Lunigiana Monumentale 2022 - versione digitale completa
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FREE PRESS
LUNIGIANA
MONUMENTALE
LA SPEZIA
& GOLFO DEI POETI
VAL DI MAGRA
CINQUE TERRE
& RIVIERA
VAL DI VARA
MASSA-CARRARAARA
& APUANIA
“
Al cospetto dei
testimoni del tempo
“
MAPPA
all’interno
Edizioni
italiapervoimagazine.it
magazine
da Oscar
Porto Mirabello - Viale Italia snc
La Spezia (SP)
Ristorante +39 0187 779188
Piscina +39 366 1242333
akuadaoscar@gmail.com
www.akuadaoscar.it
Il locale è situato all’interno dell’incantevole
Porto Mirabello, dove gli
ospiti potranno godere di una splendida
vista mare ad un passo dal centro città.
Al ristorante Akua proponiamo una cucina
semplice e tradizionale, caratterizzata
da piatti che mirano ad esaltare l’eccellenza
delle materie prime impiegate.
Potrete gustare momenti indimenticabili in
e godere di un’importante cantina che
vanta oltre 180 etichette
tra bollicine, bianchi e rossi,
italiani e francesi.
The restaurant is located
inside the enchanting
Porto Mirabello,
where the guests will enjoy
the beautiful sea view just a stroll away
from the city centre. We propose a simple
and traditional cuisine, with delicious dishes
which exalt the excellent ingredients.
You will spend unforgettable moments
our important wine selection of over
180 different labels of sparkling, white
and red, Italian and French wines.
Accesso alla piscina da giugno
a settembre con noleggio
lettini e teli mare e light lunch
al bar incluso.
Il bar propone
colazioni,
e pranzi veloci.
Access to the
swimming
pool from June
to September provides
sun loungers
and beach towels
rental and light
lunch at the bar
included.
The bar offers
breakfasts and
quick lunches.
B RANDS
che ci
hanno
SCELTO
La Spezia
Lerici
Sarzana
Portovenere
Ameglia
Mulazzo
Pontremoli
Villafranca
in Lunigiana
Bagnone
Riomaggiore
Aulla
Monterosso
al Mare
Varese
Ligure
Levanto
Brugnato
Moneglia
vai al
REDAZIONALE
EDITORIALE
Gino Giorgetti
Direttore Editoriale
I nostri servizi
Il nostro sito
Canali social
Italia Per Voi
Come già delineato lo scorso anno con “Orma di Dante
non si cancella”, anche questa nuova pubblicazione di Italia
per Voi vuole andare “oltre”strativi
di province e regioni per illustrare le caratteristiche
peculiari di un territorio unico, la Lunigiana Storica, la cui
identità ha saputo attraversare i secoli e i millenni.
Qui, a partire dall’epopea dei Liguri-apuani, padroni indi-
Roma, si arriva
ai giorni nostri passando attraverso quella ricostituzione
della società cristiana post-barbarica che, in forza delle
successive, alterne vicende tra Vescovi di Luni e i Malaspina,
ha portato al soggiorno fatale di Dante, il quale,
nel dare i natali linguistici ad una Italia che si faceva culla
di una nuova Europa, trasse ispirazioni cruciali lasciando
un’orma indelebile.
È questa la prospettiva attraverso la quale Italia per Voi
propone la Lunigiana Storica al turista, si tratti di un visitatore
di prossimità o internazionale, di un ospite occasionale
oppure di un cercatore seriale di emozioni culturali,
naturalistiche o enogastronomiche. E questo anche perché
la Lunigiana, in ogni mese dell’anno, con la sua Riviera e le
sue valli, con i suoi borghi a strapiombo sul mare o sulle
sommità dei colli, con i suoi castelli e poi con i , le
varietà dei boschi e i monti che la circondano a due passi
sibilità
di soggiorno.
La Lunigiana Storica è un territorio limitato ma completo,
che rappresenta la sintesi perfetta della condizione
ambientale a cui aspirano gli abitanti della grande e
della piccola città.
Ecco, dunque, spiegato il nostro sforzo editoriale, da sempre
teso alla descrizione e alla comprensione di un lembo
di terra rimasto ancora miracolosamente a misura d’uomo
e dove sussistono tutte, ma proprio tutte, le condizioni
(e pure le ragioni) per trascorrere una vacanza o un
soggiorno alla ricerca di emozioni che non si scordano.
Qui succede spesso a inglesi, francesi, tedeschi e a molti
italiani in fuga vacanziera dalle grandi metropoli, che si
il valore e il sapore del buon vivere.
Allora quale motivo più idoneo, dopo Dante, maestro dei
maestri, se non i Monumenti, per parlare delle unicità di
una regione mancata ma tanto speciale? Dopo oltre sette
mesi di lavoro di ricerca e produzione commerciale, giunti
all’apertura della stagione turistica di questo 2022, passiamo
dunque in rassegna un primo gruppo di “capolavori
nostrani” irrinunciabili. Lo facciamo ripromettendoci di
valutare, con altro progetto dedicato, l’opportunità di una
edizione integrativa in un prossimo futuro.
“Al cospetto dei testimoni del tempo”
Importante considerare che ogni monumento oggi proposto
un luogo ma anche un brand che noi consigliamo
e raccomandiamo. Primo, perché imprenditori che
investono nella Cultura sono senza ombra di dubbio persone
di valore. Secondo, perché si tratta di vere professionalità di
cui si possono portare a casa i frutti del loro impegno assieme
ai propri ricordi.
Lunigiana Monumentale è la continuazione di un progetto
che intende divulgare, con le sue uscite tematiche, i contenuti
di un territorio speciale assieme al valore del lavoro degli uomini
e delle donne che ne vivono quotidianamente ogni realtà.
A questo scopo il progetto prevede che ogni partner aderente,
oltre ai supporti cartacei e digitali dell’opera, goda di una
propria schedaitaliapervoimagazine.it,
sia nella versione italiana che in quella
inglese. Abbiamo pure previsto che ciascuno di essi abbia
dei post di comunicazione social personalizzati lanciati da
aprile a ottobre 2022 insieme con campagne sponsorizzate
della stessa rivista presente anche sulla piattaforma issuu.
com, sempre in lettura sia nazionale che internazionale
Rendiamo merito, dunque, a Mirco Manuguerra, fondatore
e presidente del Centro Lunigianese di Studi Danteschi,
per la partecipazione al progetto editoriale, per la redazione
dei testi e la preziosa collaborazione nella scelta delle opere;
a Enzo Millepiedi, il nostro Direttore Responsabile, per la
sua impareggiabile supervisione; a Maria Grazia Dallagiacoma,
Direttrice Commerciale, il cui compito, in questi tempi
molto complicati, non è stato certo dei più semplici; a Sara
Fornesi
tocco creativo ha risolto gran parte della struttura e dell’impaginazione
dell’opera; a Erika Giorgetti, la nostra Social
Promozionale attraverso il portale italiapervoimagazine.it
e i nostri account social.
Un vivo-
, ma primi tra tutti, giungano alle attività commerciali
e professionali e agli enti che hanno aderito a questo
progetto, diventandone partner e sponsor, i sensi della stima
e della gratitudine dell’intera Redazione, perché è soprattutto
merito loro, con la fermissima determinazione e passione
che hanno dimostrato, se questo libro oggi esiste davvero.
A questo punto a noi non resta che sottoporci al giudizio del
pubblico di Voi lettori e utilizzatori di questa “guida”. In attesa
di ricevere il parere e i consigli di tutti coloro che hanno
veramente a cuore il futuro della Lunigiana, auguriamo senz’altro
una buona lettura.
Maria Grazia
Dallagiacoma
Sara Fornesi
Erika Giorgetti
LUNIGIANA
STORICA
Passo del
Bocco
BEDONIA
BORGO VAL DI TARO
Passo
Centocroci
VARESE
LIGURE
BEDONIA
ALBARETO
Passo dei
Due Santi
Passo del
Rastrello
PARMA
ZERI
Passo del
Brattello
MAISSANA
SESTA
GODANO
ZIGNAGO
8
SESTRI LEVANTE
GENOVA
VENTIMIGLIA
MONEGLIA
CASTIGLIONE
CHIAVARESE
Passo del
Bracco
CARRO
CARRODANO
ROCCHETTA VARA
BORGHETTO
DI VARA
BRUGNATO
BEVERINO
© Italia Per Voi s.r.l.
DEIVA
MARINA
FRAMURA
BONASSOLA
LEVANTO
SOVIORE
MONTEROSSO
AL MARE
PIGNONE
VERNAZZA
CORNIGLIA
MANAROLA
RICCO’ DEL
GOLFO
RIOMAGGIORE
MAR LIGURE
BERCETO
PARMA
Passo
della Cisa
Passo del
Cirone
Passo del
Lagastrello
PONTREMOLI
CASTELNUOVO
NE’ MONTI
FILATTIERA
MOCHIGNANO
Passo del
Cerreto
FILETTO
BAGNONE
COMANO
MULAZZO
VILLAFRANCA
IN LUNIGIANA
CALICE AL
CORNOVIGLIO
TRESANA
PODENZANA
AULLA
LICCIANA
NARDI
FIVIZZANO
CASOLA IN
LUNIGIANA
Passo dei
Carpinelli
CASTELNUOVO
GARFAGNANA
9
PALLERONE
BOLANO
FOLLO
LA SPEZIA
VEZZANO
LIGURE
ARCOLA
TREBIANO
SANTO STEFANO
DI MAGRA
SARZANA
FOSDINOVO
CASTELNUOVO
MAGRA
CARRARA
LE GRAZIE
SAN TERENZO
PORTOVENERE
Isola
Palmaria
Isola del Tino
AMEGLIA
LERICI
MONTEMARCELLO
LUNI
FIUMARETTA
BOCCA DI
MAGRA
GOLFO DELLA
SPEZIA
MASSA
MONTIGNOSO
FORTE DEI MARMI
PISA
LIVORNO
FIRENZE
12
Lunigiana Storica -
La Regione a cui nulla manca
14
14
Il Tesoro dei Cinque Distretti
LA SPEZIA & GOLFO DEI POETI
ITALIA PER VOI - ANNO X
Nr. 59 - Mag - Giu 2022
Aut. Trib. SP nr. 1116/12
Iscrizione al ROC: N° 22857
Direttore
Enzo Millepiedi
Testi di
Mirco Manuguerra
(Centro Lunigianese
di Studi Danteschi)
Progetto Editoriale
ITALIA PER VOI s.r.l.
Sede e contatti
Via Vittorio Veneto 255 - SP
italiapervoi@gmail.com
Direttore Editoriale e
Servizio Amministrativo
Gino Giorgetti
Direzione commerciale
Maria Grazia Dallagiacoma
Mob. +39 333.8485291
Sara Fornesi
Erika Giorgetti
Foto e immagini
Gino Giorgetti, Sara Fornesi,
Erika Giorgetti
Italia Per Voi s.r.l., Alice Borghini,
Walter Bilotta, Enrico Amici,
Comune della Spezia, CLSD,
Museo Statue Stele Pontremoli
(per gentile concessione),
Roberto Celi, Stefano Lanzardo,
Michela Lucchetti
Reggiani Print S.r.l.
20.000 esemplari
18
40
48
58
64
76
82
98
108
114
122
128
130
132
134
136
La Spezia
Lerici
Portovenere
Con il Patrocinio gratuito del
Comune della Spezia
VAL DI MAGRA
MEDAGLIA D’ARGENTO AL VALOR MILITARE
MEDAGLIA D’ORO AL MERITO CIVILE
Sarzana
Ameglia
Pontremoli
Mulazzo
Villafranca in Lunigiana
Bagnone
Aulla
Altri tesori in Val di Magra:
Licciana Nardi - Anacarsi Nardi
Casola in Lunigiana - Pieve di Codiponte
Fivizzano - Monumento a Giovanni Fantoni
Fosdinovo - Monumento funebre
a Galeotto I Malaspina
Con il Patrocinio gratuito del
Comune di Mulazzo
Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione o utilizzo di copie è
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www.italiapervoimagazine.it può essere riprodotta, memorizzata in un
sistema di recupero o trasmessa, in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo,
elettronica, meccanica, fotocopia, registrazione o altro, senza previa
autorizzazione scritta da parte di Italia per Voi s.r.l.
S
OM
MA
R I O
138
CINQUE TERRE & RIVIERA
144
148
158
Riomaggiore
Monterosso al Mare
Levanto
170
VAL DI VARA
174
178
Varese Ligure
Brugnato
184
APUANIA
186
Massa Carrara
190
ALTRI CAPOLAVORI IN BREVE
191
193
194
Il trittico marmoreo di Trebiano
La Deposizione del Discovolo
a Bonassola
La Lapide della Battaglia della Meloria
a Moneglia
accettare responsabilità per errori od omissioni. Le opinioni espresse dai contributori non sono necessariamente
quelle di Italia per Voi s.r.l. Salvo diversa indicazione il copyright del contributo individuale è quello dei
contributori. E’ stato fatto ogni sforzo per rintracciare i titolari di copyright delle immagini, laddove non scattate
successiva. Abbonamento postale su richiesta.
LUNIGIANA
STORICA
“La Regione a cui
nulla manca”
12
-
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Lunigiana Storica
-
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corpus
-
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-
Conosci l’autore
Provincia
Maritima Italorum-
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-
-
Tusciam ingressus
-
Stupor mundi
Via Francige-
na-
-
PurgatorioCanto lunigianese
per eccellenza
-
-
ta verso i poeti esuli.
la Terra dei 100 Castelli, per esempio, ma
anche la Regione a cui nulla manca (M.
Manuguerra, 2002), appellativi tesi a
sottolineare le eterogenee e vastissime
ricchezze storiche, culturali e naturalistiche
di un territorio che, raccolto in
costituisce un vero unicum planetario.
Basti dire che qui abbiamo due Parchi
Nazionali (Appennino Tosco-Emiliano e
Cinque Terre), due Parchi Regionali (Alpi
Apuane e Portovenere-Isole del Golfo
della Spezia), un Parco Fluviale (della
Magra e del Vara) e due Riserve Marine
(Cinque Terre e Portovenere-Isole
del Golfo della Spezia). In Lunigiana,
nel raggio di poche decine di chilometri
in linea d’aria, si contano piste da sci e
strade ferrate; spiagge d’ogni genere e
boschi sacri; un mare caratterizzato da
uno splendido arcipelago e spiagge d’ogni
tipo, il tutto associato ad un como-
campagne e colline.
Hanno la fortuna, i Lunigianesi, di vivere
in una realtà davvero mirabile. Ma questa
Regione baciata dal Fato ha l’obbligo
di mantenere intatte le attuali dimensioni
“a misura d’uomo”. Né andrà mai
economia
etica, cioè foriera di quello spirito
di Pace e di Fratellanza universale che fu
al centro di ogni speculazione nell’opera
di Dante Alighieri, il più illustre dei suoi
visitatori.
Che il Veltro sia sempre con noi.
BIBLIOGRAFIA
MAURO BIAGIONI, ENRICA BONAMINI, DA-
VIDE MARCESINI, La Lunigiana dei Castelli, La
Spezia, Ed. Giacché, 1999.
GIUSEPPE BENELLI, Lunezia, Luna Editore, La
Spezia, 1999.
MIRCO MANUGUERRA, Charta Magna – Luoghi
e cose notevoli della Lunigiana Storica, Edizioni
Luna Nova, Sarzana, 2002 (II ed. 2004).
13
I CINQUE COMPRENSORI DELLA “TERRA DELLA LUNA”
La Lunigiana è una terra costituita da cinque piccoli comprensori conosciuti ormai in tutto il mondo:
Le Cinque Terre e la Riviera di Levante Spezzina
rappresentano quello straordinario lembo di costa
sul quale Montale, con l’immortalità dei suoi
Ossi di Seppia
elevato a Parco Nazionale (comprensivo anche
della relativa Riserva Marina), deve parte della
propria fama internazionale anche allo splendido
Presepe luminoso di Manarola, creato nel 1961 da
Mario Andreoli.
Il Golfo dei Poeti è rappresentato dallo splendido
Golfo di Lerici e, per estensione, dell’intero Golfo
della Spezia. È impreziosito dal suo splendido arcipelago
di isole minori (Isole della Palmaria, del
Tino, del Tinetto). L’appellativo lo si deve a Sem
Benelli, che lo inserì nel titolo di un suo poemetto
del 1916 (“Notte sul Golfo dei Poeti”) dedicato
alle Orme qui lasciate da personalità come Dante
stesso (Pur III 49-51), Shelley, Byron e altri. A tali
referenze si sono aggiunte in seguito quelle di D.
H. Lawrence, Mario Soldati, Giovanni Giudici.
La Val di Magra è la culla di quella straordinaria
cultura megalitica degli antichi Liguri-Apuani di
cui resta ampia testimonianza nel Museo delle
Statue-stele di Pontremoli e nel Museo Civico
della Spezia. Il comprensorio comprende anche
Tosco-Emiliano a Est e dell’Appennino Ligure a
Ovest.
La Val di Vara
Valle del Biologico: ad oggi è la regione a minor
impatto antropico d’Europa, di gran lunga più
verde della Foresta Nera in Germania. Per questa
referenza essa è oggetto di costanti studi internazionali.
Paradiso dei cercatori di minerali, vi sono
state scoperte varietà rarissime e addirittura
uniche. E l’Alta Via dei Monti Liguri è un itinerario
di importanza straordinaria: la Via Herculea
è segnalata ancora da Strabone come strada già
nisola
Iberica.
Le Alpi Apuane sono il regno di quella celebre
varietà di marmo bianco che ha regalato al mondo,
con Michelangelo e il Canova, monumenti tra
i più grandi della Storia dell’Arte di tutti i tempi.
Cantate da Dante, sono oggetto di attenzione,
come Le Cinque Terre, di un turismo mondiale.
LA SPEZIA & GOLFO DEI POETI
L’Arcipelago e le sue perle
14
Il Golfo dei Poeti è un concetto nato
dalla mente fertile del poeta e drammaturgo
Sem Benelli (1877-1949), il
quale lo creò per l’orazione funebre
pronunciata il 30 agosto del 1910 in
onore del celebre igienista e antropologo
Paolo Mantegazza, santerenzini
d’adozione entrambi. Di sicuro lo stilema
compare nel titolo di un poemetto
pubblicato dal Benelli per i tipi de «L’Eroica»,
diretta dallo spezzino Ettore
Cozzani nel 1919: Notte sul Golfo dei
Poeti, ormai un classico della letteratura
lunigianese.
Il Golfo di cui parlava Benelli era inizialmente,
con tutta probabilità, quello
che univa i due castelli (Lerici e
San Terenzo) che tanto ammirò dalla
torretta di Villa Marigola, che aveva
occupato, ma nel poemetto del ‘19
lo estese con certezza all’intero Golfo
della Spezia in forza, se non altro,
della mitica (o mitologica?) traversata
a nuoto che Lord Byron, provetto
nuotatore, avrebbe compiuto da Por-
eccelsi come Shelley e lo stesso Byron
a Wagner, Carducci e pure Severino
Ferrari, sodale del grande Giosué, impegnato
per anni nell’insegnamento
alla Spezia. Come si vede, Benelli, con
ampie ragioni, propose con Wagner un
concetto assai esteso non solo di golfo,
ma pure di “poesia”. Nel corso del ‘900,
poi, la presenza di due penne come
Giovanni Giudici (1924-2011), nativo
della frazione marinara delle Grazie, in
quel di ->Portovenere, e di Paolo Bertolani
(1931-2007), nativo della Serra
del concetto all’intera insenatura spezzina.
Ma oltre che essere autenticamente
terra di poeti (e pure di navigatori:
il comandante del Rex, nastro azzurro
nel 1933, era il lericino Francesco Tarabotto,
e lericino era pure Odoardo
Mancini, comandante del Destriero
nella altrettanto vittoriosa – ma conte-
BONTÀ
NASCOSTE
ristorante
Via Cavour, 52 - Lerici (SP)
+39 0187.965500
+39 347.0703249
www.bontanascoste.it
xcellence, tastiness, and high quality
variety can be found at the restaurant
Bontà Nascoste in Lerici, guided by
Borghesi brothers, who liven up a cuisine based
passion and will, typical of the Ligurian culture.
eccellenza, la bontà e la
varietà della gastronomia si
manifestano in una delle più
alte espressioni al ristorante Bontà
Nascoste di Lerici sotto la guida dei
fratelli Emanuele e Emiliano Borghesi.
Il ristorante propone una cucina
prevalentemente basata sul pesce e sui
frutti di mare che nasce dalla sapienza,
dall’ispirazione, dalla passione e dalla
volontà che é tipica della cultura ligure.
Seguici su / Follow us on
16
stata – traversata atlantica del 1992),
il Golfo della Spezia annovera luoghi
dalla bellezza assoluta: il promontorio
di Portovenere, con la sua chiesina di
San Pietro, già tempio romano votato
al culto di Venere, è un luogo, al pari
delle Cinque Terre, molto celebrato
ormai anche dai pubblicitari. La Festa
della Madonna Bianca, che vi si tiene
ogni anno al 17 di agosto, è uno spettacolo
di valore mondiale, con il mare
e l’intero promontorio immerso in un
brulicare notturno di lumini a olio che
conferiscono alla scena una dimensione
propriamente dantesca: la scalinata
verso San Pietro è una abbagliante
Scala di Giacobbe, mentre dalle rocce
circostanti sembra che da un momento
all’altro possa ergersi a mezzo busto
un Farinata degli Uberti. Anche la
stessa Lerici è un gioiello prezioso, con
il suo Belvedere da cui si gode una vista
panoramica strepitosa sull’Arcipelago
del Golfo della Spezia (composto
dalle isole Palmaria, Tino, Tinetto
e dallo scoglio di Torre Scola) e il suo
colossale castello di origine pisana.
La Spezia, da par suo, non è una città
che possa dirsi bella, ma possiede anch’essa
i suoi molti perché, con la sua
importante storia Liberty e Futurista,
con il suo Arsenale e pure con i suoi
Musei.
cucina marinara di sicuro interesse:
spiccano l’orata all’isolana, gli spaghetti
allo scoglio e il polpo in guazzetto.
Negli ultimi vent’anni l’ospitalità,
torna
SU
non solo nel campo della ristorazione,
è ovunque di gran lunga migliorata sulla
spinta del nuovo porto crocieristico,
subito esploso grazie alla favorevole
mete turistiche internazionali (principalmente
Firenze e Pisa) ed al potente
richiamo delle vicine Cinque Terre.
Patrono del Golfo è San Venerio, monaco
del Tino del sec. VI, protettore dei
fanalisti. Del suo eremo restano ampie
vestigia sull’Isola del Faro, il Tino, così
citata dal D’Annunzio nella celebre lirica
Meriggio.
L’intero Arcipelago è visitabile grazie ad
un buon servizio di vaporetti in partenza
dal Molo Italia, sul fronte a mare del
capoluogo.
RISTORANTE
CHAMPAGNERIA
Portivene
Via Capellini 94/98
Portovenere (SP)
Tel. +39 0187.792722
Mob. +39 348.2686398
ristoranteportivene@hotmail.com
LA SPEZIA
Scheda
del borgo
18
Gino Patroni (1920-1992), giornalista e
scrittore spezzino, autore di notevoli raccolte
di calembour, trovandosi per breve
tempo a Milano in cerca di maggior fortuna
ebbe a dire che la cosa più bella del capoluogo
lombardo è la Stazione Centrale,
perché da là si vedono i treni partire per
Spezia…
Per gli spezzini si tratta della città più bella
del mondo, senza “se” e senza “ma”, se
non altro perché collocata in una regione
veramente baciata da Dio, con un golfo già
celebrato in epoca romana da Persio, poeta
forse addirittura nativo di qui, e con dintorni
strepitosi come Portovenere, Lerici,
le Cinque Terre e, a pochi chilometri, le Alpi
Apuane e l’Appennino. Chi va via da qui, ci
lascia il cuore; chi vi arriva, può accadere
che decida di restare, come molti lombardi
fuggiti dal mondo caotico della metropoli,
ma anche i tanti europei, soprattutto inglesi,
che rimangono attratti non solo dal paesaggio,
ma pure dall’irresistibile fascino
del clima.
Del borgo medievale della Spezia poco si
zione
del fronte a mare con la costruzione
dell’arsenale e senza la grande diga
foranea, realizzata soltanto tra il 1916 e il
1933 a protezione dalle grandi mareggia-
te, il centro abitato si sviluppava a ridosso
del colle, raccolto sotto il castello genovese
del XIII sec. In quel tempo La Spezia è considerata
dagli storici un villaggio di pescatori
o poco più, ma restava sempre quella sua
posizione strategica e quel suo Golfo clamoroso,
ricco di seni laterali garanti di un
approdo sicuro. Quando poi Genova, ormai
acquisito il pieno controllo di Lerici e Portovenere,
si accorse dell’importanza del borgo
marinaro interno, dapprima, per volere del
celebre doge Simon Boccanegra, nacque la
Podesteria (1343), quindi La Spezia fu eletta
a sede del Vicariato della Riviera di Levante,
una delle tre amministrazioni in
cui era ripartita la Repubblica genovese
(1371).
Nel corso del XVII secolo il porto, ormai
cresciuto, si rivelò un tale pericolo potenziale
per il governo egemonico genovese
da portarlo a progettare addirittura
l’interramento del Golfo mediante una
deviazione del corso della Magra, ma
l’idea, per fortuna, non ebbe seguito.
Sul principiare del sec. XIX fu Napoleone,
la cui famiglia era di origini sarzanesi,
a comprendere più di ogni altro
l’importanza strategica del porto e ne
progettò la base militare, la quale nacque
però soltanto sotto il Regno d’Italia
grazie al Cavour, nella seconda metà di
quel secolo: i lavori iniziarono nel 1862
e terminarono nel 1869, quando il generale
Domenico Chiodo lo inaugurò
formalmente ancorché l’impianto non
fosse ancora del tutto completato. Assolutamente
da visitare il Museo Tecnico
Navale, il più importante museo della
Marina Militare Italiana.
La costruzione dell’Arsenale Militare, da
allora tra le massime risorse della città
nuova, attirò manodopera da tutta Ita-
“Il cuore del Golfo dei Poeti”
Situata in posizione centrale su percorsi storico culturali,
come la Via Francigena, il Sentiero Liguria,
Alta Via delle Cinque TerreAlta Via dei Monti LiguriAlta
Via del Golfo, che ne facilitano la visita e
ca
sia ad anello, intorno alla Città, che verso le Cin-
-
Arsenale
con il Museo Tecnico Navale, il Castello di San Giorgio
con il Museo Civico Archeologico, il Conservatorio
di Musica “Giacomo Puccini”, il Teatro Civico, il
Palazzo delle Poste ed i Giardini Pubblici.
Comune della Spezia
Piazza Europa, 1 - La Spezia
www.comune.laspezia.it
Infocenter Lia
Via del Prione, c/o Museo Civico A. Lia
Tel. +39 0187.026152 infocenterlia@comune.sp.it
20
sociale dell’intera comunità. È proprio in
questa fase che si attua una fortissima
difesa dell’identità spezzina, soprattutto
ad opera del suo genio più alto, Ubaldo
Mazzini (1868-1923), storico, archeologo
e acutissimo poeta in vernacolo. Dopo di
lui Ubaldo Formentini (1880-1958), nativo
di Licciana Nardi, storico anch’egli,
diede massimo impulso alla realizzazione
del Museo Civico ed agli studi locali grazie
anche alla fondazione dell’Accademia
Lunigianese di Scienze ‘G. Capellini’, di cui
fu presidente. In quegli anni eroici già operava
anche Ettore Cozzani (1884-1971),
fondatore de “L’Eroica”, cui molto si deve
se La Spezia (dichiarata provincia nel 1923)
divenne una vera capitale mondiale del
Futurismo, movimento di cui è massima
testimonianza in città il complesso dei Mosaici
del Palazzo delle Poste, opera degli
“aeropittori” Enrico Prampolini e Fillia (Luigi
Colombo). Lo stesso Marinetti, che qui
era di casa, aveva ideato nel 1933 il Premio
di pittura Golfo della Spezia e qui pubblicò il
suo Aeropoema del Golfo della Spezia.
Del 1925 è l’istituzione del Palio del Gol-
fo
dalle numerose borgate del Golfo la prima
domenica d’agosto in occasione della Festa
del Mare. È datata invece al 1969 la nascita
dell’importante Festival internazionale
del jazz della Spezia.
La città vanta una splendida Passeggiata a
mare separata dal tessuto urbano dai Giardini
Storici, creati e sviluppati a partire dai
primi decenni del sec. XIX. Una visita obbligata
è quella al Museo del Castello di San
Giorgio: il maniero genovese del sec. XIII,
molto ben recuperato, ospita le collezioni
archeologiche ricche di alcune splendide
statue-stele della Lunigiana (famosa quella
della Verrucola, opera di un Michelangelo di
5.000 anni fa). Di assoluto valore sono pure
le ricchissime raccolte artistiche del Museo
“A. Lia” e del CAMeC (Centro Arte Moderna
e Contemporanea).
Va detto apertamente che le collezioni civiche
spezzine, di vero interesse nazionale,
hanno un gravissimo difetto: sono disperse
in troppe strutture. La Spezia ha bisogno
assoluto di un dove
il visitatore possa trovare riunita l’intera
rale
di questo “piccolo Louvre” cittadino
è facilmente individuabile nella caserma
“Duca degli Abruzzi” della Marina
Militare. Occorre compiere ogni sforzo
alizzato.
In verità, La Spezia, avrebbe bisogno almeno
di altri due interventi per uscire
dalla sua tipica dimensione storicamente
dimessa. Innanzitutto occorre fare
dell’Arsenale Militare una vera e propria
Città Fiera: una simile struttura sarebbe
capace di dare un impulso - perché no?
- anche all’economia nazionale. In secondo
luogo, occorre valorizzare a livello
europeo l’importante orma di Richard
Wagner (1813-1883) attraverso il lancio
del Wagner La Spezia Festival. Al grande
compositore tedesco andrebbe intitolato
il locale Teatro Civico, che seppure
inaugurato nel lontano 1846 (la visita di
Wagner in città risale al 1853), è rimasto
senza dedica alcuna.
La città è ancora alla ricerca di amministratori
all’altezza delle sue enormi potenzialità,
tuttavia negli ultimi anni ha
saputo trasformarsi in una piacevole
oasi di ospitalità: l’intero centro storico è
divenuto tutta una trama di locali dediti
ad una buona ristorazione, anche tipica:
specialità del Golfo sono i Piatti di
Mare (polpo in guazzetto, spaghetti allo
scoglio, orata all’isolana, frittura di pesce
di paranza), la Farinata e la Pizza alla
spezzina, rigorosamente al taglio, ma
esclusiva della città è la Mesc-ciua, una
semplice, squisitissima zuppa di ceci,
farro e fagioli cannellini arricchita solo
di una irrorata di olio di frantoio e una
spruzzata di pepe nero.
La Spezia ha dato i natali ad alcuni nomi
famosi come gli attori Giancarlo Giannini,
lo sportivo Stefano Mei, il cabarettista
Dario Vergassola, la cantante Alexia e la
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LA SPEZIA E L’EROE
La Spezia, tra le molte cose, è anche “città
garibaldina”. Il Generale Giuseppe Garibaldi
(1807-1882), eroe nazionale italiano,
Padre della Patria, fu ospite della Spezia
per ben tre volte. La prima fu nel 1849,
dopo la caduta della Repubblica Romana,
poi fu al Varignano – già antico lazzaretto
sotto la repubblica di Genova e quindi
carcere e ospedale militare con Napoleone
– dapprima nel 1862, dopo il ferimento
battaglia di Mentana. Due volte assistito,
sì, ma sempre da prigioniero e fu proprio
dal Varignano che fu costretto ad accetta-
l’Italia per i Potenti era ormai diventato
un personaggio troppo scomodo.
La Spezia, però, non mancò mai di
far sentire al Generale quel grande
calore popolare con cui ovunque egli
fu accolto. È precisamente dai sensi
di questa entusiastica e inesausta
gratitudine che il 1 giugno del 1913,
ad opera dello scultore ferrarese Antonio
Garella (1863-1919) e alla presenza
di un gruppo di reduci garibaldini,
delle autorità cittadine e di una
grande folla, venne inaugurato nei
Giardini Pubblici Monumentali della
Città, proprio di fronte al palazzo di
un grande albergo che lo aveva ospitato
prima di uno dei ricoveri (oggi
sede dell’Ammiragliato), il più bello
e maestoso dei monumenti equestri
a lui mai dedicati, uno dei più belli al
mondo, in bronzo, posto su un ciclopico,
ma proporzionato, basamento
in pietra, con la cavalcatura rampan-
zione
di Roma. Un’opera splendida.
Un capolavoro immortale, proprio
come la Storia d’Italia.
