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In punta di sellino n. 9 - luglio 2025

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LA GUIDA DEL TOUR 2025

N. 9 - Luglio 2025

www.inpuntadisellino.it

per seguire tutte le tappe

della Grande Boucle

POGAČAR – VINGEGAARD

DUELLO ALL’ULTIMA SALITA

RAYMOND POULIDOR

l’eterno secondo,

ma il più amato dai francesi

CICLOTURISMO: itinerari di Francia

MAGLIE GIALLE: gli italiani che fecero l’impresa

GIORNALISMO: l’eredità di Gianni Mura


2

in punta di sellino

L’EVENTO

Vincenzino e la bicicletta

L’ultima maglia gialla di un italiano sul podio degli Champs-Élysées

appartiene a Vincenzo Nibali, che si è ampiamente raccontato

durante una serata alla Sportweek di Seregno

N. 9 luglio 2025

Metti una serata con Vincenzo Nibali,

un evento organizzato dal Comune

di Seregno, un’occasione speciale per

ascoltare i racconti del fuoriclasse italiano,

l’ultimo italiano vincitore del Tour,

protagonista del ciclismo moderno.

La manifestazione era inserita nella

rassegna Sportweek del comune

brianzolo, terra laboriosa, dove il ciclismo

è ancora di casa.

Nibali, incalzato dalle domande di

Walter Proserpio di Radio Deejay e

dall’influencer Lisa Offside (sopra nella

foto) ha offerto al numeroso pubblico

uno spaccato della propria avventura

umana e sportiva, da quando la passione

per la bici ha coinvolto prima il papà

Salvatore, che di mestiere faceva il carrozziere,

e poi il figlio: “Mi sono appassionato

al ciclismo poco a poco, avevo

circa 7-8 anni quando mio padre si è

fatto regalare una bicicletta e da lì ha

iniziato a partecipare a qualche competizione

per amatori in programma la

domenica. Le gare erano molto diverse,

il livello era più basso rispetto a oggi

e tutti ci andavano per passione, presto

anche mio zio ha incominciato a coinvolgersi

con il ciclismo amatoriale. A

me è sempre piaciuto toccare le bici,

smontarle e rimontarle. La mia prima

bicicletta me la sono praticamente costruita,

era un vecchio telaio arrugginito

che abbiamo scartavetrato e poi ci avevo

incollato degli adesivi della Bianchi;

da lì poi è effettivamente incominciato

tutto” ha raccontato Vincenzo, sottolineando

le numerose difficoltà che un

giovane siciliano ha dovuto affrontare:

“Avevo circa 14 anni quando ho partecipato

alla mia prima gara, arrivai secondo

e tutti in famiglia si appassionarono

alla bici. Da quel momento ogni

domenica ci mettevamo in viaggio per

Le vittorie in tutti i grandi Giri

le gare che spesso erano a Palermo. Faceva

caldissimo e la macchina era senza

aria condizionata; a pensarci oggi era

folle, ma la motivazione era più forte di

qualsiasi altra considerazione”.

Nibali è cresciuto come ciclista senza

avere l’ansia del risultato, del “tutto e

subito” e ha iniziato a gareggiare relativamente

tardi, appunto a 14 anni. Per

fare il salto di qualità ha poi lasciato

la Sicilia e si è trasferito in Toscana

Corridore adatto sia per le gare di un giorno, sia per le corse a tappe, Vincenzo

Nibali ha conquistato la Vuelta nel 2010, il Giro d’Italia nel 2013

e nel 2016 e il Tour de France nel 2014 (nella foto in alto a destra sul podio

di Parigi). Fra le vittorie di peso il suo palmarès annovera il Giro di

Lombardia nel 2015 e nel 2017, e la Milano-Sanremo, nel 2018. A queste

grandi vittorie si aggiungono due titoli italiani nella prova in linea, nel

2014 e nel 2015, due Tirreno-Adriatico, nel 2012 e nel 2013. Professionista

dal 2005 al 2022, era soprannominato lo Squalo per il suo modo di

correre sempre all’attacco e per le sue origini messinesi.

dove ha continuato gli studi superiori e

ha iniziato ad allenarsi sempre più intensamente,

da giovane corridore con

l’ambizione di sfondare ed approdare

al professionismo. Dunque, tanti chilometri,

soprattutto in estate quando

le giornate si allungavano, ma anche

qualche uscita, delle serate in allegria, i

giri in bici verso Montecatini dove c’era

anche il tempo per fermarsi a mangiare

un gelato. Serietà negli allenamenti,

ma senza esasperazioni.

La bici segata in tre per punizione

Vincenzo ha ricordato anche alcuni

aneddoti della sua giovinezza: “Ero un

po’ discolo e da piccolo ne ho combinate.

Papà Salvatore non scherzava, era

una sorta di padre padrone: un giorno

per punirmi di una marachella mi ha

segato in tre la bicicletta. Ho pianto

e urlato dalla rabbia. Non ci siamo parlati

per giorni. Poi me l’ha ricomposta

e più tardi l’ha rivenduta per prenderne

una più grande e performante. Mio

papà aveva anche il senso degli affari!”.

Rimpianti? “Uno solo: aver lasciato la

famiglia quando mi sono trasferito in

Toscana. Mi è dispiaciuto molto, ma era

l’unico modo per intraprendere la carriera

di corridore”.

Nibali ricorda con piacere il periodo

toscano: “Vivevo in una casetta con un

mio compagno di squadra, ogni giorno

andavamo a scuola ad Empoli dove

frequentavo l’indirizzo pubblicitario assicurativo,

poi una volta tornati a casa

iniziavano gli allenamenti. Ho rischiato

il tutto per tutto, non sapevo come

sarebbe andata a finire, avevo puntato

ogni cosa sul ciclismo e non avevo un

piano b. Ora lo sport è molto cambiato,

i ragazzi vengono seguiti in tutto e

per tutto fin da giovanissimi, hanno alimentazione

e allenamenti specifici, per

noi non era così. Credo però che ai ragazzini

si debba insegnare che lo sport

è importante, ma non è tutto, bisogna

sempre avere un’alternativa, impegnarsi,

studiare, trovare anche un’altra

strada, perché poi potrà sempre servire,

non si può essere atleti a vita”.

Fra i tanti episodi della sua lunga e profittevole

carriera Nibali ne ricorda uno

in particolare: la tappa del Tour 2014

con i tratti di pavé, una giornata tremenda,

ma fondamentale per la vittoria

finale. “Me la sogno ancora. La mia

mente va a quella frazione dove ho costruito

la conquista della maglia gialla”.

Il ricordo di Michele Scarponi

Fra i tanti compagni di squadra ce n’è

uno, in particolare, che ricorda ancora

volentieri: Michele Scarponi, che

fu fondamentale per la vittoria al Giro

d’Italia del 2016: “Michele era straordinario,

era già un grande campione e

poi è venuto in Astana per aiutarmi, si

era messo totalmente al mio servizio

aiutandomi a vincere tantissime corse.

Mi ricordo che un giorno era davanti

al gruppo a tirare e lungo una discesa

aveva centrato una spettatrice, era

ritornato davanti poco dopo ridendo e

scherzando dicendo che aveva sistemato

tutto. Lui era così, una persona unica

che metteva di buon umore e creava

un clima bellissimo in squadra, qualcosa

che forse oggi non succede più”.


N. 9 luglio 2025

EDITORIALE | di Angelo De Lorenzi

in punta di sellino 3

De Rosa, Castelli e Colnago, ma non bastano

Sul supplemento di Economia del

Corriere della Sera è uscito un

interessante articolo firmato da

Daniele Manca, vicedirettore della testata.

L’intervento richiamava una

ricerca di Banca Ifis secondo la

quale la leadership italiana

nel settore delle bici “è dimostrata

oltre che dai numeri,

anche dal fatto che nelle

squadre del Giro d’Italia,

l’uso di made in Italy

nelle biciclette arriva

anche al 100%.

Del resto basta fare

solo alcuni nomi per comprendere

quanto l’eccellenza

abbia una derivazione tricolore”.

Sappiamo delle biciclette

Pinarello, Colnago,

De Rosa, della stessa

Bianchi, come della

componentistica con

la leadership a livello

mondiale di Selle

Royal, per non parlare

dei cambi Campagnolo.

La costruzione dell’immagine “non riesce

però a esprimersi compiutamente

sull’intero settore”.

Il fatturato della filiera

in Italia vale 4,2 miliardi,

mentre in Germania

15 miliardi.

Sempre in Germania

lo scorso anno

si sono vendute 250

mila cargo Bike, in

Italia nemmeno

tremila.

Evidentemente

sono state fatte

scelte diverse e

alla base c’è un tema

culturale che vede dividersi

gli acquirenti nelle due

fazioni delle auto o delle bici.

In Germania, come in altri Paesi,

sono state fatte scelte di sistema

sulla logistica dell’ultimo miglio,

sull’uso della bici in città, sulla costruzione

intelligente di piste ciclabili.

Quindi teniamoci pure stretti i marchi

tricolori, segno e patrimonio di una

grande tradizione fatta di lavoro, creatività

e grandi intuizioni, ma allarghiamo

lo sguardo nel giardino del

vicino: basterebbe osservare ciò che

fanno certi Paesi europei.

Questo numero, lo avrete già capito

anche solo dando un’occhiata alla copertina,

è quasi interamente dedicato

al Tour de France: abbiamo fatto fatica

a mettere in pagina tutto ciò che

avevamo in testa, perché la corsa più

cara ai francesi è debordante, straripante;

è geografia, corridori, canzoni

e poesie, storie e attualità. Dunque

Robic e Vingegaard, Anquetil e

Poulidor, Cassoulet e Beaujolais.

Avremmo voluto scrivere di più. Nessuno

poteva immaginare che il primo

luglio 1903, la prima notte della

prima tappa del Tour, stesse nascendo

un’avventura destinata a superare

il secolo breve appena nato, per approdare

con immutato fascino nel terzo

millennio.


4

in punta di sellino

LA CORSA

N. 9 luglio 2025

La sfida fra i big e il talento degli italiani

Tadej Pogačar e Jonas Vingegaard – secondo le previsioni – si contenderanno il podio

di Parigi. A rappresentare i colori azzurri ci saranno Jonathan Milan che si impegnerà

nelle volate e Filippo Ganna che proverà a dire la sua nella tappa a cronometro di Caen

Al Tour 2025 ci sarà un grande duello,

all’ultima salita: quello che si preannuncia

fra Tadej Pogačar, sulla carta il

favorito, e Jonas Vingegaard, l’unico

avversario dello sloveno che ha il potenziale

per combattere quasi ad armi

pari, soprattutto in salita, con lo sloveno.

Pogačar, a caccia della sua quarta

Grande Boucle, ha interpretato fino ad

oggi una stagione super. Protagonista e

vincente nelle classiche di un giorno ha

strapazzato gli avversari al Giro del Delfinato,

breve corsa a tappe di rifinitura

in vista della gara più prestigiosa. Quando

lo sloveno non ha vinto ci è andato

comunque molto vicino: otto vittorie in

quindici giorni di gare, dodici volte sul

podio. Ha vinto l’UAE Tour (oltre a due

tappe) le Strade Bianche, il Giro delle

Fiandre, la Freccia Vallone e la Liegi-Bastogne-Liegi.

Molto diverse le tappe

di avvicinamento di Vingegaard che

programma l’intera stagione sulla partecipazione

al Tour de France snobbando

le classiche di un giorno. Quest’anno

il danese al Giro del Delfinato che misura

la condizione dei pretendenti alla

maglia gialla è arrivato secondo mostrando

un netto divario rispetto al suo

principale avversario. In questo duello,

che pare esclusivo, sembra difficile immaginare

altri protagonisti in grado di

inserirsi sui due gradini più alti del podio.

Ci sarà Roglič, uscito malconcio dal

Giro d’Italia, con tanta voglia di rivincita.

Poi attenzione a Remco Evenepoel,

che lo scorso anno è migliorato sulle salite

e potrebbe giocare le sue carte.

Conta anche la squadra

Se il talento del singolo ha la sua importanza,

non da meno è anche il valore

della squadra. Pogačar, può contare

su una vera e propria corazzata: la UAE

Team Emirates in versione Tour si presenta

infatti come una vera e propria

macchina da guerra in grado di preparare

il terreno al suo capitano, supportarlo

in pianura, ma anche in salita. Sulle

montagne il campione del Mondo

avrà aiuto dalle qualità di Adam Yates,

Marc Soler, Pavel Sivakov e, soprattutto,

Joao Almeida, uno degli uomini più

in forma del momento. Al lavoro di questi

corridori poi, in pianura, sarà decisivo

l’apporto di Nils Politt, Tim Wellens

e Jhonatan Narváez, tutti corridori che

in passato hanno già mostrato di saper

sacrificarsi con efficacia in favore di Pogačar.

Al Tour, oltre che per la conquista del

podio finale di Parigi, si lotta anche per

le vittorie di giornata. Tra i velocisti più

attesi Biniam Girmay, il corridore eritreo

che lo scorso anno è andato a segno

per ben tre volte. Al fianco avrà i suoi fidi

compagni Hugo Page e Laurenz Rex,

che hanno avuto un ruolo chiave nella

sua storica tripletta del 2024.

E gli italiani? Pochi, pochissimi, ma buoni,

verrebbe da dire. Con il desiderio di

fare un gran bene ci sarà al via Filippo

Ganna. Alla sua seconda partecipazione

al Tour potrebbe ritagliarsi un ruolo

soprattutto nella tappa a cronometro

di Caen, 33 chilometri piatti come

MAI DOMO

Alla partenza del Tour 2025 ci sarà

anche Julian Alaphilippe, 33 anni,

che al recente Tour de Suisse ha dato

segnali di essere tornato su buoni

livelli, dopo aver attraversato un

periodo non brillantissimo. Il francese

ha un curriculum di tutto rispetto:

due volte campione del mondo, nel

2020 e nel 2021, cacciatore di classiche

- ha conquistato tre edizioni della

Freccia Vallone aggiudicandosi

anche la Milano-Sanremo nel 2019

- non disdegna nemmeno le tappe

dei Grandi Giri. Loulou, diminutivo

di Julian, ha vinto sei tappe al Tour

de France e una al Giro d’Italia.

un biliardo. Certa è la partecipazione di

Jonathan Milan, che saprà mettersi in

evidenza negli arrivi in volata, mentre

Edoardo Affini correrà in appoggio del

suo capitano Jonas Vingegaard.

