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GP Magazine settembre 2025

Rivista digitale di spettacolo, cinema, musica, arte & lifestyle

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9/25

Anno 26 - Numero 289

www.gpmagazine.eu

AURORA

CODAZZI

DALLA FAMIGLIA

D’ARTE

AL SUCCESSO

CON “SBAM SBAM

SUMMER”




EDITORIALE

by Alessandro Cerreoni

ANNO 26 - Numero 289

SETTEMBRE 2025

Autorizzazione del Tribunale di Roma

n. 421/2000 del 6/10/2000

DIRETTORE EDITORIALE

E RESPONSABILE

Alessandro Cerreoni

a.cerreoni@gpmagazine.it

REDAZIONE

Info. 327 1757148

redazione@gpmagazine.it

IMPAGINAZIONE E GRAFICA

GP Spot

HANNO COLLABORATO

Lisa Bernardini, Mariagrazia Cucchi,

Mirella Dosi, Rosa Gargiulo,

Francesca Ghezzani,

Silvia Giansanti, Marisa Iacopino,

Daniele Pacchiarotti,

Marialuisa Roscino, Roberto Ruggiero

Donatella Zaccagnini Romito

SPECIAL THANKS

Ai nostri inserzionisti, Antonio Desiderio,

Dottor Antonio Gorini

EDITORE

Punto a Capo Srl

PUBBLICITA’

Info spazi e costi: 327 1756829

redazione@gpmagazine.it

Claudio Testi - c.testi@gpmagazine.it

Chiuso in redazione il 12/08/2025

Contatti online: 10.000 giornalieri

attraverso sito, web, social e App

Sito: www.gpmagazine.eu

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IL POLITICAMENTE CORRETTO

E LA SCOMPARSA DEI CLASSICI DALLE TV

Negli ultimi anni il concetto di “politicamente corretto” è diventato

una lente attraverso la quale vengono riletti testi, spettacoli e film

del passato. Una sensibilità nuova e più attenta ai temi della discriminazione,

delle minoranze e del linguaggio inclusivo ha portato a

rivalutare molti contenuti culturali che, in altri tempi, erano considerati

normali o addirittura comici.

Questa trasformazione, pur avendo radici condivisibili – come il

rispetto delle diversità e la condanna di stereotipi offensivi – ha

avuto anche un effetto collaterale: la progressiva scomparsa dalle

programmazioni televisive dei grandi classici del cinema italiano

del dopoguerra e degli anni Settanta. Totò, Alberto Sordi, Ugo

Tognazzi, Vittorio Gassman, ma anche Thomas Milian con i suoi

poliziotteschi e le commedie popolari, oggi trovano sempre meno

spazio nei palinsesti.

Il motivo è chiaro: molte di quelle pellicole contenevano scene,

battute o caricature che, se viste con lo sguardo contemporaneo,

possono risultare sessiste, razziste o offensive verso alcune categorie

sociali. Così, per evitare polemiche e accuse di insensibilità,

le reti televisive preferiscono rimuoverle del tutto invece di

contestualizzarle.

Eppure, cancellare quei film significa perdere un pezzo fondamentale

della memoria culturale collettiva. Il cinema di Totò o

Sordi non è solo intrattenimento: è il ritratto di un’Italia che usciva

dalla guerra, che si affacciava al boom economico, che metteva

in scena vizi e virtù di un popolo intero. Ridere con quelle maschere

significava, in fondo, ridere di noi stessi.

Il rischio è quello di sostituire la storia con una narrazione sterilizzata,

che non tiene conto dei limiti ma anche del valore artistico di quelle

opere. Nessuno pretende di ignorare le problematiche legate a certe

rappresentazioni, ma forse la soluzione non è far sparire i film, bensì

offrirli accompagnati da una spiegazione critica: contestualizzare,

spiegare, invitare a guardare con occhi consapevoli.

In questo senso, il politicamente corretto rischia di diventare politicamente

castrante, un freno che impoverisce la cultura anziché arricchirla.

Perché la memoria storica non è mai perfetta né “pura”: è

fatta anche di errori, di stereotipi, di sensibilità superate. Proprio per

questo, vale la pena conservarla e rileggerla, non censurarla.

CONDIZIONI - Nessuna parte di GP Magazine può essere riprodotta. GP Magazine è un

mensile a distribuzione gratuita a servizio dei lettori. Salvo accordi scritti, le collaborazioni

sono da intendersi a titolo gratuito; articoli e interviste sono realizzati in maniera autonoma

dai collaboratori che ne chiedono la pubblicazione senza nulla pretendere in cambio e assumendosi

ogni responsabilità riguardo i contenuti. I banner pubblicitari da noi realizzati sono

di nostra proprietà e qualsiasi utilizzo al di fuori di GP Magazine deve essere da noi autorizzato

dietro esplicita richiesta scritta


Sommario

6

CORSA DEGLI ZINGARI 2025

10

AURORA CODAZZI

10

34

18

IL GIURAMENTO

DI IPPOCRATE

22

GIOVANNI CONTI

30

GUSTO

CHEF FABIO CAMPOLI

36

34

AYUMI SHIBATA

36

ALESSIA D’AMATO

42

38

AL GALLO

42

ELEONORA CECERE

52

50

MARIA GRAZIA GAROFOLI

52

STORIE DI RADIO

ANTONIO DE ROBERTIS

54

COSE BELLE

AMIRA

50

54

58

FABRIZIO PERRONE

3




L’EVENTO DEL MESE

by Mirella Dosi

CORSA DEGLI ZINGARI 2025

ECCEZIONALE SUCCESSO DI PUBBLICO

A PACENTRO

VINCE ANDREA PALETTA

6

Pacentro (AQ): si è conclusa con un trionfo di emozioni e un'affluenza di pubblico senza precedenti

l'edizione 2025 della Corsa degli Zingari, evento simbolo di Pacentro, borgo incastonato tra le pendici

della Maiella. Migliaia di visitatori da ogni angolo d'Italia e del mondo hanno assistito a un weekend

che non è stato solo una gara, ma un vero e proprio rito antico, una profonda espressione di fede

e un inno all'appartenenza.

I 26 partecipanti, rigorosamente a piedi nudi, si sono lanciati lungo un sentiero impervio, affrontando

sassi e rovi dalla Pietra Spaccata fino al fiume Vella, per poi risalire le vie del borgo. Tra di loro,

25 erano di Pacentro (di cui uno residente in Venezuela) e uno di Corfinio. Il più anziano 62 anni,

il più giovane 14. Il veterano Massimo Saccoccia, alla sua 26ª partecipazione, si è classificato al

quarto posto. La fatica e il dolore si sono uniti alla devozione nel momento dell'arrivo, dove i concorrenti,

con i piedi sanguinanti, sono stati accolti da un'equipe medica e dall'abbraccio della folla.

A vincere questa indimenticabile edizione è stato Andrea Paletta, 15 anni, di Pacentro, che ha dedicato

la vittoria al nonno scomparso e ha ricevuto il "Palio", una pregiata stoffa che un tempo

serviva per cucire "il vestito buono”. Andrea fa parte di una famiglia che partecipa alla Corsa da generazioni,

ma è il primo a vincerla. Per prepararsi al meglio, ha raccontato di essersi allenato a camminare

scalzo da marzo. Il secondo e il terzo posto sono andati ai cugini Simone ed Eliseo Ultimo,


portati in trionfo a spalla tra la folla assieme al vincitore, un'immagine potente di orgoglio e senso

di appartenenza a questa terra.

Un momento di profonda emozione è stato vissuto con la Corsa degli Zingarelli, la gara dedicata ai

bambini che ha permesso ai più piccoli di sentirsi parte di questa straordinaria tradizione. In 57

hanno corso scalzi per le vie del paese, facendo registrare un nuovo record di partecipazione.

La Corsa degli Zingari 2025 ha visto una partecipazione sentita di autorità politiche e militari. Tra le

7


L’EVENTO DEL MESE

8

figure istituzionali presenti, il Senatore Guido

Quintino Liris, il Presidente del Consiglio Regionale

Lorenzo Sospiri, la Consigliera Regionale

Maria Assunta Rossi e il Sindaco di Pacentro Giuseppe

Silvestri. L'evento ha inoltre accolto numerose

autorità militari, tra cui i decorati al valore

Luogotenente Loreto Di Loreto e Tenente Colonnello

Gianfranco Paglia.

La madrina della manifestazione, la presentatrice

Rai Eleonora Daniele, ha saputo cogliere e trasmettere

la magia di questo evento, affiancata

dai commentatori d'eccezione, tra cui il premio

Oscar Giuseppe Cederna, il giornalista Angelo

Macchiavello, lo chef abruzzese Davide Nanni e il

"Racconta Storie" Nicolas Zappa.

Altro istante di grandissima suggestione è stato

il lancio dell'Alfiere Tenente Colonnello Paolo Filippini,

pluricampione del mondo di paracadutismo,

che ha portato la bandiera tricolore più

grande del mondo. La lettura del messaggio inviato

dal Ministro della Difesa, Guido Crosetto,

ha reso la giornata ancora più solenne e carica

di significato. Nella sua lettera, il Ministro ha sottolineato

come la Corsa sia un "racconto, potente

e autentico, di un popolo che cammina

sulle rocce per raggiungere la Vergine Lauretana,

patrona degli Aeronauti, rinnovando non solo con

la forza del sentimento ma anche con la fatica

visibile del corpo il legame inscindibile con la

propria terra". Ha poi aggiunto che "La fatica, la

concentrazione e il coraggio che si ritrovano nel

correre a piedi nudi su un sentiero impervio sono

gli stessi che animano chi, ogni giorno in uniforme,

serve con spirito di servizio il nostro

Paese".

Sul palco di Via Roma un parterre di artisti di

grande calibro. Sabato sera, Fiordaliso e Petit

hanno entusiasmato il pubblico lasciando poi i

più giovani al dj set di Alex Natali e Marco Rubs.

Domenica le note intramontabili di Edoardo Vianello

hanno fatto ballare e sognare tutti i presenti.

L'intera manifestazione ha registrato un record di

partecipazione di turisti, che hanno affollato le

vie del centro storico di Pacentro, il mercatino

artigianale e le aree dedicate allo street food,

contribuendo a creare un'atmosfera di festa e

condivisione.

La diretta della Corsa degli Zingari è stata seguita

in tutto il mondo, in particolar modo in

America e Australia, dove la comunità Pacentrana

mantiene un forte legame con la terra d'origine.

Moltissimi sono anche coloro che sono tornati a

Pacentro per assistere all'evento dal vivo e rivivere

le emozioni che i loro nonni hanno tramandato.

La Corsa, pur essendo una tradizione millenaria

e profonda, dimostra ogni anno la sua

capacità di rinnovarsi e di coinvolgere un pubblico

sempre più vasto. La sua autenticità, unita

alla capacità di attirare nuove generazioni e visitatori

da ogni parte del mondo, è la prova che

non è solo un evento del passato, ma un rito

vivo e pulsante, capace di raccontare un'identità

e un senso di appartenenza che si rafforza di

anno in anno.

Un successo reso possibile anche dal supporto

cruciale degli sponsor e dall'instancabile impegno

del direttivo e di tutti i sostenitori, che hanno lavorato

con dedizione per rendere Pacentro un

luogo di accoglienza e festa.

"La Corsa degli Zingari è molto più di una semplice

gara: è l'anima della nostra comunità, il filo

che tiene uniti tutti i pacentrani, ovunque si trovino",

ha dichiarato il Presidente dell'Associazione

Corsa degli Zingari, Giuseppe De Chellis. "Siamo

entusiasti di annunciare che abbiamo superato le

30.000 presenze, con un record di partecipazione

anche per la Corsa degli Zingarelli, che rappresenta

il futuro della nostra tradizione". Ha poi

aggiunto: "Questa manifestazione non solo celebra

le nostre profonde radici e la nostra fede,

ma rappresenta anche un potente richiamo all'appartenenza

che si tramanda di generazione in

generazione. Ci riempie d'orgoglio vedere il crescente

interesse delle Istituzioni, soprattutto Regione

Abruzzo e Comune, che riconoscono in

questo evento un patrimonio culturale di grande

valore. Il loro sostegno è la conferma che stiamo

lavorando per preservare e promuovere una tradizione

unica, che continua a rafforzare il legame

indissolubile tra Pacentro, la Valle Peligna e il

mondo intero".

© Foto di Massimo Stancanelli



COVER STORY

by Silvia Giansanti

AURORA CODAZZI

DALLA FAMIGLIA D’ARTE AL SUCCESSO

CON “SBAM SBAM SUMMER”

10

Figlia d'arte, ha rilasciato il suo primo tormentone estivo “Sbam Sbam Summer” che continua a essere

molto apprezzato dopo le vacanze. Sogna di collaborare con Laura Pausini. Nel futuro ci sono progetti

interessanti

Il rapporto con la musica da parte dei giovani è molto buono, considerando che conoscono i classici

e la sua storia, soprattutto se si viene da una famiglia d'arte, dove da sempre si respira questa aria

così speciale. E' il caso di Aurora Codazzi, figlia del musicista, autore e cantante Omar che ha trovato

nell'estate del 2025 una risposta positiva al suo singolo 'Sbam Sbam Summer'. Il suo primo brano “Ma

io che ne so”, risale allo scorso anno. Giovane, solare e con una gran voglia di fare e di vivere, non

a caso le piacerebbe trasferirsi definitivamente a Riccione, solo per il gusto di assaporare una piadina

anche alle due di notte. Adora questa città piena di movimento che da sempre ha offerto molto ai

giovani che preferiscono il divertimento all'acqua cristallina.

Aurora, com'è avvenuto l'aggancio con il mondo dello spettacolo? E' stato casuale o voluto?

“Sono figlia di Omar Codazzi, che il prossimo anno festeggerà trent'anni di carriera e quindi sono

vissuta da sempre nell'ambiente della musica, anche se inizialmente mi sono dedicata al ballo. Il mondo

del canto non mi interessava, perché mio papà stava spesso via e ne soffrivo. Crescendo ho poi capito

che il lavoro era importante. Da quando abbiamo fatto il programma su Rai Uno, dove sono stata appunto

coinvolta, ci siamo uniti scoprendo cose reciproche che non conoscevamo. Da quel momento è

nato il mio amore per questo mondo che inizialmente rifiutavo”.

L'estate è stata anche all'insegna di un tuo singolo.

“I nostri autori ce lo hanno mandato sottoponendolo alla nostra attenzione e a me è piaciuto subito.

Ho avuto perfino l'approvazione della sorellina di nove anni che testa sempre i nuovi brani. Il pezzo

composto da un ritornello orecchiabile, ha ottenuto successo soprattutto durante le nostre serate estive

in giro per l'Italia. Ha avuto anche dei passaggi radiofonici e, sentendo la mia canzone in radio, ho

provato tanta emozione mista a sorpresa”.

Da dove deriva l'ispirazione del titolo?

“Dalle onde del mare quando s'infrangono sulla battigia o sugli scogli”.

C'è anche un album in cantiere?

“Certamente, abbiamo alcuni brani pronti e ci dedicheremo durante l'inverno alla stesura dell'album.

Inoltre ho in piedi un progetto con la Roster Music di Barcellona, dove stiamo rilanciano vecchi pezzi

in versione remix e in spagnolo. Non poteva mancare 'Non voglio mica la luna' di Fiordaliso che è peraltro

madrina di mia sorella e una cara amica di famiglia. Con lei ho inciso una canzone natalizia nel

2016”.

Con quali miti sei cresciuta?

“Il mio primo idolo è stato Michael Jackson che ho scoperto il giorno in cui è mancato in quanto

avevo solo sei anni. Me ne sono innamorata alla follia. Sono cresciuta inoltre con Laura Pausini e con

Vasco Rossi. Viviamo in casa a pane e Vasco”.

Peccato per te non aver vissuto i fantastici anni '80, anni pieni di idee e di semplicità.

“Lo so, tutti me ne parlano come i migliori anni, ma ero ancora sulle nuvole”.

Sei nata e cresciuta in un'epoca super tecnologica. Ti sapresti vedere senza tecnologia?

“No, assolutamente. Sono andata in crisi quando a Barcellona si è verificato il black out e senza


11


COVER STORY

12

internet e senza navigatore, non sapevo proprio

dove andare. Oggi i social aiutano molto nella

promozione di noi artisti”.

Il mondo discografico si muoveva in un'altra

maniera. Esistevano i vinili, i negozi di dischi

e le classifiche di vendita alla radio.

“Possiedo tantissimi vinili soprattutto di Vasco

Rossi e anche mio padre mi ha raccontato di

tutta questa evoluzione”.

Quale canzone ami di Vasco?

“Ne ho diverse, ma quella che mi rappresenta di

più in questo momento è 'Canzone' perché mi fa

pensare a mio nonno che è venuto a mancare

di recente. E' straziante ma meravigliosa”.

Sai che all'inizio della sua carriera non era

capito e veniva duramente criticato?

“Sì, ho saputo, un genio incompreso che ha

avuto la sua bella rivincita negli anni”.

Sogni qualche collaborazione in futuro?

“Punto in alto e dico la Pausini. Ho a tal proposito

ho un aneddoto che riguarda Fiordaliso.

Pensa che qualche anno fa, doveva farmi da madrina

alla cresima, ma ha dimenticato quel giorno

per me così importante e per scusarsi dell'inconveniente,

mi ha portato al concerto della Pausini

presentandomela. La ascolterei ore e ore senza

mai stancarmi”.

Tra i personaggi classici chi preferisci?

“Mina che è stratosferica. Essendo cresciuta dai

nonni, mi hanno fatto ascoltare musica della loro

epoca, anche se preferisco quella più attuale”.

Quello che ti piace e quello che ti infastidisce

della tua generazione.

“Mi sento molto più matura della mia età perché

sono cresciuta in un ambiente popolato da adulti.

Ho vissuto poco l'infanzia tra i bambini e quindi

non mi trovo bene con i miei coetanei. Come in

tutte le generazioni ci sono quelli che si danno

da fare e quelli che vivono di espedienti da parassiti”.

