, e più in generale di

autori tedeschi, era quasi un

tabù alla Scala. Sarà che la

famiglia Ricordi, potenza industriale

dei tempi, aveva una

grande influenza e sosteneva in

tutto e per tutto l’opera italiana,

nonostante certi flop verdiani.

Fu la vedova di Giovanni

Lucca (solo un apprendista dei

Ricordi), signora Giovannina

Strazza, ad imporsi per pubblicare

per prima le opere del

tedesco, per poi essere risucchiata

dalla forza di Tito Ricordi,

che godette dei ricavi (un nazionalista

che però aveva già intuito

la musica internazionale nel

fondare, nel 1864, la Società

del Quartetto). E fu Bologna

(non a torto ritenuta la capitale

wagneriana in Italia) la prima a osare una rappresentazione: un inizio incerto quello di

Wagner in Italia, ma che avrebbe dato seguito a una delle più fruttuose collaborazioni nel

mondo operistico, quella con la Scala. Tanto che il teatro milanese è a ragion veduta riconosciuto

come uno dei quattro che nel mondo hanno dato maggiore contributo alle regie

e alle interpretazioni musicali delle opere © Melina wagneriane, Mulas insieme all’Opera di Monaco, il

Bayreuth e il Metropolitan di New York.

Molti, e gloriosi, sono i registi, i direttori, gli scenografi impegnatisi nelle messe in scena

susseguitesi alla Scala: tra i primi Arturo Toscanini, che nel 1899 diresse «I maestri cantori

di Norimberga», e Adolph Appia, storico scenografo che teorizzò la necessità di ripensare

interamente l’arte scenica per far diventare anch’essa protagonista della rappresentazione,

in una fusione totale tra gli attori, la musica e la luce a creare una scena viva

mentre lo sfondo piatto lascia il posto a una più coinvolgente tridimensionalità.

Sfida non facile, dinnanzi a un Wagner che aveva concettualizzato e ritualizzato progressivamente

la nozione di teatro gettando le basi per l’arte astratta del Novecento, che

scriveva da sé tutti i libretti e le sceneggiature, che aveva tenuto a costruire un suo teatro

d’opera, il Festspielhaus di Bayreuth, solo per cercare di rappresentare le proprie

opere così come lui le aveva immaginate: come dire un «fissato» - o un teorico.

E poi Mario Sironi, il grande

pittore del Novecento che

partecipò all’allestimento di

scene e costumi nel 1947

proprio in occasione della

rappresentazione di «Tristano

e Isotta»; quindi, il contributo

di importanti artisti, da

Giorgio Strelher ad Ezio

Frigeri - che lavorarono insieme

al «Loehngrin» del 1982

- fino a Luca Ronconi, Pierluigi

Pizzi, Nikolaus Lehnoff.

Wagner, un compositore

lirico di drammi ma prima

uno scrittore (con titoli del

tipo «L’astuzia maschile è

più grande di quella femminile,

ovvero La felice famiglia

degli orsi» e «Pellegrinaggio

a Beethoven»), ispiratore

dell’heavy metal di oggi (a

detta del bassista Joey De

Maio), un antisemita amato

da Hitler che soffriva d’insonnia

e malinconia; ma

anche una festa solenne di

immagini, musica, suoni, luci,

che si fondono insieme in

un’unica opera d’arte totale,

quasi gestaltiana, capolavori

che nel tempo non hanno

mai smesso di esercitare il

loro fascino, magia propria

delle opere immortali.

Di questo danno atto gli

Amici della Scala.

CONTINUA DALLA PRIMA PAGINA

(...) bambini, a quattro dei quali va il

merito di aver trasmesso, in epoca non digitale,

l’opera del padre in modo che rimanesse

eterna.

Sapeva anche Bach, come lo sa Ramin,

cosa vuol dire perdere un padre, perché ne

rimase orfano a 9 anni. Ma dal pianista iraniano

il giovane Johann Sebastian guadagna

una madre, che anche quella aveva perso il

grande musicista tedesco: per la propria,

Ramin adora suonare. Come Weimar accolse

Bach, l’Italia ha accolto Bahrami, omaggiando

il suo talento di una borsa di studio

che, da quando aveva 11 anni, gli ha permesso

di toccare le donne, oltre che gli uomini

fra il pubblico, prima sotto la guida di Piero

Rattalino presso il Conservatorio Giuseppe

Verdi di Milano, poi con Danilo Lorenzini e

all’Accademia Pianistica «Incontri col

Maestro» di Imola. Quindi, ovunque.

È in questo modo che Johann Sebastian

esce per la prima volta dalla Germania, dentro

il corpo di un giovane iraniano cui piace

viaggiare e che, diversamente dal suo ispiratore

che non se n’era mai partito, non tornerà

più a casa, dove «i giovani fanno fatica a

sorridere». Ramin passerà di lì, di nuovo,

quando la Persia sarà un nuovo mondo: ed

ha proprio l’arte della fuga in tasca.

Questo bambino che scoprì Bach in tenera

età, cui il padre soleva dire, scrivendogli

dalla prigione: «Frequenta Bach, perché la

sua musica ti potrà aiutare molto» (uno degli

artisti non proibiti in Iran poiché privo di

riferimenti al sesso e ai rapporti fra persone),

ha fatto il tutto esaurito con la sua interpretazione

dell’ultima opera bachiana, quella

dedicata all’ignoto, l’ultimo viaggio di un

pianista che ha anche un cratere tutto suo su

Mercurio per scappare, il cratere Bach. Per

dire, quanto di vero c’era nel suo intento.

Un cd di musica classica. Oggi. Sold Out:

possibile?

È una cosa che nessuno riesce a spiegare, se

si pensa anche che si tratta di una musica molto

difficoltosa per la densità di polifonia che c’è in

essa. Ma non c’è da spaventarsi.

Il mio approccio è stato puramente umano e

comunicativo e credo che sia stato il segreto:

non bisogna avere timore di qualcosa di estremamente

intellettuale, bensì pensare che può

arrivare sia ai giovani sia agli

anziani, portando gioia e insegnando

loro ad amare la musica.

Perché Bach e perché l’Arte

Della Fuga?

Come mi diceva sempre la mia

adorata insegnante, quando vieni

coinvolto, penetrato dalla luce

bachiana, questo ti rimane per

tutta la vita. Avevo cinque anni e

mezzo quando feci il mio primo

ascolto bachiano e ne rimasi

totalmente folgorato, perché è

una musica che entra nella tua

anima e non ne esce più.

Era inevitabile che, prima o

poi, mi sarei avvicinato all’Arte

Della Fuga per il semplice fatto

che, avendo conosciuto tutte le 7

Partite e le Variazioni Goldberg,

mi mancava un tassello per dare il

mio omaggio al maestro di Lipsia

ed Eisenach, città natale di

Johannes Sebastian Bach, e mi

sembrava doveroso riprendere il

suo ultimo viaggio. Questo è il

semplice motivo della mia scelta.

Ha definito l’Arte Della Fuga

un «viaggio verso l’ignoto». In

che senso?

Sono credente e penso che,

dopo la morte, ci sia qualche altra

cosa: questo io preferisco definirlo

‘ignoto’. Ecco perché, non

avendo delle certezze né sapendo

nulla del paradiso o dell’inferno,

immagino che tutto ciò che viene

RAMIN BAHRAMI:

UN CRATERE

PER FUGGIRE VIA

a cura di Romina Ciuffa e Flavio Fabbri

dopo la nostra esistenza terrena sia ignoto.

Quando Bach scrisse quest’opera, che strumento

crede avesse in mente?

Il pianoforte, nel moderno senso del termine,

non esisteva all’epoca di Bach. Dai recentissimi

studi dei grandi interpreti bachiani come Gustav

Leonhard, siamo riusciti a stabilire che quest’opera

Bach l’avrebbe destinata alla tastiera.

Tastiera, in lingua tedesca, ha un significato

abbastanza universale; loro chiamano clavier

tutti gli strumenti a tastiera compreso il pianoforte.

Poteva dunque trattarsi di organo, clavicembalo,

del pianoforte di Bartolomeo

Cristofori, e in genere comunque gli strumenti a

tastiera. Possiamo anche essere uomini orgogliosi

e dire che il nostro pianoforte a corde

moderno è lo strumento probabilmente più adatto

per rendere la musica di Johann Sebastian

Bach più concertistica. Se continuiamo ad eseguire

la musica bachiana su clavicembali antichi

o su altri strumenti di tastiera, è chiaro che il

pubblico che la ascolta è minore rispetto a

un’esecuzione su pianoforte moderno che è in

grado di delineare, in maniera estremamente

precisa, l’andamento di ogni voce e, contemporaneamente

- per il volume che ha - a riempire le

sale di migliaia di persone colpendo profondamente

i loro cuori. Non voglio fare nessuna

distinzione, ma dire soltanto che gli strumenti

antichi e quelli moderni hanno diritto di esistere

nell’universo bachiano a pari merito.

Nei suoi prossimi lavori per l’etichetta

Decca, lei si prepara a un’interpretazione

più italiana del reportorio bachiano. Quale

ritiene essere il lato italiano di Bach, e come

lo ha visto ed interpretato Bahrami?

Il mio prossimo disco sarà dedicato all’Italia,

è vero, e potrò usare le stesse intenzioni di Bach,

che in alcuni testi ha prediletto egli stesso, e mai

casualmente, un titolo italiano per avvicinarsi in

qualche modo alla musica del vostro Paese;

anche io cercherò di eseguire i brani secondo

tale approccio.

Perché proprio l’Italia per Ramin Bahrami,

e non, ad esempio, la Germania?

Lo racconto molto volentieri anche per ringraziare

questo splendido Paese che è l’Italia.

Dopo la rivoluzione islamica e dopo la guerra

che abbiamo fatto contro l’Iraq per otto anni, i

nostri soldi non valevano più molto e, a fronte di

grandi disagi e di difficoltà finanziarie che impedivano

di emigrare in un Paese occidentale,

l’Italia fu il primo a concedermi una borsa di

studio, quella dell’Italimpianti di Genova.

Grazie ad essa potei proseguire la scuola in

Italia, dove mi trasferii all’età di 9 anni e mezzo.

Così giovane e le idee già così chiare?

Avevo le idee chiare già a 4 anni. Ho vissuto in

una casa dove, di solito, le culture occidentali e

orientali significavano - e significano - unirsi e

amarsi. Io sono per metà tedesco, in quanto nato

a Berlino, e per metà iraniano, da parte di mio

padre. Mia madre ha origini russo-turche pur

essendo nata in Iran. Scorre nelle vene della mia

famiglia un po’di Russia, di Turchia, di Iran e di

Germania. Questo agglomerato di origini mi

permetteva a 4 anni di fingere di essere un direttore

di orchestra e dirigere le sinfonie di Ludwig

Van Beethoven e di tutti i compositori occidentali,

le cui opere alla fine sentivo davvero mie nei

miei giochi.

Quando ha iniziato a suonare?

Strimpellavo le mie melodie più o meno già a

6 anni e mezzo. Grazie a mia madre - che amava

moltissimo la musica e che ha provato a suonare

il pianoforte per anni, smettendo solo per

paura - io venni a contatto, forse anche prima di

pronunciare alcuna frase nella mia lingua, con

le note musicali e riuscivo, ancor prima di scrivere

le lettere dell’alfabeto, a leggerle e a scriverle:

questa fu una fortuna enorme, accanto

alla mia grandissima fatica da autodidatta.

Solo clavier, per Lei, o sa anche «strimpellare»

dell’altro?

Purtroppo non so «strimpellare» altri strumenti

che non siano dotati di tastiera.

Italia: oltre alla sua borsa di studio, cosa c’è?


Music In Dicembre Gennaio 2008

LUIGI RUSSOLO L’inventore dell’Intonarumori e del Rumorarmonio.

Praticamente, il padre dell’elettronica e degli afterhours.

CLASSICA

&opera

IL CORRIERISTA Non solo per chi s’interessa di giornalismo. Per chi

anche legge di verità e frustrazioni mediatiche. Anche il motivo per cui i

musicisti emergenti non sfondano sui giornali. Leggetelo. Capitelo.

Sono otto anni che vivo in Italia e qui ho avuto

la fortuna di studiare con un vero maestro d’arte,

Piero Rattalino, al Conservatorio di Musica

Giuseppe Verdi di Milano, dove ho condotto i

miei studi classici. Ho potuto studiare anche

Composizione, un’arte necessaria per imparare

a reinterpretare la musica. Era chiaro che sarei

rimasto in Italia per terminare la mia carriera;

quindi, ho avuto l’altra grande fortuna di studiare

all’Accademia internazionale pianistica di

Imola, dove ho avuto dei contatti preziosi con

Rosalyn Tureck, András Schiff e Alexis

Weissenberg. Dopo la scuola italiana, per motivi

familiari mi sono trasferito a Stoccarda e lì ho

cominciato studi esemplari alla Hochschule Für

Musik, dove ho ottenuto un’altra laurea.

Ora sono residente in Germania, nelle campagne

intorno a Stoccarda, ma l’Italia rimane sempre

il mio secondo Paese dopo l’Iran, la terra

dove sono nato; ma credo di aver preso alcune

delle abitudini italiane e, soprattutto, il cuore

italiano, che è molto grande e pieno d’amore per

il bello. L’Italia, per me, è il luogo più bello e

più ricco di cultura che ci sia al mondo.

consapevole. Ma uno studente di pianoforte,

prima di iniziare a frequentare il Conservatorio,

deve domandarsi perché: se decide di intraprendere

questa strada a livello professionale, infatti,

dovrà dedicarsi con grande umiltà e disciplina

allo studio dello strumento, ogni giorno, ed

essere anche in grado di saper rinunciare a tante

altre cose. Suonare e ripetere i passaggi.

La smettano poi di essere soltanto pianisti e

s’impegnino di più nella musica, perché essa

permetterà loro di essere persone migliori, meno

propense all’egoismo e alla vanità.

Consiglio di studiare anche l’Arte Della Fuga

ai giovani: una cosa che mi riempie di gioia è

vedere ai miei concerti molti giovani sotto i

diciottanni. Fa piacere anche a noi che facciamo

questa musica antica, vecchia di tre-quattrocento

anni, e vedere i nostri coetanei ascoltare la

nostra musica ci riempie di fiducia, di stima ed

amicizia; è bello il dialogo. Ascoltare la musica

a 360 gradi, amare qualsiasi genere, purché sia

musica fatta bene; da piccolo ascoltavo non soltanto

Bach o Beethoven, ma Frank Sinatra, Elvis

Presley, e non dimenticavo mai di ascoltare

Claudio Monteverdi.

c i si può chiedere perché prima si scriva nel

Corriere della Sera, poi del Corriere della Sera,

come se il lavoro non finisse mai. Victor Ciuffa,

quarantennale esperienza da «corrierista», ne dà

una risposta più che logica: perché, come si scrive

degli animali in via d’estinzione dopo esser

vissuti nella giungla e averli studiati da etologo -

li si compatisce, li si ricorda nostalgicamente, a

volte li si chiude in uno zoo, tutto fuorché intervenire

per ripristinare la razza con azioni energiche

e, a volte, estreme -, cosí si scrive dei giornalisti

dopo essere vissuti in quello che era l’habitat

naturale della scrittura professionale - li si rilegge,

li si descrive, ma sempre li si chiude in uno zoo.

