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Joseph-Frédéric Debacq - Quaderno 39 - dicembre 2025

Nel 1825 l’architetto francese Joseph-Frédéric Debacq accompagna il duca Honoré Théodoric d’Albert de Luynes in un viaggio esplorativo nel Regno delle Due Sicilie. Insieme percorrono le terre della Magna Grecia, spinti dal desiderio di conoscere e restituire la forma perduta delle antiche città. A Paestum, Debacq fissa in alcuni disegni la maestosità dei templi dorici immersi nella solitudine della pianura, dove la precisione dell’architetto si fonde con la sensibilità del viaggiatore. Il lavoro di Debacq a Paestum servì da banco di prova per una nuova metodologia di rilievo, che culminò con le successive scoperte e le pubblicazioni su Metaponto in Lucania. Tre anni dopo, passando per Palinuro, il cammino prosegue verso Velia, tra rovine appena riaffiorate e memorie della filosofia eleatica. Qui il segno si fa più meditato, come se l’occhio cercasse di ricomporre, tra frammenti ed elementi topografici, l’immagine di un mondo antico. Questo Quaderno ripercorre il viaggio condiviso da de Luynes e Debacq, restituendo attraverso il linguaggio del disegno la meraviglia della scoperta e la misura classica dello sguardo ottocentesco su Paestum e Velia, in un periodo fondamentale per la nascita della scienza archeologica.

Nel 1825 l’architetto francese Joseph-Frédéric Debacq accompagna il duca Honoré Théodoric d’Albert de Luynes in un viaggio esplorativo nel Regno delle Due Sicilie. Insieme percorrono le terre della Magna Grecia, spinti dal desiderio di conoscere e restituire la forma perduta delle antiche città. A Paestum, Debacq fissa in alcuni disegni la maestosità dei templi dorici immersi nella solitudine della pianura, dove la precisione dell’architetto si fonde con la sensibilità del viaggiatore. Il lavoro di Debacq a Paestum servì da banco di prova per una nuova metodologia di rilievo, che culminò con le successive scoperte e le pubblicazioni su Metaponto in Lucania. Tre anni dopo, passando per Palinuro, il cammino prosegue verso Velia, tra rovine appena riaffiorate e memorie della filosofia eleatica. Qui il segno si fa più meditato, come se l’occhio cercasse di ricomporre, tra frammenti ed elementi topografici, l’immagine di un mondo antico. Questo Quaderno ripercorre il viaggio condiviso da de Luynes e Debacq, restituendo attraverso il linguaggio del disegno la meraviglia della scoperta e la misura classica dello sguardo ottocentesco su Paestum e Velia, in un periodo fondamentale per la nascita della scienza archeologica.

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Joseph-Frédéric

Debacq

Paestum e Velia

Un viaggio in Magna Grecia

con Honoré Théodoric d'Albert de Luynes

I Quaderni


Joseph-Frédéric Debacq. Paestum e Velia

Costabile Cerone

Nella prima metà dell'Ottocento, l'interesse per

l'archeologia dell'Italia meridionale si intrecciava

con la nascente cultura del viaggio scientifico e artistico.

Tra i protagonisti di questa stagione vi fu il francese

Honoré Théodoric d'Albert, duca di Luynes

(1802-1867) [Fig. 1], studioso, collezionista, filantropo

e appassionato conoscitore dell'antico, che

univa all'erudizione la pratica del disegno. «Questa

capacità di riprodurre a matita, con precisione e

finezza, tutto ciò che lo colpiva, gli fu di grande aiuto

negli studi archeologici che presto intraprese, unendo

a essi un acuto senso del bello nelle arti», scriveva

il grecista francese Joseph-Daniel Guignaut in una

nota storica sulla vita e sulle opere del Duca. Uomo

di vasta cultura e spirito enciclopedico, de Luynes si

avvicinò presto alle discipline antiquarie, promuovendo

ricerche e missioni in Italia e nel Mediterraneo,

in un'epoca in cui la conoscenza delle antiche

città greche d'Occidente stava assumendo un nuovo

valore storico e identitario.

Fu nel quadro di queste iniziative che si collocano i

viaggi compiuti nel 1825 e nel 1828 nel Regno delle

Due Sicilie insieme all'architetto Joseph-Frédéric

Debacq (1800-1892), suo collaboratore e disegnatore.

