NELLE VALLI BOLOGNESI N°66
Il numero dell'estate 2025 della rivista su natura, cultura, tradizione e turismo slow nella pianura e nella montagna bolognese
Il numero dell'estate 2025 della rivista su natura, cultura, tradizione e turismo slow nella pianura e nella montagna bolognese
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Nelle
NATURA, CULTURA, TRADIZIONI E TURISMO SLOW TRA LA MONTAGNA E LA PIANURA
Anno XVIII - numero 66 - LUGLIO - AGOSTO - SETTEMBRE 2025
I tesori del Reno
Un nuovo trekking
tra arte, storia e natura
non tutti sano che
Il senso di Bologna
per il papato
appuntamenti
Feste, sagre e rassegne
tra città e provincia
ESTATE
La storia siamo noi
Vincenzo Italiano, Bruno Pesaola e Giovanni Battista Fabbri
sono i tre allenatori rossoblù vincenti in Coppa Italia
SOMMARIO
Periodico edito da
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Gli scatti di William Vivarelli
Le foto della primavera
Numero registrazione Tribunale
di Bologna - “Nelle Valli Bolognesi”
n° 7927 del 26 febbraio 2009
Direttore responsabile:
Filippo Benni
Francesca Chelini
Raffaele Brunaldi
Elena Boni
Gianluigi Pagani
Cristiano Cremonini
Giancarlo Fabbri
Mauro Trigari
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In dialetto si dice...
Erbe di casa nostra
La nostra cucina
Speciale prodotti locali
Torta di tagliatelle, salsiccia passita, nespole e panone
Da sempre al fianco di chi crea cultura
raccontando la storia delle nostre comunità
1895-
2025
Hanno collaborato:
Valentina Fioresi
Stefano Lorenzi
William Vivarelli
Claudia Filipello
Katia Brentani
Gianluigi Zucchini
Claudio Evangelisti
Gian Paolo Borghi
Paolo Taranto
Guido Pedroni
Serena Bersani
Marco Tarozzi
Andrea Morisi
Paola Gianotti
Mario Chiarini
Veronica Righetti
Fausto Carpani
Sandra Sazzini
Giuliano Musi
Alessio Atti
Foto di:
William Vivarelli
Gianni Schicchi
Archivio Bertozzi
Archivi AppenninoSlow
eXtrabo e Bologna Welcome
Paolo Taranto
Comune di Molinella
e altri in pagina
Progetto Grafico:
Studio Artwork Grafica & Comunicazione
Roberta Ferri - 347.4230717
Pubblicità:
distribuzione.vallibolognesi@gmail.com
051 6758409 - 334 8334945
Rivista stampata su carta ecologica
da Rotopress International
Via Mattei, 106 - 40138 Bologna
Per scrivere alLA REDAZIONE:
vallibolognesi@emilbanca.it
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Questa rivista
è un prOdotto editoriale
ideato e realizzato da
In collaborazione con
CITTÀ
METROPOLITANA
DI BOLOGNA
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In giro con eXtraBo
Dalle stelle ai castelli, un’estate per tutti i gusti
Appuntamenti
In giro con AppenninoSlow
L’estate un passo dopo l’altro
Cooperativa di comunità
A Campolo c’è Palens
Succede solo a Bologna
Lungo la via dei Brentatori
Trekking
I Tesori del Reno in sei tappe
Due ruote
Far Gravel Argenta, in bici tra la terra e il mare
In giro con Confguide
La Certosa come non l’avete mai vista
Personaggi
Guerra il cavallerizzo furioso
Cremonini e il Teatro della gente
La macchina del tempo
Terramaricoli e Villanoviani
Non tutti sanno che
Il senso di Bologna per il papato
Da vedere
Museo Olinto Marella
La nostra storia
I Templari a Bologna
Miti dello sport
I tre timonieri rossoblù che fecero l’impresa
Il ricordo
Luciano Nenzioni
Alle origini del vino
L’altra faccia della medaglia - Sustenia
Il ritorno del lupo nella bassa bolognese
Fotonaturalismo
La quindicesima puntata del corso
L’avventura
La Forra del Rio Zena
La biblioteca di Nelle Valli Bolognesi
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Dialetto e altre storie con Carpani e Borghi
www.emilbanca.it
IL CUORE NEL TERRITORIO
GLI SCATTI DI WILLIAM VIVARELLI
Fenicottero
rosa
(Phoenicopterus roseus)
I fenicotteri, con il loro elegante portamento e le vivaci tonalità rosate,
sono sempre più spesso protagonisti anche nei cieli e nelle zone umide
dell’Emilia-Romagna. Se un tempo la loro presenza era considerata un
evento raro e occasionale, negli ultimi anni si è assistito a un incremento
degli avvistamenti, tanto da poterli considerare ospiti semi-stabili di
alcune aree.
Un luogo particolarmente interessante per osservare questi uccelli è
l’Oasi La Rizza di Bentivoglio, situata nella pianura bolognese. Questa
ex risaia, trasformata in un’importante area naturale protetta, offre un
habitat ideale per diverse specie di avifauna, tra cui, appunto, i fenicotteri.
La novità più interessante per gli appassionati di birdwatching è che, ormai,
è possibile avvistare fenicotteri in fase giovanile praticamente durante
tutto l’anno nei pressi dell’Oasi. Questi giovani esemplari, riconoscibili
per il piumaggio dalle tonalità più grigiastre e meno intense rispetto
agli adulti, sembrano aver trovato in quest’area un ambiente favorevole
per la crescita e lo svernamento.Talvolta, insieme ai giovani, è possibile
osservare anche alcuni individui adulti, che magari si fermano durante le
loro migrazioni o che, in alcuni casi, potrebbero aver trovato le condizioni
adatte per un soggiorno più prolungato.L’Oasi La Rizza, con i suoi percorsi
naturalistici e i punti di osservazione, rappresenta quindi un’opportunità
imperdibile per ammirare da vicino questi splendidi uccelli. La loro
presenza aggiunge un tocco di colore e di esotismo a questo prezioso
angolo di natura della pianura bolognese, testimoniando la crescente
importanza delle aree umide per la conservazione della biodiversità.
L’ALFABETO di VIVARELLI
Nei numeri precedenti:
Albanella Autunno 2010
Allocco Inverno 2010
Assiolo Primavera 2011
Allodola Estate 2011
Airone cenerino Autunno 2011
Averla maggiore Inverno 2011
Averla piccola Primavera 2012
Aquila reale Estate 2012
Ballerina bianca Autunno 2012
Ballerina gialla Inverno 2012
Barbagianni Primavera 2013
Beccamoschino Estate 2013
Balestruccio Autunno 2013
Calandro Inverno 2013
Capriolo Primavera 2014
Capinera Estate 2014
Cervo Autunno 2014
Cinghiale Inverno 2014
Canapiglia Primavera 2015
Canapino Estate 2015
Cannaiola comune Autunno 2015
Canapino maggiore Inverno 2015
Cannareccione Primavera 2016
Cardellino Estate 2016
Cavaliere d’Italia Autunno 2016
Cinciallegra Inverno 2016
Cincia bigia Primavera 2017
Cincia dal ciuffo Estate 2017
Cincia mora Autunno 2017
Cinciarella Inverno 2017
Cesena Primavera 2018
Cicogna bianca Estate 2018
Civetta Autunno 2018
Cornacchia grigia Inverno 2018
Cormorano Primavera 2019
Codibugnolo Estate 2019
Codirosso comune Autunno 2019
Codirosso spazzacamino Inverno 2019
Colubro di Esculapio Primavera 2020
Coronella Girondica Estate 2020
Covo Imperiale Autunno 2020
Corriere piccolo Inverno 2020
Cuculo Primavera 2021
Culbianco Estate 2021
Cutrettola Autunno 2021
Daino Inverno 2022
Chirotteri Primavera 2022
Cinghiale Estate 2022
Cigno Autunno 2022
Canapiglia Inverno 2023
Uccello combattente Primavera 2023
Codirossone Estate 2023
Colombaccio Autunno 2023
Fagiano comune Inverno 2023
Faina Primavera 2024
Falco Cuculo Estate 2024
Falco di palude Autunno 2024
Falco pellegrino Inverno 2024-2025
Fanello Primavera 2025
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LE FOTO DELL’ ESTATE
di Paolo Taranto
Con l’arrivo dell’estate inizia una magia, non solo nei boschi ma in diversi altri tipi di habitat,
inizia infatti il periodo culmine dell’attività riproduttiva delle lucciole, in cui, in base alla specie,
maschi e/o femmine emettono una luce (fissa o pulsante) per attirare un partner. Nella specie
più comune, Luciola italica, sia maschio che femmina, producono luce intermittente, ma la
femmina lo fa da posata mentre il maschio lo fa in volo. L’insieme di tanti maschi che volando
producono i loro lampeggi di luce, nel buio di un bosco, produce una sorta di danza creando
un’atmosfera magica.
In Italia vivono diverse specie di lucciole oltre a Luciola italica che è la più comune, ad
esempio Lampyris noctiluca dove la femmina non ha le ali, Luciola lusitanica, Nyctophila reichii
tipica del sud italia. Le larve delle lucciole sono utilissimi alleati dell’uomo in quanto sono
fameliche predatrici di chiocciole e lumache dunque si consiglia di non utilizzare lumachicidi
chimici nel proprio orto o giardino. Il periodo di massimo culmine delle attività luminose cambia
da specie a specie ma soprattutto con l’altitudine, nelle zone di pianura il fenomeno avviene
prima (maggio) poi man mano che si sale di altitudine verso la collina avviene in giugno e
nell’alta collina avviene in luglio.
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In dialetto si dice...
LA FAUNA LOCALE NELLA TRADIZIONE
DELLA BASSA BOLOGNESE
VILLA PADRONALE - IMOLA AD.ZE AUTODROMO
Residenza elegante, indipendente, perimetrata da giardino
esclusivo, due ingressi carrabili per eventuale frazionamento
in due unità autonome. In contesto residenziale, la villa è
stata edificata utilizzando materiali pregiati, perfettamente
manutenuta e da personalizzare. Ingresso principale da porticato
che conduce all’ atrio, dove risulta protagonista lo scalone di
grande rappresentanza che collega i due piani principali; al
primo livello: ampia zona giorno, studio, 2 camere e servizi;
al secondo livello: generosa zona notte con servizi, terrazza
abitabile e collegamento diretto alla mansarda open space.
Completano la proprietà i locali di servizio al piano terra
finestrati, garage, oltre a posti auto coperti. Ottimo investimento
anche per strutture ricettive o per più nuclei famigliari.
Classe energetica G - in attesa di redazione
Informazioni su richiesta
Tel. 051 225564
VILLA - NAVILE
Soluzione indipendente su tre livelli a pochi passi dal polo universitario
del Navile e dal Museo del Patrimonio Industriale. L’immobile si pone in
contesto di forte sviluppo con recupero di affascinanti edifici industriali
di interesse storico e culturale incastonati tra il Parco Lungo Navile e
Villa Angeletti. Porzione di edificio in mattoni facciavista, ex opificio
oggetto di integrale rifacimento, contraddistinto da design raffinato
e giusto equilibrio tra classico e moderno. Primo livello: ingresso,
angolo cottura (completo di cucina), pranzo, soggiorno con camino
e possibilità di uscita su giardino privato, disimpegno, studio, bagno,
lavanderia. Secondo livello: disimpegno, 3 camere, 2 bagni. Terzo livello:
soffitta praticabile rifinita, ripostiglio e terrazza. Corte esclusiva con
possibilità di parcheggio per più auto. In dotazione: ascensore interni,
impianto fotovoltaico, solare termico, riscaldamento a pavimento.
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¤ 798.000
Tel. 051 225564
DELIZIOSO BORGHETTO COLONICO - MACCARETOLO
Corte rurale di circa 3000mq con ingresso di
rappresentanza, circondata da piccolo bosco ed
alberi da frutto, in lotto di tre edifici principali: due
residenziali, una villa padronale di 300mq e altra
unità di 150mq con doppi volumi; completa la
proprietà un grande fienile da ristrutturare di 340mq
oltre accessori e porticati. Le due abitazioni sono
entrambe terratetto libere su quattro lati, ristrutturate
e reinventate, ideali anche per più nuclei familiari che
godono di assoluta riservatezza e indipendenza, nelle
terre di San Pietro in Casale a pochi chilometri da
Bologna. Ottimo anche per studi professionali o per
chi associa il lavoro alla residenza.
Classe energetica G - in attesa di redazione
¤ 485.000
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CIELO/TERRA - ZAPPOLINO
Calvo Immobiliare propone in vendita villetta di testa in
complesso di sole quattro unità di recente costruzione,
nel cuore della Valsamoggia, a poca distanza dai
borghi antichi di Monteveglio e Castello di Serravalle
ma al contempo vicina ai servizi e comoda alle vie di
comunicazione. L’immobile di complessivi 250mq,
beneficia di tripla esposizione, alba e tramonto, si sviluppa
su più piani ed è composto da ingresso indipendente,
soggiorno, cucina abitabile, accesso al giardino privato con
gazebo, tre camere, tre bagni, lavanderia, taverna, ampia
cantina, garage per più auto e delizioso spazio esterno
privato perfetto per piacevoli cene estive. Travi a vista,
riscaldamento autonomo, nessuna spesa di condominio.
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¤ 298.000
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VILLA INDIPENDENTE - SAN LAZZARO COLLINARE
Calvo Immobiliare propone in vendita prestigiosa
villa di 450 mq su due livelli con parco privato
alberato di circa 1 ettaro. Spazioso ingresso,
soggiorno doppio, cucina abitabile, altro salotto
con grandi vetrate panoramiche a tutta altezza,
disimpegno notte, 2 camere di cui una con terrazza,
2 bagni più suite matrimoniale con cabina armadio e
bagno. Al piano sottostante bilocale con uscite verso
il giardino oltre a spazi accessori, cantine, porticati
e autorimesse per 5 auto. Possibilità, con progetto
già approvato, di frazionamento e ampliamento per
ottenere 4 unità indipendenti ognuna con proprio
giardino esclusivo e garage. Libero subito.
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PIAZZETTA DELLA PIOGGIA - PALAZZO TANARI
In palazzo storico vincolato, piano nobile di
grande fascino, ristrutturato. Ampio salone con
doppi volumi, studio in soppalco e camino con
elegante intaglio su legno antico di elevato
effetto scenografico, cucina in nicchia, due
camere da letto e doppi servizi. Riscaldamento
autonomo.
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LABORATORIO/GARAGE - PORTA SANT’ISAIA
Su Viale di Circonvallazione Calvo immobiliare
propone in vendita locale commerciale circa
250mq con doppio ingresso carrabile a livello
strada, ampi volumi, doppi servizi, corte privata,
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avendo vetrina con grande visibilità su strada,
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APPARTAMENTO - CALDERARA DI RENO
Piano alto con ascensore, tripla esposizione
molto luminoso, affacci su corti interne alberate
e riservate, stabile di poche unità abitative,
appena ristrutturato ed oggetto di eco-bonus
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posizione comoda al centro ed ai servizi.
L’immobile è perfettamente manutenuto,
finiture in parquet, infissi in legno e vetrocamera,
razionale distribuzione degli spazi interni:
ingresso arredabile, sala, cucina, tre camere e
doppi servizi, due balconi spaziosi e posto auto
assegnato. Volendo garage a parte nel prezzo.
APE E - EPtot 164,81 KWh/m2/anno
¤ 248.000
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Spioncello - SPEPLA ED VAL/SPIPLON
Lo spioncello è un piccolo passeriforme che dopo aver
nidificato nelle praterie e negli alti pascoli alpini, nei primi
giorni autunnali arriva nei prati umidi, nelle paludi di acqua
dolce della bassa bolognese per svernare, trattenendosi
fino alla fine dell’inverno. Presenta un piumaggio
predominante scuro sul groppone mentre le parti inferiori
risultano sfumate sul grigio che diventeranno rosa nel
piumaggio estivo, colore questo difficilmente riscontrabile
negli areali bolognesi in quanto specie esclusivamente
svernante nell’areale di riferimento. Il comportamento e le
abitudini lo hanno portato ad essere identificato con una
specie che abbiamo già esaminato, la pispola in dialetto
spepla o spiplen, che frequenta ambienti simili, anche se
meno umidi rispetto allo spioncello. Il territorio della bassa
bolognese era caratterizzati, fino alla metà del secolo
scorso da ampie risaie e proprio nei mesi di settembre
ottobre si procedeva alla raccolta del riso lasciando ampi
campi pieni di stoppie che rappresentavano un terreno
idoneo per l’alimentazione dello spioncello che proprio in
quel periodo arrivava per svernare. Il nome dialettale con
Migliarino di palude – MIAREN/RISAROL
Il nome della specie rappresentata in foto è migliarino
di palude; nome indicativo della frequentazione di
questo passeriforme. All’inizio del secolo scorso i
grandi ornitologi si trovarono impegnati a stabilire una
univocità della nomenclatura delle singole specie. Pur
essendo trascorsi oltre 100 anni dall’immane lavoro
di Linneo (1707-1778), che aveva provveduto ad una
univoca classificazione binomiale, nome e cognome
per intenderci, di tutte le specie ornitiche, in Italia
continuavano ad essere presenti diversi nomi secondo
aree territoriali ben individuate. Nel 1913, l’ornitologo
Ettore Arrigoni Degli Oddi compilò la prima lista degli
uccelli italiani assegnando a questa specie il nome di
migliarino di palude. Ricorda l’Arrigoni che all’epoca
la specie era chiamata con quattro nomi diversi,
ortolano dei canneti, migliarino di padule, passero di
padule e monachino di padule; si noti al proposito il
termine tipicamente toscano ed ancora oggi usato, di
padule, per indicare un‘area valliva. Non solo, ma a
questi nomi ne seguivano decine dialettali, tanto che
l’ornitologo Tommaso Salvadori (1835-1923) nel suo
celebre volume “Fauna d’Italia-Uccelli” ne annoverava
ben 29. Il nome italiano sta ad indicare, da un lato, le
sue abitudini alimentari frequentando le coltivazioni
di miglio all’epoca presenti in varie parti d’italia,
e dall’altro le aree vallive ricche di canna palustre.
Nell’areale della basso bolognese sono due i nomi
dialettali riscontrati: il primo era “miaren” evidente
Foto e testi a cura di Mario Chiarini
Ascolta il suo canto!
cui, più frequentemente veniva chiamato lo spioncello,
proprio in virtù delle affinità strutturali con la pispola,
ma del diverso ambiente frequentato era spepla ed val,
ma anche spiplon, in virtù delle dimensioni lievemente
maggiori rispetto la pispola stessa.
Ascolta il suo canto !
dialettizzazione del termine migliarino, ed il secondo
era “risarol” dalla sua frequentazione di aree vallive
e dalla ampie risaie presenti su tutto il territori della
bassa bolognese. Un’ultima interessante curiosità
riguarda la coltivazione del miglio; presente all’inizio
del secolo scorso in particolare in toscana, veneto e
puglia: la sua coltivazione ha visto una progressiva
diminuzione in cambio di culture più produttive,
mentre oggi si assiste ad una sua interessante ripresa.
La brevità del ciclo di produzione, ma in particolare la
resistenza della pianta a periodi di siccità ed essere il
miglio un prodotto privo di glutine, ha visto in questi
ultimi anni una forte crescita di interesse nei confronti
di questa coltivazione.
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ERBE DI CASA NOSTRA
Con una naturopata
per conoscere le leggende,
gli usi medici e quelli tradizionali
delle piante della nostra provincia
Dal Linus usitatissimum L. si realizza
uno dei tessuti più antichi e diffusi.
Ha diverse proprietà terapeutiche ed è
usato anche nella pittura ad olio
Il LINO
dal Neolitico ai giorni nostri
Testo di Claudia Filipello - www.naturopatiabologna.it
Quando i primi caldi sono alle porte,
il tessuto che amo indossare è lo
svolazzante e leggero lino: antica
fibra naturale, composta per il 70% da
cellulosa, dall’origine molto antica, le
cui proprietà lo rendono davvero di
pregio. Il lino è un tessuto da sempre
usato in ogni parte del mondo.
La Sindone di Torino, nota anche
come Sacra Sindone o Santa Sindone,
è un lenzuolo di lino conservato
nel Duomo di Torino, sul quale è
visibile l’immagine di un uomo che
porta segni interpretati come dovuti a
maltrattamenti e torture. Le violenze
visibili sono compatibili con quelli
di un condannato alla crocifissione
e descritti nella passione di Gesù. Gli
studiosi identificano la vittima di tali
torture con Gesù e il lenzuolo con
quello usato per avvolgere il corpo
nel sepolcro. Il termine “sindone” deriva
dal greco σινδών - sindon, che indicava
un ampio tessuto, come un lenzuolo,
e che se specificato poteva essere di
lino di buona qualità o tessuto d’India.
Anticamente il termine “sindone” era
generico e non collegato alla sepoltura,
ma oggi il termine è ormai diventato
sinonimo del lenzuolo funebre di Gesù.
La coltura della pianta del lino è stata
una delle prime rese domestiche: fin
dall’antichità è stato ampiamente
coltivato in Etiopia e in Egitto. In una
grotta, nella Repubblica della Georgia,
sono state trovate fibre di lino tinte,
databili al 30000 a.C. Si stima che la
coltivazione del lino, probabilmente
originario della zona compresa tra
il Golfo Persico, il Mar Caspio ed il Mar
Nero, risale a circa 8.000 anni fa, ma si
può dire che la sua storia abbia avuto
inizio nell’epoca Neolitica, tra il 3000
e il 1000 a.C.
Intorno al 3700 a.C., dall’Egitto, dove
se ne utilizzava l’olio per confezionare
unguenti e le fibre per l’abbigliamento
e per fasciare le mummie, si esportava
a Roma, in Grecia, in Irlanda, in
Inghilterra, in Bretagna e anche
in Spagna. In seguito, la coltura
e la lavorazione della sua fibra si
svilupparono in tutto l’Impero Romano.
A partire dal 1700 a.C., le esportazioni
di lino stigliato e tessuto raggiungono
l’India e poi la Cina.
Fra il XII ed il XIV secolo il lino
si estese dai paesi del bacino del
Mediterraneo fino alla Francia, alle
Fiandre, all’Inghilterra, alla Germania,
alla Russia. Nel XVII secolo gli artigiani
protestanti delle Fiandre si trasferirono
nelle province settentrionali dei Paesi
Bassi e quelli francesi in Irlanda e
Scozia, imprimendo ulteriore sviluppo
al settore. Nella prima metà del XX
secolo, la localizzazione dell’industria
continua ad accentrarsi nell’Irlanda
del Nord, in Scozia e nello Yorkshire,
in Germania che importa materia
prima dal Belgio, dalla Lituania,
dalla Russia e dalla Lettonia, filati
dalla Cecoslovacchia, dal Belgio,
dall’Estonia ed esporta tessuti per lo più
negli Stati Uniti.
L’età moderna segnò l’inizio del suo
declino con l’affermazione di fibre
naturali alternative (principalmente
il cotone) e successivamente delle
fibre sintetiche. In Europa, dopo aver
raggiunto la massima espansione
verso la metà del XIX secolo, andò
progressivamente perdendo terreno.
Nel XXI secolo la coltivazione del lino
in Europa copre 75.000 ettari ed il
Nord della Francia è leader mondiale
nel settore delle fibre di lino.
Il lino oggi è coltivato e lavorato
prevalentemente in Europa (oltre il
70% della produzione di lino mondiale
avviene nel nostro continente), in
particolare in Francia, in Belgio e
nei Paesi Bassi, che hanno ricevuto
il marchio di qualità di “Master of
linen”, questo grazie soprattutto al
clima umido e freddo, estremamente
favorevole, alla presenza del tipo
di terreno più adatto e ai secoli di
esperienza maturata dai linicoltori
della zona.
Il Lino è uno dei tessuti più resistenti che
esistano grazie alla sua componente
cellulosica, che ne rinforza le fibre.
La trama non troppo stretta rende il
tessuto di lino traspirante, leggero e
fresco al tatto. Ha proprietà isolanti
e termoregolatrici e di assorbimento
dell’umidità, oltre che filtrare i raggi
UVA, che lo rendono una fibra ideale
sia per l’abbigliamento, sia per la
biancheria della casa. Il tessuto del lino
è anche definito “materiale nobile”,
perché essendo una fibra naturale è
anallergico; quindi, non irrita la pelle
e non attira le polveri.
E’ molto apprezzato per le
sue molteplici qualità, tra cui spiccano
la versatilità, la sostenibilità, il suo
essere ipoallergenico e traspirante, la
freschezza e la resistenza, oltre alla
sua indiscutibile bellezza estetica.
Il lino è composto da fibre che
vengono estratte da una pianta,
scientificamente conosciuta con il
nome di Linus usitatissimum L., alta
circa un metro, ha piccoli fiori bianchi
e azzurri e manifestano la loro fioritura
contemporaneamente in un unico
giorno.
La pianta del lino è annuale, si
presenta con steli sottili e foglie strette
e lanceolate. Crea bellissimi fiori di
colore azzurro intenso, si aprono solo
al mattino e, durano soltanto il tempo
di un giorno. Sulla pianta, subito dopo
la fioritura, compaiono capsule ovali
che contengono gli speciali semi di
lino, che risultano essere pregiati da
un punto di vista terapeutico e del
benessere organico.
I semi maturi ed essiccati contengono
circa il 30-40% di olio non volatile
(acido linolenico, acido linoleico ed
acido oleico), il 25% di proteine ed una
piccola percentuale di mucillagini (3-
6%). I semi di lino, inoltre, contengono
anche una modestissima percentuale
di glucosidi cianogenetici (1%) che in
teoria possono rilasciare per idrolisi
acido cianidrico; questo però non
accade poiché a livello gastrico viene
prodotto un enzima specifico per
l’inattivazione.
L’uso dei semi di Lino in Naturopatia
è strategico per numerosi disagi e
problemi.
I semi possono essere abitualmente
utilizzati per applicazioni locali su
infiammazioni cutanee (farina o olio
dei semi) o bronchiali, attraverso la
preparazione di decotti mucillaginosi
costituiti da 1 cucchiaio di semi da
minestra per tazza, o cataplasmi: 60
grammi di farina di lino in 250 gr di
acqua. Si fa bollire il tutto per 5 minuti e
quindi si applica sul petto a più riprese.
Il tutto avvolto da un panno.
L’uso per via orale dei semi di lino,
grazie alla presenza di mucillagini,
costituisce invece un tradizionale
rimedio fitoterapico specifico per
stitichezza cronica, colon irritabile,
ecc.
I semi di lino andrebbero utilizzati interi
o schiusi, non tritati. Se contusi, viene
sfruttata anche l’azione lubrificante
dell’olio in essi contenuto; nel qual
Il lino
caso, tuttavia, si consideri l’enorme
peso calorico (100 gr corrispondono a
500 calorie).
I semi di lino sono controindicati in
caso di sindrome occlusiva e subocclusiva,
dolori addominali acuti,
dovuti per esempio ad appendicite
o diverticoliti. È inoltre, da evitare la
contemporanea assunzione di altri
farmaci, poiché si riduce l’efficacia. La
terapia con semi di lino non andrebbe
comunque prolungata oltre le 3-4
settimane.
L’olio di semi di Lino ha inoltre,
principali proprietà biologiche che sono
attribuibili all’ALA, noto precursore
degli acidi grassi essenziali della serie
omega3 ed ai lignani, la cui attività
biologica non è ancora stata del tutto
chiarita. L’attività antinfiammatoria,
l’attività antiossidante e
vasoprotettiva costituiscono il pull
biologico su cui verte l’uso clinico e
preventivo dell’olio di lino.
L’olio di lino puro al 100% senza additivi
e aggiunta di solventi, è adoperato nel
settore delle Belle Arti, come medium
nei colori ad olio e nel trattamento del
legno antico e del cotto: da sempre
è utilizzato nella creazione di opere
d’arte. Nello specifico, ha funzione
essiccativa, di colore più scuro e di
più rapida asciugatura rispetto al lino
crudo.
È provato inoltre che, essiccandosi
e indurendosi, è l’olio che dona
resistenza al trascorrere del tempo e
a tutti gli agenti atmosferici. Insieme
all’olio di lino, che è ritenuto il più
importante per la tecnica della pittura
a olio, sono usati efficacemente
anche altri tipi di olio, come quelli
di papavero e di noce. La pittura a
olio può essere applicata su tutte le
superfici. Su tele, tavole di legno o
cartoni adeguatamente preparati con
un’imprimitura. Ma anche senza alcun
tipo di preparazione.
Ancora una volta Madre Terra dona
una pianta al mondo dalle infinite
peculiarità, che si pone alla base della
vita dell’uomo ed essenziale per la vita
sulla Terra stessa poiché, come tutte le
piante, sono architetti della Natura.
10
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LA NOSTRA CUCINA
Curiosità, consigli e ricette
della tradizione
culinaria bolognese,
dalla Montagna alla Bassa
a cura di Katia Brentani
É ricco di grassi “buoni” e povero
di zuccheri, l’alto contenuto di fibre
gli conferisce un potere saziante
Vi starete chiedendo perché oggi parlo
di avocado, un frutto subtropicale che
richiede un clima caldo e senza gelo, che
non è tipico di questa regione. Nonostante
il cambiamento climatico la coltivazione a
livello commerciale in Appennino e nella
pianura padana non è praticabile, ma capita
sempre più spesso di incontrare piante di
avocado coltivate in vaso fare bella mostra
nelle verande e nelle terrazze di villette nel
nostro Appennino e nella nostra pianura.
L’avocado è un frutto molto di moda
e ricco di tante proprietà. Il termine
“avocado”, deriva dalla parola ahuacatl,
in lingua Nahuatl, quella parlata dagli
Aztechi, che già conoscevano le proprietà
benefiche di questo frutto. Il significato?
