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Lunigiana Monumentale 2022 - versione digitale completa

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FREE PRESS

LUNIGIANA

MONUMENTALE

LA SPEZIA

& GOLFO DEI POETI

VAL DI MAGRA

CINQUE TERRE

& RIVIERA

VAL DI VARA

MASSA-CARRARAARA

& APUANIA

Al cospetto dei

testimoni del tempo

MAPPA

all’interno

Edizioni

italiapervoimagazine.it

magazine


da Oscar

Porto Mirabello - Viale Italia snc

La Spezia (SP)

Ristorante +39 0187 779188

Piscina +39 366 1242333

akuadaoscar@gmail.com

www.akuadaoscar.it

Il locale è situato all’interno dell’incantevole

Porto Mirabello, dove gli

ospiti potranno godere di una splendida

vista mare ad un passo dal centro città.

Al ristorante Akua proponiamo una cucina

semplice e tradizionale, caratterizzata

da piatti che mirano ad esaltare l’eccellenza

delle materie prime impiegate.

Potrete gustare momenti indimenticabili in

e godere di un’importante cantina che

vanta oltre 180 etichette

tra bollicine, bianchi e rossi,

italiani e francesi.

The restaurant is located

inside the enchanting

Porto Mirabello,

where the guests will enjoy

the beautiful sea view just a stroll away

from the city centre. We propose a simple

and traditional cuisine, with delicious dishes

which exalt the excellent ingredients.

You will spend unforgettable moments

our important wine selection of over

180 different labels of sparkling, white

and red, Italian and French wines.


Accesso alla piscina da giugno

a settembre con noleggio

lettini e teli mare e light lunch

al bar incluso.

Il bar propone

colazioni,

e pranzi veloci.

Access to the

swimming

pool from June

to September provides

sun loungers

and beach towels

rental and light

lunch at the bar

included.

The bar offers

breakfasts and

quick lunches.


B RANDS

che ci

hanno

SCELTO

La Spezia

Lerici

Sarzana

Portovenere

Ameglia

Mulazzo

Pontremoli

Villafranca

in Lunigiana


Bagnone

Riomaggiore

Aulla

Monterosso

al Mare

Varese

Ligure

Levanto

Brugnato

Moneglia

vai al

REDAZIONALE


EDITORIALE

Gino Giorgetti

Direttore Editoriale

I nostri servizi

Il nostro sito

Canali social

Italia Per Voi

Come già delineato lo scorso anno con “Orma di Dante

non si cancella”, anche questa nuova pubblicazione di Italia

per Voi vuole andare “oltre”strativi

di province e regioni per illustrare le caratteristiche

peculiari di un territorio unico, la Lunigiana Storica, la cui

identità ha saputo attraversare i secoli e i millenni.

Qui, a partire dall’epopea dei Liguri-apuani, padroni indi-

Roma, si arriva

ai giorni nostri passando attraverso quella ricostituzione

della società cristiana post-barbarica che, in forza delle

successive, alterne vicende tra Vescovi di Luni e i Malaspina,

ha portato al soggiorno fatale di Dante, il quale,

nel dare i natali linguistici ad una Italia che si faceva culla

di una nuova Europa, trasse ispirazioni cruciali lasciando

un’orma indelebile.

È questa la prospettiva attraverso la quale Italia per Voi

propone la Lunigiana Storica al turista, si tratti di un visitatore

di prossimità o internazionale, di un ospite occasionale

oppure di un cercatore seriale di emozioni culturali,

naturalistiche o enogastronomiche. E questo anche perché

la Lunigiana, in ogni mese dell’anno, con la sua Riviera e le

sue valli, con i suoi borghi a strapiombo sul mare o sulle

sommità dei colli, con i suoi castelli e poi con i , le

varietà dei boschi e i monti che la circondano a due passi

sibilità

di soggiorno.

La Lunigiana Storica è un territorio limitato ma completo,

che rappresenta la sintesi perfetta della condizione

ambientale a cui aspirano gli abitanti della grande e

della piccola città.

Ecco, dunque, spiegato il nostro sforzo editoriale, da sempre

teso alla descrizione e alla comprensione di un lembo

di terra rimasto ancora miracolosamente a misura d’uomo

e dove sussistono tutte, ma proprio tutte, le condizioni

(e pure le ragioni) per trascorrere una vacanza o un

soggiorno alla ricerca di emozioni che non si scordano.

Qui succede spesso a inglesi, francesi, tedeschi e a molti

italiani in fuga vacanziera dalle grandi metropoli, che si

il valore e il sapore del buon vivere.

Allora quale motivo più idoneo, dopo Dante, maestro dei

maestri, se non i Monumenti, per parlare delle unicità di

una regione mancata ma tanto speciale? Dopo oltre sette

mesi di lavoro di ricerca e produzione commerciale, giunti

all’apertura della stagione turistica di questo 2022, passiamo

dunque in rassegna un primo gruppo di “capolavori

nostrani” irrinunciabili. Lo facciamo ripromettendoci di

valutare, con altro progetto dedicato, l’opportunità di una

edizione integrativa in un prossimo futuro.


“Al cospetto dei testimoni del tempo”

Importante considerare che ogni monumento oggi proposto

un luogo ma anche un brand che noi consigliamo

e raccomandiamo. Primo, perché imprenditori che

investono nella Cultura sono senza ombra di dubbio persone

di valore. Secondo, perché si tratta di vere professionalità di

cui si possono portare a casa i frutti del loro impegno assieme

ai propri ricordi.

Lunigiana Monumentale è la continuazione di un progetto

che intende divulgare, con le sue uscite tematiche, i contenuti

di un territorio speciale assieme al valore del lavoro degli uomini

e delle donne che ne vivono quotidianamente ogni realtà.

A questo scopo il progetto prevede che ogni partner aderente,

oltre ai supporti cartacei e digitali dell’opera, goda di una

propria schedaitaliapervoimagazine.it,

sia nella versione italiana che in quella

inglese. Abbiamo pure previsto che ciascuno di essi abbia

dei post di comunicazione social personalizzati lanciati da

aprile a ottobre 2022 insieme con campagne sponsorizzate

della stessa rivista presente anche sulla piattaforma issuu.

com, sempre in lettura sia nazionale che internazionale

Rendiamo merito, dunque, a Mirco Manuguerra, fondatore

e presidente del Centro Lunigianese di Studi Danteschi,

per la partecipazione al progetto editoriale, per la redazione

dei testi e la preziosa collaborazione nella scelta delle opere;

a Enzo Millepiedi, il nostro Direttore Responsabile, per la

sua impareggiabile supervisione; a Maria Grazia Dallagiacoma,

Direttrice Commerciale, il cui compito, in questi tempi

molto complicati, non è stato certo dei più semplici; a Sara

Fornesi

tocco creativo ha risolto gran parte della struttura e dell’impaginazione

dell’opera; a Erika Giorgetti, la nostra Social

Promozionale attraverso il portale italiapervoimagazine.it

e i nostri account social.

Un vivo-

, ma primi tra tutti, giungano alle attività commerciali

e professionali e agli enti che hanno aderito a questo

progetto, diventandone partner e sponsor, i sensi della stima

e della gratitudine dell’intera Redazione, perché è soprattutto

merito loro, con la fermissima determinazione e passione

che hanno dimostrato, se questo libro oggi esiste davvero.

A questo punto a noi non resta che sottoporci al giudizio del

pubblico di Voi lettori e utilizzatori di questa “guida”. In attesa

di ricevere il parere e i consigli di tutti coloro che hanno

veramente a cuore il futuro della Lunigiana, auguriamo senz’altro

una buona lettura.

Maria Grazia

Dallagiacoma

Sara Fornesi

Erika Giorgetti


LUNIGIANA

STORICA

Passo del

Bocco

BEDONIA

BORGO VAL DI TARO

Passo

Centocroci

VARESE

LIGURE

BEDONIA

ALBARETO

Passo dei

Due Santi

Passo del

Rastrello

PARMA

ZERI

Passo del

Brattello

MAISSANA

SESTA

GODANO

ZIGNAGO

8

SESTRI LEVANTE

GENOVA

VENTIMIGLIA

MONEGLIA

CASTIGLIONE

CHIAVARESE

Passo del

Bracco

CARRO

CARRODANO

ROCCHETTA VARA

BORGHETTO

DI VARA

BRUGNATO

BEVERINO

© Italia Per Voi s.r.l.

DEIVA

MARINA

FRAMURA

BONASSOLA

LEVANTO

SOVIORE

MONTEROSSO

AL MARE

PIGNONE

VERNAZZA

CORNIGLIA

MANAROLA

RICCO’ DEL

GOLFO

RIOMAGGIORE

MAR LIGURE


BERCETO

PARMA

Passo

della Cisa

Passo del

Cirone

Passo del

Lagastrello

PONTREMOLI

CASTELNUOVO

NE’ MONTI

FILATTIERA

MOCHIGNANO

Passo del

Cerreto

FILETTO

BAGNONE

COMANO

MULAZZO

VILLAFRANCA

IN LUNIGIANA

CALICE AL

CORNOVIGLIO

TRESANA

PODENZANA

AULLA

LICCIANA

NARDI

FIVIZZANO

CASOLA IN

LUNIGIANA

Passo dei

Carpinelli

CASTELNUOVO

GARFAGNANA

9

PALLERONE

BOLANO

FOLLO

LA SPEZIA

VEZZANO

LIGURE

ARCOLA

TREBIANO

SANTO STEFANO

DI MAGRA

SARZANA

FOSDINOVO

CASTELNUOVO

MAGRA

CARRARA

LE GRAZIE

SAN TERENZO

PORTOVENERE

Isola

Palmaria

Isola del Tino

AMEGLIA

LERICI

MONTEMARCELLO

LUNI

FIUMARETTA

BOCCA DI

MAGRA

GOLFO DELLA

SPEZIA

MASSA

MONTIGNOSO

FORTE DEI MARMI

PISA

LIVORNO

FIRENZE


12

Lunigiana Storica -

La Regione a cui nulla manca

14

14

Il Tesoro dei Cinque Distretti

LA SPEZIA & GOLFO DEI POETI

ITALIA PER VOI - ANNO X

Nr. 59 - Mag - Giu 2022

Aut. Trib. SP nr. 1116/12

Iscrizione al ROC: N° 22857

Direttore

Enzo Millepiedi

Testi di

Mirco Manuguerra

(Centro Lunigianese

di Studi Danteschi)

Progetto Editoriale

ITALIA PER VOI s.r.l.

Sede e contatti

Via Vittorio Veneto 255 - SP

italiapervoi@gmail.com

Direttore Editoriale e

Servizio Amministrativo

Gino Giorgetti

Direzione commerciale

Maria Grazia Dallagiacoma

Mob. +39 333.8485291

Sara Fornesi

Erika Giorgetti

Foto e immagini

Gino Giorgetti, Sara Fornesi,

Erika Giorgetti

Italia Per Voi s.r.l., Alice Borghini,

Walter Bilotta, Enrico Amici,

Comune della Spezia, CLSD,

Museo Statue Stele Pontremoli

(per gentile concessione),

Roberto Celi, Stefano Lanzardo,

Michela Lucchetti

Reggiani Print S.r.l.

20.000 esemplari

18

40

48

58

64

76

82

98

108

114

122

128

130

132

134

136

La Spezia

Lerici

Portovenere

Con il Patrocinio gratuito del

Comune della Spezia

VAL DI MAGRA

MEDAGLIA D’ARGENTO AL VALOR MILITARE

MEDAGLIA D’ORO AL MERITO CIVILE

Sarzana

Ameglia

Pontremoli

Mulazzo

Villafranca in Lunigiana

Bagnone

Aulla

Altri tesori in Val di Magra:

Licciana Nardi - Anacarsi Nardi

Casola in Lunigiana - Pieve di Codiponte

Fivizzano - Monumento a Giovanni Fantoni

Fosdinovo - Monumento funebre

a Galeotto I Malaspina

Con il Patrocinio gratuito del

Comune di Mulazzo

Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione o utilizzo di copie è

proibito. L’uso del nostro sito o della nostra rivista digitale è soggetto

ai seguenti termini: tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di

www.italiapervoimagazine.it può essere riprodotta, memorizzata in un

sistema di recupero o trasmessa, in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo,

elettronica, meccanica, fotocopia, registrazione o altro, senza previa

autorizzazione scritta da parte di Italia per Voi s.r.l.


S

OM

MA

R I O

138

CINQUE TERRE & RIVIERA

144

148

158

Riomaggiore

Monterosso al Mare

Levanto

170

VAL DI VARA

174

178

Varese Ligure

Brugnato

184

APUANIA

186

Massa Carrara

190

ALTRI CAPOLAVORI IN BREVE

191

193

194

Il trittico marmoreo di Trebiano

La Deposizione del Discovolo

a Bonassola

La Lapide della Battaglia della Meloria

a Moneglia

accettare responsabilità per errori od omissioni. Le opinioni espresse dai contributori non sono necessariamente

quelle di Italia per Voi s.r.l. Salvo diversa indicazione il copyright del contributo individuale è quello dei

contributori. E’ stato fatto ogni sforzo per rintracciare i titolari di copyright delle immagini, laddove non scattate

successiva. Abbonamento postale su richiesta.


LUNIGIANA

STORICA

“La Regione a cui

nulla manca”

12

-

-

Lunigiana Storica

-

-

-

-

corpus

-

-

-

-

-

-

Conosci l’autore

Provincia

Maritima Italorum-

-

-

-

Tusciam ingressus

-

Stupor mundi

Via Francige-

na-

-

PurgatorioCanto lunigianese

per eccellenza

-

-


ta verso i poeti esuli.

la Terra dei 100 Castelli, per esempio, ma

anche la Regione a cui nulla manca (M.

Manuguerra, 2002), appellativi tesi a

sottolineare le eterogenee e vastissime

ricchezze storiche, culturali e naturalistiche

di un territorio che, raccolto in

costituisce un vero unicum planetario.

Basti dire che qui abbiamo due Parchi

Nazionali (Appennino Tosco-Emiliano e

Cinque Terre), due Parchi Regionali (Alpi

Apuane e Portovenere-Isole del Golfo

della Spezia), un Parco Fluviale (della

Magra e del Vara) e due Riserve Marine

(Cinque Terre e Portovenere-Isole

del Golfo della Spezia). In Lunigiana,

nel raggio di poche decine di chilometri

in linea d’aria, si contano piste da sci e

strade ferrate; spiagge d’ogni genere e

boschi sacri; un mare caratterizzato da

uno splendido arcipelago e spiagge d’ogni

tipo, il tutto associato ad un como-

campagne e colline.

Hanno la fortuna, i Lunigianesi, di vivere

in una realtà davvero mirabile. Ma questa

Regione baciata dal Fato ha l’obbligo

di mantenere intatte le attuali dimensioni

“a misura d’uomo”. Né andrà mai

economia

etica, cioè foriera di quello spirito

di Pace e di Fratellanza universale che fu

al centro di ogni speculazione nell’opera

di Dante Alighieri, il più illustre dei suoi

visitatori.

Che il Veltro sia sempre con noi.

BIBLIOGRAFIA

MAURO BIAGIONI, ENRICA BONAMINI, DA-

VIDE MARCESINI, La Lunigiana dei Castelli, La

Spezia, Ed. Giacché, 1999.

GIUSEPPE BENELLI, Lunezia, Luna Editore, La

Spezia, 1999.

MIRCO MANUGUERRA, Charta Magna – Luoghi

e cose notevoli della Lunigiana Storica, Edizioni

Luna Nova, Sarzana, 2002 (II ed. 2004).

13

I CINQUE COMPRENSORI DELLA “TERRA DELLA LUNA”

La Lunigiana è una terra costituita da cinque piccoli comprensori conosciuti ormai in tutto il mondo:

Le Cinque Terre e la Riviera di Levante Spezzina

rappresentano quello straordinario lembo di costa

sul quale Montale, con l’immortalità dei suoi

Ossi di Seppia

elevato a Parco Nazionale (comprensivo anche

della relativa Riserva Marina), deve parte della

propria fama internazionale anche allo splendido

Presepe luminoso di Manarola, creato nel 1961 da

Mario Andreoli.

Il Golfo dei Poeti è rappresentato dallo splendido

Golfo di Lerici e, per estensione, dell’intero Golfo

della Spezia. È impreziosito dal suo splendido arcipelago

di isole minori (Isole della Palmaria, del

Tino, del Tinetto). L’appellativo lo si deve a Sem

Benelli, che lo inserì nel titolo di un suo poemetto

del 1916 (“Notte sul Golfo dei Poeti”) dedicato

alle Orme qui lasciate da personalità come Dante

stesso (Pur III 49-51), Shelley, Byron e altri. A tali

referenze si sono aggiunte in seguito quelle di D.

H. Lawrence, Mario Soldati, Giovanni Giudici.

La Val di Magra è la culla di quella straordinaria

cultura megalitica degli antichi Liguri-Apuani di

cui resta ampia testimonianza nel Museo delle

Statue-stele di Pontremoli e nel Museo Civico

della Spezia. Il comprensorio comprende anche

Tosco-Emiliano a Est e dell’Appennino Ligure a

Ovest.

La Val di Vara

Valle del Biologico: ad oggi è la regione a minor

impatto antropico d’Europa, di gran lunga più

verde della Foresta Nera in Germania. Per questa

referenza essa è oggetto di costanti studi internazionali.

Paradiso dei cercatori di minerali, vi sono

state scoperte varietà rarissime e addirittura

uniche. E l’Alta Via dei Monti Liguri è un itinerario

di importanza straordinaria: la Via Herculea

è segnalata ancora da Strabone come strada già

nisola

Iberica.

Le Alpi Apuane sono il regno di quella celebre

varietà di marmo bianco che ha regalato al mondo,

con Michelangelo e il Canova, monumenti tra

i più grandi della Storia dell’Arte di tutti i tempi.

Cantate da Dante, sono oggetto di attenzione,

come Le Cinque Terre, di un turismo mondiale.


LA SPEZIA & GOLFO DEI POETI

L’Arcipelago e le sue perle

14

Il Golfo dei Poeti è un concetto nato

dalla mente fertile del poeta e drammaturgo

Sem Benelli (1877-1949), il

quale lo creò per l’orazione funebre

pronunciata il 30 agosto del 1910 in

onore del celebre igienista e antropologo

Paolo Mantegazza, santerenzini

d’adozione entrambi. Di sicuro lo stilema

compare nel titolo di un poemetto

pubblicato dal Benelli per i tipi de «L’Eroica»,

diretta dallo spezzino Ettore

Cozzani nel 1919: Notte sul Golfo dei

Poeti, ormai un classico della letteratura

lunigianese.

Il Golfo di cui parlava Benelli era inizialmente,

con tutta probabilità, quello

che univa i due castelli (Lerici e

San Terenzo) che tanto ammirò dalla

torretta di Villa Marigola, che aveva

occupato, ma nel poemetto del ‘19

lo estese con certezza all’intero Golfo

della Spezia in forza, se non altro,

della mitica (o mitologica?) traversata

a nuoto che Lord Byron, provetto

nuotatore, avrebbe compiuto da Por-

eccelsi come Shelley e lo stesso Byron

a Wagner, Carducci e pure Severino

Ferrari, sodale del grande Giosué, impegnato

per anni nell’insegnamento

alla Spezia. Come si vede, Benelli, con

ampie ragioni, propose con Wagner un

concetto assai esteso non solo di golfo,

ma pure di “poesia”. Nel corso del ‘900,

poi, la presenza di due penne come

Giovanni Giudici (1924-2011), nativo

della frazione marinara delle Grazie, in

quel di ->Portovenere, e di Paolo Bertolani

(1931-2007), nativo della Serra

del concetto all’intera insenatura spezzina.

Ma oltre che essere autenticamente

terra di poeti (e pure di navigatori:

il comandante del Rex, nastro azzurro

nel 1933, era il lericino Francesco Tarabotto,

e lericino era pure Odoardo

Mancini, comandante del Destriero

nella altrettanto vittoriosa – ma conte-


BONTÀ

NASCOSTE

ristorante

Via Cavour, 52 - Lerici (SP)

+39 0187.965500

+39 347.0703249

www.bontanascoste.it

xcellence, tastiness, and high quality

variety can be found at the restaurant

Bontà Nascoste in Lerici, guided by

Borghesi brothers, who liven up a cuisine based

passion and will, typical of the Ligurian culture.

eccellenza, la bontà e la

varietà della gastronomia si

manifestano in una delle più

alte espressioni al ristorante Bontà

Nascoste di Lerici sotto la guida dei

fratelli Emanuele e Emiliano Borghesi.

Il ristorante propone una cucina

prevalentemente basata sul pesce e sui

frutti di mare che nasce dalla sapienza,

dall’ispirazione, dalla passione e dalla

volontà che é tipica della cultura ligure.

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16

stata – traversata atlantica del 1992),

il Golfo della Spezia annovera luoghi

dalla bellezza assoluta: il promontorio

di Portovenere, con la sua chiesina di

San Pietro, già tempio romano votato

al culto di Venere, è un luogo, al pari

delle Cinque Terre, molto celebrato

ormai anche dai pubblicitari. La Festa

della Madonna Bianca, che vi si tiene

ogni anno al 17 di agosto, è uno spettacolo

di valore mondiale, con il mare

e l’intero promontorio immerso in un

brulicare notturno di lumini a olio che

conferiscono alla scena una dimensione

propriamente dantesca: la scalinata

verso San Pietro è una abbagliante

Scala di Giacobbe, mentre dalle rocce

circostanti sembra che da un momento

all’altro possa ergersi a mezzo busto

un Farinata degli Uberti. Anche la

stessa Lerici è un gioiello prezioso, con

il suo Belvedere da cui si gode una vista

panoramica strepitosa sull’Arcipelago

del Golfo della Spezia (composto

dalle isole Palmaria, Tino, Tinetto

e dallo scoglio di Torre Scola) e il suo

colossale castello di origine pisana.

La Spezia, da par suo, non è una città

che possa dirsi bella, ma possiede anch’essa

i suoi molti perché, con la sua

importante storia Liberty e Futurista,

con il suo Arsenale e pure con i suoi

Musei.

cucina marinara di sicuro interesse:

spiccano l’orata all’isolana, gli spaghetti

allo scoglio e il polpo in guazzetto.

Negli ultimi vent’anni l’ospitalità,


torna

SU

non solo nel campo della ristorazione,

è ovunque di gran lunga migliorata sulla

spinta del nuovo porto crocieristico,

subito esploso grazie alla favorevole

mete turistiche internazionali (principalmente

Firenze e Pisa) ed al potente

richiamo delle vicine Cinque Terre.

Patrono del Golfo è San Venerio, monaco

del Tino del sec. VI, protettore dei

fanalisti. Del suo eremo restano ampie

vestigia sull’Isola del Faro, il Tino, così

citata dal D’Annunzio nella celebre lirica

Meriggio.

L’intero Arcipelago è visitabile grazie ad

un buon servizio di vaporetti in partenza

dal Molo Italia, sul fronte a mare del

capoluogo.

RISTORANTE

CHAMPAGNERIA

Portivene

Via Capellini 94/98

Portovenere (SP)

Tel. +39 0187.792722

Mob. +39 348.2686398

ristoranteportivene@hotmail.com


LA SPEZIA

Scheda

del borgo

18

Gino Patroni (1920-1992), giornalista e

scrittore spezzino, autore di notevoli raccolte

di calembour, trovandosi per breve

tempo a Milano in cerca di maggior fortuna

ebbe a dire che la cosa più bella del capoluogo

lombardo è la Stazione Centrale,

perché da là si vedono i treni partire per

Spezia…

Per gli spezzini si tratta della città più bella

del mondo, senza “se” e senza “ma”, se

non altro perché collocata in una regione

veramente baciata da Dio, con un golfo già

celebrato in epoca romana da Persio, poeta

forse addirittura nativo di qui, e con dintorni

strepitosi come Portovenere, Lerici,

le Cinque Terre e, a pochi chilometri, le Alpi

Apuane e l’Appennino. Chi va via da qui, ci

lascia il cuore; chi vi arriva, può accadere

che decida di restare, come molti lombardi

fuggiti dal mondo caotico della metropoli,

ma anche i tanti europei, soprattutto inglesi,

che rimangono attratti non solo dal paesaggio,

ma pure dall’irresistibile fascino

del clima.

Del borgo medievale della Spezia poco si

zione

del fronte a mare con la costruzione

dell’arsenale e senza la grande diga

foranea, realizzata soltanto tra il 1916 e il

1933 a protezione dalle grandi mareggia-

te, il centro abitato si sviluppava a ridosso

del colle, raccolto sotto il castello genovese

del XIII sec. In quel tempo La Spezia è considerata

dagli storici un villaggio di pescatori

o poco più, ma restava sempre quella sua

posizione strategica e quel suo Golfo clamoroso,

ricco di seni laterali garanti di un

approdo sicuro. Quando poi Genova, ormai

acquisito il pieno controllo di Lerici e Portovenere,

si accorse dell’importanza del borgo

marinaro interno, dapprima, per volere del

celebre doge Simon Boccanegra, nacque la

Podesteria (1343), quindi La Spezia fu eletta


a sede del Vicariato della Riviera di Levante,

una delle tre amministrazioni in

cui era ripartita la Repubblica genovese

(1371).

Nel corso del XVII secolo il porto, ormai

cresciuto, si rivelò un tale pericolo potenziale

per il governo egemonico genovese

da portarlo a progettare addirittura

l’interramento del Golfo mediante una

deviazione del corso della Magra, ma

l’idea, per fortuna, non ebbe seguito.

Sul principiare del sec. XIX fu Napoleone,

la cui famiglia era di origini sarzanesi,

a comprendere più di ogni altro

l’importanza strategica del porto e ne

progettò la base militare, la quale nacque

però soltanto sotto il Regno d’Italia

grazie al Cavour, nella seconda metà di

quel secolo: i lavori iniziarono nel 1862

e terminarono nel 1869, quando il generale

Domenico Chiodo lo inaugurò

formalmente ancorché l’impianto non

fosse ancora del tutto completato. Assolutamente

da visitare il Museo Tecnico

Navale, il più importante museo della

Marina Militare Italiana.

La costruzione dell’Arsenale Militare, da

allora tra le massime risorse della città

nuova, attirò manodopera da tutta Ita-

“Il cuore del Golfo dei Poeti”

Situata in posizione centrale su percorsi storico culturali,

come la Via Francigena, il Sentiero Liguria,

Alta Via delle Cinque TerreAlta Via dei Monti LiguriAlta

Via del Golfo, che ne facilitano la visita e

ca

sia ad anello, intorno alla Città, che verso le Cin-

-

Arsenale

con il Museo Tecnico Navale, il Castello di San Giorgio

con il Museo Civico Archeologico, il Conservatorio

di Musica “Giacomo Puccini”, il Teatro Civico, il

Palazzo delle Poste ed i Giardini Pubblici.

Comune della Spezia

Piazza Europa, 1 - La Spezia

www.comune.laspezia.it

Infocenter Lia

Via del Prione, c/o Museo Civico A. Lia

Tel. +39 0187.026152 infocenterlia@comune.sp.it


20

sociale dell’intera comunità. È proprio in

questa fase che si attua una fortissima

difesa dell’identità spezzina, soprattutto

ad opera del suo genio più alto, Ubaldo

Mazzini (1868-1923), storico, archeologo

e acutissimo poeta in vernacolo. Dopo di

lui Ubaldo Formentini (1880-1958), nativo

di Licciana Nardi, storico anch’egli,

diede massimo impulso alla realizzazione

del Museo Civico ed agli studi locali grazie

anche alla fondazione dell’Accademia

Lunigianese di Scienze ‘G. Capellini’, di cui

fu presidente. In quegli anni eroici già operava

anche Ettore Cozzani (1884-1971),

fondatore de “L’Eroica”, cui molto si deve

se La Spezia (dichiarata provincia nel 1923)

divenne una vera capitale mondiale del

Futurismo, movimento di cui è massima

testimonianza in città il complesso dei Mosaici

del Palazzo delle Poste, opera degli

“aeropittori” Enrico Prampolini e Fillia (Luigi

Colombo). Lo stesso Marinetti, che qui

era di casa, aveva ideato nel 1933 il Premio

di pittura Golfo della Spezia e qui pubblicò il

suo Aeropoema del Golfo della Spezia.

Del 1925 è l’istituzione del Palio del Gol-

fo

dalle numerose borgate del Golfo la prima

domenica d’agosto in occasione della Festa

del Mare. È datata invece al 1969 la nascita

dell’importante Festival internazionale

del jazz della Spezia.

La città vanta una splendida Passeggiata a

mare separata dal tessuto urbano dai Giardini

Storici, creati e sviluppati a partire dai

primi decenni del sec. XIX. Una visita obbligata

è quella al Museo del Castello di San

Giorgio: il maniero genovese del sec. XIII,

molto ben recuperato, ospita le collezioni

archeologiche ricche di alcune splendide

statue-stele della Lunigiana (famosa quella

della Verrucola, opera di un Michelangelo di

5.000 anni fa). Di assoluto valore sono pure

le ricchissime raccolte artistiche del Museo

“A. Lia” e del CAMeC (Centro Arte Moderna

e Contemporanea).

Va detto apertamente che le collezioni civiche

spezzine, di vero interesse nazionale,

hanno un gravissimo difetto: sono disperse

in troppe strutture. La Spezia ha bisogno

assoluto di un dove


il visitatore possa trovare riunita l’intera

rale

di questo “piccolo Louvre” cittadino

è facilmente individuabile nella caserma

“Duca degli Abruzzi” della Marina

Militare. Occorre compiere ogni sforzo

alizzato.

In verità, La Spezia, avrebbe bisogno almeno

di altri due interventi per uscire

dalla sua tipica dimensione storicamente

dimessa. Innanzitutto occorre fare

dell’Arsenale Militare una vera e propria

Città Fiera: una simile struttura sarebbe

capace di dare un impulso - perché no?

- anche all’economia nazionale. In secondo

luogo, occorre valorizzare a livello

europeo l’importante orma di Richard

Wagner (1813-1883) attraverso il lancio

del Wagner La Spezia Festival. Al grande

compositore tedesco andrebbe intitolato

il locale Teatro Civico, che seppure

inaugurato nel lontano 1846 (la visita di

Wagner in città risale al 1853), è rimasto

senza dedica alcuna.

La città è ancora alla ricerca di amministratori

all’altezza delle sue enormi potenzialità,

tuttavia negli ultimi anni ha

saputo trasformarsi in una piacevole

oasi di ospitalità: l’intero centro storico è

divenuto tutta una trama di locali dediti

ad una buona ristorazione, anche tipica:

specialità del Golfo sono i Piatti di

Mare (polpo in guazzetto, spaghetti allo

scoglio, orata all’isolana, frittura di pesce

di paranza), la Farinata e la Pizza alla

spezzina, rigorosamente al taglio, ma

esclusiva della città è la Mesc-ciua, una

semplice, squisitissima zuppa di ceci,

farro e fagioli cannellini arricchita solo

di una irrorata di olio di frantoio e una

spruzzata di pepe nero.

La Spezia ha dato i natali ad alcuni nomi

famosi come gli attori Giancarlo Giannini,

lo sportivo Stefano Mei, il cabarettista

Dario Vergassola, la cantante Alexia e la

mistica e teologa Itala Mela.

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LA SPEZIA E L’EROE

La Spezia, tra le molte cose, è anche “città

garibaldina”. Il Generale Giuseppe Garibaldi

(1807-1882), eroe nazionale italiano,

Padre della Patria, fu ospite della Spezia

per ben tre volte. La prima fu nel 1849,

dopo la caduta della Repubblica Romana,

poi fu al Varignano – già antico lazzaretto

sotto la repubblica di Genova e quindi

carcere e ospedale militare con Napoleone

– dapprima nel 1862, dopo il ferimento

battaglia di Mentana. Due volte assistito,

sì, ma sempre da prigioniero e fu proprio

dal Varignano che fu costretto ad accetta-


l’Italia per i Potenti era ormai diventato

un personaggio troppo scomodo.

La Spezia, però, non mancò mai di

far sentire al Generale quel grande

calore popolare con cui ovunque egli

fu accolto. È precisamente dai sensi

di questa entusiastica e inesausta

gratitudine che il 1 giugno del 1913,

ad opera dello scultore ferrarese Antonio

Garella (1863-1919) e alla presenza

di un gruppo di reduci garibaldini,

delle autorità cittadine e di una

grande folla, venne inaugurato nei

Giardini Pubblici Monumentali della

Città, proprio di fronte al palazzo di

un grande albergo che lo aveva ospitato

prima di uno dei ricoveri (oggi

sede dell’Ammiragliato), il più bello

e maestoso dei monumenti equestri

a lui mai dedicati, uno dei più belli al

mondo, in bronzo, posto su un ciclopico,

ma proporzionato, basamento

in pietra, con la cavalcatura rampan-

zione

di Roma. Un’opera splendida.

Un capolavoro immortale, proprio

come la Storia d’Italia.

