STANZE_12_25_FIABA
Un trimestrale di ricerca ed approfondimento culturale, e scusate se è poco.
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STANZE
ascolti
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fotogrammi
ombre
fiaba
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visioni
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L'immagine Niños del bosque fa parte di
una serie di illustrazioni che ho creato
per il gruppo musicale The Mediaeval Baebes,
per il loro album A Pocket Full Of Posies.
Ho lavorato su alcuni elementi forniti
dal gruppo: una foresta magica, i bambini
e la morte (tema essenziale, poiché molte
delle loro canzoni incorporano filastrocche
tradizionali per bambini sulla malattia e la
morte). Ho immaginato un gruppo di bambini
che ballano e cantano filastrocche medievali
in una foresta ed ho incluso alcuni elementi
legati alla magia e alla morte: il drago,
il serpente, i teschi e il gufo, un animale
psicopompo che guida le anime dei defunti
dal mondo dei vivi all'aldilà, per questo motivo
si trova al centro dell'immagine. Il processo
di lavoro ha comportato schizzi, revisioni,
sviluppo degli schizzi, disegno, digitalizzazione
di tutti gli elementi, colorazione (applicata
in digitale utilizzando numerosi livelli e
sfruttando le texture del disegno analogico)
e impaginazione finale.
Alefes Silva
In quarta di copertina
48 palabras, Tragaluz editores
Editoriale
Abbiamo ancora paura del lupo cattivo?
Dovremmo.
Abbiamo forse più paura di entrare nel bosco, meno fiduciosi nel
nostro coraggio, meno inclini all'avventura, spaventati dalle troppe
notizie che cancellano la speranza nell'elemento magico, nell'aiuto
dell'estraneo, che estinguono il sogno della bellezza, il potere dell'incanto,
la possibilità del riscatto.
Eppure dietro alle fiabe ci siamo sempre noi, con gli stessi archetipi
da affrontare e risolvere (anche qui, almeno dovremmo): attraversamenti
di crescita, perdite, riflessi di specchi, filtri ingannevoli, incontri
salvifici o prove che non sappiamo accogliere, diffidenti e sfiduciati.
Certo è un mondo che lascia poco spazio alle fiabe: da una parte le
inzucchera privando i bambini dell'opportunità di sviluppare una propria
capacità di giudizio, una personale codifica di ciò che è simbolico;
dall'altra cala un velo grigio pieno di ombre sul quotidiano degli adulti,
che non rammentano più cosa vuol dire sguainare la spada e addentrarsi
nel folto della foresta, trovare rifugi scaldati dal fuoco di un
camino, sorprendersi dell'intervento di un essere guida, alzare lo
sguardo e trovare un salvatore.
La magia non è altro che il desiderio, terreno per gli impavidi (siano
essi cavalieri o bimbette sulla strada per la casa della nonna): dobbiamo
ritrovare lo stato d'animo del bambino, comprendere quanto
tutto sia necessario e credere ancora che tutto sia possibile.
3
Marta Silenzi, marchigiana, classe 1977. Laureata in Storia
e Conservazione dei Beni Culturali con indirizzo Storico
Artistico e diplomata in Antropologia dell’arte ad un master
dell’Accademia di Belle Arti. Autrice di testi critici per
mostre temporanee e cataloghi ragionati di artisti nazionali
ed internazionali (pubblicazioni Il Centofiorini, Skira,
La Colomba, Pagine d’Arte). Divoratrice di libri e film,
pazza per la musica, mamma di due bambini. La scrittura
creativa si accompagna da sempre a quella critica, come
momento di riflessione, occasione di ritrovamento, lascito
di una traccia. Interessata a trovare connessioni e sinergie
tra le forme espressive, fino ad una sintesi di parole,
immagini e suoni che non ha confini.
Nata letteralmente in mezzo a libri e periodici nel 1978
alle porte di Milano Nord, cresciuta disegnando prima
e impaginando poi, Paola Ranzini Pallavicini è
un’appassionata e tenace grafica editoriale, che ha
instaurato dagli anni Novanta solide collaborazioni con le
più prestigiose redazioni di mezza Milano specializzandosi
in pubblicazioni di architettura, urbanistica, design, arte,
fotografia, saggistica. Un curioso decennio è volato tra le
altre cose affiancando gli architetti della EPFL di Losanna
nel dare una veste calzante a ricerche di respiro
internazionale. Grazie alla pandemia e ad alcune
interessanti ragazze ha ripreso in mano prima la matita,
poi la penna, per condividere con chi vorrà tutti i mondi
che popolano la sua testa irrequieta.
redazione–stanze
Redazione Stanze
redazionestanze.blogspot.com
IN REDAZIONE
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4/redazione stanze
Se vuoi che i tuoi figli
siano intelligenti,
leggi loro delle fiabe.
Se vuoi che siano
più intelligenti,
leggi loro più fiabe.
ALBERT EINSTEIN
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Scalinate, pifferai, regine di maggio e oro
che luccica
MARTA SILENZI
note/Quando il metal incontra la narrativa
fantastica
NICOLA GUIDA
Fiabe illustrate
MARTA SILENZI
Indugiare nella quiete
MARTA SILENZI
Tre personaggi per una fiaba
MARTA SILENZI
Fiaba Dark
PAOLA RANZINI PALLAVICINI
note/Fiabe in celluloide
PAOLA RANZINI PALLAVICINI
La fotografia come racconto incantato:
Tim Walker e la fiaba
NICOLA GUIDA
La fiaba e la luna
NICOLA GUIDA
album/ La moderna Cappuccetto Rosso,
allevata a suon di pubblicità, non ha nulla
in contrario a lasciarsi mangiare dal lupo
(Herbert Marshall McLuhan)
MARCELLO FRANCONE
C’era una volta in un regno lontano
GRAZIA PAGLIARICCIO
Il femminile nella fiaba
GRAZIA PAGLIARICCIO e MARTA SILENZI
Due fiabe per adulti
CHIARA RIVA
Collage
Il prezzo del potere
ANDREA ANCONETANI
Dove finiscono le fiabe quando
diventiamo grandi
ALESSANDRO PERTOSA
Tracce di fiaba
GIANFRANCO GARAVELLI
Bianca come la neve, rossa come il sangue
MARTA SILENZI
ripostigli/Una fiaba a colori (MS)
ascolti
forme
fotogrammi
ombre
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palchi
visioni
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Craveggia, Valle Vigezzo, le Streghe sfilano
per le vie del paese durante la manifestazione
“A spasso con le Streghe”. Edizione 2025
Foto di Marcello Francone
Tutte queste streghe imparentate tra di loro formano
una famiglia numerosa, saltano fuori da tutte le parti,
siedono sui rami di un albero genealogico di millenni.
E se ci sono sempre state, mica saranno sparite all’improvviso.
E dunque sono ancora tra noi? Siamo noi?
I mondi fatati creati dalle scrittrici francesi del Seicento,
le fate Morgana e Melusina derivate dal folklore medievale
e che a loro volta derivano dalle Moire greche e
dalle Parche romane, le dee romane Fauna, Bona Dea,
i racconti sulla Sibilla, la tradizione celtica, quella norrena:
una selva millenaria di rami intrecciati. Un grande
flusso narrativo, un fiume che raccoglie affluenti ed
emissari, si ricongiunge, sparisce sottoterra, riaffiora,
fertilizza i racconti e l’immaginario. Le fiabe.
DA UNA NOTTE NELLA CASA DELLE FIABE, SILVIA BALLESTRA
MARTA SILENZI
Scalinate, pifferai,
regine di maggio e oro
che luccica
STAIRWAY TO HEAVEN
LED ZEPPELIN IV (UNTITLED)
1971
Jimmy Page, Robert Plant
There’s a lady who’s sure
All that glitters is gold
And she’s buying a stairway to Heaven.
When she gets there she knows
If the stores are all closed,
With a word she can get what she came from.
Ooh, ooh, and she’s buying a stairway to Heaven.
There’s a sign on the wall
But she wants to be sure
‘Cause you know sometimes words have two
meanings.
In a tree by the brook
There’s a singbird who sings
Sometimes all of our thoughts are misgiven.
Ooh, it makes me wonder…
Ooh, it makes me wonder.
There’s a feeling I get
When I look to the west
And my spirit is crying for leaving.
In my thoughts I have seen
Rings of smoke through the trees,
And the voices of those who stand looking.
Ooh, it makes me wonder
Ooh, it really makes me wonder.
And it’s whispered that soon
If we all call the tune
Then the piper will lead us to reason.
And a new day will dawn
For those who stand long
And the forests will echo with laughter.
If there’s a bustle in your hedgerow
Don’t be alarmed now,
It’s just a spring clean for the May Queen.
Yes, there are two paths you can go by
But in the long run
There’s still time to change the road you’re on.
And it makes me wonder.
Your head is humming and it won’t go
In case you don’t know,
The pipers calling you to join him.
Dear lady, can you hear the wind blow,
And did you know
Your stairway lies on the whispering wind.
And as we wind on down the road
Our shadows taller than our soul.
There walks a lady we all know
Who shines white light and wants to show
How everything still turns to gold.
And if you listen very hard
The tune will come to you at last.
When all are one and one is all
To be a rock and not to roll.
And she’s buying a stairway to Heaven.
10/ASCOLTI
C’è una signora sicura
Che tutto ciò che luccica è oro
E sta comprando una scala per il Paradiso.
Lei sa che quando ci arriva
Se i negozi sono tutti chiusi,
Con una parola può ottenere ciò per cui è venuta.
Ooh, ooh, e sta comprando una scala per il
Paradiso.
C’è un segno nel muro
Ma lei vuole essere sicura
Perché sai, a volte le parole hanno due
significati.
In un albero vicino al ruscello
C’è un uccello che canta.
Certe volte tutti i nostri pensieri ci mettono
dubbi
Oh, mi viene da pensare…
Oh, mi viene da pensare.
C’è un sentimento che provo
Quando guardo a Occidente,
E il mio spirito piange per andarsene.
Nei miei pensieri ho visto
Anelli di fumo attraverso gli alberi,
E le voci di coloro che stanno guardando.
Oh, mi viene da pensare
Oh, davvero mi viene da pensare.
E si sta sussurrando che presto
Se tutti lo decidiamo
Allora il pifferaio ci condurrà alla ragione.
E un nuovo giorno vedrà l’alba
Per quelli che resteranno,
E le foreste echeggeranno di risate.
Se c’è un trambusto nella tua siepe
Non allarmarti ora,
Sono solo le pulizie di primavera della Regina
di Maggio
Sì, ci sono due percorsi che puoi prendere
Ma a lungo termine
C’è ancora tempo per cambiare la strada in cui
ti trovi.
E mi viene da pensare.
La tua testa sta ronzando e il ronzio non se ne
andrà
Nel caso non lo sapessi,
Il pifferaio ti sta chiamando a seguirlo
Cara signora, riesci a sentire il vento soffiare
E sapevi
La tua scala giace sul vento che sussurra.
E mentre andiamo avanti per la nostra strada
La nostra ombra è più alta della nostra anima
Lì cammina una signora che tutti conosciamo,
Che brilla di luce bianca e vuole mostrare
Come tutto diventa d’oro
E se ascolti molto attentamente
La melodia finalmente arriverà a te
Quando tutti sono uno e uno è tutto
Per essere roccia e non rotolare.
E lei sta comprando una scala per il Paradiso.
11/ASCOLTI
Pietra miliare della produzione dei Led Zeppelin, canzone universalmente
riconosciuta come una delle più importanti di tutta la storia
del rock, uno dei pezzi per cui la gente impara a suonare la chitarra
(probabilmente insieme a Whish you were here dei Pink Floyd e More
than words degli Extreme); otto minuti di autentico splendore in parole
e musica, quarta traccia del quarto album senza titolo del gruppo,
il testo riportato in caratteri gotici all’interno del libretto tra immagini simboliche,
Stairway to Heaven è ormai leggendaria quanto chi l’ha scritta e cantata.
É indiscutibilmente un racconto e la forma narrativa, introdotta dalle pacate sonorità
folk dell’apertura, avanza aumentando di significato ad ogni cambio di ritmo,
con la batteria di Bonam sui quattro minuti, con la chitarra intorno ai cinque e poi
fino in fondo, quando Plant e Page la trasformano di diritto in hard rock, chiusa solo
da un ultimo sussurro che riprende l’entrata.
Il gruppo in questione è solito scrivere pezzi dai significati complessi e misteriosi,
scortati da atmosfere sonore medievaleggianti che ben si prestano a questo tipo
di racconti.
12/ASCOLTI
Stairway to Heaven parla di una certa signora, per cui è oro tutto ciò che luccica,
quindi una materialista, a cui piacciono le cose belle e costose, che crede di potersi
comprare una scala per il Paradiso (immagine contenuta nel Libro della Genesi,
28.12); o, con un riflesso più storico, si potrebbe trattare di una cristiana che spera
di poter avere accesso al Paradiso mediante l’acquisto delle indulgenze, pratica
molto diffusa nel Medioevo quando il Papa si faceva pagare denaro in cambio della
salvezza eterna.
“Il testo di Starway to heaven rifletteva le letture di Plant in quel
periodo. La canzone racconta, in termini poetici, della mitica ricerca
da parte di una donna della perfezione spirituale, è il paradigma
della Faerie Queene di Spenser, della White Goddes di
Robert Graves e di ogni altra eroina celtica: la Lady Of The Lake,
Morgan La Fay, Diana of the Fields Greene, Rhiannon The Nightmare.
Plant aveva concentrato le proprie attenzioni sui lavori dello
scrittore britannico Lewis Spencer. Citò in seguito Le arti magiche
13/ASCOLTI
della Britannia celtica come una delle fonti di ispirazione del testo di
Stairway (…). Con le sue immagini austeramente pagane – alberi,
uccelli, pifferai, la Regina di maggio, luci bianche risplendenti, la
foresta echeggiante di risa –, Stairway To Heaven sembrava quasi
un invito ad abbandonare le nuove tradizioni per seguire i vecchi
dèi. La canzone rifletteva un’ineffabile sete di trasformazione spirituale,
profondamente radicata nel cuore della generazione cui
era indirizzata.” Stephen Davis, Il martello degli dei
Una volta raggiunto quel posto, che come nelle fiabe è vago e indefinito, anche se i
negozi sono chiusi la donna è sicura di poter ottenere ciò che vuole pronunciando
una sola parola, che suona tanto come una sorta di formula magica per accedere
alla dimensione incantata.
Ma non è così facile. Ci sono dei segnali: un segno nel muro (che potrebbe fare
riferimento alla chiesa di Wittenberg, dove Martin Lutero affisse le tesi che sconfessavano
le indulgenze e si scagliavano contro il cattolicesimo), un albero vicino
al ruscello, un uccello che canta, e lei si accorge che a volte le parole hanno due
significati, ci sono dei bivi e allora qual è la giusta direzione da prendere? Chi scrive
sente di doverci riflettere, la questione è importante.