Chi è Aurora Codazzi

Aurora Codazzi è nata a Desio (MB) il 13 ottobre del 2003 sotto il segno zodiacale della Bilancia. Caratterialmente

si definisce solare, lunatica e impulsiva. Ha l'hobby della lettura e della pittura. Tifa Milan e adora

la pasta al pomodoro. Le piacerebbe vivere a Riccione. Al momento possiede due cani, Bella e Gika e alcuni

pesci. Il 2017 è stato l'anno fortunato della sua vita. E' fidanzata con Samuele. E' figlia del celebre Omar

Codazzi. Ha da sempre dimostrato una anatrale predisposizione alla danza e al canto. Ad appena dodici anni

ha inciso con Fiordaliso “A casa per Natale”. Nel 2017 ha vinto insieme al padre il talent show “Standing

Ovation” su Rai Uno. Nel 2020 ha inciso un album intitolato “Io e te”, duettando con il padre. Nel 2021 è

uscito il singolo “Asì me gusta”, in collaborazione con il cantante spagnolo Michael Chacòn. Dopo altre

valide esperienze, nel 2024 è diventata la voce ufficiale della nuova band del padre Omar, con cui ha inciso

diverse canzoni. Ha successivamente lanciato i singoli “Ma io che ne so” e “Vivere felici”. L'estate 2025

l'ha vista protagonista con il tormentone “Sbam Sbam Summer”.


13


ZOOM

by Marialuisa Roscino

Disturbi psicosomatici

e ansia negli adolescenti:

come affrontarli e superarli

14

Le somatizzazioni sono la manifestazione fisica di un disagio psicologico importante. Una delle cause

scatenanti è proprio l’ansia. In pratica, Il corpo esprime ciò che la mente non riesce a elaborare o a comunicare

verbalmente. Da qui, i sintomi più comuni, come la tachicardia, il mal di stomaco, l’emicrania,

la tensione muscolare, e non solo! Questo fenomeno è spesso collegato a difficoltà nella sfera

espressiva e nella capacità di riconoscere ed esprimere le proprie emozioni e i propri pensieri in modo

adeguato. Cosa fare allora, quando il corpo somatizza? Quando diventa davvero importante richiedere

un supporto psicologico? Negli adolescenti, questo tipo di disturbi psicosomatici può essere più frequente?

In che modo è possibile curarli e superarli, affinché non sfocino in vere e proprie patologie? Di

questo e molto altro ancora, ne parliamo oggi in questa intervista con Adelia Lucattini, Psichiatra

e Psicoanalista, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana

Lucattini: “In tutti questi casi il corpo sta “parlando” al posto della mente, trasformando

un’emozione che non trova parole in un sintomo fisico”

Dottoressa Lucattini, le somatizzazioni sono un segnale importante di allarme che il nostro corpo ci

invia. Crede sia importante riconoscerle e agire rapidamente per comprenderne meglio il loro significato

profondo?

“I disturbi psicosomatici derivano da un malessere psicologico profondo che causa sintomi fisici in assenza di

malattie fisiche. Le persone affette da questi disturbi, poiché hanno dolore, bruciori, prurito, etc., si rivolgono

spesso sia al loro medico di famiglia, che agli specialisti, allarmandosi molto per quella che loro ritengono

un’assenza di diagnosi. Dopo avere completato tutti gli accertamenti, che è sempre il primo passo, se non

risulta nulla di organico, si può pensare a un disturbo psicosomatico. È fondamentale intervenire tempestivamente,

attraverso una diagnosi precoce. Infatti, stabilito che il disturbo è di natura psicologica, l'unica cura efficace

è la psicoterapia psicoanalitica che permette di capire quali sono le ragioni profonde, inconsce, che

causano angoscia, ansia e depressione, non avvertite in questi casi, a livello emotivo, ma che vengono invece

scaricate sul corpo. Come sottolinea un recente studio pubblicato sul Journal of Psychosomatic Research (2025),

strumenti diagnostici più attenti ai fattori psicosociali e funzionali possono facilitare l’identificazione precoce dei

disturbi somatici e prevenire la loro cronicizzazione”.

Quando l'ansia prende la gola, con la sensazione di avere un nodo in gola, in questi casi “psicosomatici”,

cosa è possibile fare?

“Questo tipo di sintomi è molto frequente. Il dolore ala gola o la sensazione di non riuscire a deglutire (“bolo”)

sono manifestazioni soprattutto di ansia. Quando si è tesi, ansiosi o angosciati, il corpo reagisce rilasciando

adrenalina e cortisolo. Come evidenzia un contributo pubblicato sulla rivista HNO-Psychosomatics (2025), lo

stress può provocare tensione nei muscoli della gola e del collo, determinando sintomi tipici, come la sensazione

di costrizione o dolore in sede faringe. Mente e corpo sono profondamente uniti: la persona è una sola, e qualunque

stress psicologico, dispiacere, preoccupazione o sofferenza, se non vengono riconosciuti, si esprimono

attraverso esso. Conoscere i propri problemi è di per sé ansiolitico e favorisce la risoluzione del disagio”.

Dottoressa Lucattini, le somatizzazioni collegate all'ansia, possono nascondere problemi legati alla sfera

espressiva e alla incapacità di comunicarli e in alcuni casi, in modo efficace anche i propri pensieri,

cosa può dirci a riguardo?

“La difficoltà a riconoscere, distinguere ed esprimere le proprie emozioni è definita “alessitimia”, dal greco a-

(“mancanza”), lexis (“parola”) e thymos (“emozione”), ossia la mancanza di parole per esprimere il proprio stato


emotivo. Questa disregolazione emotiva può causare

disturbi psicosomatici, poiché chi ne è affetto esprime

il proprio disagio emotivo e la sofferenza mentale attraverso

il corpo. In alcuni studi recenti pubblicati sul

Journal of Affective Disorders (2024), è emerso come

un tratto alessitimico sia associato a una maggiore

tendenza ad amplificare le sensazioni corporee (amplificazione

somatosensoriale), che mediano la relazione

tra difficoltà emotive e sintomi somatici. In

questo senso, il disagio psichico non rimane confinato

alla dimensione interiore, ma diventa esperienza fisica

concreta, percepita nel corpo. Favorire lo sviluppo della

consapevolezza emotiva, anche attraverso la psicoanalisi

e terapie mirate all’espressione delle emozioni,

rappresenta un passo essenziale per ridurre la somatizzazione

e rafforzare la capacità di simbolizzare i

propri vissuti”.

Tra i disturbi psicosomatici più diffusi, soprattutto

nei bambini e negli adolescenti, ci sono anche i

conati e il vomito. Quale significato hanno in particolare?

“La “sindrome del vomito ciclico” è una condizione

che colpisce prevalentemente i bambini tra i 3 e i 7

anni, ma può comparire anche in età adulta. Studi clinici

hanno dimostrato una forte associazione con

l’emicrania e con una storia familiare di cefalea. In

particolare, un lavoro pubblicato su Frontiers in Neurology

(2017), ha messo in evidenza come questo disturbo

presenti caratteristiche comuni a condizioni di

natura sia neurologica, che psicosomatica, suggerendo

l’importanza di una valutazione integrata. Accanto a

queste forme mediche, esiste una nausea e un vomito

di natura esclusivamente psicologica, nei quali il corpo

esprime simbolicamente un rifiuto della situazione vissuta,

quasi fosse “rigettata”. Questo avviene anche

nelle fobie, dove nausea e vomito rappresentano manifestazioni

somatiche della paura. Da una prospettiva

psicosomatica, tali sintomi sono l’espressione fisica di

emozioni non elaborate, che non trovano altra via, se

non quella corporea. Inoltre, uno studio più recente

pubblicato sul United European Gastroenterology Journal

(2025) sottolinea come nausea e vomito possano

essere letti anche come manifestazioni psicosomatiche

collegate a un modello biopsicosociale, in cui emozioni

e conflitti inconsci non elaborati trovano nel corpo, il

loro linguaggio privilegiato”.

Dottoressa Lucattini, esiste “un tempo di durata”

della malattia psicosomatica? Generalmente

quanto può durare?

“Una malattia psicosomatica, per essere definita tale,

si verifica quando i sintomi persistono per almeno sei

mesi, anche se non in modo continuo. La durata effettiva

dipende fortemente dalla motivazione: preoccupazioni

intense, persistenti o diffuse possono

prolungare e rafforzare i sintomi fisici. L’ansia per la

salute, il tempo e le energie spese in visite mediche

ed esami alimentano un circolo vizioso che ostacola

il miglioramento. Clinicamente, la condizione migliora

solo con l’avvio di un percorso psicoanalitico o psicoterapeutico

dinamico: prima si inizia, prima si guarisce.

A supporto di questa prospettiva, uno studio recente

pubblicato su Frontiers in Psychiatry (2025) ha evidenziato

l’importanza della “competenza concettuale”, cioè

la capacità di integrare consapevolmente il modello

biopsicosociale e di gestire criticamente il dualismo

mente corpo nella pratica clinica, come fattore che

può ridurre la durata e la gravità dei sintomi psicosomatici,

favorendo un approccio più integrato e resistenziale

alla somatizzazione”.

I disturbi psicosomatici, sappiamo come, in realtà

possono interessare diverse parti del corpo: il

viso, la testa, l’intestino, a volte le gambe, le mani,

15


ZOOM

16

quando in caso di paura,

tremano o si ha una sudorazione

intensa, il cuore

(tachicardia). Ecco, in tutti

questi casi, quando il

corpo somatizza, cosa è

possibile fare?

“Il corpo somatizza per dar

voce a un disagio interiore.

Curare soltanto il sintomo fisico

non basta, occorre

ascoltare il messaggio che il

corpo porta con sé, e tradurlo

in parole e comprenderlo.

È da lì che inizia la

vera guarigione. In tutti questi

casi il corpo sta “parlando”

al posto della mente,

trasformando un’emozione

che non trova parole in un

sintomo fisico. Cosa fare?

Prima di tutto, è importante

non trascurare i segnali. Se

i sintomi diventano cronici o

complicati, per esempio con infezioni cutanee da grattamento,

o per gli effetti collaterali dell’uso eccessivo

di farmaci sintomatici, è necessario rivolgersi a uno

specialista, che può essere il dermatologo, il neurologo,

il gastroenterologo o il cardiologo, a seconda

della sede dei disturbi. Parallelamente, però, serve affrontare

le cause profonde. Lo psicoanalista o lo psicoterapeuta

dinamico aiutano a comprendere il

significato dei sintomi, cioè quello che il corpo sta

cercando di dire. La psiche, infatti, se non riesce a

esprimersi con le parole, ricorre al corpo come strumento

di comunicazione. Questo passaggio che vede

centrali la comprensione e la simbolizzazione del sintomo,

è il punto chiave della guarigione. La ricerca più

recente conferma quanto sia necessario un approccio

integrato. Un lavoro pubblicato sul Journal of Psychosomatic

Research (2025) ha mostrato che programmi

di cura che uniscono supporto medico e psicologico

sono più efficaci nel ridurre sia i sintomi fisici sia il

malessere emotivo. Sulla rivista Clinical, Cosmetic and

Investigational Dermatology(2025), è stato evidenziato

che molte malattie cutanee, dall’eczema alla psoriasi,

migliorano quando si affianca al trattamento dermatologico

un percorso psicoterapeutico, dimostrando

come pelle e psiche siano strettamente connesse”.

Questi disturbi possono essere frequenti, in particolare,

negli adolescenti?

“I disturbi psicosomatici sono comuni e spesso sottovalutati

in adolescenza. Sono alimentati da fragilità

emotive, difficoltà espressive e contesti stressanti. Intervenire

con empatia, ascolto e, se necessario, supporto

specialistico, è fondamentale per aiutare il

giovane a tradurre il dolore in parole e disinnescare il

sintomo fisico. Questo avviene soprattutto perché gli

adolescenti, spesso intelligenti, sensibili, estremamente

emotivi, ma riservati, faticano a parlare di sé, dei propri

desideri o delle emozioni che vivono. È una fase in

cui il corpo trova più facilmente la sua voce quando

la mente è in difficoltà. Un

recente articolo pubblicato

su Anales de Pediatría

(2025) evidenzia che i sintomi

somatici colpiscono

circa il 25 % di bambini e

adolescenti, con un impatto

significativo nel 10 % dei

casi; tra i disturbi di somatizzazione,

quelli clinicamente

rilevanti superano

l’1–3 % della popolazione

giovanile.Questi sintomi

spesso si presentano in momenti

precisi, come durante

le pressioni scolastiche, ricorrenze

dolorose (lutti, perdite,

traumi) o periodi di

stress emotivo, e tendono a

essere ricorrenti o ciclici. La

durata e l’intensità delle

preoccupazioni, messe in

connessione con l’ansia e

l’attenzione eccessiva rivolta

al corpo, amplificano il rischio di cronicizzazione. Le

conseguenze possono essere serie, dal calo del rendimento

scolastico a difficoltà relazionali e isolamento.

Se non si interviene per tempo, il disagio psicosomatico

si radica e diventa più difficile da affrontare. Il

consiglio pratico è duplice: innanzitutto, non sottovalutare

i segnali, anche se possono sembrare vaghi o

ricorrenti; poi, favorire uno spazio di ascolto empatico

(a scuola, in famiglia, con un terapeuta), in cui l’adolescente

venga aiutato a riconoscere e dare forma alle

proprie emozioni. La simbolizzazione verbale del disagio

rende possibile interrompere il linguaggio del

corpo-clinico. Un secondo studio, pubblicato su Journal

of Adolescent Health (2025), ha mostrato che i disturbi

psichiche e psicosomatici tra gli adolescenti

sono aumentate notevolmente dal 2010 al 2022, soprattutto

tra le ragazze, in particolare dopo la pandemia,

e che questi problemi sono strettamente legati a

condizioni socioeconomiche strutture familiari fragili”.

In che modo, gli adolescenti possono superarli?

Quali consigli si sente di dare loro?

“Parlare subito con i genitori e rivolgersi al pediatra o

al medico di famiglia per escludere cause organiche;

Provare a collegare i sintomi a fattori scatenanti come

interrogazioni, litigi, bullismo, delusioni o perdite;

Ricordare che la scelta dell’“organo bersaglio” non è

mai casuale e spesso richiama una storia familiare;

Evitare pensieri catastrofici, calmarsi e condividere il

proprio malessere senza chiudersi in sé stessi;

Capire che la somatizzazione è una “materializzazione”

delle emozioni negative che il corpo traduce in sintomi;

Considerare i sintomi come messaggi che la mente

invia attraverso il corpo e che vanno ascoltati;

Una volta accertato attraverso visite mediche specialistiche

che i disturbi non hanno una causa organica,

rivolgersi a uno psicoanalista perché il problema emotivo

e psicologico può essere affrontato e risolto”.



SALUTE & BENESSERE

by Alessandro Cerreoni

Il giuramento

di Ippocrate

Radici etiche

della vera

medicina

Quanto è importante per prima cosa non nuocere alla salute

del paziente? Perché la scienza non deve mai essere un

dogma? C’è spazio per la scienza “sana’? Ce ne parla il dottor

Antonio Gorini (*) un medico che ha scelto la mission

professionale di mettere al centro la persona nella sua complessità

e trovare la cura che sia personalizzata e volta a ristabilire

uno stato di salute prolungato

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Nell'epoca in cui viviamo e in questo particolare periodo storico, quanto è importante rimanere

fedeli al giuramento di Ippocrate?

“Rimanere fedeli al giuramento di Ippocrate è l’unica salvezza per il medico e la medicina. Mantenere salde

le radici nei valori costitutivi dell’”essere medico” permette di mantenere il timone dritto anche nella tempesta.

In questi ultimi due anni abbiamo assistito a discussioni tra colleghi medici su idee contrapposte senza il

doveroso e deontologico rispetto. La scienza non è e non deve mai essere un dogma, ma piuttosto ricerca.

Lo spirito della ricerca è creare ipotesi e dimostrarne l’esattezza o meno con prove ed esperimenti. Nel

mondo della scienza “sana” non vi è posto per le fazioni tra chi è nel giusto e chi nel torto. Un dialogo

malato come quello che abbiamo visto di recente nei mass media riduce la credibilità della scienza e della

medicina, che ancor prima di essere scienza è Arte”.

Qual è il caposaldo su cui poggia questo giuramento?

“Ippocrate richiama il medico ad avere un alto spessore etico e morale, ad avere un comportamento ineccepibile,

a mettere davanti a tutto la salute del paziente (“primum non nocere”, cioè “prima di tutto non fare

danno”), considerare di famiglia tutti quelli che rispettano questo giuramento, e conclude dicendo che “sia

un onere ed un onore essere medico secondo questo giuramento”. Credo sia una priorità oggi riabilitare la

figura del medico come “colui che cura” con impegno e dedizione e merita rispetto per ciò che sa, fa e

come lo fa e per come conduce la sua vita, nella rispettabilità e per il Bene comune. Questo appello va

fatto in primis proprio ai medici che hanno perso, spesso, questo spessore culturale, etico e morale”.

La cosiddetta "medicina difensiva" può entrare in contrasto con i prìncipi basilari del giuramento?

“No. La medicina difensiva nasce con l’evoluzione tecnologica, l’uso di protocolli e linee guida e la disorganizzazione

degli ospedali soprattutto nelle aree di emergenza. La medicina difensiva è quel processo per cui

il medico richiede accertamenti e prescrive terapie con l’intento di proteggersi da eventuali denunce. Ciò

comporta spesso esami e terapie superflue, ma visto l’alto costo e la durata di una causa legale, il medico

è ben giustificato nel tutelarsi. Il personale è sottoposto a carichi di lavoro esagerati, mal pagato e non motivato.

La mancanza di tempo riduce anche i tempi di una corretta comunicazione tra medico e paziente/familiari.

Ciò è il motivo principale per l’aumento dei contenziosi legali. Inoltre, la politica degli ultimi dieci anni

ha ridotto così tanto i posti letto ospedalieri, che i medici sono costretti a mandare a casa le persone nel

più breve tempo possibile. Persone che spesso non hanno un interlocutore medico quando sono a casa.

Tutto ciò incrementa il senso di “malasanità” e di frustrazione del malato e dei familiari. Sottolineo il fatto


che nella maggior parte dei casi il medico viene assolto da ogni addebito, proprio perché la denuncia nasce

come espressione di malumore e disagio più che per fatti concreti. È un po’ una guerra tra poveri. Tutti

vittime di un sistema politico che negli anni ha distrutto la sanità pubblica”.