LA COMPETIZIONE FEMMINILE

Le ambizioni della polacca

Sabato 26 luglio - il giorno prima della competizione maschile - si

svolgerà la prima tappa del Tour de France femminile. La quarta

edizione della corsa si articolerà in nove tappe, una in più rispetto

al 2024. Lo scorso anno abbiamo assistito all’appassionante

duello fra Kasia Niewiadoma e Demi Vollering, scontro che ha

visto prevalere la polacca (a destra nella foto). La gara si concluderà

domenica 3 agosto 2025, a Châtel, segnando così la competizione

più lunga dell’attuale calendario WorldTour femminile.

Come per la gara maschile, il Tour de France Femmes si svolgerà interamente su territorio francese, con la

Bretagna a ospitare la Grande Partenza. La prima tappa si terrà nel cuore del dipartimento del Morbihan,

partendo da Vannes e culminando con un arrivo in salita sulla Côte de Cadoudal a Plumelec. La seconda

frazione sarà ospitata a Brest, una città profondamente legata al ciclismo e al Tour de France, che ha

accolto la Grande Partenza più volte di qualsiasi altra località al di fuori di Parigi, per un totale di quattro

edizioni. Infine, la terza tappa, con partenza da La Gacilly, concluderà una spettacolare e intensa serie di

tre tappe in Bretagna. Il percorso prosegue poi attraversando la Francia in diagonale per oltre 1.165 chilometri,

con un dislivello di 17.240 metri, in direzione delle Alpi, passando per il Massiccio Centrale. In

questa edizione non ci saranno cronometro. Il percorso si compone invece di due tappe pianeggianti, due

di media montagna, due di alta montagna e tre tappe collinari distribuite nei nove giorni di gara.


N. 9 luglio 2025

LES ITALIENS

in punta di sellino 5

Nibali forte ovunque, Pantani nella leggenda

Il siciliano raggiunse l’apice della carriera in Francia costruendo la sua vittoria sul pavé e

nelle tappe di montagna. Il Pirata nel 1998 conquistò la storica doppietta Giro e Tour

Gli italiani sono andati a segno sette

volte al Tour de France. Passiamo in

rassegna le storiche maglie gialle conquistate

da les italiens a partire dalle

più recenti. Vincenzo Nibali è stato

l’ultimo corridore di casa nostra a vincere

fra i cugini. Nibali è il ciclismo di ieri,

recente, non recentissimo. Ebbe come

rivali corridori del calibro di Froome e

Contador, insomma fior di campioni:

seppe ritagliarsi una sua dimensione.

La vittoria al Tour de France nel 2014 lo

ha consacrato, lo ha reso grande, gli ha

conferito quella dimensione che merita

nella storia del ciclismo.

In Francia raggiunse l’apice di una carriera

generosa di vittorie, ma avrebbe

potuto raccogliere di più se fosse stato

meno sfortunato in determinate occasioni.

Il corridore siciliano, svezzato

agonisticamente in Toscana, vinse anche

due Giri d’Italia, una Vuelta di

Spagna, la Sanremo, due Giri di Lombardia

e due titoli italiani. Purtroppo,

la guigne, la sfortuna, la sfiga, la jella,

gli fece compagnia nella discesa finale

verso il traguardo di Rio 2016, dove

avrebbe potuto conquistare l’oro olimpico.

Vincenzino è l’ultimo italiano ad

aver fatto passerella sotto la Tour Eiffel,

sedici anni dopo Pantani, Gimondi,

Nencini, Bartali (due volte), Coppi (altrettanto)

e Bottecchia, nella notte ciclistica

dei tempi. Un’eredità che avrebbe

schiacciato chiunque. Invece rimase

in giallo 19 giorni su 21 e la sua vittoria

a Parigi fu un trionfo.

La corsa

Partenza da Leeds in Gran Bretagna,

Nibali è in maglia gialla già al secondo

giorno dove sfrutta lo strappo finale di

Jenkin Road con punte all’11% ai meno

5. In quella edizione del Tour c’è una

frazione, la quinta, dove è protagonista

il pavé come alla Parigi-Roubaix. Nibali,

dopo aver perso la maglia gialla a favore

di Gallopin, si scatena alle prime

montagne vere della corsa. A La Planche

des Belles, con sette colli da scalare

sui Vosgi, dà la zampata nel finale

e torna a essere leader della corsa. Il siciliano

raccoglie un invidiabile poker di

vittorie e nella classifica finale di Parigi

mette in fila Péraud, Pinot, Valverde,

Van Garderen e Bardet. Il primo

dei battuti era a 7’ 37’’. Un trionfo. Nel

2014 c’era ancora Gianni Mura, inviato

per La Repubblica, che scrisse così: “ha

vinto a nord, a est, a sud”, con quel “volto

andaluso” e con un’incredibile passione

per questo dannato sport. Nibali

è stato qualcosa di diverso da tanti altri

corridori forse più forti di lui. Piuttosto

che la quantità, dobbiamo guardare la

qualità. Ha vinto corse a tappe, ma anche

le classiche. Forte in salita, ma nemmeno

fermo in pianura o a cronometro.

Il suo percorso di crescita è stato lento e

costante. Ci ha messo cinque anni per

vincere un Giro, poi è stato uno dei migliori

protagonisti del ciclismo a livello

mondiale.

La sfida con Tonkov

Marco Pantani (1970-2004) conquistò

le folle quando agguantò la storica doppietta

Giro e Tour nel 1998. Fu un’impresa.

Un filo invisibile lega il corridore

romagnolo a Fausto Coppi: gli unici

due italiani ad aver centrato l’accoppiata

Giro-Tour nella stessa stagione. Al Giro

rivaleggiò con il russo Pavel Tonkov,

già vincitore della corsa rosa nel 1996,

e Alex Zülle, quest’ultimo dotato delle

caratteristiche del cronomen. Proprio

lo svizzero, infatti, diede un distacco di

tre minuti e mezzo a Pantani nella gara

a cronometro del 31 maggio, che attraversava

la città di Trieste. Sembrava

che la corsa fosse finita lì, ma c’era da

fare i conti con il carattere del romagnolo.

Due giorni più tardi, nella tappa di

montagna del 2 giugno Asiago-Selva di

Val Gardena, il Pirata diede oltre quattro

minuti e mezzo allo svizzero. Il solo

Tonkov a questo punto avrebbe potuto

essere d’ostacolo alla vittoria di Pantani.

Nella tappa di Montecampione ci

fu una celebre sfida fra i due. Pantani

ebbe la meglio e staccò Tonkov di oltre

un minuto. Per disegnare la classifica

generale rimaneva solo la cronometro

Mendrisio-Lugano. Pantani, che non

era specialista delle prove contro il tempo,

riuscì a classificarsi terzo mantenendo

così il primato in classifica. Destinato

alla sofferenza anche nei momenti della

gloria, il Pirata non riuscì a godersi sino

in fondo il piacere della vittoria. Il 26

giugno, poco prima della partenza del

Tour, morì Luciano Pezzi, suo mentore

e manager della squadra, ai suoi occhi

l’unico dotato di carisma. Fu una ferita

difficile da rimarginare per la sensibilità

inquieta di Pantani, che si presentò alla

partenza a Dublino del Tour de France

con amarezza e qualche perplessità di

troppo. La perdita di Pezzi agì però anche

da sprone: c’era da onorare la sua

memoria, l’amico e il gregario di Coppi

al Tour, il direttore sportivo di Felice Gimondi,

quando il campione di Sedrina

trionfò nella Grande Boucle del 1965.

Pantani forse non era nemmeno sufficientemente

allenato per affrontare la

grande corsa a tappe. Così nelle prime

frazioni pagò dazio arrivando ad accumulare

più di cinque minuti dal battistrada,

il tedesco Jan Ullrich, che aveva

vinto il Tour l’anno precedente.

Quando arrivarono le montagne la musica

cambiò. Nella tappa Luchon-Plateau

de Beille del 22 luglio dimezzò

il suo svantaggio da Ullrich e arrivò a

collocarsi al quarto posto nella classifica

generale. L’impresa la compì il 27 luglio.

Il Pantadattilo, celebre definizione

di Gianni Mura, attaccò sul Col du

Galibier. C’era pioggia, freddo, persino

un po’ di nebbia. Un clima da lupi. Pantani

abbassò le mani sul manubrio, si

alzò in piedi sui pedali e sfrecciò a destra

del Kaiser senza guardarlo. Ullrich

crollò arrivando al traguardo staccato di

ben nove minuti. Quel giorno Pantani

si infilò per la prima volta la maglia

gialla, che avrebbe portato con sé anche

sugli Champs-Élysées.


6

in punta di sellino

ANTOLOGIA

Gli italiani che hanno scritto la storia

Le doppiette di Coppi e Bartali, la sorpresa di un giovanissimo Gimondi,

l’impresa di Nencini e la prima affermazione di un italiano, Bottecchia,

che indossò la maglia gialla ininterrottamente dalla prima all’ultima tappa

N. 9 luglio 2025

Sono tutte belle le affermazioni degli

italiani al Tour de France; quelle più

in là negli anni profumano di antichi ricordi,

come le immagini impresse nelle

cartoline ingiallite trovate per caso nel

cassetto delle nonne.

Felice Gimondi (1942-2019) non avrebbe

nemmeno dovuto partecipare al

Tour del 1965. Secondo il contratto, infatti,

al suo primo anno di professionismo

avrebbe dovuto essere al via di una

sola corsa a tappe, invece fu schierato

alla partenza con il compito di aiutare il

capitano della squadra, Vittorio Adorni.

Gimondi, però, è una forza della natura:

secondo al velodromo di Roubaix,

poi la vittoria e la maglia gialla nella

tappa che si concludeva a Rouen. Adorni

nel frattempo si ammalò e Gimondi

diventò il leader della Salvarani.

Christian Prudhomme, direttore del Tour, con l’immagine di Coppi.

Felice tenne botta nella crono di Chateaulin,

cedette momentaneamente il

primato al belga Bernard Van De Kerckhove,

per riconquistare la maglia

gialla due giorni dopo. Il bergamasco riuscì

prima a resistere all’attacco di Poulidor

sul Mont Ventoux, poi allungò il

vantaggio nelle ultime due prove a cronometro:

quella in salita al Mont Revard

e quella finale a Parigi. Per Felice

Gimondi fu l’inizio di una favola, una

carriera da campione con un ruolo da

protagonista nel gotha del ciclismo: oltre

al podio del Tour, tre Giri d’Italia,

una Vuelta, un campionato del mondo

e classiche monumento come Milano-Sanremo,

Parigi-Roubaix e due

Giri di Lombardia, solo per ricordare le

vittorie più prestigiose.

Il ruggito del Leone del Mugello

Un toscano trionfò al Tour del 1960.

Gastone Nencini (1930-1980) nacque a

Bilancino nel comune di Barberino di

Mugello (Fi). Nel 1957 conquistò il Giro

d’Italia davanti al francese Louison

Bobet e al forlivese Ercole Baldini. Nello

stesso anno corse anche il Tour dove

vinse la tappa con i colli dell’Aubisque

e del Tourmalet, ma si fecero sentire i

postumi di una caduta di 24 ore prima

che lo esclusero dalla corsa per la maglia

gialla. Al Tour del 1960 duellò con

Roger Rivière. Per seguire Nencini in

una discesa pericolosa, il francese uscì

da una curva andando a finire in un

campo. Lo raccolsero che non sentiva

più le gambe e sarebbe rimasto paralizzato

sino alla morte. Nencini vinse quel

Tour e fu applaudito al Parco dei Principi

per la sua vittoria anche dal presidente

francese, il generale Charles De

Gaulle. Il toscano volle che il mazzo di

fiori consegnatogli venisse portato alla

moglie di Roger Rivière che

stava assistendo il marito all’ospedale.

“Fostò Coppi”

Il 1949 segnò la consacrazione

del mito di Coppi (1919-1960)

che nello stesso anno vinse sia

il Giro d’Italia, sia il Tour de

France. In quel periodo si correva

con le Nazionali. L’Italia,

guidata dal carismatico ct Alfredo

Binda, poteva contare

anche sulla presenza di Bartali

che corse in appoggio a

Coppi. Il Campionissimo, alla

quinta tappa mentre era in fuga cadde,

danneggiò la bici e perse una montagna

di minuti (oltre mezz’ora). Coppi fu

sul punto di ritirarsi, ma proprio l’aiuto

della squadra e di Bartali in particolare,

gli offrì anche il supporto psicologico

per non abbandonare la corsa. Sui Pirenei

Coppi e Bartali andarono all’attacco,

il Campionissimo ridusse lo svantaggio

in classifica. Nelle tappe successive avvenne

il sorpasso e ai Campi Elisi fu un

trionfo, applaudito anche dai francesi. Il

secondo in classifica fu Gino Bartali.

Nel 1952 Coppi mise a segno un’altra

magica doppietta: Giro e Tour nello

stesso anno. La Nazionale fu protagonista

con Magni e Andrea Carrea, il gregario

più fedele del Campionissimo,

che entrò in una fuga e indossò a sorpresa

la maglia gialla. Il giorno successivo

sulla salita inedita dell’Alpe d’Huez,

che poi farà la storia del Tour, un grintoso

Robic accese le micce, Coppi all’inizio

lasciò fare, poi lo raggiunse per

accelerare. “Testa di vetro” fu l’unico a

stargli in scia per qualche chilometro e

infine costretto a cedere. Coppi arriverà

al traguardo con 1’20’’ su Robic e 3’22”

su Ockers. La tappa successiva portava

al Sestriere, non prima di aver scalato

Glandon, la Croix-de-Fer, il Galibier e

il Monginevro. I francesi attaccarono

Coppi che replicò sul Galibier. Sul traguardo

di Sestriere il secondo, lo spagnolo

Bernardo Ruiz, arrivò con sette

minuti di ritardo. Nel 1952 la superiorità

di Coppi fu schiacciante. Vinse anche

al Puy de Dome, dove Bartali patì una

leggera crisi. A Parigi il secondo, il belga

Ockers, patì quasi mezz’ora di ritardo,

terzo lo spagnolo Ruiz, quinto Bartali.

L’intramontabile

Gino Bartali (1914-2000) è riuscito

nell’impresa di vincere due edizioni

del Tour a ben dieci anni di distanza:

la prima volta nel 1938, giovanissimo,

poi nel 1948, a 34 anni, al culmine della

maturità agonistica. In mezzo anche la

Guerra e l’arrivo del rivale Fausto Coppi.