Pochi sanno, però, che a Garibaldi,
al di là del valore delle gesta militari,
si attribuisce un alto merito nel settore
insospettabile della Moda: i più
vecchi jeans che ci sono stati tramandati
sono quelli conservati al Museo
Centrale del Risorgimento, a Roma, in
una teca del Vittoriano, e sono proprio
quelli che calzava lui, il Generale:
hanno più di 150 anni e sono in vera
tela di Genova. Fu con quei precisi
viglia
sotto la celebre camicia rossa,
che Garibaldi fece lo sbarco a Marsala
con i suoi mitici Mille. Ed è incredibile
che quei jeans presentino una
toppa sul ginocchio sinistro, anch’essa
in jeans, a copertura di uno strappo:
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Ubaldo Mazzini
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IL GENIO DELLA SPEZZINITÀ
Il talento di un genio della scultura come
Angiolo Del Santo (1882-1938) posto a degna
celebrazione del genio assoluto della
spezzinità di Ubaldo Mazzini (1868-1923):
questa, in estrema sintesi, può essere la
scheda del prezioso busto in bronzo posto
in bella evidenza nei Giardini Pubblici Monumentali
della città, a margine della centralissima
Via Chiodo.
Chi furono questi due grandi?
Angiolo Del Santo fu allievo di Arturo Dazzi
(->Mulazzo) presso l’Accademia di Belle Arti
di Carrara. L’artista ha lasciato una produ-
solo territorio della Lunigiana Storica, con
l’unica eccezione del Cimitero Monumentale
di Staglieno, a Genova, poiché la vicinanza
dell’altro suo grande maestro, il torinese
nazionale che l’artista avrebbe certamente
meritato. Su queste pagine sono celebrati
di Del Santo anche il monumento della
->Vittoria alata, sempre qui alla Spezia, e
lo splendido Anacarsi morente di ->Licciana
con
oteri.
Nardi. Ubaldo Mazzini, invece, fu una
pseudonimo di Gamin, laureato in giurisprudenza
all’Università di Pavia, fu uno
dei maggiori studiosi di archeologia, sto-
se.
Fondò e diresse il “Giornale storico
e letterario della Liguria”, che divenne
poi il Giornale Storico della Lunigiana e
vernacolo spezzino. Fu anche un valente
studioso di Dante, tanto che è dedicato
pure a lui il Largo dei Dantisti Spezzini,
istituito su proposta del Centro Lunigianese
di Studi Danteschi proprio di fronte
all’ingresso del Museo Lia.
Mazzini fu il primo direttore della Biblioteca
Civica, che è a lui dedicata. Diresse
anche il Museo Civico, di cui incrementò
la parte archeologica soprattutto
con quelle Statue-stele lunigianesi che
proprio grazie alle sue ricerche pionieristiche
assursero all’attenzione degli
studiosi di tutta Europa.
Purtroppo, la morte del poeta-studioso
giunse improvvisa e assai prematura.
L’importanza del personaggio, che fu
anche un fervente Repubblicano, fu tale
che questo suo bellissimo ritratto bronzeo
venne inaugurato a breve tempo
dalla scomparsa, il 12 luglio del 1925.
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SPEZIA CITTÀ WAGNERIANA
Con il monumento a Richard Wagner
(Lipsia, 1813 – Venezia, 1883) La Spezia ha
ad uno dei più grandi compositori di ogni
tempo di cui serba un’orma preziosa. La
composizione in bronzo, molto pregevole,
collocata a due passi dalla Piazza Sant’Agostino,
come a far compagnia a quella della
->Contessa di Castiglione, è stata donata
alla città, molto generosamente, dall’autore,
lo scultore russo Aidyn Zeinalov (Mosca,
1978). L’opera è stata inaugurata il 15
marzo del 2019, ma l’idea di un monumento
a Wagner risale al 2013, all’atto della
fondazione del Wagner La Spezia Festival
® , fondato dal Centro Lunigianese
di Studi Danteschi in occasione del
bicentenario della nascita del genio.
La storia è importante. Il 5 settembre
del 1853 il grande musicista si trovò
a sostare in città facendo tappa dopo
un viaggio agitato per mare proveniente
da Genova. Fu nel corso di
quella notte, peraltro tormentata da
una situazione di malessere generale
che da tempo assillava l’artista, che
gli sovvenne magicamente quel Preludio
dell’Oro del Reno
ricercato invano. Si trattava dell’attacco
dell’intera Tetralogia dell’Anello del
Nibelungo: Wagner, di quell’immenso
poema di oltre 15 ore di musica e di
rappresentazioni fantasmagoriche,
faticava ormai da anni a trovare il
tema di apertura, ma il ricordo del rumore
delle onde sul bordo della nave,
to,
lo portò a vivere l’impressione
onirica di un’immersione profonda.
Ebbene, quell’intensa sensazione divenne
la scena introduttiva della danza
delle Ondine sul fondo del Reno in
apertura del I Atto: l’attacco dell’intera
Tetralogiavelato,
qui, alla Spezia, in un mirabile
accordo in Mi bemolle maggiore.
sperienza
creativa: «Un suono […]
dissolto in arpeggi continuamente ondeggianti».
È l’Accordo della Spezia,
prof. Giuseppe Benelli.
In forza di quel soggiorno a tinte contrastanti,
strano ma fatale, Spezia è
a pieno diritto una Città Wagneriana.
Particolarmente legata a Bayreuth,
sede del più importante festival
wagneriano al mondo, con cui è gemellata,
ora la città attende, dopo il
monumento, il lancio del suo La Spezia
Wagner Festival: elevato a quella
dimensione europea che certo gli
compete, il festival sarebbe una occasione
turistica di valore incalcolabile.
Un progetto, in verità, fattibilissimo:
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La Contessa di Castiglione
L’ETERNA INNAMORATA DI SÉ
Virginia Oldoini in Verasis, meglio
conosciuta come la Contessa di
Castiglione (1837-1899), è stata
nobildonna e patriota. Figlia del
marchese spezzino Filippo Oldoini
e della marchesa Isabella Lamporecchi,
era cugina di Camillo Benso
conte di Cavour e imparentata con
i marchesi De Nobili, originari di
Vezzano Ligure. Proprio in Palazzo
De Nobili, nella centralissima Piazza
Sant’Agostino, alla Spezia, vi fu
una delle sue residenze. Sposò in
giovane età Francesco Verasis Asinari,
conte di Costigliole d’Asti e Castiglione
Tinella, da cui il soprannome.
Il matrimonio introdusse ben
presto Virginia alla corte dei Savoia,
dove riscosse successo presso il re
Vittorio Emanuele II.
Si narra che grazie a quella frequentazione
ebbe modo di conoscere,
con il suo spiccato fascino
naturale, alcune grandi personalità
dell’epoca, tra cui il banchiere
de Rothschild. Delle sue qualità
mondane ebbe ad accorgersi ben
presto anche il Cavour, il quale nel
1855 pensò bene di inviarla in missione
presso la corte francese di
Napoleone III per perorare la causa
di un’alleanza franco-piemontese.
Il soggiorno parigino ebbe esiti favorevoli
al governo del Regno e la
capitale di Francia restò per sempre
nella Contessa un autentico miraggio-vissuto.
il suo fascino a molti uomini di rango
e per tenere memoria di chi le
doveva riconoscenza pare abbia
una nomenclatura di segni dava
dei molti amanti: dalla promessa
lanciata con un semplice bacio, al
rapporto completo.
Virginia si rammaricò sempre di
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essersi sposata, convinta com’era
tà
divenire Regina di Francia. Incapace,
poi, di accettare l’inesorabile
scorrere del tempo, visse con crescente
rancore l’allontanarsi della
propria fama di donna tra le più
belle del mondo e non accettò mai
la posizione periferica in cui ven-
testardamente a Parigi, spesso
vivendo al di sopra delle proprie
possibilità, laddove aveva cullato
da vicino il sogno della massima
ascesa sociale: la conquista della
corte imperiale.
Innamorata di sé stessa come di
nient’altro al mondo, negli ultimi
anni della sua vita collaborò col
fotografo Pierre-Louis Pierson che
la ritrasse in centinaia di pose.
ta
e modernissima, che eleva la
Oldoini tra le maggiori modelle di
ogni tempo, il maestro Francesco
Vaccarone ha tratto ispirazione
per il busto in bronzo apposto nel
2001, su committenza dell’amministrazione
comunale, all’ingresso
di palazzo De Nobili. Un’opera che
ha interpretato della Contessa lo
spirito eternamente inquieto, costantemente
impegnata come fu
disperata, del far parlar di sé. Ora
che è nell’eternità della Storia, piace
pensare che l’anima di Virginia
BIBLIOGRAFIA
ADRIANA BEVERINI, La Rapallina, ambasciatrice
di gusto e bellezza. La Contessa
di Castiglione tra Parigi e il suo
joli golfe, La Spezia, Edizioni Giacché,
2021.
ARRIGO PETACCO, L’amante dell’imperatore.
Amori, intrighi e segreti
della contessa di Castiglione, Milano,
Mondadori, 2001.
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San Giorgio
IL GUARDIANO DELLA CITTA’
Il simbolo della Spezia non è l’Arsenale,
come pensano in troppi: da sempre
lo sprugolino vive all’ombra del
Castello di San Giorgio, una struttura
di chiara matrice genovese e che va
dichiarata una volta per tutte come il
vero emblema della città. Non a caso,
in quella straordinaria fase creativa
dello sviluppo urbanistico che furono
gli “Anni Ruggenti”, cioè i mitici Anni
Venti del secolo scorso (che pena a
pensare al Niente di un secolo dopo!),
la città vide ai piedi del suo castello
itinerario Liberty e Futurista, tra i
quali spicca senz’altro la mole dell’Ex
albergo San Giorgio.
Siamo in Via del Torretto, esattamente
tra il Palazzo delle Poste e la
Piazza Sant’Agostino (dove troviamo
la scultura della ->Contessa di Castiglione):
il palazzo, opera del grande
architetto Franco Oliva (1885-1955),
è impreziosito dei fregi e delle statue
del maestro spezzino Augusto Magli
(1890-1962), che troveremo attivo anche
a ->Bagnone.
Già ai lati del portone di ingresso si
osserva il pregevolissimo Bassorilievo
delle Ancelle. Di ispirazione michelangiolesca,
due giunoniche fanciulle
sono portatrici del pane e del vino di
evangelica memoria: una vera preziosità.
Ma in alto c’è di più. In una
grande edicola posta all’altezza del
tetto sta ritto un soldato in armatura
medievale. In pochi dalla strada si accorgono
di lui. Con lo spadone saldamente
tenuto tra le mani in verticale,
posato sulla testa del drago abbattuto,
questo imponente San Giorgio
è come una sentinella in garitta che,
rivolta verso il Golfo, con alle spalle il
suo castello, si pone a guardia peren-
ca,
che fa di Augusto Magli un autore
autenticamente identitario.
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Vittoria Alata
di A. Del Santo
IL TRIONFO SULLA GORGONE
Il Monumento ai Caduti della Grande Guerra è un
pregevolissimo altorilievo che pare scaturire da una
parete in pietra sagomata ad angolo acuto e sorretta
da un basamento strutturato in tre gradini. Il
sostegno fu pensato dall’architetto Oreste Rossi per
meglio ospitare la forma del bronzo eseguito dallo
scultore Angiolo del Santo (1882-1938), inizialmente
alloggiato in uno spigolo del palazzo comunale,
allorquando fu traslato nella porzione dei Giardini
Pubblici Monumentali di Largo dei Marinai d’Italia,
proprio di fronte alla Capitaneria di Porto.
Nell’occasione furono aggiunti ai lati della statua
due formelle in bronzo, opere dello scultore Arduino
Ambrosini, per ricordare anche le vittime della
Seconda Guerra Mondiale.
Questa Vittoria alata, inaugurata nel 1922, è colta
nell’atto del trionfo mentre schiaccia con il solo
piede destro la testa di Medusa. Inarcando il corpo,
essa leva al cielo non la classica composizione di
fronde di quercia e d’alloro, tipici simboli di Forza
e di Gloria, (come si vede, per esempio, nella Vittoria
di ->Bagnone), bensì un ramo di palma, simbolo
della pace conquistata.
L’opera, dalla linea sinuosa ed elegante, tipica
dell’importante arte funeraria prodotta dal Del Santo
(sia per il cimitero dei Boschetti della Spezia sia
per quello Monumentale di Staglieno a Genova),
può essere considerata, soprattutto per l’importante
impianto allegorico, una delle principali realizza-
rimento
del tema di Medusa possa essere estraneo
al celebre riferimento dantesco di Inf IX. E lo sguardo
della Gorgone, simbolo manifesto della Guerra,
rimasta ad occhi spalancati ma del tutto assenti, è
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LA SIRENA CHE
NON C’È MAI STATA
La Spezia non ha una mitologia legata
ad una Sirena, ma è una città che possiede
una storia importante: l’orma
wagneriana, di cui si è detto, ma anche
le ricerche naturalistiche compiute
dal geologo Giovanni Capellini, quelle
storiche legate alle Statue-stele che si
devono a Ubaldo Mazzini, le prime trasmissioni
radio compiute nel Golfo da
Guglielmo Marconi e pure la presenza
dei romantici inglesi a Lerici ai primi
dell’800, sono tutti elementi che hanno
concorso a fare della città capoluogo
una meta di richiamo continentale.
Ecco allora che il tema della Sirenetta,
tanto cara alla Danimarca di Hans Christian
Andersen, può benissimo avere
costituito nella mente dello scultore
russo Aidyn Zeinalov (Mosca, 1978,
autore anche del ->Wagner) un ideale
trait d’union tra La Spezia e la sua naturale
dimensione europea. O forse,
chissà, la chiave dell’intuizione artistica
si cela nella leggenda di Atalanta, la
polèna che fa innamorare di sé e im-
troppo a lungo, conservata nel Museo
Navale della Marina Militare alla Spezia:
anche lei, proprio come una sirena, è
capace di ammaliare e uccidere.
Posizionata sulla Passeggiata Morin,
la lunghissima banchina alberata
a mare, la statua della Sirenetta del
Golfo è stata inaugurata nel marzo del
2018. Come il monumento a Wagner,
anche questa è una donazione dell’arti-
esemplare della bella creatura marina
seduta su di una classica seggiola, una
carèga, come avrebbe detto in preciso
vernacolo il grande Ubaldo Mazzini:
simbolo dei molti pensionati spezzini
che passano ore seduti davanti al mare,
questa seggiola è qui occupata dall’ammaliante
Sirena. Si è appena seduta o
si sta per alzare? È un invito a sedersi
o a riprendere il cammino operoso? A
ciascuno di noi – in modo del tutto intimo!
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L’ITALIA UNITA, CERTO,
MA REPUBBLICANA
Il monumento a Giuseppe Mazzini
(1805-1872) fu apposto sul Passo della
Foce nel 1914 grazie al contributo della
gente del luogo e all’impegno della locale
Società di Mutuo Soccorso. Nel 2014
se ne sono celebrati i 100 anni con una
importante giornata di studi, a conferma
che non è questione di un semplice
zione
di valori non tramontati. Sopra gli
idioti che tacciano di “sovranismo” chi
ancora crede fermamente che l’ideale
della Patria abbia un senso ben preciso
e irrinunciabile, aleggia il verbo dei grandi
padri accompagnato dagli spiriti innumerevoli
dei martiri e degli eroi ai quali
si deve l’eredità di questa nazione tanto
splendida quanto irrequieta. È dunque
anche con la riscoperta di un ritratto in
marmo di Giuseppe Mazzini che si può
sperare di ritrovare la nostra identità di
italiani veri. Il problema sono gli italiani
farlocchi: loro dovrebbero onestamente
farsi da parte e noi dovremmo dar loro
una mano in tal senso. Ciò che ha fatto
scuola in Mazzini – maturato sul neoclassicismo
eroico foscoliano – è la decisa
interpretazione romantica del Dante-politico
espressa in Dell’amor patrio in
Dante (1826), opera considerata la prima
le
laica unitaria tutta basata sul celebre
passo de «le genti/del bel paese là dove
‘l sì suona» (Inf XXXIII 79-80). Il rapporto
Dante-Mazzini divenne in breve tempo
tanto esemplare da fare dell’intellettuale
genovese il massimo interprete dell’idealismo
politico dantesco. Da Kant,
invece, il Mazzini assorbì tutta la forza
del modello repubblicano dello Stato,
tanto che il suo impegno si dice sia stato
“teso a italianizzare il Piemonte, non a
piemontizzare l’Italia”, preferendo – andando
anche contro Garibaldi (->La Spezia)
– una nuova Costituzione all’idea di
estendere lo Statuto Albertino all’intero
territorio nazionale. Solo il pragmatismo
del Cavour (->Levanto) bollò la Giovine
Italia come “un covo di cervelli bruciati”.
In realtà, ciascuno per il proprio verso,
e in modo del tutto indipendente, sono
questi i tre grandi Padri della Patria:
Mazzini il teorico; Cavour lo stratega e
Garibaldi (il braccio operativo) l’eroe.
Al confine tra monti
e mare, Chef Luca
propone i sapori tipici
del Golfo con menù
ricercati e raffinati nella
loro tradizione di terra e
di mare. Dallo spaghetto
ai muscoli, allo stoccafisso
con polentina croccante,
dal raviolo al ragù, alla frittura di calamari, gamberi e
acciughe.
On the border between
the mountains and
the sea, Chef Luca offers
the typical flavours of
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LERICI (Sp)
il Dante di Silvestri
Scheda
del borgo
40
Quando si dice Lerici si sta parlando di una
delle due perle del Golfo dei Poeti. In origine,
in verità, la denominazione era solo sua, ma
poi, per idea dello stesso creatore dello stilema,
il drammaturgo Sem Benelli, è stata
estesa all’intera insenatura della Spezia per
grandissime. Una scelta azzeccata: un grosso
nome del Novecento, Giovanni Giudici,
nacque giusto sull’altra sponda, quella di
->Portovenere, e anche se pare un falso sto-
rico quella nuotata gagliarda compiuta dal
a Lerici, oggi su questo percorso si tiene una
gara internazionale di fondo: pure questa -
in fondo - è vera poesia.
Le origini di Lerici si vogliono addirittura greche,
con un collegamento diretto alla Magna
Grecia della sicula Erice. Ubaldo Mazzini,
massimo tra gli storici spezzini, ritenne il
nome originato dal leccio, una delle più tipiche
specie di quercia sempreverde mediterranea,
la quale è andata
lo
stemma comunale.
Di Lerici ha cantato per primo
Dante, che l’ha eternata
nel celebre passo di Pur III
49-50 di cui al monumento
della ->Epigrafe della Bellavista.
Proprio in località Bellavista
la baronessa ungherese
Emma Orczy (1865-1947),
autrice della fortunata saga
letteraria della “Primula
Rossa” (considerata anticipatrice
del genere delle
spy-stories), si fece costruire
Villa La Padula (tuttora esistente),
una dimora – scrisse
– che «
belle viste sulla terra di Dio”»
e in cui trascorse con la famiglia
ripetuti soggiorni dal
La trousse
di Mary
Poppins
1927 al 1933, quando poi, con l’avvento del
fascismo, decise con rammarico di vender-
denza
di Montecarlo. Sono nativi del lericino
i poeti Paolo Bertolani (1931–2007) e
Francesco Tonelli (1925 -2017).
Da non perdere la splendida e comoda
Passeggiata a mare, la visita ai caratteristici
carugi (le tipiche viuzze dei borghi liguri
con i tanti ristorantini e negozietti) e
la salita al possente Castello pisano-genovese.
Sotto la mole della fortezza, nel
porticciolo, si può assistere al mattino allo
sbarco delle cassette di pesce freschissimo
direttamente dai pescherecci o prendere il
battello per La Spezia, le Isole e Portovenere.
Da Lerici, a piedi, sulla citata passeggiata a
mare, si giunge dapprima alla Venere Azzurra,
da sempre gelosa rivale di quel Porto
di Venere laggiù di fronte magicamente
adagiato sul mare. Dallo spiazzo del Belvedere
è molto romantico, nelle sere d’estate,
accoccolati su una panchina sotto le stelle,
attendere l’accensione del Faro dell’isola
del Tino, cantato anche dal d’Annunzio. È
da questo angolo di mondo, precisamente
da una torretta dell’incomparabile Villa
Marigola, proprio lì sopra, che Sem Benelli
concepì lo stilema del “Golfo dei Poeti”. A
Villa Marigola soggiornò anche il pittore
svizzero Arnold Böcklin (1827-1901), che
dalla veduta che da lì si gode dell’Isola del
Tino si dice possa avere tratto ispirazione
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per “L’Isola dei morti”, uno dei suoi immortali
capolavori. In basso, sull’ampia e sicura
spiaggia sabbiosa, giovani provenienti da
tutta Europa si ritrovano, anche fuori stagione,
per praticare il Surf.
Proseguendo, la promenade conduce a San
Terenzo, all’altra estremità del golfo lericino,
con il suo carinissimo castello minore.
In questo piccolo borgo di pescatori Percy
Bysshe Shelley (1792-1822) e sua moglie
Mary Wollstonecraft Godwin (1797-1851),
meglio conosciuta come Mary Shelley,
soggiornarono nel 1822 a Villa Magni.
La «bella casa biancacia
sul mare: sempre candida, essa reca in
più l’epigrafe dettata dal poeta Ceccardo
Roccatagliata Ceccardi in ricordo della
il naufragio della “Ariel” davanti alle coste
versiliesi: «Da questo portico su cui si abbatteva/l’antica
ombra di un leccio/il luglio
attesero con lagrimante ansia/PERCEY BYS-
SHE SHELLEY/che da Livorno su fragil legno
veleggiando/era approdato per improvvisa
fortuna/ai silenzi delle isole elisee./O benedette
spiagge/ove l’amore, la libertà, i sogni/
non hanno catene».
A San Terenzo alloggiò nel maggio del 1933
anche Virginia Woolf (1882-1941). Incantata
da tutto quell’insieme, lasciò scritte
parole gentili: «Lerici è calda e azzurra. Dà
il tocco della perfezione al Golfo, al mare
calmo e ai verdi velieri e alle isole e ai limi
notturni rossi e gialli che scintillano e svaniscono».
Altra splendida frazione è il borgo di Tellaro.
Qui restò letteralmente fulminato dalla
bellezza del luogo lo scrittore Mario Soldati
(1906-1999): sceso su questi lidi dalla sua
Torino alla ricerca del famoso baule di scritti
inediti di H.D. Lawrence (1885-1930) (mai ri-
con parco nei presi della scogliera. Lo scrittore
inglese soggiornò a Fiascherino, per circa
due anni, tra il 1913 e il ’14, in una casa in riva
al mare, tuttora esistente, in compagnia della
moglie, la baronessa Frieda von Richthofen
(1879-1956), lontana parente di Manfred,
il celebre “Barone rosso”, leggendario eroe
dell’aviazione tedesca. A Tellaro è assai viva
la Leggenda del polpo campanaro, raccolta
dallo stesso Lawrence. Si narra che una
notte una grossa piovra, con i suoi tentacoli,
raggiunse le corde della campana della chiesa,
costruita sulla scogliera, e lanciò il segnale
d’allarme scongiurando un’incursione dei pirati
saraceni. La Sagra del polpo è il modo
ingrato, ma certo delizioso, con cui il borgo
ogni anno usa rinsaldare quell’antica memoria
popolare.
D’obbligo anche una salita alla frazione di Solaro,
posta sul crinale del Monte Canarbino
da dove si gode la vista più spettacolare in
assoluto sull’intero Golfo della Spezia e il suo
bellissimo arcipelago.
BIBLIOGRAFIA
CARLA SANGUINETI, Figlia dell’amore e della
luce. Mary Shelley nel golfo dei Poeti, Genova,
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44
EPIGRAFE DANTESCA
DELLA BELLAVISTA
Ma una epigrafe è un monumento? Certo che
lo è. E se è stata messa lì, è perché merita di
essere onorata. Quando poi si tratta di una
epigrafe dantesca, il discorso si fa addirittura
obbligato, tanto più che questa della Bel-
Emma Orczy
terra di Dio». Andare per credere.
L’iscrizione è dedicata alla terzina di Pur III
dove Dante cita Lerici ai vv. 49-50. Essa fu apposta
nel1953 per l’interesse e la cura dell’Associazione
Erix.
Quella di Dante non è una semplice, banale
citazione di luogo, perché l’itinerario “da Lerici
a La Turbie” – località che in epoca romana,
e Gallia con il tempio augusteo del Trofeo delle
Alpi, tuttora presente – è il medesimo che
troviamo indicato sulla Tabula Peutingeriana,
copia medievale di una carta militare romano-imperiale
(ca. II sec. D.C.) su cui si trova
scritto, in corrispondenza del Golfo della Spezia,
la dicitura
In Alpe Pennino u. Boron
tratto di strada risolta in un breve zig-zag rivolto
in direzione del genovesato.
L’enigma di dove si trovasse questa mitica
stazione romana è stato risolto negli anni ’70,
dopo decenni di semplici ipotesi, da Ferruccio
Egori (1917-1999), studioso indipendente nativo
di Massa, il quale lesse il passo nella forma
“In Alpe Pennino u[sque] Boron”, cioè ‘per
monte posto a Est di Nizza. La carta stradale
dell’antichità, insomma, indicava semplicemente
la direzione da prendere: la via era il
sentiero di crinale appenninico che oggi diciamo
dell’Alta Via dei Monti Liguri (->Val di Vara)
Ora, che il percorso indicato da Dante sia
un’indicazione di itinerario terrestre (come
quello della Peutingeriana), piuttosto che un
itinerario marittimo come pare decisamente
indicato dalla descrizione, nello stesso passo
di Pur III, delle coste liguri a strapiombo (le
quali sarebbero una comoda scala al confronto
dell’erta del Monte del Purgatorio che Dante
e Virgilio si apprestavano ad attaccare), non
del XIV secolo: ciò che importa è il sapere che
un uomo come l’Alighieri aveva nella mente
Roma Imperiale di oltre mille anni prima.
E per chi ancora pensasse che si tratti di cosa
di poco conto, sappia che il percorso dell’Alta
Via dei Monti Liguri nasce in località Ceparana
(->Val di Vara), l’antichissima Boaceas segnalata
da Claudio Tolomeo e che quello stesso
percorso di crinale è la preistorica Herculea di
cui parlava Strabone.
Tutto ciò è stato messo a fuoco nel corso di una ricerca attentissima
compiuta negli ultimi anni dal Centro Lunigianese
di Studi Danteschi, studi che sono valsi a cancellare di netto
una vastissima quanto sterile letteratura storica. Per prima
numerosi riferimenti francesi presenti nella Divina Commedia
andando così decisamente ad avvalorare la memoria del
viaggio di Dante a Parigi di cui ci testimonia Giovanni Boccac-
La trasferta francese del Sommo va datata con precisione
-
brevi manu l’Epistola XI
chiaro intento di promuovere un pronto rientro della sede
papale in Roma.
Dante, molto probabilmente, si unisce agli alti prelati imbar-
Epistola
ai Cardinali un chiaro riferimento lunigianese citando con
«Lu-
-
lia
all’Impero di Roma e l’idea del trofeo si collega molto bene
al buon frate Ilaro del Monastero di Santa Croce del Corvo
buon monaco una copia autografa dell’Inferno da recapitare
Petrarca, il
viaggio, Petrarca cita il Capo Corvo come esatto punto di termine
dell’arco ligure:
.
«parte lo ge-
Par
BIBLIOGRAFIA
Ameglia nella
Storia della Lunigiana
,
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Il Dante di Silvestri
46
IL GIGANTE DELLA LIBERTÀ INTELLETTUALE
Il Dante di Lerici è precisamente un busto realizzato in
marmo di Carrara da Giuseppe Silvestri, docente di
Massa.
L’inaugurazione dell’opera, che si deve in gran parte
all’intervento di un mecenate del luogo, l’imprenditore
Attilio Bencaster, è avvenuta il 30 dicembre del 2021,
ricercata conclusione delle celebrazioni
dantesche in Lunigiana.
La cerimonia è stata avvalorata
da una lectio del prof. Francesco
De Nicola, presidente del comitato
genovese della Società Dante
Alighieri, il quale ha illustrato
il viaggio che Dante ha compiuto
alla volta della Francia, con partenza da
Lerici, secondo la ricostruzione operata
dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi.
In verità, mentre gli altri due
monumenti regionali dedicati a Dante
(->Mulazzo e ->Villafranca) esprimono
in modo evidente una cifra sapienziale
senz’altro genuina, questo di Lerici dà
l’impressione d’una visibilità ostentata,
con un volto sostanzialmente conforme,
sì, alla ricostruzione operata
dall’antropologo Mallegni, (come quello
di Villafranca), ma con tratti decisa-
Dante “iper realistico”, ma ciò che costituisce
il grosso del lavoro, cioè il blocco
della testa, appare di una complessità
tanto ricercata da far pensare piuttosto
ad un esempio di neo-barocco posto
al servizio di un’originalità inseguita
a qualsiasi costo.
Tuttavia, a ben guardare anche qui si
può cogliere un importante aspetto
sapienziale. Considerando l’opera nel
suo preciso contesto di collocazione,
essa fa bella mostra di sé nei giardini a
mare di una cittadina in attesa di tempi
migliori. Sì, perché non sono tempi
buoni quelli in cui si chiudono i festival
indica sopra un gran libro aperto lo
Stemma della città marinara, sembra
proprio dire: «Questa me la sono segnata!».
Ma a chi si rivolge Dante? Non
al passante, ma a qualcuno che sta di
bile,
ma ben presente, il Poeta indica
non già i propri versi lericini (quelli famosi
di Pur III di cui alla ->Epigrafe della
Bellavista), bensì lo Stemma del borgo,
con tutte le precise competenze e re-
Il messaggio che sovviene appare chiaro:
ci vuole lo Iustus ordo per trattare di
uno dei massimi esempi al mondo di
libertà intellettuale. E questa è davvero
una grande lezione.
BIBLIOGRAFIA
MANUGUERRA MIRCO, Sul viaggio di
Dante a Parigi, «Atrium – Studi Meta-
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Mater Naturae e la Stella Maris
Scheda
del borgo
48
Portus Veneris è citata in una carta marittima
fatta redigere dall’imperatore Antonino Pio nel
161 d.C. (“Itinerarium Antonini”). Il toponimo deriva
dal tempio della dea, di cui restano tracce
nell’attuale Chiesina di San Pietro, un gioiello
famoso in tutto il mondo.
Nel corso del VI sec. sull’Isola del Tino fondò
un eremo destinato ad assumere vasta impor-
San Venerio, patrono del Golfo e protettore
dei Fanalisti. Si parla, non a caso, della celebre
“Isola del Faro” di dannunziana memoria (Meriggio,
1903):
[…] Pel chiaro
silenzio il Capo Corvo
l’isola del Faro
scorgo; …
Il Tino, con la tipica forma richiamata dal
nome, pare abbia ispirato ad Arnold Böcklin
(1827-1901), ospite in quel di ->Lerici, il celebre
quadro “L’Isola dei morti”, opera straordinaria
che fu anche la preferita del Führer. Molto
bene conservate sono le vestigia del monastero
di San Venerio, visitabili ogni anno il 13 settembre
in occasione della festività del santo.
L’Isola Palmaria, invece, era sicuramente frequentata
già in Età del Bronzo: la sua Grotta
dei Colombi fu a lungo un luogo di inumazio-
ne (->La Spezia, Museo del Castello di San
Giorgio).
Circa l’Isola del Tinetto, sappiamo che fu
sede di un eremo addirittura nel sec. V-VI,
le cui vestigia rappresentano una delle
testimonianze più antiche del culto paleocristiano
in Lunigiana. Poco più a sud del
Tinetto si erge dalle onde la ->Stella Maris:
posata sull’insidiosa Secca del Diavolo,
essa evita alle imbarcazioni danni rovinosi,
soprattutto in regime di bassa marea.
Completa il quadro (anche se tutti se lo
scordano) l’isolotto di Torre Scola. Esso
all’inizio del XVII secolo ed è a tutt’oggi un
presidio militare.
L’Arcipelago del Golfo della Spezia (denominazione
che va attribuita ad una guida
turistica comparsa nel 2002, v. Biblio-
delle “Isole del Golfo della Spezia”) è parte
integrante del Parco Naturale Regionale
di Portovenere, ricco anche di un’ampia
Area Marina Protetta.
Dal 1998 l’intero comprensorio è Patrimonio
dell’Umanità.
rigine
non solo da pescatori, ma anche da
abilissimi uomini di mare, subì l’assalto
dei longobardi di re Rotari nel 643, tutta-
via sappiamo che al tempo della grande
restaurazione carolingia aveva mantenuto
intatta la propria notevole importanza
di scalo portuale se è vero che nell’801 le
cronache narrano dell’arrivo in nave di un
elefante quale dono di un sultano a Carlo
Magno, fresco di incoronazione imperiale.
Come tanti altri borghi costieri liguri, anche
Portovenere, tra il IX e l’XI secolo, dovette
fronteggiare le ripetute incursioni
delle navi normanne e saracene. Poi, intorno
all’anno Mille passò sotto il controllo
dei Signori di Vezzano e quindi (sec. XII)
sotto l’egida della potentissima Repubblica
di Genova, quando questa la pretese in
acquisto dovendo assolutamente reagire
all’incastellamento di Lerici attuato da
Pisa, altra grande repubblica marinara del
tempo.