Quanto sono importanti le conoscenze di un medico, al di là degli studi universitari e l'esperienza

sul campo, per la cura del paziente?

“Le conoscenze apprese sui libri sono la base, ma si impara ad essere medico e a fare il medico con la

pratica effettuata accanto ad un valido maestro. Io ho avuto la fortuna di avere diversi grandi maestri. Il

mio impegno nello studio e la loro esperienza e testimonianza mi ha completato e reso capace di svolgere

un lavoro estremamente complesso. Oggi, purtroppo, è sempre più difficile trovare buoni maestri disposti a

“passare” il loro sapere (sapere, saper fare e saper essere) ai colleghi più giovani. Infine, non dimentichiamo

che il primo “maestro” di ogni medico è il suo paziente! Ah, quanto si impara dal paziente! Si impara l’importanza

dell’ascolto, dell’empatia, ma anche a visitare (toccare, auscultare, ecc.) e a verificare le proprie prescrizioni.

Quanta emozione la prima volta che si misura la pressione o si fa un prelievo di sangue ad un

altro essere umano… e lui ovviamente non sa di essere il vostro paziente numero 1… Con queste emozioni,

paure, dubbi si ha la spinta a tornare a casa dopo 12 ore di lavoro ed aprire il libro per approfondire, verificare,

ripassare… che fatica, ma che meraviglia…”.

In un suo passaggio, il giuramento di Ippocrate parla di arte medica. Nella cura del paziente, dove

finiscono i dogmi e dove inizia l'arte medica?

“Come dicevo prima i dogmi non esistono. La medicina è l’Arte del prendersi cura e nasce dall’osservazione

degli eventi naturali e dell’uomo. Il dizionario definisce “arte”: Qualsiasi forma di attività dell'uomo come

riprova o esaltazione del suo talento inventivo e della sua capacità espressiva; Qualsiasi complesso di

tecniche e metodi concernenti una realizzazione autonoma o un'applicazione pratica nel campo dell'operare

e part. di una professione o di un mestiere: a. poetica; a. militare; l'a. medica; essere dell'a, esperto o competente

nell'ambito di un mestiere o di una professione; 'prov. impara l'arte e mettila da parte', nella vita

ogni esperienza o conoscenza può sempre tornare utile. Da questa semplice definizione capiamo che la medicina

è da sempre l’arte di osservare i sintomi del malato e realizzare con l’esperienza una cura efficace.

Solo col business farmaceutico nel secolo scorso si è iniziato ad esasperare il concetto di studio scientifico,

nel senso che è vero solo ciò che è pubblicato su una rivista scientifica e da qui arrivare alla creazione di

protocolli/linee guida di diagnosi e cura è stato un passaggio relativamente veloce, ma non funzionale per

19


SALUTE & BENESSERE

20

(*) Il dottor Antonio Gorini è esperto di Nefrologia, Oncologia Integrata, Medicina

Funzionale di Regolazione, Low Dose Medicine, Medicina Integrata, Fitoterapia,

Omeopatia e Omotossicologia, Microimmunoterapia, Ossigeno Ozono Terapia,

Statistica della Ricerca e Pratica Clinica, Agopuntura.

E’ docente presso l’International Academy of Physiological Regulating Medicine

la medicina che riconosce l’essere

umano come qualcosa di unico e irripetibile.

Per il medico che è consapevole

di ciò le linee guida possono

guidare, ma non possono rivestire

l’unica e ultima verità nella diagnosi

e cura di un individuo”.

Perché c'è la tendenza generale a

non discostarsi da un "protocollo

ufficiale" in presenza di altre opportunità

di cure?

“Qui torniamo alla medicina difensiva.

La mentalità dominante porta a considerare

più efficace ciò che è scritto

nelle linee guida/protocolli, alla faccia

di quanto detto prima, e, quindi,

per evitare contenziosi si cerca di attenersi

il più possibile ai “protocolli”.

Questo modo di (non) ragionare

porta ad un impoverimento enorme

dell’atto medico. Il medico che si discosta

dal protocollo lo fa a suo rischio

e pericolo… quanti lo fanno?

Quanti si prendono la briga di studiare

e andare oltre il protocollo? E’

più facile fare come il gregge che

esegue l’ordine del pastore e pensa

di vivere nella ragione e senza problemi”.

Possiamo dire che un medico è

completo quando cura e garantisce

uno stato di benessere prolungato

alla persona?

“Assolutamente. Ancora meglio sarebbe

dire che il medico è colui che

non fa ammalare le persone! Poi, se

si ammalano, le cura e fa sì che questo

stato di salute sia il più duraturo

possibile”.

Partendo dal presupposto che

ogni individuo è un essere a sé

stante, è vero che qualsiasi patologia

può avere uno sviluppo diverso

e quindi un approccio

terapeutico differenziato?

“Considerando la Persona come

un’entità fatta di Corpo-Mente e Spirito,

unica e irripetibile, possiamo certamente

dire che qualsiasi patologia

può avere uno sviluppo diverso ed

ogni individuo dovrebbe avere una

cura personalizzata”.

Arriveremo un giorno ad un sistema

di cura "ad personam"?

“I limiti umani richiedono in ogni caso

una generalizzazione per le materie

più complesse, altrimenti non riusciremmo

a gestirle. L’aiuto che viene dalle antiche medicine tradizionali

(medicina tradizionale cinese, ayurvedica, fitoterapia, omeopatia per

citare le principali) permette al medico moderno di avere maggiormente

le capacità di approcciare al singolo in maniera “sartoriale”.

Da sempre le medicine tradizionali hanno considerato l’Uomo nell’insieme

di Corpo-Mente-Spirito. Le nostre tecnologie moderne cercano

la “personalizzazione” della diagnosi e cura con metodiche sempre

più raffinate che ricercano quel particolare di biologia molecolare

unico di quell’individuo. Tutto ciò è molto interessante, ma fa parte

di un approccio comunque “riduzionista” e non “olistico” come quello

poc’anzi descritto. L’unione delle due strategie è, a mio avviso, la

strategia vincente. La potremmo chiamare 'medicina integrata'”.

Via Archimede 138 - Roma

Info. 06 64790556 (anche whatsapp)

www.biofisimed.eu

antonio.gorini@biofisimed.eu

www.miodottore.it/antonio-gorini/internista-nefrologo-omeopata/roma



BENESSERE

by Marianna Dima

GIOVANNI CONTI

IL SOGNO DI CURARE

CON LA NATURA

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La sua è una storia di eccellenza e passione per il benessere attraverso la naturopatia e la medicina alternativa.

In un mondo dove impongono i dogmi, c’è ancora spazio per chi sceglie di curarsi attraverso strade alternative

e/o complementari. Ne parliamo con Giovanni Conti, che ha il sogno di aprire un’erboristeria a Roma e che ha

all’attivo una piattaforma che propone benessere.

Come nasce la tua passione per la naturopatia e la medicina alternativa?

“Fin da bambino mia nonna mi raccontava storie sui suoi nonni, una vita semplice ma profondamente connessa

alla natura. Ricordo ancora i racconti dei giardini ricchi di erbe come la Menta, la Salvia, la Camomilla e le

mani esperte delle donne di famiglia che sapevano quale pianta raccogliere per ogni malanno. Da bambino,

quando mi ammalavo infatti la nonna aveva sempre una tisana pronta a rimettermi in forze, trasformando ogni

cura in un gesto d’amore e in un legame profondo con la natura. Queste storie di tradizione antica hanno acceso

in me una passione che non si è mai spenta. Crescendo, ho iniziato a studiare, raccogliere erbe e sperimentare

rimedi naturali, finché familiari e amici hanno cominciato a chiedermi consigli su alternative erboristiche

ai farmaci convenzionali. Con il tempo, attorno a me si è creata una piccola comunità di persone che si

affidano alla medicina naturale, proprio come un tempo ci si rivolgeva alla mia trisnonna. Oggi sento di portare

avanti una tradizione di famiglia preziosa, un sapere antico che merita di essere custodito e tramandato”.

Da piccolo che bambino eri? Hai sempre avuto la passione per questo campo?

“Crescendo sono sempre stato affascinato dalle “vecchie epoche”. Le storie che mia nonna raccontava sui miei

trisnonni mi incantavano: non avevano elettricità né riscaldamento, usavano lampade a olio per illuminare e

una stufa a legna per scaldare la casa. Persino il materasso era fatto a mano in casa. Il cortile era un orto

di frutta e verdura che metterebbe in ombra il giardinaggio moderno. Rimanevo seduto ad ascoltare, affascinato,

queste storie sui vecchi metodi, su come venivano create le cose. L’interesse per la guarigione naturale e i

rimedi antichi è rimasto con me e ho sempre voluto impararne di più. Senza dimenticare la mia passione per

la mia cultura e le mie origini: facevo continuamente domande sull’Italia e su come si facevano le cose nel nostro

paese d’origine. Fin da bambino avevo deciso che dovevo approfondire questi vecchi saperi: la guarigione,

la vita domestica e le tradizioni di un tempo. Questi valori, nati con me fin dall’infanzia, sono rimasti e sono

cresciuti dentro di me. La mia vita di oggi è profondamente radicata nelle tradizioni che mia nonna mi ha trasmesso,

a sua volta imparate dai suoi nonni”.

Quali sono i benefici che si possono tradurre da questo tipo di medicine differenti da quelle classiche?

“La medicina erboristica offre un approccio olistico alla guarigione, perché ogni pianta contiene numerosi costituenti

naturali che lavorano in sinergia per aiutare il corpo a ritrovare il proprio equilibrio. A differenza della

medicina chimica, che spesso isola un singolo principio attivo e si limita a sopprimere i sintomi, la medicina


naturale mira a trattare la causa dello squilibrio, sostenendo

la guarigione in modo completo. È come

prendersi cura di un giardino: spruzzare acqua sulle

foglie può dare sollievo temporaneo, ma solo nutrendo

il terreno la pianta potrà tornare forte e sana. Così

fanno le erbe: collaborano con i meccanismi naturali

del corpo per promuovere un benessere duraturo,

mentre i farmaci agiscono principalmente come soluzioni

momentanee ai sintomi”.

Per chi ha necessità di curarsi spesso manca la

cultura dell’argomento, ma sta prendendo sempre

più piede in tutto il mondo questo tipo di medicina

alternativa, cosa bisogna fare ancora secondo

te?

“C’è ancora molto bisogno di educare le persone sull’uso

corretto della medicina erboristica. Oggi molti si

affidano al fai-da-te o a informazioni trovate online

senza conoscere i rischi. Ad esempio, chi assume un

farmaco anticoagulante potrebbe usare Salix alba per

un mal di testa, senza sapere che può aumentare il

rischio di sanguinamento. Per questo è fondamentale

rivolgersi a un esperto qualificato, capace di valutare

la storia clinica, gli esami e le possibili interazioni con

i farmaci. La medicina naturale offre grandi benefici,

ma solo con informazioni corrette e una guida professionale

si può garantire una guarigione sicura e responsabile”.

Quanto è importante curarsi bene attraverso le

erbe?

“La medicina erboristica svolge un ruolo fondamentale

nel sostenere la salute e il benessere generale, perché

affronta la guarigione da una prospettiva veramente

olistica. A differenza di molti trattamenti convenzionali

che si concentrano solo sull’eliminazione dei sintomi,

i rimedi a base di erbe lavorano per affrontare la

causa alla radice dello squilibrio nel corpo. Molte

piante contengono una varietà di costituenti attivi che

agiscono in sinergia, sostenendo non solo un organo

o un sistema specifico, ma l’intero organismo. Questo

significa che, mentre un’erba può essere usata per un

disturbo particolare, spesso offre benefici aggiuntivi,

come nutrire i tessuti, riequilibrare l’energia, supportare

la digestione, calmare il sistema nervoso o rinforzare

le difese immunitarie. Ad esempio, Melissa officinalis è

spesso utilizzata per aiutare nei momenti di stress e

di lieve ansia. Mentre calma il sistema nervoso, sostiene

anche la salute digestiva, migliora la qualità del

sonno e favorisce il benessere emotivo complessivo.

Questa azione multifunzionale è ciò che distingue la

medicina erboristica: non si limita a silenziare un sintomo,

ma incoraggia il corpo a ritornare a uno stato

naturale di armonia. La vera guarigione richiede tempo

e agisce su più livelli, fisico, emotivo e persino spirituale.

La medicina erboristica onora questo processo,

offrendo rimedi delicati ma potenti che collaborano

con i meccanismi naturali di guarigione del corpo invece

di sovrastarli. Questo approccio non solo allevia

il disagio, ma rafforza la resilienza e promuove una

salute duratura”.

Parliamo della piattaforma Seer Sensitives. Che

prodotti offrite?

“Seer Sensitives è una piattaforma dedicata al benessere

a 360 gradi, creata per aiutare le persone a diventare

la migliore versione di sé stesse, nutrendo

mente, corpo e spirito. Proponiamo rimedi erboristici

personalizzati, studiati su misura per le esigenze individuali,

oltre a miscele già pronte di erbe e integratori

di alta qualità. Con il nostro abbonamento mensile di

Medicina Erboristica, i clienti possono incontrare un

erborista qualificato e creare un piano di successo

personalizzato per sostenere i propri obiettivi di salute

in modo naturale ed efficace”.

Prima di salutare i lettori quali sono i tuoi progetti

futuri e cosa ti aspetti di costruire con la tua determinazione?

“Il mio obiettivo è trasferirmi a Roma e aprire una mia

erboristeria quest’anno. L’Italia è sempre stata nel mio

cuore, non solo per le mie origini familiari, ma anche

per la mia profonda passione per la cultura, le tradizioni

e la splendida lingua. Ho sempre sentito una

forte connessione con lo stile di vita italiano, dove i

rimedi naturali, la comunità e il benessere sono parte

integrante della vita quotidiana. Il mio sogno è creare

uno spazio in cui le persone possano riscoprire il potere

della natura nella guarigione. Nel mio negozio offrirò

rimedi erboristici, tisane e prodotti naturali pensati

per aiutare le persone a ritrovare equilibrio e vitalità

in modo sicuro e olistico. Oltre alla vendita, desidero

costruire un ambiente accogliente in cui educazione,

tradizione e guarigione si incontrino, dove sia i residenti

che i visitatori possano conoscere meglio la medicina

erboristica e dove l’antica conoscenza venga

onorata e tramandata. Con il mio amore per la cultura

e la lingua italiana, vedo questo progetto non solo

come un’attività commerciale, ma come un modo per

connettermi con la comunità, celebrare le mie radici e

aiutare gli altri ad abbracciare la guarigione naturale

come parte della loro vita quotidiana”.

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FASHION

by Cristina Vannuzzi

FASHION VIBES

PROTAGONISTA ALLA SETTIMANA

DELLA MODA DONNA 2025

A MILANO

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FASHION VIBES

Alla Settimana della Moda Donna 2025 a Milano

Presenta LUMINESCENCE

PRIMA PARTE - VILLA CLERICI dalle ore 15/30

A Milano, il 27 settembre, nella suggestiva cornice

della settecentesca Villa Clerici, Fashion Vibes presenta

le collezioni SS 2026 in due parti, la prima parte della

sfilata – LUMINESCENCE - un evento che lascia un

segno indelebile nel cuore di chi assiste.

Nella prima parte, inizio alle ore 15/30, sfileranno

le creazioni di cinque designer, cinque culture, cinque

anime creative che si sono fuse in un unico racconto,

trasformando la passerella in una poesia visiva di libertà,

diversità e bellezza senza confini. 28NATELIER,

HEEYONGHeE, STUDIO, ELSA FAIRY, LUXE LIVING FA-

SHIONS, VERVINEUS.

28NATELIER presenta la collezione

SS 2026 “Made To

Be Worn Your Way”, fondata

e progettata da Natalie

Muqattash, 28NATELIER è un

Brand di moda femminile

contemporaneo che ridefinisce

il modo di vivere la

moda, con consapevolezza,

fiducia e autenticità. La produzione

interna, ad Abhu

Dabi, si basa su capsule collection

limitate e un approccio

sostenibile, 28NATELIER unisce linee pulite a

dettagli inaspettati. Ogni capo è uno studio di contrasti:

morbido ma strutturato, familiare ma originale, minimalista

ma ricco di significato. È abbigliamento

pensato per donne che hanno un gusto sicuro e determinazione,

una collezione ideata quindi per esprimere

la personalità e l’essenza femminile.

HEEYONGHeE STUDIO presenta “Quiet Vitality” – Un

omaggio alla forza della natura. A Milano HEEYONGHeE

STUDIO presenta la collezione SS 2026 ispirata alla

quercia da sughero — simbolo di forza silenziosa, resilienza

e rigenerazione, un tema che diventa dialogo

poetico tra eleganza e natura allo stato grezzo. La

quercia da sughero, con la sua corteccia ruvida e la

sua capacità di rigenerarsi, diventata

una metafora per la

collezione. Con una palette

tenue di toni terrosi — marrone,

beige, avorio, bianco e

verde muschio — la collezione

evoca l’atmosfera dei boschi,

della nebbia, della corteccia e

della luce filtrata. Le cuciture

strutturate e le silhouette asimmetriche

richiamano i ritmi

stratificati della corteccia del

sughero, mentre i capi fluttuanti

introducono una morbidezza

che contrasta con la ruvidità naturale dei

materiali.

ELSA FAIRY presenta la collezione

SS 2026 “The Muse” —

Una celebrazione di fantasia

fiabesca e innovazione couture.

La maison internazionale

di haute couture ELSA FAIRY,

guidata dalla visionaria designer

Iryna Mykytiuk, presenta

la collezione SS 2026 con una

reinterpretazione audace della

couture per bambini come vera

e propria forma d’arte. La designer,

nota per fondere la

magia delle fiabe con una eccellente

maestria sartoriale, presenta le creazioni di

questa stagione come un tributo all’immaginazione e

alla fantasia e all’eleganza rivolgendosi alla nuova generazione

di icone culturali. La bellezza architettonica

di Milano, Arte e cambiamento della stessa città, sono

i leit motive che hanno ispirato la designer a unire artigianalità

e design futuristico nella sua nuova collezione.