Pochi sanno, però, che a Garibaldi,

al di là del valore delle gesta militari,

si attribuisce un alto merito nel settore

insospettabile della Moda: i più

vecchi jeans che ci sono stati tramandati

sono quelli conservati al Museo

Centrale del Risorgimento, a Roma, in

una teca del Vittoriano, e sono proprio

quelli che calzava lui, il Generale:

hanno più di 150 anni e sono in vera

tela di Genova. Fu con quei precisi

viglia

sotto la celebre camicia rossa,

che Garibaldi fece lo sbarco a Marsala

con i suoi mitici Mille. Ed è incredibile

che quei jeans presentino una

toppa sul ginocchio sinistro, anch’essa

in jeans, a copertura di uno strappo:

oggi i jeans strappati all’altezza

del ginocchio sono quelli più ricercati

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Ubaldo Mazzini

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IL GENIO DELLA SPEZZINITÀ

Il talento di un genio della scultura come

Angiolo Del Santo (1882-1938) posto a degna

celebrazione del genio assoluto della

spezzinità di Ubaldo Mazzini (1868-1923):

questa, in estrema sintesi, può essere la

scheda del prezioso busto in bronzo posto

in bella evidenza nei Giardini Pubblici Monumentali

della città, a margine della centralissima

Via Chiodo.

Chi furono questi due grandi?

Angiolo Del Santo fu allievo di Arturo Dazzi

(->Mulazzo) presso l’Accademia di Belle Arti

di Carrara. L’artista ha lasciato una produ-

solo territorio della Lunigiana Storica, con

l’unica eccezione del Cimitero Monumentale

di Staglieno, a Genova, poiché la vicinanza

dell’altro suo grande maestro, il torinese

nazionale che l’artista avrebbe certamente

meritato. Su queste pagine sono celebrati

di Del Santo anche il monumento della

->Vittoria alata, sempre qui alla Spezia, e

lo splendido Anacarsi morente di ->Licciana


con

oteri.

Nardi. Ubaldo Mazzini, invece, fu una

pseudonimo di Gamin, laureato in giurisprudenza

all’Università di Pavia, fu uno

dei maggiori studiosi di archeologia, sto-

se.

Fondò e diresse il “Giornale storico

e letterario della Liguria”, che divenne

poi il Giornale Storico della Lunigiana e

vernacolo spezzino. Fu anche un valente

studioso di Dante, tanto che è dedicato

pure a lui il Largo dei Dantisti Spezzini,

istituito su proposta del Centro Lunigianese

di Studi Danteschi proprio di fronte

all’ingresso del Museo Lia.

Mazzini fu il primo direttore della Biblioteca

Civica, che è a lui dedicata. Diresse

anche il Museo Civico, di cui incrementò

la parte archeologica soprattutto

con quelle Statue-stele lunigianesi che

proprio grazie alle sue ricerche pionieristiche

assursero all’attenzione degli

studiosi di tutta Europa.

Purtroppo, la morte del poeta-studioso

giunse improvvisa e assai prematura.

L’importanza del personaggio, che fu

anche un fervente Repubblicano, fu tale

che questo suo bellissimo ritratto bronzeo

venne inaugurato a breve tempo

dalla scomparsa, il 12 luglio del 1925.

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SPEZIA CITTÀ WAGNERIANA

Con il monumento a Richard Wagner

(Lipsia, 1813 – Venezia, 1883) La Spezia ha

ad uno dei più grandi compositori di ogni

tempo di cui serba un’orma preziosa. La

composizione in bronzo, molto pregevole,

collocata a due passi dalla Piazza Sant’Agostino,

come a far compagnia a quella della

->Contessa di Castiglione, è stata donata

alla città, molto generosamente, dall’autore,

lo scultore russo Aidyn Zeinalov (Mosca,

1978). L’opera è stata inaugurata il 15

marzo del 2019, ma l’idea di un monumento

a Wagner risale al 2013, all’atto della


fondazione del Wagner La Spezia Festival

® , fondato dal Centro Lunigianese

di Studi Danteschi in occasione del

bicentenario della nascita del genio.

La storia è importante. Il 5 settembre

del 1853 il grande musicista si trovò

a sostare in città facendo tappa dopo

un viaggio agitato per mare proveniente

da Genova. Fu nel corso di

quella notte, peraltro tormentata da

una situazione di malessere generale

che da tempo assillava l’artista, che

gli sovvenne magicamente quel Preludio

dell’Oro del Reno

ricercato invano. Si trattava dell’attacco

dell’intera Tetralogia dell’Anello del

Nibelungo: Wagner, di quell’immenso

poema di oltre 15 ore di musica e di

rappresentazioni fantasmagoriche,

faticava ormai da anni a trovare il

tema di apertura, ma il ricordo del rumore

delle onde sul bordo della nave,

to,

lo portò a vivere l’impressione

onirica di un’immersione profonda.

Ebbene, quell’intensa sensazione divenne

la scena introduttiva della danza

delle Ondine sul fondo del Reno in

apertura del I Atto: l’attacco dell’intera

Tetralogiavelato,

qui, alla Spezia, in un mirabile

accordo in Mi bemolle maggiore.

sperienza

creativa: «Un suono […]

dissolto in arpeggi continuamente ondeggianti».

È l’Accordo della Spezia,

prof. Giuseppe Benelli.

In forza di quel soggiorno a tinte contrastanti,

strano ma fatale, Spezia è

a pieno diritto una Città Wagneriana.

Particolarmente legata a Bayreuth,

sede del più importante festival

wagneriano al mondo, con cui è gemellata,

ora la città attende, dopo il

monumento, il lancio del suo La Spezia

Wagner Festival: elevato a quella

dimensione europea che certo gli

compete, il festival sarebbe una occasione

turistica di valore incalcolabile.

Un progetto, in verità, fattibilissimo:

basta soltanto volerlo realizzare.

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La Contessa di Castiglione


L’ETERNA INNAMORATA DI SÉ

Virginia Oldoini in Verasis, meglio

conosciuta come la Contessa di

Castiglione (1837-1899), è stata

nobildonna e patriota. Figlia del

marchese spezzino Filippo Oldoini

e della marchesa Isabella Lamporecchi,

era cugina di Camillo Benso

conte di Cavour e imparentata con

i marchesi De Nobili, originari di

Vezzano Ligure. Proprio in Palazzo

De Nobili, nella centralissima Piazza

Sant’Agostino, alla Spezia, vi fu

una delle sue residenze. Sposò in

giovane età Francesco Verasis Asinari,

conte di Costigliole d’Asti e Castiglione

Tinella, da cui il soprannome.

Il matrimonio introdusse ben

presto Virginia alla corte dei Savoia,

dove riscosse successo presso il re

Vittorio Emanuele II.

Si narra che grazie a quella frequentazione

ebbe modo di conoscere,

con il suo spiccato fascino

naturale, alcune grandi personalità

dell’epoca, tra cui il banchiere

de Rothschild. Delle sue qualità

mondane ebbe ad accorgersi ben

presto anche il Cavour, il quale nel

1855 pensò bene di inviarla in missione

presso la corte francese di

Napoleone III per perorare la causa

di un’alleanza franco-piemontese.

Il soggiorno parigino ebbe esiti favorevoli

al governo del Regno e la

capitale di Francia restò per sempre

nella Contessa un autentico miraggio-vissuto.

il suo fascino a molti uomini di rango

e per tenere memoria di chi le

doveva riconoscenza pare abbia

una nomenclatura di segni dava

dei molti amanti: dalla promessa

lanciata con un semplice bacio, al

rapporto completo.

Virginia si rammaricò sempre di

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essersi sposata, convinta com’era

divenire Regina di Francia. Incapace,

poi, di accettare l’inesorabile

scorrere del tempo, visse con crescente

rancore l’allontanarsi della

propria fama di donna tra le più

belle del mondo e non accettò mai

la posizione periferica in cui ven-

testardamente a Parigi, spesso

vivendo al di sopra delle proprie

possibilità, laddove aveva cullato

da vicino il sogno della massima

ascesa sociale: la conquista della

corte imperiale.

Innamorata di sé stessa come di

nient’altro al mondo, negli ultimi

anni della sua vita collaborò col

fotografo Pierre-Louis Pierson che

la ritrasse in centinaia di pose.

ta

e modernissima, che eleva la

Oldoini tra le maggiori modelle di

ogni tempo, il maestro Francesco

Vaccarone ha tratto ispirazione

per il busto in bronzo apposto nel

2001, su committenza dell’amministrazione

comunale, all’ingresso

di palazzo De Nobili. Un’opera che

ha interpretato della Contessa lo

spirito eternamente inquieto, costantemente

impegnata come fu

disperata, del far parlar di sé. Ora

che è nell’eternità della Storia, piace

pensare che l’anima di Virginia

BIBLIOGRAFIA

ADRIANA BEVERINI, La Rapallina, ambasciatrice

di gusto e bellezza. La Contessa

di Castiglione tra Parigi e il suo

joli golfe, La Spezia, Edizioni Giacché,

2021.

ARRIGO PETACCO, L’amante dell’imperatore.

Amori, intrighi e segreti

della contessa di Castiglione, Milano,

Mondadori, 2001.


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San Giorgio


IL GUARDIANO DELLA CITTA’

Il simbolo della Spezia non è l’Arsenale,

come pensano in troppi: da sempre

lo sprugolino vive all’ombra del

Castello di San Giorgio, una struttura

di chiara matrice genovese e che va

dichiarata una volta per tutte come il

vero emblema della città. Non a caso,

in quella straordinaria fase creativa

dello sviluppo urbanistico che furono

gli “Anni Ruggenti”, cioè i mitici Anni

Venti del secolo scorso (che pena a

pensare al Niente di un secolo dopo!),

la città vide ai piedi del suo castello

itinerario Liberty e Futurista, tra i

quali spicca senz’altro la mole dell’Ex

albergo San Giorgio.

Siamo in Via del Torretto, esattamente

tra il Palazzo delle Poste e la

Piazza Sant’Agostino (dove troviamo

la scultura della ->Contessa di Castiglione):

il palazzo, opera del grande

architetto Franco Oliva (1885-1955),

è impreziosito dei fregi e delle statue

del maestro spezzino Augusto Magli

(1890-1962), che troveremo attivo anche

a ->Bagnone.

Già ai lati del portone di ingresso si

osserva il pregevolissimo Bassorilievo

delle Ancelle. Di ispirazione michelangiolesca,

due giunoniche fanciulle

sono portatrici del pane e del vino di

evangelica memoria: una vera preziosità.

Ma in alto c’è di più. In una

grande edicola posta all’altezza del

tetto sta ritto un soldato in armatura

medievale. In pochi dalla strada si accorgono

di lui. Con lo spadone saldamente

tenuto tra le mani in verticale,

posato sulla testa del drago abbattuto,

questo imponente San Giorgio

è come una sentinella in garitta che,

rivolta verso il Golfo, con alle spalle il

suo castello, si pone a guardia peren-

ca,

che fa di Augusto Magli un autore

autenticamente identitario.

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Vittoria Alata

di A. Del Santo


IL TRIONFO SULLA GORGONE

Il Monumento ai Caduti della Grande Guerra è un

pregevolissimo altorilievo che pare scaturire da una

parete in pietra sagomata ad angolo acuto e sorretta

da un basamento strutturato in tre gradini. Il

sostegno fu pensato dall’architetto Oreste Rossi per

meglio ospitare la forma del bronzo eseguito dallo

scultore Angiolo del Santo (1882-1938), inizialmente

alloggiato in uno spigolo del palazzo comunale,

allorquando fu traslato nella porzione dei Giardini

Pubblici Monumentali di Largo dei Marinai d’Italia,

proprio di fronte alla Capitaneria di Porto.

Nell’occasione furono aggiunti ai lati della statua

due formelle in bronzo, opere dello scultore Arduino

Ambrosini, per ricordare anche le vittime della

Seconda Guerra Mondiale.

Questa Vittoria alata, inaugurata nel 1922, è colta

nell’atto del trionfo mentre schiaccia con il solo

piede destro la testa di Medusa. Inarcando il corpo,

essa leva al cielo non la classica composizione di

fronde di quercia e d’alloro, tipici simboli di Forza

e di Gloria, (come si vede, per esempio, nella Vittoria

di ->Bagnone), bensì un ramo di palma, simbolo

della pace conquistata.

L’opera, dalla linea sinuosa ed elegante, tipica

dell’importante arte funeraria prodotta dal Del Santo

(sia per il cimitero dei Boschetti della Spezia sia

per quello Monumentale di Staglieno a Genova),

può essere considerata, soprattutto per l’importante

impianto allegorico, una delle principali realizza-

rimento

del tema di Medusa possa essere estraneo

al celebre riferimento dantesco di Inf IX. E lo sguardo

della Gorgone, simbolo manifesto della Guerra,

rimasta ad occhi spalancati ma del tutto assenti, è

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LA SIRENA CHE

NON C’È MAI STATA

La Spezia non ha una mitologia legata

ad una Sirena, ma è una città che possiede

una storia importante: l’orma

wagneriana, di cui si è detto, ma anche

le ricerche naturalistiche compiute

dal geologo Giovanni Capellini, quelle

storiche legate alle Statue-stele che si

devono a Ubaldo Mazzini, le prime trasmissioni

radio compiute nel Golfo da

Guglielmo Marconi e pure la presenza

dei romantici inglesi a Lerici ai primi

dell’800, sono tutti elementi che hanno

concorso a fare della città capoluogo

una meta di richiamo continentale.

Ecco allora che il tema della Sirenetta,

tanto cara alla Danimarca di Hans Christian

Andersen, può benissimo avere

costituito nella mente dello scultore

russo Aidyn Zeinalov (Mosca, 1978,

autore anche del ->Wagner) un ideale

trait d’union tra La Spezia e la sua naturale

dimensione europea. O forse,

chissà, la chiave dell’intuizione artistica

si cela nella leggenda di Atalanta, la

polèna che fa innamorare di sé e im-

troppo a lungo, conservata nel Museo

Navale della Marina Militare alla Spezia:

anche lei, proprio come una sirena, è

capace di ammaliare e uccidere.

Posizionata sulla Passeggiata Morin,

la lunghissima banchina alberata

a mare, la statua della Sirenetta del

Golfo è stata inaugurata nel marzo del

2018. Come il monumento a Wagner,

anche questa è una donazione dell’arti-

esemplare della bella creatura marina

seduta su di una classica seggiola, una

carèga, come avrebbe detto in preciso

vernacolo il grande Ubaldo Mazzini:

simbolo dei molti pensionati spezzini

che passano ore seduti davanti al mare,

questa seggiola è qui occupata dall’ammaliante

Sirena. Si è appena seduta o

si sta per alzare? È un invito a sedersi

o a riprendere il cammino operoso? A

ciascuno di noi – in modo del tutto intimo!

– è demandata l’ardua sentenza.

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L’ITALIA UNITA, CERTO,

MA REPUBBLICANA

Il monumento a Giuseppe Mazzini

(1805-1872) fu apposto sul Passo della

Foce nel 1914 grazie al contributo della

gente del luogo e all’impegno della locale

Società di Mutuo Soccorso. Nel 2014

se ne sono celebrati i 100 anni con una

importante giornata di studi, a conferma

che non è questione di un semplice

zione

di valori non tramontati. Sopra gli

idioti che tacciano di “sovranismo” chi

ancora crede fermamente che l’ideale

della Patria abbia un senso ben preciso

e irrinunciabile, aleggia il verbo dei grandi

padri accompagnato dagli spiriti innumerevoli

dei martiri e degli eroi ai quali

si deve l’eredità di questa nazione tanto

splendida quanto irrequieta. È dunque

anche con la riscoperta di un ritratto in

marmo di Giuseppe Mazzini che si può

sperare di ritrovare la nostra identità di

italiani veri. Il problema sono gli italiani

farlocchi: loro dovrebbero onestamente

farsi da parte e noi dovremmo dar loro

una mano in tal senso. Ciò che ha fatto

scuola in Mazzini – maturato sul neoclassicismo

eroico foscoliano – è la decisa

interpretazione romantica del Dante-politico

espressa in Dell’amor patrio in

Dante (1826), opera considerata la prima

le

laica unitaria tutta basata sul celebre

passo de «le genti/del bel paese là dove

‘l sì suona» (Inf XXXIII 79-80). Il rapporto

Dante-Mazzini divenne in breve tempo

tanto esemplare da fare dell’intellettuale

genovese il massimo interprete dell’idealismo

politico dantesco. Da Kant,

invece, il Mazzini assorbì tutta la forza

del modello repubblicano dello Stato,

tanto che il suo impegno si dice sia stato

“teso a italianizzare il Piemonte, non a

piemontizzare l’Italia”, preferendo – andando

anche contro Garibaldi (->La Spezia)

– una nuova Costituzione all’idea di

estendere lo Statuto Albertino all’intero

territorio nazionale. Solo il pragmatismo

del Cavour (->Levanto) bollò la Giovine

Italia come “un covo di cervelli bruciati”.

In realtà, ciascuno per il proprio verso,

e in modo del tutto indipendente, sono

questi i tre grandi Padri della Patria:

Mazzini il teorico; Cavour lo stratega e

Garibaldi (il braccio operativo) l’eroe.

Al confine tra monti

e mare, Chef Luca

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del Golfo con menù

ricercati e raffinati nella

loro tradizione di terra e

di mare. Dallo spaghetto

ai muscoli, allo stoccafisso

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dal raviolo al ragù, alla frittura di calamari, gamberi e

acciughe.

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il Dante di Silvestri

Scheda

del borgo

40

Quando si dice Lerici si sta parlando di una

delle due perle del Golfo dei Poeti. In origine,

in verità, la denominazione era solo sua, ma

poi, per idea dello stesso creatore dello stilema,

il drammaturgo Sem Benelli, è stata

estesa all’intera insenatura della Spezia per

grandissime. Una scelta azzeccata: un grosso

nome del Novecento, Giovanni Giudici,

nacque giusto sull’altra sponda, quella di

->Portovenere, e anche se pare un falso sto-

rico quella nuotata gagliarda compiuta dal

a Lerici, oggi su questo percorso si tiene una

gara internazionale di fondo: pure questa -

in fondo - è vera poesia.

Le origini di Lerici si vogliono addirittura greche,

con un collegamento diretto alla Magna

Grecia della sicula Erice. Ubaldo Mazzini,

massimo tra gli storici spezzini, ritenne il

nome originato dal leccio, una delle più tipiche

specie di quercia sempreverde mediterranea,

la quale è andata

lo

stemma comunale.

Di Lerici ha cantato per primo

Dante, che l’ha eternata

nel celebre passo di Pur III

49-50 di cui al monumento

della ->Epigrafe della Bellavista.

Proprio in località Bellavista

la baronessa ungherese

Emma Orczy (1865-1947),

autrice della fortunata saga

letteraria della “Primula

Rossa” (considerata anticipatrice

del genere delle

spy-stories), si fece costruire

Villa La Padula (tuttora esistente),

una dimora – scrisse

– che «

belle viste sulla terra di Dio”»

e in cui trascorse con la famiglia

ripetuti soggiorni dal


La trousse

di Mary

Poppins

1927 al 1933, quando poi, con l’avvento del

fascismo, decise con rammarico di vender-

denza

di Montecarlo. Sono nativi del lericino

i poeti Paolo Bertolani (1931–2007) e

Francesco Tonelli (1925 -2017).

Da non perdere la splendida e comoda

Passeggiata a mare, la visita ai caratteristici

carugi (le tipiche viuzze dei borghi liguri

con i tanti ristorantini e negozietti) e

la salita al possente Castello pisano-genovese.

Sotto la mole della fortezza, nel

porticciolo, si può assistere al mattino allo

sbarco delle cassette di pesce freschissimo

direttamente dai pescherecci o prendere il

battello per La Spezia, le Isole e Portovenere.

Da Lerici, a piedi, sulla citata passeggiata a

mare, si giunge dapprima alla Venere Azzurra,

da sempre gelosa rivale di quel Porto

di Venere laggiù di fronte magicamente

adagiato sul mare. Dallo spiazzo del Belvedere

è molto romantico, nelle sere d’estate,

accoccolati su una panchina sotto le stelle,

attendere l’accensione del Faro dell’isola

del Tino, cantato anche dal d’Annunzio. È

da questo angolo di mondo, precisamente

da una torretta dell’incomparabile Villa

Marigola, proprio lì sopra, che Sem Benelli

concepì lo stilema del “Golfo dei Poeti”. A

Villa Marigola soggiornò anche il pittore

svizzero Arnold Böcklin (1827-1901), che

dalla veduta che da lì si gode dell’Isola del

Tino si dice possa avere tratto ispirazione

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per “L’Isola dei morti”, uno dei suoi immortali

capolavori. In basso, sull’ampia e sicura

spiaggia sabbiosa, giovani provenienti da

tutta Europa si ritrovano, anche fuori stagione,

per praticare il Surf.

Proseguendo, la promenade conduce a San

Terenzo, all’altra estremità del golfo lericino,

con il suo carinissimo castello minore.

In questo piccolo borgo di pescatori Percy

Bysshe Shelley (1792-1822) e sua moglie

Mary Wollstonecraft Godwin (1797-1851),

meglio conosciuta come Mary Shelley,

soggiornarono nel 1822 a Villa Magni.

La «bella casa biancacia

sul mare: sempre candida, essa reca in

più l’epigrafe dettata dal poeta Ceccardo

Roccatagliata Ceccardi in ricordo della

il naufragio della “Ariel” davanti alle coste

versiliesi: «Da questo portico su cui si abbatteva/l’antica

ombra di un leccio/il luglio

attesero con lagrimante ansia/PERCEY BYS-

SHE SHELLEY/che da Livorno su fragil legno

veleggiando/era approdato per improvvisa

fortuna/ai silenzi delle isole elisee./O benedette

spiagge/ove l’amore, la libertà, i sogni/

non hanno catene».

A San Terenzo alloggiò nel maggio del 1933

anche Virginia Woolf (1882-1941). Incantata

da tutto quell’insieme, lasciò scritte

parole gentili: «Lerici è calda e azzurra. Dà

il tocco della perfezione al Golfo, al mare

calmo e ai verdi velieri e alle isole e ai limi

notturni rossi e gialli che scintillano e svaniscono».

Altra splendida frazione è il borgo di Tellaro.

Qui restò letteralmente fulminato dalla

bellezza del luogo lo scrittore Mario Soldati

(1906-1999): sceso su questi lidi dalla sua

Torino alla ricerca del famoso baule di scritti

inediti di H.D. Lawrence (1885-1930) (mai ri-

con parco nei presi della scogliera. Lo scrittore

inglese soggiornò a Fiascherino, per circa

due anni, tra il 1913 e il ’14, in una casa in riva

al mare, tuttora esistente, in compagnia della

moglie, la baronessa Frieda von Richthofen

(1879-1956), lontana parente di Manfred,

il celebre “Barone rosso”, leggendario eroe

dell’aviazione tedesca. A Tellaro è assai viva

la Leggenda del polpo campanaro, raccolta

dallo stesso Lawrence. Si narra che una

notte una grossa piovra, con i suoi tentacoli,

raggiunse le corde della campana della chiesa,

costruita sulla scogliera, e lanciò il segnale

d’allarme scongiurando un’incursione dei pirati

saraceni. La Sagra del polpo è il modo

ingrato, ma certo delizioso, con cui il borgo

ogni anno usa rinsaldare quell’antica memoria

popolare.

D’obbligo anche una salita alla frazione di Solaro,

posta sul crinale del Monte Canarbino

da dove si gode la vista più spettacolare in

assoluto sull’intero Golfo della Spezia e il suo

bellissimo arcipelago.

BIBLIOGRAFIA

CARLA SANGUINETI, Figlia dell’amore e della

luce. Mary Shelley nel golfo dei Poeti, Genova,

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44

EPIGRAFE DANTESCA

DELLA BELLAVISTA

Ma una epigrafe è un monumento? Certo che

lo è. E se è stata messa lì, è perché merita di

essere onorata. Quando poi si tratta di una

epigrafe dantesca, il discorso si fa addirittura

obbligato, tanto più che questa della Bel-

Emma Orczy

terra di Dio». Andare per credere.

L’iscrizione è dedicata alla terzina di Pur III

dove Dante cita Lerici ai vv. 49-50. Essa fu apposta

nel1953 per l’interesse e la cura dell’Associazione

Erix.

Quella di Dante non è una semplice, banale

citazione di luogo, perché l’itinerario “da Lerici

a La Turbie” – località che in epoca romana,

e Gallia con il tempio augusteo del Trofeo delle

Alpi, tuttora presente – è il medesimo che

troviamo indicato sulla Tabula Peutingeriana,

copia medievale di una carta militare romano-imperiale

(ca. II sec. D.C.) su cui si trova

scritto, in corrispondenza del Golfo della Spezia,

la dicitura

In Alpe Pennino u. Boron

tratto di strada risolta in un breve zig-zag rivolto

in direzione del genovesato.

L’enigma di dove si trovasse questa mitica

stazione romana è stato risolto negli anni ’70,

dopo decenni di semplici ipotesi, da Ferruccio

Egori (1917-1999), studioso indipendente nativo

di Massa, il quale lesse il passo nella forma

“In Alpe Pennino u[sque] Boron”, cioè ‘per

monte posto a Est di Nizza. La carta stradale

dell’antichità, insomma, indicava semplicemente

la direzione da prendere: la via era il

sentiero di crinale appenninico che oggi diciamo

dell’Alta Via dei Monti Liguri (->Val di Vara)

Ora, che il percorso indicato da Dante sia

un’indicazione di itinerario terrestre (come

quello della Peutingeriana), piuttosto che un

itinerario marittimo come pare decisamente

indicato dalla descrizione, nello stesso passo

di Pur III, delle coste liguri a strapiombo (le

quali sarebbero una comoda scala al confronto

dell’erta del Monte del Purgatorio che Dante

e Virgilio si apprestavano ad attaccare), non

del XIV secolo: ciò che importa è il sapere che

un uomo come l’Alighieri aveva nella mente

Roma Imperiale di oltre mille anni prima.

E per chi ancora pensasse che si tratti di cosa

di poco conto, sappia che il percorso dell’Alta

Via dei Monti Liguri nasce in località Ceparana

(->Val di Vara), l’antichissima Boaceas segnalata

da Claudio Tolomeo e che quello stesso

percorso di crinale è la preistorica Herculea di

cui parlava Strabone.


Tutto ciò è stato messo a fuoco nel corso di una ricerca attentissima

compiuta negli ultimi anni dal Centro Lunigianese

di Studi Danteschi, studi che sono valsi a cancellare di netto

una vastissima quanto sterile letteratura storica. Per prima

numerosi riferimenti francesi presenti nella Divina Commedia

andando così decisamente ad avvalorare la memoria del

viaggio di Dante a Parigi di cui ci testimonia Giovanni Boccac-

La trasferta francese del Sommo va datata con precisione

-

brevi manu l’Epistola XI

chiaro intento di promuovere un pronto rientro della sede

papale in Roma.

Dante, molto probabilmente, si unisce agli alti prelati imbar-

Epistola

ai Cardinali un chiaro riferimento lunigianese citando con

«Lu-

-

lia

all’Impero di Roma e l’idea del trofeo si collega molto bene

al buon frate Ilaro del Monastero di Santa Croce del Corvo

buon monaco una copia autografa dell’Inferno da recapitare

Petrarca, il

viaggio, Petrarca cita il Capo Corvo come esatto punto di termine

dell’arco ligure:

.

«parte lo ge-

Par

BIBLIOGRAFIA

Ameglia nella

Storia della Lunigiana

,

, Sul viaggio di Dante a Parigi, su

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Il Dante di Silvestri

46

IL GIGANTE DELLA LIBERTÀ INTELLETTUALE

Il Dante di Lerici è precisamente un busto realizzato in

marmo di Carrara da Giuseppe Silvestri, docente di

Massa.

L’inaugurazione dell’opera, che si deve in gran parte

all’intervento di un mecenate del luogo, l’imprenditore

Attilio Bencaster, è avvenuta il 30 dicembre del 2021,

ricercata conclusione delle celebrazioni

dantesche in Lunigiana.

La cerimonia è stata avvalorata

da una lectio del prof. Francesco

De Nicola, presidente del comitato

genovese della Società Dante

Alighieri, il quale ha illustrato

il viaggio che Dante ha compiuto


alla volta della Francia, con partenza da

Lerici, secondo la ricostruzione operata

dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi.

In verità, mentre gli altri due

monumenti regionali dedicati a Dante

(->Mulazzo e ->Villafranca) esprimono

in modo evidente una cifra sapienziale

senz’altro genuina, questo di Lerici dà

l’impressione d’una visibilità ostentata,

con un volto sostanzialmente conforme,

sì, alla ricostruzione operata

dall’antropologo Mallegni, (come quello

di Villafranca), ma con tratti decisa-

Dante “iper realistico”, ma ciò che costituisce

il grosso del lavoro, cioè il blocco

della testa, appare di una complessità

tanto ricercata da far pensare piuttosto

ad un esempio di neo-barocco posto

al servizio di un’originalità inseguita

a qualsiasi costo.

Tuttavia, a ben guardare anche qui si

può cogliere un importante aspetto

sapienziale. Considerando l’opera nel

suo preciso contesto di collocazione,

essa fa bella mostra di sé nei giardini a

mare di una cittadina in attesa di tempi

migliori. Sì, perché non sono tempi

buoni quelli in cui si chiudono i festival

indica sopra un gran libro aperto lo

Stemma della città marinara, sembra

proprio dire: «Questa me la sono segnata!».

Ma a chi si rivolge Dante? Non

al passante, ma a qualcuno che sta di

bile,

ma ben presente, il Poeta indica

non già i propri versi lericini (quelli famosi

di Pur III di cui alla ->Epigrafe della

Bellavista), bensì lo Stemma del borgo,

con tutte le precise competenze e re-

Il messaggio che sovviene appare chiaro:

ci vuole lo Iustus ordo per trattare di

uno dei massimi esempi al mondo di

libertà intellettuale. E questa è davvero

una grande lezione.

BIBLIOGRAFIA

MANUGUERRA MIRCO, Sul viaggio di

Dante a Parigi, «Atrium – Studi Meta-

134-158.

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Scheda

del borgo

48

Portus Veneris è citata in una carta marittima

fatta redigere dall’imperatore Antonino Pio nel

161 d.C. (“Itinerarium Antonini”). Il toponimo deriva

dal tempio della dea, di cui restano tracce

nell’attuale Chiesina di San Pietro, un gioiello

famoso in tutto il mondo.

Nel corso del VI sec. sull’Isola del Tino fondò

un eremo destinato ad assumere vasta impor-

San Venerio, patrono del Golfo e protettore

dei Fanalisti. Si parla, non a caso, della celebre

“Isola del Faro” di dannunziana memoria (Meriggio,

1903):

[…] Pel chiaro

silenzio il Capo Corvo

l’isola del Faro

scorgo; …

Il Tino, con la tipica forma richiamata dal

nome, pare abbia ispirato ad Arnold Böcklin

(1827-1901), ospite in quel di ->Lerici, il celebre

quadro “L’Isola dei morti”, opera straordinaria

che fu anche la preferita del Führer. Molto

bene conservate sono le vestigia del monastero

di San Venerio, visitabili ogni anno il 13 settembre

in occasione della festività del santo.

L’Isola Palmaria, invece, era sicuramente frequentata

già in Età del Bronzo: la sua Grotta

dei Colombi fu a lungo un luogo di inumazio-

ne (->La Spezia, Museo del Castello di San

Giorgio).

Circa l’Isola del Tinetto, sappiamo che fu

sede di un eremo addirittura nel sec. V-VI,

le cui vestigia rappresentano una delle

testimonianze più antiche del culto paleocristiano

in Lunigiana. Poco più a sud del

Tinetto si erge dalle onde la ->Stella Maris:

posata sull’insidiosa Secca del Diavolo,

essa evita alle imbarcazioni danni rovinosi,

soprattutto in regime di bassa marea.

Completa il quadro (anche se tutti se lo

scordano) l’isolotto di Torre Scola. Esso

all’inizio del XVII secolo ed è a tutt’oggi un

presidio militare.

L’Arcipelago del Golfo della Spezia (denominazione

che va attribuita ad una guida

turistica comparsa nel 2002, v. Biblio-

delle “Isole del Golfo della Spezia”) è parte

integrante del Parco Naturale Regionale

di Portovenere, ricco anche di un’ampia

Area Marina Protetta.

Dal 1998 l’intero comprensorio è Patrimonio

dell’Umanità.

rigine

non solo da pescatori, ma anche da

abilissimi uomini di mare, subì l’assalto

dei longobardi di re Rotari nel 643, tutta-


via sappiamo che al tempo della grande

restaurazione carolingia aveva mantenuto

intatta la propria notevole importanza

di scalo portuale se è vero che nell’801 le

cronache narrano dell’arrivo in nave di un

elefante quale dono di un sultano a Carlo

Magno, fresco di incoronazione imperiale.

Come tanti altri borghi costieri liguri, anche

Portovenere, tra il IX e l’XI secolo, dovette

fronteggiare le ripetute incursioni

delle navi normanne e saracene. Poi, intorno

all’anno Mille passò sotto il controllo

dei Signori di Vezzano e quindi (sec. XII)

sotto l’egida della potentissima Repubblica

di Genova, quando questa la pretese in

acquisto dovendo assolutamente reagire

all’incastellamento di Lerici attuato da

Pisa, altra grande repubblica marinara del

tempo.