Nel 1937 il toscano conquistò la maglia

gialla, ma cadde. Da Roma arrivò

l’ordine di tornare a casa, forse per non

rischiare di fare brutte figure, ma Bartali

aveva tutto il tempo di organizzare il

recupero con l’avvicinarsi delle

montagne. L’anno successivo

Ginettaccio cercò il riscatto.

Sull’arrivo di Briançon Bartali

fece il vuoto alle sue spalle.

Il toscano dominò sulle Alpi,

staccando tutti. Nel 1948 sfidò

il francese Bobet. Bartali

conquistò la maglia gialla già

nella prima tappa, poi perse

il vantaggio acquisito e fu costretto

a ricucire lo svantaggio.

Vinse a Lourdes e nella tappa successiva.

Quando Bartali sembrò tornare in

maglia gialla Bobet attaccò nella tappa

di Sanremo e guadagnò ben otto minuti

sul toscano. Bartali dominò sulle

montagne e tornò a insidiare il francese.

Ad Aix-les-Bains, in una giornata

proibitiva, conquistò infine la maglia

gialla. Vinse tre tappe alpine consecutive.

Il Tour, ormai, era suo.

El Furlan de fero, il giallo dell’uomo

in giallo

Nato fra Veneto e Friuli, muratore, carrettiere

ed eroe di guerra, Ottavio Bottecchia

(1894-1927) dominò due epiche

edizioni del Tour, nel 1924 e nel

1925. I francesi della squadra “Automoto”

necessitavano di un corridore italiano

che aiutasse il loro beniamino Henrì

Pelissier ad aggiudicarsi finalmente il

Tour. Corse nel 1923, dove si sentì forse

vittima di un tentativo di avvelenamento,

ma trionfò l’anno successivo. Bissò il

successo nel 1925. Una carriera stupenda,

quella di Bottecchia, più tormentata

la sua vita privata. Il 3 giugno 1927

fu trovato a terra agonizzante durante

un allenamento e su questo episodio

aleggia ancora il mistero. Voleva rubare

la frutta da un albero e il contadino lo

prese a pietrate. No, sono stati i fascisti

a fargliela pagare. Forse non ha rispettato

i patti con la mafia delle scommesse.

Nessuno ha capito ancora che cosa

sia realmente successo. Morì in ospedale

qualche giorno dopo.


N. 9 luglio 2025

CAMPIONISSIMI

Binda convince Coppi a non ritirarsi

Il campionissimo di Cittiglio da ct della nazionale contribuì a far vincere

la corsa a tappe francese agli italiani per ben quattro volte:

Bartali (1948), Coppi (1949 e 1952) e infine Nencini (1960)

in punta di sellino 7

“Sappi che anch’io mi sono ritirato dal

Tour e mi dispiace ancora. E comunque

l’ho fatto dopo aver vinto due tappe

e dopodomani c’è la cronometro e

tu la vinci in carrozza”. Nel ’49 Alfredo

Binda è il c.t. di una nazionale bicefala

con Coppi e Bartali. Fausto debutta

al Tour e durante la quinta tappa cade

a Mouen. Binda lo raggiunge con

l’ammiraglia e lo trova in piedi sul ciglio

della strada, la bici inutilizzabile e

una gran voglia di tornare a casa. Capisce

al volo che è il momento di indossare

i panni dello psicologo e così apre

l’album dei ricordi.

“Ai miei tempi alle case italiane

la corsa francese interessava poco”

Binda aveva partecipato alla Grande

Boucle del 1930. Al Giro non lo avevano

voluto: era stato pagato per non

correre perché ammazzava corse e interesse

degli sportivi. Invece il patron

francese, Henri Desgrange, un cultore

del bel gesto atletico, da tempo faceva

il filo al campione italiano, soprattutto

da quando il cittigliese si era aggiudicato

la prima edizione dei mondiali. E

aveva insistito anche all’inizio del 1930,

in vista di un Tour aperto per la prima

volta alle squadre nazionali. Ma la scelta

di andare in Francia, per Binda, non

era scontata. “Ai miei tempi - leggiamo

nei suoi ricordi - alle case di biciclette

non interessava vincere all’estero.

Alla Legnano preferivano un campionato

italiano, in più prove, rispetto al

Giro di Francia o a un Campionato del

Mondo”.

Alla fine Binda accettò l’invito, ma non

voleva responsabilità: si recò Oltralpe

come si trattasse di una qualsiasi gara a

contratto, con la testa già proiettata sulla

nuova corsa iridata in calendario a

fine agosto. Decise perciò di mettersi al

servizio dell’emergente Learco Guerra,

incitandolo alla conquista della maglia

gialla, cosa che avvenne nella seconda

tappa. Il gioco di squadra italiano suscitava

l’ammirazione di Desgrange.

Nella tappa di Hendaye Binda cadde

due volte e arrivò al traguardo con

un’ora di ritardo e l’intenzione di ritirarsi.

“Continuai - avrebbe ricordato -

per puro senso di disciplina e per aiutare

Guerra”. Il riscatto arrivò nei giorni

seguenti, col trionfo nelle frazioni pirenaiche.

Alla vittoria di Pau seguì quella

di Luchon, nel tappone con Aubisque,

Tourmalet, Col d’Aspin. Sul Tourmalet

Binda restò al fianco di Guerra, ancora

una volta non a suo agio sulle salite,

e poi partì per andare a cogliere

il successo. Quel giorno il mantovano

perse la maglia gialla, mentre il cittigliese

si confermò grandissimo scalatore.

Desgrange, sempre più affascinato,

dedicò a Binda questo pensiero: “Avete

mai fatto caso, quando siete in un direttissimo,

a come scompaiono presto

alla vista i pezzetti di carta che voi buttate

dal finestrino? Così ho visto scomparire

gli avversari, sotto l’azione di

Binda sulle salite pirenaiche”.

Ritiro e polemiche

A Luchon era programmata una giornata

di riposo e la sosta rinfrescò i propositi

di ritiro del cittigliese, che però

decise di schierarsi regolarmente al via

della Luchon - Perpignan. S’era ripreso.

E sulla cima del Colle Portet transitò

per primo. Poi, in piena discesa, gli si

spezzò il bullone reggisella, che provò

a sistemare in fretta e furia. Sforzi inutili,

perché il bullone si ruppe di nuovo

rendendo necessaria la ricerca di

un fabbro. “Si accumulò così un ritardo

rilevante – dirà Binda – e avevo la

bicicletta in condizioni anormali: d’improvviso

mi venne a mancare la volontà

e mi ritirai”. Finì così il primo (e unico)

Tour del campione di Cittiglio. Un

ritiro che provocò polemiche a non finire.

C’è chi arrivò a sostenere che il Regime

non poteva apprezzare la decisione

di Binda, tanto da non perdonargli

la presunta debolezza. Qualche giornalista

scrisse che la resa venne generata

da una “scusa banale” e che in realtà

il campione ritenesse il Tour “una corsa

selvaggia, non adatta a lui”.

Da parte sua Binda replicò: “Qualcuno

evidentemente crede che correre in bicicletta

sia un divertimento e che i corridori

siano macchine”. Il gelo con le

alte sfere, comunque, si protrasse per

mesi e mesi e svanì dopo il successo

trionfale ai Mondiali di Roma del

1932. Subito dopo quel Tour del 1930

Guerra s’aggiudicò il campionato italiano:

cominciava ad essere lui il “preferito”

dal Potere.

Quattro i Tour vinti

da commissario tecnico

E Coppi? Come reagì nel 1949 alle pazienti

ma stimolanti parole del c.t.? Si

rimise in sella - e questo fu un primo

successo dello “psicologo” Binda - e si

trascinò fino al traguardo, dove scoprì

di avere accumulato 36 minuti di ritardo

dalla maglia gialla. Il giorno dopo,

però, come da pronostico, dominò

la cronometro. E nelle tappe successive

risalì la classifica conquistando la

maglia gialla. Durante quel Tour (e sarebbe

stato così anche in quelli successivi)

Binda ebbe un bel daffare a gestire

i due galli Bartali e Coppi, ma suscitò

l’ammirazione generale per aver guidato

al successo una nazionale con tanti

capitani. I Tour vinti da Binda come

commissario tecnico sono stati quattro:

quello con Bartali (1948), i due con

Coppi (1949 e 1952) e infine quello con

Nencini (1960).

Paolo Costa

CITTIGLIO RICORDA

IL SUO CAMPIONE

La memoria di Alfredo Binda è

sempre viva. Quest’anno, con una

serie di manifestazioni, il paese

di Cittiglio ha rievocato, tra il 26

e il 27 aprile, grazie al Comune e

alla Nova Unione Velocipedistica

Italiana, la prima grande impresa

del cittigliese: la vittoria nel Giro

d’Italia del 1925, disputato da

neofita e vinto al cospetto di “vecchie

volpi” del pedale come Girardengo,

Brunero e Belloni. Nell’occasione

l’UVI ha coinvolto la figlia

del Campionissimo Lauretta e uno

stuolo di collezionisti e cultori del

“bel ciclismo” in un convegno che

ha ricordato quel magico maggio

1925, quando l’outsider Alfredo

Binda partì per la corsa della

Gazzetta inquadrato nella Legnano

del direttore sportivo Eberardo

Pavesi detto l’avucatt che lo aveva

fortemente voluto in squadra. Nelle

due giornate è stata inoltre allestita

una esposizione di materiale

cartaceo rarissimo tutto relativo al

Giro 1925, maglie e biciclette del

periodo tra le quali anche la particolare

“La Francaise-Diamant” del

1924 che il giovane Binda montava

a Nizza. Sono state previste aperture

straordinarie del Museo (di

norma per accedervi bisogna rivolgersi

al Comune) e una sfilata della

banda, in tenuta rigorosamente

d’epoca (nella banda del paese

Alfredo Binda aveva imparato a

suonare la cornetta). In chiusura

si è svolta una pedalata rievocativa,

con bici e divise d’epoca, che

ha percorso le strade a suo tempo

d’allenamento per Binda, un itinerario

che ha toccato Brenna, Cuvio,

Brinzio e Gavirate, con i più

audaci che hanno affrontato il temibile

Cuvignone, la salita bindiana

per eccellenza.


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in punta di sellino

N. 9 luglio 2025

MITO

Jacques il fluido, un’icona della Francia

Forte a cronometro, immenso nello stile di pedalata, Anquetil è stato il primo corridore

a vincere cinque edizioni del Tour de France: la prima volta nel 1957, poi quattro volte

di fila, dal 1961 al 1964. Tolse anche il record dell’ora a Fausto Coppi

La partenza del Tour 2025 sarà da Lille

e si svolgerà interamente entro i confini

della Francia, rendendo omaggio ai

grandi del ciclismo transalpino di tutti

i tempi come Jean Robic, Louison Bobet,

Bernard Hinault, Bernard Thévenet,

Laurent Fignon e Jacques Anquetil,

quest’ultimo fra i campioni più

celebrati d’Oltralpe. Il corridore nasce

in Normandia nel nord della Francia,

precisamente a Mont-Saint-Aignan,

vicino a Rouen. La quarta tappa del

Tour di quest’anno partirà da Amiens

e arriverà proprio nel capoluogo della

regione, con tre Gran premi della

Montagna negli ultimi venticinque

chilometri, fra cui la temibile Rampe

Saint-Hilaire (900 metri al 10,6%). Di

famiglia benestante, i genitori sono

proprietari di una grande coltivazione

di fragole. Ha un’infanzia serena e

studia per diventare tornitore, però il

papa esige che dopo le ore scolastiche

il giovane Jacques si rechi sui campi a

lavorare assieme ai braccianti. Lì impara

a faticare. A diciassette anni scopre

la bicicletta, due anni dopo passa

professionista. Vince il Gran Prix

des Nations, una sorta di Campionato

del Mondo a cronometro, dimostrando

presto il suo immenso talento nelle

prove contro il tempo.

Maglia gialla dal primo

all’ultimo giorno

Anquetil è stato il primo corridore a

vincere cinque volte il Tour de France.

La prima volta nel 1957, poi quattro

volte di fila, dal 1961 al 1964. Fu il

primo a imporsi in tutti e tre i grandi

Giri. Tolse anche il record dell’ora a

Fausto Coppi. È stato il corridore dei

record: nel 1961 è stato in maglia gialla

dal primo all’ultimo giorno, per

questo fu soprannominato maître Jacques.

Oltre ai meriti Jacques Anquetil

mostrava dei limiti. Intanto il carattere.

IL RE DELLE CRONOMETRO

Jacques Anquetil è stato un grande specialista delle prove a cronometro, ne

vinse a decine: avrebbe conquistato sicuramente vari titoli mondiali, se non fosse

che ai suoi tempi la cronometro non veniva disputata. Vinse però nove volte

il Gran Premio delle Nazioni, corsa francese che all’epoca era considerata di

fatto il Mondiale contro il tempo. Non solo arrivò primo, ma diede sonori distacchi

agli avversari.

Amato e detestato

Era conosciuto per essere un calcolatore

nelle corse e questo non piacque a

tutti i francesi. Grande fu la rivalità con

Raymond Poulidor, “l’eterno secondo”,

come passò alla storia. Pou Pou

salì sul podio del Tour de France ben

otto volte dal 1962 al 1976 senza mai

aver indossato la maglia gialla. La tifoseria

francese era divisa in due: metà

teneva per il meno forte. Anquetil era

amato, ma anche detestato, idolatrato,

ma anche criticato. Al suo esordio

al Tour, nel 1957, pretese che il compagno

Louison Bobet non facesse parte

della squadra francese. Fu accontentato

e Jacques ricompensò i tecnici

transalpini con la vittoria finale a Parigi.

Alla vigilia del Tour 1965 al quale

non poté prendere parte perché infortunato,

convocò a cena nel giorno

di vigilia tutti i capitani delle squadre

avversarie, tranne il suo acerrimo rivale

Raymond Poulidor. Dopo aver desinato

con ostriche e champagne, esibì

un libretto di assegni. Chiese un attimo

di silenzio, quindi firmò un tagliando

in bianco dicendo ai colleghi stupefatti:

“Questo è per voi, mettete la cifra

che vi sembrerà più opportuna. Vinca

chiunque, ma non Poulidor”. E a Parigi

quell’anno trionfò Felice Gimondi su

Poulidor e Gianni Motta.

Ostriche e champagne

Se la sua carriera fu straordinaria, la

sua vita privata sbalordì per i suoi eccessi.

Amava le ostriche, le donne e lo

champagne e non sappiamo in quale

ordine. Aveva un debole per la bella

vita, ma intanto continuava a vincere.

La sue vicissitudini famigliari hanno

dell’incredibile.