Luxe Living Fashions presenta “Velour De Luxe: The

Award Show Couture Collection” collezione che reinterpreta

il dressing da cerimonia con una visione audace,

decisa e ricca di glamour. Unendo l’artigianalità

dell’haute couture con l’estetica distintiva della designer

Lavitia Davis — una femminilità coraggiosa e


senza compromessi — Velour de

Luxe racconta una storia intensa di

sensualità, fiducia e arte. Velluti dai

toni gioiello, metalli liquidi, piume

fluide e cristalli applicati a mano,

ogni look è pensato per chi incarna

l’eleganza con un tocco di audacia.

VERVINEUS fa il

suo debutto in

passerella alla

Settimana della

Moda 2025 a Milano.

Marchio

emergente di moda e bellezza femminile

fondato da Whitney Williams,

presenterà la sua collezione SS 2026

con un debutto di grande impatto

fondendo l'elegante estetica resort

con audaci silhouette dalle linee

morbide, ridefinisce la femminilità

moderna, come una esortazione alla

donna ad esprimere la propria forza, sensualità e resilienza.

Dai tagli scultorei agli audaci completi dalle

linee morbide, la collezione rispecchia la visione distintiva

del brand, sicurezza immediata, audacia senza

compromessi e fascino senza tempo.

BACKSTAGE DIETRO LE QUINTE

Il tocco finale è affidato al prestigioso team HM Professional

Service, guidato dai talentuosi Luciano e Miriam

Carino. Con oltre due decenni di esperienza tra

passerelle internazionali e set televisivi, il team saprà

esaltare ogni dettaglio, aggiungendo un ulteriore tocco

di magia alla serata.

CLAMA durante la

Settimana della

moda Donna

2025 presenta

“Raíces del Alma”

– Un Omaggio

Poetico all’Eredità

Colombiana. Il

Brand colombiano

CLAMA debutta

per la prima volta sulla scena internazionale presentando

la sua collezione SS 2026, Raíces del Alma

(Radici dell’Anima). Sotto la direzione creativa di Claudia

Isaza e Manuela Herrera, il brand propone una celebrazione

emozionante dell’identità, della cultura e

della natura, espressa attraverso texture vibranti, silhouette

evocative e un legame profondo con l’anima

della Colombia. Realizzata con rispetto per la natura

e la femminilità, Raíces del Alma invita il pubblico internazionale

a scoprire la Colombia di oggi, dalle tonalità

verdeggianti della Valle di Cocora a Salento, alle

ricche trame coloniali di Cartagena, fino ai ritmi festosi

della Cali pachanguera, la collezione esplora l’identità

sfaccettata della Colombia con uno sguardo raffinato

e contemporaneo.

Darko Edris presenta “Serina

Glow” alla Settimana della

Moda 2025 a Milano. La collezione

Serina Glow è un omaggio

alla bellezza del mare.

Combina stili classici e moderni,

trasformando i sogni

d'infanzia in realtà. Ogni capo

ti invita in un mondo dove

creatività ed emozione brillano,

dando vita a qualcosa di completamente

nuovo sulla passerella.

Ma Serina Glow è più di

una collezione: è una celebrazione

della libertà, dell'individualità e della gioia di vivere

in un mondo meraviglioso. Dimostra ciò che un

giovane di 22 anni proveniente da una piccola città

può realizzare con impegno e immaginazione. Questa

collezione ci ricorda che con creatività e determinazione,

tutto è possibile.

FASHION VIBES

Alla Settimana della Moda Donna 2025 a Milano

Presenta HERITAGE

SECONDA PARTE DELLA SFILATA

VILLA CLERICI - dalle ore 17.00

Prosegue la sfilata di Fashion Vibes con la seconda

parte: le presentazioni di sei designer mostrano le

loro creazioni che sono delle vere opere d’arte, piccoli

scrigni capaci di contenere talento e tanta creatività.

Collezioni ideate quindi per esprimere la personalità e

l’essenza femminile, più che l’apparenza. In bilico tra

figurazione ed astrazione, le creazioni di questi talenti

esaltano ed esplorano elementi come la linea, il colore

e le forme, raggiungendo l’armonia e l’equilibrio nelle

mani dei sapienti artigiani. CLAMA, DARKO EDRIS, NA-

TALI KUDRINA, HEBA ALENAZI, HANAN BAKRI & AL WA-

TANIAH, THE HOUSE OF MAGSARILI.

NATALI KUDRINA. Venera Kudrina

presenta “La Gioia di Essere

Donna” alla Settimana

della Moda a Milano. Un’ode

alla femminilità attraverso la

moda. Giocosità e innocenza,

audacia e coraggio, dolcezza,

rigore, eleganza e dignità sono

tutti stati che ogni donna attraversa,

raccolti tutti in

un’unica collezione.” Realizzata

con seta, chiffon, pizzo, organza,

tulle e tessuti strutturati,

la collezione esplora l’intero

spettro emozionale e la

forza estetica della femminilità.

Ogni tessuto ha

un carattere proprio, si

comporta in modo diverso,

proprio come una

donna: sempre diversa,

ma sempre intera.

HEBA ALENAZI un fruscio

di seta è la quintessenza

della linea

The Black Swan di Heba

Alenazi. Tessuti impalpa-

25


FASHION

26

bili e luminosi, impreziositi da ricami minuziosi per una

capsule collection di quattro esclusivi abiti, ognuno

dei quali racconta una propria storia di bellezza, simbolismo

ed eleganza senza tempo per una linea che

parla di mistero, di glamour, realizzata con innovativa

maestria utilizzando tessuti sontuosi, fili e cristalli. Il

risultato è un’interpretazione contemporanea dell’eleganza,

che sprigiona fascino e sofisticazione.

HANAN BAKRI & AL WA-

TANIAH un momento

creativo della sfilata

che abbina la splendida

collezione couture

“Eternal Bloom” di

Hanan Bakri, Direttrice

Creativa di Maison

Hanan, alle fragranze di

AL WATANIAH. A Milano,

uno dei palcoscenici più

prestigiosi della moda

ospita l’arte di raccontare

gli aromi, le fragranze,

i profumi nel

silenzio della sala di

Villa Clerici dove fragranze

e outfit insieme

iniziano a parlare, a svelare il loro mistero.

THE HOUSE OF MAGSARILI

Fondata dalla designer e

scrittrice Generosa Magsarili,

The House of Magsarili

è molto più di un’etichetta

di moda: è una narrazione,

dove abiti, parole e oggetti

artigianali vengono abbinati

volutamente per creare stupore

e meraviglia, espressioni

che, insieme, formano

un marchio in continua evoluzione,

un invito a indossare

la storia, rappresentare

la bellezza, essere una cosa

preziosa.

BACKSTAGE DIETRO LE QUINTE

Il tocco finale è affidato al prestigioso team HM Professional

Service, guidato dai talentuosi Luciano e Miriam

Carino. Con oltre due decenni di esperienza tra

passerelle internazionali e set televisivi, il team saprà

esaltare ogni dettaglio, aggiungendo un ulteriore tocco

di magia alla serata.

POP UP SHOWCASE

Una giornata live di glamour….

A Journey Through Style and Senses” – Fashion

Vibes Event

Milano, VILLA CLERICI, 27 settembre 2025 – dalle

ore 13.00 alle ore 21.00

L'idea di creare una esposizione live nasce dal desiderio

di Fashion Vibes di abbinare il mondo delle fragranze

e del gioiello alla giornata della sfilata. Nuovi

marchi hanno presentato le loro collezioni nella capitale

della moda italiana, importanti pilastri della kermesse

hanno abbracciato stili alternativi, le tendenze

sono cambiate e poi ritornate, la recente ondata di

realtà indipendenti ed emergenti ha riscritto le regole

del ben vestire.

E Fashion Vibes ha creato una esposizione live, dalle

ore 13.00 alle ore 21.00, uno sguardo contemporaneo,

che si spinge oltre i confini della moda, trasformandosi

in uno spazio di dialogo tra i protagonisti della storia,

gioielli, profumo e couture, spingendosi oltre i confini

abitudinari, intrecciando saperi e metodi diversi, e

aprendo nuove prospettive di ricerca ancora inesplorate.

I protagonisti di questo speciale appuntamento:

•Ana Carolina

Valencia – gioielli

di lusso colombiani,

collezione

Alma Faraona:

gioielli per ricordare

momenti ed

emozioni, i ricordi

più cari,

grandi storie

d’amore suggellate

dall’ artigianalità

e bellezza

senza tempo.

•Al Wataniah –

maison di profumi

di Dubai,

con la collezione

Arya: fragranze

che incarnano

eleganza e potere

contemporaneo.

•Super Aloha –

swimwear e activewear

Hawaiiborn,

Barcelona-based: energia tropicale e design

sport-luxe che celebrano libertà e individualità.

•Richness N Simplicity, il brand di gioielleria di lusso

fondato da Rosa Scaglione e famoso per la sua mae-


stria artigianale

e il design raffinato,

è orgoglioso

di

presentare la

sua nuova linea:

la DOLCEZZA

MILAN COLLEC-

TION. Un tributo

all’eleganza

senza tempo e

al design contemporaneo,

la

collezione debutterà

con un

esclusivo pop-up

showcase

Questo Pop-Up non è solo un’esposizione, ma un viaggio

sensoriale: si potrà ammirare, toccare, provare e

fotografare. Uno spazio live che unisce moda, arte e

lifestyle in un dialogo diretto con chi la vive.

Un invito a vivere una giornata glamour in una location

piena di storia e di bellezza, a far parte di questa

esperienza esclusiva, il POP-UP SHOWCASE, aperta a

tutti coloro che desiderano scoprire la moda in una

nuova dimensione.

BACKSTAGE DIETRO LE QUINTE

Il tocco finale è affidato al prestigioso team HM Professional

Service, guidato dai talentuosi Luciano e Miriam

Carino. Con oltre due decenni di esperienza tra

passerelle internazionali e set televisivi, il team saprà

esaltare ogni dettaglio, aggiungendo un ulteriore tocco

di magia alla serata.

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GUSTO

by Fabio Campoli - prodigus.it

Quando

l’apparenza

divora

la sostanza

Viviamo in un’epoca in cui oramai il cibo quasi non si mangia più: si fotografa, si ostenta, si spettacolarizza.

La tavola non è più il luogo sacro della convivialità e della genuinità, ma un palcoscenico di marketing

e iper-estetizzazione. Dai social network ai ristoranti stellati, dalle immagini pubblicitarie agli scaffali

del supermercato, il cibo sembra aver perso così la sua essenza più pura e il suo significato più autentico,

nel nome del diventare nient’altro che una pantomima, in cui le emozioni si consumano prima con gli

occhi, poi con il fascino dello storytelling, e solo infine con il palato.

Il cibo spettacolarizzato sui social network: l’ossessione dell’apparenza (che spesso inganna)

Instagram, TikTok, YouTube: le nuove cattedrali del food porn. Piatti dai colori sgargianti, impiattamenti

chirurgici, effetti speciali e filtri che trasformano anche il più anonimo dei piatti in un’opera d’arte effimera.

Ma cosa rimane dopo lo scatto (o il video) perfetto? Spesso, solo una coreografia di ingredienti senza

anima, senza storia, senza gusto, e finanche senza tecnica. Quella che ci è stata tramandata da sempre

dall’esperienza tradotta in scrittura da grandi personalità della cucina, da Marie-Antoine Carême ad Auguste

Escoffier, da Luigi Carnacina a Gualtiero Marchesi, senza potersi esimere dal citare anche Ada

Boni, mirabile maestra domestica di innumerevoli novelle spose di un tempo che fu. La ricerca spasmodica

di social engagement e like degli utenti del web ha sostituito la ricerca concreta del sapore e della

qualità. Si mangia per impressionare facendo leva su mode sempre più fatue e a breve termine, e non

per nutrire.

Dal ristorante al cocktail bar: dove lo “show” soffoca l’esperienza

In una varietà di locali e format di franchising tra cui scegliere, la spettacolarizzazione ha assunto la

forma di esperienze sensoriali sempre meno elaborate, spesso forzate. L’azoto liquido che sprigiona fumi

scenografici al sollevarsi di una cloche; le portate scomposte e ricomposte davanti ai clienti; e ancora

piatti serviti su tronchi, sassi, cucchiai di vetro, o addirittura direttamente sul tavolo ove si consuma il

pasto (accade in Germania). Il fine ultimo non è più la soddisfazione del palato, ma la sorpresa, la meraviglia,

l’effetto wow. Dunque, i cuochi sono ancora “artigiani del gusto”? In un atto di mangiare che si

trasforma in consumo scomodo all’interno di contenitori inadatti, e che propone ricette memorizzabili

solo sul piano visivo, il cuoco si è tramutato in performer del nulla che piace, riducendo il cibo a un’installazione

artistica contemporanea.

Il cibo industriale tra pubblicità e supermercati: la menzogna del benessere

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Se nei ristoranti il cibo diventa arte concettuale, nella grande distribuzione si trasforma in un inganno

ben orchestrato. Packaging e pubblicità vendono biscotti “artigianali” fatti in fabbriche da milioni di pezzi

al giorno, yogurt “cremosi” con ingredienti che richiamano la natura ma sono saturi di zuccheri e grassi,

snack “proteici” che promettono salute ed energia ma nascondono lunghe liste di conservanti e aromi

artificiali. Accade così che le confezioni studiatamente sistemate sugli scaffali urlino “benessere”, mentre

basta girarle per scoprire etichette che sussurrano “chimica”. Il cibo viene spettacolarizzato con colori intensi,

slogan emotivi, ingredienti fintamente green e narrazioni fasulle di aziende che millantano tradizione

mentre standardizzano la produzione con processi industriali implacabili (non di meno acquisendosi l’un

l’altra o puntando sempre più intensamente sul private labeling).

Ritrovare la semplicità e il gusto di cucinare: un atto di ribellione consapevole!

In questo circo gastronomico, la vera rivoluzione è tornare alla semplicità e al gusto di cucinare in prima

persona: riscoprire le materie prime autentiche, prediligere ingredienti freschi e non ultra-processati, prendersi

del tempo per inebriare la casa di profumi essenziali ma indimenticabili come facevano le nostre

nonne. La cucina non ha bisogno di show, ma di rispetto: per il prodotto, per chi lo coltiva, per chi lo

trasforma con coscienza, per chi lo mangia con consapevolezza. È quella che oggi chiamano “mindfulness”,

per sottolineare l’invito a prestare attenzione ad ogni momento di ciò che facciamo e ciò che ci accade,

rivalorizzandolo con costante curiosità. Solo così potremo tornare a vivere il cibo non come un'illusione

scenica, ma come ciò che realmente è: la nostra prima e più intima forma di benessere.

La ricetta del mese

Pizza parmigiana alla farina di semi di canapa

Ingredienti per una teglia da 40cm: Farina manitoba,

560g;Acqua fredda, 320ml;

Lievito secco, 2g; Sale fino, 6g; Olio extravergine d’oliva, 2

cucchiai; Farina di semi di canapa, 50g

Per il condimento: Pomodori pelati, 400g; Melanzane, 400g;

Farina 00, q.b.;

Olio per friggere, q.b.; Parmigiano a scaglie, 60g; Basilico, 6

foglie; Olio extravergine d’oliva, 2 cucchiai; Sale, q.b.

Preparazione: Versate la farina manitoba in planetaria insieme

al lievito, e iniziate a lavorare il tutto con il gancio alla

velocità minima. Procedete aggiungendo l’acqua, avendo

cura di tenerne da parte circa 50ml. Una volta che l’impasto

avrà assorbito l’acqua salite a velocità media, lasciando lavorare

il tutto per cinque minuti. Al termine, aggiungete la

rimanente acqua, e lasciate lavorare ancora l’impasto per

10 minuti circa, finché avrà assunto una consistenza liscia

ed elastica. A questo punto, aggiungete il sale e lasciate

impastare ancora per un paio di minuti; una volta assorbito

il sale, versate l’olio a filo e impastate ancora. Una volta

che l’impasto sarà completo, incorporate anche la farina di

semi di canapa. Coprite l’impasto con un canovaccio o della

pellicola per alimenti, e riponete in frigorifero a lievitare per 24 ore. Trascorso il tempo, tirate l’impasto fuori

dal frigorifero, spennellate una teglia da forno grande con dell’olio, e stendete uniformemente l’impasto all’interno,.

Lasciate riposare l’impasto steso in teglia per almeno 30-45 minuti a temperatura ambiente, in modo

che il lievito si riattivi. Nel frattempo, dedicatevi al condimento: passate i pomodori pelati al passatutto, e raccoglieteli

in un recipiente per condirli con una presa di sale, due cucchiai d’olio e le foglie di basilico spezzettate

a mano. Procedete in seguito con la preparazione delle melanzane: tagliatele a cubettoni da circa 2x2cm,

conditele con un pizzico di sale e infine spolveratele con poca farina, lasciandole riposare per qualche minuto.

Friggete i cubi di melanzane ben setacciati dall’eccesso di farina in abbondante olio bollente, fin quando non

saranno morbidi dentro e dorati fuori. Una volta pronte, scolate le melanzane su carta assorbente e tenetele

da parte. A questo punto, sarete pronti per infornare la pizza, cospargendola in superficie con il pomodoro

condito: è importante che il pomodoro non venga sistemato nel centro, ma distribuito equamente su tutta la

superficie della pizza, senza escluderne i bordi. Infornate la pizza in forno preriscaldato a 220°C. Una volta

cotta, sfornatela e guarnitela in superficie con le melanzane prefritte ed il parmigiano a scaglie.

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EVENTI CON GUSTO

MISS UNIVERSO, IN VETRINA LA BELLEZZA

DELLE DONNE E DELL'ISOLA: Riaprono ufficialmente

i casting per l'edizione 2026

Le organizzatrici già al lavoro per

le selezioni dell’edizione 2026.

Una vetrina eccezionale per mostrare

i luoghi più suggestivi dell’Isola,

l’occasione perfetta per

dare il giusto risalto agli artisti e

agli stilisti di casa nostra: Miss

Universo Sardegna non ha permesso

solamente di mettere in

mostra la bellezza femminile, ma

anche di far conoscere oltre i

confini isolani le eccellenze della

regione.

Le serate, che hanno raggiunto diverse

località della Sardegna,

hanno catturato durante ogni

tappa l’interesse del pubblico, incuriosito

dal nuovo format del

concorso di bellezza nato negli

Stati Uniti negli anni Cinquanta,

incentrato da quest’anno – grazie

all’intuizione delle organizzatrici -

sulla valorizzazione di ogni forma

di bellezza.