Lo zoo del nuovo secolo del giornalismo, in cui

c’è il blog insieme a capitalismo, Internet e grafici,

gossip e scuole di giornalismo, «stage» e

«master», «freelancers» e Co.co.co. politica e

l’idea che il direttore responsabile sia ancora

responsabile e non un mero imprenditore-esecutore

della linea editoriale. Tutto a rendere anche la

più grande inchiesta una cartina tornasole di colori,

passare come nulla fosse dal TimesNewRoman

al FranklinGotTDemCon, scambiare la foto per la

notizia, non avere più il locus of control dell’ideologia

e il coraggio delle proprie affermazioni. Il

corrierista è uno che veniva pagato poco, che

aveva un contratto di lavoro a tempo indeterminato,

non scaldava la sedia e non passava-i-comunicati.

Uno che leggeva. Uno che sapeva. Uno che

scriveva di tutto e non «di cosa ti occupi? No, ma

dico precisamente, di cosa scrivi?». Uno che, fondamentalmente,

scriveva. Uno dell’epoca in cui

dire «l’ho letto sul Corriere» era dire tutto.

Un maestro va in discoteca?

Purtroppo si, ci sono andato

due volte. La prima è stata a New

York, la sera alla vigilia di un mio

concerto americano: è stata

l’esperienza più brutale della mia

vita.

La seconda è stata migliore, in

Italia. Non che non ci si diverta,

ma il volume della musica è talmente

esagerato che il giorno

dopo rimane addosso, note rimbombanti

che ti traforano la testa

tanto da non avere più orecchio

per sentire note più fini.

ORDINA I DUE CORRIERISTI

SPECCHIOECONOMICO@IOL.IT

Le piace suonare per qualcuno

in particolare?

Mi piace suonare per tutti, per

mia madre, per me stesso, per lei

e per tutti quelli che hanno voglia

di ascoltarmi.

Mi piacerebbe molto suonare

anche per il Papa tedesco, che so

essere un grande cultore di musica

classica e suonare molto bene

il pianoforte. Non ho distinzioni

di pubblico.

Quanta lontananza dall’Iran c’è nel suo

modo di suonare?

Ce n’è molta. Nel mio modo di interpretare i

recitativi bachiani c’è proprio questa tristezza,

questa nostalgia e quest’amore per l’infinito e

ciò non lo devo né alla Germania né all’Italia,

ma alla mia antica e gloriosa Persia, che purtroppo

oggi sta passando un momento drammatico,

di intolleranza e di inciviltà. E pensare che

la civiltà è nata propria nella Mesopotamia,

nella terra da dove io provengo. Settemila anni

prima di Cristo, l’Impero persiano non aveva

schiavi, a differenza dei greci, dei romani: un

impero sotto cui vivevano settanta grandi popoli,

diverse culture che dialogavano tra loro senza

che ci fosse uno schiavo. Questa era la generazione

di un tempo, non quella di oggi, che ha

avuto un impatto negativo.

Ha mai suonato in Persia?

No, purtroppo no. Manco da quasi venti anni.

Quello che mi ricordo come fosse ieri della mia

Persia è che da bimbo, a 3 anni, avevo una passione

per le noci fresche, non quelle dure del

supermercato, ma quelle appena scese dall’albero.

Se vogliamo vedere la vera faccia della

Persia dobbiamo cercarla nella sua poesia ,

nella sua gente comune e non nel regime che

purtroppo ci sta opprimendo, sta rovinando i più

giovani e mostrando una faccia che non appartiene

al popolo iraniano.

Torna a trovare la sua famiglia?

Ho la fortuna di avere mia madre e uno dei

miei fratelli in Occidente, più vicini. Ho sempre

pensato che il cielo e la terra sono dello stesso

colore dappertutto, e le uniche cose che mi mancano

sono i miei famigliari che non ci sono più,

mio padre, mia nonna paterna e quella materna:

gli affetti mi mancano, ma la terra di origine la

puoi tenere dentro di te senza averne nostalgia.

Cosa dovrebbe chiedere e saper prendere

un giovane studente di pianoforte?

Composizione: la consiglio a tutti i giovani

pianisti anche se non s’intende divenire compositori:

attraverso tale arte saranno in grado di

interpretare la musica in modo diverso e più

Le piace più il minore o il maggiore?

Mi piace il maggiore che suona

come il minore, che è un maggiore gonfio di

nostalgia entro se stessa, come ad esempio l’aria

delle Variazioni Goldberg che mi fa commuovere

e mi fa piangere. Poi c’è il minore che mi

riempie il cuore di tristezza, e la Messa del

Signore di Johannes Sebastian Bach, che tutti i

giovani dovrebbero conoscere perché in essa

possono scopirire dei valori e dei contenuti che

li salveranno dalla grossa piaga che porta la

nostra società odierna.

Al giorno d’oggi i giovani sono senza stimoli e

senza direzione, non sanno dove andare e non

hanno minimamente idea di che cosa vogliono

dalla vita: se si avvicinassero a cose grandi

come la Messa del Signore di Bach, la Divina

Commedia di Dante o i capolavori di Michelangelo,

riuscirebbero a capire che non è poi tanto

male stare sulla terra.

La sua scala preferita?

Il re minore, come l’Arte della Fuga. Anche il

mi bemolle maggiore, quello dell’Imperatore di

Beethoven, o il do maggiore delle Variazioni

Goldberg.

Preferisce il tasto nero o il tasto bianco?

Il tasto nero: è più elegante e, in quanto diesis,

rende malinconica la musica alzando la nota.

Arte e

Rumore:

LUIGI

RUSSOLO

Il padre

dell'elettronica

V

iene ricordato quest’anno, a sessant’anni

dalla morte, Luigi Russolo (1885-1947),

pittore, compositore e musicista appartenente al

movimento futurista italiano. Non uno dei suoi

massimi rappresentanti certo, ma a posteriori

considerato un visionario, un grande precursore

nonché primo uomo ad aver teorizzato e praticato

il concetto di musica elettronica, sostenendo

che la musica doveva essere composta prevalentemente

di rumori e non di suoni armonici.Nel

1913 al Teatro Costanzi di Roma Russolo un po’

inaspettatamente presenta «L’arte dei rumori,

Manifesto futurista», cercando di coinvolgere un

altro militante e musicista di prestigio del movimento,

Francesco Balilla Pratella.

Si trattava di uno scritto in cui si teorizzava

l’utilizzo dei rumori in campo musicale, presentando

una macchina nuova, l’Intonarumori,

capace di sviluppare suoni disarmonici e avanguardistici

subito battezzati «musica futurista».

In esso venivano indicate alcune idee per un

reale ammodernamento della musica, rendendola

partecipe della grande ricchezza di suonirumori

da cui era già caratterizzata l’era del

primo progresso tecnologico.

Tre erano i punti sviluppati: 1) Enarmonia,

consistente nel superamento della divisione diatonica

e cromatica della scala; 2) Asimmetria

ritmica, che non rispetta la tradizionale quadratura

ritmica della battuta; 3) Allargamento delle

possibilità timbriche dell’orchestra, reso possibile

proprio dall’Intonarumori.

A completamento dell’opera nel 1922

Russolo costruì il Rumorarmonio, mezzo

necessario ad amplificare gli effetti musicali

creati dall’intonarumori. In realtà questa macchina

altro non era che un insieme di scatole

voluminose da cui girando una manovella si

produceva ‘rumore’. Niente di esaltante per il

tempo, fino a quando alcuni lungimiranti artisti,

tra cui Edgar Varèse, Igor Stravinsky, Maurice

Ravel, Darius Milhaud, Paul Claudel e Piet

Mondrian cominciarono a vedere in quella

macchina qualcosa di ‘nuovo’, ma di troppo

nuovo per gli anni Venti del Novecento.

Sarà proprio Varèse (morto nel 1965) ad

avere la possibilità di veder confermato, col

progresso tecnologico del tempo, il reale valore

insito nell’Intonarumori con la nascita della

musica elettronica e gli sviluppi contigui nella

produzione-riproduzione dei ‘rumori’ (ad esempio

con il campionatore).

Arte, Musica e Rumore alla fine si ritrovarono

nel nome di Russolo e di quel movimento

Futurista che tanti mutamenti, in enorme anticipo,

aveva intravisto nelle luci del progresso.

Flavio Fabbri


BEYOND

&further

a cura di ROMINA CIUFFA

R

idi Pagliaccio, una delle arie

più famose del melodramma

italiano, cavallo di battaglia dei più

grandi tenori lirici del Bel Paese, da

Caruso a Gigli, da Del Monaco a

Pavarotti. Il «Pagliacci» di Ruggero

Leoncavallo (1892) da più di cento

anni conosce un successo senza limiti e

in qualche modo è anche l’immagine

dell’Italia nel mondo. Un’immagine

della musica italiana che all’estero è

viva e importante, con un mercato

enorme, dietro solamente a Stati Uniti

e Inghilterra.

Solo che a guardar bene la situazione

del comparto musicale italico non si

capisce più ‘chi debba ridere di chi’,

chi siano i pagliacci e se qualcuno invece

non faccia che piangere.

Il 95% dei musicisti nostrani che non

gode di alcuna tutela né rappresentanza,

lavora spesso in nero, non ha il

diritto di ammalarsi, di acquistare a

rate, di accendere un mutuo.

Tutto ciò poi costringe spesso questi

‘precari’ a svolgere un secondo lavoro

a discapito della propria crescita professionale,

a danno della creatività,

dell’innovazione e della ricerca.

Una ricerca che non è solo individuale

ma collettiva, dell’industria e di chi,

come noi, ne gode i risultati.

Cerchiamo di capire assieme ad

Antonino Salerno, segretario del

S.I.A.M. (Sindacato Italiano Artisti

della Musica), quale è esattamente la

situazione e cosa bisogna fare per

uscirne, partendo dai gravi fatti di

Venezia.

LAVORO La precarietà del musicista fa male perché spegne

il futuro e immiserisce. Lo spiega il segretario del

Sindacato Italiano Artisti della Musica, Antonino Salerno.

RIDI PAGLIACCIO

PIANGI PRECARIO

I musicisti in Italia

secondo ANTONINO SALERNO

Che cosa è accaduto di così grave in occasione

del concerto della Roma Sinfonietta a

Piazza San Marco del 10 e 11 settembre

scorsi?

È accaduto che anche in eventi musicali di

rilievo internazionale, qual è stato il concertoomaggio

di Piazza San Marco dedicato

all’Oscar del Maestro Ennio Morricone, i musicisti

siano trattati dai responsabili dell’organizzazione

come i lavoratori stranieri irregolari

nell’edilizia o nel bracciantato agricolo: niente

contratto e guai a chi sgarra perché non lavorerà

più. Quel concerto è stato mandato in onda

dalla Rai.

Anche in Italia, fino a prova contraria, è

necessario chiedere a chi mette faccia e capacità

a disposizione di un prodotto (il concerto), che

viene poi venduto a un network che lo diffonde,

l’autorizzazione (diritto morale) all’utilizzo

della sua faccia e delle sue capacità, ed è inoltre

necessario corrispondergli un corrispettivo contrattato

(diritto economico). Invece qui si ha

l’idea bizzarra che il vero produttore di musica

sia l’organizzatore, e il musicista sia un costo di

produzione. Da abbattere.

A partire dai due giorni precedenti il concerto

ho cominciato a ricevere dai musicisti della

Roma Sinfonietta telefonate rese in forma anonima

per il terrore che si venisse anche solo a

sapere che qualcuno aveva parlato con un sindacato.

Questo è il clima in cui scandalosamente

vive il 95% dei musicisti italiani. L’altro 5%, le

star ed i dipendenti delle Fondazioni liriche, vive

bene.

EMERGENTI Il Battito

elettronico del Roma

Music Festival.

a cura di Flavio Fabbri

Quale è il profilo di un musicista precario?

Piuttosto che precario, sarebbe meglio chiamarlo

musicista intermittente o discontinuo, perché

l’intermittenza e la variabilità delle prestazioni

sono una condizione connaturata al tipo di

attività, mentre la parola «precario» evoca una

condizione forzatamente provvisoria, di eterna

attesa. I lavori artistici sono naturalmente flessibili,

che è cosa molto diversa dalla precarietà,

ma in Italia condividono la medesima condizione.

E la precarietà fa male perché spegne il futuro,

il progetto, perché abbruttisce ed immiserisce

materialmente e moralmente, altro che stimolo

all’intraprendenza. Per non parlare della malattia,

dell’infortunio e di tutto quel che segue.

Non che negli altri Paesi i musicisti siano tutti

assunti dallo Stato, né qualcuno ha mai pensato

di chiederlo; più semplicemente in Francia,

Germania, Inghilterra, esistono quegli ammortizzatori

sociali che consentono a un precario di

non annegare nei momenti difficili e, in alcuni

casi, esistono dei regimi speciali: previdenziali,

assicurativi e fiscali per i lavori fisiologicamente

speciali e/o discontinui, come le arti dal vivo,

le performing art e tutti i lavori creativi.

Economia instabile, logorio psicologico del

lavoratore, perdita di garanzie sul posto di

lavoro. È questo che accade nel mondo

‘incantato’della musica classica?

Altro che garanzie, si vive alla giornata, si

tiene duro per non buttare nella spazzatura

decenni di studio e applicazione, per non arrendersi

a canticchiare in un call center a 35 anni.

Lo spettacolo in Italia andrebbe rivoltato

come un calzino. A partire dalla previdenza, per

emergenza

Music In Dicembre Gennaio 2008

TALENTOPOLI È

dove ha piantato bandiera

Mychance.

continuare con le collecting societies come la

Siae che toglie ai piccoli per dare ai grandi.

Questo sia sul fronte diretto dei finanziamenti,

sia sul fronte indiretto delle agevolazioni fiscali

che dovrebbero stimolare il privato a sostituirsi

a un pubblico già evanescente e in ulteriore evaporazione.

Esiste anche qui il problema della fuga dei

‘cervelli’ all’estero, o per un musicista professionista

è una condizione ‘normale’ cercare

lavoro all’estero?

Si cerca lavoro all’estero per fare esperienze

ma anche perché in Italia il lavoro buono manca.

La fuga c’è, eccome, non appena è possibile e

conciliabile con i propri legami si scappa, spesso

i migliori emigrano, perché all’estero la

nostra è una professione rispettata e sinceramente

amata.

Da noi, invece, c’è molta ipocrisia. Dietro le

quinte anche il musicista eccellente deve litigare

quasi ogni sera per farsi pagare il cachet pattuito,

magari in nero.

Quali gli interventi concreti e più validi nel

tamponare questa contagiosa e dannosissima

instabilizzazione del mondo del lavoro?

La soluzione è più semplice di quanto si creda

e non consiste nello stabilizzare il lavoro nello

spettacolo, cosa irrealizzabile e neanche auspicabile,

ma nel renderlo accessibile

e possibile per quanti

vogliono misurarsi con questa

professione, adeguando le tutele

sociali alle caratteristiche di

un’attività che è fisiologicamente

discontinua e atipica.

Anzitutto con l’istituto della

disoccupazione a requisiti ridotti,

come gli stagionali, perché il

lavoro è concentrato in alcuni

periodi e perché un concerto ha

alle spalle almeno qualche giorno

di prova e molti di studio che

non sono né pagati né coperti da

contributi; poi con l’assicurazione

contro gli infortuni, perché

il palcoscenico è un ambiente

ad alto rischio e gli incidenti

durante gli spostamenti frequenti,

spesso notturni, sono una realtà drammatica.

Infine, con una modifica della previdenza che,

senza entrare troppo nel sindacalese, vuol dire

dare al musicista una ragione, un motivo valido

per cui versare i contributi (l’Enpals è un ente

che non eroga quasi più pensioni) e un adeguamento

della fiscalità che vuol dire permettergli di

detrarre i costi che deve sopportare per la professione

e fare una media su più anni per stabilire

l’imponibile fiscale.