Una certa condanna al materialismo e capitalismo la introduce già la copertina
del disco, fronte-retro sono un’unica immagine che mette a contrasto una casa del
passato, probabilmente la casa del contadino che appare nel quadro appeso (un
autentico dipinto a olio acquistato da Robert Plant in un negozio di antiquariato
a Reading, in Inghilterra, di cui autore e periodo sono sconosciuti) distrutta dal
progresso della città, nello specifico il quartiere di Ladywood, a Birmingham, con
l’allora nuovissimo grattacielo Salisbury Tower. L’uomo del quadro sembra essere
George Pickingill, un contadino inglese vissuto tra l’‘800 e il ‘900 pratico di arti
magiche e frequentatore dell’idolo di Jimmy Page, l’esoterista Aleister Crowley, con
cui si dedicava all’occultismo. Da qui tutte le dicerie su possibili intenzioni sataniste
della canzone, incisioni al contrario e assurdità varie.
Come nelle migliori fiabe il mistero s’infittisce e la simbologia prende il sopravvento:
il contadino col fascio di legname sulla schiena richiama il dieci di bastoni dei
tarocchi, un avvertimento che allude ai cicli della vita; e l’Eremita, illustrazione di
Barrington Colby Mom al centro del libretto, è un ammonimento a riflettere prima
di prendere una strada sconosciuta, consiglio che ci riporta al punto del testo in
cui il narratore inizia a parlare in prima persona.
Segue un passaggio pensoso e nostalgico. Guardando ad Occidente, dove il sole
tramonta, chi parla pensa al ciclo della vita, nello specifico probabilmente alla
morte, e, nell’intrico dei suoi pensieri – la mente ricalca l’archetipo della foresta –,
vede alzarsi anelli di fumo, come richieste d’aiuto, cui risponde un sentire comune,
una voce che gira sul fatto che se si è saldi e uniti (contro questo materialismo incipiente)
allora “il pifferaio ci condurrà alla ragione”. Ora, il pifferaio è un riferimento
14/ASCOLTI
a Il pifferaio di Hamelin, fiaba trascritta dai fratelli Grimm che narra di un suonatore
di piffero magico che, su richiesta del borgomastro, allontana da Hamelin i ratti al
suono di quello strumento; quando il borgomastro si rifiuta di pagarlo per l’opera,
però, questi si vendica irretendo i bambini del borgo al suono del piffero e portandoli
via con sé. Una storia inquietante legata alle vicende della peste che vedeva
nei ratti il possibile vettore della piaga e nell’allontanamento di ragazzi e bambini
una soluzione. Il senso della fiaba in relazione alla canzone è nella frase “If we all
call the tune/Then the piper will lead us to reason”, a sua volta legata al detto “who
pays the piper call the tune”, cioè “chi paga il pifferaio sceglie la musica” (e non a
caso John Paul Jones decide di inserire nella melodia una parte di flauto).
Se si sceglie quindi la giusta direzione, sarà l’alba di un nuovo giorno e la foresta
della mente riecheggerà di risate. È il momento in cui John Bonam aggiunge marce
al suo strumento e la canzone decolla.
“L’idea di Stairway To Heaven era quella di avere un pezzo di musica,
una canzone che avrebbe dovuto svilupparsi su più strati
e dovesse andare a coinvolgere diversi stati d’animo. Tutta l’intensità
e la finezza dovevano servire per dare spinta al brano
sotto ogni punto di vista, sia quello emozionale che musicale.
Per questo la canzone continua ad aprirsi e ad esplorare un
certo tipo di schemi.” Jimmy Page, intervista alla BBC, 2014
Se la mente è ancora un po’ inquieta, non bisogna allarmarsi, la Regina di Maggio,
la May Queen, simbolo di crescita e rinascita, figura molto amata in Inghilterra,
sta facendo pulizie dei cattivi pensieri, e la decisione di quale dei due percorsi
intraprendere (bene o male, natura o materialismo, spiritualità o occulto) richiede
tempo, si può sempre tornare sui propri passi.
Plant incoraggia a riflettere, a sentire il richiamo del pifferaio, lo dice alla donna dell’inizio,
le dice che il vento soffia ed è lì che poggia la scala, sul vento, è dunque arduo
salirci per conquistare il Paradiso. Qui il pezzo diventa puro hard rock ed entra nel
vivo, è il momento dell’assolo di Jimmy Page suonato con una Fender Telecaster (e
non con la Gibson Les Paul che usa nel resto del disco), il momento in cui la voce di
Robert Plant sale di tono. Ormai ci sono delle certezze che vanno gridate: mentre
siamo sul nostro cammino ci portiamo dietro grosse ombre, inquietudini più grandi
di noi, ma c’è anche la possibilità di trovare la luce (del bene, della verità?), che ci
cammina sempre a fianco – nel testo descritta come la Lady Galadriel de Il Signore
degli Anelli di Tolkien, che vive in un bosco nel quale le foglie degli alberi diventano
d’oro al suo passaggio –, basta tendere l’orecchio per cogliere finalmente la melodia
del pifferaio, per comprendere che tutto è uno e uno è tutto (una sentenza spirituale
dal vago sapore zen), per essere saldi come una roccia che non rotola.
E lei sta comprando una scala per il Paradiso.
15/ASCOLTI
NICOLA GUIDA
Quando il metal
incontra la narrativa
fantastica
Nessuna, e rimarco, nessuna band
nella storia del rock ha saputo
intrecciare musica e letteratura con
la maestria e la classe degli Iron
Maiden.
La band britannica, fondata nel 1975
da Steve Harris, negli anni non si è
limitata a creare heavy metal: ha
costruito un vero e proprio universo
narrativo dove miti, leggende e
storie fantastiche prendono vita
attraverso riff di chitarra, batterie
marziali e cori epici.
Gli Iron Maiden hanno un rapporto
privilegiato con la letteratura, in
particolare con quella fantastica e
avventurosa; Steve Harris, bassista
e principale compositore del gruppo,
è sempre stato un lettore vorace
(a dispetto dello stereotipo del
metallaro incolto e rumoroso) che
ha trasformato questa passione
in una cifra stilistica distintiva
della band, non fermandosi a
semplici citazioni o riferimenti
superficiali: i Maiden rielaborano
storie complesse, trasformandole
in epopee sonore che mantengono
intatta la profondità narrativa delle
opere originali, non si limitano a
prendere in prestito ambientazioni
o personaggi, ma ne colgono
l’essenza, traducendola in una
forma musicale che è al tempo
stesso fedele allo spirito primigenio
e completamente nuova, la musica
quindi diventa essa stessa narrativa,
con gli strumenti che parlano tanto
quanto le parole, creando paesaggi
sonori che trasportano l’ascoltatore
in mondi lontani.
Brani come Rime of the Ancient
Mariner, tratto dall’album Powerslave
del 1984, dimostrano questa capacità
in modo esemplare: la canzone,
lunga quasi quattordici minuti, è
un adattamento fedele del poema
di Samuel Taylor Coleridge, di cui
mantiene la struttura narrativa, il
senso di colpa del protagonista per
l’uccisione dell’albatro, e l’atmosfera
spettrale del testo.
Coleridge nel suo poema scriveva:
“Water, water, every where / And
all the boards did shrink / Water,
water, every where / Nor any drop
to drink” (Acqua, acqua, ovunque /
E tutte le assi si restringevano /
Acqua, acqua, ovunque / Ma
nessuna goccia da bere), versi
che gli Iron Maiden traducono
in un crescendo musicale di
arsura e disperazione (ben prima
del nostrano Capossela che li
ha riportati nella sua S.S. dei
naufragati!).
La musica dei Maiden segue le
vicende del marinaio maledetto,
alternando momenti di calma
inquietante a esplosioni di potenza
che rispecchiano le tempeste e le
sofferenze descritte nel testo.
La dimensione epica è centrale
nell’estetica degli Iron Maiden.
Pezzi come Alexander the Great non
sono semplici ricostruzioni storiche,
ma vere e proprie saghe musicali
che evocano l’atmosfera delle
grandi narrazioni mitologiche, la
band riesce a catturare quel senso
di destino, gloria e tragedia che
caratterizza i racconti omerici, dove
gli eroi sono destinati a sfidare il
fato stesso.
Come nell’Iliade omerica, dove
Achille sa che la sua gloria sarà
pagata con una morte prematura,
così gli Iron Maiden cantano di eroi
consapevoli del loro destino tragico.
Questo senso di gloria e tragedia
lo troviamo anche in Where Eagles
Dare: ispirata al film omonimo
ma intrisa di atmosfere da saga
vichinga, la canzone riecheggia lo
spirito dell’Edda poetica, la narrativa
norrena nella quale i guerrieri sanno
che anche gli dei sono soggetti al
destino finale del Ragnarok.
The Trooper, ispirata alla Carica dei
Seicento durante la battaglia di
Balaclava nella Guerra di Crimea,
trasforma quello che è un evento
storico in un’esperienza viscerale e
quasi mitologica, la prospettiva in
prima persona del soldato morente,
la velocità incalzante della musica
e l’iconico assolo di chitarra creano
un affresco che richiama i versi di
17/ASCOLTI/note
Alfred Tennyson nella sua Charge of
the Light Brigade:
“Theirs not to reason why / Theirs
but to do and die” (Non è loro il
compito di capire il perché / È loro
solo il fare e morire).
L’album Seventh Son of a Seventh
Son, pubblicato nel 1988 rappresenta
probabilmente l’apice della narrativa
fantastica nella discografia dei
Maiden.
Si tratta di un concept album
ispirato dalla lettura del romanzo
The Seventh Son di Orson Scott
Card, che racconta la storia di un
bambino, nato settimo figlio di
un settimo figlio, dotato di poteri
soprannaturali. La band costruisce,
nel loro settimo album, un’opera
complessa in cui profezie, magia
e destino si intrecciano in una
struttura musicale elaborata
che richiama le grandi opere
progressive degli anni settanta,
ma con la potenza e l’aggressività
dell’heavy metal; nel disco brani
come Moonchild e The Clairvoyant
evocano atmosfere gotiche e
misteriose, dove il soprannaturale
irrompe nella realtà quotidiana;
Bruce Dickinson, con la sua voce
teatrale e potente, si trasforma in
un narratore onnisciente che guida
l’ascoltatore attraverso visioni e
presagi, proprio come il Virgilio
dantesco accompagna il poeta
attraverso i regni dell’oltretomba.
La citazione dantesca qui non è
gratuita: anche gli Iron Maiden
hanno esplorato l’Inferno in Sign of
the Cross, dove i riferimenti alle pene
eterne e alla dannazione richiamano
i versi de La Divina Commedia.
Gli Iron Maiden hanno la capacità
unica di trasformare eventi storici
in narrazioni che assumono
connotati quasi fiabeschi nella
loro drammaticità: Paschendale,
dall’album Dance of Death del
2003, racconta una delle battaglie
più sanguinose della Prima
Guerra Mondiale, la battaglia di
Passchendaele del 1917, ma lo fa
con una sensibilità narrativa che
la avvicina alle chanson de geste
medievali sui cavalieri caduti, e la
guerra diventa un teatro dove si
consumano tragedie universali,
dove l’orrore storico si fonde con
l’elemento mitico della morte in
battaglia.
Wilfred Owen, poeta, soldato
durante la Grande Guerra, scriveva:
“What passing-bells for these who
die as cattle? / Only the monstrous
anger of the guns” (Quali campane
funebri per coloro che muoiono
come bestiame? / Solo la rabbia
mostruosa dei cannoni), versi
che catturano l’orrore del primo
conflitto moderno, lo stesso orrore
che gli Iron Maiden traducono in
distorsioni delle loro chitarre e
ritmi marziali della batteria di Nicko
McBrain.
Questa trasformazione della storia
in mito non banalizza gli eventi,
ma al contrario li universalizza,
rendendoli accessibili a chiunque,
attraverso archetipi narrativi che
l’umanità riconosce da millenni.
Accanto al fantasy e alla mitologia,
gli Iron Maiden hanno esplorato
anche la fantascienza distopica
e visionaria: Stranger in a Strange
Land, ispirata al romanzo di Robert
18/ASCOLTI/note
Heinlein, affronta temi di alienazione
e ricerca di identità attraverso il
filtro di una lente fantascientifica.
Brave New World, che riprende
il titolo del celebre romanzo di
Aldous Huxley, riflette su un futuro
tecnologico inquietante dove
l’umanità rischia di perdere la
propria essenza.
Il romanzo di Huxley aveva preso in
prestito il suo titolo da La Tempesta
di Shakespeare, dove Miranda
esclama: “O brave new world, /
That has such people in’t!”
(O coraggioso nuovo mondo, /
Che ha simili persone al suo
interno!), un’esclamazione di
ingenua meraviglia, che nel contesto
distopico del romanzo di Huxley
diventa profondamente ironica. Gli
Iron Maiden colgono questa ironia,
utilizzando la musica per esplorare
come la tecnologia e il controllo
sociale possano trasformare il sogno
utopico in incubo.
Anche la letteratura gotica ha
lasciato tracce profonde nella
poetica della band: Murders in the
Rue Morgue prende ispirazione
dall’omonimo racconto di Edgar
Allan Poe, pioniere del racconto
poliziesco e maestro dell’orrore
psicologico. Poe scriveva storie che
esploravano gli abissi della psiche
umana, e gli Iron Maiden traducono
questa esplorazione in suoni cupi e
testi claustrofobici.
Sono passati cinquant’anni, e
gli Iron Maiden continuano a
raccontare storie attraverso la
loro musica: Album più recenti
come The Book of Souls e Senjutsu,
mantengono viva questa tradizione,
affrontando temi che spaziano dalle
culture precolombiane al folklore
giapponese, dalle esplorazioni polari
alle leggende arturiane.
Il ciclo arturiano, ad esempio, con le
sue storie di cavalieri del Graal e di
magia, appare in brani come Isle of
Avalon che richiama le grandi opere
di Thomas Malory e Chrétien de
Troyes.
In un’epoca in cui la musica
pop tende alla semplificazione
sempre più spiccia, gli Iron Maiden
dimostrano ancora che è possibile
essere al contempo accessibili e
complessi, popolari e colti, heavy
metal e profondamente letterari,
e il loro successo planetario prova
che esiste un pubblico vastissimo
affamato di storie ben raccontate, di
narrazioni che sfidano l’intelligenza
senza perdere la capacità di
emozionare.
Come scriveva J.R.R. Tolkien, altro
grande narratore del fantastico:
“Fantasy is escapist, and that is
its glory” (La fantasia è evasiva,
e questa è la sua gloria), e gli
Iron Maiden hanno compreso che
questa fuga dalla realtà quotidiana
non è una debolezza ma una
necessità dell’animo umano, un
modo per esplorare verità profonde
attraverso il velo della fantasia e, in
questo senso, Steve Harris e i suoi
compagni non sono solo musicisti,
sono moderni cantastorie, che
perpetuano una tradizione antica
quanto l’umanità stessa, quella di
raccontare storie, davanti a un fuoco
oramai solo virtuale, che ci aiutano
ancora a comprendere chi siamo e
dove stiamo andando.
MARTA SILENZI
Fiabe illustrate
Le illustrazioni delle fiabe sono quanto cui siamo più abituati senza saperlo.