Andata in archivio l’edizione 2025

del concorso, le imprenditrici regine

del wedding e degli eventi

Alessia Ghisoni e Cinzia Murgia,

uniche titolari del prestigioso concorso

Miss Universo per la Sardegna,

raccontano l’esperienza che

ha permesso loro di portare la

kermesse in giro per l’Isola durante

l’estate, e guardano già al

prossimo anno:

“La finale regionale è stata una

grande emozione in diretta tv

condotta da Anthony Peth accompagnato dall’ interprete Lis Luciana Ledda. Possiamo ritenerci molto

soddisfatte di tutto il lavoro svolto per arrivare sin qui e siamo felici di annunciare che a breve riapriremo

i casting per la selezione di Miss Universe 2026. Il nuovo anno ci attende per raccontare altri meravigliosi

scorci della Sardegna, invitiamo quindi tutte le ragazze dell’Isola ad iscriversi: noi cercheremo anche attraverso

i social il nuovo volto di Miss Universe Sardegna 2026. Aspettiamo quindi tutte le candidate

per vivere una nuova meravigliosa stagione all'insegna della bellezza e molto di più, sperando che la

prossima Miss Universe Italy sia una bellezza sarda”.

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Il Formoso Therapy Show pronto a girare l’Italia

Il Formoso Therapy Show è un evento musicale e formativo ispirato al mondo della

psicologia e della psicoterapia.

Adriano Formoso, noto psicologo, ricercatore, psicoterapeuta e cantautore, tratta temi fondamentali

della psicologia offrendo agli spettatori delle conoscenze per potenziare il proprio

benessere psicologico e fisico attraverso spiegazioni, immagini e canzoni da lui composte

con musiche derivate dagli assunti di base della Neuropsicofonia, che è lo studio degli effetti

di determinate stimolazioni acustiche sul cervello e sul corpo umano.

Rappresenta una modalità di approccio alla persona che utilizza particolari suoni, frequenze

acustiche e toni binaurali come strumento di stimolazione delle cellule nervose e del sistema

endocrino e rappresenta un modello di sviluppo della musicoterapia ricettiva.

Il Formoso Therapy Show sta iniziando a girare l’Italia, ed è disponibile ad essere richiesto

da teatri, scuole, circoli culturali, caffè letterari…ovunque si può presentare il format ( in

acustico, ma non solo), magari associandolo ad una mini conferenza.

Adriano Formoso vive e lavora a Milano ed è il primo cantautore italiano, psicologo, psicoterapeuta,

omeopata naturopata ad aver portato la musica in un reparto ospedaliero di ostetricia

e ginecologia, presso un apprezzato ospedale milanese.

Ricercatore nell’ambito delle neuroscienze, Formoso si è dedicato per un decennio allo

studio della relazione tra musica, cervello ed emozioni.

Le sue competenze gli hanno permesso di essere protagonista della rubrica del TG2

"Tutto il bello che c’è" con le sue “pillole” di "Canzoneterapia e Neuropsicofonia", un approccio

innovativo che coniuga arte, scienza e psicologia.

Autore di libri, "Nascere a Tempo di Rock" è tra i più noti ed è stato applaudito al Salone Internazionale del Libro di Torino nel

2018. Intenso, ironico e a volte provocatorio, questo artista e uomo di scienza ha reso la musica uno strumento per il benessere

psicologico e per la crescita personale, integrandola nel suo percorso terapeutico e artistico.

Nel 2014 Formoso ha fondato il Centro di Ricerca in Psicoanalisi di Gruppo ad orientamento bioniano e di Neuropsicofonia

situato nel verde del parco delle Groane alle porte di Milano nord-ovest nel comune di Garbagnate Milanese. La sua carriera

ha avuto inizio unendo arte e terapia già in giovane età e lavorando per alcuni anni presso il Carcere Minorile Beccaria

di Milano per poi proseguire l'attività psicoeducativa nei servizi territoriali per le tossicodipendenze, nelle comunità terapeutiche

e nei centri psicosociali, occupandosi di pazienti schizofrenici gravi che, con l'ausilio della sua Neuropsicofonia

durante le attività di gruppo, ha permesso alla comunità scientifica del territorio di osservare i notevoli miglioramenti avvenuti

nei suoi fragili assistiti.

Nel mondo dello spettacolo e del post-covid, Adriano Formoso ha portato

la relazione di aiuto al servizio del benessere psicologico attraverso

il suo innovativo Formoso Therapy Show. Questo spettacolo che unisce

musica, teatro e psicologia, è stato accolto con entusiasmo in molti

spazi scenici italiani, dove lo psicoterapeuta musicista, aiuta il pubblico

a riflettere su temi legati alla crescita personale e al benessere psicologico.

Partendo dalla sua esperienza clinica con l'ausilio si scenografie

digitali e video formativi grazie allo stimato scenografo Luigi Ferreri, il

Formoso Therapy Show è un concerto-spettacolo alla scoperta della

Neuropsicofonia e della nostra psiche attraverso il pensiero e la teoria

dell'artista milanese che pone al centro la nascita come momento fondativo.

Come egli afferma, "l'esperienza di una creatura nel venire al

mondo, orienta il suo sviluppo verso l'età adulta, tracciando le direzioni

che influenzeranno la sua vita".

Cantautore apprezzato, opinionista radiotelevisivo, scrittore e docente

universitario, autore di articoli scientifici, Adriano Formoso continua a

ispirare con la sua capacità unica di intrecciare musica, psicologia e ricerca tra suono ed emozioni, rendendo l’arte e il suo

modo di comunicare un potente mezzo di trasformazione e benessere.

Per info e contatti, rivolgersi al sito ufficiale www.adrianoformoso.com

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ARTE

by Marisa Iacopino

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PAPER ART: LE SCULTURE

DI CARTA DI AYUMI SHIBATA

Creazioni di carta per entrare in contatto con la sacralità delle cose; istallazioni fluttuanti dentro le quali immergersi

emozionalmente. Ayumi Shibata, artista giapponese, guida lo spettatore nell’incanto di percorsi dove l’armonia tra

luce e materia effimera crea evanescenze oniriche. Della sua terra ci mostra la bellezza fragile, che richiede cura

e attenzione per essere preservata.

“Sono nata a Yokohama, in Giappone, dove vivo stabilmente dal 2018. Ho studiato incisione e multimedia all'Accademia

Nazionale di New York. In seguito, ho esposto e lavorato per due anni presso l'Atelier 59 Rivoli, gestito

dal Comune di Parigi. L'installazione artistica "Giardino di luce", creata per la mostra di Christian Dior, dal 2022

ha avuto diverse tappe nel mio Paese”.

Qual è stata la scintilla da cui è partita l'idea delle sculture di carta?

“Ho iniziato a costruire sculture di carta quando vivevo a New York. Andavo in chiesa per meditare e sfuggire alla

città, ed è stato osservando la luce che illuminava le vetrate che mi sono ricordata del mio amore per i lavori

con la carta. La città era piena di rumore. Le persone e il tempo andavano così veloci! Io avevo bisogno di uno

spazio tranquillo per tornare a me stessa. Un giorno, dopo la meditazione, ho visto una luce colorata fluttuare

sul pavimento. Era di una bellezza mozzafiato. Mi ha riportato a un ricordo dell’infanzia, quando tagliavo la carta

nera e ci incollavo dietro del cellophane colorato per creare l’effetto macchia d'erba. Ho preso gli attrezzi e da

quel momento non ho più smesso di tagliare la carta”.

La tecnica del Kirigami è nota a molti in Giappone o è riservata a pochi?

“Il Kirie (preferisco usare il termine "Kirie" piuttosto che Kirigami) è una tecnica tradizionale non solo in Giappone

ma anche in Indonesia, Cina e persino in Svizzera e in alcuni paesi europei. Il Kirie è una tecnica conosciuta in

Giappone, ed è generalmente piatta, ritagliata su carta nera”.

Nelle tue opere, il concetto di Yin e Yang, luce/ombra, bene/male coesistono in armonia con le parole.

Puoi aiutarci a capire meglio dove troviamo Yin e Yang?

“La carta bianca esprime Yin, il materiale, e il processo di taglio: lo spazio vuoto esprime Yang, la parola invisibile.

Proprio come il sole sorge dopo l'oscurità della notte e la primavera arriva dopo l'inverno, tutte le cose ruotano


e si muovono in un cerchio. Possiamo

vedere yin e yang in natura,

vedere la luce nell'oscurità, l'oscurità

nella luce, la femminilità nel maschile

e la mascolinità nel femminile. Tutto

proviene dalla stessa fonte”.

Che tipo di carta usi e perché

solo bianca?

“A seconda del lavoro o progetto, la

carta utilizzata viene selezionata in

base alla sua trasparenza e durevolezza.

Kami è la parola giapponese

che significa Dio, divinità o spirito,

ma significa anche carta. Nella religione

shintoista, che è anche la religione

di stato del Giappone, si

crede che il dio, la divinità o lo spirito,

dimorino nella carta bianca. La

carta bianca è considerata quindi un

materiale sacro, e viene utilizzata per la purificazione, o

come segno di separazione tra il mondo umano e i

luoghi dello spirito. I Kami risiedono nella natura. Abitano

nel cielo, nella terra, nelle finestre e in vari oggetti come

dedico dalle sette alle otto ore al

giorno alla produzione. Ogni volta

che mi distraggo o ho difficoltà a

concentrarmi, cerco di non creare,

perché lo stato d'animo si riflette nel

mio lavoro sotto forma di energia.

La cosa più importante è di essere

in uno stato mentale e fisico sano e

lucido”.

I tuoi lavori vengono utilizzati

anche per scenografie teatrali.

Possono quindi essere di dimensioni

enormi. Questo crea un'interazione

con gli spettatori, che

si sentono parte attiva del percorso

creativo…

“Non importa quanto grande o piccola

sia la creazione. Le piccole

opere nel palmo della mia mano si

ingrandiscono; le opere di grandi dimensioni, come le

scenografie, richiedono quasi lo stesso tempo di esecuzione.

Tuttavia, quest’ultime immergono effettivamente

lo spettatore, dando la sensazione di essere dentro

l'opera. Accade anche a me, e dopo il completamento

è una grande gioia”.

Una domanda provocatoria: qual è il senso di

opere in carta?

“Sebbene la carta sia un materiale economico e familiare,

indispensabile nella vita quotidiana, la carta/opera

d'arte può essere un vero e proprio tesoro. In quest'epoca

in cui le cose vengono prodotte in grandi

quantità e poi scartate, spero che il mio lavoro serva a

ricordare l'importanza di usare con rispetto ciò che

viene creato con il cuore e l’anima”.

Sono previsti viaggi creativi e rappresentativi anche

in Italia?

“Ho in programma di organizzare una residenza d'artista

e una mostra in Italia, ma preferisco non parlarne ancora!”.

alberi secolari, grandi rocce e anche creazioni umane.

Si muovono liberamente al di là del tempo, dell'universo

e dei luoghi, apparendo durante gli eventi, così come

nelle nostre case e nei nostri corpi. Secondo la religione

shintoista, questi spiriti dimorano anche nella carta

bianca. "Yaoyorozunokami" * è il termine che usiamo in

giapponese per parlare degli dei infiniti. In Occidente, si

riferisce agli angeli e ad altri spiriti che vivono insieme

in tutto il mondo e nell'universo. Lavorando all'interno

di questo contesto culturale, utilizzo il metodo tradizionale

del ritaglio della carta bianca per attirare l'attenzione

sul rapporto che noi esseri umani abbiamo con

l'ambiente”.

So che crei anche miniature. Quante ore di lavoro

per opere di tale minuzia?

“A seconda delle mie condizioni fisiche e dell'umore,

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LIBRI

by Donatella Zaccagnini Romito

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ALESSIA D’AMATO

“LA MIA GABBIA D’ORO”

“Mi chiamo Alessia D’Amato, sono nata nel 1996 nel cuore del Cilento, ma oggi vivo a Torino. Lo sport è

sempre stato parte di me: apnea, bodybuilding, movimento in ogni forma. Per questo ho scelto di studiare,

formarmi in più accademie e ottenere due diplomi che mi hanno permesso di fare della mia passione un lavoro.

Sono una personal trainer specializzata nell’allenamento femminile e anche insegnante di flexibility.

Credo profondamente che il corpo abbia un linguaggio tutto suo. E in certi momenti della mia vita, il movimento

è stato l’unica voce che avevo.Ne parlo anche in questo libro, perché è stato parte fondamentale

della mia rinascita. Scrivere è sempre stato il mio rifugio, ma anche il mio modo per dirmi la verità quando

non riuscivo più ad ascoltarmi. Oltre ai miei progetti personali come content creator, insieme al mio compagno

ci occupiamo della gestione completa di Bootyque: sia della parte social, sia delle due sedi fisiche

— una a Torino e una in provincia. Bootyque è più di un centro fitness: è uno spazio dove le donne

ritrovano forza, identità e consapevolezza. E ogni giorno, in presenza o online, provo a fare la differenza —

dentro e fuori le gabbie invisibili che ci portiamo addosso”.

Com’è nato il tuo libro? Ci sono state persone che ti hanno aiutata o a cui ti sei ispirata?

“’La mia gabbia d’oro’ è nato in silenzio, in un momento della mia vita in cui tutto sembrava perfetto…

tranne me. È stato un atto spontaneo, istintivo, necessario. Non l’ho scritto pensando a un lettore, ma per

sopravvivere io. Poi, rileggendolo, ho capito che non parlava solo di me. Le persone che mi hanno “aiutata”

sono state, in qualche modo, quelle che hanno contribuito a farmi sentire intrappolata. E proprio per questo,


inconsapevolmente, mi hanno spinto a liberarmi”.

Nel libro si parla della storia di una donna intrappolata

in una prigione invisibile, senza

sbarre o catene, ma costruita da convinzioni e

paure, in un mondo dove il luccichio dell'oro

nasconde il peso dell'anima... è un invito a guardare

oltre le barriere invisibili e a riscoprire la

forza interiore? In che modo?

“Sì, è proprio questo. Ho scritto questo libro partendo

da una consapevolezza: la gabbia più difficile

da lasciare è quella che sembra bella. Quella che

luccica. Quella che tutti ti invidiano. Ma che dentro

ti toglie il respiro. È un invito a guardare dentro

quelle zone d’ombra che spesso ignoriamo per non

sconvolgere l’equilibrio apparente. A riscoprire che la

libertà non è qualcosa che si trova fuori, ma qualcosa

che si decide, anche tremando”.

Chi dovrebbe leggere il libro e perché?

“Chiunque abbia mai finto che andasse tutto bene.

Chi si è sentita amata, ma mai vista. Chi ha detto

“sì” quando voleva dire “basta”. ‘La mia gabbia d’oro’

è per tutte le donne — ma non solo — che hanno

sentito il peso dell’apparenza e la mancanza di autenticità.

È un libro che non ti dà risposte, ma ti fa

porre domande potenti. E se una di queste ti tocca…

allora questo libro ti servirà”.

Progetti e programmi per il futuro?

“Ho ancora molto da scrivere, ma soprattutto molto

da vivere. Dopo ‘La mia gabbia d’oro’, sto lavorando

a qualcosa di ancora più personale, ma anche più

universale. Un progetto che unisce corpo, parola e

identità. Nel frattempo, continuo il mio lavoro come

coach e personal trainer al femminile, portando la

mia esperienza anche fuori dalle pagine. Perché ogni

percorso di rinascita non si conclude con l’ultima

riga di un libro. Anzi, spesso… inizia proprio lì”.

C’è un episodio particolare del libro a cui sei

molto legata e perché?

“Sì, il momento che più mi appartiene è sicuramente

il capitolo dedicato al mare, Il mio posto sicuro: il

mare. È il terzultimo del libro, ma per me è come se

fosse un punto di svolta silenzioso, ma potentissimo.

In quelle pagine affido i miei pensieri al mare, come

facevo davvero ogni giorno in quel periodo. È lì che

ho iniziato a vedermi per davvero. Il mare mi ha

ascoltata senza giudicare, senza interrompere, senza

cercare di aggiustare nulla. Il sale ha fatto male, ma

mi ha anche guarita. Quel capitolo è il mio spazio

sacro — il punto in cui ho capito che stavo uscendo

dalla mia gabbia, anche se ancora non sapevo dove

mi avrebbe portata quella libertà”.

Il romanzo tratta anche temi attuali, come il

controllo emotivo, le aspettative sociali, il ruolo

della donna. Era tua intenzione lanciare un messaggio

preciso?

“Non ho scritto per dare un messaggio, ho scritto

per sopravvivere. Ma rileggendolo a distanza di

tempo, mi accorgo che La mia gabbia d’oro parla di

tutte noi. Di quante volte ci adattiamo, resistiamo,

fingiamo. E lo facciamo spesso per amore, per educazione,

per dovere, per non disturbare. Nel libro c’è

una denuncia silenziosa al peso delle aspettative,

alla normalizzazione del dolore femminile, a tutto ciò

che ci viene fatto credere “giusto”. Se un messaggio

esiste, è questo: non è normale soffrire in silenzio.

Non è forza annullarsi. E non è amore restare dove

si muore lentamente”.

Prova a riassumere il senso del libro con una

singola frase che hai scritto e che è contenuta

all’interno del libro

“’Il sale ha bruciato tanto sulle mie ferite, ma adesso

riguardare le mie cicatrici è solo un immenso piacere’.

Questa frase, scritta proprio nel capitolo sul

mare, racchiude perfettamente il senso del libro:

guardare in faccia il dolore, attraversarlo, e un

giorno riuscire persino a ringraziarlo. Non perché sia

stato giusto… ma perché ci ha rese libere”.

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LIBRI

by Francesca Ghezzani

SULLA “ZATTERA”

CON AJELLO

E ROMANO:

IL NOIR URBANO

DI AL GALLO

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Nel cuore di Napoli Est, tra ronde notturne, clan camorristici e poliziotti disillusi, prende vita la

trama di “Indian Napoli”, il nuovo romanzo di Al Gallo per la collana "Giungla Gialla" di Mursia.

Un noir contemporaneo che ha il coraggio di mostrare chi vive "dalla parte sbagliata della barricata"

senza fare sconti, in una Napoli protagonista e non certo relegata al ruolo di sfondo.