Musicisti

venite fuori,

c'è il Roma

Music Festival

R

oma

grida, l’Italia risponde: musicisti

fatevi avanti, la vostra occasione è arrivata!

Finalmente una grande novità sulla scena

musicale, il Roma Music Festival, un sogno che

diviene realtà per centinaia di cantanti e gruppi

non solo romani ma di tutto il Paese. Un evento

pensato e realizzato per dare la possibilità ai

musicisti non professionisti di avere una chance

tutta loro, resa ancora più importante dall’utilizzo

di internet come piazza virtuale dove

esporsi ed essere votati. Perché ciò che rende

unico il RMF sarà proprio la stretta integrazione

con i nuovi mezzi di comunicazione, un vero

battito elettronico, con il reclutamento, la selezione

dei candidati idonei e le votazioni finali

da parte del pubblico tutto on-line. Due le categorie

in competizione: gli interpreti, che potranno

esibirsi con brani editi o inediti, italiani o

stranieri e i cantautori che a loro volta potranno

proporre canzoni inedite italiane o straniere.

Audizioni dal vivo che vedranno coinvolti 128

artisti tra singoli e gruppi emergenti, di cui 32

arriveranno alle fasi finali. Queste ultime si

svolgeranno negli spazi del Cinema Teatro

Multisala Adriano in Roma fino all’evento clou

del 31 gennaio 2008 seguito in diretta televisiva

e sul web, quando saranno decretati i vincitori

delle due categorie, i quali avranno diritto

alla produzione di un mini cd contenente due

brani che sarà distribuito a carattere nazionale e

promosso mediante passaggi radiofonici e televisivi

dall’etichetta indipendente del Festival.

Dal sito internet www.romamusicfestival.it gli

organizzatori porteranno avanti le selezioni e le

valutazioni dei brani con l’ottica di cercare e far

emergere nuove sonorità, nuovi talenti e nuove

capacità artistiche. Perché l’obiettivo è uno

solo: far emergere musica. Un enorme corpo in

fermento col cuore qui a Roma e il battito che

fa ballare e sognare tutta Italia. (Flavio Fabbri)

Ho una chance

a Talentopoli

A

perte le iscrizioni, fino al 31 gennaio

2008, alla seconda edizione del concorso

Angeli del Rock 2008, organizzato da

www.mychance.it, che partirà il prossimo febbraio

2008. Gratuito, con un obiettivo: offrire

visibilità alle band emergenti e ai cantautori, e

contemporaneamente un sostegno

all’Associazione onlus Ciai (www.ciai.it), il

Centro italiano Aiuti all’Infanzia, che dal 1968

si batte per promuovere il riconoscimento del

bambino come persona e difenderne ovunque i

diritti fondamentali, alla vita, alla salute, alla

famiglia, all’educazione, al gioco e all’innocenza.

Tre le linee di intervento, la Solidarietà e

Cooperazione, l’Adozione Internazionale e lo

sviluppo di una vera e propria Cultura

dell’Infanzia. E proprio con il preciso intento di

fondere in un’unica realtà l’arte emergente e la

solidarietà, nell’aprile 2005 è nato (a

T alentopoli,

Milano, come indicato

su

Myspace/mychance_it)

il sito no profit

di Mychance, un

portale internet

dove gli artisti, non

ancora famosi,

inserirscono gratuitamente

i propri provini in una vetrina virtuale

per essere visionati dagli addetti ai lavori e dai

semplici utenti di internet, e contemporaneamente

avere la possibilità di creare eventi e

manifestazioni sia virtuali che dal vivo a favore

della solidarietà anche attraverso il programma

radiofonico Mychance Onair. My Chance è

suddiviso in quattro sezioni e relative categorie:

Musica (Band, Cantanti, Cantautori,

Compositori, Corali/Gospel, Deejay,

Strumentisti); Letteratura (Poeti, Scrittori); Arti

Visive (Fotografi, Illustratori, Pittori, Scultori),

Spettacolo (Attori, Cabarettisti, Doppiatori,

Modelle, Modelli, Registi). Info manifestazioni@mychance.it.

(Romina Ciuffa)


Music In Dicembre Gennaio 2008

FEED back

PIZZICA Nico

Morelli La tarantola

che jazza a Parigi

JAZZ John Scofield Giù

la maschera: con lui non

si può essere obiettivi.

POP Roberto Vecchioni

Non c’è più spazio per le

puttanate

ELETTRONICA The Dreamers

& Jerry Bouthier Al Boombox

di Londra noi ci entriamo così

a a cura di di ROMINA FLAVIO FABBRI CIUFFA

NICO MORELLI - UN(FOLK)ETTABLE

di Romina Ciuffa

Questo è un disco che ascolto in una macchina vecchia andando a

Brugge dalla Francia. Mi è stato dato proprio a Parigi perché, pur essendo

italiano Nico Morelli, anzi, tarantino, mischia i due popoli intorno ai

fuochi e alle ballate pizzicate, e su Un(folk)ettable lancia delle mani accanite, affamate,

sul pianoforte, le sbriglia e queste attaccano tutte le note che vedono, izzate.

Nel viaggio verso il Belgio passo da 7 Show 7 a Contropizzica e la mente non può

non andare a Eugenio Bennato e a tutti coloro che rischiano di non vendere mai pur di

fare tradizione, e velocemente il piano di Nico Morelli segue gli urletti di quelli che,

nella mia macchina vecchia, sembrano tutti Pulcinella come le coccinelle di quella pubblicità,

anche se poi, in realtà, sono pugliesi e non suonano mandolini ma tamburi.

Per questo se la rischia, perché ignoranti siamo molti e non tutti apprezziamo i vicoli

popolari in cui si infilano questi pezzi, nostalgici come Auralba e Meriggi, ma anche

pericolosi come Tarantelle e Mena Mena Mo', e non è detto che vogliamo entrarvi e

rischiare la pelle: di solito il jazz ci dà sicurezza

perché ci avvicina alla nostra solitudine, mentre

la pizzica è un ballo schietto, di gruppo, guaritore,

sudato, sessuale - non tutti siamo pronti

a questo tipo di lealtà frontale.

Mentre la macchina corre ancora e, in effetti,

sembra dirigersi verso il Salento e il

Barese, per un sole che batte stranamente, o

il Materano, e non più verso il freddo di un

artista che dall'Italia è razionalmente fuggito,

Nico Morelli fa il bruto a Parigi.

Con lui ancora non supero la frontiera e

suona una cantilena che sembra di essere tra

due set in un locale jazz che è universale, dove

lui ha un whisky in mano e i suoi musicisti accordano.

Abbasci' A è il secondo set ed è quando

passo la dogana, e i salentini urlano per scongiurare

la morte al punto tale che la macchina

sfreccia e i belga non mi fermano nemmeno,

nonostante abbia una tarantola nel cofano.

Parte l'inseguimento e le mani di Morelli li

superano su Lesson 45, sfrecciano e Tonino

Cavallo sfotte con proverbi nonsense in Pizzica Strana e Yes O' Sol. Arrivo a Brugge,

lascio le coccinelle in macchina con la radio che dimostra che l'America

dell'Unforgettable Nat King Cole e le ballate salentine convivono nella pazzia e nel pianoforte

morelliano, tutti comunque schiavi di qualcuno. Negri e meridionali.

E non ci sono miracoli per il morso di certe tarantole, se non godersene il veleno in

terra straniera. Apro il cofano e la tarantola scappa oltre frontiera: abbiamo fregato

i controlli.

Romina Ciuffa

JOHN SCOFIELD THIS MEETS THAT

Ho in mano l'ultimo lavoro di John

Scofield, il titolo è accattivante e,

com'è nel suo stile, attento all'uso

giocoso delle parole (c'è ancora qualcuno che si

diverte a pensare titoli e a credere che sia una

scelta importante): This meets That. Ho tutta

l'emozione e la paura del fan che lo segue da

anni e teme una caduta, una delusione da questo

eccezionale chitarrista dell'Ohio.

Quindi, giù la maschera... questa è una

recensione di parte. Lo ascolto un po' di volte,

ma da subito mi cattura e mi affascina il senso

della novità, l'impressione che i vari filoni portati

avanti negli ultimi lustri da Scofield abbiano

preso una strada di sintesi, un mood unico

capace di racchiudere l'anima jazz, quella funk,

quella ryhtm & blues e

quella più squisitamente

folk tradizionale. E così

Scofield inizia a far divertire

con un uso frequente

e ben dosato di citazioni,

ma anche di ironiche

autocitazioni (come l'intro

della lirica Down D,

probabilmente il brano

più convincente di questo

cd, dove riprende la frase

ricorrente in ogni brano

di Up all night di quale

anno fa). Dal poco conosciuto,

ma importante,

Scorchead per la

Deutsche Grammophon

porta l'impianto compositivo classico ed

orchestrale, da That's What I Say-acclamato

tributo alla musica di Ray Charles-porta i ritmi

soul e il gusto per l'arrangiamento dei fiati, da

Uberjam e dai lavori con il Medeski, Martin e

Wood trio la grinta timbrica del funk, il tutto

tenuto insieme dal suo tipico fraseggio jazzistico

stralunato e altalenante nel gioco dentrofuori

tonalità, che ne ha disegnato il tratto

inconfondibile nel panorama jazzistico e chitarristico

contemporaneo.

Una cosa però va sottolineata: Scofield è un

musicista straordinario che ha sempre rifiutato

di sottomettersi alla logica, abusata per

ragioni di utili privati e di mercato discografico,

degli "istant cd", album sfornati a bella posta

per accompagnare tour e (se pure suonati

meravigliosamente) completamente algidi e

senza un briciolo di idee e di personalità.

Ogni suo lavoro è il frutto di una personalissima

ricerca, di uno stile che-proprio come il

suo fraseggio-lo fa stare continuamente in bilico

tra il dentro e il fuori da un contesto musicalmente

definito. Lo accompagnano in questa

avventura due suoi vecchi amici, con i quali

già nel 2004 registrò per la Verve il cd live

Enroute: alla batteria Bill Steward e al basso

Steve Swallow, sul cui talento non occorre

spendere parole. In più, la forza di questo

album va ricercata nel potere dell'insieme,

cioè non un trio ben

rodato con una sezione

ritmica grossolanamente

arrangiata, ma una

vera macchina da guerra

in grado di giocare

sugli scambi, sui controtempi

e su interventi ritmici

pensati in modo da

creare il massimo del

groove in ogni traccia.

E così il trio diventa coi

fiati "settetto" in senso

proprio, in una continua

osmosi tra musicisti in

grado di fare dell'interplay

la base ideale per

l'improvvisazione chitarristica,

particolarmente feconda di idee in questo

album. Scofield resta un insuperabile creatore

di riff che invitano a ballare i tempi anche

più difficili e a muoversi nel contesto modale

con assoluta scioltezza.

Per chi, invece, volesse scoprire nuove

potenzialità di superclassici come The House

of the Rising Sun o di (I Can't Get no)

Satisfaction consigliamo di seguire con attenzione

i sentieri melodici che qui inaugura con il

suono graffiante, ironico, aggressivo e anche

dispettoso della sua fida seicorde Ibanez.

Paolo Romano

ROBERTO VECCHIONI DI RABBIA E DI STELLE

«A sessant'anni

non

c'è più spazio

per le

puttanate»,

dice Roberto

Vecchioni.

E inevitabilmente

pensi se lui

ce ne abbia

mai propinato attraverso i suoi dischi. Oggi

però ho nelle mani questo nuovo CD, struggente

e sincero, intitolato «Di rabbia e di stelle»:

il genitivo indica chiaramente un'impostazione

classica che non vuole concedere nulla

alla comunicazione «moderna».

Poi due vocaboli così diversi, rabbia e stelle:

un sentimento, e una metafora di sentimenti,

una parola cangiante (per citare De André)

che allude alle speranze, ai sogni, all'ideale.

Singolare e plurale: vorrà pur dire qualcosa?

Per un poeta come Vecchioni sì: vuol dire

che a dominare è sempre il volto sorridente

della vita, nonostante la volgarità dei tempi,

l'aridità del cuore (ammessa senza paura nella

splendida «Non amo più»), le preoccupazioni

per il tempo che passa e lascia troppi vuoti

(«lontano adesso è un tempo/spaventosamente

breve»).

Ma le stelle coperte da queste nubi, in un linguaggio

ermetico e sofferto, si lasciano scorgere

anche grazie alle ampie melodie classicheggianti

e alla vivezza degli arrangiamenti,

dai rimandi jazz di Fariselli fino alle meravigliose

trovate di Lucio Fabbri (tra tutte la popular

song «Il violinista sul tetto», cantata in duetto

con Teresa De Sio, spontanea ed energica).

E poi la sua voce, sempre emozionata, a

ricordarti che «i poeti non saranno anche nessuno/ma

hanno il potere di sputtanarvi».

Nicola Cirillo

THE DREAMERS & JERRY BOUTHIER BOOMBOX PARTY

La serata più cool del nigthlife londinese

in Hoxton Square diventa una

compilation autentica, che scappa

dalla trappola dell'elettro che annoia e regala un

sound "french touch" puro alla Thomas

Banglader-Para One e mixaggio graffiante

degno dei Daft Punk.

La label francese Kitsuné presenta, mixato da

Jerry Bouthier, il BoomBox Party, manifesto del

progetto The Dreamers che vede come protagonisti

i giovani talenti inglesi, i creativi, i visionari:

sognatori, appunto, gli eccentrici animatori

del club culto frequentato da Kate Moss e dai

nomi grossi. È unico nel suo genere: dal dj set di

fotografi, attrici o modelle alla stregua della top

Agyness Deyn, a un'esperienza a sorpresa

(lesbiche che ballano in topless si stringono a

ragazzi dalle tensioni greche), remix di Madonna

insieme all'ultimo elettro-sound dei Digitalism o

dei Gossip. Quando si apre, la scatola dei paradossi

si mostra mentre i dj più famosi del

mondo (Glimmers,Gildas&Masaya, Justice,

Bang Gang, Boys Noize, Alexander Robotnick) vi

suonano a costo zero e senza preavviso, scaricando

la stampa all'ingresso con le sue telecamere.

È il BoomBox lo scrigno dei nuovi reali, dei

gioielli del fashion e del circuito delle celebrities.

Ne siamo esclusi e aspettiamo gli upload del

sito dal fotografo Alistair Allan (www.dirtydirtydancing.com),

ma ne ascoltiamo ora i pezzi

imperdibili: la traccia n. 8 dei Daft Punk e la n.

13 dei The Young Punx.

Matteo Zini

LANG LANG

BEETHOVEN , CONCERTI PER PIANOFORTE E ORCHESTRA NN. 1 E 4

Probabilmente in molti lo

conoscono per la prima esibizione

virtuale mai eseguita in

assoluto nella storia della musica classica.

Infatti, grazie alla piattaforma virtuale di

Universal Music Classics & Jazz, il pianista

Lang Lang ha presentato l’uscita del suo

nuovo cd «Beethoven-Concerti per pianoforte

e Orchestra nn. 1 e 4» nello strabiliante

mondo virtuale di Second Life. Altri ancora lo

avranno conosciuto in occasione del concerto

di apertura della II Festa del Cinema di Roma,

quando Lang Lang ha accompagnato al pianoforte

la voce di Andrea Bocelli.

Eppure, tralasciando le bizzarre scelte di

mercato e le cerimonie internazionali, il giovane

e bizzarro artista cinese Lang Lang (in concerto

a Roma il 25 gennaio 2008

all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia) è

ormai acclamato in tutte le capitali musicali

del mondo, con uno straordinario livello di

musicalità e un repertorio molto vasto.