Le spedizioni toccarono Crotone, Locri, Metaponto

e Sibari sulla costa ionica, e Laos (Scalea), Paestum,

Palinuro e Velia su quella tirrenica, inserendosi

in una stagione di viaggi scientifici promossi da studiosi

francesi desiderosi di documentare i templi e i

monumenti dell'antica Magna Grecia con un rigore

che univa l'occhio dell'artista e la precisione del tecnico.

La scelta della costa ionica dell'Italia meridionale

non era casuale. All'epoca, questa regione rimaneva

in gran parte terra incognita per l'archeologia europea.

A differenza di Paestum e della Sicilia, già

ampiamente documentate, i siti di Metaponto, Crotone

e della Calabria ionica erano meno visitati e studiati.

Solo in parte erano stati raggiunti nel 1778 da

un'équipe di viaggiatori francesi, guidati da Dominique

Vivant Denon, per la realizzazione dell'opera illustrata

Voyage pittoresque ou Description des Royaumes

de Naples et de Sicile di Jean-Claude Richard de

Saint-Non.

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Le informazioni biografiche su Debacq sono scarse.

Tuttavia, si sa che entrò all'École des Beaux-Arts di

Parigi nel 1819, dove completò la sua formazione di

architetto, maturando una solida conoscenza della

composizione e del disegno. Queste doti lo resero il

compagno ideale per de Luynes nelle sue esplorazioni

in Italia meridionale e in Sicilia [Fig. 3, 15], che

culmineranno nel 1848 con un viaggio in Egitto.

Debacq divenne l'architetto di fiducia del Duca, con

l'incarico di gestione e supervisione dei progetti edilizi

e organizzativi delle sue proprietà, in particolare

presso il castello di Dampierre, per l'allestimento e la

sistemazione degli spazi destinati alla ricerca e alla

collezione.

Nel 1833 pubblicarono il volume Metaponto [Fig. 2],

che svela con metodo efficace e ricchezza di illustrazioni

il sito archeologico di questa antica città della

costa ionica fondata dagli Achei. In esso riportarono

gli studi eseguiti presso le cosiddette Tavole Palatine

(Heraion extraurbano) e gli scavi presso il tempio

detto di Apollo, allora conosciuto come Chiesa di

Sansone. Durante le indagini, interrotte per la pre-

Fig. 1. Augustin Legrand (1765-1850)

Ritratto di Honoré d'Albert de Luynes, 1848-1849

Litografia (26 x 38,4 cm)

Stampa Becquet Frères, Paris

Editore Victor Delarue & Cie., Paris

Rijksmuseum, Amsterdam

Fig. 2. Honoré d'Albert de Luynes, F. J. Debacq

Métaponte

Imprimé chez Paul Renouard, Parigi, 1833

Heidelberg University Library

Fig. 3. Joseph-Frédéric Debacq (1800-1892)

Vista del Tempio di Segesta, 1828

Grafite e lavatura d'inchiostro su carta (38 x 27,5 cm)

Collezione privata, Parigi

© Aguttes, per gentile concessione

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senza di terreno fangoso, furono scoperti frammenti

di colonne, capitelli e terracotte a rilievo, tra cui una

sima laterale con doccioni a testa di leone, che nel

1844 Debacq donò alla biblioteca dell'École des Beaux-Arts

(un frammento di una sima decorata della collezione

Luynes è invece conservato presso il Dipartimento

di Monete, Medaglie e Antichità della Bibliothèque

nationale de France). I disegni di questi frammenti

[Fig. 14], spesso a colori, fanno parte delle

dieci tavole fuori testo dell'opera e rappresentano i

rilievi eseguiti da Debacq sul campo, un lavoro che

contribuì in modo determinante alla conoscenza

dell'architettura dorica d'Occidente, fornendo una

documentazione ampia e rigorosa che ebbe grande

risonanza tra gli studiosi del tempo.

Gli strumenti e le meticolose tecniche di rilevamento

utilizzate dall'architetto si ricavano dal testo Histoire

de l'art grec avant Périclès, pubblicato nel 1870

dall'archeologo francese Charles-Ernest Beulé [Fig.

4], opera che copre il periodo dell'arte greca arcaica,

precedente l'età di Pericle.