Nel 1952 Jacques, allora diciottenne, si

innamora di Janine, una donna di sei

anni maggiore di lui, sposata con il suo

medico. Una passione ricambiata dalla

signora. Una storia vissuta dapprima in

clandestinità. Passano però gli anni e i

due decidono di andare a vivere assieme;

Janine divorzia dal marito e con

Jacques si trasferisce alla periferia di

Rouen nella casa degli Elfi, un castello

spettacolare con centinaia di ettari

di terreno a disposizione che era appartenuto

al grande romanziere Guy

de Maupassant. Il 22 dicembre 1958

il matrimonio. Agli sposi si unirono Annie

e Alain, i due figli del primo matrimonio

di Janine.

Nel segno di Truffaut

L’armonia famigliare si incrinò nell’anno

successivo al suo ritiro agonistico

quando Jacques espresse il suo desiderio

di diventare papà, ma Janine era

diventa sterile. Ed ecco il colpo di teatro:

la donna convinse la figlia Annie,

allora ventunenne, ad assecondare Jacques.

Annie acconsentì. Nel 1972

nacque Sophie, che nel 2004 svelò la

straordinarietà di quella complessa relazione

in un libro, “Pour l’amour de

Jacques” ( non “pour l’amour de mon

père”): “Sono stata figlioletta di due

mamme che hanno vissuto per quindici

anni sotto lo stesso tetto”. Con gli

anni, però, Annie e Janine diventarono

rivali, ognuna desiderosa di essere

considerata la più bella del reame. Il figlio,

Alain, se ne andò infastidito dopo

essersi sposato con Dominique, dalla

quale aveva avuto Steve. Ma i colpi di

scena non finirono. Anquetil, a 50 anni,

approfittò delle frequenti visite di Alain

alla mamma e alla sorella per sedurre

sua moglie Dominique con l’intento

di riconquistare Annie e Janine. Ma alfine

fu proprio lei, Dominique, a diventare

la nuova regina della Villa degli

Elfi. Da quella relazione due anni

dopo nacque Christopher, che dopo

la morte del papà corse in bici, ma a

livelli decisamente inferiori rispetto al

papà, però lo ricordava nel suo elegantissimo

stile. Dominique si separò da

Alain, tenendo con sé Steve e restando

accanto a Jacques. L’epilogo della storia

è drammatico. Jacques è colpito da

un tumore, che nel 1987 si rivela senza

scampo per lui. Il suo funerale ricordò

il film di François Truffaut, L’uomo

che amava le donne: Anquetil morì a

soli 53 anni il 18 novembre 1987 e dietro

il suo feretro sfilarono tutte le sue

donne. Prima fra tutte Janine.


N. 9 luglio 2025

FUORI I SECONDI!

Poulidor, il più amato dai francesi

in punta di sellino 9

Per otto edizioni sul podio finale del Tour de France: tre volte secondo e cinque volte

terzo. Mai un giorno in maglia gialla, pur avendo vinto sette tappe della Grand Boucle

È l’eroe nazionale: “Pou-Pou”, che è

sempre stato ad un soffio dalla maglia

gialla, non è mai riuscito a salire sul

gradino più alto del podio. Raymond

Poulidor si è congedato dal “gruppo”

nel 2019, a 83 anni, in tempo per veder

crescere e vincere il nipote Mathieu

van der Poel e dopo aver raccolto lungo

i decenni l’affetto e gli applausi della

gente. Eppure l’eterno secondo per

antonomasia non è che abbia avuto

la bacheca completamente sguarnita.

Poulidor ha vinto, oltre alle sette tappe

francesi, una Vuelta, una Milano-Sanremo,

una Freccia-Vallone, due Parigi-Nizza

e due giri del Delfinato. Purtroppo

è nato nel periodo sbagliato con

la presenza in gruppo di due fuoriclasse,

Jacques Anquetil e

poi Eddy Merckx, un gigante,

a sbarrargli la strada.

I francesi lo hanno

amato non tanto per le

sue vittorie, che pure ci

sono state, ma per la sua

grinta, il carattere bonario,

le sue origini contadine

e l’energia che sprigionava

in bici. Al simbolo

del primato a volte è arrivato molto

vicino: nel 1973, dopo il cronoprologo

d’apertura, la sfiorò per otto miseri

centesimi. Una beffa.

Era il simbolo della gloria

senza maglia gialla

“Raymond ha avuto una grande e lunga

carriera: 18 anni da professionista,

14 Tour de France, il ciclista con il maggior

numero di podi nel tour - ricordava

Christian Prudhomme, direttore della

corsa - era una delle leggende del Tour

perché era il simbolo della gloria senza

maglia gialla. La famosa maglia che

aveva sognato, ma non era mai riuscito

a conquistare. Questo è anche ciò che

lo ha reso una leggenda: proprio il fatto

di non essere riuscito a indossarla”.

Se fosse epica sarebbe Ettore contro

Achille, l’eroe coraggioso e sfortunato,

questo rappresentava Poulidor. “Le sue

gesta, la sua eleganza, il suo coraggio

rimarranno impressi nei nostri ricordi.

“Pou-Pou”, per sempre una maglia gialla

nel cuore dei francesi”, così l’aveva

salutato il presidente francese Macron

sui social a poche ore dalla sua scomparsa.

Sono tante le recriminazioni in una carriera

costellata anche dalla sfortuna. Il

Tour del 1964 lo perse per 55 secondi.

Nella tappa che arrivava a Montecarlo

sulla pista di Formula 1 Poulidor

alza il braccio perché convinto di aver

vinto; peccato mancasse ancora un giro

da completare! Vinse Anquetil, insieme

ad un minuto di abbuono che alla

fine risultò decisivo nel conteggio per

assegnare la maglia gialla a Parigi.

NEL NOME DEL NONNO

27 giugno 2021. Seconda frazione

del Tour da Perros-Guireca

al Mur de Bretagne. L’ascesa

secca finale premia un fantastico

Mathieu Van der Poel, nel

nome del nonno Raymond

Poulidor (scomparso due anni

prima) che non aveva mai vestito

la maglia gialla. Il ragazzo

giustamente si commuove. Il

simbolo del premiato verrà indossato

l’indomani dal campione

olandese, grazie agli abbuoni

che gli permisero di sfilarla

al francese Julian Alaphilippe.

L’azione decisiva di Van der Poel

avviene a 800 metri dalla fine,

quando andò a prendere il

nostro Sonny Colbrelli e poco

dopo lo staccò con un’azione

devastante che gli permise di

arrivare da solo con 6 secondi

di vantaggio su Tadej Pogačar e

Primož Roglič, finiti nell’ordine

alle sue spalle.

IRONICO, RAFFINATO E ANTICONFORMISTA:

QUANDO IL CARO GEORGES INCONTRÒ “POU-POU”

Il cantautore francese Georges Brassens (1921-1981) nacque a Sète, nella Francia meridionale,

poco distante da Montpellier, città di partenza della sedicesima frazione che

condurrà i ciclisti sul Mont Ventoux. L’artista, che fu ispiratore - insieme a Jacques Brel

- della scuola genovese, aveva un debole per il ciclismo. Nel 1971, in compagnia di René

Fallet - entrambi appassionati dell’arte pedalatoria - incontrarono Raymond Poulidor

nella piccola sala dove i corridori attendevano la partenza della Paris-Roubaix. Lo racconta

lo stesso Poulidor nel suo libro Poulidor intime (Éditions Jacob-Duvernet-2007).

Dopo gli elogi a Fallet di cui aveva amato i romanzi spesso adattati per il cinema, racconta

Poulidor: “Di Georges Brassens ho sempre apprezzato le canzoni. Nell’occasione era

ancora indebolito dopo una violenta e dolorosa

crisi di colica renale, ricordo i suoi grandi baffi color

pepe e sale, il suo viso emaciato, le sue guance

scavate, il suo sguardo penetrante e la sua pipa

dalla quale non osava dare buone boccate perché

dovevano avergli raccontato che non potevo tollerare

il tabacco. Ho spiegato loro le particolarità

della corsa, mostrato i dettagli della bicicletta, poi

il mio sguardo ha incrociato quello di Brassens.

Ho compreso che soffriva ancora. Ho un consiglio

signor Brassens, stia molto attento perché in

macchina verrà sballottato sulle pietre. Brassens e

Fallet scoppiarono a ridere. Riesco ancora a sentire

la risata di Brassens. Dopo di allora non lo vidi

mai più”.


10

in punta di sellino

LA GUIDA

Vento, colline e salite

N. 9 luglio 2025

Gli organizzatori hanno disegnato una prima parte di gara

non banale che si presta alle fughe e ai colpi di mano.

Spazio ai velocisti e c’è una cronometro di trentatré chilometri

Percorso interamente francese per il

Tour 2025 con partenza da Lille, in

omaggio al nord del Paese e ritorno al

tradizionale finale a Parigi. Il direttore

di corsa Christian Prudhomme ha costruito

la gara nel rispetto della tradizione

e al passo con i tempi perché sarà

un Tour esplosivo. Sembra che tutto sia

stato apparecchiato per la sfida tra Tadej

Pogačar e il due volte vincitore della

corsa transalpina Jonas Vingegaard.

Battaglia che si svolgerà su alcune delle

salite più iconiche del Tour. Per il primo

arrivo in vetta bisogna però aspettare

dieci giorni, ma ci sono molte tappe

mosse che lo precedono, dove per i corridori

della classifica generale sarà importante

rimanere vigili. Attenzione al

vento laterale nella prima parte della

corsa a tappe, quindi i ventagli sono una

possibilità che renderà più movimentata

la settimana di apertura. Non mancano

le opportunità per i velocisti, ma

dovranno fare attenzione perché non c’è

una tappa completamente pianeggiante.

Tutto questo dovrebbe deporre a favore

dello spettacolo con possibilità di

fughe anche da lontano.

Vediamo ora nel dettaglio la prima parte

della corsa.

la nel 2021. La frazione si conclude con

una doppia ascesa del Mûr-de-Bretagne.

••••

12 luglio, tappa 8 (174 km)

Saint-Méen-le-Grand - Laval Espace

Mayenne

Frazione relativamente breve e adatta ai

velocisti: 174 km pianeggianti in uscita

dalla Bretagna e verso la Mayenne su

strade che sono, per la maggior parte, riparate

dal vento.••

13 luglio, tappa 9 (170 km)

Chinon - Châteauroux

Poche difficoltà in una frazione adatta

ancora agli sprinter. A Châteauroux

Mark Cavendish vinse la sua prima tappa

al Tour nel 2008. ••

14 luglio, tappa 10 (163 km)

Ennezat - Le Mont-Dore Puy de Sancy

Nel giorno che ricorda la presa della Bastiglia

arriva la prima tappa importante

destinata a disegnare la classifica. Si attende

il duello fra i big sul Puy de Sancy

È la vetta più alta del Massiccio Centrale,

lunga 3,3 km all’8%. La frazione presenta

ben 4.400 metri di dislivello. ••••

5 luglio, tappa 1 (185 km)

Lille Metropole - Lille Metropole

Frazione adatta ai velocisti. Ci sono tre

salite, ma non dovrebbero risultare determinanti.

L’insidia di giornata potrebbe

essere rappresentata dal vento laterale.

Si attende il volatone. ••

6 luglio, tappa 2 (212 km)

Lauwin-Planque - Boulogne-sur-Mer

La seconda tappa si annuncia già spettacolare

perché non mancano diverse salite

impegnative, in particolare lo strappo

di Saint-Étienne-au-Mont con pendenze

del 15% che metteranno alla prova i corridori.

La salita ad Outreau arriva a circa

cinque km dal traguardo, e la linea

d’arrivo sarà situata in cima a un’ascesa

di un chilometro. I big dovranno essere

già pronti a non farsi sorprendere. Tappa

adatta a un corridore esplosivo. •••

7 luglio, tappa 3 (178 km)

Valenciennes - Dunkerque

Frazione adatta ai velocisti, che dovranno

stare attenti alle insidie del vento capace

di scompigliare la corsa. Dopo la

salita del Mont Cassel, saranno insidiosi

gli ultimi 35 chilometri. ••

8 luglio, tappa 4 (173 km)

Amiens Métropole - Rouen

Un’altra tappa collinare verso la Normandia,

con diverse salite impegnative.

La frazione normanna è un omaggio

a Jacques Anquetil e proprio la Côte

a lui intitolata potrebbe essere un trampolino

ideale per l’attacco decisivo. La

salita misura 3,8 chilometri, con un dislivello

positivo di 136 metri. La pendenza

media è del 3,6%. In cima alla côte

de Bonsecours, la prima salita che affronteranno

i corridori, si trova la stele

commemorativa in onore di Jean Robic,

“testa di vetro”. Vi si legge: “Il 20 luglio

1947, Jean Robic si stacca dal gruppo,

conquista la maglia gialla e vince il primo

Tour de France del dopoguerra. La

città di Bonsecours è associata a questa

impresa”.•••

9 luglio, tappa 5 (33 km)

Caen - Caen

La cronometro del Tour 2025 ha un chilometraggio

non devastante. Piatta,

adatta agli specialisti; i big di classifica

dovranno difendersi e limitare i danni.

•••

10 luglio, tappa 6 (201 km)

Bayeux - Vire Normandie

Una frazione decisamente mossa che

presenta un dislivello di 3500 metri e sei

salite. C’è una sorpresa finale: un breve

strappo fino alla linea del traguardo. Per

la prima volta il Tour visita Bayeux. •••

11 luglio, Tappa 7 (194 km)

Saint-Malo - Mûr-de-Bretagne Guerlédan

Finale esplosivo. La stessa tipologia di

tappa che ha visto Mathieu van der Poel

vincere e conquistare la maglia gial-

LA CORSA IN CIFRE

Il Tour 2025 si snoda su una lunghezza

complessiva di 3320 Km

(3492 Km nel 2024) suddivisi in

3276 Km nelle 19 tappe in linea

ed appena 44 Km nelle due tappe

a cronometro individuali, la 5ª a

Caen e la 13ª con la cronoscalata

al Peyragudes. La lunghezza media

complessiva delle 21 tappe è di

158.1 Km (166.3 Km nel 2024).

Il dislivello complessivo del Tour

2025 è di 51.550 metri (52.230

metri nel 2024) con il Col de la Loze

di 2.304 metri che costituisce

il punto più in alto raggiunto dal

percorso.