La sua arte e la capacità ed abilità di rapportarsi

con i pubblici più diversi lo hanno reso

uno degli artisti più interessanti e carismatici

dei nostri giorni.

Nato nel 1982 in Cina, a Shenyang, ha iniziato

a studiare il pianoforte a 3 anni per arrivare

al successo nel 1999 a soli 17 anni, sostituendo

all’ultimo minuto, su segnalazione di

Isaac Stern, l’indisposto André Watts al

Ravinia Festival, per il concerto di Ciaikovskij.

Tale fu il successo di questa esibizione che nel

giro di pochissimi mesi tutte le principali

orchestre americane chiesero di Lang Lang,

sino al debutto alla Carnegie Hall con

Temirkanov nel 2001.

In questo nuovo lavoro è evidente un’interpretazione

di Beethoven lucida e forte, maliziosamente

resa giovane da un calore espressivo

e passionale, da un fraseggio estremamente

curato, variegato nelle sfumature e nelle

nuances. Sbalordisce di questo giovane la

semplicità esecutoria quanto il rigore tecnico

di base. Un artista possiamo dire che del

talento ha fatto uno stile inimitabile.

Flavio Fabbri


SOUND

tracking

a cura a cura di ROBERTA di FLAVIO MASTRUZZI FABBRI

ENNIO IL TEMPO MOR-

RICONE La sua è proprio

una cantata kamikaze

INTO THE WILD Non

ch’io ami l’uomo di

meno, ma la natura di più

Music In Dicembre Gennaio 2008

ELISABETH THE GOLDEN AGE Così come

l’amore, anche le civiltà oggi si misurano positivamente

dalla loro lontananza e dalla loro diversità

CANTATA KAMIKAZE

C'

era una volta in America un simbolo della grandezza umana, quella

che tende verso il cielo a conquistarsi spazi grandi. C’era una volta

il West, quello regolato prima da pistole, poi da democrazie in cui tutti gli

uomini hanno pari dignità. E poi, Giù la testa, perché arrivano gli aerei

dall’Oriente. Sembrava già scritta nella trilogia del tempo di Sergio Leone,

musicata da Ennio Morricone, la sua opera «Voci dal silenzio - Concerto

contro tutte le stragi della storia dell’umanità». Come un presagio che di

spaghetti non sapeva per niente. Più di McDonald’s forse, e di cosa significa

massacrare un simbolo.

«C’era proprio bisogno di questa strage? Ti avevo detto soltanto di spaventarli!»,

dice Frank a Morton, dopo aver ucciso McBain e i suoi figli in

C’era una volta il West. Morton risponde: «Chi muore è molto spaventato».

C’era bisogno di questa strage. Perché chi muore è molto spaventato, ma

chi non è morto lo è di più. E chi sopravvive si vendica o ci scrive sopra uno,

mille pezzi, ci fa tutta una sequenza da una finestra che dà sulla piazza del

World Trade Center se si chiama Spike Lee e sta girando La 25esima Ora,

o ci scrive una cantata per voce recitante, voci registrate, coro e orchestra

per più di duecento musicisti e coristi, se si chiama Ennio Morricone

e ha visto crollare le torri.

Ci sono un buono, un brutto e un cattivo in quest’opera triste, angosciosa,

lancinante, dannata. C’è Ennio stesso, il buono. C’è il brutto, che è un

presidente. C’è il cattivo. E ci sono tutte le stragi, quelle per un pugno di

dollari, che esplodono nelle note e nei cori del buono che le dirige. Musica,

musica, non si può orchestrare che musica qui, non aerei, non kamikaze.

Solo sensi, da barcollare.

Non si può dirigere il dolore, ma Morricone lo fa come un kamikaze, e

soffre e fa soffrire mentre ricorda, terrorizza, mentre muove i musicisti

torna a tutti i crimini contro l’umanità, incomprensibili, ne raccoglie il dolore

puro, lo tormenta ancora e lo convoglia in una cantata che, quella sì, e

non le torri, arriva al cielo.

ROMINA CIUFFA

ENNIO IL TEMPO

D

ire che Morricone è oggi il più grande compositore

di musiche per cinema ad alcuni suona azzardato,

ma ascoltare dal vivo le sue esecuzioni è indiscutibilmente

prender parte a una comunione di emozioni e ricordi.

Ogni suo concerto diventa un’occasione unica di ascoltare

e riascoltare musiche senza tempo e piene di storia. La

storia del grande e del piccolo schermo è scandita in quasi

500 pellicole da Morricone musicate che ne fanno, se non

il più grande, il compositore più prolifico. Affetto del pubblico,

ammirazione dei colleghi e, tra i tanti premi, l’Oscar

alla Carriera ricevuto a febbraio 2007 dalle mani dell’attore

simbolo del cinema Spaghetti-Western, Clint Eastwood.

Un cinema che ci riporta a Sergio Leone e al suo sodalizio

artistico con Ennio Morricone. Perché, mai come in

questo caso, la musica ha davvero plasmato la pellicola cinematografica e non dobbiamo aver timore

ad affermare che Leone, Brian de Palma, Roland Joffè, Giuseppe Tornatore e molti altri debbono

gran parte di quei loro successi alle partiture del maestro romano. Ecco perché ogni sua esibizione

diventa un evento, come quello in occasione della II Festa Internazionale del Cinema di

Roma. In una Sala Santa Cecilia piena e trepidante Morricone, autore anche di un centinaio di

Musiche assolute (brani da concerto), ha eseguito «Voci dal silenzio-Cantata contro le stragi di tutta

la storia dell’umanità» per la voce recitante di Mariano Sigillo, e «Musiche per il cinema».

Due lati artistici e concettuali dell’uomo Morricone: da una parte la personale commemorazione

dell’11 settembre 2001, il ricordo delle vittime newyorkesi che diviene unico dolore per tutte le

stragi e le guerre dell’umanità; dall’altra il cinema (la «Musica applicata»), quasi 50 anni di composizioni

ormai leggendarie. Di queste, nella prima Suite s’inizia con la semplice e lineare espressione

musicale melodica e melodrammatica di «Per le antiche scale», film di Mauro Bolognini del

1975, passando poi a «Bugsy» del regista Barry Levinson (1991) in cui Morricone riesce a restituire

le atmosfere americane anni Venti grazie al timbro inconfondibile del filicorno acuto abilmente

sfruttato per un fraseggio geniale di matrice blues, finendo con l’astratta piece di «H2S» di Roberto

Faenza (1969), caratterizzata da uno studio pianistico ironico e irrealmente allegro, fino all’inquietante

e teso, come le immagini, a un effetto straniante.

Nella seconda Suite si parte subito con le sonorità esotiche e le giustapposizioni di flauti, sitar e

tabla, di «City of Joy» di Roland Joffè (1992), per raggiungere una poetica dell’azione e della spiritualità,

che ritroviamo in linea di studio nel cosmopolitismo epico-esotico conradiano di

«Nostromo», sceneggiato tv di Alastair Reid (1996). Per la III Suite invece Morricone offre al suo

pubblico un piccolo evento nell’evento: l’esecuzione prima del suo nuovo lavoro «Sicilo e altri

frammenti». Sicilo è un epitaffio del I-II secolo dopo Cristo, ma anche un documento musicale, perché

costituito da 12 righe di cui la metà accompagnate dalla notazione di una melodia frigia.

Una partitura fatta di percussione e flauto, greca rinascita eterna, come quella del sole, il ‘Sol

invictus’ dei romani, che irradia un contesto ritmico primevo e aurorale. Un’opera che nasce concettualmente

sui ‘frammenti’, nel loro senso di unità assoluta caro ai greci e alla musica di

Morricone. Avviandosi verso la fine non poteva che crescere l’attesa, poi soddisfatta nella IV Suite,

per «Mission», il film di Roland Joffè, per molti vertice stilistico delle composizioni morriconiane.

Alcune musiche vengono eseguite per ultime in un concerto proprio perché hanno il raro dono di

essere portatrici di un linguaggio universale, massimamente coinvolgente, nella drammaticità e nell’esaltazione

della condizione umana. Nel caso di «Mission» quindi, com’anche per «Sacco e

Vanzetti» (eseguita nel primo bis), la musica è presentata come tangibile presenza e consapevolezza

dell’anima, preghiera cristiana e laica nel belcanto dei soprani Patrizia Poli e Susanna Rigacci,

per una sorta di ecumenismo universale e utopico al quale, tramite Morricone, noi tutti aderiamo.

Flavio Fabbri

I

nizia

INTO THE WILD

Un'altra America

quella di Penn e Vedder

There is society, where none intrudes,

By the deep sea, and music in its roar:

I love not man the less, but Nature more.

così, citando il poeta inglese Gordon

Byron, l’ultimo lavoro di Sean Penn, «Into

the wild», un piccolo gioiello apparso come

d’incanto nella seconda edizione della Festa del

Cinema di Roma. La storia vera di Christopher

McCandless (dal libro di Jon Krakauer), un giovane

brillante laureato in scienze sociali, che

decise di fuggire dalle convenzioni di una vita

familiare e sociale che non sentiva più sue, per

trasformarsi in Alexander Supertramp, il ‘Super

Vagabondo’. Questa l’origine di un affascinante

e perturbante viaggio americano con vele

spiegate verso un unico traguardo: L’Alaska.

Un viaggio che è passaggio nell’età adulta, vissuto

come mitologia dell’American Dream per

arrivare, disilludendosi, alla saggezza del drammatico

epilogo.

Un’ottima prova per Sean Penn, con una

strizzatina d’occhio ai grandi maestri del cinema

come Malick, Herzog e forse Lynch, portata

avanti come una ricerca proustiana del

‘nostro tempo’, miscelata ai grandi mostri sacri

della letteratura mondiale come Dostoevskij,

London, Twain, Tolstoy o altri più ‘locali’ come

Thoreau, Emerson e Goldman.

Un omaggio alle tradizioni politiche e sociali

dell’anarchismo americano, del pacifismo e del

naturalismo, il tutto splendidamente evocato

nella ballata «The Society». Il regista infatti ha

scelto, come voce narrante, il tono malinconico

e rabbioso di Eddie Vedder, frontman dei Pearl

Jam, qui accompagnato da chitarre acustiche e

arrangiamenti scarni dove troviamo raccontate

le vicende di ‘Supertramp’ nelle generose e forti

«Rise» e «Hard sun», per poi passare alle suggestioni

di «Toulumne» e «The Wolf». È il

primo album da solista di Vedder le cui fugaci

performance precedenti le avevamo ascoltate in

alcuni live e nella colonna sonora di «Dead

Man Walking» e «Big Fish», finalmente in una

prova a tutto tondo.

L’unico, a detta di Penn, che fa fluire, sanguinare

e gioire la sua giovane terra e il cuore americano

in modo così appassionante, da riuscire a

fondere immagini e testo. Un’inconfondibile

voce, di una grazia spaventosamente cinematografica,

per 8 brani da due minuti e mezzo, più

tre songs complete. Difficile fare a meno di

questo gioiellino della durata di un vecchio LP,

con canzoni che senza aver visto il film (in

Italia arriverà con il nuovo anno), riescono già

a ricreare un’impressione cinematografica.

«Hard Sun», il primo singolo estratto dalla

soundtrack, è una cover di Gordon Peterson

(della band Indio), suonata da Eddie Vedder in

compagnia di Corin Tucker (un tempo leader

delle Sleater-Kinney), mentre «The Society» è

stata scritta da Jerry Hannan che ha anche suonato

la chitarra e cantato i cori.

Le restanti nove canzoni che compongono il

disco «Music from the motion picture Into the

wild» sono state scritte, cantate e suonate da

Eddie Vedder, che ha anche curato i disegni, il

mix e il concept del disco, mentre la foto sul cd

è uno scatto del famoso fotografo Anton

Corbijn.

Flavio Fabbri

ELIZABETH

The Golden Age

La Regina vergine e la donna guerriera

D

opo il fortunato «Elizabeth» del 1998 il

regista indiano Shekhar Kapur ci propone

un nuovo episodio della vita di Queen

Elizabeth: «Elizabeth, The Golden Age». L’età

dell’oro è attraversata da una sanguinosa lotta

familiare per il trono, mentre cresce nella sovrana

la consapevolezza dei cambiamenti religiosi

e politici dell’Europa di fine Cinquecento e si fa

aperto lo scontro con il Re Filippo II di Spagna,

in procinto d’invadere l’Inghilterra. Nella vita

di Elisabetta, donna guerriero e regina vergine,

si fa strada però anche l’amore e con esso le

debolezze di ogni essere umano.

Cate Blanchet, nei panni di una regnante statuaria

della dinastia Tudor, ritorna con un’interpretazione

superba e impressionante per tono e

vigore, supportata da un ottimo Clive Owen

(Sir Raleigh), da Geoffrey Rush nel machiavellico

Sir Walsingham e «Mary Queen Stuart»

Smantha Morton. Anche per questo film la

colonna sonora è parte integrante dell’eccellente

risultato, come nel precedente, quando le

melodie di David Hirschfelder gli valsero

un’ennesima candidatura all’Oscar.

Qui la scelta è ricaduta su due musicisti

diversi ma di eguale spessore artistico: Craig

Armstrong e A.R. Rahman. Il primo è un grande

di Hollywood, il secondo è un’icona di

Bollywood. Uno è scozzese, l’altro è indiano.

Il primo, arrangiatore, compositore e produttore,

si presenta come un artista versatile e

geniale dividendo la sua produzione tra cinema,

teatro e composizioni classiche, con una produzione

di musica per cinema di cui ricordiamo

alcune soundtrack di successo: «World Trade

Center», «Moulin Rouge» (per il quale è stato

sommerso da una pioggia di premi) e «Il

Collezionista di Ossa». Il secondo ha venduto

quasi 100 milioni di dischi, soprannominato

negli Stati Uniti «Il Mozart di Madras», con una

produzione di 50 colonne sonore, sia per pelli-


Music In Dicembre Gennaio 2008

ACROSS THE UNIVERSE Tutte le regole per guardare

(e sentire) il film sui Beatles senza sentirsi profondamenti

traditi e pensare «dove l’ho già visto»

Across the Universe

cole occidentali di successo come «Lord of War» e

«Inside Man», sia per quelle orientali come il cinese

«Warrior of Heaven and Earth».

Il risultato di tale connubio: un enorme successo.

Mentre nel primo film Hirschfelder tentò di ricontestualizzare

le tecniche di composizione rinascimentali

con partiture originali del tempo,

Armostrong e Rahman si distaccano dal XVI secolo

per lasciarsi trasportare dal ritmo delle immagini

e dalle atmosfere inventate da Kapur.

Il tutto introducendo l’orchestra sinfonica, il coro

latino, un soprano femminile (quasi a stilizzare la

presenza ‘vocal’ di Elizabeth) e la miscela di diversi

strumenti caratterizzanti le immagini, chitarre

spagnole fuse al ‘dilruba’ indiano, generando

un’onda sonora variegata e sincronica come le

tonalità di una tavolozza di Paul Gauguin.

La performance al violino di Clio Gould, «The

Opening», permette da subito al pubblico di entrare

in questa ‘età dell’oro’, mantenendo come tema

centrale ‘la passione’, l’infatuazione malata attorno

a cui le note danzano fino al soffocamento dell’amore

di Elizabeth, per poi piegare su temi militaristici,

quando Re Filippo di Spagna entra in

scena.

Così, alla passione elegante della prima parte

subentra la percussione ritmica dell’elettronica e il

rigore dei sintetizzatori. Un tumultuoso e rabbioso

agire, quello della battaglia e dell’orgoglio di regina,

«Battle», aumentando l’impatto della musica e

lasciando che profonde voci maschili portino l’ombra

della guerra.