Il testo fornisce un quadro dettagliato del contributo

dell'architetto e dei suoi metodi di indagine sui templi

dorici della Magna Grecia: misurazioni effettuate

con asta metrica composta da vari segmenti uniti “testa

a testa” ( bout à bout); realizzazione di calchi per il

rilievo del profilo dei capitelli con lamina di piombo

modellata con un martello; utilizzo della camera lucida

( chambre claire) per realizzare disegni prospettici

di grande precisione.

Debacq aveva fornito personalmente a Beulé le misure

e un disegno prospettico, eseguito con la camera

lucida, dell'unica colonna superstite del tempio di

Hera Lacinia presso Crotone, realizzato durante il

viaggio del 1825 lungo la costa ionica [Fig. 5]. La scena,

ripresa da nord-est, mostra la colonna, il crepidoma

e la fondazione sul promontorio di Capocolonna,

prima degli scavi archeologici e degli interventi di

consolidamento novecenteschi.

La veduta è apparsa nel 2019 nel catalogo della casa

d'aste francese Aguttes, intitolato Le rêve de

l'antique - Le voyage en Italie, dessins du duc de Luynes

et de l'architecte Debacq, comprendente circa

centotrenta disegni ad acquerello, matita e inchiostro

che ripercorrono l'itinerario di Debacq e de Luynes in

Italia, con particolare attenzione alla Magna Grecia,

oltre al viaggio a Malta e in Egitto del 1842.

La maggior parte di questa collezione è stata acquistata,

in una sessione tenuta a Parigi presso l'Hôtel

Drouot, dall'attuale proprietario del castello di Dampierre,

residenza storica dei duchi di Luynes, dove

Honoré d'Albert commissionò importanti lavori di

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restauro e dove costituì le sue collezioni. Nel 2022 la

Bibliothèque nationale de France, per diritto di prelazione,

ha acquistato il disegno di Debacq raffigurante

le Tavole Palatine, il tempio di Hera di Metaponto

[Fig. 6].

Questa collezione testimonia un momento cruciale

in cui l'archeologia stava nascendo come disciplina

scientifica, passando dalla semplice raccolta di antichità

a indagini sistematiche sul campo. L'insieme

delle opere comprende anche disegni e vedute che

documentano la visita a Paestum e a Velia, consentendo

di ricostruire l'itinerario dei due compagni di

viaggio nel Sud Italia.

Fig. 4. Charles-Jeremie Fuhr (1832-1874)

Ritratto Charles-Ernest Beulé, 1865-66

Litografia

Bibliothèque municipale de Lyon

Fig. 5. Joseph-Frédéric Debacq (1800-1892)

Colonna del tempio di Giunone Lacinia, 1825

Lavaggio bruno (28 x 19,5 cm)

Collezione privata, Parigi

© Aguttes, per gentile concessione

La colonna del tempio di Giunone Lacinia, nota anche

come colonna di Capo Colonna, è l'ultima colonna superstite

del tempio dorico dedicato a Hera Lacinia, situato

sul promontorio Lacinio vicino all'antica città di Crotone.

Questo maestoso santuario era un importante centro

di culto della Magna Grecia e originariamente presentava

48 colonne. Oggi, la singola colonna eretta fronteggia

il Mar Mediterraneo ed è un simbolo dell'area archeologica

di Capo Colonna.

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Fig. 6. Joseph-Frédéric Debacq (1800-1892)

Le Tavole Palatine di Metaponto, 1828

Inchiostro e acquerello bruno (39,5 x 24 cm)

Bibliothèque Nationale de France

Disegno riprodotto nel volume Metaponto del 1833

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Le Tavole Palatine sono i resti di un tempio dorico

periptero esastilo del VI secolo a.C. dedicato alla divinità

greca Hera. Il tempio, posto in prossimità del Bradano,

era legato a un santuario extraurbano, del quale è emerso

il muro del temenos e resti di un altare più antico.


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Paestum

Della visita a Paestum manca qualsiasi riferimento

nei documenti pubblicati e nei fondi d'archivio consultati;

pertanto, i disegni rappresentano l'unica testimonianza

di questa tappa. Sebbene le tavole non

riportino una data autografa, il contesto storico e logistico,

insieme all'analisi degli itinerari, permette di

collocare la presenza a Paestum di Debacq e de Luynes

nel 1825, durante la loro prima grande ricognizione

nel Sud Italia, muovendo da Napoli verso la

costa ionica.