Risalgono a questo preciso periodo l’incastellamento
della punta meridionale
del promontorio dell’Arpaia (dove sorge
la chiesa di San Pietro), la Chiesa di San
Lorenzo, il borgo nuovo (castrum novum),
che con il suo sistema di case-torri prospicienti
gli scogli dava protezione all’intero
impianto urbanistico, e le ampie mura con
le tre torri tuttora molto ben conservate.
coalizione guelfa genovese contro la marineria
di Federico II di Svevia, nel 1241
all’Isola del Giglio, fece seguito l’anno suc-
largo delle coste liguri di Levante che troviamo
esaltate come un vero trionfo nel
Poema della Vittoria, composto tra il 1245 e
il 1248 in esametri latini dal notaio Ursone
da Vernazza, di sicuro ottimo conoscitore
di questi luoghi. Pochi anni dopo, nel 1244
sappiamo che fece tappa a Portovenere,
che aveva tratto in salvo Innocenzo IV (al
secolo Sinibaldo Fieschi). Il papa era scampato
ad un agguato tesogli dall’imperatore
eretico e per sua maggior tranquillità era
diretto a Lione, dove poi indisse un Concilio.
Si preparò così la cattività Avignonese
dei Papi che tanto assillò Dante ai primi del
Trecento.
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to una traccia anche per Portovenere.
Lo ha fatto, ironia
della sorte, con il passo relativo
alla rivale ->Lerici, perché
le coste liguri a strapiombo
descritte in Pur III 49-50 sono
state considerate anche da
Ubaldo Mazzini quelle tipiche
della costiera che da Porto-
Tramonti, dove, non a caso,
si trova l’Orrido del Muzzerone,
un baratro di 300 metri
paragonabile alle grandi scogliere
irlandesi. Per raggiungere
quel luogo, dove oggi c’è
una bella Palestra di Roccia,
si prende la strada che dalla
frazione delle Grazie muove
alla volta del Monte Castellana.
Dal XIV secolo in poi molte e
variegate vicissitudini videro
Portovenere appartenere a
poca
napoleonica, quando
venne realizzata, nel 1812,
per volere dello stesso imperatore,
la strada litoranea che
collega il centro marinaro alla
Spezia e denominata ancor
oggi “la Napoleonica”.
Proprio grazie a quella nuova strada il 28
escursione sulla Castellana nel corso della
quale riferì, in un celebre saggio uscito cinque
anni dopo a Losanna, di avere goduto
dell’esperienza dell’, cioè di una
visione a specchio nel cielo dell’intero globo
terrestre, dalla Groenlandia alla Siberia,
tico,
di cui compilò una carta che il grande
geologo spezzino Giovanni Capellini (1833-
la
Spezia”.
Appena trascorsa la tempesta napoleonica,
che aveva tuttavia portato ad una nuova riorganizzazione
dell’Europa, gli intellettuali
inglesi e tedeschi, sull’esempio del Goethe,
trovarono irresistibile il Tour Italiano. In Lunigiana
i primi a presentarsi sono i romantici
inglesi. Se è certa la presenza di Shelley a
San Terenzo di ->Lerici, è comunque molto
forte la tradizione che vuole a Portovenere la
per eccellenza, il quale, da gran nuotatore
che era, sarebbe partito dalla grotta che oggi
porta il suo nome, che si trova proprio a lato
della chiesina di San Pietro, per raggiungere
la spiaggia di San Terenzo e dunque la casa
dei coniugi Shelley. Oggi su quel percorso si
tiene ormai da quarant’anni una gara internazionale
di nuoto di fondo divenuta di prestigio
internazionale: la Coppa Byron. Sugli
scogli prospicienti la Grotta Byron oggi si può
ammirare una bella statua bronzea intitolata
a ->Madre Natura.
Da Portovenere parte il Sentiero Verde,
Nel primo tratto, che termina all’Orrido del
Muzzerone, si attraversano magici boschi
di Quercioli da sughero e si possono am-
delle strane chiazze più chiare: sono le
sorgenti d’acqua dolce che sgorgano dal
fondale marino, alle quali vanno i sub più
esperti per bere sott’acqua.
A Portovenere il 17 di agosto ricorre la Festa
della Madonna Bianca. Sul principio
della sera la preziosa icona – parte del ->Tesoro
di San Lorenzo – viene portata in processione
attraverso il borgo e si accendono
sul Promontorio di San Pietro migliaia di
lumi a olio che conferiscono al paesaggio
notturno un’atmosfera dalla bellezza indicibile:
la folla immensa che sale e scende
dalla scalinata della chiesina, come su una
sfolgorante Scala di Giacobbe, è veramente
uno spettacolo di valore mondiale: assolutamente
imperdibile.
D’estate il Canale di Portovenere in alcuni
giorni viene chiuso alla navigazione per offrire
a tutti l’impagabile libertà di una gigantesca
Piscina naturale.
Nella frazione de Le Grazie l’antica struttura
del Varignano, oggi sede del Comsubin
(il Comando Subacquei e Incursori della
stre
Forze Armate, già antico lazzaretto, poi
ospedale militare, ospitò in due occasioni
Giuseppe Garibaldi ferito e prigioniero
(->La Spezia). Della stessa frazione delle
Grazie è nativo il poeta Giovanni Giudici
(1924-2011), tra i maggiori esponenti della
poesia ermetica italiana del Secondo Novecento.
La Mondadori gli ha dedicato uno
dei suoi prestigiosi Meridiani.
BIBLIOGRAFIA
UBALDO FORMENTINI, Monumenti di Porto
Venere, restauri 1929-1934, Memorie dell’Accademia
Lunigianense di Scienze, La Spezia,
1934.
URSONE NOTAIO, Poema della vittoria, cura
e traduzione di Roberto Centi, Fabbiani, La
Spezia, 1993.
MIRCO MANUGUERRA, Charta Magna, Sarzana,
Luna Nova Editrice, 2002.
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La Madonna Bianca
IL MIRACOLO CHE NON È LEGGENDA
Il 17 agosto di ogni anno Portovenere si
immerge nella festività religiosa, molto
sentita, della Madonna Bianca. Le cerimonie
iniziano dalla Chiesa di San Lorenzo,
dove si conserva l’icona della Santa
Vergine, la quale sul far della sera viene
trasportata in un’arca attraverso le vie
del borgo storico. Poi, dopo il tramonto,
migliaia di lumini nel frattempo sparsi in
mare e distribuiti per tutto il Faraglione
della Chiesa di San Pietro
spettacolo indescrivibile: la moltitudine
biblica di persone che si trovano a salire
e scendere dalla grande scalinata del tempio
appare una grandiosa schiera di angeli
mossi sulla Scala di Giacobbe, mentre dagli
scogli e dalle rocce sembra che da un
momento all’altro possa ergersi il busto
sdegnoso di un Farinata degli Uberti. Un
vero spettacolo dantesco, unico, ineguagliabile:
la Madonna Bianca di Portovenere
è un evento di livello mondiale.
La tradizione vuole che l’icona mariana sia
arrivata dal mare nel 1204 sul tronco di
cedro del Libano scavato a mo’ di navicella
che si conserva sulla parete sinistra in
San Lorenzo. In realtà il tronco era doppio:
nella trave esposta sono evidenti dei solchi
di cardini sicuramente riferibili ad un’altra,
identica trave posta a chiusura di quella rimasta.
La navicella, come d’uso, era stata
evidentemente abbandonata da una nave
cristiana proveniente dalla Terra Santa per
sottrarla all’attacco di pirati musulmani:
essa conteneva il cosiddetto Tesoro di San
Lorenzo.
Il culto religioso è legato al Miracolo della
Madonna Bianca avvenuto tra il 16 e
il 17 agosto del 1399. Un certo Lucciardo,
nel mentre incombeva una pestilenza, stava
pregando davanti ad altra immagine
sacra quando notò d’un tratto quella antica,
ormai annerita dal tempo, riprendere
pian piano colore. L’uomo corse subito a
chiamare i compaesani, che accorsero in
massa; arrivarono anche i parroci di S. Lorenzo
e di S. Pietro e pure il notaio Giovanni
di Michele di Vernazza, il quale registrò
su carta la cronaca di quell’avvenimento
straordinario: dapprima l’immagine si
-
Bambino e di due santi (Cristoforo e Antonio
abate); poi le mani della Madonna si
giunsero in preghiera mentre nelle mani
di Gesù apparve un foglio recante un invito
alla conversione: «“Madre mia, ciò che
te piace me contenta, purch’el peccatore del
mal far se penta”». Il notaro, tra tutti gli intervenuti,
annotò ben sessanta testimoni
che, con lui, avevano assistito alla lunga
evoluzione del prodigio. Il documento da
lui redatto risulta trascritto fedelmente da
certo «Frate Antonio de Benedetti Genovese
dell’ordine di Santo Agostino» nella
pergamena datata 1612 che si conserva
in San Lorenzo. Anche se dell’originale,
probabilmente traslato altrove, non si è
ancora ritrovata traccia, nella storia della
Madonna Bianca niente è leggenda: questo
termine lo si ritrova spesso, ma è tutta
storia documentata.
Verso la metà del ‘400 la Madonna Bianca,
subito acclamata a Patrona della comunità
portovenerese, venne inserita nel contesto
scultoreo monumentale di grandiosa
bellezza che ancora la conserva, attribuito
al maestro Mino da Fiesole (1429-1484).
53
54
L’ATTESA
Di fronte a quella grotta romantica
che secondo la tradizione vide
Terenzo, protetta dal promontorio
onde la chiesina di San Pietro, già
tempio dedicatorio della Venere
ra
prosperosa di Madre Natura se
l’orizzonte lontano. Le forme richiamano
quelle delle cosiddette “Veneri
obese” della lontana preistoria,
le quali ci piace pensare, però,
che siano piuttosto “Veneri gravide”,
dunque simboli di fertilità più che
di abbondanza. E qui la Donna,
simbolo principe della Natura e
delle sue leggi chiarissime, porta il
suo promesso fardello di vita rivolgendo
costante attenzione all’unica
fonte di abbondanza del borgo: il
mare, il grande ma insidioso mare.
E in quello sguardo enigmatico,
eternamente sospeso, come non
riconoscere la moglie del pescatore
in paziente attesa di vedere
spuntare all’orizzonte le care vele
familiari? Non c’è angoscia in lei:
in fondo, se siamo lì a contemplarla,
vuol dire che il tempo è ancora
buono, che il mare è ancora calmo;
l’attesa è ancora serena. Ma certo
non è un caso che nella Chiesa di
San Lorenzo, alta sopra la scogliera,
sia conservata una importante
raccolta storica di ex voto marinari:
alla Madonna Bianca per chiedere
il ritorno dei loro uomini in mare.
Ecco perché a questa splendida
Mater Naturae in bronzo, opera
del 1989 dello scultore napoletano
(1921–1997),
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Stella Maris
LA VERGINE DEL GOLFO
A Portovenere, nella Chiesa di
San Lorenzo, si conserva una raccolta
di ex voto marinari di grande
importanza storica: le donne
Madonna Bianca per chiedere il
ritorno dei loro uomini in mare.
È per questo antico retaggio che
può accadere che per segnalare
una secca pericolosa semisommersa
venga posata una statua
candida come la neve (è di mar-
ne
Madre invece che una qualsiasi
struttura volgare.
Il tema della Stella Maris è tradizione
antichissima: il nome è
quello della , quella
Stella Polare che è da sempre il
punto di riferimento assoluto per
i naviganti. Allo stesso modo la
Vergine è il riferimento costante
di ogni buon cristiano.
La Stella Maris di Portovenere è
una bella statua della Madonna
che si erge sulle onde di fronte
all’Isola del Tinetto, la punta
estrema dell’Arcipelago del Golfo
della Spezia. L’icona posa sulla
cima di una montagna sommersa,
un isolotto mancato chiamato
Scoglio del Diavolo dagli uomini di
mare poiché particolarmente insidioso
soprattutto in regime di
bassa marea.
classico raccoglimento in preghiera,
è stata voluta dalla Capitaneria
di Porto della Spezia
e alla cerimonia di benedizione
centinaia di barche hanno salutato
la Vergine con le loro sirene.
Al mondo c’è sempre un motivo
di Speranza: la Stella Maris lo è
per l’intero Golfo della Spezia.
Siamo nel cuore di Portovenere, la struttura
medioevale dell’Antica Osteria è il naturale
completamento della nostra autentica cucina ligure.
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VAL DI MAGRA
I Millenni e le loro storie
58
La «Macra» era chiamato dal padre Dan-
e così si declina ancor oggi il nome del
nasce dalle pendici del Cirone, a est del
passo della Cisa, ne parlava già Strabone
oltre un millennio prima, quando ci
viene attestata l’esistenza di una intensa
produzione di legname che dai monti
Nessuno ha mai parlato di grandi cantieri
navali a proposito del mitico Portus
lunae, ma alla luce soprattutto del commercio
del marmo pregiato, destinato
alle ville patrizie di tutto l’impero, la loro
esistenza è storicamente richiesta.
Non solo: Claudio Tolomeo, massimo
geografo dell’antichità, segnalava alla
di Boaceas, l’odierna Ceparana, sede di
mercato antichissimo da cui inizia il percorso
appenninico oggi detto dell’Alta Via
dei Monti Liguri.
Fin da epoca Repubblicana la Magra se-
sun
generale romano era consentito di
oltrepassare il limite Rubicone-Macra con
il proprio esercito in armi senza il consenso
preventivo del Senato di Roma. Una
simile iniziativa sarebbe stata, infatti, considerata
un atto ostile e quello era il limite
ultimo entro il quale si sarebbe potuta organizzare
la difesa dell’Urbe. Quando Giulio
Cesare “trasse” il famoso “dado” invitando
a seguirlo tutti coloro lo amavano,
non fece altro che una “marcia su Roma” e
Benito Mussolini, duemila anni dopo, cresciuto
su quelle stesse sponde, conosceva
molto bene la Storia d’Italia. Certo è che
se Cesare, invece di trovarsi sul versante
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adriatico, si fosse trovato su quello tirrenico,
sia l’Italia che la Lunigiana avrebbero
conosciuto ben altra Storia.
Agli albori del V secolo, quando il generale
Onorio, poi imperatore, si trovò ad
organizzare il limes difensivo contro le
invasioni dei barbari, lo realizzò proprio
su quella demarcazione ideale che il Rubicone
univa alla Macra. Fu così anche
nel caso del successivo limes bizantino,
eretto nel VII secolo, e ugualmente disposero
i generali tedeschi per fronteggiare,
nel corso della II Guerra Mondiale,
l’avanzata da sud dell’esercito americano:
il Comando in Capo della Linea Gotica
sul fronte tirrenico fu insediato presso
il Monastero del Corvo a -> Bocca di
Magra.
Ancora in epoca bizantina, quando la
Lunigiana faceva parte dell’Esarcato con
l’Emilia e la Romagna, se Ravenna era il
grande porto di controllo sull’Adriatico,
Luni era l’importante capitale della Provincia
Maritima Italorum: si tratta di un’altra
traccia indelebile della Storia, il cui
retaggio è chiaramente riconoscibile nel
Dipartimento Militare Marittimo dell’Alto
Tirreno costituito presso la sede dell’Ammiragliato,
alla Spezia.
In quel tempo Paolo Diacono, storico dei
Longobardi (sec. VIII), ci testimonia che
appunto, era indicata come «Tusciam ingressus»
Cantina
dell’Ara
Cantina dell’Ara
si trova nel cuore
della Val di Magra.
Gianni segue tutte
le fasi, dalla terra
alla bottiglia, senza
perdere di vista
l’obiettivo di realizzare
vini semplici e di
qualità, nel rispetto
delle tradizioni.
Cantina dell’Ara è amore per il vino 61
medesimo appellativo la troviamo
indicata da un imperatore come Federico
II di Svevia (sec. XIII), nientemeno
che lo Stupor mundi, più volte
passato per queste lande. La Lunigiana,
“Terra dei cento castelli”, era ormai
praticamente imprendibile: per
conquistarla, infatti, si sarebbe dovuto
espugnare tutte le fortezze poste
il rischiare l’accerchiamento con una
chiusa a fondovalle; non alla foce,
la cui piana è amplissima, bensì alle
bocche di Caprigliola, una stazione di
fondamentale importanza, che, non
Luni nel corso del sec. XII, al tempo di
Cantina dell’Ara
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Federico il Barbarossa.
Quando nel 742 re Liutprando fondò il
monastero di Berceto, nei pressi del valico
della Cisa, le condizioni per l’annessione
senza colpo ferire della Lunigiana
al Regno Longobardo, ormai pienamente
cristianizzato, erano bene evidenti. Non
a caso il 742 è l’anno al quale si riferisce
quella Leggenda Leboinica (-> Bocca di Magra)
da cui trae origine la Via del Volto
Santo, ma è pure l’anno di nascita di Car-
pa
in forza della restaurazione di un Impero
che, oltre che Romano, seppe farsi
anche Sacro.
Con l’Età Carolingia si ravvivano le frequentazioni
a livello europeo e nascono
(spesso su antichi itinerari romani) le nuove
vie di comunicazione. La via di Monte
Bardone resta immutata ed anzi si arricchisce
di nuove stazioni: intorno all’anno
Mille, o poco prima, su quella che noi
oggi indichiamo come Via Francigena (o
Francesca, o Romea) nascono i borghi di
->Pontremoli, ->Villafranca, Aulla, Santo
Stefano, ->Sarzana. È l’Itinerario che Sigerico
di Canterbury, arcivescovo britannico,
traccia nel suo diario di viaggio tornando
dall’investitura in Roma, nel 990. Prima di
allora esistevano solo pochi borghi antichissimi,
come sicuramente fu Filattiera,
di origini romano-bizantine. Nei nuovi
borghi si nota sempre una “via dritta” che
li passa da una porta all’altra, non sono
attraversati, come sembra, dalla grande
cate
lungo i margini della stessa.
In Val di Magra è indelebile l’Orma di
Dantegenius loci al quale possono
essere ricondotti fenomeni peculiari
come quello dei Librai e del Cantamaggio
cortese (->Mulazzo).
Ma un elemento identitario molto più
profondo nel tempo è rappresentato dalle
Statue-stele (-> Pontremoli), le quali,
sebbene non esclusive in Lunigiana della
Val di Magra, ebbero qui la loro massima
laggi
sparsi attorno alla piana alluvionale
che i Liguri-Apuani trovarono le ragioni
più profonde del loro antichissimo culto.
Oggi la Val di Magra costituisce un’ampia
torna
SU
Il Panìgo, panigacceria polenteria, propone
una vasta scelta di ottime specialità liguri
preparate con ingredienti tipici del luogo,
specialità di carne e panigacci. Durante il
periodo estivo, aperto tutte le sere a cena,
tranne il martedì.
oasi naturale delimitata a Est dalle
vette del Parco Nazionale dell’Appennino
Tosco-Emiliano e comprendente,
a Sud, il Parco Fluviale
della Magra. Quest’ultimo, istituito
nel 1982, è stato esteso all’Area Protetta
di Montemarcello, creata nel
1985, andando a costituire il Parco
Regionale di Montemarcello Magra-Vara:
esso comprende precisa-
maggiori con in più il comprensorio
naturalistico del Monte Caprione.
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BIBLIOGRAFIA
STRABONE, Geographia Universalis, V II 5
PAOLO DIACONO, Historia Longobardorum,
V 27.
MARZIA RATTI (a cura di), Antenati di Pietra,
Genova, Sagep, 1994.
MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca,
La Spezia, ItaliaperVoi, 2021.
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SARZANA (Sp)
Scheda
del borgo
64
Sarzana, assieme a ->Pontremoli, è la più
importante Città d’Arte dell’intero comprensorio
della Lunigiana. Considerata,
giustamente, l’erede storica dell’antica cit-
che nel 1203 venne traslata la sede vescovile
a causa delle paludi malariche in cui
era ormai sprofondata la gloriosa metropoli
romana.
Meno esposta alle scorrerie saracene,
luogo di tappa sorto e sviluppato sulla Via
Francigena attorno al sec. X. Come tutti i
borghi dell’Alta Val di Magra, la gran-de
via medievale l’attraversa in linea retta
(qui da Porta Parma a Porta Romana),
perché è su ambo i lati di quell’esatto percorso
che vennero costruiti i primi nuclei
abitativi delle città e tali strutture sono rimaste
inalterate nei secoli.
La Piazza centrale – l’antica Piazza della
Calcandola (oggi Piazza Matteotti) fu teatro
il 6 ottobre del 1306 di una scena importante
della Pace di Castelnuovo, di cui
fu grande protagonista Dante Alighieri: fu
in quel punto che il Sommo Poeta ricevette
da Franceschino Malaspina, marchese di
->Mulazzo, la procura plenipotenziaria che
gli permise di salire a Castelnuovo, presso
la residenza del vescovo-conte di Luni, Antonio
Nuvolone da Camilla, per siglare lo
storico trattato. In forza degli Atti della Pace
di Dante, conservati in originale presso
l’Archivio di Stato della ->Spezia, Sarzana
e Castelnuovo Magra sono gli unici luoghi
le sole eccezioni della natìa Firenze (da
dove uscì e mai più fece ritorno) e Raven-
re
l’attestazione storica della presenza del
Sommo Poeta. Nell’anno 1300 lo stesso
tà,
concorse all’esilio a Sarzana dell’amico
Guido Cavalcanti. Ma si trattò di un comodo
soggiorno al mare con tanto di fami-
mente
le acque si calmassero. Solo che
purtroppo Guido contrasse la malaria e
probabilmente morì nella stessa Sarzana.
Di epoca medicea è la struttura muraria
della città, a Porta Parma con i suoi torrioni
e Porta Romana con la fortezza interna
della Cittadella (detta anche fortezza
Firmafede), perfettamente conservata e
sede di numerosi eventi culturali. Sopra
la collina a Sud si erge invece la Fortezza
di Sarzanello
Castracani su una struttura preesistente
nella prima metà del sec. XIV.
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soluto, a partire dall’ampolla del Preziosissimo
Sangue (che secondo la Leggenda
Leboinica, datata al 742, sarebbe giunta
alla foce della Magra direttamente dalla
Terra Santa su una navicella senza nocchiero
assieme alla Santa Croce di -> Ame-
Procellaria di Carlo
Fontana passando attraverso la ->Croce
Lignea del Maestro Guglielmo (1138), il
primo esempio datato di croce dipinta
della storia dell’arte e prototipo del canone
artistico per l’intera Toscana.
Croce di San Francesco
d’Assisi, nei pressi della Chiesa dedicata
al Santo. Fu collocata nel 1902 in
sostituzione di una croce più antica sul
luogo dove, secondo tradizione, avvenne
l’incontro di Francesco con San Domenico.
Nella chiesa di San Francesco si conserva
il ->Monumento funebre di Guarnerio degli
Antelminelli, la splendida arca che Giovanni
di Balduccio realizzò per le spoglie del
Nella frazione di Luni, prospiciente al litorale
sabbioso, esterno al piccolo cimitero di
in marmo di ->Carlo Fabbricotti, grande
industriale del marmo, a vigilare sulla cappella
di famiglia. Il monumento, posato nel
1913, bellissimo, è opera dello scultore carrarese
Alessandro Lazzerini.
Di Sarzana è nativo il grandissimo papa
umanista Niccolò V (al secolo Tommaso
Parentucelli), promotore del progetto della
Grande San Pietro e fondatore dell’immensa
Biblioteca Vaticana.
Di origini sarzanesi è la famiglia Buonaparte
dal XIII sec. A Sarzana i Buonaparte possedevano
una casa-torre, tuttora ben conservata
nel cuore del borgo storico, nei
pressi della pieve di Sant’Andrea. Intorno
alla metà del XVI secolo un membro della
famiglia emigrò in Corsica dove si sviluppò
la linea dinastica da cui nacque Napoleone.
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Vittoria alata del Fontana
L’INDOMITA “PROCELLARIA”
Ormai è chiaro: il massimo livello speculativo
la statuaria lunigianese lo ha
raggiunto con i numerosi monumenti
che la Regione ha voluto dedicare ai
propri Caduti della Prima Guerra Mondiale.
Anche Sarzana (come ->La Spe-
saggio di grandissima arte con la Procellaria
del carrarese Carlo Fontana
(1865-1956).
L’opera venne inaugurata nel 1934
ed occupa la parte centrale di piazza
Matteotti, quell’antica Piazza della Calcandola
dove il 6 di ottobre del 1306
si compì il primo atto della Pace di Castelnuovo
di cui fu grande protagonista
Dante Alighieri.
Il monumento vuole simboleggiare lo
sforzo compiuto dall’Italia per arrivare
alla vittoria nella Grande Guerra. Questo
preciso intento viene sviluppato anche
attraverso il poderoso basamento
in marmo, dove su uno dei lati i soldati
trasportare a braccia un pesantissimo
cannone lungo un erto sentiero di
montagna. Su quello stesso sentiero,
alta sulla cima, sta la Vittoria da raggiungere
anche a prezzo della vita.
Fontana, già autore della Quadriga
dell’Unità, quella posta alla sinistra sul
Vittoriale in Roma nel 1928, realizza
con la Procellaria il suo capolavoro
assoluto. Incurante delle tempeste,
questo uccello pelagico, cioè stanziale
del mare aperto, è simbolo di uno spirito
assolutamente indomito e icona
universale di Libertà. Il governo che la
prie
ali in reazione ai forti venti contrari
della Guerra, non è solo un esercizio di
altissima maestria artistica, ma è pure
frutto di una intuizione in tutto degna
dei più grandi ingegni artistici di ogni
tempo.
Nella stessa Piazza, in un palazzo alla
sinistra della Procellaria, un’epigrafe
dettata da Ceccardo Roccatagliata
Ceccardi (1871-1919) celebra la casa
dove il Maestro visse.
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La Croce del
70
IL CRISTO TRIONFANTE CHE ISPIRÒ
ANCHE DANTE
Nella Concattedrale di Santa Maria Assunta
in Sarzana si conserva un’antica
croce dipinta: la Croce del Maestro Guglielmo,
detta anche Croce di Sarzana.
L’opera ha una notevole particolarità:
sopra il capo del Cristo è presente un’iscrizione
in esametri leonini che recita:
ANNO MILLENO CENTENO TER
QUOQUE DENO OCTAVO PIN
XIT GUILLIELMUS ET HEC METRA FINXIT.
Si tratta di versi scritti dall’autore, appunto
il Maestro Guglielmo, del quale
di quest’opera pregevole.
Con tale iscrizione, caso assai raro,
oltre a rivendicarne la paternità, l’artista
ci fornisce anche la data di realizzazione
del Cristo: 1138. Siamo di
fronte al prototipo delle croci dipinte
per il caso di un territorio particolarmente
intriso di arte come la Toscana:
non è cosa di poco conto.
Al pari del Volto Santo del Monastero
del Corvo (Ameglia), anche questo
bensì un Christus triumphans. Si tratta
del modello più antico del canone
Christus
patiens prattutto
ad opera degli Ordini Menicanti
al tempo di Cimabue e Giotto.
rappresentati nelle scene a margine,
dove spiccano, infatti, un’Addolorata
e un S. Giovanni piangente. Ma c’è
un’altra particolarità di rilievo nelle
della Vergine appare ovunque, anche
in episodi evangelici dove non si narra
di Lei.
Tale insistenza ha indotto alcuni
studiosi a pensare ad una decisa in-
un autore in cui si può dire che la
devozione mariana abbia raggiunto
i vertici massimi: per il monaco che
dettò la Regola Templare la Vergine
assume un’importanza decisiva
nell’opera di redenzione degli uomini.
Da qui a pensare anche ad una possibile
fonte di ispirazione dantesca
(come fa chi scrive) il passo è assai
breve: Dante ebbe certamente modo
di osservare questa splendida Croce
dipinta nel corso del suo soggiorno
sarzanese e sappiamo bene quanto
nella Divina Commedia sia centrale la
all’intercessione del santo francese
presso la Vergine che Dante, Campione
dell’Umanità, può pervenire
all’assoluto della visio Dei.
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IL FIGLIO DEL CONDOTTIERO
INVINCIBILE
Uno dei tanti tesori che si custodiscono
a Sarzana è l’Arca sepolcrale
di Guarnerio degli Antelminelli, il
Castruccio Castracani
(1281-1328).
Castruccio, temibilissimo condottiero
lucchese di parte ghibellina, fu
la bestia nera del guelfo Spinetta
Malaspina il Grande (1282-1352).
ad opera del Castarcani che si deve
il tramonto delle ambizioni malaspiniane
di instaurare in Lunigiana una
propria Signoria.
Scomparso nell’aprile del 1315 Moroello
Malaspina, il «vapor di Val di
Magra» di Inf XXIV, scomparso lo
stesso Dante nel 1321, inconsistente
il marchesato di Franceschino
nominata dall’Alighieri, il quale, non
a caso, dopo la morte di Moroello
non fece mai più ritorno in terra lunense),
fu Spinetta a cullare l’idea di
giana
sotto l’egida dei due Stemmi,
quello dello Spino Secco e l’altro
dello Spino Fiorito. Ma Castruccio,
confermato vicario in Lunigiana nel
1324 dell’imperatore Ludovico il Bavaro,
rappresentò sempre per lui un
ostacolo insormontabile.
Invincibile in battaglia, fu solo con la
sua morte improvvisa, sopravvenuta
per febbri malariche, che a Spinetta
si aprì inaspettatamente un ampio
spiraglio. Si pervenne così alla massima
espansione malaspiniana in
terra di Lunigiana, tuttavia da lì alla
Signoria il passo si rivelò irrealistico
e il progetto rimase un sogno nei secoli
incompiuto.
Guarnerio degli Antelminelli morì
ancora fanciullo nel 1322. Il padre
commissionò un sepolcro degno del
proprio lignaggio e si rivolse al grande
scultore pisano Giovanni di Balduccio
(ca. 1300 – ca. 1349), il quale
completò il monumento nel 1328, lo
stesso anno in cui anche Castruccio
morì.
L’opera si discosta nettamente dalla
produzione squisitamente toscana
dell’artista per prendere una via
ispirata alla tradizione delle Arche.
ligere,
quelle cioè che eternano i
Della Scala: fu certo la fama della
famiglia veronese, icona nazionale
di una potente signoria ghibellina, a
far cullare a Castruccio, con Ludovico
il Bavaro, la presa di Firenze: era
l’impresa che Dante suggerì invano,
decenni prima, al predecessore Arrigo
VII.
Ancora una volta, sempre per la
morte improvvisa di uno dei protagonisti,
Arrigo prima e Castruccio
poi, Firenze fu salva ed è da questa
seconda occasione che cominciarono
a crearsi le condizioni per l’avvento
dei Medici.
Un altro parallelismo di grande interesse
è dato dal fatto che il piccolo
Guarnerio riposa nella chiesa di San
Francesco a Sarzana mentre il padre
Castruccio nella Chiesa di San Francesco
in Lucca, il Pantheon della città,
e ciò nonostante la scomunica
comminata da papa Giovanni XXII.
scorsi
in Inghilterra, laddove incontrò
addirittura i favori del re Edoar-
(->Lerici), che gli dedicò nel 1823
uno splendido romanzo dal titolo
Valperga. Vita e avventure di Castruccio,
principe di Lucca. L’opera, indagata
da Carla Sanguineti, ha rivelato
notevoli contenuti di forte ispirazione
dantesca.
73
74
LA FIGURA DI UN PATRIARCA
ILLUMINATO
Carlo Fabbricotti (1818-1910), industriale
del marmo carrarese, è il grande
patriarca di una delle saghe familiari più
interessanti della Lunigiana Storica.
Alla morte del padre, proseguì in proprio
le attività delle segherie e altre attività
commerciali della famiglia, rilevando
nel 1856, grazie alla Legge Rattazzi,
ampi appezzamenti di terreno nella
piana di Marinella e tutte le pertinenze
del’antichissimo Monastero del Corvo,
sopra Bocca di Magra.
Costruì la nuova residenza familiare sopra
l’antico Monastero del Corvo: un
castelletto in stile neogotico che è oggi
sede del nuovo cenobio dei Carmelitani
creò la celebre Tenuta di Marinella.
deve la prima, grande raccolta di testi-
le
esposizioni del Museo Civico della
->Spezia, allestite presso il Castello di
San Giorgio ed elencate nella Collezione
Fabbricotti.
Si narra che Carlo Fabbricotti dal solarium
del suo castelletto usasse controllare
l’andamento dei lavori nelle cave
di sua proprietà sulle Apuane – che si
aprono proprio di fronte – grazie all’uso
di un lungo cannocchiale. In realtà fu un
industriale illuminato, sempre rispettoso
delle proprie maestranze. Infatti si
narra anche che se la famiglia di un dipendente
si trovava ad avere un problema
di salute o versava in condizioni di
particolare indigenza, subito una busta
compariva misteriosamente presso l’uscio
di casa con l’aiuto necessario.