“Testicolo”, naturalmente, per la sua
forma che ricorda… sì, insomma, avete
capito. E, proprio per la sua morfologia,
gli vennero ovviamente attribuite proprietà
RICETTA DELLA MONTAGNA
CARPACCIO CON AVOCADO
E SALSA DI MIRTILLI
Ingredienti (per 4 persone)
200 g di carpaccio di manzo, 150 g
verdurine miste (zucchina, cipollotti,
carota, asparago),
1 avocado maturo, 1 cucchiaio di olio
EVO, succo di un limone o lime, sale,
pepe, 90 g mirtilli,
Curiosità e ricette sono tratte
da “Si rivolga all’Avocado”
di Manuela Fiorini
per i Quaderni del Loggione
AVOCADO,
oltre la moda c’è di più
Le RICETTE
afrodisiache. Detto anche “pera alligatore”,
per il colore e la rugosità della sua buccia,
l’avocado conquistò anche i Conquistadores
che lo assaggiarono e lo descrissero come
un frutto “abbondante, con una polpa
simile al burro e caratterizzato da un
ottimo sapore”. Le sue terre di origine
sono il Messico, il Guatemala e l’America
Centrale. La pianta da cui nascono questi
preziosi frutti appartiene alla famiglia delle
Lauracee, che risale a più di cinquemila
anni fa. Esistono circa una ventina di varietà
di avocado. Quella che, più di frequente, si
trova nei nostri supermercati sono i Fuerte,
con la forma a pera, il colore verde scuro e
brillante e la buccia sottile. Diffuso anche
il Nabal, dalla forma tondeggiante, la pella
liscia, verde scuro e con venature nere. Ha
la polpa soda e si presta bene alla cottura.
La varietà Hass, invece, è di misura più
piccola, la buccia più spessa, che con il
2 cucchiaini di senape, 1 cucchiaio di
aceto di lamponi o succo di lime.
Procedimento: schiacciate l’avocado
con una forchetta, un goccio di succo di
limone, sale e pepe. Spalmate il composto
sulle fettine di carpaccio, disponete
un mucchietto di verdure e arrotolate.
Raffreddate bene e poi tagliatele a
rondelle. Preparate la vinaigrette, frullate
nel mixer tutti gli ingredienti. Servite i rolls
con l’insalata, condite con la vinaigrette,
crostini di pane e mirtilli.
RICETTA DELLA PIANURA
UOVA RIPIENE DI AVOCADO E TONNO
tempo scurisce, di un colore che varia tra
il viola e il bruno, mentre la polpa è gialla,
soda e molto profumata. Tra tutte le varietà
è quella dal sapore migliore. Troviamo poi
il Lula, piuttosto grosso e tondo alla base,
con la buccia lucida e ruvida, di un colore
che varia dal giallo al verde. C’è anche
l’avocado cetriolo, di piccole dimensioni
e sprovvisto di seme. Infine, l’Ettinger, ha
una forma allungata, la buccia liscia e
sottile, di colore verde, e un sapore della
polpa molto delicato. L’avocado contiene
una quantità importante di grassi vegetali
monosaturi, cioè i grassi “buoni”, che
contribuiscono a mantenere in salute il
sistema cardiocircolatorio, proteggendo il
cuore e migliorando i livelli di colesterolo
nel sangue. Essendo povero di zuccheri,
poi, può essere assunto anche da chi
ha il diabete, mentre l’alto contenuto di
fibre gli conferisce un potere saziante,
evitando così quei “buchi allo stomaco”
che possono indurre a mangiare fuori
pasto cibi spazzatura o calorici. Inoltre,
le fibre favoriscono il transito intestinale,
combattendo la stitichezza e depurando
l’intestino. L’avocado contiene poi
vitamina A, C, E, B6, B12, K e acido folico,
potenti antiossidanti che contrastano
la formazione dei radicali liberi e
prevengono l’invecchiamento cellulare,
regalando all’organismo maggiore energia.
Grazie ai fitostenoli, ai polifenoli, zinco,
selenio e omega 3, l’avocado protegge le
articolazioni, mentre l’ottima percentuale di
potassio regolarizza la pressione sanguigna.
Contiene poi luteina e zeaxantina,
carotenoidi che proteggono la vista,
prevenendo la cataratta e la maculopatia.
I folati e l’acido folico, poi, mantengono
in salute l’apparato riproduttivo femminile
e il suo consumo quotidiano è indicato
alle donne in gravidanza e durante la
menopausa. Infine, i grassi Omega 9
esercitano un’azione protettiva sul cervello
e sulle membrane cellulari. Non resta che
assaggiarlo.
Ingredienti (per 4 persone)
4 uova medie, 1 avocado maturo,
1 scatoletta di tonno da 160 g, 1
cucchiaio maionese, sale e pepe
Procedimento: lessate le uova per una
decina di minuti. Sbucciatele e fatele
freddare. Aprite l’avocado in due e
svuotatelo con un cucchiaio. Mettetelo
in una ciotola e schiacciatelo bene,
aggiungete il tonno, il sale, il pepe e la
maionese. Aprite in due le uova sode,
togliete il tuorlo, aggiungetelo alla
crema e mescolate. Con un cucchiaino
riempite le uova con la crema ottenuta
e servite.
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SPECIALE PRODOTTI LOCALI
Nella quarta puntata del viaggio alla
scoperta dei Prodotti a Denominazione
Locale quattro specialità di Molinella
Dalla torta
di tagliatelle
alla salsiccia
passita
A cura di Valentina Fioresi
Siamo alla quarta tappa del viaggio alla scoperta dei
prodotti tipici che vantano la Denominazione Comunale
(De.Co.) del comune di Bologna o di altri comuni
della Città Metropolitana. In questa quarta puntata
conosceremo i prodotti tipici del comune di Molinella:
la torta di tagliatelline, il panone, la nespola e la salsiccia
passita della pertica di Mora Romagnola. La De.Co.
è un riconoscimento fornito dai comuni a prodotti
agroalimentari o attività tradizionali specifiche che siano
fortemente identitari di quel luogo. Ad oggi sono 17 i
prodotti tipici iscritti al registro De.Co, mentre i saperi
tradizionali sono 5.
TORTA DI TAGLIATELLINE
La torta di tagliatelline è un dolce della tradizione,
preparato originariamente con ingredienti poveri e
facilmente reperibili in tutte le normali case contadine,
quando la maggior parte dei cibi era autoprodotta e tutti
possedevano animali da cortile, come le galline che
producono uova. La torta è composta da uno strato di
sfoglia, preparata con farina, uova, burro e zucchero,
che serve per foderare la teglia. Bisogna poi preparare un
secondo impasto, con farina di grano tenero e uova, da
cui ricavare le sottili tagliatelle che andranno a comporre
il dolce: dovranno essere disposte alternate a strati di
mandorle tritate mescolate con zucchero semolato.
Una volta cotta basterà dare il tocco finale alla torta
bagnandola con un po’ di anice o mandorla amara. Si
tratta sicuramente di un dessert particolare, che può
stupire e contemporaneamente ricordare la tradizione
culinaria: la ricetta infatti è arrivata fino a noi grazie alla
tradizione orale.
PANONE DI MOLINELLA
Il panone è un dolce tipico natalizio dell’area
metropolitana di Bologna, preparato in pianura ma anche
nella zona montana. Quello di Molinella in particolare
ha ottenuto il riconoscimento De.Co.: esiste quindi
un disciplinare specifico che indica gli ingredienti e
le procedure da utilizzare per prepararlo. Per cucinare
Torta di TAGLIATELLE
PANONE
un panone tradizionale servono marmellata, uvetta,
cioccolato al latte, scorza d’arancio, farina, lievito, cacao
e spezie: una volta uniti tutti gli ingredienti l’impasto deve
essere versato in teglie rettangolari, per rispettare la forma
tradizionale del dolce. Sembra che il panone sia stato
messo in vendita per la prima volta nel 1913, presso una
gelateria di Molinella dove ancora oggi viene rispettata la
ricetta tradizionale. E non va confuso col certosino, che
è con i canditi.
SALSICCIA PASSITA DELLA PERTICA
DI MORA ROMAGNOLA
Così come il panone natalizio anche la salsiccia passita
è un prodotto tipico di tutto il bolognese, un risultato
dell’azione di “disfare il maiale”. Questa pratica era la
normalità in tutte le famiglie contadine, nelle quali il
maiale veniva allevato appositamente per essere macellato
e ricavare cibo che avrebbe sostenuto la famiglia per
molti mesi. La particolarità della passita di Molinella è
che viene preparata specificamente con carne di Mora
Romagnola, una varietà di suino autoctona italiana. La
carne degli animali adulti presenta una quantità di grassi
insaturi superiore rispetto a quella di altre razze: le More
Romagnole vengono macellate dopo aver compiuto 16
mesi per far sì che questa concentrazione sia massima.
Per preparare la salsiccia passita prima vengono scelte
le carni più magre del suino, a cui vanno aggiunti sale,
pepe, aglio spremuto e vino. La scelta del vino è molto
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SALSICCIA PASSITA
Confettura di NESPOLE
De.Co.
importante per conferire il sapore tipico al prodotto,
possono essere utilizzati il lambrusco, il pignoletto, il
trebbiano, il sangiovese e naturalmente il cabernet dei
Colli Bolognesi. L’impasto così ottenuto deve essere
insaccato in budello naturale, chiuso, e appeso a
stagionare a cavallo di una pertica, senza legature (è
proprio da questa azione che deriva il nome di questo
prodotto De.Co.).
NESPOLA DI MOLINELLA
La nespola è un frutto che appare subito “d’altri tempi”,
attualmente poco consumato. Un tempo invece sia
in campagna che in montagna le nespole venivano
abitualmente coltivate e raccolte. La nespola di Molinella
in particolare gode di una denominazione De.Co. e la
sua produzione e commercializzazione segue un preciso
disciplinare. Ad esempio gli alberi da cui provengono le
nespole devono essere coltivati nell’area del comune di
Molinella, oppure devono provenire da nespoli riprodotti
con materiale proveniente da tali piante. Questi alberi,
così come i loro frutti, sono molto rustici e perfetti per
i fertili terreni dell’area di Molinella; anche l’acqua
utilizzata per l’irrigazione è molto importante, deve essere
piovana o proveniente da maceri oppure sorgenti e pozzi
localizzati nel territorio di Molinella. Anche la dimensione
delle nespole stesse è indicata nel disciplinare: diametro,
lunghezza e peso. La raccolta della nespola di Molinella
si effettua a partire dalla seconda metà di novembre,
quando i frutti non sono ancora maturi: saranno pronti
per il consumo dopo aver passato tre/quattro settimane in
un luogo fresco, coperte da uno strato di paglia. Questi
frutti hanno un buon profilo nutrizionale, con un apporto
calorico basso, e sono ricchi di sostanze che contrastano
i radicali liberi.
014
1531
IN GIRO CON EXTRABO
Le proposte di eXtraBo per
luglio e agosto
Dalle stelle
ai castelli,
un’estate
per tutti
i gusti
Testi di Veronica Righetti
C’è chi aspetta l’estate per andare
lontano. E poi c’è chi sa che,
a pochi passi da casa, ci sono
storie da scoprire, paesaggi da
attraversare e attività da vivere.
Anche quest’anno, eXtraBO propone
un ricco calendario di esperienze
pensate per chi vuole esplorare il
territorio bolognese camminando,
osservando, ascoltando. Famiglie,
bambini, curiosi di ogni età e amanti
della natura troveranno decine di
occasioni per vivere Appennino e
pianura in modo attivo, coinvolgente
e sostenibile. Ogni appuntamento
è pensato non solo come un’uscita,
ma come un’esperienza immersiva,
un’opportunità per rallentare e
ricollegarsi con l’ambiente e con la
storia.
Castello di Palata Pepoli
EXTRABIMBI:
PICCOLI ESPLORATORI
Sono i bambini i protagonisti di
“eXtraBimbi”, un programma pensato
per far scoprire la natura attraverso il
gioco, la creatività e l’immaginazione.
Il 14 agosto, a Monghidoro, la pineta
si trasforma in un laboratorio a cielo
aperto con Sassi Dipinti. I partecipanti
andranno alla ricerca di sassi levigati
dai torrenti Savena e Idice per poi
trasformarli in piccole opere d’arte,
scoprendo forme e somiglianze
inaspettate. Un’attività che stimola
la fantasia, ma anche la conoscenza
del bosco e dei suoi abitanti, come il
lupo, simbolo dell’Appennino.
Il 17 agosto si torna nel verde
con Chiare, fresche e dolci acque
d’Appennino: un’escursione tra i
sentieri ombreggiati dell’Alpe di
Monghidoro, tra mulini antichi,
sorgenti e piccoli borghi. Un viaggio
sensoriale per conoscere l’acqua, gli
animali che la abitano e il “Re della
Montagna”.
VILLE E CASTELLI:
UN VIAGGIO NELLA STORIA
La rassegna “Ville e Castelli” è pensata
per chi ama scoprire il patrimonio
storico-artistico del nostro territorio. Il
10 luglio si apre il ciclo con l’elegante
Accademia dei Notturni, a Bagnarola
di Budrio, una villa settecentesca
immersa nella campagna, dove un
Osservatorio
Informazioni e prenotazioni
Tutte le attività sono prenotabili sul sito www.extrabo.com
oppure scrivendo a extrabo@bolognawelcome.it
Per informazioni: 051 6583109
tempo si riunivano intellettuali e
artisti. Il 13 luglio si sale tra i monti
per visitare Palazzo Comelli, a Bargi,
raffinato esempio di architettura
borghese montana con vista sul lago
di Suviana. Il 20 luglio è la volta della
pianura con la Pieve di Sala e Palazzo
Minelli, due gioielli architettonici
di epoche diverse ma strettamente
legati alla storia locale. Il 10 agosto
si torna in Appennino per ammirare
la Pieve di Roffeno, esempio di
romanico rurale immerso in un
borgo che conserva ancora il suo
fascino antico. Il 28 agosto si esplora
il Castello di Palata Pepoli, con il suo
cortile porticato e la vicina Chiesa
di San Giovanni Battista, custode di
importanti opere d’arte.
Settembre completa il viaggio con
tre tappe imperdibili: il 14 alla
suggestiva Rocchetta Mattei, castello
visionario tra gotico e moresco, il 21
a Budrio con un itinerario tra Palazzo
Comunale, pinacoteca, museo
archeologico, museo dell’Ocarina
e dei Burattini, per concludere con
la Bottega del legno della famiglia
Rapparini, custodi di antiche
tradizioni artigianali. Un percorso
tra bellezza, memoria e identità
che mostra come ogni pietra e ogni
angolo del nostro territorio possa
raccontare una storia; il 27 visita
guidata a Castel Guelfo e alle sue
torri medievali.
Corno alle Scale
STAR WALKS: LA MAGIA DELLE
NOTTI D’ESTATE
Chi l’ha detto che si cammina solo di
giorno? Con le “Star Walks” eXtraBO
invita a scoprire la natura al calar
del sole, tra suoni, racconti e cieli
stellati. Si comincia l’11 luglio con
Imbrunire sulla Montagna Sacra,
una suggestiva escursione serale sul
Montovolo tra leggende, poesia e
versi notturni. Il 17 e il 31 luglio si
cammina tra gli argini della pianura
fino all’Oratorio del Savignano, per
scrutare le costellazioni con l’aiuto
di un astrofilo.
Il 29 luglio si sale in quota per
Camminare tra i Pianeti, trekking
e osservazione astronomica in
Appennino. L’escursione prenderà
il via dall’Osservatorio Astronomico
Felsina e si snoderà lungo un tratto del
nuovo Sentiero dei Pianeti, inaugurato
lo scorso maggio dall’Associazione
Astrofili Bolognesi. Questo percorso
tematico è una deviazione suggestiva
della storica Piccola Cassia, l’antico
tracciato che collegava Nonantola
a Pistoia attraversando l’Appennino
tra Modena e Bologna. Lungo il
cammino, tappe dedicate ai pianeti
e agli elementi del sistema solare
accompagnano i viandanti in un
vero e proprio viaggio spaziale sotto
le stelle.
L’itinerario proposto toccherà
alcune di queste stazioni: Sole,
Mercurio, Venere, Terra, Marte, la
Fascia degli Asteroidi e Urano, in
un’avventura che unisce scienza,
cammino e meraviglia. Il 6 agosto,
al Corno alle Scale, è il momento
delle Costellazioni d’agosto, con un
percorso ad anello tra rifugi, laghi e
racconti celesti. Il 19 agosto si chiude
con una camminata lungo il Reno, tra
natura, storia e cielo stellato, fino alla
Club Alpino Italiano
Sezione di Bologna
Mario Fantin
Corso di CicloEscursionismo MTB
Livello base 2025
Il corso base di CicloEscursionismo MTB si rivolge
a tutte le persone che intendono avvicinarsi alla scoperta
e alla frequentazione dell’ambiente naturale con l’utilizzo
della mountain bike. Inizio del corso il 15 settembre.
Informazioni e iscrizioni sul sito ciclocai.caibo.it
Gruppo di
CicloEscursionismo MTB
Palazzo Minelli
storica villa di Palazzo Zambeccari.
Camminare di notte è un’esperienza
che cambia il ritmo, acuisce i sensi
e ci ricorda quanto la natura sia viva
anche quando il sole tramonta.
IL GUSTO DELL’ATTESA
In attesa dell’autunno, eXtraBO
prepara il ritorno dei “Weekend del
Gusto”, con passeggiate tra borghi e
sapori, alla scoperta delle eccellenze
enogastronomiche locali. Saranno
occasioni per abbinare il piacere
del cammino a quello della buona
tavola, tra degustazioni, incontri
con i produttori e narrazioni legate
alla cultura alimentare delle nostre
valli. E per chi ama le emozioni forti,
non mancherà l’appuntamento con
il “Bramito del Cervo”: date ancora
da definire, ma esperienza da non
perdere per vivere l’Appennino nella
sua veste più selvaggia e autentica.
22
18
da fare
Alcuni degli eventi che
animeranno la pianura
nella stagione più calda
feste
d’Estate
nella Bassa
bolognese
Testi di Valentina Balletti
L’estate in pianura si anima di
appuntamenti che mescolano arte,
musica, cinema e tradizione popolare.
Ecco alcuni degli eventi più emblematici.
SEMENTERIE A CREVALCORE
Le Sementerie Artistiche sono una
vera oasi creativa dove l’arte incontra
l’agricoltura. Nato dal recupero di una
vecchia azienda agricola, questo centro
culturale propone un ricco calendario
(dal 4 luglio al 3 agosto) di spettacoli
teatrali, residenze artistiche, laboratori e
concerti, con una particolare attenzione
alla sperimentazione e all’inclusione
sociale. www.sementerieartistiche.it/
SAN GIOVANNI 50
A San Giovanni in Persiceto (30 agosto-1
settembre e 6-8 settembre) c’è San
GiovAnni 50, una festa a tema che rievoca
l’atmosfera degli anni Cinquanta.L’evento
propone concerti rock’n’roll, spettacoli
itineranti, mercatini a tema e street food
ispirato all’America dell’epoca.
Facebook/San Giov Anni 50
RENO ROAD JAZZ LUNGO IL FIUME
Il Reno Road Jazz è un festival itinerante
che fino al 14 agosto segue il corso
del fiume Reno, toccando vari comuni
della pianura bolognese. Ogni tappa
è un’occasione per ascoltare grandi
musicisti jazz italiani e internazionali
in location suggestive: cortili, giardini
storici, piazze e teatri all’aperto. Il festival
si distingue per la qualità delle proposte
artistiche, la capacità di coinvolgere il
pubblico in modo informale e l’attenzione
al territorio.
www.renogalliera.it/news-unione
B’EST MOVIE ALL’APERTO
Il B’Est Movie è una rassegna
cinematografica estiva che fino al
5 agosto porta il grande schermo
nei parchi e nelle aree verdi della
pianura bolognese. Organizzata in
collaborazione tra diversi comuni, la
manifestazione propone film d’autore,
commedie italiane, classici e pellicole
per famiglie, spesso introdotti da registi
o critici. Le proiezioni avvengono in
contesti suggestivi e naturali, favorendo
un’atmosfera rilassata e conviviale.
Facebook: Rassegna B’Est Movie
Instagram @rassegnabestmovie
LA CUCOMBRA A SAN MATTEO
La Sagra della Cucombra (4-6 e 10-13
luglio), conosciuta anche come Sagra
dei Sapori, è uno degli appuntamenti
estivi più rinfrescanti della pianura. Si
svolge a luglio presso la Corte Castella
di San Matteo della Decima, frazione
di San Giovanni in Persiceto, e celebra
i prodotti tipici locali, in particolare
cocomeri e meloni, coltivati in un
territorio che vanta una lunga tradizione
agricola. Gli stand gastronomici offrono
piatti della tradizione emiliana, come
gnocchini fritti, salumi, pesce fritto e
rane fritte, oltre naturalmente a cocomeri
e meloni serviti a fette.
www.carnevaledidecima.it/
FUNKYLAND A SAN GIOVANNI
Nel cuore dell’estate persicetana,
Funkyland (19 luglio) trasforma il centro
storico in una grande pista da ballo a
cielo aperto. Questo festival musicale,
giovane ma già amatissimo, celebra i
ritmi travolgenti del funk, della disco, del
soul e dell’hip hop con una line-up che
unisce dj set esplosivi, concerti dal vivo
e performance artistiche. L’atmosfera è
elettrica, tra luci psichedeliche, street
food, drink artigianali e una community
affiatata che condivide la passione per la
musica nera e le sue vibrazioni positive.
www.funkyland.it/
FESTA DEI GIOVANI A PIEVE
A Pieve di Cento dal 4 al 7 settembre
un evento organizzato da e per le
nuove generazioni. Il programma
spazia dai concerti live alle dj set,
dalle attività sportive agli spazi dedicati
all’associazionismo e alla creatività,
oltre alla tradizionale fiera di macchine
agricole.
www.comune.pievedicento.bo.it/
IT.A.CÀ E IL TURISMO LENTO
Anche nella pianura bolognese fa tappa
IT.A.CÀ, il primo e più importante festival
italiano dedicato al turismo responsabile
e sostenibile. L’edizione locale (termina
a ottobre) propone itinerari a piedi e in
bici, incontri culturali, degustazioni a km
zero, esperienze immersive e laboratori
pensati per esplorare il territorio con
sguardo critico e consapevole.
www.festivalitaca.net
FESTA DELLA CANAPA
Il Museo della Civiltà Contadina di San
Marino di Bentivoglio apre le porte a una
delle rievocazioni storiche più originali
e interessanti del territorio: Andar per
Maceri – Festa della Canapa. L’evento
celebra una delle colture più importanti
della tradizione agricola locale, con
dimostrazioni pratiche di lavorazione
della canapa, visite guidate ai vecchi
maceri, mercatini tematici, laboratori
artigianali e narrazioni storiche.
www.museociviltacontadina.bo.it/
Per restare sempre aggiornato sugli eventi della bassa bolognese: turismoinpianura.cittametropolitana.bo.it
a bologna
La rassegna curata da Riccardo Pazzaglia nel cortile del
Comune fino al 18 settembre
BURATTINI A PALAZZO
Anche quest’estate Bologna celebra una
delle sue tradizioni più affascinanti: il
teatro di figura. È già in corso la rassegna
“Cuccoliana - Burattini con Whang”,
che fino al 18 settembre trasformerà la
suggestiva Corte d’Onore di Palazzo
d’Accursio, in Piazza Maggiore, in un
palcoscenico incantato.
Diretta da Riccardo Pazzaglia, la rassegna
rende omaggio alla “rivoluzione” portata
dai burattinai ottocenteschi Filippo e
Angelo Cuccoli, che elettrizzavano il
pubblico proprio in Piazza Maggiore con
la loro satira pungente. A 120 anni dalla
scomparsa di Angelo Cuccoli, gli spettacoli
celebrano l’antico repertorio che ha
fondato i canoni del burattino bolognese.
Il programma è ricco di commedie, fiabe
e drammi, garantendo puro divertimento
con la comicità scanzonata dei nostri
eroi dalla testa di legno. Tra i prossimi
appuntamenti, giovedì 10 luglio andrà in
scena “La vendetta della Strega Morgana”
con Sganapino e Fagiolino. Gli spettacoli
sono consigliati dai 5 anni in su.
Raggiungere il cuore di Bologna è facile,
anche in bici, grazie al bike parking
attrezzato a Palazzo d’Accursio. I biglietti
possono essere acquistati in prevendita
online su Vivaticket o presso l’infopoint
di Piazza Maggiore, oppure direttamente
in loco dalle 20:00. Diventare soci di
“Burattini a Bologna” offre inoltre vantaggi
e ingressi a prezzi speciali.
DA FARE IN APPENNINO: RESTA AGGIORNATO
FESTIVAL E RASSEGNE
Da giugno a settembre torna Crinali, il festival
dedicato agli amanti della natura, con passeggiate,
concerti e spettacoli in tante magiche location:
www.crinalibologna.it
Dal 5 giugno al 10 agosto Estate ai 300 scalini: da
giovedì al sabato lo spazio nel Parco San Pellegrino,
accoglie una stagione culturale nella quale convivono
teatro, musica, serate sociali e partecipative,
proiezioni, yoga e arti varie
Sabato 5 luglio Rock al grot a Labante (Castel
d’Aiano)
Borghi Divini - 5 luglio a Pian del Voglio, 11 luglio
a Castiglione, 26 luglio a Qualto, 23 agosto a Borgo
Musolesi, 30 agosto a Roncastaldo, 13 settembre a
Montorio.
Dal 9 luglio al 27 agosto I concerti della
Cisterna a Monghidoro
Dal 24 al 27 luglio Porretta Terme ospita la 37ª
edizione del Porretta Soul Festival. L’evento,
riconosciuto come uno dei più importanti festival
soul e R&B d’Europa, animerà il Rufus Thomas Park
con un ricco cartellone di artisti internazionali. Oltre
ai concerti a pagamento, Piazza Libertà vibrerà con
esibizioni gratuite e un’ampia offerta di Street Food.
Servizio di bus notturno con Tper.
FESTE E SAGRE
Da giovedì 10 a domenica 13 luglio festa bavarese a
Lizzano in Belvedere
Da giovedì 17 a domenica 20 luglio festa della fontana a
Bombiana (Gaggio Montano)
Da giovedì 17 a domenica 20 luglio Sassofest - a tutta
birra! a Sasso Marconi
Sabato 19 luglio festa della birra a Castiglione dei Pepoli
Sabato 28 luglio festa del borgo a Vidiciatico (Lizzano in
Belvedere)
Dall’8 al 10 agosto festa di San Lorenzo a Castiglione dei
Pepoli
Domenica 10 agosto sagra del tortello di patate a
Roncobilaccio (Castiglione dei Pepoli)
Venerdì 15 agosto 75esima sagra dello zuccherino a
Grizzana Morandi e sagra del tartufo nero a Camugnano
Dal 21 al 23 agosto Vidiciatico street food a Vidiciatico
(Lizzano in Belvedere)
Venerdì 22 e sabato 23 agosto festa medievale a Castel di
Casio
Dal 29 al 31 agosto Montagna in fiera a Castiglione dei
Pepoli
Dal 5 al 7 settembre Fira di Sdaz a Sasso Marconi
Dal 6 all’8 e dall’11 al 14 settembre festa della Madonna
della Cintura al Farneto (San Lazzaro di Savena)
19
IN GIRO CON APPENNINOSLOW
Estate 2025
Viaggi di gruppo con guida alla scoperta
dell’Italia che non ti aspetti (e non solo)
L’estate un passo
dopo l’altro
A cura di Paola Gianotti
Le proposte estive di AppenninoSlow sono
pensate per chi cerca autenticità, natura,
storie locali e piccoli gruppi con cui
condividere l’esperienza. Le guide ambientali
escursionistiche accompagneranno ogni
passo: porteranno dentro i luoghi, e non solo
verso una meta. I cammini diventano così
esperienze totali, che coinvolgono il corpo e
lo spirito, lontano dalle rotte battute.
I CAMMINI PIÙ AMATI
Nelle proposte non mancano i grandi
classici, quelli che non smettono mai di
emozionare. La Via degli Dei, da Bologna
a Firenze, attraversa panorami spettacolari e
borghi ricchi di storia. Nel 2024 è diventata
il primo cammino sostenibile al mondo, un
invito a percorrere ogni tappa con lentezza
e attenzione, guidati da esperti che sanno
raccontare il territorio e le sue storie. Da
Fiesole all’Appennino bolognese, ogni
tratto custodisce una meraviglia inattesa, tra
natura e tracce di storia. Per chi desidera
un’esperienza diversa, la Via della Lana
e della Seta, da Bologna a Prato, offre un
percorso che attraversa luoghi della memoria
e paesaggi in cui la natura conserva intatto
il suo carattere selvaggio, con cavalli liberi
e angoli poco conosciuti. È un itinerario che
intreccia archeologia industriale, storia del
lavoro e panorami incontaminati.
A fine settembre torna anche la Via
Medicea, tra ville storiche, paesaggi toscani
e una bellezza architettonica che racconta
il Rinascimento. Il cammino segue le orme
della famiglia Medici, tra arte, cultura
e colline coltivate, immerse nella luce
morbida dell’autunno. E per chi desidera
un’esperienza accessibile a tutti, ecco il
Cammino di San Francesco, sia in versione
classica, che nella sua versione inclusiva,
adatto a persone ipovedenti, con guide
specializzate e un’organizzazione attenta e
sensibile. Un viaggio che unisce spiritualità,
condivisione e accessibilità. Un’occasione
per vivere l’Appennino con occhi diversi,
dove ogni passo diventa incontro.
DUE PASSI PER LO STIVALE
Per chi desidera un’estate fuori dal comune,
Appennino Slow propone itinerari che
attraversano l’Italia da nord a sud, includendo
isole e angoli nascosti. Cammini poco
frequentati, da scoprire in compagnia delle
guide, immersi in natura, storia e panorami
sorprendenti.
Cammino dei Briganti – Tra Lazio e Abruzzo,
tra storie di frontiera e natura selvaggia.
Seguendo le tracce degli antichi briganti, si
attraversano valli remote, faggete ombrose e
minuscoli borghi che conservano il sapore del
passato.
Molise da scoprire – Un viaggio rurale tra
borghi, silenzi e autenticità. Un itinerario che
restituisce dignità a un territorio dimenticato,
tra transumanze, tratturi e accoglienza
sincera.
Cammino dei Borghi Silenti – Nelle colline
umbre più nascoste, in partenza a fine estate.