Un classico esempio di sincretismo musicale

moderno, dove strumenti sinfonici si fondono a

melodie etniche e timbri elettronici.

Probabilmente Armstrong e Rahman nel loro

felice incontro ci hanno voluto evidenziare che così

come l’amore, anche le civiltà oggi si misurano

‘positivamente’ dalla loro lontananza e dalla loro

diversità.

Flavio Fabbri

L’

AMEDEO TOMMASI La leggenda

del pianista che suonò con Chet Baker

CONTINUA DALLA PRIMA PAGINA DAL

(...) È la storia di cinque ragazzi che condividono un appartamento a New York ai tempi

della guerra nel Vietnam e i passaggi più importanti della propria vita, i momenti di crescita

e di ribellione, i desideri e i sentimenti repressi trovano una via per esprimersi attraverso la

musica, come se tutto fosse già stato scritto nei versi del quartetto di Liverpool. Se state pensando

- e non vi dò torto - che un film che ha tra i titoli di coda le canzoni dei Beatles valga

comunque la pena di essere visto, badate però di attenervi alle seguenti indicazioni.

Prima regola fondamentale: le canzoni sono di chi le ascolta. Il film reinventa il significato

delle strofe di Lennon e McCartney. «Revolution» diventa una scenata di gelosia contro la

ragazza, «Strawberry fields forever» un manifesto pacifista e «I Wanna Hold Your Hand» uno

struggente lamento di una ragazza innamorata della persona sbagliata, che non potrà mai

avere. I più conservatori vivranno questo stravolgimento come un tradimento.

È un rischio da mettere in conto: le canzoni dei Beatles sono parte di una coscienza collettiva,

incise nel Dna di qualunque persona nata nel mondo occidentale dagli anni 60 in

poi. Il tradimento poi diventa ancora più evidente quando lo zio Sam esce dal famoso

manifesto di reclutamento per l’esercito americano per cantare, pensate un po’, I Want

You! D’accordo, forse l’idea non è tanto originale così come quella di chiamare i personaggi

Jude, Lucy, Prudence, perché si sa già che prima o poi verrà il momento in cui quei nomi

ritorneranno utili.

Regola numero due: vietato chiedersi «questa storia non l’ho già vista da qualche

parte?». È vero, la trama non brilla per spessore e profondità, ma è una storia fresca e vivace

che parla di amore, di amicizia, di crescita personale. E poi ancora impegno sociale,

prese di coscienza, guerre ingiuste. E infine, droghe, amore più o meno libero, piccole tragedie

personali. Nient’altro? Ah si, due dei personaggi del film ricordano rispettivamente

Janis Joplin e Jimi Hendrix, due icone dell’epoca. Forse la smania di raccontare quegli anni

è eccessiva e in due ore di pellicola si è voluto far rientrare un po’ tutto e un po’ troppo.

Ma ha il merito di insinuare un dubbio: che i giovani di allora fossero

meglio di quelli di oggi perché, seppure a volte sbagliando,

perlomeno provavano a reagire alle ingiustizie e non si adagiavano

nel nichilismo tipico di questi ultimi decenni, in cui si vive

all’insegna del living is easy with eyes closed, misunderstanding all

you see. (Ecco, l’ho fatto anch’io. Mi sono appena appropriata del

senso di versi che non sono i miei). Oppure è il revival del passato

a far sembrare tutto sempre più bello di quanto in realtà fosse?

Regola numero tre: quello non è…? Per evitare che passiate tutto

il tempo a chiedervi «ma dove l’ho già visto?» e perdervi così l’immediatezza

e la spontaneità del film, ecco tutto quello che c’è da

sapere. Julie Taymor è la regista di Titus (1999) e Frida (2002). I protagonisti

sono Jim Sturgess e Evan Rachel Wood e sono loro stessi a

interpretare le canzoni dei Beatles, alcune in versione molto simile

all’originale, altre riarrangiate completamente da Elliot Goldenthal,

che ha curato l’intera colonna sonora. Joe Cocker canta «Come

Together» e Bono degli U2 interpreta Mr Robert una specie di guru

che trascina i protagonisti in un mondo dissoluto, interpretando, a

modo suo, «I am the Walrus». In alcune sequenze compare anche

Salma Hayek nei panni di una infermiera, anzi cinque. E le coreografie, originali come

sempre, sono di Daniel Ezralow, il creatore dei Momix.

Ultima regola: stracciate questa recensione. Lasciate da parte tutte le vostre aspettative,

tutti gli stereotipi sui musical (si, lo so, è una cosa assurda e irrealistica che ogni 7

minuti i protagonisti si mettano a cantare e ballare per strada senza alcun ritegno, nessuno

lo farebbe mai nella vita reale) e tutte le belle e cattive parole che vi diranno quanti

hanno già visto il film. Infilatevi tra le poltroncine rosse del vostro cinema preferito e

gustatevi la colonna sonora più amata di tutti i tempi.

Da «Girl» a «All You Need Is Love», sarà piacevole riscoprire l’attualità di brani che hanno

fatto storia e non sarà difficile trovare la propria preferita. La mia è questa: I’ve just seen a face,

I can’t forget the time or place, Where we just met. Esci dalla sala e non puoi smettere di cantare.

E sulla strada verso casa, ti viene quasi voglia di improvvisare due passi di danza, se non

fosse una cosa così assurda e irrealistica. (Roberta Mastruzzi)

Tan Dun, l'Hero

della natura

di ELENA COLEINE

hero di Hero e di La Tigre e il

Dragone, Tan Dun, arriva quatto

al passo di una tigre a dirigere

l’Orchestra del Santa Cecilia

per suonare classica cinese e internazionale

e - la sua preferita - l’organic

music prodotta attraverso stimolazioni

di acqua e carta.

Di fronte alle intense suggestioni create

dai suoi suoni non è retorica parlare di

magia. Cresciuto con una nonna sciamana,

Tan Dun coinvolge l’anima con viaggi

musicali di potente effetto straniante.

Ascoltandolo si apprezza la sua attitudine

alla sperimentazione; Tan Dun ha

ridefinito la natura durante il suo celebre

Water Concert: percuotendo l’acqua

e liquidando le percussioni, letteralmente

immergendole.

Difficile da immaginare, ardito forse da

pensare, naturale per Tan Dun da suonare.

L’accostamento di concetti musicali

differenti crea sentimento quando si

è fortunati, magia solo quando si è dei

maestri.

Come Dun, che suona ceramica, acqua e

carta, ma soprattutto mente nei suoi

«mind concertos», uno che, più che un

drago, è un dragone di carta.

A

SOUND

tracking

TAN DUN È uno che suona la carta (e i suoi

orchestrali letteralmente gli spartiti) e l’acqua. Che

ha vinto agli Oscar. Che è sciamano.

LIVE

ALLA DIDATTICA

E RITORNO

Intervista ad AMEDEO TOMMASI

medeo Tommasi, la leggenda del

pianista che suonò con Chet

Baker. In oltre 40 anni di carriera ha

composto le musiche dei primi film di

Pupi Avati, ha portato lo studio dell’armonia

jazz a Roma e ha collaborato

con Ennio Morricone per la colonna

sonora della «Leggenda del pianista

sull’oceano», scrivendo alcuni brani e

prestando le sue mani a Tim Roth.

Ricordate la scena in cui i due protagonisti

danzano con il pianoforte a ritmo

di walzer nel bel mezzo di una tempesta?

Il brano è «Magic Waltz» e l’autore

è proprio lui, Amedeo

Tommasi. Un breve sguardo a

tanti anni di carriera all’insegna

dell’eclettismo e della trasformazione.

Il primo passaggio è stato dal live

nei jazz club al palco dei grandi

della musica italiana: la sua verve

improvvisativa e creativa ne è

rimasta in qualche modo frustrata

o ha potuto mantenere la propria

identità musicale?

Quando ho cominciato, negli anni

Sessanta, ero un perfetto sconosciuto.

Il cambiamento è iniziato dopo

che ho vinto la Coppa del Jazz per

due edizioni consecutive. Nei due

anni successivi ho combinato molti

guai per quanto riguarda concerti e premi

vari, poi nel ‘67 mi sono trasferito a Roma e

subito ho cominciato a muovermi in un

mondo nuovo, soprattutto intorno alla RCA

dove ho iniziato a lavorare prima come assistente

musicale, poi come arrangiatore. Qui

ho conosciuto Ennio Morricone, Armando

Trovaioli, Luis Bacalov e tutti gli altri musicisti.

Ho cominciato a vedere l’orchestra in

funzione tutti i giorni e sono passato rapidamente

dalla situazione del Trio, l’unica che

conoscevo allora, a qualcosa di molto più

grande e completamente diverso. Quando

suoni jazz poi puoi suonare qualsiasi altra

cosa, e ti porti dietro tutto il tuo bagaglio.

Com’è arrivato da qui alla composizione

di musica da film?

Alla RCA a un certo punto è arrivato Pupi

Avati da Bologna. Lui da ragazzo aveva suonato

in una Dixieland Jazz Band, e di quei

tempi magici a Bologna poi ne ha fatto

anche un film. Io invece facevo parte del circolo

dei modernisti, stavo con Alberto

Alberti, ma comunque ci vedevamo, ci incontravamo.

Quando l’ho conosciuto stava preparando

il suo primo film, «Balsamus» e mi

chiese di farne la musica. Eravamo tutti e

due alla prima esperienza.

Da dove trae l’ispirazione per la messa in

musica di una storia?

Dal racconto del film fatto dal regista,

innanzitutto. Quando Pupi raccontava era

come vedere tutto il film. Da qui io mi ispiravo

per tirare giù un tema conduttore.

Quando glielo sottoponevo, di solito approvava

senza problemi. A questo punto si faceva

un montaggio lungo del film girato su pellicola,

che diveniva sempre più stretto finché

non arrivavamo al punto in cui si diceva

«ecco il film». Allora veniva chiamato il

musicista per prendere i tempi, vedere il film

col regista e dire «qui, quando lei toglie la

mano dalla testa di lui parte la musica e deve

finire quando lui dice

ohibò»; allora si registra il

tempo in secondi per questa

scena e si comincia a nominare

gli «M», ossia la musica:

M1, M2, M3.

È stato lo stesso procedimento

che ha usato per

«La leggenda del Pianista

sull’Oceano»?

Certamente. Nella

«Leggenda» la musica è di

a cura di Marzia Bagli

Morricone, ma io ho collaborato con lui e ho

composto otto brani. Mi diceva «devi fare un

walzer particolare che sia anche un po’

swing, un po’jazz…», per cui diciamo che mi

dava delle direttive precise, che poi erano le

stesse date dal regista quando si vedeva il

film.

Ed eccoci al terzo passaggio, l’insegnamento.

La prima collaborazione con il

Saint Louis College of Music risale agli

anni Settanta. Cosa insegnava allora?

Solfeggio e armonia, armonia spicciola.

Poi sono andato a Siena a fare «ear training»,

che non è solo una copiatura, un dettato

musicale; lì non bisogna solo capire

cosa suona il sax in quel momento ad esempio,

ma si deve capire l’armonizzazione che

c’è sotto. E allora ho pensato, perché non

parliamo di armonia partendo dai brani,

dagli standards? Uno studente viene al Saint

Louis per imparare a suonare gli standards,

vuole suonare i brani, che siano jazz o rock e

ha bisogno di suonare con gli altri e per farlo

deve decidere un pezzo. Allora ho detto, perché

non partiamo proprio da lì?

Prendiamolo, impariamolo, vediamo come è

fatto, e da qui prendiamo la scusa per fare

dei discorsi. Si può parlare di lettura del

brano, di solfeggio, ma anche di classificazione

degli accordi che lo sostengono. A

questo punto ci si accorge che tanti brani

hanno degli accordi simili. Curiamo l’armonia,

che è la scienza di mettere correttamente

un accordo dopo l’altro, partendo dall’esperienza

di vari brani. Li studiamo, li

suoniamo, ed impariamo l’armonia dal

punto di vista pratico. È uno studio ed un

laboratorio.

Come si è evoluta la didattica musicale

da allora ai giorni nostri? Gli studenti

sono cambiati nel modo di rapportarsi

alla musica?

Gli studenti cambiano in base all’insegnante

che hanno, se questo li sa interessare

e divertire o meno. E gli standard sono sempre

gli stessi. Oltre la parentesi del «free

jazz», che per fortuna come è venuta se n’è

andata, nulla è cambiato dagli anni Sessanta

a parte i metodi per approfondire lo studio

della musica: libri di testo, internet. Grazie a

questi mezzi tutti oggi sono bravissimi, ma il

rischio è che sono anche tutti uguali.

E come si può risolvere questa tendenza

alla stereotipizzazione?

Se ne esce cercando di pensare di più a ciò

che si vuol dire piuttosto che a una esecuzione

perfetta. Chet Baker diceva: «Questo è

vuoto riempito di note». Bisogna cercare di

parlare, di comunicare, esprimendo tanti

concetti in poche

note.

Questa intensa attività

non le impedisce

però di continuare

a coltivare il

tuo «primo

amore», ovvero la

performance live,

vero?

Assolutamente.

E RITORNO


I

EDGE

AND BACK

a cura di CORINNA NICOLINI

Per dirigere un festival per tanti anni ci vuole

sicuramente una grande passione. Si ricorda

il primo incontro che ha avuto con la musica

gospel? Ne è stato subito conquistato?

Il mio primo incontro lo ricordo benissimo. È

stato a New York in una chiesa di Harlem, dove

ancora oggi la gente del posto si riunisce per la

funzione domenicale. Sono rimasto meravigliato

dall’atmosfera e dalla partecipazione emotiva

che c’era per questo tipo di messa. Pur essendo

un vero concerto di musica e gioiosità, restava

pur sempre una preghiera che trascinava tutti.

Le origini della musica gospel si ritrovano

nell’America nera degli anni Trenta e incontrano

quelle del jazz. Cosa hanno in comune

secondo lei questi due generi?

Il jazz è sempre stato una fusione di diverse

tendenze che si sono avute tra la fine

dell’Ottocento e i primi del Novecento. Non so

quanto questo abbia preso dal gospel ma sicuramente

entrambi hanno preso dal blues. Il gospel

prima era costituito soltanto da cori, anche

ROMA GOSPEL FESTIVAL

Sono i neri di Mario Ciampà

l Roma Gospel Festival è giunto con enorme successo alla sua dodicesima edizione. Anche

quest’anno ospiterà i migliori cori e gruppi di spiritual provenienti da tutto il mondo, lascando

invadere l’Auditorium Parco della Musica di Roma di echi di ieri e suoni di oggi.

Abbiamo parlato con chi del gospel si è innamorato in viaggio e l’ha portato a casa, nella sua

città. Mario Ciampà è direttore artistico di alcuni dei maggiori festival musicali italiani, come il

Festival del Mediterraneo e il Roma Jazz Festival e dell’etichetta discografica Parco della

Musica Records. Oggi ci ha portati per mano in un viaggio antico attraverso la storia della musica

gospel, quella che parte dallo spirito e arriva al cielo.

LA MUSICA CHE

ARRIVA FINO AL CIELO

Intervista a MARIO CIAMPÀ

direttore artistico del Roma Gospel Festival

a cura di Corinna Nicolini

gospel è la parola del Vangelo e come tale può

essere interpretata in diversi modi e, quindi, stili

musicali. Esiste il gospel rap, quello punk o

quello pop. Ci sono dei festival che presentano

proprio il New Gospel, ossia tutte quelle forme

evolute che noi profani possiamo definire commerciali,

ma che poi sono quelle che avvicinano

il grande pubblico. Nella nostra manifestazione

in effetti facciamo un gospel molto tradizionale,

ma il gospel è una musica viva in continua evoluzione

e quello che ascoltano gli americani e gli

inglesi è tutt’altro rispetto a questo.