L’impronta del patriarca si trasmise al
Carlo Andrea Fabbricotti (1864-
1935), che si annovera tra i maggiori
esponenti del dantismo lunigianese, e
pure alla moglie di lui, la devotissima cugina
Helen Bianca. La famiglia, di ferma
educazione cattolica, era tanto benvoluta
che quando Helen morì si narra che
entrambi i lati della strada, da Marinel-
saggio
del feretro. Quando negli anni
’30 il gruppo industriale dei Fabbricotti
fallì in seguito alle ristrettezze indotte
dall’Autarchia ma pure all’aspro scontro
venutosi a creare tra Carlo Andrea
e il despota carrarino Renato Ricci, gerarca
fascista della peggior specie, la
nobiltà della famiglia diede nuovamente
ampia prova di sé: fu lo stesso Fabbricotti
a segnalare con somma dignità
agli esecutori fallimentari gli appezzamenti
di terreno che sfuggivano ai loro
pur attenti controlli.
Lo splendido monumento marmoreo
eretto nel 1913 in onore del patriarca
drea
a nome della famiglia tutta.
Il Carlaz troneggia a tutt’oggi al di fuori
del piccolo cimitero della Tenuta di Marinella,
proprio di fronte alla cappella di
famiglia: lo spirito dell’uomo pare ancora
aleggiare sull’intera piana vigilando
sulle anime dei morti con lo stesso
piglio che egli riservava all’intera sua
dipendenza in vita.
La scultura fu commissionata ad Alessandro
Lazzerini (1860-1942) e si tratta
senza dubbio del capolavoro dello
scultore carrarese: ricca di particolari
allegorici molto interessanti, spicca la
sacca da cui escono dei denari, perché
richiama subito alla mente la celebre
«borsa» che l’intera «contrada» riconosceva
ai Malaspina nel celebre elogio
immortale che Dante inserisce nel Canto
VIII del Purgatorio. Si intravvede qui
un suggerimento diretto all’artista reso
da Carlo Andrea, che fu appunto, come
già si diceva, un valentissimo dantista.
Non a caso un’epigrafe posta ai piedi
del monumento recita: «Da l’Alpe dominata
trasse ricchezze qui profuse».
Nella man destra, purtroppo, non è più
presente il bastone che il personaggio
posa sulla roccia: è auspicabile un
completo restauro del monumento,
senz’altro uno dei più belli e preziosi
dell’intera regione.
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La Santa Croce del Monastero del Corvo
Scheda
del borgo
76
Che Ameglia sia un insediamento di origine
preromana è attestato in modo indubitabile
dalla presenza di una necropoli Ligure-Apuana
del IV a.C. scoperta nel 1976 in località
Cafaggio da Ennio Silvestri (1920-1986),
ricercatore indipendente e sindaco storico
del borgo. Le sue interessantissime tombe a
cassetta sono ben presentate al Museo Civico
della ->Spezia presso il Castello di San Giorgio.
Di epoca romana, invece, è la Villa patrizia
del I sec. a.C. di Bocca di Magra, mentre
il primo documento che ricorda Ameglia è un
diploma dell’imperatore Ottone I, datato 963
che si conserva nel Codice Pelavicino (Biblioteca
del Seminario Vescovile, Sarzana).
Ma l’attrattiva di maggiore importanza dell’intero
territorio amegliese è senza dubbio il
Monastero di Santa Croce del Corvo, di
poco sopra Bocca di Magra, la cui fondazione
è attestata al 1176. Punto panoramico
Magra e sulla grande catena delle Apuane,
la sua presenza è strettamente legata alla
Leggenda Leboinica del ->Volto Santo, di cui il
cenobio conserva una copia importante, pre-
Monastero del Corvo ha avuto sullo sviluppo
della Letteratura, non soltanto lunigianese, è
enorme. Al di là della monumentale biblio-
Volto Santo (detto
anche Santa Croce), con l’individuazione di un
itinerario addirittura europeo, sappiamo che
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78
al Monastero sostò nel 1314 il genio di Dante
Alighieri, il quale, muovendo l’umile frate Ilaro
a redigere un’epistola accompagnatoria di
una copia autografa dell’Inferno da recapitare
in dedica assoluta al condottiero ghibellino
Uguccione della Faggiuola, diede origine ad
stica
Lunigianese. Negli ultimi due decenni il
Centro Lunigianese di Studi Danteschi ha for-
Epistola
di frate Ilaro sottolineandone l’importanza
stretto legame con il tema del viaggio di Dante
in terra francese (-> Lerici). In tal modo il
Monastero di Santa Croce è tornato all’attenzione
del dantismo internazionale.
Anche Giovanni Boccaccio, che non a caso
dell’Epistola di frate Ilaro fu il grande copista,
volle ambientare in questo luogo una novella
del Decamerone, precisamente la IV della I
Giornata. Al Monastero del Corvo c’è pure la
traccia del passaggio di Francesco Petrarca,
anch’essa legata al tema del viaggio di Dante
a Parigi.
Nel corso della seconda metà del sec. XIX,
dopo un lunghissimo periodo di incuria,
l’antico cenobio fu recuperato da Carlo Fabbricotti
(1818-1910), detto “Carlaz”, grande
industriale del marmo di cui si ammira uno
splendido monumento di fronte al piccolo
cimitero di Marinella di ->Sarzana. Al grande
patriarca si deve la costruzione del castelletto
in falso gotico posto più in alto rispetto all’an-
Carlo
Andrea Fabbricotti (1864 - 1935), divenne
un alto esponente del dantismo lunigianese.
La moglie di lui, la cugina Helen Bianca,
vissuta quasi in odore di santità, ha lasciato
delicate memorie ed una forte devozione
popolare.
Negli anni ’50, grazie alla mediazione sapiente
del Cardinale Anastasio Ballestrero
(1913-1998), la Congregazione Ligure dei
Carmelitani Scalzi ha acquisito l’intera proprietà
dei Fabbricotti dal Monte dei Paschi,
che lo aveva rilevato con il fallimento delle
aziende di famiglia seguito alla grande crisi
del ’29. È così che quell’autentico angolo di
paradiso, comprensivo del monumentale
parco ottocentesco, fu sottratto al pericolo
della speculazione edilizia. Oggi, dunque, il
monastero, come secoli e secoli fa, è tornato
ad essere un luogo di esercizi spirituali e di
discreta ospitalità. Una vecchia epigrafe presente
sull’ingresso del cenobio antico recita
ancora: “Resurgam”, ‘risorgerò’. Il miracolo si
è avverato.
Il genius loci creato da una simile enormità
to
nel corso del secondo ‘900, quando Bocca
di Magra divenne un punto di ritrovo estivo
di grandi intellettuali, poeti e scrittori: qui si
incontravano Giovanni Giudici e Eugenio
Montale, Franco Fortini e Vittorio Sereni.
Da un simile humus culturale è cresciuta la
come Roberto Pazzi, nativo di Ameglia.
Un’altra frazione importante è Montemarcello,
un cammeo posto sulla sommità del
Monte Caprione. Inserito nel novero dei 100
Borghi più Belli d’Italia, è stato il paese di
Luigi Camilli (1955-2016), prima voce recitante
della Via Dantis (->Mulazzo), la creazione
del Centro Lunigianese di Studi Danteschi
su cui si era artisticamente formato. Prematuramente
scomparso, è lassù che l’artista
ora riposa in pace.
BIBLIOGRAFIA
ENNIO SILVESTRI, Ameglia nella Storia della Lunigiana,
Ameglia, 1963 (III ed. postuma 1991).
MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca, La
Spezia, Edizioni del CLSD, 2006.
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80
La Santa Croce del Corvo
ALLE ORIGINI DEL “VOLTO SANTO”
Il documento più antico che parla della Santa
Croce del Corvo (o Volto Santo) è un atto
di Pipino, vescovo di Luni, del 2 febbraio
1176 con cui si destinavano trentadue giove
«monacho de Corvo»
un
Sancte Crucis ed beatissimi Nichodemi confessoris»
Monastero di Santa Croce del
Corvo era già ben presente il culto della
Leggenda Leboinica. Narrano antichi codici
delle memorie di un diacono Leboino in
pellegrinaggio in Terra Santa al seguito del
vescovo subalpino Gualfredo. Un angelo
rivelò in sogno all’alto prelato l’esistenza di
realizzato per mano di Nicodemo, il Discepolo
che con l’aiuto di Giuseppe d’Erimatea
si occupò di deporre il corpo di Gesù nel
Sepolcro. Nicodemo, quand’era intento a
scolpire il corpo del Cristo, si trovò nell’impossibilità
di riprodurne il volto, ma l’icona
sarebbe stata da lui ritrovata, un mattino,
miracolosamente completata: è il miracolo
di un’immagine “acheropita”, cioè di origine
non umana, ma trascendente. Gualfredo
Volto Santo, un
grande Cristo trionfante in croce recante in
sé varie reliquie, e come unica speranza di
condurlo in patria lo imbarcò su di una navicella
priva di equipaggio. Il santo naviglio,
però, non giunse a Roma, come sperato: si
fermò di fronte all’antica città di Luni, dunque
proprio sul litorale adiacente la foce
della Magra che si ammira dal Monastero
del Corvo. La navicella celeste resistette
ad ogni tentativo di abbordaggio da parte
amente
a riva dopo l’esortazione solenne
mossa da Giovanni, vescovo di Lucca, accorso
sul luogo essendo stato avvisato in
sogno del mirabile arrivo. Seguì una disputa
tra la popolazione lunense e la delegazione
lucchese, con quest’ultima che pretendeva
la conservazione della preziosa reliquia in
forza della rivelazione ricevuta dal proprio
vescovo e con la popolazione lunense che
rivendicava la proprietà per diritto territoriale.
Onde risolvere la questione si decise
libero traino di due buoi non addomesticati:
il Volto Santo sarebbe stato assegnato al
vescovo Giovanni se il carro avesse preso
la via di Lucca, altrimenti sarebbe rimasto
ai Lunensi. Finì che i buoi presero la
strada per Lucca, ma la diocesi del Ducato,
onde ricompensare i lunensi, lasciò
loro l’ampolla rinvenuta sulla navicella del
Preziosissimo Sangue di Gesù, ancor oggi
conservata nella Cattedrale di ->Sarzana.
Correva l’anno 742.
Di tutta questo racconto straordinario è
fa riferimento: il 742, infatti, è l’anno della
della sottomissione di Luni a Lucca, la caput
Tusciæ” (A. MURATORI, Delle antichità
estensi et italiane, I, Napoli, MDCCCLXI, p.
181). Ma quell’anno segno pure la nascita
staurazione
di un Impero Romano che si
faceva anche Sacro.
La Santa Croce che si conserva al Monastero
del Corvo è un maestoso Cristo
ligneo tunicato, l’unico manufatto del XII
secolo (o prima) che può essere considerato
copia dell’originale di Lucca (del quale
è stata di recente accertata la datazione
all’VIII secolo). I tratti semiti del volto e alcuni
caratteri tipicamente bizantini, come
la barba, fanno pensare ad una fattura
mediorientale del monumento. Importante
considerare che non si tratta di un
Cristo
Trionfante. E se l’Alighieri salì al Monastero
Centro Lunigianese di Studi Danteschi sulla
base dell’Epistola di frate Ilaro, allora tra
i tanti capolavori che vide vi fu senz’altro
anche questo.
Il Sommo poeta cita il «Santo Volto» lucchese
in Inf XXI 48, ma qualcuno ha voluto
intravvedere un riferimento al Cristo del
Corvo nel passo di Pur III 122-23: « [...] la
ciò che si rivolge a lei».
BIBLIOGRAFIA
EGIDIO BANTI, La Croce Lignea del Monastero
del Corvo, in *Dante e la Lunigiana, Iperte-
Centro Lunigianese di Studi Danteschi (Atti
del Congresso Internazionale ‘Dante e la
Lunigiana’, Ameglia, Monastero di S. Croce
del Corvo, 30 settembre – 1 ottobre 2006),
Firenze-Ameglia, 2009.
81
PONTREMOLI (Ms)
Scheda
del borgo
82
Pontremoli è il comune più settentrionale
della Regione Toscana, sorto
sulla via Francigena all’alba del Mille
alla confluenza del torrente Verde
con la Magra.
L’ipotesi che Pontremoli corrisponda
alla leggendaria Apua, centro maggioritario
degli antichi Liguri Apuani,
è già presente nella tradizione umanistica
ed è stata ripresa ai primi del
Novecento dal poeta Ceccardo Roccatagliata
Ceccardi.
«Per Alpem Bardonis Tusciam ingressus»,
‘Porta di Toscana’, definivano
i Longobardi la Lunigiana facendo
specifico riferimento alla zona del
Pontremolese (“Alpe Bardonis” è l’odierno
Passo della Cisa) ed allo stesso
modo si esprimeva il grande imperatore
Federico II, lo Stupor mundi,
il quale visitò più volte la città. Nel
corso della sua ultima visita, nel febbraio
del 1249, proveniente da Cremona,
si trascinava appresso in catene
Pier delle Vigne, il suo segretario
particolare caduto drammaticamente
in disgrazia (è il triste protagonista
del Canto XIII dell’Inferno, quello
della Selva dei Suicidi). Per dare un
esempio a quel comune irrequieto,
che già aveva osato tendere un agguato
a Federico il Barbarossa, sventato
da Obizzo Malaspina il Grande,
lo faceva crudelmente abbacinare
come traditore «in platea ecclesie
Sancti Geminiani», cioè nella Piazzetta
di S. Gemignano, dove a perpetua
memoria del fatto è stata apposta
una bella epigrafe.
Dato che Corrado l’Antico, il grande
capostipite dello Spino Secco (la
marca malaspiniana che ospitò Dante),
in forza di antica tradizione ampiamente
accreditata era genero di
Federico II, la voce che esce da quel
celebre «gran pruno» di Inf XIII 32
(proprio l’albero dello stemma e pure
nella condizione secca!) è considerata
dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi
“memoria malaspiniana”.
Maggior segno delle profonde divisioni
che agitavano la turbolenta Pontremoli
del tempo è la cosiddetta Cortina
di Cacciaguerra, che divideva la parte
guelfa da quella ghibellina. Resta
di essa, quale struttura originaria, la
Torre del Campanone, simbolo del
borgo. Fu costruita nella prima metà
del sec. XIV per volontà di Castruccio
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Di quei tempi antichi di Alto Medio Evo Pontremoli
conserva, presso la Chiesa di San Pietro, una eccezionale
memoria peregrinale: si tratta dello splendido
->Labirinto in arenaria del sec. X, che è uno dei più
iconografici tra quelli ad oggi pervenuti.
Pontremoli è la Città del Libro, sede del prestigioso
Premio Bancarella, ed è anche una grande Città
d’Arte, di cui si contende il primato lunigianese con
Sarzana. Di particolare rilievo è il canone pittorico
tipico detto Barocco Pontremolese: se ne possono
ammirare le maggiori testimonianze nel Duomo, la
Concattedrale di Santa Maria del Popolo. Ma la città
è pure una vera capitale della statuaria preistorica:
nel Castello del Piagnaro essa ospita il Museo delle
->Statue-stele Lunigianesi, cioè la raccolta del
più vasto fenomeno di steli antropomorfe ad oggi
conosciuto al mondo.
Tradizione molto sentita è il culto dei Falò, per cui
esistono due Compagnie
di Fuochisti assolutamente
concorrenti: una
per il Falò di Sant’Antonio,
detto comunemente di
San Nicolò (17 gennaio),
e l’altra per il Falò di San
Geminiano (31 gennaio),
il più importante, partecipato
da migliaia di persone,
che viene acceso
sotto il fascinoso Ponte
della Cresa in occasione
della festa del Santo
Patrono del borgo. Alla
buona riuscita dei fuochi
(le pire sono alte anche
13 metri e devono bruciare
in modo uniforme
con fiamme stabili sulla
verticale) sono considerati
appesi i destini del
borgo nell’anno appena
iniziato.
Di Pontremoli sono
native alcune notevoli
personalità. Paride
Chistoni (1872-1918),
fu insigne grecista e latinista;
annoverato dal
Centro Lunigianese di
Studi Danteschi tra i giganti
del dantismo locale,
morì prematuramente,
vittima della famosa
epidemia della “febbre
gialla”. Luigi Poletti
(1864-1967) fu un sorprendente
matematico:
perfezionò il Crivello di
Eratostene, operatore
atto alla scoperta di numeri
primi, e fu pure un
valente poeta dialettale.
Morì ultracentenario. A
lui si deve la traduzione
in vernacolo locale del
Canto XXXIII dell’Inferno
di Dante (“Al Cont Ugolin”,
1953). Manfredo
Giuliani (1882- 1969), fu
il fondatore degli studi
etnografici e di antropologia
culturale a cui
si deve lo sviluppo della
grande cultura lunigianese
moderna. In suo
onore è nata una delle
maggiori istituzioni
dell’intera regione, l’Associazione
‘Manfredo
Giuliani’ per le ricerche
storiche e etnografiche
della Lunigiana con sede
a ->Villafranca. Di più
antichi natali fu il Cieco
di Pontremoli, un umanista
del sec. XIV di cui ci
narra il Petrarca in una
delle sue celebri epistole.
BIBLIOGRAFIA
ISA MANGANELLI TRIVELLONI, Dimore Pontremolesi, con il saggio
di GIUSEPPE BENELLI L’identità storica di Pontremoli, Cassa
di Risparmio della Spezia, 2001.
MIRCO MANUGUERRA, ‘Orma di Dante non si cancella’ - I Luoghi
Danteschi della Lunigiana, in ANDREA BALDINI (a cura di) Le Sette
Meraviglie della Lunigiana, Lucca, Pacini Fazzi per il Rotary Club
Lunigiana, 2016, pp. 229-260 (Pontremoli alle pp. 254-255).
85
Il Labirinto
di Pontremoli
86
LA VIA DELLA SAPIENZA
L’antica chiesa di San Pietro de Con-
la Magra – è stata ricostruita nel 1961 secondo
il pessimo canone moderno dopo
la distruzione subita nel 1944 da uno dei
soliti bombardamenti alleati della II Guerra
Mondiale. Da quel disastro si salvò soltanto,
miracolosamente, una pesante lastra di
arenaria (ca. 83 x 60 cm.) con sopra inciso
un labirinto circolare di tipo unicursale, di
quelli cioè il cui percorso, per quanto lungo
e complicato, non presenta false piste ed è
perciò senza possibilità di errore.
Il Labirinto di Pontremoli, attribuibile al più
al sec. XI, fu tolto dalle macerie nel corso degli
anni Cinquanta dal grande Augusto Cesare
Ambrosi, lo stesso studioso cui si deve
la fondazione del Museo delle Statue-stele.
Conservato temporaneamente presso il
Castello del Piagnaro, il monumento fu restituito
alla nuova chiesa non appena consacrata.
Per anni celato in sagrestia, come
fosse un corpo estraneo in un simile contesto
modernista, fu grazie all’intervento
di Renato Del Ponte, tra i massimi studiosi
dell’opera, che nel 1990 al Labirinto fu restituita
tutta la sua dignità con l’attuale col-
locazione all’ingresso del tempio, sopra
l’acquasantiera, nella posizione che più
si addice ad una emergenza tanto ricca
L’opera presenta tredici circonferenze
ri
posti uno di fronte all’altro. Quello di
destra presenta uno strano prolungamento
pentagonale sotto la pancia del
cavallo, forse un mantello, ed ha alle
spalle una entità alata. A sinistra della
scena c’è l’Ouroboros, il serpente che
si morde la coda a simbolo della circolarità
della vita e della stessa eternità.
Ancora sulla destra c’è una forma ormai
indecifrabile che si dice possa essere
stata una clessidra. In basso una scritta
apposta in epoca successiva recita: «Sic
currite ut comprehendatis»: ‘Orsù, correte
per conquistarlo!’, il che pare un chiaro
riferimento alla Prima Lettera di San
Paolo ai Corinzi. Nello stesso periodo è
stato apposto nel centro del labirinto,
con caratteri simili, il Monogramma di
Cristo, IHS, evidentemente per sancire il
valore originario dell’opera, cioè quello
del cammino simbolico del pellegrino
che, percorrendo la strada della vita
con buona volontà, senza biforcazioni,
perviene senz’altro, pur con tutte le
è la vera meta di ciascuno di noi. Ogni
pellegrino in sosta su Pontremoli, dunque,
grande tappa della Via Francigena,
poteva trovare conforto nel constatare
che per quanto necessiti di un cammino
tortuoso, la pace in Cristo è un obiettivo
sempre raggiungibile.
Una scuola classica interpreta i due cavalieri
come impegnati nell’eterna lotta
del Bene contro il Male, mentre Renato
Del Ponte associa la scena alla celebre e
suggestiva incisione di Albrecht Dürer Il
Cavaliere, la Morte e il Diavolo.
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vi aspettano tutti i giorni nelle
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88
I GUARDIANI DEI MILLENNI
«Nel corso di due secoli e mezzo, attorno
al 3200 a.C., da una non-esistenza del
diverse isole culturali in varie parti d’Europa
nelle quali le Statue-stele sono state
create e sono divenute una realtà cultu-
-
TI, Le statue-stele della Lunigiana, Milano,
Jaca Book, 1981). Lo stesso autore precisa
che «le statue-stele si rivelano essere
i più antichi monumenti religiosi indoeuropei
che si conoscano in Italia e in altre
zone dell’Europa Occidentale».
In Lunigiana la cultura del megalitismo
antropomorfo raggiunge la dimensione
Un simile primato dovrebbe essere suf-
“civiltà lunigianese”, ma un simile onore
non è mai stato concesso all’antica popolazione
ligure-apuana. La questione non
è oziosa, né tanto meno campanilistica,
perché il fenomeno nostrano non si distingue
solo per dimensioni, ma soprattutto
per qualità: il corpus delle Statue
stele della Lunigiana, che conta quasi
un centinaio di monumenti, presenta un
singolare equilibrio tra soggetti maschili
e femminili. Insomma, l’universo femminile
assume nelle stele lunigianesi un’importanza
tanto rilevante da far decisa-
Lo suggerisce anche Diodoro Siculo, storico
greco del I sec. a.C., il quale testimonia
che il popolo dei Liguri-Apuani - che
godeva di fama europea anche per l’alleanza
stretta con Annibale nella II Guerra
Punica - possedeva nelle donne un vero
punto di forza, in quanto «forti e vigorose
come gli uomini» e «abituate a lavorare
nel medesimo modo degli uomini».
to
di questi monumenti straordinari,
di tesi ne sono state avanzate tante da
quando Ubaldo Mazzini, grandissimo
studioso spezzino, li elevò all’attenzione
del mondo: l’ipotesi più probabile resta
quella che le fascinose Statue-stele siano
espressione di un sacro culto degli antenati.
Si tratterebbe, insomma, di versioni megalitiche
anticipatrici dei celebri lari delle
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patrizie domus romane. L’ipotesi – avvalorata
anche da studi recenti, che hanno
escluso l’associazione delle Stele con le
sepolture – meglio soddisfa all’indole di
propria terra da costringere Roma ad
una secolare e faticosissima conquista.
Così fu soltanto con la drammatica deportazione
di cui ci narra Tito Livio (180-
179 a.C.), quando forse una colonna di
quarantamila persone – comunque migliaia
di famiglie – lasciò forzatamente
la terra dei padri in un viaggio senza ritorno
alla volta del Sannio, che la grande
stagione della monumentalia lunigianese
trovò il suo epilogo. Subito dopo - era il
177 a.C. – ci fu la fondazione di Luni, la
«splendida nostra civitas lunensis», come
si legge in una celebre epigrafe rinvenuta
in loco.
Di quelle antiche genti resta solo quell’esercito
incrollabile e fedele di simulacri
immortali. Riemersero dalle profondità
della Storia solo nel 1827, quando il primo
monumento fu rinvenuto. Avvenne
stranamente non in Val di Magra, dove
in seguito sarebbero state recuperate
quasi tutte le altre, ma in Val di Vara,
precisamente nella zona di Zignago.
La maggiore esposizione delle Statue
stele di Lunigiana è allestita nel Castello
del Piagnaro. Inaugurato nel 1975 da
Augusto Cesare Ambrosi, cui è dedicato,
il Museo delle Statue Stele Lunigianesi
appassionata direzione dell’archeologo
Angelo Ghiretti, alla cui gentilezza si
sta
scheda. Arricchito di sistemi didattici
multimediali innovativi, si parla di uno
dei musei più visitati della Toscana. Mica
roba da poco!
BIBLIOGRAFIA
AUGUSTO CESARE AMBROSI, Corpus delle
Statue-Stele Lunigianesi, Istituto Internazionale
di Studi Liguri, Bordighera 1972.
ANGELO GHIRETTI, Il racconto delle Stele:
dalle scoperte al museo che le rivela, in *Le
Sette Meraviglie della Lunigiana, a cura di
A. Baldini, Lucca, Pacini Fazzi per il Rotary
Club Lunigiana, 2017.
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Vittoria alata di Giovannetti
LA PATRIA COME UNA WALKIRIA
Il Monumento ai caduti della Grande
Guerra di Pontremoli è uno dei
numerosi capolavori speculativi vantati
dalla Lunigiana. La Vittoria, infatti,
è qui allegorizzata dalla Patria stessa
(un’Italia turrita alata) che vediamo
impegnata nel dispiegare la bandiera
sopra un soldato morente. Come una
della mitologia germanica,
dunque, l’Italia raccoglie gli spiriti dei
suoi Eroi morti in battaglia per condurli
nel dominio della Gloria imperitura.
La volontà di celebrare la vittoria
sull’Impero austro-ungarico con la
matrice di quella cultura stessa è ben
dimostrata dalla presenza, sul basamento
in marmo, di un Trofeo (o
Tropaion) composto dall’aquila della
Vittoria posata sulle armi del nemico
battuto ed una composizione di rami
di quercia e alloro (simboli di Forza e
di Gloria).
Giovanni
Giovannetti (1861-1927),
questo splendido gruppo bronzeo
fu inaugurato il 20 settembre 1924
nella centralissima Piazza della Repubblica.
Nel 1991 fu traslato dove
si trova ora, in piazza Unità d’Italia.
In quell’occasione ai piedi del basamento
fu aggiunto un libro aperto in
della vocazione libraia della Città di
Pontremoli, sede del Premio Bancarella.
Il libro reca il seguente passo:
«Coraggio di Ieri, Impegno di Oggi, Per
una Terra di Pace e Libertà. Potremoli
Comune d’Europa».
L’opera, nella sua nuova destinazione,
appare in verità in una condizio-
bellezza che sa esprimere. Inserita
com’è nel contesto di un piccolo parco,
pure l’imponenza arborea la sottrae
decisamente all’attenzione del
turista. Andrebbe almeno liberata
della presenza delle fronde più basse
visibilità che certamente merita.
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IL ‘MARAMEO’ SFRONTATO
DEL BURATTINO
Presso i giardini pubblici di Pontemoli
si può ammirare l’originalissimo
Pinocchio irriverente. La scultura, in
bronzo, sembra recente, ma fu invece
inaugurata il 31 luglio del 1960.
Opera dello scultore Riccardo Rossi
(1911-1983), essa anticipa, nella produzione
del maestro massese, il Monumento
ai Librai di Montereggio di cui
si parlerà a proposito di ->Mulazzo e
-> Massa Carrara.
Il celebre personaggio, nato dalla fervida
fantasia di Collodi (pseudonimo
di Carlo Lorenzini, 1826–1890), è qui
ritratto nell’atteggiamento irriverente
di un grosso ‘marameo’. Parliamo
di un gesto infantile, certo, ma è in
realtà rivolto ad un pubblico adulto
che troppo spesso dimostra di non
meritarsi molto di più. Si tratta di un
lavoro davvero pregevole: le gambe
intrecciate del burattino invitano decisamente
a pensare alla Commedia
dell’Arte, dunque ad un Pinocchio che,
nelle false spoglie di un Arlecchino, si
del gesto va probabilmente inquadrato
nel contesto in cui è collocato: i
Giardini del Teatro della Rosa suggeriscono
l’idea di un vero coup de
théâtre.
Si potrebbe forse parlare di un Trionfo
di Pinocchio? Può darsi, ma senza
esagerare. Se di trionfo davvero si
tratta, infatti, esso va riferito al capolavoro
di Collodi e a tutti i suoi straordinari
ammaestramenti sapienziali,
non certo all’atteggiamento tipico
del burattino, la cui vicenda è decisamente
lontana dalla saggezza del
Grillo parlante.
È ben vero che il grillo è pedante, ma
solo perché ha sempre ragione, e
tutti i ragazzini dovrebbero capire, in
della vita, che nessuno ha la fortuna
di vedersi arrivare ogni volta una Fata
turchina a toglierlo dai guai.
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96
L’EQUILIBRIO DELLA
SOMMA SAPIENZA
Il 5 dicembre del 1470, e nei giorni
successivi, a Pontremoli la Madonna
apparve a una pastorella nei pressi di
un’edicola posta sulla Via Francigena
contenente una sacra icona trecentesca
dell’Annunciazione. Sul luogo preciso
degli Incontri il popolo volle che si edi-
Chiesa dell’Annunziata
trova a tutt’oggi protetto in un tempietto
marmoreo ottagonale del 1526 tradizionalmente
attribuito alla scuola del Sansovino.
Tra molte altre preziosità – si annoverano
anche due opere notevoli di
Luca Cambiaso – in una nicchia posta
alle spalle del tempietto è ospitata una
splendida scultura di Sant’Agostino. La
presenza del fondatore della Patristica è
data dal fatto che la cura del santuario
Agostiniani.
Il Santo è ritratto assiso in trono con la
mitria sul capo e il pastorale nella mano
destra, dunque precisamente immerso
nel suo ruolo di Vescovo di Ippona. L’atteggiamento
solenne è esaltato dal tenere
con l’altra mano un gran libro posato
sulla gamba corrispondente. Il libro,
con rara padronanza tecnica scultorea,
è tenuto aperto nel mezzo dal Santo con
il suo dito medio. Il monumento è di tale
fattura che alcuni (si dice anche Vittorio
Sgarbi) hanno voluto vedervi la mano
suprema di Michelangelo. Il tratto di
maggior interesse esegetico dell’opera
è rappresentato dal particolare del libro
tenuto aperto esattamente nel mezzo.
Il concetto richiama alle scuole neoplatoniche
quattro-cinquecentesche, cul-
Segnatura con la celeberrima Scuola di
Atene, i quali centri di pensiero (secondo
gli studi innovativi portati dal Centro
Lunigianese di Studi Danteschi) furono
i primi (e unici) a riconoscere in Dante
(e oggi non ancora riconosciuta) tra Platonismo
e Aristotelismo. Sant’Agostino,
campione della speculazione platonica,
nel tenere aperto a metà un libro imprecisato
ma con tutta probabilità la summa
ideale della Dottrina Cristiana, esprime sia la
dimensione della componente espressa dal
ne
dei due grandi sistemi del mondo, sia il
punto di equilibrio tra la speculazione da egli
stesso compiuta e quella portata dal successivo
impianto aristotelico della Scolastica.
Semplicemente, una enormità.
97
MULAZZO (Ms)
Scheda
del borgo
98
Si è supposto che i toponimi di Mulazzo
e Mulazzana siano legati ad insediamenti
bizantini, i quali in Alta Val di
Magra sono ben documentati con la
presenza del Limes in Kastrum Sorani a
Filattiera. Ma la forma Mulazzana, (riportata
nei più antichi documenti che
si riferiscono a questo territo¬rio) è sicuramente
un prediale composto con
un nome latino. É Filattiera, invece, ad
essere un toponimo di origine bizantina,
in quanto ricalca il greco phulaktèria.
Tuttavia, uno stretto legame tra
i due borghi lo si può intravvedere con
la torre esagonale di Mulazzo, detta,
per tradizione antica, “Torre di Dante”,
la quale, costruita sulla massima sommità
del colle, ha fatto pensare ad una
architettura ben precedente alle origini
obertenghe del castello.
Non sarà, dunque, un caso che in occasione
della spartizione del Casato
operata da Corrado l’Antico nel 1221
baricentro del casato malaspiniano da
pò
pavese, alla Val di Magra) le due capitali,
una per lo Spino Secco, stemma
ghibellino, e l’altra per lo Spino Fiorito,
stemma guelfo, siano state individuate
proprio in Mulazzo e Filattiera. E già
l’antica organizzazione diocesana vedeva
il territorio di Mulazzo, Groppoli
e Pozzo comprese nel piviere di Soriano,
cioè, per l’appunto, di Filattiera.
La divisionebellini
non avvenne per dissidi politici
ma per conferire un maggior valore di
insieme alla Marca. I due stemmi stessi,
icone dell’equilibrio degli opposti –
originati da un chiaro topos provenzale
– ispirarono a Dante la struttura del
Canto VIII del Purgatorio assieme alla
canzone del loro probabile ideatore:
La Treva di Guilhem de la Tor (MANU-
GUERRA 2020).
Nell’aprile del 1306, anno dell’arrivo
di Dante Alighieri, investito della missione
diplomatica che portò alla Pace
di Castelnuovo con il vescovo-conte
di Luni (6 ottobre 1306), si tracciò un
solco indelebile nella tradizione del
borgo e di tutta la Lunigiana. Mulazzo,
che dello Spino Secco era la capitale,
non ha bisogno di alcun documento
storico per vantare la presenza del Poeta.