Sentieri dolci tra boschi e piccoli paesi dove il
tempo sembra essersi fermato, in un’Umbria
intima e contemplativa.
Santa Barbara
Iglesias
Tour de Six
Alpi Apuane – Tra cielo e mare, con panorami
mozzafiato e il mare all’orizzonte. Un
itinerario per chi ama i contrasti forti: rocce
bianche, profumi di macchia e affacci
vertiginosi.
Cammino Minerario di Santa Barbara – Nelle
viscere della Sardegna, tra miniere dismesse e
paesaggi lunari (in partenza a fine estate). Un
viaggio nella memoria del lavoro e della terra,
in una Sardegna poco raccontata.
Pantelleria, la figlia del vento – Un trekking
tra terra e mare, nella perla nera del
Mediterraneo. Tra muretti a secco, dammusi
e calette segrete, il cammino rivela un’isola
aspra e accogliente, modellata dal vento e dal
fuoco.
Via del Gesso – Alla scoperta della Vena
del Gesso Romagnola, lungo un crinale
unico in Europa. Un itinerario geologico e
paesaggistico che attraversa grotte, calanchi
e borghi medievali, tra affacci spettacolari e
natura selvatica.
Giro del Lago di Garda – Da Gargnano a
Garda, a fine estate. Un cammino tra oliveti,
limonaie, sentieri a picco sull’acqua e borghi
dal fascino mediterraneo. Il lago più grande
d’Italia si svela passo dopo passo, in un
percorso che alterna natura, cultura e scorci
indimenticabili.
Via Francigena – Da Lucca a Siena, sui passi
dei pellegrini medievali. Un cammino tra
pievi romaniche, cipressi e colline toscane,
attraversando borghi iconici come San
Gimignano e Monteriggioni, fino all’arrivo
nella splendida Siena.
E per chi ama l’alta quota, non mancano
proposte più impegnative ma di grande
suggestione:
Tour des Six – In Valle d’Aosta, per attraversare
sei valli laterali del Monte Bianco. Un viaggio
ad anello tra rifugi, ghiacciai e tradizioni
alpine, con lo sguardo sempre rivolto alle
cime.
Giro del Monviso – Intorno al Re di Pietra, tra
natura selvaggia e rifugi in quota. Un classico
dell’escursionismo, dove il silenzio della
montagna accompagna ogni passo.
UN SALTO OLTRE CONFINE
Nel 2025 Appennino Slow apre un nuovo
capitolo: quello dei viaggi responsabili oltre
i confini italiani. Il primo appuntamento è nei
Balcani, lungo la Via Dinarica, un itinerario
che attraversa il Parco Nazionale delle
Montagne Maledette, tra canyon profondi,
laghi alpini, grotte e vette selvagge.
Un trekking pensato per chi vuole esplorare
con rispetto: per l’ambiente, per le culture
locali, per le persone che vivono i territori
attraversati. È un modo di viaggiare che
fa bene a chi parte e a chi accoglie, in un
dialogo autentico che mette al centro
l’incontro. Dormire in guesthouse familiari,
mangiare cibo locale, sostenere l’economia
dei villaggi: ogni gesto fa parte del cammino.
La Via Dinarica non è solo un nuovo tracciato:
è un ponte tra i Balcani e l’Appennino,
una nuova declinazione di quello stesso
approccio lento e consapevole che da anni
guida il nostro modo di camminare. Un
orizzonte che si apre, senza perdere le radici.
INFO E PRENOTAZIONI
Ogni proposta nasce da un lavoro
condiviso con le comunità locali:
scegliamo con cura gli itinerari,
collaboriamo con produttori del
territorio e costruiamo esperienze
che lascino un segno. Camminare con
Appennino Slow non significa solo
spostarsi, ma entrare in contatto con
un altro modo di abitare il mondo — un
turismo che fa bene sia a chi parte, sia
a chi resta.
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Valle del Reno
A Campolo è nata una cooperativa di
Comunità per valorizzare il territorio
PALENS:
persone, storia
e natura
Testi di Francesca Chelini
Presidente di Palens – Cooperativa di Comunità
Alle pendici del Montovolo, il 27 settembre 2023, dopo una lunga
gestazione, nasce “Palens”. Questo nome è ispirato all’antico
oronimo del Montovolo, Monte Palense, dedicato a Pale, Dea etrusca
e romana della pastorizia, dell’allevamento e dei pascoli. La sfida,
nella scelta del nostro nome, era quella di racchiudervi il genius loci
di questo territorio, un’identità indissolubilmente legata alla natura
fiabesca di questo monte e alla sua arenaria, quella con cui, per secoli,
gli abitanti di queste zone hanno costruito gli edifici più importanti,
soprattutto le loro case. Siamo immersi in uno dei paesaggi più belli
e densi di tradizione dell’Appennino Bolognese e volevamo che tutto
questo fosse contenuto in un’unica parola.
Palens è una Cooperativa di Comunità e non ci sarebbe questa
comunità senza la sua storia antica di popolazioni etrusche,
confini longobardo-bizantini, chiese comacine, pellegrinaggi, cave,
scalpellini e poi ancora paesaggi morandiani, fiumi, lupi, cammini,
zone protette e tante, tante persone tenaci...
Il cuore della nostra Cooperativa è il paese di Campolo, dove è
nata, ma il suo territorio di pertinenza comprende tutto il Comune
di Grizzana Morandi e la Valle del Limentra: due fiumi, il Reno
e il Setta, e un torrente, il Limentra, un’alpe gemina costituita dal
Montovolo e dall’inconfondibile Monte Vigese, suggestivi borghi in
arenaria come gli Sterpi, La Scola, Ca’ d’Orè, Collina, Veggio e molti
altri; il Santuario della Madonna della Consolazione di Montovolo,
la Chiesa di San Lorenzo di Vimignano, la Chiesa di Santa Maria
Assunta di Riola, progettata da Alvar Aalto; la Rocchetta Mattei, la
Casa Museo Giorgio Morandi, i Fienili del Campiaro e talmente tanti
luoghi di interesse e fascino che è difficile citarli tutti. Un fazzoletto
di terra, si usa dire, ma con una densità di bellezza, emergenze
artistiche, culturali e naturali eccezionale.
È un territorio straordinario, ma non sempre facile da abitare, una
condizione comune a molte aree del nostro Appennino, da decenni
interessate da un costante spopolamento. Sappiamo che, a partire
dalla pandemia, si è registrata una lieve inversione di tendenza, ma
resta il fatto che questi luoghi, dal punto di vista demografico, non
sono più quelli di un tempo. In questo contesto nasce il Progetto Pilota
“Da Campolo l’arte fa Scola. Progetto di rigenerazione culturale del
borgo di Campolo a sistema con La Scola e la Rocchetta Mattei”, che
si è aggiudicato, per l’Emilia Romagna, il finanziamento previsto dal
Bando Borghi linea A del P.N.R.R.. La rigenerazione di un territorio
ha bisogno delle persone che lo abitano per attuarsi e così nasce la
nostra Cooperativa sociale di Comunità.
Nella scorsa primavera ha preso avvio una coprogettazione con
il Comune di Grizzana Morandi, con l’obiettivo di dare forma
a iniziative concrete al servizio del territorio. Tra queste, ci siamo
fatti ponte tra il Comune e i cittadini di Campolo, nella gestione di
disagi e criticità legati ai grandi lavori di riqualificazione urbanistica
e impiantistica del paese. Stiamo lavorando al rilancio turistico
dell’area, contribuendo anche all’organizzazione di eventi culturali
e sportivi, per ridare nuova linfa e visibilità a una comunità ricca di
storia, natura e opportunità.
Palens ha iniziato la sua attività l’estate scorsa proponendo escursioni
a piedi e in e-bike, visite guidate, eventi dedicati a Campolo, con
l’obiettivo di valorizzare e connettere le diverse anime del territorio.
Abbiamo collaborato con ristoratori, Pro Loco e associazioni locali
per servizi di catering ed in occasione di escursioni ed eventi.
Poichè l’essenza della Cooperativa è costruire reti, integrare risorse e
valorizzare il potenziale già presente, continueremo su questa strada,
ampliando sempre di più le collaborazioni e le sinergie sul territorio.
Quest’anno le nostre proposte turistiche entreranno ufficialmente
nel programma di “Bologna Estate 2025”, il cartellone di attività
promosso e coordinato dal Comune di Bologna e dalla Città
metropolitana di Bologna - Territorio Turistico Bologna Modena,
con il titolo “Fuga in Appennino - i paesaggi appenninici di Giorgio
Morandi, gli Scalpellini e la Mela Rosa Romana”, un viaggio tra
arte, natura e tradizione. Continua la nostra proficua collaborazione
con il Festival “Crinali”, per cui ci occuperemo di visite guidate
ed escursioni. Grazie alla collaborazione con Appennino Slow
ed eXtraBO porteremo in questo lembo di Appennino esperienze
immersive dedicate al cervo e al suo bramito, alle magie del foliage
autunnale, e al fascino delle escursioni notturne.
La cosa che ci emoziona di più è l’apertura imminente de “L’angolo
di Palens”, la nostra prima attività commerciale, situata a Riola
Ponte, frazione di Grizzana Morandi. Un angolo di Appennino
dedicato alla cucina di alcuni ristoratori locali e a prodotti del
territorio. Nel nostro punto vendita, a pochi passi dalla Stazione di
Riola di Vergato e dalla suggestiva Rocchetta Mattei, sarà possibile
acquistare piatti da asporto preparati da chi da anni cucina in questa
terra, scoprire sapori a km zero, sfogliare e acquistare libri dedicati
al nostro territorio, ricevere informazioni turistiche e noleggiare
e-bikes per partire all’esplorazione di questa parte di Appennino.
Se abitate nella zona di nostra competenza, vi lavorate o avete qui
la seconda casa, potete diventare nostri soci. Per tutti, invece: vi
aspettiamo qui, alla confluenza tra Reno e Limentra, sul Montovolo,
a Campolo e in qualsiasi lembo di Appennino bolognese vogliate
esplorare.
Seguiteci sulla nostra pagina facebook e sul nostro sito www.palens.it.
SUCCEDE SOLO A BOLOGNA
In un anno oltre tremila escursionisti si sono
messi in viaggio, rigorosamente a piedi, da
Piazza Maggiore alla Rocca di Bazzano,
ripercorrendo l’antica strada del vino
Lungo la Via
dei Brentatori
Nel giugno dello scorso anno veniva inaugurata ufficialmente
da Succede solo a Bologna la Via dei Brentatori, storico
cammino che oggi unisce la Piazza Maggiore di Bologna
con la Rocca di Bazzano, sulle tracce del percorso
compiuto a partire dal XIII secolo dai Brentatori per il
trasporto del vino. Da quel giorno, sono stati oltre 3mila
(3.523 per la precisione) gli escursionisti (in gruppo o in
solitaria, a tappe o in un solo giorno) che hanno deciso di
percorrere i circa 50 km di questo cammino, realizzato con
la collaborazione del Cai Sezione di Bologna. Cinque sono i
comuni attraversati dalla Via (Bologna, Casalecchio di Reno,
Zola Predosa, Monte San Pietro e Valsamoggia), territori che
legano il passato e il presente della Compagnia dell’Arte dei
Brentatori. La prima storica sede della Compagnia sorgeva
infatti in via de’ Pignattari, accanto alla Basilica di San
Petronio, mentre oggi è ospitata alla Rocca dei Bentivoglio
di Bazzano.
Lungo il tracciato, passando dal Parco della Chiusa ai
Gessi di Zola Predosa, si incontrano, tra le altre meraviglie,
il Santuario della Beata Vergine di San Luca, il borgo di
Oliveto, l’Abbazia di Monteveglio e la Rocca di Bazzano.
A raccogliere tutte le informazioni utili su percorso, tappe
consigliate, luoghi da non perdere e strutture ricettive
c’è il sito www.viadeibrentatori.it, che in questi mesi ha
contato ben 51.557 click di utenti alla ricerca del percorso
da seguire, delle deviazioni lungo la strada (dal giorno
dell’inaugurazione non sono mancati purtroppo alluvioni,
frane e lavori che hanno modificato il tracciato in alcuni
punti), i consigli pre-partenza e tanto altro. A proposito di
informazioni utili, meglio partire ben equipaggiati con la
cartoguida ufficiale, in modo da avere sempre a portata di
mano km da percorrere per ogni tappa, punti di interesse da
ammirare e proposte su strutture in cui mangiare e dormire.
Da giugno 2024 sono state 766 le cartoguide acquistate,
mentre sono state 2.698 le credenziali vendute ai
camminatori. Queste ultime rappresentano gli immancabili
passaporti di viaggio in cui raccogliere i timbri nelle
strutture accreditate e avere così uno speciale ricordo del
cammino compiuto. E per chi ha completato il cammino
c’è ovviamente la Pergamena dei Brentatori, il documento
che attesta il completamento del percorso e che sancisce
anche l’entrata a far parte dell’Albo Amici dei Brentatori.
Un ruolo importante lungo il tracciato lo hanno anche
le oltre cento strutture – agriturismi, hotel, B&B, cantine,
ristoranti – che ogni giorno sono state pronte ad accogliere
i camminatori, offrendo non solo un letto o un pasto ma
anche consigli e sostegno. Un progetto, quello della Via dei
Brentatori, che ha quindi visto tante realtà e attività unite
per un unico obiettivo: valorizzare le ricchezze storicoartistiche
e naturali dei comuni attraversati.
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presso tutte le Filiali della Banca. La concessione dei Prodotti ESG è in ogni caso subordinata alla sussistenza dei necessari requisiti
in capo al cliente richiedente, nonché all’approvazione della Banca.
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LA NOVITà
Un nuovo cammino ad anello di 90
chilometri da Vergato a Vergato passando
per Grizzana Morandi e Castel d’Aiano in
un territorio ricco di natura, storia e arte
I Tesori del Reno
in sei tappe
Testi di Filippo Benni
La nebbia sulla Rocca di Roffeno
Palazzo Capitani della Montagna - Vergato
Parco Storico Monte Rocca
Sei tappe, o tre se si percorre in bici e non a piedi, 94 chilometri
e oltre 3 mila e 500 metri di dislivello. Questi i numeri del nuovo
cammino, appena tabellato con oltre 500 cartelli e le cui tracce
Gps sono già disponibili sul sito del nuovo percorso pensato per
far conoscere le eccellenze naturali, storiche e artistiche della
valle del Reno.
Si chiama appunto I Tesori del Reno, promosso dall’associazione
Teamleggero, il cammino che questa estate amplierà l’offerta di
turismo lento della nostra provincia. A differenza della Via degli
Dei o della Piccola Cassia, i Tesori del Reno è un percorso ad
anello. Pensato da Vergato a Vergato (che è raggiungibile in treno),
il cammino in realtà si può iniziare e finire dove si preferisce.
Lungo le sei tappe (anche queste si possono modificare a
piacimento), le strutture ricettive non mancano e delle oltre 40
attività presenti (tra ristorazione e pernottamenti) una trentina
sono convenzionate con il cammino e prevedono prezzi speciali
e offerte per i camminatori.
I Tesori del Reno, come detto, attraversa tre Comuni (Vergato,
Grizzana Morandi e Castel D’Aiano) e coniuga natura e storia,
ma anche l’arte. A Vergato, prima di incamminarsi verso Graziana
Morandi, immancabile la visita alla bellissima Piazza Capitani,
dove sorge il municipio, al museo Ontani e alla vicina fontana
realizzata su progetto del grande artista. A Grizzana si incontrano
i fienili del Campiaro e la Casa Museo di Giorgio Morandi. Il
Grotte di Soprasasso
percorso prosegue verso Montovolo, dove si possono ammirare il
bellissimo Santuario della Beata Vergine e l’affascinante Oratorio
di Santa Caterina di Alessandria, ma anche il più profano
Museo del Borlengo. Si continua poi verso il Borgo incantato
de La Scola, si passa dalla Rocchetta Mattei e, sopra Riola,
dalle grotte di Soprasasso e da quelle di Labante. Si arriva poi
a Castel d’Aiano, dove si può visitare il Museo delle Storie della
Linea Gotica e ammirare il plastico Multimediale della seconda
Guerra Mondiale. Il cammino punta poi verso Rocca di Roffeno,
attraversando altri luoghi carichi di storia e con molti edifici a
torre tipici dell’Appennino, e Tolè, che con oltre 100 opere di vari
artisti disposte lungo le vie del paese è un vero e proprio museo
a cielo aperto. Per finire l’itinerario manca solo Cereglio, ai piedi
del Monte Pero, prima di fare ritorno a Vergato.
“Sappiamo che l’offerta di cammini sul nostro territorio è già
molto nutrita, il nostro obiettivo è quello di dare visibilità anche ai
territori tra il Reno e il Panaro e alle bellezze che li caratterizzano
facendo restare i fruitori in queste zone per più giorni”,
spiegano i promotori del progetto ideato da Davide Muzzarini
in collaborazione con il Cai, in partnership con Trekking Italia, e
con il sostegno di Emil Banca e di altre realtà locali. “La vera forza
dell’idea - continuano - risiede non solo nella bellezza di boschi
e panorami ma nella pregiata e numerosa presenza di emergenza
storiche, architettoniche e artistiche di alto spessore che si
incontrano lungo il cammino. I Tesori del Reno è un percorso
fruibile quasi tutto l’anno e in grande sicurezza, sia in solitario
che in compagnia. Complessivamente il tracciato ha fondo misto
con prevalenti tratti di sentiero nei boschi e di strada sterrata, con
una quota inferiore al 20% di strade secondarie asfaltate”.
La Scola
IL TRACCIATO
TAPPA 1
VERGATO - GRIZZANA | 13 KM
Partenza da Vergato, in salita sino al Crinale
del Poggio di Carviano, Monte Pezza, Veggio,
Grizzana .
TAPPA 2
GRIZZANA - RIOLA | 17 KM
Si passa da Stanco, Villaggio Etrusco, Sterpi, La
Scola e Riola di Vergato dove sorge la Rocchetta
Mattei
TAPPA 3
RIOLA - CASTEL D’AIANO | 16 KM
SI passa dalle località Costonzo, Grotte si
Soprasasso, Grotte di Labante, e i Monti
TAPPA 4
CASTEL D’AIANO - ROCCA DI ROFFENO | 16 KM
É la tappa dedicata alla Linea Gotica, si passa da
Monte Spe, Torre Jussi, Monte 913, Monte la Serra,
Santa Lucia, Monte Pigna, le Tavole, Malpasso, e
Monte Rocca
TAPPA 5
ROFFENO - CEREGLIO | 18 KM
Si passa da Tabernacolo, Pieve di Roffeno,
Vedettola e Tolè
TAPPA 6
CEREGLIO - VERGATO | 13 KM
Si passa da Monte Pero e Liserna
Info e tracciato: www.camminotesoridelreno.it
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Tracce di storia
Bologna
La rocambolesca storia di due dipinti di pregio: la “Santa
Maria Maddalena portata in cielo dagli Angeli” eseguita
da Ercole Graziani junior per una chiesa di via Zamboni e
“la Vergine Assunta in cielo” di Lorenzo Costa conservata
nell’Abbazia di Moteveglio
Madonne e Sante
tra sparizioni
e ricomparse
Testo di Gian Luigi Zucchini
Il territorio bolognese, dentro e fuori
città, è ricco, tra l’altro, di numerosi
documenti artistici, che hanno pure
una loro storia; alcuni, nel tempo
- ma anche oggi - sono oggetto di
misteriose sparizioni e - purtroppo non
sempre - di improvvisi ritorni, quasi
un loro andare e venire tra botteghe
d’antiquariato, collezionisti anonimi,
celle monacali, altari solenni ed umili
pievi di montagna.
Due di queste misteriose sparizioni,
con conseguente ricomparsa, sono
avvenute in questi ultimi tempi anche
nel bolognese. Episodi sicuramente
non unici, ma opportuni per essere
considerati e studiati come esempio di
altri fatti simili. Ed inoltre per segnalare
come la storia di ogni cosa sia un
intreccio di eventi che coinvolgono il
passato, il presente, e in molti casi pure
il futuro, come è appunto la modesta
storia dei due interessanti dipinti, che
cerco di riassumere in queste righe,
sicuramente insufficienti e tuttavia
importanti.
Si tratta di due dipinti di argomento
religioso, realizzati su grandi tele, per
essere collocate su altari o in absidi di
ampie dimensioni: una rappresenta
“Santa Maria Maddalena portata in
cielo dagli Angeli”; l’altra, “la Vergine
Santa Maria Maddalena portata
in cielo dagli Angeli - Il dipinto di
Ercole Graziani junior (1688/1765)
conservato nella chiesa di Santa Maria
Maddalena in via Zamboni, a Bologna
Assunta in cielo” entro una ghirlanda di
angeli musicanti.
La prima di queste opere fu dipinta
da Ercole Graziani junior (1688/1765)
nella seconda metà del secolo XVIII,
(all’incirca tra il 1749 e il 1765), e
rappresenta Santa Maria Maddalena
portata in cielo dagli Angeli. Nella storia
leggendaria della santa, narrata nella
Legenda Aurea da Jacopo da Varagine,
si racconta infatti che Maria Maddalena,
approdata miracolosamente, dopo
la morte di Cristo, presso la foce del
Rodano, visse in preghiera e penitenza
entro una grotta, e si nutriva soltanto
di beate visioni spirituali, essendo
portata ogni giorno, al crepuscolo, in
cielo dagli Angeli. Così fino alla morte,
avvenuta in povertà assoluta ed in
assidua e costante penitenza.
Nelle schedature d’archivio c’è tuttavia
un errore, apparentemente modesto,
ma di significativo valore teologico:
si tratta del titolo del dipinto, che
parla di “Maria Maddalena assunta in
cielo”, invece l’episodio, che peraltro
è soltanto leggendario, non tratta di
assunzione ma viene spiegato come
Maria Maddalena portata in cielo dagli
angeli. Per la religione cattolica romana,
l’assunzione al cielo fu soltanto di
Maria madre di Gesù
L’opera, eseguita per la chiesa bolognese
di Santa Maria Maddalena in via
Zamboni, rappresenta appunto l’evento
miracoloso, dove la santa, in preghiera
e quasi raccolta anche fisicamente in se
stessa, appare sostenuta da tre angeli
preceduti da due cherubini, in una luce
soffusa, tra prime ombre vespertine e,
in basso, cenni di un paesaggio ideale,
con una crocifissione che s’intravvede
appena e conclude l’opera quasi in un
silenzio surreale carico di spiritualità.
Un particolare che sfugge quasi sempre
a molti è il crano posto ai piedi della
croce, simbolo del vecchio Adamo che
muore per lasciare il posto al nuovo
Adamo che è Cristo crocifisso.
L’opera fu ad un certo punto prestata
all’Ospizio di San Vincenzo de
Paoli in via Barberie a Bologna; poi,
all’inizio degli anni ‘50 del secolo
scorso, all’antica chiesa abbaziale
di Barbarolo, in comune di Loiano,
per ulteriore decoro della chiesa, già
assai deteriorata dal tempo e priva
ormai di opere di grandi dimensioni
artisticamente rilevanti.
Trasportata dunque in Appennino, là
rimase fino a quando la chiesa, a causa
delle sempre più scarse vocazioni
religiose e conseguentemente della
carenza di preti, fu affidata, dopo una
lunga serie di parroci abati, ad un
Amministratore Pastorale
Il dipinto restò tuttavia a Barbarolo,
dove da tempo la popolazione
aveva interpretato l’immagine come
Assunzione di Maria al Cielo, finchè -
per opera di alcuni interessati - l’opera
riapparve nella sacrestia della chiesa
dedicata alla Maddalena a Bologna,
da dove era partita e dove quasi
fortunosamente è ritornata ormai da
alcuni anni, a bordo, data la dimensione
e il peso, di un grosso automezzo. Dopo
questo ritorno, l’opera, peraltro ancora
in buone condizioni, fu ripulita e
restaurata là dove occorreva, ed appare
ora in una splendida atmosfera intrista
di foschia e di luce, dove la Santa
pare immergersi in un trascendentale
abbandono.
L’altra sparizione e successiva
comparsa di cui stiamo qui dando
notizia avvenne nell’antichissima
abbazia di Monteveglio, sui primi colli
dall’Appennino quasi al confine con la
provincia di Modena.
Si tratta anche in questo caso di una tela
di grandi dimensioni, dipinta a tempera,
che rappresenta la Vergine Maria con
Angeli musicanti che intorno le fanno
corona. L’opera è dell’importante artista
ferrarese Lorenzo Costa, che la eseguì
e concluse tra il 1480 e il 1485 su
commissione dei Canonici Lateranensi
di San Giovanni in Monte, a quel
tempo custodi e rettori dell’abbazia,
già molto importante fin dai tempi della
‘gran Contessa’ Matilde di Canossa, dei
cui possedimenti Monteveglio faceva
parte.
Scomparsa all’insaputa anche di non
pochi abitanti dello stesso Monteveglio,
riapparve - quasi opera per molti del
tutto ignota - nell’importante mostra
“Rinascimento a Ferrara – Ercole de
Roberti e Lorenzo Costa”, allestita nel
2023 presso Palazzo Diamanti a Ferrara,
per scomparire poi e ricomparire
di nuovo nella chiesa abbaziale di
Monteveglio, dedicata a Maria Assunta
in Cielo. Ed oggi lì ancora si ritrova,
non più sospesa nel grande catino
absidale, dove è stato collocato un
grande crocifisso trecentesco, ma sulla
parete laterale a sinistra entrando, dove
provvisoriamente era stata disposta una
copia.
L’originale, ritornato nella sua sede
storica, si può quindi ammirare ancora
nella chiesa abbaziale di Monteveglio,
dopo le varie esposizioni e un breve
periodo di tempo in cui fu custodito nei
depositi della Pinacoteca di Bologna.
Infatti, dopo la morte dell’ultimo
arciprete abate don Angelo Ruggiano
(insediato il 21 dicembre 1952,
scomparso nel 1977), la parrocchia fu
trasferita nel paese sorto via via nella
piana sottostante e l’abbazia restò
per alcuni anni pressoché in stato di
abbandono, poi fu affidata alla cura
dei francescani dell’Ordine Fratelli di
San Francesco, che hanno ampiamente
restaurato e riordinato tutto il complesso
abbaziale, insieme alla chiesa ed alle
numerose opere d’arte lì conservate.
IL CUORE NEL TERRITORIO
gametour
EMILBANCA
L’Abbazia di Monteveglio dove è
conservato il dipinto di Lorenzo Costa
(1460/1535) la Vergine Assunta in cielo
Scoprire l’Emilia è un gioco!
Inizia il viaggio su gametour.it
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IN BICI
Argenta
Un’avventura per cicloturisti dalle valli di Campotto
al Delta del Po. Iscrizioni aperte, appuntamento al 20
settembre in piazza Marconi
FAR Gravel ARGENTA:
su due ruote
tra la terra e il mare
Testo di Raffaele Brunaldi - Presidente FAR ASD
FAR Gravel, che quest’anno si
“correrà” sabato 20 settembre, è
una manifestazione ciclistica non
competitiva che da otto anni si svolge
ad Argenta (FE) con percorsi da 50, 100,
150 e 200 Km, che consentono a tutti di
vivere la propria avventura ciclistica fra
le Valli di Argenta e Campotto, le pinete
della costa Romagnola e di Comacchio,
e fra due stazioni del Parco del Delta
del Po.
FAR Gravel non è una corsa, nel
senso che non c’è una classifica o
una graduatoria, ma lo spirito è di
divertimento, di condivisione della
fatica e della gioia del portare a termine,
ognuno col proprio passo, i vari
percorsi. Lungo i percorsi sono presenti
numerosi ristori e i percorsi più brevi
sono totalmente frecciati e tutti con
tracce gpx condivise. Sarà garantita la
massima sicurezza, l’assistenza medica
e, dove i tracciati si uniscono alla
viabilità ordinaria, sarà su strade a basso
se non bassissimo traffico veicolare,
presidiati da apposito personale.
In Piazza Marconi sarà allestito il
FAR Village dove tutti i partecipanti
potranno trovare accoglienza, ristoro,
servizi, musica, premi ad estrazione
ed un’area espositiva a tema ciclistico.
L’intento è di attrarre il maggior
numero di cicloturisti in queste terre
che sono particolarmente adatte alla
pratica cicloturistica. Pratica che negli
ultimi anni si è posizionata come
particolarmente rilevante nell’economia
delle aree interne e nella decongestione
della Costa. La manifestazione ha infatti
visto nel tempo la presenza di qualche
migliaio di partecipanti, arrivati da tutte
le regioni d’Italia ed anche dall’estero.
Per info e iscrizioni: 335 53 73 693
info@fargravel.it - www.fargravel.it
IL TERRIORIO
FAR in inglese vuol dire lontano ma per
noi significa: Ferrara-Argenta-Ravenna.
Si pedala infatti lungo il corso dell’antico
Po di Primaro (sentiero CAI Daniele
Zagani) e dell’attuale Fiume Reno che
collega Ferrara a Ravenna consentendo
a ciclisti e pedoni di muoversi in
totale sicurezza, osservando dall’alto
degli argini del fiume l’evolvere del
paesaggio: dalle antiche castalderie
degli Estensi, alle antiche e recenti
bonificazioni dell’area argentana, alle
Valli del Mezzano ed infine alle pinete
costiere di San Vitale. Attraversando
la storia che va dall’ultima capitale
dell’Impero romano al Ducato Estense,
alle battaglie fluviali (ebbene sì!)
risorgimentali, alle grandi bonificazioni
di fine ‘800 e del ‘900, alle lotte per
il pane e la terra ed all’ultima grande
battaglia campale combattuta in Italia
alla fine della 2° Guerra Mondiale:
l’Argenta Gap. Storia di partigiani,
mondine, cooperativismo, fiocinini.
Storia dell’incrocio di tre province, dei
loro dialetti, dei loro saperi e dei loro
sapori.