Sono immagini con cui siamo cresciuti nella prima infanzia e
che ci hanno istruito prima di tutto il resto, prima ancora delle parole
della storia che ci veniva letta, perché, mentre il frasario utilizzato dai
Grimm o Perrault o scrittori più moderni e meno noti non era del tutto
comprensibile, le figurine disegnate e stampate dei libri, tra le parti
del testo o a tutta pagina, lo erano immediatamente e si fissavano nella nostra
memoria a nostra insaputa, aggiungendo dettagli che magari nella storia non
comparivano neanche – certe specie di fiori a bordo pagina, certe forme degli
alberi della foresta, le acconciature o gli abiti, la luce calda del fuoco nel camino –,
tuttavia ci aiutavano a evocare un’atmosfera, fissare una sensazione, richiamare
un archetipo ben prima che potessimo capire di cosa si trattava, ma che potevamo
intuire in quanto esseri umani.
BREVE STORIA DELL’ILLUSTRAZIONE
La storia dell’illustrazione segue l’evoluzione umana perché illustrare è connaturato
all’uomo: abbiamo iniziato ad esprimerci con il disegno molto prima che con
la parola, ce lo dimostrano le pitture rupestri che avevano sì funzione apotropaica
ma anche narrativa e documentaria, ci hanno mostrato con dettagli incredibili cosa
si faceva, come si faceva, abitudini e quotidianità degli uomini primitivi, animali e
vegetazione. Ci hanno quindi raccontato, inserendo quel racconto all’interno di un
contesto ambientale.
Le prime civiltà hanno sfruttato il linguaggio visivo per tramandare conoscenze,
credenze e storie, principalmente con funzione celebrativo-religiosa (il Libro dei
morti nei papiri egizi), poi più narrativa, aumentando l’attenzione alle proporzioni
e all’aderenza con la realtà, pescando da fonti epiche e mitologiche, e trasferendo
queste storie nelle decorazioni frontonali o vascolari.
A Roma la funzione dell’immagine è diventata poi pratica e propagandistica (affreschi
di Pompei), fino a che non siamo arrivati ad una maggiore evoluzione
della forma-libro e allora, dagli oggetti e dai muri, siamo scesi nei papiri e nelle
pergamene (vellum) fino al codice (I sec. d.C.) che univa insieme singoli fogli e su
cui comparivano le prime forme di miniatura, poi sviluppata nel Medioevo.
Perciò è evidente come l’arte antica abbia posto le basi per l’illustrazione narrativa,
creando passo dopo passo un linguaggio visivo e progressivamente iconografico
riconoscibile. Già le prime civiltà dimostrarono come l’utilizzo combinato di segni,
colori e simboli potesse essere uno strumento potente per raccontare storie e
soprattutto per rafforzare identità culturali.
Il Medioevo fu il grande momento dei codici miniati, che siamo portati a credere
legati solo al mondo religioso, ma questo stile decorativo e simbolico, dai colori
squillanti, i dettagli intricati e l’uso dell’oro in realtà riguardava anche manoscritti
storici, scientifici e letterari. Certo grande impulso lo diedero i monaci amanuensi
dei monasteri cristiani – ci ha istruito ampiamente a riguardo il medievalista Um-
21/FORME
berto Eco. La miniatura prendeva il suo nome dal minio, ossia l’ossido di piombo
dal colore rosso usato soprattutto per i capilettera. Le immagini, pur piccole, decorative
e simboliche, avevano – e avranno sempre più – funzione educativa, poiché
comunicavano messaggi spirituali difficili da intendere ad una popolazione prevalentemente
analfabeta, per questo calcavano la mano sull’austerità, il mistero, la
paura e la meraviglia, sensazioni cioè primordiali che immediatamente lasciavano
capire come ci si doveva comportare. A pensarci, niente di troppo dissimile dagli
insegnamenti base nascosti nelle fiabe.
Così la miniatura, dai capilettera, è passata ai bordi dei testi fino alle illustrazioni a piena
pagina, narrando magari del singolo santo fino ad illustrare intere storie bibliche.
Pur fortemente caratterizzate nei colori brillanti e negli ornamenti in oro, le immagini
erano ancora stilizzate e senza prospettiva. Notevoli il Codex Aureus (o
Evangeliario di Lorsh) dell’arte carolingia; il Libro di Kells (o Grande Evangeliario di
San Columba); la Bibbia Morgan, che ha ben 46 fogli illustrati con elementi storici e
spirituali.
Lavorare alle miniature non era cosa da poco, significava preparare con cura i fogli,
ottenere i colori dalla lavorazione di minerali, foglie e insetti, maneggiare la foglia
d’oro con pennelli finissimi ed un’alta strumentazione di punzoni e compassi, avere
la mano ferma per le bordature in nero, che servivano a far risaltare l’immagine
ma anche a coprirne le eventuali sbavature.
Il momento in cui l’illustrazione spiccò il volo fu agli albori del Rinascimento, cioè
quando si stava affinando il disegno – con l’acquisizione di nozioni spaziali come
la prospettiva lineare, la profondità, l’equilibrio e la simmetria ottenuti secondo
principi geometrici, la naturalezza dei gesti, la volumetria dei panneggi – e contemporaneamente
evolvendo le tecniche artistiche dell’incisione, il che significava
riproducibilità dell’immagine su una certa scala.
Nel 1450, con l’invenzione di Johannes Gutenberg della stampa a caratteri mobili,
si aprirono i battenti dell’editoria e di un periodo in cui l’illustrazione ed i grandi
maestri dell’arte visiva si muovevano insieme, basti pensare alle illustrazioni scientifiche
di Leonardo da Vinci o alle incisioni su lastre di legno e rame di Albrecht
Dürer, pioniere dell’illustrazione moderna con la sua ricchezza di particolari, la sua
maestria tecnica e la sua potenza espressiva.
Da questo momento in poi l’illustrazione iniziò a diventare un’arte autonoma e iniziò
a raccontare storie che, data la portata della diffusione della stampa, potevano
raggiungere molte più persone e diffondere la conoscenza, non solo di testi sacri
ma anche di manuali di botanica, anatomia, cartografia (per i quali avere il supporto
delle immagini era estremamente funzionale) e, naturalmente, di testi letterari.
L’evoluzione dell’immagine s’impennò nel seicento. Con la ventata barocca e rococò
le illustrazioni si fecero più teatrali e più emotive, le linee curve, i colori forti, le
composizioni dinamiche erano a tutto campo e l’invenzione della litografia permise
di stampare testo e immagine contemporaneamente, sebbene il colore venisse
ancora dato a mano.
22/FORME
Arthur Rackham, frontespizio
Peter Pan nei giardini di Kensington, 1906
La fiaba era in
questo periodo
un portale per
entrare in un
altrove di storie,
miti e leggende
Il Romanticismo fu un momento d’oro: testo scritto e relativa illustrazione erano
una combinazione ormai stabile che partiva dalla poesia e la letteratura (si pensi
allo straordinario William Blake) per allargarsi sempre più alla cultura popolare,
man mano che l’editoria migliorava con la rivoluzione industriale.
L’Art Nouveau e la sua affascinante complessità decorativa e poi il simbolismo
furono di grande impulso per una schiera di illustratori che s’ispirarono ad Aubrey
Beardsley, Odillon Redon, i Preraffaelliti. Soprattutto in Inghilterra era fiorente e
stabile il lavoro di mostri sacri come Arthur Rackham, le cui linee sinuose, fitomorfe,
eleganti, le cui atmosfere rarefatte, evanescenti, gotiche, dense di allusioni
psicologiche, erano affidate ad una cromia tenue che descriveva mondi incantati
o perduti, natura lussureggiante e magica, foreste e castelli.
La fiaba era in questo periodo un portale per entrare in un altrove di storie, miti e
leggende principalmente nordiche (perché i maggiori diffusori del genere erano i
tedeschi Grimm, il danese Andersen, il francese Perrault) e sogni vittoriani.
La narrazione ora era a tutti gli effetti un’esperienza visiva oltre che letteraria.
E ulteriore spinta arrivava dalla cromolitografia, la stampa cioè a colori su pietra
(mentre ancora si utilizzavano a mano acquerello e guazzo per acuire i colori
dove necessario) che aumentava le possibilità di tiratura e quindi approdava al
mondo del manifesto, della pubblicità, delle riviste: si pensi agli iconici manifesti di
Toulouse-Lautrec e alle pubblicità statunitensi.
Ecco infatti che, se da una parte l’illustrazione seguiva la vena letteraria e fiabesca
in Europa (con artisti come Gustave Dorè, così drammatico e minuzioso nelle sue
interpretazioni delle fiabe di Perrault e delle favole di La Fontaine, o Walter Crane,
fortemente coinvolgente), dall’altra, sul versante statunitense, inseguiva più la realtà,
la vita quotidiana, i motivi familiari, il patriottismo, con immagini dai colori vivaci
che suggerivano identità e appartenenza. Erano poi tantissime, come vedremo, le
illustratrici americane, di fine ottocento-inizio novecento.
Nella prima metà del XX secolo l’illustrazione risentì dell’influenza delle avanguar-
23/FORME
Arthur Rackham,
illustrazione Peter Pan nei
giardini di Kensington, 1906
Arthur Rackham,
frontespizio Le avventure
di Alice nel Paese nelle
meraviglie, 1907
Arthur Rackham,
illustrazione Peter Pan nei
giardini di Kensington, 1906
die artistiche e, dagli anni trenta, della nascita del fumetto, che potenziò le possibilità
dell’illustrazione rendendola estremamente popolare.
Come è evidente, abbiamo viaggiato veloci sulla scorta di ogni nuova scoperta
tecnica e tecnologica oltre che sull’onda degli stili artistici e, negli anni ‘60-’70, con
l’arrivo dei primi impulsi del digitale l’illustrazione ha aumentato le sue capacità
visivo-espressive potendo aggiungere nuove e diversificate combinazioni, dal realismo
fotografico alle stilizzazioni astratte. Pionieri del genere sono stati Frieder
Nake e Vera Molnar, che hanno sperimentato la grafica computerizzata creando
opere astratte programmate matematicamente. Sono arrivati presto poi software
di illustrazione e fotoritocco, le tavolette grafiche per il disegno digitale e così via
verso la modellazione 3D e l’AI, l’interazione tra discipline grafiche, design grafico,
animazione e videogiochi, realtà aumentata e NFT. Tutto questo per dire che anche
il supporto non è più limitatamente fisico: l’illustrazione oggi può essere cartacea
ma anche animata, interattiva, immersiva e raggiungere un pubblico globale.
I GRANDI ILLUSTRATORI
L’illustrazione delle fiabe ha quindi saputo adattarsi ad ogni cambiamento socio-culturale
e tecnologico, diversificandosi, ampliando enormemente l’offerta ma
restando in modo basilare legata ad un linguaggio che è universale, capace di
trasmettere messaggi e raccontare storie a livello immediato (forma-colore-composizione)
al di là di qualsivoglia barriera linguistica e culturale. E pur essendo oggi
un mondo fondamentalmente saturo d’immagini, l’illustrazione fiabesca (classica
o contemporanea) mantiene intatti i suoi valori e non ha perso la sua efficacia.
Certo sono cambiati i temi, la componente educativa, didattica e ludico-cognitiva
ha preso il sopravvento, e oggi vediamo una particolare attenzione riservata a
temi come l’inclusione, la diversità di genere, l’ambiente, la giustizia, il bullismo.
Le nuove fiabe rispondono al tempo attuale e ci sono artisti bravissimi che sanno
interpretarle sia catturando nella maniera più efficace un pubblico bulimico di stimolazione
visiva, sia restituendo immagini raffinate ed incantevoli che avvicinano
gli albi illustrati a vere e proprie opere d’arte.
Ma da dove si è partiti? Chi sono gli illustratori che hanno popolato l’immaginario
della nostra memoria – cioè da almeno un paio di generazioni a questa parte?
Il momento più fiorente per l’illustrazione di fiabe (e non solo) fu senz’altro la cosiddetta
“età dell’oro” anglosassone, cioè il periodo che va dal 1880 al 1930 circa in
Inghilterra, quando artisti come Kay Nielsen (danese ma attivo a Londra), Arthur
Rackham, Rundolph Caldecott, John Tenniel, Edmond Dulac e artiste come Kate
Greenaway, Cicely Mary Baker, Beatrix Potter, Margaret Tarrant, Jassie Marion
King, Honor Charlotte Appleton, Ether Lacombe, ispirati dalle stilizzazioni fitomorfe
art nouveau, dalle influenze orientali ed esoteriche, dal decorativismo vittoriano e
dal simbolismo, raggiunsero un livello di raffinatezza che ancora oggi è rievocato,
ad esempio nell’attuale illustrazione fantasy, nei disegni di Chris Riddle, nei dettagli
gotici di Benjamin Lacombe.
24/FORME
L’illustrazione della fiaba, come anche la fiaba stessa, risponde a precisi dettami:
ambientazioni atemporali, mondi magici ed incantati, figure e simbologie archetipiche,
ma non è una regola la fedele aderenza al testo. L’illustrazione si è configurata
da subito come un’espansione del testo, aggiungendo dettagli, evocando atmosfere,
suggerendo interpretazioni simboliche (in forme e colori) che favorivano la
comprensione, la veicolavano. In qualche modo l’immagine è andata a completare
la parte scritta, sveltendo il processo immaginativo: la lettura o l’ascolto della fiaba
necessitano di una lentezza riflessiva, di una decodificazione e di una configurazione
immaginifica mentale, l’illustrazione va ad imprimere la mente (soprattutto
del bambino) con immediatezza e stabilisce connessioni profonde col lettore che,
a distanza di tempo, saprà recuperare interamente le sensazioni evocate dall’immagine,
la qualità dei colori, l’odore delle pagine, l’atmosfera della stanza di quel
primo momento; e, se questo può valere anche per il testo in sé, è però la parte
visiva che colpisce più incisivamente la memoria e trasforma la lettura in un’esperienza
sensoriale formativa.
Gli illustratori sopra citati tendevano ad aumentare l’atmosfera magica, la delicatezza
delle vesti e delle attitudini, la raffinatezza del segno. Rackham faceva largo
uso di una tavolozza ad acquarello dai toni smorzati, terre e azzurri tenui, beije,
marroncini, gialli pallidi. Tutto era affidato alla linea. Notevoli le sue tavole per Alice
nel Paese delle Meraviglie e Peter Pan nei Giardini di Kensington, entrambi del 1907.
Primo illustratore di Alice, nel Paese delle meraviglie (1866) e poi attraverso lo
specchio (1879), fu però John Tenniel, un’Alice meno soave e più grottesca, dato il
suo stile che è restato nel tempo sostanzialmente satirico, ma con una certa maestria
nel chiaroscuro, nella resa espressiva e nell’uso del colore.
Un’inflessione più art decò si rintraccia nelle tavole di Kay Nielsen, sulla cui mano
pesavano anche le origini e il teatro danesi. Dai primi del novecento Nielsen illustrò
tutte le fiabe e le raccolte più conosciute, da In Polvere e Crinolina a Perrault, da Le
mille e una notte ad Andersen e Grimm, fino ad ottenere un lavoro alla Walt Disney
25/FORME
Come vediamo,
anche qui
molte donne,
che si
avvicinarono
all’illustrazione
molto più di
quanto fosse
concesso loro
dalla società
in altri ambiti.
Company. Bellissime le sue illustrazioni per East of the sun and West of the moon
(1914), tutte sviluppate in altezza, con forte verticalità, teatralità, impatto emotivo
e decorativismo.