A quella presenza enorme, di cui
narra in eterno il Canto VIII del Purgatorio
e trasformata ben presto in
un vero e proprio genius loci, possono
essere ricondotte alcune espressioni
straordinarie del territorio di cui si
dirà a breve a proposito della frazione
di Montereggio.
Oggi il borgo storico monumentale di
Mulazzo è un unico grande Parco Dantesco
grazie alla novità mondiale del
percorso esegetico della Via Dantis ® .
L’itinerario conduce dagli archi dell’ac-
chissima
Torre di Dante, appartenente
al gruppo fortilizio del borgo del XIV
secolo che ospitò l’Alighieri. Imperdibili
il Dante, ultimo capolavoro scultoreo
di Arturo Dazzi, il Punto Panoramico
della Torre sull’intera Alta Val di
Magra e l’Appennino Tosco-Emiliano e
la visita al Museo ‘Casa di Dante in
Lunigiana’
Ultimo dei marchesi del ramo di Mulazzo
fu il grande navigatore Alessandro
Malaspina (1754-1810), cui si
altissima importanza. Le memorie del
personaggio sono raccolte dall’Archivio
Storico ‘A. Malaspina’, mentre
il sepolcro è visitabile nel cimitero di
Pontremoli.
Di fronte al cuore del borgo, con terrazza
panoramica, a conduzione familiare,
potrete gustare un ricco menù di piatti
della cucina spagnola e della
cucina tradizionale lunigianese.
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La frazione più importante del Comune
di Mulazzo è Montereggio, custode
di due importanti valenze etnogra-
La prima valenza è rappresentata
dall’Epopea dei Librai lunigianesi.
Montereggio, infatti, è un borgo votato
all’arte degli editori: qui nacque il Premio
Bancarella e qui gran parte delle
gure
imprenditoriali dell’arte del libro.
Da ammirare il Monumento ai Librai
di Montereggio (1962), in marmo di
Carrara, opera dello scultore massese
Riccardo Rossi (1911-1983).
È Giovanni Manzini, umanista di Fivizzano
a testimoniarci, nell’Epistola a De
Ochis da Brescia (1388), l’esistenza, già
-
quel periodo, sulla spinta della stessa
orma dantesca, almeno le condizioni
che favorirono lo straordinario sviluppo
dei venditori ambulanti di libri. Un
fenomeno unico, incredibile: persone
spesso analfabete d’un tratto pensarono
di riempire le grandi gerle non
più con i rinomatissimi funghi porcini,
ma con i libri. Un ulteriore impulso fu
certo dato da Papa Niccolò V (1397-
1455), lunigianese di Sarzana, il quale
avviò una immensa raccolta di volumi
per la fondazione della Biblioteca Vaticana
da lui stesso fermamente voluta.
La seconda valenza è rappresentata
dal Cantamaggio. Si possono distinguere
due forme del fenomeno: c’è il
Maggio Epico e c’è il Maggio Cortese. Nel
borgo di Montereggio si canta il Maggio
della tradizione cortese. Il gruppo
dei maggianti si reca di fronte alle abitazioni
del borgo cantando un motivo
il cui testo può variare a seconda della
situazione della famiglia presso cui si
chiede ospitalità. Il leit motiv, infatti, è
sempre quello di ottenere buone vettovaglie
e vino di botte.
Da dove trae origine tutto ciò? La risposta
è molto semplice: dall’arte trobadorica.
I cantori occitanici, di cui i Malaspina
furono tra i primissimi e maggiori
mecenati in terra italica, vedevano nel
mese di Maggio la più poetica delle
stagioni (diverrà poi infatti il Mese di
Maria) e in cambio di una canzone da
loro stessi composta ed eseguita (in
ra
gentile della castellana) chiedevano
al Signore di turno il solo pretz d’un
poco di ospitalità.
Ebbene, il Maggio cortese non è altro
che una rievocazione storica popolare
in cui i maggianti imitano la parte degli
antichi troubadour, mentre le famiglie
hanno l’onore di giocare la parte
dei Signori Malaspina, motivo per cui
non può che manifestarsi da parte
loro una sincera e genuina generosità.
Salutiamo la padrona
che cortese è tanto bona
Per dirla con Montale, con il Maggio cortese
anche la parte più povera dei borghi
va a raccogliere «la propria parte di
ricchezza» ed è veramente commovente
osservare come simili espressioni di
buona civiltà siano state custodite nei
secoli, con vero senso del sacro, nello
scrigno sapiente di un’umilissima e calda
memoria popolare.
BIBLIOGRAFIA
EUGENIO BRANCHI, Storia della Lunigiana feudale,
vol. I, Pistoia, 1897.
MANLIO NICCOLÒ CONTI, Dell’Origine e sviluppo
di Mulazzo, in «Quaderni della fondazione
Città del Libro», Genova, 1978.
STEFANO MILANO, Torri e case-torre di Lunigiana,
in *Castelli di Lunigiana, Atti del convegno
di studi, Aulla, 16-17 gennaio 1982, Lucca, Pacini
Fazzi, 1982, pp. 31-58.
LIVIO GALANTI, Il soggiorno di Dante in Lunigiana,
Pontremoli, Centro Dantesco della Biblioteca
Comunale di Mulazzo, 1985.
LIVIO GALANTI, Il secondo soggiorno di Dante in
Lunigiana e la composizione del Purgatorio, Pontremoli,
Società ‘Dante Alighieri’ - Comitato di
Carrara, Centro Aullese di Ricerche e di Studi
Lunigianesi, Amministrazione Comunale di Aulla
- Commissione Civica Biblioteca, 1993.
LIVIO GALANTI, Io dico seguitando… - Il ritrovamento
dei primi sette canti dell’Inferno e la ripresa
della composizione della Commedia, Mulazzo,
con il patrocinio delle Amministrazioni comunali
di Mulazzo e di Pontremoli, Centro di Studi
Malaspiniani, 1995.
MIRCO MANUGUERRA, La Sapienza ermetica
dei Malaspina: ulteriori considerazioni, in «Studi
Lunigianesi», XLIV-XLV, 2016, pp. 57-69.
MIRCO MANUGUERRA, Dante e la Pace Universale,
Roma, Aracne, 2020, pp. 50-54.
MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca -
“Orma di Dante non si cancella”, La Spezia, ItaliaperVoi,
2021.
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MULAZZO
“Dove la cultura è di casa”
Il museo ‘Casa di Dante in Lunigiana’
e il parco dantesco del borgo storico
monumentale
Le Statue-Stele e gli antichi abitatori
Liguri-Apuani
101
Le vestigia e le memorie degli otto
castelli medievali
Gli stemmi dei Malaspina e le
memorie dei cantori provenzali
Montereggio: Il “Cantamaggio” e
l’epopea dei “Librai pontremolesi”
Il navigatore Alessandro Malaspina
(1754-1810)
I vini e la cucina tipica lunigianese
PIÙ
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102
Il Dante del Dazzi
IL “DANTE MADRE”
DI ARTURO DAZZI
La messa in posa del “Dante” di
Mulazzo, ultima opera del carrarese
Arturo Dazzi (1881 – 1966),
è avvenuta nell’agosto del 1966,
poco prima della morte del maestro,
a chiusura delle celebrazioni
dantesche che il grande dantista
Livio Galanti (al tempo sindaco
del borgo) aveva organizzato per
il VII centenario della nascita del
Poeta (1365-1965).
Ad un occhio distratto il monu-
semplice, fors’anche di poco conto,
abituati come siamo a vedere
o imperiosi, ma lo sguardo di
un vero esperto coglierà senz’altro
l’essenza rivoluzionaria di un
“Dante madre”, che con lo sguardo
volto alla sua Torre (da sempre
la torre obertenga di Mulazzo
è chiamata “Torre di Dante”),
tiene in grembo la propria creatura:
la Divina Commedia. Non si
tratta di un esempio raro: è un
caso unico. Un vero capolavoro.
Non è tutto: il “Dante” di Dazzi
tiene aperto il Libro. Lo fa grosso
modo nel mezzo, dunque all’altezza
del Purgatorio; più precisamente,
al Canto VIII (il “canto lunigianese
per eccellenza” secondo
Lo si comprende osservando l’equivalente
in travertino posto
distanziato, invero, ma è parte
integrante del monumento): il
gran libro, infatti, è aperto alle
Pur VIII, quelle
relative al Colloquio che Dante intrattiene
in Antipurgatorio, nella Valletta dei
Nobili, con lo spirito di Corrado il Giovane,
marchese di Villafranca in Lunigiana. Sono i
passi in cui Dante pronuncia l’Elogio assoluto
del casato malaspiniano e che contenevano
il segreto del “termine ad quem” della venuta
di Dante in Lunigiana scoperto da Livio Galanti
nel 1965: ante 12 aprile del 1306.
Il testo dell’iscrizione originaria è andato
perduto, cancellato dalla forza erosiva delle
intemperie, ed è stato restaurato nel 2021,
correndo il VII Centenario della morte del
Sommo, ad opera del maestro sarzanese
Giampietro Paolo Paita, già autore degli altorilievi
della Via Dantis. I versi non sono più
quelli dettati dal Galanti sulla base dell’edizione
nazionale del Petrocchi, ma rispecchia-
ta
dal CLSD nel 2006, pubblicata in occasione
del VII centenario del primo soggiorno di
Dante in Lunigiana.
103
104
UNA ODISSEA AI CONFINI
DELLA DIVINA COMMEDIA
Nove installazioni, per otto Canti fondamentali,
segnano un percorso esegetico attraverso il quale
si risolve, nelle sue linee generali e in chiave
neoplatonica, l’intero percorso della Divina Commedia:
è questa la rivoluzione della Via Dantis ® ,
una creazione del Centro Lunigianese di Studi
Danteschi (CLSD).
Il percorso artistico, concepito sulla falsariga della
Via Crucis della Cristianità, è stato realizzato dal
comune di Mulazzo in fregio al DCC anniversario
della morte di Dante Alighieri (2021) con il patrocinio
ministeriale “Dante 700”. Esso consiste in
una serie di solidissimi totem in metallo a forma
di statua-stele della Lunigiana
(un richiamo diretto al quadro
simbolo della “Lunigiana
Dantesca”, opera del pittore
aullese Dante Pierini, 2003),
ciascuno recante una scena
in bassorilievo su marmo realizzato
dallo scultore sarzanese
Giampietro Paolo Paita su
soggetto del CLSD.
Questo itinerario originalissimo
(una novità assoluta nella
tradizione plurisecolare della
lectura dantis), ha trovato
nell’antica capitale dello Spino
Secco la propria collocazione
naturale grazie alla conformazione
del borgo storico monumentale:
elevandosi dal basso
degli archi dell’acquedotto
della “Torre di Dante”, Mulazzo
è veramente il luogo ideale
per un percorso che dalla
«selva oscura» alla «visio Dei»
voglia rappresentare una vera
e propria
della Divina Commedia”.
Non si tratta del solito, banale
percorso segnato dalla mera
declamazione dei Canti: qui,
del dantista entra in campo
in modo dinamico, nei modi
e nei momenti più opportuni,
per prendere idealmente per
mano gli spettatori, riuniti in
gruppi, e condurli alla comprensione
delle fasi salienti
dell’intero Viaggio della Divina
Commedia secondo l’interpre-
sé che gli elementi della Declamazione
(le Voci Recitanti), del
Commento (il Dantista) e delle
Atmosfere Musicali (i Musici)
costituiscono tre fattori assolutamente
inscindibili.
Sostanzialmente, nella Via
Dantis ®
del Poema dell’Uomo come
percorso di elevazione non solo dell’individuo,
ma dell’umanità intera, attra-
interamente votata alla Pace ed alla Fratellanza
universali. In estrema sintesi, il
Viaggio corre sul di una “Poetica
del Volo” capace di legare, in forza di una
rigorosa “Etica del Pellegrinaggio”, personaggi-chiave
ed elementi di struttura soltanto
in apparenza lontanissimi tra loro:
le tre Sante Donne (S. Lucia, Beatrice e la
Vergine) e le tre Cantiche; Caronte e Virgilio;
Francesca da Rimini e Ulisse; Ulisse e
l’Angelo Nocchiero; Corrado Malaspina il
Giovane, marchese di Villafranca in Lunigiana,
e la SS. Vergine; il tutto saldamente
legato alla sintesi suprema della visio Dei.
In prossimità della prima Stazione un
pannello informativo rimanda con i QR-
Code alle pagine Web di Comune e CLSD
dove l’itinerario esegetico è interamente
illustrato, passa per passo, sia in Italiano
che in Inglese.
Ma la Via Dantis ® non è solo un percorso
di lectura dantis itinerante: è anche un
oggi pure un’opera teatrale rappresentata
in multimedialità grazie alla regia di
Simone Del Greco e alle animazioni in 3D
delle tavole del Doré realizzate dal gruppo
sarzanese di Skill Team, il tutto con il
sottofondo potente della «Dante-Symphonie»
di Franz Liszt. Anche il format teatrale
ha ricevuto nel 2021 il patrocinio ministeriale
“Dante 700”.
Un solo approfondimento. Tra gli otto
Canti scelti sta, granitico, l’VIII del Purgatorio,
il “Canto lunigianese per eccellenza”,
che rappresenta la Stazione della Pace
Universale: senza la missione diplomatica
che portò Dante il 6 ottobre del 1306 alla
Divina Commedia – che i maggiori studiosi
intendono iniziata proprio qui, in Lunigiana
– sarebbe stata qualcosa di profondamente
diverso. Lo dimostra la struttura
stessa di Pur VIII, dove due angeli dal viso
luminosissimo cacciano il Serpente tentatore
dalla “Valletta dei Nobili” (non dei
Principi, come volgarmente si tramanda),
chiara metafora del dominio terreno: la
scena è l’anticipazione allegorica dei due
«soli» di Pur
Papa-Imperatore, e qui ci sono Nino Visconti
(un guelfo) e Corrado Malaspina
il Giovane (un ghibellino), marchese di
Villafranca in Lunigiana, a rappresenta-
Pax Dantis
maturo della Monarchia), ma pure l’af-
esperienza lunigianese. A dimostrazione
cini
(2003) di una straordinaria parafrasi
delle Variae di Cassiodoro nel Preambolo
dell’Atto della Pace di Castelnuovo, subito
indicata come una dettatura dantesca e
perciò considerata la prima espressione
compiutamente politica ad oggi cono-
del suo arrivo in Lunigiana il Poeta non
aveva ancora maturato l’idea di un’ossatura
politica del «poema sacro» e al con-
getto
già in corso della Divina Commedia
fa indubbio riferimento la Leggenda dei
primi sette Canti dell’Inferno: narra il Boccaccio
che, rinvenuti in Firenze da parenti,
essi sarebbero stati recapitati al Poeta
presso la corte di Moroello Malaspina in
Val di Magra perché fosse ripreso quel lavoro
che già appariva a tutti eccezionale.
Pura leggenda, certo (Dante non avrebbe
mai potuto scordarsi di quei primi Canti e
il destino della Divina Commedia non può
essere dipeso dall’intercessione di un pur
valente Moroello Malaspina), ma non originata
a caso: l’VIII Canto dell’Inferno (che
si lega in simmetria con l’equivalente lunigianese
del Purgatorio), principiando
con il celebre verso «Io dico seguitando»,
è l’unico caso in tutta la Commedia in cui
la trattazione torna indietro per poi riprendere
senza più alcun indugio verso
la naturale conclusione della visio Dei. La
leggenda vale, quindi, a focalizzare l’attenzione
del lettore su quei primi sette
Canti suggerendo una ripresa del poema
strettamente legata agli esiti particolarmente
felici della missione diplomatica
della Pace di Castelnuovo.
105
VIA DANTIS
IV
V
106
III
II
I
VI
VII
VIII
IX
107
VILLAFRANCA
IN LUNIGIANA (Ms)
Il Dante di Massari
Scheda
del borgo
108
Il borgo di Villafranca, come altre importanti
stazioni citate sull’Itinerario di
Segeric del 990 d.C., è sorto sui due lati
della grande strada mercantile e peregrinale.
A tutt’oggi è presente un tratto
dell’antico borgo, con le classiche porte
delle botteghe medievali. Si tratta della
striscia che mette, in direzione Sud,
all’antico castello di Malnido costituito
a presidio del borgo. La struttura del
maniero era del tutto integra prima dei
bombardamenti degli “alleati” compiuti
nella seconda guerra mondiale: oggi
restano rovine fascinose che si spera
ancora di poter recuperare, almeno in
parte.
Nel 1221, all’atto della grande divisione
dinastica voluta da Corrado l’Antico,
il feudo fu parte della sponda ghibellina
dello Spino Secco, Al tempo della
prima venuta di Dante (1306) il feudo
era retto da Franceschino Malaspina
di Mulazzo, poiché i piccoli Moroello
Corrado II,
detto il Giovane (onde distinguerlo
dal capostipite dello Spino Secco), sulla
Dante Alighieri elaborò
l’elogio assoluto dei Malaspina imperiali
al Canto VIII del Purgatorio, erano ancora
in minore età.
Nonostante gli ultimi studi abbiano fatto
emergere dalla sequenza Antico-Giovane
(in realtà semplicemente una discendenza
nonno-nipote) un chiaro passaggio
di testimone dalla corte storica di
Mulazzo a quella ormai più viva di Villafranca,
nessun ruolo politico particolare
va ascritto a questo feudo nel dopo-Cor-
che al fascino e alla storia della corte
di Villafranca non fu immune neppure
Giovanni Boccaccio, il quale, da grande
cercatore qual era di memorie per il suo
Trattatello in laude di Dante, volle rendere
anch’egli onore a Corrado il Giovane,
gonisti
di una novella tra le più lunghe
del Decamerone, la VI della II giornata.
Nell’antica chiesina di S. Nicolò in Malnido,
adiacente al castello, Margherita
Malaspina, sorella di Moroello II di
Giovagallo (il «vapor di Val di Magra»
del Canto XXIV dell’Inferno), andò in
sposa per procura, nel 1285, ad un
Gherardesca, colui che «la bocca sol-
» in Inferno XXXIII.
L’evento, di cui esiste il documento
storico, testimonia i legami strategici
che i Malaspina seppero tessere
anche con la famiglia dei Conti della
Gherardesca. In tempi recenti è sta-
antico tempio cristiano, il sacello
dove sono state custodite per secoli
le spoglie dei nobili di casa Malaspina.
Di tutte le sepolture è rimasto
solo un centinaio di anonime medaglie
votive. Tra tutte vi fu senz’altro
quella che fu messa al collo di Corrado
il Giovane, uno dei soli sei personaggi
della Divina Commedia cui
Dante si rivolge con la somma deferenza
del “voi”. Oggi a Malnido sorge
un Parco Dantesco caratterizzato
da un bel monumento marmoreo,
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un’originale area teatrale ed un pannello
illustrativo della Lunigiana Dantesca
realizzato, auspice l’amministrazione
comunale, dal Centro Lunigianese di
Studi Danteschi grazie all’intervento del
Rotary Club Lunigiana.
A Villafranca sono da ammirare anche
il monumento di San Francesco, pregevole
bronzo posato presso il chiostro
dedicato al Santo, e il monumento di
Torello Baracchini, eroe dell’aviazione
italiana, che si erge nella Piazza del Municipio.
Imperdibile la visita al Museo Etnogra-
, oggi dedicato al
suo grande promotore, lo studioso Germano
Cavalli, fondatore di una delle più
prestigiose istituzioni culturali del territorio:
l’Associazione ‘Manfredo Giuliani’
della Lunigiana.
Per quanto concerne le frazioni, sono
assolutamente da visitare, per i castelli,
i borghi di Virgoletta e di Malgrate
(spettacolosa la sua torre cilindrica) e,
per la sua architettura di insieme, il borgo
murato di Filetto, con la sua porta
monumentale (v.Foto). Nella stessa piana
di Filetto e di Malgrate si distende
la cosiddetta “Selva di Filetto”, un ampio
castagneto oggi attrezzato a parco
pubblico, che istanze campanilistiche
hanno voluto indicare come la fonte
ispiratrice della celebre «selva oscura»
di Dante: nulla di più falso.
Numerosi nella zona sono i ristoranti e i
dotti
e ricette di Val di Magra.
BIBLIOGRAFIA
GERMANO CAVALLI, Storia di un marchesato di
Lunigiana, Firenze, Alinea, 2010.
MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca, La
Spezia, Ed. CLSD, 2006.
MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca
– “Orma di Dante non si cancella”, La Spezia,
ItaliaperVoi, 2021.
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ingredients.
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111
112
Il Dante di Massari
Il RITORNO DALL’OLTRE
A parte alcuni busti, in Lunigiana sono
solo tre i monumenti classici dedicati al
Divino Poeta: ci sono quelli di ->Mulazzo
e di ->Lerici e c’è questo di Villafranca.
Apposto nel 2006 a costituzione del
Parco Didattico Dantesco di Malnido,
il Dante fu commissionato dall’amministrazione
comunale con bando pubblico
in occasione del VII Centenario del
primo soggiorno lunigianese dell’Alighieri
(1306-2006). La scelta della
commissione esaminatrice cadde sul
bozzetto presentato da Luciano Massari,
scultore carrarese classe 1956, in
seguito divenuto direttore dell’Accademia
di Belle Arti di Carrara, il quale ha
modellato il volto di Dante sulla nota
tropologo
Francesco Mallegni.
delle fascinose rovine del castello malaspiniano
di Malnido e entro l’area di
pertinenza dell’antica chiesina di San
Niccolò, si perfeziona in due aree: quella
monumentale e quella archeologica.
La parte monumentale presenta, alle
spalle del Dante, una struttura semicircolare
a tre gradoni posta a costituire
gli spalti per il pubblico delle lecture e,
tutt’intorno, un pavimento in marmo
che si sviluppa in nove cerchi; tale pavimento
va a rappresentare gli altrettanti
Cieli del Paradiso dantesco, su ciascuno
dei quali è incisa una terzina tratta dal
relativo Canto per la scelta sapiente
cultore della materia. Completa il quadro
un Pannello Didattico redatto dal
Centro Lunigianese di Studi Danteschi
e apposto in occasione del VII centenario
della morte di Dante (1321-2021)
grazie al generoso intervento del Rotary
Club Lunigiana, auspice il Comune
di Villafranca.
L’area archeologica, invece, è costituita
dall’area dell’antica pianta della chiesina
di San Nicolò, di cui resta solo il
bellissimo campanile e i perimetri in
arenaria delle varie sezioni a terra. Una
di queste fu il sacello dove venivano
deposti i defunti di Casa Malaspina, tra
cui Corrado il Giovane, protagonista del Canto
VIII del Purgatorio. Gli scavi hanno restituito solo
tivi
religiosi: impossibile determinare quale sia
appartenuta al grande personaggio villafranchese.
Sul luogo del sacello è in progetto la messa
in opera, ancora grazie al Rotary Club Lunigiana,
su proposta del Centro Lunigianese di Studi
Danteschi, un lume eterno a piena valorizzazione
dell’Orma dantesca.
Il Dante di Massari è considerato un Dante esoterico:
il personaggio, in espressione ieratica,
attraversa la porta dell’Oltre, la quale reca sulle
del Poeta è sviluppata in posizione dinamica;
egli, infatti, muove i passi su due piccole rampe
di scale, una che sale e l’altra che scende, così da
fornire all’osservatore la chiara idea del privilegio
di cui gode il personaggio della Divina Commedia:
assunto a Campione dell’Umanità, il Pellegrino –
come seppero fare, secondo mitologia e tradizione,
solo San Paolo e gli antichi eroi (il greco Ulisse
e il romano Enea) - è stato capace di tornare indietro
per quella soglia fatale e reca già in mano il
diario di quell’esperienza sublime.
113
BAGNONE (Ms)
La Vittoria alata del Corsini
Scheda
del borgo
114
Con la sua spiccata eleganza rinascimentale,
Bagnone è certo il più spettacolare
dei borghi della Lunigiana. Il tessuto rurale
vede la zona del castello (oggi proprietà
dei conti Noceti) arroccata su di
un alto sperone di roccia, mentre la parte
bassa del paese si sviluppa attorno al
piccolo canyon creato nei millenni dalle
acque turbinose dell’omonimo torrente
che scendono con forza dalle pendici del
versante lunigianese del Monte Sillara (m.
1861), una delle vette principali del Parco
Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano.
Questo paese incantato è esattamente
ancora quello che nel corso del XV secolo,
assieme a Fivizzano, ha rappresentato la
culla dell’Umanesimo lunigianese. Nativo
del luogo è, infatti, lo speziale Giovanni
Antonio da Faje (1409–1470), autore di
uno straordinario Libro de cronache e memorie
e amaystramento per l’avenire scritto
in volgare semplice del tempo: una testimonianza
davvero eccezionale della Lunigiana
di inizio sec. XV portata dall’autore
con una sicurezza impressionante circa
l’importanza che quelle stesse memorie
avrebbero assunto per le future genti. Le
spoglie del Da Faje, specialissimo “letterato
semi-illetterato”, sono custodite nell’Oratorio
del Castello Malaspina di Bagnone.
Dello stesso periodo fu Pietro Noceti, dei
Conti del Castello, che dal 1447 al 1455 fu
chiamato a reggere la Segreteria di papa
Niccolò V, il sarzanese che fondò la Biblioteca
Vaticana e promosse il progetto della
Grande San Pietro.
Non è dunque un caso che il simbolo del
borgo sia la Santa Croce, oggetto di una
festa annuale molto sentita: in una “istorica
descrizione” di Bagnone del 1726, riportata
da Ugo Pagni, si legge che «Pietro
Noceti, che fu segretario e famigliare
per lui abbiamo una bella croce d’argento
che dentro di se’ racchiude tesori di Sante
Reliquie». Una leggenda vuole che in una
notte di tempesta un pellegrino abbia
bussato alla porta del castello dei Conti
Noceti per chiedere cibo e un angolo
dove riposare. Venne accolto e quando
la mattina seguente un servo si recò da
lui trovò che questi era sparito senza
lasciare traccia, solo una piccola croce
di legno lasciata sul tavolo: era la Santa
Croce. La preziosa reliquia è oggi rico-
identitaria del luogo in forza di una apposita
integrazione dello Statuto votata
all’unanimità dal Consiglio Comunale
nel 2020 su proposta dalla minoranza
di opposizione. Anche questo è un piccolo
miracolo della sacra reliquia.
Bagnone è un paese tutto da scoprire,
dove in ogni angolo si celano particola-
menti,
elementi architettonici, angoli
caratteristici e vedute da cartolina sono
elementi che accompagnano in modo
costante la passeggiata del visitatore
attento. Con l’aggiunta della sua cucina
schietta, tipicamente lunigianese, un
soggiorno a Bagnone non lo si dimentica
mai più.
Da visitare anche le frazioni. A Treschietto,
dove fu scoperta una splendida statua-stele
femminile, si coltiva una cipolla
specialissima da gustare rigorosamente
in composta assieme ai formaggi genuini
locali. Nel piccolo abitato di Agnetta si
può osservare un bell’esempio di campanile
a vela, mentre a Jera l’origine del
nome (molto probabilmente dal latino
ieraticum o jeraticum), fa decisamente
pensare a un luogo di culti antichissimi
posto alle falde dei grandi balzi del regno
del Dio Pennino.
La Locanda / The Inn
Francesca e Valter vi aspettano all’interno di
un antico palazzo nobiliare in stile Liberty,
per farvi degustare la cucina tradizionale
della Lunigiana: torta d’erbi, salumi e
formaggi nostrani, tartufo lunigianese,
testaroli e dolci tipici.
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116
Vittoria alata del Corsini
AL VECCHIO PODERE
AGRITURISMO
LA NIKE RICOMPOSTA
La statua in bronzo della Vittoria
alata di Bagnone è ospitata in uno
splendido loggiato in arenaria che è
parte integrante del Monumento ai
Caduti della Grande Guerra (1915-’18).
Il monumento, inaugurato nel 1929,
fu fortemente voluto dal senatore
non a caso – è posta ad ammirare in
eterno il suo capolavoro grazie al bel
busto, bronzeo anch’esso, collocato
nella piazzetta adiacente.
L’architettura del portico è stata realizzata
da una squadra di muratori e
scalpellini diretti dal mastro bagno-
materiale dei ->Fregi del Teatro Quartieri.
Sette colonne reggono sei archi
a tutto sesto. Sulla facciata, sopra gli
stemmi di comuni dell’Alta Val di Magra,
capeggia la scritta a caratteri cubitali
in bronzo: «Ieri tuo Sangue, oggi
tua Gloria, Apua Madre», che ricalca
il celebre “Apua Mater” di Ceccardo
Roccatagliata Ceccardi.
La Vittoria è opera, invece, dello scultore
senese Fulvio Corsini (1874-
1938): essa riproduce la famosa Nike
di Samotracia nella ricostruzione ideale
con braccia e testa, come noto
mancanti nell’originale greco conservato
al Louvre di Parigi. La statua, immaginata
in chiave guerriera, stringe
alto nel pungo il classico mazzo di
rami di quercia e alloro (simboli di
Forza e Gloria) e nell’altra uno scudo.
L’agriturismo, nato nel
2014 come attività
connessa all’azienda
agricola attiva dal 1930,
offre ai nostri clienti
prodotti genuini e caserecci
in un ambiente ru-
stico e familiare. Inoltre
dispone di 6 camere da
letto. Fra i prodotti più
richiesti i nostri “tordei”
e l’agnello fritto.
AL VECCHIO PODERE
The holiday farm was
established in 2014 as a
continuation of the activity
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Qualità, cortesia e disponibilità rendono
la Trattoria del Ponte un punto di
riferimento per la cucina della tradizione
lunigianese e non solo.
Il menù varia tra antipasti tipici, testaroli,
prima qualità, ottime pizze e focaccette
e si conclude con dolci fatti in casa.
La Trattoria è dotata di un ampio salone
interno oltre al rinnovato dehor esterno
che può accogliere la clientela durante
tutte le stagioni.
Trattoria
del
Ponte
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customers in all seasons.
120
“LUNIGIANA AL LAVORO”
La serie di bassorilievi che costituiscono
il cosiddetto Fregio del Teatro ‘Quartieri’
di Bagnone datano al 1931. I disegni
e i gessi sono opera dello spezzino
Augusto Magli (1890-1962), allievo del
grande Angiolo Del Santo (->La Spezia),
mentre l’esecuzione dei rilievi su pie-
pellino
bagnonese Francesco Pretari
(1869-1951). I gessi originali, rinvenuti
di recente, sono stati sottoposti a un
restauro conservativo a cura dell’Accademia
di Belle Arti di Carrara.
Anche se la serie illustra con certezza
quelle che sono le attività più caratteristiche
del borgo e delle sue contrade,
si può parlare con ampie ragioni
di una Lunigiana al lavoro. Lo diciamo
nei termini precisi di una possibile fonte
ispiratrice di quella che poco più di
vent’anni dopo, passato l’uragano terribile
della II Guerra Mondiale, sarebbe
diventata una delle più fortunate serie
la celebre Italia al lavoro del 1955, simbolo
della grandiosa Ricostruzione.
I Fregi sono costituiti da cinque pannelli
in arenaria a triplice scena, tutti risolti
in due quadrati laterali e un rettangolo
centrale. Il primo trittico è illustrativo
della Lavorazione della pietra. Nel
quadretto laterale di sinistra è rappresentato
il mestiere dello Scalpellino (si
suppone con l’autoritratto del Pretari),
nel rettangolo centrale quello del Cavatore
(marmo o arenaria), mentre sulla
un Muratore. Il secondo trittico ha per
soggetto la Coltivazione del grano:
dalle fatiche del Contadino, con le scene
della mietitura e poi del trasporto del
carico con il mulo, si passa alla tecnica
del Mugnaio che trasforma i sacchi in
preziosissima farina.
Il trittico centrale, di maggiori dimensioni
rispetto agli altri, rappresenta la
Celebrazione del borgo di Bagnone:
,
mentre in ciascuno dei due quadrati
laterali una coppia di putti sostiene
un monumento: nella scena di sinistra
si riconosce la quattrocentesca
Capella di Santa Maria mentre in
quella di destra il ->Loggiato della
Vittoria Alata, inaugurato solo due
anni prima, nel 1929. Nel quarto
pannello si illustra il Luogo del
Mercato: la prima scena narra
della compravendita del maiale; al
centro un’intera famiglia conduce
alla piazza gli altri animali tipici
dell’allevamento rurale: il vitello
e l’agnello. Nel quadrato di destra
si ammira invece la scena di due
donne intente a contrattare una
provvista di castagne. L’ultimo
pannello è caratterizzato dalla sacralità
di tre Scene di vita domestica:
l’attingere l’acqua dalla fonte,
la veglia di fronte al camino e
della lana con la magia dell’arcolaio
sono gli esempi di vita all’interno
delle mura domestiche portati
dall’artista: l’unico momento di
vera pace, pur nell’aura di un’operosità
comunque sempre felice, è
quello centrale, dove si vede l’intero
nucleo familiare riunito innanzi
al calore del Focolare. Siamo di
fronte a un capolavoro senza tem-
tradizione millenaria che non può
tramontare mai. C’è anche molta
Storia dell’Arte: nel fregio centrale
si è notato un riferimento a Donatello,
ma, aggiungiamo, anche al
Giotto della Cappella degli Scrovegni
nel particolare dei putti che
sorreggono le due grandi archi-
presenza femminile, che compare
in tutte le scene di lavoro.