L’ASSOCIAZIONE
Con questa storia e queste premesse,
abbiamo anche piazzato Argenta
nel novero ciclistico sportivo
nazionale: sempre in sinergia con
l’Amministrazione, la Regione e la
realtà produttive locali, negli ultimi
anni siamo riusciti ad organizzare
l’arrivo di una tappa del Giro d’Italia
Under 23, la partenza di una tappa
dell’E- Giro d’Italia (concomitante al
Giro d’Italia vero e proprio) ed il primo
Campionato Italiano della categoria
Gravel per la Federazione Ciclistica
Italiana.
Come FAR (siamo una piccola ASD)
abbiamo cercato sin dall’inizio
di inserirci nella vita della nostra
comunità coinvolgendo le realtà
economiche e produttive locali, il
commercio, l’associazionismo e le
realtà dell’accoglienza che nel nostro
territorio hanno una dimensione ridotta
ma in continua crescita. E ogni anno
cerchiamo di aggiungere un tassello,
come in un mosaico di Ravenna e tre
anni fa abbiamo aggiunto, negli stessi
giorni della FAR Gravel il Concorso
degli Artigiani Italiani della Bicicletta,
un progetto a cui teniamo molto e che
stiamo cercando di far crescere con
gradualità. Negli spazi del FAR Village
i migliori artigiani della bicicletta
italiana espongono le loro splendide
creazioni e le sottopongono al voto dei
partecipanti della FAR Gravel e di una
giuria di tecnici del settore. È un evento
che vede la presenza di costruttori
di tutta la nazione, dove si possono
ammirare vere e proprie opere d’arte:
si consideri infatti che l’Artigianato
italiano della bicicletta è fra i migliori e
forse il più rinomato del mondo.
COME PARTECIPARE
Orgogliosamente possiamo quindi
dire che la manifestazione ha trovato
il suo posto fra il folto calendario
nazionale e la sua dimensione attuale
è di oltre 700 iscritti. EmilBanca ci
sostiene convintamente sin dal primo
anno e crediamo di aver corrisposto
la fiducia, fiducia di un investimento
sulla nostra comunità, sul nostro
territorio per un futuro più ricco e
più verde. Vi aspettiamo quindi
sabato 20 settembre ad Argenta per
mettervi alla prova, nella massima
sicurezza possibile, con la vostra
bicicletta, qualunque essa sia. C’è
posto per tutti, tempo per tutti e festa
per tutti. Le iscrizioni sono aperte
sul sito www.fargravel.it tramite la
piattaforma ENDU fino a domenica
14 settembre. Vi FARemo pedalare, vi
FARemo divertire.
La sesta edizione del Circuito dei Santuari
Da San Luca lo scorso aprile ha preso il via la sesta edizione del Circuito
Santuari Emilia Romagna, alla sua sesta edizione. Un inizio senza
festa (per il contemporaneo funerale di Papa Francesco) che non ha
smorzato gli entusiasmi di più di 70 persone, ciclisti, camminatori e
due Handbikers che hanno visitato il Santuario, straripante di turisti e
pellegrini. Il Circuito finirà il 25 ottobre, sei mesi pieni per conquistare
i brevetti messi a disposizione dall’organizzazione. 11 brevetti
provinciali, 9 brevetti Full, un brevetto Borghi, un brevetto dedicato agli
Handbikers, un brevetto dedicato ai camminatori e soprattutto tre nuovi
brevetti dedicati al Giubileo, perché questa sarà l’edizione Giubilare
del Circuito Santuari Emilia Romagna. Un anno speciale, unico, che
si ripete ogni venticinque anni, e per questo gli organizzatori, grazie al
lavoro del loro mappatore, Roberto Bondi, propongono anche quattro
itinerari verso Roma. Quattro partenze diverse, Fiorano Modenese,
Bologna, Imola, Cesena o Rimini. Quattro itinerari che arrivano a Roma
passando dal Tirreno, dalla Via Francigena, dal centro Italia e dai luoghi
di Francesco di Assisi. Le prime 4 porte romane sono state conquistate
da una coppia, marito e moglie che farà il percorso inverso, da Roma
verso l’Emilia. Il primo weekend ha già visto più di 50 nuove iscrizioni e
soprattutto quasi cinquecento visite in meno di 48 ore.
Per info: guidofranchini37@gmail.com - circuitocser.weebly.com
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IN GIRO con confguide
Il calendario delle visite guidate
dall’estate al prossimo autunno
La CERTOSA
come non
l’avete mai vista
Testi di Sandra Sazzini - Confguide
Dal 2021, con il riconoscimento dei portici di Bologna, il
Cimitero Monumentale della Certosa è inserito a pieno titolo
tra i siti Patrimonio Mondiale dell’umanità: uno straordinario
museo-giardino all’aria aperta che deve essere conosciuto da
tutti, cittadini e turisti, giovani e adulti per essere preservato al
meglio. Ormai alla sua diciassettesima edizione, il programma
estivo della Certosa, curato dal Museo civico del Risorgimento
e con il contributo di Bologna Servizio Cimiteriale, risponde
attivamente alla sfida di valorizzare e promuovere questo
grande patrimonio con un’ampia rassegna di eventi culturali,
pensata per diverse tipologie di utenti e fasce di età.
Anche le guide di CONFGUIDE CONFCOMMERCIO ASCOM
hanno partecipato alla realizzazione del calendario, con
proposte diurne e serali nel corso dei prossimi mesi fino a tutto
ottobre 2025 seguendo, quali provette cacciatrici di storie, le
tracce di UOMINI e DONNE che hanno attraversato il lungo
Ottocento. Questo secolo affascinante appare oggi ormai
lontano ma è ancor così vicino per i forti ideali e l’intensità dei
sentimenti che seppe suscitare e per i cambiamenti innescati.
LE VISITE GUIDATE E IL PROGRAMMA DELLE ALTRE ATTIVITÀ
VISITE GUIDATE IN CERTOSA
CON SANDRA SAZZINI
- Sabato 23 agosto ore 10:30
Virtù e sacrificio
Le scritte e i simboli sulle tombe e sui
monumenti della Certosa sottolineano
le virtù e il carattere del defunto e nel
caso delle donne, ne riconoscono i
sacrifici: sempre solo mogli e madri?
- Martedì 23 settembre ore 20:45
Uomini e donne perduti per amore
Tra i chiostri e le gallerie della Certosa
si rincorrono storie d’amore disperate
che durano oltre la vita, tra baci, addii
e ricongiungimenti rocamboleschi!
Partecipazione € 15. Prenotazione
obbligatoria a sandra.sazzini@
gmail.com - 3391606349.
VISITE GUIDATE IN CERTOSA
CON MIRIAM FORNI
- Giovedì 11 settembre ore 15:30
Non te l’ho detto? Te lo scrivo!
Le epigrafi raccontano spesso di
uomini e donne dalle doti ineccepibili,
madri e padri amorevoli, moglie e
mariti inconsolabili. Storie, aneddoti
e curiosità di personaggi noti o
sconosciuti.
- Martedì 14 ottobre ore 15:30 |
Così è scritto!
Nei chiostri e nelle gallerie della
Certosa incontriamo monumenti di
uomini e donne illustri, accanto alle
memorie di altri uomini e donne che
hanno contribuito al progresso della
società, ma sono rimasti nell’ombra o
che si sono riscattati.
Partecipazione € 15. Prenotazione
obbligatoria comete.ass@gmail.com
cell. 3667174987 (solo WhatsApp).
VISITE GUIDATE IN CERTOSA
CON PATRIZIA GORZANELLI
- Domenica 19 ottobre ore 15:00
Taci tu che sei brutta!
Dalle figure ideali di inizio Ottocento
al realismo spietato di fine secolo:
matrone, signore e fanciulle sono
immortalate dai migliori scultori, con
epigrafi che evidenziano soavi virtù
domestiche. Ma invece c’è chi ne è
uscita vincitrice alla grande!
Partecipazione € 15.
Prenotazione obbligatoria
patrizia.gorzanelli@gmail.com
cell. 3397783437
(solo WhatsApp).
Bologna
Archi, statue e monumenti mettono in luce gli amori disperati,
le passioni politiche e le vicende di uomini e donne che hanno
vissuto da protagonisti il loro tempo, accanto alle storie più
umili di sacrificio e abnegazione vissute nell’ombra, per amore
della patria o della famiglia. A raccontare le storie più nascoste
sono spesso le lapidi, dove parole retoriche e struggenti, più
o meno veritiere, esaltano i successi e le virtù del defunto, ma
non tralasciano le tragedie e le sfortune sopportate in vita. Le
immagini femminili dominano la scena, tra emancipazione e
quotidianità, rispecchiata dal crudele realismo dell’arte che
riproduce fedelmente anche la bruttezza di un naso o di un
volto! Si apre così uno spaccato interessante, emotivamente
coinvolgente, ma anche curioso e che ci parla soprattutto
della Vita con la lettera maiuscola, in un ambiente sempre
suggestivo e ricco di inaspettate meraviglie artistiche. Le guide
CONFGUIDE realizzano anche una serata in notturna e qui
lo scenario si farà davvero magico quando, al calare delle
tenebre, i chiostri e i percorsi saranno illuminati in modo
speciale da un’attenta e segreta regia!
PIAZZA XXL A BOLOGNA
Appuntamenti fino al 24 luglio
Avviata nel gennaio scorso, l’iniziativa per il recupero
della vivibilità di Piazza XX Settembre a Bologna, grazie
alle visite guidate di Confguide e ai tanti appuntamenti
organizzati da Ascom Bologna ed Emil Banca, ha
permesso di riportare le famiglie in uno spazio tanto bello
quanto di difficile gestione. XXL Piazza Libera proseguirà
fino al 24 luglio prevedendo diversi eventi tra i quali la
Fanfara dei Carabinieri, un raduno ciclistico, banchetti
di beneficienza, alcune serate di balli Country oltre alla
consueta presenza del servizio bar e giostra. Il programma
è sempre in divenire e soggetto a
variazioni pertanto viene aggiornato con
quello definitivo di settimana in settimana
che potete scoprire inquadrando il qrcode
con lo smartphone
30
Inquadra il qrcode per scaricare il calendario completo di Certosa Estate
31
> INSERZIONE PUBBLICITARIA
> INSERZIONE PUBBLICITARIA
Massaggi, servizio bagagli, gadget e farmacie
Massaggi, servizio bagagli, gadget e farmacie
Lungo le principali vie tosco-emiliane sono sempre più i servizi pensati
Lungo ad hoc le per principali i camminatori: vie tosco-emiliane sul sito della sono Via degli sempre Dei più apre i servizi una sezione pensati
ad tutta hoc dedicata per i camminatori: a loro sul sito della Via degli Dei apre una sezione
tutta dedicata a loro
Quando si affronta un viaggio a piedi
che dura vari giorni, in solitaria
Quando si affronta un viaggio a piedi
che dura vari giorni, in solitaria
o in compagnia, è bene sapere di
poter contare su una serie di servizi
preziosi in caso di bisogno o
o in compagnia, è bene sapere di
poter contare su una serie di servizi
preziosi in caso di bisogno o
di poter programmare al meglio le
soste ristoro. Ecco perché sul sito
di poter programmare al meglio le
della Via degli Dei troviamo adesso
un’apposita sezione chiamata
soste ristoro. Ecco perché sul sito
della Via degli Dei troviamo adesso
un’apposita sezione chiamata
“Servizi e Ristoro”, separata dalla
sezione “ospitalità”, dove chi visita
“Servizi e Ristoro”, separata dalla
il sito può consultare un ricco elenco
di attività che svolgono servizi di
sezione “ospitalità”, dove chi visita
il sito può consultare un ricco elenco
di attività che svolgono servizi di
vario genere (noleggio bici e auto,
trasporto bagagli, transfer, massaggi)
e di utili negozi come far-
vario genere (noleggio bici e auto,
trasporto bagagli, transfer, massaggi)
e di utili negozi come farmacie,
librerie, punti ristoro dove
trovare specialità del territorio e
macie, librerie, punti ristoro dove
frutta e verdura, gustarsi un bel gelato,
prendere un caffè e una bibita
trovare specialità del territorio e
frutta e verdura, gustarsi un bel gelato,
prendere un caffè e una bibita
fresca.
fresca.
MASSAGGI E RELAX
MASSAGGI E RELAX
Lo sapevate che sia lungo la Via degli
Dei che lungo La Via della Lana e della
Seta si possono addirittura preno-
Lo sapevate che sia lungo la Via degli
Dei che lungo La Via della Lana e della
Seta si possono addirittura prenotare
dei massaggi? Proprio nel cuore
dell’Appennino, nei due diversi versanti,
uno in Mugello, l’altro nel borgo
tare dei massaggi? Proprio nel cuore
dell’Appennino, nei due diversi versanti,
uno in Mugello, l’altro nel borgo
di Castiglione dei Pepoli, ci sono due
posti molto diversi tra loro, ma con in
di Castiglione dei Pepoli, ci sono due
comune la cura del nostro corpo.
posti molto diversi tra loro, ma con in
In Toscana a San Piero a Sieve lo
comune la cura del nostro corpo.
Spazio Olistico Intenzionale L'Albero
In Toscana a San Piero a Sieve lo
della Vita Gioiosa è un piccolo centro
Spazio Olistico Intenzionale L'Albero
benessere che offre prezzi ridotti a
della Vita Gioiosa è un piccolo centro
tutti i camminatori, con un team di
benessere che offre prezzi ridotti a
operatori qualificati per massaggi
rigeneranti e decontratturanti,
tutti i camminatori, con un team di
operatori qualificati per massaggi
rigeneranti e decontratturanti,
trattamenti energetici, consulenze
di naturopatia. A questi servizi si
trattamenti energetici, consulenze
aggiunge la "Grotta del Sale", dove
di naturopatia. A questi servizi si
aggiunge la "Grotta del Sale", dove
si respira aria di mare con effetto
rilassante e defaticante: un modo
si respira aria di mare con effetto
perfetto per far scivolare via la stanchezza
in vista della tappa successi-
rilassante e defaticante: un modo
perfetto per far scivolare via la stanchezza
in vista della tappa successiva"
Proprio a metà del percorso della
Via della Lana e della Seta, tra Prato
va" Proprio a metà del percorso della
e Bologna, potete trovare un'oasi di
Via della Lana e della Seta, tra Prato
ristoro con il Massaggio Thailandese,
un’attività aperta da poco a Ca-
e Bologna, potete trovare un'oasi di
ristoro con il Massaggio Thailandese,
un’attività aperta da poco a Castiglione
dei Pepoli, ma già molto apprezzata.
Per una nuova esperienza
stiglione dei Pepoli, ma già molto apprezzata.
Per una nuova esperienza
rilassante ed efficace contro dolori
muscolari e articolari, vi accolgono
le abili mani dell’esperta Toi Kin-
rilassante ed efficace contro dolori
muscolari e articolari, vi accolgono
le abili mani dell’esperta Toi Kingnoi,
che ha frequentato e ottenuto
vari diplomi all'Università del tempio
gnoi, che ha frequentato e ottenuto
Wat-Pho di Bangkok, la più importante
scuola di massaggio THAI del
vari diplomi all'Università del tempio
Wat-Pho di Bangkok, la più importante
scuola di massaggio THAI del
mondo.
mondo.
L'Albero della Vita Gioiosa
Spazio olistico intenzionale
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e Grotta del Sale
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Via Provinciale 33/B - San Piero a Sieve (FI)
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Tel. +39 329 8658566
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Mail: saraskizzo@libero.it
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www.viadeglidei.it/san-piero-a-sieve/
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albero-della-vita-gioiosa
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Massaggio Thailandese
Via G. Pepoli, 45
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Castiglione deI Pepoli (BO)
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Tel. +39 339 625 3319
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www.viadellalanaedellaseta.com/
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castiglione-massaggio-thailandese
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BAGAGLI E ZAINI
BAGAGLI E ZAINI
Per i camminatori è sempre più prezioso
il trasporto bagagli, un servizio
Per i camminatori è sempre più prezioso
il trasporto bagagli, un servizio
che permette di viaggiare più leggeri:
gli zaini vengono ritirati presso la
che permette di viaggiare più leggeri:
gli zaini vengono ritirati presso la
struttura dove si è pernottato e direttamente
consegnati alla struttura
struttura dove si è pernottato e direttamente
consegnati alla struttura
della notte successiva. Per prenotare
basta contattare direttamente
della notte successiva. Per prenotare
basta contattare direttamente
Appennino Slow all'ufficio di Info-
Appennino Slow all'ufficio di Info-
Sasso o l’Emporio di Comunità Foiatonda
a Madonna dei Fornelli. Presso
Sasso o l’Emporio di Comunità Foiatonda
a Madonna dei Fornelli. Presso
l’ufficio turistico di Sasso Marconi si
trova anche tanto materiale promozionale
del territorio, oltre a mappe,
l’ufficio turistico di Sasso Marconi si
trova anche tanto materiale promozionale
del territorio, oltre a mappe,
libri e tutti i gadget dei cammini, dalle
credenziali al nuovo merchandising
della Via degli Dei in occasione
libri e tutti i gadget dei cammini, dalle
credenziali al nuovo merchandising
della Via degli Dei in occasione
del decennale. Nello spazio di Foiatonda
la promozione territoriale è in
del decennale. Nello spazio di Foiatonda
la promozione territoriale è in
sinergia con tutte le attività legate al
turismo e al commercio, alle aziende,
ai fornitori di servizi, ai produtto-
sinergia con tutte le attività legate al
turismo e al commercio, alle aziende,
ai fornitori di servizi, ai produttori,
agli artigiani e alle comunità locali.
Il fine è quello di fare rete per lo sviluppo
sociale ed economico di tutto
ri, agli artigiani e alle comunità locali.
Il fine è quello di fare rete per lo sviluppo
sociale ed economico di tutto
il territorio, uno sviluppo territoriale
sostenibile, nel rispetto del contesto
naturale. Nei tanti anni di attività
il territorio, uno sviluppo territoriale
sostenibile, nel rispetto del contesto
naturale. Nei tanti anni di attività
hanno ampliato i loro servizi a cui ora
si aggiungono il noleggio e-bike e i
hanno ampliato i loro servizi a cui ora
massaggi su prenotazione.
si aggiungono il noleggio e-bike e i
massaggi su prenotazione.
Infosasso Sasso Marconi (IAT-R)
Via Porrettana 314
Infosasso Sasso Marconi (IAT-R)
Sasso Marconi (BO)
Via Porrettana 314
Tel +39 051 675 8409
Sasso Marconi (BO)
Mail info@infosasso.it
Tel +39 051 675 8409
Mail info@infosasso.it
Emporio Foiatonda
Piazza Madonna della Neve, 15
Emporio Foiatonda
Madonna dei Fornelli (BO)
Piazza Madonna della Neve, 15
Tel. +39 351 648 7521
Madonna dei Fornelli (BO)
Mail info@foiatonda.it
Tel. +39 351 648 7521
www.viadeglidei.it/madonna-dei-fornelli/emporio-foiatonda
Mail info@foiatonda.it
www.viadeglidei.it/madonna-dei-fornelli/emporio-foiatonda
Se una volta arrivati a Firenze volete
visitare più comodamente la città,
potete passare al Left Luggage
Se una volta arrivati a Firenze volete
visitare più comodamente la città,
potete passare al Left Luggage
Florence. Il deposito bagagli a pochi
passi dal Duomo offre un servizio
Florence. Il deposito bagagli a pochi
professionale, sicuro, rapido ed economico.
É possibile anche ricaricare
passi dal Duomo offre un servizio
professionale, sicuro, rapido ed economico.
É possibile anche ricaricare
lo smartphone, stampare voucher
per musei o carte di imbarco, utilizzare
il wi-fi, far riparare i bagagli e
lo smartphone, stampare voucher
per musei o carte di imbarco, utilizzare
il wi-fi, far riparare i bagagli e
ricevere informazioni turistiche sulla
città. Per gli utenti è disponibile anche
un frigo dove poter conservare
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città. Per gli utenti è disponibile anche
un frigo dove poter conservare
alimenti e medicinali
alimenti e medicinali
Left Luggage Florence
Via Dei Boni 5R - Firenze
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Tel. +39 055 6271764 / 334 7007714
Via Dei Boni 5R - Firenze
Mail: info@leftluggageflorence.com
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GADGET DI FINE CAMMINO
GADGET DI FINE CAMMINO
Il testimonium della Via degli Dei
(consegnato dopo aver apposto
Il testimonium della Via degli Dei
l’ultimo timbro sulla credenziale)
(consegnato dopo aver apposto
si può ritirare presso l’info point di
l’ultimo timbro sulla credenziale)
Firenze, oppure presso la Libreria
si può ritirare presso l’info point di
San Paolo, proprio dietro al Duomo,
Firenze, oppure presso la Libreria
vicino al Museo dell’Opera del Duomo,
tappa culturale imperdibile.
San Paolo, proprio dietro al Duomo,
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tappa culturale imperdibile.
Libreria San Paolo
ViaPiazza Duomo 32/33 R - Firenze
Libreria San Paolo
Tel. +39 055 264843
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Mail lsp.firenze@stpauls.it
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www.viadeglidei.it/firenze/libreria-san-paolo
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ALTRI SERVIZI
ALTRI SERVIZI
Se terminato il cammino avete ancora
un po’ di energia vi consigliamo
di esplorare i dintorni di Firen-
Se terminato il cammino avete ancora
un po’ di energia vi consigliamo
di esplorare i dintorni di Firenze
in e-bike! Il servizio di noleggio
Firenze E- Bike offre a tutti coloro
ze in e-bike! Il servizio di noleggio
che desiderano vivere un'esperienza
indimenticabile alla scoperta del
Firenze E- Bike offre a tutti coloro
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indimenticabile alla scoperta del
nostro bellissimo territorio, un servizio
di noleggio biciclette elettriche
nostro bellissimo territorio, un servizio
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(e-mtb) di alta gamma. É possibile
anche partecipare a tour organizzati
accompagnati da guide esperte.
(e-mtb) di alta gamma. É possibile
anche partecipare a tour organizzati
accompagnati da guide esperte.
Presso Firenze E-BIke è possibile
anche prenotare servizi di noleggio
Presso Firenze E-BIke è possibile
con conducente e acquistare gadget
anche prenotare servizi di noleggio
e souvenir. Un altro servizio aggiuntivo
riguarda il trasporto bagagli e
con conducente e acquistare gadget
e souvenir. Un altro servizio aggiuntivo
riguarda il trasporto bagagli e
servizio di transfer passeggeri lungo
la Via degli Dei.
servizio di transfer passeggeri lungo
la Via degli Dei.
Firenze E-Bike
Via A. Gramsci 11 - Fiesole (Fi)
Firenze E-Bike
Tel. +39 342 300 3588
Via A. Gramsci 11 - Fiesole (Fi)
Mail info@firenzeebike.it
Tel. +39 342 300 3588
www.viadeglidei.it/fiesole/fiesole-go
Mail info@firenzeebike.it
www.viadeglidei.it/fiesole/fiesole-go
LE FARMACIE LUNGO I CAMMINI
LE FARMACIE LUNGO I CAMMINI
Nel cuore dell’Appennino arrivati
a Monzuno ci accoglie la Farmacia
Nel cuore dell’Appennino arrivati
Toschi, dove il personale è sempre
a Monzuno ci accoglie la Farmacia
pronto per consigliare al meglio i
Toschi, dove il personale è sempre
camminatori della Via degli Dei, che
pronto per consigliare al meglio i
qui trovano tutto il necessario per
camminatori della Via degli Dei, che
proseguire in sicurezza: fasce e cerotti,
collirio o antistaminico, buste
qui trovano tutto il necessario per
proseguire in sicurezza: fasce e cerotti,
collirio o antistaminico, buste
reidratanti da solubilizzare nelle bor-
reidratanti da solubilizzare nelle bor-
racce (che possono essere riempite
con l’acqua fresca della fonte di Monzuno).
Anche sulla Via della Lana e
racce (che possono essere riempite
con l’acqua fresca della fonte di Monzuno).
Anche sulla Via della Lana e
della Seta, nella prima parte del percorso,
ci offre il suo soccorso la Farmacia
Pellicciari, situata nel comune
della Seta, nella prima parte del percorso,
ci offre il suo soccorso la Farmacia
Pellicciari, situata nel comune
di Grizzana Morandi. Qui si trovano
molti articoli utili per il cammino:
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33
PERSONAGGI
Bologna
Ascesa e caduta di uno dei
più famosi circensi dell’800.
La carriera in Russia e la
fine a Bologna
Guerra
il cavallerizzo
FURIOSO
Testo di Claudio Evangelisti
Agli inizi dell’800 gli spettacoli circensi
irrompono sulla scena italiana e
occupano i teatri mischiandosi con le
nuove idee liberali che muovono verso
l’indipendenza nazionale, in un territorio
diviso fra Regno Lombardo Veneto, Stato
Pontificio e le altre porzioni di suolo
italico dominato dai Borboni o da Casa
Savoia. Tra i nomi degli artisti circensi
più ricorrenti nei teatri italiani fra del
XIX secolo spicca quello di Alessandro
Guerra, classe 1782, celebre cavallerizzo
d’altri tempi che in vecchiaia si ritirò a
Bologna.
Cavaliere straordinario il cui stile
vigoroso oltre al suo temperamento
focoso, gli valse il soprannome di “Il
Furioso”, fu anche un artista versatile,
un direttore di circo, un pioniere che
gestì una compagnia di grande talento
e viaggiò con essa in lungo e in largo
per l’Europa con un successo tale da
catturare l’attenzione e lasciare il segno
ovunque andasse.
GLI SPETTACOLI DEL 1832
ALLA MONTAGNOLA
Il 23 settembre 1832 (replicato il 4
ottobre seguente), con grande successo
di pubblico, si tiene ai giardini pubblici
della Montagnola uno spettacolo
equestre, aerostatico, pirotecnico della
Compagnia di Alessandro Guerra. Stando
in equilibrio sul cavallo, fa giochi con
spade e pugnali, salta attraverso botti,
suona vari strumenti. La Compagnia
di Guerra si esibisce in questo periodo
anche all’Arena del Sole “con belli
esercizi di equitazione”, mentre nel prato
antistante il teatro c’è un “Gran Serraglio
di Belve vive”.
Alessandro Guerra nacque nel 1782 a
Rimini, in quello che allora era lo Stato
Pontificio da Mauro Guerra e Clementina,
La lapide di
Alessandro Guerra
alla Certosa
di Bologna
nata Bordini. Oltre al suo straordinario
talento equestre, Alessandro era un artista
poliedrico: acrobata, giocoliere, musicista
e attore di pantomime, il che porta a
credere che provenisse da una famiglia di
artisti itineranti, sebbene questa sia solo
un’ipotesi; suo fratello, Rodolfo Guerra,
a sua volta un talentuoso cavaliere,
avrebbe ricoperto un ruolo significativo
nella sua futura compagnia. Guerra può
essere considerato il pioniere dei direttori
di compagnie circensi itineranti perché
è stato fra i primi italiani a possedere
un circo di una certa importanza e ad
eseguire rinomate tournée all’estero. È
stato artista da cartellone in importanti
imprese circensi. Un nome su tutti il
“Circus Gymnasticus” di Christoph de
Bach.
DAL CIRCUS GYMNASTICUS
AL CIRQUE OLYMPIQUE
La sua carriera al Circus Gymnasticus di
Vienna, sotto la direzione del cavaliere
lettone Christoph de Bach, si consolida
quando sposa Adelaide de Bach figlia
del suo mentore. Nel 1826, fondò
la propria compagnia, che effettuò
numerose tournée negli stati tedeschi,
italiani e nell’Impero austriaco con il
nome di Circo Romano. Dopo la morte
del suocero, Guerra si lanciò in un’aspra
rivalità con la vedova di de Bach, la
bellissima Laura de Bach, prima di
decidere di visitare la Russia, iniziando
dalla capitale, San Pietroburgo.
Aveva recentemente cambiato nome
alla sua compagnia, scegliendo il
nome (di moda all’epoca) di Cirque
Olympique, che aveva un sapore
francese, perfettamente adatto a quella
città prevalentemente francofona (il
russo era allora riservato alle classi
inferiori). Il circo che Guerra costruì
a San Pietroburgo non era molto
lussuoso, ma era confortevole e ben
riscaldato (un dettaglio importante
a San Pietroburgo, che la stampa
puntualmente riportò) ed era ben
illuminato (un altro aspetto vitale
per i cittadini di San Pietroburgo,
tormentati com’erano dalle infinite
notti invernali). Le scuderie ospitavano
cinquanta cavalli e Guerra costruì
anche una caffetteria adiacente al
circo stesso. La ricchezza dei suoi
costumi (alla moda parigina), il
talento dei suoi cavalieri e, non meno
importante, la bellezza delle sue
cavallerizze garantirono all’impresa
di Guerra un successo immediato.
Oltre ai sogni libidinosi e alle
avventure amorose che hanno sempre
aleggiato sulla scia delle cavallerizze
dell’era romantica, Guerra sviluppò
un mecenatismo di clienti abituali
che si incontravano mattina e
pomeriggio nelle sue scuderie,
attorno al suo maneggio e al caffè del
circo. Ricchi e talvolta inclini a una
generosità sorprendente (come solo
gli aristocratici della Russia imperiale
potevano essere), elargivano a Guerra
– e alle sue cavallerizze – la loro
disinibita generosità. Purtroppo,
dopo quasi un anno di inesauribile
successo, la voce dell’imminente
arrivo di un’altra compagnia equestre
si diffuse nelle sale dorate di San
Pietroburgo.
Con sua costernazione, Guerra
scoprì che si trattava del Cirque de
Paris di Paul Cuzent, la compagnia
più importante e di maggior successo
in Europa all’epoca.
Dopo tre mesi di lotta, che non fecero
che confermare il vantaggio artistico
della compagnia parigina, Guerra
gettò la spugna, fece le valigie e
tornò al suo territorio abituale. Fu la
fortuna di Paul Cuzent che rimase a
San Pietroburgo e ricevette dallo zar
l’incarico di creare il Circo Imperiale
di Russia, la prima scuola di circo al
mondo.