Al, Indian Napoli ritrae una Napoli periferica cruda, spietata ma anche profondamente umana.

Quanto c’è di reale nelle dinamiche di quartiere e quanto è frutto di finzione narrativa?

“Quello che racconto è un compromesso, tra realtà e fantasia. Laddove, alcuni eventi non sembrano

altrimenti spiegabili, cerco di trovare una soluzione che sia realistica, ma anche narrativa

per così dire”.

Cosa significano per te gli “indiani” della città?

“La città, Napoli, sembra divisa in zone, in sfere di influenza come l’America precolombiana:

ognuno gestisce un pezzettino di questo mosaico; ognuno si sente padrone, indiano di quel posto,

per così dire”.

Il rapporto tra Ajello e Romano è centrale: due poliziotti agli antipodi, costretti a collaborare.

Come hai costruito la loro dinamica e cosa rappresentano, secondo te, nel contesto

della Napoli di oggi?

“Sono appunto spiriti opposti, forse, estremi. E ben rappresentano l’anima di questa folle città:

estrema in tutto, nel bene e nel male. Volevo che il loro rapporto fosse stridente, e quindi ho

calcato la mano nel descriverli. Un cane e un gatto costretti a coabitare su una zattera, insomma”.

Parliamo di Lisa Acone, un personaggio ambiguo, vittima e carnefice allo stesso tempo.

Cosa ti interessava raccontare attraverso di lei? Ovvero, che ruolo ha per te la figura

femminile in questo mondo spietato?

“Lisa è un’anti-eroina. Volevo raccontare attraverso le sue vicende una trasformazione in negativo.


Quando certi fatti ti corrodono

dentro, forse è

più facile diventare l’antitesi

di ciò che sei; la sua

parabola esistenziale nella

storia è funzionale a una

mia idea: spesso, di fronte

a un bivio, la scelta più giusta

è anche la più difficile, e

non tutti riescono a farla”.

Lo stile del romanzo mescola

noir, cronaca e ironia

amara, con una lingua viva

e spesso ruvida. Per concludere,

hai avuto modelli o

ispirazioni letterarie per questo

tono e per l’impostazione

narrativa?

“La ricerca della prosa giusta è

sempre molto ardua. Ho cercato

di dare voce a ognuno dei personaggi

basandomi sul loro carattere.

Qui da noi si dice: «I figli

sono figli fin tanto che li tieni in

braccio». Ecco, i personaggi

sono tuoi fin

tanto che non li inchiodi

sulla carta. La

mia ispirazione resta

ancorata a Raymond

Chandler e al suo

personaggio iconico,

Marlowe. Un uomo

conflittuale che a

modo suo fa la

‘cosa giusta’”.

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LIBRI

by Rosa Gargiulo

Tigri di carta

La giornalista e scrittrice Sara Recordati

è autrice del romanzo “Tigri

di carta” – già vincitore del Premio

Letterario Rtl 102.5 e Mursia Romanzo

Italiano. Protagonisti di una

storia caratterizzata da un sapiente

e fluido intreccio narrativo, sono tre

fratelli milanesi - Michele, Eugenia ed

Ettore. Una storia di famiglia, in cui

passato e presente si incontrano e

scontrano, per aprirsi al domani con

una consapevolezza e una forza rinnovate.

Michele è un ortopedico di

successo, ha una bella moglie e due

figli. Eugenia è single, impegnata

nella carriera universitaria, che la

costringe ad affrontare le difficoltà

“tipiche” del mondo accademico italiano.

Ettore è l’emblema della precarietà,

preso inoltre dalla propria

omosessualità e dalla necessità di

dover raggiungere una compiuta

consapevolezza e accettazione. Sarà

un colpo di testa di Michele a far

vacillare tutte le certezze, sue e

dell’intero sistema familiare, che

dovrà fare i conti con i segreti del

passato. Un romanzo intenso, una

vicenda complessa – che però viene

dipanata dall’autrice con grande

maestria e pathos, coinvolgendoci in

un viaggio che appartiene in qualche

modo a tutti noi – presentando infatti

numerosi spunti di riflessione e

immedesimazione.

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Letti per Voi

Apri gli occhi

“Apri gli occhi – storia di padre Giuseppe

Rassello, un prete scomodo alla

Sanità” è il nuovo libro di Giuliana Covella,

giornalista e scrittrice che – come

sempre – riesce a coniugare il rigore

giornalistico al pathos della narrativa.

La storia è quella di padre Giuseppe

Rassello, sacerdote che tra il 1989 e il

1990 operò al Rione Sanità di Napoli.

Un vero pioniere, precursore di un percorso

di legalità e cultura che – dopo

di lui – altri hanno seguito e realizzato.

A padre Rassello, infatti, si deve l’input

per la valorizzazione delle Catacombe

di San Gennaro, San Gaudioso e San

Severo, che avrebbero costituito una

fonte di reddito, occupazione e sviluppo

per un quartiere altrimenti famoso per

episodi tristi e drammatici, e un fortissimo

tasso camorristico.

Padre Rassello ha lavorato per offrire

ai giovani un’alternativa legata alla cultura

e alla bellezza.

Il 2 giugno del 1990 fu arrestato con

l’accusa di abusi sessuali su un quattordicenne,

a neanche due mesi di distanza

dall’intervista di Michele Santoro

per “Samarcanda”, durante la quale

aveva denunciato la collusione tra camorra

e istituzioni.

Giuliana Covella ricostruisce con grande

precisione la vicenda giudiziaria, intrecciando

la storia umana e la missione

di padre Rassello alla Sanità, in un libro

che vuole restituire dignità e giustizia

ad un uomo che ha sempre anteposto

il bene dei ragazzi e di un intero quartiere

al suo personale. Le testimonianze,

i verbali degli interrogatori, le

sentenze, le interrogazioni parlamentari

e gli articoli giornalistici dell’epoca vengono

presentati dall’autrice senza mai

dimenticare l’aspetto emotivo – l’esperienza

sociale e la valenza culturale, in

una narrazione che va ben oltre le caratteristiche

di un libro/documentario.

La prefazione è affidata a Roberto Saviano.

Un libro “necessario” non soltanto

per Napoli e per il Rione Sanità,

ma per l’intera collettività, che in un

momento storico come quello attuale –

ha bisogno di recuperare la Memoria

come valore, e ricordare le figure come quella di padre Rassello,

emblematiche per un percorso di ricostruzione della legalità

nel Paese.

Ancora una volta, Giuliana Covella ci fornisce gli strumenti

per non dimenticare, per continuare a indignarci e rimboccarci

le maniche, seguendo sentieri che altri – coraggiosamente –

hanno aperto per noi.

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SPETTACOLO & TV

by Daniele Pacchiarotti

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ELEONORA

CECERE

LA FORZA DI UNA

DONNA TRA

PALCO, FAMIGLIA

E REALTÀ

Diamo la bentornata sulle pagine di GP Magazine a una storica amica, amata beniamina, bambina

prodigio, Eleonora Cecere ex di “Non è la Rai”, che da pochi mesi ha incoronato un nuovo

sogno che ha lasciato lunghissima traccia: il “Grande Fratello vip”.

Eleonora come è stata la tua esperienza in questo programma e cosa ti ha lasciato a livello

personale?

“Come sa chi mi è vicino, il Grande Fratello era un qualcosa che mi mancava. nella mia lunga

carriera ho fatto tanta tv ma ero curiosa di “scoprire”, di dare una valutazione a questo format

che reputo storico. per valutare devi comprendere e per comprendere devi partecipare, è chiaro!

Onestamente? Non so se lo rifarei mi vedo più in altri format, perché mentre da una parte ho

piacevolmente scoperto un mondo che non mi aspettavo ed in particolare parlo di tutto lo staff

che opera nel programma, che si sono sempre mostrati all’ altezza, e quindi professionali, umani,

corretti e sempre pronti ad ascoltare ed aiutare, doti molto rare! il rovescio della medaglia è

rappresentato da “certi atteggiamenti” da parte di alcuni personaggi che non mi sono piaciuti,

o meglio non all’ altezza delle aspettative!”.

Quali sono le lezioni più importanti che hai imparato, c'è ad esempio qualcosa di inaspettato

che hai scoperto su te stessa durante o dopo il programma?

“La lezione più significativa è solo una: l’ importanza della lontananza dalla famiglia. Sempre

se hai la fortuna di averne una! E’ elemento di fondamentale importanza. ho scoperto, forse non

comprensibile, forse non mi donerà un’immagine positiva. Forse sembrerò demodè in questi tempi,

ma la famiglia è da collocare al primo posto. Ma sono fatta così… Vedi, i “Grande Fratello” passano,

resta poi l’amore e l’attaccamento che hai per il valore più importante e imperituro… la

famiglia! Ripeto chi “gioca” su queste cose non ne ha una, o meglio non ne ha una importante

perché su questo non si gioca!”.

Sei entrata nella casa del GF vip insieme alle tue tre storiche amiche di "Non è la Rai"

creando un trio molto vivace ma essendo comunque un unico concorrente, avresti preferito

affrontarlo da sola?

“Le amiche “storiche” come dici tu non esistono. Esistono amicizie vere ed amicizie di circostanza.

Puoi cercare di mascherare ma come si dice: ”il somaro che si traveste da cavallo, prima o poi

raglia”. Tutti sanno che la mia “storica” è Angela Di Cosimo (anche intervenuta sui giornali per

difendere la mia scelta) e poi c’è Marzia Aquilani. Perché ci siamo frequentate sempre, anche


43


SPETTACOLO & TV

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con le famiglie. non c’è stato mai nessun altro

interesse se non amicizia vera, pura e sincera.

Io sono amica di tutti e, come si dice a Roma:

”per litigare con me ci devi partire da casa”.

Non litigo mai, ma se mi allontano da qualcuno

è perché ci sono i motivi. Fidatevi! E difficilmente

sbaglio per prima”.

Durante il programma tuo marito (il regista

Luigi Galdiero) ha dovuto interrompere la

tua permanenza nella casa per farti tornare

dalle tue bambine che avevano bisogno

della loro mamma e, questo gesto, è stato

visto da alcuni come un comportamento un

po' "tradizionale" da parte sua. Puoi spiegarci

com'è andata realmente e quale è il

vostro punto di vista su questa scelta?

“A Roma si dice che: “i cavoli della pentola li

conosce solo il coperchio”. Mio marito è stato

tempestivo e ha fatto ciò che avrebbe fatto

qualsiasi marito che legge un disagio nella propria

compagnia (Luigi è anche un formatore

qualificato ndr) e un qualsiasi padre che si

sente responsabile e che vede in difficoltà le

proprie figlie. Noi siamo una famiglia unita,

molto unita, non possiamo rivolgerci a nessuno

se non a noi stessi. Non ci ha obbligato mai

nessuno a costruire la famiglia che oggi abbiamo.

L’abbiamo cercata e voluta e abbiamo

l’obbligo di difenderla. le “scimmiottature e i

falsi moralismi” e le “famiglie di facciata”, non

ci interessano. Noi pensiamo a noi”.

Ti aspettavi una reazione diversa dalle tue

storiche amiche con cui appunto componevi

il famoso trio "Non è la Rai"?

“Non mi aspetto mai nulla da nessuno! sono

abituata a caricarmi sulle spalle il presente ed

a pianificare il futuro. Sono una che si sa assumere

le responsabilità e che come si dice

sempre dalle mie parti: “non vado a cercare

Maria per Roma”. Né per “arrivare” a qualcosa,

figuriamoci se dare “il pilotto” (tediare oltremodo)

ad altri per raggiungere un qualsiasi

obiettivo. So stare al posto mio! Questo lo

sanno tutti. Vedi, ad esempio, a un certo punto

gli autori mi hanno chiesto se volevo rientrare

nella casa… sono stata l’unica a dire no! (l’altra

è stata Yulia, che però credo non poteva per

altri motivi) perché non ritenevo giusto “rientrare”

dopo che “fuori” avevo guardato e valutato

i comportamenti altrui, letti i vari

commenti sui social e ciò che era successo

agli altri inquilini. Non lo ritenevo giusto proprio

per etica morale e rispetto verso il pubblico.

Ma questo riguarda me e il mio modo di essere”.

Non sei mai scomparsa dalle scene da oltre

30 anni e il Grande Fratello ha portato ulteriormente

interesse sulla tua vita e sulla

tua carriera, la brillante ragazzina di “Non

è la Rai” adesso è una grande Donna,

Come hai vissuto tutto questo?

“Certo. non mi sono mai fermata e le bambine

a scuola le porta e le prende mio marito. Tra

eventi e teatro sono andata avanti per la mia

strada. Non mi sento né un’improvvisata, né

una miracolata, perché la mia vita è ancora,

(dopo 38 anni di carriera) fatta di studio ed

applicazione, devi sapere che anche quando lavoro

con mio marito, faccio i provini come tutti

gli altri. Non mi regala mai nulla nessuno, e

mai nessuno mi ha dato ruoli e benedizioni

senza essermi sudata tutto! Ma oggi questo

non conta. sono solo contenta quando la gente

mi viene a vedere nei miei spettacoli e mi pone

la fatidica domanda: ‘Eleonora, ma come fai a

47 anni ad avere tutta questa grinta?”. Ma non

dimenticate la mia occupazione quotidiana. Perché

con le mani in mano non so stare. Sono

una dipendente di Italpol, la società che si occupa

di sicurezza, leader in Italia. Società alla


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SPETTACOLO & TV

quale mi sento parte integrante e alla quale va

il mio ringraziamento per ciò che fa. Sono una

GPG armata e svolgo con attenzione e scrupolo

questo mestiere che reputo difficile e di responsabilità,

proprio perché per decreto porto

un’arma, ma bello e che mi prende per le meccaniche

che quotidianamente propone”.

Progetti futuri o imminenti?

“Appena uscita dalla casa, dopo aver sottoscritto

un accordo di immagine con ‘18 Alameda’,

prestigiosa società di tendenza nel

settore abbigliamento, sono tornata al teatro

con una commedia musicale. Siamo poi andati

in concorso a una rassegna internazionale di

cinema con un docufilm del quale ero la protagonista.

Da ottobre in programma una masterclass

dove sarò docente in tecniche di

improvvisazione e ben tre lavori teatrali da novembre

2025 ad aprile 2026. Poi una grande

sorpresa, un progetto tutto mio al quale tengo

in maniera importante… Voi lo sapete che io

canto vero? Perché oggi cantano tutti… aspettate

e vedrete!”.

In questo percorso abbiamo conosciuto una

Eleonora Cecere diversa da quella che conoscevamo

a “Non è la Rai”, in senso migliore

ovviamente. Il tuo carattere solare ha

portato una luce di onestà, coerenza e sei

riuscita a splendere portando i migliori apprezzamenti

dagli opinionisti, ai compagni

di gioco fino a tutto il pubblico. Hai percepito

tutto questo calore umano?

“Sì, quando sono in giro ho dimostrazione palese

di ciò che dici. Ma lo sapete come sono…

Sono una di quelle che ancora a un complimento

arrossisco. Sono sempre stata una persona

umile ma concreta. Facciamo un mestiere

fantastico e chi ancora non lo ha capito non

lo capirà mai più. Chi crede di mettere in mostra

altro, quello che non ha in sostanza, non

ha capito ancora come funziona questo mestiere.

Vedi il corpo, il fisico ti può tenere fino

a un certo punto… Poi ci vuole altro. Se lo hai

lo metti in mostra, se non lo hai sei destinato

a finire perché non si vive in eterno nell’effimero”.

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Vi aspettiamo con le novità

cinematografiche più attese


SPETTACOLO

VENEZIA: PREMIATI ANNA RITA SANTORO

E UBALDO SANTORO ALLA 82ª MOSTRA

Nello spazio Regione Veneto, la 82ª Mostra Internazionale

d’Arte Cinematografica ha reso omaggio a due protagonisti

della scena culturale: Anna Rita Santoro e Ubaldo Santoro,

artisti salentini adottati da Roma.

I riconoscimenti

hanno premiato

Ubaldo Santoro

per la sua doppia

veste di attore

e

doppiatore e

Anna Rita Santoro

come cineasta

e

giornalista. La

cerimonia, alla

presenza del

produttore Thomas

Toffoli, è

stata arricchita

da proiezioni e

anteprime: il cortometraggio

“Josè”, la commedia “Spaghetti al dente” e i film vincitori del

CVV Corti Vittorio Veneto Film Festival.

Hanno completato il programma i trailer di “Josè – La via

della speranza” e “Spaghetti al dente”, anticipazioni di nuove

uscite che confermano la vitalità del cinema italiano contemporaneo.

Con gli interventi di Alessia Toffoli e Thomas Toffoli,

la serata ha ribadito il ruolo di Venezia come crocevia internazionale

di talenti e linguaggi.

Un riconoscimento al talento

Durante la cerimonia, condotta con la presenza del produttore

cinematografico Thomas Toffoli (CVV), i riflettori si sono

accesi sui due artisti:

- Ubaldo Santoro è stato premiato per la sua intensità come

attore e per la raffinatezza del suo lavoro come doppiatore.

- Anna Rita Santoro ha ricevuto il riconoscimento come migliore

cineasta e giornalista, a testimonianza di una carriera

che intreccia ricerca, narrazione e sensibilità artistica.

Questi premi hanno suggellato il loro ruolo di autentici ambasciatori

culturali, capaci di rappresentare con passione e

impegno l’Italia sul palcoscenico del cinema contemporaneo.

Cinema e nuove visioni

La serata non è stata soltanto premiazioni, ma anche una

vetrina per progetti che guardano al futuro: la proiezione del

cortometraggio “Josè”, firmato da Thomas Toffoli; l’anteprima

della commedia “Spaghetti al dente”, diretta da Alessia Toffoli;

i film vincitori della 2ª Edizione del CVV Corti Vittorio Veneto

Film Festival 2025, proposti da Thomas Toffoli Production.

La serata ha confermato ancora una volta come la Mostra

del Cinema non sia soltanto un appuntamento internazionale,

ma anche un luogo in cui il talento italiano viene riconosciuto,

valorizzato e condiviso. Un tributo che rimarrà nella memoria

come una pagina significativa della carriera dei Santoro e, al

tempo stesso, un segnale di fiducia verso le nuove voci della

nostra cinematografia.