Sono previsti i due giorni canonici

di riposo stabiliti dal regolamento

UCI per grandi giri a tappe, ovvero

martedì 15 luglio a Tolosa e lunedì

21 luglio a Montpellier. Anche in

questa edizione vengono concessi

abbuoni di 10, 6 e 4 secondi per i

primi tre classificati delle tappe in

linea.


N. 9 luglio 2025 in punta di sellino 11

LA GUIDA

Il finale è esplosivo

Salite iconiche, tappe insidiose anche quando propongono tanta pianura.

Niente passerella finale perché l’ultima frazione presenta il conto dello strappo di

Montmartre da ripetere tre volte prima di arrivare al traguardo degli Champs-Élysées

16 luglio, tappa 11 (154 km)

Tolosa - Tolosa

Dopo il giorno di riposo i corridori troveranno

una frazione sostanzialmente

piatta tranne uno strappo a soli otto chilometri.

Tappa adatta ai velocisti, ma attenti

ai colpi di mano. ••

17 luglio, tappa 12 (181 km)

Auch - Hautacam

Frazione davvero impegnativa con l’arrivo

sull’Hautacam, l’erta finale inizierà a

disegnare la classifica generale. La salita

decisiva è lunga 13,6 chilometri e presenta

una pendenza media del 7,8%m,

con punte dell’11%. ••••

18 luglio, tappa 13 (11 km)

Loudenvielle - Peyragudes

Una cronoscalata di undici chilometri

per stabilire chi è più forte in salita. La

tredicesima tappa può risultare decisiva

per stabilire la gerarchia fra i big. I chilometri

in salita di questa frazione sono

ben otto e presentano una pendenza

del 7,9%. ••••

19 luglio, tappa 14 (183 km)

Pau - Luchon Superbagnères

La frazione numero 14 è un concentrato

di salite che hanno contribuito a fare

la storia del Tour de France: il Tourmalet,

il Col d’Aspin e il Col de Peyresourde

prima di affrontare la salita che porta a

Superbagnères (12,4 km al 7,5%) a chiusura

della tappa. ••••

20 luglio, tappa 15 (169 km)

Muret - Carcassonne

Frazione in apparenza adatta ai velocisti,

ma non completamente piatta. La

Muret – Carcassone con 2.400 metri di

dislivello, potrebbe favorire la fuga di un

gruppetto. ••

22 luglio, tappa 16 (172 km)

Montpellier - Mont Ventoux

Dopo il secondo giorno di riposo, un’altra

tappa di montagna che propone l’arrivo

sul Mont Ventoux, la salita iconica

del Tour. L’ascesa è lunga 20,8 km e ha

una pendenza media del 7,7%. Il resto

della frazione è completamente pianeggiante.

Al Mont Ventoux è legata anche

la tragedia di Tommy Simpson. Il campione

inglese morì, forse a causa del doping,

in quel paesaggio lunare sulle pendici

del monte calvo, come lo chiamano

i francesi, battuto spesso dal vento provenzale,

il Mistral, fra pietre bianche e

assenza di vegetazione. ••••

23 luglio, tappa 17 (161 km)

Bollène - Valence

Dopo la montagna arriva una frazione

breve adatta ai velocisti. L’unica insidia

di giornata potrebbe essere il vento nella

seconda parte di gara. ••

24 luglio, tappa 18 (171 km)

Vif - Courchevel Col de la Loze

La diciottesima frazione sarà una delle

più spettacolari con i suoi 5.500 metri di

dislivello. Dopo le salite del Glandon e

della Madeleine, che tornano dopo anni

di assenza, il gruppo scalerà l’imponente

Col de la Loze per la terza volta nella

storia del Tour. Tuttavia, questa volta

la salita verrà affrontata dal versante

orientale di Courchevel. •••••

25 luglio, tappa 19 (130 km)

Albertville - La Plagne

Ci sono ancora più salite in programma

nella diciannovesima tappa, l’ultima di

montagna. A una partenza impegnativa

verso il Col des Saisies, fanno seguito il

Col du Pre e il Cormet de Roselend. La

discesa darà l’occasione di rifiatare prima

della salita finale a La Plagne. Un

dislivello totale di 4600 metri annovera

questa frazione fra quelle più impegnative

del Tour 2025. •••••

26 luglio, tappa 20 (185 km)

Nantua - Pontarlier

L’altimetria della frazione è ondulata e

potrebbe offrire qualche opportunità a

corridori in cerca della gloria di un giorno.

•••

27 luglio, tappa 21 (120 km)

Mantes-La-Ville a Parigi Champs-Élysées

La frazione finale della Grande Boucle

è stata criticata da alcuni corridori.

Niente tradizionale passerella al Tour

de France, ma una vera e propria corsa

adatta ai cacciatori di classiche. Domenica

27 luglio i corridori arriveranno

sugli Champs-Elysées, come da tradizione,

ma solo dopo aver affrontato

per tre volte lo strappo di Montmartre.

La salita è diventata popolare l’estate

scorsa in occasione delle ultime Olimpiadi,

quando la stretta erta in ciottoli

che conduce ai piedi dell’iconica Basilica

del Sacro Cuore, snodo decisivo della

prova in linea, ha ospitato centinaia

di migliaia di spettatori per le due gare

che hanno assegnato il titolo. La tappa

di chiusura del prossimo Tour de France

vuole omaggiare proprio le Olimpiadi

2024, senza rinunciare allo storico arrivo

sugli Champs-Elysées. Il percorso

misura 132 chilometri con partenza da

Mantes-la-Ville e nella prima parte affronterà

due salite di quarta categoria -

Côte de Bazemont (1.7 chilometri al 7%)

e Côte du Pavé des Gardes (700 metri al

9.7%) - prima dell’ingresso a Parigi dopo

51 chilometri di gara. I corridori transiteranno

quattro volte sul traguardo degli

Champs-Elysées, per poi iniziare il circuito

conclusivo con la Côte de la Butte

Montmartre (1.1 chilometri al 5.9%). I tre

scollinamenti in cima sono previsti a 40,

a 23 e a 6 chilometri dal settimo ed ultimo

passaggio sulla linea d’arrivo, che

decreterà il vincitore di questa frazione

inedita. ••••


12

in punta di sellino

PERCORSI

Su due ruote è meglio

N. 9 luglio 2025

Le salite iconiche del Tour de France, ma anche gli itinerari tutti

da scoprire, fra paesaggi incantevoli e le testimonianze storiche

architettoniche di una grande Nazione. Ecco alcuni suggerimenti

scoperte culturali o gastronomiche e gite

in riva al fiume Isère. È possibile un

tour ad anello congiungendosi alla Via

Rhôna.

L’itinerario su: https://www.laregionduvelo.fr/trek/761-La-Belle-Via-%3Aveloroute-de-la-vallee-de-l-Isere

Nantes.

Con 26.115 km di piste ciclabili e vie verdi,

la Francia è una delle destinazioni

più gettonate dai cicloturisti. Quanto

a itinerari non c’è che l’imbarazzo della

scelta: si possono scalare le Alpi o i

Pirenei sulla scia del Tour de France,

oppure pedalare lungo le rive della Loira

tra castelli e vigneti, o esplorare città

e paesi sempre in bicicletta. Ecco, fra i

tanti, alcuni suggerimenti.

La Belle Via è un gran percorso ciclabile

che attraversa quattro dipartimenti:

Alta Savoia, Savoia, Isère e Drôme. Ha

due ingressi: 225 km su La Belle Via da

Chanaz a Valence, 280 km su La Belle

Via da La Balme-de-Sillingy a Valence.

Si tratta di un itinerario facile, accessibile

a un pubblico ampio, nel cuore

di grandiose valli alpine con splendidi

panorami sul Monte Bianco mentre

sullo sfondo si susseguono i massicci

del Giura, dei Bauges, della Chartreuse,

di Belledonne e del Vercors, tra laghi,

frutteti, città e campagne. Lungo il

percorso vi sono numerose possibilità

di fermarsi per un bagno sulle spiagge

dei laghi di Annecy o di Bourget, per

IL GIRO DEL MONTE BIANCO

Les 2 Alpes e le salite iconiche del Tour

Ecco alcuni percorsi che profumano di

Tour de France. Destinazione Les 2 Alpes

nel dipartimento dell’Isère. La località

è strettamente legata all’evoluzione

dei suoi impianti di risalita. Vicino a

Les 2 Alpes, i mitici colli delle Alpi. I più

allenati possono scalarli in bicicletta e

confrontarsi con i campioni del Tour.

Col du Lautaret, al limite tra le Alpi del

Nord e del Sud, paesaggi mitici in un’atmosfera

di alta montagna. Col du Galibier,

mitico colle di tante tappe del

Tour de France – culmina a 2.642 m di

altitudine e si collega con la valle della

Maurienne, in Savoia. Col de Sarenne

A pochi chilometri dal confine francese ecco un ghiotto appuntamento

per gli appassionati di ciclismo, rigorosamente non agonistico. Si tratta

della Randonnée du Mont Blanc – Courmayeur, che andrà in scena

da sabato 19 luglio sul periplo del Massiccio del Monte Bianco. Due

le tracce: una di 330 km e oltre 9.000 metri di dislivello e una più

breve di 100 km con 3.000 metri di dislivello. La manifestazione fa

parte di Epicdays, un format di eventi ciclistici “no-race”, nati per vivere

la bicicletta senza cronometro, ma con un forte spirito di condivisione

nel conquistare piccoli o grandi traguardi, alla scoperta di territori,

sentieri o strade mai percorse. Il format nasce a Milano nel 2024 da

un’idea di Andy Serighelli, Isaia Spinelli e Davide Rigamonti, ognuno

con il proprio background, ma tutti accomunati da una visione della

bicicletta come amica di una avventura invece che strumento di sfide.

L’obiettivo? Offrire esperienze autentiche e accessibili, capaci di unire

avventura e sostenibilità, lontano dalle logiche agonistiche.

Per ulteriori informazioni: www.epicdays.cc

Uno scorcio di Normandia.

La salita del Galibier.

dalla valle di Ferrand (villaggio di Mizoën),

si raggiunge l’Alpe d’Huez per

la strada agri-pastorale del Col de Sarenne.

Panorama superbo con vista sui

ghiacciai delle 2 Alpes e della Meije.

Gli itinerari su www.les2alpes.com

Sull’alzaia del fiume Somme

Che ne dite di andare a vedere il mare

ovviamente in bicicletta? Suggeriamo

quindi il percorso Amiens - Saint-Valery

sur Somme (80 km) sull’alzaia allestita

come pista ciclabile. L’alzaia, che

costeggia il fiume Somme dalla sorgente

alla baia un tempo veniva utilizzata

per trainare le barche con i cavalli. Da

ammirare il mosaico di paesaggi creati

dalla natura.

La linea verde tracciata attraverso la città

è un’ottima linea di partenza per andare

in bicicletta alla scoperta del centro

di Nantes: si tratta di un anello di

20,50 km nel centro città e un anello

di 10 km sull’Ile de Nantes: vi invitano

a flirtare con la Loira, l’Erdre, ma anche

con il patrimonio architettonico e le

opere d’arte del territorio.

Per ulteriori informazioni di vacanze in

bicicletta: www.france.fr/it


N. 9 luglio 2025

Romanzo popolare

GALLERIA

in punta di sellino 13

Il sorriso e la fede di Bernal, le vittorie cancellate di Armstrong,

le frullate di Froome, la cattiveria agonistica di Eddy Merckx.

Fino ai nostri giorni con le avvincenti sfide fra Pogačar e Vingegaard

Il Tour de France è come un lungo racconto

fatto di vicende, paesaggi e colori.

E uomini che sono saliti su una bicicletta

alla ricerca di gloria, fra drammi e

passioni, trionfi e cadute. La prima volta

è stata nel 1903, la vittoria andò a

Maurice Garin, un valdostano che andò

a vivere e a pedalare in Francia. Ecco

alcuni dei corridori che hanno scritto la

storia di questa corsa.

La legge del più forte

Nel 1965 tra i corridori professionisti

atterra un marziano. Si chiama Eddy

Merckx. Nel 1966 coglie la prima vittoria

alla Milano-Sanremo, concede il bis

l’anno successivo, ma è il 1968 l’anno

della sua consacrazione quando conquista

il suo primo Giro d’Italia andando

fortissimo sulla salita delle Tre Cime

di Lavaredo, sotto la neve. Al

termine di quella frazione rifilò

quattro minuti a Motta e

Zilioli e sei a Gimondi e Dancelli.

Nella stagione seguente

si registra l’episodio più amaro

della sua carriera quando

è escluso dalla corsa perché

trovato positivo al controllo

antidoping. Merckx, che si è

sempre dichiarato innocente,

quell’anno va al Tour con

la voglia di rivincita. Riesce

nell’intento stracciando letteralmente

gli avversari: oltre

al primato in classifica vince

anche sei tappe. Nel 1970 gli

riesce la magica doppietta Giro

e Tour nella stessa stagione.

L’anno successivo, dopo

aver vinto per la quarta volta

in carriera la Milano-Sanremo

ed essersi affermato

al Mondiale di Mendrisio

in un’appassionante sfida

con l’eterno rivale Felice Gimondi,

trionfa anche al Tour. Il 1972

rappresenta l’apice della carriera per il

belga. Fa incetta di classiche, batte il

record dell’ora a Città del Messico e si

ripete nell’aggiudicarsi Giro e Tour nella

stessa stagione. Bissa l’anno successivo

dove sconfigge Poulidor siglando

così la terza doppietta dei due grandi

giri. L’apoteosi del “Cannibale” termina

nel 1975 quando il belga è costretto a

pagare dazio al Tour all’emergente Bernard

Thévenet. Il bilancio a fine carriera

è presto detto: cinque Giri d’Italia,

come Coppi, altrettanti Tour de France,

Bernard Thévenet.

Chris Froo me.

come Anquetil, tre mondiali come Binda,

sette Milano - Sanremo e questo è

un record assoluto. Si contano – in totale

– 525 vittorie, come nessun altro.

Al Tour il corridore belga seppe infliggere

distacchi pesantissimi ai rivali sia

sulle Alpi, sia sui Pirenei, nelle cronometro

e allo sprint contro Poulidor, Gimondi,

Ocaña e tanti altri.

Bernard Hinault.

Tadej Pogačar.

L’ultimo francese a vincere il Tour

Considerato uno dei più grandi ciclisti

della storia, Bernard Hinault ha conquistato

ben cinque Tour de France

(1978, 1979, 1981, 1982 e 1985), ma anche

tre Giri d’Italia (1980, 1982 e 1985)

e due Vuelta a España (1978 e 1983).