Non dissimile la sensibilità di Jessie Marion King, la “ragazza di Glasgow”, nelle
cui illustrazioni si ravvisano suggestioni da Beardsley ai Preraffaelliti, dalle delicate
linee art nouveau, alle cornici secessioniste, da un vago giapponismo all’uso
suggestivo del colore (La casa dei melograni, 1915). Un piccolo gioiello il suo Come
Cenerentola riuscì ad andare al ballo (1924), libello sulla tecnica del batik in edizione
limitata per G. T. Foulis & Company.
Largamente influenzato dai Preraffaelliti e, in effetti, stretto collaboratore di William
Morris, fu Walter Crane, probabilmente pioniere del liberty e precursore di tutta la
golden age britannica. Le sue illustrazioni per Il principe ranocchio, La Bella e la Bestia,
La bella addormentata nel bosco, Cappuccetto Rosso, Il gatto con gli stivali, Barbablù,
Jack e la pianta di fagioli sono espressive, coinvolgenti, divertenti quanto raffinate;
se in alcuni casi conservano il carattere delle miniature, con capilettera fitomorfi e
cornici intrecciati alle scene narrative, in altri la narrazione è ricchissima di dettagli,
con belle linee di contorno, panneggi scolpiti, ricercatezza naturalistica e simbolica.
In generale, nelle vecchie illustrazioni di fiabe, l’elemento naturale, la varietà di fiori
e specie arboree, rasentava la botanica, gli artisti ne erano affascinati, collegavano
il loro significato ancestrale ai temi contenuti nella fiaba e in diversi casi inserire
sempre lo stesso tipo di fiore era una sorta di firma.
Mentre nel Regno Unito gli illustratori si concentravano sui classici letterari, le
storie medievali, fiabe, miti e leggende (oltre che sull’illustrazione didattica e sulla
produzione di cartoline di auguri, per San Valentino, ecc.), negli Stati Uniti l’estetica
era più focalizzata sulla realtà quotidiana, sui momenti familiari, l’infanzia, la
scuola, il lavoro e i motivi patriottici. C’era una predilezione per il disegno a matita,
26/FORME
Key Nielsen, illustrazioni
per East of the sun,
West of the Moon, 1922
Jessie Wilcox Smith,
illustrazione per Piccole
Donne, 1915
a guazzo, a olio, a tempera su cartone, per le tonalità vivaci e le composizioni moderne
che favorivano un’identificazione, un senso di appartenenza identitario. Non
a caso ci fu un forte sviluppo dell’illustrazione per la stampa periodica, la pubblicità,
la cartellonistica e la narrazione popolare.
America, terra delle opportunità, sfornava editori visionari come Macmillan, Heinemann,
Frederick Warne & Co. e riviste anticonformiste come The Studio, The
Strand, Punch, The Saturday Evening Post, Collier’s e Harper’s Monthly.
Nomi di spicco furono Howard Pyle e il suo allievo Newell Convers Wyeth; Jessie
Wilcox Smith, Virginia Frances Sterrett, Elisabeth Shippen Green, Violet Oakley,
Sarah Stilwell Weber, Bertha Lum, Eleonore Plaisted Abbott, Clara Miller Burd.
Come vediamo, anche qui molte donne, che si avvicinarono all’illustrazione molto
più di quanto fosse concesso loro dalla società in altri ambiti. Parliamo sempre di
fine ‘800, primissima metà del ‘900.
Pirati, patrioti, ladri, re e principesse nelle opere di Howard Pyle, conosciuto soprattutto
per la creazione dello stereotipo dell’abbigliamento da pirata che compose
incorporando vari elementi di abiti gitani. Sua allieva, Jessie Wilcox Smith, si concentrò
invece sull’universo infantile e materno soave di mamme e bambini intenti
nella lettura, nel rammendo, nella pittura, in riva al mare con fiocchi e cappelli al
vento o tra cespugli di fiori odorosi, ne sono un esempio le Piccole donne intente a
leggere, tutte intorno alla madre, la lettera del padre dal fronte di guerra; la scena
iniziale di Alice nel paese delle meraviglie che sta per addormentarsi, libro in mano;
Riccioli d’oro inginocchiata, splendidamente spettinata che parla a tre orsi di pezza
col dito alzato in segno di raccomandazione.
Con la Smith e Violet Oakley, Elisabeth Shippen Green fu una di quelle figure che
hanno incarnato il cambiamento, le “new women”, istruite e libere, che pubblicavano
su riviste come The Ladies’ Home Journal, The Saturday Evening Post e Harper’s
Magazine e conducevano una vita emancipata (vivevano al Red Rose Inn e Howard
Pyle le chiamava Red Rose Girls). Le sue immagini risentivano di un suggestivo
simbolismo, oltre che del consueto afflato art nouveau e preraffaellita.
Intorno agli anni ‘50, l’illustrazione si era ampiamente diffusa e i lettori, grandi e
piccoli erano ormai abituati al supporto dell’immagine come strumento di apprendimento
e memorizzazione.
La bellezza dei disegni allietava, coinvolgeva, s’imprimeva nella mente e i più noti
scenari fiabeschi si trasferirono anche sulle riviste, sulle scatole di latta dei cioccolatini,
sulle cartoline di accompagnamento. Le grandi raccolte di fiabe erano ormai
a conoscenza di tutti e certe copertine de Le fiabe del focolare dei fratelli Grimm o
de I racconti di Mamma Oca di Perrault diventarono iconiche.
Un’importante illustratrice di questo periodo fu Felicitas Kuhn, certamente nota alla
nostra memoria visiva per aver brillantemente raffigurato con grazia, freschezza,
energia e cura dei particolari Biancaneve, Fiocchi di Neve e Rosadente, Hänsel e Gretel,
La bella addormentata nel bosco e Cenerentola.
27/FORME
Felicitas era una di quelle illustratrici che riservava particolare attenzione all’ambientazione
naturalistica. La rigogliosa vegetazione delle foreste europee fu lo
sfondo di quasi tutte le fiabe che illustrò, con fronde di abeti, rami eleganti, felci
enormi, rovi con bacche rosse di rosa canina e una straordinaria varietà di fiori:
margherite, primule, ranuncoli, campanule, soffioni e dente di leone, stellaria, trifoglio,
sambuco, digitale, nontiscordardime, cardo e il tasso barbosso che era firma
dell’artista assieme ai leprotti e ad una coppia di gufi sempre presente.
La sua prima versione della Biancaneve dei Grimm (ne è poi seguita un’altra meno
accurata con molte scene in ciano) presentava tavole acquerellate molto rifinite
nei dettagli degli ambienti, interni come esterni, degli abiti e delle espressioni. La
protagonista, con le sue lucide e pesanti trecce nere e con le guance rosse sulla
pelle diafana, esprime la vitalità di una vera principessa tedesca. Ugualmente scolpite
nella nostra memoria sono le stupende gemelle di Fiocchi di Neve e Rosadente,
una in azzurro e l’altra in rosso, con le calze a strisce e la classica acconciatura
tedesca con le treccine raccolte. Questo stile nordeuropeo e il sapore anni cinquanta
lo ritroviamo in tutte le sue illustrazioni, nei biondissimi Hänsel e Gretel
smarriti nella fitta boscaglia; nella splendente Rosaspina de La bella addormentata
nel bosco, di cui è notevole la scena finale con i principi a nozze ed il re panciuto
che tiene in mano scettro e globo, simboli del potere; nella Cenerentola castana
che trova il bellissimo abito dorato sui rami dell’albero da lei piantato sulla tomba
della madre (secondo la versione dei Grimm, che in Perrault diventò invece opera
della Fata Madrina), con atteggiamenti e posture che ricordano Dürer e Holbain.
Spesso gli illustratori nel tempo cambiano mano, per maturazione di stile o per
esigenze di mercato, quindi non sempre è facile determinare un’attribuzione, specie
se consideriamo che tra gli anni ‘50 e ‘70, in certe edizioni, gli illustratori a volte
non venivano nemmeno menzionati nel colophon. In ogni caso le fiabe classiche
si rinnovano nel lavoro di questi artisti che continuano ad aggiornarle trovando il
modo di parlare alle nuove generazioni.
28/FORME
Le fiabe
classiche si
rinnovano
nel lavoro di
questi artisti
che continuano
ad aggiornarle
trovando
il modo di
parlare
alle nuove
generazioni.
L’illustrazione oggi, come abbiamo visto, può contare su rivoluzioni tecniche e
tecnologiche tali da rendere le immagini estremamente realistiche, quasi tangibili,
tridimensionali. I disegni escono dalla pagina in fatto di volumetria ma anche di
animazione: ci sono libri collegati ad app che permettono al disegno di prendere
vita inquadrandolo, restituire suoni e fruscii, contribuire all’evocazione dell’atmosfera
e all’esperienza a livello plurisensoriale.
Alcuni artisti scelgono il mix media, il collage misto alla pittura, il disegno a matita
e la colorazione digitale. Obiettivamente non ci sono limiti oggigiorno. Notevoli, per
fare solo alcuni esempi, sono i lavori di Daniel Egnéus (di cui abbiamo scritto una
nota in Stanze/CORPO, dicembre 2022, pagina 24) e Rébecca Dautremer (che ha,
tra l’altro, firmato il poster di Lucca Comics and Games 2025, intitolato French Kiss).
Molto interessanti poi i lavori fotografici di Dina Goldstain e Harry McNally, ma non
esattamente di fiabe si tratta.
IN ITALIA
Guardando in generale alla situazione Italiana si ha la consapevolezza che ci siano
stati, certo, illustratori delle grandi raccolte di fiabe europee, ma che parallelamente
e fortemente sia emerso un lavoro d’immagine riprodotta sul nostro repertorio
fiabesco, sui testi dei raccoglitori Straparola, Basile, Pitré, Calvino e degli inventori
Collodi, Rodari, Perodi.
A partire da un retaggio popolare e popolano della piazza, dove intorno al cinquecento
i “figurinai” erano i primi illustratori di stampe vendute dai cerretani, creando
un genere definito da Francesco Novati “muricciolaia”, si approdò ad una schiera
di editori fiorentini che da metà ‘800 furono animati da forte intento pedagogico
intenzionato a trasformare bambini ed analfabeti in schiere di lettori. Parliamo di
Barbèra, Le Monnier, Bemporad, Paggi, Salani e di tutta una produzione che mirava
a fornire modelli di comportamento da usare “contro” il bambino come “arma”
Felicitas Khun, illustrazione
per Biancaneve, anni ‘50
Felicitas Khun, illustrazione
per Fiocchi di neve e Rosadente,
anni ‘50
Felicitas Khun, illustrazione
per Cenerentola, anni ‘50
Enrico Mazzanti, illustrazione
per C’era una volta...
di Luigi Capuana
29/FORME
Carlo Chiostri, illustrazione
per La regina delle fate
di Tommaso Catani
Gustavo Rosso detto
Gustavino, illustrazione
per Nel paese delle fate
di Mary Tibaldi Chiesa
Antonio Rubino, illustrazione
per Novelle di Hans
Christian Andersen
dell’adulto, genitore o pedagogo. Ma nelle illustrazioni che accompagnavano questi
testi, strisciava una vena popolare indomita che metteva tutto in discussione e
che diventò palese con Collodi, cui venne chiesto di tradurre Perrault dall’editore
Alessandro Paggi, entrando così in quel mondo del fiabesco che gli diede una
stabile identità.
Suo fedele amico e illustratore, dalle traduzioni di Perrault alle Storie Allegre, a
Pinocchio, Enrico Mazzanti propose da subito immagini che usavano il bozzetto,
il grottesco, il caricaturale sin dalle illustrazioni per libri tecnici, essendo lui ingegnere,
calcando sulla capacità di astrarre scenari, oggetti o figure del quotidiano,
riducendoli a puri simboli da collocare nella vicenda narrativa, attingendo anche al
retaggio degli almanacchi, delle decorazioni ceramiche, delle maschere, del teatro
dei burattini e dei tarocchi. Fortemente ispirato da Gustave Dòre (che pure aveva
illustrato Perrault) nel segno, Mazzanti prediligeva però composizioni singole, con
spazi pittorici brevi, mai gremite ma molto caratterizzate dal misterioso, l’orrido,
l’allucinatorio alla Poe, alla Hoffman, creando raffigurazioni che prendevano
da elementi del tutto italiani: “Il gigante Golasecca, per esempio, è una coerente
mescolanza del Saracino della giostra, del re delle carte da gioco, del Barbanera
dei lunari, del “mostro” di Bomarzo, delle figure pacatamente orrende di certe
porcellane di Faenza, ma guarda, piegato su se stesso, il tetto in parte aperto di un
cascinale toscano bagnato dalla luna, disegnato con una precisione categorica e
inequivocabile” (Antonio Faeti, da Guardare le figure). Oltre che per Collodi, Mazzanti
illustrò anche L’omino di pasta di Emma Perodi e un ciclo di fiabe, scritte da Luigi
Capuana e pubblicate da Bemporad con i disegni di vari illustratori: C’era una volta,
Il raccontafiabe, Re tuono.
Se Mazzanti restava bizzarro, stregonesco e forse troppo gotico per il burattino di
Collodi, più fedele al testo fu l’altro suo illustratore, Carlo Chiostri.
Rispetto ad Enrico Mazzanti, secondo Bertacchini, Chiostri aggiunse “una grazia
maggiore nei particolari e dettagli più curati, il rilievo morbido dell’acquerello al
confronto del secco tratto in penna”. Chiostri appariva più realistico, malinconico
e più empatico, ma anche vagamente ironico e satirico. Dalle illustrazioni per Le
avventure di Pinocchio ricavò un repertorio di tipi, scenari e situazioni che avrebbe
utilizzato per tutta la sua lunga carriera nell’ambito dell’illustrazione per l’infanzia,
facendo largo uso dello straniamento, andando così a rendere vagamente alieno
il perfettamente consueto (cosa che restituiva molto bene il tono collodiano) e
corredando il tutto di una serie di inquiete “ombre reiette e derelitte”. Il suo stile
sfumato, pulviscolare e pieno di bagliori si irrigidiva un po’ quando i suoi acquarelli
venivano tradotti dalle incisioni, ma con l’arrivo della stampa a fotoincisione, ad
esempio nel Ciondolino di Vamba, la resa era impeccabile.
L’inoltrarsi nel primo novecento vide prendere piede sempre più fortemente la
letteratura per l’infanzia, il libro Cuore di De Amicis, Il Corriere dei Piccoli, i romanzi
di Salgari, tutti corredati da una variegata capacità illustrativa di diversi artisti.
I nomi più strettamente legati alle fiabe furono quelli di Attilio Mussino (Bilbolbul);
30/FORME
Eugenio Colmo detto Golia che, nelle fiabe di Gozzano, unì la sua vena caricaturale
e le sue linee pulite ad una raffinata eleganza art decò; Giulio Brugo.
Anche in Italia arrivò l’influenza dell’art-nouveau e di tutto ciò che le girava intorno.
L’illustratore italiano più importante del periodo fu Antonio Rubino, che vedeva
tutto con gli occhi di un bambino, sempre stupito e meravigliato di dettagli arricciati,
arabeschi e curvature. Il Corriere dei Piccoli fu il suo regno. I personaggi
erano maschere, gli sfondi scene: “Questo, ammonisce il disegnatore, è il mondo
dello sberleffo, il regno della smorfia allusiva, la pista del circo nel momento in cui
entrano i pagliacci: ogni altro riferimento con la vita reale è bandito” (ancora Faeti).
