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NELLE VALLI BOLOGNESI N°66

Il numero dell'estate 2025 della rivista su natura, cultura, tradizione e turismo slow nella pianura e nella montagna bolognese

Il numero dell'estate 2025 della rivista su natura, cultura, tradizione e turismo slow nella pianura e nella montagna bolognese

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Nelle

NATURA, CULTURA, TRADIZIONI E TURISMO SLOW TRA LA MONTAGNA E LA PIANURA

Anno XVIII - numero 66 - LUGLIO - AGOSTO - SETTEMBRE 2025

I tesori del Reno

Un nuovo trekking

tra arte, storia e natura

non tutti sano che

Il senso di Bologna

per il papato

appuntamenti

Feste, sagre e rassegne

tra città e provincia

ESTATE

La storia siamo noi

Vincenzo Italiano, Bruno Pesaola e Giovanni Battista Fabbri

sono i tre allenatori rossoblù vincenti in Coppa Italia


SOMMARIO

Periodico edito da

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Gli scatti di William Vivarelli

Le foto della primavera

Numero registrazione Tribunale

di Bologna - “Nelle Valli Bolognesi”

n° 7927 del 26 febbraio 2009

Direttore responsabile:

Filippo Benni

Francesca Chelini

Raffaele Brunaldi

Elena Boni

Gianluigi Pagani

Cristiano Cremonini

Giancarlo Fabbri

Mauro Trigari

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In dialetto si dice...

Erbe di casa nostra

La nostra cucina

Speciale prodotti locali

Torta di tagliatelle, salsiccia passita, nespole e panone

Da sempre al fianco di chi crea cultura

raccontando la storia delle nostre comunità

1895-

2025

Hanno collaborato:

Valentina Fioresi

Stefano Lorenzi

William Vivarelli

Claudia Filipello

Katia Brentani

Gianluigi Zucchini

Claudio Evangelisti

Gian Paolo Borghi

Paolo Taranto

Guido Pedroni

Serena Bersani

Marco Tarozzi

Andrea Morisi

Paola Gianotti

Mario Chiarini

Veronica Righetti

Fausto Carpani

Sandra Sazzini

Giuliano Musi

Alessio Atti

Foto di:

William Vivarelli

Gianni Schicchi

Archivio Bertozzi

Archivi AppenninoSlow

eXtrabo e Bologna Welcome

Paolo Taranto

Comune di Molinella

e altri in pagina

Progetto Grafico:

Studio Artwork Grafica & Comunicazione

Roberta Ferri - 347.4230717

Pubblicità:

distribuzione.vallibolognesi@gmail.com

051 6758409 - 334 8334945

Rivista stampata su carta ecologica

da Rotopress International

Via Mattei, 106 - 40138 Bologna

Per scrivere alLA REDAZIONE:

vallibolognesi@emilbanca.it

Per abbonamenti e pubblicità contattare appenninoslow:

distribuzione.vallibolognesi@gmail.com - 051 6758409 - 334 8334945

Questa rivista

è un prOdotto editoriale

ideato e realizzato da

In collaborazione con

CITTÀ

METROPOLITANA

DI BOLOGNA

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In giro con eXtraBo

Dalle stelle ai castelli, un’estate per tutti i gusti

Appuntamenti

In giro con AppenninoSlow

L’estate un passo dopo l’altro

Cooperativa di comunità

A Campolo c’è Palens

Succede solo a Bologna

Lungo la via dei Brentatori

Trekking

I Tesori del Reno in sei tappe

Due ruote

Far Gravel Argenta, in bici tra la terra e il mare

In giro con Confguide

La Certosa come non l’avete mai vista

Personaggi

Guerra il cavallerizzo furioso

Cremonini e il Teatro della gente

La macchina del tempo

Terramaricoli e Villanoviani

Non tutti sanno che

Il senso di Bologna per il papato

Da vedere

Museo Olinto Marella

La nostra storia

I Templari a Bologna

Miti dello sport

I tre timonieri rossoblù che fecero l’impresa

Il ricordo

Luciano Nenzioni

Alle origini del vino

L’altra faccia della medaglia - Sustenia

Il ritorno del lupo nella bassa bolognese

Fotonaturalismo

La quindicesima puntata del corso

L’avventura

La Forra del Rio Zena

La biblioteca di Nelle Valli Bolognesi

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Dialetto e altre storie con Carpani e Borghi

www.emilbanca.it

IL CUORE NEL TERRITORIO



GLI SCATTI DI WILLIAM VIVARELLI

Fenicottero

rosa

(Phoenicopterus roseus)

I fenicotteri, con il loro elegante portamento e le vivaci tonalità rosate,

sono sempre più spesso protagonisti anche nei cieli e nelle zone umide

dell’Emilia-Romagna. Se un tempo la loro presenza era considerata un

evento raro e occasionale, negli ultimi anni si è assistito a un incremento

degli avvistamenti, tanto da poterli considerare ospiti semi-stabili di

alcune aree.

Un luogo particolarmente interessante per osservare questi uccelli è

l’Oasi La Rizza di Bentivoglio, situata nella pianura bolognese. Questa

ex risaia, trasformata in un’importante area naturale protetta, offre un

habitat ideale per diverse specie di avifauna, tra cui, appunto, i fenicotteri.

La novità più interessante per gli appassionati di birdwatching è che, ormai,

è possibile avvistare fenicotteri in fase giovanile praticamente durante

tutto l’anno nei pressi dell’Oasi. Questi giovani esemplari, riconoscibili

per il piumaggio dalle tonalità più grigiastre e meno intense rispetto

agli adulti, sembrano aver trovato in quest’area un ambiente favorevole

per la crescita e lo svernamento.Talvolta, insieme ai giovani, è possibile

osservare anche alcuni individui adulti, che magari si fermano durante le

loro migrazioni o che, in alcuni casi, potrebbero aver trovato le condizioni

adatte per un soggiorno più prolungato.L’Oasi La Rizza, con i suoi percorsi

naturalistici e i punti di osservazione, rappresenta quindi un’opportunità

imperdibile per ammirare da vicino questi splendidi uccelli. La loro

presenza aggiunge un tocco di colore e di esotismo a questo prezioso

angolo di natura della pianura bolognese, testimoniando la crescente

importanza delle aree umide per la conservazione della biodiversità.

L’ALFABETO di VIVARELLI

Nei numeri precedenti:

Albanella Autunno 2010

Allocco Inverno 2010

Assiolo Primavera 2011

Allodola Estate 2011

Airone cenerino Autunno 2011

Averla maggiore Inverno 2011

Averla piccola Primavera 2012

Aquila reale Estate 2012

Ballerina bianca Autunno 2012

Ballerina gialla Inverno 2012

Barbagianni Primavera 2013

Beccamoschino Estate 2013

Balestruccio Autunno 2013

Calandro Inverno 2013

Capriolo Primavera 2014

Capinera Estate 2014

Cervo Autunno 2014

Cinghiale Inverno 2014

Canapiglia Primavera 2015

Canapino Estate 2015

Cannaiola comune Autunno 2015

Canapino maggiore Inverno 2015

Cannareccione Primavera 2016

Cardellino Estate 2016

Cavaliere d’Italia Autunno 2016

Cinciallegra Inverno 2016

Cincia bigia Primavera 2017

Cincia dal ciuffo Estate 2017

Cincia mora Autunno 2017

Cinciarella Inverno 2017

Cesena Primavera 2018

Cicogna bianca Estate 2018

Civetta Autunno 2018

Cornacchia grigia Inverno 2018

Cormorano Primavera 2019

Codibugnolo Estate 2019

Codirosso comune Autunno 2019

Codirosso spazzacamino Inverno 2019

Colubro di Esculapio Primavera 2020

Coronella Girondica Estate 2020

Covo Imperiale Autunno 2020

Corriere piccolo Inverno 2020

Cuculo Primavera 2021

Culbianco Estate 2021

Cutrettola Autunno 2021

Daino Inverno 2022

Chirotteri Primavera 2022

Cinghiale Estate 2022

Cigno Autunno 2022

Canapiglia Inverno 2023

Uccello combattente Primavera 2023

Codirossone Estate 2023

Colombaccio Autunno 2023

Fagiano comune Inverno 2023

Faina Primavera 2024

Falco Cuculo Estate 2024

Falco di palude Autunno 2024

Falco pellegrino Inverno 2024-2025

Fanello Primavera 2025

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LE FOTO DELL’ ESTATE

di Paolo Taranto

Con l’arrivo dell’estate inizia una magia, non solo nei boschi ma in diversi altri tipi di habitat,

inizia infatti il periodo culmine dell’attività riproduttiva delle lucciole, in cui, in base alla specie,

maschi e/o femmine emettono una luce (fissa o pulsante) per attirare un partner. Nella specie

più comune, Luciola italica, sia maschio che femmina, producono luce intermittente, ma la

femmina lo fa da posata mentre il maschio lo fa in volo. L’insieme di tanti maschi che volando

producono i loro lampeggi di luce, nel buio di un bosco, produce una sorta di danza creando

un’atmosfera magica.

In Italia vivono diverse specie di lucciole oltre a Luciola italica che è la più comune, ad

esempio Lampyris noctiluca dove la femmina non ha le ali, Luciola lusitanica, Nyctophila reichii

tipica del sud italia. Le larve delle lucciole sono utilissimi alleati dell’uomo in quanto sono

fameliche predatrici di chiocciole e lumache dunque si consiglia di non utilizzare lumachicidi

chimici nel proprio orto o giardino. Il periodo di massimo culmine delle attività luminose cambia

da specie a specie ma soprattutto con l’altitudine, nelle zone di pianura il fenomeno avviene

prima (maggio) poi man mano che si sale di altitudine verso la collina avviene in giugno e

nell’alta collina avviene in luglio.

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In dialetto si dice...

LA FAUNA LOCALE NELLA TRADIZIONE

DELLA BASSA BOLOGNESE

VILLA PADRONALE - IMOLA AD.ZE AUTODROMO

Residenza elegante, indipendente, perimetrata da giardino

esclusivo, due ingressi carrabili per eventuale frazionamento

in due unità autonome. In contesto residenziale, la villa è

stata edificata utilizzando materiali pregiati, perfettamente

manutenuta e da personalizzare. Ingresso principale da porticato

che conduce all’ atrio, dove risulta protagonista lo scalone di

grande rappresentanza che collega i due piani principali; al

primo livello: ampia zona giorno, studio, 2 camere e servizi;

al secondo livello: generosa zona notte con servizi, terrazza

abitabile e collegamento diretto alla mansarda open space.

Completano la proprietà i locali di servizio al piano terra

finestrati, garage, oltre a posti auto coperti. Ottimo investimento

anche per strutture ricettive o per più nuclei famigliari.

Classe energetica G - in attesa di redazione

Informazioni su richiesta

Tel. 051 225564

VILLA - NAVILE

Soluzione indipendente su tre livelli a pochi passi dal polo universitario

del Navile e dal Museo del Patrimonio Industriale. L’immobile si pone in

contesto di forte sviluppo con recupero di affascinanti edifici industriali

di interesse storico e culturale incastonati tra il Parco Lungo Navile e

Villa Angeletti. Porzione di edificio in mattoni facciavista, ex opificio

oggetto di integrale rifacimento, contraddistinto da design raffinato

e giusto equilibrio tra classico e moderno. Primo livello: ingresso,

angolo cottura (completo di cucina), pranzo, soggiorno con camino

e possibilità di uscita su giardino privato, disimpegno, studio, bagno,

lavanderia. Secondo livello: disimpegno, 3 camere, 2 bagni. Terzo livello:

soffitta praticabile rifinita, ripostiglio e terrazza. Corte esclusiva con

possibilità di parcheggio per più auto. In dotazione: ascensore interni,

impianto fotovoltaico, solare termico, riscaldamento a pavimento.

APE D - EPtot 128,32 KWh/mq/anno

¤ 798.000

Tel. 051 225564

DELIZIOSO BORGHETTO COLONICO - MACCARETOLO

Corte rurale di circa 3000mq con ingresso di

rappresentanza, circondata da piccolo bosco ed

alberi da frutto, in lotto di tre edifici principali: due

residenziali, una villa padronale di 300mq e altra

unità di 150mq con doppi volumi; completa la

proprietà un grande fienile da ristrutturare di 340mq

oltre accessori e porticati. Le due abitazioni sono

entrambe terratetto libere su quattro lati, ristrutturate

e reinventate, ideali anche per più nuclei familiari che

godono di assoluta riservatezza e indipendenza, nelle

terre di San Pietro in Casale a pochi chilometri da

Bologna. Ottimo anche per studi professionali o per

chi associa il lavoro alla residenza.

Classe energetica G - in attesa di redazione

¤ 485.000

Tel. 051 225564

CIELO/TERRA - ZAPPOLINO

Calvo Immobiliare propone in vendita villetta di testa in

complesso di sole quattro unità di recente costruzione,

nel cuore della Valsamoggia, a poca distanza dai

borghi antichi di Monteveglio e Castello di Serravalle

ma al contempo vicina ai servizi e comoda alle vie di

comunicazione. L’immobile di complessivi 250mq,

beneficia di tripla esposizione, alba e tramonto, si sviluppa

su più piani ed è composto da ingresso indipendente,

soggiorno, cucina abitabile, accesso al giardino privato con

gazebo, tre camere, tre bagni, lavanderia, taverna, ampia

cantina, garage per più auto e delizioso spazio esterno

privato perfetto per piacevoli cene estive. Travi a vista,

riscaldamento autonomo, nessuna spesa di condominio.

Classe energetica G - in attesa di redazione

¤ 298.000

Tel. 051 225564

VILLA INDIPENDENTE - SAN LAZZARO COLLINARE

Calvo Immobiliare propone in vendita prestigiosa

villa di 450 mq su due livelli con parco privato

alberato di circa 1 ettaro. Spazioso ingresso,

soggiorno doppio, cucina abitabile, altro salotto

con grandi vetrate panoramiche a tutta altezza,

disimpegno notte, 2 camere di cui una con terrazza,

2 bagni più suite matrimoniale con cabina armadio e

bagno. Al piano sottostante bilocale con uscite verso

il giardino oltre a spazi accessori, cantine, porticati

e autorimesse per 5 auto. Possibilità, con progetto

già approvato, di frazionamento e ampliamento per

ottenere 4 unità indipendenti ognuna con proprio

giardino esclusivo e garage. Libero subito.

Classe energetica G - in attesa di redazione

¤ 1.470.000

Tel. 051 225564

PIAZZETTA DELLA PIOGGIA - PALAZZO TANARI

In palazzo storico vincolato, piano nobile di

grande fascino, ristrutturato. Ampio salone con

doppi volumi, studio in soppalco e camino con

elegante intaglio su legno antico di elevato

effetto scenografico, cucina in nicchia, due

camere da letto e doppi servizi. Riscaldamento

autonomo.

Classe energetica G - in attesa di redazione

¤ 490.000

Tel. 051 225564

LABORATORIO/GARAGE - PORTA SANT’ISAIA

Su Viale di Circonvallazione Calvo immobiliare

propone in vendita locale commerciale circa

250mq con doppio ingresso carrabile a livello

strada, ampi volumi, doppi servizi, corte privata,

zona ufficio al primo piano. Ingressi indipendenti,

ottimo utilizzo a garage per 6 auto o negozio

avendo vetrina con grande visibilità su strada,

molto luminoso, libero subito.

Classe energetica G - in attesa di redazione

¤ 420.000

Tel. 051 225564

APPARTAMENTO - CALDERARA DI RENO

Piano alto con ascensore, tripla esposizione

molto luminoso, affacci su corti interne alberate

e riservate, stabile di poche unità abitative,

appena ristrutturato ed oggetto di eco-bonus

110%, ampio giardino condominiale, ottima

posizione comoda al centro ed ai servizi.

L’immobile è perfettamente manutenuto,

finiture in parquet, infissi in legno e vetrocamera,

razionale distribuzione degli spazi interni:

ingresso arredabile, sala, cucina, tre camere e

doppi servizi, due balconi spaziosi e posto auto

assegnato. Volendo garage a parte nel prezzo.

APE E - EPtot 164,81 KWh/m2/anno

¤ 248.000

Tel. 051 225564

Spioncello - SPEPLA ED VAL/SPIPLON

Lo spioncello è un piccolo passeriforme che dopo aver

nidificato nelle praterie e negli alti pascoli alpini, nei primi

giorni autunnali arriva nei prati umidi, nelle paludi di acqua

dolce della bassa bolognese per svernare, trattenendosi

fino alla fine dell’inverno. Presenta un piumaggio

predominante scuro sul groppone mentre le parti inferiori

risultano sfumate sul grigio che diventeranno rosa nel

piumaggio estivo, colore questo difficilmente riscontrabile

negli areali bolognesi in quanto specie esclusivamente

svernante nell’areale di riferimento. Il comportamento e le

abitudini lo hanno portato ad essere identificato con una

specie che abbiamo già esaminato, la pispola in dialetto

spepla o spiplen, che frequenta ambienti simili, anche se

meno umidi rispetto allo spioncello. Il territorio della bassa

bolognese era caratterizzati, fino alla metà del secolo

scorso da ampie risaie e proprio nei mesi di settembre

ottobre si procedeva alla raccolta del riso lasciando ampi

campi pieni di stoppie che rappresentavano un terreno

idoneo per l’alimentazione dello spioncello che proprio in

quel periodo arrivava per svernare. Il nome dialettale con

Migliarino di palude – MIAREN/RISAROL

Il nome della specie rappresentata in foto è migliarino

di palude; nome indicativo della frequentazione di

questo passeriforme. All’inizio del secolo scorso i

grandi ornitologi si trovarono impegnati a stabilire una

univocità della nomenclatura delle singole specie. Pur

essendo trascorsi oltre 100 anni dall’immane lavoro

di Linneo (1707-1778), che aveva provveduto ad una

univoca classificazione binomiale, nome e cognome

per intenderci, di tutte le specie ornitiche, in Italia

continuavano ad essere presenti diversi nomi secondo

aree territoriali ben individuate. Nel 1913, l’ornitologo

Ettore Arrigoni Degli Oddi compilò la prima lista degli

uccelli italiani assegnando a questa specie il nome di

migliarino di palude. Ricorda l’Arrigoni che all’epoca

la specie era chiamata con quattro nomi diversi,

ortolano dei canneti, migliarino di padule, passero di

padule e monachino di padule; si noti al proposito il

termine tipicamente toscano ed ancora oggi usato, di

padule, per indicare un‘area valliva. Non solo, ma a

questi nomi ne seguivano decine dialettali, tanto che

l’ornitologo Tommaso Salvadori (1835-1923) nel suo

celebre volume “Fauna d’Italia-Uccelli” ne annoverava

ben 29. Il nome italiano sta ad indicare, da un lato, le

sue abitudini alimentari frequentando le coltivazioni

di miglio all’epoca presenti in varie parti d’italia,

e dall’altro le aree vallive ricche di canna palustre.

Nell’areale della basso bolognese sono due i nomi

dialettali riscontrati: il primo era “miaren” evidente

Foto e testi a cura di Mario Chiarini

Ascolta il suo canto!

cui, più frequentemente veniva chiamato lo spioncello,

proprio in virtù delle affinità strutturali con la pispola,

ma del diverso ambiente frequentato era spepla ed val,

ma anche spiplon, in virtù delle dimensioni lievemente

maggiori rispetto la pispola stessa.

Ascolta il suo canto !

dialettizzazione del termine migliarino, ed il secondo

era “risarol” dalla sua frequentazione di aree vallive

e dalla ampie risaie presenti su tutto il territori della

bassa bolognese. Un’ultima interessante curiosità

riguarda la coltivazione del miglio; presente all’inizio

del secolo scorso in particolare in toscana, veneto e

puglia: la sua coltivazione ha visto una progressiva

diminuzione in cambio di culture più produttive,

mentre oggi si assiste ad una sua interessante ripresa.

La brevità del ciclo di produzione, ma in particolare la

resistenza della pianta a periodi di siccità ed essere il

miglio un prodotto privo di glutine, ha visto in questi

ultimi anni una forte crescita di interesse nei confronti

di questa coltivazione.

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ERBE DI CASA NOSTRA

Con una naturopata

per conoscere le leggende,

gli usi medici e quelli tradizionali

delle piante della nostra provincia

Dal Linus usitatissimum L. si realizza

uno dei tessuti più antichi e diffusi.

Ha diverse proprietà terapeutiche ed è

usato anche nella pittura ad olio

Il LINO

dal Neolitico ai giorni nostri

Testo di Claudia Filipello - www.naturopatiabologna.it

Quando i primi caldi sono alle porte,

il tessuto che amo indossare è lo

svolazzante e leggero lino: antica

fibra naturale, composta per il 70% da

cellulosa, dall’origine molto antica, le

cui proprietà lo rendono davvero di

pregio. Il lino è un tessuto da sempre

usato in ogni parte del mondo.

La Sindone di Torino, nota anche

come Sacra Sindone o Santa Sindone,

è un lenzuolo di lino conservato

nel Duomo di Torino, sul quale è

visibile l’immagine di un uomo che

porta segni interpretati come dovuti a

maltrattamenti e torture. Le violenze

visibili sono compatibili con quelli

di un condannato alla crocifissione

e descritti nella passione di Gesù. Gli

studiosi identificano la vittima di tali

torture con Gesù e il lenzuolo con

quello usato per avvolgere il corpo

nel sepolcro. Il termine “sindone” deriva

dal greco σινδών - sindon, che indicava

un ampio tessuto, come un lenzuolo,

e che se specificato poteva essere di

lino di buona qualità o tessuto d’India.

Anticamente il termine “sindone” era

generico e non collegato alla sepoltura,

ma oggi il termine è ormai diventato

sinonimo del lenzuolo funebre di Gesù.

La coltura della pianta del lino è stata

una delle prime rese domestiche: fin

dall’antichità è stato ampiamente

coltivato in Etiopia e in Egitto. In una

grotta, nella Repubblica della Georgia,

sono state trovate fibre di lino tinte,

databili al 30000 a.C. Si stima che la

coltivazione del lino, probabilmente

originario della zona compresa tra

il Golfo Persico, il Mar Caspio ed il Mar

Nero, risale a circa 8.000 anni fa, ma si

può dire che la sua storia abbia avuto

inizio nell’epoca Neolitica, tra il 3000

e il 1000 a.C.

Intorno al 3700 a.C., dall’Egitto, dove

se ne utilizzava l’olio per confezionare

unguenti e le fibre per l’abbigliamento

e per fasciare le mummie, si esportava

a Roma, in Grecia, in Irlanda, in

Inghilterra, in Bretagna e anche

in Spagna. In seguito, la coltura

e la lavorazione della sua fibra si

svilupparono in tutto l’Impero Romano.

A partire dal 1700 a.C., le esportazioni

di lino stigliato e tessuto raggiungono

l’India e poi la Cina.

Fra il XII ed il XIV secolo il lino

si estese dai paesi del bacino del

Mediterraneo fino alla Francia, alle

Fiandre, all’Inghilterra, alla Germania,

alla Russia. Nel XVII secolo gli artigiani

protestanti delle Fiandre si trasferirono

nelle province settentrionali dei Paesi

Bassi e quelli francesi in Irlanda e

Scozia, imprimendo ulteriore sviluppo

al settore. Nella prima metà del XX

secolo, la localizzazione dell’industria

continua ad accentrarsi nell’Irlanda

del Nord, in Scozia e nello Yorkshire,

in Germania che importa materia

prima dal Belgio, dalla Lituania,

dalla Russia e dalla Lettonia, filati

dalla Cecoslovacchia, dal Belgio,

dall’Estonia ed esporta tessuti per lo più

negli Stati Uniti.

L’età moderna segnò l’inizio del suo

declino con l’affermazione di fibre

naturali alternative (principalmente

il cotone) e successivamente delle

fibre sintetiche. In Europa, dopo aver

raggiunto la massima espansione

verso la metà del XIX secolo, andò

progressivamente perdendo terreno.

Nel XXI secolo la coltivazione del lino

in Europa copre 75.000 ettari ed il

Nord della Francia è leader mondiale

nel settore delle fibre di lino.

Il lino oggi è coltivato e lavorato

prevalentemente in Europa (oltre il

70% della produzione di lino mondiale

avviene nel nostro continente), in

particolare in Francia, in Belgio e

nei Paesi Bassi, che hanno ricevuto

il marchio di qualità di “Master of

linen”, questo grazie soprattutto al

clima umido e freddo, estremamente

favorevole, alla presenza del tipo

di terreno più adatto e ai secoli di

esperienza maturata dai linicoltori

della zona.

Il Lino è uno dei tessuti più resistenti che

esistano grazie alla sua componente

cellulosica, che ne rinforza le fibre.

La trama non troppo stretta rende il

tessuto di lino traspirante, leggero e

fresco al tatto. Ha proprietà isolanti

e termoregolatrici e di assorbimento

dell’umidità, oltre che filtrare i raggi

UVA, che lo rendono una fibra ideale

sia per l’abbigliamento, sia per la

biancheria della casa. Il tessuto del lino

è anche definito “materiale nobile”,

perché essendo una fibra naturale è

anallergico; quindi, non irrita la pelle

e non attira le polveri.

E’ molto apprezzato per le

sue molteplici qualità, tra cui spiccano

la versatilità, la sostenibilità, il suo

essere ipoallergenico e traspirante, la

freschezza e la resistenza, oltre alla

sua indiscutibile bellezza estetica.

Il lino è composto da fibre che

vengono estratte da una pianta,

scientificamente conosciuta con il

nome di Linus usitatissimum L., alta

circa un metro, ha piccoli fiori bianchi

e azzurri e manifestano la loro fioritura

contemporaneamente in un unico

giorno.

La pianta del lino è annuale, si

presenta con steli sottili e foglie strette

e lanceolate. Crea bellissimi fiori di

colore azzurro intenso, si aprono solo

al mattino e, durano soltanto il tempo

di un giorno. Sulla pianta, subito dopo

la fioritura, compaiono capsule ovali

che contengono gli speciali semi di

lino, che risultano essere pregiati da

un punto di vista terapeutico e del

benessere organico.

I semi maturi ed essiccati contengono

circa il 30-40% di olio non volatile

(acido linolenico, acido linoleico ed

acido oleico), il 25% di proteine ed una

piccola percentuale di mucillagini (3-

6%). I semi di lino, inoltre, contengono

anche una modestissima percentuale

di glucosidi cianogenetici (1%) che in

teoria possono rilasciare per idrolisi

acido cianidrico; questo però non

accade poiché a livello gastrico viene

prodotto un enzima specifico per

l’inattivazione.

L’uso dei semi di Lino in Naturopatia

è strategico per numerosi disagi e

problemi.

I semi possono essere abitualmente

utilizzati per applicazioni locali su

infiammazioni cutanee (farina o olio

dei semi) o bronchiali, attraverso la

preparazione di decotti mucillaginosi

costituiti da 1 cucchiaio di semi da

minestra per tazza, o cataplasmi: 60

grammi di farina di lino in 250 gr di

acqua. Si fa bollire il tutto per 5 minuti e

quindi si applica sul petto a più riprese.

Il tutto avvolto da un panno.

L’uso per via orale dei semi di lino,

grazie alla presenza di mucillagini,

costituisce invece un tradizionale

rimedio fitoterapico specifico per

stitichezza cronica, colon irritabile,

ecc.

I semi di lino andrebbero utilizzati interi

o schiusi, non tritati. Se contusi, viene

sfruttata anche l’azione lubrificante

dell’olio in essi contenuto; nel qual

Il lino

caso, tuttavia, si consideri l’enorme

peso calorico (100 gr corrispondono a

500 calorie).

I semi di lino sono controindicati in

caso di sindrome occlusiva e subocclusiva,

dolori addominali acuti,

dovuti per esempio ad appendicite

o diverticoliti. È inoltre, da evitare la

contemporanea assunzione di altri

farmaci, poiché si riduce l’efficacia. La

terapia con semi di lino non andrebbe

comunque prolungata oltre le 3-4

settimane.

L’olio di semi di Lino ha inoltre,

principali proprietà biologiche che sono

attribuibili all’ALA, noto precursore

degli acidi grassi essenziali della serie

omega3 ed ai lignani, la cui attività

biologica non è ancora stata del tutto

chiarita. L’attività antinfiammatoria,

l’attività antiossidante e

vasoprotettiva costituiscono il pull

biologico su cui verte l’uso clinico e

preventivo dell’olio di lino.

L’olio di lino puro al 100% senza additivi

e aggiunta di solventi, è adoperato nel

settore delle Belle Arti, come medium

nei colori ad olio e nel trattamento del

legno antico e del cotto: da sempre

è utilizzato nella creazione di opere

d’arte. Nello specifico, ha funzione

essiccativa, di colore più scuro e di

più rapida asciugatura rispetto al lino

crudo.

È provato inoltre che, essiccandosi

e indurendosi, è l’olio che dona

resistenza al trascorrere del tempo e

a tutti gli agenti atmosferici. Insieme

all’olio di lino, che è ritenuto il più

importante per la tecnica della pittura

a olio, sono usati efficacemente

anche altri tipi di olio, come quelli

di papavero e di noce. La pittura a

olio può essere applicata su tutte le

superfici. Su tele, tavole di legno o

cartoni adeguatamente preparati con

un’imprimitura. Ma anche senza alcun

tipo di preparazione.

Ancora una volta Madre Terra dona

una pianta al mondo dalle infinite

peculiarità, che si pone alla base della

vita dell’uomo ed essenziale per la vita

sulla Terra stessa poiché, come tutte le

piante, sono architetti della Natura.

10

11



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LA NOSTRA CUCINA

Curiosità, consigli e ricette

della tradizione

culinaria bolognese,

dalla Montagna alla Bassa

a cura di Katia Brentani

É ricco di grassi “buoni” e povero

di zuccheri, l’alto contenuto di fibre

gli conferisce un potere saziante

Vi starete chiedendo perché oggi parlo

di avocado, un frutto subtropicale che

richiede un clima caldo e senza gelo, che

non è tipico di questa regione. Nonostante

il cambiamento climatico la coltivazione a

livello commerciale in Appennino e nella

pianura padana non è praticabile, ma capita

sempre più spesso di incontrare piante di

avocado coltivate in vaso fare bella mostra

nelle verande e nelle terrazze di villette nel

nostro Appennino e nella nostra pianura.