Il ristorante locanda
Fermento è un locale
rustico, ricco di ricette
perdono i sapori tipici
e fatti in casa.
The restaurant inn Fermento
is a rustic place that revisits the
BIBLIOGRAFIA
AUGUSTO GIUFFREDI (a cura di), I Gessi
ritrovati – Il fregio del teatro di Bagnone
ed il restauro dei modelli originali in gesso
Tel. +39 389.0211962
AULLA (Ms)
Scheda
del borgo
122
La fondazione di Aulla si fa risalire a quella
dell’Abbazia di San Caprasio, uno dei
centri monastici più importanti della Luni-
za
del Magra con l’Aulella, nell’anno 884
dal marchese Adalberto di Toscana.
Con la scoperta del ->Sepolcro del Santo
Caprasio (2003), che si deve soprattutto
alla grande determinazione dello storico
lunigianese Riccardo Boggi, fermamente
legato alla tradizione popolare che da
sempre voleva le sacre reliquie celate sotto
l’altare della chiesa, è emerso il chiaro
interno degli antichi di sottrarre quelle
preziose memorie alle incursioni saracene
celandole in un luogo sicuro della Lunigiana
Interna addirittura a margine di una
falso sepolcro. La scoperta va senz’altro
annoverata come una delle più grandi mai
compiute in Lunigiana per quanto concerne
archeologiche l’epoca medievale.
La Stazione di Aguilla, dunque (è questo
l’antico nome della XXX tappa del viaggio
di ritorno da Roma compiuto da Sigeric,
Arcivescovo di Canterbury, compiuto nel
990), sorse direttamente su quella grande
via carovaniera che oggi diciamo Via Francigena,
molto ben frequentata già prima
dell’Anno 1000; d’altra parte, il Passo di
Monte Bardone (oggi del Passo della Cisa)
«Tusciam ingressus»
dal grande storico dei Longobardi, Paolo
Diacono (ca. 720-799) (->Pontremoli).
Aulla sorse precisamente su di uno snodo
viario di cruciale importanza: quello della
te
che indirizza all’antico Passo dell’Ospedalaccio
(oggi Valico del Cerreto). Si parla
del percorso che da sempre metteva in relazione
il Golfo della Spezia con il grande
mercato emiliano di Castelnuovo ne’ Monti:
non a caso fu quello, nei secoli, il luogo
eletto alla custodia del teschio di San Venerio,
solo in epoca recente traslato una sola
volta all’anno nella chiesa protoromanica
di San Venerio, alla Spezia, per l’occasione
delle celebrazioni patronali (->La Spezia;
->Portovenere). A pochi passi da Aulla,
nell’antichissima stazione di Terrarossa (la
Rubra della vennate
del sec. Sec. VII, oggi comune di
Licciana Nardi), la via del torrente Taverone
porta invece al Malpasso (l’attuale Passo
del Lagastrello), anch’esso viatico antichissimo
per le lande emiliane. Poco distante
da Terrarossa, ma già nel comprensorio
di ->Villarfanca in Lunigiana, nella piana di
Fornoli, in località La Chiesaccia, troviamo
nei pressi un tempietto sconsacrato un
tratto originale della Via Francigena: quel
Via Aldo Buttini, 15 - Loc. Quercia
Aulla (MS)
tratto cela in sé la memoria del passo di
Dante.
Di questa storia grandiosa, almeno in
parte, si fa testimone il Museo di San
Caprasio, che infatti è pure “Museo
del Pellegrino”. Esso è stato costituito
nel 2009 per volontà dello stesso scopritore
del sepolcro, Riccardo Boggi.
percorso europeo della Via Francigena,
è pure sede di un Ostello. La struttura
ospita ogni anno migliaia di pellegrini di
passaggio alla volta di Roma: persone di
ogni estrazione ed età compiono a piedi
quel cammino di meditazione ed elevazione
di cui è testimone lo straordinario
Labirinto che si conserva nella Chiesa di
San Pietro a ->Pontremoli.
Ad Aulla si visita la Fortezza della Brunella
celebre capitano di ventura Giovanni
dalle Bande Nere. Nel 1920 fu acquisita
ai quali si deve l’intensa frequentazione
inglese di tutta l’Alta Val di Magra. Nel
1977 il maniero è stata acquisito dallo
la
che l’ha destinato a sede del Museo di
Storia Naturale della Lunigiana.
Buona la cucina tipica e l’ospitalità alberghiera.
Imperdibile, nella vicina frazione
di Pallerone, la visita del fascinoso e
complesso ->Presepe Meccanico.
BIBLIOGRAFIA
FRANCO BONATTI, I mille anni di Aulla nella
storia della Lunigiana: guida alla mostra documentaria,
Collana di ristampe e di nuove pubblicazioni
(n. 4), Aulla, Centro Aullese di Ricerche
e di Studi Lunigianesi, 1975, XXXI, 142,
Struttura inserita nel cuore del piccolo e
tranquillo borgo della Quercia, la cui posizione
strategica permette di vivere le molteplici
attrattive culturali e naturali della Lunigiana,
le suggestive città d’arte limitrofe o le vicine
località patrimonio UNESCO delle Cinque Terre.
Accommodation facilities situated at the
centre of the small, quiet hamlet of Quercia,
strategically positioned to enjoy the many
cultural and natural attractions in Lunigiana,
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Cinque Terre a UNESCO world heritage site.
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124
LA TOMBA SEGRETA DEL SANTO EUROPEO
Una leggenda popolare aullese voleva da sempre
Sepolcro del Santo Caprasio
sotto l’altare dell’Abbazia a lui dedicata. Sulla traccia
di questa tradizione fortissima lo storico Riccardo
Boggi dell’Associazione ‘Manfredo Giuliani’ per le
discepolo del fondatore Germano Cavalli, ha seguito
- per conto del Comune e della Parrocchia - le
ricerche archeologiche condotte per anni dall’Istituto
per la cultura materiale (ISCUM) sotto la guida di
Tiziano Mannoni ed Enrico Giannichedda. Nel 2003
la tomba del Santo, contenete
una rarissima cassa-reliquiario in
stucco, è emersa accanto ad una
tomba rinvenuta vuota ed ai resti
delle absidi delle chiese del secolo
VIII e IX. La tomba vuota, appartenete
alla chiesa del IX secolo,
aveva ospitato i resti del santo
appena giunti dalla Provenza che
saranno poi traslati in quella nuova
e monumentale subito dopo
l’ampliamento della chiesa nel se-
colo XI. Si è trattato senza dubbio di una
delle più importanti scoperte di archeologia
religiosa mai compiute nella Lunigiana
medievale. Oggi Riccardo Boggi è
Museo di San Caprasio e
le Reliquie del Santo, designato patrono
particolare dei pellegrini della Via Francigena
che attraversano la nostra Diocesi,
sono esposte alla venerazione dei fedeli.
Caprasio fu un monaco eremita. Guida
spirituale di Sant’Onorato, ispirò la diffusione
del monachesimo in Provenza
e morì nell’isola di Lérins, di fronte
a Cannes, nell’anno 433. Al di là della
sicura necessità di proteggere le sue
spoglie con una tomba monumentale,
resa inaccessibile dopo che le ultime incursioni
saracene intorno all’anno mille
avevano interessato anche Luni, si sa
che le reliquie furono portate ad Aulla
dalla Provenza dopo essere scampate
alla furia saracena sull’isola di Lérins.
Giunsero per volontà di Adalberto II,
marchese e duca di Toscana che aveva
sposato Berta di Provenza e volle con
San Caprasio dare prestigio all’abbazia
di famiglia fondata nell’anno 884. Si
comprende bene il motivo per cui, seco-
troubadour
informati intorno alla nostra regione: al
sepolcro di Caprasio a Aulla giungevano
da mezza Europa i pellegrini diretti
a Roma o a Santiago di Compostela,
pellegrini del cui passaggio restano a te-
proprio da pellegrini francesi.
All’interno dell’Abbazia negli scavi lasciati
a vista all’interno della grande abside,
sono ben visibili i due sepolcri con la
cassa-reliquiario che conteneva le sacre
spoglie. Sono riconoscibili anche le tracce
di due chiese più antiche: una conserva
parte di un pavimento in marmo realizzato
con elementi di epoca romana,
tra cui un’epigrafe risalente al I secolo;
l’altra è forse risalente ad un’epoca che
precede l’atto di fondazione dell’abbazia
dell’anno 884. Il Museo di San Caprasio
custodisce un interessante repertorio di
arredi e sculture ascrivibili ai secoli VIII e
XIII ed una importante collezione di monete,
sempre di epoca medievale. L’Abbazia
è tappa irrinunciabile di un percorso
storico-devozionale in Lunigiana.
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126
di Pallerone
LA RASSICURANTE NORMALITÀ
DEL PRESEPE
Durante tutto l’anno, ma soprattutto in occasione
del Natale, una visita ad uno dei più antichi
presepi meccanici, allestito nella piccola frazione
aullese di Pallerone, è davvero cosa buona e
giusta. Era il 1935 quando nei locali della cucina
e lavanderia dell’antico palazzo marchionale
della famiglia Malaspina, accanto alla chiesa di
San Tommaso Beckett, venne costruito questo
sistema ingegnoso usando materiali di scarto
come ruote di bicicletta, corde e il motore di un
ventilatore. Con il tempo, la passione del borgo
per il suo Presepe – che certamente alleviò le
pene della guerra – valse ad aggiungere nuove
scene, sempre realizzate in movimento.
Il Presepe di Pallerone, come lo vediamo oggi,
cominciò a prendere forma nel 1968, grazie
all’impulso dato al progetto dal geometra Silvio
Baldassini. Nel 1999 venne poi intrapresa
l’ultima ricostruzione, quella che ci permette
di ammirare un’opera unica nel suo genere: in
sette minuti ci mostra il passaggio del giorno
nire
che è il vero vanto dell’opera. Ampio circa
rante
il paesaggio delle Alpi Apuane, ben dieci
motori permettono di muovere oltre cinquanta
personaggi: la processione dei pastori con le
pecore, il boscaiolo che fa la legna, il fornaio
che vende il pane, il fabbro che batte il ferro,
la lavandaia che attende al suo bucato, il pescatore
che ritira la rete. Non solo: l’acqua corrente
del ruscello alimenta la cascata nel lago e
produce il roteare delle pale del mulino. L’ambiente
è quello tradizionale, con il villaggio di
Betlemme, il palazzo di Erode, il foro romano
con i cavalieri sulla biga. Con il calare del Sole,
arriva la stella cometa e si compie il miracolo
della nascita di Gesù.
La cultura del Presepe nacque dal genio devozionale
di San Francesco d’Assisi nella celebre
mangiatoia di Greccio (presso Rieti), il giorno di
Natale del 1223. L’anno prossimo prepariamoci
a celebrarne i primi 800 anni.
Il Presepe è innanzitutto Normalità, perché nella
scena rappresentata non c’è assolutamente
nulla di ‘innaturale’. “Normalità”, dunque,
dall’uomo, ma da un ente ad esso superiore
che diciamo “Madre Natura”. Nel Presepe ogni
cosa è al proprio giusto posto, cioè nel ruolo
che precisamente compete a ciascuna di esse,
ed il quadro di insieme che ne scaturi-
rezza,
di tranquillità e serenità. Il Presepe
è poi Universalità: come la Divina
Commedia, che muovendo su di una
piattaforma di Fratellanza Universale
eleva l’esperienza del Dante-personaggio
ad esempio per l’intera umanità,
così il Presepe, per il tramite del
Bambino, esprime concetti validi per
tutti gli uomini di Buona Volontà. I
termini del Buon vivere sono riassunti
con esemplare semplicità: la Famiglia
(il Padre, la Madre e il Bambino); il
calore del Focolare Domestico; l’Uomo
Nuovo (il Bambino); il rapporto con la
Natura (le pecorelle, ma anche la stessa
coppia Bue-Asinello); il riferimento
sicuro dei grandi Principi e delle
Virtù (la Stella cometa, cioè la “diritta
via” del grande padre Dante); e pure
il valore dell’Amicizia, con gli Ospiti
che sono “nobili” (“Re”, i Magi) poiché
vengono in fratellanza recando doni.
E ancora: il Pastore è il Precettore del
popolo, rappresentato dal gregge
delle Pecorelle, il quale introdurre il
concetto greco della Paideia, l’Educazione;
mentre il collega Pescatore è il
Missionario, cioè colui che si occupa di
sottrarre le anime di Buona Volontà
alle sirene ingannatrici del Mal Vivere.
Si comprende assai bene perché il
messaggio cristiano sia esploso soltanto
in seno alla cultura greco-celtico-romana
e come il tema dell’avvento
dell’Uomo Nuovo sia la sola ottica
corretta attraverso la quale la Cultura
Occidentale può essere compiuta-
Si comprende pure come sia del tutto
inaccettabile la mancanza di un preciso
riferimento ai valori inalienabili
espressi dal Cristianesimo nel Preambolo
della nascente Costituzione
Europea. Se tutto ciò è corretto, allora
la Sapienza del Presepe si pone a
fondamento della Città Ideale. Da qui
la proposta del Centro Lunigianese di
Studi Danteschi di fare del Presepe un
arredo permanente della Domus: un
angolo della casa sia sempre arricchito
di una sua preziosa riduzione e che
il Veltro sia sempre con noi.
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Altri tesori
Licciana Nardi: Anacarsi Nardi
128
Nella Val di Magra di area toscana si approfondisce
di seguito la sola storia di quei
comuni in cui essa risulta particolarmente
costruzione dell’identità lunigianese ed in
cui il valore delle emergenze artistiche è di
assoluto rilievo e di facile fruibilità.
Per esempio, non v’è dubbio che si abbia
a che fare con una grandissima perla
quando parliamo della Epigrafe di Leo-
dgar conservata presso la Torre di San
Giorgio a Filattiera, ma si tratta di un
sito attualmente non aperto al pubblico.
Sarà senz’altro cura dell’amministrazione
comunale provvedere al più presto a rendere
visibile un monumento del VII sec.
da annoverare senz’altro tra i più importanti
della storia lunigianese. Anche nel
Comune di Comano abbiamo l’Epigrafe
di Crespiano, un documento del Mille di
in Val di Magra
torna
SU
129
trova nei muri interni della canonica della
bellissima Pieve romanica, per cui è chiaro
che non la si può indicare tra le emergenze
propriamente “visitabili”.
Di Tresana abbiamo presentato sulla
guida alla Lunigiana Dantesca il pregevole
Bassorilievo di Ranieri Porrini, valente
studioso della storia del luogo. Di Zeri
si annoverano, tra le numerose frazioni
immerse in una natura incontaminata, le
molte .
Proponiamo invece le schede relative ad
alcuni singoli monumenti per Licciana
Nardi (il Monumento funebre di Anacarsi
Nardi); Casola in Lunigiana (i Capitelli
allegorici della Pieve romanica di Codiponte);
Fivizzano (il Busto di Giovanni
Fantoni) e Fosdinovo (l’Arca di Galeotto
Malaspina).
Anacarsi Nardi
130
IL PATRIOTA EROE DELLA
LUNIGIANA RISORGIMENTALE
Nella frazione di Apella, nel comune
di Licciana, in quella Lunigiana
montana dell’antico percorso di
valico di Malpasso, oggi Passo del
Lagastrello, nacque nel 1800 Anacarsi
Nardi. Di spirito liberale, il
giovane maturò ben presto uno
spiccato agone patriottico grazie
allo zio Biagio, che lo coinvolse a
Modena tra i congiurati di Ciro Menotti
nell’azione fallita dei moti del
’31. Quella volta andò loro bene,
pensarono molto male di prendere
parte all’ancora più fallimentare
spedizione dei Fratelli Bandiera.
Negli scontri a fuoco con l’esercito
borbonico trovò subito la morte Biagio,
mentre Anacarsi venne catturato
e quindi fucilato nel vallone di Rovito,
assieme ai promotori della rivolta, il 25
luglio del 1844.
Sepolto a Cosenza, le sue spoglie furono
traslate alla volta del comune natale,
dove giunsero il 2 ottobre del 1910.
Dal 1933 il comune di Licciana ha esteso
la propria denominazione aggiungendovi
il cognome del suo eroe.
Il monumento funebre di Anacarsi a
Licciana Nardi, opera intensissima,
è il capolavoro assoluto di Angiolo
Del Santo (1882-1938) (->La Spezia).
è ritratta a terra nell’atto di un ultimo
conato e proprio nella drammaticità
della contorsione agonica si realizza
l’intento dell’artista di allegorizzare l’e-
decenni dopo la morte di Anacarsi, la
piccola Licciana diede i natali a un altro
grande patriota, Alceste De Ambris
(1874-1934), estensore della Carta del
Carnaro, la Costituzione di Fiume voluta dal
d’Annunzio che ispirò non poco i Padri Costituenti
della Repubblica.
131
132
IL MEDIOEVO IN IMMAGINI
La Pieve dei Santi Cornelio e Cipriano
a Codiponte, nel comune di Casola
in Lunigiana, è uno dei templi romanici
più importanti di Lunigiana. L’impianto
attuale è databile al XII secolo
in secoli ben più profondi. La pianta
è basilicale, con tre navate rivolte a
tra
arenaria poste a sostegno di archi
a tutto sesto.
L’apparato scultoreo dei capitelli è di
grande importanza, con soggetti tipici
del medioevo europeo ancora in fase
di analisi da parte degli studiosi come,
ad esempio, la sirena bicaudata, che,
-
gura del pesce (in lingua aramaica è
l’acronimo del Cristo, dunque simbolo
di Salvezza) e l’àncora (che nella metafora
marinara è simbolo di sicurezza,
dunque, di Fede).
Da non perdere, sulla parete di fondo
della navata destra del tempio, un trittico
tardo medievale con al centro la
Vergine in trono con il Bambino, alla
destra i Santi Cornelio e Cipriano e
a sinistra l’immagine del Volto Santo
(->Ameglia). La “Via del Volto Santo”
passa anche di qua.
133
134
Giovanni Fantoni
L’ILLUMINISMO A FIVIZZANO
Giovanni Fantoni, da Fivizzano (1755-
1807) è l’esponente principe del puro
Neoclassicismo in Lunigiana. Nato da
famiglia nobile, viene in gioventù avviato
al seminario. Matura ben presto uno
spirito anticlericale e ne viene escluso.
Vive dunque una giovinezza scapigliata
e libertina, il che non gli impedisce di
essere accolto nell’Accademia della Crusca
e nell’Accademia dell’Arcadia, dove
entra con il nome di Labindo. La famiglia
non gli fece mai mancare il proprio appoggio:
lo troviamo dapprima apprendista
nella Segreteria di Stato di Firenze,
poi iscritto all’Accademia Reale di Torino
da cui esce come sottotenente. Ma l’inquietudine
lo conduce a Napoli, grande
centro dell’Illuminismo, dove entra in
massoneria e matura quelle idee giaco-
Carducci di Levia Gravia. Pervaso di
eroismo foscoliano, nel 1796 fu tra i
partecipi ai moti di Reggio e di Bologna,
mentre nel 1800 si unì ai genovesi
nella città assediata dagli Austriaci.
La sua opera maggiore sono le Odi,
uscite in varie edizioni. A lui si deve l’idealizzazione
dantesca del castello di
Fosdinovo, dove una stanzetta posta
in una torre in realtà del XVI secolo divenne
ben presto la “Stanza di Dante”.
Morì nella sua Fivizzano nella stessa
camera dove nacque soli cinquantadue
anni prima.
BIBLIOGRAFIA
AMEDEO BENEDETTI, La fortuna critica di
Giovanni Fantoni, “Lunezia”, Milano, n. 6, settembre
1995.
135
136
I MALASPINA E GLI SCALIGERI
Nella chiesa di San Remigio, posta nel
cuore del borgo storico di Fosdinovo, si
conserva l’arca sepolcrale di Galeotto I
Malaspina (? – 1367), il primo marchese
di Fosdinovo per concessione dell’imperatore
Carlo IV datata 1355.
Fu nipote di Spinetta il Grande, Signore
di Fosdinovo dal 1340-1352, colui che
tentò l’impresa impossibile (infatti fallita)
di dar vita ad una Signoria malaspiniana
in Lunigiana.
Il sepolcro fu commissionato nell’anno
stesso della morte del marchese ad uno
scultore di presumibili origini scaligere.
Galeotto, infatti, esercitò l’incarico di
giudice a Verona e il sarcofago è inquadrato
da un arco a tutto sesto sormontato
da una cuspide gotica con lo stemma
dei Malaspina intrecciato con quello
dei Della Scala, una famiglia le cui arche
sono famose in tutto il mondo.
Il monumento è splendido: Costituito
da un’edicola in marmo bianco con rosone
e da un sarcofago sul quale riposa
quattro scene in bassorilievo in cui Galeotto
riceve l’investitura a Cavaliere alla
presenza della Vergine, del Cristo, e dei
santi Giovanni il Battista, Antonio e Giacomo
Apostolo, cioè i santi titolari dei
principali ordini cavallereschi del Medioevo.
Del personaggio una lunga epigrafe
in latino celebra il profondo senso della
Giustizia, poi riassunto in un motto in
volgare: «Portò la giustizia che regge il
mondo, se non ci fosse giustizia il mondo
non reggerebbe», di chiara matrice
platonica.
137
CINQUE TERRE & RIVIERA
Tra bellezze abbaglianti e grande Letteratura
138
Ormai non c’è più bisogno di grandi
presentazioni: le Cinque Terre sono diventate
una vera icona mondiale, oggi
celebrata anche dalla Disney con un
cartoon ambientato tra le strade e gli
Tutto questo si deve soprattutto al
creatore del Parco Nazionale, Franco
Bonanini, ma pure a Mario Andreoli, un
semplice ferroviere che quando nell’ormai
lontano 1961 ideò il Presepe Lumininoso
di Manarola neppure lui avrebbe
potuto immaginare che quell’opera
sarebbe diventata il più grande e famoso
presepe del mondo.
Ma è tutta la riviera spezzina, che da
di Tramonti e del Muzzerone a rappresentare
un vero unicum, tanto che questa
è terra di poeti: poeti da Nobel. Qui,
tra la contemplazione arida del «rivo
strozzato che gorgoglia», del «sole che
abbaglia» e dei miraggi suggeriti dal
«palpitare lontano di scaglie di mare»
(Eugenio Montale, Ossi di seppia, 1925,
poesie varie) emerge comunque la percezione
di una terra vivissima, dove il
vento «reca messaggi» e quello stesso
rito»
(Vincenzo Cardarelli, Liguria, ca.
1928).
cientemente
ricordato, parla di Liguria,
certo, la quale pare essere tutta «una
terra leggiadra» dove «è gigante l’ulivo»,
ma quella visione lui la coglie da
Vernazza, il borgo dove soleva passava
le estati giovanili e dove, meglio che
altrove, poteva vedere le chiese «come
navi disposte ad esser varate».
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140
È la Liguria una terra leggiadra,
il sasso ardente, l’argilla pulita
s’avvivano di pampini al sole.
È gigante l’ulivo. A primavera
Ombra e sole s’alternano
per quelle fonde valli
che si celano al mare,
per le vie lastricate
che vanno in su, fra campi di rose,
pozzi e terre spaccate,
costeggiando poderi e vigne chiuse.
In quell’arida terra il sole striscia
sulle pietre come un serpe.
Il mare in certi giorni
Reca messaggi il vento.
Venere torna a nascere
O chiese di Liguria, come navi
disposte a esser varate!
O aperti ai venti e all’onde
liguri cimiteri!
Una rosea tristezza vi colora
che marcisce, la grande luce
si va sfacendo e muore.
Lenta e rosata sale su dal mare
la sera di Liguria, perdizione
di cuori amanti e di cose lontane.
Indugiano le coppie nei giardini,
come tanti teatri.
Sepolto nella bruma il mare odora.
Le chiese sulla riva paion navi
che stanno per salpare.
E in quella magica Vernazza, nei medesimi
anni, passava le estati anche Ettore
Cozzani (1884-1971), il grande genio
della spezzinità con Ubaldo Mazzini. Le
sue migliaia di versi, profusi in sestine
di endecasillabi ne Il poema del mare
(1928) ci hanno trasmesso un amore
profondo, ancestrale, per la ricchezza
estrema di questo lembo di terra baciato
dal fato.
[…]
Tutti fummo per te: frementi e indocili
Come mandre selvagge, i monti ai piani
Si urtavano con le tonanti voci,
lungo l’acque sconvolte che i vulcani
arrossavan di vampe, e nelle schiume
ti calmasti; e anche i monti: e dentro l’ombra
delle nuove costiere, un palpitìo
d’atomi, più vago e lieve che ombra
del nulla ti commosse, e dentro un velo
eran nate le Forme […]
[…]
alba stupenda, e vagol, cantando
di riva in riva, lenta, una sirena:
chiamava i bimbi, e meglio, col suo blando
riso, li seduceva acerbi e belli,
con gli occhi immensi e selve di capelli.
[…]
Le sgorgaron dal mar tante sorelle
quante onde, e ognuna prese un bimbo in seno:
ed eran così rosee, bionde, snelle,
che il terror dei bimbi fu un baleno:
s’immersero: guizzarono le code
d’argento al fondo, e sparvero le prode.
[…]
Anche adesso, angosciati prigionieri,
tentan fuggir dai freddi polipai;
ma il pescator che ruba ai fondi neri
spugne e perle, e non resta un poco, mai,
vede manine, occhietti, e qualche bocca:
ma li crede coralli, e non li tocca.
141
E che dire, poi, dei pittori? A Riomaggiore,
nella seconda metà dell’800, il macchiaiolo
Telemaco Signorini riscopriva le CInque Terre
dopo alcuni secoli di vero isolamento e ne
descriveva un ambiente quasi “primitivo”. In
seguito sappiamo che Antonio Discovolo,
grande amico di Ettore Cozzani, insegnava
al sodale a riconoscere addirittura anche il
colore viola nelle vaste e magiche trasparenze
delle distese marine.
Ma molto prima dei contemporanei ci furono
quattro giganti che trattarono di questi
splendidi lidi. Si tratta nientemeno che di
Salimbene da Parma, Dante, Petrarca e
il Boccaccio, i quali fecero tutti riferimento
ad un vino che al tempo solo qui si produceva:
la Vernaccia. Ebbene, Salimbene pare
distinguere curiosamente questo nettare (il
cui nome dice originario del borgo di Ver-
142
nazza) dalla produzione generale
tipica della zona: «Et
ibi prope vinum de Vernaccia
habetur, et vinum terrae illius
optimum est»: Vernaccia
e “vinum terrae” paiono essere
cose diverse. In Dante
troviamo la Vernaccia come
l’unico vino che il poeta abbia
mai nominato in tutta
la sua opera monumentale:
siamo in Pur XXIV (vv. 23-24),
tra i golosi, dove si dice che
purga
per digiuno l’anguille di Bolsena/e
la vernaccia. L’intera critica
attribuisce il passo all’ottimo
bianco delle Cinque
Terre, vino in cui Martino IV
sarebbe stato dunque solito
far macerare le anguille
del lago di Bolsena, ma se si
fosse davvero trattato di un
semplice vino bianco, non se
ne poteva scegliere un’altro
qualsiasi? Ci voleva proprio
quello delle Cinque Terre? Il
Boccaccio, da parte sua, nel
Decamerone, di Vernaccia immagina
addirittura scorrere
-
cativo “Paese di Bengodi” (VIII III) e in altra novella fa ristorare
un abbattuto Abate di Cluny con un gran bicchiere di
«Vernacia da Corniglia» (X II): non si comprende come il
prelato avrebbe potuto essere sollevato da un semplice
altra contrada d’Italia, quando l’idea d’un rosolio, d’un
vero toccasana, d’una bevanda, cioè, capace “di risvegliare
anche i morti”, come si usa dire nella tradizione popolare,
sarebbe stata certo molto più conforme alla scena. Non
a caso, secoli dopo, Eugenio Montale avrebbe detto dello
Sciacchetrà che «bevuto sul posto, autentico al cento per
cento, supera di gran lunga quel farmaceutico vino di Porto».
Insomma, solo di un vino liquoroso se ne può imma-
il Petrarca, mosso sulle orme di Dante lungo quell’itinerario
che metteva «da Lerice a Turbia» (Pur III 49) alla volta
della Francia, ci testimonia con chiarezza, nei versi latini
dell’Africaso
e sui gioghi di Corniglia, ovunque celebrati per il dolce
torna
SU
vino», allora la dimostrazione è compiuta:
la Vernaccia è davvero lo Sciacchetrà,
il classico passito delle Cinque Terre, il
quale assunse evidentemente la denominazione
moderna quando quelle lande
darono
in un vero e proprio isolamento
rotto soltanto da legami con i mercanti
genovesi che facevano la spola stagionale
sui loro barconi commerciali.
Come si è visto, la riviera lunigianese è
un pozzo inesauribile di Arte e di Natura
e non c’è nulla di più intenso dell’andare
per i suoi sentieri – sparsi tra i vinali, ma
anche immersi nel verde, a monte sul crinale
o sui colli interni di Levanto, di Deiva
Marina e Bonassola –declamando ad alta
voce i versi dei suoi cantori immortali.
Tuttavia, si può anche godere dell’immersione
nel silenzio meditativo lungo
la Strada dei Santuari, che si chiama-
profonda unità che lega da sempre il de-
rinari,
la cui origine non può essere solo
“medievale”: se è vero che le più remote
attestazioni scritte appartengono al sec.
in secoli ben più profondi se è altrettanto
vero che Vernazza e la sua frazione
Vulnetia
Cornelia Cosmographia nonimo
Ravennate che data al VII sec. Il
nome Cinque Terre, invece, lo si trova per
la prima volta nella Descriptio Orae Ligusticae
dell’umanista sarzanese Giacomo
Bracelli, nell’edizione del 1448.
143
RIOMAGGIORE (Sp)
Il Rosone degli Evangelisti e
Scheda
del borgo
144
Circa l’origine dei borghi delle Cinque Terre
si legge di tutto e di più. Ma il nome di
romano, derivato da una Gens Cornelia,
cioè l’antica famiglia proprietaria del fon-
risulta avvallata dal rinvenimento in Pompei
di antiche anfore vinarie marchiate
Cornelia.
Se tutto questo è vero, allora l’errore grossolano
è l’attribuzione – come si legge
spesso – di un’origine medievale ai terrazzamenti
della costiera. Comunque sia,
Dante, nel suo viaggio via mare alla volta
della Francia (->Lerici), dovette aver visto
i terrazzamenti già perfettamente strutturati
se cita il vino della Vernaccia (il celebre
Sciacchetrà), peraltro già celebrato alcuni
decenni prima da Salimbene da Parma
(->Cinque Terre). Anzi, si può benissimo
pensare che sia stato proprio quel gran-
dioso sistema a gradoni ad avere suggerito
al Sommo l’idea delle costiere liguri a
strapiombo sul mare come comode scale
al confronto del colossale basamento del
monte del Purgatorio (Pur III 49-51)!
cisamente
al 1251, quando gli abitanti del
distretto di Carpena (nel comune di Riccò
del Golfo) giurarono fedeltà alla Repubblica
di Genova. Al XIV secolo si fa risalire
invece la costruzione della parrocchiale di
San Giovanni Battista. Sappiamo, però, che
quando il pittore Telemaco Signorini (1835-
1901), maestro dei Macchiaioli, nel 1860 si
imbatté in questo borgo, descrisse un am-
per alcuni secoli l’intera costiera delle Cinque
Terre era caduta in un singolarissimo
isolamento. Gli unici contatti furono tenuti
probabilmente dai mercanti genovesi che
venivano qui a rifornirsi, coi loro barconi,
di pesce, vino e olio.
zazione
della ferrovia La Spezia - Sestri
Levante, inaugurata nel 1874. Da allora
tutte le Cinque Terre hanno ispirato una
produzione artistica veramente eccezionale.
Riomaggiore, in particolare, con la
sua consorella Manarola, trovarono rappresentazioni
in Pittura nelle prime sperimentazioni
di trasparenze marine operate
da Antonio Discovolo (1874-1956) e da
-
(1917-1999). In Poesia, invece, quei paesaggi
straordinari sono da rintracciare
nelle sestine appassionate del Poema del
Mare di Ettore Cozzani (1884-1971), nelle
liriche struggenti di Vincenzo Cardarelli
(1887-1859) e nell’essenzialità dei celeberrimi
Ossi di Seppia del Premio Nobel Eugenio
Montale (1896-1981).
I sensi di tutta questa straordinaria produzione
rappresentano ciò che vale davvero
la pena di ricercare in questi luoghi. Osservare
i vinali a picco sul mare scendendo
dall’alto del Sentiero Verde (quello di crinale:
una sorta di Alta Via della costiera), o
ammirarli passeggiando per il romanticissimo
Sentiero Azzurro (di cui la tratta Riomaggiore-Manarola
è conosciuta in tutto
il mondo come la Via dell’Amore), è il senso
autentico di una visita in questa prima
tratta delle Cinque Terre. Passeggiare fra
della macchia mediterranea, mettersi tra
le vigne e gli ulivi secolari, sostare presso
baglia,
e osservare l’immensità del mare,
che in certi giorni rivela la Corsica come
fosse a due passi da lì, costituisce un insieme
di esperienze indimenticabili.