LA BANCAROTTA
E LA MORTE A BOLOGNA
Guerra e la sua compagnia tornarono
a esibirsi negli Stati tedeschi, visitando
Berlino, Colonia e Monaco. In questo
periodo Alessandro strinse amicizia
con il drammaturgo, attore e autore
tedesco itinerante Karl von Holtei (1779-
1880), il cui romanzo di successo “Die
Vagabunden “ (“I vagabondi”, 1851) fu in
parte ispirato dai racconti di Alessandro
Guerra sulla sua vita. Continuò le tournée
della sua compagnia negli stati italiani, in
Austria, negli stati tedeschi e altrove in
Europa, ma, con il passare degli anni, non
sempre ottenne lo stesso successo di un
tempo. Nel 1855, si trovava a Bordeaux,
in Francia, quando, a seguito di un’attività
particolarmente negativa, fu costretto a
dichiarare bancarotta; per salvare i suoi
preziosi cavalli ammaestrati, li vendette
all’imprenditore circense francese Louis
Dejane. Alessandro Guerra muore di lì
a poco, a Bologna nel 1862. Di malattia,
ma forse anche per il dolore legato a
questi ultimi sprazzi della sua esistenza.
“Alessandro Guerra, nei ludi equestri
sommo, sempre invidiato ne mai vinto
in sua maestria, fra tutte genti civili del
globo visse anni LXXX. Alla salma di lui
chiusa in questo marmo tributano lacrime
e fiori la vedova, le figlie, gli amici”. Così
lo ricorda la lapide posta sul suo sepolcro
alla Certosa di Bologna, nella Galleria a
Tre Navate.
ELVIRA GUERRA
PRIMA DONNA ALLE OLIMPIADI
Ma ci fu un’ultima persona che illustrò
brillantemente il cognome Guerra e la sua
tradizione: la celebre cavallerizza Elvira
Guerra nipote di Alessandro, nata durante
il soggiorno del Cirque Olympique a San
Pietroburgo e diventata una delle più
grandi cavallerizze della sua generazione;
Era la figlia di suo fratello Rodolfo Guerra
che suonava arie d’opera al flauto in
groppa a un cavallo al galoppo. Da
una recente ricerca si è scoperto che fu
la prima donna italiana a rappresentare
l’Italia negli sport individuali alle
Olimpiadi del 1900. Elvirà partecipò ai
Giochi di Parigi, nella gara di cattura e
monta del cavallo, vinta dal bisnipote
di Napoleone, Napoléon Murat. Si
classificò nona su 51 cavalieri. Quando
morì a Bordeaux all’età di ottantadue
anni, la dinastia Guerra scomparve con
lei. La municipalità di Bordeaux ha
dedicato una strada a questa «famosa
stella italiana del circo».
34
35
CITTà DELLA MUSICA
Il Comunale fa da sfondo ad un viaggio fra musica,
storie e aneddoti su personaggi celebri come Giacomo
Puccini, Arturo Toscanini, Maria Callas, Enrico Caruso,
Luciano Pavarotti e persino Lucio Dalla nelle insolite
vesti di regista lirico
Nel teatro della gente
risuona il Novecento
Testi di Cristiano Cremonini
Trent’anni fa esatti cominciavo a muovere
i primi passi nel mondo della Lirica. Il
caso ha voluto che Il teatro della gente.
Da Puccini a Dalla, ovvero il progetto
editoriale più importante realizzato sino
ad ora, pubblicato da Calamaro Edizioni,
uscisse proprio in questo particolare
periodo, così, mosso da puro spirito
campanilistico e tanto amore, ho deciso
di dedicarlo ad una “vecchia signora”
molto generosa e sensibile con noi artisti:
Bologna, da sempre considerata Città
delle Arti e della Musica.
Dopo il successo del primo volume Il
teatro della gente. Da Farinelli a
Wagner (uscito nel dicembre 2021), un
compendio sulla storia del nostro glorioso
Teatro Comunale, partendo dai principali
protagonisti della scena lirica tra Sette
e Ottocento, l’obiettivo del secondo
libro era quello di proseguire il viaggio
iniziato, ripercorrendo tutto il Novecento
musicale italiano… un periodo storico
molto complesso e articolato. La sfida
era quella di mantenere la stessa fluidità
narrativa del primo lavoro, che è poi la
cifra stilistica che contraddistingue la mia
scrittura.
Chi ha letto i miei libri sul mondo
dell’opera sa bene che sono testi
divulgativi avvincenti e spesso, da buon
petroniano, anche ironici. Un critico
musicale li ha addirittura paragonati ad
un racconto di Italo Calvino; quindi,
niente paura, tuffatevi nella lettura del
“Teatro della gente”!... Ma, a proposito…
non vi ho ancora spiegato il significato
del titolo.
Il teatro della gente è il Teatro Comunale
di Bologna. Questo edificio, sorto nel
1763 su progetto del grande architetto
e scenografo Antonio Galli Bibiena, è
stato concepito come “Nuovo Pubblico
Teatro”, cioè come teatro “di tutti”,
dell’intera comunità, perché costruito
con fondi stanziati da un Governo di
senatori bolognesi e non per mano di un
potere assoluto.
Ed ora veniamo ai contenuti. Questo
viaggio ideale fra musica e storia passa
attraverso tanti personaggi celebri, come
il compositore Giacomo Puccini, il
direttore d’orchestra Arturo Toscanini, il
soprano Maria Callas, i tenori Enrico
Caruso e Luciano Pavarotti e persino Lucio
Dalla, nelle insolite vesti di regista lirico.
Ogni personaggio è come una gigantesca
e variopinta matrioska. Aprendola,
si trovano legami, lacci più o meno
visibili: le vite che incontrerete, benché
diversissime, si intrecceranno fra loro. Da
esse, poi, scaturiranno altre vite e nuove
storie, in un flusso continuo, inarrestabile.
Protagonisti assoluti della narrazione
sono sempre Bologna e il suo magico
Teatro, ed il collante fra i loro illustri
personaggi sono l’amore, l’amicizia e gli
incontri (e scontri) in generale, ed altri
sentimenti che nascono da essi.
Tra le grandi storie d’amore sicuramente
spicca quella fra Ottorino Respighi, il
noto compositore bolognese e sua moglie
Elsa, musicista e compositrice anch’essa,
ma c’è anche quella fra il celebre tenore
napoletano Enrico Caruso e il soprano
Ada Giacchetti, che nel nostro tempio
lirica interpretarono la prima bolognese
della Tosca di Puccini. Ada, di fronte allo
straordinario talento artistico del marito
decise di abbandonare la propria carriera
per seguirlo in giro per il mondo.
Meno conosciuto ma altrettanto
coinvolgente è il sentimento d’amore che
legò il grande violoncellista Giuseppe
Alberghini, nativo di Pieve di Cento,
e il soprano Alice Zeppilli, sbocciato
nientemeno che sul fiume Nilo nei primi
anni del Novecento e destinato a durare
mezzo secolo.
Tra le storie d’amicizia, invece,
quella più simpatica e tenera è di
certo quella fra Luciano Pavarotti e
Lucio Dalla, quindi fra un tenore e un
cantautore (grande amante dell’Opera).
Ciò dimostra davvero che la musica
non ha confini. Fra l’altro in questo libro
parlo di episodi pressoché inediti, che mi
sono stati raccontati da Andrea Faccani,
cugino di Lucio e presidente della
Fondazione Dalla.
Una importante chiave di lettura di
questo viaggio nel tempo è “la fragilità”
dei miti della musica. Spiego meglio:
L’intento principale dei miei libri è quello
di “umanizzare” i grandi personaggi
che incontriamo fra le pagine. Questi
geni, che spesso ci paiono così distanti,
talvolta irraggiungibili perché la storia
stessa li ha relegati sull’Olimpo, tutti
imbellettati, possono in realtà diventare
nostri amici.
In che modo? Conoscendo le loro
fragilità e debolezze; talvolta i loro
sbagli… D’altronde un motto latino
recita “errare humanum est”. Anche i
geni possono sbagliare. Ne ho le prove,
fidatevi.
Trovo anche utile dare loro del tu,
chiamandoli con soprannomi o
diminutivi, come abitualmente si fa
in famiglia o tra amici... Ecco che
Giuseppe Verdi diventa “Peppino”
(come lo chiamava la sua adorata moglie
Strepponi), Puccini è il “Sor Giacomo”
(a detta dei compaesani di Torre del
Lago), Ottorino Respighi, “Otto”, e così
via… Tutto ciò può aiutare a farli sentire
più vicini a noi e, credo, anche più
accattivanti per le nuove generazioni.
A proposito, due dei personaggi narrati
in questo libro hanno un particolare
legame con il nostro bell’Appennino: mi
riferisco al celebre compositore Ottorino
Respighi, che da ragazzo frequentava
spesso la Parrocchia di Tizzano, sopra
Casalecchio di Reno, perché lì vicino vi
abitava la sorella Amelia. Anche Gianni
Raimondi, il grande tenore dall’acuto
“biondo”, color del grano maturo,
frequentava i nostri colli. La sua famiglia
era infatti originaria di Gaggio Montano,
e lui stesso, a fine carriera, scelse di
scelse di abitare a Pianoro. Non mi resta
che augurarvi buona lettura.
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LA MACCHINA DEL TEMPO
Bologna
I musei, gli edifici, i paesaggi, gli
archivi, le biblioteche: un viaggio
nella storia bolognese e nelle sue
fonti dalle origini ai giorni nostri
Le civiltà proto-storiche nel Bolognese
Terramaricoli
e Villanoviani
Testo e foto di Elena Boni
A cavallo fra preistoria e storia, ovvero
poco prima della comparsa della
scrittura, gli storici collocano le tre
“età dei metalli”: l’età del rame (4000-
3000 a.C.), l’età del bronzo (3000-
1100 a.C.), l’età del ferro (1100-700
a.C.). La fondamentale innovazione
tecnologica data dalla fusione del
metallo, che consentiva agli uomini di
fabbricare utensili molto più efficaci,
permise lo sviluppo di civiltà più
evolute con forme di vita stanziali,
agricoltura, specializzazioni sociali,
divisione dei compiti, sviluppo degli
scambi commerciali fra gruppi etnici
e territoriali diversi. Nella nostra
provincia si svilupparono due forme
di civiltà, le cui interazioni reciproche
nello spazio e nel tempo sono ancora
in corso di approfondimento da parte
degli archeologici: la “civiltà delle
terramare” e la “civiltà villanoviana”.
Importantissime scoperte archeologiche
compiute dall’Ottocento in poi hanno
permesso di scoprire e man mano
conoscere meglio la storia di queste
popolazioni che vissero nel nostro
territorio circa 4 millenni fa e che sono
almeno in parte i diretti discendenti
di quegli “uomini delle caverne” di
cui abbiamo parlato nell’articolo
precedente.
Le terramare
Durante l’età del bronzo gli abitanti
della pianura padana avevano il
vantaggio di un terreno molto fertile
e adatto alle coltivazioni, ma lo
svantaggio di un clima rigido e di
un territorio difficile da abitare, con
fiumi che esondavano spesso, paludi e
animali selvatici. Svilupparono, quindi,
forme di insediamento di gruppo con
tipiche capanne e/o palafitte. Dalla
forma dialettale “terra marna” ovvero
terra scura, nerastra (ricca di sostanze
organiche e quindi fertile) deriva la
definizione di “terramare” date a questi
villaggi proto-storici. Le capanne erano
costruite in legno e paglia su palafitte
(pianura padana centro-settentrionale,
Italia centrale) oppure in argilla su
terrapieni rialzati (pianura emiliana e
bolognese), con il tetto in canne. Dai
reperti archeologici scopriamo che gli
abitanti delle terramare praticavano
l’agricoltura, l’allevamento, la caccia,
la pesca, il commercio, andavano a
cavallo, lavoravano i filati, la terracotta
e i metalli. Le capanne erano abitate
probabilmente da singole famiglie che
condividevano con il villaggio spazi
comuni e di utilità. Un’importante
novità rispetto alle civiltà precedenti è
la presenza di sepolcreti: ogni villaggio
aveva, infatti, un’area dedicata in cui
riunire i defunti, dopo la cremazione. È
proprio dalle sepolture delle terramare
che gli archeologi hanno ricavato la
maggior parte dei reperti e quindi delle
informazioni.
Un importante sito archeologico nel
Bolognese è la terramara di Anzola
dell’Emilia, che offre una finestra unica
sulla vita durante l’età del bronzo. La
sede locale del Museo archeologico
ambientale ospita i materiali rinvenuti
durante gli scavi, tra cui ceramica
di qualità e strumenti legati alla
lavorazione del bronzo e del vetro.
È visitabile inoltre la ricostruzione di
una capanna dell’età del bronzo a
grandezza naturale.
Per saperne di più: P. Luppi – M.L. Sacchetti – D. Scheda, Bologna
prima di noi. Percorsi storici, Ponte Nuovo ed., Bologna 1994
Museo della Civiltà Villanoviana MUV
DA VISITARE
Museo civico archeologico
Via dell’Archiginnasio 2 Bologna
Capanna villanoviana: Giardini
Margherita, vicino alle Serre
Museo archeologico ambientale
Sede di Anzola dell’Emilia
V. Emilia 87 (ex caserma Carabinieri)
MUV - Museo della civiltà villanoviana
V. Tosarelli 191
Castenaso (BO)
Ecomuseo delle erbe palustri
V. Ungaretti 1
Villanova di Bagnacavallo (RA)
(dove si possono vedere le tecniche
costruttive delle capanne dai tetti in
canne)
La civiltà villanoviana
Nel 1853 il conte Giovanni Gozzadini,
appassionato di antichità e lettere,
scoprì nella sua tenuta a Villanova di
Castenaso le prime tracce di un’antica
civiltà italica a cui diede, appunto, il
nome di “villanoviana”. Diede impulso
alle ricerche facendo scavare molti
e importanti reperti, oggi custoditi
al Museo civico archeologico di
Bologna. Ulteriori scavi e scoperte
avvennero in città e nella provincia
bolognese durante il Novecento e
anche negli anni più recenti, per
lo più in occasione di lavori edili o
stradali. La ricchezza dei ritrovamenti
ha permesso di studiare meglio la
civiltà villanoviana, suddividendola
in 4 periodi (villanoviano 1°, 2°, 3° e
4°) e mettendola in relazione con altre
scoperte archeologiche simili avvenute
nel frattempo nell’Italia centrale. Oggi si
ritiene la civiltà villanoviana il “ponte”
fra la civiltà preistorica e quella etrusca,
di cui costituisce la forma più antica.
Come vivevano gli uomini villanoviani,
e come lo sappiamo? Anche in
questo caso, la maggiore quantità di
informazioni si può ricavare dalle
sepolture. I Villanoviani cremavano
i morti ne deponevano le ceneri in
Capanna villanoviana ai Giardini
tipici vasi biconici a due manici,
precedentemente usati per conservare i
cereali; dopo la morte del proprietario,
uno dei due manici di terracotta
veniva spezzato per simboleggiare
il nuovo uso del manufatto. Insieme
al vaso venivano deposti attrezzi di
uso quotidiano che ci testimoniano
una società evoluta e differenziata:
pesi da telaio, pettini, spilloni, oggetti
domestici per le donne; utensili, armi,
fibule, oggetti vari da lavoro e da cavallo
per gli uomini, sempre più specializzati
per professione e differenziati per rango
sociale man mano che passano i secoli.
Le tracce di fondamenta trovate
durante numerose campagne di scavo
ci mostrano che i Villanoviani vivevano
in capanne con pareti di legno e argilla
e tetto in legno e canne o paglia; ogni
capanna aveva un focolare centrale a
cui corrispondeva un foro nel tetto per
il fumo. Era presente inoltre un telaio
per la tessitura, alari per sostenere
gli strumenti di cottura al fuoco,
e l’immancabile buco scavato nel
terreno in cui veniva alloggiato il dolio,
un vaso per conservare le vivande.
Al Museo della civiltà villanoviana
di Castenaso sono conservati molti e
importanti reperti provenienti dagli
scavi di Marano, delle Caselle e di
Budrio. Inoltre si può entrare nella
di capanna villanoviana ricostruita a
grandezza naturale e si può ammirare
il plastico con la ricostruzione di un
villaggio, realizzato per la grande
mostra che nel 1994 diede notorietà
agli studi storici sui Villanoviani. Il 20
ottobre 2024 l’alluvione che ha investito
Castenaso ha invaso anche il deposito
della Soprintendenza in località Fiesso;
grazie all’intervento della Protezione
Civile e alla collaborazione degli
enti locali e statali è stato possibile
recuperare le 116 casse di reperti
provenienti dagli scavi del territorio.
Una volta restaurati, i preziosi oggetti
sono stati collocati nel nuovo deposito
inaugurato lo scorso 17 maggio. Oggi
il MUV è iscritto al sistema Museale
Regionale e Nazionale, avendo
superato gli standard richiesti per
l’adesione.
Altri reperti provenienti dall’area di
Castenaso e di Budrio sono esposti
nel piccolo, ma ben fornito Museo
archeologico e paleoambientale di
Budrio intitolato alla professoressa Elsa
Silvestri. Un’altra grande ricostruzione
di capanna villanoviana è visitabile,
previo accordo col Museo civico
archeologico, ai Giardini Margherita di
Bologna.
Ricostruzione corredo funerario
38
39
NON TUTTI SANNO CHE
Dopo Roma, la nostra è la città con il maggior numero
di papi, per nascita, per formazione o per adozione.
Sotto le Due Torri hanno vissuto anche due antipapi
Il senso
di Bologna
per il papato
Testi di Serena Bersani
Benedetto XV (Giacomo della Chiesa)
Gregorio XV in un ritratto del Guercino
Benedetto XIV (Prospero Lambertini)
Alessandro V (Pietro Filargo)
I bolognesi ci hanno sperato fino
all’ultimo, ma poi il conclave
riunitosi dopo la morte di Papa
Francesco ha scelto diversamente
e il cardinale Matteo Zuppi è
rimasto a Bologna, città che lo ha
adottato e ne apprezza l’umanità e
l’intelligenza. Di certo, nella storia
della Chiesa bolognese, don Matteo
resterà nella top ten dei cardinali più
vicini al soglio pontificio o divenuti
effettivamente papi.
Del resto, Bologna ha avuto un ruolo
singolare nella storia del papato,
vantando il primato di città con il
Giovanni XXIII
maggior numero di papi – per nascita,
per formazione o per adozione -
dopo Roma. Questo dato, a prima
vista solo curioso, rivela in realtà
una trama profonda di relazioni
politiche, ecclesiastiche e culturali
che ha legato la città felsinea alla
sede apostolica nei secoli.
La presenza di papi bolognesi è
emblematica della forza della Chiesa
locale e della posizione strategica
di Bologna nella geografia politica
dell’Italia medievale e moderna. La
città, posta lungo l’asse tra Roma
e l’Europa settentrionale, era sede
di uno dei più antichi e prestigiosi
studi universitari, fucina di giuristi e
teologi destinati a brillare nei ranghi
ecclesiastici. Non è dunque un caso
se, a partire dal medioevo, siano
emerse figure che raggiunsero la tiara
papale, a volte in modo pacifico,
altre in contesti di lotta e scisma.
Infatti, accanto ai papi riconosciuti,
Bologna vanta anche almeno due
antipapi.
Il primo, di origini napoletane,
Giovanni XXIII (Baldassarre Cossa),
figura controversa del Concilio di
Costanza, era stato eletto papa nel
1410 nel conclave che si tenne
proprio a Bologna. Il secondo è
Gregorio XII (Angelo Correr) che, pur
nato a Venezia, fu legato allo Studio
e al contesto culturale bolognese.
Furono protagonisti di una Chiesa
divisa, in cui l’autorità spirituale era
contesa anche sul piano politico.
Ma è a partire dal Quattrocento
che Bologna inizia a esprimere con
continuità figure ecclesiastiche di
altissimo profilo.
La famiglia Bentivoglio, egemone
in città, intrattenne stretti rapporti
con la Curia e molti suoi esponenti
finirono per essere cooptati in ruoli
di rilievo a Roma. Poi ci fu anche
chi a Bologna ebbe la malasorte di
morire, come Alessandro V, al secolo
Pietro Filargo, deceduto nella notte
tra il 3 e il 4 maggio 1410 proprio
nel palazzo dei Bentivoglio, dove
risiedeva come pontefice. La sua
morte avvenne in circostanze mai
del tutto chiarite, il che alimentò
nei secoli numerose voci e sospetti.
Alcuni cronisti del tempo e successivi
storici ipotizzarono che fosse stato
avvelenato, forse su ordine del
cardinale Baldassarre Cossa, suo
potente sostenitore e poi successore
come antipapa Giovanni XXIII.
Tuttavia, non esistono prove certe
di un avvelenamento, e l’ipotesi
resta nel campo delle congetture.
Più verosimilmente, morì per cause
naturali, probabilmente dovute a un
peggioramento delle sue condizioni
di salute, aggravate da tensioni
politiche e dal clima instabile
del tempo. Alessandro V era già
anziano e malato al momento della
sua elezione al concilio di Pisa nel
1409, che cercava di porre fine allo
scisma d’Occidente (ma che finì per
complicarlo ulteriormente, portando
a tre papi in contemporanea). Fu
sepolto nella chiesa di San Francesco
a Bologna, dove si trova ancora
oggi il suo monumento funebre.
Curiosamente, Alessandro V non
è ufficialmente riconosciuto come
papa dalla Chiesa cattolica (che
considera legittimi in quel periodo
Gregorio XII a Roma e Benedetto
XIII ad Avignone), ma anche lui
come antipapa (e quindi siamo a
tre). Tuttavia, per lungo tempo fu
considerato papa a pieno titolo, e in
passato figurava anche negli elenchi
ufficiali.
Il Cinquecento segna l’apogeo dei
papi bolognesi, a partire da Gregorio
XIII (Ugo Boncompagni), nato a
Bologna nel 1502. Fautore della
riforma del calendario (tuttora in
uso), Boncompagni fu un pontefice
di forte cultura giuridica, formatosi
nello Studio bolognese. Promosse
la Controriforma, fondò numerosi
seminari e collegi, e mantenne forti
legami con la sua città, lasciando
tracce materiali e simboliche del suo
pontificato, a cominciare dalla statua
sovrastante il portone di Palazzo
D’Accursio che lo rappresenta
seduto mentre benedice la città.
Durante l’occupazione napoleonica,
nel 1796, per proteggerlo dalla furia
antiecclesiastica,i bolognesi decisero
di camuffarla da San Petronio
aggiungendogli una mitria vescovile
e un pastorale e sostituendo la lapide
con l’iscrizione “Divus Petronius
Protector et Pater”.
Il successivo papa bolognese,
Innocenzo IX, detiene a sua volta un
record, quello di uno dei pontificati
più brevi della storia, avendo
governato per appena due mesi. Nato
a Bologna nel 1519 come Giovanni
Antonio Facchinetti, venne eletto
papa il 29 ottobre 1591, quando
già era anziano e molto malfermo
in salute. Il 30 dicembre di quello
stesso anno morì senza aver potuto
fare quasi nulla come pontefice.
Non durò molto, meno di due
anni, anche il pontificato del suo
concittadino Alessandro Ludovisi,
salito al soglio il 9 febbraio 1621
con il nome di Gregorio XV.
Tuttavia, in quel breve tempo riusci
a realizzare opere importanti, sulla
scia del precedente papa bolognese
Gregorio XIII, che l’aveva avviato
alla carriera nella curia romana.
Prima di diventare papa si distinse
come abile diplomatico e quando,
nel 1612, divenne arcivescovo di
Bologna, istituzionalizzò il culto
per la Madonna di San Luca, fatta
scendere dal monte della Guardia e
portata in processione per ottenere
la grazia che finissero le incessanti
piogge rovina dei raccolti.
Nel Settecento, la figura più
rilevante è Benedetto XIV (Prospero
Lambertini). Nato nel 1675, proveniva
da una famiglia nobile bolognese.
Era un uomo colto, ironico e dotato
di una profonda cultura giuridica e
teologica. Durante il suo pontificato,
seppe coniugare riformismo e
tradizione, promuovendo le arti, il
sapere e una visione razionale del
governo ecclesiastico. Benedetto
XIV è forse il papa bolognese più
celebrato e amato, rimasto nel cuore
dei concittadini per l’intelligenza
e la bonomia e reso immortale
dalla rappresentazione dell’attore
bolognese Gino Cervi.
La presenza dei papi bolognesi non
si limita al passato remoto. Anche
il Novecento ha visto protagonisti
ecclesiastici felsinei: Giacomo
della Chiesa, che fu arcivescovo di
Bologna, divenne Benedetto XV nel
1914, pontefice della pace durante
la Prima guerra mondiale. Ancora
più recentemente, Giacomo Lercaro,
cardinale a Bologna dal 1952, fu
figura centrale nel Concilio Vaticano
II, incarnando una Chiesa povera e
dialogante. Anche se non fu eletto
papa, il suo profilo fu da molti
considerato papabile e la sua figura
è quella che si avvicina di più al
cardinale Zuppi.
Il legame tra Bologna e il papato non
è stato solo politico o spirituale, ma
anche profondamente identitario. I
pontefici bolognesi hanno lasciato
segni tangibili nella città: edifici,
opere d’arte, riforme, istituzioni
culturali. Al contempo, l’università e
il tessuto ecclesiastico locale hanno
rappresentato un bacino fertile di
talenti per la Chiesa universale.
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41
DA VEDERE
In una palazzina di proprietà del Comune in via della
Fiera è visitabile il museo dedicato a una figura centrale
della Bologna del Novecento
PADRE MARELLA
il santo dei poveri
Testi di Giuliano Musi
Bologna è senza dubbio tra i centri
culturali che possono vantare il
maggior numero di musei ricchi
di contenuti a livello mondiale. La
sezione egizia e quella di vasi greci
del Museo Civico, così come il museo
di anatomia dell’Università, solo per
citare alcuni punti focali, hanno pochi
rivali nel mondo. Insieme a questi top
che richiamano appassionati da tutte
le nazioni figurano numerosi altri
centri di aggregazione culturale che
completano un quadro unico sotto le
Due Torri.
Pochi sanno però che nel vastissimo
panorama culturale bolognese rientra
a pieno titolo anche il Museo di Padre
Olinto Marella che spicca non per
la rarità di pezzi esposti ma perché
racconta la vita esemplare e unica
del Padre che ne ha legittimato la
creazione. Il suo maggior pregio è
quello di essere un museo vivente
perché narra “in diretta” un uomo
esemplare che meritatamente è stato
premiato con la beatificazione e viene
indicato come prototipo di esistenza
civile, supportata da solidissime radici
religiose. L’unicità dell’esposizione
è proprio quella di non essere
un’esibizione statica di pezzi che
hanno contraddistinto la vita del
Padre ma di far parlare abiti, mobilio,
tantissime lettere scritte di suo pugno,
grazie a testi quasi sempre ricavati
dalla ricca produzione letteraria di
Don Marella nella sua lunga tribolata
esistenza terrena. Una presenza in
Bologna che ha superato il secolo ma
resta ancora vivissima grazie a quanto
il Padre ha seminato in vita ed ancora
oggi assicura ottimi frutti.
Il museo è ospitato in una palazzina
di proprietà del Comune in Via della
Fiera, attigua alla sede Rai, di fronte
alle torri della Regione, in una zona
sinonimo di assoluta povertà nel
dopoguerra, ricostruita e rilanciata
ora a nuova vita con la presenza
di istituzioni basilari per la società.
La collocazione e la struttura stessa
non potevano essere più indovinate
perché proprio in questa palazzina
il Padre ha iniziato a fare bene senza
limiti. L’edificio era in precedenza
un deposito di attrezzature comunali
dell’immondizia, poi abbandonato
negli anni 40, che rischiava il crollo.
Padre Marella, ottenuta la disponibilità
dei locali, li ha immediatamente
rigenerati nell’impiantistica e nella
funzionalità dando loro nuova vita
come punto di riferimento per i più
deboli. Non ha trascurato anche
l’aspetto estetico della nascente
Cattedrale dei Poveri con un tocco
di classe come la splendida bifora,
trovata tra gli scarti comunali e subito
sistemata sul muro perimetrale, che
all’esterno indicava l’ingresso ufficiale
della sala in cui si svolgevano anche le
funzioni religiose. Un salto di qualità e
sacralità che sintetizza il personaggio
da cui tutto è nato miracolosamente
con sviluppi incontenibili, che forse
neppure lui aveva immaginato.
La scelta di questo luogo è significativa
perché nello stesso edificio è nata, ha
preso corpo e concretezza la grande
iniziativa di beneficenza che negli
anni ha consentito a Padre Marella
di creare un esempio unico di come
si possa praticare il bene comune
indipendentemente da convinzioni
politiche, religiose e di razza. In
questa palazzina ha mosso i primi
passi il progetto poi completato con il
centro di San Lazzaro di Savena della
Città dei Ragazzi. L’unicità di Padre
Marella si è articolata anche a livello
religioso iniziando proprio da questa
sede, in cui lui diceva messa per
una comunità sempre più numerosa
di indigenti che chiedevano cibo e
comprensione. Le sue messe hanno in
parte anticipato il Concilio Vaticano
perché, dato il livello culturale dei
presenti, erano celebrate guardando
direttamente i fedeli con rotazione
dell’altare e spesso i brani erano
tradotti in italiano perché il latino
non sarebbe stato compreso. Padre
Marella ha sempre sorpreso per la sua
lungimiranza culturale ed educativa
che ha pagato cara con la sospensione
fortunatamente revocata quando la
Chiesa ha percepito appieno la sua
grandezza. E’ stato uno dei primi
educatori che hanno applicato la
piena parità dei sessi nel campo
dell’istruzione e del sociale con classi
miste, formazione professionale senza
barriere ed attività sportiva aperta a
tutti i bambini e ragazzi, maschi o
femmine insieme.
Nonostante sia nato a Pellestrina, una
piccola isola della laguna veneta in
provincia di Venezia, Padre Marella
si può considerare bolognese a pieno
titolo perché ha vissuto la maggior
parte della sua vita sotto le Due Torri.
Il suo arrivo a Bologna è avvenuto
nel 1924 e lo ha visto inizialmente
insegnante di filosofia ai licei classici
Galvani e Minghetti, poi grande
benefattore a tempo pieno una volta
raggiunta la pensione. Ha praticato
una assistenza capillare basata
sempre sulla sua grande inventiva
benefica che si è riversata su intere
generazioni a cui ha assicurato cibo,
istruzione, formazione professionale,
lavoro, cura religiosa (mai imposta),
attività sportiva per i ragazzi e anche
case in cui vivere onestamente e
serenamente.