L'architettura del sito, con i suoi tre templi dorici, era

ben nota e rappresentava un termine di paragone

essenziale per lo studio delle rovine più frammentarie

di Crotone e Metaponto, luoghi visitati per la

prima volta in quello stesso anno, per ritornarvi poi

nel 1828 con l'intenzione di intraprendere uno scavo

generale nel sito che offriva “i più numerosi resti

architettonici”.

La visita a Paestum servì a raccogliere un insieme di

dati certi sull'architettura dorica, oltre a rappresentare,

probabilmente, un momento formativo per

l'architetto, che poté studiare dal vivo le proporzioni,

i dettagli e le tecniche costruttive dei templi, sperimentando

le modalità più efficaci di rappresentazione,

competenze che avrebbe poi applicato nei rilievi

dei monumenti meno conosciuti della costa ionica.

La conoscenza delle misure e delle proporzioni dei

templi pestani fu infatti utilizzata come regola matematica

per dedurre le proporzioni dei resti dei templi

di Metaponto, ricostruiti graficamente per la loro

grande somiglianza di stile: “L'architecture des temples

de Pœstum, dont le style offre une grande ressemblance

avec les monumens de Métaponte, nous a

servi de guide pour suppléer aux détails qui nous

manquaient.”

Le tavole realizzate da Debacq a Paestum si pongono

in continuità con la tradizione del vedutismo archeologico

settecentesco, ma ne superano l'aspetto puramente

pittoresco: l'architetto mira a una raffigurazione

scientifica, dove la resa prospettica e la precisione

architettonica concorrono alla definizione di

un'immagine conoscitiva. È probabile che in questa

ricerca di equilibrio tra esattezza e bellezza si rifletta

l'influenza di de Luynes, che considerava il disegno

uno strumento di indagine oltre che di rappresentazione.

Tra i disegni recuperati dalla collezione figura una

veduta generale del sito da nord, realizzata a matita,

con il tempio di Nettuno e la Basilica in secondo piano,

sulla destra della composizione [Fig. 7].

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Fig. 7. Joseph-Frédéric Debacq (1800-1892)

Veduta di Paestum, 1825

Matita su carta (25 x 15,5 cm)

Collezione privata, Francia

© Aguttes, per gentile concessione


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Un secondo disegno, presumibilmente rifinito

all'acquerello in una fase successiva, raffigura la

Porta Orientale (Porta Sirena) [Fig. 8], testimoniando

un'attenzione non solo per i templi, ma anche per i

dettagli della topografia urbana, con la restituzione di

un'analisi completa dell'antica città.

I due templi principali sono rappresentati in primo

piano in una successiva veduta ripresa da nord-est,

dove l'architetto riuscì a bilanciare la composizione

romantica del paesaggio monumentale con la rigorosa

resa architettonica, presumibilmente ottenuta con

l'uso della camera lucida [Fig. 9]. La veduta, in formato

orizzontale e rifinita all'acquerello monocromatico

di tono bruno, fu probabilmente completata

l'anno successivo a Parigi, secondo una pratica diffusa

tra gli artisti, che rielaboravano e rifinivano i loro

schizzi una volta rientrati dal viaggio, basandosi

sulle annotazioni prese sul posto.

Fig. 8. Joseph-Frédéric Debacq (1800-1892)

Porta orientale a Paestum, 1825-1826

Inchiostro e acquerello

Collezione privata, Francia

© Aguttes, per gentile concessione

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Fig. 9. Joseph-Frédéric Debacq (1800-1892)

Veduta dei templi di Paestum, 1825-1826

Inchiostro e acquerello (25 x 15,5 cm)

Collezione privata, Francia

© Aguttes, per gentile concessione

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Velia

La scoperta di Castellammare della Bruca

Il resoconto più diretto della visita a Velia è un articolo

pubblicato da de Luynes l'anno successivo al

secondo viaggio in Italia meridionale. La memoria,

intitolata Des ruines de Vélia, apparve nel terzo

fascicolo del primo volume delle Annales de

l'Institut de correspondance archéologique, pubblicato

a Parigi nel 1829, anno di fondazione

dell'Istituto con sede a Roma, di cui lo stesso Duca fu

membro fondatore.