L’avocado è un frutto molto di moda

e ricco di tante proprietà. Il termine

“avocado”, deriva dalla parola ahuacatl,

in lingua Nahuatl, quella parlata dagli

Aztechi, che già conoscevano le proprietà

benefiche di questo frutto. Il significato?

“Testicolo”, naturalmente, per la sua

forma che ricorda… sì, insomma, avete

capito. E, proprio per la sua morfologia,

gli vennero ovviamente attribuite proprietà

RICETTA DELLA MONTAGNA

CARPACCIO CON AVOCADO

E SALSA DI MIRTILLI

Ingredienti (per 4 persone)

200 g di carpaccio di manzo, 150 g

verdurine miste (zucchina, cipollotti,

carota, asparago),

1 avocado maturo, 1 cucchiaio di olio

EVO, succo di un limone o lime, sale,

pepe, 90 g mirtilli,

Curiosità e ricette sono tratte

da “Si rivolga all’Avocado”

di Manuela Fiorini

per i Quaderni del Loggione

AVOCADO,

oltre la moda c’è di più

Le RICETTE

afrodisiache. Detto anche “pera alligatore”,

per il colore e la rugosità della sua buccia,

l’avocado conquistò anche i Conquistadores

che lo assaggiarono e lo descrissero come

un frutto “abbondante, con una polpa

simile al burro e caratterizzato da un

ottimo sapore”. Le sue terre di origine

sono il Messico, il Guatemala e l’America

Centrale. La pianta da cui nascono questi

preziosi frutti appartiene alla famiglia delle

Lauracee, che risale a più di cinquemila

anni fa. Esistono circa una ventina di varietà

di avocado. Quella che, più di frequente, si

trova nei nostri supermercati sono i Fuerte,

con la forma a pera, il colore verde scuro e

brillante e la buccia sottile. Diffuso anche

il Nabal, dalla forma tondeggiante, la pella

liscia, verde scuro e con venature nere. Ha

la polpa soda e si presta bene alla cottura.

La varietà Hass, invece, è di misura più

piccola, la buccia più spessa, che con il

2 cucchiaini di senape, 1 cucchiaio di

aceto di lamponi o succo di lime.

Procedimento: schiacciate l’avocado

con una forchetta, un goccio di succo di

limone, sale e pepe. Spalmate il composto

sulle fettine di carpaccio, disponete

un mucchietto di verdure e arrotolate.

Raffreddate bene e poi tagliatele a

rondelle. Preparate la vinaigrette, frullate

nel mixer tutti gli ingredienti. Servite i rolls

con l’insalata, condite con la vinaigrette,

crostini di pane e mirtilli.

RICETTA DELLA PIANURA

UOVA RIPIENE DI AVOCADO E TONNO

tempo scurisce, di un colore che varia tra

il viola e il bruno, mentre la polpa è gialla,

soda e molto profumata. Tra tutte le varietà

è quella dal sapore migliore. Troviamo poi

il Lula, piuttosto grosso e tondo alla base,

con la buccia lucida e ruvida, di un colore

che varia dal giallo al verde. C’è anche

l’avocado cetriolo, di piccole dimensioni

e sprovvisto di seme. Infine, l’Ettinger, ha

una forma allungata, la buccia liscia e

sottile, di colore verde, e un sapore della

polpa molto delicato. L’avocado contiene

una quantità importante di grassi vegetali

monosaturi, cioè i grassi “buoni”, che

contribuiscono a mantenere in salute il

sistema cardiocircolatorio, proteggendo il

cuore e migliorando i livelli di colesterolo

nel sangue. Essendo povero di zuccheri,

poi, può essere assunto anche da chi

ha il diabete, mentre l’alto contenuto di

fibre gli conferisce un potere saziante,

evitando così quei “buchi allo stomaco”

che possono indurre a mangiare fuori

pasto cibi spazzatura o calorici. Inoltre,

le fibre favoriscono il transito intestinale,

combattendo la stitichezza e depurando

l’intestino. L’avocado contiene poi

vitamina A, C, E, B6, B12, K e acido folico,

potenti antiossidanti che contrastano

la formazione dei radicali liberi e

prevengono l’invecchiamento cellulare,

regalando all’organismo maggiore energia.

Grazie ai fitostenoli, ai polifenoli, zinco,

selenio e omega 3, l’avocado protegge le

articolazioni, mentre l’ottima percentuale di

potassio regolarizza la pressione sanguigna.

Contiene poi luteina e zeaxantina,

carotenoidi che proteggono la vista,

prevenendo la cataratta e la maculopatia.

I folati e l’acido folico, poi, mantengono

in salute l’apparato riproduttivo femminile

e il suo consumo quotidiano è indicato

alle donne in gravidanza e durante la

menopausa. Infine, i grassi Omega 9

esercitano un’azione protettiva sul cervello

e sulle membrane cellulari. Non resta che

assaggiarlo.

Ingredienti (per 4 persone)

4 uova medie, 1 avocado maturo,

1 scatoletta di tonno da 160 g, 1

cucchiaio maionese, sale e pepe

Procedimento: lessate le uova per una

decina di minuti. Sbucciatele e fatele

freddare. Aprite l’avocado in due e

svuotatelo con un cucchiaio. Mettetelo

in una ciotola e schiacciatelo bene,

aggiungete il tonno, il sale, il pepe e la

maionese. Aprite in due le uova sode,

togliete il tuorlo, aggiungetelo alla

crema e mescolate. Con un cucchiaino

riempite le uova con la crema ottenuta

e servite.

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13



SPECIALE PRODOTTI LOCALI

Nella quarta puntata del viaggio alla

scoperta dei Prodotti a Denominazione

Locale quattro specialità di Molinella

Dalla torta

di tagliatelle

alla salsiccia

passita

A cura di Valentina Fioresi

Siamo alla quarta tappa del viaggio alla scoperta dei

prodotti tipici che vantano la Denominazione Comunale

(De.Co.) del comune di Bologna o di altri comuni

della Città Metropolitana. In questa quarta puntata

conosceremo i prodotti tipici del comune di Molinella:

la torta di tagliatelline, il panone, la nespola e la salsiccia

passita della pertica di Mora Romagnola. La De.Co.

è un riconoscimento fornito dai comuni a prodotti

agroalimentari o attività tradizionali specifiche che siano

fortemente identitari di quel luogo. Ad oggi sono 17 i

prodotti tipici iscritti al registro De.Co, mentre i saperi

tradizionali sono 5.

TORTA DI TAGLIATELLINE

La torta di tagliatelline è un dolce della tradizione,

preparato originariamente con ingredienti poveri e

facilmente reperibili in tutte le normali case contadine,

quando la maggior parte dei cibi era autoprodotta e tutti

possedevano animali da cortile, come le galline che

producono uova. La torta è composta da uno strato di

sfoglia, preparata con farina, uova, burro e zucchero,

che serve per foderare la teglia. Bisogna poi preparare un

secondo impasto, con farina di grano tenero e uova, da

cui ricavare le sottili tagliatelle che andranno a comporre

il dolce: dovranno essere disposte alternate a strati di

mandorle tritate mescolate con zucchero semolato.

Una volta cotta basterà dare il tocco finale alla torta

bagnandola con un po’ di anice o mandorla amara. Si

tratta sicuramente di un dessert particolare, che può

stupire e contemporaneamente ricordare la tradizione

culinaria: la ricetta infatti è arrivata fino a noi grazie alla

tradizione orale.

PANONE DI MOLINELLA

Il panone è un dolce tipico natalizio dell’area

metropolitana di Bologna, preparato in pianura ma anche

nella zona montana. Quello di Molinella in particolare

ha ottenuto il riconoscimento De.Co.: esiste quindi

un disciplinare specifico che indica gli ingredienti e

le procedure da utilizzare per prepararlo. Per cucinare

Torta di TAGLIATELLE

PANONE

un panone tradizionale servono marmellata, uvetta,

cioccolato al latte, scorza d’arancio, farina, lievito, cacao

e spezie: una volta uniti tutti gli ingredienti l’impasto deve

essere versato in teglie rettangolari, per rispettare la forma

tradizionale del dolce. Sembra che il panone sia stato

messo in vendita per la prima volta nel 1913, presso una

gelateria di Molinella dove ancora oggi viene rispettata la

ricetta tradizionale. E non va confuso col certosino, che

è con i canditi.

SALSICCIA PASSITA DELLA PERTICA

DI MORA ROMAGNOLA

Così come il panone natalizio anche la salsiccia passita

è un prodotto tipico di tutto il bolognese, un risultato

dell’azione di “disfare il maiale”. Questa pratica era la

normalità in tutte le famiglie contadine, nelle quali il

maiale veniva allevato appositamente per essere macellato

e ricavare cibo che avrebbe sostenuto la famiglia per

molti mesi. La particolarità della passita di Molinella è

che viene preparata specificamente con carne di Mora

Romagnola, una varietà di suino autoctona italiana. La

carne degli animali adulti presenta una quantità di grassi

insaturi superiore rispetto a quella di altre razze: le More

Romagnole vengono macellate dopo aver compiuto 16

mesi per far sì che questa concentrazione sia massima.

Per preparare la salsiccia passita prima vengono scelte

le carni più magre del suino, a cui vanno aggiunti sale,

pepe, aglio spremuto e vino. La scelta del vino è molto

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SALSICCIA PASSITA

Confettura di NESPOLE

De.Co.

importante per conferire il sapore tipico al prodotto,

possono essere utilizzati il lambrusco, il pignoletto, il

trebbiano, il sangiovese e naturalmente il cabernet dei

Colli Bolognesi. L’impasto così ottenuto deve essere

insaccato in budello naturale, chiuso, e appeso a

stagionare a cavallo di una pertica, senza legature (è

proprio da questa azione che deriva il nome di questo

prodotto De.Co.).

NESPOLA DI MOLINELLA

La nespola è un frutto che appare subito “d’altri tempi”,

attualmente poco consumato. Un tempo invece sia

in campagna che in montagna le nespole venivano

abitualmente coltivate e raccolte. La nespola di Molinella

in particolare gode di una denominazione De.Co. e la

sua produzione e commercializzazione segue un preciso

disciplinare. Ad esempio gli alberi da cui provengono le

nespole devono essere coltivati nell’area del comune di

Molinella, oppure devono provenire da nespoli riprodotti

con materiale proveniente da tali piante. Questi alberi,

così come i loro frutti, sono molto rustici e perfetti per

i fertili terreni dell’area di Molinella; anche l’acqua

utilizzata per l’irrigazione è molto importante, deve essere

piovana o proveniente da maceri oppure sorgenti e pozzi

localizzati nel territorio di Molinella. Anche la dimensione

delle nespole stesse è indicata nel disciplinare: diametro,

lunghezza e peso. La raccolta della nespola di Molinella

si effettua a partire dalla seconda metà di novembre,

quando i frutti non sono ancora maturi: saranno pronti

per il consumo dopo aver passato tre/quattro settimane in

un luogo fresco, coperte da uno strato di paglia. Questi

frutti hanno un buon profilo nutrizionale, con un apporto

calorico basso, e sono ricchi di sostanze che contrastano

i radicali liberi.

014

1531



IN GIRO CON EXTRABO

Le proposte di eXtraBo per

luglio e agosto

Dalle stelle

ai castelli,

un’estate

per tutti

i gusti

Testi di Veronica Righetti

C’è chi aspetta l’estate per andare

lontano. E poi c’è chi sa che,

a pochi passi da casa, ci sono

storie da scoprire, paesaggi da

attraversare e attività da vivere.

Anche quest’anno, eXtraBO propone

un ricco calendario di esperienze

pensate per chi vuole esplorare il

territorio bolognese camminando,

osservando, ascoltando. Famiglie,

bambini, curiosi di ogni età e amanti

della natura troveranno decine di

occasioni per vivere Appennino e

pianura in modo attivo, coinvolgente

e sostenibile. Ogni appuntamento

è pensato non solo come un’uscita,

ma come un’esperienza immersiva,

un’opportunità per rallentare e

ricollegarsi con l’ambiente e con la

storia.

Castello di Palata Pepoli

EXTRABIMBI:

PICCOLI ESPLORATORI

Sono i bambini i protagonisti di

“eXtraBimbi”, un programma pensato

per far scoprire la natura attraverso il

gioco, la creatività e l’immaginazione.

Il 14 agosto, a Monghidoro, la pineta

si trasforma in un laboratorio a cielo

aperto con Sassi Dipinti. I partecipanti

andranno alla ricerca di sassi levigati

dai torrenti Savena e Idice per poi

trasformarli in piccole opere d’arte,

scoprendo forme e somiglianze

inaspettate. Un’attività che stimola

la fantasia, ma anche la conoscenza

del bosco e dei suoi abitanti, come il

lupo, simbolo dell’Appennino.

Il 17 agosto si torna nel verde

con Chiare, fresche e dolci acque

d’Appennino: un’escursione tra i

sentieri ombreggiati dell’Alpe di

Monghidoro, tra mulini antichi,

sorgenti e piccoli borghi. Un viaggio

sensoriale per conoscere l’acqua, gli

animali che la abitano e il “Re della

Montagna”.

VILLE E CASTELLI:

UN VIAGGIO NELLA STORIA

La rassegna “Ville e Castelli” è pensata

per chi ama scoprire il patrimonio

storico-artistico del nostro territorio. Il

10 luglio si apre il ciclo con l’elegante

Accademia dei Notturni, a Bagnarola

di Budrio, una villa settecentesca

immersa nella campagna, dove un

Osservatorio

Informazioni e prenotazioni

Tutte le attività sono prenotabili sul sito www.extrabo.com

oppure scrivendo a extrabo@bolognawelcome.it

Per informazioni: 051 6583109

tempo si riunivano intellettuali e

artisti. Il 13 luglio si sale tra i monti

per visitare Palazzo Comelli, a Bargi,

raffinato esempio di architettura

borghese montana con vista sul lago

di Suviana. Il 20 luglio è la volta della

pianura con la Pieve di Sala e Palazzo

Minelli, due gioielli architettonici

di epoche diverse ma strettamente

legati alla storia locale. Il 10 agosto

si torna in Appennino per ammirare

la Pieve di Roffeno, esempio di

romanico rurale immerso in un

borgo che conserva ancora il suo

fascino antico. Il 28 agosto si esplora

il Castello di Palata Pepoli, con il suo

cortile porticato e la vicina Chiesa

di San Giovanni Battista, custode di

importanti opere d’arte.

Settembre completa il viaggio con

tre tappe imperdibili: il 14 alla

suggestiva Rocchetta Mattei, castello

visionario tra gotico e moresco, il 21

a Budrio con un itinerario tra Palazzo

Comunale, pinacoteca, museo

archeologico, museo dell’Ocarina

e dei Burattini, per concludere con

la Bottega del legno della famiglia

Rapparini, custodi di antiche

tradizioni artigianali. Un percorso

tra bellezza, memoria e identità

che mostra come ogni pietra e ogni

angolo del nostro territorio possa

raccontare una storia; il 27 visita

guidata a Castel Guelfo e alle sue

torri medievali.

Corno alle Scale

STAR WALKS: LA MAGIA DELLE

NOTTI D’ESTATE

Chi l’ha detto che si cammina solo di

giorno? Con le “Star Walks” eXtraBO

invita a scoprire la natura al calar

del sole, tra suoni, racconti e cieli

stellati. Si comincia l’11 luglio con

Imbrunire sulla Montagna Sacra,

una suggestiva escursione serale sul

Montovolo tra leggende, poesia e

versi notturni. Il 17 e il 31 luglio si

cammina tra gli argini della pianura

fino all’Oratorio del Savignano, per

scrutare le costellazioni con l’aiuto

di un astrofilo.

Il 29 luglio si sale in quota per

Camminare tra i Pianeti, trekking

e osservazione astronomica in

Appennino. L’escursione prenderà

il via dall’Osservatorio Astronomico

Felsina e si snoderà lungo un tratto del

nuovo Sentiero dei Pianeti, inaugurato

lo scorso maggio dall’Associazione

Astrofili Bolognesi. Questo percorso

tematico è una deviazione suggestiva

della storica Piccola Cassia, l’antico

tracciato che collegava Nonantola

a Pistoia attraversando l’Appennino

tra Modena e Bologna. Lungo il

cammino, tappe dedicate ai pianeti

e agli elementi del sistema solare

accompagnano i viandanti in un

vero e proprio viaggio spaziale sotto

le stelle.

L’itinerario proposto toccherà

alcune di queste stazioni: Sole,

Mercurio, Venere, Terra, Marte, la

Fascia degli Asteroidi e Urano, in

un’avventura che unisce scienza,

cammino e meraviglia. Il 6 agosto,

al Corno alle Scale, è il momento

delle Costellazioni d’agosto, con un

percorso ad anello tra rifugi, laghi e

racconti celesti. Il 19 agosto si chiude

con una camminata lungo il Reno, tra

natura, storia e cielo stellato, fino alla

Club Alpino Italiano

Sezione di Bologna

Mario Fantin

Corso di CicloEscursionismo MTB

Livello base 2025

Il corso base di CicloEscursionismo MTB si rivolge

a tutte le persone che intendono avvicinarsi alla scoperta

e alla frequentazione dell’ambiente naturale con l’utilizzo

della mountain bike. Inizio del corso il 15 settembre.

Informazioni e iscrizioni sul sito ciclocai.caibo.it

Gruppo di

CicloEscursionismo MTB

Palazzo Minelli

storica villa di Palazzo Zambeccari.

Camminare di notte è un’esperienza

che cambia il ritmo, acuisce i sensi

e ci ricorda quanto la natura sia viva

anche quando il sole tramonta.

IL GUSTO DELL’ATTESA

In attesa dell’autunno, eXtraBO

prepara il ritorno dei “Weekend del

Gusto”, con passeggiate tra borghi e

sapori, alla scoperta delle eccellenze

enogastronomiche locali. Saranno

occasioni per abbinare il piacere

del cammino a quello della buona

tavola, tra degustazioni, incontri

con i produttori e narrazioni legate

alla cultura alimentare delle nostre

valli. E per chi ama le emozioni forti,

non mancherà l’appuntamento con

il “Bramito del Cervo”: date ancora

da definire, ma esperienza da non

perdere per vivere l’Appennino nella

sua veste più selvaggia e autentica.

22



18

da fare

Alcuni degli eventi che

animeranno la pianura

nella stagione più calda

feste

d’Estate

nella Bassa

bolognese

Testi di Valentina Balletti

L’estate in pianura si anima di

appuntamenti che mescolano arte,

musica, cinema e tradizione popolare.

Ecco alcuni degli eventi più emblematici.

SEMENTERIE A CREVALCORE

Le Sementerie Artistiche sono una

vera oasi creativa dove l’arte incontra

l’agricoltura. Nato dal recupero di una

vecchia azienda agricola, questo centro

culturale propone un ricco calendario

(dal 4 luglio al 3 agosto) di spettacoli

teatrali, residenze artistiche, laboratori e

concerti, con una particolare attenzione

alla sperimentazione e all’inclusione

sociale. www.sementerieartistiche.it/

SAN GIOVANNI 50

A San Giovanni in Persiceto (30 agosto-1

settembre e 6-8 settembre) c’è San

GiovAnni 50, una festa a tema che rievoca

l’atmosfera degli anni Cinquanta.L’evento

propone concerti rock’n’roll, spettacoli

itineranti, mercatini a tema e street food

ispirato all’America dell’epoca.

Facebook/San Giov Anni 50

RENO ROAD JAZZ LUNGO IL FIUME

Il Reno Road Jazz è un festival itinerante

che fino al 14 agosto segue il corso

del fiume Reno, toccando vari comuni

della pianura bolognese. Ogni tappa

è un’occasione per ascoltare grandi

musicisti jazz italiani e internazionali

in location suggestive: cortili, giardini

storici, piazze e teatri all’aperto. Il festival

si distingue per la qualità delle proposte

artistiche, la capacità di coinvolgere il

pubblico in modo informale e l’attenzione

al territorio.

www.renogalliera.it/news-unione

B’EST MOVIE ALL’APERTO

Il B’Est Movie è una rassegna

cinematografica estiva che fino al

5 agosto porta il grande schermo

nei parchi e nelle aree verdi della

pianura bolognese. Organizzata in

collaborazione tra diversi comuni, la

manifestazione propone film d’autore,

commedie italiane, classici e pellicole

per famiglie, spesso introdotti da registi

o critici. Le proiezioni avvengono in

contesti suggestivi e naturali, favorendo

un’atmosfera rilassata e conviviale.

Facebook: Rassegna B’Est Movie

Instagram @rassegnabestmovie

LA CUCOMBRA A SAN MATTEO

La Sagra della Cucombra (4-6 e 10-13

luglio), conosciuta anche come Sagra

dei Sapori, è uno degli appuntamenti

estivi più rinfrescanti della pianura. Si

svolge a luglio presso la Corte Castella

di San Matteo della Decima, frazione

di San Giovanni in Persiceto, e celebra

i prodotti tipici locali, in particolare

cocomeri e meloni, coltivati in un

territorio che vanta una lunga tradizione

agricola. Gli stand gastronomici offrono

piatti della tradizione emiliana, come

gnocchini fritti, salumi, pesce fritto e

rane fritte, oltre naturalmente a cocomeri

e meloni serviti a fette.

www.carnevaledidecima.it/

FUNKYLAND A SAN GIOVANNI

Nel cuore dell’estate persicetana,

Funkyland (19 luglio) trasforma il centro

storico in una grande pista da ballo a

cielo aperto. Questo festival musicale,

giovane ma già amatissimo, celebra i

ritmi travolgenti del funk, della disco, del

soul e dell’hip hop con una line-up che

unisce dj set esplosivi, concerti dal vivo

e performance artistiche. L’atmosfera è

elettrica, tra luci psichedeliche, street

food, drink artigianali e una community

affiatata che condivide la passione per la

musica nera e le sue vibrazioni positive.

www.funkyland.it/

FESTA DEI GIOVANI A PIEVE

A Pieve di Cento dal 4 al 7 settembre

un evento organizzato da e per le

nuove generazioni. Il programma

spazia dai concerti live alle dj set,

dalle attività sportive agli spazi dedicati

all’associazionismo e alla creatività,

oltre alla tradizionale fiera di macchine

agricole.

www.comune.pievedicento.bo.it/

IT.A.CÀ E IL TURISMO LENTO

Anche nella pianura bolognese fa tappa

IT.A.CÀ, il primo e più importante festival

italiano dedicato al turismo responsabile

e sostenibile. L’edizione locale (termina

a ottobre) propone itinerari a piedi e in

bici, incontri culturali, degustazioni a km

zero, esperienze immersive e laboratori

pensati per esplorare il territorio con

sguardo critico e consapevole.

www.festivalitaca.net

FESTA DELLA CANAPA

Il Museo della Civiltà Contadina di San

Marino di Bentivoglio apre le porte a una

delle rievocazioni storiche più originali

e interessanti del territorio: Andar per

Maceri – Festa della Canapa. L’evento

celebra una delle colture più importanti

della tradizione agricola locale, con

dimostrazioni pratiche di lavorazione

della canapa, visite guidate ai vecchi

maceri, mercatini tematici, laboratori

artigianali e narrazioni storiche.

www.museociviltacontadina.bo.it/

Per restare sempre aggiornato sugli eventi della bassa bolognese: turismoinpianura.cittametropolitana.bo.it

a bologna

La rassegna curata da Riccardo Pazzaglia nel cortile del

Comune fino al 18 settembre

BURATTINI A PALAZZO

Anche quest’estate Bologna celebra una

delle sue tradizioni più affascinanti: il

teatro di figura. È già in corso la rassegna

“Cuccoliana - Burattini con Whang”,

che fino al 18 settembre trasformerà la

suggestiva Corte d’Onore di Palazzo

d’Accursio, in Piazza Maggiore, in un

palcoscenico incantato.

Diretta da Riccardo Pazzaglia, la rassegna

rende omaggio alla “rivoluzione” portata

dai burattinai ottocenteschi Filippo e

Angelo Cuccoli, che elettrizzavano il

pubblico proprio in Piazza Maggiore con

la loro satira pungente. A 120 anni dalla

scomparsa di Angelo Cuccoli, gli spettacoli

celebrano l’antico repertorio che ha

fondato i canoni del burattino bolognese.

Il programma è ricco di commedie, fiabe

e drammi, garantendo puro divertimento

con la comicità scanzonata dei nostri

eroi dalla testa di legno. Tra i prossimi

appuntamenti, giovedì 10 luglio andrà in

scena “La vendetta della Strega Morgana”

con Sganapino e Fagiolino. Gli spettacoli

sono consigliati dai 5 anni in su.

Raggiungere il cuore di Bologna è facile,

anche in bici, grazie al bike parking

attrezzato a Palazzo d’Accursio. I biglietti

possono essere acquistati in prevendita

online su Vivaticket o presso l’infopoint

di Piazza Maggiore, oppure direttamente

in loco dalle 20:00. Diventare soci di

“Burattini a Bologna” offre inoltre vantaggi

e ingressi a prezzi speciali.

DA FARE IN APPENNINO: RESTA AGGIORNATO

FESTIVAL E RASSEGNE

Da giugno a settembre torna Crinali, il festival

dedicato agli amanti della natura, con passeggiate,

concerti e spettacoli in tante magiche location:

www.crinalibologna.it

Dal 5 giugno al 10 agosto Estate ai 300 scalini: da

giovedì al sabato lo spazio nel Parco San Pellegrino,

accoglie una stagione culturale nella quale convivono

teatro, musica, serate sociali e partecipative,

proiezioni, yoga e arti varie

Sabato 5 luglio Rock al grot a Labante (Castel

d’Aiano)

Borghi Divini - 5 luglio a Pian del Voglio, 11 luglio

a Castiglione, 26 luglio a Qualto, 23 agosto a Borgo

Musolesi, 30 agosto a Roncastaldo, 13 settembre a

Montorio.

Dal 9 luglio al 27 agosto I concerti della

Cisterna a Monghidoro

Dal 24 al 27 luglio Porretta Terme ospita la 37ª

edizione del Porretta Soul Festival. L’evento,

riconosciuto come uno dei più importanti festival

soul e R&B d’Europa, animerà il Rufus Thomas Park

con un ricco cartellone di artisti internazionali. Oltre

ai concerti a pagamento, Piazza Libertà vibrerà con

esibizioni gratuite e un’ampia offerta di Street Food.

Servizio di bus notturno con Tper.

FESTE E SAGRE

Da giovedì 10 a domenica 13 luglio festa bavarese a

Lizzano in Belvedere

Da giovedì 17 a domenica 20 luglio festa della fontana a

Bombiana (Gaggio Montano)

Da giovedì 17 a domenica 20 luglio Sassofest - a tutta

birra! a Sasso Marconi

Sabato 19 luglio festa della birra a Castiglione dei Pepoli

Sabato 28 luglio festa del borgo a Vidiciatico (Lizzano in

Belvedere)

Dall’8 al 10 agosto festa di San Lorenzo a Castiglione dei

Pepoli

Domenica 10 agosto sagra del tortello di patate a

Roncobilaccio (Castiglione dei Pepoli)

Venerdì 15 agosto 75esima sagra dello zuccherino a

Grizzana Morandi e sagra del tartufo nero a Camugnano

Dal 21 al 23 agosto Vidiciatico street food a Vidiciatico

(Lizzano in Belvedere)

Venerdì 22 e sabato 23 agosto festa medievale a Castel di

Casio

Dal 29 al 31 agosto Montagna in fiera a Castiglione dei

Pepoli

Dal 5 al 7 settembre Fira di Sdaz a Sasso Marconi

Dal 6 all’8 e dall’11 al 14 settembre festa della Madonna

della Cintura al Farneto (San Lazzaro di Savena)

19



IN GIRO CON APPENNINOSLOW

Estate 2025

Viaggi di gruppo con guida alla scoperta

dell’Italia che non ti aspetti (e non solo)

L’estate un passo

dopo l’altro

A cura di Paola Gianotti

Le proposte estive di AppenninoSlow sono

pensate per chi cerca autenticità, natura,

storie locali e piccoli gruppi con cui

condividere l’esperienza. Le guide ambientali

escursionistiche accompagneranno ogni

passo: porteranno dentro i luoghi, e non solo

verso una meta. I cammini diventano così

esperienze totali, che coinvolgono il corpo e

lo spirito, lontano dalle rotte battute.

I CAMMINI PIÙ AMATI

Nelle proposte non mancano i grandi

classici, quelli che non smettono mai di

emozionare. La Via degli Dei, da Bologna

a Firenze, attraversa panorami spettacolari e

borghi ricchi di storia. Nel 2024 è diventata

il primo cammino sostenibile al mondo, un

invito a percorrere ogni tappa con lentezza

e attenzione, guidati da esperti che sanno

raccontare il territorio e le sue storie. Da

Fiesole all’Appennino bolognese, ogni

tratto custodisce una meraviglia inattesa, tra

natura e tracce di storia. Per chi desidera

un’esperienza diversa, la Via della Lana

e della Seta, da Bologna a Prato, offre un

percorso che attraversa luoghi della memoria

e paesaggi in cui la natura conserva intatto

il suo carattere selvaggio, con cavalli liberi

e angoli poco conosciuti. È un itinerario che

intreccia archeologia industriale, storia del

lavoro e panorami incontaminati.

A fine settembre torna anche la Via

Medicea, tra ville storiche, paesaggi toscani

e una bellezza architettonica che racconta

il Rinascimento. Il cammino segue le orme

della famiglia Medici, tra arte, cultura

e colline coltivate, immerse nella luce

morbida dell’autunno. E per chi desidera

un’esperienza accessibile a tutti, ecco il

Cammino di San Francesco, sia in versione

classica, che nella sua versione inclusiva,

adatto a persone ipovedenti, con guide

specializzate e un’organizzazione attenta e

sensibile. Un viaggio che unisce spiritualità,

condivisione e accessibilità. Un’occasione

per vivere l’Appennino con occhi diversi,

dove ogni passo diventa incontro.

DUE PASSI PER LO STIVALE

Per chi desidera un’estate fuori dal comune,

Appennino Slow propone itinerari che

attraversano l’Italia da nord a sud, includendo

isole e angoli nascosti. Cammini poco

frequentati, da scoprire in compagnia delle

guide, immersi in natura, storia e panorami

sorprendenti.

Cammino dei Briganti – Tra Lazio e Abruzzo,

tra storie di frontiera e natura selvaggia.

Seguendo le tracce degli antichi briganti, si

attraversano valli remote, faggete ombrose e

minuscoli borghi che conservano il sapore del

passato.