La poetica di Rubino era una contro-pedagogia che stravolgeva l’ordine dei valori
e affidava una vivace anarchia al segno liberty e al colore deciso.
Altri nomi furono Enrico Sacchetti, Umberto Brunelleschi, Maria Augusta Cavalieri,
Aleardo Terzi, Riccardo Salvadori, il raffinatissimo Duilio Cambellotti, Antonio Maria
Nardi, Luigi Melandri, Francesco Nonni, Maria de Matteis.
Di grande eleganza grafica ma tematiche lontane dal mondo delle fiabe era poi
il Giornalino della Domenica di Vamba, dove giravano grandi firme sia di autori
che di illustratori, portatore di nuovi valori patriottici e didattici. Era una situazione
particolare quella italiana di questi primi decenni del novecento: i temi erano il
Regime, la romanità, il cattolicesimo, l’intento pedagogico si orientava su scopi più
didattici che simbolici o psico-archetipici e l’estetica illustrativa faceva resistenza
anche al nascente boom del fumetto, ampiamente osteggiato in Italia. Sempre
Faeti scriveva: “si tratta di un’ostilità di tipo pedagogico: la nostra letteratura per
l’infanzia intendeva ridurre al minimo le possibilità di intrattenimento puro, che
erano reperibili nel suo interno. Il “contenuto” doveva essere “guadagnato” con
una faticosa ed impegnativa lettura, non ottenuto quasi in regalo con una rapida
31/FORME
Emanuele Luzzati,
illustrazioni per Gobba,
Zoppa e Collotorto; Il tignoso;
La Rosina nel forno, da Il
Principe Granchio e altre Fiabe
Italiane di Italo Calvino, 1974
occhiata ad una pagina, in cui testo ed illustrazioni si confondono”, perciò anche i
primi fumetti, in qualche modo incoraggiati dallo stesso regime fascista quando
vietò i fumetti stranieri, ad esempio nelle illustrazioni di Guido Moroni Celsi o Rino
Albertarelli, continuava a fare riferimento alle vecchie incisioni, ad un modo di
pensare l’immagine meno immediata di quanto il fumetto richiedesse. Ma certo
nei primi anni ‘50 l’editoria doveva adeguarsi a modelli che risentivano di altri
strumenti di comunicazione, come il fumetto appunto, ma anche e soprattutto il
cartoon e quella spolverata di zucchero che cadde sulle fiabe ad opera principalmente
della Disney. In Italia prese piede la ventata ottimista dello stile dei fratelli
Fabbri (editori anche delle Fiabe sonore), che impresse una specifica iconografia
di basso realismo in technicolor ispirato ai rotocalchi dove parole d’ordine erano
consumo, sorriso, felicità.
Resistette a tutto questo Gustavo Rosso, detto Gustavino, che, devoto a Gustave
Dorè (nella scelta del diminutivo il suo intento reverenziale), delineava le fattezze
dal piglio ironico de La favola del cuoco Trol (che in realtà è una fiaba in versi) di
Arrigo Boito, per l’Enciclopedia dei ragazzi di Mondadori, caricando il macellaio
di bambini di tutta la gamma archetipica connessa alla figura del padre, cattivo/
buono, feroce/protettore, spaventoso/attrattivo. L’omone panciuto che divideva le
tavole a metà riservando la parte alta, inarrivabile e incombente, al mondo degli
adulti e quella bassa, minuta e inerme a quella dei bambini, era il doppio del
“papà gigante buono” di tante mitologie familiari; spesso, al centro, in posizione e
di statura intermedie, la donna, a fare da tramite e ponte di comunicazione tra i
due universi.
Fu un illustratore molto prolifico, Gustavino, che lavorò per le grandi case editrici
del tempo, spaziando in ogni genere ma prediligendo sempre l’ambito del fantastico,
del personaggio in costume, rispetto a quello contemporaneo. Muovendosi
nell’atmosfera medievale, l’artista “ridusse” in una chiave adatta ai lettori dell’infanzia
tantissimi testi, dalle fiabe classiche alle saghe romanzesche, ai racconti mitologici;
si trattava di un’operazione specifica, questa, richiesta a numerosi illustratori
dalla collana La scala d’oro della Utet, così da introdurre i piccoli anche alle grandi
opere come I miserabili, l’Amleto o il Re Lear.
Grande illustratore delle fiabe dei Grimm e di Perrault per la Utet fu Carlo Romanelli
che rivisitò e aggiornò il vecchio materiale illustrativo dei libri tedeschi
dell’ottocento, eliminando però dai suoi orchi e le sue streghe la connotazione
gotica per conferirgliene una più italiana, provinciale e immergerli in un paesaggio
appenninico.
Tra le fiabe italiane non possono mancare quelle di Italo Calvino, che raccolse e
riscrisse le storie della nostra tradizione orale sul modello di quanto avevano fatto
i Grimm, delineando un’Italia popolana e dialettale. La prima edizione del 1956 non
conteneva ancora illustrazioni, ma in seguito le duecento fiabe furono più volte oggetto
di ulteriori raggruppamenti su base tematica o geografica opportunamente
32/FORME
raffigurate. Tra le prime edizioni quella Mondadori del 1968, con le riproduzioni
delle antiche incisioni di Giuseppe Maria Mitelli, artista seicentesco del quotidiano
popolaresco, dell’allegorico e del satirico, che realizzò tarocchi e almanacchi e per
questo ben si sposava col carattere delle Fiabe Italiane. Ma è ben più nota l’impronta
data alla raccolta da Emanuele Luzzati a patire dagli anni settanta. Nel 1972 Einaudi
pubblicò L’uccel belvedere e altre fiabe italiane e nel ‘74 Il principe granchio e altre
fiabe italiane con le tavole di questo artista ligure (come lo stesso Calvino) dal tono
teatrale e antico, affidate ai suoi pupazzi che richiamavano i burattini e i tarocchi,
il mondo ebraico da cui l’artista proveniva e la leggerezza dei disegni semplici dei
bambini: teste squadrate, stivali a punta, colori vivaci e tutta una serie di dettagli
che assorbiva variegate eco culturali, fino all’utilizzo commisto di pittura e collage.
Impossibile poi non parlare di Gianni Rodari, che nelle sue Favole al telefono, Le favole
a rovescio, Fiabe lunghe un sorriso, filastrocche e rime varie, rimaneggiò anche le
fiabe classiche, mescolando ironia e didattica, riflessione critica e spunti di ottimismo.
Era un mondo arguto e vivace quello di Rodari, un gioco con le parole che
diventò presto un gioco d’immagini, tutto al servizio dello sviluppo della fantasia
del bambino e dell’elaborazione delle emozioni personali. Tra i primi e più grandi
illustratori troviamo di nuovo Luzzati, dal 1962, e lo straordinario Bruno Munari,
dal 1960, entrambi uniti allo scrittore dall’amore per l’invenzione, la creatività, l’imprevisto,
l’originale, l’apprendimento ludico. Sono opere intramontabili, che hanno
formato generazioni di bambini che ancora oggi le ricordano con nostalgia.
L’illustrazione italiana ha un suo percorso peculiare quindi, ma oggi, con le innumerevoli
risorse tecnologiche ed un mondo globalmente connesso, i nuovi artisti
del genere sanno far tesoro del passato tenendolo vivo nel presente. Lo si vede nei
lavori di Lorenzo Mattotti, Giulia Pastorino, Roberto Innocenti, Simone Rea, Beatrice
Alemagna, solo per citarne alcuni, ognuno capace col suo segno e la sua tavolozza
di evocare l’incanto della fiaba.
33/FORME
PERSONAGGI E SCENARI
Le fiabe presentano simbologie e personaggi-tipo ricorrenti.
Possiamo parlare di tre gruppi fondamentali: i protagonisti positivi, gli antagonisti
e le creature magiche.
Generalmente i protagonisti sono principesse, eroi che possono essere principi
spesso su indomiti cavalli bianchi, bambini o bambine, fratelli, gemelle, orfani di uno
o entrambi i genitori. Sono figure in evoluzione, che affrontano viaggi, attraversamenti
di foreste incantate o spaventose, sentieri di bosco in cui fanno incontri. Nel
fitto della boscaglia ci sono quasi sempre casine che contrastano coi gradi castelli
e determinano il resto della storia. Nel bosco, le tre fate nascondono Rosaspina per
metterla al riparo dalla maledizione del fuso; nel bosco c’è la casina di marzapane
di Hänsel e Grethel; nel bosco c’è la casetta dei sette nani; nel bosco c’è la casa
della nonnina di Cappuccetto Rosso.
L’entrata nella selva è una prova di coraggio e di crescita, i toni si incupiscono perché
passa meno luce, l’intreccio dei rami, le spine, le chiome frondose degli alberi
non promettono niente di buono, la fauna, specie quella notturna, può spaventare.
Ma c’è anche una parte di bosco più incantata e incantevole, con animaletti soffici,
amichevoli e curiosi e una vegetazione floreale variegata. Gli ambienti naturalistici
raccontano già le caratteristiche di chi le attraversa, la luminosità spiega il tono della
scena, i colori simboleggiano gli stati d’animo o il carattere dei personaggi (ad esempio
i ricorrenti tre colori di Biancaneve: bianco per la purezza, rosso per il sangue,
nero per il destino). Sempre tenendo presente, come abbiamo visto, che fisionomie,
stili architettonici, maggiore o minore decorativismo distinguono epoche, influenze
e cifra dei singoli illustratori, per questa come per le successive categorie.
Gli antagonisti incarnano le paure primordiali o le sfide da superare perciò sono
esteticamente poco avvenenti o di una bellezza algida e austera. Lupi, streghe,
orchi, sono ostacoli narrativi e presenze potenti, dotate di forza animale o poteri
sovrumani, arti oscure, magia nera e nelle illustrazioni presentano tratti distintivi:
colori cupi, mani ossute di vecchie streghe minacciose dalla saggezza ambigua,
nasi adunchi, pelo ispido, texture ruvide, proporzioni e fisionomie grottesche. Tutto
in loro trasmette un senso di inquietudine, di oppressione e pericolo.
Questo vale forse con ancora più evidenza per i personaggi delle fiabe animate,
specie quelle ormai iconiche di Walt di Disney che, sebbene abbiano notevolmente
rimaneggiato le storie di partenza, hanno anche contribuito a canonizzare l’estetica
di certi personaggi, come la regina cattiva di Biancaneve. Silvia Ballestra, in
Una notte nella casa delle fiabe, ha scritto che all’uscita del film, in pieno nazismo, il
Terzo Raich apprezzò molto la pellicola, ma molto meno “ il fatto che un simbolo
nazionale come in quegli anni era la statua di Uta di Naumburg venisse usato per
connotare la regina cattiva. Su questa storia ha scritto un piccolo libro molto interessante
Stefano Poggi, professore di storia della filosofia a Firenze. La vera storia
della Regina di Biancaneve, dalla Selva Turingia a Hollywood ricostruisce il lavoro fatto
34/FORME
Maestro di Naumburg,
Uta, pietra dipinta,
Cattedrale di Naumburg,
Germania, 1255-65
Gli ambienti
naturalistici
raccontano
già le
caratteristiche
di chi le
attraversa,
la luminosità
spiega il
tono della
scena, i colori
simboleggiano
gli stati d’animo
o il carattere
dei personaggi.
da Disney per arrivare alla sua regina cattiva, immortale icona pop, con un gruppo
di disegnatori tedeschi esiliati negli States (primo tra tutti Wolfgang Reitherman)
e i suggerimenti di Marlene Dietrich e del fotografo di “Vogue” Paul Horst, tedesco
naturalizzato statunitense. La vicenda, piuttosto intricata, ha il sapore di una spy
story, quasi un caso diplomatico, e gira attorno all’immagine di Uta di Ballenstedt
(peraltro la vera Uta, vissuta tra l’anno 1000 e il 1046, fu accusata di stregoneria per
un non ben precisato “uso di arti oscure” e scampò al rogo solo grazie all’intervento
del suo consorte), più precisamente alla sua effigie”.
Poi ci sono le creature magiche, presenze liminali che recano aiuto, prova, meraviglia
e, come negli altri casi, hanno un’estetica specifica e simbolica: le fate portano
l’incanto, la vivacità leggiadra, sono fatte di quell’impalpabile luccichio che lascia
la scia dalle ali e dalla bacchetta magica, volano minute e luminose, rischiarano la
notte come lucciole, portano speranza nel buio, sono alleate dei protagonisti positivi.
Gli gnomi sono figure a metà, rappresentano la magia del quotidiano, lavoratori,
affaccendati, borbottano e si lamentano, sono generalmente aiutanti, tozzi, rozzi,
di età indefinita ma tendenzialmente con barbe lunghe e bianche, buffi e goffi. I
draghi, dai colori bruni e violacei, rappresentano potenza e maestosità, sono antichi,
ancestrali, incutono timore e reverenza, sono gotici e per questo misteriosi,
dalle linee taglienti e raffinate, estremamente affascinanti, oggi di grande tendenza.
Tutto questo in generale perché, come abbiamo visto, sulle illustrazioni pesa la
cultura da cui proviene l’artista, il pubblico cui è diretta una specifica edizione, la
tecnica scelta, lo stile segnico e coloristico, la fedeltà o meno al testo, il rapporto
con l’autore, e tutto un piano di sublimazione antropologica intimamente connesso
con la definizione stessa di fiaba che, se oggi è molto più libero, a volte persino
rovesciato, un tempo era la regola da rispettare.
35/FORME
MARTA SILENZI
Indugiare nella quiete
Da una parete all’altra, la notte cresce.
Le sedie si svegliano dal loro sonno,
allungano le gambe verso il pavimento,
sbadigliano, scrollano via la polvere, si
radunano intorno al tavolo
per conversare. Parlano della nuova
statuetta di porcellana nella vetrina,
del nuovo tessuto olandese sulla
poltrona, del gatto e dei suoi artigli, del
nuovo inquilino (un lungo tavolo
silenzioso che indossa un telefono
come cappello), e si ammutoliscono quando
sentono il suono della sveglia.
Poi aspettano attente, ferme,
molto ferme.
Quietas da Miniaturas, Alefes Silva, 2019
Alefes Silva, nato in Colombia nel 1981, vive a Bogotà ed è un illustratore, di
quelli che disegnano dappertutto, matita sempre in mano, e che riempiono
i margini dei libri e piccoli taccuini tutti i giorni, ovunque si trovino.
“Ho iniziato a disegnare da bambino, verso gli 8 o 9 anni, copiando
immagini e illustrazioni da un’enciclopedia tematica che
avevamo in casa.”
Fantasmas / serie Escenas
de gabinete
La hora del diablo Portada,
Tragaluz editores
Un immaginario onirico e fiabesco ma malinconico, il suo.
Ci sono presenze e solitudini.
Stanze, letti, comodini, piccole scrivanie, tavolinetti che accolgono cose: piante, ninnoli,
amuleti, oggetti che raccontano il magico nel quotidiano (Mueble, Los afectos,
Niñotauro, Labor).