Ai primi passi della sua opera, quando
ancora abitava con la madre (che lo
ha sempre aiutato nel portare bene a
tutti) in un appartamento di Via San
Mamolo, ospitava decine di bambini
abbandonati oltre a diseredati che non
sapevano dove andare. In quella casa
non c’era angolo o arredo che non
fosse utilizzato come ricovero e anche
il tavolo della cucina si trasformava in
letto per alcuni piccoli ospiti. Questa
sua molteplicità di interventi benefici
è andata aumentando quando la sua
attenzione è stata focalizzata sulla
tragica situazione della zona detta
Baraccato fuori porta Lame ed in
seguito da quella di Via Piana.
Si narra che nella sede della sua
opera assistenziale in Via del Lavoro,
specie nei periodi invernali, si vivesse
perennemente in emergenza perché
la richiesta di aiuto era altissima. Pasti
e posti letto al caldo erano sempre
esauriti, a Bologna allora gli inverni
erano rigidissimi e non esistevano
numerose opere assistenziali
sviluppate come ora. Pare che Don
Marella rinunciasse al suo pasto e,
avendo già in magazzino la bara
con cui sarebbe stato sepolto molti
anni dopo, quando l’emergenza
era insostenibile, cedesse senza
esitazioni la sua camera ed il suo
letto e passasse la notte nella bara
in magazzino. Questa forse è la
dimostrazione più evidente di come
da sempre abbia considerato la vita
terrena: un passaggio in cui dare tutto
di sé per legittimare davanti a Dio
l’entrata in Paradiso.
E il suo aspetto che poteva anche
sembrare burbero al primo impatto
veniva immediatamente superato
dalla dolcezza di una voce
rassicurante e dai modi semplici che
lo contraddistinguevano nei rapporti
con tutti.
Nel dopoguerra ha creato una
prima Città dei Ragazzi con cinque
laboratori-scuola a cui, nel 1954,
sono seguite la seconda a San
Lazzaro di Savena ed il “Villaggio
Artigiano” con 24 abitazioni, la “Casa
della Carità” e la “Chiesa della Sacra
Famiglia”. A Brento di Monzuno ha
costruito la chiesa di Sant’Ansano e la
“Casa del Pellegrino”. Il 6 settembre
1969, a 87 anni, è morto nella sua
“Città dei Ragazzi” e le sue spoglie
sono custodite nella cripta della
chiesa della Sacra Famiglia a San
Lazzaro di Savena, “vicino ai suoi
ragazzi”, com’era suo desiderio.
La sua straordinaria carità gli
ha ottenuto numerosi pubblici
riconoscimenti e l’ammirazione
unanime della popolazione
bolognese, che fu profondamente
commossa dalla notizia della sua
morte. Un interminabile corteo
accompagnò il trasferimento (di oltre
9 chilometri) della salma dalla Città
dei Ragazzi di San Lazzaro di Savena
fino alla Basilica di San Petronio in
Bologna, dove si svolsero le esequie
con una immensa folla che gremiva
la Basilica (una delle più grandi al
mondo) e anche l’antistante Piazza
Maggiore.
L’ammirazione per l’eroica carità
di don Marella è andata crescendo
negli anni successivi alla sua morte
in quanti lo avevano direttamente
conosciuto o avevano comunque
avuto notizia della sua opera e subito
sono giunte all’allora Cardinale di
Bologna Antonio Poma, richieste
per avviare una formale Causa di
Beatificazione di Padre Marella.
Padre Marella è stato ritenuto santo
già prima della sua morte e l’ufficialità
della beatificazione è stata accolta
con soddisfazione come dimostrò
l’imponente cerimonia svolta in
Piazza Maggiore che lo avrebbe
sorpreso e in parte contrariato perché
è stato personaggio sempre molto
schivo.
Molti bolognesi hanno avuto da
lui aiuto materiale e spirituale e
sopratutto un insegnamento sul tipo di
vita da svolgere. Tutti approfittavano
della sua disponibilità per chiedergli
consigli e sostegno spirituale mentre
all’angolo di via Clavature e all’uscita
dei cinema e dei teatri mostrava il suo
miracoloso cappello che sempre si
riempiva di cifre rilevanti perché tutti
avevano la certezza che quel danaro
nelle sue mani avrebbe fatto miracoli
e assicurato grande ristoro e ridato
voglia di vivere a chi era in difficoltà.
Il museo sintetizza la vita del padre in
quattro sale. Quella a piano terra la
racconta con l’ausilio di tabelloni, foto
e opere d’arte mentre al primo piano
l’esposizione è articolata in tre stanze
multimediali (sala del padre, sala dei
testimoni e sala della sospensione) che
focalizzano l’attenzione sui momenti
cruciali della vita sociale e spirituale
di Padre Marella. La chiarezza
di contenuti del museo e la sua
immediata comunicativa sono merito
della curatrice Claudia D’Eramo e
dell’allestimento multimediale di
auroraMeccanica.
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la nostra storia
Bologna
La storia dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio di
Gerusalemme e il legame con Bologna dalle Crociate
ai giorni nostri
I Templari
Testo di Gianluigi Pagani e Roberto Corinaldesi
La storia dei templari nasce dalla Prima
Crociata, che tutti noi abbiamo studiato a
scuola: indetta nel novembre del 1095 dal
papa Urbano II al Concilio di Clermont-
Ferrand, il 15 luglio del 1099 partirono i
crociati guidati da celeberrimo Goffredo di
Buglione e da Raimondo IV di Tolosa che
riuscirono nella conquista di Gerusalemme
dopo poco più di un mese di assedio. Poi,
nel periodo dal 1099 alla caduta di San
Giovanni d’Acri, nel 1285, si formarono
in Terrasanta svariati ordini cavallereschi,
incentivati dalla Chiesa sia per proteggere
i pellegrini sia per “occupare” i numerosi
e turbolenti cavalieri, cadetti di nobili
famiglie, che vagavano per l’Europa alla
ricerca di onore e di fortuna. Parliamo
dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro,
dei Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni
di Gerusalemme, dei Cavalieri Ospitalieri,
dei Cavalieri Teutonici, ed infine dei
Cavalieri del Tempio di Gerusalemme, più
comunemente detti Templari (1118/1120),
i più gettonati di tutti, con la tunica bianca
e, sul petto, una rossa croce greca patente,
rappresentante la passione di Cristo.
L’ORDINE DEI TEMPLARI
Legati all’Ordine Cistercense, grazie
alla regola concessa da Bernardo di
Chiaravalle nel 1135, il loro motto era
“Poveri compagni d’arme di Cristo e
del Tempio di Salomone” e vivevano di
elemosine, avendo fatto voto di consacrare
la loro vita alla difesa della Terra Santa. Il
sigillo più noto li rappresenta in due su un
unico cavallo, in riferimento al duplice
ruolo di cavalieri e di monaci, con il
voto di povertà e con l’aiuto reciproco
in battaglia. Si consideravano “…martiri
della fede che serenamente uccidono
e serenamente muoiono”. L’Ordine si
diffuse rapidamente in tutta l’Europa:
e qui si arricchì notevolmente con
cospicue donazioni e con svariate attività
finanziarie e commerciali. I Templari
svolsero inoltre importanti compiti per
la Santa Sede, in veste di ambasciatori,
custodi luoghi santi ed esattori delle
decime a favore delle crociate. I vari paesi
erano divisi in provincie, ciascuna guidata
da un “Maestro”, cui facevano capo molte
case templari, di cui alcune fortificate,
rette da “Precettori” o “Commendatori”.
I precettori erano a capo non solo di
cavalieri e sergenti templari, ma anche
di cavalieri laici, cappellani, ausiliari
e servitori di vario livello. Un monaco
inglese di nome Mattew Paris riporta,
nella sua Cronica Maiora scritta attorno
al 1250, che in quell’epoca vi erano, nel
mondo cristiano, circa 9mila commende
e circa 870 fra castelli e forti affidati
all’Ordine, cui facevano riferimento, a
vario titolo, quasi 100mila anime, tra
frati e laici. Di queste però soltanto 8mila
erano cavalieri templari combattenti, di
cui 3mila stanziati in Palestina. In Italia
l’Ordine Templare si insediò intorno al
1130, costruendo “commende e magioni”
lungo gli itinerari più battuti dai pellegrini
e dai crociati diretti in Palestina.
L’ORDINE E BOLOGNA
Bologna, posta lungo l’importante via
Emilia e in stretto collegamento con la
via Francigena e la via Postumia, punto
obbligato di passaggio per i pellegrini
e i cavalieri che, via mare o per terra,
andavano in Terra Santa, fu la sede templare
più importante d’Italia, a capo della
“provincia” del nord Italia, la cosiddetta
“Lombardia”, che comprendeva anche la
Sardegna. Al sud, la provincia di “Apulia”
faceva invece capo alla commenda di
Monte Sant’Angelo, mentre Roma era
fuori da queste divisioni territoriali. I
Templari arrivarono a Bologna nel 1161 e
stabilirono la loro sede nell’odierna strada
Maggiore, nella Magione di Santa Maria
del Tempio, tra vicolo Malgrado e via
Torleone, che la divideva dal monastero
di Santa Caterina (dove adesso c’è un
comando di Polizia e l’ufficio postale).
Alla magione era annessa la chiesa di
Santa Maria Maddalena, a unica navata
di 23 per 10 metri, con l’ingresso rivolto
verso via Malgrado, demolita dalle bombe
nel corso della Seconda guerra mondiale.
L’entrata principale corrispondeva
all’attuale Palazzo Scaroli, al civico 80-
82. I rifacimenti nel corso dei secoli hanno
modificato, se non la posizione, l’aspetto
del complesso di cui resta una sala detta
“Sala dei Cavalieri” che conserva il soffitto
originale a travi lignei e le mura esterne
con finestre a sesto acuto. Accanto si
ergeva, con i suoi 24 metri, la Torre della
Magione, quella che il 12 agosto 1455
il geniale architetto Aristotele Fioravanti
trasportò per 18 metri e 24 centimetri,
sollevandola su appositi piani inclinati
e rulli, per ordine di Achille Malvezzi,
Priore pro tempore dell’Ordine dei
Cavalieri di Malta e allora proprietario del
complesso. La torre venne poi demolita
nel 1825 per volontà di Luigi Aldini che
l’aveva acquistata e riteneva vi si trovasse
nascosto un tesoro dei Templari. Oggi una
lapide ne ricorda la presenza all’angolo
di vicolo Malgrado. I Templari bolognesi
possedevano in città la chiesetta di
Santo Homobono, nella parrocchia degli
Alemanni, 15 case col coperto in laterizio
e 1 ettaro coltivato a orti, nonché numerose
proprietà nel contado, soprattutto verso
oriente, accanto alla Via Emilia.
VENERDÌ 13 E LA SFORTUNA
L’essere tanto ricchi non portò loro
bene, perché provocarono odio e
gelosie, nonché l’avidità di alcuni
sovrani. Orbene, la storia racconta che
il re di Francia Filippo IV, detto il Bello,
pesantemente indebitato, con false accuse
di eresia e pratiche immorali, venerdì 13
ottobre 1307 (ecco da dove viene che
venerdì 13 porti iella!) fece imprigionare
oltre 500 Templari francesi. Era ovvio lo
scopo di incamerarne i beni, come Filippo
aveva fatto in precedenza con gli ebrei
e i banchieri fiorentini. Il 24 agosto del
1308, a Bologna, il domenicano Nicolò
Tascherio, inquisitore per la Lombardia
Inferiore, fece catturare i Templari. Nel
1313 anche a Bologna tutti i loro beni
passarono all’Ordine di San Giovanni di
Gerusalemme. E dopo vari passaggi di
proprietà nei secoli, dai Cavalieri di Malta
fino alla Cassa di Risparmio in Bologna,
l’edificio della Magione fu lasciato in
eredità, nel 1942, dall’ultimo proprietario
Enrico Pietro Scaroli, defunto senza eredi,
all’Opera Pia dei Poveri Vergognosi, che
lo ha oggi affittato alla Polizia di Stato e
Giudiziaria, alla ex Provincia di Bologna e
alle Poste e Telegrafi. Al posto della chiesa
di Santa Maria Maddalena, demolita dai
bombardamenti della Seconda guerra
mondiale, fu edificato un palazzo
moderno.
I TEMPLARI OGGI
Oggi molti gruppi fanno riferimento
ai Templari e si dedicano ad attività
di carità, volontariato, studio e
formazione storica. Tra questi il più
importante è l’Ordo Supremus Militaris
Templi Hierosolimitani o OSMTH
INTERNATIONAL che rappresenta oggi
la più grande associazione neo-templare,
diffusa in 35 paesi. Costituito nel 1995,
è stata riconosciuta nel 2002 dalle
Nazioni Unite come Organizzazione
non governativa (ONG) e membro
consultivo del Comitato Economico
e Sociale (ECOSOC). È una società
cavalleresca cristiana ecumenica,
dedita alla solidarietà, alla formazione
e alla ricerca storica. A capo ne è stato
recentemente nominato lo svizzero
Jacques Charles Dubos. Bologna è
oggi una delle sette commende in
cui è diviso il Gran Priorato Generale
d’Italia, che conta oltre 100 cavalieri.
Il dott. Emanuele Parisini, importante
commercialista bolognese, ricopre oggi
il prestigioso incarico di Commendatario
della Frà Pietro da Bologna, con lo scopo
di mantener vivo il ruolo importante che
la nostra città ha svolto nella storia dei
Templari. “Mi piace sempre ricordare
un importante avvenimento del passato
– racconta il dott. Parisini - a seguito di
un lungo processo farsa, organizzato da
Filippo il Bello, in cui fu fatto ampio uso
della tortura per estorcere confessioni,
il Gran Maestro Jacques de Molay e le
più alte gerarchie dell’Ordine furono
messi al rogo sull’isola di Pont Neuf sulla
Senna. I documenti ufficiali riportano
che il nostro Gran Maestro chiese al
boia di allentargli un poco le catene, per
congiungerle in preghiera e di girarlo
verso Notre Dame. Questa è ancora
oggi la nostra caratteristica: umiltà e
devozione per aiutare gli altri, come
facevano in Terra Santa con i pellegrini,
e ne siamo sempre orgogliosi”.
Chi volesse approfondire l’argomento
può leggere i due testi di Giampiero Bagni
dai titoli “Pietro da Bologna. Il difensore
dei Templari” (Bononia University Press)
e “Templari a Bologna. Sulle tracce di
frate Pietro” (Edizioni Penne e Papiri).
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I MITI DELLO SPORT
Piccole grandi storie
dei campioni
di casa nostra
A cura di
Marco Tarozzi
Mondino Fabbri, grande tecnico
segnato irreparabilmente dalla
sconfitta azzurra con la Corea,
“Petisso” Pesaola, filosofo del
calcio, e Vincenzo Italiano,
ragazzo siciliano nato in
Germania, sono i mister che
hanno guidato il Bologna nei
trionfi in Coppa Italia
I TRE TIMONIERI
CHE FECERO L’IMPRESA
Bulgarelli alza la Coppa Italia
del 1974
Una Coppa Italia alzata tre volte nello spazio
di cinquantacinque anni, a cui restano
legati i nomi di eroi della passione rossoblù.
Da Beppe Savoldi, protagonista assoluto
nelle prime due, a Giacomino Bulgarelli,
capitano nella storia: entrambi in campo sia
nel 1970 che nel 1974, così come Cresci,
Perani, Roversi, Battisodo, Gregori e Adani.
E ancora Eraldo Pecci, che poco più che
ragazzo realizzò con freddezza il rigore
decisivo contro il Palermo all’Olimpico, nel
’74. E quelli di mezzo secolo dopo: Orsolini,
Ndoye, Freuler, Skorupski e compagni.
E poi ci sono loro: i tre timonieri. Maestri di
un calcio che dal 1970 ad oggi ha cambiato
ritmi, strategie, intensità. Accomunati da quel
trofeo che ha assegnato loro, di diritto, un
posto riservato nella storia del club.
COPPA ITALIA 1970 – EDMONDO FABBRI
Quando approda al Bologna, nel 1969, ha
già provato i giorni della gloria e quelli del
dolore. Che fosse un allenatore capace, e
parecchio, lo aveva dimostrato a Mantova,
prendendo le redini di quello che venne
definito il “piccolo Brasile” a nemmeno
quarant’anni, insieme all’amico Italo Allodi
nel ruolo di Ds, appena dopo il ritiro dal
campo, e portandolo tra il 1957 e il 1961
dalla Quarta Serie in Serie A, vincendo il
Seminatore d’Oro e diventando per tutti
“Mondino”, per affetto e per una statura non
Italiano in trionfo sotto i 30 mila bolognesi
in trasferta all’Olimpico il 14 maggio 2025
esagerata che nel periodo rossoblù viene
stigmatizzata da Bruno Pace con una battuta
delle sue, fulminante: «Ho visto il mister,
poco fa: stava seduto sul marciapiede con le
gambe penzoloni…».
Dopo le sette magiche stagioni mantovane,
a un passo dall’Inter, la chiamata della
Federazione per risollevare il destino di una
Nazionale fallita in Cile nel 1962. Un inizio
travolgente (compreso il 3-0 rifilato al Brasile
di Pelé in amichevole), una qualificazione
senza problemi, ma poi il Mondiale del
1966 si rivela un disastro, culminato nella
sconfitta (purtroppo storica) contro la Corea
del Nord.
Dagli altari alla polvere, Mondino non
sarà mai più lo stesso. Due anni a Torino
dimostrano che è ancora un bravo
allenatore, anche se negli stadi viene
accolto regolarmente dal coro “Corea,
Corea”. Porta sotto la Mole la Coppa Italia
del 1968, dopo aver vissuto nell’autunno
precedente il dramma della morte di Gigi
Meroni. Appena arrivato a Bologna, riesce
ad evitare la cessione di Bulgarelli al Milan.
Nel 1970 lascia il segno: la Coppa Italia
alzata al Comunale, battendo proprio il
Torino nell’ultimo scontro di un gironcino
finale con la doppietta di Savoldi, è la prima
della storia del club. Seguirà una Coppa di
Lega Italo-Inglese, conquistata ai danni del
Manchester City. Ha solo cinquant’anni, il
tecnico di Castel Bolognese, ma è destinato
a portarsi dietro l’ombra di quella sconfitta
di Middlesbrough contro la Corea, mai
completamente elaborata.
COPPA ITALIA 1974 – BRUNO PESAOLA
«Una volta sono andato a letto presto. Mi
sono svegliato nel cuore della notte e non
ho più chiuso occhio». Per questo preferiva
tirar mattina Bruno Pesaola, il “petiso” da
quando ragazzino tirava i primi calci ad
Avellaneda, quartiere di Baires in cui era
cresciuto da italiano d’Argentina, figlio di
Gaetano, calzolaio arrivato a cercar fortuna
da Montelupone, provincia di Macerata.
E poi “Petisso” qui in Italia, con una “s”
regalata chissà perché. Da allenatore, dopo
una bella carriera in campo, scrive le sue
più belle pagine a Napoli, diventata la sua
città, e a Firenze, dove vince uno scudetto
storico, ma non vanno dimenticate quelle
quattro stagioni al timone del Bologna, tra il
1972 e il 1976, che fruttano la Coppa Italia
del ’74, vinta ai rigori in fondo a una finale
Bruno “Petisso” Pesaola
dai toni rocamboleschi contro il Palermo, e
l’appendice meno fortunata tra il 1977 e il
1979.
Dopo la gloria di Firenze è il presidente Luciano
Conti a volerlo a Bologna. Un altro che ama
fare tardi la notte davanti a un mazzo di carte,
e dunque l’amore sboccia, inesorabile. Il suo
Bologna finisce tre volte settimo, e nell’anno
in cui scende al nono posto vince la famosa
Coppa Italia “recuperata” al novantesimo da
Bulgarelli, che si guadagna un rigore lasciando
basito Arcoleo, colpevole designato, e infine
vinta ai rigori dopo una giornata vissuta in
balìa di una squadra di B, ma chiusa in trionfo.
Ricorda Beppe Savoldi: «Pesaola ci chiamò
per decidere chi avrebbe battuto i rigori e
c’eravamo solo io e Bulgarelli. Erano spariti
tutti, lì intorno…». Il quinto rigorista è Pecci,
diciannovenne senza timori reverenziali.
L’Olimpico porta ancora fortuna, come dieci
anni prima.
Di Bruno Pesaola restano uscite memorabili,
che testimoniano la sua acuta visione delle
cose e la capacità di sdrammatizzare.
“Una volta trotterellavo in mezzo al campo
con poca spinta”, ricorda Eraldo Pecci, “e
Pesaola mi incitò a dare di più. Mister, gli
dissi, lo sa che io sono un estroso… E lui di
rimando: veramente a me pare che lei sia un
estronso…”
Memorabile la spiegazione ad una strategia
di gioco ribaltata durante una trasferta a
Bergamo: “Mister, aveva detto che avreste
giocato da subito all’attacco e invece vi
siete chiusi in difesa, il Bologna sembrava un
fortino” “E se vede che quelli dell’Atalanta ci
hanno rubato l’idea…”. Leggendario.
2025 – VINCENZO ITALIANO
Mezzo secolo dopo, la bacchetta magica è
passata nelle mani di un ex ragazzo di Sicilia,
nato per necessità familiari in Germania, e
lui l’ha usata mescolando arte e mestiere.
Orfani di Thiago Motta e della sua annata
magica, noi bolognesi non abbiamo capito
da subito l’importanza di avere Vincenzo
Italiano in panchina nell’anno del debutto
IL TRIONFO IN COPPA
in Champions League. Né la validità della
scelta del presidente Saputo e di Fenucci,
ispirati dall’occhio lungo di Giovanni Sartori.
Dal 2018, anno del debutto da tecnico nel
calcio professionistico, il ruolino di marcia
parla per lui: promozione dalla C alla B a
Trapani, poi dalla B alla A con lo Spezia,
tre finali nelle ultime due stagioni alla
Fiorentina, due volte in Conference League
ed una in Coppa Italia. Tutte perse, è vero,
ma il viaggio conta e se una squadra arriva
a giocarsi l’ultimo atto di un torneo significa
che il manico ha qualità da vendere.
Non ha avuto timori reverenziali, Vincenzo
Italiano. Sapeva di essere arrivato con un
fardello pesante sulle spalle, tra sussurri
e mugugni. Poco alla volta si è preso la
complicità dei giocatori e la fiducia dei tifosi.
Dimostrandosi uno di loro: coinvolto nelle
dimostrazioni di entusiasmo, tanto quanto
Thiago appariva distaccato e talvolta glaciale.
Il Bologna di Italiano non ha fatto la figura
della Cenerentola europea, giocandosela
con orgoglio e dignità, permettendosi anche
il lusso di battere al Dall’Ara il Borussia
Dortmund, arrivato in una stagione sottotono
ma pur sempre vicecampione in carica.
E in Coppa Italia ha fatto il capolavoro:
eliminando lungo il cammino Monza,
Atalanta ed Empoli, affrontando e battendo
in finale l’Inter, proprio all’Olimpico di
Roma, in un remake dello spareggio-scudetto
del 1964 e cinquantun anni dopo l’ultimo
trionfo nella manifestazione.
In un colpo solo, Il “ragazzo di Sicilia” ha
sbancato: prima la Coppa Italia, primo trofeo
conquistato nella carriera da tecnico, poi
a cascata il Premio Bulgarelli e il Nettuno
d’Oro. Era scritto che prima o poi avrebbe
vinto, ma così è stato bellissimo. Come
indimenticabile, anche per lui, è stata
quell’immersione nell’amore di una città,
in autobus, qualche giorno dopo. «Perché
dovrei cercare una grande piazza? Ci sono
già». A pensarci, le stesse parole che usò
Bulgarelli per restare rossoblù a vita.
Edmondo Fabbri con Savoldi
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IL PERSONAGGIO
Bologna
Un ricordo dell’autore delle opere che ricordano gli
Eccidi di Marzabotto, dall’università a Bologna alla
deportazione in Germania, dall’impiego alla Bonifica
Renana fino al ritiro artistico in Appennino
Nenzioni, l’artista
di Monte Sole
Testo di Giancarlo Fabbri
Sembrerà strano ad alcuni ma credo di avere
l’intera collezione della rivista “Nelle Valli
Bolognesi” tanto che a ogni uscita attendo
già la successiva. Infatti sono interessato alla
storia, e all’ambiente del nostro Appennino
e la rivista mi piace per i tanti amici che vi
collaborano come William Vivarelli, Pino
Rivalta, Gian Paolo Borghi e tanti altri.
E qui scrivo una riflessione prendendo
spunto dall’articolo di Veronica Righetti a
titolo: “Camminare per ricordare, sui sentieri
partigiani” pubblicato nel numero 65
(primavera 2025). Con a pagina 22 una foto
che riprende alcuni degli iconici monumenti
presenti sui sentieri e sulla Via Crucis di
Monte Sole. Oggi parco storico regionale
su un territorio compreso tra le valli del
Reno e del Setta. Purtroppo monumenti che
richiamano alla memoria, come da loro
compito, un eccidio compiuto da reparti
tedeschi e repubblichini nell’autunno del
1944. Strage che colpì una popolazione
inerme di anziani, donne e bambini per
un totale di 955 vittime: 216 bambini, 316
donne, 142 anziani e cinque preti.
Ebbene foto di quei monumenti sono state
pubblicate su varie riviste, libri, su siti web,
sui media televisivi senza mai citare, salvo
rarissime eccezioni, l’autore della maggior
parte di quei monumenti: Luciano Nenzioni.
Nato a Bologna l’11 novembre 1916, e
deceduto a Imola il 26 ottobre 2007, l’artista
riposa nel camposanto di Linaro nella valle
del Santerno. Prima di ammalarsi abitava a
Falgheto di Montecalvo, frazione di Pianoro,
dove aveva il suo studio: pittore d’estate,
scultore d’inverno. Lo conobbi anni fa
incuriosito da un suo lavoro che ancora oggi
fa bella mostra di sé nella farmacia del dottor
Mauro Nizzi, a Rastignano. Un Cristo in
croce, nell’umano tormento dell’umiliazione
pubblica, del dolore fisico e della morte.
Volli conoscerlo e in lui trovai un uomo,
un artista, un amico che cercava la poesia
nell’arte visiva.
Di carattere schivo e riservato, si era
diplomato al liceo scientifico poi, per la
sua curiosità verso la biologia e la natura,
s’iscrisse alla Facoltà di Scienze naturali
dell’Ateneo bolognese. Non ancora laureato,
nel 1941, vinse un concorso per una docenza
all’istituto per periti agrari “Scarabelli” di
Imola. Con l’entrata dell’Italia in guerra fu
chiamato alle armi, interrompendo così sia
gli studi che l’insegnamento. Fu inquadrato
in artiglieria con addestramento a Vercelli
e successivo trasferimento a Pisa, col grado
di sottotenente, e all’Isola d’Elba dove fu
catturato dai tedeschi all’indomani dell’8
settembre 1943. Infine fu deportato per non
aver aderito come militare alla repubblica
di Salò. Dopo vari trasporti in Germania
in carri bestiame: Monaco e Würzburg in
Baviera, fu infine internato nel campo di
Luciano Nenzioni
concentramento Oflag 83 (Offizierslager,
campo per ufficiali) di Wietzendorf, in
Bassa Sassonia, dove passò due anni di
prigionia, di stenti e sofferenze. Il campo il
16 maggio 1945 passò poi sotto il comando
degli inglesi fino alla smobilitazione. La
permanenza nel campo nazista – che tra le
migliaia di ufficiali italiani accolse anche
l’attore Gianrico Tedeschi, il giornalista e
scrittore Giovannino Guareschi e l’architetto
sanlazzarese Estenio Mingozzi – lo segnò
con una profonda riflessione sulla natura
umana e sulla morte.
Liberato dagli alleati rientrò a Bologna,
dove accettò un impiego nel Consorzio
della Bonifica Renana come responsabile
dell’archivio, e poi a San Lazzaro dove si
sposò con Anna Maria Pollastri – figlia del
famoso liutaio Gaetano Pollastri (1886
–1960), a cui è stata intitolata a San Lazzaro
la via parallela alla via Emilia che unisce le
vie Caselle e Fornace, e di Luigia Samoggia
della famiglia proprietaria della locanda e
osteria “del Sole”, antica stazione di posta,
e del “Gran Chalet” (poi “Villa Samoggia”)
– ma questa è un’altra storia. Da Anna Maria
l’artista ebbe poi tre figli maschi: Federico,
Gabriele già direttore del museo “Donini” di
San Lazzaro, e Maurizio.
Nel tempo libero dal lavoro Nenzioni
iniziò una sua personale ricerca artistica,
spinta dall’intima necessità di esorcizzare
i patimenti subiti durante la guerra e
la prigionia. Socio del Circolo artistico
bolognese dopo le prime opere, tempere
e oli raffiguranti scene della quotidianità,
dalla metà degli anni ’50 si era impegnato
alla ricerca estetica, alla stilizzazione della
natura, allo scomporre e ricomporre le figure
sino ad arrivare a un estremo simbolismo.
La sua prima personale si tenne nel 1956, a
Bologna poi negli anni Sessanta si avvicina
al cemento, usato come supporto pittorico,
poi per sculture che assumono caratteristiche
arcane e primitive. Le principali fonti di
ispirazione che hanno guidato l’artista sono
state il mondo medievale e le antiche civiltà
raffigurate in sapienti geometrie e tenui
colorazioni; poi, infine, quelli religiosi.