Molise da scoprire – Un viaggio rurale tra

borghi, silenzi e autenticità. Un itinerario che

restituisce dignità a un territorio dimenticato,

tra transumanze, tratturi e accoglienza

sincera.

Cammino dei Borghi Silenti – Nelle colline

umbre più nascoste, in partenza a fine estate.

Sentieri dolci tra boschi e piccoli paesi dove il

tempo sembra essersi fermato, in un’Umbria

intima e contemplativa.

Santa Barbara

Iglesias

Tour de Six

Alpi Apuane – Tra cielo e mare, con panorami

mozzafiato e il mare all’orizzonte. Un

itinerario per chi ama i contrasti forti: rocce

bianche, profumi di macchia e affacci

vertiginosi.

Cammino Minerario di Santa Barbara – Nelle

viscere della Sardegna, tra miniere dismesse e

paesaggi lunari (in partenza a fine estate). Un

viaggio nella memoria del lavoro e della terra,

in una Sardegna poco raccontata.

Pantelleria, la figlia del vento – Un trekking

tra terra e mare, nella perla nera del

Mediterraneo. Tra muretti a secco, dammusi

e calette segrete, il cammino rivela un’isola

aspra e accogliente, modellata dal vento e dal

fuoco.

Via del Gesso – Alla scoperta della Vena

del Gesso Romagnola, lungo un crinale

unico in Europa. Un itinerario geologico e

paesaggistico che attraversa grotte, calanchi

e borghi medievali, tra affacci spettacolari e

natura selvatica.

Giro del Lago di Garda – Da Gargnano a

Garda, a fine estate. Un cammino tra oliveti,

limonaie, sentieri a picco sull’acqua e borghi

dal fascino mediterraneo. Il lago più grande

d’Italia si svela passo dopo passo, in un

percorso che alterna natura, cultura e scorci

indimenticabili.

Via Francigena – Da Lucca a Siena, sui passi

dei pellegrini medievali. Un cammino tra

pievi romaniche, cipressi e colline toscane,

attraversando borghi iconici come San

Gimignano e Monteriggioni, fino all’arrivo

nella splendida Siena.

E per chi ama l’alta quota, non mancano

proposte più impegnative ma di grande

suggestione:

Tour des Six – In Valle d’Aosta, per attraversare

sei valli laterali del Monte Bianco. Un viaggio

ad anello tra rifugi, ghiacciai e tradizioni

alpine, con lo sguardo sempre rivolto alle

cime.

Giro del Monviso – Intorno al Re di Pietra, tra

natura selvaggia e rifugi in quota. Un classico

dell’escursionismo, dove il silenzio della

montagna accompagna ogni passo.

UN SALTO OLTRE CONFINE

Nel 2025 Appennino Slow apre un nuovo

capitolo: quello dei viaggi responsabili oltre

i confini italiani. Il primo appuntamento è nei

Balcani, lungo la Via Dinarica, un itinerario

che attraversa il Parco Nazionale delle

Montagne Maledette, tra canyon profondi,

laghi alpini, grotte e vette selvagge.

Un trekking pensato per chi vuole esplorare

con rispetto: per l’ambiente, per le culture

locali, per le persone che vivono i territori

attraversati. È un modo di viaggiare che

fa bene a chi parte e a chi accoglie, in un

dialogo autentico che mette al centro

l’incontro. Dormire in guesthouse familiari,

mangiare cibo locale, sostenere l’economia

dei villaggi: ogni gesto fa parte del cammino.

La Via Dinarica non è solo un nuovo tracciato:

è un ponte tra i Balcani e l’Appennino,

una nuova declinazione di quello stesso

approccio lento e consapevole che da anni

guida il nostro modo di camminare. Un

orizzonte che si apre, senza perdere le radici.

INFO E PRENOTAZIONI

Ogni proposta nasce da un lavoro

condiviso con le comunità locali:

scegliamo con cura gli itinerari,

collaboriamo con produttori del

territorio e costruiamo esperienze

che lascino un segno. Camminare con

Appennino Slow non significa solo

spostarsi, ma entrare in contatto con

un altro modo di abitare il mondo — un

turismo che fa bene sia a chi parte, sia

a chi resta.

Per informazioni approfondite e

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Valle del Reno

A Campolo è nata una cooperativa di

Comunità per valorizzare il territorio

PALENS:

persone, storia

e natura

Testi di Francesca Chelini

Presidente di Palens – Cooperativa di Comunità

Alle pendici del Montovolo, il 27 settembre 2023, dopo una lunga

gestazione, nasce “Palens”. Questo nome è ispirato all’antico

oronimo del Montovolo, Monte Palense, dedicato a Pale, Dea etrusca

e romana della pastorizia, dell’allevamento e dei pascoli. La sfida,

nella scelta del nostro nome, era quella di racchiudervi il genius loci

di questo territorio, un’identità indissolubilmente legata alla natura

fiabesca di questo monte e alla sua arenaria, quella con cui, per secoli,

gli abitanti di queste zone hanno costruito gli edifici più importanti,

soprattutto le loro case. Siamo immersi in uno dei paesaggi più belli

e densi di tradizione dell’Appennino Bolognese e volevamo che tutto

questo fosse contenuto in un’unica parola.

Palens è una Cooperativa di Comunità e non ci sarebbe questa

comunità senza la sua storia antica di popolazioni etrusche,

confini longobardo-bizantini, chiese comacine, pellegrinaggi, cave,

scalpellini e poi ancora paesaggi morandiani, fiumi, lupi, cammini,

zone protette e tante, tante persone tenaci...

Il cuore della nostra Cooperativa è il paese di Campolo, dove è

nata, ma il suo territorio di pertinenza comprende tutto il Comune

di Grizzana Morandi e la Valle del Limentra: due fiumi, il Reno

e il Setta, e un torrente, il Limentra, un’alpe gemina costituita dal

Montovolo e dall’inconfondibile Monte Vigese, suggestivi borghi in

arenaria come gli Sterpi, La Scola, Ca’ d’Orè, Collina, Veggio e molti

altri; il Santuario della Madonna della Consolazione di Montovolo,

la Chiesa di San Lorenzo di Vimignano, la Chiesa di Santa Maria

Assunta di Riola, progettata da Alvar Aalto; la Rocchetta Mattei, la

Casa Museo Giorgio Morandi, i Fienili del Campiaro e talmente tanti

luoghi di interesse e fascino che è difficile citarli tutti. Un fazzoletto

di terra, si usa dire, ma con una densità di bellezza, emergenze

artistiche, culturali e naturali eccezionale.

È un territorio straordinario, ma non sempre facile da abitare, una

condizione comune a molte aree del nostro Appennino, da decenni

interessate da un costante spopolamento. Sappiamo che, a partire

dalla pandemia, si è registrata una lieve inversione di tendenza, ma

resta il fatto che questi luoghi, dal punto di vista demografico, non

sono più quelli di un tempo. In questo contesto nasce il Progetto Pilota

“Da Campolo l’arte fa Scola. Progetto di rigenerazione culturale del

borgo di Campolo a sistema con La Scola e la Rocchetta Mattei”, che

si è aggiudicato, per l’Emilia Romagna, il finanziamento previsto dal

Bando Borghi linea A del P.N.R.R.. La rigenerazione di un territorio

ha bisogno delle persone che lo abitano per attuarsi e così nasce la

nostra Cooperativa sociale di Comunità.

Nella scorsa primavera ha preso avvio una coprogettazione con

il Comune di Grizzana Morandi, con l’obiettivo di dare forma

a iniziative concrete al servizio del territorio. Tra queste, ci siamo

fatti ponte tra il Comune e i cittadini di Campolo, nella gestione di

disagi e criticità legati ai grandi lavori di riqualificazione urbanistica

e impiantistica del paese. Stiamo lavorando al rilancio turistico

dell’area, contribuendo anche all’organizzazione di eventi culturali

e sportivi, per ridare nuova linfa e visibilità a una comunità ricca di

storia, natura e opportunità.

Palens ha iniziato la sua attività l’estate scorsa proponendo escursioni

a piedi e in e-bike, visite guidate, eventi dedicati a Campolo, con

l’obiettivo di valorizzare e connettere le diverse anime del territorio.

Abbiamo collaborato con ristoratori, Pro Loco e associazioni locali

per servizi di catering ed in occasione di escursioni ed eventi.

Poichè l’essenza della Cooperativa è costruire reti, integrare risorse e

valorizzare il potenziale già presente, continueremo su questa strada,

ampliando sempre di più le collaborazioni e le sinergie sul territorio.

Quest’anno le nostre proposte turistiche entreranno ufficialmente

nel programma di “Bologna Estate 2025”, il cartellone di attività

promosso e coordinato dal Comune di Bologna e dalla Città

metropolitana di Bologna - Territorio Turistico Bologna Modena,

con il titolo “Fuga in Appennino - i paesaggi appenninici di Giorgio

Morandi, gli Scalpellini e la Mela Rosa Romana”, un viaggio tra

arte, natura e tradizione. Continua la nostra proficua collaborazione

con il Festival “Crinali”, per cui ci occuperemo di visite guidate

ed escursioni. Grazie alla collaborazione con Appennino Slow

ed eXtraBO porteremo in questo lembo di Appennino esperienze

immersive dedicate al cervo e al suo bramito, alle magie del foliage

autunnale, e al fascino delle escursioni notturne.

La cosa che ci emoziona di più è l’apertura imminente de “L’angolo

di Palens”, la nostra prima attività commerciale, situata a Riola

Ponte, frazione di Grizzana Morandi. Un angolo di Appennino

dedicato alla cucina di alcuni ristoratori locali e a prodotti del

territorio. Nel nostro punto vendita, a pochi passi dalla Stazione di

Riola di Vergato e dalla suggestiva Rocchetta Mattei, sarà possibile

acquistare piatti da asporto preparati da chi da anni cucina in questa

terra, scoprire sapori a km zero, sfogliare e acquistare libri dedicati

al nostro territorio, ricevere informazioni turistiche e noleggiare

e-bikes per partire all’esplorazione di questa parte di Appennino.

Se abitate nella zona di nostra competenza, vi lavorate o avete qui

la seconda casa, potete diventare nostri soci. Per tutti, invece: vi

aspettiamo qui, alla confluenza tra Reno e Limentra, sul Montovolo,

a Campolo e in qualsiasi lembo di Appennino bolognese vogliate

esplorare.

Seguiteci sulla nostra pagina facebook e sul nostro sito www.palens.it.

SUCCEDE SOLO A BOLOGNA

In un anno oltre tremila escursionisti si sono

messi in viaggio, rigorosamente a piedi, da

Piazza Maggiore alla Rocca di Bazzano,

ripercorrendo l’antica strada del vino

Lungo la Via

dei Brentatori

Nel giugno dello scorso anno veniva inaugurata ufficialmente

da Succede solo a Bologna la Via dei Brentatori, storico

cammino che oggi unisce la Piazza Maggiore di Bologna

con la Rocca di Bazzano, sulle tracce del percorso

compiuto a partire dal XIII secolo dai Brentatori per il

trasporto del vino. Da quel giorno, sono stati oltre 3mila

(3.523 per la precisione) gli escursionisti (in gruppo o in

solitaria, a tappe o in un solo giorno) che hanno deciso di

percorrere i circa 50 km di questo cammino, realizzato con

la collaborazione del Cai Sezione di Bologna. Cinque sono i

comuni attraversati dalla Via (Bologna, Casalecchio di Reno,

Zola Predosa, Monte San Pietro e Valsamoggia), territori che

legano il passato e il presente della Compagnia dell’Arte dei

Brentatori. La prima storica sede della Compagnia sorgeva

infatti in via de’ Pignattari, accanto alla Basilica di San

Petronio, mentre oggi è ospitata alla Rocca dei Bentivoglio

di Bazzano.

Lungo il tracciato, passando dal Parco della Chiusa ai

Gessi di Zola Predosa, si incontrano, tra le altre meraviglie,

il Santuario della Beata Vergine di San Luca, il borgo di

Oliveto, l’Abbazia di Monteveglio e la Rocca di Bazzano.

A raccogliere tutte le informazioni utili su percorso, tappe

consigliate, luoghi da non perdere e strutture ricettive

c’è il sito www.viadeibrentatori.it, che in questi mesi ha

contato ben 51.557 click di utenti alla ricerca del percorso

da seguire, delle deviazioni lungo la strada (dal giorno

dell’inaugurazione non sono mancati purtroppo alluvioni,

frane e lavori che hanno modificato il tracciato in alcuni

punti), i consigli pre-partenza e tanto altro. A proposito di

informazioni utili, meglio partire ben equipaggiati con la

cartoguida ufficiale, in modo da avere sempre a portata di

mano km da percorrere per ogni tappa, punti di interesse da

ammirare e proposte su strutture in cui mangiare e dormire.

Da giugno 2024 sono state 766 le cartoguide acquistate,

mentre sono state 2.698 le credenziali vendute ai

camminatori. Queste ultime rappresentano gli immancabili

passaporti di viaggio in cui raccogliere i timbri nelle

strutture accreditate e avere così uno speciale ricordo del

cammino compiuto. E per chi ha completato il cammino

c’è ovviamente la Pergamena dei Brentatori, il documento

che attesta il completamento del percorso e che sancisce

anche l’entrata a far parte dell’Albo Amici dei Brentatori.

Un ruolo importante lungo il tracciato lo hanno anche

le oltre cento strutture – agriturismi, hotel, B&B, cantine,

ristoranti – che ogni giorno sono state pronte ad accogliere

i camminatori, offrendo non solo un letto o un pasto ma

anche consigli e sostegno. Un progetto, quello della Via dei

Brentatori, che ha quindi visto tante realtà e attività unite

per un unico obiettivo: valorizzare le ricchezze storicoartistiche

e naturali dei comuni attraversati.

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presso tutte le Filiali della Banca. La concessione dei Prodotti ESG è in ogni caso subordinata alla sussistenza dei necessari requisiti

in capo al cliente richiedente, nonché all’approvazione della Banca.

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LA NOVITà

Un nuovo cammino ad anello di 90

chilometri da Vergato a Vergato passando

per Grizzana Morandi e Castel d’Aiano in

un territorio ricco di natura, storia e arte

I Tesori del Reno

in sei tappe

Testi di Filippo Benni

La nebbia sulla Rocca di Roffeno

Palazzo Capitani della Montagna - Vergato

Parco Storico Monte Rocca

Sei tappe, o tre se si percorre in bici e non a piedi, 94 chilometri

e oltre 3 mila e 500 metri di dislivello. Questi i numeri del nuovo

cammino, appena tabellato con oltre 500 cartelli e le cui tracce

Gps sono già disponibili sul sito del nuovo percorso pensato per

far conoscere le eccellenze naturali, storiche e artistiche della

valle del Reno.

Si chiama appunto I Tesori del Reno, promosso dall’associazione

Teamleggero, il cammino che questa estate amplierà l’offerta di

turismo lento della nostra provincia. A differenza della Via degli

Dei o della Piccola Cassia, i Tesori del Reno è un percorso ad

anello. Pensato da Vergato a Vergato (che è raggiungibile in treno),

il cammino in realtà si può iniziare e finire dove si preferisce.

Lungo le sei tappe (anche queste si possono modificare a

piacimento), le strutture ricettive non mancano e delle oltre 40

attività presenti (tra ristorazione e pernottamenti) una trentina

sono convenzionate con il cammino e prevedono prezzi speciali

e offerte per i camminatori.

I Tesori del Reno, come detto, attraversa tre Comuni (Vergato,

Grizzana Morandi e Castel D’Aiano) e coniuga natura e storia,

ma anche l’arte. A Vergato, prima di incamminarsi verso Graziana

Morandi, immancabile la visita alla bellissima Piazza Capitani,

dove sorge il municipio, al museo Ontani e alla vicina fontana

realizzata su progetto del grande artista. A Grizzana si incontrano

i fienili del Campiaro e la Casa Museo di Giorgio Morandi. Il

Grotte di Soprasasso

percorso prosegue verso Montovolo, dove si possono ammirare il

bellissimo Santuario della Beata Vergine e l’affascinante Oratorio

di Santa Caterina di Alessandria, ma anche il più profano

Museo del Borlengo. Si continua poi verso il Borgo incantato

de La Scola, si passa dalla Rocchetta Mattei e, sopra Riola,

dalle grotte di Soprasasso e da quelle di Labante. Si arriva poi

a Castel d’Aiano, dove si può visitare il Museo delle Storie della

Linea Gotica e ammirare il plastico Multimediale della seconda

Guerra Mondiale. Il cammino punta poi verso Rocca di Roffeno,

attraversando altri luoghi carichi di storia e con molti edifici a

torre tipici dell’Appennino, e Tolè, che con oltre 100 opere di vari

artisti disposte lungo le vie del paese è un vero e proprio museo

a cielo aperto. Per finire l’itinerario manca solo Cereglio, ai piedi

del Monte Pero, prima di fare ritorno a Vergato.

“Sappiamo che l’offerta di cammini sul nostro territorio è già

molto nutrita, il nostro obiettivo è quello di dare visibilità anche ai

territori tra il Reno e il Panaro e alle bellezze che li caratterizzano

facendo restare i fruitori in queste zone per più giorni”,

spiegano i promotori del progetto ideato da Davide Muzzarini

in collaborazione con il Cai, in partnership con Trekking Italia, e

con il sostegno di Emil Banca e di altre realtà locali. “La vera forza

dell’idea - continuano - risiede non solo nella bellezza di boschi

e panorami ma nella pregiata e numerosa presenza di emergenza

storiche, architettoniche e artistiche di alto spessore che si

incontrano lungo il cammino. I Tesori del Reno è un percorso

fruibile quasi tutto l’anno e in grande sicurezza, sia in solitario

che in compagnia. Complessivamente il tracciato ha fondo misto

con prevalenti tratti di sentiero nei boschi e di strada sterrata, con

una quota inferiore al 20% di strade secondarie asfaltate”.

La Scola

IL TRACCIATO

TAPPA 1

VERGATO - GRIZZANA | 13 KM

Partenza da Vergato, in salita sino al Crinale

del Poggio di Carviano, Monte Pezza, Veggio,

Grizzana .

TAPPA 2

GRIZZANA - RIOLA | 17 KM

Si passa da Stanco, Villaggio Etrusco, Sterpi, La

Scola e Riola di Vergato dove sorge la Rocchetta

Mattei

TAPPA 3

RIOLA - CASTEL D’AIANO | 16 KM

SI passa dalle località Costonzo, Grotte si

Soprasasso, Grotte di Labante, e i Monti

TAPPA 4

CASTEL D’AIANO - ROCCA DI ROFFENO | 16 KM

É la tappa dedicata alla Linea Gotica, si passa da

Monte Spe, Torre Jussi, Monte 913, Monte la Serra,

Santa Lucia, Monte Pigna, le Tavole, Malpasso, e

Monte Rocca

TAPPA 5

ROFFENO - CEREGLIO | 18 KM

Si passa da Tabernacolo, Pieve di Roffeno,

Vedettola e Tolè

TAPPA 6

CEREGLIO - VERGATO | 13 KM

Si passa da Monte Pero e Liserna

Info e tracciato: www.camminotesoridelreno.it

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Tracce di storia

Bologna

La rocambolesca storia di due dipinti di pregio: la “Santa

Maria Maddalena portata in cielo dagli Angeli” eseguita

da Ercole Graziani junior per una chiesa di via Zamboni e

“la Vergine Assunta in cielo” di Lorenzo Costa conservata

nell’Abbazia di Moteveglio

Madonne e Sante

tra sparizioni

e ricomparse

Testo di Gian Luigi Zucchini

Il territorio bolognese, dentro e fuori

città, è ricco, tra l’altro, di numerosi

documenti artistici, che hanno pure

una loro storia; alcuni, nel tempo

- ma anche oggi - sono oggetto di

misteriose sparizioni e - purtroppo non

sempre - di improvvisi ritorni, quasi

un loro andare e venire tra botteghe

d’antiquariato, collezionisti anonimi,

celle monacali, altari solenni ed umili

pievi di montagna.

Due di queste misteriose sparizioni,

con conseguente ricomparsa, sono

avvenute in questi ultimi tempi anche

nel bolognese. Episodi sicuramente

non unici, ma opportuni per essere

considerati e studiati come esempio di

altri fatti simili. Ed inoltre per segnalare

come la storia di ogni cosa sia un

intreccio di eventi che coinvolgono il

passato, il presente, e in molti casi pure

il futuro, come è appunto la modesta

storia dei due interessanti dipinti, che

cerco di riassumere in queste righe,

sicuramente insufficienti e tuttavia

importanti.

Si tratta di due dipinti di argomento

religioso, realizzati su grandi tele, per

essere collocate su altari o in absidi di

ampie dimensioni: una rappresenta

“Santa Maria Maddalena portata in

cielo dagli Angeli”; l’altra, “la Vergine

Santa Maria Maddalena portata

in cielo dagli Angeli - Il dipinto di

Ercole Graziani junior (1688/1765)

conservato nella chiesa di Santa Maria

Maddalena in via Zamboni, a Bologna

Assunta in cielo” entro una ghirlanda di

angeli musicanti.

La prima di queste opere fu dipinta

da Ercole Graziani junior (1688/1765)

nella seconda metà del secolo XVIII,

(all’incirca tra il 1749 e il 1765), e

rappresenta Santa Maria Maddalena

portata in cielo dagli Angeli. Nella storia

leggendaria della santa, narrata nella

Legenda Aurea da Jacopo da Varagine,

si racconta infatti che Maria Maddalena,

approdata miracolosamente, dopo

la morte di Cristo, presso la foce del

Rodano, visse in preghiera e penitenza

entro una grotta, e si nutriva soltanto

di beate visioni spirituali, essendo

portata ogni giorno, al crepuscolo, in

cielo dagli Angeli. Così fino alla morte,

avvenuta in povertà assoluta ed in

assidua e costante penitenza.

Nelle schedature d’archivio c’è tuttavia

un errore, apparentemente modesto,

ma di significativo valore teologico:

si tratta del titolo del dipinto, che

parla di “Maria Maddalena assunta in

cielo”, invece l’episodio, che peraltro

è soltanto leggendario, non tratta di

assunzione ma viene spiegato come

Maria Maddalena portata in cielo dagli

angeli. Per la religione cattolica romana,

l’assunzione al cielo fu soltanto di

Maria madre di Gesù

L’opera, eseguita per la chiesa bolognese

di Santa Maria Maddalena in via

Zamboni, rappresenta appunto l’evento

miracoloso, dove la santa, in preghiera

e quasi raccolta anche fisicamente in se

stessa, appare sostenuta da tre angeli

preceduti da due cherubini, in una luce

soffusa, tra prime ombre vespertine e,

in basso, cenni di un paesaggio ideale,

con una crocifissione che s’intravvede

appena e conclude l’opera quasi in un

silenzio surreale carico di spiritualità.

Un particolare che sfugge quasi sempre

a molti è il crano posto ai piedi della

croce, simbolo del vecchio Adamo che

muore per lasciare il posto al nuovo

Adamo che è Cristo crocifisso.

L’opera fu ad un certo punto prestata

all’Ospizio di San Vincenzo de

Paoli in via Barberie a Bologna; poi,

all’inizio degli anni ‘50 del secolo

scorso, all’antica chiesa abbaziale

di Barbarolo, in comune di Loiano,

per ulteriore decoro della chiesa, già

assai deteriorata dal tempo e priva

ormai di opere di grandi dimensioni

artisticamente rilevanti.

Trasportata dunque in Appennino, là

rimase fino a quando la chiesa, a causa

delle sempre più scarse vocazioni

religiose e conseguentemente della

carenza di preti, fu affidata, dopo una

lunga serie di parroci abati, ad un

Amministratore Pastorale

Il dipinto restò tuttavia a Barbarolo,

dove da tempo la popolazione

aveva interpretato l’immagine come

Assunzione di Maria al Cielo, finchè -

per opera di alcuni interessati - l’opera

riapparve nella sacrestia della chiesa

dedicata alla Maddalena a Bologna,

da dove era partita e dove quasi

fortunosamente è ritornata ormai da

alcuni anni, a bordo, data la dimensione

e il peso, di un grosso automezzo. Dopo

questo ritorno, l’opera, peraltro ancora

in buone condizioni, fu ripulita e

restaurata là dove occorreva, ed appare

ora in una splendida atmosfera intrista

di foschia e di luce, dove la Santa

pare immergersi in un trascendentale

abbandono.

L’altra sparizione e successiva

comparsa di cui stiamo qui dando

notizia avvenne nell’antichissima

abbazia di Monteveglio, sui primi colli

dall’Appennino quasi al confine con la

provincia di Modena.

Si tratta anche in questo caso di una tela

di grandi dimensioni, dipinta a tempera,

che rappresenta la Vergine Maria con

Angeli musicanti che intorno le fanno

corona. L’opera è dell’importante artista

ferrarese Lorenzo Costa, che la eseguì

e concluse tra il 1480 e il 1485 su

commissione dei Canonici Lateranensi

di San Giovanni in Monte, a quel

tempo custodi e rettori dell’abbazia,

già molto importante fin dai tempi della

‘gran Contessa’ Matilde di Canossa, dei

cui possedimenti Monteveglio faceva

parte.

Scomparsa all’insaputa anche di non

pochi abitanti dello stesso Monteveglio,

riapparve - quasi opera per molti del

tutto ignota - nell’importante mostra

“Rinascimento a Ferrara – Ercole de

Roberti e Lorenzo Costa”, allestita nel

2023 presso Palazzo Diamanti a Ferrara,

per scomparire poi e ricomparire

di nuovo nella chiesa abbaziale di

Monteveglio, dedicata a Maria Assunta

in Cielo. Ed oggi lì ancora si ritrova,

non più sospesa nel grande catino

absidale, dove è stato collocato un

grande crocifisso trecentesco, ma sulla

parete laterale a sinistra entrando, dove

provvisoriamente era stata disposta una

copia.

L’originale, ritornato nella sua sede

storica, si può quindi ammirare ancora

nella chiesa abbaziale di Monteveglio,

dopo le varie esposizioni e un breve

periodo di tempo in cui fu custodito nei

depositi della Pinacoteca di Bologna.

Infatti, dopo la morte dell’ultimo

arciprete abate don Angelo Ruggiano

(insediato il 21 dicembre 1952,

scomparso nel 1977), la parrocchia fu

trasferita nel paese sorto via via nella

piana sottostante e l’abbazia restò

per alcuni anni pressoché in stato di

abbandono, poi fu affidata alla cura

dei francescani dell’Ordine Fratelli di

San Francesco, che hanno ampiamente

restaurato e riordinato tutto il complesso

abbaziale, insieme alla chiesa ed alle

numerose opere d’arte lì conservate.

IL CUORE NEL TERRITORIO

gametour

EMILBANCA

L’Abbazia di Monteveglio dove è

conservato il dipinto di Lorenzo Costa

(1460/1535) la Vergine Assunta in cielo

Scoprire l’Emilia è un gioco!

Inizia il viaggio su gametour.it

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IN BICI

Argenta

Un’avventura per cicloturisti dalle valli di Campotto

al Delta del Po. Iscrizioni aperte, appuntamento al 20

settembre in piazza Marconi

FAR Gravel ARGENTA:

su due ruote

tra la terra e il mare

Testo di Raffaele Brunaldi - Presidente FAR ASD

FAR Gravel, che quest’anno si

“correrà” sabato 20 settembre, è

una manifestazione ciclistica non

competitiva che da otto anni si svolge

ad Argenta (FE) con percorsi da 50, 100,

150 e 200 Km, che consentono a tutti di

vivere la propria avventura ciclistica fra

le Valli di Argenta e Campotto, le pinete

della costa Romagnola e di Comacchio,

e fra due stazioni del Parco del Delta

del Po.

FAR Gravel non è una corsa, nel

senso che non c’è una classifica o

una graduatoria, ma lo spirito è di

divertimento, di condivisione della

fatica e della gioia del portare a termine,

ognuno col proprio passo, i vari

percorsi. Lungo i percorsi sono presenti

numerosi ristori e i percorsi più brevi

sono totalmente frecciati e tutti con

tracce gpx condivise. Sarà garantita la

massima sicurezza, l’assistenza medica

e, dove i tracciati si uniscono alla

viabilità ordinaria, sarà su strade a basso

se non bassissimo traffico veicolare,

presidiati da apposito personale.

In Piazza Marconi sarà allestito il

FAR Village dove tutti i partecipanti

potranno trovare accoglienza, ristoro,

servizi, musica, premi ad estrazione

ed un’area espositiva a tema ciclistico.

L’intento è di attrarre il maggior

numero di cicloturisti in queste terre

che sono particolarmente adatte alla

pratica cicloturistica. Pratica che negli

ultimi anni si è posizionata come

particolarmente rilevante nell’economia

delle aree interne e nella decongestione

della Costa. La manifestazione ha infatti

visto nel tempo la presenza di qualche

migliaio di partecipanti, arrivati da tutte

le regioni d’Italia ed anche dall’estero.

Per info e iscrizioni: 335 53 73 693

info@fargravel.it - www.fargravel.it

IL TERRIORIO

FAR in inglese vuol dire lontano ma per

noi significa: Ferrara-Argenta-Ravenna.

Si pedala infatti lungo il corso dell’antico

Po di Primaro (sentiero CAI Daniele

Zagani) e dell’attuale Fiume Reno che

collega Ferrara a Ravenna consentendo

a ciclisti e pedoni di muoversi in

totale sicurezza, osservando dall’alto

degli argini del fiume l’evolvere del

paesaggio: dalle antiche castalderie

degli Estensi, alle antiche e recenti

bonificazioni dell’area argentana, alle

Valli del Mezzano ed infine alle pinete

costiere di San Vitale. Attraversando

la storia che va dall’ultima capitale

dell’Impero romano al Ducato Estense,

alle battaglie fluviali (ebbene sì!)

risorgimentali, alle grandi bonificazioni

di fine ‘800 e del ‘900, alle lotte per

il pane e la terra ed all’ultima grande

battaglia campale combattuta in Italia

alla fine della 2° Guerra Mondiale:

l’Argenta Gap. Storia di partigiani,

mondine, cooperativismo, fiocinini.

Storia dell’incrocio di tre province, dei

loro dialetti, dei loro saperi e dei loro

sapori.