Quale disco consiglierebbe a chi vuole avvicinarsi

a questo genere?

Non me la sento di consigliare un disco in particolare

perché essendoci tale diversità di stili,

bisogna scegliere secondo i propri gusti. Il mercato

mondiale del gospel è molto fiorente, ma in

Italia non c’è una grande produzione e non si

trovano molti dischi nei negozi, ma per chi fosse

interessato ci sono moltissimi siti specializzati.

CINE-CONCERTO Piazza Vittorio

tornerà italiana. O l’Apollo sarà un

bingo. Delle due l’una.

Music In Dicembre Gennaio 2008

MEET IN TOWN L’elettronica

è di casa. Pure a Roma.

APOLLO: TRASFORMARE

ROMA IN UN BINGO

Il cine-concerto dell'Orchestra di Piazza Vittorio

C

os’è un cine-concerto? Lo scopriamo a gennaio all’Auditorium di Roma.

Lo schermo vibrerà di musica per novanta minuti e poi la festa si materializzerà

sul palco. Per chi se l’è perso è arrivata l’occasione di vedere il pluripremiato

film sulla storia dell’Orchestra di Piazza Vittorio. Un documentario che ritrae

Roma senza parlare di Roma. Un documentario che non è una ricostruzione di una storia,

ma è la storia stessa. Una storia raccontata dalla voce e dalla telecamera di chi questo

progetto l’ha creato e l’ha portato per mano fino al successo che oggi ci fa scrivere

di loro.

Mario Tronco, tastierista degli Avion Travel, vive all’Esquilino, il quartiere più multietnico

di Roma e ha imparato ad affezionarsi a tutte le voci, i suoni e gli odori stranieri

che si intrufolano tra gli infissi delle sue finestre e arrivano come fossero una musica.

Così inizia a sognare un’orchestra in cui possano esprimersi.

C’è qualcun altro che nel quartiere si

batte per una buona causa. È Agostino

Ferrente, documentarista. Lui non può

accettare l’idea che l’Apollo, l’unico cinema-teatro

rimasto nella zona, stia per

essere trasformato in una sala Bingo. Ai

suoi occhi quel posto storico è la location

ideale per un laboratorio multidisciplinare

che proietti film che parlino delle culture

della gente di quel posto. I loro sogni si

somigliano e allora decidono di unirli e

con l’apporto di altri artisti, intellettuali e

gente comune, creano l’Apollo 11. Intanto

gli abitanti della zona cercano di farsi spazio

e di rivendicare quella che è la loro

casa. Una grossa scritta su un muro grida:

«Piazza Vittorio tornerà italiana».

I nostri protagonisti vanno alla spasmodica

ricerca di musicisti di ogni lingua e

colore che cantino insieme le tradizioni di

ogni parte del mondo. Una ricerca ardua, perché tutti hanno il diritto di suonare sui

marciapiedi, nelle metropolitane e ai semafori di una città. Ma i veri artisti sono pochi.

E allora la telecamera ci porta in giro per Roma, passando per i posti che vediamo tutti

i giorni, dagli storici monumenti della città eterna ai palazzi delle zone popolari e fatiscenti.

Ma li vediamo con occhi diversi, i nostri sguardi cercano musica straniera, voci

da scoprire, volti nuovi. L’Orchestra alla fine prende forma e movimento.

Scoprirete che sfregando le mani sui pantaloni nasce una musica, che il tappo di

sughero di un barattolo di sale può fare da percussione.

Ho l’impressione che quando, alla fine del film, gli artisti arriveranno sul palco vi

sarete già affezionati a loro. Amerete già i loro capelli, raccolti in strettissime trecce

africane o avvolti in affascinanti turbanti indiani, amerete le loro mani di ogni colore che

scivolano sugli strumenti più originali, amerete le loro labbra muoversi pronunciando

parole ignote. Amerete i loro suoni e le loro voci.

E vi sorprenderà una cosa. Questa gente non ci somiglia affatto. E non è solo una

questione di colore di pelle. Loro non sono qui perché vogliono essere come noi.

Scoprirete che le radici dell’uomo non devono restare impiantate nella sua terra per trasmettergli

la linfa di cui ha bisogno per vivere. La sua terra, l’uomo, se la porta nel

cuore e nella memoria. E te ne accorgi quando canta, quando suona e quando balla.

Perché a quel punto per capirlo non ti serve conoscere la sua lingua.

Corinna Nicolini

bianchi, e veniva usato dalle diverse professioni

religiose per trovare dei proseliti. Quando poi è

diventato anche un’espressione del popolo nero

afroamericano, e c’è stata l’aggiunta della ritmica,

è arrivata l’influenza del blues.

All’inizio questa contaminazione ha dato

luogo a una netta reazione degli integralisti, i

quali la definirono addirittura come la musica

del diavolo, non ammettendo che si potessero

usare strumenti musicali quando si andava a

pregare. Poi però qualcuno li convinse del fatto

che se gli strumenti potevano dare maggior vigore

alla preghiera e avvicinare così a Dio, questi

dovevano essere usati.

Quando la musica gospel è uscita dalle chiese

e si è presentata al pubblico profano dei

night club?

Intorno agli anni Cinquanta. Quando si sono

iniziati a produrre anche dei dischi, sulla scia

del successo che il gospel stava avendo. Il genere

a quel punto ha assunto un altro ruolo e si

sono avute le prime esibizioni, più che nei night,

nei teatri. Ma anche in quei luoghi i canti restavano

un atto di fede e di preghiera.

Esiste un gospel moderno? E cosa racconta?

È ancora presente l’elemento religioso?

L’elemento religioso è sempre presente.

Esistono diversi generi di gospel. Perché il

Ci parla degli artisti di spicco di questa dodicesima

edizione del Roma Gospel Festival?

Abbiamo qualche conferma e qualche novità.

Tra le prime c’è Tony Washington, cantante

rhythm and blues, e Robin Brown, compositrice

e organizzatrice di cori ad Atlanta.

Tra le novità c’è Sue Conway, cantante molto

varia e profonda, e il gruppo di Joe Pace, composto

da venti persone, più vicino alla linea pop

del gospel. Tra l’altro lui si esibirà proprio il 25

dicembre, e questa è una novità anche riguardo

alla scelta di passare il giorno di Natale insieme.

Un’altra cosa interessante è il Capodanno alle

22, con replica il 1 gennaio alle 18, per una

serata tutta dedicata al gospel di New Orleans,

con un gruppo originario di lì.

Il nostro giornale è molto attento alla situazione

discografica italiana. Lei è alla direzione

artistica dell’etichetta dell’Auditorium.

Ci accenna quali sono, nella sua esperienza, i

lati più affascinanti e quelli più faticosi di

questa attività?

Il lato più affascinante è quello di poter

costruire un progetto originale, intervenire nelle

decisioni artistiche e costruire insieme ai musicisti.

Il lato più faticoso è che i tempi di realizzazione

di un disco sono abbastanza lunghi e per

chi come me organizza concerti ed è abituato ad

un’attività adrenalinica a volte può stancare.

A

MIT MEET IN TOWN

ELETTRONICAMENTE

ROMA

vanguardie a Roma. «Meet In Town»

continua. Snob Production saluta il 2007

con due serate di fibrillazioni elettroniche, il 14

e il 15 dicembre, per poi dare il benvenuto al

2008 con un esclusiva performance, il 12 gennaio.

Il nesso è un concetto di elettronica inteso

come veicolo culturale capace di intersecarsi

con il pop, il rock e la world music, in un percorso

in divenire che porta il passato ad essere

l’approccio con quel che sarà e le performance

del festival ad occupare uno spazio preciso: la

contemporaneità.

Venerdì 14 dicembre è di scena Christopher

Stephen Clark. Dietro di lui c’è un marchio di

garanzia: la Warp Records, etichetta inglese che

vanta nella propria scuderia Aphex Twin e

Jamie Lidell. Clark presenterà un set in cui la

batteria tradizionale si integra perfettamente

con i suoni digitali in una performance ritmica

ed elettrizzante. La stessa sera si esibisce lo

svizzero Kalabrese, portando in concerto la sua

attitudine deep, accorpata ad un’indole funksoul,

costruita su melodie e fiati.

Il giorno dopo sul palco uno spettacolo dedicato

all’etichetta berlinese Shitkatapult.

L’evento è composto dal live di Apparat , artista

tedesco che dopo essersi cimentato con le macchine

assieme a Ellen Allien, porta a Roma,

accompagnato da un una vera e propria band, il

suo ultimo album intitolato «Walls».

Se Sonb Production saluta il 2007 con un

calendario tanto ricco, le premesse per il nuovo

anno sono tutt’altro che scontate. Il 12 gennaio

M.I.T. inaugura il 2008 con una serata speciale.

Carl Craig, uno dei pionieri della techno si presenterà

assieme alla Innerzone Orchestra, per

un set in esclusiva in cui elettronica e funk si

intrecciano in uno spettacolo senza pari, capace

di raccogliere la sfida tra analogico e digitale, e

di risolverla in un’armoniosa contemporaneità

già catturata nell’album «Programmed», uscito

per la Talkin’ Loud di Gilles Peterson.

M.I.T. scioglie il freddo inverno in un’altra

calda stagione galvanizzata. L’elettronica continua

ad essere un mezzo espressivo più che una

categoria musicale ben definita. E il suono non

rinuncia a stupire.

Stefano Cuzzocrea


Music In Dicembre Gennaio 2008

CHIARA CIVELLO Si legge

Roma si scrive New York

GIOVANNI IMPARATO La sua

Africa. E Cuba, e New York. E Napoli.

MOLTHENI Lingua

ferma psichedelica.

EDGE

AND BACK

UNITED DJS AGAINST AIDS Sono i Dj più

famosi del mondo e Tracy Young è la preferita di

Madonna. Di passaggio a Roma contro l’Aids

CHIARA AMERICA CIVELLO

R

oma-Boston-New York e ritorno. Chiara

Civello, cantautrice romana, torna nella

sua città per presentare l’ultimo lavoro «The

Space Between». E lei è una che di grandi spazi

se ne intende. A 16 anni prende la valigia e

attraversa l’oceano per andare a studiare jazz e

inseguire la sua grande passione coltivata nel

tempo, fin quando da ragazzina, zaino in spalla,

andava a studiare musica al Saint Louis, la

scuola nel cuore di Roma.

Da qui alla Berklee il passo è breve e una

borsa di studio le consente di perfezionarsi nel

prestigioso College di Boston. Finiti gli studi,

New York è lì che la aspetta. Altro trasloco,

altra valigia. Ma la scelta si rivela vincente.

Come nei più classici copioni hollywoodiani, il

sogno americano si realizza e questa volta la

protagonista è una giovane ragazza italiana. La

voce di Chiara viene notata da Russ Titelman.

Firma per la Verve Records, storica etichetta

jazz che per la prima volta mette sotto contratto

una musicista italiana e pubblica il suo esordio

discografico, «Last Quarter Moon».

Con alcuni mesi di anticipo rispetto al mercato

americano, è uscito a settembre in Italia il

suo secondo lavoro, «The space between», 13

canzoni scritte e composte dall’artista romana.

Nella musica Chiara rispecchia la sua vita. I

testi parlano di distacchi, di lontananza e del

bisogno di trovare un punto fermo in cui ritornare

ogni volta che la vita impone delle scelte.

Il suo stile è stato definito di volta in volta jazz,

etnico, pop, musica d’autore.

Sicuramente le diverse città e le diverse culture

in cui è vissuta hanno lasciato un segno.

E la contaminazione tanto ricercata da molti

artisti in lei trova una sintesi perfetta. Non a

caso la band con cui si presenterà

all’Auditorium di Roma l’8 dicembre è composta

da musicisti di diversa nazionalità: un pianista

americano Pete Rende, un chitarrista brasiliano

Guilherme Monteiro, un bassista neozelandese

Richard Hammond e alle percussioni il

giapponese Yusuke Yamamoto.

E poi lei, la sua voce, che in modo soffice ed

elegante sa comunicare a chi ascolta tutta la

bellezza nascosta nei momenti della vita, anche

quelli più malinconici. I suoni sudamericani, la

bossanova, un gusto raffinato uniti a parole

ricercate, creano un’atmosfera calda e quasi

nostalgica. Nostalgia per gli anni ‘60, quando il

digitale ancora non c’era e il suono era più

diretto e ricco di tensione. Nostalgia apertamente

dichiarata dalla stessa Civello che per incidere

un disco così intimista si è rivolta ai suoi

amici che lavorano con lei da anni e oltre alle

sue composizioni originali ha voluto inserire

anche due classici standard, «Without her» di

Harry Nilson e «Skylark» di Hoagy

Carmichael.

«Questa collezione di canzoni è il mio treno

verso casa» così Chiara descrive il suo cd. E il

suo amore per i treni è racchiuso in uno dei

brani dell’album: «L Train», impreziosito quest’ultimo

dalle percussioni del venezuelano

Luisito Quintero. I treni a volte si perdono, a

volte sbagliano direzione, lei ne ha preso uno al

volo ed era quello giusto.

Roberta Mastruzzi

Moltheni

soffice

La sua musica prende forma su suoni

acustici, minimali, scarni ed essenziali - con

echi folk che ammiccano a Nick Drake e

David Sylvian - vagamente psichedelici e

decisamente ambient ma non privi di slanci

pop-rock. Tutto il resto è Moltheni: una

voce soffice, anima romantica e scanzonata,

lingua ferma e meraviglia, piccolo grande

uomo, cantautore capace di colorare la

GIOVANNI IMPARATO

il sacerdote

è

radioattivo. Batte nelle vene di tutti

perché è lui che manda avanti i ritmi

di tutte le leggende italiane. È quello

che pesta i pezzi di tipi come Dalla,

Ramazzotti, Zero, Paco De Lucia, Ray

Charles, e pure Mina lo ha nelle vene. Mina,

proprio lei. Non a caso si chiama Imparato.

E insegna tamburo, congas, batà, bongò,

l’arte di percuotere ed essere percossi, lo

sciamanesimo, il sangue, al Saint Louis di

Roma e nel mondo, da New York, a Cuba,

alla sua Africa.

Fino a Napoli. Scorre. Come dire, comanda

le pulsazioni dei cuori, e lo fa bene. Perché

è un sacerdote cubano. Ma è napoletano e

crede nella Madonna e in Olofi, all’Africa e

allo spirito guida di sua madre, e al suo

totem, un pesce che vola sull’acqua come un

delfino. Ha quarantamilioni di anni, è zero D

positivo e si chiama Giovanni.

Kuba Sound System Proyecto e Tammumba

Tour: di cosa si tratta?

Kuba Sound System Proyecto è il disco che ha

risvegliato il leone che dormiva Tammùmba

Tour è il progetto col quale siamo stati invitati al

primo Festival Timbalaye di rumba all’Habana,

grosso fiore all’occhiello che fonde la mia matrice

partenopea e l’amato patrimonio afrocubano.

Il nome stesso è: tammurriàta +rumba.

Perché Cuba?

Cuba, perché condensa una fucina incontrollata

di inno alla vita, uno dei misteri africani più

poderosi stemperati dall’influenza mediatrice

dell’Europa e del Mediterraneo.