Nel 1968 Luciano Nenzioni si trasferisce
al Falgheto di Montecalvo, ai margini della
Valle chiusa dell’Acquafredda, in Comune
di Pianoro ma con vista sulla via Emilia, fin
quasi al mare. La svolta il 2 novembre 1970
con l’artista che fu coinvolto assieme ad altre
persone, da don Ilario Machiavelli parroco
di Gardeletta, a compiere un pellegrinaggio
sui luoghi dove nel 1944 furono trucidate
centinaia di abitanti sulle pendici di Monte
Sole. Processione che salendo dalla Val di
Setta passava per l’oratorio di Cerpiano, la
chiesa di Santa Maria Assunta di Casaglia, la
borgata di Caprara, la chiesa di San Martino
e tornava a valle passando dalla Quercia;
luoghi abbandonati, spesso ricoperti di
vegetazione. Luoghi che saranno cosparsi
di opere realizzate negli anni successivi da
Nenzioni – gratuitamente – con materiali
poveri: cementi, legni, ferraglia di recupero,
rocce, pietre. Monumenti come l’Agnello
pasquale, il Risorto e la Via Crucis inaugurata
nel 1983.
Fu infatti al Falgheto a partire dal 1974,
quando andò in pensione, che Luciano
si diede all’arte con impegno, lavorando
anche dieci o 12 ore al giorno sfornando
figure di guerrieri, giullari, dame, cavalieri,
cavalli e altri animali. Poi ai temi medievali
Nenzioni accostò quello religioso con i
suoi inconfondibili cristi dolenti, vie crucis,
madonne e presepi. Sebbene abbia esposto
in varie città italiane, e che le sue opere si
trovino in molte collezioni private, in enti
pubblici e in moltissimi edifici religiosi,
Luciano non ha mai cercato il grande
pubblico ma i sinceri cultori dell’arte. A
volte il suo guadagno era quello di aver
trovato un amico a cui, spesso, cedeva una
delle sue opere con una stretta di mano e un
sorriso. Altrettanto spesso anche il ricavato
delle opere vendute veniva poi devoluto per
opere di beneficenza. Una generosità, di
cui alcuni hanno poi abusato, che lo portò
ad insegnare con spirito di volontariato ai
ragazzi delle parrocchie le tecniche per
realizzare oggetti originali con materiali
poveri. Anche i suoi dipinti, e le sue sculture,
venivano creati utilizzando materiali per
l’edilizia, trattati con collanti e resine, con
originalità e freschezza.
Doti che non nascondevano la costante
ricerca, post-informale, di un lirismo
estetico. Un’ansia di trasmettere emozioni
e sensazioni, che veniva da una persona
dolcissima e schiva che diceva: «Mi piace
pensare ai miei lavori come nati nel silenzio
e limati, con calibrati giochi di luci e di
ombre, alla ricerca dell’essenzialità e della
spiritualità. Quasi fossero poesie a due o tre
dimensioni». Una spiritualità che evidenziava
come per Nenzioni il tema religioso, quasi
mistico, fosse rilevante. Lo testimoniano i
suoi cippi di Monte Sole, i crocefissi contorti
dalla passione e dal dolore, i piccoli presepi
e i battisteri di alcune chiese. Nel 1991
scrissi su di lui un articolo per la rivista
pianorese “Il Punto” e già allora mi venne
istintivo il titolo: “L’artista del silenzio” e se
n’è anche andato in silenzio. Quasi come se
avesse timore di disturbare gli altri; ma non è
stato dimenticato.
Tra il febbraio e il marzo del 2016 per
iniziativa di Maurizio Nenzioni, figlio di
Luciano, la galleria d’arte Fondantico di
Bologna, ha ospitato una retroprospettiva
dell’artista, nel centenario della nascita,
curata dal critico Gian Ruggero Manzoni,
a titolo “Luciano Nenzioni. L’oltre, la
solitudine, l’elevazione”. In occasione della
mostra da Edizioni del Bradipo di Lugo, fu
pubblicato il libro “Luciano Nenzioni”, con
testi dello stesso Manzoni e immagini a colori
di opere dell’artista. Chi è interessato al libro
può rivolgersi a Maurizio Nenzioni a questi
recapiti: 339-6271159; elemodelli@gmail.
com. Come scrisse Manzoni «rinunciò alla
fama, che non avrebbe tardato ad arrivare,
come confermano i consensi ottenuti in
occasione delle mostre che tenne a Bologna,
Modena, Imola, e in varie località italiane e
straniere. Amò, invece, lavorare in solitudine
e con grande umiltà, dedicandovi con
slancio ogni momento libero. Se tali scelte
contribuirono a impedirgli di conoscere
in vita la fortuna toccata a molti altri suoi
contemporanei, il suo ricordo, di uomo e di
artista, a Bologna, dove nacque e trascorse
buona parte della sua esistenza, non si è mai
spento».
Giunto qui cito il titolo della chiusa
dell’articolo citato in premessa: “Camminare
per ricordare”. Invito infatti i lettori, e chi
va a Monte Sole, a percorrere quei sentieri
e la Via Crucis ricordando che le iconiche
opere furono eseguite e donate da un grande
artista: Luciano Nenzioni.
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BOLOGNA
ALLE ORIGINI DEL VINO
Quando era un centro universitario ci hanno lavorato
personaggi come Alessandro Ghigi e Giorgio Celli, oggi
ospita laboratori didattici sull’ambiente, la natura e la
sostenibilità per le scolaresche e non solo
La storia
dei vitigni
dei Colli Bolognesi
Un’Oasi dei Saperi
dentro la città
Testi di Mauro Trigari – Presidente Oasi dei Saperi ODV
L’Oasi dei Saperi è la riscoperta di un
pezzo di storia della città di Bologna, in
particolare quella universitaria, legata
alle Scienze Naturali, Agrarie e alla
Biologia. Qui infatti sorgeva l’ex Stazione
Provinciale di Avicoltura, fondata nel
1931 dal biologo di fama internazionale
e Magnifico Rettore dell’Università di
Bologna, Prof. Alessandro Ghigi. Qui si
studiavano la fauna avicola e selvatica,
l’idrobiologia ed era presente l’Istituto
Nazionale di Apicoltura. Un luogo
frequentato da scienziati di tutto il mondo,
per gli studi effettuati, in particolare
sull’allevamento avicolo intensivo. Qui,
il famoso entomologo Giorgio Celli
praticò i suoi studi sulla sterilizzazione
dei maschi di zanzara. Negli anni ’90
questo luogo rischiò di sparire per
sempre per essere sostituito da palazzoni
e parcheggi, ma, grazie all’impegno
civico dei cittadini, si salvò per due
terzi. Quello che rimane è vincolato, dal
2001, dalla Soprintendenza per i Beni
Ambientali e Architettonici. Dal 2004
l’area è comunale e dal 2008 è gestita
in collaborazione con l’Associazione
Oasi dei Saperi ODV. Negli anni si
sono gradualmente recuperate alcune
parti destinandole a laboratori didattici
sull’ambiente, la natura e la sostenibilità,
frequentati dalle scuole di ogni ordine e
grado.
Si possono vedere l’apiario didattico,
che grazie alle sue imponenti vetrate
permette l’osservazione dei telaietti al
momento della loro estrazione dall’arnia
in totale sicurezza; il baco da seta,
di cui viene illustrato il ciclo vitale e
l’importanza che ha avuto nella storia
dello sviluppo economico di Bologna tra
il 1400 e il 1700; il forno in terra cruda,
costruito con argilla, sabbia e materiali
naturali e utilizzato per cuocere impasti
di pane e biscotti; gli orti aromatici e
officinali, dove si fa il percorso degli
odori e si apprende l’importanza delle
erbe in medicina, il grande macero con
il suo piccolo ecosistema; le alberature
monumentali, il laboratorio di tessitura
dove si possono vedere e provare
il telaio e i filarini; le razze avicole
selezionate come il Tacchino Lilla di
Corticella, il Fagiano Dorato del Ghigi;
i numerosi alberi da frutto; la piccola
serra di piante grasse. È presente un’aula
all’aperto, con sedie, banchi, cattedra
e lavagna. Ci sono anche due grandi
aree a libera evoluzione, importante
fonte di biodiversità, all’interno delle
quali è presente un antico gelseto
con alberi maestosi piegati dal peso
L’Oasi dei Saperi è in Via Pesci 13/2.
Per info e visite: oasideisaperi@gmail.com
e dall’età a testimonianza dell’attività
storica dell’allevamento del baco da
seta che si aveva nella campagna fuori
città; un vigneto di viti di Montuni che
permette di fare la vendemmia collettiva
a metà settembre, naturalmente come
si faceva una volta e i protagonisti sono
i bambini che vendemmiano insieme
ai genitori e poi, a piedi nudi, entrano
nel tino a pigiare. Le attività prevalenti
sono le visite didattiche durante l’anno
scolastico e le visite guidate programmate
dall’associazione, così come gli eventi
pubblici a tema (vendemmia).
Una guida semiseria sulla differenza tra
i due piaceri della vita
Vino e amore
Testo di Alessio Atti
C’è chi dice che il vino somigli all’amore. Forse. Ma
almeno il vino, quando ti tradisce, lo capisci subito: basta
un sorso. L’amore, invece, ti frega con stile. Ti guarda
negli occhi, ti dice “tranquillo, è per sempre”, e poi ti
lascia con la pianta di basilico e il cane condiviso.
Il vino, almeno, ha l’etichetta. Ti dice da dove viene, che
carattere ha, se è giovane o invecchiato bene. L’amore no.
A volte sembra un Brunello d’annata, poi lo apri e scopri
che è aceto. Altre volte ti capita un vinello da pochi euro
che però, contro ogni pronostico, ti salva la serata e ti
scalda il cuore.
Anche nel modo di presentarsi, i due hanno molto
in comune. Entrambi iniziano con un invito: “Ti va un
bicchiere?” oppure “Ci prendiamo un caffè?”. Da lì è tutta
una discesa: sguardi, battiti accelerati, e la sensazione,
assolutamente illusoria, che sia tutto sotto controllo.
Spoiler: non lo è.
In amore, come nel vino, c’è una fase di stordimento
iniziale. Tutto è perfetto. Il profumo, il sapore, il modo
in cui l’altro ti guarda come se fossi l’unico sulla Terra
a capire le note speziate di un Chianti. Ma poi arriva la
fase due: la realtà. La convivenza, le calze sporche sul
divano, le discussioni sulla temperatura della casa. Il
romanticismo, come il tannino, si fa sentire.
Eppure, nonostante tutto, continuiamo a berne. Di vino
e di amore. Perché? Perché siamo ottimisti patologici,
oppure semplicemente perché, ogni tanto, succede
qualcosa di meraviglioso. Apri la bottiglia giusta. Incontri
la persona giusta. E tutto ha un senso.
STAMPATORI
DAL 1977
L’ESPERIENZA CHE
FA LA DIFFERENZA
Certo, ci sono anche i postumi. Il vino ti regala il mal di
testa, l’amore ti lascia, in solitudine, a scrivere messaggi
lunghi un romanzo che poi non mandi mai. Ma vuoi
mettere la bellezza di quella sera in cui, con due calici e
una luna complice, ti sei sentito immortale?
In fondo, sia il vino che l’amore sono esperienze da non
prendere troppo sul serio. Basta scegliere bene, dosare
con attenzione e, soprattutto, non guidare sotto effetto di
entrambi. Un bacio.
STAMPA
Offset
Digitale
Promozionale
Commerciale
Editoriale
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Legatoria
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L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA
Piante, animali e ambienti normalmente visti
in modo negativo hanno anche aspetti positivi,
poco o niente considerati
A cura di Sustenia - Ecologia Applicata
Dieci anni fa i primi avvistamenti, oggi si moltiplicano le
segnalazioni e c’è chi soffia sul fuoco della paura. Ma la
presenza del grande predatore ha anche aspetti positivi
Il ritorno del Lupo
nella Bassa bolognese
Da alcuni anni il lupo è ri-tornato in pianura.
A ondate periodiche se ne occupa la
pubblica opinione, escono articoli sui
quotidiani locali, fioccano le osservazioni
e i post sui vari social, quasi sempre con
anche commenti sopra (e sotto) le righe. E,
comunque, il lupo ha effettivamente espanso
il proprio areale, colonizzando anche la
pianura. La cosa ha spiazzato un po’ tutti.
Eppure, a causa di una serie di dinamiche
imprevedibili, tra cui l’aumento delle aree
boscate in montagna, ma anche di una preda
elettiva del lupo (il cinghiale, reintrodotto
a scopi venatori), nonchè l’avvenuta
dispersione in pianura dei caprioli (altra
preda elettiva), il lupo appenninico ora è
diventato anche planiziale.
Questo grande predatore (il più grande
della fauna terrestre italiana, dopo l’orso) ha
costituito per millenni il nemico dell’uomo
per antonomasia. Il lupo era il competitore
diretto nella cattura delle prede, l’assillo
Lupo catturato
da una fototrappola
nella pianura bolognese
(Foto Sustenia)
per l’allevamento degli animali domestici.
Da quei tempi il timore, anzi, l’odio, nei
confronti del lupo è entrato fortemente
nella nostra cultura. Ne troviamo traccia sia
nel Primo Canto dell’Inferno della Divina
Commedia, sia nelle favole (Cappuccetto
Rosso docet). Sulle storiche copertine
della Domenica del Corriere sono rimaste
famose le rappresentazioni di orde di lupi
famelici che attaccano le persone, addirittura
inseguendo e insidiando corriere di linea in
branchi giganteschi.
Il ritorno del lupo tra i campi della pianura,
abitata e infrastrutturata, costituisce
un’ottima occasione perché l’ignoranza
abbia il più libero degli sfoghi. Ma quello
che inquieta è soprattutto l’esasperazione
di certe posizioni che, non sempre in buona
fede, fomentano le paure ancestrali di cui,
sinceramente, proprio non c’è bisogno. Sui
social impazzano foto scattate tra i campi
della Bassa, vicino a capannoni, filmati fatti
Testo di Andrea Morisi
da auto che inseguono strenuamente lupi a
ciglio strada. Anche i quotidiani si prestano
spesso a fotonotizie locali che tirano al
sensazionalistico. Addirittura si è arrivati a
comunicazioni su siti istituzionali locali in
cui si invitavano i cittadini alla prudenza
nell’uscire di sera da soli, creando inutile e
immotivato allarmismo.
In realtà il lupo in pianura era rimasto fino a,
relativamente, non tantissimo tempo fa. Cioè,
fin tanto che in pianura sono sopravvissuti
gli habitat e le prede adeguati, si hanno
testimonianze storiche di presenza di lupi. O,
meglio, di cacce organizzate per ucciderli.
Nelle stupende “Storie di Valpadana”
dell’indimenticato Vito Fumagalli ricorrono
più volte i richiami alle cronache in cui
si attesta la presenza dei lupi nelle nostre
pianure, sempre visti come feroci e pericolosi
e sovente finiti impiccati nelle pubbliche
piazze. Esistono interessanti pubblicazioni
sulla storia della pianura, tra Bologna,
UNA NUOVA RUBRICA
PER CONOSCERE IL MONDO IN CUI VIVIAMO
In Natura non esistono “buoni” e “cattivi”, “bene” e “male”. Difficilmente si hanno
fenomeni assoluti, privi di risvolti inaspettati o, addirittura, contraddittori. L’uomo ha
alterato un intero pianeta, ma, frequentemente, ritiene che la presenza di una specie
(talvolta introdotta) costituisca un elemento talmente negativo e perturbante per
l’ecosistema da motivarne l’eliminazione. Tradizionalmente, la triste e truce pratica del
“capro espiatorio” porta a far ricadere su di un singolo soggetto le colpe collettive. Che
vengono sanate con il sacrificio cruento del capro stesso. Cosa che non risolve affatto
il problema, ma lo sfoga in assenza di vere soluzioni. Gli esseri viventi che condividono
la nostra esistenza sul pianeta Terra vanno conosciuti appieno, valutando anche l’altra
faccia della medaglia, talvolta in grado di ribaltare il pregiudizio, quasi sempre in modo
da bilanciare la totale negatività attribuita.
Andrea Morisi
(Le foto di questa puntata sono di Antonio Iannibelli)
Modena e Ferrara, che descrivono boschi
e paludi (Selva Zena, Bosco della Saliceta,
Bosco di Castelvecchio, boschi e Valli di
Morafosca e Villa Gotica, Pagus Perseceta,
Salto Piano) in cui il lupo sopravvive fino al
XVIII secolo, prima di essere definitivamente
sterminato e uscire, così, anche dalla nostra
cultura.
IL RICHIAMO DELLA PIANURA
Oggigiorno, dopo le riforme della Politica
agricola comunitaria del 1992, in pianura
sono tornati nuovi boschi e nuove
paludi, grazie ai contributi economici
agroambientali pagati agli agricoltori. Sia
chiaro, si tratta di poche aree, tutte non più
vecchie di una trentina d’anni, circondate
da un territorio intensivamente coltivato,
abitato e industrializzato. Ma lungo i corridoi
ecologici costituiti dai fiumi che scendono
dall’Appennino, sono tornati i caprioli e, al
loro seguito, gli stessi lupi.
Perché il fatto, chiaro e conclamato, è che
il lupo è davvero tornato in molte aree di
pianura, come testimoniato da foto e tracce
rinvenute, per citarne alcune sicure, a
Crevalcore, San Giovanni in Persiceto, Sala
Bolognese, Calderara di Reno, Anzola Emilia,
Baricella e altri Comuni della Bassa. E non
riguardano solo le aree protette della Bassa
o i rimboschimenti agroambientali. I lupi si
muovono, si muovono tantissimo e spesso
sono individui in dispersione. Anche per
questo, oltre al fatto che la visuale libera e
la tanta gente che vi abita li rende facilmente
contattabili, si vedono “tanti” lupi.
Il lupo italiano (Canis lupus italicus) è uno
dei pochi carnivori rimasti in grado di
esercitare il fondamentale ruolo di predatore
delle altre specie. Forma nuclei familiari (non
parliamo di branchi, per favore, non siamo
nel Grande Nord di Jack London) con i due
genitori e i giovani dell’anno precedente, che
vengono tollerati fino alla nascita dei nuovi
cuccioli e poi scacciati. I giovani iniziano
quindi a disperdersi nei territori limitrofi,
evitando quelli eventualmente già occupati
da altri gruppi. Vagano inizialmente in
modo solitario e seguono i corridoi naturali
(come i fiumi) e, soprattutto, le loro prede,
come si è già detto. Sono molto mobili e ben
più adattabili di quello che si è pensato per
molto tempo.
Da oltre vent’anni sono tornati sul nostro
Appennino, anche a quote sempre più
basse. Lì hanno già vissuto quello che sta
capitando oggi in pianura: iniziale sorpresa,
prime predazioni di animali domestici
incustoditi, emersione di paure ancestrali,
proteste degli allevatori, ma anche aumento
dell’interesse e della simpatia da parte
dell’opinione pubblica per il “ritorno della
natura”.
In Appennino da tempo, seppur con diverse
incomprensioni e conflitti in parte ancora
in essere a causa di interessi specifici e
particolari, si è entrati in una fase di migliore
capacità di convivenza. Si è visto che non
occorre temere attacchi all’uomo e che, se
il bestiame viene gestito opportunamente
(come poi tradizionalmente già si sapeva),
fornendolo di protezioni e di cani da
pastore, i problemi tanto temuti non si
verificano. E, poi, va detto: il lupo si mangia
i tanto vituperati cinghiali e gli altri ungulati.
E IN PIANURA?
Nella Bassa il lupo è arrivato da poco più
di una decina d’anni. Gli esemplari che
arrivano sono fuori dal loro territorio e
spaesati, sono solitari e trovano un ambiente
molto disturbato dalla presenza umana
diffusa e ben poco habitat confacente.
Percorrono grandi distanze, finiscono
investiti sulle strade, muoiono di stenti e
malattie. È la vita del colonizzatore, del
pioniere. E poi si aggiunge il bracconaggio,
con sparo diretto e bocconi avvelenati.
Ma i lupi stanno mostrando di avere grandi
risorse inaspettate e, poi, hanno trovato
una fortuna insperata: la presenza delle
nutrie. Dall’esame dei contenuti delle feci
risulta che in pianura durante l’inverno
costituiscono il 70% della dieta del lupo
di pianura. Nessuno lo dice, ma è evidente
l’impatto del lupo sulla presenza di nutrie
negli ultimi tempi (dopo 25 anni di piani
di controllo che, invece, erano risultati non
risolutivi). La nutria non scomparirà perché
viene predata dal lupo, ma è innegabile che
la presenza del lupo, oggi, consente un suo
efficace controllo, naturale e gratuito.
L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA
La presenza di questo predatore può quindi
essere considerata molto importante per
l’equilibrio del disastratissimo ecosistema
della nostra pianura che, finalmente,
può tornare a contare su di un predatore
all’apice della catena alimentare naturale.
L’altra faccia della medaglia è che il lupo
offre un importante servizio ecosistemico
ed incrementa la resilienza biologica del
territorio. E un esempio molto chiaro sta
nella risposta a questa domanda: la nutria
sarebbe riuscita a colonizzare la pianura se,
quando ne vennero liberati i primi individui,
fosse già stato presente il lupo?
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FOTONATURALISMO
WildWatching
La quindicesima puntata
di un piccolo corso
sui segreti
del fotografo naturalista
WildWatching
I suoni
della
natura
Testi e foto di Paolo Taranto
REGISTRATORI DIGITALI
L’audio può essere registrato in vari modi; se si
usa un microfono direzionale esterno è possibile
collegarlo a una fotocamera (che abbia un jack
audio-in e le funzioni video), a una videocamera,
a uno smartphone o ad un registratore digitale.
FOTOCAMERE-VIDEOCAMERE
Molti modelli di fotocamere sono in grado
di registrare anche video e di conseguenza
l’audio; non tutti i modelli però sono dotati di
jack audio-in per collegare microfoni esterni;
alcuni modelli hanno solo il jack di entrata
audio ma non hanno il jack audio-out per
collegare delle cuffie, che come vedremo
sono fondamentali. Le videocamere sono più
specializzate nella registrazione di video e quasi
tutti i modelli (tranne quelli piccoli/palmari
più economici) hanno i jack di entrata e uscita
audio per collegare microfono esterno e cuffie.
Fotocamere e videocamere sono utili se oltre alle
registrazioni audio si vuole documentare con un
Il Jack per
microfono nelle
fotocamere è
solitamente
indicato da
un’apposita
icona a forma di
microfono o dalla
scritta “MIC”
Uno dei canti più comuni in primavera, quello emesso dallo Strillozzo.
video la specie, altrimenti è scomodo usare una
fotocamera o videocamere per registrare solo
l’audio ed è dunque conveniente usare altre
soluzioni.
SMARTPHONE
I moderni Smartphone ormai hanno così tante
funzioni che stanno sostituendo numerosissime
attrezzature. Se non si vuole acquistare un
registratore digitale apposito si può sfruttare
il proprio Smartphone. Se lo smartphone è
dotato di jack audio da 3,5’’ (ormai sempre
più raro) si può collegare un microfono esterno
attraverso un apposito cavo adattatore (da
USB C a jack audio da 3,5’’). Esistono anche
piccoli microfoni direzionali che migliorano
notevolmente la qualità di registrazione rispetto
al microfono integrato nello smartphone, già
dotati di connettore USB-C e quindi possono
essere collegati rapidamente e direttamente sullo
smartphone senza adattatori, ad esempio il Rode
VideoMic Me-C+.
Per la registrazione esistono numerose app,
anche gratuite, sia per iOS che per Android
che trasformano gli smartphone in buoni
registratori digitali. Tra le app ve ne sono alcune
che consentono anche la visualizzazione del
sonogramma e l’identificazione automatica
delle specie grazie all’intelligenza artificiale, per
esempio BirdNet. Queste app con intelligenza
artificiale stanno diventando sempre più
precise e la precisione aumenta ulteriormente
se allo smartphone è collegato un microfono
direzionale.
Si può anche trasformare uno smartphone, ad
A sinistra un
microfono specifico
per smartphone con
porta USB –C (Rode
VideoMic Me-C+);
a destra un cavo
adattatore da porta
usb-C a Jack da 3,5’’
per adattare qualsiasi
microfono allo
smartphone
esempio un vecchio modello che non si utilizza
più, in una trappola bioacustica installando
apposite app come ad esempio Automatic Audio
Recorder, o Auto Recorder (per Android).
REGISTRATORI DIGITALI
L’uso di appositi registratori digitali è solitamente
la soluzione più efficiente e utilizzata per le
registrazioni delle vocalizzazioni. Ne esistono
molti modelli, da quelli più economici a quelli
più costosi e professionali. Ovviamente i modelli
più costosi offrono le prestazioni migliori sia
in termini di qualità audio che di funzionalità
integrate. I registratori digitali hanno solitamente
uno o due microfoni omnidirezionali integrati
(utili per registrare i “sound-scape”, i paesaggi
acustici) ma è ovviamente importante che
abbiano sia un jack audio-in per collegare un
microfono esterno sia un jack audio-out per
collegare le cuffie.
CARATTERISTICHE
DI UN REGISTRATORE DIGITALE
- Frequenza di campionamento (Hz)
La frequenza di campionamento indica con
quante misurazioni (campionamenti) al secondo
viene registrato e memorizzato l’audio e si
esprime in Hz (cioè numero di misurazioni
al secondo). Aumentando la frequenza di
campionamento si hanno più informazioni reali
e si ricostruisce un’immagine molto più accurata
del segnale audio, dunque si ha migliore qualità
sonora.
Le frequenze di campionamento più utilizzate
vanno dai 44,1 kHz (quella dei CD audio) fino
a 192 kHz. Ovviamente una frequenza elevata
Schermata dell’app “BirdNet” con
sonogramma e identificazione automatica
delle specie.
come ad esempio 96 kHz o, ancora meglio, 192
kHz, restituiscono qualità audio migliore.
Elevate frequenze di campionamento però
hanno qualche svantaggio: richiede attrezzature
di qualità con processori più potenti e crea
files audio di dimensioni maggiori che dunque
occupano più spazio in memoria. Si consideri
che già la qualità audio da “CD” a 49 kHz è
molto buona, come punto di partenza.
- Profondità in Bit
Il bit è una abbreviazione dei termini “binary
digit” e rappresenta una singola unità di codice
binario che può avere un valore di 1 o 0; più
bit si utilizzano maggiore è il numero di loro
combinazioni che si possono ottenere ad
esempio 4 bit danno origine a 16 combinazioni.
Nel mondo digitale i bit vengono usati per
codificare informazioni ed ognuno di questi bit
è assegnato uno specifico valore.
Come abbiamo detto, per esempio a 4 bit possono
essere associati 16 valori possibili perché sono
possibili 16 combinazioni, allo stesso modo a 8
bit possono esser associati 256 valori, a 16 bit
16.536 valori e a 24 bit 16.777.215 valori.
Nel caso dell’audio digitale a ogni valore di bit è
associata un’ampiezza specifica dell’onda audio,
si parla dunque di profondità di bit; maggiore è la
profondità di bit, maggiore sarà la differenza tra il
volume più alto e più basso e dunque più ampia
sarà la gamma dinamica (o range dinamico) della
registrazione; quando si impostano i parametri
della registrazione audio dunque è bene scegliere
il numero maggiore di bit disponibili.
- Range dinamico
Il range dinamico nel mondo dell’audio digitale
è simile al range dinamico nella fotografia;
nell’audio è lo spazio tra il volume più alto e
quello più basso di una registrazione mentre
nella fotografia (dove è anche detto “latitudine
di posa”) è lo spazio tra l’intensità luminosa
massima e quella minima misurabili in una
immagine.
Nel mondo audio il range dinamico si misura
in decibel (dB). Come regola generale per ogni
bit in più il range dinamico aumenta di 6dB per
esempio un aumento di 4 bit porta ad un range
dinamico di 24 db in più, 8 bit portano 48 dB, 16
bit ne portano 96 e 24 bit portano 144 dB.
Un maggior range dinamico consente, come nelle
foto, una migliore elaborazione del file audio
con l’applicazione di diverse tipologie di filtri (ad
esempio pulizia del rumore etc.) e in generale
porta ad un minore rumore di fondo.
- Risposta in frequenza (“Frequency response”)
Per risposta in frequenza di un registratore si
intende sia in un microfono che in un registratore
digitale come essi riescono a percepire e
registrare una gamma di frequenze.
-Rumore interno
Detto “self-noise” è un importante parametro
quando si fanno registrazioni naturalistiche.
Normalmente viene espresso in dB; un buon
sistema di registrazione dovrebbe avere un
rumore interno nel range tra i 5 e i 10 dB; viene
influenzato anche dal microfono, che può avere
già un rumore interno anche di 22-25 dB se di
scarsa qualità e dunque non adatto a registrazioni
naturalistiche.
- Formato di registrazione
Per mantenere tutte le informazioni acustiche
e sfruttare al massimo il range dinamico è
necessario usare formati di file audio non
compressi. Il più conosciuto è il wav.
Dunque un buon registratore digitale dovrebbe
dare la possibilità di scegliere tra vari formati tra
cui i formati non compressi; un po’ come accade
nelle fotocamere digitali quando, per sfruttare
al massimo la gamma dinamica del sensore, si
sceglie di scattare nel formato raw.
Esistono anche dei formati audio compressi, il
più conosciuto è l’mp3; questi possono essere
utili, ad esempio, per pubblicare i files audio su
internet o per passarli ad amici o colleghi ma
non sono adatti per la registrazione dell’audio
originale quando si è sul campo. I formati
compressi utilizzano appositi algoritmi per
eliminare dati non importanti e ridurre fino
a 10 volte la dimensione del file originale; i
dati eliminati non sono casuali ma sono scelti
con determinati criteri in modo tale da non
influenzare la qualità dell’audio finale; un file
compresso, come avviene anche per le foto in jpg,
non può essere elaborato perché ha perso molte
delle informazioni acustiche originali. La qualità
dei file compressi dipende anche dal bitrate, file
con bitrate elevati hanno qualità migliore per es
128 kbit/s che è il giusto compromesso per la
maggioranza delle persone.
Due esempi di registratori digitali
portatili sulla fascia delle 100-200 euro,
a sinistra uno Zoom H1 a destra un
modello Tascam. Sono dotati di microfoni
omnidirezionali stereo e hanno jack di
entrata per microfoni esterni e jack di
uscita per le cuffie.
Quali sono dunque le caratteristiche di un buon
registratore digitale?