Ma anche gli stessi borghi sanno regalare
molto, con la magia dei loro carugi (le vie
strette tra una casa e l’altra) e con i meravigliosi
->Rosoni delle chiese. Quando poi
si scopre che il genio visionario di un pensionato
delle Ferrovie dello Stato ha saputo
fare di un’intera collina il ->Presepe luminoso
di Manarola, allora molto bene si
avverte che non solo la Natura, ma anche
la Creatività qui è una vera imperatrice.
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Il Rosone degli Evangelisti
146
UN’OPERA ORIGINALE DEL ‘300
La chiesa parrocchiale di Riomaggiore è dedicata a
San Giovanni Battista. Realizzata dai Maestri Antelami,
fu concepita a pianta basilicale, a tre navate,
su commissione di Antonio Fieschi, vescovo di
Luni. La costruzione risale al 1340, come riportato
ma la facciata, in stile neogotico, è il frutto di una
ristrutturazione del 1870 operata, si dice, in seguito
ad un crollo subìto. Le stature dei Quattro Evangelisti,
che adornano in perfetta simmetria il piano
del rosone assieme a due belle
bifore, risalgono probabilmente
al 1903, data iscritta nel basamento
del grande San Giovanni
Battista posto sulla sommità
della facciata medesima.
Il pregevolissimo Rosone, anch’esso
in marmo bianco di Carrara,
è invece ancora l’originale
del periodo di costruzione, una
vera gemma della prima metà
del sec. XIV. Data la simmetria
prodotta dalle statue ottocentesche
lo si indica qui come il
Rosone degli Evangelisti per
meglio distinguerlo dagli altri
pregevolissimi che adornano le
facciate delle maggiori chiese
delle Cinque Terre.
All’interno del tempio sono da
ammirare altre preziosità, tra
cui un San Giovanni dipinto attribuito
al sarzanese Domenico
Fiasella (1589-1669), massimo
esponente del barocco in Lunigiana
e tra i maggiori membri
della scuola genovese.
IL PRESEPIO PIÙ FAMOSO
DEL MONDO
Se Monterosso è famosa nel mondo
per il suo Montale, se Vernazza lo è
per avere dato il nome al vitigno (autoctono)
della Vernaccia (che soltanto
in seguito fu portata in Toscana) e per
il vino omonimo che sappiamo essere
lo stesso Sciacchetrà, Manarola – frazione
appartenente al comune di Riomaggiore
- deve la propria fama al suo
straordinario Presepe Luminoso.
L’intera collina sovrastante il borgo
marinaro, detta delle Tre Croci, era
un tempo caratterizzata proprio dalla
chiara rappresentazione del Golgota.
Da qui la geniale intuizione di Mario
Andreoli, oggi ultranovantenne, ex
addetto delle Ferrovie dello Stato,
di allestire un presepe luminoso su
quella sommità utilizzando materiale
di fortuna e mettendo a disposizione
(per anni) la propria utenza elettrica.
Era il lontano 1961 e oggi, con la LX
-
nale collaborazione del CAI della Spezia,
l’intera sommità del monte, arricchita or-
lampadine, si illumina dando vita (al pari
della Madonna Bianca di Portovenere) ad
uno degli spettacoli più suggestivi al mon-
anche le navi da crociera ormai considerano
irrinunciabile una sosta per ammirare
quella straordinaria rappresentazione
e se le Cinque Terre sono diventate dal
1997 Patrimonio dell’Umanità UNESCO, in
parte lo si deve senz’altro anche a questa
referenza veramente eccezionale.
Mario Andreoli non ha ancora ricevuto
il riconoscimento che merita. Il Centro
Lunigianese di Studi Danteschi, consapevole
dell’importanza dell’esaltazione del
Presepe da lui compiuta, gli ha conferito
il Premio ‘Pax Dantis’ nel 2015, ma la sua
invenzione è degna del Premio Nobel per
la Pace. In questo mondo infame una simile
attestazione non gli arriverà di certo,
ma Mario Andreoli è già nella Storia, quella
vera: quella dell’Olimpo dei Giganti.
147
MONTEROSSO
AL MARE (Sp)
Scheda
del borgo
148
Con il suo promontorio di
Punta Mesco il borgo di
Monterosso al Mare definisce
la fascia più occidentale
delle Cinque Terre.
Il paese è diviso in due parti,
separate da uno sperone
di roccia attraversato
da un breve tunnel: la parte
nuova è quella detta di
Fegina, che si fregia della
grande spiaggia sabbiosa
e della stazione ferroviaria;
l’altra è il Borgo antico, caratterizzato
dal fascino inestinguibile
del suo sistema
di piazzette e carugi tipicamente
liguri.
A Fegina troviamo la ->Sta-
LA BARCACCIA
Ristorante - Pizzeria
tua del Gigante e la Villa Montale,
dove il Premio Nobel trascorse le
estati di tutta la sua gioventù. Nel centro
storico, invece, spicca il ->Rosone
della Chiesa di San Giovanni Battista,
un eccezionale esempio di merletto
eseguito con il marmo; inoltre,
salendo al complesso conventuale dei
Cappuccini si possono ammirare una
Crocifissione attribuita al Van Dyck e
la pregevole statua bronzea del ->San
Francesco con il lupo.
Sul crinale, sulla strada di valico che,
proseguendo, indirizza in Val di Vara,
sta il Santuario di Soviore, il più antico
santuario mariano della Liguria,
con la sua antica ->Icona a dominare
dall’alto sull’intera stazione marinara.
La storia di Monterosso ricalca quella
degli altri borghi delle Cinque Terre.
Di origine probabilmente molto più
antica, al pari di Vernazza e Corniglia,
la prima attestazione scritta è datata
al 1056, quando Guido degli Obertenghi,
figlio di Adalberto II, effettuò alcune
donazioni «in loco Monte Russo».
A Monterosso è tradizione storica
la conservazione delle Acciughe in
salamoia. Un fiorente commercio è
attestato addirittura con il Piemonte
attraverso la cosiddetta “Via del Sale”,
strada di profonda memoria malaspiniana,
dove se ne faceva incetta per
la preparazione delle celebri acciughe
in salsa verde. Famosa era la Pesca
notturna con le lampare, strumenti alimentate
ad acetilene, un’arte cantata
anche da Eugenio Montale in una lirica
assai celebrata: «[…] dai gozzi sparsi
palpita l’acetilene.» (da Arsenio, in Ossi
di seppia, II ed., 1928). Una nota di
puro folklore: se il pescatore è duro
mestiere da uomini, la vendita dei
prodotti era invece demandata esclusivamente
alle donne del paese.
Proponiamo una cucina espressa creata
con portate tipiche della tradizione ligure
dall’antipasto al dolce. Da non perdere nel
menù “La Barcaccia” di paccheri, piatto
simbolo del locale, senza trascurare la
pizza con impasto di farina macinata a
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150
LA DOPPIA FACCIA DEL FIORETTO
La bellissima statua di San Francesco e il
lupo, una delle più mirabili tra quelle dedicate
al Patrono d’Italia, si trova nel conte-
termine della passeggiata panoramica che
dal borgo antico di Monterosso conduce al
Convento dei Cappuccini. La vicenda oggetto
della scena artistica è quella narrata
nel capitolo XXI de I Fioretti di San Francesco:
di fronte al Santo il temibile lupo di
Gubbio d’un tratto si ammansì. Il monumento,
in bronzo, è opera dello scultore
monzese Silvio Monfrini (1894-1969) ed è
movente
è «dicer poco» per chiunque
sia dotato di un minimo di sensibilità:
l’atteggiamento del lupo, che si avvicina
con la testa al Santo, chino verso di
lui con la mano aperta, è di quelli che
toccano le corde dell’anima, perché
richiama il naturale atteggiamento di
paterna. È la scena idilliaca del Mondo
ideale in cui sarebbe troppo bello vivere,
un capolavoro che, non a caso, vede
salire per una foto migliaia e migliaia di
turisti ogni anno, letteralmente ammaliati
sia dal luogo, sia da quell’atmosfera
intensissima votata alla meditazione e
alla preghiera. Ma la rappresentazione
di un consorzio universale dove il lupo
convive con l’agnello non è cosa di questo
mondo: è un caso limite ideale.
È la stessa arte letteraria dell’Età di Mezzo,
strutturata su diversi livelli di interpretazione,
come molto bene ci ammaestra
il grande padre Dante, a suggerire
la necessità di ulteriori letture sapienziali,
non precisamente paradisiache.
Così la leggenda richiama senz’altro
anche al deserto islamico, dove Francesco
si recò nel tentativo di convertire il
interpretata l’altra immagine leggendaria
di Francesco, quella in cui lo sappiamo
intento a parlare con gli uccelli; parlare
“con la lingua degli uccelli”, infatti,
linguaggio allegorico che solo i grandi
maestri sanno intendere.
Quella stessa lingua che, secoli dopo,
l’eroe designato scoprirà con grande
meraviglia di saper comprendere nel
bosco sacro di cui al secondo atto del
Sigfrid, la terza parte della formidabile
tetralogia dell’Anello del Nibelungo di Richard
Wagner. San Francesco e Wagner:
un rapporto del tutto inedito. Ma l’Europa,
la vera grande profonda invincibile
Europa, è tutta raccolta entro questi
due limiti apparentemente opposti: il
Santo e l’Eroe. Come dire: l’essenza dei
Cavalieri Templari. Sopra tutti aleggia
Dante, il semidio pervenuto alla sintesi
suprema, che oggi ci richiama all’ordine:
è giunto il tempo di nuovi Eroi.
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152
Il Rosone ornato di
San Giovanni
Battista
L’ARTE DI FAR MERLETTI
CON IL MARMO
La parrocchiale di Monterosso,
dedicata a San Giovanni Battista,
è un bell’esempio di gotico
genovese. La struttura interna è a
pianta basilicale, dunque con partizione
a tre navate. Le pareti sono
divergenti in direzione del coro, il
che conferisce maggiore imponenza
al presbiterio.
Una delle colonne (la seconda del
colonnato di sinistra) reca incisa
in caratteri medievali la durata del
cantiere di costruzione del tempio:
dal 1244 al 1307.
Da notare, all’interno, il fonte battesimale
del 1360 e una tela della
Madonna del Rosario della scuola
di Luca Cambiaso.
Dal sagrato fa splendida mostra
di sé l’eccezionale Rosone centrale
traforato in marmo bianco. Posto
ad impreziosire l’intera facciata, è
opera somma attribuita a Matteo
e Pietro da Campiglio.
Si tratta di uno dei massimi esempi
di gotico ornato, in cui la maestria
degli artisti ha prodotto un
vero e proprio lavoro di merletto
su marmo. Dal bottone centrale
si irradiano diciotto colonnine, alternate
tra lisce e tortili, da cui si
dipartono altrettanti archetti trilobati
intrecciati. Cingono la raggera
ben 53 cerchietti diversamente
lavorati e tutto questo insieme è
iscritto in un sistema di tre circonferenze
maggiori, di diversa grandezza
e livello, che gli fa da degna
cornice.
Tre livelli e poi l’apoteosi del Rosone.
Come dire, i Tre Regni e
poi il trionfo della Visio Dei, cioè la
stessa struttura della Divina Commedia.
Che però doveva ancora
essere scritta.
153
PIÙ
INFO
154
Il Gigante
Il
M
assimo
della
F
ocaccia
L’ETERNA CLASSICITÀ
DEL NETTUNO FERITO
La statua del Nettuno, dal popolo
battezzata Il Gigante, è ciò che resta
di un’imponente opera in cemento
armato apposta come parte integrante
dello sperone di roccia che
verso occidente delimita la spiaggia
di Fegina. Realizzata nel 1910 dallo
scultore Arrigo Minerbi (1881-1960)
- artista prediletto di Gabriele D’Annunzio,
di cui realizzò nel 1938 la
maschera mortuaria in marmo – la
chiello
del progetto megalomane di
Giovanni Pastine, ricco e ambizioso
avvocato originario di Monterosso
ma discendente di una famiglia che
aveva fatto fortuna in Argentina. Ironia
della sorte, la sua villa sfarzosa
andò distrutta nel corso di un bombardamento
della II Guerra Mondiale
ed anche la statua del Nettuno subì
dei danni ingenti: oggi appare monca
e priva della grande conchiglia che
dal giardino della casa si faceva sontuosa
balconata sul mare.
Il Gigante era alto 14 metri e pesava
170 tonnellate. Di gusto decisamente
kitsch nella sua espressione originale,
oggi, immerso in una fascinosa vetustà,
appare un capolavoro di quel
periodo classico cui richiama direttamente
la sua stessa mitologia.
Quando i nuovi proprietari del fondo,
nel dopoguerra, pensarono di abbatterlo,
trovarono la fermissima opposizione
di tutto il paese nonostante
oggetto di scherno generale. Non fu
esente di critica lo stesso Nettuno, che
si prese gli strali del giovane Montale
per avere visto distrutta, anziché recuperata,
quell’antica Casa dei Doganieri
(in realtà molto idealizzata) che
il poeta aveva eternato in una delle
sue liriche più felici (La casa dei doganieri,
1930, in Le occasioni, 1939).
Dal 2009 Massimo e Daniela, insieme al loro
staff, preparano ogni giorno, con passione,
come piccoli pandolci genovesi, baci di dama,
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Nostra Signora di Soviore
156
LA PIETÀ DEL PIÙ ANTICO
SANTUARIO MARIANO LIGURE
La tradizione vuole che all’avvicinarsi delle
orde di Rotari, nel lontano 629, la popolazione
dell’interno, fuggendo verso il mare,
abbia sepolto una statua lignea della Madonna
onde sottrarla alla furia iconoclasta
del barbaro. Dopo oltre un secolo, intorno
al 740 (la stessa età cui si riferisce la Leggenda
Leboinica, ->Ameglia), la statua tornò
alla luce. Lo attestano documenti del sec.
XII che confermano la nascita di una festa
della Madonna a Soviore ben quattro secoli
prima. Accadde che un sacerdote di
Monterosso, impegnato in una battuta di
caccia, vide all’alba una colomba bianca insistere
stranamente su di una casupola diroccata,
come a volergli indicare qualcosa.
Seguendola all’interno della costruzione
vide che compariva e scompariva sotto
terra senza che vi fosse alcun passaggio
e sul punto in cui avveniva il prodigio
si emanava un profumo dolcissimo.
L’indomani, con l’aiuto di alcuni fedeli, il
parroco si mise a scavare e si rinvenne
l’immagine santa. Cercando di prendere
la reliquia, i presenti si accorsero che
ciò non era possibile e restò per un certo
tempo in quel luogo quale oggetto di
devozione e pellegrinaggio, già fonte di
a quando, una mattina, con enorme sorpresa,
la si vide su di un castagno posto
un poco più in alto.
I fedeli la riportarono più volte nella casetta
orginaria, ma puntualmente la mattina
successiva la Vergine era di nuovo
sopra il castagno. Il popolo, allora, comprese,
che la Madonna avrebbe dovuto
restare nel posto che Lei stessa si era
scelta, così sull’area indicata, in quello
stesso VIII secolo, sotto il regno cristianizzato
di Liutprando e all’atto della nascita
di Carlo Magno, padre di un impero che
co
santuario mariano di Liguria. Le mura
perimetrali di quel primo impianto sono
state rinvenute nel corso degli importanti
scavi archeologici compiuti. Dal 1999,
grazie al grande restauro giubilare, le
vestigia antichissime sono rese visibili
ai fedeli attraverso grandi vetri apposti
sul pavimento della chiesa attuale.
Il santuario, citato in un documento del
1225, ebbe un notevole sviluppo all’epoca
della Peste Nera (1348), quando
fu adibito a ricovero per i pellegrini
corso del XVIII secolo. A far data dall’11
maggio del 1974 N.S. di Soviore è Patrona
della Diocesi di Spezia, Sarzana
e Brugnato, divenendo il luogo di culto
più importante dell’intero comprensorio.
Posizionata in seno ad una sontuosa
cornice marmorea barocca, N.S. di
Soviore viene traslata a Monterosso
nel corso dei soli anni giubilari per la
venerazione degli abitanti del paese.
L’icona lignea oggi venerata non può,
però, essere l’originale, perché ciò
che si conserva è un’opera di fattura
trecentesca e di scuola chiaramente
nordica. Si tratta comunque di un capolavoro
assoluto. Pur essendo una
Pietà (la Vergine tiene infatti il Cristo
morto sulle ginocchia), non si ha a
che fare con una Addolorata, perché
proprio come in Michelangelo (di cui
quest’opera è evidente anticipazione),
na
sospensione, come in un quadro
di Vermeer: Ella, annunciatrice della
Resurrezione, attende che il Figlio si rianimi
da un momento all’altro. In attesa
che si compia il nostro destino, noi
tutti siamo sospesi alla stesso modo.
Siamo di fronte ad uno dei massimi
esempi del canone renano delle
Schœne Vesperbild (‘Belle Pietà’), ma la
descritta nello splendido bassorilievo
posizionato sull’ingresso gotico della
chiesa, proprio sotto l’arco ogivale:
in marmo bianco di Carrara, di autore
sconosciuto, questo cammeo, che
dovette essere apposto nell’occasione
della ristrutturazione del XVIII secolo,
illustra una posizione delle braccia e
delle mani della Vergine in modo ormai
fedelissimo rispetto all’insuperabile
soluzione michelangiolesca.
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LEVANTO (Sp)
Scheda
del borgo
158
La recente scoperta di un frammento di Statua-stele in
Levanto (2020), subito preso in carico dal Museo delle
Statue-stele di ->Pontremoli, ha confermato l’omogenei-
giana.
Anche la costiera ultima di Levante, come la Val
di Vara e lo stesso Golfo dei
Poeti, è parte integrante della
regione detta “Lunigiana
Storica”.
Dell’antichità levantese si
sa solo di un borgo di Ceula,
posto più in collina, con tutta
probabilità l’attuale frazione
di Montale. L’antico nucleo,
le cui origini si suppone affondino
all’epoca romana,
è tradizione che sia stato
convertito al Cristianesimo
da San Siro, primo vescovo
di Pavia, ed è proprio a quel
santo che è intitolata la Pieve
di Ceula-Montale.
Il primo documento in nostro
possesso inerente Levanto è
un atto di fedeltà alla Repubblica
di Genova sottoscritto
nel 1132 dalla famiglia dei Da Passano,
vassalli dei Malaspina. Successivamente,
il diploma del Barbarossa del 1164 conferma
la presenza del borgo tra le pertinenze
feudali concesse a Obizzo Malaspina
il Grande.
Al dominio dei marchesi Malaspina si
devono il Castello di San Giorgio e la
grande Cinta Muraria che ancora oggi,
quasi integra, fa bella mostra di sé (sec.
XIII). Del perimetro difensivo fa parte la
romantica Torre dell’Orologio, assai
cara ai levantesi. Di quella stessa epoca
lontana la città conserva con orgoglio
anche la preziosità della ->Loggia comunale.
Sono, invece, testimonianza del
->Grottesche.
Levanto è una splendida località turistica,
buona per tutti i gusti. Con la sua Punta
Mesco rientra nel Parco Nazionale delle
Cinque Terre e della sua Riserva Marina;
il suo lunghissimo spiaggione sabbioso
è una delle mete preferite degli amanti
del Surf; le antiche gallerie della ferrovia
ottocentesca costituiscono un bellissimo
itinerario ciclistico e pedonale e il centro
cittadino, comodo da raggiungere, resta
tranquillo e a misura d’uomo anche nel
pieno della stagione estiva. Fascinosa la
Villa Agnelli, il cui grande parco dà sulla
Passeggiata a mare di Levante, proprio
sopra lo sperone di roccia detto La Pietra
dove sta il molo d’attracco dei vaporetti
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che fanno la spola, da una parte, verso il
Tigullio e dall’altra verso le Cinque Terre,
il Golfo della Spezia e il suo incomparabile
Arcipelago. Proprio all’altezza della Pietra
la città di Levanto ha voluto lasciare un segno
tangibile del 700^ anniversario della
morte di Dante nel 2021 apponendo una
originale ->Panchina Dantesca.
Piatto tipico di Levanto e delle sue colline
sono i , grossi ravioli fritti ripieni
di erbe spontanee, cipolla, ricotta, uova e
formaggi. Sono ormai molto ricercati anche
i vini, che hanno raggiunto la Identi-
-
gure del Levante. Spicca il Verba Dantis
delle Cantine Lunae del maestro Paolo
Bosoni: un rosso sanguigno, proprio
come l’Alighieri, tratto da vitigni anche
autoctoni.
In occasione della festa patronale del 25
luglio, San Giacomo, si svolge per le vie
del centro storico la tradizionale
dei Cristi, spettacolare parata di pesan-
membri della locale Confraternita, che
ha sede presso l’Oratorio cinquecentesco
dedicato al santo.
Per gli amanti del Trekking è imperdibile
il sentiero che, attraverso il promontorio
del Mesco, collega Levanto al
borgo di ->Monterosso.
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162
UNA TESTIMONIANZA
DI CULTURA E DI PACE
La Loggia comunale di Levanto, in Piazza
del Popolo, così come la si vede oggi è il
frutto di una ristrutturazione operata nel
XVI secolo, in pieno Rinascimento, anche
se molto probabilmente in quell’intervento
fu riutilizzato molto del materiale origi-
conserva una preziosa epigrafe in ardesia
che si ritiene riferita alla convenzione del
1211 con cui Levanto aderì spontaneamente
al governo della Repubblica di
Genova: è perciò senz’altro ascrivibile a
quel periodo la fondazione di ciò che fu
il mercato cittadino. Ma vi è poi un’altra
epigrafe, anch’essa in ardesia, arricchi-
ta di quattro pregevoli stemmi, che
il Catalogo Generale dei Beni Culturali
censisce come la testimonianza
dell’avvenuta costruzione del loggia-
Fieschi, conte Palatino e di Lavagna,
di cui sappiamo che fu Podestà di Levanto
nel solo 1405. Sarebbe questo,
dunque, l’anno preciso di costruzione
della Loggia propriamente detta. Tuttavia,
come si legge sul sito del Comune,
ancorché ristrutturato parliamo
comunque di «uno dei pochissimi edi-
-
nostri in Liguria».
Il monumento consiste in una serie
di cinque archi a tutto sesto poggianti
su quattro colonne e due pilastri
d’estremità. La copertura lignea è po-
pianta trapezoidale disposta su di un
solo piano rialzato di circa un metro
rispetto alla piazza antistante. All’interno
si trova un piccolo locale che, a
to
per lungo tempo ad archivio comunale.
Recentemente, su di una parete
interna è tornato miracolosamente
gurante
un’Annunciazione databile al
XV secolo, di artista ignoto.
sere,
secondo l’uso del tempo, in-
carattere religioso, ha ottenuto nel
2007 dall’UNESCO lo speciale riconoscimento
di “Monumento testimone di
Cultura e di Pace”.
Nei fondi di
, luogo
simbolo di Levanto,
troverete l’Osteria
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del mangiar bene
e della tradizione
culinaria ligure dal
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pesce, le aragoste
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164
Camillo Benso
LA RAGION PRATICA
DEL RISORGIMENTO
Poteva mancare, da qualche
parte, in Lunigiana, un monumento
al grande statista
cugino di Virginia Oldoini, la
celebre Contessa di Casti-
ti,
l’uomo che non esitò a far
uso dell’irrefrenabile vanità
scinanti
del XIX secolo per
perorare la causa dell’Italia
Risorgimentale merita veramente
il tributo della nostra
regione, tanto più che non si
trattò di un puro, cinico calcolo:
Virginia, in verità, avrebbe
dato metà della sua vita per
riuscire ad arrivare alla Corte
di Francia e fu semplicemente
accontentata in cambio
solo di un piccolo servigio ad
alto valore patriottico.
Ma Camillo Benso, Conte di
Cavour (1810-1861), non è
stato un personaggio caro alla
Lunigiana solo per le vicende
legate ad una donna bella e
perennemente inquieta che
visse alla Spezia buona parte
della propria giovinezza: Cavour
fu fautore della costruzione
dell’Arsenale Militare,
un’idea di Napoleone, certo,
ma di cui solo lui, in seguito,
seppe comprendere appieno
il valore e che riprese, con il
dovuto decisionismo, quando
nel 1857, in veste di presidente
del consiglio e ministro del-
ciale
del Genio, poi generale,
il progetto della nuova base
navale italiana per l’Alto Tirreno.
Va detto che il Cavour
non vide mai quell’opera (i
lavori, infatti, iniziarono nel
1862, cioè un anno dopo la
sua morte improvvisa e prematura), ma
è a lui che La Spezia deve tutta la sua
modernità. La città capoluogo, però, ha
celebrato con due grandi monumenti
->Giuseppe Garibaldi e Domenico Chiodo,
non lui, e questo è un vero peccato.
Di tanto, invece, il Conte Benso è stato
onorato da Levanto, con un bel busto
in marmo di Carrara innalzato su una
colonna a sezione quadrata, molto
elegante ed arricchita di uno stemma
del Regno in bassorilievo sormontato
dall’aquila imperiale.
Non è dato sapere il nome dell’artista,
ma sappiamo per certo che fu donato
alla comunità cittadina dal sindaco di
allora, il Cavalier Giuseppe Vannoni,
con cerimonia solenne tenutasi il 23
settembre del 1900.
Lo sguardo proiettato lontano, il Cavour
di Levanto è un’opera pregevole che
bene interpreta la visione lungimirante
di uno statista di levatura mondiale.
Lui, che aveva visto da vicino la “Giovine
Italia” liquidandola come un covo di
«cervelli bruciati», concepì la nazione
come una confederazione di quattro
Stati sorretta da una presidenza onoraria
del Papa e governata dal Regno del
Piemonte: idea interessantissima, dove
il modello imperiale di Dante e il governo
mondiale di Kant appaiono risolti in
una soluzione di sintesi in chiave pura-
non ancora indagato quanto merita,
prima ancora del grande politico di cui,
semplicisticamente, parlano un po’ tutti.
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Passeggiando per il centro storico di Levanto,
all’angolo di via Garibaldi con la via
Vinzoni, ci si imbatte nella sorpresa di un
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frescate
a monocromo da sempre indicate
nel borgo con il termine, in realtà dotto, di
Grottesche (sec. XVI).
Le “grottesche” costituiscono precisamente
una forma di decorazione pittorica originata
addirittura nella Roma augustea (I
sec. A.C.), la quale, ignorata per ben millecinquecento
anni, venne riscoperta e resa
famosa con l’avvento del Rinascimento.
È Benvenuto Cellini ad informarci, nella
dalle grotte del colle Esquilino a Roma (i
resti sotterranei di quella che oggi sappiamo
essere la Domus aurea di Nerone),
le quali, rinvenute nel 1480, divennero
subito così popolari da rappresentare un
percorso obbligato per i maggiori artisti
dell’epoca (Pinturicchio, Filippino Lippi e
Signorelli tra i primi), i quali vi si faceva-
quelle inedite fantasie.
La decorazione “a grottesca”, nell’accezione
classica del termine, è in dettaglio caratterizzata
da esseri favolosi come chime-
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con le sue interpretazioni divenne il
caposcuola indiscusso del nuovo canone
artistico grazie alla fantasmagoria
delle Logge Vaticane (1517-’19).
Va da sé che l’arte delle Grottesche
sistematicamente utilizzata per creare
legami tra gli spazi soprattutto in
presenza di forme complesse come
lunette, archi e colonne – possa benissimo
essere stata in seguito contaminata
dall’uso canzonatorio delle
caricature vere e proprie di cui erano
autentici campioni, nelle loro botteghe
famose in ogni dove, altri artisti
sommi come Leonardo e Michelange-
pretare
al meglio la trasformazione
che il termine “grottesco” ha subito
-
personaggi della sequenza levantese
camente
marcati di quell’arte ondeggiante
tra la leggerezza del frivolo e la
sferza del sarcastico. Ecco allora che,
tra cronaca e caricatura, tra il serio e
ad un ampio spettro di soluzioni: si
va dall’illustrazione di buoni o cattivi
esempi popolari attraverso categorie
di arti e mestieri rivelati dall’artista
-
dicazione
di una buona taverna con
i tipi più comuni della sua variegata
umanità. Chissà!
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IL CANTO AMMALIANTE
DELLA SIRENA DI ULISSE
Anche Levanto, come gran parte dei comuni
italiani, ha voluto onorare il grande
padre Dante in occasione del 700° anniversario
della morte (1321-2021) e lo ha
uno dei soliti sterili eventi spot propagandistici
per preferire la realizzazione di
un progetto capace di durare nel tempo
creando struttura. La Panchina Letteraria
(una moda lanciata – pare – da Londra ed
ormai estesa a tutta Europa), era una delle
tante possibili soluzioni, anche se non
certo la più originale, ed ha assolto in pieno
al suo compito.
Quella di Levanto, dunque, è precisamente
una Panchina dantesca. A forma di
libro, la si trova sulla bella passeggiata a
mare che porta alla Pietra, dove arrivano
e partono i vaporetti.
Il monumento ci parla di uno dei Canti
Divina
Commedia: il XXVI dell’Inferno, quello
dell’ultimo viaggio di Ulisse. La memoria
corre subito ai versi immortali della «Orazion
picciola», quella con cui l’eroe greco
arringa fraudolentemente la propria
ciurma spronandola al «folle volo» verso
«il mondo sanza gente». Ma quel passo celeberrimo,
quell’immenso «fatti non foste
a viver come bruti/ma per seguir virtute e
canoscenza», qui non c’è e qualcuno potrebbe
restarne assai deluso. La verità è
che la scelta dei versi è stata volutamente
meno scontata e la preferenza è caduta
sulle terzine che introducono il tema della
navigazione poiché argomento ben più
attinente alla storia della cittadina. Si tratta
con precisione di dodici versi, dal 100 al
-
Colonne d’Ercole.
Qui lo diciamo sottovoce: lo Stretto di Gi-
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Dante ci ha posto attraverso l’enigma
secolare di Ulisse: se Dio avesse voluto
veramente porre un limite alla
nostra Conoscenza, il vortice che inghiotte
la nave greca avrebbe dovuto
intervenire all’atto della profanazione
del varco, non certo in vista della
montagna sacra del Purgatorio che è
posta all’antipode di Gerusalemme,
dunque proprio dall’altra parte del
mondo. Ma poi, non si sta parlando
delle Colonne “d’Ercole”? E da quando
in qua Ercole è Dio?
Purtroppo, però, a questo punto
dobbiamo porgere le nostre scuse ai
per fare chiarezza su una questione
di tale importanza e complessità. Possiamo
solo invitare tutti ad assistere
alla rappresentazione della Via Dantis
(->Mulazzo): lì, nella
della Divina Commedia, l’intera mate-
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Il Regno del Biologico
170
Si è detto, a proposito di ->Lerici, che l’indicazione
dell’arco ligure resa da Dante
con il celebre verso «Tra Lerice e Turbìa»
(Pur III 49) la troviamo già nella Tabula
Peutingeriana, una carta stradale militare
di età romano-imperiale con la citazione
all’altezza del Golfo della Spezia della dicitura
«In Alpe Pennino u. Boron».
Da questo documento eccezionale apprendiamo
che a Luni giungeva da Sud
l’Aemilia-Scauri, arteria stradale voluta
dal censore romano M. Emilio Scauro
nel 109 a.C. quale prosecuzione di
un’Aurelia interrotta all’altezza dell’insalubre
maremma pisana; da lì la con-
Boaceas (l’attuale
borgo di Ceparana,
nella piana
della Magra alla
presente addirittura
nella Geogra-
di Claudio Tolomeo.
Tuttavia il
toponimo Boron,
ripreso in seguito
bizantina dell’Anonimo
Ravennate
e divenuto un
enigma secolare
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172
lunigianese, non ha assolutamente
nulla a che vedere con il Golfo della
Spezia: Boron è il monte a est di Nizza
(Mont Boron) a cui già conduceva,
secondo Strabone, l’antichissima Via
Herculea. Si deve a Ferruccio Egori,
libero studioso massese, l’interpretazione
del passo: l‘abbreviazione “u.”
vale come il latino ‘usque’, per cui la
carta dice: ‘da lì’ – ovvero dallo spezzino
– si prende la via alta (‘appenninica’)
Peutingeriana indica da sempre quel
percorso di crinale appenninico oggi
denominato “Alta Via dei Monti Liguri
di Vara. Tale via principia proprio da
quella Ceparana che fu l’antichissima
Boaceas di Tolomeo. Si deve al Prof.
Bruno De Francesco il lancio recente
dell’idea, tramite il Centro Lunigianese
di Studi Danteschi, nel corso di
una conferenza organizzata dall’Associazione
MangiaTrekking, di erigere
un Monumento all’Alta Via dei Monti
Liguri proprio all’inizio del percorso, a
Ceparana.