Fiori e foglioline sono una manifestazione di pura essenza, proliferano da tazzine
alla finestra o sopra i tavoli, sbucano dal collo, dietro la maschera che indossiamo,
sono la nostra freschezza giovane e genuina, incorruttibile (Labor, Linterna oscura,
Conjetura de lo quieto), traboccante quando siamo innamorati (Enamorado), delicata
mentre riposiamo e ci trasformiamo nel nostro intero mondo, come terra che
accoglie e mente che racconta (Dessueño).
La solitudine è dolce in queste immagini che mostrano la leggera vulnerabilità
dell’essere giovani, (Retrato con los ojos), del vedersi crescere e cambiare (La creciente).
37/FORME
No necesito sombrero, Tragaluz editores
El hijo de mil hombres, Tragaluz editores
El aprendizaje de los afectos, Fallidos editores
Boletín Luis Ángel, Banco de la República de Colombia
El pequeño reino Portada, Norma editores
Lectura / serie Miscelánea
48 palabras, Tragaluz editores
Penso che le mani
siano strani animali;
hanno una loro
coscienza
e un loro cuore.
La finezza delle mani, il garbo delle dita, in tutte le opere, parla del bisogno di gesti
gentili, da fare e da riceve, della cura (Lectura, Amanuensis ma anche in tutte le altre
illustrazioni); certe volte la mano è anche singolarmente ritratta, diventa simbolo,
oggetto, amuleto (Espejo, Alfiletero, Mueble).
Tante le posizioni fetali, gli occhi abbassati, la voglia di protezione (Dormidera, Exuberancia
de lo quieto, Isla) e di evasione o di rifugio, cercati entrambi nella fantasia,
nell’immaginazione che si fa espressione creativa (Navegante).
Ma le fasi della crescita sono governate dalla fragilità, dalle paure, di essere, di
affidarsi, di cambiare: l’intreccio di rami appuntiti, la veste bianca, la sedia nella
stanza vuota accanto alla finestra aperta, la spirale di foglie attorno al volto serio
di una ragazza. Tutto suggerisce un sospiro, un impalpabile veleggiare di emozioni
molto difficili da cogliere appieno, ma attraverso le quali passiamo durante la parte
più vigorosa e complicata della nostra vita, quando tutto è troppo intenso, spesso
indecifrabile, necessario e confuso, ma anche quando tutto è possibile.
Il filtro della fiaba rende magica l’illustrazione di Silva, specie quella dei taccuini in
cui l’elemento vegetale è predominante e la direzione narrativa è longitudinale, ma
non necessariamente secondo il senso di lettura: le pagine dialogano, le immagini
parlano come si parla nei sogni, senza voce.
“I taccuini sono essenziali per il processo creativo; molti dei
progetti a cui ho lavorato e che sto sviluppando attualmente
provengono da questi quaderni. Sulla mia scrivania di lavoro
ci sono sempre notes e piccoli fogli di carta per scrivere e disegnare
le intuizioni e le idee che nascono durante la giornata.”
40/FORME
Extraños / Cuaderno de dibujo B
Queste illustrazioni riguardano l’ultimo decennio ma i disegni di Alefes sono un
flusso continuo da quando non era che un bambino.
La sua tecnica è principalmente quella della matita su carta (durex, bond, opaline),
ma lavora anche con matite colorate e tecniche miste. La maggior parte delle
immagini sono realizzate in mix media: disegno su carta e colorazione digitale.
Però Alefes non è soltanto un fine illustratore, è anche uno scrittore, con diversi
progetti in corso, di albi illustrati e libri di fiabe illustrate: «La scrittura è sempre
coinvolta nel mio processo creativo. Quando lavoro per gli editori, l’immagine nasce
a partire da un testo (romanzo, racconto, poesia), mentre nei lavori personali, nelle
serie di immagini o nei progetti di libri (albi illustrati, storie illustrate), c’è sempre
un mio testo: scrittura e immagine sono intimamente legate.»
I temi trattati sono infatti i medesimi: quiete, solitudine, morte, tempo, memoria, con
chiari riferimenti autobiografici onirici, memoriali o di vissuto.
“Penso che possiamo dare vita a ciò che gli altri ci lasciano;
questo accumulo di ricordi è la materia viva che l’illustratore
o lo scrittore usa per la sua produzione. Il cucito, ad esempio,
è un elemento fondamentale nel mio immaginario: mia madre
è una sarta, da lei ho imparato ad amare l’arte, e ho imparato
la dedizione e la pazienza quando si tratta di creare. Quanto ai
gatti, sono una presenza costante nella mia vita.”
La ricerca della quiete dell’essere, in armonia con la natura e con gli oggetti, traspare
da ogni disegno e diversi sono i titoli che la richiamano: Exuberancia de lo
quieto, Conjectura de lo quieto.
41/FORME
Parquecito / serie Escenas de gabinete
Labor / serie Escenas de gabinete
NiñoTuaro / serie Escenas de gabinete
Pájaro fuego 2 / serie Miscelánea
42/FORME
Una historia / serie Miscelánea
43/FORME
Geomante / serie Escenas
de gabinete
Exuberancia de lo quieto / serie
Escenas de gabinete
Conjetura del tiempo / serie
Escenas de gabinete
The Mediaeval Baebes 5
“La quiete, il desiderio di quiete, si riferisce all’apprendimento
dell’indugio nel momento, del fermarsi in mezzo al turbine delle
cose; oggigiorno tutto si muove a grande velocità ed è difficile
che ne resti qualcosa. È necessario collocarci nel presente per
contemplare attentamente quello che ci circonda e, soprattutto,
guardare dentro, verso il centro del nostro essere, dove
risiede ciò che siamo.”
Le immagini qui presentate sono di varia provenienza, selezionate nella sua dilagante
produzione. Alcune sono incluse nelle serie Escenas de gabinete o Miscelànea,
ovvero serie libere in cui finiscono le idee che non si adattano a progetti a cui l’artista
sta lavorando; non per questo non vengono sviluppate, al contrario seguono
una propria volontà e vanno a farcire queste raccolte che molto ci dicono del loro
autore. Retrato con Ojos ne è un emblema, col suo azzurro rasserenante, la sua
indolenza dolce, il suo animo fiorito.
La ricerca della quiete non elimina però, a volte, la comparsa di un lato oscuro in
forma di incubo o coscienza, per esigenze di testo o per riflessione sull’uomo che
vuole sfuggirgli ma sa che il male c’è e giganteggia su un fondale buio (Todos los
males).
In ogni caso rimane un mondo intero di cose e persone, animali e natura che
restano fermi, in attesa, pronti ad accogliere, sono l’abbraccio sicuro, l’atmosfera
calda e odorosa cui possiamo sempre ricorrere per non perdere la strada, per
mantenerci saldi, per ritrovarci.
44/FORME
Tutto nel mondo immaginifico di Alefes è narrativo, sogno e storie s’intrecciano,
ogni composizione è una fiaba in sé, contiene elementi psichici, archetipici e simbolici,
componenti tradizionali mescolate a cenni autobiografici, figure umane, animali
antropomorfi, mostri ibridi, elementi magici.
Interni ed esterni mostrano i mondi complessi dell’animo, sensazioni, sentimenti,
angosce e paure, silenzi, l’incanto delle piccole cose e le sconfinate sfaccettature
della sensibilità.
“Le mie fiabe preferite sono dei fratelli Grimm: Il ginepro. Il piccolo
sarto coraggioso. Hansel e Gretel. L’uccello d’oro. Le filatrici.
Mi piace anche La comunità segreta di elfi, fauni e fate di Robert
Kirk. In questo libro, il reverendo Kirk cerca di conciliare il mondo
magico con quello spirituale e religioso. Della tradizione colombiana
amo El Mohán, uno spirito dei fiumi e delle giungle.
Mi piacerebbe molto realizzare un libro illustrato su questo
personaggio. Vorrei realizzare anche una versione muta di El
Enebro (Il ginepro) che chiamerei Alma cantora. E naturalmente,
sarebbe bello illustrare un’edizione del libro di Robert Kirk.”
*ampliamento del testo in catalogo della mostra Alefes Silva – Lo specchio degli occhi, 2024.
45/FORME
46/FORME
No necesito sombrero, Tragaluz editores
GatoDragon / serie Miscelánea
Pájaro fuego 1 / serie Miscelánea
Espejismo del león / serie Escenas de gabinete
47/FORME
Alicia espiral / serie Miscelánea
Retrato con ojos / serie Miscelánea
Peregrinas / Cuaderno de dibujo C
Linterna oscura / serie Escenas de gabinete
49/FORME
Cazadores de moscas / serie Miscelánea
The Mediaeval Baebes 6
Dessueño / serie Escenas de gabinete
The Mediaeval Baebes 4
51/FORME
MARTA SILENZI
Tre personaggi
per una fiaba
Flaminio Gualdoni scrive che Osvaldo Licini, dal suo paesino di Monte
Vidon Corrado, è l’unico artista italiano che abbia iniziato “a pensare
europeo” in tempi assai precoci e questo è certo dovuto alle esperienze,
ai viaggi, alla conoscenza letteraria, all’intelligenza di un uomo
fuori dal comune.
Osvaldo Licini (1894-1958) è appunto originario di questo paesino
dell’entroterra marchigiano affacciato su un incredibile paesaggio collinare che
sembra poter abbracciare tutta la regione.
È costretto a vivere lontano dalla famiglia, trasferitasi a Parigi; cresce col nonno
Filippo finché non intraprende gli studi artistici a Bologna e poi a Firenze, dove entra
in contatto con alcuni degli artisti che saranno i grandi del Novecento Italiano.
E queste sono già esperienze importanti e formative, sebbene la sua pittura sia
ancora in via di realizzazione. Ci sono i primi confronti di visione e poetica tra gli
artisti, c’è un primo entusiasmo per il futurismo di cui sposa la forza e il principio di
ribellione (molto coerenti col suo carattere indomabile di quegli anni e che, almeno
fino al secondo dopoguerra, lo mostrano con un temperamento un po’ alla Luigi
Bartolini, altro marchigiano, spigoloso, molto critico anche verso i suoi amici artisti,
ad esempio verso Morandi), ma cui non aderisce mai del tutto, come per le altre
correnti, un certo cubismo o il surrealismo: Licini rifiuta le estetiche dirigistiche
(specie quelle che promuovono un’arte popolare e sociale, specie quella fascista),
predilige una sua etica morale, un individualismo che lo porta ad una ricerca costante
di stampo lirico-ironico.
Altre grandi esperienze vengono ovviamente da Parigi, dove raggiunge la famiglia
nel 1915, un anno prima di partire volontario per la I Guerra Mondiale, da cui emergerà
menomato alla gamba destra, sposato con un’infermiera volontaria svizzera,
Beatrice Muller, e con un figlio, Paolo, con i quali tornerà a Parigi nel ’17.
Qui frequenta Modiglioni, partecipa alle serate teatrali, il che significa Diaghilev,
Cocteau, Picasso.
Questo ambiente è chiaramente molto stimolante e formativo, soprattutto a livello
culturale e letterario (altro punto che Licini ha in comune con Bartolini è la doppia
vocazione pittorica e letteraria: ci sono le poesie, certo, ma ci sono anche racconti
che illuminano zone importanti dei contenuti pittorici liciniani, come vedremo).
Intorno agli anni ’20 Licini si riavvicina all’Italia, vive tra Firenze, Fermo e Monte
Vidon Corrado, dove si trasferisce definitivamente nel ’25 con una nuova moglie,
conosciuta a Parigi, di origini svedesi, Nanny Hellstrom, anche lei pittrice.
Da qui avvia una produzione che egli stesso definisce “primitivismo fantastico” e
poi “realismo”.
Ma leggendo le numerose lettere a critici e pittori, si desume che egli stesso è
piuttosto volubile nel darsi definizioni, almeno fino agli anni ’40, quando giunge
coscienziosamente ad un approdo meditato e sentito, quello che originerà i personaggi
del suo ultimo ventennio di vita e di attività.
Quanto a questo “realismo”, si tratta di paesaggi, marine, ritratti, condotti secondo
53/FORME
un’ottica dal vero che però presenta qualche particolarità: un sapore d’insieme che
si avvicina a certe linee del Matisse fauvista, con qualche richiamo anche a Derain,
e una costruzione secondo scie, declivi e chiasmi che, a guardar bene, annunciano
quelli che saranno i futuri cambi di rotta.
Tutte opere che ad un certo punto Licini rifiuta.
Nel frattempo ci sono esposizioni a Parigi, la partecipazione alla mostra del Novecento
italiano organizzata da Margherita Sarfatti (con Mussolini che acquista
per 1000 lire un suo paesaggio), le Quadriennali romane e i primi contatti con la
Galleria Il Milione di Milano, il che significa vicinanza e confronti con gli artisti del
fronte romano e di quello milanese: Severini, Campigli, De Pisis, Soffici, Depero,
Ghiringhelli, Reggiani, Melotti, Soldati, Fontana, Veronesi ecc.
Arriviamo così agli anni ’30, e alla prima metamorfosi della pittura liciniana, cosa
che poi l’artista affronterà altre due volte: non crisi, non cambi netti e repentini ma
crescita, metamorfosi appunto e continua contaminazione.
Sono gli anni del cosiddetto astrattismo liciniano, che non deve tanto far pensare
ad esempio all’acquerello astratto di Kandinskij (che è il primo artista che viene in
mente quando si pensa a questo termine e sebbene Kandinskij sia uno dei punti di
riferimento di Licini, come vedremo assieme ad Arp, Man Ray, Picasso e via dicendo),
quanto al costruttivismo, al neoplasticismo, ad un geometrismo alla Mondrian
che però trascolora verso il surreale: il modulo scelto infatti non è il rettangolo ma
il triangolo, molto acuto, che poi diventerà aquilone e poi ancora angelo.
Non si ciba di troppa razionalità il suo astrattismo, anzi, il mondo pittorico di Licini
muove sempre più verso l’irrazionalità, anche quelle opere che in questo periodo
intitola Archipittura conservano una libertà difficile da imbrigliare: per quanto
Cartesio sia una fonte dichiarata del pittore, è come se affrontando questo suo
astrattismo di griglie aeree e sospese, di triangoli campiti, tendesse già a quello che
verrà in seguito: un impulso lirico, una tensione all’ascesa, un alzarsi dello sguardo.
Quindi le linee morbide, le scie ondulate, i chiasmi dei paesaggi chiari e tenui degli
anni ’20, si trasformano in linee più tese negli anni ’30, in una stilizzazione generale
che è punto di passaggio e rampa di lancio, se cerchiamo di guardare il percorso
liciniano nel suo complesso.
Ecco dunque il rifiuto del figurativo e il perché di molti quadri realizzati precedentemente
e poi messi via, distrutti o rimaneggiati.
In una lettera aperta alla Galleria Il Milione del ’35 Licini scrive:
“La pittura è l’arte dei colori e delle forme, liberamente concepite,
ed è anche un atto di volontà e di creazione ed è, contrariamente
a quello che è l’architettura, un’arte irrazionale,
con predominio della fantasia e immaginazione, cioè poesia.
Allora, ho preso 200 buoni quadri che ho dipinto dal vero e li
ho portati in soffitta”.
54/FORME
Eliminata l’iconografia del verosimile, Licini considera il problema assoluto della costruzione
dell’immagine pittorica, che può avere la libertà irripetibile e non codificata
che manca però tanto al dato realistico-imitativo, quanto a quello architettonico.