- Preamplificazione: i modelli di buona qualità
sono dotati di preamplificatore integrato che
consente di amplificare, senza distorcerli, i
suoni in entrata. Può essere utile in alcune
situazioni ma senza esagerare sul livello di preamplificazione
altrimenti si rischia di rovinare il
suono o di amplificare eccessivamente anche il
disturbo
- Frequenza di campionamento: un buon
registratore digitale dovrebbe avere una buon
range di frequenza di campionamento così da
essere in grado di registrare tutta la banda di
frequenze che il microfono riesce a percepire.
-Gamma dinamica: una gamma dinamica elevata
abbinata all’uso di formati audio non compressi
consente di ottenere registrazioni “grezze”
che possono essere elaborate e migliorate
successivamente con gli appositi softwares per
ripulire il disturbo o filtrare frequenze indesiderate
senza perdita di qualità
- Formato audio non compresso: è importante
che il registratore digitale consenta di registrare,
oltre che in formato compresso mp3, anche in
un formato audio non compresso per avere la
migliore qualità di registrazione, tipicamente il
Wav a 16 o 24 bit.
- Entrata e uscita audio: sono fondamentali per
collegare un microfono esterno e le cuffie
- Filtro high-pass (low cut): non è per forza
necessario e se presente non va utilizzato
- Registrazione automatica: può essere molto
utile per registrare automaticamente una
vocalizzazione senza sprecare spazio inutile
o fare lunghe registrazioni continue. Attivando
questa opzione il registratore inizierà a registrare
non appena il microfono percepirà un suono,
con una sensibilità regolabile in base alle nostre
esigenze. Questa funzione può essere utilizzata
sia col registratore collegato al microfono
direzionale, puntandolo verso la direzione dove
si prevede che possa cantare un soggetto, sia
nascondendo il registratore stesso con il suo
microfono integrato in un punto vicinissimo al
posatoio dove un determinato soggetto canta
così da trasformarlo in una trappola bioacustica.
- Pre-recording: un’altra interessantissima
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FOTONATURALISMO
Microfono Zoom
H2n dotato anche
di pre-recording e
autorecording.
delle buone cuffie
sono molto importanti
per monitorare
la registrazione
direttamente sul campo
funzione per le registrazioni in natura; una volta
attivata il registratore rimarrà sempre in ascolto in
modo tale che quando viene premuto il pulsante
di registrazione verranno memorizzati anche un
certo numero di secondi precedenti al momento
in cui si è premuto il pulsante di registrazione.
In questo modo non ci si perderanno delle
vocalizzazioni, una volta che si sente una
vocalizzazione e si attiva la registrazione, senza
la funzione pre-recording si perderebbe la prima
parte mentre con la funzione pre-recording
attiva non si ha questo problema.
- Connessione wireless: può essere via bluetooth
o wifi ed è utile per effettuare registrazioni a
distanza.
MICROFONO
Sul microfono, se disponibile questa funzione,
bisognerà settare la sensibilità al massimo ed
eventualmente anche la “direzionalità” (in alcuni
microfoni è regolabile, per la registrazione dei
canti va impostata su direzionalità massima).
Molto spesso nei microfoni è presente anche
un filtro passa-alto (“High-pass”) che potrebbe
essere utile per eliminare i rumori di fondo ma
sconsiglio di attivarlo perché questo tipo di filtri
(così come anche i filtri passa-basso “low-pass”)
possono rovinare la registrazione tagliando delle
frequenze che ci possono interessare; è più utile
registrare senza uso di filtri ed eventualmente
usare filtri passa-alto o passa-basso sul software di
elaborazione audio a casa.
CUFFIE
Le cuffie sono sempre utilissime quando si
fanno registrazioni; servono per controllare
il perfetto funzionamento delle attrezzature,
che i jack siano inseriti correttamente, che non
vi siano fruscii e che le impostazioni siano
corrette. Soprattutto con le parabole le cuffie
sono fondamentali perché i microfoni parabolici
hanno una direzionalità così precisa che devono
essere perfettamente orientati verso la fonte
del suono e dunque poter sentire chiaramente
in diretta ciò che la parabola sta registrando è
utilissimo per puntarla in modo corretto.
Gli auricolari intraurali (o “in-ear”), quelli
tipicamente usati con gli smartphone per
intenderci, non sono particolarmente consigliati,
pur essendo piccoli e facilmente trasportabili
essi infatti non consentono di isolare bene
dall’ambiente esterno rendendo più difficile
il monitoraggio della registrazione sebbene
alcuni modelli recenti e più evoluti abbiano un
ottimo isolamento dai rumori esterni; inoltre
questi auricolari non consentono di riprodurre
correttamente tutte le frequenze soprattutto
quelle basse (ad esempio i rumori di fondo). Per
registrare in modo corretto sono dunque molto
più consigliabili le cuffie vere e proprie. Le
cuffie che coprono completamente il padiglione
auricolari dette sovra-aurali (o “over-ear”) sono
molto migliori, isolano completamente dai
rumori esterni, hanno un maggiore range di
frequenze e consentono di capire perfettamente
ciò che stiamo registrando; sono un po’ più
scomode da trasportare perché hanno dimensioni
maggiori ma ne esistono molti modelli wireless,
che eliminano l’ingombro di fili rendendo più
facile muoversi sul campo.
TECNICA SUL CAMPO
1) Registrare alla minima distanza possibile
Un po’ come nella fotografia, la qualità di una
registrazione migliorerà tanto di più quanto più
vicini si riesce ad arrivare al soggetto. Anche
eventuali rumori di disturbo eventualmente
presenti saranno meno fastidiosi se la
registrazione è fatta a breve distanza dalla fonte.
Sapersi muovere sul campo senza disturbare gli
animali, usare abbigliamento mimetico o anche
appostamenti sono tecniche fondamentali.
2) Conoscere bene il soggetto:
Anche se tante volte capiterà di registrare
“casualmente” un soggetto solo perché lo si
sente cantare mentre si è in giro o mentre si è
appostati i migliori risultati si ottengono, come
detto nel primo punto, avvicinandosi per questo
la conoscenza della biologia specifica è molto
importante. Conoscere i luoghi, gli ambienti, il
periodo dell’anno, gli orari in cui sono più attive
le specie è fondamentale. Nel caso degli uccelli
molto spesso essi sono abitudinari, hanno dei
territori ben precisi all’interno dei quali hanno
posatoi preferenziali dai quali cantare; appostarsi
nelle vicinanze dei posatoi o usare sistemi di
registrazione remota o automatica consentirà di
ottenere registrazioni a breve distanza e di ottima
qualità.
3)Evitare rumori ambientali:
Le registrazioni in ambiente esterno, soprattutto
in aree antropizzate ma anche nei posti più
remoti possono presentare diversi problemi
soprattutto a causa di alcune fonti di disturbo:
-Vento: se presente crea un fruscio molto
fastidioso nelle registrazioni. Si può ovviare
cercando posti riparati e utilizzando le apposite
protezioni anti-vento (spugna o “Dead Cat”).
-Veicoli: se si è vicini a strade (ma a volte anche
ben distanti) il rumore dei veicoli a motore o dei
trattori per la campagna può facilmente rovinare
le registrazioni. Questo rumore è un disturbo
solitamente sotto i 1200 Hz, può in parte essere
eliminato (meglio in post-produzione) con i
filtri “passa basso” (Low-Pass) cercando di non
rovinare la vocalizzazione originale. Anche
quando ci si trova in luoghi molto isolati gli aerei
posso anch’essi provocare rumore che disturba
le registrazioni.
- Cani: la presenza di cani nelle case intorno è un
disturbo fastidiosissimo, anche quando ci si trova
in piena campagna; le loro vocalizzazioni sono
acute e difficilmente si possono rimuovere con i
filtri in post-produzione.
4) Usare sempre le cuffie durante la registrazione
Le cuffie aiutano a controllare meglio in diretta
la registrazione. È utile usare anche il Vu-meter
(un grafico che mostra in diretta l’intensità del
segnale audio in entrata) del registratore o sul
display della fotocamera/videocamera;
5) Evitare urti alle attrezzature
Sebbene alcuni microfoni abbiano un supporto
ammortizzato, urtare il microfono o il suo supporto
produrrà fastidiosissimi rumori che rovineranno la
registrazione. L’ideale è posizionare l’attrezzatura
su un treppiedi per non dover reggere il tutto a
mano e stare immobili durante la registrazione
sebbene questo sistema sia utilizzabile solo
per registrazioni da appostamento fisso. Un
supporto comodo, nelle registrazioni vaganti,
se si usa una parabola molto ingombrante o un
lungo microfono “shot-gun”, è il monopiede; ne
esistono molti modelli per uso fotografico o video,
e per un microfono a parabola sarà sufficiente un
monopiede piccolo e leggero.
6) Sapersi muovere
Il rumore dei nostri passi o movimenti può essere
un disturbo per la registrazione, ad esempio se
durante la registrazione si cammina schiacciando
dell’erba secca o dei rami questi rumori possono
inquinare la registrazione. Come nella fotografia
naturalistica bisogna imparare a muoversi sul
campo, anzi, in questo caso, bisogna imparare
a non muoversi, rimanere più immobili possibile
per evitare di produrre disturbi acustici.
7) Cellulari
A parte il fatto che un cellulare che suona o
emette suoni vari di avviso per messaggi notifiche
etc può facilmente rovinare una registrazione,
anche la sua vicinanza al microfono crea delle
interferenze fastidiosissime. So che è difficile
farlo ma nelle uscite naturalistiche mirate a
registrare vocalizzazioni il cellulare dovrebbe
essere tenuto totalmente spento o in modalità
aereo (e non solo in modalità silenziosa)
8) Fare registrazioni lunghe
A meno che non si possieda un registratore
dotato di funzione “pre-recording” è sempre
bene fare lunghe registrazioni e non stoppare
continuamente le registrazioni; se la scheda di
memoria è capiente non si avranno problemi
di spazio in memoria e tutte le parti inutili dei
lunghi files audio registrati potranno essere
successivamente tagliate ed eliminate a casa con
gli appositi softwares di elaborazione audio. Fare
registrazioni lunghe consentirà di non perdere
ENTOMOLOGIA
Un viaggio nel territorio
per conoscere la diversità
biologica che rende unico
il nostro ecosistema
Testi di Guido Pedroni
WBA - World Biodiversity Association, Verona
GRN - Gruppo di Ricerca Naturalistica “Charles Darwin”, Bologna
Una sera ero in giardino e, come altre volte,
ho notato una bella falena posata sul muro
del patio, accanto alla luce, vicino alla
grande quercia. Mi hanno sempre affascinato
le falene, per i loro colori sfumati e delicati, e
così seri, perché mai appariscenti e sfacciati.
Quella sera era la volta della Lycia hirtaria
(Clerck, 1759) dai colori grigio-bruni, con
una fascia più scura che corre nella parte
inferiore delle ali anteriori, normalmente
richiuse sopra le posteriori.
Questa specie appartiene alla famiglia dei
Geometridi (Geometridae, Leach, 1815), che
conta oggi più di 21.000 specie nel mondo,
di cui circa 930 presenti in Europa. Vivono
in tutti i continenti e hanno eletto come loro
ambiente di predilezione la foresta di latifoglie;
quasi tutte le specie sono attive dal crepuscolo
fino all’alba; alcune, poche specie, sono attive
di giorno. Il dimorfismo sessuale è in genere
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Lycia hirtaria (Foto G.Pedroni
La Lycia hirtaria, della famiglia dei Geometridi, è una delle 21 mila specie di “farfalle
notturne” presenti in tutto il mondo
L’eleganza delle FALENE
poco evidente, ma in certe specie la femmina
presenta ali ridotte (femmina brachittera) o
mancanti (femmina attera).
In L.hirtaria le ali si presentano con un
disegno sulla parte superiore che fornisce un
mimetismo praticamente perfetto sul tronco
degli alberi. La sua apertura alare varia da un
minimo di 40 mm fino a circa 50 mm; vola
da febbraio a giugno, ma secondo il clima
e la latitudine. I maschi hanno le antenne
seghettate, a pettine. E’ distribuita in tutta
Europa, arrivando fino alle montagne del
Caucaso, Asia Minore, Siberia meridionale
raggiungendo il Giappone. In Italia è assente
dalla Sicilia.
Lycia hirtaria ha una generazione all’anno,
trovandosi dalla pianura alla montagna,
fino a 1300-1400 m di quota. I maschi sono
attratti dalla luce artificiale.
L’uovo ha una forma ellissoidica e il bruco
Bruco di Lycia hirtaria
varia il colore nel cammino di maturazione,
fino al momento di diventare pupa, periodo
nel quale sverna; a fine inverno si attiva la
metamorfosi, che porta all’insetto adulto. È
una specie polifaga; tra le sue piante nutrici
troviamo la betulla, la quercia, l’ontano, il
frassino, l’olmo, il salice, il pioppo.
Invito a soffermarsi a guardare i muri
illuminati delle case perché possiamo
avere la fortuna di osservare falene di varie
specie che, attratte dalla luce, si fermano
posizionate per lungo tempo sulla loro
superficie, dandoci l’opportunità di vedere
bene le loro caratteristiche anatomiche,
magari arrivando anche a fotografarle. Ho
notato che è più facile imbattersi nei maschi
durante le sere primaverili-estive lungo le
valli appenniniche, invece che nei giardini
delle città; anche nelle valli bolognesi la
specie è ben presente ma non molto comune.
57
L’AVVENTURA
Quinzano
La spericolata discesa di due appassionati lungo il
piccolo canyon nei pressi di Quinzano
La forra del Rio Zena
Testi e foto di Massimo Del Guasta e Mario Messini
Una forra è “una stretta valle scavata
nella roccia, tra pareti ripide”: un
piccolo canyon, insomma. Il nostro
tratto di Appennino e’ avaro di forre.
Ma la val di Zena ne racchiude una,
subito a valle di Quinzano. La forra fu
discesa la prima volta nel 1995, con
un tentativo di ripetizione nel 2015
(abortito per i troppi alberi caduti
in alveo). Precisiamo che senza
attrezzatura, pratica alpinistica e 70
m di corda non se ne parla nemmeno
di scendere integralmente questa
forra. A fine luglio 2024, prepararti a
puntino e attrezzati per l’occasione,
io e Mario abbiamo deciso di
scenderla, in cerca di refrigerio e per
documentarla fotograficamente.
LA DISCESA
La forra inizia poco a valle di un bel
parco pubblico, sotto Quinzano.
E qui abbiamo trovato i primi
problemi: scendere un alveo pieno
di alberi caduti e disseminato di un
po’ di vecchia e nuova immondizia,
plastica e metallo. Da qui si scende,
in corda, una bella cascata di oltre
30 metri di altezza. In estate la pozza
sottostante la cascata non invoglia
troppo al bagno, per via dell’acqua
ferma, con un leggero di odore di
Inquadra il qrcode per il rilievo della forra
dello Zena presso Il catasto delle forre
dell’Associazione Italiana Canyoning.
fogna che ci ha accompagnato in
questo primo tratto, segno di qualche
scarico civile a monte. Proseguiamo
e l’ambiente si fa interessante, ben
incassato e fresco, tappezzato di
felci. Assenti purtroppo pesci ed
anfibi. Purtroppo, numerose parti
di vecchie auto, provenienti dalla
soprastante strada, ci ricordano che
non siamo esattamente su un’isola
deserta. Ogni tanto appaiono
vecchie corde scolorite, risalenti
alla prima discesa degli anni ‘90, e
tuttora li’ ad aiutare (chi si fida) ad
aggirare qualche pozza profonda.
Oltrepassato il guado del sentiero
803 CAI, che attraversa il Rio Zena,
la forra sembrerebbe finita. Invece ci
aspettano due ultimi ‘salti’ su corda.
Scesi oltre, il torrente continua ad
essere piuttosto selvaggio ma con
numerosi tratti di ‘fanghi mobili’,
veramente faticosi, che ci hanno
accompagnati fino alla nostra ‘uscita’
dal torrente, in corrispondenza
de “l’Arabella”. Si tratta di recenti
impaludamenti del torrente, forse
causati dalle alluvioni del 2023-
2024. Risalendo a casaccio siamo
giunti sulla strada asfaltata che
ci avrebbe riportati all’auto, ben
stanchi. Mario aveva intanto perso
entrambe le suole delle vecchie
scarpe e camminava sulle tomaie,
come un indigeno. Un improbabile
autostop su una strada deserta ed
ecco vediamo rallentare, affiancarci
e poi ripartire l’unica auto, con
a bordo una coppia di anziani.
Pensavamo di avere fatto loro brutta
impressione, sporchi e fangosi…
invece… dopo molti minuti di
cammino abbiamo ritrovato la
coppia, di gentilezza davvero
emiliana, ad attenderci alla prima
piazzola per darci quel passaggio di
cui le non-scarpe di Mario avevano
urgenza. Era gente del posto che
ci ha raccontato che, prima della
costruzione della strada asfaltata che
sovrasta la forra, loro da bambini
scendevano al torrente per sentieri e
mulattiere allora evidenti ma oramai
introvabili perchè divorati dalla
macchia. Ci hanno indicato campi
coltivati dove adesso la macchia
appare impenetrabile. Insomma
la forra e’ diventata selvaggia,
così come l’abbiamo trovata, solo
dagli anni ’70 del secolo scorso.
Da bambini scendevano anche a
catturare i gamberi di fiume, sotto
la grande cascata di trenta metri.
Gamberi che noi, per quanto pratici,
non abbiamo proprio trovato.
59
LA LIBRERIA DI
NELLE VALLI
A cura di
Filippo Benni
Angelo Gamberini pubblica il suo secondo
libro. In “1915…1945 Fatti e misfatti”
il racconto di come la gente comune
ha vissuto i grandi avvenimenti del ‘900
La grande storia
vista dall’Appennino
Angelo Gamberini è nato a Frassincò
nel 1932. Laureato in Giurisprudenza
è stato dirigente del Comune di Bologna.
Eravamo sulla linea del fuoco - edito
da Gaspari editore - è il racconto di
un bersagliere della Grande Guerra
ricostruito attraverso le memorie dei figli
e i documenti d’archivio. Un esempio di
trasmissione della memoria storica in cui
la storia familiare si coniuga con la storia
nazionale.
La Storia e le storie, i fatti e i misfatti,
dal pieno della Prima Guerra Mondiale
alla fine della Seconda. Le trincee
sul Carso, gli assalti all’arma bianca,
le fucilazione e la fame. Con la fine
del conflitto l’arrivo del Fascismo, gli
squadristi e gli scontri con i socialisti, la
strage di Palazzo d’Accursio, per tanto
tempo rimossa dalla storia cittadina,
poi l’entrata in guerra al fianco dei
Nazisti e la Resistenza. Gli eccidi e la
Liberazione.
“1915..1945- Fatti e misfatti” è una
specie di diario, scritto con rigore
storico e frutto di viaggi e giornate
passate negli archivi di tutta Italia, dove
la Storia, quella con la S maiuscola, si
mescola con le storie di gente comune
dell’Appennino Bolognese. Un piccolo
compendio sul “secolo breve” dove i
ricordi famigliari colorano e riempiono
di significato i grandi snodi della storia.
La democrazia, la libertà, l’Europa,
e 80 anni di pace tra popoli che per
millenni hanno sempre fatto la guerra,
sono il frutto di tante piccole, grandi,
scelte personali. Di sacrifici, di lotte,
di sconfitte e vittorie, sulle sponde
dell’Isonzo come a Monte Sole, a
Omaha Beach come a Monzuno.
Questo, edito direttamente dall’autore,
senza un prezzo di copertina e con
una diffusione fatta di presentazioni
e passaparola, è il secondo libro di
Angelo Gamberini, classe 1932, uscito
nel giro di pochi anni. Nel primo,
“Eravamo sulla linea del fuoco” edito
da Gaspari Editori, Gamberini, dopo un
altro lungo periodo di ricerca, racconta
la storia del padre, Domenico, un
montanaro dell’Ottocento mandato a
combattere al fronte della Prima Guerra
Mondiale nelle fila dei Bersaglieri
durante la quale si meritò anche una
medaglia di bronzo al valor militare
per il coraggio dimostrato nell’assalto
alla Trincea delle Frasche.
Questo secondo libro completa, di
fatto, la saga dei Gamberini e mostra,
Per ricevere una copia di
1915…1945 - Fatti e misfatti
si può scrivere alla redazione
vallibolognesi@emilbanca.it
salvando dall’oblio un mondo che
sembra più lontano di quello che è,
come anche le famiglie contadine di
inizio ’900 della montagna bolognese
hanno partecipato da protagonisti alla
costruzione dell’Italia e dell’Europa di
oggi.
“Con la conquista della libertà, fu una
grande emozione la scoperta del diritto
di voto. Soprattutto per le donne che
non lo avevano mai fatto: votavano gli
uomini anche per loro e questo bastava.
Ma con la Liberazione, no: libertà,
dignità e diritti per ogni essere umano.
Si mossero insieme, donne e uomini, per
costruire col loro voto la Repubblica,
scegliere i Padri della Costituzione,
promuovere quei candidati che avevano
parlato dalle piazze, dagli spazi aperti,
dai crocicchi vicino alle case, dai
luoghi pubblici. Non c’era ancora la
televisione ma non c’erano neppure
“duci” per le strade. C’erano cittadini e
cittadine, non più sudditi, che andavano
a costruire il tempio della democrazia:
il Parlamento”, scrive Angelo Gamberini
nella prefazione.
La storia del padre Domenico, delle
sorelle Elena, Nina, Maria e Caterina,
delle altre famiglie contadine della valle
del Savena hanno convinto Angelo
Gamberini di una cosa, che di fatto
è il messaggio che il volume intende
dare alle future generazioni: “L’entità
sovraordinata che intenda affrontare jure
imperii i temi che investono le persone
deve conoscere il primo dovere. Ha un
valore universale ed è stupendamente
evocato nel film di Bergaman, Il posto
delle fragole: il primo dovere è chiedere
perdono”.
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Il racconto di Fausto Carpani
IL NONNO DELLA BASSA RACCONTA
Gian Paolo Borghi
Caduta
e rinascita
di un direttore
d’orchestra
Vignette di Matitaccia
Al lusòur
dla candléina,
anch al râmmel
pèr faréina
Le tradizioni popolari
della pianura
bolognese tra fede,
storia e dialetto
Gli piaceva mettersi davanti allo specchio
dell’armadio che troneggiava nella camera da letto
dei genitori, mentre la radio trasmetteva un concerto
di musica classica o operistica. Prendeva in mano
una cannetta, di quelle che si adopravano un tempo a
scuola, con il pennino “Torre Eiffel” e, usandola come
una bacchetta, “dirigeva” un’immaginaria orchestra.
Rimirando la propria immagine allo specchio, ciò che
maggiormente lo appagava era l’ondeggiare della sua
gran capigliatura che, credeva, lo facesse somigliare
al grande Muti. In ogni modo, il nostro direttore
d’orchestra da camera (è proprio il caso di dire
così…), dimostrando una certa predisposizione per
la musica, quando fu il momento si trovò iscritto al
Conservatorio per imparare a suonare il violoncello.
Non sarebbe stato come diventare pianista, ma si
consolava pensando che anche il grande Toscanini
iniziò la sua carriera musicale come violoncellista.
Nello studio dello strumento se la cavava bene, senza
essere un fenomeno come Pablo Casals o il suo allievo
Mstislav Rostropovich, ma la sua ambizione rimaneva
quella di diventare un direttore d’orchestra. Fu così
che cominciò a studiare per esaudire questo suo
desiderio, dimostrando una certa predisposizione,
che fu notata dai suoi insegnanti. Cominciò dirigendo
alcuni compagni di corso fine al giorno in cui, superati
tutti gli esami, gli fecero dirigere una vera orchestra
sinfonica.
Vederlo sul podio era uno spettacolo: bello il gesto e
la presenza scenica, che mandava in estasi il pubblico
femminile. E poi, quei capelli, una testa leonina
che pareva quella di Paderewsky e che lui sapeva
muovere in maniera sapientissima. La sua carriera
procedeva fra concerti classici e opera lirica e sempre
con successo.
Verso i trent’anni, però, si presentò un problema:
svegliandosi al mattino, cominciò a trovare dei capelli
sul cuscino. Subito si fece visitare da un famoso
tricologo, che emise la sua sentenza: alopecia.
Da quel momento, il nostro iniziò a curarsi con
tutto ciò che la scienza metteva a disposizione,
anche sperimentando su se stesso presunte panacee
miracolose, per altro senza risultati degni di nota: la
sua folta capigliatura somigliava sempre più ad una
siepe mal potata. Perduta ogni speranza, l’ultima
spiaggia fu rappresentata da una parrucca, che costò
un capitale ma, con quella in testa, il nostro direttore
parve poter tornare a vivere. Fino a quella sera in cui,
dirigendo l’ouverture della “Gazza ladra” di Rossini,
fece un movimento che non avrebbe dovuto fare: i
suoi capelli presero il volo, andando ad atterrare sul
grembo di una giunonica signora in prima fila, che
emise un grido e svenne. Il marito raccolse lo scalpo,
poscia porgendolo al povero direttore che, rosso
come un gatto rosso, cercava di portare a termine
la travolgente ouverture rossiniana, incurante del
fatto che i professori dell’orchestra, soprattutto i fiati,
impegnati com’erano a sghignazzare convulsamente,
non riuscivano ad emettere alcun suono.
Per molti anni, di quel musicista nessuno seppe
più nulla. Ma una sera, durante un concerto dei
Berliner, fu notato un violoncellista veramente di gran
razza, del quale il giorno dopo parlarono i giornali,
definendolo l’erede di Casals e Rostropovich.
Fu contentissimo di questo paragone, non tanto per
la bravura, quanto per il fatto che sia Pablo Casals sia
Mstislav Rostropovich erano inesorabilmente calvi.
Nella cultura popolare di un tempo, le figure del mugnaio e
della mugnaia spesso erano caratterizzati in modi piuttosto
negativi, con vecchi e abusati stereotipi, i più diffusi dei quali
prevedevano il mugnaio ladro e ingannatore e la mugnaia
complice e traditrice.
Sempre a proposito di stereotipi, nell’Appennino bolognese è
ancora noto il proverbio che accomuna il mestiere del mugnaio
alla “professione” del prete, per la sua solida posizione in
epoche di economia di sussistenza: Fortunato in questo mondo/
chi ha un prete o un sasso tondo.
Il mulino e il suo lavoro ispirano tuttora il gioco da tavolo
chiamato Schiera: escogitare la soluzione più efficace per
risolverlo a proprio favore, nel bolognese si dice ancora oggi
fèr muléń gazéń (fare “mulino” ininterrotto, avanti e indietro
sulla schiera).
A discapito del mugnaio, il folklorista pistoiese ottocentesco
Giuseppe Tigri raccolse un testo decisamente ostile nei suoi
confronti, una implacabile condanna all’inferno: Andai
all’inferno, e vidi l’anticristo/E per la barba aveva un molinaro,/E
sotto i piedi ci aveva un Tedesco,/Di qua e di là un oste, e un
macellaro./Gli domandai quale era il più tristo:/E lui mi disse:
Attento or te l’imparo:/Riguarda ben; che con la man rampina,/È
il mulinar dalla bianca farina./Riguarda ben: che con le mani
abbranca,/È il mulinar dalla farina bianca./Dalla quartina se ne
va allo staio;/Il più ladro fra tutti è il molinaio.
Non mancano “ovviamente” i canti (con palesi doppi sensi)
che stigmatizzano il “molinaio” quale rozzo conquistatore di
donne che si recano al suo mulino a macinare. La versione che
segue la raccolsi diversi anni fa nelle campagne di Argelato.
Nel testo si ripetono due volte i versi, a loro volta intervallati
dall’intercalare Bim bum bam:
“Sveglia molinaio che l’è giorno/Sveglia molinaio che l’è
giorno/Bim bum ban//Son qui da stamattina, con gli occhi
bianchi e neri,/Son qui da stamattina a macinare”.//E già che sei
venuta come prima/ti voglio macinare/ con gli occhi bianchi
e neri/farina fina.//E mentre che il mulino macinava,/le mani
dentro il seno, con gli occhi bianchi e neri,/gli metteva.//”Sta’
fermo molinaio con le mani/io tengo sei fratelli/con gli occhi
bianchi e neri/t’ammazzeranno”.//Non ho paura né di sei,
nemmen di sette/io tengo una pistola, con gli occhi bianchi e
neri/caricata.//Caricata con due pallini d’oro/e sparo contro te,
con gli occhi bianchi e neri, e sparo contro te,/Rosina bella”.
Anche tra i proverbi e i modi di dire, il nostro mugnaio non fa
una bella figura. Valgano, per tutti, i tre seguenti: L’é cambiè al
munêr, mo al lèder l’é sèmper quall (È cambiato il mugnaio,
ma il ladro è sempre quello); Al lusòur dla candléina, anch al
râmmel pèr faréina (Alla luce della candelina, anche la crusca
sembra farina); Tirêr l’âqua al sô muléń (Tirare l’acqua al suo
mulino).
A questo punto viene spontaneo chiedersi: “Ma è stata sempre
così considerata la sua figura?”. Ovviamente no. Per cercare
di “equilibrare”, sia pure leggermente, la sua considerazione
nel mondo popolare di una volta, riporto una filastrocca e una
conta infantili nelle quali sia il luogo che ospitava le macine sia
la “molinaia” non destano alcun particolare commento, fatta
eccezione per la bellezza della donna: Tròta tròta, cavaléń,/
quand al véiń dal muléń,/dal muléń e da la vâl,/tròta tròta al
mî cavâl (Trotta trotta cavallino, quando viene dal mulino,/dal
mulino e dalla valle,/trotta trotta il mio cavallo); Pîta pitèla,/
culòur che sî bèla,/culòur che sî fîna,/par Santa Martina,la bèla
mulinèra,/só par la schèla,/schèla scalòń,/pânna d’pavòn./Re
re, tirate indietro/questo bèl pè,/che sarà da…te! (Pîta pitèla,/
color che sei bella,/color che sei fina,/per Santa Martina,/la
bella molinaia,/su per la scala,/scala scalone/penna di pavone./
Re re, tirate indietro questo bel piede,/che sarà da… te!).
Chiudo con un proverbio che invita invece ad agire prendendo
a paragone l’acqua che alimentava la macinazione: Âqua
fèirma, l’an guadâgna (Acqua ferma, non guadagna).
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