Da questi studi bene si apprende
-
romano-imperiale di oltre un millennio
prima e Dante, pur impegnato via mare
nel primo tratto del suo viaggio francese
di cui ci narra il Boccaccio nella sua
Vita, mosso nel 1314 al seguito della delegazione
cardinalizia italica impegnata
nel conclave a Carpentras (->Ameglia),
ha inteso indicarlo con uno stilema che
-
Ebbene, non sarebbe male se anche il
comprensorio della Val di Vara, nota in
tutta Europa come una delle regioni a
minor impatto antropico (è considerata
più green della Foresta Nera in Germania)
e Terra del Biologico, blindasse
la preziosità del proprio territorio con
un quarto parco regionale lunigianese:
quello dell’Alta Via dei Monti Liguri
Spezzini.
E tanto è ricca di Natura la Val di Vara da
rappresentare un vero paradiso anche
per i cercatori di minerali. Non ci sono,
infatti, solo le ->Alpi Apuane: qui è stato
addirittura scoperto un composto di
é stato dato il nome di Varaite: di colore
rosso-violaceo, si presenta in granuli o
cristalli. Da segnalare anche la presenza
della cromite, un minerale piuttosto
raro in Italia. Nei tempi passati in Val di
torna
SU
Vara erano attive diverse piccole miniere
(manganese, ferro, rame e pure
alcuni metalli rari) e nella frazione di
Carro, grazie alla donazione di Dino
Salatti, appassionato ricercatore e collezionista
del luogo, è stato creato il
Museo Mineralogico Permanente.
Ancora a proposito di minerali, imperdibile
la visita a quell’autentico museo
all’aperto che sono le cave eneoliti-
che di diaspro della Valle di Lagorara, a
Maissana: una vera e propria industria
stata riconosciuta in ritrovamenti anche
lontanissimi di punte di lancia e di freccia,
bulini e pugnali. L’attività della cava,
però, era tesa non tanto alla produzio-
di materiale semilavorato destinato
ad essere perfezionato dagli artigiani
sui luoghi di destinazione. Il periodo di
sfruttamento è collocato tra il 3500 e il
2000 a.C.
Oggi la principale attività economica
della Val di Vara è l’allevamento bovino,
che fornisce carni biologicamente
garantite e una produzione di prodotti
caseari di altissima qualità, soprattutto
nel territorio di ->Varese Ligure.
Retaggio preistorico sono considerati
anche i Facciòn, sculture tipiche della
Val di Vara che si trovano sui muri delle
case più antiche: si tratta di maschere
apotropaiche, atte cioè a scacciare il Malocchio
e a tenere lontani i démoni e gli
spiriti avversi.
173
BIBLIOGRAFIA
PAOLO DE NEVI, Val di Vara un grido, un canto,
Edizioni Centro Studi Val di Vara, Sarzana,
1988.
VARESE LIGURE (Sp)
La Vittoria di Ersanilli
Scheda
del borgo
174
Il borgo di Varese Ligure, in Alta Valle del
Vara, è il cuore della “Valle del Biologico”.
Sono infatti più di 40 le aziende agrico-
prima alle cooperative locali per la produzione
e la commercializzazione di carni e
formaggi di assoluta qualità. Non a caso
parliamo del primo comune italiano che
(ISO 14001 e EMAS) e che nel 2004 è stato
premiato dall’Unione Europea come migliore
comunità rurale del continente.
Passeggiate, trekking, equitazione,
mountain bike, pesca alla trota, prodotti
tipici, tranquillità e pure musica
classica: è questa la formula magica che
vacanza in puro relax.
Già la strada panoramica che conduce in
Val di Taro attraverso il Passo delle Cento
Croci, regno incontrastato della Poiana,
anche percorsa in macchina è una salutare
immersione nella natura viva.
Per quanto concerne la Storia, sappiamo
che nel 1161 l’imperatore Federico
il Barbarossa concesse il borgo in feudo
ai Fieschi. Di origini probabilmente più
antiche (l’antico nucleo del Grexino è per
alcuni un chiaro toponimo bizantino), l’abitato
vide proprio sotto il dominio dei
Fieschi la realizzazione dell’intero impianto
del Borgo Rotondo e del castello
posto a sua protezione. La struttura del
Castello Fieschi è oggi costituita principalmente
da due torrioni. Il primo è detto
“Torre del Piccinino”, dal nome del
capitano di ventura che conquistò il castello
per conto dei Visconti e la fece edi-
“Torre
del Landi” poiché da questo nuovo pos-
Calzoleria
Marenco
sessore fu realizzata nel 1472. Donato
di recente dagli ultimi proprietari al
Comune, il castello è stato restituito a
nuova vita per le attività culturali della
comunità varesina.
Proprio all’ingresso del paese sta l’elegante
fattura settecentesca di Palazzo
Ferrari, la dimora nella cui cappella
privata furono celebrate le nozze di
Domenico Pallavicini e Luigia Ferrari,
ma
icona della transitorietà della Bellezza
nella celebre ode del Foscolo A
Luigia Pallavicini caduta da cavallo.
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176
La Vittoria di Ersanilli
L’ANIMA PERDUTA
DEL TRICOLORE
Il Monumento ai Caduti di Varese Ligure,
come testimonia l’iscrizione posta
sulla base, è opera dello scultore
Roberto Ersanilli, (1869-1944), nativo
di Zoagli. Fu inaugurato il 28 settembre
1924 in dedica ai soldati vittime della I
Guerra Mondiale, ma venne poi utilizzato
per celebrare anche quelli della
pari delle altre del medesimo periodo
(->La Spezia, ->Bagnone, ->Pontremoli)
come una chiara Allegoria della Vittoria.
Posizionato al centro di piazza Biasotti,
da una cinta di siepe, il monumento si
compone di una base a gradoni a pianta
quadrata su cui si erge una sorta di
obelisco in marmo composto da vari
elementi sovrapposti. Sulla sommità
fa sfoggia di sé un gruppo bronzeo di
tre aquile. Sul fronte, invece, in corrispondenza
dell’elemento centrale a
tronco di piramide, sta un altro bronzo
Fante con fucile in posizione
del riposo. Sul piedistallo sono
ginale,
per i caduti varesini del 1915-
‘18 e l’altra, aggiunta, dedicata a quelli
dell’intero periodo (ampliato) 1935-‘45.
Il tema della Vittoria è stato qui risolto
dall’artista in modo originale in una
semplice Terna di Aquile. Il richiamo
al Tricolore appare piuttosto evidente,
per cui si può ben dire che ciò che
Ersanilli ha voluto celebrare è soprattutto
la grande forza positiva scaturita
dall’unità del Paese. In modo altrettanto
evidente, la posizione del soldato
nel classico comando del “Riposo” si fa
simbolo, invece, della pace raggiunta.
Poi, come sappiamo, è arrivato il proseguo
del discorso e non fu proprio la
stessa cosa. L’Italia, purtroppo, con la
II Guerra Mondiale ha perso quell’unità
che era stata conquistata con indicibile
Paese dall’animo profondamente diviso.
Diviso, non ferito, ed è questo il
vero dramma. Come tornare allo spirito
iniziale? Magari cominciando con il
ricordare che la nostra bandiera è nata
con i colori della Beatrice di Dante: il
Verde è la Speranza, il Bianco la Fede
e il Rosso la Carità. Il segreto andato
perduto non è altro che il valore delle
tre Virtù Teologali. Tornare alla Fede
è il primo passo verso la nuova Rinascenza.
177
BRUGNATO (Sp)
l’icona di San Colombano
Scheda
del borgo
178
Brugnato affonda le proprie radici
almeno all’epoca longobarda (VII e l’VIII
sec.), quando i monaci dell’abbazia di
San Colombano di Bobbio espansero in
Val di Vara la loro preziosissima opera di
preservazione della tradizione cristiana
ed eressero qui un monastero che nel
tempo si ingrandì fino a divenire un
centro di importanza nevralgica.
Siamo pochi decenni prima del periodo
illuminato di Re Liutprando, artefice
dell’annessione della Lunigiana al Regno
d’Italia (742); periodo al quale risale la
Leggenda Leboinica della Santa Croce
(->Ameglia). Proprio a Liutprando, non
certo a caso, fanno riferimento i diplomi
Inserita sotto la protezione della Repubblica
di Genova a partire dal XII secolo,
nello stesso periodo arrivò pure (1133),
ad opera di Innocenzo II, l’elevazione a
sede vescovile scindendo per una prima
volta l’antichissima diocesi di Luni.
Oggi l’antico retaggio della diocesi permane
fermissima in quella della Spezia-Sarzana-Brugnato.
L’accresciuta potenza del sito portò
inevitabilmente a scontri e contrasti
tra le maggiori e importanti famiglie
del tempo. Nel 1215 Corrado l’Antico,
citato da Dante nel Canto VIII del
Purgatorio e artefice della divisione
dinastica in Spino Secco (ghibellini)
e Spino Fiorito (guelfi), rivendicando
per il proprio casato diritti sul borgo
e su molte delle terre circostanti (i
Malaspina erano dominanti su tutto
il bobbiese fin dal sec. XII), riuscì ad
occupare temporaneamente il territorio
di Brunato; l’intervento immediato
di Genova portò ai Fieschi la
nomina di vice domini di Brugnato,
ma con la successiva alleanza tra i
Malaspina e i Fieschi, suggellata dal
felice matrimonio tra Alagia e Moroello
II di Giovagallo (tra i massimi
protagonisti della Lunigiana Dantesca),
l’influenza Malaspiniana fu
destinata a permanere sull’intera
Val di Vara ancora per lungo tempo.
Soltanto nel corso del XVI secolo la
presenza dei Malaspina su Brugnato
andò a cessare del tutto.
Brugnato si può definire a buona
ragione il cuore della Val di Vara.
Nel bel centro storico, molto bene
conservato, sono imperdibili le visite
alla Concattedrale dei Santi Pietro,
Lorenzo e Colombano – con la
splendida ->colonna affrescata (sec.
XV) con uno splendido San Colombano
benedicente –, il ->Museo Diocesano
– ospitato presso il Palazzo Vescovile
(adiacente la Concattedrale)
–, custode di veri tesori sia artistici
che archeologici, e l’Oratorio di San
Bernardo, con il portale in bronzo
realizzato dallo scultore Pietro Ravecca.
Tipici di Brugnato sono i Canestrelli,
una sorta di morbido pandolce artigianale
aromatizzato con il finocchio
selvatico.
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180
L’EPISTOLA VENUTA DAL CIELO
Nel Museo Diocesano di Brugnato,
davvero bellissimo, si conserva
una stele devozionale in marmo
bianco proveniente dalla chiesa
di Santa Maria Assunta in Piazza,
una frazione di Deiva Marina. Conosciuta
negli ambienti storico-archeologici
con l’appellativo di “Lapide
di Piazza”, essa misura 120
cm in altezza, 44 cm in larghezza
ed è spessa 15 cm.
Il monumento assume una notevole
importanza per l’iscrizione
che reca incisa, i cui caratteri consentono
un’attribuzione certa alla
fine del VII - inizi dell’VIII secolo.
Si parla di un’epoca che, nella regione,
è stata fortemente caratterizzata
dall’intensa opera missionaria
dei monaci dell’Abbazia di
San Colombano in Bobbio. Non a
caso è proprio a questa confraternita
che viene ricondotta la manifattura
della stele: innanzitutto
perché l’abbazia bobbiese possedeva
uno Scriptorium; in secondo
luogo, per la prossimità della frazione
di Piazza a Brugnato, la cui
cattedrale, edificata su un nucleo
preesistente che risale al medesimo
periodo della lapide, è dedicata
anche a ->San Colombano.
Da considerare, inoltre, la terna di
santi che vi sono nominati: Michele
era assai caro ai longobardi (al
tempo ormai del tutto convertiti),
mentre Martino e Giorgio erano
particolarmente venerati dai bizantini:
si tratta di un accostamento
non casuale che vale senz’altro
a testimoniare l’avvenuto superamento
nella regione, anche grazie
all’azione incisiva monacale, degli
antichi contrasti religiosi fra gli ex
invasori ariani (artefici al tempo di
re Rotari di indicibili massacri) e la
popolazione autoctona cristiana.
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Il testo riprodotto è quello, ben noto,
della “Epistola Domini Nostri”, un apocrifo
neotestamentario molto diffuso al
tempo, che si considerava disceso direttamente
dal Cielo. È l’incipit del documento
a suggerirlo con decisione: «Inizia
la Lettera di Nostro Signore Gesù Cristo
Salvatore/mandata dai Cieli/per il giorno
santo e glorioso/ della Domenica».
Lo spirito della missiva celeste, lo si capisce,
è soprattutto quello di esortare gli
uomini a santificare le feste. L’argomento
di persuasione, tuttavia, cioè la comminazione
di terribili castighi, fa comprendere
anche il perché essa sia stata
subito annoverata tra le opere apocrife.
La stele è comunque un monumento
davvero eccezionale: oltre a rappresentare
l’unica trascrizione su pietra dell’Epistola
Christi, risulta pure esserne una
delle testimonianze più antiche.
182
L’icona di San Colombano
IL SANTO DEI LONGOBARDI
La Cattedrale dei Santi Pietro Lorenzo
e Colombano di Brugnato
sorge sul sito di antichissimi luoghi
di culto precedenti. Gli scavi archeologici
compiuti, infatti, hanno resti-
insiste la chiesa attuale: il più antico
è una cappella risalente al periodo
della dominazione bizantina (VI secolo),
la quale venne poi utilizzata
come base d’impianto per un cenobio
di monaci il cui nucleo primitivo
l’inizio dell’VIII secolo. La tradizione
vuole che tra i fondatori sia da annoverare
lo stesso San Colombano.
L’esistenza del tempio è documentata
già nell’VIII secolo sotto il regno
di Liutprando, il re cristiano dell’u-
d’Italia longobardo. Il prestigio della
comunità monacale di Bobbio, fondatrice
del monastero di Brugnato,
è ampiamente testimoniato dalle
donazioni e i privilegi che i sovrani
longobardi concessero ai suoi aba-
centro devozionale in contrapposizione
con il potere dei potentissimi
vescovi di Luni.
È in questo senso che va interpretata
la disposizione di Papa Innocenzo
II, che nel 1133 sottrasse Brugnato
alla giurisdizione del vescovo
lunense, assoggettandola alla Sede
Apostolica ed eleggendola a sede
episcopale. Solo nel 1820 l’area
si
quella che oggi è precisamente
indicata come la Diocesi della Spezia-Sarzana-Brugnato.
L’elemento artistico più importante
che si conserva nella cattedrale è
splendida icona policroma di San
Colombano. Si tratta, però, di un
dipinto non particolarmente antico,
precisamente di scuola quattrocentesca,
dunque di piena epoca umanistica.
183
APUANIA
Nel candore dei marmi l’eternità dell’Arte
184
Il comprensorio lunigianese dell’Apuania
corrisponde al versante marino del
gruppo roccioso delle Alpi Apuane compreso
l’intero litorale sabbioso che dalla
del fenomeno di rilevanza europea del
megalitismo antropomorfo delle Statue-stele
(->Pontremoli, ->La Spezia).
Una vena poetica tra il neoclassicismo
e il romantico, animata sul principiare
del sec. XX da Ceccardo Roccatagliata
Ceccardi, vuole che il termine derivi dalla
mitica stazione di Apua, per qualcuno
capitale per noi della Val di Magra.
La catena delle Apuane rappresenta
senz’altro un qualcosa di unico: essa
2.000 metri d’altezza e anche se nessuna
delle sue vette raggiunge, seppur per
poco, quella soglia precisa che sancisce
il termine “alpe”, i suoi monti sono stati
proprio per la loro assoluta eccezionalità.
Dal punto di vista geologico il bacino
montano costituisce un sistema del tutto
distinto dall’Appenino: le origini sono dif-
Apuane sono costituite prevalentemente
da quelle formazioni calcaree cui si deve
la pregiata e celebratissima qualità dei
marmi.
Zona carsica, fonte di acque minerali e
termali, l’intero bacino montano cela nel
suo cuore grotte di enormi dimensioni,
come ad esempio quelle di Equi Terme, la
cui Tecchia era una caverna frequentata
già dalla sottospecie neandertaliana. Da
quei tempi remotissimi l’intero comprensorio
lunigianese è abitato dall’uomo senza
soluzione di continuità.
Le vette più conosciute dagli escursionisti
sono il Pisanino (1.946), il Pizzo d’Uccel-
torna
SU
lo (1.781) e il Monte Sagro (1.752). Sono
vette scalabili attraverso sentieri accessibili
a esperti escursionisti, ma in realtà
frequentati dai più, tanto che è lunghissimo,
purtroppo, l’elenco degli infortuni
mortali: alle Apuane, come anche al
nostro mare, occorre sempre portare il
massimo rispetto; mai lasciarsi andare
Cantate dai classici latini assieme alla città
di Luni (di sicura fondazione romana,
ma un portus lunae doveva già esisteva
prima della conquista), le Apuane sono
dette Lunae montes da Strabone. Citate
in due occasioni anche da Dante, il loro
fascino ha fatto breccia non solo in Ceccardo
ma pure nel D’Annunzio.
Regno incontrastato dell’aquila reale, le
Apuane sono un vero paradiso natura-
anche dei cercatori di minerali. Le cartine
dei sentieri sono ricche di percorsi moz-
esempio la splendida strada ferrata del
Pizzo d’Uccello. Imperdibile la visita all’antica
cava-museo di Fantiscritti, ove salirono
più volte Michelangelo e il Canova.
Da non perdere il centro storico di ->Carrara,
capitale mondiale del marmo, e il castello
Malaspina-Cybo di ->Massa.
185
MASSA CARRARA (Ms)
Scheda
del borgo
186
Le origini delle due città apuane sono indiscutibilmente
di età pre-romana, terri-
Liguri Apuani, il popolo
delle Statue-stele (->Pontremoli). Nella
Tabula Peuntingeriana (->Lerici; ->Val di
Vara) nella zona è indicato il toponimo Ad
taberna Frigida, una possibile stazione di
sosta lungo la via consolare dell’Aemilia
Scauri (che da Pisa conduceva a Luni) in
Se Carrara ha una storia strettamente
legata all’estrazione e alla lavorazione dei
marmi, Massa vanta una epopea politica
e nobiliare di alto livello. Proprietà Obertenga
nel Medioevo, fu dotata dai Malaspina
di una fortezza divenuta nei secoli
sempre più possente, tanto che dal marchesato
si passò nel XV secolo ad uno stato
autonomo con l’annessione del Principato
di Carrara nel Ducato di Massa. La
mentale
sotto la reggenza dei Cybo-Malaspina.
Nel corso del sec. XVIII Massa,
con tutte le sue pertinenze, passò sotto la
reggenza del ducato di Modena e Reggio.
Risale a quel periodo la realizzazione della
ciclopica Via Vandelli, la grande strada
montana che avrebbe dovuto collegare al
mare le grandi potenze emiliane. Il territorio
apuano fu poi annesso al Principato
di Lucca sotto la dominazione napoleonica,
ma con il successivo Congresso di
Vienna tutto tornò nelle mani di Maria
Beatrice d’Este (1750-1829). Nel 1823 fu
fondata la diocesi per decisione di Leone
XII. Nel 1829 la città passò ai duchi di Modena
della famiglia degli Austria-d’Este.
Nel 1859, tra notevoli tensioni, il ducato
di Massa si unì al Regno di Sardegna, ma
qui in realtà assai complesso, con ampi
strati della popolazione schierata in movimenti
di resistenza che portano a parlare
addirittura di un “controrisorgimento
apuano”.
La Storia d’Italia, in seguito, dimostrarono
di conoscerla bene anche i tedeschi, i quali
Limes Bizantino
la tristemente nota Linea Gotica
per fronteggiare l’avanzata da Sud dell’esercito
americano. Se il comando in capo
sul fronte tirrenico venne costituito presso
il Monastero del Corvo (->Ameglia), il fronte
fu approntato dai genieri tedeschi proprio
sulla grande piana massese. Quando i
due eserciti vennero in contatto si scatenò
un inferno che si protrasse dal settembre
del ’44 al 10 di aprile del ’45, giorno in cui le
truppe corazzate americane fecero il loro
ingresso in una Massa completamente liberata.
Oltre che di storia, Carrara e Massa, sono
città d’arte e di cultura. Di Michelangelo e
il Canova a Carrara sanno ormai tutti, ma
che a Massa insegnò il grande Giovanni
Pascoli (1855-1912), dal 1884 al 1887, lo
sanno ancora in pochi. Furono tre anni in
cui il poeta portò alla piena maturità uno
studioso insigne come
(1869-1929), grande commentatore della
fondamentale “Storia della Lunigiana Feudale”
di Eugenio Branchi, e in cui ebbe anche
modo di frequentare uno dei suoi più grandi
amici, il compagno di università Severino
Ferrari (1856-1905), poeta anch’egli, in quel
tempo attivo alla Spezia. Destinato al Liceo
“Pellegrino Rossi”, il Pascoli proveniva dalla
lontana Matera: il soggiorno massese gli
permise di ricostituire il celebre “nido” con
le amatissime sorelle e lo rinvigorì anche
nella vena poetica.
Di Carrara fu nativo l’erudito Emanuele
Repetti (1776-1852), autore del monumentale
Della Toscana, e sempre in Carrara trovarono
i natali i grandi esponenti della Famiglia
Fabbricotti (->Sarzana), grandi industriali
del marmo domiciliati presso il citato
Monastero del Corvo.
I Fantiscritti
IL BASSORILIEVO DEGLI DEI
La preziosa scultura di epoca imperiale
detta de I Fantiscritti è un eccezionale
bassorilievo di epoca imperiale recante
in un’edicola. Fu segnalato per la prima
volta nel 1442 da Ciriaco d’Ancona, osservato
nel bacino minerario (dove si trova
anche l’antica cava romana) che da allora
è sempre stato indicato con quel nome.
L’origine dello stilema è del tutto popolare:
la semplicità dei cavatori descrisse
l’immagine come i “fanti” (cioè gli ‘uomini’)
“scritti”
realtà scolpiti. Il prezioso monumento è
oggi conservato presso la prestigiosa Accademia
delle Belle Arti di Carrara.
La fantasia degli eruditi ha voluto che il
luogo del ritrovamento fosse l’antica dimora
dell’Aronte dantesco (Inf XX 46-51),
ma si tratta di una contaminazione determinata
dallo stesso Dante, perché prima
dell’idealizzazione della Divina Commedia
non esiste alcuna traccia di tradizione, né
dotta, né popolare, che voglia un Aronte
domiciliato sulle Alpi Apuane. Semplicemente,
il Sommo Poeta non poteva
accettare l’idea che l’amatissimo Lucano
gli suggeriva nella Pharsalia dell’indovino
presente in una Luni descritta come ‘deserta’
(«Arruns incoluit desertae moenia Lunae»). In
quest’ordine di idee non può essere escluso
che agli albori del 1300 anche lui, Dante,
possa avere osservato il bassorilievo (che
probabilmente era da sempre conosciuto
dai cavatori) e che proprio da tale classicità
abbia tratto l’ispirazione decisiva per il suo
originalissimo episodio dell’aruspice etrusco
in Inf XX.
L’edicola ha suscitato nei secoli la curiosità di
molti artisti, tra cui quella di due autori massimi:
Michelangelo (salito più volte alle cave
per scegliere personalmente i blocchi di minerale
destinati alle sue creazioni immortali)
ed il Canova. Veramente quello dei Fantiscritti
è il Bassorilievo degli Dei.
BIBLIOGRAFIA
MANUGUERRA MIRCO, ‘Orma di Dante non si
cancella’ - I Luoghi Danteschi della Lunigiana, in
*Le Sette Meraviglie della Lunigiana, a c. di A. Baldini,
Lucca, Pacini Fazzi, 2016, pp. 229-260.
MIRCO MANUGUERRA, Lunigiana Dantesca -
“Orma di Dante non si cancella”, La Spezia, ItaliaperVoi,
2021.
187
188
A BRACCETTO COL ‘DANTE’
DI SANTA CROCE
La bella statua di Maria Beatrice D’Este,
che domina con la sua fontana piazza Al-
mente
“la Bea” da tutti i cittadini doc.
lo
del centro storico della capitale mondiale
del marmo ed è uno dei punti di
ritrovo più amati.
Il concorso bandito nel 1822 dall’Accademia
di Vienna per la realizzazione della
statua, presieduto dalla stessa Maria Be-
della Beatrice
atrice, fu vinto da Pietro Fontana (Carrara,
1782-1857). L’opera fu completata dall’artista
nel 1824, ma il gruppo marmoreo completo
(con il grande basamento, la statua del leone
di guardia e la vasca della fontana) venne
inaugurato due anni dopo, nel 1826.
sa
di Massa e principessa di Carrara in chiave
ellenistica. Ciò che il Fontana ha, infatti, rappresentato
dell’ultima sovrana delle due città
Di più si può dire, a parere di chi scrive, che
questa Beatrice mostra un interessantissimo
parallelismo con il
Dante di Santa Croce in
Firenze, opera di Enrico
Pazzi del 1865: entrambi
i personaggi sono presentati
con il leone alla
base del monumento e
con l’aquila ai piedi. Ed è
l’aquila l’elemento più interessante,
perché mentre
l’aquila di Beatrice si
volta e guarda lontano,
quella di Dante cerca
dal basso il volto del Titano
come attendendo
il segnale da lui. L’Aquila
è simbolo di Giustizia,
certo – di cui entrambe
Sommo Poeta (pur con il
diverso destino e le dovute
proporzioni) sono
simboli popolari – ma è
pure allegoria innegabile
dell’Impero nel suo signi-
Dante ciò è sicuro, per
la “Bea” fu l’artista stesso
a precisare che si trattata
di un riferimento alla
Roma d’un tempo che
fu. Abbiamo, dunque,
probabilmente a che
fare, qui a Carrara, con
la fonte primaria di ispirazione
del monumento
vori
assoluti.
Papa Giovanni XXIII
189
SOTTO LA PROTEZIONE
DEL PAPA BUONO
Pian della Fioba è una località posta
nel cuore del Parco Regionale delle Alpi
Apuane, a 900 m. di altezza sul livello del
mare, dove si trovano l’Orto botanico
“Pellegrini-Ansaldi” (vi sono presenti
Rifugio “Città di Massa”,
da dove partono importanti sentieri
escursionistici. Sulla strada che conduce
a quei luoghi, ma a soli 5 Km da Massa,
in località Campareccia, si trova un
Qui nel 1973, per l’idea del prof. Giovanni
Bertilorenzi e l’intervento della Provincia di
Massa Carrara, sta la grande statua marmorea
di Papa Giovanni XXIII, santo, al secolo
Angelo Giuseppe Roncalli (1881-1963).
L’opera fu scolpita dal maestro Riccardo
Rossi (1911-1983), già autore del Monumento
al Libraio di Montereggio (->Mulazzo) e del
Pinocchio di ->Pontremoli.
La presenza del “Papa Buono” è a manifesta
protezione di tutti gli escursionisti del Parco
Naturale delle Alpi Apuane e di tutti coloro
che lavorano nelle cave di marmo.
ALTRI CAPOLAVORI IN BREVE
190
Il Trittico marmoreo di Domenico Gar
Il Trittico marmoreo di Trebiano,
la Deposizione del Discovolo a Bonassola,
La Lapide della Battaglia della Meloria a Moneglia
torna
SU
IL TRIONFO DELL’ARCANGELO
In questo tipico borgo del medioevo lunigianese,
Trebiano, da cui si gode d’un
colpo d’occhio sorprendente sul tratto
vuole che nel castello sia addirittura celato
l’autografo della Divina Commedia,
la chiesa parrocchiale, consacrata a San
Trittico
marmoreo di Domenico Gar (1529).
Domenico Gar, detto “il Francesino” (Alta
Marna, ? - 1529), fu attivo soprattutto
in Lunigiana, dove giunse giovanissimo
al seguito del padre. Sappiamo che nel
1520 lavorò a Carrara nella bottega dello
no
successivo, alla morte del maestro,
andò in Spagna per una parentesi breve
che però gli fruttò l’onore di lavorare
-
-
giovane e la sua ultima opera compiuta è
stato il bassorilievo del ->Volto Santo che
si conserva nella parrocchiale di Montemarcello
(->Ameglia).
Il Trittico, completato anch’esso nell’anno
della morte, è di gran lunga il capolavoro
dell’artista, tanto bello da essere
Icona pulchra
bella’. La composizione scultorea vede al
centro la Madonna col Bambino e ai suoi
lati due santi, un uomo e una donna, esempi
di Giustizia terrena lui e di Giustizia celeste lei.
San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), il
grande intercessore presso la Vergine al termine
della Divina Commedia ma, nella realtà,
l’estensore della Regola Templare, umilia Satana
ai suoi piedi in una chiesa consacrata al
comandante in capo delle milizie angeliche
fedeli a Dio: chi vuol capire, capisce. Da parte
sua, Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto
(287-305) è rappresentata in un supremo
atto di rivalsa: martirizzata sotto Massimino,
ella tiene al giogo quell’imperatore romano
come in una scena da Conte Ugolino e Arcivescovo
Ruggeri (Inf XXXIII) portata in chiave
paradisiaca. Ma perché proprio questa san-
che Gar, francese, di certo conosceva benissimo.
Siamo, quindi, di fronte ad una Allegoria
del Trionfo di Michele Arcangelo rappresentata
in chiave ermetica, dove la centralità
della Vergine e del Bambino si fanno immagine
assoluta di Giustizia Universale.
L’opera, di enorme levatura artistica, teolo-
la da Jacopo, rappresentante
di quella che fu una delle famiglie più
rappresentative della Sarzana dei secoli XVI
e XVII.
191
192
L’ADDOLORATA DI BONASSOLA
Antonio Discovolo (1874-1956) fu
nativo di Bologna, ma nel 1902 si trovò
a lavorare a Tellaro, dove rimase
impressionato dalla bellezza del paesaggio.
La cosa non stupisce: sarebbe
accaduto da lì a non molto a D.H.
Lawrence prima e a Mario Soldati poi.
L’anno dopo, invitato da un amico
inglese, pittore anch’egli, Discovolo
si trasferì a Manarola, nelle Cinque
Terre, dove incontrò la giovane che
sposò.
Trasferita la famiglia a Bonassola nel
1910, nella prorompente e irresistibile
suggestione dell’estrema riviera di
Levante, di cui si inebriava, l’artista
frequentò il giovane Ettore Cozzani
(1884-1971), con cui instaurò un’a-
stesso, che in quegli anni attendeva
ai grandi canti del Poema del Mare,
raccontò di come l’amico pittore gli
insegnasse a riconoscere i colori del-
Cozzani si trasferì poi a Milano, dove
fondò “L’Eroica”, una grande casa editrice,
e il Discovolo si spostò ad Assisi,
ro.
Il pittore rientrò nella sua Bonassola
soltanto negli anni ’50, quando il
Del pittore, maestro dei notturni, la famiglia
ha donato alla comunità il suo capolavoro più
grande: “La croce”, opera del 1923. Si tratta di
una classica scena di una Addolorata ripresa nel
buio improvviso calato alla morte del Cristo. Un
equilibrio di chiaroscuri magistrale che sarebbe
piaciuto al Caravaggio.
193
L’EPIGRAFE DELL’IMPRESA
DI PORTO PISANO
Sulla parete esterna destra della chiesa di
S. Croce a Moneglia dal 1931 è stata posizionata
una splendida iscrizione in caratteri
gotici datata 1290 e arricchita del
bassorilievo di due cavalieri.
Il monumento, in marmo, presenta la
scritta ancora ben leggibile: In nomine D(omi)ni
/ am(en) MCCLXXXX / oc cadena / tuleru(n)t
/ de portu / Pisa / nor / u(m) oc oopus
de Mo/nelia. L’incertezza nel latino è tipica
di un’epoca in piena transizione verso la
lingua volgare. Si comprende bene però
che si parla di una catena proveniente dal
porto di Pisa.
Il cavaliere in primo piano è chiaramente
un San Giorgio che uccide il drago ai suoi
piedi, simbolo della potenza genovese,
mentre il secondo è, con ogni probabilità,
Corrado Doria, il capitano del popolo che
nel 1290 guidò l’attacco per mare a Porto
Pisano dopo che la pace del 1288, seguita
alla disfatta della Meloria del 1284, fu
sciaguratamente disattesa dalla repubblica
marinara toscana.
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rato da una catena. Un fabbro, Noceto
Chiarli, ebbe l’idea di accendere un fuoco
sotto di essa per renderla incandescente
in modo da spezzarla con il peso delle
navi al loro passaggio. La tecnica funzionò
e il porto di Pisa fu completamente
distrutto.
Le parti della catena spezzata furono
portate a Genova a mo’ di trofeo di
guerra e collocate in varie zone della cit-
tà. Solo nel secolo XIX furono restituite
quasi tutte a Pisa, oggi conservate presso
il Camposanto monumentale della
città. Quasi tutte, perché alcune sono
rimaste a Genova e una è qui a Moneglia,
appesa al muro accanto all’Epigrafe.
Perché Moneglia fu partecipe del trionfo
della Meloria e questa è la sua parte di
gloria imperitura.
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