Non c’è nulla di più palese di un tamburo che

staglia «geometrie» armonizzanti! Cuba ha integrato

quattro tra le etnie più evolute di tutta

l’Africa (Yoruba, Ararà, Abakwà, Bantù) con i

latini del vecchio continente,con i cinesi presenti

sull’isola fino ai russi dell’ex Unione

sua poesia semplice quanto profonda con una

musica mai banale. Canta l'amore Moltheni:

sia esso l'amore per un'amata acerba e dolce

insieme; o per la vita che cuoce l'uomo al vapore;

per il rosso di un vino buono o il profumo

dell'alloro e del grano; per madre terra, ruvida

quercia e solida grandine,

sangue caldo di un

cinghiale morente nel

bosco.

Canta, altresì, la

decadenza Moltheni: il

morire di ciò che era,

l'agonia di un fiume che

a cura di Romina Ciuffa

Sovietica.

Cuba Libre o Rum&Cola?

Cuba Libre, ma mi auguro una nuova bevanda

con auspici meno rivoluzionari e più universalizzanti.

Vanti collaborazioni con Mina, Ornella

Vanoni, Gigi Proietti, Gino Paoli, Francesco

De Gregori, Lucio Dalla, Renzo Arbore,

Eugenio Bennato, Ray Charles, Paco De

Lucia e molti altri. Cosa sei per meritarli?

Mio malgrado, un artista... che ama incessantemente

la professione del musicista.

Chi è stato il tuo vero ispiratore?

Il chitarrista Carlos Santana. La tumbadora

ascoltata dalla composizione di Tito Puente

(ibaè). Oye Còmo Va, e Samba Pa’ Ti.

Materialmente, Armando Peraza; quindi

Patato Valdez (per i primi tamburi Batà ascoltati),

Mongo Santamaria (ibaè), Steve Wonder. E le

canzoni napoletane.

Come definiresti Giovanni Imparato?

Una persona che sta ricercando.

Ti confesso che ho imparato a stimarlo.

Cosa sono i disegni pubblicati sul tuo sito

www.giovannimparato.com?

Sono miei: vengo dall’Istituto d’Arte ma avevo

già scelto la musica nella mia vita.

Da piccolo non facevo che disegnare: quell’avventura

vissuta ogni volta che mi accingevo

ad iniziare un foglio bianco l’ho continuata poi

con la musica.

Puoi descrivere le tue percussioni?

Scatole cilindriche di detersivo, mobili, fino al

dorso di una chitarra acustica. A dieci anni ho

avuto il primo paio di bongos, ma sempre le congas

nei miei sogni. Ora ho venti cinque congas,

quindici batà, otto bongò.

Percosso o percussionista? Cosa di più?

Abbastanza percosso dalla vita, specie all’inizio:

è stata la morte di Immacolata Pesacane,

era in piena o di un'idea morta in un

requiem inudito, la sofferenza della natura

e del ricordo di alberi ed erba verde che

non ci sono più, sommersi da internet e dal

petrolio. Moltheni è un artista da capire e

scoprire con pazienza. L'occasione giusta

è il tour di presentazione

dell'ultima fatica

"Io non sono come

te".

Manuele

Angelucci

mia madre (ibaè) ad iniziarmi all’età di due

anni. Mi è venuta in soccorso sotto le spoglie di

madre universale attraverso la musica e il ritmo

del tamburo.

Ti abbandoni alla musica come uno sciamano.

Il tuo percorso musicale sviluppa i sette

chakra, la ricerca degli animali totem derivata

dalla sapienza amerindiana, la ruota di

medicina. Qual è il tuo totem?

Il mio totem è un pesce che nuota come un delfino,

tra acqua e cielo. Fu iniziatore ed autentico

stregone Arnold Keyserling (ibaè), che con il

tamburo a vent’anni mi incaricò di guidare un

gruppo di praticanti. Invece, il mio «angelo della

guardia» yoruba è: Changò, patrono del tamburo,

del canto e della danza. La musica viene

emanata dal nostro corpo più sottile (che non è

fisico): ecco perché lo sciamano (colui che

impara ad intessere una costante relazione con

le dimensioni parallele non ordinarie) è il precursore

del musicista... se non proprio musicista,

che è allo stesso tempo sacerdote.

La musica guarisce?

La musica sgorga nella specie solo per guarire:

è nella nostra società che è divenuta esasperatamente

estetica fino a perdere la sua essenza

più profonda nella preoccupazione eccessiva di

ciò che salta all’occhio.

Da cosa hai preso l’uso rituale del tuo tamburo,

di ispirazione tribale?

È la sua potenza che ha fatto tutto, continuando

a riservare consistenti verità per la mia crescita.

A Cuba sono un sacerdote dei tamburi consacrati

e ufficialmente posso presenziare musicalmente

le cerimonie del culto della Ocha (il

pantheon di Deità Yoruba).

Se dovessi pubblicare un tuo libro dal titolo

La mia Africa, cosa scriveresti nella quarta

di copertina?

Il mal d’africa esiste: l’ho provato! Si viene a

capo della propria provenienza remota dal gruppo

sanguigno, ed io sono: zero D positivo:

appartengo al ceppo più antico dell’umanità che

proviene dall’Africa, circa 40 milioni di anni fa.

Quanta Napoli c’è in Africa?

E quanta Africa a Napoli?

La mia percezione della terra unisce tutti i territori

sui quali ho camminato. Napoli, con la sua

forma del golfo, mi accoglie come se Partenope

potesse ridestarsi. Da piccolo è per le strade di

Napoli che ho scelto la mia professione, suonando

e pregando Olofi (Yoruba) e la Madonna

(Napoli). È così che Partenope, l’Habana e

Matanzas diventano una sola cosa per me.

Certi ritmi neutralizzano l’iper controllo ed

equilibrano i due emisferi cerebrali. Quanto

c’è di psicoanalitico ed evocativo nella tua

musica?

Una pulsazione del tamburo, sincera e sentita,

trasforma le onde frequenziali del cervello da

beta in alfa, che è il risultato che si raggiunge

con la meditazione, lo yoga e il sonno profondo.

Le cellule cerebrali si rigenerano completamente...

e non solo. La psicoanalisi e la bioenergetica

sono state delle potenti accompagnatrici nei

miei momenti cruciali, indispensabili per imbattersi

nell’autentico: è una ricerca degli archetipi

e non ha confine di razze né di culture. E questo

è ciò che ho definito lo Statuto Tammumba.

UNITED DJS

AGAINST AIDS

U

na serata con i

grandi deejay

della scena internazionale,

per non

lasciare cadere il

messaggio di solidarietà

e speranza lanciato

dalla Giornata

Mondiale della Lotta

all'Aids. A pochi giorni dal Red Ribbon

Day, il 6 dicembre i fiocchetti rossi che

simboleggiano la battaglia contro la

malattia del secolo sono tornati a colorare

per sensibilizzare i giovani sulla prevenzione.

Il Gay Village, in collaborazione

con una delle più grandi associazioni di

lotta all'Aids, la LILA, ha curato il Gay

Village No Aids, United Djs against Aids.

Per tutta la notte allo Spazio Novecento

alternatisi alla consolle, un'ora ciascuno,

alcuni fra i maggiori Dj in circolazione

(Cristiano Spiller, aka Dj Spiller; la dj prediletta

di Madonna, l'americana Tracy

Young, vera icona del gay clubbing mondiale;

Lorenzo LSP, Pisti, Fiore Dj, Sam

Perez, Luca Marano, Slide, Antonello

Love, aka Stereologic) donando le performances

alla causa, accompagnati dal

vocalist Kevin Delite. Romina Ciuffa


C

POPCK

pop&rock

a a cura di di VALENTINA FLAVIO FABBRI GIOSA

hissà, forse ci arriva in bicicletta a tutti

i suoi concerti, quelli dell’Ellesette

Tour, poiché proprio pochi giorni fa Luciano

Ligabue, ex metalmeccanico e bracciante,

era alla ricerca del «Grande Fiume», il Po,

insieme a Francesco Guccini, e motivato da

istanze ambientali. Certo che il suo tour

stanca. Perché lo fa pensare a quando era

praticamente un ragazzino: magrissimo,

anzi snello, ma sempre una voce profonda, la

voglia di sfondare.

Il rock, sì, ma poi il rock italiano è più pop,

perché forse non si è pronti per ragazzi che

JOSÈ FIORILLI Il tastierista di

Ligabue spiega la medianità

VINILE Ma sì che è meglio. Ma

sì che torna. Ma sì che ci va.

SENZA DAR

FUOCO AL PIANO

una vita da mediano

Intervista a JOSÈ FIORILLI

tastierista di Ligabue

a cura di Romina Ciuffa

siano Beastie, ma più per melensi accordi

maggiori e storie d’amore. In questo, lui è

ferratissimo. Parla d’amore da quando

suona, di rock ha la pelle nera delle sue giacche,

mette molto pianoforte (che fa cantare

più facilmente) ed ora lo fa suonare a Josè.

Il rock in Italia è...

Partiamo dal presupposto che la lingua italiana,

come quella francese e spagnola, nasce già un

pò «sfigata» per il rock, nel senso che ha un

suono troppo morbido rispetto all’inglese e tutte

le parole finiscono sempre con una vocale.

In più ci metti che la nostra tradizione musicale

è basata sulla melodia: ecco che fare rock in

Italia risulta più difficile. Ma è possibile.

Dunque esiste. E chi lo fa?

Ci sono molti gruppi che da anni scrivono

belle canzoni in italiano ma che hanno una chiara

ispirazione alla musica anglosassone; basta

citarne alcuni come gli Afterhours, i Marlene

Kunz, i Deasonika e i Verdena. Questi ultimi

addirittura sembra che cantino in inglese.

Ligabue dove si colloca nell’immaginaria

linea tra il rock e...

A metà tra la tradizione melodica italiana e

tutto ciò che, dagli anni Cinquanta in poi, ha

portato al rock in tutte le sue forme. Nei suoi

pezzi c’è il rock’n’roll classico, Bar Mario o

Marlon Brando è sempre lui; c’è il blues (che è

la base del rock) in Almeno Credo o Seduto in

riva al fosso; c’è il rock più moderno come ne Il

giorno dei giorni o in È più forte di me.

Music In Dicembre Gennaio 2008

BLONDE REDHEAD Due

gemelli e una japnewyorkese.

No, non è un film di Bertolucci

Non c’è rock crudo, pesante, quello in cui si

sbatte la chitarra per terra in Italia: è perché

non vende?

Non credo: tanto ormai non vende più nessuno.

Semplicemente perché non tutti sono in

grado di farlo. Ci sono molti gruppi che da anni

scrivono belle canzoni in italiano ma che hanno

una chiara ispirazione alla musica anglosassone;

basta citarne alcuni come gli Afterhours, i

Marlene Kunz, i Deasonika e i Verdena. Questi

ultimi addirittura sembra che cantino in inglese.

Il tastierista di Ligabue: una vita da mediano?

La vita di un tastierista è quasi sempre da

mediano, il rock si fa principalmente con le chitarre.

Ma Luciano mi lascia molto spazio, forse

perchè sono cresciuto a pane e rock’n’roll quindi

la mia cultura mi permette di interpretare le

sue canzoni senza renderle pop con qualche

suono anonimo di tastiera.

Chi sei, tu?

Il 70% delle parti che suono sono di hammond,

strumento che amo fin dall’infanzia, ma mi sbizzarisco

anche con suoni elettronici psichedelici e

ovviamente con piano e wurlitzer. Ho iniziato a

suonare a 13 anni imitando Jerry Lee Lewis,

senza però dar fuoco al piano... Poi mi sono subito

appassionato al blues con cui ho scoperto

anche l’hammond. Da lí ho allargato al rock anni

Settanta, al funk e alla musica elettronica in tutte

le loro forme e contaminazioni. Ed ecco a voi

Josè Fiorilli.

IN PRINCIPIO FU

IL VINILE

... Il magnetofono, lo stereo8, il giradischi, i nastri. Poi sono arrivati i cd e il vinile è

stato dimenticato divenendo desiderio e preda solo di fanatici e collezionisti. Ora anche

il cd sta subendo la stessa sorte. La virtualità ha assorbito tutti quegli oggetti che contribuivano

alla magia della fruizione musicale e che in fondo un pò rimpiangiamo.

Il supporto fisso è andato col tempo scomparendo: i lettori walkman hanno permesso

alla musica di divenire portatile, i lettori mp3 e i cellulari l’hanno resa mobile, continuamente

disponibile. La musica è ormai diventata liquida e la fine del disco pare essere

arrivata. E cosa ne sarà del mercato discografico? Già nel 2000 i Pearl Jam per sconfiggere

il fenomeno dei bootleg pubblicarono 25 album live ufficiali inizialmente solo sul

web. Madonna, Aerosmith, Rolling Stones diversi anni fa presentarono in anteprima

sulla rete le loro nuove produzioni. Nell’aprile del 2006, un brano pubblicato esclusivamente

da mp3 raggiunse la prima posizione della classifica inglese. Un anno fa

Samuele Bersani anticipò su iTunes il singolo Lo scrutatore non votante.

Anche la Sony-Bmg ha cercato tempo fa di adeguarsi alla digitalizzazione della musica

creando H20 Music, un sistema dove viene meno l’obbligo dell’uscita di un cd (una

canzone può essere pubblicata anche ogni tre settimane). Tutto è un work in progress:

i brani vengono venduti in una ventina di negozi online (iTunes, Tiscali, Rosso

Alice) e sui mobiles della telefonia e nel frattempo si ha il modo di tarare

l’artista. H2O Music ha per ora lanciato soltanto due gruppi:

Corveleno (8mila copie vendute all’uscita dell’album

fisico e 15 mila i download registrati) e The

Styles.

L’ultimo caso è quello dei Radiohead, che per

l’uscita del nuovo album In Raimbows hanno deciso

di voler fare tutto da soli per essere liberi da qualsiasi

vincolo di contratto (contando esclusivamente sulla

forza della rete) attuando una distribuzione diretta ai

fans. La band inglese ha infatti lanciato il nuovo album

sul web permettendo allo stesso pubblico di decidere

quanto pagarlo. «Quella di Thom Yorke e soci dev’essere

interpretata come un risuonare di sveglia che noi tutti

dovremmo accogliere e corrispondere con creatività ed

energia.

L’industria del disco è stata sin troppo a lungo dipendente

dal numero di cd che è possibile vendere, e piuttosto che

imbracciare la digitalizzazione e le opportunità ad essa connesse

per la promozione di un prodotto e la distribuzione attraverso diversi canali ha infilato

la testa nella sabbia», ha affermato Guy Hands (responsabile di EMI Group) che,

dopo l’iniziativa dei Radiohead - gruppo di punta dell’etichetta - ha capito che è arrivato

il momento di cambiare per evitare la rottura definitiva. Cavi, computer, internet, satelliti

stanno soppiantando le case discografiche e sempre più stretto si sta facendo il rapporto

diretto fra l’artista e il consumatore. Le reazioni a queste nuove sperimentazioni

appaiono però ancora incerte.

La stessa operazione di In Raimbows non sembra esser stata accolta molto positivamente

dal pubblico visto che secondo la comScore Inc più della metà di chi ha scaricato

i brani (il 62%) ha deciso di non pagare nulla mentre il restante 38% ha invece pagato

una media di 6 dollari. C’e ancora tantissima incertezza nell’aria dovuta ad un cambiamento

evidente che è difficile stabilire se sia evoluzione o rivoluzione. Siamo certamente

in un momento di passaggio in cui è forte l’incapacità di controllare qualcosa di

così estremamente imprevedibile e sfuggente come la rete che, per alcuni, è stata addirittura

causa di una degenerazione: «Internet rovina l’arte e la vita, bisognerebbe spegnerlo

per cinque anni: verrebbe fuori musica molto più interessante di quella attuale»

ha ammesso saggiamente Elton John.