Risalgono a questo preciso periodo l’incastellamento

della punta meridionale

del promontorio dell’Arpaia (dove sorge

la chiesa di San Pietro), la Chiesa di San

Lorenzo, il borgo nuovo (castrum novum),

che con il suo sistema di case-torri prospicienti

gli scogli dava protezione all’intero

impianto urbanistico, e le ampie mura con

le tre torri tuttora molto ben conservate.

coalizione guelfa genovese contro la marineria

di Federico II di Svevia, nel 1241

all’Isola del Giglio, fece seguito l’anno suc-

largo delle coste liguri di Levante che troviamo

esaltate come un vero trionfo nel

Poema della Vittoria, composto tra il 1245 e

il 1248 in esametri latini dal notaio Ursone

da Vernazza, di sicuro ottimo conoscitore

di questi luoghi. Pochi anni dopo, nel 1244

sappiamo che fece tappa a Portovenere,

che aveva tratto in salvo Innocenzo IV (al

secolo Sinibaldo Fieschi). Il papa era scampato

ad un agguato tesogli dall’imperatore

eretico e per sua maggior tranquillità era

diretto a Lione, dove poi indisse un Concilio.

Si preparò così la cattività Avignonese

dei Papi che tanto assillò Dante ai primi del

Trecento.

Proprio il grande padre Dante ci ha lascia-

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50

to una traccia anche per Portovenere.

Lo ha fatto, ironia

della sorte, con il passo relativo

alla rivale ->Lerici, perché

le coste liguri a strapiombo

descritte in Pur III 49-50 sono

state considerate anche da

Ubaldo Mazzini quelle tipiche

della costiera che da Porto-

Tramonti, dove, non a caso,

si trova l’Orrido del Muzzerone,

un baratro di 300 metri

paragonabile alle grandi scogliere

irlandesi. Per raggiungere

quel luogo, dove oggi c’è

una bella Palestra di Roccia,

si prende la strada che dalla

frazione delle Grazie muove

alla volta del Monte Castellana.

Dal XIV secolo in poi molte e

variegate vicissitudini videro

Portovenere appartenere a

poca

napoleonica, quando

venne realizzata, nel 1812,

per volere dello stesso imperatore,

la strada litoranea che

collega il centro marinaro alla

Spezia e denominata ancor

oggi “la Napoleonica”.

Proprio grazie a quella nuova strada il 28

escursione sulla Castellana nel corso della

quale riferì, in un celebre saggio uscito cinque

anni dopo a Losanna, di avere goduto

dell’esperienza dell’, cioè di una

visione a specchio nel cielo dell’intero globo

terrestre, dalla Groenlandia alla Siberia,

tico,

di cui compilò una carta che il grande

geologo spezzino Giovanni Capellini (1833-

la

Spezia”.

Appena trascorsa la tempesta napoleonica,

che aveva tuttavia portato ad una nuova riorganizzazione

dell’Europa, gli intellettuali

inglesi e tedeschi, sull’esempio del Goethe,

trovarono irresistibile il Tour Italiano. In Lunigiana

i primi a presentarsi sono i romantici

inglesi. Se è certa la presenza di Shelley a

San Terenzo di ->Lerici, è comunque molto

forte la tradizione che vuole a Portovenere la

per eccellenza, il quale, da gran nuotatore

che era, sarebbe partito dalla grotta che oggi

porta il suo nome, che si trova proprio a lato

della chiesina di San Pietro, per raggiungere

la spiaggia di San Terenzo e dunque la casa

dei coniugi Shelley. Oggi su quel percorso si

tiene ormai da quarant’anni una gara internazionale

di nuoto di fondo divenuta di prestigio

internazionale: la Coppa Byron. Sugli

scogli prospicienti la Grotta Byron oggi si può

ammirare una bella statua bronzea intitolata

a ->Madre Natura.

Da Portovenere parte il Sentiero Verde,


Nel primo tratto, che termina all’Orrido del

Muzzerone, si attraversano magici boschi

di Quercioli da sughero e si possono am-

delle strane chiazze più chiare: sono le

sorgenti d’acqua dolce che sgorgano dal

fondale marino, alle quali vanno i sub più

esperti per bere sott’acqua.

A Portovenere il 17 di agosto ricorre la Festa

della Madonna Bianca. Sul principio

della sera la preziosa icona – parte del ->Tesoro

di San Lorenzo – viene portata in processione

attraverso il borgo e si accendono

sul Promontorio di San Pietro migliaia di

lumi a olio che conferiscono al paesaggio

notturno un’atmosfera dalla bellezza indicibile:

la folla immensa che sale e scende

dalla scalinata della chiesina, come su una

sfolgorante Scala di Giacobbe, è veramente

uno spettacolo di valore mondiale: assolutamente

imperdibile.

D’estate il Canale di Portovenere in alcuni

giorni viene chiuso alla navigazione per offrire

a tutti l’impagabile libertà di una gigantesca

Piscina naturale.

Nella frazione de Le Grazie l’antica struttura

del Varignano, oggi sede del Comsubin

(il Comando Subacquei e Incursori della

stre

Forze Armate, già antico lazzaretto, poi

ospedale militare, ospitò in due occasioni

Giuseppe Garibaldi ferito e prigioniero

(->La Spezia). Della stessa frazione delle

Grazie è nativo il poeta Giovanni Giudici

(1924-2011), tra i maggiori esponenti della

poesia ermetica italiana del Secondo Novecento.

La Mondadori gli ha dedicato uno

dei suoi prestigiosi Meridiani.

BIBLIOGRAFIA

UBALDO FORMENTINI, Monumenti di Porto

Venere, restauri 1929-1934, Memorie dell’Accademia

Lunigianense di Scienze, La Spezia,

1934.

URSONE NOTAIO, Poema della vittoria, cura

e traduzione di Roberto Centi, Fabbiani, La

Spezia, 1993.

MIRCO MANUGUERRA, Charta Magna, Sarzana,

Luna Nova Editrice, 2002.

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52

La Madonna Bianca


IL MIRACOLO CHE NON È LEGGENDA

Il 17 agosto di ogni anno Portovenere si

immerge nella festività religiosa, molto

sentita, della Madonna Bianca. Le cerimonie

iniziano dalla Chiesa di San Lorenzo,

dove si conserva l’icona della Santa

Vergine, la quale sul far della sera viene

trasportata in un’arca attraverso le vie

del borgo storico. Poi, dopo il tramonto,

migliaia di lumini nel frattempo sparsi in

mare e distribuiti per tutto il Faraglione

della Chiesa di San Pietro

spettacolo indescrivibile: la moltitudine

biblica di persone che si trovano a salire

e scendere dalla grande scalinata del tempio

appare una grandiosa schiera di angeli

mossi sulla Scala di Giacobbe, mentre dagli

scogli e dalle rocce sembra che da un

momento all’altro possa ergersi il busto

sdegnoso di un Farinata degli Uberti. Un

vero spettacolo dantesco, unico, ineguagliabile:

la Madonna Bianca di Portovenere

è un evento di livello mondiale.

La tradizione vuole che l’icona mariana sia

arrivata dal mare nel 1204 sul tronco di

cedro del Libano scavato a mo’ di navicella

che si conserva sulla parete sinistra in

San Lorenzo. In realtà il tronco era doppio:

nella trave esposta sono evidenti dei solchi

di cardini sicuramente riferibili ad un’altra,

identica trave posta a chiusura di quella rimasta.

La navicella, come d’uso, era stata

evidentemente abbandonata da una nave

cristiana proveniente dalla Terra Santa per

sottrarla all’attacco di pirati musulmani:

essa conteneva il cosiddetto Tesoro di San

Lorenzo.

Il culto religioso è legato al Miracolo della

Madonna Bianca avvenuto tra il 16 e

il 17 agosto del 1399. Un certo Lucciardo,

nel mentre incombeva una pestilenza, stava

pregando davanti ad altra immagine

sacra quando notò d’un tratto quella antica,

ormai annerita dal tempo, riprendere

pian piano colore. L’uomo corse subito a

chiamare i compaesani, che accorsero in

massa; arrivarono anche i parroci di S. Lorenzo

e di S. Pietro e pure il notaio Giovanni

di Michele di Vernazza, il quale registrò

su carta la cronaca di quell’avvenimento

straordinario: dapprima l’immagine si

-

Bambino e di due santi (Cristoforo e Antonio

abate); poi le mani della Madonna si

giunsero in preghiera mentre nelle mani

di Gesù apparve un foglio recante un invito

alla conversione: «“Madre mia, ciò che

te piace me contenta, purch’el peccatore del

mal far se penta”». Il notaro, tra tutti gli intervenuti,

annotò ben sessanta testimoni

che, con lui, avevano assistito alla lunga

evoluzione del prodigio. Il documento da

lui redatto risulta trascritto fedelmente da

certo «Frate Antonio de Benedetti Genovese

dell’ordine di Santo Agostino» nella

pergamena datata 1612 che si conserva

in San Lorenzo. Anche se dell’originale,

probabilmente traslato altrove, non si è

ancora ritrovata traccia, nella storia della

Madonna Bianca niente è leggenda: questo

termine lo si ritrova spesso, ma è tutta

storia documentata.

Verso la metà del ‘400 la Madonna Bianca,

subito acclamata a Patrona della comunità

portovenerese, venne inserita nel contesto

scultoreo monumentale di grandiosa

bellezza che ancora la conserva, attribuito

al maestro Mino da Fiesole (1429-1484).

53


54


L’ATTESA

Di fronte a quella grotta romantica

che secondo la tradizione vide

Terenzo, protetta dal promontorio

onde la chiesina di San Pietro, già

tempio dedicatorio della Venere

ra

prosperosa di Madre Natura se

l’orizzonte lontano. Le forme richiamano

quelle delle cosiddette “Veneri

obese” della lontana preistoria,

le quali ci piace pensare, però,

che siano piuttosto “Veneri gravide”,

dunque simboli di fertilità più che

di abbondanza. E qui la Donna,

simbolo principe della Natura e

delle sue leggi chiarissime, porta il

suo promesso fardello di vita rivolgendo

costante attenzione all’unica

fonte di abbondanza del borgo: il

mare, il grande ma insidioso mare.

E in quello sguardo enigmatico,

eternamente sospeso, come non

riconoscere la moglie del pescatore

in paziente attesa di vedere

spuntare all’orizzonte le care vele

familiari? Non c’è angoscia in lei:

in fondo, se siamo lì a contemplarla,

vuol dire che il tempo è ancora

buono, che il mare è ancora calmo;

l’attesa è ancora serena. Ma certo

non è un caso che nella Chiesa di

San Lorenzo, alta sopra la scogliera,

sia conservata una importante

raccolta storica di ex voto marinari:

alla Madonna Bianca per chiedere

il ritorno dei loro uomini in mare.

Ecco perché a questa splendida

Mater Naturae in bronzo, opera

del 1989 dello scultore napoletano

(1921–1997),

versare

senza alcuna mutazione i

millenni della storia dell’uomo, noi

diamo come sottotitolo L’attesa.

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56

Stella Maris


LA VERGINE DEL GOLFO

A Portovenere, nella Chiesa di

San Lorenzo, si conserva una raccolta

di ex voto marinari di grande

importanza storica: le donne

Madonna Bianca per chiedere il

ritorno dei loro uomini in mare.

È per questo antico retaggio che

può accadere che per segnalare

una secca pericolosa semisommersa

venga posata una statua

candida come la neve (è di mar-

ne

Madre invece che una qualsiasi

struttura volgare.

Il tema della Stella Maris è tradizione

antichissima: il nome è

quello della , quella

Stella Polare che è da sempre il

punto di riferimento assoluto per

i naviganti. Allo stesso modo la

Vergine è il riferimento costante

di ogni buon cristiano.

La Stella Maris di Portovenere è

una bella statua della Madonna

che si erge sulle onde di fronte

all’Isola del Tinetto, la punta

estrema dell’Arcipelago del Golfo

della Spezia. L’icona posa sulla

cima di una montagna sommersa,

un isolotto mancato chiamato

Scoglio del Diavolo dagli uomini di

mare poiché particolarmente insidioso

soprattutto in regime di

bassa marea.

classico raccoglimento in preghiera,

è stata voluta dalla Capitaneria

di Porto della Spezia

e alla cerimonia di benedizione

centinaia di barche hanno salutato

la Vergine con le loro sirene.

Al mondo c’è sempre un motivo

di Speranza: la Stella Maris lo è

per l’intero Golfo della Spezia.

Siamo nel cuore di Portovenere, la struttura

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completamento della nostra autentica cucina ligure.

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VAL DI MAGRA

I Millenni e le loro storie

58

La «Macra» era chiamato dal padre Dan-

e così si declina ancor oggi il nome del

nasce dalle pendici del Cirone, a est del

passo della Cisa, ne parlava già Strabone

oltre un millennio prima, quando ci

viene attestata l’esistenza di una intensa

produzione di legname che dai monti

Nessuno ha mai parlato di grandi cantieri

navali a proposito del mitico Portus

lunae, ma alla luce soprattutto del commercio

del marmo pregiato, destinato

alle ville patrizie di tutto l’impero, la loro

esistenza è storicamente richiesta.

Non solo: Claudio Tolomeo, massimo

geografo dell’antichità, segnalava alla

di Boaceas, l’odierna Ceparana, sede di

mercato antichissimo da cui inizia il percorso

appenninico oggi detto dell’Alta Via

dei Monti Liguri.

Fin da epoca Repubblicana la Magra se-

sun

generale romano era consentito di

oltrepassare il limite Rubicone-Macra con

il proprio esercito in armi senza il consenso

preventivo del Senato di Roma. Una

simile iniziativa sarebbe stata, infatti, considerata

un atto ostile e quello era il limite

ultimo entro il quale si sarebbe potuta organizzare

la difesa dell’Urbe. Quando Giulio

Cesare “trasse” il famoso “dado” invitando

a seguirlo tutti coloro lo amavano,

non fece altro che una “marcia su Roma” e

Benito Mussolini, duemila anni dopo, cresciuto

su quelle stesse sponde, conosceva

molto bene la Storia d’Italia. Certo è che

se Cesare, invece di trovarsi sul versante


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60

adriatico, si fosse trovato su quello tirrenico,

sia l’Italia che la Lunigiana avrebbero

conosciuto ben altra Storia.

Agli albori del V secolo, quando il generale

Onorio, poi imperatore, si trovò ad

organizzare il limes difensivo contro le

invasioni dei barbari, lo realizzò proprio

su quella demarcazione ideale che il Rubicone

univa alla Macra. Fu così anche

nel caso del successivo limes bizantino,

eretto nel VII secolo, e ugualmente disposero

i generali tedeschi per fronteggiare,

nel corso della II Guerra Mondiale,

l’avanzata da sud dell’esercito americano:

il Comando in Capo della Linea Gotica

sul fronte tirrenico fu insediato presso

il Monastero del Corvo a -> Bocca di

Magra.

Ancora in epoca bizantina, quando la

Lunigiana faceva parte dell’Esarcato con

l’Emilia e la Romagna, se Ravenna era il

grande porto di controllo sull’Adriatico,

Luni era l’importante capitale della Provincia

Maritima Italorum: si tratta di un’altra

traccia indelebile della Storia, il cui

retaggio è chiaramente riconoscibile nel

Dipartimento Militare Marittimo dell’Alto

Tirreno costituito presso la sede dell’Ammiragliato,

alla Spezia.

In quel tempo Paolo Diacono, storico dei

Longobardi (sec. VIII), ci testimonia che

appunto, era indicata come «Tusciam ingressus»


Cantina

dell’Ara

Cantina dell’Ara

si trova nel cuore

della Val di Magra.

Gianni segue tutte

le fasi, dalla terra

alla bottiglia, senza

perdere di vista

l’obiettivo di realizzare

vini semplici e di

qualità, nel rispetto

delle tradizioni.

Cantina dell’Ara è amore per il vino 61

medesimo appellativo la troviamo

indicata da un imperatore come Federico

II di Svevia (sec. XIII), nientemeno

che lo Stupor mundi, più volte

passato per queste lande. La Lunigiana,

“Terra dei cento castelli”, era ormai

praticamente imprendibile: per

conquistarla, infatti, si sarebbe dovuto

espugnare tutte le fortezze poste

il rischiare l’accerchiamento con una

chiusa a fondovalle; non alla foce,

la cui piana è amplissima, bensì alle

bocche di Caprigliola, una stazione di

fondamentale importanza, che, non

Luni nel corso del sec. XII, al tempo di

Cantina dell’Ara

is situated in the

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62

Federico il Barbarossa.

Quando nel 742 re Liutprando fondò il

monastero di Berceto, nei pressi del valico

della Cisa, le condizioni per l’annessione

senza colpo ferire della Lunigiana

al Regno Longobardo, ormai pienamente

cristianizzato, erano bene evidenti. Non

a caso il 742 è l’anno al quale si riferisce

quella Leggenda Leboinica (-> Bocca di Magra)

da cui trae origine la Via del Volto

Santo, ma è pure l’anno di nascita di Car-

pa

in forza della restaurazione di un Impero

che, oltre che Romano, seppe farsi

anche Sacro.

Con l’Età Carolingia si ravvivano le frequentazioni

a livello europeo e nascono

(spesso su antichi itinerari romani) le nuove

vie di comunicazione. La via di Monte

Bardone resta immutata ed anzi si arricchisce

di nuove stazioni: intorno all’anno

Mille, o poco prima, su quella che noi

oggi indichiamo come Via Francigena (o

Francesca, o Romea) nascono i borghi di

->Pontremoli, ->Villafranca, Aulla, Santo

Stefano, ->Sarzana. È l’Itinerario che Sigerico

di Canterbury, arcivescovo britannico,

traccia nel suo diario di viaggio tornando

dall’investitura in Roma, nel 990. Prima di

allora esistevano solo pochi borghi antichissimi,

come sicuramente fu Filattiera,

di origini romano-bizantine. Nei nuovi

borghi si nota sempre una “via dritta” che

li passa da una porta all’altra, non sono

attraversati, come sembra, dalla grande

cate

lungo i margini della stessa.

In Val di Magra è indelebile l’Orma di

Dantegenius loci al quale possono

essere ricondotti fenomeni peculiari

come quello dei Librai e del Cantamaggio

cortese (->Mulazzo).

Ma un elemento identitario molto più

profondo nel tempo è rappresentato dalle

Statue-stele (-> Pontremoli), le quali,

sebbene non esclusive in Lunigiana della

Val di Magra, ebbero qui la loro massima

laggi

sparsi attorno alla piana alluvionale

che i Liguri-Apuani trovarono le ragioni

più profonde del loro antichissimo culto.

Oggi la Val di Magra costituisce un’ampia


torna

SU

Il Panìgo, panigacceria polenteria, propone

una vasta scelta di ottime specialità liguri

preparate con ingredienti tipici del luogo,

specialità di carne e panigacci. Durante il

periodo estivo, aperto tutte le sere a cena,

tranne il martedì.

oasi naturale delimitata a Est dalle

vette del Parco Nazionale dell’Appennino

Tosco-Emiliano e comprendente,

a Sud, il Parco Fluviale

della Magra. Quest’ultimo, istituito

nel 1982, è stato esteso all’Area Protetta

di Montemarcello, creata nel

1985, andando a costituire il Parco

Regionale di Montemarcello Magra-Vara:

esso comprende precisa-

maggiori con in più il comprensorio

naturalistico del Monte Caprione.

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BIBLIOGRAFIA

STRABONE, Geographia Universalis, V II 5

PAOLO DIACONO, Historia Longobardorum,

V 27.

MARZIA RATTI (a cura di), Antenati di Pietra,

Genova, Sagep, 1994.

MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca,

La Spezia, ItaliaperVoi, 2021.

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Scheda

del borgo

64

Sarzana, assieme a ->Pontremoli, è la più

importante Città d’Arte dell’intero comprensorio

della Lunigiana. Considerata,

giustamente, l’erede storica dell’antica cit-

che nel 1203 venne traslata la sede vescovile

a causa delle paludi malariche in cui

era ormai sprofondata la gloriosa metropoli

romana.

Meno esposta alle scorrerie saracene,

luogo di tappa sorto e sviluppato sulla Via

Francigena attorno al sec. X. Come tutti i

borghi dell’Alta Val di Magra, la gran-de

via medievale l’attraversa in linea retta

(qui da Porta Parma a Porta Romana),

perché è su ambo i lati di quell’esatto percorso

che vennero costruiti i primi nuclei

abitativi delle città e tali strutture sono rimaste

inalterate nei secoli.

La Piazza centrale – l’antica Piazza della

Calcandola (oggi Piazza Matteotti) fu teatro

il 6 ottobre del 1306 di una scena importante

della Pace di Castelnuovo, di cui

fu grande protagonista Dante Alighieri: fu

in quel punto che il Sommo Poeta ricevette

da Franceschino Malaspina, marchese di

->Mulazzo, la procura plenipotenziaria che

gli permise di salire a Castelnuovo, presso

la residenza del vescovo-conte di Luni, Antonio

Nuvolone da Camilla, per siglare lo

storico trattato. In forza degli Atti della Pace

di Dante, conservati in originale presso

l’Archivio di Stato della ->Spezia, Sarzana

e Castelnuovo Magra sono gli unici luoghi


le sole eccezioni della natìa Firenze (da

dove uscì e mai più fece ritorno) e Raven-

re

l’attestazione storica della presenza del

Sommo Poeta. Nell’anno 1300 lo stesso

tà,

concorse all’esilio a Sarzana dell’amico

Guido Cavalcanti. Ma si trattò di un comodo

soggiorno al mare con tanto di fami-

mente

le acque si calmassero. Solo che

purtroppo Guido contrasse la malaria e

probabilmente morì nella stessa Sarzana.

Di epoca medicea è la struttura muraria

della città, a Porta Parma con i suoi torrioni

e Porta Romana con la fortezza interna

della Cittadella (detta anche fortezza

Firmafede), perfettamente conservata e

sede di numerosi eventi culturali. Sopra

la collina a Sud si erge invece la Fortezza

di Sarzanello

Castracani su una struttura preesistente

nella prima metà del sec. XIV.

La Città è custode di tesori di valore as-

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66

soluto, a partire dall’ampolla del Preziosissimo

Sangue (che secondo la Leggenda

Leboinica, datata al 742, sarebbe giunta

alla foce della Magra direttamente dalla

Terra Santa su una navicella senza nocchiero

assieme alla Santa Croce di -> Ame-

Procellaria di Carlo

Fontana passando attraverso la ->Croce

Lignea del Maestro Guglielmo (1138), il

primo esempio datato di croce dipinta

della storia dell’arte e prototipo del canone

artistico per l’intera Toscana.

Croce di San Francesco

d’Assisi, nei pressi della Chiesa dedicata

al Santo. Fu collocata nel 1902 in

sostituzione di una croce più antica sul

luogo dove, secondo tradizione, avvenne

l’incontro di Francesco con San Domenico.

Nella chiesa di San Francesco si conserva

il ->Monumento funebre di Guarnerio degli

Antelminelli, la splendida arca che Giovanni

di Balduccio realizzò per le spoglie del

Nella frazione di Luni, prospiciente al litorale

sabbioso, esterno al piccolo cimitero di

in marmo di ->Carlo Fabbricotti, grande

industriale del marmo, a vigilare sulla cappella

di famiglia. Il monumento, posato nel

1913, bellissimo, è opera dello scultore carrarese

Alessandro Lazzerini.

Di Sarzana è nativo il grandissimo papa

umanista Niccolò V (al secolo Tommaso

Parentucelli), promotore del progetto della

Grande San Pietro e fondatore dell’immensa

Biblioteca Vaticana.

Di origini sarzanesi è la famiglia Buonaparte

dal XIII sec. A Sarzana i Buonaparte possedevano

una casa-torre, tuttora ben conservata

nel cuore del borgo storico, nei

pressi della pieve di Sant’Andrea. Intorno

alla metà del XVI secolo un membro della

famiglia emigrò in Corsica dove si sviluppò

la linea dinastica da cui nacque Napoleone.


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Vittoria alata del Fontana


L’INDOMITA “PROCELLARIA”

Ormai è chiaro: il massimo livello speculativo

la statuaria lunigianese lo ha

raggiunto con i numerosi monumenti

che la Regione ha voluto dedicare ai

propri Caduti della Prima Guerra Mondiale.

Anche Sarzana (come ->La Spe-

saggio di grandissima arte con la Procellaria

del carrarese Carlo Fontana

(1865-1956).

L’opera venne inaugurata nel 1934

ed occupa la parte centrale di piazza

Matteotti, quell’antica Piazza della Calcandola

dove il 6 di ottobre del 1306

si compì il primo atto della Pace di Castelnuovo

di cui fu grande protagonista

Dante Alighieri.

Il monumento vuole simboleggiare lo

sforzo compiuto dall’Italia per arrivare

alla vittoria nella Grande Guerra. Questo

preciso intento viene sviluppato anche

attraverso il poderoso basamento

in marmo, dove su uno dei lati i soldati

trasportare a braccia un pesantissimo

cannone lungo un erto sentiero di

montagna. Su quello stesso sentiero,

alta sulla cima, sta la Vittoria da raggiungere

anche a prezzo della vita.

Fontana, già autore della Quadriga

dell’Unità, quella posta alla sinistra sul

Vittoriale in Roma nel 1928, realizza

con la Procellaria il suo capolavoro

assoluto. Incurante delle tempeste,

questo uccello pelagico, cioè stanziale

del mare aperto, è simbolo di uno spirito

assolutamente indomito e icona

universale di Libertà. Il governo che la

prie

ali in reazione ai forti venti contrari

della Guerra, non è solo un esercizio di

altissima maestria artistica, ma è pure

frutto di una intuizione in tutto degna

dei più grandi ingegni artistici di ogni

tempo.

Nella stessa Piazza, in un palazzo alla

sinistra della Procellaria, un’epigrafe

dettata da Ceccardo Roccatagliata

Ceccardi (1871-1919) celebra la casa

dove il Maestro visse.

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La Croce del

70

IL CRISTO TRIONFANTE CHE ISPIRÒ

ANCHE DANTE

Nella Concattedrale di Santa Maria Assunta

in Sarzana si conserva un’antica

croce dipinta: la Croce del Maestro Guglielmo,

detta anche Croce di Sarzana.

L’opera ha una notevole particolarità:

sopra il capo del Cristo è presente un’iscrizione

in esametri leonini che recita:

ANNO MILLENO CENTENO TER

QUOQUE DENO OCTAVO PIN

XIT GUILLIELMUS ET HEC METRA FINXIT.

Si tratta di versi scritti dall’autore, appunto

il Maestro Guglielmo, del quale

di quest’opera pregevole.


Con tale iscrizione, caso assai raro,

oltre a rivendicarne la paternità, l’artista

ci fornisce anche la data di realizzazione

del Cristo: 1138. Siamo di

fronte al prototipo delle croci dipinte

per il caso di un territorio particolarmente

intriso di arte come la Toscana:

non è cosa di poco conto.

Al pari del Volto Santo del Monastero

del Corvo (Ameglia), anche questo

bensì un Christus triumphans. Si tratta

del modello più antico del canone

Christus

patiens prattutto

ad opera degli Ordini Menicanti

al tempo di Cimabue e Giotto.

rappresentati nelle scene a margine,

dove spiccano, infatti, un’Addolorata

e un S. Giovanni piangente. Ma c’è

un’altra particolarità di rilievo nelle

della Vergine appare ovunque, anche

in episodi evangelici dove non si narra

di Lei.

Tale insistenza ha indotto alcuni

studiosi a pensare ad una decisa in-

un autore in cui si può dire che la

devozione mariana abbia raggiunto

i vertici massimi: per il monaco che

dettò la Regola Templare la Vergine

assume un’importanza decisiva

nell’opera di redenzione degli uomini.

Da qui a pensare anche ad una possibile

fonte di ispirazione dantesca

(come fa chi scrive) il passo è assai

breve: Dante ebbe certamente modo

di osservare questa splendida Croce

dipinta nel corso del suo soggiorno

sarzanese e sappiamo bene quanto

nella Divina Commedia sia centrale la

all’intercessione del santo francese

presso la Vergine che Dante, Campione

dell’Umanità, può pervenire

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IL FIGLIO DEL CONDOTTIERO

INVINCIBILE

Uno dei tanti tesori che si custodiscono

a Sarzana è l’Arca sepolcrale

di Guarnerio degli Antelminelli, il

Castruccio Castracani

(1281-1328).

Castruccio, temibilissimo condottiero

lucchese di parte ghibellina, fu

la bestia nera del guelfo Spinetta

Malaspina il Grande (1282-1352).

ad opera del Castarcani che si deve

il tramonto delle ambizioni malaspiniane

di instaurare in Lunigiana una

propria Signoria.

Scomparso nell’aprile del 1315 Moroello

Malaspina, il «vapor di Val di

Magra» di Inf XXIV, scomparso lo

stesso Dante nel 1321, inconsistente

il marchesato di Franceschino

nominata dall’Alighieri, il quale, non

a caso, dopo la morte di Moroello

non fece mai più ritorno in terra lunense),

fu Spinetta a cullare l’idea di

giana

sotto l’egida dei due Stemmi,

quello dello Spino Secco e l’altro

dello Spino Fiorito. Ma Castruccio,

confermato vicario in Lunigiana nel

1324 dell’imperatore Ludovico il Bavaro,

rappresentò sempre per lui un

ostacolo insormontabile.

Invincibile in battaglia, fu solo con la

sua morte improvvisa, sopravvenuta

per febbri malariche, che a Spinetta

si aprì inaspettatamente un ampio

spiraglio. Si pervenne così alla massima

espansione malaspiniana in

terra di Lunigiana, tuttavia da lì alla

Signoria il passo si rivelò irrealistico

e il progetto rimase un sogno nei secoli

incompiuto.

Guarnerio degli Antelminelli morì

ancora fanciullo nel 1322. Il padre

commissionò un sepolcro degno del

proprio lignaggio e si rivolse al grande

scultore pisano Giovanni di Balduccio

(ca. 1300 – ca. 1349), il quale

completò il monumento nel 1328, lo

stesso anno in cui anche Castruccio

morì.

L’opera si discosta nettamente dalla

produzione squisitamente toscana

dell’artista per prendere una via

ispirata alla tradizione delle Arche.

ligere,

quelle cioè che eternano i

Della Scala: fu certo la fama della

famiglia veronese, icona nazionale

di una potente signoria ghibellina, a

far cullare a Castruccio, con Ludovico

il Bavaro, la presa di Firenze: era

l’impresa che Dante suggerì invano,

decenni prima, al predecessore Arrigo

VII.

Ancora una volta, sempre per la

morte improvvisa di uno dei protagonisti,

Arrigo prima e Castruccio

poi, Firenze fu salva ed è da questa

seconda occasione che cominciarono

a crearsi le condizioni per l’avvento

dei Medici.

Un altro parallelismo di grande interesse

è dato dal fatto che il piccolo

Guarnerio riposa nella chiesa di San

Francesco a Sarzana mentre il padre

Castruccio nella Chiesa di San Francesco

in Lucca, il Pantheon della città,

e ciò nonostante la scomunica

comminata da papa Giovanni XXII.

scorsi

in Inghilterra, laddove incontrò

addirittura i favori del re Edoar-

(->Lerici), che gli dedicò nel 1823

uno splendido romanzo dal titolo

Valperga. Vita e avventure di Castruccio,

principe di Lucca. L’opera, indagata

da Carla Sanguineti, ha rivelato

notevoli contenuti di forte ispirazione

dantesca.

73


74

LA FIGURA DI UN PATRIARCA

ILLUMINATO

Carlo Fabbricotti (1818-1910), industriale

del marmo carrarese, è il grande

patriarca di una delle saghe familiari più

interessanti della Lunigiana Storica.

Alla morte del padre, proseguì in proprio

le attività delle segherie e altre attività

commerciali della famiglia, rilevando

nel 1856, grazie alla Legge Rattazzi,

ampi appezzamenti di terreno nella

piana di Marinella e tutte le pertinenze

del’antichissimo Monastero del Corvo,

sopra Bocca di Magra.

Costruì la nuova residenza familiare sopra

l’antico Monastero del Corvo: un

castelletto in stile neogotico che è oggi

sede del nuovo cenobio dei Carmelitani

creò la celebre Tenuta di Marinella.

deve la prima, grande raccolta di testi-

le

esposizioni del Museo Civico della

->Spezia, allestite presso il Castello di

San Giorgio ed elencate nella Collezione

Fabbricotti.

Si narra che Carlo Fabbricotti dal solarium

del suo castelletto usasse controllare

l’andamento dei lavori nelle cave

di sua proprietà sulle Apuane – che si

aprono proprio di fronte – grazie all’uso

di un lungo cannocchiale. In realtà fu un

industriale illuminato, sempre rispettoso

delle proprie maestranze. Infatti si

narra anche che se la famiglia di un dipendente

si trovava ad avere un problema

di salute o versava in condizioni di

particolare indigenza, subito una busta

compariva misteriosamente presso l’uscio

di casa con l’aiuto necessario.

L’impronta del patriarca si trasmise al

Carlo Andrea Fabbricotti (1864-

1935), che si annovera tra i maggiori

esponenti del dantismo lunigianese, e

pure alla moglie di lui, la devotissima cugina

Helen Bianca. La famiglia, di ferma

educazione cattolica, era tanto benvoluta

che quando Helen morì si narra che


entrambi i lati della strada, da Marinel-

saggio

del feretro. Quando negli anni

’30 il gruppo industriale dei Fabbricotti

fallì in seguito alle ristrettezze indotte

dall’Autarchia ma pure all’aspro scontro

venutosi a creare tra Carlo Andrea

e il despota carrarino Renato Ricci, gerarca

fascista della peggior specie, la

nobiltà della famiglia diede nuovamente

ampia prova di sé: fu lo stesso Fabbricotti

a segnalare con somma dignità

agli esecutori fallimentari gli appezzamenti

di terreno che sfuggivano ai loro

pur attenti controlli.