La scelta di pubblicare rapidamente un articolo

sull'antica città dimostra come de Luynes considerasse

l'esplorazione del sito un contributo geografico

e archeologico di grande attualità. Velia era ancora

una terra sconosciuta, scarsamente indagata, e il suo

resoconto è tra i primi a documentare in dettaglio i

resti dell'antica città, con la descrizione della cinta

muraria, di alcune strutture di età romana, delle vestigia

del porto e dei caratteristici mattoni recanti “monogrammi

greci”.

L'articolo si sofferma inizialmente sul contesto storico,

citando le fonti antiche, e sull'identificazione del

sito coincidente con Castellammare della Bruca (o

Castellammare di Velia), il toponimo che designava

il nucleo fortificato medievale situato nella parte alta

del promontorio, dove un tempo sorgeva l'acropoli

dell'antica Elea (Velia romana), confutando l'errore

diffuso che la identificava con Pisciotta.

L'esplorazione di Velia avvenne nel 1828, giungendovi

in barca dopo la visita a Laos, l'antica città fondata

dai Sibariti nei pressi di Scalea, percorrendo la

costa tirrenica da sud verso nord. L'itinerario marittimo

descritto nell'articolo, basato sulle scogliere e

sulle torri di guardia costiere visibili dal mare, prevedeva

una sosta al sito della Molpa, sopra l'altura compresa

fra i fiumi Lambro e Mingardo, dove Debacq

realizzò due vedute: una dell'omonimo monte con la

valle del corso d’acqua [Fig. 10], e l'altra dell'intera

costa, ripresa da sopra l'abitato di Palinuro fino ai

versanti meridionali del monte Stella sullo sfondo

[Fig. 11]. Superato Capo Palinuro e navigando verso

nord, senza allontanarsi dalla costa, oltre la montagna

di Pisciotta e il piccolo isolotto alla punta

dell'altura rocciosa sotto Ascea (Punta del Telegrafo),

si incontrava la Torre Sciabica, alla foce della Fiumarella,

sul litorale della marina di Ascea (la Secca),

per poi giungere al promontorio su cui si erge la fortezza

“gotica” di Castellammare della Bruca, in prossimità

del fiume Alento e di una vasta palude, elementi

che per de Luynes costituivano prove decisive

dell'identità del luogo.

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Fig. 10. Joseph-Frédéric Debacq (1800-1892)

Veduta del Monte Molpa, vicino a Palinuro, 1828

Lavaggio marrone e matita nera (44,5 x 30,5 cm)

Collezione privata, Francia

© Aguttes, per gentile concessione


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L'arrivo al sito di Velia era dunque determinato dal

riconoscimento di precisi riferimenti topografici,

fissati con grande esattezza in due vedute a matita,

che rappresentano i primi disegni tra quelli finora

noti di Velia.

Sebbene i bozzetti riportino l'indicazione del luogo

in basso a destra e non siano autografati,

l'attribuzione a Debacq appare la più logica, pur non

escludendo la possibilità che alcune tavole siano

state realizzate dallo stesso de Luynes.

Una delle due è intitolata Vue de la forteresse gothique

de Castellammare della Bruca, sur

l'emplacement de l'acropole de Velia [Fig. 12], ripresa

da sud dalla località denominata “Pantano”, con a

sinistra, sullo sfondo, i rilievi di Casalicchio (Casal

Velino) e Acquavella, e a destra il crinale della valle

della Fiumarella. L'altra, denominata Castellamare

della Bruca, ancienne vallée de Velia [Fig. 13], è una

vista da ovest della valle del fiume Alento, con sullo

sfondo la cima del monte Gelbison (o monte Sacro).

Si tratta di due vedute panoramiche inedite, di straordinario

interesse storico, che aggiungono un tassello

prezioso alla conoscenza del patrimonio storico del

territorio.