C’è chi invece come Patti Smith, si dimostra ottimista e ammette che l’atteggiamento

di chi fa musica oggi è finalmente indipendente e libero proprio grazie alla rete: «Il punkrock

oggi sono tutte le persone su Internet che decidono di fare la propria musica. Quelli

ai quali non importa se saranno in venti ad ascoltarla. Lo fanno e basta». Per fortuna,

di fronte a uno scenario virtuale tanto anarchico quanto caotico resta sempre la dimensione

magica del live, dove la tattilità del contatto che si instaura tra gli applausi (e che

manca ad un prodotto di fabbrica solido o liquido che sia!) diviene una forte ricchezza.

Valentina Giosa

BLONDE

REDHEAD

asimmetrici

angolari

gemelli

C'

è sempre qualcosa di misterioso,

angolare, e stranamente asimmetrico

nella visione dei gemelli.

Nel caso dei Blonde Redhead,

l’impressione aumenta, perchè ai

gemelli Simone e Amedeo Pace,

si aggiunge la presenza dei due

occhi a mandorla di Kazu

Makino, eccentrica musa japnewyorchese,

che sembra

uscita come un elfo dal collo

di una bottiglia.

Misteriosa e angolare è

stata a tratti anche la loro

musica, disseminata in

questi anni (dall’ormai

lontano ‘93, anno del loro

primo omonimo album)

come piccoli pezzi di

pane per ritrovare la via

di casa. Seminali, come tanta

parte della produzione newyorchese,

alla fine i Blonde Redhead la via di casa sembrano

averla davvero trovata.

23 infatti è il numero della via e della casa di

Kazu Makino, e anche il titolo dell’ultimo

album uscito in aprile per la 4AD Records, in

cui i nostri sembrano approdare alla stabilità di

un pop ‘post’ emozionale e gestaltico, forse a

tratti rassicurante rispetto alle inquietudini

sonore del passato, ma sempre raffinato e prezioso,

come i Blonde sanno sempre essere. Sarà

proprio la presentazione dell’ultimo album al

centro del concerto tenutosi il 2 dicembre nella

prestigiosa cornice dell’Auditorium di Roma,

un riconoscimento importante per il gruppo

italo-nipponico cresciuto all’ombra della

Grande Mela, e che da qui ha assorbito lo spleen

e l’attitudine avantguarde, fino a diventare

uno dei punti di riferimento della scena alternative

dell’ultima decade, per uno stile inconfondibile

fatto di sonorità tese e voci strozzate,

melodie ossessive e dilatate su testi di reminescenza

dada-surrelista.

È il 2000 quando esce Melody of certain

damaged lemons, vero e proprio oggetto di

culto, e a tutt’oggi il loro lavoro forse più bello.

Il trio aggiusta la mira mettendo a punto un

art pop al tempo acido e notturno, giocato sui

riff ossessivi e lievemente variati della chitarra

di Amedeo Pace (una per tutte la bellissima En

Particolar, ormai un piccolo classico della

scena indie) e sull’intensità della voce di Kazu,

con riverberi e echi a metà fra i Television di

Marquee Moon e i Beatles dell’ Abbey Road.

Il seguente Misery is a Butterfly ha una gestazione

di tre anni ed è quasi una seduta terapica

per la cantante Kazu, reduce da un brutto incidente

da cavallo. L’attesa viene comunque ripagata.

Inquietante e ipnotico, Misery vive sulla

ragnatela incantata delle orchestrazioni più

ampie e barocche. Il suono si fa più etereo, le

atmosfere sospese.

23 sembra a metà tra il volo della farfalla e le

psicoderive di Melody. Sette anni non passano

invano, i gemelli Pace incanutiscono, lo stile si

definisce.L’album vanta collaborazioni importanti,

da Chris Coady (Yeah Yeah Yeahs, Tv on

the Radio), a Alan Moulder (My Bloody

Valentine) e Rich Costey (Franz Ferdinand e

Bloc Party), e non per niente appare percorso da

echi new wave come nella title track d’apertura,

23, con la spinta prog della batteria di

Simone a tracciare la linea guida, o in

Publisher, con il crescendo iniziale di piano e

synth. La sognante Silently ricorda da vicino gli

Air più pop di Cherry Blossom Girl, mentre la

vena post-moderna vibra nelle corde di Kazu, in

pezzi che sono delle piccole caramelle pop a

metà tra Gainsbourg e la rivisitazione a la

Pizzicato Five (Top Ranking e My Impure

Hair).

Si registrano forse alcuni passaggi a vuoto

(Heroine, Sw) ma restano impressi comunque

momenti notevoli come Spring and by Summer

Fall, densa di riverberi noise primi anni novanta,

e soprattutto la notturna e spettrale Dress,

con il recitativo roco di Kazu a levarsi accennato

sopra una delicata trama synthetica.

Dal vivo il trio da vita a un concerto-performance

che è quasi un evento d’arte rileggendo

tutto alle perfezione, quasi da partitura, con

virate rumoriste e incendiarie sul passato più

prossimo e luminoso destinate a contagiare il

pubblico, anche quello (forse) più posato

dell’Auditorium .

Lorenzo Bertini


Music In Dicembre Gennaio 2008

DAVID SYLVIAN Uggioso e britannico.

Dandy glam-pop. In piena

IL TEATRO DEGLI ORRORI

Ecco l’angoscia umana.

FRANCESCO DE GREGORI Che

canta l’amore ma ha detto «ti amo» in

sole due canzoni. Di sinistra o destra

POPCK

pop&rock

NEGRAMARO Dolci e amari,

salentini ed etnici. Teatrali.

DAVID SYLVIAN

The River of Constant Change

MA È UN FIUME IN PIENA

U

n’uggiosa serata tipicamente britannica accoglie l’attesissimo concerto romano di David

Sylvian. L’occasione è di quelle da non lasciarsi sfuggire. L’artista inglese questa sera, che è

il 27 settembre 2007, ha percorso in poco meno di due ore ben trent’anni di carriera dimostrando

quanto siano labili i confini tra i generi musicali. Look algido ed impeccabile da perfetto «Bowie

berlinese». Sembra che il tempo per l’ex dandy glam-pop non sia mai passato. Glaciale, pacato,

concentratissimo.

La sua voce, inconfondibile e profonda, ha sprigionato emozioni per tutta la durata del live. Solo

di rado si concede al pubblico che si dimostra in ogni caso entusiasta. Seduto, con la chitarra fra le

mani, manifesta appieno il distacco di chi si sente estraneo alla realtà odierna farcita di majors in

quanto già proteso al futuro. A fare da sfondo: un telone dove si alternano immagini rarefatte e

sognanti, tinte di colori tenui che emananno un’atmosfera rilassata che proietta lo spettatore diritto

nel «pianeta Sylvian».

Con questo concerto Sylvian ha salutato definitivamente il suo passato: «È tempo di muoversi

verso nuove mete, dice l’artista. Per farlo devo fare il punto sul passato e gettarlo alle spalle in

modo da avere la mente libera per ripartire. La mia storia musicale è importante ma non voglio

rimanerne intrappolato. Così canto per l’ultima volta il mio repertorio».

Lo stile è (come sempre) essenziale e ricercato. Brani vecchi e nuovi vengono arrangiati sotto una

nuova veste: i consueti paesaggi ambient e minimali si colorano di atmosfere jazz.

Questo tentativo di amalgamare il vecchio ed il nuovo ha fatto si che alcuni brani fossero, a volte,

proposti in versioni medley. L’esperimento, però, non ha sempre dato i risultati sperati sfociando a

volte in sequenze troppo lunghe e ridondanti.

Se una The Scent of Magnolia apre molto bene il concerto, la versione japaniana di Ghost, risulta

priva dell’antico patos. Ad ogni modo la classe fascinosa e catalizzatrice dell’artista è riuscita ad

arginare agevolmente questi frangenti regalando comunque al pubblico momenti di profondità inimitabili.

Solipsistico autocompiacimento? No, è solo il prezzo da pagare alla costante ricerca di un

artista che vuole rimanere integro, senza abbassarsi mai a «progetti lets dance».

«Il pop è ripetizione. Se andassi sempre nella stessa direzione impazzirei; mi sento come un albero

che deve cambiare le foglie, la mia strada è la sperimentazione, qualcosa di minimale ma al

tempo stesso sostanzioso. Ciò che faccio oggi è rinunciare a un grosso pranzo per fare un ottimo

breakfast»». E noi tutti gliene saremo per sempre grati.

Eugenio Vicedomini

FRANCESCO

DE GREGORI

PER MANCINI E DESTRORSI

di Roberta Mastruzzi

L’

Auditorium della Conciliazione apre i propri spazi alla musica d’autore e lo fa con

il «Principe» dei cantautori: Francesco De Gregori. Il tour estivo che l’ha visto protagonista

nelle maggiori città italiane è ora diventato un cd, «Left &Right», uscito

a fine novembre, e per presentarlo il cantautore riprende il suo viaggio. Con lui,

l’immancabile Guido Guglielminetti al basso e la band composta da Alessandro

Valle, Lucio Bardi e Paolo Giovenchi alle chitarre, Alessandro Arianti alle tastiere e

Stefano Parenti alla batteria. Assistere a un concerto di De Gregori è sempre un’esperienza

nuova: è noto ormai a tutti che l’artista romano ama cambiare spesso l’arrangiamento,

la melodia e il ritmo dei suoi brani più famosi, spiazzando a volte gli ascoltatori

meno attenti. Di certo, questa è un’ottima tecnica per sfuggire ai cori del pubblico, riuscendo

così a dare maggiore risalto all’interpretazione e alla canzone in se stessa.

E chi non gradisce può sempre ascoltarsi le sue vecchie canzoni dallo stereo di casa e

cantare quanto vuole. Prendere o lasciare. Un concerto è e deve essere invece un’esperienza

unica e irripetibile, il momento in cui, come in una favola, le canzoni prendono vita

e riemergono dal limbo dove la nostra memoria le ha conservate. La musica di De

Gregori ha questo potere, le sue parole non perdono nel tempo la loro forza, la sua voce

non smette di ricordarci la nostra vita.

«Left&Right», sinistra e destra come i punti di vista

da cui si possono guardare le cose, ma a seconda di

chi guarda i punti di vista cambiano e in un attimo

possono diventare destra e sinistra. Registrata

durante le date estive del tour 2007, la raccolta di

brani live si propone di riannodare il filo della memoria,

conducendoci nella ricostruzione di una carriera

che dagli anni del Folkstudio e del primo album pubblicato

insieme a Antonello Venditti (Theorius

Campus, 1972) fino ad oggi, ha toccato tutti gli

aspetti dell’essere umano, sempre con una inconfondibile

grazia ed eleganza.

Spesso è stato definito un cantante impegnato e di

sinistra, anche se - qualcuno stenterà a crederci -

«Viva l’Italia» è stata all’epoca adottata dal MSI ad uso propagandistico. Come tutti i veri

artisti, De Gregori in realtà non ha fatto altro che essere una voce contro. Le critiche alla

società sono spesso presenti nei suoi testi: da «Festival», dedicata alla scomparsa di Luigi

Tenco, a «Titanic», aperta denuncia dell’Ïmpostazione classista della società fino alla più

recente «Vai in Africa, Celestino» (vale a dire, scappa finchè puoi). Ma più di tutto ha cantato

la gente, la sua vita, le sue difficoltà, i suoi rimpianti, le sue battaglie quotidiane, senza

distinzioni di classe, quelli che hanno letto un milione di libri e quelli che non sanno nemmeno

parlare. E poi l’amore, raccontato per immagini e frammenti, ricordato prima

ancora che vissuto, sempre troppo difficile da afferrare nel momento in cui c’è.

Le parole «ti amo» compaiono solo due volte nei suoi testi, la prima nel 1975 in «Pezzi

di vetro» e la seconda, trent’anni dopo, in «Cardiologia» del 2006. Eppure, più di tutti ha

saputo dare un’immagine al sentimento, senza usare parole da pubblicità, ma impressioni

e sensazioni, come nella descrizione di due buoni compagni di viaggio, quelli che non

«dovrebbero lasciarsi mai».

NEGRAMARO

come il vino

Foto di DAVIDE SUSA

IL TEATRO

DEGLI ORRORI

Ecco l’angoscia umana in cui lo spettatore

dovrà trovarsi uscendo dal nostro teatro. Egli

sarà scosso e sconvolto dal dinamismo interno

dello spettacolo che si svolgerà sotto i suoi

occhi. E tale dinamismo sarà in diretta relazione

con le angosce e le preoccupazioni di tutta la

sua vita... Egli deve essere ben convinto che

siamo capaci di farlo gridare (Antonin Artaud,

«Il teatro e il suo doppio»).

Il Teatro Degli Orrori prende il nome proprio

dal Teatro delle Crudeltà di aurtaudiana memoria

proponendosi presto come una delle realtà

musicali nazionali attualmente più interessanti.

La formazione nasce all’inizio del 2005 e solo

dopo ben due anni di prove

dà vita a «Dell’Impero Delle

Tenebre», debutto discografico

che rivela ben presto la

sottigliezza e il genio dela

band. Registrato e mixato

dallo stesso Giulio al Blocco

A di Padova e al Natural

Head Quarter di Ferrara nei

mesi di Novembre e

Dicembre 2006 e Gennaio

2007, il disco esce il 6 aprile

per l’editore Tempesta e

viene distribuito da Venus.

12 tracce di rock moderno ed alternativo, con

un occhio agli amori di sempre (Scratch Acid,

Jesus Lizard, Birthday Party, Melvins) e uno

alla tradizione tipicamente italiana (da De

Andrè a Carmelo Bene) fanno di questo disco

qualcosa di veramente raro ed inedito grazie

all’effetto singolare e spiazzante del contrasto

fra asprezza, potenza e violenza dei suoni e un

cantato tradizionale italiano ricco di fascino e

romanticismo.

GIOSA

D

olci all’apparenza e amarognoli in fondo

proprio come il vino da cui prendono il

nome, con cui condividono anche la terra

pugliese del Salento, i Negramaro si stanno

conquistando una fetta sempre più numerosa di

fans tanto che gli ultimi concerti continuano a

registrare il sold out. Sono quasi dieci anni che

la band è attiva ma solo negli ultimi tempi è riuscita

a crearsi un’identità ben definita che vede

un’ interessante commistione di influenze tipicamente

british (Coldplay, Muse) e un rock

autoriale di matrice italiana ispirato ad autori

come Tenco e Battisti.

Dopo i successi ottenuti nelle arene estive, i

Negramaro hanno deciso di portare in tour il

loro ultimo successo «La Finestra», in un’ambientazione

del tutto nuova, quella del teatro.

«Abbiamo fortemente voluto portare il tour

nei teatri per ricreare l’incanto, l’atmosfera

della stanza nella quale nascono le nostre canzoni

- dice Giuliano Sangiorgi, voce dei

Negramaro - perché noi e chi ci ascolta possiamo

godere insieme dell’emozione più forte che

scaturisce da ogni pezzo, quando ancora è

nudo e vibra solo grazie al fluire delle sensazioni

che scorrono».

«Il concerto acustico è la situazione più vicina

a questo nostro sentire. Stiamo preparando

un nuovo spettacolo, completamente diverso da

quello estivo, ma anche da qualunque cosa proposta

finora».

«Utilizzeremo strumenti etnici, ma anche

l’uso dei nostri abituali strumenti sarà diverso

dal solito: ad esempio le manipolazioni elettroniche

di Pupillo saranno l’elemento onirico di

questo live».

GIOSA

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