Lo splendido monumento marmoreo

eretto nel 1913 in onore del patriarca

drea

a nome della famiglia tutta.

Il Carlaz troneggia a tutt’oggi al di fuori

del piccolo cimitero della Tenuta di Marinella,

proprio di fronte alla cappella di

famiglia: lo spirito dell’uomo pare ancora

aleggiare sull’intera piana vigilando

sulle anime dei morti con lo stesso

piglio che egli riservava all’intera sua

dipendenza in vita.

La scultura fu commissionata ad Alessandro

Lazzerini (1860-1942) e si tratta

senza dubbio del capolavoro dello

scultore carrarese: ricca di particolari

allegorici molto interessanti, spicca la

sacca da cui escono dei denari, perché

richiama subito alla mente la celebre

«borsa» che l’intera «contrada» riconosceva

ai Malaspina nel celebre elogio

immortale che Dante inserisce nel Canto

VIII del Purgatorio. Si intravvede qui

un suggerimento diretto all’artista reso

da Carlo Andrea, che fu appunto, come

già si diceva, un valentissimo dantista.

Non a caso un’epigrafe posta ai piedi

del monumento recita: «Da l’Alpe dominata

trasse ricchezze qui profuse».

Nella man destra, purtroppo, non è più

presente il bastone che il personaggio

posa sulla roccia: è auspicabile un

completo restauro del monumento,

senz’altro uno dei più belli e preziosi

dell’intera regione.

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La Santa Croce del Monastero del Corvo

Scheda

del borgo

76

Che Ameglia sia un insediamento di origine

preromana è attestato in modo indubitabile

dalla presenza di una necropoli Ligure-Apuana

del IV a.C. scoperta nel 1976 in località

Cafaggio da Ennio Silvestri (1920-1986),

ricercatore indipendente e sindaco storico

del borgo. Le sue interessantissime tombe a

cassetta sono ben presentate al Museo Civico

della ->Spezia presso il Castello di San Giorgio.

Di epoca romana, invece, è la Villa patrizia

del I sec. a.C. di Bocca di Magra, mentre

il primo documento che ricorda Ameglia è un

diploma dell’imperatore Ottone I, datato 963

che si conserva nel Codice Pelavicino (Biblioteca

del Seminario Vescovile, Sarzana).

Ma l’attrattiva di maggiore importanza dell’intero

territorio amegliese è senza dubbio il

Monastero di Santa Croce del Corvo, di

poco sopra Bocca di Magra, la cui fondazione

è attestata al 1176. Punto panoramico

Magra e sulla grande catena delle Apuane,

la sua presenza è strettamente legata alla

Leggenda Leboinica del ->Volto Santo, di cui il

cenobio conserva una copia importante, pre-

Monastero del Corvo ha avuto sullo sviluppo

della Letteratura, non soltanto lunigianese, è

enorme. Al di là della monumentale biblio-

Volto Santo (detto

anche Santa Croce), con l’individuazione di un

itinerario addirittura europeo, sappiamo che


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78

al Monastero sostò nel 1314 il genio di Dante

Alighieri, il quale, muovendo l’umile frate Ilaro

a redigere un’epistola accompagnatoria di

una copia autografa dell’Inferno da recapitare

in dedica assoluta al condottiero ghibellino

Uguccione della Faggiuola, diede origine ad

stica

Lunigianese. Negli ultimi due decenni il

Centro Lunigianese di Studi Danteschi ha for-

Epistola

di frate Ilaro sottolineandone l’importanza

stretto legame con il tema del viaggio di Dante

in terra francese (-> Lerici). In tal modo il

Monastero di Santa Croce è tornato all’attenzione

del dantismo internazionale.

Anche Giovanni Boccaccio, che non a caso

dell’Epistola di frate Ilaro fu il grande copista,

volle ambientare in questo luogo una novella

del Decamerone, precisamente la IV della I

Giornata. Al Monastero del Corvo c’è pure la

traccia del passaggio di Francesco Petrarca,

anch’essa legata al tema del viaggio di Dante

a Parigi.

Nel corso della seconda metà del sec. XIX,

dopo un lunghissimo periodo di incuria,

l’antico cenobio fu recuperato da Carlo Fabbricotti

(1818-1910), detto “Carlaz”, grande

industriale del marmo di cui si ammira uno

splendido monumento di fronte al piccolo

cimitero di Marinella di ->Sarzana. Al grande

patriarca si deve la costruzione del castelletto

in falso gotico posto più in alto rispetto all’an-

Carlo

Andrea Fabbricotti (1864 - 1935), divenne

un alto esponente del dantismo lunigianese.

La moglie di lui, la cugina Helen Bianca,

vissuta quasi in odore di santità, ha lasciato

delicate memorie ed una forte devozione

popolare.

Negli anni ’50, grazie alla mediazione sapiente

del Cardinale Anastasio Ballestrero

(1913-1998), la Congregazione Ligure dei

Carmelitani Scalzi ha acquisito l’intera proprietà

dei Fabbricotti dal Monte dei Paschi,

che lo aveva rilevato con il fallimento delle

aziende di famiglia seguito alla grande crisi

del ’29. È così che quell’autentico angolo di

paradiso, comprensivo del monumentale

parco ottocentesco, fu sottratto al pericolo

della speculazione edilizia. Oggi, dunque, il

monastero, come secoli e secoli fa, è tornato

ad essere un luogo di esercizi spirituali e di

discreta ospitalità. Una vecchia epigrafe presente

sull’ingresso del cenobio antico recita

ancora: “Resurgam”, ‘risorgerò’. Il miracolo si


è avverato.

Il genius loci creato da una simile enormità

to

nel corso del secondo ‘900, quando Bocca

di Magra divenne un punto di ritrovo estivo

di grandi intellettuali, poeti e scrittori: qui si

incontravano Giovanni Giudici e Eugenio

Montale, Franco Fortini e Vittorio Sereni.

Da un simile humus culturale è cresciuta la

come Roberto Pazzi, nativo di Ameglia.

Un’altra frazione importante è Montemarcello,

un cammeo posto sulla sommità del

Monte Caprione. Inserito nel novero dei 100

Borghi più Belli d’Italia, è stato il paese di

Luigi Camilli (1955-2016), prima voce recitante

della Via Dantis (->Mulazzo), la creazione

del Centro Lunigianese di Studi Danteschi

su cui si era artisticamente formato. Prematuramente

scomparso, è lassù che l’artista

ora riposa in pace.

BIBLIOGRAFIA

ENNIO SILVESTRI, Ameglia nella Storia della Lunigiana,

Ameglia, 1963 (III ed. postuma 1991).

MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca, La

Spezia, Edizioni del CLSD, 2006.

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80

La Santa Croce del Corvo


ALLE ORIGINI DEL “VOLTO SANTO”

Il documento più antico che parla della Santa

Croce del Corvo (o Volto Santo) è un atto

di Pipino, vescovo di Luni, del 2 febbraio

1176 con cui si destinavano trentadue giove

«monacho de Corvo»

un

Sancte Crucis ed beatissimi Nichodemi confessoris»

Monastero di Santa Croce del

Corvo era già ben presente il culto della

Leggenda Leboinica. Narrano antichi codici

delle memorie di un diacono Leboino in

pellegrinaggio in Terra Santa al seguito del

vescovo subalpino Gualfredo. Un angelo

rivelò in sogno all’alto prelato l’esistenza di

realizzato per mano di Nicodemo, il Discepolo

che con l’aiuto di Giuseppe d’Erimatea

si occupò di deporre il corpo di Gesù nel

Sepolcro. Nicodemo, quand’era intento a

scolpire il corpo del Cristo, si trovò nell’impossibilità

di riprodurne il volto, ma l’icona

sarebbe stata da lui ritrovata, un mattino,

miracolosamente completata: è il miracolo

di un’immagine “acheropita”, cioè di origine

non umana, ma trascendente. Gualfredo

Volto Santo, un

grande Cristo trionfante in croce recante in

sé varie reliquie, e come unica speranza di

condurlo in patria lo imbarcò su di una navicella

priva di equipaggio. Il santo naviglio,

però, non giunse a Roma, come sperato: si

fermò di fronte all’antica città di Luni, dunque

proprio sul litorale adiacente la foce

della Magra che si ammira dal Monastero

del Corvo. La navicella celeste resistette

ad ogni tentativo di abbordaggio da parte

amente

a riva dopo l’esortazione solenne

mossa da Giovanni, vescovo di Lucca, accorso

sul luogo essendo stato avvisato in

sogno del mirabile arrivo. Seguì una disputa

tra la popolazione lunense e la delegazione

lucchese, con quest’ultima che pretendeva

la conservazione della preziosa reliquia in

forza della rivelazione ricevuta dal proprio

vescovo e con la popolazione lunense che

rivendicava la proprietà per diritto territoriale.

Onde risolvere la questione si decise

libero traino di due buoi non addomesticati:

il Volto Santo sarebbe stato assegnato al

vescovo Giovanni se il carro avesse preso

la via di Lucca, altrimenti sarebbe rimasto

ai Lunensi. Finì che i buoi presero la

strada per Lucca, ma la diocesi del Ducato,

onde ricompensare i lunensi, lasciò

loro l’ampolla rinvenuta sulla navicella del

Preziosissimo Sangue di Gesù, ancor oggi

conservata nella Cattedrale di ->Sarzana.

Correva l’anno 742.

Di tutta questo racconto straordinario è

fa riferimento: il 742, infatti, è l’anno della

della sottomissione di Luni a Lucca, la caput

Tusciæ” (A. MURATORI, Delle antichità

estensi et italiane, I, Napoli, MDCCCLXI, p.

181). Ma quell’anno segno pure la nascita

staurazione

di un Impero Romano che si

faceva anche Sacro.

La Santa Croce che si conserva al Monastero

del Corvo è un maestoso Cristo

ligneo tunicato, l’unico manufatto del XII

secolo (o prima) che può essere considerato

copia dell’originale di Lucca (del quale

è stata di recente accertata la datazione

all’VIII secolo). I tratti semiti del volto e alcuni

caratteri tipicamente bizantini, come

la barba, fanno pensare ad una fattura

mediorientale del monumento. Importante

considerare che non si tratta di un

Cristo

Trionfante. E se l’Alighieri salì al Monastero

Centro Lunigianese di Studi Danteschi sulla

base dell’Epistola di frate Ilaro, allora tra

i tanti capolavori che vide vi fu senz’altro

anche questo.

Il Sommo poeta cita il «Santo Volto» lucchese

in Inf XXI 48, ma qualcuno ha voluto

intravvedere un riferimento al Cristo del

Corvo nel passo di Pur III 122-23: « [...] la

ciò che si rivolge a lei».

BIBLIOGRAFIA

EGIDIO BANTI, La Croce Lignea del Monastero

del Corvo, in *Dante e la Lunigiana, Iperte-

Centro Lunigianese di Studi Danteschi (Atti

del Congresso Internazionale ‘Dante e la

Lunigiana’, Ameglia, Monastero di S. Croce

del Corvo, 30 settembre – 1 ottobre 2006),

Firenze-Ameglia, 2009.

81


PONTREMOLI (Ms)

Scheda

del borgo

82

Pontremoli è il comune più settentrionale

della Regione Toscana, sorto

sulla via Francigena all’alba del Mille

alla confluenza del torrente Verde

con la Magra.

L’ipotesi che Pontremoli corrisponda

alla leggendaria Apua, centro maggioritario

degli antichi Liguri Apuani,

è già presente nella tradizione umanistica

ed è stata ripresa ai primi del

Novecento dal poeta Ceccardo Roccatagliata

Ceccardi.

«Per Alpem Bardonis Tusciam ingressus»,

‘Porta di Toscana’, definivano

i Longobardi la Lunigiana facendo

specifico riferimento alla zona del

Pontremolese (“Alpe Bardonis” è l’odierno

Passo della Cisa) ed allo stesso

modo si esprimeva il grande imperatore

Federico II, lo Stupor mundi,

il quale visitò più volte la città. Nel

corso della sua ultima visita, nel febbraio

del 1249, proveniente da Cremona,

si trascinava appresso in catene

Pier delle Vigne, il suo segretario

particolare caduto drammaticamente

in disgrazia (è il triste protagonista

del Canto XIII dell’Inferno, quello

della Selva dei Suicidi). Per dare un

esempio a quel comune irrequieto,

che già aveva osato tendere un agguato

a Federico il Barbarossa, sventato

da Obizzo Malaspina il Grande,

lo faceva crudelmente abbacinare


come traditore «in platea ecclesie

Sancti Geminiani», cioè nella Piazzetta

di S. Gemignano, dove a perpetua

memoria del fatto è stata apposta

una bella epigrafe.

Dato che Corrado l’Antico, il grande

capostipite dello Spino Secco (la

marca malaspiniana che ospitò Dante),

in forza di antica tradizione ampiamente

accreditata era genero di

Federico II, la voce che esce da quel

celebre «gran pruno» di Inf XIII 32

(proprio l’albero dello stemma e pure

nella condizione secca!) è considerata

dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi

“memoria malaspiniana”.

Maggior segno delle profonde divisioni

che agitavano la turbolenta Pontremoli

del tempo è la cosiddetta Cortina

di Cacciaguerra, che divideva la parte

guelfa da quella ghibellina. Resta

di essa, quale struttura originaria, la

Torre del Campanone, simbolo del

borgo. Fu costruita nella prima metà

del sec. XIV per volontà di Castruccio

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Di quei tempi antichi di Alto Medio Evo Pontremoli

conserva, presso la Chiesa di San Pietro, una eccezionale

memoria peregrinale: si tratta dello splendido

->Labirinto in arenaria del sec. X, che è uno dei più

iconografici tra quelli ad oggi pervenuti.

Pontremoli è la Città del Libro, sede del prestigioso

Premio Bancarella, ed è anche una grande Città

d’Arte, di cui si contende il primato lunigianese con

Sarzana. Di particolare rilievo è il canone pittorico

tipico detto Barocco Pontremolese: se ne possono

ammirare le maggiori testimonianze nel Duomo, la

Concattedrale di Santa Maria del Popolo. Ma la città

è pure una vera capitale della statuaria preistorica:

nel Castello del Piagnaro essa ospita il Museo delle

->Statue-stele Lunigianesi, cioè la raccolta del

più vasto fenomeno di steli antropomorfe ad oggi

conosciuto al mondo.

Tradizione molto sentita è il culto dei Falò, per cui

esistono due Compagnie

di Fuochisti assolutamente

concorrenti: una

per il Falò di Sant’Antonio,

detto comunemente di

San Nicolò (17 gennaio),

e l’altra per il Falò di San

Geminiano (31 gennaio),

il più importante, partecipato

da migliaia di persone,

che viene acceso

sotto il fascinoso Ponte

della Cresa in occasione

della festa del Santo

Patrono del borgo. Alla

buona riuscita dei fuochi

(le pire sono alte anche

13 metri e devono bruciare

in modo uniforme

con fiamme stabili sulla

verticale) sono considerati

appesi i destini del

borgo nell’anno appena

iniziato.

Di Pontremoli sono

native alcune notevoli

personalità. Paride

Chistoni (1872-1918),

fu insigne grecista e latinista;

annoverato dal

Centro Lunigianese di

Studi Danteschi tra i giganti

del dantismo locale,

morì prematuramente,

vittima della famosa

epidemia della “febbre

gialla”. Luigi Poletti

(1864-1967) fu un sorprendente

matematico:

perfezionò il Crivello di

Eratostene, operatore

atto alla scoperta di numeri

primi, e fu pure un

valente poeta dialettale.

Morì ultracentenario. A

lui si deve la traduzione

in vernacolo locale del


Canto XXXIII dell’Inferno

di Dante (“Al Cont Ugolin”,

1953). Manfredo

Giuliani (1882- 1969), fu

il fondatore degli studi

etnografici e di antropologia

culturale a cui

si deve lo sviluppo della

grande cultura lunigianese

moderna. In suo

onore è nata una delle

maggiori istituzioni

dell’intera regione, l’Associazione

‘Manfredo

Giuliani’ per le ricerche

storiche e etnografiche

della Lunigiana con sede

a ->Villafranca. Di più

antichi natali fu il Cieco

di Pontremoli, un umanista

del sec. XIV di cui ci

narra il Petrarca in una

delle sue celebri epistole.

BIBLIOGRAFIA

ISA MANGANELLI TRIVELLONI, Dimore Pontremolesi, con il saggio

di GIUSEPPE BENELLI L’identità storica di Pontremoli, Cassa

di Risparmio della Spezia, 2001.

MIRCO MANUGUERRA, ‘Orma di Dante non si cancella’ - I Luoghi

Danteschi della Lunigiana, in ANDREA BALDINI (a cura di) Le Sette

Meraviglie della Lunigiana, Lucca, Pacini Fazzi per il Rotary Club

Lunigiana, 2016, pp. 229-260 (Pontremoli alle pp. 254-255).

85


Il Labirinto

di Pontremoli

86

LA VIA DELLA SAPIENZA

L’antica chiesa di San Pietro de Con-

la Magra – è stata ricostruita nel 1961 secondo

il pessimo canone moderno dopo

la distruzione subita nel 1944 da uno dei

soliti bombardamenti alleati della II Guerra

Mondiale. Da quel disastro si salvò soltanto,

miracolosamente, una pesante lastra di

arenaria (ca. 83 x 60 cm.) con sopra inciso

un labirinto circolare di tipo unicursale, di

quelli cioè il cui percorso, per quanto lungo

e complicato, non presenta false piste ed è

perciò senza possibilità di errore.

Il Labirinto di Pontremoli, attribuibile al più

al sec. XI, fu tolto dalle macerie nel corso degli

anni Cinquanta dal grande Augusto Cesare

Ambrosi, lo stesso studioso cui si deve

la fondazione del Museo delle Statue-stele.

Conservato temporaneamente presso il

Castello del Piagnaro, il monumento fu restituito

alla nuova chiesa non appena consacrata.

Per anni celato in sagrestia, come

fosse un corpo estraneo in un simile contesto

modernista, fu grazie all’intervento

di Renato Del Ponte, tra i massimi studiosi

dell’opera, che nel 1990 al Labirinto fu restituita

tutta la sua dignità con l’attuale col-


locazione all’ingresso del tempio, sopra

l’acquasantiera, nella posizione che più

si addice ad una emergenza tanto ricca

L’opera presenta tredici circonferenze

ri

posti uno di fronte all’altro. Quello di

destra presenta uno strano prolungamento

pentagonale sotto la pancia del

cavallo, forse un mantello, ed ha alle

spalle una entità alata. A sinistra della

scena c’è l’Ouroboros, il serpente che

si morde la coda a simbolo della circolarità

della vita e della stessa eternità.

Ancora sulla destra c’è una forma ormai

indecifrabile che si dice possa essere

stata una clessidra. In basso una scritta

apposta in epoca successiva recita: «Sic

currite ut comprehendatis»: ‘Orsù, correte

per conquistarlo!’, il che pare un chiaro

riferimento alla Prima Lettera di San

Paolo ai Corinzi. Nello stesso periodo è

stato apposto nel centro del labirinto,

con caratteri simili, il Monogramma di

Cristo, IHS, evidentemente per sancire il

valore originario dell’opera, cioè quello

del cammino simbolico del pellegrino

che, percorrendo la strada della vita

con buona volontà, senza biforcazioni,

perviene senz’altro, pur con tutte le

è la vera meta di ciascuno di noi. Ogni

pellegrino in sosta su Pontremoli, dunque,

grande tappa della Via Francigena,

poteva trovare conforto nel constatare

che per quanto necessiti di un cammino

tortuoso, la pace in Cristo è un obiettivo

sempre raggiungibile.

Una scuola classica interpreta i due cavalieri

come impegnati nell’eterna lotta

del Bene contro il Male, mentre Renato

Del Ponte associa la scena alla celebre e

suggestiva incisione di Albrecht Dürer Il

Cavaliere, la Morte e il Diavolo.

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vi aspettano tutti i giorni nelle

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BIBLIOGRAFIA

RENATO DEL PONTE, Il Labirinto di San

Pietro in Pontremoli nel pellegrinaggio simbolico

del Medioevo, Edizioni del Tridente,

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88


I GUARDIANI DEI MILLENNI

«Nel corso di due secoli e mezzo, attorno

al 3200 a.C., da una non-esistenza del

diverse isole culturali in varie parti d’Europa

nelle quali le Statue-stele sono state

create e sono divenute una realtà cultu-

-

TI, Le statue-stele della Lunigiana, Milano,

Jaca Book, 1981). Lo stesso autore precisa

che «le statue-stele si rivelano essere

i più antichi monumenti religiosi indoeuropei

che si conoscano in Italia e in altre

zone dell’Europa Occidentale».

In Lunigiana la cultura del megalitismo

antropomorfo raggiunge la dimensione

Un simile primato dovrebbe essere suf-

“civiltà lunigianese”, ma un simile onore

non è mai stato concesso all’antica popolazione

ligure-apuana. La questione non

è oziosa, né tanto meno campanilistica,

perché il fenomeno nostrano non si distingue

solo per dimensioni, ma soprattutto

per qualità: il corpus delle Statue

stele della Lunigiana, che conta quasi

un centinaio di monumenti, presenta un

singolare equilibrio tra soggetti maschili

e femminili. Insomma, l’universo femminile

assume nelle stele lunigianesi un’importanza

tanto rilevante da far decisa-

Lo suggerisce anche Diodoro Siculo, storico

greco del I sec. a.C., il quale testimonia

che il popolo dei Liguri-Apuani - che

godeva di fama europea anche per l’alleanza

stretta con Annibale nella II Guerra

Punica - possedeva nelle donne un vero

punto di forza, in quanto «forti e vigorose

come gli uomini» e «abituate a lavorare

nel medesimo modo degli uomini».

to

di questi monumenti straordinari,

di tesi ne sono state avanzate tante da

quando Ubaldo Mazzini, grandissimo

studioso spezzino, li elevò all’attenzione

del mondo: l’ipotesi più probabile resta

quella che le fascinose Statue-stele siano

espressione di un sacro culto degli antenati.

Si tratterebbe, insomma, di versioni megalitiche

anticipatrici dei celebri lari delle

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90


patrizie domus romane. L’ipotesi – avvalorata

anche da studi recenti, che hanno

escluso l’associazione delle Stele con le

sepolture – meglio soddisfa all’indole di

propria terra da costringere Roma ad

una secolare e faticosissima conquista.

Così fu soltanto con la drammatica deportazione

di cui ci narra Tito Livio (180-

179 a.C.), quando forse una colonna di

quarantamila persone – comunque migliaia

di famiglie – lasciò forzatamente

la terra dei padri in un viaggio senza ritorno

alla volta del Sannio, che la grande

stagione della monumentalia lunigianese

trovò il suo epilogo. Subito dopo - era il

177 a.C. – ci fu la fondazione di Luni, la

«splendida nostra civitas lunensis», come

si legge in una celebre epigrafe rinvenuta

in loco.

Di quelle antiche genti resta solo quell’esercito

incrollabile e fedele di simulacri

immortali. Riemersero dalle profondità

della Storia solo nel 1827, quando il primo

monumento fu rinvenuto. Avvenne

stranamente non in Val di Magra, dove

in seguito sarebbero state recuperate

quasi tutte le altre, ma in Val di Vara,

precisamente nella zona di Zignago.

La maggiore esposizione delle Statue

stele di Lunigiana è allestita nel Castello

del Piagnaro. Inaugurato nel 1975 da

Augusto Cesare Ambrosi, cui è dedicato,

il Museo delle Statue Stele Lunigianesi

appassionata direzione dell’archeologo

Angelo Ghiretti, alla cui gentilezza si

sta

scheda. Arricchito di sistemi didattici

multimediali innovativi, si parla di uno

dei musei più visitati della Toscana. Mica

roba da poco!

BIBLIOGRAFIA

AUGUSTO CESARE AMBROSI, Corpus delle

Statue-Stele Lunigianesi, Istituto Internazionale

di Studi Liguri, Bordighera 1972.

ANGELO GHIRETTI, Il racconto delle Stele:

dalle scoperte al museo che le rivela, in *Le

Sette Meraviglie della Lunigiana, a cura di

A. Baldini, Lucca, Pacini Fazzi per il Rotary

Club Lunigiana, 2017.

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92

Vittoria alata di Giovannetti


LA PATRIA COME UNA WALKIRIA

Il Monumento ai caduti della Grande

Guerra di Pontremoli è uno dei

numerosi capolavori speculativi vantati

dalla Lunigiana. La Vittoria, infatti,

è qui allegorizzata dalla Patria stessa

(un’Italia turrita alata) che vediamo

impegnata nel dispiegare la bandiera

sopra un soldato morente. Come una

della mitologia germanica,

dunque, l’Italia raccoglie gli spiriti dei

suoi Eroi morti in battaglia per condurli

nel dominio della Gloria imperitura.

La volontà di celebrare la vittoria

sull’Impero austro-ungarico con la

matrice di quella cultura stessa è ben

dimostrata dalla presenza, sul basamento

in marmo, di un Trofeo (o

Tropaion) composto dall’aquila della

Vittoria posata sulle armi del nemico

battuto ed una composizione di rami

di quercia e alloro (simboli di Forza e

di Gloria).

Giovanni

Giovannetti (1861-1927),

questo splendido gruppo bronzeo

fu inaugurato il 20 settembre 1924

nella centralissima Piazza della Repubblica.

Nel 1991 fu traslato dove

si trova ora, in piazza Unità d’Italia.

In quell’occasione ai piedi del basamento

fu aggiunto un libro aperto in

della vocazione libraia della Città di

Pontremoli, sede del Premio Bancarella.

Il libro reca il seguente passo:

«Coraggio di Ieri, Impegno di Oggi, Per

una Terra di Pace e Libertà. Potremoli

Comune d’Europa».

L’opera, nella sua nuova destinazione,

appare in verità in una condizio-

bellezza che sa esprimere. Inserita

com’è nel contesto di un piccolo parco,

pure l’imponenza arborea la sottrae

decisamente all’attenzione del

turista. Andrebbe almeno liberata

della presenza delle fronde più basse

visibilità che certamente merita.

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94


IL ‘MARAMEO’ SFRONTATO

DEL BURATTINO

Presso i giardini pubblici di Pontemoli

si può ammirare l’originalissimo

Pinocchio irriverente. La scultura, in

bronzo, sembra recente, ma fu invece

inaugurata il 31 luglio del 1960.

Opera dello scultore Riccardo Rossi

(1911-1983), essa anticipa, nella produzione

del maestro massese, il Monumento

ai Librai di Montereggio di cui

si parlerà a proposito di ->Mulazzo e

-> Massa Carrara.

Il celebre personaggio, nato dalla fervida

fantasia di Collodi (pseudonimo

di Carlo Lorenzini, 1826–1890), è qui

ritratto nell’atteggiamento irriverente

di un grosso ‘marameo’. Parliamo

di un gesto infantile, certo, ma è in

realtà rivolto ad un pubblico adulto

che troppo spesso dimostra di non

meritarsi molto di più. Si tratta di un

lavoro davvero pregevole: le gambe

intrecciate del burattino invitano decisamente

a pensare alla Commedia

dell’Arte, dunque ad un Pinocchio che,

nelle false spoglie di un Arlecchino, si

del gesto va probabilmente inquadrato

nel contesto in cui è collocato: i

Giardini del Teatro della Rosa suggeriscono

l’idea di un vero coup de

théâtre.

Si potrebbe forse parlare di un Trionfo

di Pinocchio? Può darsi, ma senza

esagerare. Se di trionfo davvero si

tratta, infatti, esso va riferito al capolavoro

di Collodi e a tutti i suoi straordinari

ammaestramenti sapienziali,

non certo all’atteggiamento tipico

del burattino, la cui vicenda è decisamente

lontana dalla saggezza del

Grillo parlante.

È ben vero che il grillo è pedante, ma

solo perché ha sempre ragione, e

tutti i ragazzini dovrebbero capire, in

della vita, che nessuno ha la fortuna

di vedersi arrivare ogni volta una Fata

turchina a toglierlo dai guai.

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96


L’EQUILIBRIO DELLA

SOMMA SAPIENZA

Il 5 dicembre del 1470, e nei giorni

successivi, a Pontremoli la Madonna

apparve a una pastorella nei pressi di

un’edicola posta sulla Via Francigena

contenente una sacra icona trecentesca

dell’Annunciazione. Sul luogo preciso

degli Incontri il popolo volle che si edi-

Chiesa dell’Annunziata

trova a tutt’oggi protetto in un tempietto

marmoreo ottagonale del 1526 tradizionalmente

attribuito alla scuola del Sansovino.

Tra molte altre preziosità – si annoverano

anche due opere notevoli di

Luca Cambiaso – in una nicchia posta

alle spalle del tempietto è ospitata una

splendida scultura di Sant’Agostino. La

presenza del fondatore della Patristica è

data dal fatto che la cura del santuario

Agostiniani.

Il Santo è ritratto assiso in trono con la

mitria sul capo e il pastorale nella mano

destra, dunque precisamente immerso

nel suo ruolo di Vescovo di Ippona. L’atteggiamento

solenne è esaltato dal tenere

con l’altra mano un gran libro posato

sulla gamba corrispondente. Il libro,

con rara padronanza tecnica scultorea,

è tenuto aperto nel mezzo dal Santo con

il suo dito medio. Il monumento è di tale

fattura che alcuni (si dice anche Vittorio

Sgarbi) hanno voluto vedervi la mano

suprema di Michelangelo. Il tratto di

maggior interesse esegetico dell’opera

è rappresentato dal particolare del libro

tenuto aperto esattamente nel mezzo.

Il concetto richiama alle scuole neoplatoniche

quattro-cinquecentesche, cul-

Segnatura con la celeberrima Scuola di

Atene, i quali centri di pensiero (secondo

gli studi innovativi portati dal Centro

Lunigianese di Studi Danteschi) furono

i primi (e unici) a riconoscere in Dante

(e oggi non ancora riconosciuta) tra Platonismo

e Aristotelismo. Sant’Agostino,

campione della speculazione platonica,

nel tenere aperto a metà un libro imprecisato

ma con tutta probabilità la summa

ideale della Dottrina Cristiana, esprime sia la

dimensione della componente espressa dal

ne

dei due grandi sistemi del mondo, sia il

punto di equilibrio tra la speculazione da egli

stesso compiuta e quella portata dal successivo

impianto aristotelico della Scolastica.

Semplicemente, una enormità.

97


MULAZZO (Ms)

Scheda

del borgo

98

Si è supposto che i toponimi di Mulazzo

e Mulazzana siano legati ad insediamenti

bizantini, i quali in Alta Val di

Magra sono ben documentati con la

presenza del Limes in Kastrum Sorani a

Filattiera. Ma la forma Mulazzana, (riportata

nei più antichi documenti che

si riferiscono a questo territo¬rio) è sicuramente

un prediale composto con

un nome latino. É Filattiera, invece, ad

essere un toponimo di origine bizantina,

in quanto ricalca il greco phulaktèria.

Tuttavia, uno stretto legame tra

i due borghi lo si può intravvedere con

la torre esagonale di Mulazzo, detta,

per tradizione antica, “Torre di Dante”,

la quale, costruita sulla massima sommità

del colle, ha fatto pensare ad una

architettura ben precedente alle origini

obertenghe del castello.

Non sarà, dunque, un caso che in occasione

della spartizione del Casato

operata da Corrado l’Antico nel 1221

baricentro del casato malaspiniano da

pavese, alla Val di Magra) le due capitali,

una per lo Spino Secco, stemma

ghibellino, e l’altra per lo Spino Fiorito,

stemma guelfo, siano state individuate

proprio in Mulazzo e Filattiera. E già

l’antica organizzazione diocesana vedeva

il territorio di Mulazzo, Groppoli

e Pozzo comprese nel piviere di Soriano,

cioè, per l’appunto, di Filattiera.

La divisionebellini

non avvenne per dissidi politici

ma per conferire un maggior valore di

insieme alla Marca. I due stemmi stessi,

icone dell’equilibrio degli opposti –

originati da un chiaro topos provenzale

– ispirarono a Dante la struttura del

Canto VIII del Purgatorio assieme alla


canzone del loro probabile ideatore:

La Treva di Guilhem de la Tor (MANU-

GUERRA 2020).

Nell’aprile del 1306, anno dell’arrivo

di Dante Alighieri, investito della missione

diplomatica che portò alla Pace

di Castelnuovo con il vescovo-conte

di Luni (6 ottobre 1306), si tracciò un

solco indelebile nella tradizione del

borgo e di tutta la Lunigiana. Mulazzo,

che dello Spino Secco era la capitale,

non ha bisogno di alcun documento

storico per vantare la presenza del Poeta.

A quella presenza enorme, di cui

narra in eterno il Canto VIII del Purgatorio

e trasformata ben presto in

un vero e proprio genius loci, possono

essere ricondotte alcune espressioni

straordinarie del territorio di cui si

dirà a breve a proposito della frazione

di Montereggio.

Oggi il borgo storico monumentale di

Mulazzo è un unico grande Parco Dantesco

grazie alla novità mondiale del

percorso esegetico della Via Dantis ® .