È stato protagonista anche nelle corse

di un giorno. Nel 1980 ha primeggiato

a Sallanches, in uno dei Mondiali probabilmente

più impegnativi della storia,

riuscendo a staccare il nostro Giovan

Battista Baronchelli arrivato al traguardo

dopo un minuto. Hinault è stato

l’ultimo francese a vincere il Tour. Da allora,

la Francia attende un nuovo eroe.

Le vittorie cancellate

Scorrendo l’albo d’oro del Tour de France

colpisce il “buco” dal 1999 al 2005:

sono le sette vittorie non assegnate a

Lance Armstrong. La sua storia è unica:

malato di cancro, combatte, guarisce

e vince sette Tour consecutivi. Dopo

i trionfi facilitati dall’uso di sostanze

dopanti sarà sbugiardato e messo

all’indice dalla giustizia ordinaria americana.

I suoi Tour sono stati tutti cancellati,

ma è difficile eliminare con un

colpo di spugna un pezzo della storia

del ciclismo.

Il poker di Froome

Fra i corridori protagonisti della storia

del Tour de France – in epoca moderna

- non possiamo dimenticare Chris Froome,

andato a segno in ben quattro edizioni.

La prima affermazione nel 2013,

quando diede spettacolo sulle montagne,

soprattutto sul Mont Ventoux, poi

le edizioni del 2015, 2016 e 2017. Nel

mezzo c’è la vittoria azzurra di Vincenzo

Nibali. Il corridore britannico nato

in Sudafrica vinse anche il Giro d’Italia

Egan Bernal.

Jonas Vingegaard.

nel 2018 e la Vuelta nel 2011. Ben pilotato

dai suoi uomini della Sky era solito

esprimersi in un’improvvisa accelerazione

delle frequenze di pedalata nelle

fasi cruciali di una salita, la cosiddetta

“froomata”. Forte in salita si trovava a

suo agio anche nelle cronometro, aveva

quindi le caratteristiche ideali per una

corsa come il Tour de France.

Il sorriso di Bernal

Egan Bernal ha vinto il Tour nel 2019

quando andò alla conquista della maglia

gialla attaccando a sei km dalla

MAURICE GARIN,

LO SPAZZACAMINO CHE

VINSE LA PRIMA EDIZIONE

DEL TOUR

Maurice Garin è stato il vincitore della prima

edizione del Tour che si disputò su sei

tappe, dal 1 al 5 luglio 1903, con partenza

e arrivo a Parigi e frazioni intermedie a

Lione, Marsiglia, Bordeaux e Nantes.

La prima maglia gialla aveva un nome francese,

ma era italianissimo.

Maurice Garin era infatti nato ad Arvier, in

Valle d’Aosta, il 4 marzo 1871. Nove fratelli,

quattro femmine e cinque maschi, Maurice

era il quarto. Genitori molto poveri e per

questo motivo i figli a quattordici anni andarono

quasi tutti in Francia. Maurice aveva

imparato il mestiere di spazzacamino. I

Garin si erano trasferiti prima a Reims, poi

a Charlerois in Belgio. Maurice era andato

a Mauberge nella Regione dell’Alta Francia

dove acquistò la prima bicicletta. Nel 1892

prese la cittadinanza francese. Garin si presento

alla partenza del primo Tour de France

da grande favorito, avendo già vinto per

ben due volte la Parigi-Roubaix nel 1897 e

nel 1898. Era stato anche il trionfatore della

Parigi-Brest-Parigi nel 1901, una corsa da

fachiri del pedale lunga ben 1200 km.

vetta dell’Iseran. Picchiata in Val d’Isère,

poi si doveva salire a Tignes, ma

sul Tour piombò una bufera di pioggia

e grandine tale da provocare una frana.

Strada bloccata, corsa chiusa a 25

km dall’arrivo con le posizioni acquisite

e i tempi presi sulla salita dell’Iseran.

Bernal vestì la maglia gialla e la tenne

sino a Parigi. La sua carriera ha avuto

una brusca e drammatica interruzione

a causa di una caduta. «Sono nato

due volte - ha raccontato di recente

all’Osservatore Romano - il 13 gennaio

1997 (lo stesso giorno di Marco Pantani,

ventisette anni dopo) e poi il 24

gennaio 2022 quando sono “schiantato”

contro un bus mentre in allenamento

pedalavo a 60 km orari». «Ancora oggi

mi chiedo come sia sopravvissuto e

persino tornato a pedalare». Ecco perché

Egan parla del giorno dell’incidente

come «un secondo compleanno che

segna il senso e il corso della mia vita.

In meglio».

«Nella disperazione - ha confidato - mi

sono affidato a Dio: è l’insegnamento

che continuo a ricevere, con i fatti, da

mia mamma, dalla mia famiglia, dalla

mia gente».


14

in punta di sellino

IL CANTORE

Gianni Mura e l’umana avventura

N. 9 luglio 2025

La corsa raccontata dal giornalista di Gazzetta e Repubblica fra utili divagazioni,

descrizioni di vigneti, presentazioni di ricette. La sua carriera giornalistica

legata anche ai trionfi e alle cadute di Marco Pantani

Il racconto della corsa, probabilmente,

era la cosa meno interessante degli

articoli di Gianni Mura, sebbene fosse

competente di ciclismo, fra i più edotti

dell’arte pedalatoria. Ma la parola d’ordine

era: divagare. La descrizione di

come si preparasse la Cassoulet aveva

la stessa dignità di stare nella pagina di

una cronaca precisa, ben fatta, affilata.

Una citazione di Brassens, il cantautore,

valeva uno scatto di Pantani, lo scalatore.

Bardet, il corridore, faceva rima

con Baujolais, il vino. E via pedalando.

L’ultima macchina da scrivere

al Tour de France

Gianni Mura, ovvero l’umana avventura.

Con la sua Olivetti Lettera 32 era

l’ultimo dei Mohicani, abbarbicato in

sala stampa al romantico ticchettio della

macchina da scrivere mentre tutti i

colleghi l’avevano abbandonata per affidarsi

alla tecnologia. Lo sapeva, di essere

un “sopravvissuto”, e ci sguazzava.

Così ricordava compiaciuto l’aneddoto

sui colleghi giapponesi in un incontro

pubblico: “C’è la sala del Tour con

800 giornalisti di cui 799 che lavorano

al computer e io lo sento dalla nuca

perché c’è sempre la troupe giapponese

che fa il pezzo di colore con me, ormai

sono abituato. Sono appena arrivati

e non sanno dove andare a sbattere e

vedono un pirla che batte furiosamente

su una Olivetti 32. Sembra che si assomiglino,

ma cambiano sempre… C’è

sempre una ragazza che chiede: ma lei

non ha paura di dar fastidio con tutto

questo rumore? E io rispondo: no, cara.

Sono loro che mi danno fastidio con il

loro grande silenzio”.

Ecco Mura. Amava parlare dei ciclisti,

era dalla loro parte: “I francesi forti sono

due: Pinot, che ha un nome simpatico

anche come il vino e Bardet del quale

ho fondato un club di cui sono l’unico

membro”. Bardet è quel corridore che

vinse una tappa fantastica al Tour dopo

aver buttato nel fosso la radiolina con la

quale i corridori comunicano con il direttore

sportivo. Mura era convinto che

un campione non avesse bisogno di un

tutor: sapeva lui quando attaccare. Per

questo motivo s’invaghì di Marco Pantani:

“Vado forte per abbreviare la mia

agonia”, lo disse il corridore a Gianni

Mura, e solo a lui; erano le confidenze

di un atleta a un giornalista, quasi a

un amico. “Il momento migliore non è

quando arrivo sul traguardo, ma quando

mi libero di tutti, quando sperimento

la solitudine in salita”. Così gli parlava

Pantani.

LO CHIAMAVA BULL

Non c’era solo Marco Pantani

fra i corridori di cui amava scrivere

e parlare. Tra loro spiccava

anche Claudio Chiappucci. Mura

lo chiamava Bull per quel suo

collo incassato nelle spalle ma anche

perché correva come se ci fosse

sempre un torero a sventolargli

davanti un drappo rosso. Scrisse

della sua impresa nella tappa del

Sestrière nel 1992, una fuga di

233 chilometri terminata a braccia

alzate. Scrisse che Chiappucci

«passa per pazzo, ma c’è del metodo

nella sua pazzia».

Gianni Brera e, a sinistra, Gianni Mura.

Figlio di un carabiniere

Mura fu assunto a 19 anni alla Gazzetta

dello Sport dopo una segnalazione

del suo liceo, il classico “Manzoni” di

Milano. Era figlio di un carabiniere di

origine sarda dell’Oristanese che aveva

cambiato il cognome da Porcu a Mura,

mentre la madre era insegnante di

scuola elementare. Era nato a Milano

nel 1945. Ha scritto pagine memorabili

di sport, dal calcio al ciclismo. Molto

letta era la rubrica sul campionato Sette

giorni di cattivi pensieri. Poiché a

maggio e a giugno era alle prese con il

football e la fine del campionato, poteva

in genere dedicarsi a tempo pieno al

ciclismo solo a luglio, mese del Tour de

France.

Il 30 giugno 2018 scriveva su Repubblica:

«Tra pochi giorni, il 7 luglio, partirò

per il mio trentaduesimo Tour. Arrotondando,

è come se avessi passato tre anni

della mia vita al Tour; da turista lavoratore

o da lavoratore turista». Mura si

avvicinò presto a Gianni Brera, diventandone

l’allievo prediletto. Condividevano

molte cose, come l’amore per la

letteratura e la buona tavola. Si sarebbero

ritrovati molti anni dopo a Repubblica,

dopo che Mura era passato dalla

Gazzetta dello Sport a Epoca e poi

all’Occhio, il quotidiano di Maurizio

Costanzo. Mura amava la buona tavola,

le sigarette e la musica. Sul Venerdì di

Repubblica firmava con la moglie Paola

la rubrica enogastronomica “Mangia

& Bevi”. Al Tour vergava su Repubblica

pezzi di colore, che erano saggi di geografia

e sociologia; raccontava di anatre

e foie gras, vigneti e Roquefort, Mont

Ventoux e del «cimitero di Lourmarin,

dov’è sepolto Albert Camus». Solo lui,

probabilmente, sapeva raccontare bene

il Tour de France, che è avventura umana,

ma anche cronaca spicciola, mangiare

e bere, la gloria di una vittoria, l’amaro

di una sconfitta. Ricoverato per

un malore all’ospedale di Senigallia si

spense a 74 anni a causa di un infarto.

La sera prima l’ultima telefonata in redazione.

Un filo di voce; era sofferente,

ma lucido e garbato. “Sono Gianni, volevo

avvisarvi che domani non scriverò

la mia rubrica. Qui in ospedale non mi

hanno portato il pc e neanche i giornali.

Scusatemi”.

Mura riposa a Milano al cimitero di

Lambrate e il 2 novembre dello stesso

anno il suo nome venne iscritto al famedio

del cimitero monumentale di

Milano fra i benemeriti della città.

SPIGOLATURE

Mura è stato l’unico non francofono a vincere

il premio Blondin per la sua prosa.

Si calcola che in Francia, al Tour, abbia

percorso da suiveur 706 tappe e 122.269

chilometri complessivi.

Canzoni e cantanti: una predilezione per

Sergio Endrigo, una passione per la Piaf,

una fede per Georges Brassens. Suggeriva

l’ascolto di Les poètes di Leo Ferré in cui

canta di Apollinaire, Aragon, Baudelaire,

Rimbaud e Verlaine.

Non amava solo i campioni conclamati, ma

andava a scovare i talenti nascosti. Maurice

Fanon: i francesi lo consideravano un

minore, per Mura era un grande. Era anche

un «bevitore di quelli duri, antimilitarista di

quelli durissimi».


N. 9 luglio 2025

in punta di sellino 15

Pagine Gialle

IN LIBRERIA

Trionfi e tragedie, segreti e misteri della corsa più importante del mondo.

Il Tour come una fornace di storie. Da raccontare

Gianni Mura

LA FIAMMA ROSSA

STORIE E STRADE DEI MIEI TOUR

Minimum fax

Leggere gli articoli estivi di Gianni Mura

su La Repubblica, personalmente, è

sempre stata una delizia, un appuntamento

irrinunciabile che, da solo, giustificava

l’acquisto del giornale durante

le tre settimane di svolgimento della

gara. Qui, nel volume a cura di Simone

Barillari, sono raccolti gli articoli scritti

da Mura (1945-2020) dedicati al Tour

de France. Il giornalista esordì nella

professione alla Gazzetta dello Sport

dove fu mandato a seguire un po’ allo

sbaraglio il Giro d’Italia. Poi passò a La

Repubblica.

Mura era considerato la Bibbia del

Tour, il breviario laico di un’epica perduta,

con quel retrogusto amarognolo

che rimane leggendo le cronache di allora

battute con la sua Olivetti lettera

32 quando già tutta la sala stampa, al

passo con i tempi, ticchettava sui computer.

Ne La Fiamma rossa sono imperdibili

gli articoli dedicati a Marco Pantani,

da lui soprannominato Pentadattilo.

Gustose le digressioni, musicali (Georges

Brassens) ed enogastronomiche

quando la cronaca della corsa virava

nella noia: «Al Tour i giorni sono lunghi

e le notti corte», così scriveva Mura.

Beppe Conti

IL GIALLO DEL TOUR

Minerva

Le origini, gli aneddoti, i campioni che

hanno fatto la storia della Grande

Boucle. Beppe Conti, con il suo stile inconfondibile,

ci prende per mano e ci

fa conoscere lo spirito della corsa più

importante del calendario ciclistico.

Il volume supera le 300 pagine, ma è

scandito in agili capitoli. La noia è scongiurata,

la scrittura sempre intrigante.

Albert Londres, T. Labranca

TOUR DE FRANCE

TOUR DE SOUFFRANCE

Excelsior 1881

Un classico per chi ha il gusto della

storia e delle origini delle corse di ciclismo.

È il testo che non può mancare

nelle libreria dei ciclofili e dei suiveur

più raffinati. Nel 1924, di ritorno da un

viaggio dentro le colonie penali francesi

d’Oltremare, Albert Londres venne

mandato dal quotidiano Le Petit Parisien

al seguito del Tour de France.

Dopo poche tappe, Londres, completamente

a digiuno di ciclismo, inizia a vedere

inquietanti paralleli tra la vita dei

condannati ai lavori forzati e quella dei

ciclisti. Inventa così una definizione che

avrà fortuna: “I forzati della strada”.