Fig. 11. Joseph-Frédéric Debacq (1800-1892)

Vista dall'alto di Palinuro, 1828

Lavaggio marrone e matita nera (28 x 23 cm)

Collezione privata, Francia

© Aguttes, per gentile concessione

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Fig. 12. Joseph-Frédéric Debacq (1800-1892)

(Honoré d'Albert, duc de Luynes)

Veduta della fortezza gotica di Castellammare della

Bruca, sul sito dell'acropoli di Velia, 1828

Disegno a matita (45,2 x 29,7 cm)

Collezione privata, Francia

© Aguttes, per gentile concessione

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Fig. 13. Joseph-Frédéric Debacq (1800-1892)

(Honoré d'Albert, duc de Luynes)

Castellammare della Bruca, antica valle di Velia, 1828

Disegno a matita (44,5 x 29 cm)

Collezione privata, Francia

© Aguttes, per gentile concessione

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Fig. 14. Joseph-Frédéric Debacq (1800-1892)

Frammento architettonico di un tempio dorico a

Metaponto

(Chiesa di Sansone)

Incisione di Jean-Pierre-Marie Jazet

Tavola VII del volume Metaponto, 1833

Heidelberg University Library

Fig. 15. Joseph-Frédéric Debacq (1800-1892)

Tempio di Selinunte, 1828

Acquerello e gessetto (35,4 x 23 cm)

Collezione privata, Francia

© Aguttes, per gentile concessione

Riferimenti bibliografici:

H. le duc de Luynes, Des ruines de Velia, in Annales de l'Institut

archéologique de Rome, 1829

Eduard Gerhard e Theodor Panofka (a cura di), Monumenti

inediti, Istituto di corrispondenza archeologica, Roma, Parigi,

1829-1833

Honoré Théodore d'Albert de Luynes, F. J. Debacq, Métaponte,

Imprimé chez Paul Renouard, Parigi, 1833

Charles-Ernest Beulé, Histoire de l'art grec avant Périclès,

Edizione Didier, Paris, 1868

Joseph-Daniel Guigniaut, Notice historique sur la vie et les

travaux de M. le duc d'Albert de Luynes, in Mémoires de

l'Institut national de France, 1877

Marie-Laure Crosnier Leconte, Biographie de Joseph Frédéric

Debacq, INHA, Institut national d'histoire de l'art, Paris, 2009

Luigi Vecchio, Velia negli itinerari dei viaggiatori stranieri tra

XVIII e XIX secolo, in Archivio storico per la Calabria e la

Lucania, Roma, 2017

Francesca Silvestrelli, Le duc de Luynes et et la découverte de la

grande Grèce, Centre Jean Bérard, 2018

Aguttes, Le rêve de l'antique: Le voyage en Italie, dessins du duc

de Luynes et de l'architecte Debacq, Drouot, Paris, 2019

Salvatore Di Liello, Metaponto e l'Europa tra Settecento e

Ottocento. L'architettura antica nella terra incognita, L'Erma di

Bretschneider, 2023

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Nel 1825 l'architetto francese Joseph-Frédéric

Debacq accompagna il duca Honoré Théodoric

d'Albert de Luynes in un viaggio esplorativo nel

Regno delle Due Sicilie. Insieme percorrono le terre

della Magna Grecia, spinti dal desiderio di conoscere

e restituire la forma perduta delle antiche città. A

Paestum, Debacq fissa in alcuni disegni la maestosità

dei templi dorici immersi nella solitudine della pianura,

dove la precisione dell'architetto si fonde con

la sensibilità del viaggiatore. Il lavoro di Debacq a

Paestum servì da banco di prova per una nuova metodologia

di rilievo, che culminò con le successive scoperte

e le pubblicazioni su Metaponto in Lucania.

Tre anni dopo, passando per Palinuro, il cammino

prosegue verso Velia, tra rovine appena riaffiorate e

memorie della filosofia eleatica. Qui il segno si fa più

meditato, come se l'occhio cercasse di ricomporre,

tra frammenti ed elementi topografici, l'immagine di

un mondo antico. Questo Quaderno ripercorre il

viaggio condiviso da de Luynes e Debacq, restituendo

attraverso il linguaggio del disegno la meraviglia

della scoperta e la misura classica dello sguardo ottocentesco

su Paestum e Velia, in un periodo fondamentale

per la nascita della scienza archeologica.

Immagine di copertina

Joseph-Frédéric Debacq (1800-1892)

Castellammare della Bruca, sul sito dell’acropoli di Velia, 1828

Collezione privata, Parigi

Particolare

© Aguttes, per gentile concessione

collana

I Quaderni dell’Arte

a cura di Costabile Cerone

Quaderno 39 - dicembre 2025

Joseph-Frédéric Debacq

Paestum e Velia

Copyright: © 2025 PAESTUMinARTE

Questo è un articolo ad accesso aperto distribuito secondo i termini della Creative Commons

Licenza 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0 IT)

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