L’itinerario conduce dagli archi dell’ac-

chissima

Torre di Dante, appartenente

al gruppo fortilizio del borgo del XIV

secolo che ospitò l’Alighieri. Imperdibili

il Dante, ultimo capolavoro scultoreo

di Arturo Dazzi, il Punto Panoramico

della Torre sull’intera Alta Val di

Magra e l’Appennino Tosco-Emiliano e

la visita al Museo ‘Casa di Dante in

Lunigiana’

Ultimo dei marchesi del ramo di Mulazzo

fu il grande navigatore Alessandro

Malaspina (1754-1810), cui si

altissima importanza. Le memorie del

personaggio sono raccolte dall’Archivio

Storico ‘A. Malaspina’, mentre

il sepolcro è visitabile nel cimitero di

Pontremoli.

Di fronte al cuore del borgo, con terrazza

panoramica, a conduzione familiare,

potrete gustare un ricco menù di piatti

della cucina spagnola e della

cucina tradizionale lunigianese.

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100

La frazione più importante del Comune

di Mulazzo è Montereggio, custode

di due importanti valenze etnogra-

La prima valenza è rappresentata

dall’Epopea dei Librai lunigianesi.

Montereggio, infatti, è un borgo votato

all’arte degli editori: qui nacque il Premio

Bancarella e qui gran parte delle

gure

imprenditoriali dell’arte del libro.

Da ammirare il Monumento ai Librai

di Montereggio (1962), in marmo di

Carrara, opera dello scultore massese

Riccardo Rossi (1911-1983).

È Giovanni Manzini, umanista di Fivizzano

a testimoniarci, nell’Epistola a De

Ochis da Brescia (1388), l’esistenza, già

-

quel periodo, sulla spinta della stessa

orma dantesca, almeno le condizioni

che favorirono lo straordinario sviluppo

dei venditori ambulanti di libri. Un

fenomeno unico, incredibile: persone

spesso analfabete d’un tratto pensarono

di riempire le grandi gerle non

più con i rinomatissimi funghi porcini,

ma con i libri. Un ulteriore impulso fu

certo dato da Papa Niccolò V (1397-

1455), lunigianese di Sarzana, il quale

avviò una immensa raccolta di volumi

per la fondazione della Biblioteca Vaticana

da lui stesso fermamente voluta.

La seconda valenza è rappresentata

dal Cantamaggio. Si possono distinguere

due forme del fenomeno: c’è il

Maggio Epico e c’è il Maggio Cortese. Nel

borgo di Montereggio si canta il Maggio

della tradizione cortese. Il gruppo

dei maggianti si reca di fronte alle abitazioni

del borgo cantando un motivo

il cui testo può variare a seconda della

situazione della famiglia presso cui si

chiede ospitalità. Il leit motiv, infatti, è

sempre quello di ottenere buone vettovaglie

e vino di botte.

Da dove trae origine tutto ciò? La risposta

è molto semplice: dall’arte trobadorica.

I cantori occitanici, di cui i Malaspina

furono tra i primissimi e maggiori

mecenati in terra italica, vedevano nel

mese di Maggio la più poetica delle

stagioni (diverrà poi infatti il Mese di

Maria) e in cambio di una canzone da

loro stessi composta ed eseguita (in

ra

gentile della castellana) chiedevano

al Signore di turno il solo pretz d’un

poco di ospitalità.

Ebbene, il Maggio cortese non è altro

che una rievocazione storica popolare

in cui i maggianti imitano la parte degli

antichi troubadour, mentre le famiglie

hanno l’onore di giocare la parte

dei Signori Malaspina, motivo per cui

non può che manifestarsi da parte


loro una sincera e genuina generosità.

Salutiamo la padrona

che cortese è tanto bona

Per dirla con Montale, con il Maggio cortese

anche la parte più povera dei borghi

va a raccogliere «la propria parte di

ricchezza» ed è veramente commovente

osservare come simili espressioni di

buona civiltà siano state custodite nei

secoli, con vero senso del sacro, nello

scrigno sapiente di un’umilissima e calda

memoria popolare.

BIBLIOGRAFIA

EUGENIO BRANCHI, Storia della Lunigiana feudale,

vol. I, Pistoia, 1897.

MANLIO NICCOLÒ CONTI, Dell’Origine e sviluppo

di Mulazzo, in «Quaderni della fondazione

Città del Libro», Genova, 1978.

STEFANO MILANO, Torri e case-torre di Lunigiana,

in *Castelli di Lunigiana, Atti del convegno

di studi, Aulla, 16-17 gennaio 1982, Lucca, Pacini

Fazzi, 1982, pp. 31-58.

LIVIO GALANTI, Il soggiorno di Dante in Lunigiana,

Pontremoli, Centro Dantesco della Biblioteca

Comunale di Mulazzo, 1985.

LIVIO GALANTI, Il secondo soggiorno di Dante in

Lunigiana e la composizione del Purgatorio, Pontremoli,

Società ‘Dante Alighieri’ - Comitato di

Carrara, Centro Aullese di Ricerche e di Studi

Lunigianesi, Amministrazione Comunale di Aulla

- Commissione Civica Biblioteca, 1993.

LIVIO GALANTI, Io dico seguitando… - Il ritrovamento

dei primi sette canti dell’Inferno e la ripresa

della composizione della Commedia, Mulazzo,

con il patrocinio delle Amministrazioni comunali

di Mulazzo e di Pontremoli, Centro di Studi

Malaspiniani, 1995.

MIRCO MANUGUERRA, La Sapienza ermetica

dei Malaspina: ulteriori considerazioni, in «Studi

Lunigianesi», XLIV-XLV, 2016, pp. 57-69.

MIRCO MANUGUERRA, Dante e la Pace Universale,

Roma, Aracne, 2020, pp. 50-54.

MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca -

“Orma di Dante non si cancella”, La Spezia, ItaliaperVoi,

2021.

MULAZZO

“Dove la cultura è di casa”

Il museo ‘Casa di Dante in Lunigiana’

e il parco dantesco del borgo storico

monumentale

Le Statue-Stele e gli antichi abitatori

Liguri-Apuani

101

Le vestigia e le memorie degli otto

castelli medievali

Gli stemmi dei Malaspina e le

memorie dei cantori provenzali

Montereggio: Il “Cantamaggio” e

l’epopea dei “Librai pontremolesi”

Il navigatore Alessandro Malaspina

(1754-1810)

I vini e la cucina tipica lunigianese

PIÙ

INFO

info@comune.mulazzo.ms.it


102

Il Dante del Dazzi


IL “DANTE MADRE”

DI ARTURO DAZZI

La messa in posa del “Dante” di

Mulazzo, ultima opera del carrarese

Arturo Dazzi (1881 – 1966),

è avvenuta nell’agosto del 1966,

poco prima della morte del maestro,

a chiusura delle celebrazioni

dantesche che il grande dantista

Livio Galanti (al tempo sindaco

del borgo) aveva organizzato per

il VII centenario della nascita del

Poeta (1365-1965).

Ad un occhio distratto il monu-

semplice, fors’anche di poco conto,

abituati come siamo a vedere

o imperiosi, ma lo sguardo di

un vero esperto coglierà senz’altro

l’essenza rivoluzionaria di un

“Dante madre”, che con lo sguardo

volto alla sua Torre (da sempre

la torre obertenga di Mulazzo

è chiamata “Torre di Dante”),

tiene in grembo la propria creatura:

la Divina Commedia. Non si

tratta di un esempio raro: è un

caso unico. Un vero capolavoro.

Non è tutto: il “Dante” di Dazzi

tiene aperto il Libro. Lo fa grosso

modo nel mezzo, dunque all’altezza

del Purgatorio; più precisamente,

al Canto VIII (il “canto lunigianese

per eccellenza” secondo

Lo si comprende osservando l’equivalente

in travertino posto

distanziato, invero, ma è parte

integrante del monumento): il

gran libro, infatti, è aperto alle

Pur VIII, quelle

relative al Colloquio che Dante intrattiene

in Antipurgatorio, nella Valletta dei

Nobili, con lo spirito di Corrado il Giovane,

marchese di Villafranca in Lunigiana. Sono i

passi in cui Dante pronuncia l’Elogio assoluto

del casato malaspiniano e che contenevano

il segreto del “termine ad quem” della venuta

di Dante in Lunigiana scoperto da Livio Galanti

nel 1965: ante 12 aprile del 1306.

Il testo dell’iscrizione originaria è andato

perduto, cancellato dalla forza erosiva delle

intemperie, ed è stato restaurato nel 2021,

correndo il VII Centenario della morte del

Sommo, ad opera del maestro sarzanese

Giampietro Paolo Paita, già autore degli altorilievi

della Via Dantis. I versi non sono più

quelli dettati dal Galanti sulla base dell’edizione

nazionale del Petrocchi, ma rispecchia-

ta

dal CLSD nel 2006, pubblicata in occasione

del VII centenario del primo soggiorno di

Dante in Lunigiana.

103


104

UNA ODISSEA AI CONFINI

DELLA DIVINA COMMEDIA

Nove installazioni, per otto Canti fondamentali,

segnano un percorso esegetico attraverso il quale

si risolve, nelle sue linee generali e in chiave

neoplatonica, l’intero percorso della Divina Commedia:

è questa la rivoluzione della Via Dantis ® ,

una creazione del Centro Lunigianese di Studi

Danteschi (CLSD).

Il percorso artistico, concepito sulla falsariga della

Via Crucis della Cristianità, è stato realizzato dal

comune di Mulazzo in fregio al DCC anniversario

della morte di Dante Alighieri (2021) con il patrocinio

ministeriale “Dante 700”. Esso consiste in

una serie di solidissimi totem in metallo a forma

di statua-stele della Lunigiana

(un richiamo diretto al quadro

simbolo della “Lunigiana

Dantesca”, opera del pittore

aullese Dante Pierini, 2003),

ciascuno recante una scena

in bassorilievo su marmo realizzato

dallo scultore sarzanese

Giampietro Paolo Paita su

soggetto del CLSD.

Questo itinerario originalissimo

(una novità assoluta nella

tradizione plurisecolare della

lectura dantis), ha trovato

nell’antica capitale dello Spino

Secco la propria collocazione

naturale grazie alla conformazione

del borgo storico monumentale:

elevandosi dal basso

degli archi dell’acquedotto

della “Torre di Dante”, Mulazzo

è veramente il luogo ideale

per un percorso che dalla

«selva oscura» alla «visio Dei»

voglia rappresentare una vera

e propria

della Divina Commedia”.

Non si tratta del solito, banale

percorso segnato dalla mera

declamazione dei Canti: qui,

del dantista entra in campo

in modo dinamico, nei modi

e nei momenti più opportuni,

per prendere idealmente per

mano gli spettatori, riuniti in

gruppi, e condurli alla comprensione

delle fasi salienti

dell’intero Viaggio della Divina

Commedia secondo l’interpre-

sé che gli elementi della Declamazione

(le Voci Recitanti), del

Commento (il Dantista) e delle

Atmosfere Musicali (i Musici)

costituiscono tre fattori assolutamente

inscindibili.

Sostanzialmente, nella Via

Dantis ®

del Poema dell’Uomo come


percorso di elevazione non solo dell’individuo,

ma dell’umanità intera, attra-

interamente votata alla Pace ed alla Fratellanza

universali. In estrema sintesi, il

Viaggio corre sul di una “Poetica

del Volo” capace di legare, in forza di una

rigorosa “Etica del Pellegrinaggio”, personaggi-chiave

ed elementi di struttura soltanto

in apparenza lontanissimi tra loro:

le tre Sante Donne (S. Lucia, Beatrice e la

Vergine) e le tre Cantiche; Caronte e Virgilio;

Francesca da Rimini e Ulisse; Ulisse e

l’Angelo Nocchiero; Corrado Malaspina il

Giovane, marchese di Villafranca in Lunigiana,

e la SS. Vergine; il tutto saldamente

legato alla sintesi suprema della visio Dei.

In prossimità della prima Stazione un

pannello informativo rimanda con i QR-

Code alle pagine Web di Comune e CLSD

dove l’itinerario esegetico è interamente

illustrato, passa per passo, sia in Italiano

che in Inglese.

Ma la Via Dantis ® non è solo un percorso

di lectura dantis itinerante: è anche un

oggi pure un’opera teatrale rappresentata

in multimedialità grazie alla regia di

Simone Del Greco e alle animazioni in 3D

delle tavole del Doré realizzate dal gruppo

sarzanese di Skill Team, il tutto con il

sottofondo potente della «Dante-Symphonie»

di Franz Liszt. Anche il format teatrale

ha ricevuto nel 2021 il patrocinio ministeriale

“Dante 700”.

Un solo approfondimento. Tra gli otto

Canti scelti sta, granitico, l’VIII del Purgatorio,

il “Canto lunigianese per eccellenza”,

che rappresenta la Stazione della Pace

Universale: senza la missione diplomatica

che portò Dante il 6 ottobre del 1306 alla

Divina Commedia – che i maggiori studiosi

intendono iniziata proprio qui, in Lunigiana

– sarebbe stata qualcosa di profondamente

diverso. Lo dimostra la struttura

stessa di Pur VIII, dove due angeli dal viso

luminosissimo cacciano il Serpente tentatore

dalla “Valletta dei Nobili” (non dei

Principi, come volgarmente si tramanda),

chiara metafora del dominio terreno: la

scena è l’anticipazione allegorica dei due

«soli» di Pur

Papa-Imperatore, e qui ci sono Nino Visconti

(un guelfo) e Corrado Malaspina

il Giovane (un ghibellino), marchese di

Villafranca in Lunigiana, a rappresenta-

Pax Dantis

maturo della Monarchia), ma pure l’af-

esperienza lunigianese. A dimostrazione

cini

(2003) di una straordinaria parafrasi

delle Variae di Cassiodoro nel Preambolo

dell’Atto della Pace di Castelnuovo, subito

indicata come una dettatura dantesca e

perciò considerata la prima espressione

compiutamente politica ad oggi cono-

del suo arrivo in Lunigiana il Poeta non

aveva ancora maturato l’idea di un’ossatura

politica del «poema sacro» e al con-

getto

già in corso della Divina Commedia

fa indubbio riferimento la Leggenda dei

primi sette Canti dell’Inferno: narra il Boccaccio

che, rinvenuti in Firenze da parenti,

essi sarebbero stati recapitati al Poeta

presso la corte di Moroello Malaspina in

Val di Magra perché fosse ripreso quel lavoro

che già appariva a tutti eccezionale.

Pura leggenda, certo (Dante non avrebbe

mai potuto scordarsi di quei primi Canti e

il destino della Divina Commedia non può

essere dipeso dall’intercessione di un pur

valente Moroello Malaspina), ma non originata

a caso: l’VIII Canto dell’Inferno (che

si lega in simmetria con l’equivalente lunigianese

del Purgatorio), principiando

con il celebre verso «Io dico seguitando»,

è l’unico caso in tutta la Commedia in cui

la trattazione torna indietro per poi riprendere

senza più alcun indugio verso

la naturale conclusione della visio Dei. La

leggenda vale, quindi, a focalizzare l’attenzione

del lettore su quei primi sette

Canti suggerendo una ripresa del poema

strettamente legata agli esiti particolarmente

felici della missione diplomatica

della Pace di Castelnuovo.

105


VIA DANTIS

IV

V

106

III

II

I


VI

VII

VIII

IX

107


VILLAFRANCA

IN LUNIGIANA (Ms)

Il Dante di Massari

Scheda

del borgo

108

Il borgo di Villafranca, come altre importanti

stazioni citate sull’Itinerario di

Segeric del 990 d.C., è sorto sui due lati

della grande strada mercantile e peregrinale.

A tutt’oggi è presente un tratto

dell’antico borgo, con le classiche porte

delle botteghe medievali. Si tratta della

striscia che mette, in direzione Sud,

all’antico castello di Malnido costituito

a presidio del borgo. La struttura del

maniero era del tutto integra prima dei

bombardamenti degli “alleati” compiuti

nella seconda guerra mondiale: oggi

restano rovine fascinose che si spera

ancora di poter recuperare, almeno in

parte.

Nel 1221, all’atto della grande divisione

dinastica voluta da Corrado l’Antico,

il feudo fu parte della sponda ghibellina

dello Spino Secco, Al tempo della

prima venuta di Dante (1306) il feudo

era retto da Franceschino Malaspina

di Mulazzo, poiché i piccoli Moroello

Corrado II,

detto il Giovane (onde distinguerlo

dal capostipite dello Spino Secco), sulla

Dante Alighieri elaborò

l’elogio assoluto dei Malaspina imperiali

al Canto VIII del Purgatorio, erano ancora

in minore età.

Nonostante gli ultimi studi abbiano fatto

emergere dalla sequenza Antico-Giovane

(in realtà semplicemente una discendenza

nonno-nipote) un chiaro passaggio

di testimone dalla corte storica di

Mulazzo a quella ormai più viva di Villafranca,

nessun ruolo politico particolare

va ascritto a questo feudo nel dopo-Cor-

che al fascino e alla storia della corte

di Villafranca non fu immune neppure

Giovanni Boccaccio, il quale, da grande

cercatore qual era di memorie per il suo

Trattatello in laude di Dante, volle rendere

anch’egli onore a Corrado il Giovane,

gonisti

di una novella tra le più lunghe

del Decamerone, la VI della II giornata.

Nell’antica chiesina di S. Nicolò in Malnido,

adiacente al castello, Margherita


Malaspina, sorella di Moroello II di

Giovagallo (il «vapor di Val di Magra»

del Canto XXIV dell’Inferno), andò in

sposa per procura, nel 1285, ad un

Gherardesca, colui che «la bocca sol-

» in Inferno XXXIII.

L’evento, di cui esiste il documento

storico, testimonia i legami strategici

che i Malaspina seppero tessere

anche con la famiglia dei Conti della

Gherardesca. In tempi recenti è sta-

antico tempio cristiano, il sacello

dove sono state custodite per secoli

le spoglie dei nobili di casa Malaspina.

Di tutte le sepolture è rimasto

solo un centinaio di anonime medaglie

votive. Tra tutte vi fu senz’altro

quella che fu messa al collo di Corrado

il Giovane, uno dei soli sei personaggi

della Divina Commedia cui

Dante si rivolge con la somma deferenza

del “voi”. Oggi a Malnido sorge

un Parco Dantesco caratterizzato

da un bel monumento marmoreo,

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110


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realizzato, auspice l’amministrazione

comunale, dal Centro Lunigianese di

Studi Danteschi grazie all’intervento del

Rotary Club Lunigiana.

A Villafranca sono da ammirare anche

il monumento di San Francesco, pregevole

bronzo posato presso il chiostro

dedicato al Santo, e il monumento di

Torello Baracchini, eroe dell’aviazione

italiana, che si erge nella Piazza del Municipio.

Imperdibile la visita al Museo Etnogra-

, oggi dedicato al

suo grande promotore, lo studioso Germano

Cavalli, fondatore di una delle più

prestigiose istituzioni culturali del territorio:

l’Associazione ‘Manfredo Giuliani’

della Lunigiana.

Per quanto concerne le frazioni, sono

assolutamente da visitare, per i castelli,

i borghi di Virgoletta e di Malgrate

(spettacolosa la sua torre cilindrica) e,

per la sua architettura di insieme, il borgo

murato di Filetto, con la sua porta

monumentale (v.Foto). Nella stessa piana

di Filetto e di Malgrate si distende

la cosiddetta “Selva di Filetto”, un ampio

castagneto oggi attrezzato a parco

pubblico, che istanze campanilistiche

hanno voluto indicare come la fonte

ispiratrice della celebre «selva oscura»

di Dante: nulla di più falso.

Numerosi nella zona sono i ristoranti e i

dotti

e ricette di Val di Magra.

BIBLIOGRAFIA

GERMANO CAVALLI, Storia di un marchesato di

Lunigiana, Firenze, Alinea, 2010.

MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca, La

Spezia, Ed. CLSD, 2006.

MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca

– “Orma di Dante non si cancella”, La Spezia,

ItaliaperVoi, 2021.

the same time

ingredients.

Piazza Immacolata 11 - Filetto

Villafranca Lunigiana (MS)

Tel. +39 0187 1981839

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111


112

Il Dante di Massari


Il RITORNO DALL’OLTRE

A parte alcuni busti, in Lunigiana sono

solo tre i monumenti classici dedicati al

Divino Poeta: ci sono quelli di ->Mulazzo

e di ->Lerici e c’è questo di Villafranca.

Apposto nel 2006 a costituzione del

Parco Didattico Dantesco di Malnido,

il Dante fu commissionato dall’amministrazione

comunale con bando pubblico

in occasione del VII Centenario del

primo soggiorno lunigianese dell’Alighieri

(1306-2006). La scelta della

commissione esaminatrice cadde sul

bozzetto presentato da Luciano Massari,

scultore carrarese classe 1956, in

seguito divenuto direttore dell’Accademia

di Belle Arti di Carrara, il quale ha

modellato il volto di Dante sulla nota

tropologo

Francesco Mallegni.

delle fascinose rovine del castello malaspiniano

di Malnido e entro l’area di

pertinenza dell’antica chiesina di San

Niccolò, si perfeziona in due aree: quella

monumentale e quella archeologica.

La parte monumentale presenta, alle

spalle del Dante, una struttura semicircolare

a tre gradoni posta a costituire

gli spalti per il pubblico delle lecture e,

tutt’intorno, un pavimento in marmo

che si sviluppa in nove cerchi; tale pavimento

va a rappresentare gli altrettanti

Cieli del Paradiso dantesco, su ciascuno

dei quali è incisa una terzina tratta dal

relativo Canto per la scelta sapiente

cultore della materia. Completa il quadro

un Pannello Didattico redatto dal

Centro Lunigianese di Studi Danteschi

e apposto in occasione del VII centenario

della morte di Dante (1321-2021)

grazie al generoso intervento del Rotary

Club Lunigiana, auspice il Comune

di Villafranca.

L’area archeologica, invece, è costituita

dall’area dell’antica pianta della chiesina

di San Nicolò, di cui resta solo il

bellissimo campanile e i perimetri in

arenaria delle varie sezioni a terra. Una

di queste fu il sacello dove venivano

deposti i defunti di Casa Malaspina, tra

cui Corrado il Giovane, protagonista del Canto

VIII del Purgatorio. Gli scavi hanno restituito solo

tivi

religiosi: impossibile determinare quale sia

appartenuta al grande personaggio villafranchese.

Sul luogo del sacello è in progetto la messa

in opera, ancora grazie al Rotary Club Lunigiana,

su proposta del Centro Lunigianese di Studi

Danteschi, un lume eterno a piena valorizzazione

dell’Orma dantesca.

Il Dante di Massari è considerato un Dante esoterico:

il personaggio, in espressione ieratica,

attraversa la porta dell’Oltre, la quale reca sulle

del Poeta è sviluppata in posizione dinamica;

egli, infatti, muove i passi su due piccole rampe

di scale, una che sale e l’altra che scende, così da

fornire all’osservatore la chiara idea del privilegio

di cui gode il personaggio della Divina Commedia:

assunto a Campione dell’Umanità, il Pellegrino –

come seppero fare, secondo mitologia e tradizione,

solo San Paolo e gli antichi eroi (il greco Ulisse

e il romano Enea) - è stato capace di tornare indietro

per quella soglia fatale e reca già in mano il

diario di quell’esperienza sublime.

113


BAGNONE (Ms)

La Vittoria alata del Corsini

Scheda

del borgo

114

Con la sua spiccata eleganza rinascimentale,

Bagnone è certo il più spettacolare

dei borghi della Lunigiana. Il tessuto rurale

vede la zona del castello (oggi proprietà

dei conti Noceti) arroccata su di

un alto sperone di roccia, mentre la parte

bassa del paese si sviluppa attorno al

piccolo canyon creato nei millenni dalle

acque turbinose dell’omonimo torrente

che scendono con forza dalle pendici del

versante lunigianese del Monte Sillara (m.

1861), una delle vette principali del Parco

Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano.

Questo paese incantato è esattamente

ancora quello che nel corso del XV secolo,

assieme a Fivizzano, ha rappresentato la

culla dell’Umanesimo lunigianese. Nativo

del luogo è, infatti, lo speziale Giovanni

Antonio da Faje (1409–1470), autore di

uno straordinario Libro de cronache e memorie

e amaystramento per l’avenire scritto

in volgare semplice del tempo: una testimonianza

davvero eccezionale della Lunigiana

di inizio sec. XV portata dall’autore

con una sicurezza impressionante circa

l’importanza che quelle stesse memorie

avrebbero assunto per le future genti. Le

spoglie del Da Faje, specialissimo “letterato

semi-illetterato”, sono custodite nell’Oratorio

del Castello Malaspina di Bagnone.

Dello stesso periodo fu Pietro Noceti, dei

Conti del Castello, che dal 1447 al 1455 fu

chiamato a reggere la Segreteria di papa

Niccolò V, il sarzanese che fondò la Biblioteca

Vaticana e promosse il progetto della

Grande San Pietro.


Non è dunque un caso che il simbolo del

borgo sia la Santa Croce, oggetto di una

festa annuale molto sentita: in una “istorica

descrizione” di Bagnone del 1726, riportata

da Ugo Pagni, si legge che «Pietro

Noceti, che fu segretario e famigliare

per lui abbiamo una bella croce d’argento

che dentro di se’ racchiude tesori di Sante

Reliquie». Una leggenda vuole che in una

notte di tempesta un pellegrino abbia

bussato alla porta del castello dei Conti

Noceti per chiedere cibo e un angolo

dove riposare. Venne accolto e quando

la mattina seguente un servo si recò da

lui trovò che questi era sparito senza

lasciare traccia, solo una piccola croce

di legno lasciata sul tavolo: era la Santa

Croce. La preziosa reliquia è oggi rico-

identitaria del luogo in forza di una apposita

integrazione dello Statuto votata

all’unanimità dal Consiglio Comunale

nel 2020 su proposta dalla minoranza

di opposizione. Anche questo è un piccolo

miracolo della sacra reliquia.

Bagnone è un paese tutto da scoprire,

dove in ogni angolo si celano particola-

menti,

elementi architettonici, angoli

caratteristici e vedute da cartolina sono

elementi che accompagnano in modo

costante la passeggiata del visitatore

attento. Con l’aggiunta della sua cucina

schietta, tipicamente lunigianese, un

soggiorno a Bagnone non lo si dimentica

mai più.

Da visitare anche le frazioni. A Treschietto,

dove fu scoperta una splendida statua-stele

femminile, si coltiva una cipolla

specialissima da gustare rigorosamente

in composta assieme ai formaggi genuini

locali. Nel piccolo abitato di Agnetta si

può osservare un bell’esempio di campanile

a vela, mentre a Jera l’origine del

nome (molto probabilmente dal latino

ieraticum o jeraticum), fa decisamente

pensare a un luogo di culti antichissimi

posto alle falde dei grandi balzi del regno

del Dio Pennino.

La Locanda / The Inn

Francesca e Valter vi aspettano all’interno di

un antico palazzo nobiliare in stile Liberty,

per farvi degustare la cucina tradizionale

della Lunigiana: torta d’erbi, salumi e

formaggi nostrani, tartufo lunigianese,

testaroli e dolci tipici.

Francesca and Valter will be waiting for you

in an ancient Liberty style building to let you

taste typical homemade dishes of Lunigiana:

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Lunigiana truffle, testaroli and typical desserts .

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116

Vittoria alata del Corsini


AL VECCHIO PODERE

AGRITURISMO

LA NIKE RICOMPOSTA

La statua in bronzo della Vittoria

alata di Bagnone è ospitata in uno

splendido loggiato in arenaria che è

parte integrante del Monumento ai

Caduti della Grande Guerra (1915-’18).

Il monumento, inaugurato nel 1929,

fu fortemente voluto dal senatore

non a caso – è posta ad ammirare in

eterno il suo capolavoro grazie al bel

busto, bronzeo anch’esso, collocato

nella piazzetta adiacente.

L’architettura del portico è stata realizzata

da una squadra di muratori e

scalpellini diretti dal mastro bagno-

materiale dei ->Fregi del Teatro Quartieri.

Sette colonne reggono sei archi

a tutto sesto. Sulla facciata, sopra gli

stemmi di comuni dell’Alta Val di Magra,

capeggia la scritta a caratteri cubitali

in bronzo: «Ieri tuo Sangue, oggi

tua Gloria, Apua Madre», che ricalca

il celebre “Apua Mater” di Ceccardo

Roccatagliata Ceccardi.

La Vittoria è opera, invece, dello scultore

senese Fulvio Corsini (1874-

1938): essa riproduce la famosa Nike

di Samotracia nella ricostruzione ideale

con braccia e testa, come noto

mancanti nell’originale greco conservato

al Louvre di Parigi. La statua, immaginata

in chiave guerriera, stringe

alto nel pungo il classico mazzo di

rami di quercia e alloro (simboli di

Forza e Gloria) e nell’altra uno scudo.

L’agriturismo, nato nel

2014 come attività

connessa all’azienda

agricola attiva dal 1930,

offre ai nostri clienti

prodotti genuini e caserecci

in un ambiente ru-

stico e familiare. Inoltre

dispone di 6 camere da

letto. Fra i prodotti più

richiesti i nostri “tordei”

e l’agnello fritto.

AL VECCHIO PODERE

The holiday farm was

established in 2014 as a

continuation of the activity

of the farm, which has

been active since 1930.

In this rural and familiar

environment customers

can enjoy genuine and ho-

memade products. It has 6

bedrooms. Our “tordei” and

fried lamb are some of the

most requested dishes.

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118


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Mob. +39 347.7827908

Qualità, cortesia e disponibilità rendono

la Trattoria del Ponte un punto di

riferimento per la cucina della tradizione

lunigianese e non solo.

Il menù varia tra antipasti tipici, testaroli,

prima qualità, ottime pizze e focaccette

e si conclude con dolci fatti in casa.

La Trattoria è dotata di un ampio salone

interno oltre al rinnovato dehor esterno

che può accogliere la clientela durante

tutte le stagioni.

Trattoria

del

Ponte

Quality, kindness and availability

make Trattoria del Ponte a

landmark for traditional cuisine

of Lunigiana and much more.

The menu varies, you can taste

typical starters, testaroli, ravioli,

lamb from Zeri, sliced beef -tagliata

and top quality tenderloin,

excellent pizzas, focaccias and

delicious homemade desserts.

Trattoria del Ponte has a large

dining area and a renovated

customers in all seasons.


120

“LUNIGIANA AL LAVORO”

La serie di bassorilievi che costituiscono

il cosiddetto Fregio del Teatro ‘Quartieri’

di Bagnone datano al 1931. I disegni

e i gessi sono opera dello spezzino

Augusto Magli (1890-1962), allievo del

grande Angiolo Del Santo (->La Spezia),

mentre l’esecuzione dei rilievi su pie-

pellino

bagnonese Francesco Pretari

(1869-1951). I gessi originali, rinvenuti

di recente, sono stati sottoposti a un

restauro conservativo a cura dell’Accademia

di Belle Arti di Carrara.

Anche se la serie illustra con certezza

quelle che sono le attività più caratteristiche

del borgo e delle sue contrade,

si può parlare con ampie ragioni

di una Lunigiana al lavoro. Lo diciamo

nei termini precisi di una possibile fonte

ispiratrice di quella che poco più di

vent’anni dopo, passato l’uragano terribile

della II Guerra Mondiale, sarebbe

diventata una delle più fortunate serie

la celebre Italia al lavoro del 1955, simbolo

della grandiosa Ricostruzione.

I Fregi sono costituiti da cinque pannelli

in arenaria a triplice scena, tutti risolti

in due quadrati laterali e un rettangolo

centrale. Il primo trittico è illustrativo

della Lavorazione della pietra. Nel

quadretto laterale di sinistra è rappresentato

il mestiere dello Scalpellino (si

suppone con l’autoritratto del Pretari),

nel rettangolo centrale quello del Cavatore

(marmo o arenaria), mentre sulla

un Muratore. Il secondo trittico ha per

soggetto la Coltivazione del grano:

dalle fatiche del Contadino, con le scene

della mietitura e poi del trasporto del

carico con il mulo, si passa alla tecnica

del Mugnaio che trasforma i sacchi in

preziosissima farina.

Il trittico centrale, di maggiori dimensioni

rispetto agli altri, rappresenta la

Celebrazione del borgo di Bagnone:

,

mentre in ciascuno dei due quadrati

laterali una coppia di putti sostiene

un monumento: nella scena di sinistra


si riconosce la quattrocentesca

Capella di Santa Maria mentre in

quella di destra il ->Loggiato della

Vittoria Alata, inaugurato solo due

anni prima, nel 1929. Nel quarto

pannello si illustra il Luogo del

Mercato: la prima scena narra

della compravendita del maiale; al

centro un’intera famiglia conduce

alla piazza gli altri animali tipici

dell’allevamento rurale: il vitello

e l’agnello. Nel quadrato di destra

si ammira invece la scena di due

donne intente a contrattare una

provvista di castagne. L’ultimo

pannello è caratterizzato dalla sacralità

di tre Scene di vita domestica:

l’attingere l’acqua dalla fonte,

la veglia di fronte al camino e

della lana con la magia dell’arcolaio

sono gli esempi di vita all’interno

delle mura domestiche portati

dall’artista: l’unico momento di

vera pace, pur nell’aura di un’operosità

comunque sempre felice, è

quello centrale, dove si vede l’intero

nucleo familiare riunito innanzi

al calore del Focolare. Siamo di

fronte a un capolavoro senza tem-

tradizione millenaria che non può

tramontare mai. C’è anche molta

Storia dell’Arte: nel fregio centrale

si è notato un riferimento a Donatello,

ma, aggiungiamo, anche al

Giotto della Cappella degli Scrovegni

nel particolare dei putti che

sorreggono le due grandi archi-

presenza femminile, che compare

in tutte le scene di lavoro.