Autori vari

LA GRANDE STORIA ILLUSTRATA DEL

TOUR DE FRANCE

Libreria dello sport

Il libro è stato scritto nel 2013 in occasione

della sua centesima edizione:

trecentottanta pagine, cinquecento

storie e seicento foto in gran parte

inedite accompagnano il testo.

Paolo Facchinetti

TOUR DE FRANCE 1903

LA NASCITA DELLA GRANDE BOUCLE

Ediciclo Editore

La nascita del Tour de France e la storia

della sua prima edizione. Un romanzo

ambientato nella Francia della Belle

Époque. Il Moulin Rouge e l’Orient

Express, la Bella Otero e Pablo Picasso,

le Folies Bergére e le meraviglie tecnologiche

della Ville Lumière costituiscono

lo sfondo di una straordinaria avventura

di vita e di sport realizzata da

un manipolo di temerari all’alba del

XX Secolo. L’autore, Paolo Facchinetti

(1938 - 2014), è stato giornalista e scrittore.

Ha lavorato per diversi quotidiani;

è stato direttore del Guerin Sportivo e

ha diretto per alcuni anni la divisione

libri della Conti Editore dando vita fra

l’altro all’Almanacco del Ciclismo. Ha

pubblicato una decina di volumi, alcuni

dedicati alla storia del ciclismo, come

quello su Alfonsina Strada.

Roland Barthes

MITI D’OGGI

Einaudi

Roland Barthes (1915-1980) spiega

nel suo celeberrimo saggio perché il

Tour de France è un mito compulsando

tutti gli elementi che lo compongono,

dai nomi dei corridori, alla geografia,

dai luoghi della corsa ai diretti

richiami al racconto epico: “Il Tour dispone

di una vera e propria geografia

omerica. Come nell’Odissea, la corsa

è qui a un tempo periplo di prove ed

esplorazione totale dei limiti terrestri.

Ulisse aveva raggiunto più volte le porte

della Terra. Il Tour, anch’esso, sfiora

in più punti il mondo inumano” e “mediante

la sua geografia il Tour è quindi

censimento enciclopedico degli spazi

umani”.


16

in punta di sellino

IL RACCONTO

Il genio della borraccia

N. 9 luglio 2025

Di Andrea Costa

Quando Alex la vede, appoggiata

al vecchio muro scrostato dell’Antica

Osteria Toscana, non ci

pensa due volte. Appena la via è deserta

monta in sella e fugge pedalando il

più forte possibile. Non è la prima

bicicletta che ruba, è una consuetudine

che gli permette di racimolare qualche

spicciolo al mercato nero. Ogni tanto

la Polizia lo blocca, ma questa volta,

invece, gli va bene, nessun agente alle

calcagna. Con la sua pedalata vigorosa

raggiunge la sua gelida baracca in riva

al Naviglio. Consuma un pasto frugale

sotto la luce fioca della lampada a

olio e poi ispeziona la refurtiva. Bici

da corsa, anni Quaranta, in ottimo

stato. Non manca niente, c’è pure la

borraccia. Alex, con un panno umido,

inizia a pulire la bicicletta. Stacca

la borraccia dal telaio e le dà una

bella strofinata. Dal piccolo foro del

tappo esce un vapore bianco che si

addensa in una nuvoletta sospesa a

mezz’aria. La lampada a olio si spegne

all’improvviso; l’unica luce si spande

proprio dalla nuvoletta bianca. Alex

tiene ancora in mano la borraccia, più

incuriosito che spaventato. Dalla nube

fuoriesce una voce maschile.

«Oh, finalmente respiro! Aria fredda,

ma pazienza».

«Chi sei? Fatti vedere in faccia».

La nube prende una forma sottile, vagamente

umana e la voce si fa rauca.

«Complimenti per la pedalata, belloccio,

mi hai sballottato parecchio. Dove

mi trovo?»

«Siamo nella mia lussuosa dimora in

riva al Naviglio e qui comando io, ma

non mi hai ancora detto chi sei e soprattutto

cosa vuoi».

«A dirla tutta sei tu che mi hai chiamato;

io non voglio proprio niente, invece

tu puoi chiedermi quello che vuoi: sono

il genio di questa borraccia nonché

Il Campione e la zanzara

l’anima di questa bicicletta».

«Impossibile, le biciclette non hanno

anima. Domani questa la venderò al

mercato, mi frutterà un bel gruzzolo

anche senza quella puzzolente borraccia

da dove sei uscito».

«Oh grullo, modera i termini. Questa

puzza, come la chiami tu, è la fragranza

di tante fatiche spese su questi pedali.

Sappi che ho vinto anche tre Giri

d’Italia. In quello del ‘46, al mio arrivo

vittorioso a Milano ho regalato proprio

codesta bici al mio fraterno amico Giulio,

padrone dell’Antica Trattoria Toscana.

Lì però io e la mia bici restavamo

sempre fermi in bella mostra, davanti

alla trattoria. Finalmente sei arrivato

tu che mi hai fatto riassaporare l’emozione

della velocità. In pochi chilometri,

mi hai fatto rivivere le mie corse

migliori, disputate proprio con questa

bici. Ora per ringraziarti sono pronto ad

esaudire qualsiasi tuo desiderio».

Alex rimane perplesso, temendo qualche

cattivo sortilegio, ma poi si fa coraggio.

«D’accordo, Genio dei miei stivali, vediamo

se sei capace di farmi diventare

Scritto da Mario Chiapuzzo, che ha un passato da attore nel prestigioso

Thêatre du Soleil di Ariane Mnouchkine, Il Campione e la

Zanzara è l’unico spettacolo per attori e pubblico in bicicletta. Si tratta

di una messinscena itinerante dove un sestetto di personaggi mascherati,

le Guide del Tempo ispirate al teatro balinese, raccontano

la storia gloriosa e mesta di un campionissimo del ciclismo, Fausto

Coppi, dalle colline di Castellania dove nacque, alle memorabili vittorie

con la doppietta di Giro e Tour, alla puntura di una zanzara

in Africa che ne causò la morte prematura. Sguardo fiabesco, l’io

narrante si mette nei panni dell’animale, fastidioso, potenzialmente

letale, ma colpa non ne ha se in fondo il Campionissimo poteva

essere salvato da una semplice dose di chinino. La proposta è di Faber

Teater, una compagnia teatrale di Chivasso (Piemonte) che da

vent’anni pratica strade alternative. Visto, “pedalato”, applaudito.

ricco, anzi ricchissimo».

Il Genio, senza dire più nulla, rientra

con la sua nuvola nella borraccia e il

lumino della lampada ad olio riprende

vita.

«Dove sei finito? Vieni fuori, dimmi cosa

devo fare per diventare ricco» grida

Alex scuotendo con vigore la borraccia.

«Sei solo un cialtrone, domani porterò

te e questa bici al mercato. Voglio sbarazzarmi

di voi il più presto possibile».

La mattina dopo Alex si alza di buon’ora

per vendere presto la bici da corsa.

Già dalle prime pedalate si accorge di

non fare la minima fatica: supera con

facilità i cavalcavia e raggiunge in scioltezza

velocità elevate. Gli viene in mente

di usare la bici magica per compiere

dei furtarelli.

In serata, sempre in sella, raggiunge

piazza Duomo e, senza scendere dalla

bici, si apposta davanti alla Rinascente.

Appena esce un signore in abito elegante,

gli si avvicina con due colpi di

pedale. Con gesto fulmineo, lo deruba

del borsello e si dilegua pedalando tra

la folla, verso la Galleria. In piazza della

Scala molte donne impellicciate attendono

di poter entrare nel teatro. Alex

punta un gruppetto di quelle signore

e prima che se ne accorgano riesce a

rubare tre borsette, fuggendo poi come

un razzo verso via Manzoni. Ripete

i suoi colpi anche nei giorni seguenti, in

diversi quartieri della città. Dopo una

settimana Alex, sul tavolo della sua baracca,

raduna il bottino e si rende conto

che in breve tempo ha messo insieme

una piccola fortuna. Non contento

e ormai sicuro di sé, vuole ottenere di

più e progetta un colpo in banca. La Polizia

non lo prenderà mai, grazie al suo

magico colpo di pedale. Il giorno prefissato

per la rapina si dirige con pedalata

turistica verso la banca ma, davanti

al cimitero Monumentale, un’auto lo

travolge e lo fa cadere a terra. Alex viene

portato all’ospedale San Paolo con

un profondo taglio in testa e parecchie

escoriazioni, che gli procurano dieci

punti di sutura e il ricovero immediato.

In ospedale conosce la giovane infermiera

Marta. Tra i due nasce una bella

amicizia e con lei in reparto i giorni

passano in fretta.

Una notte, mentre tutti dormono, il ragazzo

sente una voce nota.

«Oh Alex! E gli è tutto sbagliato, gli è tutto

da rifare!»

Alex non crede ai suoi sensi: il genio è

davanti a lui, la borraccia sul comodino!

«Ho esaudito il tuo desiderio donandoti

la mia pedalata magica, ma

non per derubare la gente. La ricchezza

che avevo in mente per te era ben

diversa. Potevi entrare in una squadra

ciclistica e diventare un campione come

me. Una volta famoso avresti potuto

fare del bene insegnando il ciclismo

a molti bambini disagiati, dando loro

un futuro. Ma tu non hai voglia di impegnarti

in questo, vero? Sai, io in vita

sono stato un grande campione, il più

forte in bici. Durante il secondo conflitto

mondiale, quando le gare erano state

sospese, facevo la spola tra Firenze e

un convento di Assisi, trasportando un

carico prezioso. Fingevo di allenarmi

per non destare sospetti. Spesso venivo

fermato ai posti di blocco per un autografo,

ma nessuno conosceva il segreto

che custodiva la mia bicicletta. Questa

bicicletta che ora è nelle tue mani. Ho

fatto del bene, senza dir niente a nessuno.

Ora tocca a te fare del bene nel tuo

piccolo. Sono sicuro che ne sei capace.

Ora devo andare: ti lascio l’incantesimo

della pedalata magica, ma mi raccomando:

fanne buon uso».


N. 9 luglio 2025 in punta di sellino 17

IL RACCONTO

Il mattino seguente Alex si sveglia tutto

sudato e si domanda se ha sognato o

se era tutto vero, poi gira lo sguardo sul

comodino e la borraccia è lì…

Fuori, in corsia, c’è parecchio trambusto.

Nota che le luci di emergenza sono

accese, segno che manca la corrente,

e fuori dalla finestra è buio pesto.

Marta lo informa che sono sotto un

pauroso temporale e tutta la città è in

blackout. I suoi colleghi sono in allarme

perché devono far recapitare con

urgenza dall’altra parte della città un

cuore pronto per il trapianto, ma l’elicottero

non può decollare e il traffico

è paralizzato.

Alex, ormai in forma, si offre per consegnare

il prezioso organo con la sua

bicicletta. Il direttore dell’ospedale capisce

di non avere alternative e gli affida

il delicato incarico. Nei sotterranei

del Pronto soccorso Alex controlla che

la bici sia integra dopo la caduta, poi si

mette in spalla lo zainetto refrigerato e

parte a tutta birra alla volta dell’ospedale

Niguarda.La pedalata magica, ancora

più vigorosa di quanto ricordasse,

gli consente di dribblare il traffico con

estrema agilità; grazie a qualche scorciatoia

arriva a destinazione ben prima

del previsto. Quando all’ospedale San

Paolo vengono avvisati che l’impresa è

riuscita, lo staff esplode in un fragoroso

applauso. Da quel giorno, Alex l’eroe lavora

per l’ospedale. Grazie alla sua velocità,

gli viene affidata la consegna di

farmaci urgenti, sacche di sangue per

trasfusioni e molto altro. Pochi giorni

dopo si fidanza con Marta che gli procura

un lavoro serale nella pizzeria di

suo zio, come addetto al delivery.

Una sera, sul tardi, si trova nell’androne

della Stazione Centrale per consegnare

delle pizze. Il caos è quello di sempre

APPUNTAMENTO A BELLEVILLE

Un tratto del Naviglio a Milano.

Il Cimitero Monumentale di Milano.

Corso di Porta Venezia a Milano.

Per chi ama il cinema suggeriamo la visione di Appuntamento a Belleville, un

classico del film d’animazione del 2003 scritto e diretto da Sylvain Chomet. In una

casa di campagna in Francia Madame Souza, una signora di mezza età, educa ed

alleva da sola il malinconico nipote Champion e che un giorno scopre sotto il letto

del nipote un quaderno nel quale egli ha incollato tante foto di ciclisti ritagliate dai

giornali: Koblet, Robic, Bobet. Ecco l’idea: regalargli un triciclo. Solo questo sembra

motivare Champion, che, negli anni, si appassiona al ciclismo allenandosi costantemente

fino a partecipare al Tour de France. l film si apre con un flashback in bianco

e nero sui trionfi canori di Rendez-vous à Belleville delle Triplettes, tre giovani

cantanti che si rivedranno nel proseguo della storia, insieme ad una sexy Josephine

Baker in gonnellino di banane e a un piroettante Fred Astaire. Trama incalzante

(il personaggio principale viene anche rapito e portato nella città immaginaria

chiamata Belleville), film esagerato, sprizza Francia da tutti i pori. Nella descrizione

dei personaggi, ad esempio, come nelle varie citazioni e omaggi al cinema classico.

e Alex si perde in mezzo a tanta gente.

Un addetto lo indirizza verso una scala

che porta ai sotterranei. Con bici a mano

e pizze nel borsone, scende a fatica

i gradini e si domanda chi possa aver

ordinato delle pizze in un luogo simile.

Il silenzio tombale è in netto contrasto

con il frastuono sopra la sua testa, dove

migliaia di persone affollano la stazione.

Nel buio intravede il binario, i vagoni

di legno e si chiede dov’è finito.

Grida: «C’è nessuno? Consegna pizze».

Nessuna risposta. Prende la borraccia,

la apre per bere, ed esce la nuvoletta

del Genio.

«Sei proprio un bischero! Abiti a Milano,

ma non la conosci affatto. Ora ti

schiarisco io le idee. Siamo al binario

21 da dove, durante la Seconda Guerra

Mondiale, migliaia di ebrei partirono in

condizioni disumane su questi convogli

verso i campi di sterminio nazista.

Domani sarà il 27 gennaio, la Giornata

della Memoria, nata per non dimenticare

la catastrofe che conosciamo con

il nome di Shoah». Il genio sbuffa, infastidito

dall’ignoranza del ragazzo, e

scompare nella borraccia. Alex recupera

il borsone, diventato leggero. Le pizze

sono sparite e lui capisce che erano

una scusa per portarlo lì. Il suo sguardo

è perso nel vuoto e un brivido freddo

gli percorre la schiena.