L’ASSOCIAZIONE

Con questa storia e queste premesse,

abbiamo anche piazzato Argenta

nel novero ciclistico sportivo

nazionale: sempre in sinergia con

l’Amministrazione, la Regione e la

realtà produttive locali, negli ultimi

anni siamo riusciti ad organizzare

l’arrivo di una tappa del Giro d’Italia

Under 23, la partenza di una tappa

dell’E- Giro d’Italia (concomitante al

Giro d’Italia vero e proprio) ed il primo

Campionato Italiano della categoria

Gravel per la Federazione Ciclistica

Italiana.

Come FAR (siamo una piccola ASD)

abbiamo cercato sin dall’inizio

di inserirci nella vita della nostra

comunità coinvolgendo le realtà

economiche e produttive locali, il

commercio, l’associazionismo e le

realtà dell’accoglienza che nel nostro

territorio hanno una dimensione ridotta

ma in continua crescita. E ogni anno

cerchiamo di aggiungere un tassello,

come in un mosaico di Ravenna e tre

anni fa abbiamo aggiunto, negli stessi

giorni della FAR Gravel il Concorso

degli Artigiani Italiani della Bicicletta,

un progetto a cui teniamo molto e che

stiamo cercando di far crescere con

gradualità. Negli spazi del FAR Village

i migliori artigiani della bicicletta

italiana espongono le loro splendide

creazioni e le sottopongono al voto dei

partecipanti della FAR Gravel e di una

giuria di tecnici del settore. È un evento

che vede la presenza di costruttori

di tutta la nazione, dove si possono

ammirare vere e proprie opere d’arte:

si consideri infatti che l’Artigianato

italiano della bicicletta è fra i migliori e

forse il più rinomato del mondo.

COME PARTECIPARE

Orgogliosamente possiamo quindi

dire che la manifestazione ha trovato

il suo posto fra il folto calendario

nazionale e la sua dimensione attuale

è di oltre 700 iscritti. EmilBanca ci

sostiene convintamente sin dal primo

anno e crediamo di aver corrisposto

la fiducia, fiducia di un investimento

sulla nostra comunità, sul nostro

territorio per un futuro più ricco e

più verde. Vi aspettiamo quindi

sabato 20 settembre ad Argenta per

mettervi alla prova, nella massima

sicurezza possibile, con la vostra

bicicletta, qualunque essa sia. C’è

posto per tutti, tempo per tutti e festa

per tutti. Le iscrizioni sono aperte

sul sito www.fargravel.it tramite la

piattaforma ENDU fino a domenica

14 settembre. Vi FARemo pedalare, vi

FARemo divertire.

La sesta edizione del Circuito dei Santuari

Da San Luca lo scorso aprile ha preso il via la sesta edizione del Circuito

Santuari Emilia Romagna, alla sua sesta edizione. Un inizio senza

festa (per il contemporaneo funerale di Papa Francesco) che non ha

smorzato gli entusiasmi di più di 70 persone, ciclisti, camminatori e

due Handbikers che hanno visitato il Santuario, straripante di turisti e

pellegrini. Il Circuito finirà il 25 ottobre, sei mesi pieni per conquistare

i brevetti messi a disposizione dall’organizzazione. 11 brevetti

provinciali, 9 brevetti Full, un brevetto Borghi, un brevetto dedicato agli

Handbikers, un brevetto dedicato ai camminatori e soprattutto tre nuovi

brevetti dedicati al Giubileo, perché questa sarà l’edizione Giubilare

del Circuito Santuari Emilia Romagna. Un anno speciale, unico, che

si ripete ogni venticinque anni, e per questo gli organizzatori, grazie al

lavoro del loro mappatore, Roberto Bondi, propongono anche quattro

itinerari verso Roma. Quattro partenze diverse, Fiorano Modenese,

Bologna, Imola, Cesena o Rimini. Quattro itinerari che arrivano a Roma

passando dal Tirreno, dalla Via Francigena, dal centro Italia e dai luoghi

di Francesco di Assisi. Le prime 4 porte romane sono state conquistate

da una coppia, marito e moglie che farà il percorso inverso, da Roma

verso l’Emilia. Il primo weekend ha già visto più di 50 nuove iscrizioni e

soprattutto quasi cinquecento visite in meno di 48 ore.

Per info: guidofranchini37@gmail.com - circuitocser.weebly.com

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IN GIRO con confguide

Il calendario delle visite guidate

dall’estate al prossimo autunno

La CERTOSA

come non

l’avete mai vista

Testi di Sandra Sazzini - Confguide

Dal 2021, con il riconoscimento dei portici di Bologna, il

Cimitero Monumentale della Certosa è inserito a pieno titolo

tra i siti Patrimonio Mondiale dell’umanità: uno straordinario

museo-giardino all’aria aperta che deve essere conosciuto da

tutti, cittadini e turisti, giovani e adulti per essere preservato al

meglio. Ormai alla sua diciassettesima edizione, il programma

estivo della Certosa, curato dal Museo civico del Risorgimento

e con il contributo di Bologna Servizio Cimiteriale, risponde

attivamente alla sfida di valorizzare e promuovere questo

grande patrimonio con un’ampia rassegna di eventi culturali,

pensata per diverse tipologie di utenti e fasce di età.

Anche le guide di CONFGUIDE CONFCOMMERCIO ASCOM

hanno partecipato alla realizzazione del calendario, con

proposte diurne e serali nel corso dei prossimi mesi fino a tutto

ottobre 2025 seguendo, quali provette cacciatrici di storie, le

tracce di UOMINI e DONNE che hanno attraversato il lungo

Ottocento. Questo secolo affascinante appare oggi ormai

lontano ma è ancor così vicino per i forti ideali e l’intensità dei

sentimenti che seppe suscitare e per i cambiamenti innescati.

LE VISITE GUIDATE E IL PROGRAMMA DELLE ALTRE ATTIVITÀ

VISITE GUIDATE IN CERTOSA

CON SANDRA SAZZINI

- Sabato 23 agosto ore 10:30

Virtù e sacrificio

Le scritte e i simboli sulle tombe e sui

monumenti della Certosa sottolineano

le virtù e il carattere del defunto e nel

caso delle donne, ne riconoscono i

sacrifici: sempre solo mogli e madri?

- Martedì 23 settembre ore 20:45

Uomini e donne perduti per amore

Tra i chiostri e le gallerie della Certosa

si rincorrono storie d’amore disperate

che durano oltre la vita, tra baci, addii

e ricongiungimenti rocamboleschi!

Partecipazione € 15. Prenotazione

obbligatoria a sandra.sazzini@

gmail.com - 3391606349.

VISITE GUIDATE IN CERTOSA

CON MIRIAM FORNI

- Giovedì 11 settembre ore 15:30

Non te l’ho detto? Te lo scrivo!

Le epigrafi raccontano spesso di

uomini e donne dalle doti ineccepibili,

madri e padri amorevoli, moglie e

mariti inconsolabili. Storie, aneddoti

e curiosità di personaggi noti o

sconosciuti.

- Martedì 14 ottobre ore 15:30 |

Così è scritto!

Nei chiostri e nelle gallerie della

Certosa incontriamo monumenti di

uomini e donne illustri, accanto alle

memorie di altri uomini e donne che

hanno contribuito al progresso della

società, ma sono rimasti nell’ombra o

che si sono riscattati.

Partecipazione € 15. Prenotazione

obbligatoria comete.ass@gmail.com

cell. 3667174987 (solo WhatsApp).

VISITE GUIDATE IN CERTOSA

CON PATRIZIA GORZANELLI

- Domenica 19 ottobre ore 15:00

Taci tu che sei brutta!

Dalle figure ideali di inizio Ottocento

al realismo spietato di fine secolo:

matrone, signore e fanciulle sono

immortalate dai migliori scultori, con

epigrafi che evidenziano soavi virtù

domestiche. Ma invece c’è chi ne è

uscita vincitrice alla grande!

Partecipazione € 15.

Prenotazione obbligatoria

patrizia.gorzanelli@gmail.com

cell. 3397783437

(solo WhatsApp).

Bologna

Archi, statue e monumenti mettono in luce gli amori disperati,

le passioni politiche e le vicende di uomini e donne che hanno

vissuto da protagonisti il loro tempo, accanto alle storie più

umili di sacrificio e abnegazione vissute nell’ombra, per amore

della patria o della famiglia. A raccontare le storie più nascoste

sono spesso le lapidi, dove parole retoriche e struggenti, più

o meno veritiere, esaltano i successi e le virtù del defunto, ma

non tralasciano le tragedie e le sfortune sopportate in vita. Le

immagini femminili dominano la scena, tra emancipazione e

quotidianità, rispecchiata dal crudele realismo dell’arte che

riproduce fedelmente anche la bruttezza di un naso o di un

volto! Si apre così uno spaccato interessante, emotivamente

coinvolgente, ma anche curioso e che ci parla soprattutto

della Vita con la lettera maiuscola, in un ambiente sempre

suggestivo e ricco di inaspettate meraviglie artistiche. Le guide

CONFGUIDE realizzano anche una serata in notturna e qui

lo scenario si farà davvero magico quando, al calare delle

tenebre, i chiostri e i percorsi saranno illuminati in modo

speciale da un’attenta e segreta regia!

PIAZZA XXL A BOLOGNA

Appuntamenti fino al 24 luglio

Avviata nel gennaio scorso, l’iniziativa per il recupero

della vivibilità di Piazza XX Settembre a Bologna, grazie

alle visite guidate di Confguide e ai tanti appuntamenti

organizzati da Ascom Bologna ed Emil Banca, ha

permesso di riportare le famiglie in uno spazio tanto bello

quanto di difficile gestione. XXL Piazza Libera proseguirà

fino al 24 luglio prevedendo diversi eventi tra i quali la

Fanfara dei Carabinieri, un raduno ciclistico, banchetti

di beneficienza, alcune serate di balli Country oltre alla

consueta presenza del servizio bar e giostra. Il programma

è sempre in divenire e soggetto a

variazioni pertanto viene aggiornato con

quello definitivo di settimana in settimana

che potete scoprire inquadrando il qrcode

con lo smartphone

30

Inquadra il qrcode per scaricare il calendario completo di Certosa Estate

31



> INSERZIONE PUBBLICITARIA

> INSERZIONE PUBBLICITARIA

Massaggi, servizio bagagli, gadget e farmacie

Massaggi, servizio bagagli, gadget e farmacie

Lungo le principali vie tosco-emiliane sono sempre più i servizi pensati

Lungo ad hoc le per principali i camminatori: vie tosco-emiliane sul sito della sono Via degli sempre Dei più apre i servizi una sezione pensati

ad tutta hoc dedicata per i camminatori: a loro sul sito della Via degli Dei apre una sezione

tutta dedicata a loro

Quando si affronta un viaggio a piedi

che dura vari giorni, in solitaria

Quando si affronta un viaggio a piedi

che dura vari giorni, in solitaria

o in compagnia, è bene sapere di

poter contare su una serie di servizi

preziosi in caso di bisogno o

o in compagnia, è bene sapere di

poter contare su una serie di servizi

preziosi in caso di bisogno o

di poter programmare al meglio le

soste ristoro. Ecco perché sul sito

di poter programmare al meglio le

della Via degli Dei troviamo adesso

un’apposita sezione chiamata

soste ristoro. Ecco perché sul sito

della Via degli Dei troviamo adesso

un’apposita sezione chiamata

“Servizi e Ristoro”, separata dalla

sezione “ospitalità”, dove chi visita

“Servizi e Ristoro”, separata dalla

il sito può consultare un ricco elenco

di attività che svolgono servizi di

sezione “ospitalità”, dove chi visita

il sito può consultare un ricco elenco

di attività che svolgono servizi di

vario genere (noleggio bici e auto,

trasporto bagagli, transfer, massaggi)

e di utili negozi come far-

vario genere (noleggio bici e auto,

trasporto bagagli, transfer, massaggi)

e di utili negozi come farmacie,

librerie, punti ristoro dove

trovare specialità del territorio e

macie, librerie, punti ristoro dove

frutta e verdura, gustarsi un bel gelato,

prendere un caffè e una bibita

trovare specialità del territorio e

frutta e verdura, gustarsi un bel gelato,

prendere un caffè e una bibita

fresca.

fresca.

MASSAGGI E RELAX

MASSAGGI E RELAX

Lo sapevate che sia lungo la Via degli

Dei che lungo La Via della Lana e della

Seta si possono addirittura preno-

Lo sapevate che sia lungo la Via degli

Dei che lungo La Via della Lana e della

Seta si possono addirittura prenotare

dei massaggi? Proprio nel cuore

dell’Appennino, nei due diversi versanti,

uno in Mugello, l’altro nel borgo

tare dei massaggi? Proprio nel cuore

dell’Appennino, nei due diversi versanti,

uno in Mugello, l’altro nel borgo

di Castiglione dei Pepoli, ci sono due

posti molto diversi tra loro, ma con in

di Castiglione dei Pepoli, ci sono due

comune la cura del nostro corpo.

posti molto diversi tra loro, ma con in

In Toscana a San Piero a Sieve lo

comune la cura del nostro corpo.

Spazio Olistico Intenzionale L'Albero

In Toscana a San Piero a Sieve lo

della Vita Gioiosa è un piccolo centro

Spazio Olistico Intenzionale L'Albero

benessere che offre prezzi ridotti a

della Vita Gioiosa è un piccolo centro

tutti i camminatori, con un team di

benessere che offre prezzi ridotti a

operatori qualificati per massaggi

rigeneranti e decontratturanti,

tutti i camminatori, con un team di

operatori qualificati per massaggi

rigeneranti e decontratturanti,

trattamenti energetici, consulenze

di naturopatia. A questi servizi si

trattamenti energetici, consulenze

aggiunge la "Grotta del Sale", dove

di naturopatia. A questi servizi si

aggiunge la "Grotta del Sale", dove

si respira aria di mare con effetto

rilassante e defaticante: un modo

si respira aria di mare con effetto

perfetto per far scivolare via la stanchezza

in vista della tappa successi-

rilassante e defaticante: un modo

perfetto per far scivolare via la stanchezza

in vista della tappa successiva"

Proprio a metà del percorso della

Via della Lana e della Seta, tra Prato

va" Proprio a metà del percorso della

e Bologna, potete trovare un'oasi di

Via della Lana e della Seta, tra Prato

ristoro con il Massaggio Thailandese,

un’attività aperta da poco a Ca-

e Bologna, potete trovare un'oasi di

ristoro con il Massaggio Thailandese,

un’attività aperta da poco a Castiglione

dei Pepoli, ma già molto apprezzata.

Per una nuova esperienza

stiglione dei Pepoli, ma già molto apprezzata.

Per una nuova esperienza

rilassante ed efficace contro dolori

muscolari e articolari, vi accolgono

le abili mani dell’esperta Toi Kin-

rilassante ed efficace contro dolori

muscolari e articolari, vi accolgono

le abili mani dell’esperta Toi Kingnoi,

che ha frequentato e ottenuto

vari diplomi all'Università del tempio

gnoi, che ha frequentato e ottenuto

Wat-Pho di Bangkok, la più importante

scuola di massaggio THAI del

vari diplomi all'Università del tempio

Wat-Pho di Bangkok, la più importante

scuola di massaggio THAI del

mondo.

mondo.

L'Albero della Vita Gioiosa

Spazio olistico intenzionale

L'Albero della Vita Gioiosa

e Grotta del Sale

Spazio olistico intenzionale

Via Provinciale 33/B - San Piero a Sieve (FI)

e Grotta del Sale

Tel. +39 329 8658566

Via Provinciale 33/B - San Piero a Sieve (FI)

Mail: saraskizzo@libero.it

Tel. +39 329 8658566

www.viadeglidei.it/san-piero-a-sieve/

Mail: saraskizzo@libero.it

albero-della-vita-gioiosa

www.viadeglidei.it/san-piero-a-sieve/

albero-della-vita-gioiosa

Massaggio Thailandese

Via G. Pepoli, 45

Massaggio Thailandese

Castiglione deI Pepoli (BO)

Via G. Pepoli, 45

Tel. +39 339 625 3319

Castiglione deI Pepoli (BO)

Mail: zanelliroberto@libero.it

Tel. +39 339 625 3319

www.viadellalanaedellaseta.com/

Mail: zanelliroberto@libero.it

castiglione-massaggio-thailandese

www.viadellalanaedellaseta.com/

castiglione-massaggio-thailandese

BAGAGLI E ZAINI

BAGAGLI E ZAINI

Per i camminatori è sempre più prezioso

il trasporto bagagli, un servizio

Per i camminatori è sempre più prezioso

il trasporto bagagli, un servizio

che permette di viaggiare più leggeri:

gli zaini vengono ritirati presso la

che permette di viaggiare più leggeri:

gli zaini vengono ritirati presso la

struttura dove si è pernottato e direttamente

consegnati alla struttura

struttura dove si è pernottato e direttamente

consegnati alla struttura

della notte successiva. Per prenotare

basta contattare direttamente

della notte successiva. Per prenotare

basta contattare direttamente

Appennino Slow all'ufficio di Info-

Appennino Slow all'ufficio di Info-

Sasso o l’Emporio di Comunità Foiatonda

a Madonna dei Fornelli. Presso

Sasso o l’Emporio di Comunità Foiatonda

a Madonna dei Fornelli. Presso

l’ufficio turistico di Sasso Marconi si

trova anche tanto materiale promozionale

del territorio, oltre a mappe,

l’ufficio turistico di Sasso Marconi si

trova anche tanto materiale promozionale

del territorio, oltre a mappe,

libri e tutti i gadget dei cammini, dalle

credenziali al nuovo merchandising

della Via degli Dei in occasione

libri e tutti i gadget dei cammini, dalle

credenziali al nuovo merchandising

della Via degli Dei in occasione

del decennale. Nello spazio di Foiatonda

la promozione territoriale è in

del decennale. Nello spazio di Foiatonda

la promozione territoriale è in

sinergia con tutte le attività legate al

turismo e al commercio, alle aziende,

ai fornitori di servizi, ai produtto-

sinergia con tutte le attività legate al

turismo e al commercio, alle aziende,

ai fornitori di servizi, ai produttori,

agli artigiani e alle comunità locali.

Il fine è quello di fare rete per lo sviluppo

sociale ed economico di tutto

ri, agli artigiani e alle comunità locali.

Il fine è quello di fare rete per lo sviluppo

sociale ed economico di tutto

il territorio, uno sviluppo territoriale

sostenibile, nel rispetto del contesto

naturale. Nei tanti anni di attività

il territorio, uno sviluppo territoriale

sostenibile, nel rispetto del contesto

naturale. Nei tanti anni di attività

hanno ampliato i loro servizi a cui ora

si aggiungono il noleggio e-bike e i

hanno ampliato i loro servizi a cui ora

massaggi su prenotazione.

si aggiungono il noleggio e-bike e i

massaggi su prenotazione.

Infosasso Sasso Marconi (IAT-R)

Via Porrettana 314

Infosasso Sasso Marconi (IAT-R)

Sasso Marconi (BO)

Via Porrettana 314

Tel +39 051 675 8409

Sasso Marconi (BO)

Mail info@infosasso.it

Tel +39 051 675 8409

Mail info@infosasso.it

Emporio Foiatonda

Piazza Madonna della Neve, 15

Emporio Foiatonda

Madonna dei Fornelli (BO)

Piazza Madonna della Neve, 15

Tel. +39 351 648 7521

Madonna dei Fornelli (BO)

Mail info@foiatonda.it

Tel. +39 351 648 7521

www.viadeglidei.it/madonna-dei-fornelli/emporio-foiatonda

Mail info@foiatonda.it

www.viadeglidei.it/madonna-dei-fornelli/emporio-foiatonda

Se una volta arrivati a Firenze volete

visitare più comodamente la città,

potete passare al Left Luggage

Se una volta arrivati a Firenze volete

visitare più comodamente la città,

potete passare al Left Luggage

Florence. Il deposito bagagli a pochi

passi dal Duomo offre un servizio

Florence. Il deposito bagagli a pochi

professionale, sicuro, rapido ed economico.

É possibile anche ricaricare

passi dal Duomo offre un servizio

professionale, sicuro, rapido ed economico.

É possibile anche ricaricare

lo smartphone, stampare voucher

per musei o carte di imbarco, utilizzare

il wi-fi, far riparare i bagagli e

lo smartphone, stampare voucher

per musei o carte di imbarco, utilizzare

il wi-fi, far riparare i bagagli e

ricevere informazioni turistiche sulla

città. Per gli utenti è disponibile anche

un frigo dove poter conservare

ricevere informazioni turistiche sulla

città. Per gli utenti è disponibile anche

un frigo dove poter conservare

alimenti e medicinali

alimenti e medicinali

Left Luggage Florence

Via Dei Boni 5R - Firenze

Left Luggage Florence

Tel. +39 055 6271764 / 334 7007714

Via Dei Boni 5R - Firenze

Mail: info@leftluggageflorence.com

Tel. +39 055 6271764 / 334 7007714

www.viadeglidei.it/firenze/left-lu

Mail: info@leftluggageflorence.com

gage-florence

www.viadeglidei.it/firenze/left-lu

gage-florence

GADGET DI FINE CAMMINO

GADGET DI FINE CAMMINO

Il testimonium della Via degli Dei

(consegnato dopo aver apposto

Il testimonium della Via degli Dei

l’ultimo timbro sulla credenziale)

(consegnato dopo aver apposto

si può ritirare presso l’info point di

l’ultimo timbro sulla credenziale)

Firenze, oppure presso la Libreria

si può ritirare presso l’info point di

San Paolo, proprio dietro al Duomo,

Firenze, oppure presso la Libreria

vicino al Museo dell’Opera del Duomo,

tappa culturale imperdibile.

San Paolo, proprio dietro al Duomo,

vicino al Museo dell’Opera del Duomo,

tappa culturale imperdibile.

Libreria San Paolo

ViaPiazza Duomo 32/33 R - Firenze

Libreria San Paolo

Tel. +39 055 264843

ViaPiazza Duomo 32/33 R - Firenze

Mail lsp.firenze@stpauls.it

Tel. +39 055 264843

www.viadeglidei.it/firenze/libreria-san-paolo

Mail lsp.firenze@stpauls.it

www.viadeglidei.it/firenze/libreria-san-paolo

ALTRI SERVIZI

ALTRI SERVIZI

Se terminato il cammino avete ancora

un po’ di energia vi consigliamo

di esplorare i dintorni di Firen-

Se terminato il cammino avete ancora

un po’ di energia vi consigliamo

di esplorare i dintorni di Firenze

in e-bike! Il servizio di noleggio

Firenze E- Bike offre a tutti coloro

ze in e-bike! Il servizio di noleggio

che desiderano vivere un'esperienza

indimenticabile alla scoperta del

Firenze E- Bike offre a tutti coloro

che desiderano vivere un'esperienza

indimenticabile alla scoperta del

nostro bellissimo territorio, un servizio

di noleggio biciclette elettriche

nostro bellissimo territorio, un servizio

di noleggio biciclette elettriche

(e-mtb) di alta gamma. É possibile

anche partecipare a tour organizzati

accompagnati da guide esperte.

(e-mtb) di alta gamma. É possibile

anche partecipare a tour organizzati

accompagnati da guide esperte.

Presso Firenze E-BIke è possibile

anche prenotare servizi di noleggio

Presso Firenze E-BIke è possibile

con conducente e acquistare gadget

anche prenotare servizi di noleggio

e souvenir. Un altro servizio aggiuntivo

riguarda il trasporto bagagli e

con conducente e acquistare gadget

e souvenir. Un altro servizio aggiuntivo

riguarda il trasporto bagagli e

servizio di transfer passeggeri lungo

la Via degli Dei.

servizio di transfer passeggeri lungo

la Via degli Dei.

Firenze E-Bike

Via A. Gramsci 11 - Fiesole (Fi)

Firenze E-Bike

Tel. +39 342 300 3588

Via A. Gramsci 11 - Fiesole (Fi)

Mail info@firenzeebike.it

Tel. +39 342 300 3588

www.viadeglidei.it/fiesole/fiesole-go

Mail info@firenzeebike.it

www.viadeglidei.it/fiesole/fiesole-go

LE FARMACIE LUNGO I CAMMINI

LE FARMACIE LUNGO I CAMMINI

Nel cuore dell’Appennino arrivati

a Monzuno ci accoglie la Farmacia

Nel cuore dell’Appennino arrivati

Toschi, dove il personale è sempre

a Monzuno ci accoglie la Farmacia

pronto per consigliare al meglio i

Toschi, dove il personale è sempre

camminatori della Via degli Dei, che

pronto per consigliare al meglio i

qui trovano tutto il necessario per

camminatori della Via degli Dei, che

proseguire in sicurezza: fasce e cerotti,

collirio o antistaminico, buste

qui trovano tutto il necessario per

proseguire in sicurezza: fasce e cerotti,

collirio o antistaminico, buste

reidratanti da solubilizzare nelle bor-

reidratanti da solubilizzare nelle bor-

racce (che possono essere riempite

con l’acqua fresca della fonte di Monzuno).

Anche sulla Via della Lana e

racce (che possono essere riempite

con l’acqua fresca della fonte di Monzuno).

Anche sulla Via della Lana e

della Seta, nella prima parte del percorso,

ci offre il suo soccorso la Farmacia

Pellicciari, situata nel comune

della Seta, nella prima parte del percorso,

ci offre il suo soccorso la Farmacia

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PERSONAGGI

Bologna

Ascesa e caduta di uno dei

più famosi circensi dell’800.

La carriera in Russia e la

fine a Bologna

Guerra

il cavallerizzo

FURIOSO

Testo di Claudio Evangelisti

Agli inizi dell’800 gli spettacoli circensi

irrompono sulla scena italiana e

occupano i teatri mischiandosi con le

nuove idee liberali che muovono verso

l’indipendenza nazionale, in un territorio

diviso fra Regno Lombardo Veneto, Stato

Pontificio e le altre porzioni di suolo

italico dominato dai Borboni o da Casa

Savoia. Tra i nomi degli artisti circensi

più ricorrenti nei teatri italiani fra del

XIX secolo spicca quello di Alessandro

Guerra, classe 1782, celebre cavallerizzo

d’altri tempi che in vecchiaia si ritirò a

Bologna.

Cavaliere straordinario il cui stile

vigoroso oltre al suo temperamento

focoso, gli valse il soprannome di “Il

Furioso”, fu anche un artista versatile,

un direttore di circo, un pioniere che

gestì una compagnia di grande talento

e viaggiò con essa in lungo e in largo

per l’Europa con un successo tale da

catturare l’attenzione e lasciare il segno

ovunque andasse.

GLI SPETTACOLI DEL 1832

ALLA MONTAGNOLA

Il 23 settembre 1832 (replicato il 4

ottobre seguente), con grande successo

di pubblico, si tiene ai giardini pubblici

della Montagnola uno spettacolo

equestre, aerostatico, pirotecnico della

Compagnia di Alessandro Guerra. Stando

in equilibrio sul cavallo, fa giochi con

spade e pugnali, salta attraverso botti,

suona vari strumenti. La Compagnia

di Guerra si esibisce in questo periodo

anche all’Arena del Sole “con belli

esercizi di equitazione”, mentre nel prato

antistante il teatro c’è un “Gran Serraglio

di Belve vive”.

Alessandro Guerra nacque nel 1782 a

Rimini, in quello che allora era lo Stato

Pontificio da Mauro Guerra e Clementina,

La lapide di

Alessandro Guerra

alla Certosa

di Bologna

nata Bordini. Oltre al suo straordinario

talento equestre, Alessandro era un artista

poliedrico: acrobata, giocoliere, musicista

e attore di pantomime, il che porta a

credere che provenisse da una famiglia di

artisti itineranti, sebbene questa sia solo

un’ipotesi; suo fratello, Rodolfo Guerra,

a sua volta un talentuoso cavaliere,

avrebbe ricoperto un ruolo significativo

nella sua futura compagnia. Guerra può

essere considerato il pioniere dei direttori

di compagnie circensi itineranti perché

è stato fra i primi italiani a possedere

un circo di una certa importanza e ad

eseguire rinomate tournée all’estero. È

stato artista da cartellone in importanti

imprese circensi. Un nome su tutti il ​

“Circus Gymnasticus” di Christoph de

Bach.

DAL CIRCUS GYMNASTICUS

AL CIRQUE OLYMPIQUE

La sua carriera al Circus Gymnasticus di

Vienna, sotto la direzione del cavaliere

lettone Christoph de Bach, si consolida

quando sposa Adelaide de Bach figlia

del suo mentore. Nel 1826, fondò

la propria compagnia, che effettuò

numerose tournée negli stati tedeschi,

italiani e nell’Impero austriaco con il

nome di Circo Romano. Dopo la morte

del suocero, Guerra si lanciò in un’aspra

rivalità con la vedova di de Bach, la

bellissima Laura de Bach, prima di

decidere di visitare la Russia, iniziando

dalla capitale, San Pietroburgo.

Aveva recentemente cambiato nome

alla sua compagnia, scegliendo il

nome (di moda all’epoca) di Cirque

Olympique, che aveva un sapore

francese, perfettamente adatto a quella

città prevalentemente francofona (il

russo era allora riservato alle classi

inferiori). Il circo che Guerra costruì

a San Pietroburgo non era molto

lussuoso, ma era confortevole e ben

riscaldato (un dettaglio importante

a San Pietroburgo, che la stampa

puntualmente riportò) ed era ben

illuminato (un altro aspetto vitale

per i cittadini di San Pietroburgo,

tormentati com’erano dalle infinite

notti invernali). Le scuderie ospitavano

cinquanta cavalli e Guerra costruì

anche una caffetteria adiacente al

circo stesso. La ricchezza dei suoi

costumi (alla moda parigina), il

talento dei suoi cavalieri e, non meno

importante, la bellezza delle sue

cavallerizze garantirono all’impresa

di Guerra un successo immediato.

Oltre ai sogni libidinosi e alle

avventure amorose che hanno sempre

aleggiato sulla scia delle cavallerizze

dell’era romantica, Guerra sviluppò

un mecenatismo di clienti abituali

che si incontravano mattina e

pomeriggio nelle sue scuderie,

attorno al suo maneggio e al caffè del

circo. Ricchi e talvolta inclini a una

generosità sorprendente (come solo

gli aristocratici della Russia imperiale

potevano essere), elargivano a Guerra

– e alle sue cavallerizze – la loro

disinibita generosità. Purtroppo,

dopo quasi un anno di inesauribile

successo, la voce dell’imminente

arrivo di un’altra compagnia equestre

si diffuse nelle sale dorate di San

Pietroburgo.