Il ristorante locanda

Fermento è un locale

rustico, ricco di ricette

perdono i sapori tipici

e fatti in casa.

The restaurant inn Fermento

is a rustic place that revisits the

BIBLIOGRAFIA

AUGUSTO GIUFFREDI (a cura di), I Gessi

ritrovati – Il fregio del teatro di Bagnone

ed il restauro dei modelli originali in gesso

Tel. +39 389.0211962


AULLA (Ms)

Scheda

del borgo

122

La fondazione di Aulla si fa risalire a quella

dell’Abbazia di San Caprasio, uno dei

centri monastici più importanti della Luni-

za

del Magra con l’Aulella, nell’anno 884

dal marchese Adalberto di Toscana.

Con la scoperta del ->Sepolcro del Santo

Caprasio (2003), che si deve soprattutto

alla grande determinazione dello storico

lunigianese Riccardo Boggi, fermamente

legato alla tradizione popolare che da

sempre voleva le sacre reliquie celate sotto

l’altare della chiesa, è emerso il chiaro

interno degli antichi di sottrarre quelle

preziose memorie alle incursioni saracene

celandole in un luogo sicuro della Lunigiana

Interna addirittura a margine di una

falso sepolcro. La scoperta va senz’altro

annoverata come una delle più grandi mai

compiute in Lunigiana per quanto concerne

archeologiche l’epoca medievale.

La Stazione di Aguilla, dunque (è questo

l’antico nome della XXX tappa del viaggio

di ritorno da Roma compiuto da Sigeric,

Arcivescovo di Canterbury, compiuto nel

990), sorse direttamente su quella grande

via carovaniera che oggi diciamo Via Francigena,

molto ben frequentata già prima

dell’Anno 1000; d’altra parte, il Passo di

Monte Bardone (oggi del Passo della Cisa)

«Tusciam ingressus»

dal grande storico dei Longobardi, Paolo

Diacono (ca. 720-799) (->Pontremoli).

Aulla sorse precisamente su di uno snodo

viario di cruciale importanza: quello della

te

che indirizza all’antico Passo dell’Ospedalaccio

(oggi Valico del Cerreto). Si parla

del percorso che da sempre metteva in relazione

il Golfo della Spezia con il grande

mercato emiliano di Castelnuovo ne’ Monti:

non a caso fu quello, nei secoli, il luogo

eletto alla custodia del teschio di San Venerio,

solo in epoca recente traslato una sola

volta all’anno nella chiesa protoromanica

di San Venerio, alla Spezia, per l’occasione

delle celebrazioni patronali (->La Spezia;

->Portovenere). A pochi passi da Aulla,

nell’antichissima stazione di Terrarossa (la

Rubra della vennate

del sec. Sec. VII, oggi comune di

Licciana Nardi), la via del torrente Taverone

porta invece al Malpasso (l’attuale Passo

del Lagastrello), anch’esso viatico antichissimo

per le lande emiliane. Poco distante

da Terrarossa, ma già nel comprensorio

di ->Villarfanca in Lunigiana, nella piana di

Fornoli, in località La Chiesaccia, troviamo

nei pressi un tempietto sconsacrato un

tratto originale della Via Francigena: quel


Via Aldo Buttini, 15 - Loc. Quercia

Aulla (MS)

tratto cela in sé la memoria del passo di

Dante.

Di questa storia grandiosa, almeno in

parte, si fa testimone il Museo di San

Caprasio, che infatti è pure “Museo

del Pellegrino”. Esso è stato costituito

nel 2009 per volontà dello stesso scopritore

del sepolcro, Riccardo Boggi.

percorso europeo della Via Francigena,

è pure sede di un Ostello. La struttura

ospita ogni anno migliaia di pellegrini di

passaggio alla volta di Roma: persone di

ogni estrazione ed età compiono a piedi

quel cammino di meditazione ed elevazione

di cui è testimone lo straordinario

Labirinto che si conserva nella Chiesa di

San Pietro a ->Pontremoli.

Ad Aulla si visita la Fortezza della Brunella

celebre capitano di ventura Giovanni

dalle Bande Nere. Nel 1920 fu acquisita

ai quali si deve l’intensa frequentazione

inglese di tutta l’Alta Val di Magra. Nel

1977 il maniero è stata acquisito dallo

la

che l’ha destinato a sede del Museo di

Storia Naturale della Lunigiana.

Buona la cucina tipica e l’ospitalità alberghiera.

Imperdibile, nella vicina frazione

di Pallerone, la visita del fascinoso e

complesso ->Presepe Meccanico.

BIBLIOGRAFIA

FRANCO BONATTI, I mille anni di Aulla nella

storia della Lunigiana: guida alla mostra documentaria,

Collana di ristampe e di nuove pubblicazioni

(n. 4), Aulla, Centro Aullese di Ricerche

e di Studi Lunigianesi, 1975, XXXI, 142,

Struttura inserita nel cuore del piccolo e

tranquillo borgo della Quercia, la cui posizione

strategica permette di vivere le molteplici

attrattive culturali e naturali della Lunigiana,

le suggestive città d’arte limitrofe o le vicine

località patrimonio UNESCO delle Cinque Terre.

Accommodation facilities situated at the

centre of the small, quiet hamlet of Quercia,

strategically positioned to enjoy the many

cultural and natural attractions in Lunigiana,

it is also close to evocative cities of art and the

Cinque Terre a UNESCO world heritage site.

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124

LA TOMBA SEGRETA DEL SANTO EUROPEO

Una leggenda popolare aullese voleva da sempre

Sepolcro del Santo Caprasio

sotto l’altare dell’Abbazia a lui dedicata. Sulla traccia

di questa tradizione fortissima lo storico Riccardo

Boggi dell’Associazione ‘Manfredo Giuliani’ per le

discepolo del fondatore Germano Cavalli, ha seguito

- per conto del Comune e della Parrocchia - le

ricerche archeologiche condotte per anni dall’Istituto

per la cultura materiale (ISCUM) sotto la guida di

Tiziano Mannoni ed Enrico Giannichedda. Nel 2003

la tomba del Santo, contenete

una rarissima cassa-reliquiario in

stucco, è emersa accanto ad una

tomba rinvenuta vuota ed ai resti

delle absidi delle chiese del secolo

VIII e IX. La tomba vuota, appartenete

alla chiesa del IX secolo,

aveva ospitato i resti del santo

appena giunti dalla Provenza che

saranno poi traslati in quella nuova

e monumentale subito dopo

l’ampliamento della chiesa nel se-


colo XI. Si è trattato senza dubbio di una

delle più importanti scoperte di archeologia

religiosa mai compiute nella Lunigiana

medievale. Oggi Riccardo Boggi è

Museo di San Caprasio e

le Reliquie del Santo, designato patrono

particolare dei pellegrini della Via Francigena

che attraversano la nostra Diocesi,

sono esposte alla venerazione dei fedeli.

Caprasio fu un monaco eremita. Guida

spirituale di Sant’Onorato, ispirò la diffusione

del monachesimo in Provenza

e morì nell’isola di Lérins, di fronte

a Cannes, nell’anno 433. Al di là della

sicura necessità di proteggere le sue

spoglie con una tomba monumentale,

resa inaccessibile dopo che le ultime incursioni

saracene intorno all’anno mille

avevano interessato anche Luni, si sa

che le reliquie furono portate ad Aulla

dalla Provenza dopo essere scampate

alla furia saracena sull’isola di Lérins.

Giunsero per volontà di Adalberto II,

marchese e duca di Toscana che aveva

sposato Berta di Provenza e volle con

San Caprasio dare prestigio all’abbazia

di famiglia fondata nell’anno 884. Si

comprende bene il motivo per cui, seco-

troubadour

informati intorno alla nostra regione: al

sepolcro di Caprasio a Aulla giungevano

da mezza Europa i pellegrini diretti

a Roma o a Santiago di Compostela,

pellegrini del cui passaggio restano a te-

proprio da pellegrini francesi.

All’interno dell’Abbazia negli scavi lasciati

a vista all’interno della grande abside,

sono ben visibili i due sepolcri con la

cassa-reliquiario che conteneva le sacre

spoglie. Sono riconoscibili anche le tracce

di due chiese più antiche: una conserva

parte di un pavimento in marmo realizzato

con elementi di epoca romana,

tra cui un’epigrafe risalente al I secolo;

l’altra è forse risalente ad un’epoca che

precede l’atto di fondazione dell’abbazia

dell’anno 884. Il Museo di San Caprasio

custodisce un interessante repertorio di

arredi e sculture ascrivibili ai secoli VIII e

XIII ed una importante collezione di monete,

sempre di epoca medievale. L’Abbazia

è tappa irrinunciabile di un percorso

storico-devozionale in Lunigiana.

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126

di Pallerone

LA RASSICURANTE NORMALITÀ

DEL PRESEPE

Durante tutto l’anno, ma soprattutto in occasione

del Natale, una visita ad uno dei più antichi

presepi meccanici, allestito nella piccola frazione

aullese di Pallerone, è davvero cosa buona e

giusta. Era il 1935 quando nei locali della cucina

e lavanderia dell’antico palazzo marchionale

della famiglia Malaspina, accanto alla chiesa di

San Tommaso Beckett, venne costruito questo

sistema ingegnoso usando materiali di scarto

come ruote di bicicletta, corde e il motore di un

ventilatore. Con il tempo, la passione del borgo

per il suo Presepe – che certamente alleviò le

pene della guerra – valse ad aggiungere nuove

scene, sempre realizzate in movimento.

Il Presepe di Pallerone, come lo vediamo oggi,

cominciò a prendere forma nel 1968, grazie

all’impulso dato al progetto dal geometra Silvio

Baldassini. Nel 1999 venne poi intrapresa

l’ultima ricostruzione, quella che ci permette

di ammirare un’opera unica nel suo genere: in

sette minuti ci mostra il passaggio del giorno

nire

che è il vero vanto dell’opera. Ampio circa

rante

il paesaggio delle Alpi Apuane, ben dieci

motori permettono di muovere oltre cinquanta

personaggi: la processione dei pastori con le

pecore, il boscaiolo che fa la legna, il fornaio

che vende il pane, il fabbro che batte il ferro,

la lavandaia che attende al suo bucato, il pescatore

che ritira la rete. Non solo: l’acqua corrente

del ruscello alimenta la cascata nel lago e

produce il roteare delle pale del mulino. L’ambiente

è quello tradizionale, con il villaggio di

Betlemme, il palazzo di Erode, il foro romano

con i cavalieri sulla biga. Con il calare del Sole,

arriva la stella cometa e si compie il miracolo

della nascita di Gesù.

La cultura del Presepe nacque dal genio devozionale

di San Francesco d’Assisi nella celebre

mangiatoia di Greccio (presso Rieti), il giorno di

Natale del 1223. L’anno prossimo prepariamoci

a celebrarne i primi 800 anni.

Il Presepe è innanzitutto Normalità, perché nella

scena rappresentata non c’è assolutamente

nulla di ‘innaturale’. “Normalità”, dunque,

dall’uomo, ma da un ente ad esso superiore

che diciamo “Madre Natura”. Nel Presepe ogni

cosa è al proprio giusto posto, cioè nel ruolo

che precisamente compete a ciascuna di esse,


ed il quadro di insieme che ne scaturi-

rezza,

di tranquillità e serenità. Il Presepe

è poi Universalità: come la Divina

Commedia, che muovendo su di una

piattaforma di Fratellanza Universale

eleva l’esperienza del Dante-personaggio

ad esempio per l’intera umanità,

così il Presepe, per il tramite del

Bambino, esprime concetti validi per

tutti gli uomini di Buona Volontà. I

termini del Buon vivere sono riassunti

con esemplare semplicità: la Famiglia

(il Padre, la Madre e il Bambino); il

calore del Focolare Domestico; l’Uomo

Nuovo (il Bambino); il rapporto con la

Natura (le pecorelle, ma anche la stessa

coppia Bue-Asinello); il riferimento

sicuro dei grandi Principi e delle

Virtù (la Stella cometa, cioè la “diritta

via” del grande padre Dante); e pure

il valore dell’Amicizia, con gli Ospiti

che sono “nobili” (“Re”, i Magi) poiché

vengono in fratellanza recando doni.

E ancora: il Pastore è il Precettore del

popolo, rappresentato dal gregge

delle Pecorelle, il quale introdurre il

concetto greco della Paideia, l’Educazione;

mentre il collega Pescatore è il

Missionario, cioè colui che si occupa di

sottrarre le anime di Buona Volontà

alle sirene ingannatrici del Mal Vivere.

Si comprende assai bene perché il

messaggio cristiano sia esploso soltanto

in seno alla cultura greco-celtico-romana

e come il tema dell’avvento

dell’Uomo Nuovo sia la sola ottica

corretta attraverso la quale la Cultura

Occidentale può essere compiuta-

Si comprende pure come sia del tutto

inaccettabile la mancanza di un preciso

riferimento ai valori inalienabili

espressi dal Cristianesimo nel Preambolo

della nascente Costituzione

Europea. Se tutto ciò è corretto, allora

la Sapienza del Presepe si pone a

fondamento della Città Ideale. Da qui

la proposta del Centro Lunigianese di

Studi Danteschi di fare del Presepe un

arredo permanente della Domus: un

angolo della casa sia sempre arricchito

di una sua preziosa riduzione e che

il Veltro sia sempre con noi.

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Altri tesori

Licciana Nardi: Anacarsi Nardi

128

Nella Val di Magra di area toscana si approfondisce

di seguito la sola storia di quei

comuni in cui essa risulta particolarmente

costruzione dell’identità lunigianese ed in

cui il valore delle emergenze artistiche è di

assoluto rilievo e di facile fruibilità.

Per esempio, non v’è dubbio che si abbia

a che fare con una grandissima perla

quando parliamo della Epigrafe di Leo-

dgar conservata presso la Torre di San

Giorgio a Filattiera, ma si tratta di un

sito attualmente non aperto al pubblico.

Sarà senz’altro cura dell’amministrazione

comunale provvedere al più presto a rendere

visibile un monumento del VII sec.

da annoverare senz’altro tra i più importanti

della storia lunigianese. Anche nel

Comune di Comano abbiamo l’Epigrafe

di Crespiano, un documento del Mille di


in Val di Magra

torna

SU

129

trova nei muri interni della canonica della

bellissima Pieve romanica, per cui è chiaro

che non la si può indicare tra le emergenze

propriamente “visitabili”.

Di Tresana abbiamo presentato sulla

guida alla Lunigiana Dantesca il pregevole

Bassorilievo di Ranieri Porrini, valente

studioso della storia del luogo. Di Zeri

si annoverano, tra le numerose frazioni

immerse in una natura incontaminata, le

molte .

Proponiamo invece le schede relative ad

alcuni singoli monumenti per Licciana

Nardi (il Monumento funebre di Anacarsi

Nardi); Casola in Lunigiana (i Capitelli

allegorici della Pieve romanica di Codiponte);

Fivizzano (il Busto di Giovanni

Fantoni) e Fosdinovo (l’Arca di Galeotto

Malaspina).


Anacarsi Nardi

130

IL PATRIOTA EROE DELLA

LUNIGIANA RISORGIMENTALE

Nella frazione di Apella, nel comune

di Licciana, in quella Lunigiana

montana dell’antico percorso di

valico di Malpasso, oggi Passo del

Lagastrello, nacque nel 1800 Anacarsi

Nardi. Di spirito liberale, il

giovane maturò ben presto uno

spiccato agone patriottico grazie

allo zio Biagio, che lo coinvolse a

Modena tra i congiurati di Ciro Menotti

nell’azione fallita dei moti del

’31. Quella volta andò loro bene,

pensarono molto male di prendere

parte all’ancora più fallimentare

spedizione dei Fratelli Bandiera.


Negli scontri a fuoco con l’esercito

borbonico trovò subito la morte Biagio,

mentre Anacarsi venne catturato

e quindi fucilato nel vallone di Rovito,

assieme ai promotori della rivolta, il 25

luglio del 1844.

Sepolto a Cosenza, le sue spoglie furono

traslate alla volta del comune natale,

dove giunsero il 2 ottobre del 1910.

Dal 1933 il comune di Licciana ha esteso

la propria denominazione aggiungendovi

il cognome del suo eroe.

Il monumento funebre di Anacarsi a

Licciana Nardi, opera intensissima,

è il capolavoro assoluto di Angiolo

Del Santo (1882-1938) (->La Spezia).

è ritratta a terra nell’atto di un ultimo

conato e proprio nella drammaticità

della contorsione agonica si realizza

l’intento dell’artista di allegorizzare l’e-

decenni dopo la morte di Anacarsi, la

piccola Licciana diede i natali a un altro

grande patriota, Alceste De Ambris

(1874-1934), estensore della Carta del

Carnaro, la Costituzione di Fiume voluta dal

d’Annunzio che ispirò non poco i Padri Costituenti

della Repubblica.

131


132


IL MEDIOEVO IN IMMAGINI

La Pieve dei Santi Cornelio e Cipriano

a Codiponte, nel comune di Casola

in Lunigiana, è uno dei templi romanici

più importanti di Lunigiana. L’impianto

attuale è databile al XII secolo

in secoli ben più profondi. La pianta

è basilicale, con tre navate rivolte a

tra

arenaria poste a sostegno di archi

a tutto sesto.

L’apparato scultoreo dei capitelli è di

grande importanza, con soggetti tipici

del medioevo europeo ancora in fase

di analisi da parte degli studiosi come,

ad esempio, la sirena bicaudata, che,

-

gura del pesce (in lingua aramaica è

l’acronimo del Cristo, dunque simbolo

di Salvezza) e l’àncora (che nella metafora

marinara è simbolo di sicurezza,

dunque, di Fede).

Da non perdere, sulla parete di fondo

della navata destra del tempio, un trittico

tardo medievale con al centro la

Vergine in trono con il Bambino, alla

destra i Santi Cornelio e Cipriano e

a sinistra l’immagine del Volto Santo

(->Ameglia). La “Via del Volto Santo”

passa anche di qua.

133


134

Giovanni Fantoni


L’ILLUMINISMO A FIVIZZANO

Giovanni Fantoni, da Fivizzano (1755-

1807) è l’esponente principe del puro

Neoclassicismo in Lunigiana. Nato da

famiglia nobile, viene in gioventù avviato

al seminario. Matura ben presto uno

spirito anticlericale e ne viene escluso.

Vive dunque una giovinezza scapigliata

e libertina, il che non gli impedisce di

essere accolto nell’Accademia della Crusca

e nell’Accademia dell’Arcadia, dove

entra con il nome di Labindo. La famiglia

non gli fece mai mancare il proprio appoggio:

lo troviamo dapprima apprendista

nella Segreteria di Stato di Firenze,

poi iscritto all’Accademia Reale di Torino

da cui esce come sottotenente. Ma l’inquietudine

lo conduce a Napoli, grande

centro dell’Illuminismo, dove entra in

massoneria e matura quelle idee giaco-

Carducci di Levia Gravia. Pervaso di

eroismo foscoliano, nel 1796 fu tra i

partecipi ai moti di Reggio e di Bologna,

mentre nel 1800 si unì ai genovesi

nella città assediata dagli Austriaci.

La sua opera maggiore sono le Odi,

uscite in varie edizioni. A lui si deve l’idealizzazione

dantesca del castello di

Fosdinovo, dove una stanzetta posta

in una torre in realtà del XVI secolo divenne

ben presto la “Stanza di Dante”.

Morì nella sua Fivizzano nella stessa

camera dove nacque soli cinquantadue

anni prima.

BIBLIOGRAFIA

AMEDEO BENEDETTI, La fortuna critica di

Giovanni Fantoni, “Lunezia”, Milano, n. 6, settembre

1995.

135


136


I MALASPINA E GLI SCALIGERI

Nella chiesa di San Remigio, posta nel

cuore del borgo storico di Fosdinovo, si

conserva l’arca sepolcrale di Galeotto I

Malaspina (? – 1367), il primo marchese

di Fosdinovo per concessione dell’imperatore

Carlo IV datata 1355.

Fu nipote di Spinetta il Grande, Signore

di Fosdinovo dal 1340-1352, colui che

tentò l’impresa impossibile (infatti fallita)

di dar vita ad una Signoria malaspiniana

in Lunigiana.

Il sepolcro fu commissionato nell’anno

stesso della morte del marchese ad uno

scultore di presumibili origini scaligere.

Galeotto, infatti, esercitò l’incarico di

giudice a Verona e il sarcofago è inquadrato

da un arco a tutto sesto sormontato

da una cuspide gotica con lo stemma

dei Malaspina intrecciato con quello

dei Della Scala, una famiglia le cui arche

sono famose in tutto il mondo.

Il monumento è splendido: Costituito

da un’edicola in marmo bianco con rosone

e da un sarcofago sul quale riposa

quattro scene in bassorilievo in cui Galeotto

riceve l’investitura a Cavaliere alla

presenza della Vergine, del Cristo, e dei

santi Giovanni il Battista, Antonio e Giacomo

Apostolo, cioè i santi titolari dei

principali ordini cavallereschi del Medioevo.

Del personaggio una lunga epigrafe

in latino celebra il profondo senso della

Giustizia, poi riassunto in un motto in

volgare: «Portò la giustizia che regge il

mondo, se non ci fosse giustizia il mondo

non reggerebbe», di chiara matrice

platonica.

137


CINQUE TERRE & RIVIERA

Tra bellezze abbaglianti e grande Letteratura

138

Ormai non c’è più bisogno di grandi

presentazioni: le Cinque Terre sono diventate

una vera icona mondiale, oggi

celebrata anche dalla Disney con un

cartoon ambientato tra le strade e gli

Tutto questo si deve soprattutto al

creatore del Parco Nazionale, Franco

Bonanini, ma pure a Mario Andreoli, un

semplice ferroviere che quando nell’ormai

lontano 1961 ideò il Presepe Lumininoso

di Manarola neppure lui avrebbe

potuto immaginare che quell’opera

sarebbe diventata il più grande e famoso

presepe del mondo.

Ma è tutta la riviera spezzina, che da

di Tramonti e del Muzzerone a rappresentare

un vero unicum, tanto che questa

è terra di poeti: poeti da Nobel. Qui,

tra la contemplazione arida del «rivo

strozzato che gorgoglia», del «sole che

abbaglia» e dei miraggi suggeriti dal

«palpitare lontano di scaglie di mare»

(Eugenio Montale, Ossi di seppia, 1925,

poesie varie) emerge comunque la percezione

di una terra vivissima, dove il

vento «reca messaggi» e quello stesso

rito»

(Vincenzo Cardarelli, Liguria, ca.

1928).

cientemente

ricordato, parla di Liguria,

certo, la quale pare essere tutta «una

terra leggiadra» dove «è gigante l’ulivo»,

ma quella visione lui la coglie da

Vernazza, il borgo dove soleva passava

le estati giovanili e dove, meglio che

altrove, poteva vedere le chiese «come

navi disposte ad esser varate».


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140

È la Liguria una terra leggiadra,

il sasso ardente, l’argilla pulita

s’avvivano di pampini al sole.

È gigante l’ulivo. A primavera

Ombra e sole s’alternano

per quelle fonde valli

che si celano al mare,

per le vie lastricate

che vanno in su, fra campi di rose,

pozzi e terre spaccate,

costeggiando poderi e vigne chiuse.

In quell’arida terra il sole striscia

sulle pietre come un serpe.

Il mare in certi giorni

Reca messaggi il vento.

Venere torna a nascere

O chiese di Liguria, come navi

disposte a esser varate!

O aperti ai venti e all’onde

liguri cimiteri!

Una rosea tristezza vi colora

che marcisce, la grande luce

si va sfacendo e muore.

Lenta e rosata sale su dal mare

la sera di Liguria, perdizione

di cuori amanti e di cose lontane.

Indugiano le coppie nei giardini,

come tanti teatri.

Sepolto nella bruma il mare odora.

Le chiese sulla riva paion navi

che stanno per salpare.


E in quella magica Vernazza, nei medesimi

anni, passava le estati anche Ettore

Cozzani (1884-1971), il grande genio

della spezzinità con Ubaldo Mazzini. Le

sue migliaia di versi, profusi in sestine

di endecasillabi ne Il poema del mare

(1928) ci hanno trasmesso un amore

profondo, ancestrale, per la ricchezza

estrema di questo lembo di terra baciato

dal fato.

[…]

Tutti fummo per te: frementi e indocili

Come mandre selvagge, i monti ai piani

Si urtavano con le tonanti voci,

lungo l’acque sconvolte che i vulcani

arrossavan di vampe, e nelle schiume

ti calmasti; e anche i monti: e dentro l’ombra

delle nuove costiere, un palpitìo

d’atomi, più vago e lieve che ombra

del nulla ti commosse, e dentro un velo

eran nate le Forme […]

[…]

alba stupenda, e vagol, cantando

di riva in riva, lenta, una sirena:

chiamava i bimbi, e meglio, col suo blando

riso, li seduceva acerbi e belli,

con gli occhi immensi e selve di capelli.

[…]

Le sgorgaron dal mar tante sorelle

quante onde, e ognuna prese un bimbo in seno:

ed eran così rosee, bionde, snelle,

che il terror dei bimbi fu un baleno:

s’immersero: guizzarono le code

d’argento al fondo, e sparvero le prode.

[…]

Anche adesso, angosciati prigionieri,

tentan fuggir dai freddi polipai;

ma il pescator che ruba ai fondi neri

spugne e perle, e non resta un poco, mai,

vede manine, occhietti, e qualche bocca:

ma li crede coralli, e non li tocca.

141

E che dire, poi, dei pittori? A Riomaggiore,

nella seconda metà dell’800, il macchiaiolo

Telemaco Signorini riscopriva le CInque Terre

dopo alcuni secoli di vero isolamento e ne

descriveva un ambiente quasi “primitivo”. In

seguito sappiamo che Antonio Discovolo,

grande amico di Ettore Cozzani, insegnava

al sodale a riconoscere addirittura anche il

colore viola nelle vaste e magiche trasparenze

delle distese marine.

Ma molto prima dei contemporanei ci furono

quattro giganti che trattarono di questi

splendidi lidi. Si tratta nientemeno che di

Salimbene da Parma, Dante, Petrarca e

il Boccaccio, i quali fecero tutti riferimento

ad un vino che al tempo solo qui si produceva:

la Vernaccia. Ebbene, Salimbene pare

distinguere curiosamente questo nettare (il

cui nome dice originario del borgo di Ver-


142

nazza) dalla produzione generale

tipica della zona: «Et

ibi prope vinum de Vernaccia

habetur, et vinum terrae illius

optimum est»: Vernaccia

e “vinum terrae” paiono essere

cose diverse. In Dante

troviamo la Vernaccia come

l’unico vino che il poeta abbia

mai nominato in tutta

la sua opera monumentale:

siamo in Pur XXIV (vv. 23-24),

tra i golosi, dove si dice che

purga

per digiuno l’anguille di Bolsena/e

la vernaccia. L’intera critica

attribuisce il passo all’ottimo

bianco delle Cinque

Terre, vino in cui Martino IV

sarebbe stato dunque solito

far macerare le anguille

del lago di Bolsena, ma se si

fosse davvero trattato di un

semplice vino bianco, non se

ne poteva scegliere un’altro

qualsiasi? Ci voleva proprio

quello delle Cinque Terre? Il

Boccaccio, da parte sua, nel

Decamerone, di Vernaccia immagina

addirittura scorrere

-

cativo “Paese di Bengodi” (VIII III) e in altra novella fa ristorare

un abbattuto Abate di Cluny con un gran bicchiere di

«Vernacia da Corniglia» (X II): non si comprende come il

prelato avrebbe potuto essere sollevato da un semplice

altra contrada d’Italia, quando l’idea d’un rosolio, d’un

vero toccasana, d’una bevanda, cioè, capace “di risvegliare

anche i morti”, come si usa dire nella tradizione popolare,

sarebbe stata certo molto più conforme alla scena. Non

a caso, secoli dopo, Eugenio Montale avrebbe detto dello

Sciacchetrà che «bevuto sul posto, autentico al cento per

cento, supera di gran lunga quel farmaceutico vino di Porto».

Insomma, solo di un vino liquoroso se ne può imma-

il Petrarca, mosso sulle orme di Dante lungo quell’itinerario

che metteva «da Lerice a Turbia» (Pur III 49) alla volta

della Francia, ci testimonia con chiarezza, nei versi latini

dell’Africaso

e sui gioghi di Corniglia, ovunque celebrati per il dolce


torna

SU

vino», allora la dimostrazione è compiuta:

la Vernaccia è davvero lo Sciacchetrà,

il classico passito delle Cinque Terre, il

quale assunse evidentemente la denominazione

moderna quando quelle lande

darono

in un vero e proprio isolamento

rotto soltanto da legami con i mercanti

genovesi che facevano la spola stagionale

sui loro barconi commerciali.

Come si è visto, la riviera lunigianese è

un pozzo inesauribile di Arte e di Natura

e non c’è nulla di più intenso dell’andare

per i suoi sentieri – sparsi tra i vinali, ma

anche immersi nel verde, a monte sul crinale

o sui colli interni di Levanto, di Deiva

Marina e Bonassola –declamando ad alta

voce i versi dei suoi cantori immortali.

Tuttavia, si può anche godere dell’immersione

nel silenzio meditativo lungo

la Strada dei Santuari, che si chiama-

profonda unità che lega da sempre il de-

rinari,

la cui origine non può essere solo

“medievale”: se è vero che le più remote

attestazioni scritte appartengono al sec.

in secoli ben più profondi se è altrettanto

vero che Vernazza e la sua frazione

Vulnetia

Cornelia Cosmographia nonimo

Ravennate che data al VII sec. Il

nome Cinque Terre, invece, lo si trova per

la prima volta nella Descriptio Orae Ligusticae

dell’umanista sarzanese Giacomo

Bracelli, nell’edizione del 1448.

143


RIOMAGGIORE (Sp)

Il Rosone degli Evangelisti e

Scheda

del borgo

144

Circa l’origine dei borghi delle Cinque Terre

si legge di tutto e di più. Ma il nome di

romano, derivato da una Gens Cornelia,

cioè l’antica famiglia proprietaria del fon-

risulta avvallata dal rinvenimento in Pompei

di antiche anfore vinarie marchiate

Cornelia.

Se tutto questo è vero, allora l’errore grossolano

è l’attribuzione – come si legge

spesso – di un’origine medievale ai terrazzamenti

della costiera. Comunque sia,

Dante, nel suo viaggio via mare alla volta

della Francia (->Lerici), dovette aver visto

i terrazzamenti già perfettamente strutturati

se cita il vino della Vernaccia (il celebre

Sciacchetrà), peraltro già celebrato alcuni

decenni prima da Salimbene da Parma

(->Cinque Terre). Anzi, si può benissimo

pensare che sia stato proprio quel gran-

dioso sistema a gradoni ad avere suggerito

al Sommo l’idea delle costiere liguri a

strapiombo sul mare come comode scale

al confronto del colossale basamento del

monte del Purgatorio (Pur III 49-51)!

cisamente

al 1251, quando gli abitanti del

distretto di Carpena (nel comune di Riccò

del Golfo) giurarono fedeltà alla Repubblica

di Genova. Al XIV secolo si fa risalire

invece la costruzione della parrocchiale di

San Giovanni Battista. Sappiamo, però, che

quando il pittore Telemaco Signorini (1835-

1901), maestro dei Macchiaioli, nel 1860 si

imbatté in questo borgo, descrisse un am-

per alcuni secoli l’intera costiera delle Cinque

Terre era caduta in un singolarissimo

isolamento. Gli unici contatti furono tenuti

probabilmente dai mercanti genovesi che


venivano qui a rifornirsi, coi loro barconi,

di pesce, vino e olio.

zazione

della ferrovia La Spezia - Sestri

Levante, inaugurata nel 1874. Da allora

tutte le Cinque Terre hanno ispirato una

produzione artistica veramente eccezionale.

Riomaggiore, in particolare, con la

sua consorella Manarola, trovarono rappresentazioni

in Pittura nelle prime sperimentazioni

di trasparenze marine operate

da Antonio Discovolo (1874-1956) e da

-

(1917-1999). In Poesia, invece, quei paesaggi

straordinari sono da rintracciare

nelle sestine appassionate del Poema del

Mare di Ettore Cozzani (1884-1971), nelle

liriche struggenti di Vincenzo Cardarelli

(1887-1859) e nell’essenzialità dei celeberrimi

Ossi di Seppia del Premio Nobel Eugenio

Montale (1896-1981).

I sensi di tutta questa straordinaria produzione

rappresentano ciò che vale davvero

la pena di ricercare in questi luoghi. Osservare

i vinali a picco sul mare scendendo

dall’alto del Sentiero Verde (quello di crinale:

una sorta di Alta Via della costiera), o

ammirarli passeggiando per il romanticissimo

Sentiero Azzurro (di cui la tratta Riomaggiore-Manarola

è conosciuta in tutto

il mondo come la Via dell’Amore), è il senso

autentico di una visita in questa prima

tratta delle Cinque Terre. Passeggiare fra

della macchia mediterranea, mettersi tra

le vigne e gli ulivi secolari, sostare presso

baglia,

e osservare l’immensità del mare,

che in certi giorni rivela la Corsica come

fosse a due passi da lì, costituisce un insieme

di esperienze indimenticabili.