Pedalando adagio, attraversa piazza

Duca d’Aosta dov’è allestita una mostra

fotografica dedicata al Giorno della

Memoria. Si ferma, attirato da una gigantografia

in bianco e nero. L’immagine

è quella di un ciclista in sella alla

sua Legnano da corsa. La didascalia

recita: “Nella Giornata della Memoria,

ricordiamo anche Gino Bartali, nominato

Giusto tra le Nazioni per il suo impegno

a favore degli ebrei perseguitati.

Nel telaio della sua bicicletta aveva

sapientemente nascosto e trasportato i

documenti necessari a fornire una nuova

identità a centinaia di ebrei, consentendo

il loro espatrio e salvandoli così

dalla deportazione nei campi di sterminio”.

Il pensiero di Alex va al genio della

borraccia: che sia lui? Sul telaio, la

borraccia si mette a vibrare, si illumina

dall’interno. Alex sente una voce direttamente

nella testa. “Sì, sono io, ma

adesso muoviti, la prossima consegna

ti aspetta”.

Alex scuote il capo. Sta per dare il primo

colpo di pedale, quando squilla il

palmare.

«Dove sei finito? Ci sono cinque pizze

da portare in via Meda, sbrigati!».


18

in punta di sellino

VOCABOLARIO

A scuola di francese

N. 9 luglio 2025

Il ciclismo è fatto di termini, locuzioni, espressioni e modi di dire.

Ecco alcuni esempi di come si parla in Francia nel mese di luglio

Ardoiser: il lavagnista, un “mestiere”

ciclistico dei tempi andati. Era l’addetto

in motocicletta che segnava su

una lavagnetta nera d’ardesia i vantaggi

dei corridori in fuga rispetto agli

inseguitori.

Bidon collé: letteralmente significa

“latta incollata” ed è il momento durante

il quale il corridore si avvicina

all’ammiraglia per farsi allungare

una borraccia dal direttore sportivo e

si attacca al mezzo, per qualche secondo.

Il tempo di un respiro profondo. Se

il gesto si prolunga nel tempo si rischia

la sanzione da parte della giuria. Da

sempre operazione tollerata, da qualche

mese a questa parte presenta qualche

insidia in più perché i giudici sono

chiamati a sollevare la bandierina

quando ravvisano un aiutino di troppo.

za l’occhio ai girasoli.

Ma perché la maglia del vincitore del

Tour de France è gialla? Siccome il giornale

che sponsorizzava la corsa, L’Auto-Vélo,

veniva stampato su carta

gialla, il direttore della corsa Henri Desgrange

decise nel 1919 che la maglia

del miglior corridore sarebbe stata del

medesimo colore.

Musette: la borsa delle signore, quella

che nella vita di tutti i giorni si usa

per andare a fare la spesa ma che nel

ciclismo è l’essenza stessa del ristoro in

corsa. È la borsa del rifornimento. Il

massaggiatore o l’assistenza la regge a

bordo strada nell’area del rifornimento

e il corridore la prende al volo, la mette

al collo e ne recupera il prezioso contenuto.

In rete non mancano i collezionisti

di questo oggetto.

Bidon: la borraccia. È un oggetto semplice,

necessario al corridore, ma che

nel tempo è diventato il simbolo di

questo sport. Il destino della borraccia

è passare di mano in mano, costantemente:

dai gregari ai capitani, dagli atleti

ai tifosi. La borraccia evoca la sete

e la fatica, il sogno e la gloria, la vittoria

e la sconfitta. La borraccia più famosa

è quella che fu scambiata fra Coppi

e Bartali, oppure viceversa durante

l’ascesa al Col du Galiber al Tour del

1952.

Domestique: il gregario. Il termine indica

quasi una condizione servile, un

servitore della causa sacrificato alle

mire di vittoria del suo capitano.

Flamme rouge: la fiamma rossa. È la

bandierina triangolare che indica l’ultimo

chilometro della tappa. È comparsa

per la prima volta nel Tour de

France del 1906. Per Gianni Mura “la

fiamma rossa è l’ingresso nel territorio

dove tutto è possibile. È la zona dei

sogni (…) La fiamma rossa è un luogo

preciso, fermo, e ancora tutto può cambiare,

muoversi, ribaltarsi” (da La fiamma

rossa. Storie e strade dei miei

Tour a cura di Simone Barillari, Minimum

fax).

La Grande Boucle: Giro di Francia.

Letteralmente è il grande boccolo, che

sta a indicare il percorso che contorna

Parigi da nord a sud.

Le Peloton: il gruppo. Il peloton significa

letteralmente “plotone” o “schieramento”.

Nel ciclismo si usa l’espressione

“gruppo compatto” e può apparire

allungato nella massima velocità o allargato

quando i corridori procedono

più lentamente. Nelle cosiddette tappe

di trasferimento è sinonimo di noia,

lentezza, ma anche calma prima della

tempesta. Il termine è guerresco, preludio

al combattimento finale dove

si gioca lo sprint per aggiudicarsi la vittoria.

Maillot Jaune: la maglia gialla. È il

simbolo per antonomasia del Tour de

France. Il primo della classifica indossa

la maglia gialla. È un colore che si addice

alla stagione, al mese di luglio che

contrasta con il verde dei campi e striz-

Suiveur: molto più di un semplice tifoso,

il suiveur segue il proprio beniamino,

anche fisicamente. Va alle corse,

spende tempo e denaro per incoraggiare

il proprio corridore di riferimento. Si

usa lo stesso termine anche per chi segue

il corridore per professione, come

un meccanico o un massaggiatore, ma

è un’altra cosa.

Grimpeur: scalatore. È lo specialista

delle ascese, dei passi, delle salite.

Lo è stato Federico Bahamontes,

spagnolo, considerato uno dei più forti

scalatori della storia: vinse il Tour de

France nel 1959 con l’impresa sul Puy

de Dome e conquistò per sette volte la

classifica riservata, appunto, ai grimpeur.

Un altro scalatore per antonomasia

è stato Charly Gaul, lussemburghese,

celebre campione degli anni ‘50,

autore di imprese memorabili al Giro

d’Italia e al Tour de France. Era denominato

l’Angelo della montagna: la

sua impresa nella frazione del Monte

Bondone al Giro d’Italia del 1956, più

che una tappa fu un’Apocalisse.

Hors Catégorie: prima categoria. Le

salite più impegnative di una tappa

del Tour de France sono denominate

così. Fra le ascese classiche hors catégorie

che hanno fatto la storia del Tour

possiamo ricordare il Mont Ventoux

(quest’anno in programma alla sedicesima

tappa), l’Alpe d’Huez e il Tourmalet.


N. 9 luglio 2025 in punta di sellino 19

EVENTI

Al Ghisallo l’omaggio ad Anquetil

Una giornata intensa e partecipata che ha unito la gloria del passato

al calore umano del presente. C’era anche la figlia Sophie

“Un grande ringraziamento per l’iniziativa

e per il valore di voler custodire la

memoria di mio padre in un tempio

del ciclismo come il Museo del Ghisallo.

Sono commossa per l’affetto che

avete tutti dimostrato”. Sono le parole

di Sophie Anquetil, figlia del celebre

corridore, primo a vincere cinque Tour

de France, ricordato in una giornata intensa

e partecipata, a fine marzo, che ha

saputo unire la gloria del passato al calore

umano del presente. L’evento, promosso

e voluto da Bruno Astruc – vero

motore dell’iniziativa – ha riunito alcune

delle più grandi firme e figure della

storia del ciclismo in una cornice carica

di emozione. Un parterre di ospiti d’eccezione

ha impreziosito l’appuntamento:

Franco Balmamion, due volte vincitore

del Giro d’Italia; Gianni Motta,

vincitore del Giro nel ’66; Italo Zilioli,

eterno rivale-amico di Gimondi e Merckx;

Marino Vigna, oro olimpico a Roma

’60. A raccontare le gesta di “Maître

Jacques” sono intervenuti giornalisti e

narratori d’eccezione come Beppe Conti,

Christian Giordano e Herbie Sykes,

capaci di rievocare con profondità e

passione la figura di un campione controverso,

elegante e modernissimo. Luciana

Rota ha sapientemente moderato

le emozioni di tutti. Non è mancato

il sostegno del mondo imprenditoriale,

con la presenza dell’appassionato Elvio

Chiatellino, né quello delle aziende

che ancora oggi tengono viva l’anima

artigiana del ciclismo: Gios Torino,

simbolo del made in Italy a due ruote;

Vigne Marina Coppi, che intreccia enologia

e memoria; e Vittoria Shoes, eccellenza

nelle calzature da corsa. A fare

da teatro all’evento, il Museo del Ciclismo

della Madonna del Ghisallo, luogo

caro ad ogni appassionato di questo

sport, custode delle storie che hanno

fatto grande il ciclismo. Nel ringraziare

tutti i partecipanti, Bruno Astruc ha

voluto dedicare un pensiero speciale

a due presenze per lui fondamentali:

Alexandra, sua figlia, e Michela, “il suo

Amore”, testimoni di quanto il legame

tra ciclismo, vita e affetti sia indissolubile,

ma al centro di questo disegno di

sentimenti c’è stata e c’è la figlia di Anquetil,

Sophie (sopra nella foto), che ha

pronunciato parole sentite e piene di

ringraziamento per l’iniziativa e per il

valore dell’aver voluto custodire la memoria

di suo padre in un tempio del ciclismo

come il Museo del Ghisallo.

“Tutti sono venuti per la memoria di

Jacques. Grazie di cuore, e spero di rivedervi

tutti in un prossimo evento...”

ha detto Bruno Astruc alla fine dell’incontro.

Panizza, il Trueba della Valle Olona

Quattro partecipazioni alla Grande Boucle, ai piedi del podio

nel 1974, conquistò la tappa dell’Aubisque nel 1976

Caldo asfissiante, salite e zanzare sono

ingredienti del Tour da sempre. Ma

la corsa è corsa, si sa. Meno accettabile,

per i corridori, è un dopo tappa spartano

e complicato come quello previsto

dagli organizzatori francesi fino a pochi

decenni fa. Per il riposo notturno, infatti,

venivano preparate tante brandine

messe una accanto all’altra in grandi saloni

di palestre, caserme e scuole. E il

menu delle cene era uguale per tutti, altro

che ristoranti, supervan e cuochi personali!

Nemmeno a Bernard Hinault

era concesso derogare: una volta chiese

di poter dormire in albergo, ma Felix

Levitan, il direttore del Tour, si oppose.

O lo stanzone o a casa! Furono queste

difficoltà, oltre al fatto che non avevamo

corridori da maglia gialla, a convincere

gli italiani a snobbare il Tour per un

lungo periodo. Pietro Scibilia, il patron

della Gis (squadrone italiano degli anni

’80), disse un giorno, deciso: “Per me il

Giro di Puglia è più importante del Giro

di Francia”. Per troppi anni le imprese

azzurre alla Grand Boucle sono state

perciò piuttosto rare. E alcune di queste

hanno la firma di Miro Panizza, lo scalatorino

della Valle Olona amato dai

transalpini per le sue scorribande che ricordavano

quelle della pulce dei Pirenei

Vicente Trueba, eroe degli anni ’30. Panizza,

che conserva i record di Giri d’Italia

conclusi (16) su 18 partecipazioni, si

presentò al via di quattro Tour. Nel ’74 in

maglia Brooklyn arrivò a Parigi ai piedi

del podio, in quarta posizione. Nel ’76 in

maglia Scic conquistò la cima dell’Aubisque,

montagna-culto dei percorsi pirenaici

insieme a Tourmalet e Aspin. Incurante

di una tormenta di neve, si scatenò

prima in salita e poi in discesa, aggiudicandosi

la tappa con 2’ 16” di vantaggio

su Enrico Paolini. L’Aubisque, inserito

per la prima volta in una tappa nel 1910,

era stato il teatro dell’epica sfida tra Bartali,

Robic e Bobet nel 1948 e aveva celebrato

le imprese di Ottavio Bottecchia,

Vicente Trueba, Fausto Coppi,

Federico Bahamontes, Charly Gaul ed

Eddy Merckx, tutti grandissimi corridori

che prima di Panizza erano transitati

in testa alla corsa sul prestigioso valico.

Uomo pratico, dalle umili origini contadine,

Miro più che alla storia badava

però all’argent e con l’impresa pirenaica

era sicuro di essere invitato alle ambite e

remunerative kermesses post Tour, i circuiti

che richiamavano migliaia di tifosi

pronti a pagare un biglietto che garantiva

l’ingaggio dei campioni.

Paolo Costa

Supplemento a NordMilano24

N. 9 - Luglio 2025

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Editore: Prima Società Cooperativa Sociale a r.l.

via Canzio 11, 2092 Cinisello Balsamo (MI)

Testi: Angelo De Lorenzi e Paolo Costa

Grafica e impaginazione: Yurij Pezzini

Stampa: La Tipografia - Buccinasco (Mi)

www.inpuntadisellino.it

Immagini: Angelo De Lorenzi (pag. 2, la prima a destra e a fondo pagina, pag. 6 la prima a sinistra e in fondo,

pag. 16 e pag. 17), ASO/A.Broadway (pag. 12, terza colonna), A.S.O./Alex Broadway (pag. 13, Froome), A.S.O./

Bruno Bade (pag. 2, terza e quarta colonna, pag. 14 Chiappucci, pag. 18), A.S.O. (cartine di pag. 10 e 11), A.S.O./

Charly Lopez (pag. 9, pag. 12, la seconda a destra); A.S.O./Olivier CHABE (pag. 13, foto Thevenet), A.S.O./Charly

Lopez (copertina, pag. 4, pag. 13 Pogacar), A.S.O./Mathieu Dréan (pag. 18), A.S.O./Pauline Ballet (pag. 4, pag.

9, pag. 12 in fondo e pag. 1 3 Bernal e Vingegaard), ASO/Thomas Maheux (copertina, pag. 4, pag. 13 foto

Hinault); ASO (pag. 5), Jean-Luc Cochard_LVAN (pag. 12 seconda colonna), Luciana Rota (pag. 19), Office du

tourisme du vignoble de Nantes (pag. 12, in apertura a sinistra), Wikipedia (pag. 6 in apertura e a destra, pag.

7, pag. 8, pag. 9 in basso, pag. 13 in alto a destra, pag. 14 in apertura e in fondo), Okta Film (pag. 5 Pantani).


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in punta di sellino

N. 9 luglio 2025

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