Egli aspira ad “una geometria che possa diventare sentimento”, lo scrive nella lettera
a Il Milione, quindi in Licini non si avrà mai una totale geometrizzazione della
struttura, mai una totale razionalizzazione, più che altro dicevamo una metamorfosi,
uno spostamento continuo mediante analogie tra elementi.
In questo periodo espone alla Quadriennale romana del ‘35 e ad una collettiva di
Torino e poi ha la sua prima importante personale con 37 opere che vanno del
1925 al ’34 alla Galleria Il Milione.
Opere che s’intitolano Ritmo, Uccello, Archipittura, Castello in aria, Equilibrista, Bilico, Mulino
a vento, titoli che non vanno dimenticati per una strisciante poetica dell’aria e del volo
che ritornerà preponderante, ma anche per una suggestione fiabesca già intuibile.
Poi, nel ’41, arriva un Fiore fantastico che è un nodo centrale, una strana geometria
irregolare, imprecisa, che ondeggia fuori dalla quadrettatura sottostante, una G o
una Q che si apre e che probabilmente si arrotonderà presto in una C.
Siamo negli anni ’40 e Licini vive un momento particolare, si ritira a Monte Vidon
Corrado in un periodo di meditazione. Durante la II Guerra Mondiale sceglie, in una
sorta di atto morale, di “non mostrare, non esporre, non vendere quadri”, ci sono
numerose lettere che testimoniano questo suo raccoglimento: a Franco Caliberti
scrive di essere sceso nelle viscere della terra, in mondi ctoni, nel regno di Demetra,
che chiama “Regione delle Madri”, un mondo matriarcale, materno, lunare, ma
anche terrestre e sensuale. Dice che vi è disceso alla ricerca “del segreto primitivo
del nostro significato nel mondo” e che ne riemergerà ormai “senza ombra” per
mostrare le sue “prede” che sono una nuova figurazione, personaggi di un immaginario
lirico personale che ridefiniscono tutta l’iconografia/iconologia liciniana,
decisamente spostata sul fronte fiabesco.
A Marchiori (il critico amico che più lo intende e segue negli anni) scrive: “Da due
anni sto accumulando materiali, materiali. Fra poco sarò pronto per la mia ultima
avventura, la vera, la decisiva, che un vento totale di follia mi sollevi!”
A Maria Cernuschi scrive, riassumendo anche il suo intero percorso in poche parole:
“Noi faremo sempre il nostro porco comodo in arte. Dal reale
all’astratto. E dall’astratto io me ne sto volando adesso verso
lo sconfinato e il soprannaturale. Certo la solitudine mi è di
grande aiuto. Ne uscirò, non dubitate. Ma non mi si riconoscerà
più”.
Una certa teatralità per esprimere però un reale accadimento: Licini mette a fuoco
un suo universo da restituire in pittura, come se a questo momento avesse teso
fin dall’inizio, e in effetti è così.
55/FORME
Le linee paesaggistiche dei primi anni, che prendono vita assieme ai primi scritti,
le componenti geometriche degli anni ’30 che si contaminano di elementi evocativi
e sfuggono al rigore razionalista, poi la furia della guerra, la decisione del ritiro nel
suo paesino, tutto tende al parto di arabeschi pittorici popolati di personaggi specifici
e indagati in numerosissime varianti, mitologie pittorico-letterarie costruite
secondo l’unione di componenti semplici e reiterate ma per accumulo e complicazione
progressiva, con l’inserimento di codici interni (lettere e cifre), aperti a tutte
le interpretazioni ma che non danno certezze poiché lo scopo di Licini è più quello
di fare le domande che non di avere le risposte.
Si tratta della comparsa principalmente
di tre figure dell’irrealtà liciniana:
gli Olandesi volanti, le Amalassunte
e gli Angeli ribelli che tutti insieme
costituiscono un ritratto di Osvaldo Licini.
Gli Olandesi volanti (a volte chiamati semplicemente Personaggio, o anche Milionario)
sono una prima maschera liciniana, una prima dichiarazione a livello pittorico,
del suo stato di ribellione, del suo peccato di conoscenza: quello dell’olandese
volante è un mito norvegese che narra di un marinaio condannato ad errare eternamente
per aver sfidato Dio oltrepassando il Capo di Buona Speranza. Più noto
come Il vascello fantasma, ripreso da Wagner, è una declinazione nordica del mito
di Ulisse che tenta di varcare le Colonne d’Ercole o del racconto biblico di Adamo
ed Eva che mangiano dall’albero proibito, quindi è il peccato dell’uomo che non
accetta limiti alla possibilità di conoscere.
In tal senso è la prima manifestazione dell’angelo ribelle, è lo stesso artista, è anche
Leopardi, di cui Licini realizza diversi disegni, delineandolo con spalle larghe
e cappello a cilindro; Licini ha parecchi punti di contatto con Leopardi: l’acume,
l’ateismo, la fascinazione per la luna, il concetto di infinito e, più di tutto, il dubbio,
esaltato da entrambi, dubitare è il più onesto e intelligente atteggiamento possibile,
mettere in discussione, essere dei ribelli appunto; si tratta di una trasgressione
intellettuale, vissuta con lucidità, senza sensi di colpa (come in Leopardi, ma anche
come e fortemente in Nietzsche), per cui questi personaggi più che puniti sono
condannati ad un nomadismo errabondo che non dà risposte.
Questo è molto importante per comprendere la fiaba liciniana (erroneamente
confusa con un piglio surrealista per via dell’apparente aspetto onirico delle sue
immagini, ma Licini dichiara “Segni, non sogni” e accusa il surrealismo di sforzarsi
di mimare il sogno, di imitare l’inconscio) e per comprendere anche le Amalassunte,
perché queste tre componenti del ritratto liciniano corrispondono a tre
condizioni successive e progressive dell’artista. In una lettera a Marchiori scrive:
56/FORME
“Delle mie tre persone, della mia santissima trinità, la errante,
la erotica, la eretica, le prime due se ne sono andate, non resta
che la terza al cubo”.
La condizione errante è dunque quella dell’Olandese volante, una grossa C su
cui s’incastrano e viaggiano numerose lettere, che sono segni, attributi, simboli,
emblemi, parti dell’arabesco liciniano che ritroveremo anche nelle Amalassunte.
Del resto le composizioni e le tavolozze sono davvero molto simili, la C tende al
cerchio lunare, lo spazio è uno sfondo blu/rosso/giallo/grigio con una linea d’orizzonte
molto bassa, la tendenza è a collocare i soggetti su un lato, erranti, viaggianti,
dispersi in tempi e luoghi sospesi.
Le lettere sono la C, la I, la A, la M, la M+R.
Principalmente la M, che spesso è più grande delle altre, la M di mito, di morte,
di memoria ma anche di merda, che è titolo di alcune sue opere ed è insieme un
epiteto scaramantico e un diffuso giudizio disilluso.
Vediamo dunque che Licini è un acceso ribelle e quanto in questo momento esprime
con la pittura, in un periodo di silenzio e chiusura come sono gli anni ’40 (Marchionni
riferisce che Licini ora parla “solo con la mobilità degli occhi e con le lacrime”),
aveva espresso in modo più furente verbalmente in lettere e scritti giovanili,
specie ne I Racconti di Bruto.
Questi scritti, scoperti nel ’74, hanno cambiato sostanzialmente l’opinione che si
aveva di Licini come di un pittore/poeta soave e lirico.
Essi presentano in nuce numerosi aspetti rintracciabili nella pittura e un linguaggio
rabbioso, aggressivo, liberatorio che chiarisce molto il senso, il valore, la scelta degli
Olandesi volanti, delle Amalassunte e degli Angeli Ribelli in questa fase.
Bruto è una maschera – come dicevamo sopra anche dell’Olandese – è un alter
ego del pittore (che svela una particolare vena aggressiva verso la donna che
forse ha a che vedere con l’elemento biografico: la famiglia era partita per Parigi
e sua madre rientra a Monte Vidon Corrado solo per partorire, lasciando il piccolo
Osvaldo a balia e poi affidandolo al nonno) e vi si ritrovano almeno due elementi
inerenti ai personaggi degli anni ’40 e ’50: il tema del volo/caduta (prima dicevamo
che una certa poetica dell’aria e del volo è sempre rintracciabile nelle titolazioni
e nell’opera liciniana, particolarmente in questa fase), presente anche in alcune
sue fonti culturali: il Funambolo di Così parlò Zarathustra di Nietzsche, l’Albatro di
Baudelaire (belli in volo e brutti a terra), e Freud, per cui volo e caduta sono temi
da identificare con l’erotismo.
Ecco, quella dei racconti di Bruto è per eccellenza la fase erotico-distruttiva liciniana:
elementi fallici, tendenze stupratorie, aggressività verbale e un certo tipo
di superomismo che però a volte si concede delle tenerezze, come nell’incipit de Il
cuore in mano che ci porta al secondo personaggio e al vivo delle atmosfere e degli
emblemi delle Amalassunte:
57/FORME
IL CUORE IN MANO
Bruto s’era disteso, ma s’annoiava un poco
Allora, con una mano si prese il cuore dal petto,
lo posò sul cuscino e lo guardò palpitare
Poi mise il suo cuore nel cavo della mano
e cominciò ad ammirare l’opera di Dio.
E si compiacque a vedere il buco dove passa e ripassa l’anima
e le piccole vene azzurrine dove s’annidano i sentimenti.
Poi lo strinse forte con la mano e cadde l’ultima stilla.
Si alzò e mise il cuore sulla finestra per farlo asciugare
D’un tratto, Bruto fu colto da un bisogno irresistibile di tenerezza
e provò l’impulso irresistibile di donare il suo cuore
magari al primo uomo che incontrasse nella strada.
E sortì col cuore in mano.
Allora Bruto cercò fra la folla l’uomo eletto.
Cento volte tese la mano per donare il suo cuore,
cento volte gli uomini si ritrassero con diffidenza.
Alla fine si mise il cuore in tasca.
Camminando a zonzo arrivò ai giardini pubblici.
Salì sul ponticello e si specchiò nel lago,
e volle specchiare ancora il suo cuore.
E sospese il cuore sull’acqua.
E guardò il cuore nell’acqua.
Voleva gettare il cuore nell’acqua.
Ma poi se lo rimise in tasca.
Quando giunse sul prato dei fanciulli si fermò un momento
per vederli giocare. Un bambino cadde sull’erba ma si alzò subito.
C’era anche la madre del fanciullo seduta sull’erba.
Bruto notò la carne fresca di quella madre giovane.
Bruto s’accostò al fanciullo e gli mise il cuore in mano:
- Tieni, portalo a tua madre.
Il fanciullo fece l’offerta.
- Cosa porti porcaccione! cos’è quella porcheria?
getta quella porcheria! hai capito porco?
dove l’hai raccolta porcaccione?!
Il fanciullo gettò subito quel coso.
Bruto lo raccolse con serietà poi si rivolse alla madre:
- Tu hai il naso storto, tuo marito è uno stupido
e tuo figlio uno stronzo!...
E se ne andò senza dire altro.
Incontrò un mendicante che gli tese la mano.
58/FORME
Era zoppo, monco, col naso abbrustolito,
un dente di fuori e una piaga colante in fronte
Bruto gli si accostò:
- Come ti chiami?
- Poveretto.
- Come ti chiami?
- Poveretto Carlo.
- Ebbene, senti, poveretto Carlo, vuoi venderti a me?
io ti compro.
- Che hai detto!
- Io ti compro. Dopo ti metto una bella pietra al collo,
ti acceco e ti taglio il naso. Va bene?
- Che dici assassino!
- Taci, scherzo di natura! Adesso voglio arricchirti.
ecco questo è un tesoro per te. E gli mise il cuore in mano.
Il mendicante, lo guardò, l’annusò e lo gettò bestemmiando.
Bruto lo raccolse e glielo sbatté tre volte in fronte.
Dopo seguitò la sua strada. Legò il cuore con uno spago
e lo gettò a cavalcioni sui fili del telegrafo.
Ma ci ripensò sopra e lo riprese.
- Se ci facessero la mortadella?
Se lo cucinassero in un restaurant lo cederei anche gratis.
Finalmente, per sbarazzarsene subito a qualunque costo
entrò nella chiesa lì vicino. Cercò del prete
e comparve un prete con una bella faccia tosta.
Bruto senza tante cerimonie gli disse:
- Ho ricevuto una bella grazia da San Giuseppe;
vorrei lasciare questo ex voto come ricordo.
È in forma di cuore umano.
Il prete lo prese in mano lo guardò e disse:
- Mi dispiace, ma noi non accettiamo cuori al naturale:
ne faccia fare uno d’oro o d’argento.
Bruto gli tirò uno schiaffo che lo stordì
E soggiunse:
- Ho una voglia matta di spaccarti la chierica!
Poi andò a gettare il cuore in una latrina.
59/FORME
Ora, questo cuore da regalare è un altro tema nietzschiano, sempre di Così parlo
Zarathustra, in cui l’autore scrive: “il pericolo di colui che sempre dona è di perdere
il pudore, chi sempre distribuisce, la sua mano, il suo cuore, s’incalliscono a forza di
donare” e mano e cuore sono elementi portanti nell’iconografia delle Amalassunte
e in quelle ad essa correlate.
Ma che cos’è un’Amalassunta?
La stessa domanda la pone Marchiori a Licini quando nel 1950 è in procinto di
uscire dall’isolamento e partecipare alla Biennale di Venezia con ben nove Amalassunte,
che in un certo senso costituiscono un unicum, una sola opera.
Licini risponde con una frase ormai celebre: “Amalassunta è la luna nostra bella
garantita d’argento per l’eternità, personificata in poche parole, amica di ogni cuore
un poco stanco”.
È dunque un soggetto lunare ed è un’amica, una figura femminile, un conforto e
un vagheggiamento sensuale.
Per tornare alla definizione di “errante, erotico, eretico”, quella delle Amalassunte
è la condizione erotica di Licini, che crea questa entità femminile, enigmatica, e
prepotentemente corporea, un’apparizione dei cieli liciniani declinata in mille vesti.
Enigmatica perché si sviluppa in lettere e cifre come portatrice di messaggi occulti;
e corporea perché l’intero paesaggio le vibra intorno e la completa: le colline
marchigiane diventano mammelle, quel segno basso dell’orizzonte, che avevamo
visto negli Olandesi, si fa sempre più un declivio, un terreno obliquo e formoso.
Il nome Amalassunta nasce dall’antinomia la-male-assunta.
Primo, nel 1950 era stato istituito da Pio XII il dogma dell’Assunzione della Madonna
e, sebbene Licini sia ateo, l’aspetto miracoloso e misterico delle religioni lo
affascina; secondo, Amalasunta era la regina degli Ostrogoti, figlia di Teodorico
che aveva in parte ordinato la realizzazione dei mosaici ravennati tanto amati
dal pittore marchigiano; terzo, è probabile che Licini conoscesse il poemetto di
Carducci su Teodorico che sul finale recita di un’ascensione con le parole: “non è
il sole, è un bianco crine; non è il sole, è un’ampia fronte”, immagine che richiama
il pallore lunare di queste figure cuoriformi o tondeggianti o a forma di fragola o
mela delle Amalassunte; quarto e più importante, l’Amalassunta-luna è una dea
mitologica venerata in tutte le religioni come signora dell’oltretomba (ecco la discesa
di Licini nelle viscere della terra, nel mondo demetriaco), colei che governa
i parti e le maree, personificazione dell’eros e del mistero della vita ultraterrena.