Ma anche gli stessi borghi sanno regalare

molto, con la magia dei loro carugi (le vie

strette tra una casa e l’altra) e con i meravigliosi

->Rosoni delle chiese. Quando poi

si scopre che il genio visionario di un pensionato

delle Ferrovie dello Stato ha saputo

fare di un’intera collina il ->Presepe luminoso

di Manarola, allora molto bene si

avverte che non solo la Natura, ma anche

la Creatività qui è una vera imperatrice.

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Il Rosone degli Evangelisti

146

UN’OPERA ORIGINALE DEL ‘300

La chiesa parrocchiale di Riomaggiore è dedicata a

San Giovanni Battista. Realizzata dai Maestri Antelami,

fu concepita a pianta basilicale, a tre navate,

su commissione di Antonio Fieschi, vescovo di

Luni. La costruzione risale al 1340, come riportato

ma la facciata, in stile neogotico, è il frutto di una

ristrutturazione del 1870 operata, si dice, in seguito

ad un crollo subìto. Le stature dei Quattro Evangelisti,

che adornano in perfetta simmetria il piano

del rosone assieme a due belle

bifore, risalgono probabilmente

al 1903, data iscritta nel basamento

del grande San Giovanni

Battista posto sulla sommità

della facciata medesima.

Il pregevolissimo Rosone, anch’esso

in marmo bianco di Carrara,

è invece ancora l’originale

del periodo di costruzione, una

vera gemma della prima metà

del sec. XIV. Data la simmetria

prodotta dalle statue ottocentesche

lo si indica qui come il

Rosone degli Evangelisti per

meglio distinguerlo dagli altri

pregevolissimi che adornano le

facciate delle maggiori chiese

delle Cinque Terre.

All’interno del tempio sono da

ammirare altre preziosità, tra

cui un San Giovanni dipinto attribuito

al sarzanese Domenico

Fiasella (1589-1669), massimo

esponente del barocco in Lunigiana

e tra i maggiori membri

della scuola genovese.


IL PRESEPIO PIÙ FAMOSO

DEL MONDO

Se Monterosso è famosa nel mondo

per il suo Montale, se Vernazza lo è

per avere dato il nome al vitigno (autoctono)

della Vernaccia (che soltanto

in seguito fu portata in Toscana) e per

il vino omonimo che sappiamo essere

lo stesso Sciacchetrà, Manarola – frazione

appartenente al comune di Riomaggiore

- deve la propria fama al suo

straordinario Presepe Luminoso.

L’intera collina sovrastante il borgo

marinaro, detta delle Tre Croci, era

un tempo caratterizzata proprio dalla

chiara rappresentazione del Golgota.

Da qui la geniale intuizione di Mario

Andreoli, oggi ultranovantenne, ex

addetto delle Ferrovie dello Stato,

di allestire un presepe luminoso su

quella sommità utilizzando materiale

di fortuna e mettendo a disposizione

(per anni) la propria utenza elettrica.

Era il lontano 1961 e oggi, con la LX

-

nale collaborazione del CAI della Spezia,

l’intera sommità del monte, arricchita or-

lampadine, si illumina dando vita (al pari

della Madonna Bianca di Portovenere) ad

uno degli spettacoli più suggestivi al mon-

anche le navi da crociera ormai considerano

irrinunciabile una sosta per ammirare

quella straordinaria rappresentazione

e se le Cinque Terre sono diventate dal

1997 Patrimonio dell’Umanità UNESCO, in

parte lo si deve senz’altro anche a questa

referenza veramente eccezionale.

Mario Andreoli non ha ancora ricevuto

il riconoscimento che merita. Il Centro

Lunigianese di Studi Danteschi, consapevole

dell’importanza dell’esaltazione del

Presepe da lui compiuta, gli ha conferito

il Premio ‘Pax Dantis’ nel 2015, ma la sua

invenzione è degna del Premio Nobel per

la Pace. In questo mondo infame una simile

attestazione non gli arriverà di certo,

ma Mario Andreoli è già nella Storia, quella

vera: quella dell’Olimpo dei Giganti.

147


MONTEROSSO

AL MARE (Sp)

Scheda

del borgo

148

Con il suo promontorio di

Punta Mesco il borgo di

Monterosso al Mare definisce

la fascia più occidentale

delle Cinque Terre.

Il paese è diviso in due parti,

separate da uno sperone

di roccia attraversato

da un breve tunnel: la parte

nuova è quella detta di

Fegina, che si fregia della

grande spiaggia sabbiosa

e della stazione ferroviaria;

l’altra è il Borgo antico, caratterizzato

dal fascino inestinguibile

del suo sistema

di piazzette e carugi tipicamente

liguri.

A Fegina troviamo la ->Sta-


LA BARCACCIA

Ristorante - Pizzeria

tua del Gigante e la Villa Montale,

dove il Premio Nobel trascorse le

estati di tutta la sua gioventù. Nel centro

storico, invece, spicca il ->Rosone

della Chiesa di San Giovanni Battista,

un eccezionale esempio di merletto

eseguito con il marmo; inoltre,

salendo al complesso conventuale dei

Cappuccini si possono ammirare una

Crocifissione attribuita al Van Dyck e

la pregevole statua bronzea del ->San

Francesco con il lupo.

Sul crinale, sulla strada di valico che,

proseguendo, indirizza in Val di Vara,

sta il Santuario di Soviore, il più antico

santuario mariano della Liguria,

con la sua antica ->Icona a dominare

dall’alto sull’intera stazione marinara.

La storia di Monterosso ricalca quella

degli altri borghi delle Cinque Terre.

Di origine probabilmente molto più

antica, al pari di Vernazza e Corniglia,

la prima attestazione scritta è datata

al 1056, quando Guido degli Obertenghi,

figlio di Adalberto II, effettuò alcune

donazioni «in loco Monte Russo».

A Monterosso è tradizione storica

la conservazione delle Acciughe in

salamoia. Un fiorente commercio è

attestato addirittura con il Piemonte

attraverso la cosiddetta “Via del Sale”,

strada di profonda memoria malaspiniana,

dove se ne faceva incetta per

la preparazione delle celebri acciughe

in salsa verde. Famosa era la Pesca

notturna con le lampare, strumenti alimentate

ad acetilene, un’arte cantata

anche da Eugenio Montale in una lirica

assai celebrata: «[…] dai gozzi sparsi

palpita l’acetilene.» (da Arsenio, in Ossi

di seppia, II ed., 1928). Una nota di

puro folklore: se il pescatore è duro

mestiere da uomini, la vendita dei

prodotti era invece demandata esclusivamente

alle donne del paese.

Proponiamo una cucina espressa creata

con portate tipiche della tradizione ligure

dall’antipasto al dolce. Da non perdere nel

menù “La Barcaccia” di paccheri, piatto

simbolo del locale, senza trascurare la

pizza con impasto di farina macinata a

pietra, ad alta digeribilità.

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150

LA DOPPIA FACCIA DEL FIORETTO

La bellissima statua di San Francesco e il

lupo, una delle più mirabili tra quelle dedicate

al Patrono d’Italia, si trova nel conte-

termine della passeggiata panoramica che

dal borgo antico di Monterosso conduce al

Convento dei Cappuccini. La vicenda oggetto

della scena artistica è quella narrata

nel capitolo XXI de I Fioretti di San Francesco:

di fronte al Santo il temibile lupo di

Gubbio d’un tratto si ammansì. Il monumento,

in bronzo, è opera dello scultore

monzese Silvio Monfrini (1894-1969) ed è


movente

è «dicer poco» per chiunque

sia dotato di un minimo di sensibilità:

l’atteggiamento del lupo, che si avvicina

con la testa al Santo, chino verso di

lui con la mano aperta, è di quelli che

toccano le corde dell’anima, perché

richiama il naturale atteggiamento di

paterna. È la scena idilliaca del Mondo

ideale in cui sarebbe troppo bello vivere,

un capolavoro che, non a caso, vede

salire per una foto migliaia e migliaia di

turisti ogni anno, letteralmente ammaliati

sia dal luogo, sia da quell’atmosfera

intensissima votata alla meditazione e

alla preghiera. Ma la rappresentazione

di un consorzio universale dove il lupo

convive con l’agnello non è cosa di questo

mondo: è un caso limite ideale.

È la stessa arte letteraria dell’Età di Mezzo,

strutturata su diversi livelli di interpretazione,

come molto bene ci ammaestra

il grande padre Dante, a suggerire

la necessità di ulteriori letture sapienziali,

non precisamente paradisiache.

Così la leggenda richiama senz’altro

anche al deserto islamico, dove Francesco

si recò nel tentativo di convertire il

interpretata l’altra immagine leggendaria

di Francesco, quella in cui lo sappiamo

intento a parlare con gli uccelli; parlare

“con la lingua degli uccelli”, infatti,

linguaggio allegorico che solo i grandi

maestri sanno intendere.

Quella stessa lingua che, secoli dopo,

l’eroe designato scoprirà con grande

meraviglia di saper comprendere nel

bosco sacro di cui al secondo atto del

Sigfrid, la terza parte della formidabile

tetralogia dell’Anello del Nibelungo di Richard

Wagner. San Francesco e Wagner:

un rapporto del tutto inedito. Ma l’Europa,

la vera grande profonda invincibile

Europa, è tutta raccolta entro questi

due limiti apparentemente opposti: il

Santo e l’Eroe. Come dire: l’essenza dei

Cavalieri Templari. Sopra tutti aleggia

Dante, il semidio pervenuto alla sintesi

suprema, che oggi ci richiama all’ordine:

è giunto il tempo di nuovi Eroi.

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152

Il Rosone ornato di

San Giovanni

Battista


L’ARTE DI FAR MERLETTI

CON IL MARMO

La parrocchiale di Monterosso,

dedicata a San Giovanni Battista,

è un bell’esempio di gotico

genovese. La struttura interna è a

pianta basilicale, dunque con partizione

a tre navate. Le pareti sono

divergenti in direzione del coro, il

che conferisce maggiore imponenza

al presbiterio.

Una delle colonne (la seconda del

colonnato di sinistra) reca incisa

in caratteri medievali la durata del

cantiere di costruzione del tempio:

dal 1244 al 1307.

Da notare, all’interno, il fonte battesimale

del 1360 e una tela della

Madonna del Rosario della scuola

di Luca Cambiaso.

Dal sagrato fa splendida mostra

di sé l’eccezionale Rosone centrale

traforato in marmo bianco. Posto

ad impreziosire l’intera facciata, è

opera somma attribuita a Matteo

e Pietro da Campiglio.

Si tratta di uno dei massimi esempi

di gotico ornato, in cui la maestria

degli artisti ha prodotto un

vero e proprio lavoro di merletto

su marmo. Dal bottone centrale

si irradiano diciotto colonnine, alternate

tra lisce e tortili, da cui si

dipartono altrettanti archetti trilobati

intrecciati. Cingono la raggera

ben 53 cerchietti diversamente

lavorati e tutto questo insieme è

iscritto in un sistema di tre circonferenze

maggiori, di diversa grandezza

e livello, che gli fa da degna

cornice.

Tre livelli e poi l’apoteosi del Rosone.

Come dire, i Tre Regni e

poi il trionfo della Visio Dei, cioè la

stessa struttura della Divina Commedia.

Che però doveva ancora

essere scritta.

153

PIÙ

INFO


154

Il Gigante


Il

M

assimo

della

F

ocaccia

L’ETERNA CLASSICITÀ

DEL NETTUNO FERITO

La statua del Nettuno, dal popolo

battezzata Il Gigante, è ciò che resta

di un’imponente opera in cemento

armato apposta come parte integrante

dello sperone di roccia che

verso occidente delimita la spiaggia

di Fegina. Realizzata nel 1910 dallo

scultore Arrigo Minerbi (1881-1960)

- artista prediletto di Gabriele D’Annunzio,

di cui realizzò nel 1938 la

maschera mortuaria in marmo – la

chiello

del progetto megalomane di

Giovanni Pastine, ricco e ambizioso

avvocato originario di Monterosso

ma discendente di una famiglia che

aveva fatto fortuna in Argentina. Ironia

della sorte, la sua villa sfarzosa

andò distrutta nel corso di un bombardamento

della II Guerra Mondiale

ed anche la statua del Nettuno subì

dei danni ingenti: oggi appare monca

e priva della grande conchiglia che

dal giardino della casa si faceva sontuosa

balconata sul mare.

Il Gigante era alto 14 metri e pesava

170 tonnellate. Di gusto decisamente

kitsch nella sua espressione originale,

oggi, immerso in una fascinosa vetustà,

appare un capolavoro di quel

periodo classico cui richiama direttamente

la sua stessa mitologia.

Quando i nuovi proprietari del fondo,

nel dopoguerra, pensarono di abbatterlo,

trovarono la fermissima opposizione

di tutto il paese nonostante

oggetto di scherno generale. Non fu

esente di critica lo stesso Nettuno, che

si prese gli strali del giovane Montale

per avere visto distrutta, anziché recuperata,

quell’antica Casa dei Doganieri

(in realtà molto idealizzata) che

il poeta aveva eternato in una delle

sue liriche più felici (La casa dei doganieri,

1930, in Le occasioni, 1939).

Dal 2009 Massimo e Daniela, insieme al loro

staff, preparano ogni giorno, con passione,

come piccoli pandolci genovesi, baci di dama,

biscotti al limone e molto altro ancora....

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Nostra Signora di Soviore

156

LA PIETÀ DEL PIÙ ANTICO

SANTUARIO MARIANO LIGURE

La tradizione vuole che all’avvicinarsi delle

orde di Rotari, nel lontano 629, la popolazione

dell’interno, fuggendo verso il mare,

abbia sepolto una statua lignea della Madonna

onde sottrarla alla furia iconoclasta

del barbaro. Dopo oltre un secolo, intorno

al 740 (la stessa età cui si riferisce la Leggenda

Leboinica, ->Ameglia), la statua tornò

alla luce. Lo attestano documenti del sec.

XII che confermano la nascita di una festa

della Madonna a Soviore ben quattro secoli

prima. Accadde che un sacerdote di

Monterosso, impegnato in una battuta di

caccia, vide all’alba una colomba bianca insistere

stranamente su di una casupola diroccata,

come a volergli indicare qualcosa.

Seguendola all’interno della costruzione

vide che compariva e scompariva sotto

terra senza che vi fosse alcun passaggio

e sul punto in cui avveniva il prodigio

si emanava un profumo dolcissimo.

L’indomani, con l’aiuto di alcuni fedeli, il

parroco si mise a scavare e si rinvenne

l’immagine santa. Cercando di prendere

la reliquia, i presenti si accorsero che

ciò non era possibile e restò per un certo

tempo in quel luogo quale oggetto di

devozione e pellegrinaggio, già fonte di

a quando, una mattina, con enorme sorpresa,

la si vide su di un castagno posto

un poco più in alto.

I fedeli la riportarono più volte nella casetta

orginaria, ma puntualmente la mattina

successiva la Vergine era di nuovo

sopra il castagno. Il popolo, allora, comprese,

che la Madonna avrebbe dovuto

restare nel posto che Lei stessa si era

scelta, così sull’area indicata, in quello

stesso VIII secolo, sotto il regno cristianizzato

di Liutprando e all’atto della nascita

di Carlo Magno, padre di un impero che

co

santuario mariano di Liguria. Le mura

perimetrali di quel primo impianto sono

state rinvenute nel corso degli importanti


scavi archeologici compiuti. Dal 1999,

grazie al grande restauro giubilare, le

vestigia antichissime sono rese visibili

ai fedeli attraverso grandi vetri apposti

sul pavimento della chiesa attuale.

Il santuario, citato in un documento del

1225, ebbe un notevole sviluppo all’epoca

della Peste Nera (1348), quando

fu adibito a ricovero per i pellegrini

corso del XVIII secolo. A far data dall’11

maggio del 1974 N.S. di Soviore è Patrona

della Diocesi di Spezia, Sarzana

e Brugnato, divenendo il luogo di culto

più importante dell’intero comprensorio.

Posizionata in seno ad una sontuosa

cornice marmorea barocca, N.S. di

Soviore viene traslata a Monterosso

nel corso dei soli anni giubilari per la

venerazione degli abitanti del paese.

L’icona lignea oggi venerata non può,

però, essere l’originale, perché ciò

che si conserva è un’opera di fattura

trecentesca e di scuola chiaramente

nordica. Si tratta comunque di un capolavoro

assoluto. Pur essendo una

Pietà (la Vergine tiene infatti il Cristo

morto sulle ginocchia), non si ha a

che fare con una Addolorata, perché

proprio come in Michelangelo (di cui

quest’opera è evidente anticipazione),

na

sospensione, come in un quadro

di Vermeer: Ella, annunciatrice della

Resurrezione, attende che il Figlio si rianimi

da un momento all’altro. In attesa

che si compia il nostro destino, noi

tutti siamo sospesi alla stesso modo.

Siamo di fronte ad uno dei massimi

esempi del canone renano delle

Schœne Vesperbild (‘Belle Pietà’), ma la

descritta nello splendido bassorilievo

posizionato sull’ingresso gotico della

chiesa, proprio sotto l’arco ogivale:

in marmo bianco di Carrara, di autore

sconosciuto, questo cammeo, che

dovette essere apposto nell’occasione

della ristrutturazione del XVIII secolo,

illustra una posizione delle braccia e

delle mani della Vergine in modo ormai

fedelissimo rispetto all’insuperabile

soluzione michelangiolesca.

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famosi sentieri del

Parco delle Cinque Terre

e di Levanto.

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LEVANTO (Sp)

Scheda

del borgo

158

La recente scoperta di un frammento di Statua-stele in

Levanto (2020), subito preso in carico dal Museo delle

Statue-stele di ->Pontremoli, ha confermato l’omogenei-

giana.

Anche la costiera ultima di Levante, come la Val

di Vara e lo stesso Golfo dei

Poeti, è parte integrante della

regione detta “Lunigiana

Storica”.

Dell’antichità levantese si

sa solo di un borgo di Ceula,

posto più in collina, con tutta

probabilità l’attuale frazione

di Montale. L’antico nucleo,

le cui origini si suppone affondino

all’epoca romana,

è tradizione che sia stato

convertito al Cristianesimo

da San Siro, primo vescovo

di Pavia, ed è proprio a quel

santo che è intitolata la Pieve

di Ceula-Montale.

Il primo documento in nostro

possesso inerente Levanto è

un atto di fedeltà alla Repubblica

di Genova sottoscritto


nel 1132 dalla famiglia dei Da Passano,

vassalli dei Malaspina. Successivamente,

il diploma del Barbarossa del 1164 conferma

la presenza del borgo tra le pertinenze

feudali concesse a Obizzo Malaspina

il Grande.

Al dominio dei marchesi Malaspina si

devono il Castello di San Giorgio e la

grande Cinta Muraria che ancora oggi,

quasi integra, fa bella mostra di sé (sec.

XIII). Del perimetro difensivo fa parte la

romantica Torre dell’Orologio, assai

cara ai levantesi. Di quella stessa epoca

lontana la città conserva con orgoglio

anche la preziosità della ->Loggia comunale.

Sono, invece, testimonianza del

->Grottesche.

Levanto è una splendida località turistica,

buona per tutti i gusti. Con la sua Punta

Mesco rientra nel Parco Nazionale delle

Cinque Terre e della sua Riserva Marina;

il suo lunghissimo spiaggione sabbioso

è una delle mete preferite degli amanti

del Surf; le antiche gallerie della ferrovia

ottocentesca costituiscono un bellissimo

itinerario ciclistico e pedonale e il centro

cittadino, comodo da raggiungere, resta

tranquillo e a misura d’uomo anche nel

pieno della stagione estiva. Fascinosa la

Villa Agnelli, il cui grande parco dà sulla

Passeggiata a mare di Levante, proprio

sopra lo sperone di roccia detto La Pietra

dove sta il molo d’attracco dei vaporetti

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160

che fanno la spola, da una parte, verso il

Tigullio e dall’altra verso le Cinque Terre,

il Golfo della Spezia e il suo incomparabile

Arcipelago. Proprio all’altezza della Pietra

la città di Levanto ha voluto lasciare un segno

tangibile del 700^ anniversario della

morte di Dante nel 2021 apponendo una

originale ->Panchina Dantesca.

Piatto tipico di Levanto e delle sue colline

sono i , grossi ravioli fritti ripieni

di erbe spontanee, cipolla, ricotta, uova e

formaggi. Sono ormai molto ricercati anche

i vini, che hanno raggiunto la Identi-

-


gure del Levante. Spicca il Verba Dantis

delle Cantine Lunae del maestro Paolo

Bosoni: un rosso sanguigno, proprio

come l’Alighieri, tratto da vitigni anche

autoctoni.

In occasione della festa patronale del 25

luglio, San Giacomo, si svolge per le vie

del centro storico la tradizionale

dei Cristi, spettacolare parata di pesan-

membri della locale Confraternita, che

ha sede presso l’Oratorio cinquecentesco

dedicato al santo.

Per gli amanti del Trekking è imperdibile

il sentiero che, attraverso il promontorio

del Mesco, collega Levanto al

borgo di ->Monterosso.

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162

UNA TESTIMONIANZA

DI CULTURA E DI PACE

La Loggia comunale di Levanto, in Piazza

del Popolo, così come la si vede oggi è il

frutto di una ristrutturazione operata nel

XVI secolo, in pieno Rinascimento, anche

se molto probabilmente in quell’intervento

fu riutilizzato molto del materiale origi-

conserva una preziosa epigrafe in ardesia

che si ritiene riferita alla convenzione del

1211 con cui Levanto aderì spontaneamente

al governo della Repubblica di

Genova: è perciò senz’altro ascrivibile a

quel periodo la fondazione di ciò che fu

il mercato cittadino. Ma vi è poi un’altra

epigrafe, anch’essa in ardesia, arricchi-


ta di quattro pregevoli stemmi, che

il Catalogo Generale dei Beni Culturali

censisce come la testimonianza

dell’avvenuta costruzione del loggia-

Fieschi, conte Palatino e di Lavagna,

di cui sappiamo che fu Podestà di Levanto

nel solo 1405. Sarebbe questo,

dunque, l’anno preciso di costruzione

della Loggia propriamente detta. Tuttavia,

come si legge sul sito del Comune,

ancorché ristrutturato parliamo

comunque di «uno dei pochissimi edi-

-

nostri in Liguria».

Il monumento consiste in una serie

di cinque archi a tutto sesto poggianti

su quattro colonne e due pilastri

d’estremità. La copertura lignea è po-

pianta trapezoidale disposta su di un

solo piano rialzato di circa un metro

rispetto alla piazza antistante. All’interno

si trova un piccolo locale che, a

to

per lungo tempo ad archivio comunale.

Recentemente, su di una parete

interna è tornato miracolosamente

gurante

un’Annunciazione databile al

XV secolo, di artista ignoto.

sere,

secondo l’uso del tempo, in-

carattere religioso, ha ottenuto nel

2007 dall’UNESCO lo speciale riconoscimento

di “Monumento testimone di

Cultura e di Pace”.

Nei fondi di

, luogo

simbolo di Levanto,

troverete l’Osteria

Tumelin, baluardo

del mangiar bene

e della tradizione

culinaria ligure dal

1970.

Le specialità

dell’osteria sono il

pesce, le aragoste

vive, i frutti di mare

e i dolci artigianali.

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164

Camillo Benso

LA RAGION PRATICA

DEL RISORGIMENTO

Poteva mancare, da qualche

parte, in Lunigiana, un monumento

al grande statista

cugino di Virginia Oldoini, la

celebre Contessa di Casti-

ti,

l’uomo che non esitò a far

uso dell’irrefrenabile vanità

scinanti

del XIX secolo per

perorare la causa dell’Italia

Risorgimentale merita veramente

il tributo della nostra

regione, tanto più che non si

trattò di un puro, cinico calcolo:

Virginia, in verità, avrebbe

dato metà della sua vita per

riuscire ad arrivare alla Corte

di Francia e fu semplicemente

accontentata in cambio

solo di un piccolo servigio ad

alto valore patriottico.

Ma Camillo Benso, Conte di

Cavour (1810-1861), non è

stato un personaggio caro alla

Lunigiana solo per le vicende

legate ad una donna bella e

perennemente inquieta che

visse alla Spezia buona parte

della propria giovinezza: Cavour

fu fautore della costruzione

dell’Arsenale Militare,

un’idea di Napoleone, certo,

ma di cui solo lui, in seguito,

seppe comprendere appieno

il valore e che riprese, con il

dovuto decisionismo, quando

nel 1857, in veste di presidente

del consiglio e ministro del-

ciale

del Genio, poi generale,

il progetto della nuova base

navale italiana per l’Alto Tirreno.

Va detto che il Cavour

non vide mai quell’opera (i

lavori, infatti, iniziarono nel

1862, cioè un anno dopo la


sua morte improvvisa e prematura), ma

è a lui che La Spezia deve tutta la sua

modernità. La città capoluogo, però, ha

celebrato con due grandi monumenti

->Giuseppe Garibaldi e Domenico Chiodo,

non lui, e questo è un vero peccato.

Di tanto, invece, il Conte Benso è stato

onorato da Levanto, con un bel busto

in marmo di Carrara innalzato su una

colonna a sezione quadrata, molto

elegante ed arricchita di uno stemma

del Regno in bassorilievo sormontato

dall’aquila imperiale.

Non è dato sapere il nome dell’artista,

ma sappiamo per certo che fu donato

alla comunità cittadina dal sindaco di

allora, il Cavalier Giuseppe Vannoni,

con cerimonia solenne tenutasi il 23

settembre del 1900.

Lo sguardo proiettato lontano, il Cavour

di Levanto è un’opera pregevole che

bene interpreta la visione lungimirante

di uno statista di levatura mondiale.

Lui, che aveva visto da vicino la “Giovine

Italia” liquidandola come un covo di

«cervelli bruciati», concepì la nazione

come una confederazione di quattro

Stati sorretta da una presidenza onoraria

del Papa e governata dal Regno del

Piemonte: idea interessantissima, dove

il modello imperiale di Dante e il governo

mondiale di Kant appaiono risolti in

una soluzione di sintesi in chiave pura-

non ancora indagato quanto merita,

prima ancora del grande politico di cui,

semplicisticamente, parlano un po’ tutti.

Via Marconi, 4 - Levanto (SP)

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Levanto, a 100

metri dal mare, a 5

minuti a piedi dalla

stazione e a pochi

passi da bar, ristoranti

e negozi. Ubicato

nell’omonimo storico

palazzo nobiliare, l’Hotel

dispone di 11 eleganti

camere, ristrutturate,

climatizzate ed alcune

affrescate, ristrutturate

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Hotel Palazzo

Vannoni is

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historic centre of Levanto,

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train station and a few

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Palazzo Vannoni has 11

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conditioning and free-Wifi.

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166

LA DIMENSIONE POPOLARE

DI UNA GRANDE ARTE

Passeggiando per il centro storico di Levanto,

all’angolo di via Garibaldi con la via

Vinzoni, ci si imbatte nella sorpresa di un

-

frescate

a monocromo da sempre indicate

nel borgo con il termine, in realtà dotto, di

Grottesche (sec. XVI).

Le “grottesche” costituiscono precisamente

una forma di decorazione pittorica originata

addirittura nella Roma augustea (I

sec. A.C.), la quale, ignorata per ben millecinquecento

anni, venne riscoperta e resa

famosa con l’avvento del Rinascimento.

È Benvenuto Cellini ad informarci, nella

dalle grotte del colle Esquilino a Roma (i

resti sotterranei di quella che oggi sappiamo

essere la Domus aurea di Nerone),

le quali, rinvenute nel 1480, divennero

subito così popolari da rappresentare un

percorso obbligato per i maggiori artisti

dell’epoca (Pinturicchio, Filippino Lippi e

Signorelli tra i primi), i quali vi si faceva-

quelle inedite fantasie.

La decorazione “a grottesca”, nell’accezione

classica del termine, è in dettaglio caratterizzata

da esseri favolosi come chime-


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con le sue interpretazioni divenne il

caposcuola indiscusso del nuovo canone

artistico grazie alla fantasmagoria

delle Logge Vaticane (1517-’19).

Va da sé che l’arte delle Grottesche

sistematicamente utilizzata per creare

legami tra gli spazi soprattutto in

presenza di forme complesse come

lunette, archi e colonne – possa benissimo

essere stata in seguito contaminata

dall’uso canzonatorio delle

caricature vere e proprie di cui erano

autentici campioni, nelle loro botteghe

famose in ogni dove, altri artisti

sommi come Leonardo e Michelange-

pretare

al meglio la trasformazione

che il termine “grottesco” ha subito

-

personaggi della sequenza levantese

camente

marcati di quell’arte ondeggiante

tra la leggerezza del frivolo e la

sferza del sarcastico. Ecco allora che,

tra cronaca e caricatura, tra il serio e

ad un ampio spettro di soluzioni: si

va dall’illustrazione di buoni o cattivi

esempi popolari attraverso categorie

di arti e mestieri rivelati dall’artista

-

dicazione

di una buona taverna con

i tipi più comuni della sua variegata

umanità. Chissà!

Il nostro piccolo borgo, inaugurato nel 2011,

dispone di 11 appartamenti indipendenti con

angolo cottura, giardino e balcone privato.

167

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168

IL CANTO AMMALIANTE

DELLA SIRENA DI ULISSE

Anche Levanto, come gran parte dei comuni

italiani, ha voluto onorare il grande

padre Dante in occasione del 700° anniversario

della morte (1321-2021) e lo ha

uno dei soliti sterili eventi spot propagandistici

per preferire la realizzazione di

un progetto capace di durare nel tempo

creando struttura. La Panchina Letteraria

(una moda lanciata – pare – da Londra ed

ormai estesa a tutta Europa), era una delle

tante possibili soluzioni, anche se non

certo la più originale, ed ha assolto in pieno

al suo compito.

Quella di Levanto, dunque, è precisamente

una Panchina dantesca. A forma di

libro, la si trova sulla bella passeggiata a

mare che porta alla Pietra, dove arrivano

e partono i vaporetti.

Il monumento ci parla di uno dei Canti

Divina

Commedia: il XXVI dell’Inferno, quello

dell’ultimo viaggio di Ulisse. La memoria

corre subito ai versi immortali della «Orazion

picciola», quella con cui l’eroe greco

arringa fraudolentemente la propria

ciurma spronandola al «folle volo» verso

«il mondo sanza gente». Ma quel passo celeberrimo,

quell’immenso «fatti non foste

a viver come bruti/ma per seguir virtute e

canoscenza», qui non c’è e qualcuno potrebbe

restarne assai deluso. La verità è

che la scelta dei versi è stata volutamente

meno scontata e la preferenza è caduta

sulle terzine che introducono il tema della

navigazione poiché argomento ben più

attinente alla storia della cittadina. Si tratta

con precisione di dodici versi, dal 100 al

-

Colonne d’Ercole.

Qui lo diciamo sottovoce: lo Stretto di Gi-


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Dante ci ha posto attraverso l’enigma

secolare di Ulisse: se Dio avesse voluto

veramente porre un limite alla

nostra Conoscenza, il vortice che inghiotte

la nave greca avrebbe dovuto

intervenire all’atto della profanazione

del varco, non certo in vista della

montagna sacra del Purgatorio che è

posta all’antipode di Gerusalemme,

dunque proprio dall’altra parte del

mondo. Ma poi, non si sta parlando

delle Colonne “d’Ercole”? E da quando

in qua Ercole è Dio?

Purtroppo, però, a questo punto

dobbiamo porgere le nostre scuse ai

per fare chiarezza su una questione

di tale importanza e complessità. Possiamo

solo invitare tutti ad assistere

alla rappresentazione della Via Dantis

(->Mulazzo): lì, nella

della Divina Commedia, l’intera mate-

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Il Regno del Biologico

170

Si è detto, a proposito di ->Lerici, che l’indicazione

dell’arco ligure resa da Dante

con il celebre verso «Tra Lerice e Turbìa»

(Pur III 49) la troviamo già nella Tabula

Peutingeriana, una carta stradale militare

di età romano-imperiale con la citazione

all’altezza del Golfo della Spezia della dicitura

«In Alpe Pennino u. Boron».

Da questo documento eccezionale apprendiamo

che a Luni giungeva da Sud

l’Aemilia-Scauri, arteria stradale voluta

dal censore romano M. Emilio Scauro

nel 109 a.C. quale prosecuzione di

un’Aurelia interrotta all’altezza dell’insalubre

maremma pisana; da lì la con-

Boaceas (l’attuale

borgo di Ceparana,

nella piana

della Magra alla

presente addirittura

nella Geogra-

di Claudio Tolomeo.

Tuttavia il

toponimo Boron,

ripreso in seguito

bizantina dell’Anonimo

Ravennate

e divenuto un

enigma secolare


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172

lunigianese, non ha assolutamente

nulla a che vedere con il Golfo della

Spezia: Boron è il monte a est di Nizza

(Mont Boron) a cui già conduceva,

secondo Strabone, l’antichissima Via

Herculea. Si deve a Ferruccio Egori,

libero studioso massese, l’interpretazione

del passo: l‘abbreviazione “u.”

vale come il latino ‘usque’, per cui la

carta dice: ‘da lì’ – ovvero dallo spezzino

– si prende la via alta (‘appenninica’)

Peutingeriana indica da sempre quel

percorso di crinale appenninico oggi

denominato “Alta Via dei Monti Liguri

di Vara. Tale via principia proprio da

quella Ceparana che fu l’antichissima

Boaceas di Tolomeo. Si deve al Prof.