Con sua costernazione, Guerra

scoprì che si trattava del Cirque de

Paris di Paul Cuzent, la compagnia

più importante e di maggior successo

in Europa all’epoca.

Dopo tre mesi di lotta, che non fecero

che confermare il vantaggio artistico

della compagnia parigina, Guerra

gettò la spugna, fece le valigie e

tornò al suo territorio abituale. Fu la

fortuna di Paul Cuzent che rimase a

San Pietroburgo e ricevette dallo zar

l’incarico di creare il Circo Imperiale

di Russia, la prima scuola di circo al

mondo.

LA BANCAROTTA

E LA MORTE A BOLOGNA

Guerra e la sua compagnia tornarono

a esibirsi negli Stati tedeschi, visitando

Berlino, Colonia e Monaco. In questo

periodo Alessandro strinse amicizia

con il drammaturgo, attore e autore

tedesco itinerante Karl von Holtei (1779-

1880), il cui romanzo di successo “Die

Vagabunden “ (“I vagabondi”, 1851) fu in

parte ispirato dai racconti di Alessandro

Guerra sulla sua vita. Continuò le tournée

della sua compagnia negli stati italiani, in

Austria, negli stati tedeschi e altrove in

Europa, ma, con il passare degli anni, non

sempre ottenne lo stesso successo di un

tempo. Nel 1855, si trovava a Bordeaux,

in Francia, quando, a seguito di un’attività

particolarmente negativa, fu costretto a

dichiarare bancarotta; per salvare i suoi

preziosi cavalli ammaestrati, li vendette

all’imprenditore circense francese Louis

Dejane. Alessandro Guerra muore di lì

a poco, a Bologna nel 1862. Di malattia,

ma forse anche per il dolore legato a

questi ultimi sprazzi della sua esistenza.

“Alessandro Guerra, nei ludi equestri

sommo, sempre invidiato ne mai vinto

in sua maestria, fra tutte genti civili del

globo visse anni LXXX. Alla salma di lui

chiusa in questo marmo tributano lacrime

e fiori la vedova, le figlie, gli amici”. Così

lo ricorda la lapide posta sul suo sepolcro

alla Certosa di Bologna, nella Galleria a

Tre Navate.

ELVIRA GUERRA

PRIMA DONNA ALLE OLIMPIADI

Ma ci fu un’ultima persona che illustrò

brillantemente il cognome Guerra e la sua

tradizione: la celebre cavallerizza Elvira

Guerra nipote di Alessandro, nata durante

il soggiorno del Cirque Olympique a San

Pietroburgo e diventata una delle più

grandi cavallerizze della sua generazione;

Era la figlia di suo fratello Rodolfo Guerra

che suonava arie d’opera al flauto in

groppa a un cavallo al galoppo. Da

una recente ricerca si è scoperto che fu

la prima donna italiana a rappresentare

l’Italia negli sport individuali alle

Olimpiadi del 1900. Elvirà partecipò ai

Giochi di Parigi, nella gara di cattura e

monta del cavallo, vinta dal bisnipote

di Napoleone, Napoléon Murat. Si

classificò nona su 51 cavalieri. Quando

morì a Bordeaux all’età di ottantadue

anni, la dinastia Guerra scomparve con

lei. La municipalità di Bordeaux ha

dedicato una strada a questa «famosa

stella italiana del circo».

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CITTà DELLA MUSICA

Il Comunale fa da sfondo ad un viaggio fra musica,

storie e aneddoti su personaggi celebri come Giacomo

Puccini, Arturo Toscanini, Maria Callas, Enrico Caruso,

Luciano Pavarotti e persino Lucio Dalla nelle insolite

vesti di regista lirico

Nel teatro della gente

risuona il Novecento

Testi di Cristiano Cremonini

Trent’anni fa esatti cominciavo a muovere

i primi passi nel mondo della Lirica. Il

caso ha voluto che Il teatro della gente.

Da Puccini a Dalla, ovvero il progetto

editoriale più importante realizzato sino

ad ora, pubblicato da Calamaro Edizioni,

uscisse proprio in questo particolare

periodo, così, mosso da puro spirito

campanilistico e tanto amore, ho deciso

di dedicarlo ad una “vecchia signora”

molto generosa e sensibile con noi artisti:

Bologna, da sempre considerata Città

delle Arti e della Musica.

Dopo il successo del primo volume Il

teatro della gente. Da Farinelli a

Wagner (uscito nel dicembre 2021), un

compendio sulla storia del nostro glorioso

Teatro Comunale, partendo dai principali

protagonisti della scena lirica tra Sette

e Ottocento, l’obiettivo del secondo

libro era quello di proseguire il viaggio

iniziato, ripercorrendo tutto il Novecento

musicale italiano… un periodo storico

molto complesso e articolato. La sfida

era quella di mantenere la stessa fluidità

narrativa del primo lavoro, che è poi la

cifra stilistica che contraddistingue la mia

scrittura.

Chi ha letto i miei libri sul mondo

dell’opera sa bene che sono testi

divulgativi avvincenti e spesso, da buon

petroniano, anche ironici. Un critico

musicale li ha addirittura paragonati ad

un racconto di Italo Calvino; quindi,

niente paura, tuffatevi nella lettura del

“Teatro della gente”!... Ma, a proposito…

non vi ho ancora spiegato il significato

del titolo.

Il teatro della gente è il Teatro Comunale

di Bologna. Questo edificio, sorto nel

1763 su progetto del grande architetto

e scenografo Antonio Galli Bibiena, è

stato concepito come “Nuovo Pubblico

Teatro”, cioè come teatro “di tutti”,

dell’intera comunità, perché costruito

con fondi stanziati da un Governo di

senatori bolognesi e non per mano di un

potere assoluto.

Ed ora veniamo ai contenuti. Questo

viaggio ideale fra musica e storia passa

attraverso tanti personaggi celebri, come

il compositore Giacomo Puccini, il

direttore d’orchestra Arturo Toscanini, il

soprano Maria Callas, i tenori Enrico

Caruso e Luciano Pavarotti e persino Lucio

Dalla, nelle insolite vesti di regista lirico.

Ogni personaggio è come una gigantesca

e variopinta matrioska. Aprendola,

si trovano legami, lacci più o meno

visibili: le vite che incontrerete, benché

diversissime, si intrecceranno fra loro. Da

esse, poi, scaturiranno altre vite e nuove

storie, in un flusso continuo, inarrestabile.

Protagonisti assoluti della narrazione

sono sempre Bologna e il suo magico

Teatro, ed il collante fra i loro illustri

personaggi sono l’amore, l’amicizia e gli

incontri (e scontri) in generale, ed altri

sentimenti che nascono da essi.

Tra le grandi storie d’amore sicuramente

spicca quella fra Ottorino Respighi, il

noto compositore bolognese e sua moglie

Elsa, musicista e compositrice anch’essa,

ma c’è anche quella fra il celebre tenore

napoletano Enrico Caruso e il soprano

Ada Giacchetti, che nel nostro tempio

lirica interpretarono la prima bolognese

della Tosca di Puccini. Ada, di fronte allo

straordinario talento artistico del marito

decise di abbandonare la propria carriera

per seguirlo in giro per il mondo.

Meno conosciuto ma altrettanto

coinvolgente è il sentimento d’amore che

legò il grande violoncellista Giuseppe

Alberghini, nativo di Pieve di Cento,

e il soprano Alice Zeppilli, sbocciato

nientemeno che sul fiume Nilo nei primi

anni del Novecento e destinato a durare

mezzo secolo.

Tra le storie d’amicizia, invece,

quella più simpatica e tenera è di

certo quella fra Luciano Pavarotti e

Lucio Dalla, quindi fra un tenore e un

cantautore (grande amante dell’Opera).

Ciò dimostra davvero che la musica

non ha confini. Fra l’altro in questo libro

parlo di episodi pressoché inediti, che mi

sono stati raccontati da Andrea Faccani,

cugino di Lucio e presidente della

Fondazione Dalla.

Una importante chiave di lettura di

questo viaggio nel tempo è “la fragilità”

dei miti della musica. Spiego meglio:

L’intento principale dei miei libri è quello

di “umanizzare” i grandi personaggi

che incontriamo fra le pagine. Questi

geni, che spesso ci paiono così distanti,

talvolta irraggiungibili perché la storia

stessa li ha relegati sull’Olimpo, tutti

imbellettati, possono in realtà diventare

nostri amici.

In che modo? Conoscendo le loro

fragilità e debolezze; talvolta i loro

sbagli… D’altronde un motto latino

recita “errare humanum est”. Anche i

geni possono sbagliare. Ne ho le prove,

fidatevi.

Trovo anche utile dare loro del tu,

chiamandoli con soprannomi o

diminutivi, come abitualmente si fa

in famiglia o tra amici... Ecco che

Giuseppe Verdi diventa “Peppino”

(come lo chiamava la sua adorata moglie

Strepponi), Puccini è il “Sor Giacomo”

(a detta dei compaesani di Torre del

Lago), Ottorino Respighi, “Otto”, e così

via… Tutto ciò può aiutare a farli sentire

più vicini a noi e, credo, anche più

accattivanti per le nuove generazioni.

A proposito, due dei personaggi narrati

in questo libro hanno un particolare

legame con il nostro bell’Appennino: mi

riferisco al celebre compositore Ottorino

Respighi, che da ragazzo frequentava

spesso la Parrocchia di Tizzano, sopra

Casalecchio di Reno, perché lì vicino vi

abitava la sorella Amelia. Anche Gianni

Raimondi, il grande tenore dall’acuto

“biondo”, color del grano maturo,

frequentava i nostri colli. La sua famiglia

era infatti originaria di Gaggio Montano,

e lui stesso, a fine carriera, scelse di

scelse di abitare a Pianoro. Non mi resta

che augurarvi buona lettura.

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LA MACCHINA DEL TEMPO

Bologna

I musei, gli edifici, i paesaggi, gli

archivi, le biblioteche: un viaggio

nella storia bolognese e nelle sue

fonti dalle origini ai giorni nostri

Le civiltà proto-storiche nel Bolognese

Terramaricoli

e Villanoviani

Testo e foto di Elena Boni

A cavallo fra preistoria e storia, ovvero

poco prima della comparsa della

scrittura, gli storici collocano le tre

“età dei metalli”: l’età del rame (4000-

3000 a.C.), l’età del bronzo (3000-

1100 a.C.), l’età del ferro (1100-700

a.C.). La fondamentale innovazione

tecnologica data dalla fusione del

metallo, che consentiva agli uomini di

fabbricare utensili molto più efficaci,

permise lo sviluppo di civiltà più

evolute con forme di vita stanziali,

agricoltura, specializzazioni sociali,

divisione dei compiti, sviluppo degli

scambi commerciali fra gruppi etnici

e territoriali diversi. Nella nostra

provincia si svilupparono due forme

di civiltà, le cui interazioni reciproche

nello spazio e nel tempo sono ancora

in corso di approfondimento da parte

degli archeologici: la “civiltà delle

terramare” e la “civiltà villanoviana”.

Importantissime scoperte archeologiche

compiute dall’Ottocento in poi hanno

permesso di scoprire e man mano

conoscere meglio la storia di queste

popolazioni che vissero nel nostro

territorio circa 4 millenni fa e che sono

almeno in parte i diretti discendenti

di quegli “uomini delle caverne” di

cui abbiamo parlato nell’articolo

precedente.

Le terramare

Durante l’età del bronzo gli abitanti

della pianura padana avevano il

vantaggio di un terreno molto fertile

e adatto alle coltivazioni, ma lo

svantaggio di un clima rigido e di

un territorio difficile da abitare, con

fiumi che esondavano spesso, paludi e

animali selvatici. Svilupparono, quindi,

forme di insediamento di gruppo con

tipiche capanne e/o palafitte. Dalla

forma dialettale “terra marna” ovvero

terra scura, nerastra (ricca di sostanze

organiche e quindi fertile) deriva la

definizione di “terramare” date a questi

villaggi proto-storici. Le capanne erano

costruite in legno e paglia su palafitte

(pianura padana centro-settentrionale,

Italia centrale) oppure in argilla su

terrapieni rialzati (pianura emiliana e

bolognese), con il tetto in canne. Dai

reperti archeologici scopriamo che gli

abitanti delle terramare praticavano

l’agricoltura, l’allevamento, la caccia,

la pesca, il commercio, andavano a

cavallo, lavoravano i filati, la terracotta

e i metalli. Le capanne erano abitate

probabilmente da singole famiglie che

condividevano con il villaggio spazi

comuni e di utilità. Un’importante

novità rispetto alle civiltà precedenti è

la presenza di sepolcreti: ogni villaggio

aveva, infatti, un’area dedicata in cui

riunire i defunti, dopo la cremazione. È

proprio dalle sepolture delle terramare

che gli archeologi hanno ricavato la

maggior parte dei reperti e quindi delle

informazioni.

Un importante sito archeologico nel

Bolognese è la terramara di Anzola

dell’Emilia, che offre una finestra unica

sulla vita durante l’età del bronzo. La

sede locale del Museo archeologico

ambientale ospita i materiali rinvenuti

durante gli scavi, tra cui ceramica

di qualità e strumenti legati alla

lavorazione del bronzo e del vetro.

È visitabile inoltre la ricostruzione di

una capanna dell’età del bronzo a

grandezza naturale.

Per saperne di più: P. Luppi – M.L. Sacchetti – D. Scheda, Bologna

prima di noi. Percorsi storici, Ponte Nuovo ed., Bologna 1994

Museo della Civiltà Villanoviana MUV

DA VISITARE

Museo civico archeologico

Via dell’Archiginnasio 2 Bologna

Capanna villanoviana: Giardini

Margherita, vicino alle Serre

Museo archeologico ambientale

Sede di Anzola dell’Emilia

V. Emilia 87 (ex caserma Carabinieri)

MUV - Museo della civiltà villanoviana

V. Tosarelli 191

Castenaso (BO)

Ecomuseo delle erbe palustri

V. Ungaretti 1

Villanova di Bagnacavallo (RA)

(dove si possono vedere le tecniche

costruttive delle capanne dai tetti in

canne)

La civiltà villanoviana

Nel 1853 il conte Giovanni Gozzadini,

appassionato di antichità e lettere,

scoprì nella sua tenuta a Villanova di

Castenaso le prime tracce di un’antica

civiltà italica a cui diede, appunto, il

nome di “villanoviana”. Diede impulso

alle ricerche facendo scavare molti

e importanti reperti, oggi custoditi

al Museo civico archeologico di

Bologna. Ulteriori scavi e scoperte

avvennero in città e nella provincia

bolognese durante il Novecento e

anche negli anni più recenti, per

lo più in occasione di lavori edili o

stradali. La ricchezza dei ritrovamenti

ha permesso di studiare meglio la

civiltà villanoviana, suddividendola

in 4 periodi (villanoviano 1°, 2°, 3° e

4°) e mettendola in relazione con altre

scoperte archeologiche simili avvenute

nel frattempo nell’Italia centrale. Oggi si

ritiene la civiltà villanoviana il “ponte”

fra la civiltà preistorica e quella etrusca,

di cui costituisce la forma più antica.

Come vivevano gli uomini villanoviani,

e come lo sappiamo? Anche in

questo caso, la maggiore quantità di

informazioni si può ricavare dalle

sepolture. I Villanoviani cremavano

i morti ne deponevano le ceneri in

Capanna villanoviana ai Giardini

tipici vasi biconici a due manici,

precedentemente usati per conservare i

cereali; dopo la morte del proprietario,

uno dei due manici di terracotta

veniva spezzato per simboleggiare

il nuovo uso del manufatto. Insieme

al vaso venivano deposti attrezzi di

uso quotidiano che ci testimoniano

una società evoluta e differenziata:

pesi da telaio, pettini, spilloni, oggetti

domestici per le donne; utensili, armi,

fibule, oggetti vari da lavoro e da cavallo

per gli uomini, sempre più specializzati

per professione e differenziati per rango

sociale man mano che passano i secoli.

Le tracce di fondamenta trovate

durante numerose campagne di scavo

ci mostrano che i Villanoviani vivevano

in capanne con pareti di legno e argilla

e tetto in legno e canne o paglia; ogni

capanna aveva un focolare centrale a

cui corrispondeva un foro nel tetto per

il fumo. Era presente inoltre un telaio

per la tessitura, alari per sostenere

gli strumenti di cottura al fuoco,

e l’immancabile buco scavato nel

terreno in cui veniva alloggiato il dolio,

un vaso per conservare le vivande.

Al Museo della civiltà villanoviana

di Castenaso sono conservati molti e

importanti reperti provenienti dagli

scavi di Marano, delle Caselle e di

Budrio. Inoltre si può entrare nella

di capanna villanoviana ricostruita a

grandezza naturale e si può ammirare

il plastico con la ricostruzione di un

villaggio, realizzato per la grande

mostra che nel 1994 diede notorietà

agli studi storici sui Villanoviani. Il 20

ottobre 2024 l’alluvione che ha investito

Castenaso ha invaso anche il deposito

della Soprintendenza in località Fiesso;

grazie all’intervento della Protezione

Civile e alla collaborazione degli

enti locali e statali è stato possibile

recuperare le 116 casse di reperti

provenienti dagli scavi del territorio.

Una volta restaurati, i preziosi oggetti

sono stati collocati nel nuovo deposito

inaugurato lo scorso 17 maggio. Oggi

il MUV è iscritto al sistema Museale

Regionale e Nazionale, avendo

superato gli standard richiesti per

l’adesione.

Altri reperti provenienti dall’area di

Castenaso e di Budrio sono esposti

nel piccolo, ma ben fornito Museo

archeologico e paleoambientale di

Budrio intitolato alla professoressa Elsa

Silvestri. Un’altra grande ricostruzione

di capanna villanoviana è visitabile,

previo accordo col Museo civico

archeologico, ai Giardini Margherita di

Bologna.

Ricostruzione corredo funerario

38

39



NON TUTTI SANNO CHE

Dopo Roma, la nostra è la città con il maggior numero

di papi, per nascita, per formazione o per adozione.

Sotto le Due Torri hanno vissuto anche due antipapi

Il senso

di Bologna

per il papato

Testi di Serena Bersani

Benedetto XV (Giacomo della Chiesa)

Gregorio XV in un ritratto del Guercino

Benedetto XIV (Prospero Lambertini)

Alessandro V (Pietro Filargo)

I bolognesi ci hanno sperato fino

all’ultimo, ma poi il conclave

riunitosi dopo la morte di Papa

Francesco ha scelto diversamente

e il cardinale Matteo Zuppi è

rimasto a Bologna, città che lo ha

adottato e ne apprezza l’umanità e

l’intelligenza. Di certo, nella storia

della Chiesa bolognese, don Matteo

resterà nella top ten dei cardinali più

vicini al soglio pontificio o divenuti

effettivamente papi.

Del resto, Bologna ha avuto un ruolo

singolare nella storia del papato,

vantando il primato di città con il

Giovanni XXIII

maggior numero di papi – per nascita,

per formazione o per adozione -

dopo Roma. Questo dato, a prima

vista solo curioso, rivela in realtà

una trama profonda di relazioni

politiche, ecclesiastiche e culturali

che ha legato la città felsinea alla

sede apostolica nei secoli.

La presenza di papi bolognesi è

emblematica della forza della Chiesa

locale e della posizione strategica

di Bologna nella geografia politica

dell’Italia medievale e moderna. La

città, posta lungo l’asse tra Roma

e l’Europa settentrionale, era sede

di uno dei più antichi e prestigiosi

studi universitari, fucina di giuristi e

teologi destinati a brillare nei ranghi

ecclesiastici. Non è dunque un caso

se, a partire dal medioevo, siano

emerse figure che raggiunsero la tiara

papale, a volte in modo pacifico,

altre in contesti di lotta e scisma.

Infatti, accanto ai papi riconosciuti,

Bologna vanta anche almeno due

antipapi.

Il primo, di origini napoletane,

Giovanni XXIII (Baldassarre Cossa),

figura controversa del Concilio di

Costanza, era stato eletto papa nel

1410 nel conclave che si tenne

proprio a Bologna. Il secondo è

Gregorio XII (Angelo Correr) che, pur

nato a Venezia, fu legato allo Studio

e al contesto culturale bolognese.

Furono protagonisti di una Chiesa

divisa, in cui l’autorità spirituale era

contesa anche sul piano politico.

Ma è a partire dal Quattrocento

che Bologna inizia a esprimere con

continuità figure ecclesiastiche di

altissimo profilo.

La famiglia Bentivoglio, egemone

in città, intrattenne stretti rapporti

con la Curia e molti suoi esponenti

finirono per essere cooptati in ruoli

di rilievo a Roma. Poi ci fu anche

chi a Bologna ebbe la malasorte di

morire, come Alessandro V, al secolo

Pietro Filargo, deceduto nella notte

tra il 3 e il 4 maggio 1410 proprio

nel palazzo dei Bentivoglio, dove

risiedeva come pontefice. La sua

morte avvenne in circostanze mai

del tutto chiarite, il che alimentò

nei secoli numerose voci e sospetti.

Alcuni cronisti del tempo e successivi

storici ipotizzarono che fosse stato

avvelenato, forse su ordine del

cardinale Baldassarre Cossa, suo

potente sostenitore e poi successore

come antipapa Giovanni XXIII.

Tuttavia, non esistono prove certe

di un avvelenamento, e l’ipotesi

resta nel campo delle congetture.

Più verosimilmente, morì per cause

naturali, probabilmente dovute a un

peggioramento delle sue condizioni

di salute, aggravate da tensioni

politiche e dal clima instabile

del tempo. Alessandro V era già

anziano e malato al momento della

sua elezione al concilio di Pisa nel

1409, che cercava di porre fine allo

scisma d’Occidente (ma che finì per

complicarlo ulteriormente, portando

a tre papi in contemporanea). Fu

sepolto nella chiesa di San Francesco

a Bologna, dove si trova ancora

oggi il suo monumento funebre.

Curiosamente, Alessandro V non

è ufficialmente riconosciuto come

papa dalla Chiesa cattolica (che

considera legittimi in quel periodo

Gregorio XII a Roma e Benedetto

XIII ad Avignone), ma anche lui

come antipapa (e quindi siamo a

tre). Tuttavia, per lungo tempo fu

considerato papa a pieno titolo, e in

passato figurava anche negli elenchi

ufficiali.

Il Cinquecento segna l’apogeo dei

papi bolognesi, a partire da Gregorio

XIII (Ugo Boncompagni), nato a

Bologna nel 1502. Fautore della

riforma del calendario (tuttora in

uso), Boncompagni fu un pontefice

di forte cultura giuridica, formatosi

nello Studio bolognese. Promosse

la Controriforma, fondò numerosi

seminari e collegi, e mantenne forti

legami con la sua città, lasciando

tracce materiali e simboliche del suo

pontificato, a cominciare dalla statua

sovrastante il portone di Palazzo

D’Accursio che lo rappresenta

seduto mentre benedice la città.

Durante l’occupazione napoleonica,

nel 1796, per proteggerlo dalla furia

antiecclesiastica,i bolognesi decisero

di camuffarla da San Petronio

aggiungendogli una mitria vescovile

e un pastorale e sostituendo la lapide

con l’iscrizione “Divus Petronius

Protector et Pater”.

Il successivo papa bolognese,

Innocenzo IX, detiene a sua volta un

record, quello di uno dei pontificati

più brevi della storia, avendo

governato per appena due mesi. Nato

a Bologna nel 1519 come Giovanni

Antonio Facchinetti, venne eletto

papa il 29 ottobre 1591, quando

già era anziano e molto malfermo

in salute. Il 30 dicembre di quello

stesso anno morì senza aver potuto

fare quasi nulla come pontefice.

Non durò molto, meno di due

anni, anche il pontificato del suo

concittadino Alessandro Ludovisi,

salito al soglio il 9 febbraio 1621

con il nome di Gregorio XV.

Tuttavia, in quel breve tempo riusci

a realizzare opere importanti, sulla

scia del precedente papa bolognese

Gregorio XIII, che l’aveva avviato

alla carriera nella curia romana.

Prima di diventare papa si distinse

come abile diplomatico e quando,

nel 1612, divenne arcivescovo di

Bologna, istituzionalizzò il culto

per la Madonna di San Luca, fatta

scendere dal monte della Guardia e

portata in processione per ottenere

la grazia che finissero le incessanti

piogge rovina dei raccolti.

Nel Settecento, la figura più

rilevante è Benedetto XIV (Prospero

Lambertini). Nato nel 1675, proveniva

da una famiglia nobile bolognese.

Era un uomo colto, ironico e dotato

di una profonda cultura giuridica e

teologica. Durante il suo pontificato,

seppe coniugare riformismo e

tradizione, promuovendo le arti, il

sapere e una visione razionale del

governo ecclesiastico. Benedetto

XIV è forse il papa bolognese più

celebrato e amato, rimasto nel cuore

dei concittadini per l’intelligenza

e la bonomia e reso immortale

dalla rappresentazione dell’attore

bolognese Gino Cervi.

La presenza dei papi bolognesi non

si limita al passato remoto. Anche

il Novecento ha visto protagonisti

ecclesiastici felsinei: Giacomo

della Chiesa, che fu arcivescovo di

Bologna, divenne Benedetto XV nel

1914, pontefice della pace durante

la Prima guerra mondiale. Ancora

più recentemente, Giacomo Lercaro,

cardinale a Bologna dal 1952, fu

figura centrale nel Concilio Vaticano

II, incarnando una Chiesa povera e

dialogante. Anche se non fu eletto

papa, il suo profilo fu da molti

considerato papabile e la sua figura

è quella che si avvicina di più al

cardinale Zuppi.

Il legame tra Bologna e il papato non

è stato solo politico o spirituale, ma

anche profondamente identitario. I

pontefici bolognesi hanno lasciato

segni tangibili nella città: edifici,

opere d’arte, riforme, istituzioni

culturali. Al contempo, l’università e

il tessuto ecclesiastico locale hanno

rappresentato un bacino fertile di

talenti per la Chiesa universale.

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DA VEDERE

In una palazzina di proprietà del Comune in via della

Fiera è visitabile il museo dedicato a una figura centrale

della Bologna del Novecento

PADRE MARELLA

il santo dei poveri

Testi di Giuliano Musi

Bologna è senza dubbio tra i centri

culturali che possono vantare il

maggior numero di musei ricchi

di contenuti a livello mondiale. La

sezione egizia e quella di vasi greci

del Museo Civico, così come il museo

di anatomia dell’Università, solo per

citare alcuni punti focali, hanno pochi

rivali nel mondo. Insieme a questi top

che richiamano appassionati da tutte

le nazioni figurano numerosi altri

centri di aggregazione culturale che

completano un quadro unico sotto le

Due Torri.

Pochi sanno però che nel vastissimo

panorama culturale bolognese rientra

a pieno titolo anche il Museo di Padre

Olinto Marella che spicca non per

la rarità di pezzi esposti ma perché

racconta la vita esemplare e unica

del Padre che ne ha legittimato la

creazione. Il suo maggior pregio è

quello di essere un museo vivente

perché narra “in diretta” un uomo

esemplare che meritatamente è stato

premiato con la beatificazione e viene

indicato come prototipo di esistenza

civile, supportata da solidissime radici

religiose. L’unicità dell’esposizione

è proprio quella di non essere

un’esibizione statica di pezzi che

hanno contraddistinto la vita del

Padre ma di far parlare abiti, mobilio,

tantissime lettere scritte di suo pugno,

grazie a testi quasi sempre ricavati

dalla ricca produzione letteraria di

Don Marella nella sua lunga tribolata

esistenza terrena. Una presenza in

Bologna che ha superato il secolo ma

resta ancora vivissima grazie a quanto

il Padre ha seminato in vita ed ancora

oggi assicura ottimi frutti.

Il museo è ospitato in una palazzina

di proprietà del Comune in Via della

Fiera, attigua alla sede Rai, di fronte

alle torri della Regione, in una zona

sinonimo di assoluta povertà nel

dopoguerra, ricostruita e rilanciata

ora a nuova vita con la presenza

di istituzioni basilari per la società.

La collocazione e la struttura stessa

non potevano essere più indovinate

perché proprio in questa palazzina

il Padre ha iniziato a fare bene senza

limiti. L’edificio era in precedenza

un deposito di attrezzature comunali

dell’immondizia, poi abbandonato

negli anni 40, che rischiava il crollo.

Padre Marella, ottenuta la disponibilità

dei locali, li ha immediatamente

rigenerati nell’impiantistica e nella

funzionalità dando loro nuova vita

come punto di riferimento per i più

deboli. Non ha trascurato anche

l’aspetto estetico della nascente

Cattedrale dei Poveri con un tocco

di classe come la splendida bifora,

trovata tra gli scarti comunali e subito

sistemata sul muro perimetrale, che

all’esterno indicava l’ingresso ufficiale

della sala in cui si svolgevano anche le

funzioni religiose. Un salto di qualità e

sacralità che sintetizza il personaggio

da cui tutto è nato miracolosamente

con sviluppi incontenibili, che forse

neppure lui aveva immaginato.

La scelta di questo luogo è significativa

perché nello stesso edificio è nata, ha

preso corpo e concretezza la grande

iniziativa di beneficenza che negli

anni ha consentito a Padre Marella

di creare un esempio unico di come

si possa praticare il bene comune

indipendentemente da convinzioni

politiche, religiose e di razza. In

questa palazzina ha mosso i primi

passi il progetto poi completato con il

centro di San Lazzaro di Savena della

Città dei Ragazzi. L’unicità di Padre

Marella si è articolata anche a livello

religioso iniziando proprio da questa

sede, in cui lui diceva messa per

una comunità sempre più numerosa

di indigenti che chiedevano cibo e

comprensione. Le sue messe hanno in

parte anticipato il Concilio Vaticano

perché, dato il livello culturale dei

presenti, erano celebrate guardando

direttamente i fedeli con rotazione

dell’altare e spesso i brani erano

tradotti in italiano perché il latino

non sarebbe stato compreso. Padre

Marella ha sempre sorpreso per la sua

lungimiranza culturale ed educativa

che ha pagato cara con la sospensione

fortunatamente revocata quando la

Chiesa ha percepito appieno la sua

grandezza. E’ stato uno dei primi

educatori che hanno applicato la

piena parità dei sessi nel campo

dell’istruzione e del sociale con classi

miste, formazione professionale senza

barriere ed attività sportiva aperta a

tutti i bambini e ragazzi, maschi o

femmine insieme.