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SPETTACOLO

by Antonio Desiderio

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MARIA GRAZIA GAROFOLI

L’ANIMA ROMANTICA DELLA DANZA

Maria Grazia Garofoli si forma presso l’Accademia Nazionale della Danza, fino al conseguimento del diploma

e perfezionamento finale.

Lavora presso i più importanti teatri italiani e stranieri, anche se considera La Fenice di Venezia e l’Arena di

Verona le sue dimore artistiche, dove esordisce riscuotendo i primi successi accanto alle prestigiose personalità

del mondo dell’arte

Signora Garofoli, un piacere incontrarla. Ripercorriamo per i nostri lettori i suoi esordi nella danza...

“Penso sia molto difficile stabilire il momento o il periodo della mia vita in cui ho deciso che la danza fosse

il mio futuro, direi piuttosto che ho sempre avvertito che quella fosse la mia strada. Non è stato un sacrificio

ma un grande dono che la vita mi ha concesso”.

Quando ha capito la sua strada nel mondo della Danza?

“Ricordo le lunghe ore di prove, la bellezza di uscire dalla sala stanca ma con il piacere di aver dato un

senso alla mia vita e ad accogliermi e rinfrancarmi c’era sempre Venezia, con il suo immutabile abbraccio”.

Una carriera meravigliosa nei più grandi Teatri fino al titolo di Etoile al Teatro La Fenice di Venezia.

Cosa ricorda di quegli anni?

“Ricordo i miei amici e colleghi, ricordo il calore della mia casa e il prosecco che aiutava a superare i

momenti di crisi. L’emozione dell’andare in scena che scandiva la mia vita”.

Lei è una grande soprattutto nel repertorio cosiddetto "romantico" e tra i suoi cavalli di battaglia

c'è il ruolo di Giselle. Come si è avvicinata questo ruolo?

“Mi sono avvicinata ai ruoli romantici in maniera naturale perché appartenevano al mio essere e forse in

questo senso la mia fisicità mi aiutava. Amavo molto anche i ruoli intensi come Giulietta, Francesca da Rimini,

Carmen Nel caso di Giselle è stato il mio maestro Poliakovche mi ha condotto per mano fino ad una iden-


tificazione nel ruolo quasi totale”.

Lei è stata allieva del grande Maestro Polyakov,

troppo poco ricordato. Ci racconti di lui e di

quanto abbia influito nella sua carriera...

“Per me Poliakov, è stato un maestro, un amico, un

pigmalione.

Appartiene ad un periodo indimenticabile della mia

vita, forse quegli anni vissuti a Venezia, già naturalmente

teatro di rara bellezza, sono tra i più belli della

mia vita”.

Lei ha danzato con i più grandi ballerini e tra

questi il mitico Rudolph Nureyev. Cosa ricorda di

quella esperienza?

“A dire il vero è stata un’esperienza molto interessante,

danzare accanto ad un mostro sacro e costare

che avesse gli stessi dubbi le stesse paure lo ha reso

hai miei occhi più vicino, più compagno in questo

lungo viaggio alla ricerca della perfezione che purtroppo

non si raggiunge mai ma sembra sempre di

sfiorarla con la punta delle dita”.

Poi l'arrivo alla Fondazione Arena di Verona di

cui è stata Direttore del Ballo per oltre 13 anni...

“Essere direttore per molti anni della Fondazione

Arena è stato poter danzare ancora attraverso i miei

ballerini, la gioia assoluta di sentirli partecipi a questo

grande gioco che la danza sa tessere dentro di noi.

Certamente c’erano anche le asperità che un ruolo di

comando genera ma le ho sempre vissute più da collega

che da capo se mi si permette questa espressione

e forse ha funzionato”.

Questo inverno sarà in scena la sua versione del

celebre balletto "Lo Schiaccianoci" in quattro differenti

teatri. Si sta già preparando a questo progetto?

“Assolutamente sì! Per un titolo di repertorio ci si prepara

tempo prima e a breve comincerò le prove con

la Romae Capitale Ballet con la quale collaboro da

anni. Verrà rappresentato al Teatro di Pagani, al

Manzoni di Roma e al Goldoni di Livorno. Sarà una

versione nuova in cui farò vivere la magia della notte

di Natale agli spettatori”.

Cosa si augura per la Danza del domani?

“Che la danza, così ingiustamente emarginata, rioccupi

il posto che le aspetta di diritto nel mondo dell’arte:

la danza non è solo divertimento, la danza è cultura”.

Cosa è per lei la Danza?

“La danza per me è un modo per vivere meglio e un

rifugio e il mio respiro e l ‘amica e l’amante che non

mi ha mai tradito. Non riesco a leggere la mia vita

senza di lei, è un senso di appartenenza che non si

esprime con le parole ma si vive solo con i sentimenti.

Forse è troppo, non lo so, ma non si deve dire la verità

nelle interviste?”.

In collaborazione con:

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STORIE DI RADIO

by Silvia Giansanti

ANTONIO DE ROBERTIS

IL SOGNO RADIOFONICO DIVENTATO REALTÀ

La radio era il suo pallino sin da giovanissimo e grazie alla sua determinazione e bravura è riuscito

a ritagliarsi un ruolo importante - e apprezzato - nell’etere italiano

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Il nostro viaggio prettamente radiofonico continua

senza soste, andando a rievocare passati

gloriosi, attraverso personaggi che hanno

fatto la storia del mezzo di comunicazione più

affascinante che esista. Molti come Antonio De

Robertis, hanno iniziato il loro percorso di

successo proprio dalla radio. Lui, al contrario

della maggior parte dei grandi nomi intervistati,

aveva già da giovanissimo il pallino di

lavorarci. E' approdato tramite un concorso

della Rai in un'epoca lontana dai giorni nostri,

dove se sbagliavi un accento, eri massacrato...

Il bello di Antonio è che ha conservato intatto

il suo timbro vocale e ha ancora lo stesso

spirito di allora nello svolgere mansioni nel

campo artistico. La nostra memoria non può

che andare ai tempi di “Supersonic” o del

“Calderone”. Autore e conduttore, negli anni

ha potuto sviluppare capacità notevoli.

Antonio, come avvenne l'aggancio con il

mezzo radiofonico?

“Partecipai ad una serie di selezioni e fui ammesso

con altri 36 candidati al corso di formazione

Rai. Ricordo otto ore di aula al

giorno per tre mesi e mezzo a Firenze nel

centro di formazione appunto C'era tutto

quello che serviva; lingue, fonetica, dizione,

improvvisazione ecc. Dopo alcuni provini, avvenne

una scrematura e rimanemmo in 17. Fui

ammesso al corso con il punteggio più alto,

arrivando così secondo, dopo Alberto Lori. Dopodiché fummo assunti”.

Ci sai dire con precisione la data esatta in cui andasti in onda per la prima volta?

“21 gennaio del 1969”.

I ricordi che custodisci nel cuore degli inizi.

“Ce ne sono tantissimi, è una parola”.

Qualcosa di saliente?

“Ricordo l'approccio con i colleghi più anziani che mi aiutarono molto. Un conto è fare un corso

e l'altro è andare in onda in diretta, ai tempi del monopolio. Ebbi un impatto fantastico con un

mondo affascinante che sognavo fin dai tempi della scuola. A casa ascoltavo la radio e ne conoscevo

le voci, i nomi e i programmi, insomma ero proprio appassionato, per non dire un malato

di radio. A pensare che risposi per caso ad un annuncio anonimo dove cercavano voci microfo-


niche e siccome facevo teatro, provai e infatti

mi arrivò in breve tempo una lettera della Rai.

Ho avuto la fortuna di svolgere il lavoro che

desideravo da piccolo, ancor di più formato da

quella che era la seconda azienda culturale

d'Europa, dopo la BBC”.

Oltre a condurre programmi, quanti ne hai

firmati?

“Ben 23.

Cosa provi nel riascoltare la tua voce di

quei tempi?

“Mi fa piacere, anche perché non è cambiata

molto. Non provo particolare nostalgia”.

La radio ha fatto da apripista a nuove esperienze.

“Sì, arrivò anche la tv sempre in Rai con delle

soddisfazioni”.

Fino a quando hai fatto radio?

“Ho compiuto vent'anni di radio e al ventesimo

anno preferii cambiare direzione. Ricordo che

nel 2000 Paolo De Andreis mi chiamò a lavorare

al varietà come autore, per poi approdare

a 'Uno Mattina', facendo l'autore tv

dal 2005 fino al 2015”.

Sei in pensione attualmente?

“Sono un pensionato iperattivo, prestandomi

nel mondo dello spettacolo Ho addirittura

sviluppato competenze nella sceneggiatura

e nel montaggio. Sto scrivendo un libro

sulla storia della radio e ho appena terminato

di scrivere un saggio. Oltre alla scrittura,

faccio il social media manager per un

paio di persone. Sono anche consulente per la

comunicazione per una società cha ha un sito

web che realizza progetti in ambito farmaceutico

sanitario”.

Sei ancora un ascoltatore della radio?

“Sì, per un motivo in particolare perché mia figlia

Cecilia è programmista regista su Radio

Due. Anche lei è cresciuta con il culto della

radio. Ha iniziato a lavorare sotto il direttore

Sergio Valzania nel programma 'Il Cammello di

Radio Due' come assistente. Comunque penso

che la radio di oggi valga un decimo della radio

di una volta. Basta prendere un Radiocorriere

tv degli anni '80 e costatare l'offerta di programmi

rispetto a quelli di oggi. Noi parlavamo

agli ascoltatori, senza vivere del loro contributo

in maniera sistematica come si fa oggi. Inoltre

la visual, secondo me, ha rovinato la magia

della radio, composta da voci e immaginazione”.

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COSE BELLE

by Mariagrazia Cucchi

IL DEBUTTO DI AMIRA

UN VIAGGIO MUSICALE CHE PROFUMA

DI TERRE LONTANE

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Cantautrice di origini tunisine

ma ormai milanese

per scelta, Amira esordisce

con un brano scritto in italiano

con inserti in arabo,

una musica ballabile

dance, solare e orecchiabile,

che gioca con una

melodia orientaleggiante,

nel quale parla di lei, del

suo presente, senza tradire

le proprie radici. Del resto,

la giovane artista è anche

una viaggiatrice curiosa: da

sempre ama scoprire il

mondo e le sue sfumature

che per lei rappresentano

ricchezza e possibilità di

confronto. Durante il suo

percorso, la sua sete di

conoscenza l’ha portata ad

approfondire attraverso gli

studi ciò che la circonda

senza pregiudizi o timori:

Milano è diventata la sua

città, dove frequenta l’Accademia

del Teatro e

quella Cinematografica,

scoprendo attraverso la recitazione

alcune “pieghe”

della sua anima ancora

nascoste e inesplorate. Da

qui sono nate le poesie e

le prime canzoni, in cui si

mescolano le sue origini

con le esperienze di vita,

in lingua araba, francese e

italiana. Ha da poco debuttato

su tutte le piattaforme

digitali e in radio il

suo Vieni con Me, singolo

arrangiato e missato da

Roberto Gramegna, di cui

racconta i retroscena:


#CoseBelle

“Dopo un periodo difficile, ho iniziato

a scrivere un diario, una forma

di auto-cura che mi ha aiutata a ragionare,

a comprendere quello che

stavo vivendo e, soprattutto, a conoscermi

a fondo. Dopo tre anni di

pagine fitte, le parole sono diventate

poesie. Questo processo di autoanalisi

mi ha aiutata molto e mi ha

aiutata a ridisegnare la mia rotta

con consapevolezza. La recitazione,

per me, è stata un passaggio fondamentale,

che mi ha aiutata molto

a comprendermi, ad accettarmi”.

Il brano è dunque una pagina di

vita, un racconto intimo ma universale,

un ideale crossover tra Tunisia

e Italia, e ci invita ad esplorare

quello che abbiamo dentro, perché

è lì che si trova ciò di cui abbiamo

veramente bisogno.

“Scrivere mi ha aiutata a scandagliare

una parte di me ancora inesplorata,

una necessità a cui non ho

potuto oppormi in un periodo davvero

complicato. Inizialmente l’ho

scritta solo in italiano, ma sentivo

che mancava qualcosa e, poiché mi

fido delle mie sensazioni, l’ho messa

in un cassetto e l’ho lasciata lì. Ho

cominciato a scrivere in arabo qualche pezzo, poi in arabo

e francese. Un giorno, grazie a queste sperimentazioni, ho

capito che quello che mancava era un testo in arabo, che

è parte di me. Scritte, finalmente, le parole, la melodia è arrivata

in modo naturale; questa per assurdo è leggera, ballabile,

quasi a voler alleggerire il testo, regalando al brano

una chance in più, un’orecchiabilità necessaria”.

Troppo spesso ci sbilanciamo rincorrendo qualcosa o qualcuno,

dimenticandoci. Perdiamo così l’equilibrio, prima di capire

che abbiamo tante risorse. I giorni bui, quelli in cui

rimaniamo soli con noi stessi, possono essere l’occasione

per scoprire quanto di bello c’è ancora: Amira e la sua musica,

che profuma di terre lontane e allo stesso tempo vicine,

ce lo vuole ricordare. Il video ripercorre le tappe di

questa narrazione, con immagini senza filtri o finzioni, che

la raccontano con le sue radici tunisine, i nuovi innesti e le

nuove fioriture in un percorso artistico che di sicuro saprà

sorprendere. “Nell’introspezione, ho trovato una strada per

stare bene – conclude – quindi voglio percorrere questo

nuovo sentiero e vedere dove mi porterà”.

Come dice Amira, ognuno di noi ha il suo “secret garden”,

un luogo segreto e magico, in cui recuperare le forze, ritrovare

armonia con la propria anima e dedicarsi del tempo.

Quel tempo che rincorriamo e che, per una volta, è solo

per noi.

55


MUSICA

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hub di nuova generazione ed esperto in. Con lui comprendiamo più da vicino il fenomeno dell’intelligenza

artificiale e come questa sia in grado di supportare il processo di creatività delle imprese, senza dimenticare mai che

l'IA è un acceleratore dell'intelligenza umana a sostegno del futuro e l'innovazione

IA che sta rivoluzionando le nostre vite divide l'opinione pubblica, soprattutto per quanto riguarda la parte

emozionale. Ad ogni modo da esperto del settore quali sono le potenzialità dell'Ia applicata sia nella vita

quotidiana delle persone che nelle imprese?

“La polarizzazione dell'opinione pubblica è comprensibile: ogni tecnologia trasformativa nella storia ha generato sia

entusiasmo che preoccupazione. La chiave sta nella consapevolezza e nell'educazione all'uso di questi strumenti. Le

potenzialità sono immense e tangibili. Si parla già di 1 person billion company entro il 2030 di un passaggio da circa

100.000€ per dipendente a 1 milione di euro per dipendente per le agenzie nei prossimi anni. Un trend emergente

è quello dei team più piccoli ma estremamente efficaci: le startup stanno riducendo le dimensioni dei team proprio

perché queste tecnologie agiscono come "superpoteri digitali", permettendo di performare 10-20 volte meglio e scalare

processi che prima richiedevano strutture molto più complesse. Nelle imprese, l'IA sta creando nuovi modelli di

business: non si tratta solo di ottimizzare l'esistente, ma di immaginare modalità completamente nuove di creare e

distribuire valore. La personalizzazione di massa diventa finalmente accessibile, e la capacità di analizzare e interpretare

enormi quantità di dati permette decisioni strategiche molto più informate. La vera sfida sarà bilanciare l'efficienza

che l'IA porta con la necessità di mantenere al centro l'elemento umano, con la sua creatività e sensibilità uniche”.

IA è in grado di supportare il processo di creatività aziendale e in un certo senso anche ad ottimizzare i

costi e i tempi di produzione di un progetto?

“Assolutamente sì. Stiamo vedendo risultati straordinari nella nostra area di produzione, con riduzioni significative nei

tempi e nei costi che sembravano impensabili fino a poco tempo fa. Ci sono già case history impressionanti nel

settore: Mondelēz, ad esempio, ha ridotto i tempi di produzione di alcuni contenuti del 99%, ottenendo contemporaneamente

un maggiore engagement. Nella nostra nicchia, l'IA rappresenta un game-changer assoluto perché permette

di essere contemporaneamente più efficaci ed efficienti. Possiamo testare rapidamente diverse varianti creative, personalizzare

i contenuti per specifici segmenti di pubblico e modificare strategie in tempo reale basandoci sui dati di

performance. Ciò che è fondamentale sottolineare è che alla base di tutto rimane la creatività umana. Anzi, il fatto

che queste tecnologie siano accessibili a persone con formazione non tecnica rappresenta un enorme vantaggio. Non

sono gli ingegneri a dover utilizzare questi strumenti, ma soprattutto i creativi, gli editor e chi ha una visione artistica


del prodotto finale. L'IA si occupa degli aspetti più tecnici

e ripetitivi, liberando tempo e risorse mentali per la vera

innovazione creativa. In questo senso, non sostituisce la

creatività umana ma la amplifica, permettendo di esplorare

possibilità che prima erano inaccessibili per vincoli

di tempo, budget o competenze tecniche. Guardando al

futuro, prevediamo

che questi strumenti

diventeranno

sempre più intuitivi

e integrati nei flussi

di lavoro creativi, al

punto da diventare

invisibili ma essenziali,

proprio come

è successo con

software di editing

grafico o video che

oggi diamo per

scontati”.

In tutto questo

non dobbiamo dimenticarci

che IA

deve essere vista

come un acceleratore

dell'intelligenza

umana a

sostegno del futuro

e delle idee

innovative. Come generare valore attraverso IA?