Bruno De Francesco il lancio recente

dell’idea, tramite il Centro Lunigianese

di Studi Danteschi, nel corso di

una conferenza organizzata dall’Associazione

MangiaTrekking, di erigere

un Monumento all’Alta Via dei Monti

Liguri proprio all’inizio del percorso, a

Ceparana.

Da questi studi bene si apprende

-

romano-imperiale di oltre un millennio

prima e Dante, pur impegnato via mare

nel primo tratto del suo viaggio francese

di cui ci narra il Boccaccio nella sua

Vita, mosso nel 1314 al seguito della delegazione

cardinalizia italica impegnata

nel conclave a Carpentras (->Ameglia),

ha inteso indicarlo con uno stilema che

-

Ebbene, non sarebbe male se anche il

comprensorio della Val di Vara, nota in

tutta Europa come una delle regioni a

minor impatto antropico (è considerata

più green della Foresta Nera in Germania)

e Terra del Biologico, blindasse

la preziosità del proprio territorio con

un quarto parco regionale lunigianese:

quello dell’Alta Via dei Monti Liguri

Spezzini.

E tanto è ricca di Natura la Val di Vara da

rappresentare un vero paradiso anche

per i cercatori di minerali. Non ci sono,

infatti, solo le ->Alpi Apuane: qui è stato

addirittura scoperto un composto di

é stato dato il nome di Varaite: di colore

rosso-violaceo, si presenta in granuli o

cristalli. Da segnalare anche la presenza

della cromite, un minerale piuttosto

raro in Italia. Nei tempi passati in Val di


torna

SU

Vara erano attive diverse piccole miniere

(manganese, ferro, rame e pure

alcuni metalli rari) e nella frazione di

Carro, grazie alla donazione di Dino

Salatti, appassionato ricercatore e collezionista

del luogo, è stato creato il

Museo Mineralogico Permanente.

Ancora a proposito di minerali, imperdibile

la visita a quell’autentico museo

all’aperto che sono le cave eneoliti-

che di diaspro della Valle di Lagorara, a

Maissana: una vera e propria industria

stata riconosciuta in ritrovamenti anche

lontanissimi di punte di lancia e di freccia,

bulini e pugnali. L’attività della cava,

però, era tesa non tanto alla produzio-

di materiale semilavorato destinato

ad essere perfezionato dagli artigiani

sui luoghi di destinazione. Il periodo di

sfruttamento è collocato tra il 3500 e il

2000 a.C.

Oggi la principale attività economica

della Val di Vara è l’allevamento bovino,

che fornisce carni biologicamente

garantite e una produzione di prodotti

caseari di altissima qualità, soprattutto

nel territorio di ->Varese Ligure.

Retaggio preistorico sono considerati

anche i Facciòn, sculture tipiche della

Val di Vara che si trovano sui muri delle

case più antiche: si tratta di maschere

apotropaiche, atte cioè a scacciare il Malocchio

e a tenere lontani i démoni e gli

spiriti avversi.

173

BIBLIOGRAFIA

PAOLO DE NEVI, Val di Vara un grido, un canto,

Edizioni Centro Studi Val di Vara, Sarzana,

1988.


VARESE LIGURE (Sp)

La Vittoria di Ersanilli

Scheda

del borgo

174

Il borgo di Varese Ligure, in Alta Valle del

Vara, è il cuore della “Valle del Biologico”.

Sono infatti più di 40 le aziende agrico-

prima alle cooperative locali per la produzione

e la commercializzazione di carni e

formaggi di assoluta qualità. Non a caso

parliamo del primo comune italiano che

(ISO 14001 e EMAS) e che nel 2004 è stato

premiato dall’Unione Europea come migliore

comunità rurale del continente.

Passeggiate, trekking, equitazione,

mountain bike, pesca alla trota, prodotti

tipici, tranquillità e pure musica

classica: è questa la formula magica che

vacanza in puro relax.

Già la strada panoramica che conduce in

Val di Taro attraverso il Passo delle Cento

Croci, regno incontrastato della Poiana,

anche percorsa in macchina è una salutare

immersione nella natura viva.

Per quanto concerne la Storia, sappiamo

che nel 1161 l’imperatore Federico

il Barbarossa concesse il borgo in feudo

ai Fieschi. Di origini probabilmente più

antiche (l’antico nucleo del Grexino è per

alcuni un chiaro toponimo bizantino), l’abitato

vide proprio sotto il dominio dei

Fieschi la realizzazione dell’intero impianto

del Borgo Rotondo e del castello

posto a sua protezione. La struttura del

Castello Fieschi è oggi costituita principalmente

da due torrioni. Il primo è detto

“Torre del Piccinino”, dal nome del

capitano di ventura che conquistò il castello

per conto dei Visconti e la fece edi-

“Torre

del Landi” poiché da questo nuovo pos-


Calzoleria

Marenco

sessore fu realizzata nel 1472. Donato

di recente dagli ultimi proprietari al

Comune, il castello è stato restituito a

nuova vita per le attività culturali della

comunità varesina.

Proprio all’ingresso del paese sta l’elegante

fattura settecentesca di Palazzo

Ferrari, la dimora nella cui cappella

privata furono celebrate le nozze di

Domenico Pallavicini e Luigia Ferrari,

ma

icona della transitorietà della Bellezza

nella celebre ode del Foscolo A

Luigia Pallavicini caduta da cavallo.

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176

La Vittoria di Ersanilli


L’ANIMA PERDUTA

DEL TRICOLORE

Il Monumento ai Caduti di Varese Ligure,

come testimonia l’iscrizione posta

sulla base, è opera dello scultore

Roberto Ersanilli, (1869-1944), nativo

di Zoagli. Fu inaugurato il 28 settembre

1924 in dedica ai soldati vittime della I

Guerra Mondiale, ma venne poi utilizzato

per celebrare anche quelli della

pari delle altre del medesimo periodo

(->La Spezia, ->Bagnone, ->Pontremoli)

come una chiara Allegoria della Vittoria.

Posizionato al centro di piazza Biasotti,

da una cinta di siepe, il monumento si

compone di una base a gradoni a pianta

quadrata su cui si erge una sorta di

obelisco in marmo composto da vari

elementi sovrapposti. Sulla sommità

fa sfoggia di sé un gruppo bronzeo di

tre aquile. Sul fronte, invece, in corrispondenza

dell’elemento centrale a

tronco di piramide, sta un altro bronzo

Fante con fucile in posizione

del riposo. Sul piedistallo sono

ginale,

per i caduti varesini del 1915-

‘18 e l’altra, aggiunta, dedicata a quelli

dell’intero periodo (ampliato) 1935-‘45.

Il tema della Vittoria è stato qui risolto

dall’artista in modo originale in una

semplice Terna di Aquile. Il richiamo

al Tricolore appare piuttosto evidente,

per cui si può ben dire che ciò che

Ersanilli ha voluto celebrare è soprattutto

la grande forza positiva scaturita

dall’unità del Paese. In modo altrettanto

evidente, la posizione del soldato

nel classico comando del “Riposo” si fa

simbolo, invece, della pace raggiunta.

Poi, come sappiamo, è arrivato il proseguo

del discorso e non fu proprio la

stessa cosa. L’Italia, purtroppo, con la

II Guerra Mondiale ha perso quell’unità

che era stata conquistata con indicibile

Paese dall’animo profondamente diviso.

Diviso, non ferito, ed è questo il

vero dramma. Come tornare allo spirito

iniziale? Magari cominciando con il

ricordare che la nostra bandiera è nata

con i colori della Beatrice di Dante: il

Verde è la Speranza, il Bianco la Fede

e il Rosso la Carità. Il segreto andato

perduto non è altro che il valore delle

tre Virtù Teologali. Tornare alla Fede

è il primo passo verso la nuova Rinascenza.

177


BRUGNATO (Sp)

l’icona di San Colombano

Scheda

del borgo

178

Brugnato affonda le proprie radici

almeno all’epoca longobarda (VII e l’VIII

sec.), quando i monaci dell’abbazia di

San Colombano di Bobbio espansero in

Val di Vara la loro preziosissima opera di

preservazione della tradizione cristiana

ed eressero qui un monastero che nel

tempo si ingrandì fino a divenire un

centro di importanza nevralgica.

Siamo pochi decenni prima del periodo

illuminato di Re Liutprando, artefice

dell’annessione della Lunigiana al Regno

d’Italia (742); periodo al quale risale la

Leggenda Leboinica della Santa Croce

(->Ameglia). Proprio a Liutprando, non

certo a caso, fanno riferimento i diplomi

Inserita sotto la protezione della Repubblica

di Genova a partire dal XII secolo,

nello stesso periodo arrivò pure (1133),

ad opera di Innocenzo II, l’elevazione a

sede vescovile scindendo per una prima

volta l’antichissima diocesi di Luni.

Oggi l’antico retaggio della diocesi permane

fermissima in quella della Spezia-Sarzana-Brugnato.


L’accresciuta potenza del sito portò

inevitabilmente a scontri e contrasti

tra le maggiori e importanti famiglie

del tempo. Nel 1215 Corrado l’Antico,

citato da Dante nel Canto VIII del

Purgatorio e artefice della divisione

dinastica in Spino Secco (ghibellini)

e Spino Fiorito (guelfi), rivendicando

per il proprio casato diritti sul borgo

e su molte delle terre circostanti (i

Malaspina erano dominanti su tutto

il bobbiese fin dal sec. XII), riuscì ad

occupare temporaneamente il territorio

di Brunato; l’intervento immediato

di Genova portò ai Fieschi la

nomina di vice domini di Brugnato,

ma con la successiva alleanza tra i

Malaspina e i Fieschi, suggellata dal

felice matrimonio tra Alagia e Moroello

II di Giovagallo (tra i massimi

protagonisti della Lunigiana Dantesca),

l’influenza Malaspiniana fu

destinata a permanere sull’intera

Val di Vara ancora per lungo tempo.

Soltanto nel corso del XVI secolo la

presenza dei Malaspina su Brugnato

andò a cessare del tutto.

Brugnato si può definire a buona

ragione il cuore della Val di Vara.

Nel bel centro storico, molto bene

conservato, sono imperdibili le visite

alla Concattedrale dei Santi Pietro,

Lorenzo e Colombano – con la

splendida ->colonna affrescata (sec.

XV) con uno splendido San Colombano

benedicente –, il ->Museo Diocesano

– ospitato presso il Palazzo Vescovile

(adiacente la Concattedrale)

–, custode di veri tesori sia artistici

che archeologici, e l’Oratorio di San

Bernardo, con il portale in bronzo

realizzato dallo scultore Pietro Ravecca.

Tipici di Brugnato sono i Canestrelli,

una sorta di morbido pandolce artigianale

aromatizzato con il finocchio

selvatico.

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180


L’EPISTOLA VENUTA DAL CIELO

Nel Museo Diocesano di Brugnato,

davvero bellissimo, si conserva

una stele devozionale in marmo

bianco proveniente dalla chiesa

di Santa Maria Assunta in Piazza,

una frazione di Deiva Marina. Conosciuta

negli ambienti storico-archeologici

con l’appellativo di “Lapide

di Piazza”, essa misura 120

cm in altezza, 44 cm in larghezza

ed è spessa 15 cm.

Il monumento assume una notevole

importanza per l’iscrizione

che reca incisa, i cui caratteri consentono

un’attribuzione certa alla

fine del VII - inizi dell’VIII secolo.

Si parla di un’epoca che, nella regione,

è stata fortemente caratterizzata

dall’intensa opera missionaria

dei monaci dell’Abbazia di

San Colombano in Bobbio. Non a

caso è proprio a questa confraternita

che viene ricondotta la manifattura

della stele: innanzitutto

perché l’abbazia bobbiese possedeva

uno Scriptorium; in secondo

luogo, per la prossimità della frazione

di Piazza a Brugnato, la cui

cattedrale, edificata su un nucleo

preesistente che risale al medesimo

periodo della lapide, è dedicata

anche a ->San Colombano.

Da considerare, inoltre, la terna di

santi che vi sono nominati: Michele

era assai caro ai longobardi (al

tempo ormai del tutto convertiti),

mentre Martino e Giorgio erano

particolarmente venerati dai bizantini:

si tratta di un accostamento

non casuale che vale senz’altro

a testimoniare l’avvenuto superamento

nella regione, anche grazie

all’azione incisiva monacale, degli

antichi contrasti religiosi fra gli ex

invasori ariani (artefici al tempo di

re Rotari di indicibili massacri) e la

popolazione autoctona cristiana.

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Il testo riprodotto è quello, ben noto,

della “Epistola Domini Nostri”, un apocrifo

neotestamentario molto diffuso al

tempo, che si considerava disceso direttamente

dal Cielo. È l’incipit del documento

a suggerirlo con decisione: «Inizia

la Lettera di Nostro Signore Gesù Cristo

Salvatore/mandata dai Cieli/per il giorno

santo e glorioso/ della Domenica».

Lo spirito della missiva celeste, lo si capisce,

è soprattutto quello di esortare gli

uomini a santificare le feste. L’argomento

di persuasione, tuttavia, cioè la comminazione

di terribili castighi, fa comprendere

anche il perché essa sia stata

subito annoverata tra le opere apocrife.

La stele è comunque un monumento

davvero eccezionale: oltre a rappresentare

l’unica trascrizione su pietra dell’Epistola

Christi, risulta pure esserne una

delle testimonianze più antiche.


182

L’icona di San Colombano


IL SANTO DEI LONGOBARDI

La Cattedrale dei Santi Pietro Lorenzo

e Colombano di Brugnato

sorge sul sito di antichissimi luoghi

di culto precedenti. Gli scavi archeologici

compiuti, infatti, hanno resti-

insiste la chiesa attuale: il più antico

è una cappella risalente al periodo

della dominazione bizantina (VI secolo),

la quale venne poi utilizzata

come base d’impianto per un cenobio

di monaci il cui nucleo primitivo

l’inizio dell’VIII secolo. La tradizione

vuole che tra i fondatori sia da annoverare

lo stesso San Colombano.

L’esistenza del tempio è documentata

già nell’VIII secolo sotto il regno

di Liutprando, il re cristiano dell’u-

d’Italia longobardo. Il prestigio della

comunità monacale di Bobbio, fondatrice

del monastero di Brugnato,

è ampiamente testimoniato dalle

donazioni e i privilegi che i sovrani

longobardi concessero ai suoi aba-

centro devozionale in contrapposizione

con il potere dei potentissimi

vescovi di Luni.

È in questo senso che va interpretata

la disposizione di Papa Innocenzo

II, che nel 1133 sottrasse Brugnato

alla giurisdizione del vescovo

lunense, assoggettandola alla Sede

Apostolica ed eleggendola a sede

episcopale. Solo nel 1820 l’area

si

quella che oggi è precisamente

indicata come la Diocesi della Spezia-Sarzana-Brugnato.

L’elemento artistico più importante

che si conserva nella cattedrale è

splendida icona policroma di San

Colombano. Si tratta, però, di un

dipinto non particolarmente antico,

precisamente di scuola quattrocentesca,

dunque di piena epoca umanistica.

183


APUANIA

Nel candore dei marmi l’eternità dell’Arte

184

Il comprensorio lunigianese dell’Apuania

corrisponde al versante marino del

gruppo roccioso delle Alpi Apuane compreso

l’intero litorale sabbioso che dalla

del fenomeno di rilevanza europea del

megalitismo antropomorfo delle Statue-stele

(->Pontremoli, ->La Spezia).

Una vena poetica tra il neoclassicismo

e il romantico, animata sul principiare

del sec. XX da Ceccardo Roccatagliata

Ceccardi, vuole che il termine derivi dalla

mitica stazione di Apua, per qualcuno

capitale per noi della Val di Magra.

La catena delle Apuane rappresenta

senz’altro un qualcosa di unico: essa

2.000 metri d’altezza e anche se nessuna

delle sue vette raggiunge, seppur per

poco, quella soglia precisa che sancisce

il termine “alpe”, i suoi monti sono stati

proprio per la loro assoluta eccezionalità.

Dal punto di vista geologico il bacino

montano costituisce un sistema del tutto

distinto dall’Appenino: le origini sono dif-

Apuane sono costituite prevalentemente

da quelle formazioni calcaree cui si deve

la pregiata e celebratissima qualità dei

marmi.

Zona carsica, fonte di acque minerali e

termali, l’intero bacino montano cela nel

suo cuore grotte di enormi dimensioni,

come ad esempio quelle di Equi Terme, la

cui Tecchia era una caverna frequentata

già dalla sottospecie neandertaliana. Da

quei tempi remotissimi l’intero comprensorio

lunigianese è abitato dall’uomo senza

soluzione di continuità.

Le vette più conosciute dagli escursionisti

sono il Pisanino (1.946), il Pizzo d’Uccel-


torna

SU

lo (1.781) e il Monte Sagro (1.752). Sono

vette scalabili attraverso sentieri accessibili

a esperti escursionisti, ma in realtà

frequentati dai più, tanto che è lunghissimo,

purtroppo, l’elenco degli infortuni

mortali: alle Apuane, come anche al

nostro mare, occorre sempre portare il

massimo rispetto; mai lasciarsi andare

Cantate dai classici latini assieme alla città

di Luni (di sicura fondazione romana,

ma un portus lunae doveva già esisteva

prima della conquista), le Apuane sono

dette Lunae montes da Strabone. Citate

in due occasioni anche da Dante, il loro

fascino ha fatto breccia non solo in Ceccardo

ma pure nel D’Annunzio.

Regno incontrastato dell’aquila reale, le

Apuane sono un vero paradiso natura-

anche dei cercatori di minerali. Le cartine

dei sentieri sono ricche di percorsi moz-

esempio la splendida strada ferrata del

Pizzo d’Uccello. Imperdibile la visita all’antica

cava-museo di Fantiscritti, ove salirono

più volte Michelangelo e il Canova.

Da non perdere il centro storico di ->Carrara,

capitale mondiale del marmo, e il castello

Malaspina-Cybo di ->Massa.

185


MASSA CARRARA (Ms)

Scheda

del borgo

186

Le origini delle due città apuane sono indiscutibilmente

di età pre-romana, terri-

Liguri Apuani, il popolo

delle Statue-stele (->Pontremoli). Nella

Tabula Peuntingeriana (->Lerici; ->Val di

Vara) nella zona è indicato il toponimo Ad

taberna Frigida, una possibile stazione di

sosta lungo la via consolare dell’Aemilia

Scauri (che da Pisa conduceva a Luni) in

Se Carrara ha una storia strettamente

legata all’estrazione e alla lavorazione dei

marmi, Massa vanta una epopea politica

e nobiliare di alto livello. Proprietà Obertenga

nel Medioevo, fu dotata dai Malaspina

di una fortezza divenuta nei secoli

sempre più possente, tanto che dal marchesato

si passò nel XV secolo ad uno stato

autonomo con l’annessione del Principato

di Carrara nel Ducato di Massa. La

mentale

sotto la reggenza dei Cybo-Malaspina.

Nel corso del sec. XVIII Massa,

con tutte le sue pertinenze, passò sotto la

reggenza del ducato di Modena e Reggio.

Risale a quel periodo la realizzazione della

ciclopica Via Vandelli, la grande strada

montana che avrebbe dovuto collegare al

mare le grandi potenze emiliane. Il territorio

apuano fu poi annesso al Principato

di Lucca sotto la dominazione napoleonica,

ma con il successivo Congresso di

Vienna tutto tornò nelle mani di Maria

Beatrice d’Este (1750-1829). Nel 1823 fu

fondata la diocesi per decisione di Leone

XII. Nel 1829 la città passò ai duchi di Modena

della famiglia degli Austria-d’Este.

Nel 1859, tra notevoli tensioni, il ducato

di Massa si unì al Regno di Sardegna, ma

qui in realtà assai complesso, con ampi

strati della popolazione schierata in movimenti

di resistenza che portano a parlare

addirittura di un “controrisorgimento

apuano”.

La Storia d’Italia, in seguito, dimostrarono

di conoscerla bene anche i tedeschi, i quali

Limes Bizantino

la tristemente nota Linea Gotica

per fronteggiare l’avanzata da Sud dell’esercito

americano. Se il comando in capo

sul fronte tirrenico venne costituito presso

il Monastero del Corvo (->Ameglia), il fronte

fu approntato dai genieri tedeschi proprio

sulla grande piana massese. Quando i

due eserciti vennero in contatto si scatenò

un inferno che si protrasse dal settembre

del ’44 al 10 di aprile del ’45, giorno in cui le

truppe corazzate americane fecero il loro

ingresso in una Massa completamente liberata.

Oltre che di storia, Carrara e Massa, sono

città d’arte e di cultura. Di Michelangelo e

il Canova a Carrara sanno ormai tutti, ma

che a Massa insegnò il grande Giovanni

Pascoli (1855-1912), dal 1884 al 1887, lo

sanno ancora in pochi. Furono tre anni in

cui il poeta portò alla piena maturità uno

studioso insigne come

(1869-1929), grande commentatore della

fondamentale “Storia della Lunigiana Feudale”

di Eugenio Branchi, e in cui ebbe anche

modo di frequentare uno dei suoi più grandi

amici, il compagno di università Severino

Ferrari (1856-1905), poeta anch’egli, in quel

tempo attivo alla Spezia. Destinato al Liceo

“Pellegrino Rossi”, il Pascoli proveniva dalla

lontana Matera: il soggiorno massese gli

permise di ricostituire il celebre “nido” con

le amatissime sorelle e lo rinvigorì anche

nella vena poetica.

Di Carrara fu nativo l’erudito Emanuele

Repetti (1776-1852), autore del monumentale

Della Toscana, e sempre in Carrara trovarono

i natali i grandi esponenti della Famiglia

Fabbricotti (->Sarzana), grandi industriali

del marmo domiciliati presso il citato

Monastero del Corvo.


I Fantiscritti

IL BASSORILIEVO DEGLI DEI

La preziosa scultura di epoca imperiale

detta de I Fantiscritti è un eccezionale

bassorilievo di epoca imperiale recante

in un’edicola. Fu segnalato per la prima

volta nel 1442 da Ciriaco d’Ancona, osservato

nel bacino minerario (dove si trova

anche l’antica cava romana) che da allora

è sempre stato indicato con quel nome.

L’origine dello stilema è del tutto popolare:

la semplicità dei cavatori descrisse

l’immagine come i “fanti” (cioè gli ‘uomini’)

“scritti”

realtà scolpiti. Il prezioso monumento è

oggi conservato presso la prestigiosa Accademia

delle Belle Arti di Carrara.

La fantasia degli eruditi ha voluto che il

luogo del ritrovamento fosse l’antica dimora

dell’Aronte dantesco (Inf XX 46-51),

ma si tratta di una contaminazione determinata

dallo stesso Dante, perché prima

dell’idealizzazione della Divina Commedia

non esiste alcuna traccia di tradizione, né

dotta, né popolare, che voglia un Aronte

domiciliato sulle Alpi Apuane. Semplicemente,

il Sommo Poeta non poteva

accettare l’idea che l’amatissimo Lucano

gli suggeriva nella Pharsalia dell’indovino

presente in una Luni descritta come ‘deserta’

(«Arruns incoluit desertae moenia Lunae»). In

quest’ordine di idee non può essere escluso

che agli albori del 1300 anche lui, Dante,

possa avere osservato il bassorilievo (che

probabilmente era da sempre conosciuto

dai cavatori) e che proprio da tale classicità

abbia tratto l’ispirazione decisiva per il suo

originalissimo episodio dell’aruspice etrusco

in Inf XX.

L’edicola ha suscitato nei secoli la curiosità di

molti artisti, tra cui quella di due autori massimi:

Michelangelo (salito più volte alle cave

per scegliere personalmente i blocchi di minerale

destinati alle sue creazioni immortali)

ed il Canova. Veramente quello dei Fantiscritti

è il Bassorilievo degli Dei.

BIBLIOGRAFIA

MANUGUERRA MIRCO, ‘Orma di Dante non si

cancella’ - I Luoghi Danteschi della Lunigiana, in

*Le Sette Meraviglie della Lunigiana, a c. di A. Baldini,

Lucca, Pacini Fazzi, 2016, pp. 229-260.

MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca -

“Orma di Dante non si cancella”, La Spezia, ItaliaperVoi,

2021.

187


188

A BRACCETTO COL ‘DANTE’

DI SANTA CROCE

La bella statua di Maria Beatrice D’Este,

che domina con la sua fontana piazza Al-

mente

“la Bea” da tutti i cittadini doc.

lo

del centro storico della capitale mondiale

del marmo ed è uno dei punti di

ritrovo più amati.

Il concorso bandito nel 1822 dall’Accademia

di Vienna per la realizzazione della

statua, presieduto dalla stessa Maria Be-

della Beatrice

atrice, fu vinto da Pietro Fontana (Carrara,

1782-1857). L’opera fu completata dall’artista

nel 1824, ma il gruppo marmoreo completo

(con il grande basamento, la statua del leone

di guardia e la vasca della fontana) venne

inaugurato due anni dopo, nel 1826.

sa

di Massa e principessa di Carrara in chiave

ellenistica. Ciò che il Fontana ha, infatti, rappresentato

dell’ultima sovrana delle due città

Di più si può dire, a parere di chi scrive, che

questa Beatrice mostra un interessantissimo

parallelismo con il

Dante di Santa Croce in

Firenze, opera di Enrico

Pazzi del 1865: entrambi

i personaggi sono presentati

con il leone alla

base del monumento e

con l’aquila ai piedi. Ed è

l’aquila l’elemento più interessante,

perché mentre

l’aquila di Beatrice si

volta e guarda lontano,

quella di Dante cerca

dal basso il volto del Titano

come attendendo

il segnale da lui. L’Aquila

è simbolo di Giustizia,

certo – di cui entrambe

Sommo Poeta (pur con il

diverso destino e le dovute

proporzioni) sono

simboli popolari – ma è

pure allegoria innegabile

dell’Impero nel suo signi-

Dante ciò è sicuro, per

la “Bea” fu l’artista stesso

a precisare che si trattata

di un riferimento alla

Roma d’un tempo che

fu. Abbiamo, dunque,

probabilmente a che

fare, qui a Carrara, con

la fonte primaria di ispirazione

del monumento

vori

assoluti.


Papa Giovanni XXIII

189

SOTTO LA PROTEZIONE

DEL PAPA BUONO

Pian della Fioba è una località posta

nel cuore del Parco Regionale delle Alpi

Apuane, a 900 m. di altezza sul livello del

mare, dove si trovano l’Orto botanico

“Pellegrini-Ansaldi” (vi sono presenti

Rifugio “Città di Massa”,

da dove partono importanti sentieri

escursionistici. Sulla strada che conduce

a quei luoghi, ma a soli 5 Km da Massa,

in località Campareccia, si trova un

Qui nel 1973, per l’idea del prof. Giovanni

Bertilorenzi e l’intervento della Provincia di

Massa Carrara, sta la grande statua marmorea

di Papa Giovanni XXIII, santo, al secolo

Angelo Giuseppe Roncalli (1881-1963).

L’opera fu scolpita dal maestro Riccardo

Rossi (1911-1983), già autore del Monumento

al Libraio di Montereggio (->Mulazzo) e del

Pinocchio di ->Pontremoli.

La presenza del “Papa Buono” è a manifesta

protezione di tutti gli escursionisti del Parco

Naturale delle Alpi Apuane e di tutti coloro

che lavorano nelle cave di marmo.


ALTRI CAPOLAVORI IN BREVE

190

Il Trittico marmoreo di Domenico Gar


Il Trittico marmoreo di Trebiano,

la Deposizione del Discovolo a Bonassola,

La Lapide della Battaglia della Meloria a Moneglia

torna

SU

IL TRIONFO DELL’ARCANGELO

In questo tipico borgo del medioevo lunigianese,

Trebiano, da cui si gode d’un

colpo d’occhio sorprendente sul tratto

vuole che nel castello sia addirittura celato

l’autografo della Divina Commedia,

la chiesa parrocchiale, consacrata a San

Trittico

marmoreo di Domenico Gar (1529).

Domenico Gar, detto “il Francesino” (Alta

Marna, ? - 1529), fu attivo soprattutto

in Lunigiana, dove giunse giovanissimo

al seguito del padre. Sappiamo che nel

1520 lavorò a Carrara nella bottega dello

no

successivo, alla morte del maestro,

andò in Spagna per una parentesi breve

che però gli fruttò l’onore di lavorare

-

-

giovane e la sua ultima opera compiuta è

stato il bassorilievo del ->Volto Santo che

si conserva nella parrocchiale di Montemarcello

(->Ameglia).

Il Trittico, completato anch’esso nell’anno

della morte, è di gran lunga il capolavoro

dell’artista, tanto bello da essere

Icona pulchra

bella’. La composizione scultorea vede al

centro la Madonna col Bambino e ai suoi

lati due santi, un uomo e una donna, esempi

di Giustizia terrena lui e di Giustizia celeste lei.

San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), il

grande intercessore presso la Vergine al termine

della Divina Commedia ma, nella realtà,

l’estensore della Regola Templare, umilia Satana

ai suoi piedi in una chiesa consacrata al

comandante in capo delle milizie angeliche

fedeli a Dio: chi vuol capire, capisce. Da parte

sua, Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto

(287-305) è rappresentata in un supremo

atto di rivalsa: martirizzata sotto Massimino,

ella tiene al giogo quell’imperatore romano

come in una scena da Conte Ugolino e Arcivescovo

Ruggeri (Inf XXXIII) portata in chiave

paradisiaca. Ma perché proprio questa san-

che Gar, francese, di certo conosceva benissimo.

Siamo, quindi, di fronte ad una Allegoria

del Trionfo di Michele Arcangelo rappresentata

in chiave ermetica, dove la centralità

della Vergine e del Bambino si fanno immagine

assoluta di Giustizia Universale.

L’opera, di enorme levatura artistica, teolo-

la da Jacopo, rappresentante

di quella che fu una delle famiglie più

rappresentative della Sarzana dei secoli XVI

e XVII.

191


192


L’ADDOLORATA DI BONASSOLA

Antonio Discovolo (1874-1956) fu

nativo di Bologna, ma nel 1902 si trovò

a lavorare a Tellaro, dove rimase

impressionato dalla bellezza del paesaggio.

La cosa non stupisce: sarebbe

accaduto da lì a non molto a D.H.

Lawrence prima e a Mario Soldati poi.

L’anno dopo, invitato da un amico

inglese, pittore anch’egli, Discovolo

si trasferì a Manarola, nelle Cinque

Terre, dove incontrò la giovane che

sposò.

Trasferita la famiglia a Bonassola nel

1910, nella prorompente e irresistibile

suggestione dell’estrema riviera di

Levante, di cui si inebriava, l’artista

frequentò il giovane Ettore Cozzani

(1884-1971), con cui instaurò un’a-

stesso, che in quegli anni attendeva

ai grandi canti del Poema del Mare,

raccontò di come l’amico pittore gli

insegnasse a riconoscere i colori del-

Cozzani si trasferì poi a Milano, dove

fondò “L’Eroica”, una grande casa editrice,

e il Discovolo si spostò ad Assisi,

ro.

Il pittore rientrò nella sua Bonassola

soltanto negli anni ’50, quando il

Del pittore, maestro dei notturni, la famiglia

ha donato alla comunità il suo capolavoro più

grande: “La croce”, opera del 1923. Si tratta di

una classica scena di una Addolorata ripresa nel

buio improvviso calato alla morte del Cristo. Un

equilibrio di chiaroscuri magistrale che sarebbe

piaciuto al Caravaggio.

193


L’EPIGRAFE DELL’IMPRESA

DI PORTO PISANO

Sulla parete esterna destra della chiesa di

S. Croce a Moneglia dal 1931 è stata posizionata

una splendida iscrizione in caratteri

gotici datata 1290 e arricchita del

bassorilievo di due cavalieri.

Il monumento, in marmo, presenta la

scritta ancora ben leggibile: In nomine D(omi)ni

/ am(en) MCCLXXXX / oc cadena / tuleru(n)t

/ de portu / Pisa / nor / u(m) oc oopus

de Mo/nelia. L’incertezza nel latino è tipica

di un’epoca in piena transizione verso la

lingua volgare. Si comprende bene però

che si parla di una catena proveniente dal

porto di Pisa.

Il cavaliere in primo piano è chiaramente

un San Giorgio che uccide il drago ai suoi

piedi, simbolo della potenza genovese,

mentre il secondo è, con ogni probabilità,

Corrado Doria, il capitano del popolo che

nel 1290 guidò l’attacco per mare a Porto

Pisano dopo che la pace del 1288, seguita

alla disfatta della Meloria del 1284, fu

sciaguratamente disattesa dalla repubblica

marinara toscana.

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196

rato da una catena. Un fabbro, Noceto

Chiarli, ebbe l’idea di accendere un fuoco

sotto di essa per renderla incandescente

in modo da spezzarla con il peso delle

navi al loro passaggio. La tecnica funzionò

e il porto di Pisa fu completamente

distrutto.

Le parti della catena spezzata furono

portate a Genova a mo’ di trofeo di

guerra e collocate in varie zone della cit-

tà. Solo nel secolo XIX furono restituite

quasi tutte a Pisa, oggi conservate presso

il Camposanto monumentale della

città. Quasi tutte, perché alcune sono

rimaste a Genova e una è qui a Moneglia,

appesa al muro accanto all’Epigrafe.

Perché Moneglia fu partecipe del trionfo

della Meloria e questa è la sua parte di

gloria imperitura.


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