Nonostante sia nato a Pellestrina, una

piccola isola della laguna veneta in

provincia di Venezia, Padre Marella

si può considerare bolognese a pieno

titolo perché ha vissuto la maggior

parte della sua vita sotto le Due Torri.

Il suo arrivo a Bologna è avvenuto

nel 1924 e lo ha visto inizialmente

insegnante di filosofia ai licei classici

Galvani e Minghetti, poi grande

benefattore a tempo pieno una volta

raggiunta la pensione. Ha praticato

una assistenza capillare basata

sempre sulla sua grande inventiva

benefica che si è riversata su intere

generazioni a cui ha assicurato cibo,

istruzione, formazione professionale,

lavoro, cura religiosa (mai imposta),

attività sportiva per i ragazzi e anche

case in cui vivere onestamente e

serenamente.

Ai primi passi della sua opera, quando

ancora abitava con la madre (che lo

ha sempre aiutato nel portare bene a

tutti) in un appartamento di Via San

Mamolo, ospitava decine di bambini

abbandonati oltre a diseredati che non

sapevano dove andare. In quella casa

non c’era angolo o arredo che non

fosse utilizzato come ricovero e anche

il tavolo della cucina si trasformava in

letto per alcuni piccoli ospiti. Questa

sua molteplicità di interventi benefici

è andata aumentando quando la sua

attenzione è stata focalizzata sulla

tragica situazione della zona detta

Baraccato fuori porta Lame ed in

seguito da quella di Via Piana.

Si narra che nella sede della sua

opera assistenziale in Via del Lavoro,

specie nei periodi invernali, si vivesse

perennemente in emergenza perché

la richiesta di aiuto era altissima. Pasti

e posti letto al caldo erano sempre

esauriti, a Bologna allora gli inverni

erano rigidissimi e non esistevano

numerose opere assistenziali

sviluppate come ora. Pare che Don

Marella rinunciasse al suo pasto e,

avendo già in magazzino la bara

con cui sarebbe stato sepolto molti

anni dopo, quando l’emergenza

era insostenibile, cedesse senza

esitazioni la sua camera ed il suo

letto e passasse la notte nella bara

in magazzino. Questa forse è la

dimostrazione più evidente di come

da sempre abbia considerato la vita

terrena: un passaggio in cui dare tutto

di sé per legittimare davanti a Dio

l’entrata in Paradiso.

E il suo aspetto che poteva anche

sembrare burbero al primo impatto

veniva immediatamente superato

dalla dolcezza di una voce

rassicurante e dai modi semplici che

lo contraddistinguevano nei rapporti

con tutti.

Nel dopoguerra ha creato una

prima Città dei Ragazzi con cinque

laboratori-scuola a cui, nel 1954,

sono seguite la seconda a San

Lazzaro di Savena ed il “Villaggio

Artigiano” con 24 abitazioni, la “Casa

della Carità” e la “Chiesa della Sacra

Famiglia”. A Brento di Monzuno ha

costruito la chiesa di Sant’Ansano e la

“Casa del Pellegrino”. Il 6 settembre

1969, a 87 anni, è morto nella sua

“Città dei Ragazzi” e le sue spoglie

sono custodite nella cripta della

chiesa della Sacra Famiglia a San

Lazzaro di Savena, “vicino ai suoi

ragazzi”, com’era suo desiderio.

La sua straordinaria carità gli

ha ottenuto numerosi pubblici

riconoscimenti e l’ammirazione

unanime della popolazione

bolognese, che fu profondamente

commossa dalla notizia della sua

morte. Un interminabile corteo

accompagnò il trasferimento (di oltre

9 chilometri) della salma dalla Città

dei Ragazzi di San Lazzaro di Savena

fino alla Basilica di San Petronio in

Bologna, dove si svolsero le esequie

con una immensa folla che gremiva

la Basilica (una delle più grandi al

mondo) e anche l’antistante Piazza

Maggiore.

L’ammirazione per l’eroica carità

di don Marella è andata crescendo

negli anni successivi alla sua morte

in quanti lo avevano direttamente

conosciuto o avevano comunque

avuto notizia della sua opera e subito

sono giunte all’allora Cardinale di

Bologna Antonio Poma, richieste

per avviare una formale Causa di

Beatificazione di Padre Marella.

Padre Marella è stato ritenuto santo

già prima della sua morte e l’ufficialità

della beatificazione è stata accolta

con soddisfazione come dimostrò

l’imponente cerimonia svolta in

Piazza Maggiore che lo avrebbe

sorpreso e in parte contrariato perché

è stato personaggio sempre molto

schivo.

Molti bolognesi hanno avuto da

lui aiuto materiale e spirituale e

sopratutto un insegnamento sul tipo di

vita da svolgere. Tutti approfittavano

della sua disponibilità per chiedergli

consigli e sostegno spirituale mentre

all’angolo di via Clavature e all’uscita

dei cinema e dei teatri mostrava il suo

miracoloso cappello che sempre si

riempiva di cifre rilevanti perché tutti

avevano la certezza che quel danaro

nelle sue mani avrebbe fatto miracoli

e assicurato grande ristoro e ridato

voglia di vivere a chi era in difficoltà.

Il museo sintetizza la vita del padre in

quattro sale. Quella a piano terra la

racconta con l’ausilio di tabelloni, foto

e opere d’arte mentre al primo piano

l’esposizione è articolata in tre stanze

multimediali (sala del padre, sala dei

testimoni e sala della sospensione) che

focalizzano l’attenzione sui momenti

cruciali della vita sociale e spirituale

di Padre Marella. La chiarezza

di contenuti del museo e la sua

immediata comunicativa sono merito

della curatrice Claudia D’Eramo e

dell’allestimento multimediale di

auroraMeccanica.

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la nostra storia

Bologna

La storia dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio di

Gerusalemme e il legame con Bologna dalle Crociate

ai giorni nostri

I Templari

Testo di Gianluigi Pagani e Roberto Corinaldesi

La storia dei templari nasce dalla Prima

Crociata, che tutti noi abbiamo studiato a

scuola: indetta nel novembre del 1095 dal

papa Urbano II al Concilio di Clermont-

Ferrand, il 15 luglio del 1099 partirono i

crociati guidati da celeberrimo Goffredo di

Buglione e da Raimondo IV di Tolosa che

riuscirono nella conquista di Gerusalemme

dopo poco più di un mese di assedio. Poi,

nel periodo dal 1099 alla caduta di San

Giovanni d’Acri, nel 1285, si formarono

in Terrasanta svariati ordini cavallereschi,

incentivati dalla Chiesa sia per proteggere

i pellegrini sia per “occupare” i numerosi

e turbolenti cavalieri, cadetti di nobili

famiglie, che vagavano per l’Europa alla

ricerca di onore e di fortuna. Parliamo

dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro,

dei Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni

di Gerusalemme, dei Cavalieri Ospitalieri,

dei Cavalieri Teutonici, ed infine dei

Cavalieri del Tempio di Gerusalemme, più

comunemente detti Templari (1118/1120),

i più gettonati di tutti, con la tunica bianca

e, sul petto, una rossa croce greca patente,

rappresentante la passione di Cristo.

L’ORDINE DEI TEMPLARI

Legati all’Ordine Cistercense, grazie

alla regola concessa da Bernardo di

Chiaravalle nel 1135, il loro motto era

“Poveri compagni d’arme di Cristo e

del Tempio di Salomone” e vivevano di

elemosine, avendo fatto voto di consacrare

la loro vita alla difesa della Terra Santa. Il

sigillo più noto li rappresenta in due su un

unico cavallo, in riferimento al duplice

ruolo di cavalieri e di monaci, con il

voto di povertà e con l’aiuto reciproco

in battaglia. Si consideravano “…martiri

della fede che serenamente uccidono

e serenamente muoiono”. L’Ordine si

diffuse rapidamente in tutta l’Europa:

e qui si arricchì notevolmente con

cospicue donazioni e con svariate attività

finanziarie e commerciali. I Templari

svolsero inoltre importanti compiti per

la Santa Sede, in veste di ambasciatori,

custodi luoghi santi ed esattori delle

decime a favore delle crociate. I vari paesi

erano divisi in provincie, ciascuna guidata

da un “Maestro”, cui facevano capo molte

case templari, di cui alcune fortificate,

rette da “Precettori” o “Commendatori”.

I precettori erano a capo non solo di

cavalieri e sergenti templari, ma anche

di cavalieri laici, cappellani, ausiliari

e servitori di vario livello. Un monaco

inglese di nome Mattew Paris riporta,

nella sua Cronica Maiora scritta attorno

al 1250, che in quell’epoca vi erano, nel

mondo cristiano, circa 9mila commende

e circa 870 fra castelli e forti affidati

all’Ordine, cui facevano riferimento, a

vario titolo, quasi 100mila anime, tra

frati e laici. Di queste però soltanto 8mila

erano cavalieri templari combattenti, di

cui 3mila stanziati in Palestina. In Italia

l’Ordine Templare si insediò intorno al

1130, costruendo “commende e magioni”

lungo gli itinerari più battuti dai pellegrini

e dai crociati diretti in Palestina.

L’ORDINE E BOLOGNA

Bologna, posta lungo l’importante via

Emilia e in stretto collegamento con la

via Francigena e la via Postumia, punto

obbligato di passaggio per i pellegrini

e i cavalieri che, via mare o per terra,

andavano in Terra Santa, fu la sede templare

più importante d’Italia, a capo della

“provincia” del nord Italia, la cosiddetta

“Lombardia”, che comprendeva anche la

Sardegna. Al sud, la provincia di “Apulia”

faceva invece capo alla commenda di

Monte Sant’Angelo, mentre Roma era

fuori da queste divisioni territoriali. I

Templari arrivarono a Bologna nel 1161 e

stabilirono la loro sede nell’odierna strada

Maggiore, nella Magione di Santa Maria

del Tempio, tra vicolo Malgrado e via

Torleone, che la divideva dal monastero

di Santa Caterina (dove adesso c’è un

comando di Polizia e l’ufficio postale).

Alla magione era annessa la chiesa di

Santa Maria Maddalena, a unica navata

di 23 per 10 metri, con l’ingresso rivolto

verso via Malgrado, demolita dalle bombe

nel corso della Seconda guerra mondiale.

L’entrata principale corrispondeva

all’attuale Palazzo Scaroli, al civico 80-

82. I rifacimenti nel corso dei secoli hanno

modificato, se non la posizione, l’aspetto

del complesso di cui resta una sala detta

“Sala dei Cavalieri” che conserva il soffitto

originale a travi lignei e le mura esterne

con finestre a sesto acuto. Accanto si

ergeva, con i suoi 24 metri, la Torre della

Magione, quella che il 12 agosto 1455

il geniale architetto Aristotele Fioravanti

trasportò per 18 metri e 24 centimetri,

sollevandola su appositi piani inclinati

e rulli, per ordine di Achille Malvezzi,

Priore pro tempore dell’Ordine dei

Cavalieri di Malta e allora proprietario del

complesso. La torre venne poi demolita

nel 1825 per volontà di Luigi Aldini che

l’aveva acquistata e riteneva vi si trovasse

nascosto un tesoro dei Templari. Oggi una

lapide ne ricorda la presenza all’angolo

di vicolo Malgrado. I Templari bolognesi

possedevano in città la chiesetta di

Santo Homobono, nella parrocchia degli

Alemanni, 15 case col coperto in laterizio

e 1 ettaro coltivato a orti, nonché numerose

proprietà nel contado, soprattutto verso

oriente, accanto alla Via Emilia.

VENERDÌ 13 E LA SFORTUNA

L’essere tanto ricchi non portò loro

bene, perché provocarono odio e

gelosie, nonché l’avidità di alcuni

sovrani. Orbene, la storia racconta che

il re di Francia Filippo IV, detto il Bello,

pesantemente indebitato, con false accuse

di eresia e pratiche immorali, venerdì 13

ottobre 1307 (ecco da dove viene che

venerdì 13 porti iella!) fece imprigionare

oltre 500 Templari francesi. Era ovvio lo

scopo di incamerarne i beni, come Filippo

aveva fatto in precedenza con gli ebrei

e i banchieri fiorentini. Il 24 agosto del

1308, a Bologna, il domenicano Nicolò

Tascherio, inquisitore per la Lombardia

Inferiore, fece catturare i Templari. Nel

1313 anche a Bologna tutti i loro beni

passarono all’Ordine di San Giovanni di

Gerusalemme. E dopo vari passaggi di

proprietà nei secoli, dai Cavalieri di Malta

fino alla Cassa di Risparmio in Bologna,

l’edificio della Magione fu lasciato in

eredità, nel 1942, dall’ultimo proprietario

Enrico Pietro Scaroli, defunto senza eredi,

all’Opera Pia dei Poveri Vergognosi, che

lo ha oggi affittato alla Polizia di Stato e

Giudiziaria, alla ex Provincia di Bologna e

alle Poste e Telegrafi. Al posto della chiesa

di Santa Maria Maddalena, demolita dai

bombardamenti della Seconda guerra

mondiale, fu edificato un palazzo

moderno.

I TEMPLARI OGGI

Oggi molti gruppi fanno riferimento

ai Templari e si dedicano ad attività

di carità, volontariato, studio e

formazione storica. Tra questi il più

importante è l’Ordo Supremus Militaris

Templi Hierosolimitani o OSMTH

INTERNATIONAL che rappresenta oggi

la più grande associazione neo-templare,

diffusa in 35 paesi. Costituito nel 1995,

è stata riconosciuta nel 2002 dalle

Nazioni Unite come Organizzazione

non governativa (ONG) e membro

consultivo del Comitato Economico

e Sociale (ECOSOC). È una società

cavalleresca cristiana ecumenica,

dedita alla solidarietà, alla formazione

e alla ricerca storica. A capo ne è stato

recentemente nominato lo svizzero

Jacques Charles Dubos. Bologna è

oggi una delle sette commende in

cui è diviso il Gran Priorato Generale

d’Italia, che conta oltre 100 cavalieri.

Il dott. Emanuele Parisini, importante

commercialista bolognese, ricopre oggi

il prestigioso incarico di Commendatario

della Frà Pietro da Bologna, con lo scopo

di mantener vivo il ruolo importante che

la nostra città ha svolto nella storia dei

Templari. “Mi piace sempre ricordare

un importante avvenimento del passato

– racconta il dott. Parisini - a seguito di

un lungo processo farsa, organizzato da

Filippo il Bello, in cui fu fatto ampio uso

della tortura per estorcere confessioni,

il Gran Maestro Jacques de Molay e le

più alte gerarchie dell’Ordine furono

messi al rogo sull’isola di Pont Neuf sulla

Senna. I documenti ufficiali riportano

che il nostro Gran Maestro chiese al

boia di allentargli un poco le catene, per

congiungerle in preghiera e di girarlo

verso Notre Dame. Questa è ancora

oggi la nostra caratteristica: umiltà e

devozione per aiutare gli altri, come

facevano in Terra Santa con i pellegrini,

e ne siamo sempre orgogliosi”.

Chi volesse approfondire l’argomento

può leggere i due testi di Giampiero Bagni

dai titoli “Pietro da Bologna. Il difensore

dei Templari” (Bononia University Press)

e “Templari a Bologna. Sulle tracce di

frate Pietro” (Edizioni Penne e Papiri).

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I MITI DELLO SPORT

Piccole grandi storie

dei campioni

di casa nostra

A cura di

Marco Tarozzi

Mondino Fabbri, grande tecnico

segnato irreparabilmente dalla

sconfitta azzurra con la Corea,

“Petisso” Pesaola, filosofo del

calcio, e Vincenzo Italiano,

ragazzo siciliano nato in

Germania, sono i mister che

hanno guidato il Bologna nei

trionfi in Coppa Italia

I TRE TIMONIERI

CHE FECERO L’IMPRESA

Bulgarelli alza la Coppa Italia

del 1974

Una Coppa Italia alzata tre volte nello spazio

di cinquantacinque anni, a cui restano

legati i nomi di eroi della passione rossoblù.

Da Beppe Savoldi, protagonista assoluto

nelle prime due, a Giacomino Bulgarelli,

capitano nella storia: entrambi in campo sia

nel 1970 che nel 1974, così come Cresci,

Perani, Roversi, Battisodo, Gregori e Adani.

E ancora Eraldo Pecci, che poco più che

ragazzo realizzò con freddezza il rigore

decisivo contro il Palermo all’Olimpico, nel

’74. E quelli di mezzo secolo dopo: Orsolini,

Ndoye, Freuler, Skorupski e compagni.

E poi ci sono loro: i tre timonieri. Maestri di

un calcio che dal 1970 ad oggi ha cambiato

ritmi, strategie, intensità. Accomunati da quel

trofeo che ha assegnato loro, di diritto, un

posto riservato nella storia del club.

COPPA ITALIA 1970 – EDMONDO FABBRI

Quando approda al Bologna, nel 1969, ha

già provato i giorni della gloria e quelli del

dolore. Che fosse un allenatore capace, e

parecchio, lo aveva dimostrato a Mantova,

prendendo le redini di quello che venne

definito il “piccolo Brasile” a nemmeno

quarant’anni, insieme all’amico Italo Allodi

nel ruolo di Ds, appena dopo il ritiro dal

campo, e portandolo tra il 1957 e il 1961

dalla Quarta Serie in Serie A, vincendo il

Seminatore d’Oro e diventando per tutti

“Mondino”, per affetto e per una statura non

Italiano in trionfo sotto i 30 mila bolognesi

in trasferta all’Olimpico il 14 maggio 2025

esagerata che nel periodo rossoblù viene

stigmatizzata da Bruno Pace con una battuta

delle sue, fulminante: «Ho visto il mister,

poco fa: stava seduto sul marciapiede con le

gambe penzoloni…».

Dopo le sette magiche stagioni mantovane,

a un passo dall’Inter, la chiamata della

Federazione per risollevare il destino di una

Nazionale fallita in Cile nel 1962. Un inizio

travolgente (compreso il 3-0 rifilato al Brasile

di Pelé in amichevole), una qualificazione

senza problemi, ma poi il Mondiale del

1966 si rivela un disastro, culminato nella

sconfitta (purtroppo storica) contro la Corea

del Nord.

Dagli altari alla polvere, Mondino non

sarà mai più lo stesso. Due anni a Torino

dimostrano che è ancora un bravo

allenatore, anche se negli stadi viene

accolto regolarmente dal coro “Corea,

Corea”. Porta sotto la Mole la Coppa Italia

del 1968, dopo aver vissuto nell’autunno

precedente il dramma della morte di Gigi

Meroni. Appena arrivato a Bologna, riesce

ad evitare la cessione di Bulgarelli al Milan.

Nel 1970 lascia il segno: la Coppa Italia

alzata al Comunale, battendo proprio il

Torino nell’ultimo scontro di un gironcino

finale con la doppietta di Savoldi, è la prima

della storia del club. Seguirà una Coppa di

Lega Italo-Inglese, conquistata ai danni del

Manchester City. Ha solo cinquant’anni, il

tecnico di Castel Bolognese, ma è destinato

a portarsi dietro l’ombra di quella sconfitta

di Middlesbrough contro la Corea, mai

completamente elaborata.

COPPA ITALIA 1974 – BRUNO PESAOLA

«Una volta sono andato a letto presto. Mi

sono svegliato nel cuore della notte e non

ho più chiuso occhio». Per questo preferiva

tirar mattina Bruno Pesaola, il “petiso” da

quando ragazzino tirava i primi calci ad

Avellaneda, quartiere di Baires in cui era

cresciuto da italiano d’Argentina, figlio di

Gaetano, calzolaio arrivato a cercar fortuna

da Montelupone, provincia di Macerata.

E poi “Petisso” qui in Italia, con una “s”

regalata chissà perché. Da allenatore, dopo

una bella carriera in campo, scrive le sue

più belle pagine a Napoli, diventata la sua

città, e a Firenze, dove vince uno scudetto

storico, ma non vanno dimenticate quelle

quattro stagioni al timone del Bologna, tra il

1972 e il 1976, che fruttano la Coppa Italia

del ’74, vinta ai rigori in fondo a una finale

Bruno “Petisso” Pesaola

dai toni rocamboleschi contro il Palermo, e

l’appendice meno fortunata tra il 1977 e il

1979.

Dopo la gloria di Firenze è il presidente Luciano

Conti a volerlo a Bologna. Un altro che ama

fare tardi la notte davanti a un mazzo di carte,

e dunque l’amore sboccia, inesorabile. Il suo

Bologna finisce tre volte settimo, e nell’anno

in cui scende al nono posto vince la famosa

Coppa Italia “recuperata” al novantesimo da

Bulgarelli, che si guadagna un rigore lasciando

basito Arcoleo, colpevole designato, e infine

vinta ai rigori dopo una giornata vissuta in

balìa di una squadra di B, ma chiusa in trionfo.

Ricorda Beppe Savoldi: «Pesaola ci chiamò

per decidere chi avrebbe battuto i rigori e

c’eravamo solo io e Bulgarelli. Erano spariti

tutti, lì intorno…». Il quinto rigorista è Pecci,

diciannovenne senza timori reverenziali.

L’Olimpico porta ancora fortuna, come dieci

anni prima.

Di Bruno Pesaola restano uscite memorabili,

che testimoniano la sua acuta visione delle

cose e la capacità di sdrammatizzare.

“Una volta trotterellavo in mezzo al campo

con poca spinta”, ricorda Eraldo Pecci, “e

Pesaola mi incitò a dare di più. Mister, gli

dissi, lo sa che io sono un estroso… E lui di

rimando: veramente a me pare che lei sia un

estronso…”

Memorabile la spiegazione ad una strategia

di gioco ribaltata durante una trasferta a

Bergamo: “Mister, aveva detto che avreste

giocato da subito all’attacco e invece vi

siete chiusi in difesa, il Bologna sembrava un

fortino” “E se vede che quelli dell’Atalanta ci

hanno rubato l’idea…”. Leggendario.

2025 – VINCENZO ITALIANO

Mezzo secolo dopo, la bacchetta magica è

passata nelle mani di un ex ragazzo di Sicilia,

nato per necessità familiari in Germania, e

lui l’ha usata mescolando arte e mestiere.

Orfani di Thiago Motta e della sua annata

magica, noi bolognesi non abbiamo capito

da subito l’importanza di avere Vincenzo

Italiano in panchina nell’anno del debutto

IL TRIONFO IN COPPA

in Champions League. Né la validità della

scelta del presidente Saputo e di Fenucci,

ispirati dall’occhio lungo di Giovanni Sartori.

Dal 2018, anno del debutto da tecnico nel

calcio professionistico, il ruolino di marcia

parla per lui: promozione dalla C alla B a

Trapani, poi dalla B alla A con lo Spezia,

tre finali nelle ultime due stagioni alla

Fiorentina, due volte in Conference League

ed una in Coppa Italia. Tutte perse, è vero,

ma il viaggio conta e se una squadra arriva

a giocarsi l’ultimo atto di un torneo significa

che il manico ha qualità da vendere.

Non ha avuto timori reverenziali, Vincenzo

Italiano. Sapeva di essere arrivato con un

fardello pesante sulle spalle, tra sussurri

e mugugni. Poco alla volta si è preso la

complicità dei giocatori e la fiducia dei tifosi.

Dimostrandosi uno di loro: coinvolto nelle

dimostrazioni di entusiasmo, tanto quanto

Thiago appariva distaccato e talvolta glaciale.

Il Bologna di Italiano non ha fatto la figura

della Cenerentola europea, giocandosela

con orgoglio e dignità, permettendosi anche

il lusso di battere al Dall’Ara il Borussia

Dortmund, arrivato in una stagione sottotono

ma pur sempre vicecampione in carica.

E in Coppa Italia ha fatto il capolavoro:

eliminando lungo il cammino Monza,

Atalanta ed Empoli, affrontando e battendo

in finale l’Inter, proprio all’Olimpico di

Roma, in un remake dello spareggio-scudetto

del 1964 e cinquantun anni dopo l’ultimo

trionfo nella manifestazione.

In un colpo solo, Il “ragazzo di Sicilia” ha

sbancato: prima la Coppa Italia, primo trofeo

conquistato nella carriera da tecnico, poi

a cascata il Premio Bulgarelli e il Nettuno

d’Oro. Era scritto che prima o poi avrebbe

vinto, ma così è stato bellissimo. Come

indimenticabile, anche per lui, è stata

quell’immersione nell’amore di una città,

in autobus, qualche giorno dopo. «Perché

dovrei cercare una grande piazza? Ci sono

già». A pensarci, le stesse parole che usò

Bulgarelli per restare rossoblù a vita.

Edmondo Fabbri con Savoldi

046

4731



IL PERSONAGGIO

Bologna

Un ricordo dell’autore delle opere che ricordano gli

Eccidi di Marzabotto, dall’università a Bologna alla

deportazione in Germania, dall’impiego alla Bonifica

Renana fino al ritiro artistico in Appennino

Nenzioni, l’artista

di Monte Sole

Testo di Giancarlo Fabbri

Sembrerà strano ad alcuni ma credo di avere

l’intera collezione della rivista “Nelle Valli

Bolognesi” tanto che a ogni uscita attendo

già la successiva. Infatti sono interessato alla

storia, e all’ambiente del nostro Appennino

e la rivista mi piace per i tanti amici che vi

collaborano come William Vivarelli, Pino

Rivalta, Gian Paolo Borghi e tanti altri.

E qui scrivo una riflessione prendendo

spunto dall’articolo di Veronica Righetti a

titolo: “Camminare per ricordare, sui sentieri

partigiani” pubblicato nel numero 65

(primavera 2025). Con a pagina 22 una foto

che riprende alcuni degli iconici monumenti

presenti sui sentieri e sulla Via Crucis di

Monte Sole. Oggi parco storico regionale

su un territorio compreso tra le valli del

Reno e del Setta. Purtroppo monumenti che

richiamano alla memoria, come da loro

compito, un eccidio compiuto da reparti

tedeschi e repubblichini nell’autunno del

1944. Strage che colpì una popolazione

inerme di anziani, donne e bambini per

un totale di 955 vittime: 216 bambini, 316

donne, 142 anziani e cinque preti.

Ebbene foto di quei monumenti sono state

pubblicate su varie riviste, libri, su siti web,

sui media televisivi senza mai citare, salvo

rarissime eccezioni, l’autore della maggior

parte di quei monumenti: Luciano Nenzioni.

Nato a Bologna l’11 novembre 1916, e

deceduto a Imola il 26 ottobre 2007, l’artista

riposa nel camposanto di Linaro nella valle

del Santerno. Prima di ammalarsi abitava a

Falgheto di Montecalvo, frazione di Pianoro,

dove aveva il suo studio: pittore d’estate,

scultore d’inverno. Lo conobbi anni fa

incuriosito da un suo lavoro che ancora oggi

fa bella mostra di sé nella farmacia del dottor

Mauro Nizzi, a Rastignano. Un Cristo in

croce, nell’umano tormento dell’umiliazione

pubblica, del dolore fisico e della morte.

Volli conoscerlo e in lui trovai un uomo,

un artista, un amico che cercava la poesia

nell’arte visiva.

Di carattere schivo e riservato, si era

diplomato al liceo scientifico poi, per la

sua curiosità verso la biologia e la natura,

s’iscrisse alla Facoltà di Scienze naturali

dell’Ateneo bolognese. Non ancora laureato,

nel 1941, vinse un concorso per una docenza

all’istituto per periti agrari “Scarabelli” di

Imola. Con l’entrata dell’Italia in guerra fu

chiamato alle armi, interrompendo così sia

gli studi che l’insegnamento. Fu inquadrato

in artiglieria con addestramento a Vercelli

e successivo trasferimento a Pisa, col grado

di sottotenente, e all’Isola d’Elba dove fu

catturato dai tedeschi all’indomani dell’8

settembre 1943. Infine fu deportato per non

aver aderito come militare alla repubblica

di Salò. Dopo vari trasporti in Germania

in carri bestiame: Monaco e Würzburg in

Baviera, fu infine internato nel campo di

Luciano Nenzioni

concentramento Oflag 83 (Offizierslager,

campo per ufficiali) di Wietzendorf, in

Bassa Sassonia, dove passò due anni di

prigionia, di stenti e sofferenze. Il campo il

16 maggio 1945 passò poi sotto il comando

degli inglesi fino alla smobilitazione. La

permanenza nel campo nazista – che tra le

migliaia di ufficiali italiani accolse anche

l’attore Gianrico Tedeschi, il giornalista e

scrittore Giovannino Guareschi e l’architetto

sanlazzarese Estenio Mingozzi – lo segnò

con una profonda riflessione sulla natura

umana e sulla morte.

Liberato dagli alleati rientrò a Bologna,

dove accettò un impiego nel Consorzio

della Bonifica Renana come responsabile

dell’archivio, e poi a San Lazzaro dove si

sposò con Anna Maria Pollastri – figlia del

famoso liutaio Gaetano Pollastri (1886

–1960), a cui è stata intitolata a San Lazzaro

la via parallela alla via Emilia che unisce le

vie Caselle e Fornace, e di Luigia Samoggia

della famiglia proprietaria della locanda e

osteria “del Sole”, antica stazione di posta,

e del “Gran Chalet” (poi “Villa Samoggia”)

– ma questa è un’altra storia. Da Anna Maria

l’artista ebbe poi tre figli maschi: Federico,

Gabriele già direttore del museo “Donini” di

San Lazzaro, e Maurizio.

Nel tempo libero dal lavoro Nenzioni

iniziò una sua personale ricerca artistica,

spinta dall’intima necessità di esorcizzare

i patimenti subiti durante la guerra e

la prigionia. Socio del Circolo artistico

bolognese dopo le prime opere, tempere

e oli raffiguranti scene della quotidianità,

dalla metà degli anni ’50 si era impegnato

alla ricerca estetica, alla stilizzazione della

natura, allo scomporre e ricomporre le figure

sino ad arrivare a un estremo simbolismo.

La sua prima personale si tenne nel 1956, a

Bologna poi negli anni Sessanta si avvicina

al cemento, usato come supporto pittorico,

poi per sculture che assumono caratteristiche

arcane e primitive. Le principali fonti di

ispirazione che hanno guidato l’artista sono

state il mondo medievale e le antiche civiltà

raffigurate in sapienti geometrie e tenui

colorazioni; poi, infine, quelli religiosi.