“L'IA deve essere vista come un enabler, un potenziatore

dell'intelligenza umana, non come un sostituto. La sua

vera forza emerge quando lavora in simbiosi con la creatività

e la visione umana. In 2WATCH crediamo fermamente

che il valore non risieda nella tecnologia fine a se

stessa, ma nella combinazione virtuosa tra tecnologia e

dati. Abbiamo strutturato l'integrazione delle tecnologie IA

a 360 gradi all'interno della nostra azienda, sviluppando

configuratori personalizzati che permettono a ogni reparto

di accedere e utilizzare queste potenzialità. Il nostro approccio

è pragmatico: non si tratta di implementare l'IA

per seguire una moda, ma di identificare specifici punti

dove può generare valore tangibile. Abbiamo creato

agenti specializzati per ottimizzare i flussi di lavoro in

tutti i dipartimenti, dall'ideazione creativa alla produzione,

dal marketing alla finanza. Ciò che abbiamo scoperto è

che il valore più profondo emerge quando l'IA viene utilizzata

non solo dai tecnici, ma soprattutto da chi ha

una visione creativa e strategica del business. I nostri

content creator, designer e strategist diventano esponenzialmente

più efficaci quando hanno accesso a questi

strumenti. La direzione è chiara: stiamo costruendo

un'azienda dove la tecnologia amplifica le capacità

umane, permettendo ai nostri team di concentrarsi sulla

visione strategica mentre l'IA gestisce gli aspetti più tecnici

e ripetitivi del processo creativo”.

2WATCH del quale è founder è un entertainment

hub innovativo di nuova generazione a 360°, il risultato

di un percorso di crescita costante che ha

visto la start up espandere la sua influenza non solo

nel gaming dal quale tutto è partito ma anche in

altri settori chiave come l'educazione, il comedy e

lo sport, solo per citarne alcuni. Cosa aspettarci per

il prossimo futuro?

“2WATCH sta evolvendo per diventare una vera e propria

media company di nuova generazione, dove la tecnologia

funge da enabler e acceleratore per la creazione e la

scalabilità di diverse verticali editoriali. La nostra visione

è quella di un entertainment hub che ridefinisce il concetto

stesso di casa editrice attraverso l'integrazione profonda

di tecnologie avanzate in ogni fase del processo

creativo. Nel prossimo

futuro entreremo

in tutte le

verticali editoriali

che riteniamo interessanti

e profittevoli.

Abbiamo già

diversificato con

successo in verticali

come comedy

con Ugolize, entertainment

con Vico

Alleria e sport con

Playhers, dimostrando

la scalabilità

del nostro

modello. Un

aspetto particolarmente

innovativo

del nostro approccio

è lo sviluppo di

esperienze phygital,

che fondono il

mondo fisico con quello digitale. Stiamo creando interazioni

con personaggi digitali alimentati dall'IA, simili al

progetto Alias, che possono dialogare e interagire con il

pubblico in contesti sia fisici che digitali. Questo sta

aprendo possibilità completamente nuove per eventi dal

vivo, retail experiences e attivazioni di marketing. La CGI

(Computer Generated Imagery) gioca un ruolo fondamentale

nella nostra strategia, permettendoci di creare contenuti

visivamente spettacolari in particolare per i social

media. Potenziata dall'IA, la CGI ci permette di produrre

in tempi ridotti visual storytelling di altissima qualità che

prima richiedevano settimane di lavoro e budget considerevoli.

Stiamo anche investendo significativamente nell'AR

marketing, sviluppando esperienze in realtà

aumentata che trasformano il modo in cui i brand interagiscono

con i loro pubblici. Stiamo esplorando con

grande interesse il mondo Kids, un settore dove le tecnologie

IA possono rivoluzionare la produzione di contenuti

animati e interattivi, sempre con un'attenzione

particolare alla qualità educativa e all'etica. Stiamo inoltre

valutando un'espansione più decisa nel mondo dello

sport, in particolare nel calcio, nel food, nell'educational

branding e persino nel settore news. La nostra strategia

è replicare il successo di format come Vico Alleria in

nuovi ambiti e geografie, creando un ecosistema di community

interconnesse che generano valore reciproco. In

questo processo, la tecnologia non è semplicemente uno

strumento, ma un elemento trasformativo che ci permette

di immaginare formati, esperienze e modelli di business

completamente nuovi. La vera sfida non è solo creare

contenuti, ma costruire vere e proprie piattaforme di engagement

che connettono brand e audience attraverso

esperienze autentiche e coinvolgenti. In questo, la capacità

di integrare in modo fluido il mondo digitale con

esperienze fisiche rappresenta uno dei nostri principali

vantaggi competitivi”.

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VIAGGI

by Igor Righetti - @righettigor

SULLE ONDE

DELLA STORIA

UNA CROCIERA DI NOVE

GIORNI CON MSC FANTASIA

PER ATTRAVERSARE SECOLI

DI CULTURE,

IMPERI E DIVINITÀ

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Il terminal crociere del porto di Bari è adiacente al centro storico e permette di arrivarci in pochi minuti. Bari vecchia

è un labirinto di viuzze strette, un intreccio di vicoli intrisi di odori, suoni e tradizioni secolari. Da vedere la basilica

di San Nicola (custode delle reliquie del santo più venerato al mondo), la cattedrale di San Sabino, l’imponente

castello Svevo e il lungomare più lungo d’Italia. Piazza Mercantile è il cuore pulsante di Bari vecchia. Qui si possono

ammirare il Palazzo del Sedile, antica sede degli scambi commerciali, la Colonna della Giustizia, la fontana della

Pigna - detta anche Fontana delle quattro facce, risalente al 1600 - e la casa del famoso compositore Niccolò

Piccinni. Piazza Ferrarese, invece, si trova all’ingresso della città vecchia, è il punto di partenza ideale verso la Muraglia

che circonda il perimetro del centro storico. Qui si trova uno scavo archeologico che ha portato alla luce una parte

dell’antica via Traiana che in epoca romana collegava Benevento a Brindisi. Ci si imbarca su Msc Fantasia verso Trieste.

Trieste, crocevia di imperi e identità

Dopo una notte di navigazione, al mattino ci si sveglia proprio davanti alla celeberrima piazza Unità d’Italia, dove attracca

la nave. Con Msc si possono scegliere anche escursioni a Venezia o a Lubiana, capitale dello Slovenia.

Piazza Unità d’Italia è maestosa e teatrale. Tra i palazzi storici ci sono il Municipio e il Palazzo del Governo, alcuni

di chiara influenza austroungarica. Il 18 settembre 1938, Benito Mussolini dal Palazzo del Governo annunciò le Leggi

razziali. La Fontana dei quattro continenti fu creata tra il 1751 e il 1754 dallo scultore bergamasco Giovanni Battista

Mazzoleni con il desiderio di rappresentare la fortuna di Trieste per essere diventata porto franco e godere quindi

della politica liberale di Carlo VI e di Maria Teresa d’Austria. A destra della piazza si trova il Molo Audace, una passerella

che si estende sul mare per 246 metri. Percorrendolo si ha la sensazione di essere sospesi sul mare aperto.

Prende il nome dal cacciatorpediniere “Audace”, la prima nave della Marina italiana che entrò nel porto di Trieste il

3 novembre 1918, segnando l’annessione della città all’Italia dopo la Prima Guerra Mondiale. Canal Grande, invece,

attraversa il centro storico in un pittoresco viale acquatico sormontato dalla chiesa neoclassica di Sant’Antonio Nuovo.

Nasce dalla trasformazione del Borgo Teresiano, un tempo occupato da saline, oggi un’oasi urbana.

Incastonate tra i palazzi del centro storico si trovano le rovine del Teatro romano le cui gradinate in pietra affiorano

all’improvviso. È stato portato alla luce negli anni Trenta del secolo scorso, eliminando le case di epoca medievale

che erano sorte sfruttando le sue murature. Restaurato e parzialmente ricostruito, mostra la cavea (gradinata per gli

spettatori) che si appoggia al pendio del colle di S. Giusto, l’orchestra ai suoi piedi e parte del palcoscenico con

quinte decorate da nicchie. Con la sua ampiezza di poco meno di 65 metri fu in grado di accogliere una massa di

spettatori valutabile in 3500 persone e, in base a studi recenti, può essere fatto risalire per la sua fase costruttiva

alla prima metà del I secolo d.C., con interventi riferibili anche al regno di Nerone.

Da non perdere la cattedrale di San Giusto, sormontata da un imponente rosone gotico in pietra bianca. Il Castello

di San Giusto si trova vicino alla chiesa. A Trieste non manca neppure il museo della Bora, interamente dedicato al

vento che soffia sulla città con forza incredibile.

A pochi chilometri dal centro, il fiabesco Castello di Miramare offre una vista spettacolare sul Golfo di Trieste. Fu la


residenza dell’arciduca Ferdinando Massimiliano

d’Asburgo e conserva ancora

gli arredi originali.

Grecia: Katakolon da cui si raggiunge

Olimpia, luogo di nascita dei Giochi olimpici

Si torna a bordo della Msc Fantasia e,

dopo un giorno di navigazione, si arriva

in Grecia e si attracca nel porto turistico

di Katakolon da cui si può facilmente

raggiungere il sito archeologico di Olimpia,

luogo di nascita dei Giochi olimpici.

La competizione atletica era prima di

tutto una celebrazione religiosa in onore

degli dei, con tanto di cerimonie e sacrifici

prima di ogni gara. Pertanto, ogni

possibile imbroglio non era tollerato e la

lealtà era un requisito fondamentale.

Olimpia non è soltanto la casa delle

Olimpiadi, ma una zona archeologica

che ospita tracce di insediamento umano risalenti al periodo Neolitico.

La superficie maggiore è occupata proprio dallo stadio, una struttura importante che ai tempi poteva ospitare oltre

40 mila spettatori. Tra gli altri edifici di interesse del sito archeologico di Olimpia ci sono il Leonidaion (alloggio per

gli atleti), il ginnasio e la palestra, la residenza dei sacerdoti, il tempio e l’altare di Zeus. Interessanti sono anche il

bouleuterion, che ospitava la sala del consiglio e l’altare dei giuramenti, ovvero il luogo in cui gli atleti promettevano

di seguire le leggi promulgate dal senato olimpico. Da non perdere anche il Tempio di Era, una costruzione in stile

dorico risalente al 600 a.C. circa. Durante il Medioevo, Olimpia cadde in un profondo oblio.

Atene, la città degli dei

Dopo una notte in navigazione, il risveglio

avviene al Pireo, il porto che apre

le porte di Atene. Caotica, contraddittoria,

ma affascinante: la capitale greca è

una stratificazione di millenni che prende

forma tra colonne spezzate, templi scolpiti

nel marmo e mercati brulicanti di

voci.

L’Acropoli domina tutto, sospesa tra

cielo e pietra, con il Partenone che ancora

racconta la gloria della dea Atena,

patrona della città. Ai suoi piedi, il

Museo dell’Acropoli custodisce i segreti

millenari della città. Poco distante,

l’Agorà antica – cuore amministrativo e

filosofico dell’Atene classica – sussurra

ancora le parole di Socrate e Pericle. Da

vedere anche il Tempio di Zeus Olimpio,

conosciuto anche come l’Olympieion,

uno dei più grandi templi dell’antica Grecia;

piazza Syntagma, davanti al Parlamento,

il centro politico della capitale, nota soprattutto per il suggestivo cambio della guardia che si svolge ogni ora

davanti al monumento al Milite ignoto; la Plaka, il quartiere più antico e pittoresco di Atene, situato ai piedi dell’Acropoli;

Monastiraki, uno dei quartieri più vivaci e affascinanti famoso per il mercato all’aperto e per l’atmosfera eclettica; lo

Stadio Panatenaico, anche noto come Kallimarmaro, uno dei simboli più importanti della storia sportiva mondiale. Costruito

interamente in marmo bianco, fu originariamente eretto nel IV secolo a.C. per ospitare i Giochi Panatenaici,

celebrazioni religiose e atletiche in onore della dea Atena. Nel 1896, lo Stadio Panatenaico fu ristrutturato per ospitare

la prima edizione dei Giochi Olimpici moderni: questo lo ha reso l’unico stadio al mondo a essere stato sede di

questi giochi sia nell’antichità sia nell’era moderna. Può ospitare circa 80 mila spettatori.

Turchia: Kusadasi, porta d’ingresso per l’antica città di Efeso

Msc Fantasia approda poi in Turchia, a Kusadasi, porta d’ingresso principale per l’antica città di Efeso, uno dei siti

archeologici meglio conservati al mondo. È una delle località storiche e paesaggistiche più importanti della Turchia,

con luoghi storici tutti da esplorare, spiagge paradisiache e scorci di modernità. Kusadasi, in italiano nota anche

come Scala Nova o Scalanova, in turco significa “Isola degli uccelli”. Ha una lunga storia da raccontare che si fonde

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VIAGGI

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tra greci, romani, bizantini, veneziani, genovesi e ottomani che qui si stabilirono. Da vedere il castello sulla pittoresca

“Isola dei piccioni”, collegata alla terraferma da una lunga strada panoramica rialzata. La fortezza sull’isola venne costruita

dai veneziani nel XVI secolo. Una delle escursioni prevede la visita a Efeso, dove si trova uno dei siti archeologici

più grandi e meglio conservati dell’antichità, risalente al X secolo a.C. e oggi patrimonio Unesco. Efeso era nota in

passato per essere il più grande centro commerciale dell’Asia Minore e anello di congiunzione tra Oriente e Occidente.

Un museo a cielo aperto tra rovine millenarie perfettamente conservate come il Teatro antico o la fastosa Biblioteca

di Celso con i suoi marmi decorati. Degno di nota anche il Tempio di Adriano.

Istanbul, dove l’Europa sussurra all’Asia

Il risveglio seguente ci porta a Istanbul, città sospesa tra due continenti,

dove ogni pietra sembra raccontare un segreto millenario. Fino a qualche

anno fa, la città era una metà dai prezzi accessibili, ma oggi è diventata

piuttosto cara, soprattutto per i turisti. Basti pensare che soltanto per salire

sulla Torre di Galata occorrono 30 euro. Prima tappa: Santa Sofia, capolavoro

bizantino trasformato in moschea, emblema di fede e architettura.

A pochi passi, la Moschea Blu, così chiamata per le oltre 20 mila piastrelle

azzurre che illuminano l’interno, lascia senza fiato. La vista si apre poi

sulla Torre di Galata, un tempo prigione, costruita in stile romanico come

“Torre di Cristo” nel 1348 dalla Repubblica di Genova, da cui i suoi 67

metri offrono un panorama impareggiabile sul Corno d’Oro, estuario simbolo

della divisione e al contempo dell’unione tra Europa e Asia.

Tra le meraviglie sotterranee, la suggestiva Cisterna di Şerefiye, antichissima

riserva idrica della città, conosciuta anche come Cisterna di Teodosio, l’imperatore

romano che la fece costruire tra il 428 e il 443: sorprende per

le sue 32 colonne corinzie alte circa 9 metri. Poco distante dalla Cisterna

c’è una dimora di 700 mila metri quadrati: è Palazzo Topkapı, costruito

nel 1465 da Maometto II, il settimo sultano dell’impero ottomano, residenza

ottomana fino al 1853. Quattro cortili, harem e tesori imperiali raccontano

il cuore del potere turco. E ancora: il vivace Gran Bazar, il più conosciuto

mercato coperto del mondo, famoso per le spezie, con tantissimi negozi

e stand di prodotti artigianali turchi. Imperdibile un giro a bordo delle imbarcazioni che percorrono ogni giorno il

tratto di mare del Bosforo e del Corno D’Oro. Non manca un tuffo nella modernità: piazza Taksim pulsa energia,

dove i tram rossi degli anni Cinquanta scorrono lungo Istiklal Caddesi, elegante viale dello shopping e del divertimento.

Tra meraviglie antiche e vitalità urbana, Istanbul si rivela città magica: un luogo dove ogni sguardo, suono e scorcio

è un ponte tra mondi lontani.


Corfù, l’isola che

accolse Ulisse

L’ultima tappa è l’incantevole

Corfù,

l’isola che, si narra,

accolse Ulisse prima

dell’agognato ritorno

all’amata Itaca, la più

vivace delle vicine

Isole Ionie.

Un gioiello affacciato

su acque turchesi e

insenature cristalline,

già eletto patrimonio

Unesco nel 2007 grazie

al suo straordinario

centro storico

fortificato, capace di

conservare integri vicoli,

chiese e palazzi

con influenze veneziane

e inglesi. Viuzze

lastricate piene di colori

e atmosfere che rimandano all’Italia. Il quartiere principale

e caratteristico si chiama Campiello. Tra gli edifici

da visitare c’è il palazzo di San Michele e San Giorgio,

emblema neoclassico oggi sede del museo dell’Arte asiatica.

Dai bastioni della Fortezza vecchia, invece, su un

promontorio a strapiombo sul mare, si può ammirare una

cittadella fortificata. La Fortezza nuova rimanda a Venezia

e ha un leone di San Marco sulla porta di ingresso. Il

quartiere Filellinon è noto per ospitare il più antico edificio

dell'isola, risalente al 1497. Si dice che il balcone

sia identico a quello di Giulietta e Romeo. Da vedere

anche la Spianada, una grande area, completamente priva

di edifici, piena di verde, che divide la città dalla vecchia

fortezza. Qui si svolgono sia eventi religiosi sia culturali

o mondani. Una delle località più famose nei dintorni

della città di Corfù (una ventina di chilometri) per le

acque cristalline e la sua baia a forma di trifoglio è Paleokastritsa.

Con la fotografa Carla Pagliai (@supercarlarock)

e l’influencer Lorenzo Castelluccio

(@lorenzo.castelluccio) di “Loro Comunicazione” abbiamo

dato forma e voce a ogni emozione vissuta. Tra scatti,

riprese e attimi rubati al tempo abbiamo raccontato un

Mediterraneo che respira storia, luce e mito. Un viaggio

che non è soltanto memoria, ma un’esperienza condivisa.

Nove giorni sospesi tra le onde e i secoli, in un viaggio

che è molto più di una crociera: è un tuffo nel cuore del

Mediterraneo, tra storie scolpite nella pietra, miti che sussurrano

ancora tra le rovine, profumi di tradizioni antiche

e città che portano addosso le tracce di imperi, dei e civiltà.

Si attraversa il tempo a bordo di un sogno che profuma

di sale e memoria. E, mentre tornerete verso casa,

vi renderete conto che qualcosa di voi è rimasto là fuori,

su una scogliera greca, tra i mosaici turchi, tra le colonne

del Partenone o nei riflessi d’ambra del tramonto su

Corfù. Perché viaggiare nel Mediterraneo non è soltanto

vedere: è ricordare, sentire, appartenere.

Foto di Carla Pagliai (@supercarlarock) e dell’influencer

Lorenzo Castelluccio (@lorenzo.castelluccio) per

“Loro Comunicazione”

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