Nel 1968 Luciano Nenzioni si trasferisce

al Falgheto di Montecalvo, ai margini della

Valle chiusa dell’Acquafredda, in Comune

di Pianoro ma con vista sulla via Emilia, fin

quasi al mare. La svolta il 2 novembre 1970

con l’artista che fu coinvolto assieme ad altre

persone, da don Ilario Machiavelli parroco

di Gardeletta, a compiere un pellegrinaggio

sui luoghi dove nel 1944 furono trucidate

centinaia di abitanti sulle pendici di Monte

Sole. Processione che salendo dalla Val di

Setta passava per l’oratorio di Cerpiano, la

chiesa di Santa Maria Assunta di Casaglia, la

borgata di Caprara, la chiesa di San Martino

e tornava a valle passando dalla Quercia;

luoghi abbandonati, spesso ricoperti di

vegetazione. Luoghi che saranno cosparsi

di opere realizzate negli anni successivi da

Nenzioni – gratuitamente – con materiali

poveri: cementi, legni, ferraglia di recupero,

rocce, pietre. Monumenti come l’Agnello

pasquale, il Risorto e la Via Crucis inaugurata

nel 1983.

Fu infatti al Falgheto a partire dal 1974,

quando andò in pensione, che Luciano

si diede all’arte con impegno, lavorando

anche dieci o 12 ore al giorno sfornando

figure di guerrieri, giullari, dame, cavalieri,

cavalli e altri animali. Poi ai temi medievali

Nenzioni accostò quello religioso con i

suoi inconfondibili cristi dolenti, vie crucis,

madonne e presepi. Sebbene abbia esposto

in varie città italiane, e che le sue opere si

trovino in molte collezioni private, in enti

pubblici e in moltissimi edifici religiosi,

Luciano non ha mai cercato il grande

pubblico ma i sinceri cultori dell’arte. A

volte il suo guadagno era quello di aver

trovato un amico a cui, spesso, cedeva una

delle sue opere con una stretta di mano e un

sorriso. Altrettanto spesso anche il ricavato

delle opere vendute veniva poi devoluto per

opere di beneficenza. Una generosità, di

cui alcuni hanno poi abusato, che lo portò

ad insegnare con spirito di volontariato ai

ragazzi delle parrocchie le tecniche per

realizzare oggetti originali con materiali

poveri. Anche i suoi dipinti, e le sue sculture,

venivano creati utilizzando materiali per

l’edilizia, trattati con collanti e resine, con

originalità e freschezza.

Doti che non nascondevano la costante

ricerca, post-informale, di un lirismo

estetico. Un’ansia di trasmettere emozioni

e sensazioni, che veniva da una persona

dolcissima e schiva che diceva: «Mi piace

pensare ai miei lavori come nati nel silenzio

e limati, con calibrati giochi di luci e di

ombre, alla ricerca dell’essenzialità e della

spiritualità. Quasi fossero poesie a due o tre

dimensioni». Una spiritualità che evidenziava

come per Nenzioni il tema religioso, quasi

mistico, fosse rilevante. Lo testimoniano i

suoi cippi di Monte Sole, i crocefissi contorti

dalla passione e dal dolore, i piccoli presepi

e i battisteri di alcune chiese. Nel 1991

scrissi su di lui un articolo per la rivista

pianorese “Il Punto” e già allora mi venne

istintivo il titolo: “L’artista del silenzio” e se

n’è anche andato in silenzio. Quasi come se

avesse timore di disturbare gli altri; ma non è

stato dimenticato.

Tra il febbraio e il marzo del 2016 per

iniziativa di Maurizio Nenzioni, figlio di

Luciano, la galleria d’arte Fondantico di

Bologna, ha ospitato una retroprospettiva

dell’artista, nel centenario della nascita,

curata dal critico Gian Ruggero Manzoni,

a titolo “Luciano Nenzioni. L’oltre, la

solitudine, l’elevazione”. In occasione della

mostra da Edizioni del Bradipo di Lugo, fu

pubblicato il libro “Luciano Nenzioni”, con

testi dello stesso Manzoni e immagini a colori

di opere dell’artista. Chi è interessato al libro

può rivolgersi a Maurizio Nenzioni a questi

recapiti: 339-6271159; elemodelli@gmail.

com. Come scrisse Manzoni «rinunciò alla

fama, che non avrebbe tardato ad arrivare,

come confermano i consensi ottenuti in

occasione delle mostre che tenne a Bologna,

Modena, Imola, e in varie località italiane e

straniere. Amò, invece, lavorare in solitudine

e con grande umiltà, dedicandovi con

slancio ogni momento libero. Se tali scelte

contribuirono a impedirgli di conoscere

in vita la fortuna toccata a molti altri suoi

contemporanei, il suo ricordo, di uomo e di

artista, a Bologna, dove nacque e trascorse

buona parte della sua esistenza, non si è mai

spento».

Giunto qui cito il titolo della chiusa

dell’articolo citato in premessa: “Camminare

per ricordare”. Invito infatti i lettori, e chi

va a Monte Sole, a percorrere quei sentieri

e la Via Crucis ricordando che le iconiche

opere furono eseguite e donate da un grande

artista: Luciano Nenzioni.

48

49



BOLOGNA

ALLE ORIGINI DEL VINO

Quando era un centro universitario ci hanno lavorato

personaggi come Alessandro Ghigi e Giorgio Celli, oggi

ospita laboratori didattici sull’ambiente, la natura e la

sostenibilità per le scolaresche e non solo

La storia

dei vitigni

dei Colli Bolognesi

Un’Oasi dei Saperi

dentro la città

Testi di Mauro Trigari – Presidente Oasi dei Saperi ODV

L’Oasi dei Saperi è la riscoperta di un

pezzo di storia della città di Bologna, in

particolare quella universitaria, legata

alle Scienze Naturali, Agrarie e alla

Biologia. Qui infatti sorgeva l’ex Stazione

Provinciale di Avicoltura, fondata nel

1931 dal biologo di fama internazionale

e Magnifico Rettore dell’Università di

Bologna, Prof. Alessandro Ghigi. Qui si

studiavano la fauna avicola e selvatica,

l’idrobiologia ed era presente l’Istituto

Nazionale di Apicoltura. Un luogo

frequentato da scienziati di tutto il mondo,

per gli studi effettuati, in particolare

sull’allevamento avicolo intensivo. Qui,

il famoso entomologo Giorgio Celli

praticò i suoi studi sulla sterilizzazione

dei maschi di zanzara. Negli anni ’90

questo luogo rischiò di sparire per

sempre per essere sostituito da palazzoni

e parcheggi, ma, grazie all’impegno

civico dei cittadini, si salvò per due

terzi. Quello che rimane è vincolato, dal

2001, dalla Soprintendenza per i Beni

Ambientali e Architettonici. Dal 2004

l’area è comunale e dal 2008 è gestita

in collaborazione con l’Associazione

Oasi dei Saperi ODV. Negli anni si

sono gradualmente recuperate alcune

parti destinandole a laboratori didattici

sull’ambiente, la natura e la sostenibilità,

frequentati dalle scuole di ogni ordine e

grado.

Si possono vedere l’apiario didattico,

che grazie alle sue imponenti vetrate

permette l’osservazione dei telaietti al

momento della loro estrazione dall’arnia

in totale sicurezza; il baco da seta,

di cui viene illustrato il ciclo vitale e

l’importanza che ha avuto nella storia

dello sviluppo economico di Bologna tra

il 1400 e il 1700; il forno in terra cruda,

costruito con argilla, sabbia e materiali

naturali e utilizzato per cuocere impasti

di pane e biscotti; gli orti aromatici e

officinali, dove si fa il percorso degli

odori e si apprende l’importanza delle

erbe in medicina, il grande macero con

il suo piccolo ecosistema; le alberature

monumentali, il laboratorio di tessitura

dove si possono vedere e provare

il telaio e i filarini; le razze avicole

selezionate come il Tacchino Lilla di

Corticella, il Fagiano Dorato del Ghigi;

i numerosi alberi da frutto; la piccola

serra di piante grasse. È presente un’aula

all’aperto, con sedie, banchi, cattedra

e lavagna. Ci sono anche due grandi

aree a libera evoluzione, importante

fonte di biodiversità, all’interno delle

quali è presente un antico gelseto

con alberi maestosi piegati dal peso

L’Oasi dei Saperi è in Via Pesci 13/2.

Per info e visite: oasideisaperi@gmail.com

e dall’età a testimonianza dell’attività

storica dell’allevamento del baco da

seta che si aveva nella campagna fuori

città; un vigneto di viti di Montuni che

permette di fare la vendemmia collettiva

a metà settembre, naturalmente come

si faceva una volta e i protagonisti sono

i bambini che vendemmiano insieme

ai genitori e poi, a piedi nudi, entrano

nel tino a pigiare. Le attività prevalenti

sono le visite didattiche durante l’anno

scolastico e le visite guidate programmate

dall’associazione, così come gli eventi

pubblici a tema (vendemmia).

Una guida semiseria sulla differenza tra

i due piaceri della vita

Vino e amore

Testo di Alessio Atti

C’è chi dice che il vino somigli all’amore. Forse. Ma

almeno il vino, quando ti tradisce, lo capisci subito: basta

un sorso. L’amore, invece, ti frega con stile. Ti guarda

negli occhi, ti dice “tranquillo, è per sempre”, e poi ti

lascia con la pianta di basilico e il cane condiviso.

Il vino, almeno, ha l’etichetta. Ti dice da dove viene, che

carattere ha, se è giovane o invecchiato bene. L’amore no.

A volte sembra un Brunello d’annata, poi lo apri e scopri

che è aceto. Altre volte ti capita un vinello da pochi euro

che però, contro ogni pronostico, ti salva la serata e ti

scalda il cuore.

Anche nel modo di presentarsi, i due hanno molto

in comune. Entrambi iniziano con un invito: “Ti va un

bicchiere?” oppure “Ci prendiamo un caffè?”. Da lì è tutta

una discesa: sguardi, battiti accelerati, e la sensazione,

assolutamente illusoria, che sia tutto sotto controllo.

Spoiler: non lo è.

In amore, come nel vino, c’è una fase di stordimento

iniziale. Tutto è perfetto. Il profumo, il sapore, il modo

in cui l’altro ti guarda come se fossi l’unico sulla Terra

a capire le note speziate di un Chianti. Ma poi arriva la

fase due: la realtà. La convivenza, le calze sporche sul

divano, le discussioni sulla temperatura della casa. Il

romanticismo, come il tannino, si fa sentire.

Eppure, nonostante tutto, continuiamo a berne. Di vino

e di amore. Perché? Perché siamo ottimisti patologici,

oppure semplicemente perché, ogni tanto, succede

qualcosa di meraviglioso. Apri la bottiglia giusta. Incontri

la persona giusta. E tutto ha un senso.

STAMPATORI

DAL 1977

L’ESPERIENZA CHE

FA LA DIFFERENZA

Certo, ci sono anche i postumi. Il vino ti regala il mal di

testa, l’amore ti lascia, in solitudine, a scrivere messaggi

lunghi un romanzo che poi non mandi mai. Ma vuoi

mettere la bellezza di quella sera in cui, con due calici e

una luna complice, ti sei sentito immortale?

In fondo, sia il vino che l’amore sono esperienze da non

prendere troppo sul serio. Basta scegliere bene, dosare

con attenzione e, soprattutto, non guidare sotto effetto di

entrambi. Un bacio.

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L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

Piante, animali e ambienti normalmente visti

in modo negativo hanno anche aspetti positivi,

poco o niente considerati

A cura di Sustenia - Ecologia Applicata

Dieci anni fa i primi avvistamenti, oggi si moltiplicano le

segnalazioni e c’è chi soffia sul fuoco della paura. Ma la

presenza del grande predatore ha anche aspetti positivi

Il ritorno del Lupo

nella Bassa bolognese

Da alcuni anni il lupo è ri-tornato in pianura.

A ondate periodiche se ne occupa la

pubblica opinione, escono articoli sui

quotidiani locali, fioccano le osservazioni

e i post sui vari social, quasi sempre con

anche commenti sopra (e sotto) le righe. E,

comunque, il lupo ha effettivamente espanso

il proprio areale, colonizzando anche la

pianura. La cosa ha spiazzato un po’ tutti.

Eppure, a causa di una serie di dinamiche

imprevedibili, tra cui l’aumento delle aree

boscate in montagna, ma anche di una preda

elettiva del lupo (il cinghiale, reintrodotto

a scopi venatori), nonchè l’avvenuta

dispersione in pianura dei caprioli (altra

preda elettiva), il lupo appenninico ora è

diventato anche planiziale.

Questo grande predatore (il più grande

della fauna terrestre italiana, dopo l’orso) ha

costituito per millenni il nemico dell’uomo

per antonomasia. Il lupo era il competitore

diretto nella cattura delle prede, l’assillo

Lupo catturato

da una fototrappola

nella pianura bolognese

(Foto Sustenia)

per l’allevamento degli animali domestici.

Da quei tempi il timore, anzi, l’odio, nei

confronti del lupo è entrato fortemente

nella nostra cultura. Ne troviamo traccia sia

nel Primo Canto dell’Inferno della Divina

Commedia, sia nelle favole (Cappuccetto

Rosso docet). Sulle storiche copertine

della Domenica del Corriere sono rimaste

famose le rappresentazioni di orde di lupi

famelici che attaccano le persone, addirittura

inseguendo e insidiando corriere di linea in

branchi giganteschi.

Il ritorno del lupo tra i campi della pianura,

abitata e infrastrutturata, costituisce

un’ottima occasione perché l’ignoranza

abbia il più libero degli sfoghi. Ma quello

che inquieta è soprattutto l’esasperazione

di certe posizioni che, non sempre in buona

fede, fomentano le paure ancestrali di cui,

sinceramente, proprio non c’è bisogno. Sui

social impazzano foto scattate tra i campi

della Bassa, vicino a capannoni, filmati fatti

Testo di Andrea Morisi

da auto che inseguono strenuamente lupi a

ciglio strada. Anche i quotidiani si prestano

spesso a fotonotizie locali che tirano al

sensazionalistico. Addirittura si è arrivati a

comunicazioni su siti istituzionali locali in

cui si invitavano i cittadini alla prudenza

nell’uscire di sera da soli, creando inutile e

immotivato allarmismo.

In realtà il lupo in pianura era rimasto fino a,

relativamente, non tantissimo tempo fa. Cioè,

fin tanto che in pianura sono sopravvissuti

gli habitat e le prede adeguati, si hanno

testimonianze storiche di presenza di lupi. O,

meglio, di cacce organizzate per ucciderli.

Nelle stupende “Storie di Valpadana”

dell’indimenticato Vito Fumagalli ricorrono

più volte i richiami alle cronache in cui

si attesta la presenza dei lupi nelle nostre

pianure, sempre visti come feroci e pericolosi

e sovente finiti impiccati nelle pubbliche

piazze. Esistono interessanti pubblicazioni

sulla storia della pianura, tra Bologna,

UNA NUOVA RUBRICA

PER CONOSCERE IL MONDO IN CUI VIVIAMO

In Natura non esistono “buoni” e “cattivi”, “bene” e “male”. Difficilmente si hanno

fenomeni assoluti, privi di risvolti inaspettati o, addirittura, contraddittori. L’uomo ha

alterato un intero pianeta, ma, frequentemente, ritiene che la presenza di una specie

(talvolta introdotta) costituisca un elemento talmente negativo e perturbante per

l’ecosistema da motivarne l’eliminazione. Tradizionalmente, la triste e truce pratica del

“capro espiatorio” porta a far ricadere su di un singolo soggetto le colpe collettive. Che

vengono sanate con il sacrificio cruento del capro stesso. Cosa che non risolve affatto

il problema, ma lo sfoga in assenza di vere soluzioni. Gli esseri viventi che condividono

la nostra esistenza sul pianeta Terra vanno conosciuti appieno, valutando anche l’altra

faccia della medaglia, talvolta in grado di ribaltare il pregiudizio, quasi sempre in modo

da bilanciare la totale negatività attribuita.

Andrea Morisi

(Le foto di questa puntata sono di Antonio Iannibelli)

Modena e Ferrara, che descrivono boschi

e paludi (Selva Zena, Bosco della Saliceta,

Bosco di Castelvecchio, boschi e Valli di

Morafosca e Villa Gotica, Pagus Perseceta,

Salto Piano) in cui il lupo sopravvive fino al

XVIII secolo, prima di essere definitivamente

sterminato e uscire, così, anche dalla nostra

cultura.

IL RICHIAMO DELLA PIANURA

Oggigiorno, dopo le riforme della Politica

agricola comunitaria del 1992, in pianura

sono tornati nuovi boschi e nuove

paludi, grazie ai contributi economici

agroambientali pagati agli agricoltori. Sia

chiaro, si tratta di poche aree, tutte non più

vecchie di una trentina d’anni, circondate

da un territorio intensivamente coltivato,

abitato e industrializzato. Ma lungo i corridoi

ecologici costituiti dai fiumi che scendono

dall’Appennino, sono tornati i caprioli e, al

loro seguito, gli stessi lupi.

Perché il fatto, chiaro e conclamato, è che

il lupo è davvero tornato in molte aree di

pianura, come testimoniato da foto e tracce

rinvenute, per citarne alcune sicure, a

Crevalcore, San Giovanni in Persiceto, Sala

Bolognese, Calderara di Reno, Anzola Emilia,

Baricella e altri Comuni della Bassa. E non

riguardano solo le aree protette della Bassa

o i rimboschimenti agroambientali. I lupi si

muovono, si muovono tantissimo e spesso

sono individui in dispersione. Anche per

questo, oltre al fatto che la visuale libera e

la tanta gente che vi abita li rende facilmente

contattabili, si vedono “tanti” lupi.

Il lupo italiano (Canis lupus italicus) è uno

dei pochi carnivori rimasti in grado di

esercitare il fondamentale ruolo di predatore

delle altre specie. Forma nuclei familiari (non

parliamo di branchi, per favore, non siamo

nel Grande Nord di Jack London) con i due

genitori e i giovani dell’anno precedente, che

vengono tollerati fino alla nascita dei nuovi

cuccioli e poi scacciati. I giovani iniziano

quindi a disperdersi nei territori limitrofi,

evitando quelli eventualmente già occupati

da altri gruppi. Vagano inizialmente in

modo solitario e seguono i corridoi naturali

(come i fiumi) e, soprattutto, le loro prede,

come si è già detto. Sono molto mobili e ben

più adattabili di quello che si è pensato per

molto tempo.

Da oltre vent’anni sono tornati sul nostro

Appennino, anche a quote sempre più

basse. Lì hanno già vissuto quello che sta

capitando oggi in pianura: iniziale sorpresa,

prime predazioni di animali domestici

incustoditi, emersione di paure ancestrali,

proteste degli allevatori, ma anche aumento

dell’interesse e della simpatia da parte

dell’opinione pubblica per il “ritorno della

natura”.

In Appennino da tempo, seppur con diverse

incomprensioni e conflitti in parte ancora

in essere a causa di interessi specifici e

particolari, si è entrati in una fase di migliore

capacità di convivenza. Si è visto che non

occorre temere attacchi all’uomo e che, se

il bestiame viene gestito opportunamente

(come poi tradizionalmente già si sapeva),

fornendolo di protezioni e di cani da

pastore, i problemi tanto temuti non si

verificano. E, poi, va detto: il lupo si mangia

i tanto vituperati cinghiali e gli altri ungulati.

E IN PIANURA?

Nella Bassa il lupo è arrivato da poco più

di una decina d’anni. Gli esemplari che

arrivano sono fuori dal loro territorio e

spaesati, sono solitari e trovano un ambiente

molto disturbato dalla presenza umana

diffusa e ben poco habitat confacente.

Percorrono grandi distanze, finiscono

investiti sulle strade, muoiono di stenti e

malattie. È la vita del colonizzatore, del

pioniere. E poi si aggiunge il bracconaggio,

con sparo diretto e bocconi avvelenati.

Ma i lupi stanno mostrando di avere grandi

risorse inaspettate e, poi, hanno trovato

una fortuna insperata: la presenza delle

nutrie. Dall’esame dei contenuti delle feci

risulta che in pianura durante l’inverno

costituiscono il 70% della dieta del lupo

di pianura. Nessuno lo dice, ma è evidente

l’impatto del lupo sulla presenza di nutrie

negli ultimi tempi (dopo 25 anni di piani

di controllo che, invece, erano risultati non

risolutivi). La nutria non scomparirà perché

viene predata dal lupo, ma è innegabile che

la presenza del lupo, oggi, consente un suo

efficace controllo, naturale e gratuito.

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

La presenza di questo predatore può quindi

essere considerata molto importante per

l’equilibrio del disastratissimo ecosistema

della nostra pianura che, finalmente,

può tornare a contare su di un predatore

all’apice della catena alimentare naturale.

L’altra faccia della medaglia è che il lupo

offre un importante servizio ecosistemico

ed incrementa la resilienza biologica del

territorio. E un esempio molto chiaro sta

nella risposta a questa domanda: la nutria

sarebbe riuscita a colonizzare la pianura se,

quando ne vennero liberati i primi individui,

fosse già stato presente il lupo?

38

53



FOTONATURALISMO

WildWatching

La quindicesima puntata

di un piccolo corso

sui segreti

del fotografo naturalista

WildWatching

I suoni

della

natura

Testi e foto di Paolo Taranto

REGISTRATORI DIGITALI

L’audio può essere registrato in vari modi; se si

usa un microfono direzionale esterno è possibile

collegarlo a una fotocamera (che abbia un jack

audio-in e le funzioni video), a una videocamera,

a uno smartphone o ad un registratore digitale.

FOTOCAMERE-VIDEOCAMERE

Molti modelli di fotocamere sono in grado

di registrare anche video e di conseguenza

l’audio; non tutti i modelli però sono dotati di

jack audio-in per collegare microfoni esterni;

alcuni modelli hanno solo il jack di entrata

audio ma non hanno il jack audio-out per

collegare delle cuffie, che come vedremo

sono fondamentali. Le videocamere sono più

specializzate nella registrazione di video e quasi

tutti i modelli (tranne quelli piccoli/palmari

più economici) hanno i jack di entrata e uscita

audio per collegare microfono esterno e cuffie.

Fotocamere e videocamere sono utili se oltre alle

registrazioni audio si vuole documentare con un

Il Jack per

microfono nelle

fotocamere è

solitamente

indicato da

un’apposita

icona a forma di

microfono o dalla

scritta “MIC”

Uno dei canti più comuni in primavera, quello emesso dallo Strillozzo.

video la specie, altrimenti è scomodo usare una

fotocamera o videocamere per registrare solo

l’audio ed è dunque conveniente usare altre

soluzioni.

SMARTPHONE

I moderni Smartphone ormai hanno così tante

funzioni che stanno sostituendo numerosissime

attrezzature. Se non si vuole acquistare un

registratore digitale apposito si può sfruttare

il proprio Smartphone. Se lo smartphone è

dotato di jack audio da 3,5’’ (ormai sempre

più raro) si può collegare un microfono esterno

attraverso un apposito cavo adattatore (da

USB C a jack audio da 3,5’’). Esistono anche

piccoli microfoni direzionali che migliorano

notevolmente la qualità di registrazione rispetto

al microfono integrato nello smartphone, già

dotati di connettore USB-C e quindi possono

essere collegati rapidamente e direttamente sullo

smartphone senza adattatori, ad esempio il Rode

VideoMic Me-C+.

Per la registrazione esistono numerose app,

anche gratuite, sia per iOS che per Android

che trasformano gli smartphone in buoni

registratori digitali. Tra le app ve ne sono alcune

che consentono anche la visualizzazione del

sonogramma e l’identificazione automatica

delle specie grazie all’intelligenza artificiale, per

esempio BirdNet. Queste app con intelligenza

artificiale stanno diventando sempre più

precise e la precisione aumenta ulteriormente

se allo smartphone è collegato un microfono

direzionale.

Si può anche trasformare uno smartphone, ad

A sinistra un

microfono specifico

per smartphone con

porta USB –C (Rode

VideoMic Me-C+);

a destra un cavo

adattatore da porta

usb-C a Jack da 3,5’’

per adattare qualsiasi

microfono allo

smartphone

esempio un vecchio modello che non si utilizza

più, in una trappola bioacustica installando

apposite app come ad esempio Automatic Audio

Recorder, o Auto Recorder (per Android).

REGISTRATORI DIGITALI

L’uso di appositi registratori digitali è solitamente

la soluzione più efficiente e utilizzata per le

registrazioni delle vocalizzazioni. Ne esistono

molti modelli, da quelli più economici a quelli

più costosi e professionali. Ovviamente i modelli

più costosi offrono le prestazioni migliori sia

in termini di qualità audio che di funzionalità

integrate. I registratori digitali hanno solitamente

uno o due microfoni omnidirezionali integrati

(utili per registrare i “sound-scape”, i paesaggi

acustici) ma è ovviamente importante che

abbiano sia un jack audio-in per collegare un

microfono esterno sia un jack audio-out per

collegare le cuffie.

CARATTERISTICHE

DI UN REGISTRATORE DIGITALE

- Frequenza di campionamento (Hz)

La frequenza di campionamento indica con

quante misurazioni (campionamenti) al secondo

viene registrato e memorizzato l’audio e si

esprime in Hz (cioè numero di misurazioni

al secondo). Aumentando la frequenza di

campionamento si hanno più informazioni reali

e si ricostruisce un’immagine molto più accurata

del segnale audio, dunque si ha migliore qualità

sonora.

Le frequenze di campionamento più utilizzate

vanno dai 44,1 kHz (quella dei CD audio) fino

a 192 kHz. Ovviamente una frequenza elevata

Schermata dell’app “BirdNet” con

sonogramma e identificazione automatica

delle specie.

come ad esempio 96 kHz o, ancora meglio, 192

kHz, restituiscono qualità audio migliore.

Elevate frequenze di campionamento però

hanno qualche svantaggio: richiede attrezzature

di qualità con processori più potenti e crea

files audio di dimensioni maggiori che dunque

occupano più spazio in memoria. Si consideri

che già la qualità audio da “CD” a 49 kHz è

molto buona, come punto di partenza.

- Profondità in Bit

Il bit è una abbreviazione dei termini “binary

digit” e rappresenta una singola unità di codice

binario che può avere un valore di 1 o 0; più

bit si utilizzano maggiore è il numero di loro

combinazioni che si possono ottenere ad

esempio 4 bit danno origine a 16 combinazioni.

Nel mondo digitale i bit vengono usati per

codificare informazioni ed ognuno di questi bit

è assegnato uno specifico valore.

Come abbiamo detto, per esempio a 4 bit possono

essere associati 16 valori possibili perché sono

possibili 16 combinazioni, allo stesso modo a 8

bit possono esser associati 256 valori, a 16 bit

16.536 valori e a 24 bit 16.777.215 valori.

Nel caso dell’audio digitale a ogni valore di bit è

associata un’ampiezza specifica dell’onda audio,

si parla dunque di profondità di bit; maggiore è la

profondità di bit, maggiore sarà la differenza tra il

volume più alto e più basso e dunque più ampia

sarà la gamma dinamica (o range dinamico) della

registrazione; quando si impostano i parametri

della registrazione audio dunque è bene scegliere

il numero maggiore di bit disponibili.

- Range dinamico

Il range dinamico nel mondo dell’audio digitale

è simile al range dinamico nella fotografia;

nell’audio è lo spazio tra il volume più alto e

quello più basso di una registrazione mentre

nella fotografia (dove è anche detto “latitudine

di posa”) è lo spazio tra l’intensità luminosa

massima e quella minima misurabili in una

immagine.

Nel mondo audio il range dinamico si misura

in decibel (dB). Come regola generale per ogni

bit in più il range dinamico aumenta di 6dB per

esempio un aumento di 4 bit porta ad un range

dinamico di 24 db in più, 8 bit portano 48 dB, 16

bit ne portano 96 e 24 bit portano 144 dB.

Un maggior range dinamico consente, come nelle

foto, una migliore elaborazione del file audio

con l’applicazione di diverse tipologie di filtri (ad

esempio pulizia del rumore etc.) e in generale

porta ad un minore rumore di fondo.

- Risposta in frequenza (“Frequency response”)

Per risposta in frequenza di un registratore si

intende sia in un microfono che in un registratore

digitale come essi riescono a percepire e

registrare una gamma di frequenze.

-Rumore interno

Detto “self-noise” è un importante parametro

quando si fanno registrazioni naturalistiche.

Normalmente viene espresso in dB; un buon

sistema di registrazione dovrebbe avere un

rumore interno nel range tra i 5 e i 10 dB; viene

influenzato anche dal microfono, che può avere

già un rumore interno anche di 22-25 dB se di

scarsa qualità e dunque non adatto a registrazioni

naturalistiche.

- Formato di registrazione

Per mantenere tutte le informazioni acustiche

e sfruttare al massimo il range dinamico è

necessario usare formati di file audio non

compressi. Il più conosciuto è il wav.

Dunque un buon registratore digitale dovrebbe

dare la possibilità di scegliere tra vari formati tra

cui i formati non compressi; un po’ come accade

nelle fotocamere digitali quando, per sfruttare

al massimo la gamma dinamica del sensore, si

sceglie di scattare nel formato raw.

Esistono anche dei formati audio compressi, il

più conosciuto è l’mp3; questi possono essere

utili, ad esempio, per pubblicare i files audio su

internet o per passarli ad amici o colleghi ma

non sono adatti per la registrazione dell’audio

originale quando si è sul campo. I formati

compressi utilizzano appositi algoritmi per

eliminare dati non importanti e ridurre fino

a 10 volte la dimensione del file originale; i

dati eliminati non sono casuali ma sono scelti

con determinati criteri in modo tale da non

influenzare la qualità dell’audio finale; un file

compresso, come avviene anche per le foto in jpg,

non può essere elaborato perché ha perso molte

delle informazioni acustiche originali. La qualità

dei file compressi dipende anche dal bitrate, file

con bitrate elevati hanno qualità migliore per es

128 kbit/s che è il giusto compromesso per la

maggioranza delle persone.

Due esempi di registratori digitali

portatili sulla fascia delle 100-200 euro,

a sinistra uno Zoom H1 a destra un

modello Tascam. Sono dotati di microfoni

omnidirezionali stereo e hanno jack di

entrata per microfoni esterni e jack di

uscita per le cuffie.

Quali sono dunque le caratteristiche di un buon

registratore digitale?

- Preamplificazione: i modelli di buona qualità

sono dotati di preamplificatore integrato che

consente di amplificare, senza distorcerli, i

suoni in entrata. Può essere utile in alcune

situazioni ma senza esagerare sul livello di preamplificazione

altrimenti si rischia di rovinare il

suono o di amplificare eccessivamente anche il

disturbo

- Frequenza di campionamento: un buon

registratore digitale dovrebbe avere una buon

range di frequenza di campionamento così da

essere in grado di registrare tutta la banda di

frequenze che il microfono riesce a percepire.

-Gamma dinamica: una gamma dinamica elevata

abbinata all’uso di formati audio non compressi

consente di ottenere registrazioni “grezze”

che possono essere elaborate e migliorate

successivamente con gli appositi softwares per

ripulire il disturbo o filtrare frequenze indesiderate

senza perdita di qualità

- Formato audio non compresso: è importante

che il registratore digitale consenta di registrare,

oltre che in formato compresso mp3, anche in

un formato audio non compresso per avere la

migliore qualità di registrazione, tipicamente il

Wav a 16 o 24 bit.

- Entrata e uscita audio: sono fondamentali per

collegare un microfono esterno e le cuffie

- Filtro high-pass (low cut): non è per forza

necessario e se presente non va utilizzato

- Registrazione automatica: può essere molto

utile per registrare automaticamente una

vocalizzazione senza sprecare spazio inutile

o fare lunghe registrazioni continue. Attivando

questa opzione il registratore inizierà a registrare

non appena il microfono percepirà un suono,

con una sensibilità regolabile in base alle nostre

esigenze. Questa funzione può essere utilizzata

sia col registratore collegato al microfono

direzionale, puntandolo verso la direzione dove

si prevede che possa cantare un soggetto, sia

nascondendo il registratore stesso con il suo

microfono integrato in un punto vicinissimo al

posatoio dove un determinato soggetto canta

così da trasformarlo in una trappola bioacustica.

- Pre-recording: un’altra interessantissima

54

55



56

FOTONATURALISMO

Microfono Zoom

H2n dotato anche

di pre-recording e

autorecording.

delle buone cuffie

sono molto importanti

per monitorare

la registrazione

direttamente sul campo

funzione per le registrazioni in natura; una volta

attivata il registratore rimarrà sempre in ascolto in

modo tale che quando viene premuto il pulsante

di registrazione verranno memorizzati anche un

certo numero di secondi precedenti al momento

in cui si è premuto il pulsante di registrazione.

In questo modo non ci si perderanno delle

vocalizzazioni, una volta che si sente una

vocalizzazione e si attiva la registrazione, senza

la funzione pre-recording si perderebbe la prima

parte mentre con la funzione pre-recording

attiva non si ha questo problema.

- Connessione wireless: può essere via bluetooth

o wifi ed è utile per effettuare registrazioni a

distanza.

MICROFONO

Sul microfono, se disponibile questa funzione,

bisognerà settare la sensibilità al massimo ed

eventualmente anche la “direzionalità” (in alcuni

microfoni è regolabile, per la registrazione dei

canti va impostata su direzionalità massima).

Molto spesso nei microfoni è presente anche

un filtro passa-alto (“High-pass”) che potrebbe

essere utile per eliminare i rumori di fondo ma

sconsiglio di attivarlo perché questo tipo di filtri

(così come anche i filtri passa-basso “low-pass”)

possono rovinare la registrazione tagliando delle

frequenze che ci possono interessare; è più utile

registrare senza uso di filtri ed eventualmente

usare filtri passa-alto o passa-basso sul software di

elaborazione audio a casa.

CUFFIE

Le cuffie sono sempre utilissime quando si

fanno registrazioni; servono per controllare

il perfetto funzionamento delle attrezzature,

che i jack siano inseriti correttamente, che non

vi siano fruscii e che le impostazioni siano

corrette. Soprattutto con le parabole le cuffie

sono fondamentali perché i microfoni parabolici

hanno una direzionalità così precisa che devono

essere perfettamente orientati verso la fonte

del suono e dunque poter sentire chiaramente

in diretta ciò che la parabola sta registrando è

utilissimo per puntarla in modo corretto.

Gli auricolari intraurali (o “in-ear”), quelli

tipicamente usati con gli smartphone per

intenderci, non sono particolarmente consigliati,

pur essendo piccoli e facilmente trasportabili

essi infatti non consentono di isolare bene

dall’ambiente esterno rendendo più difficile

il monitoraggio della registrazione sebbene

alcuni modelli recenti e più evoluti abbiano un

ottimo isolamento dai rumori esterni; inoltre

questi auricolari non consentono di riprodurre

correttamente tutte le frequenze soprattutto

quelle basse (ad esempio i rumori di fondo). Per

registrare in modo corretto sono dunque molto

più consigliabili le cuffie vere e proprie. Le

cuffie che coprono completamente il padiglione

auricolari dette sovra-aurali (o “over-ear”) sono

molto migliori, isolano completamente dai

rumori esterni, hanno un maggiore range di

frequenze e consentono di capire perfettamente

ciò che stiamo registrando; sono un po’ più

scomode da trasportare perché hanno dimensioni

maggiori ma ne esistono molti modelli wireless,

che eliminano l’ingombro di fili rendendo più

facile muoversi sul campo.

TECNICA SUL CAMPO

1) Registrare alla minima distanza possibile

Un po’ come nella fotografia, la qualità di una

registrazione migliorerà tanto di più quanto più

vicini si riesce ad arrivare al soggetto. Anche

eventuali rumori di disturbo eventualmente

presenti saranno meno fastidiosi se la

registrazione è fatta a breve distanza dalla fonte.

Sapersi muovere sul campo senza disturbare gli

animali, usare abbigliamento mimetico o anche

appostamenti sono tecniche fondamentali.

2) Conoscere bene il soggetto:

Anche se tante volte capiterà di registrare

“casualmente” un soggetto solo perché lo si

sente cantare mentre si è in giro o mentre si è

appostati i migliori risultati si ottengono, come

detto nel primo punto, avvicinandosi per questo

la conoscenza della biologia specifica è molto

importante. Conoscere i luoghi, gli ambienti, il

periodo dell’anno, gli orari in cui sono più attive

le specie è fondamentale. Nel caso degli uccelli

molto spesso essi sono abitudinari, hanno dei

territori ben precisi all’interno dei quali hanno

posatoi preferenziali dai quali cantare; appostarsi

nelle vicinanze dei posatoi o usare sistemi di

registrazione remota o automatica consentirà di

ottenere registrazioni a breve distanza e di ottima

qualità.

3)Evitare rumori ambientali:

Le registrazioni in ambiente esterno, soprattutto

in aree antropizzate ma anche nei posti più

remoti possono presentare diversi problemi

soprattutto a causa di alcune fonti di disturbo:

-Vento: se presente crea un fruscio molto

fastidioso nelle registrazioni. Si può ovviare

cercando posti riparati e utilizzando le apposite

protezioni anti-vento (spugna o “Dead Cat”).

-Veicoli: se si è vicini a strade (ma a volte anche

ben distanti) il rumore dei veicoli a motore o dei

trattori per la campagna può facilmente rovinare

le registrazioni. Questo rumore è un disturbo

solitamente sotto i 1200 Hz, può in parte essere

eliminato (meglio in post-produzione) con i

filtri “passa basso” (Low-Pass) cercando di non

rovinare la vocalizzazione originale. Anche

quando ci si trova in luoghi molto isolati gli aerei

posso anch’essi provocare rumore che disturba

le registrazioni.

- Cani: la presenza di cani nelle case intorno è un

disturbo fastidiosissimo, anche quando ci si trova

in piena campagna; le loro vocalizzazioni sono

acute e difficilmente si possono rimuovere con i

filtri in post-produzione.

4) Usare sempre le cuffie durante la registrazione

Le cuffie aiutano a controllare meglio in diretta

la registrazione. È utile usare anche il Vu-meter

(un grafico che mostra in diretta l’intensità del

segnale audio in entrata) del registratore o sul

display della fotocamera/videocamera;

5) Evitare urti alle attrezzature

Sebbene alcuni microfoni abbiano un supporto

ammortizzato, urtare il microfono o il suo supporto

produrrà fastidiosissimi rumori che rovineranno la

registrazione. L’ideale è posizionare l’attrezzatura

su un treppiedi per non dover reggere il tutto a

mano e stare immobili durante la registrazione

sebbene questo sistema sia utilizzabile solo

per registrazioni da appostamento fisso. Un

supporto comodo, nelle registrazioni vaganti,

se si usa una parabola molto ingombrante o un

lungo microfono “shot-gun”, è il monopiede; ne

esistono molti modelli per uso fotografico o video,

e per un microfono a parabola sarà sufficiente un

monopiede piccolo e leggero.

6) Sapersi muovere

Il rumore dei nostri passi o movimenti può essere

un disturbo per la registrazione, ad esempio se

durante la registrazione si cammina schiacciando

dell’erba secca o dei rami questi rumori possono

inquinare la registrazione. Come nella fotografia

naturalistica bisogna imparare a muoversi sul

campo, anzi, in questo caso, bisogna imparare

a non muoversi, rimanere più immobili possibile

per evitare di produrre disturbi acustici.

7) Cellulari

A parte il fatto che un cellulare che suona o

emette suoni vari di avviso per messaggi notifiche

etc può facilmente rovinare una registrazione,

anche la sua vicinanza al microfono crea delle

interferenze fastidiosissime. So che è difficile

farlo ma nelle uscite naturalistiche mirate a

registrare vocalizzazioni il cellulare dovrebbe

essere tenuto totalmente spento o in modalità

aereo (e non solo in modalità silenziosa)

8) Fare registrazioni lunghe

A meno che non si possieda un registratore

dotato di funzione “pre-recording” è sempre

bene fare lunghe registrazioni e non stoppare

continuamente le registrazioni; se la scheda di

memoria è capiente non si avranno problemi

di spazio in memoria e tutte le parti inutili dei

lunghi files audio registrati potranno essere

successivamente tagliate ed eliminate a casa con

gli appositi softwares di elaborazione audio. Fare

registrazioni lunghe consentirà di non perdere

ENTOMOLOGIA

Un viaggio nel territorio

per conoscere la diversità

biologica che rende unico

il nostro ecosistema

Testi di Guido Pedroni

WBA - World Biodiversity Association, Verona

GRN - Gruppo di Ricerca Naturalistica “Charles Darwin”, Bologna

Una sera ero in giardino e, come altre volte,

ho notato una bella falena posata sul muro

del patio, accanto alla luce, vicino alla

grande quercia. Mi hanno sempre affascinato

le falene, per i loro colori sfumati e delicati, e

così seri, perché mai appariscenti e sfacciati.

Quella sera era la volta della Lycia hirtaria

(Clerck, 1759) dai colori grigio-bruni, con

una fascia più scura che corre nella parte

inferiore delle ali anteriori, normalmente

richiuse sopra le posteriori.

Questa specie appartiene alla famiglia dei

Geometridi (Geometridae, Leach, 1815), che

conta oggi più di 21.000 specie nel mondo,

di cui circa 930 presenti in Europa. Vivono

in tutti i continenti e hanno eletto come loro

ambiente di predilezione la foresta di latifoglie;

quasi tutte le specie sono attive dal crepuscolo

fino all’alba; alcune, poche specie, sono attive

di giorno. Il dimorfismo sessuale è in genere

Nuova Edizione

del CALENDARIO LUPO 2026

Calendalibro di 26 pagine ricchissimo di foto,

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Lycia hirtaria (Foto G.Pedroni

La Lycia hirtaria, della famiglia dei Geometridi, è una delle 21 mila specie di “farfalle

notturne” presenti in tutto il mondo

L’eleganza delle FALENE

poco evidente, ma in certe specie la femmina

presenta ali ridotte (femmina brachittera) o

mancanti (femmina attera).

In L.hirtaria le ali si presentano con un

disegno sulla parte superiore che fornisce un

mimetismo praticamente perfetto sul tronco

degli alberi. La sua apertura alare varia da un

minimo di 40 mm fino a circa 50 mm; vola

da febbraio a giugno, ma secondo il clima

e la latitudine. I maschi hanno le antenne

seghettate, a pettine. E’ distribuita in tutta

Europa, arrivando fino alle montagne del

Caucaso, Asia Minore, Siberia meridionale

raggiungendo il Giappone. In Italia è assente

dalla Sicilia.

Lycia hirtaria ha una generazione all’anno,

trovandosi dalla pianura alla montagna,

fino a 1300-1400 m di quota. I maschi sono

attratti dalla luce artificiale.

L’uovo ha una forma ellissoidica e il bruco

Bruco di Lycia hirtaria

varia il colore nel cammino di maturazione,

fino al momento di diventare pupa, periodo

nel quale sverna; a fine inverno si attiva la

metamorfosi, che porta all’insetto adulto. È

una specie polifaga; tra le sue piante nutrici

troviamo la betulla, la quercia, l’ontano, il

frassino, l’olmo, il salice, il pioppo.

Invito a soffermarsi a guardare i muri

illuminati delle case perché possiamo

avere la fortuna di osservare falene di varie

specie che, attratte dalla luce, si fermano

posizionate per lungo tempo sulla loro

superficie, dandoci l’opportunità di vedere

bene le loro caratteristiche anatomiche,

magari arrivando anche a fotografarle. Ho

notato che è più facile imbattersi nei maschi

durante le sere primaverili-estive lungo le

valli appenniniche, invece che nei giardini

delle città; anche nelle valli bolognesi la

specie è ben presente ma non molto comune.

57



L’AVVENTURA

Quinzano

La spericolata discesa di due appassionati lungo il

piccolo canyon nei pressi di Quinzano

La forra del Rio Zena

Testi e foto di Massimo Del Guasta e Mario Messini

Una forra è “una stretta valle scavata

nella roccia, tra pareti ripide”: un

piccolo canyon, insomma. Il nostro

tratto di Appennino e’ avaro di forre.

Ma la val di Zena ne racchiude una,

subito a valle di Quinzano. La forra fu

discesa la prima volta nel 1995, con

un tentativo di ripetizione nel 2015

(abortito per i troppi alberi caduti

in alveo). Precisiamo che senza

attrezzatura, pratica alpinistica e 70

m di corda non se ne parla nemmeno

di scendere integralmente questa

forra. A fine luglio 2024, prepararti a

puntino e attrezzati per l’occasione,

io e Mario abbiamo deciso di

scenderla, in cerca di refrigerio e per

documentarla fotograficamente.

LA DISCESA

La forra inizia poco a valle di un bel

parco pubblico, sotto Quinzano.

E qui abbiamo trovato i primi

problemi: scendere un alveo pieno

di alberi caduti e disseminato di un

po’ di vecchia e nuova immondizia,

plastica e metallo. Da qui si scende,

in corda, una bella cascata di oltre

30 metri di altezza. In estate la pozza

sottostante la cascata non invoglia

troppo al bagno, per via dell’acqua

ferma, con un leggero di odore di

Inquadra il qrcode per il rilievo della forra

dello Zena presso Il catasto delle forre

dell’Associazione Italiana Canyoning.

fogna che ci ha accompagnato in

questo primo tratto, segno di qualche

scarico civile a monte. Proseguiamo

e l’ambiente si fa interessante, ben

incassato e fresco, tappezzato di

felci. Assenti purtroppo pesci ed

anfibi. Purtroppo, numerose parti

di vecchie auto, provenienti dalla

soprastante strada, ci ricordano che

non siamo esattamente su un’isola

deserta. Ogni tanto appaiono

vecchie corde scolorite, risalenti

alla prima discesa degli anni ‘90, e

tuttora li’ ad aiutare (chi si fida) ad

aggirare qualche pozza profonda.

Oltrepassato il guado del sentiero

803 CAI, che attraversa il Rio Zena,

la forra sembrerebbe finita. Invece ci

aspettano due ultimi ‘salti’ su corda.

Scesi oltre, il torrente continua ad

essere piuttosto selvaggio ma con

numerosi tratti di ‘fanghi mobili’,

veramente faticosi, che ci hanno

accompagnati fino alla nostra ‘uscita’

dal torrente, in corrispondenza

de “l’Arabella”. Si tratta di recenti

impaludamenti del torrente, forse

causati dalle alluvioni del 2023-

2024. Risalendo a casaccio siamo

giunti sulla strada asfaltata che

ci avrebbe riportati all’auto, ben

stanchi. Mario aveva intanto perso

entrambe le suole delle vecchie

scarpe e camminava sulle tomaie,

come un indigeno. Un improbabile

autostop su una strada deserta ed

ecco vediamo rallentare, affiancarci

e poi ripartire l’unica auto, con

a bordo una coppia di anziani.

Pensavamo di avere fatto loro brutta

impressione, sporchi e fangosi…

invece… dopo molti minuti di

cammino abbiamo ritrovato la

coppia, di gentilezza davvero

emiliana, ad attenderci alla prima

piazzola per darci quel passaggio di

cui le non-scarpe di Mario avevano

urgenza. Era gente del posto che

ci ha raccontato che, prima della

costruzione della strada asfaltata che

sovrasta la forra, loro da bambini

scendevano al torrente per sentieri e

mulattiere allora evidenti ma oramai

introvabili perchè divorati dalla

macchia. Ci hanno indicato campi

coltivati dove adesso la macchia

appare impenetrabile. Insomma

la forra e’ diventata selvaggia,

così come l’abbiamo trovata, solo

dagli anni ’70 del secolo scorso.

Da bambini scendevano anche a

catturare i gamberi di fiume, sotto

la grande cascata di trenta metri.

Gamberi che noi, per quanto pratici,

non abbiamo proprio trovato.

59



LA LIBRERIA DI

NELLE VALLI

A cura di

Filippo Benni

Angelo Gamberini pubblica il suo secondo

libro. In “1915…1945 Fatti e misfatti”

il racconto di come la gente comune

ha vissuto i grandi avvenimenti del ‘900

La grande storia

vista dall’Appennino

Angelo Gamberini è nato a Frassincò

nel 1932. Laureato in Giurisprudenza

è stato dirigente del Comune di Bologna.

Eravamo sulla linea del fuoco - edito

da Gaspari editore - è il racconto di

un bersagliere della Grande Guerra

ricostruito attraverso le memorie dei figli

e i documenti d’archivio. Un esempio di

trasmissione della memoria storica in cui

la storia familiare si coniuga con la storia

nazionale.

La Storia e le storie, i fatti e i misfatti,

dal pieno della Prima Guerra Mondiale

alla fine della Seconda. Le trincee

sul Carso, gli assalti all’arma bianca,

le fucilazione e la fame. Con la fine

del conflitto l’arrivo del Fascismo, gli

squadristi e gli scontri con i socialisti, la

strage di Palazzo d’Accursio, per tanto

tempo rimossa dalla storia cittadina,

poi l’entrata in guerra al fianco dei

Nazisti e la Resistenza. Gli eccidi e la

Liberazione.

“1915..1945- Fatti e misfatti” è una

specie di diario, scritto con rigore

storico e frutto di viaggi e giornate

passate negli archivi di tutta Italia, dove

la Storia, quella con la S maiuscola, si

mescola con le storie di gente comune

dell’Appennino Bolognese. Un piccolo

compendio sul “secolo breve” dove i

ricordi famigliari colorano e riempiono

di significato i grandi snodi della storia.

La democrazia, la libertà, l’Europa,

e 80 anni di pace tra popoli che per

millenni hanno sempre fatto la guerra,

sono il frutto di tante piccole, grandi,

scelte personali. Di sacrifici, di lotte,

di sconfitte e vittorie, sulle sponde

dell’Isonzo come a Monte Sole, a

Omaha Beach come a Monzuno.

Questo, edito direttamente dall’autore,

senza un prezzo di copertina e con

una diffusione fatta di presentazioni

e passaparola, è il secondo libro di

Angelo Gamberini, classe 1932, uscito

nel giro di pochi anni. Nel primo,

“Eravamo sulla linea del fuoco” edito

da Gaspari Editori, Gamberini, dopo un

altro lungo periodo di ricerca, racconta

la storia del padre, Domenico, un

montanaro dell’Ottocento mandato a

combattere al fronte della Prima Guerra

Mondiale nelle fila dei Bersaglieri

durante la quale si meritò anche una

medaglia di bronzo al valor militare

per il coraggio dimostrato nell’assalto

alla Trincea delle Frasche.

Questo secondo libro completa, di

fatto, la saga dei Gamberini e mostra,

Per ricevere una copia di

1915…1945 - Fatti e misfatti

si può scrivere alla redazione

vallibolognesi@emilbanca.it

salvando dall’oblio un mondo che

sembra più lontano di quello che è,

come anche le famiglie contadine di

inizio ’900 della montagna bolognese

hanno partecipato da protagonisti alla

costruzione dell’Italia e dell’Europa di

oggi.

“Con la conquista della libertà, fu una

grande emozione la scoperta del diritto

di voto. Soprattutto per le donne che

non lo avevano mai fatto: votavano gli

uomini anche per loro e questo bastava.

Ma con la Liberazione, no: libertà,

dignità e diritti per ogni essere umano.

Si mossero insieme, donne e uomini, per

costruire col loro voto la Repubblica,

scegliere i Padri della Costituzione,

promuovere quei candidati che avevano

parlato dalle piazze, dagli spazi aperti,

dai crocicchi vicino alle case, dai

luoghi pubblici. Non c’era ancora la

televisione ma non c’erano neppure

“duci” per le strade. C’erano cittadini e

cittadine, non più sudditi, che andavano

a costruire il tempio della democrazia:

il Parlamento”, scrive Angelo Gamberini

nella prefazione.

La storia del padre Domenico, delle

sorelle Elena, Nina, Maria e Caterina,

delle altre famiglie contadine della valle

del Savena hanno convinto Angelo

Gamberini di una cosa, che di fatto

è il messaggio che il volume intende

dare alle future generazioni: “L’entità

sovraordinata che intenda affrontare jure

imperii i temi che investono le persone

deve conoscere il primo dovere. Ha un

valore universale ed è stupendamente

evocato nel film di Bergaman, Il posto

delle fragole: il primo dovere è chiedere

perdono”.

61



Il racconto di Fausto Carpani

IL NONNO DELLA BASSA RACCONTA

Gian Paolo Borghi

Caduta

e rinascita

di un direttore

d’orchestra

Vignette di Matitaccia

Al lusòur

dla candléina,

anch al râmmel

pèr faréina

Le tradizioni popolari

della pianura

bolognese tra fede,

storia e dialetto

Gli piaceva mettersi davanti allo specchio

dell’armadio che troneggiava nella camera da letto

dei genitori, mentre la radio trasmetteva un concerto

di musica classica o operistica. Prendeva in mano

una cannetta, di quelle che si adopravano un tempo a

scuola, con il pennino “Torre Eiffel” e, usandola come

una bacchetta, “dirigeva” un’immaginaria orchestra.

Rimirando la propria immagine allo specchio, ciò che

maggiormente lo appagava era l’ondeggiare della sua

gran capigliatura che, credeva, lo facesse somigliare

al grande Muti. In ogni modo, il nostro direttore

d’orchestra da camera (è proprio il caso di dire

così…), dimostrando una certa predisposizione per

la musica, quando fu il momento si trovò iscritto al

Conservatorio per imparare a suonare il violoncello.

Non sarebbe stato come diventare pianista, ma si

consolava pensando che anche il grande Toscanini

iniziò la sua carriera musicale come violoncellista.

Nello studio dello strumento se la cavava bene, senza

essere un fenomeno come Pablo Casals o il suo allievo

Mstislav Rostropovich, ma la sua ambizione rimaneva

quella di diventare un direttore d’orchestra. Fu così

che cominciò a studiare per esaudire questo suo

desiderio, dimostrando una certa predisposizione,

che fu notata dai suoi insegnanti. Cominciò dirigendo

alcuni compagni di corso fine al giorno in cui, superati

tutti gli esami, gli fecero dirigere una vera orchestra

sinfonica.

Vederlo sul podio era uno spettacolo: bello il gesto e

la presenza scenica, che mandava in estasi il pubblico

femminile. E poi, quei capelli, una testa leonina

che pareva quella di Paderewsky e che lui sapeva

muovere in maniera sapientissima. La sua carriera

procedeva fra concerti classici e opera lirica e sempre

con successo.

Verso i trent’anni, però, si presentò un problema:

svegliandosi al mattino, cominciò a trovare dei capelli

sul cuscino. Subito si fece visitare da un famoso

tricologo, che emise la sua sentenza: alopecia.

Da quel momento, il nostro iniziò a curarsi con

tutto ciò che la scienza metteva a disposizione,

anche sperimentando su se stesso presunte panacee

miracolose, per altro senza risultati degni di nota: la

sua folta capigliatura somigliava sempre più ad una

siepe mal potata. Perduta ogni speranza, l’ultima

spiaggia fu rappresentata da una parrucca, che costò

un capitale ma, con quella in testa, il nostro direttore

parve poter tornare a vivere. Fino a quella sera in cui,

dirigendo l’ouverture della “Gazza ladra” di Rossini,

fece un movimento che non avrebbe dovuto fare: i

suoi capelli presero il volo, andando ad atterrare sul

grembo di una giunonica signora in prima fila, che

emise un grido e svenne. Il marito raccolse lo scalpo,

poscia porgendolo al povero direttore che, rosso

come un gatto rosso, cercava di portare a termine

la travolgente ouverture rossiniana, incurante del

fatto che i professori dell’orchestra, soprattutto i fiati,

impegnati com’erano a sghignazzare convulsamente,

non riuscivano ad emettere alcun suono.

Per molti anni, di quel musicista nessuno seppe

più nulla. Ma una sera, durante un concerto dei

Berliner, fu notato un violoncellista veramente di gran

razza, del quale il giorno dopo parlarono i giornali,

definendolo l’erede di Casals e Rostropovich.

Fu contentissimo di questo paragone, non tanto per

la bravura, quanto per il fatto che sia Pablo Casals sia

Mstislav Rostropovich erano inesorabilmente calvi.

Nella cultura popolare di un tempo, le figure del mugnaio e

della mugnaia spesso erano caratterizzati in modi piuttosto

negativi, con vecchi e abusati stereotipi, i più diffusi dei quali

prevedevano il mugnaio ladro e ingannatore e la mugnaia

complice e traditrice.

Sempre a proposito di stereotipi, nell’Appennino bolognese è

ancora noto il proverbio che accomuna il mestiere del mugnaio

alla “professione” del prete, per la sua solida posizione in

epoche di economia di sussistenza: Fortunato in questo mondo/

chi ha un prete o un sasso tondo.

Il mulino e il suo lavoro ispirano tuttora il gioco da tavolo

chiamato Schiera: escogitare la soluzione più efficace per

risolverlo a proprio favore, nel bolognese si dice ancora oggi

fèr muléń gazéń (fare “mulino” ininterrotto, avanti e indietro

sulla schiera).

A discapito del mugnaio, il folklorista pistoiese ottocentesco

Giuseppe Tigri raccolse un testo decisamente ostile nei suoi

confronti, una implacabile condanna all’inferno: Andai

all’inferno, e vidi l’anticristo/E per la barba aveva un molinaro,/E

sotto i piedi ci aveva un Tedesco,/Di qua e di là un oste, e un

macellaro./Gli domandai quale era il più tristo:/E lui mi disse:

Attento or te l’imparo:/Riguarda ben; che con la man rampina,/È

il mulinar dalla bianca farina./Riguarda ben: che con le mani

abbranca,/È il mulinar dalla farina bianca./Dalla quartina se ne

va allo staio;/Il più ladro fra tutti è il molinaio.

Non mancano “ovviamente” i canti (con palesi doppi sensi)

che stigmatizzano il “molinaio” quale rozzo conquistatore di

donne che si recano al suo mulino a macinare. La versione che

segue la raccolsi diversi anni fa nelle campagne di Argelato.

Nel testo si ripetono due volte i versi, a loro volta intervallati

dall’intercalare Bim bum bam:

“Sveglia molinaio che l’è giorno/Sveglia molinaio che l’è

giorno/Bim bum ban//Son qui da stamattina, con gli occhi

bianchi e neri,/Son qui da stamattina a macinare”.//E già che sei

venuta come prima/ti voglio macinare/ con gli occhi bianchi

e neri/farina fina.//E mentre che il mulino macinava,/le mani

dentro il seno, con gli occhi bianchi e neri,/gli metteva.//”Sta’

fermo molinaio con le mani/io tengo sei fratelli/con gli occhi

bianchi e neri/t’ammazzeranno”.//Non ho paura né di sei,

nemmen di sette/io tengo una pistola, con gli occhi bianchi e

neri/caricata.//Caricata con due pallini d’oro/e sparo contro te,

con gli occhi bianchi e neri, e sparo contro te,/Rosina bella”.

Anche tra i proverbi e i modi di dire, il nostro mugnaio non fa

una bella figura. Valgano, per tutti, i tre seguenti: L’é cambiè al

munêr, mo al lèder l’é sèmper quall (È cambiato il mugnaio,

ma il ladro è sempre quello); Al lusòur dla candléina, anch al

râmmel pèr faréina (Alla luce della candelina, anche la crusca

sembra farina); Tirêr l’âqua al sô muléń (Tirare l’acqua al suo

mulino).

A questo punto viene spontaneo chiedersi: “Ma è stata sempre

così considerata la sua figura?”. Ovviamente no. Per cercare

di “equilibrare”, sia pure leggermente, la sua considerazione

nel mondo popolare di una volta, riporto una filastrocca e una

conta infantili nelle quali sia il luogo che ospitava le macine sia

la “molinaia” non destano alcun particolare commento, fatta

eccezione per la bellezza della donna: Tròta tròta, cavaléń,/

quand al véiń dal muléń,/dal muléń e da la vâl,/tròta tròta al

mî cavâl (Trotta trotta cavallino, quando viene dal mulino,/dal

mulino e dalla valle,/trotta trotta il mio cavallo); Pîta pitèla,/

culòur che sî bèla,/culòur che sî fîna,/par Santa Martina,la bèla

mulinèra,/só par la schèla,/schèla scalòń,/pânna d’pavòn./Re

re, tirate indietro/questo bèl pè,/che sarà da…te! (Pîta pitèla,/

color che sei bella,/color che sei fina,/per Santa Martina,/la

bella molinaia,/su per la scala,/scala scalone/penna di pavone./

Re re, tirate indietro questo bel piede,/che sarà da… te!).

Chiudo con un proverbio che invita invece ad agire prendendo

a paragone l’acqua che alimentava la macinazione: Âqua

fèirma, l’an guadâgna (Acqua ferma, non guadagna).

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