A tutto questo si aggiunge il consueto tema del volo.
Le sue declinazioni iconografiche sono molteplici: incoronata, cerchiata da una ghirlanda
di petali, adorna di trecce e stelle, protetta da mani-amuleto, avvolta in un lungo
velo fino alle colline, ironicamente allungata in una trombetta o nell’atto di fumare.
La fisionomia è criptica, cifrata, gli occhi sono numeri (2-6, doppio 6, 13-9), l’1 è il
naso, il 5 sono le labbra e poi ci sono le lettere, le stesse degli Olandesi volanti o
altre, la Q, la T, la M, la R arricciata e a volte inserita nel paesaggio.
Sono ornamenti segnici che si completano poi con la comparsa picassiana di mani
60/FORME
e piedi, è come se Licini abbia preso la lezione di Guernica e l’abbia accentuata di
lirismo, innestandovi anche un certo amore per la classicità.
Queste metamorfosi corporee o congiunzioni, hanno portato ad un accostamento
con Arp in una mostra del 2013 a Lugano, ma il tono di queste circonvoluzioni formali
è ben più astratto in Arp e molto più fiabesco invece in Licini; comunque altre
suggestioni in tal senso possono venire da Masson o Man Ray e certo vengono da
Apollinaire, Mallarmè e Rimbaud.
L’unione mano-piede-bocca attiene ad una simbologia erotica e ben si sposa con
la preponderante scelta del rosso per gli sfondi, è il sogno erotico dell’erranza e la
mano ci riporta a Bruto, perché quasi sempre offre un cuore nel palmo o stringe
un cuore tra due dita: il “rituale del cuore” è parte integrante delle Amalassunte
e, se in alcune non compare, capita che la stessa forma della luna sia cuoriforme.
Alle interpretazioni delle Amalassunte si è accostato anche il riferimento alle Sibille,
per la questione del mistero, dell’ambiguità, per le qualità di veggente e incantatrice.
Licini ama le escursioni sui Sibillini e, in ogni caso, tutto l’ambiente marchigiano,
paesaggio, tradizione letteraria e popolare hanno la luna come elemento
centrale, protagonista di leggende e miti, canti e racconti che un tempo venivano
tramandati oralmente.
Le Amalassunte, comparse intorno al ’45, hanno il loro periodo più prolifico nel ’50,
poi iniziano a contaminarsi con gli Angeli e diventano sempre più rare dopo il ’54.
Gli Angeli ribelli sono un aumento ascensionale e insieme un focalizzare sul tema
della caduta.
Sono la condizione eretica liciniana, probabilmente l’espressione massima e
anche l’identificazione massima di Licini.
Una sua poesia del ’54 ne annuncia la venuta:
“Il nostro sorriso è di compatimento/come senza dubbio le lacrime
nostre/ garantite sono in argento a dispetto del mondo/
del vero del bello del giusto, del bene e del male”.
Gli Angeli sono “garantiti in argento”, come le Amalassunte e del resto queste metafore
maschili e femminili sono legate: il pianeta Venere, prima stella visibile della
sera, è chiamato anche Lucifero, il portatore di luce e Lucifero è l’angelo caduto,
l’angelo ribelle.
Anche il cuore delle Amalassunte, il cuore di Bruto, torna, gli Angeli lo portano nel
petto gonfio, in quell’insieme di linee curve che li delinea, goffi e magici, vicini alla
scultura di Boccioni Forme uniche della continuità nello spazio, dotati a volte di coda
o di arco e frecce, sempre collocati su un lato dello spazio infinito e insondabile
grigio/giallo/blu scuro/rosso, con un minimo di terra là sotto, per determinare una
dicotomia alto-basso, volo-caduta.
Letterariamente si potrebbe risalire a Schiller, Byron, al Faust di Goethe, Poe, fino
61/FORME
a Lautremont e Rimbaud ma gli Angeli ribelli liciniani sono più amabili e più farseschi,
perché per Licini il male (questo genere di peccato che è la sfida per la
conoscenza) non è una colpa, è quasi una goffaggine connaturata all’uomo quindi,
come gli Olandesi, questi Angeli dalla lunga falcata sono erranti e manifestano
semplicemente la loro presenza nei cieli.
Anche gli Angeli si declinano poi in mille modi, compaiono i Serpenti-Croci viventi,
simboli di tentazione e trasgressione, di divino e demoniaco, fino a che non iniziano
a stilizzarsi e svilupparsi in una nuova veste che in realtà non è un’altra svolta arrivata
alla metà degli anni ’50, ma un approdo, un recupero messo meglio a fuoco,
la chiusura di un cerchio: Licini riesce a mettere in pratica quanto si era prefissato
volendo dimostrare “che la geometria può diventare sentimento”: gli Angeli lasciano
le loro curve per tornare triangoli-aquiloni in una figurazione geometrica
ilare, palazzeschiana, velata d’ironia; è ancora eresia perché è geometria incommensurabile,
è irrealtà, non misura del mondo, ma si tratta di un’eresia giocosa e
impertinente, di una fiaba divertente, di una leggerezza data dagli anni maturi, che
ha il suo quadro più riuscito nell’Angelo di Santo Domingo, del ’57, l’unica opera che
lo stesso Licini trova davvero compiuta.
Siamo ormai agli ultimi anni di vita di un pittore che finalmente esce dal proprio
isolamento, viene conosciuto e compreso: sono infatti del ’57 e del ’58 le tre più
grandi esperienze espositive di Osvaldo Licini: 1957 ,“Pittori d’oggi, Francia-Italia”,
curata da Luigi Carluccio al Palazzo delle Arti di Torino; 1958, personale organizzata
da Marchiori al Centro Culturale Olivetti di Ivrea, la più grande per qualità e
numero di opere (documenta tutta l’opera di Licini dal 1921); la XXIV Biennale di
Venezia, con 41 opere presentate da Umbro Apollonio, nella quale riceve il Gran
Premio Internazionale di Pittura e tutte le sue opere vengono vendute.
La fama arriva lo stesso anno della morte ma in fondo non era questo che interessava
al pittore sempre riluttante a presentare i propri lavori e a mostrarsi
(e forse è anche questo il motivo del lungo tempo in cui è rimasto incompreso):
probabilmente dal suo piccolo centro di Monte Vidon Corrado l’artista intendeva
dimostrare che non aveva bisogno di vasti orizzonti per individuare le ragioni del
suo stare al mondo; il suo solo scopo era quello di “andare verso l’arte” e l’isolamento
era stata una scelta orgogliosa, un rivendicare la sua “condizione scalza”, dice
Flaminio Gualdoni nel 1982 citando questo calzante passaggio di Emily Dickinson:
“Se la fama mi appartenesse, non riuscirei a sfuggirle – in caso contrario il giorno
più lungo mi sorprenderebbe mentre ne vado a caccia – e l’approvazione del mio
cane mi abbandonerebbe – dunque – preferisco la mia Condizione Scalza”.
Un’eterna metamorfosi, una costante possibilità di rimaneggiamento, senza mai
arrivo, sempre errante, anche in pittura.
*Adattamento della conferenza Osvaldo Licini nelle collezioni di Palazzo Ricci,
Biblioteca Mozzi-Borgetti, Macerata, novembre 2014
63/FORME
PAOLA RANZINI
PALLAVICINI
Fiaba dark
Cara Roberta Sparrow,
ho letto a fondo il suo libro e ci sono molte cose che
vorrei chiederle. A volte ho paura di quello che lei
potrebbe dirmi. E a volte ho paura che lei mi dica che
non è tutto frutto della fantasia. Posso solo sperare che
la risposta mi arrivi nel sonno. E spero anche, quando
il mondo finirà, di poter tirare un sospiro di sollievo,
perché ci sarà tanto da contemplare avidamente.
Lettera di Donnie a Roberta Sparrow
Per gettare benzina sulle paure contemporanee non c’è nulla che
funzioni meglio, al cinema, del filone apocalittico.
Su molti crea un effetto di soave rilassamento, per il gioco dei contrasti:
esorcizzare spesso è la soluzione.
Ma quando l’apocalisse parte della mente di un adolescente, e non
si accontenta di andare a disturbare un solo universo, non si accontenta
di tenerci svegli ma ci regala un brivido commovente; e “Donnie Darko
potrebbe essere l’Everest dei film sull’angoscia adolescenziale” (The San Francisco
Chronicle).
Anno dopo anno, noi che abbiamo scoperto Donnie Darko quando ancora giovani
e speranzosi ci affacciavamo nel mondo del lavoro o terminavamo l’università -
mentre le torri gemelle crollavano - continuiamo, riconoscenti, a rivedere in loop
questa splendida fiaba dark.
Abbiamo un eroe: Donnie, al quale si vuole un gran bene. Punto. Siamo con lui
sempre e comunque, soffriamo con lui, sorridiamo di tutto ciò che lo fa sorridere.
Abbiamo un elemento magico: il devastante e devastato coniglio, un uomo con una
tuta di peluche addosso, una metafora di qualcosa ai più invisibile.
E un lieto fine, triste ma ragionato e voluto dall’eroe, indispensabile per salvare la
vita delle persone a lui più care (prima di leggere oltre e scoprire troppo, correte
ai ripari, guardatelo, fatevi questo regalo).
Il film perfetto per ogni Halloween, anche in questo finale del 2025, anche ora che
al cinema possiamo assaporare THe Life of Chuck, di quel genio di Flanagan, ispirato
da uno dei racconti meno sulfurei e più commoventi di Stephen King, che ci fa continuamente
ripensare a Donnie Darko perché parla della fine del mondo, dell’essere
ragazzini outsider e di come ci si perde in quelle notti cupe e lampeggianti.
65/FOTOGRAMMI
Con Donnie Darko, ad ogni visione, la mente si apre a più livelli e la poesia di questo
indimenticabile personaggio penetra in ognuno di questi strati.
Abbiamo già citato i temi della fine del mondo, e dell’adolescenza con tutto il suo
bagaglio di disagi e solitudini; ma non scordiamo che il fulcro della storia sono
i viaggi nel tempo e tra universi paralleli, soggetto già mondialmente osannato
grazie alla scanzonata trilogia di Ritorno al futuro; qui l’argomento prende tutta una
gamma di sfumature cupe, degne della complessità di inizio secolo.
Nel film si affrontano poi le tematiche della schizofrenia, dei disagi mentali, e un’interessante
analisi della società scolastica, sempre così desiderosa di uniformarci
tutti a un modello facilmente riconoscibile, spesso a costi altissimi.
È incredibile come tutti questi temi si intreccino e come sia tutto così attuale, l’adolescenza
disillusa in primis, in netto contrasto con la realtà politica e bigotta dei
grandi, basti pensare alle proteste planetarie del nostro autunno 2025 contro le
attuali amministrazioni conservatrici; la terapia farmacologica di cui abbiamo troppo
abusato, e che oggi sfocia nelle nuove spaventose droghe sintetiche: in America
attualmente si trema per il fentanyl, cinquanta volte più potente dell’eroina,
a confronto del quale gli psicofarmaci di Donnie sembrano caramelle gommose.
Il fascino di questo film indipendente è di non essere né facilmente classificabile
in un preciso genere, né di semplice struttura, perché si intreccia, parte, riparte,
si arrotola su se stesso, la trama non è lineare e lo svolgimento non è di stampo
classico, perciò può lasciare insoddisfatta una grossa fetta di pubblico. Ma “è un
esordio a tratti imperfetto e affascinante, effettivamente coraggioso e del tutto
deciso a non seguire un tracciato normato, o di facile assimilazione, e di questo
sarebbe doveroso dargliene atto” (Raffaele Meale, quinlan.it)
Del resto moltissimi di noi si sono innamorati di questa storia tanto da riprenderla
e analizzarla più volte negli anni; la cosa tenera è che non vedevamo l’ora di mostrarla
ai nostri figli. Come si pone di fronte a Donnie Darko un Gen Z? Si apre un
mondo intero di valutazioni nuove e stimolanti.
“Qualunque sia la teoria che un Darkoista sposa, una cosa che hanno in comune
è che guardano il film molto più di quanto sia salutare” afferma il sito dell’Independent.
E sempre questo sito ci dice che “il fascino sta proprio nel fatto che la narrazione
non si organizza secondo i canoni tradizionali della narrazione “hollywoodiana”.
Il motivo cruciale per cui Donnie Darko non supera i favoriti al pranzo di gala di
Hollywood è perché non ha un inizio, una parte centrale e una fine riconoscibili. In
effetti, il viaggio nel tempo e una cronologia distorta sono parte integrante della
trama. E il pubblico cinematografico, come sa Hollywood, ha bisogno di una struttura.
Ha bisogno di sentire che un film sta per morire. Che avrà una conclusione.
Ma Donnie Darko non lo fa. Finisce (anche se con un ampio riferimento all’inizio),
ma lascia domande senza risposta.”
66/FOTOGRAMMI
La libertà ubriacante, inebriante, che ti lascia il regista durante la visione del film
si apprezza alla massima potenza alla stessa età di Donnie, ma le sfumature più
complesse si capiscono meglio negli anni successivi, nelle successive visioni. La
bibliografia in rete legata ai viaggi extratemporali del film è pressoché enorme.
Questa pellicola, che al suo esordio nel 2001 è stata un fiasco cinematografico, ha
invece avuto un enorme successo una volta arrivata come VHS nelle camerette
di migliaia di adolescenti nerd. Proprio questo fattore potrebbe farla avvicinare ai
ragazzini di oggi, così disconnessi dalle dinamiche sociali di stampo tradizionale.
Non possiamo non tenere conto che l’uscita in sala avvenne a nemmeno due mesi
di distanza dalla caduta delle Torri Gemelle, in un momento nel quale il grande
pubblico negli Stati Uniti desiderava probabilmente solo commedie leggere e ottimiste;
se pensiamo che poi proprio un disastro aereo è elemento portante della
trama, il crollo al botteghino è presto spiegato.
Ma fu il passaparola tra nottambuli, che analizzavano scena per scena e riempivano
pagine e pagine di entusiastici forum, a renderlo un’opera di culto per tutti
quelli che si sentivano a disagio nella vita di tutti i giorni, quelli sempre un po΄ fuori
posto, fuori sincrono.
Un film impreciso, dal sentore artigianale, che lascia di sicuro più domande che
risposte. Assolutamente perfetto nella sua imperfezione.
28:06:42:12
28
Per girare il film bastarono ventotto giorni, numero che combacia casualmente con
i giorni in cui si svolge la storia narrata. ll 28 è un numero emblematico; nel cinema
è famoso non solo per via di Donnie Darko ma anche per altri film apocalittici, 28
giorni dopo di Danny Boyle, e 28 settimane dopo. È il numero delle vertebre, dei giorni
di durata del ciclo mestruale, delle tessere del domino. Un calendario è uguale ogni
28 anni; il primo verso della Bibbia 28 lettere ebraiche.
Donnie Darko uscì in home video nel 2002, e da quel momento il Pioneer Theatre
di New York City diede il via alle proiezioni di mezzanotte per tutti i 28 mesi consecutivi.
Artefatto
Il film inizia con l’ingresso in scena dirompente dell’artefatto.
L’artefatto in questa vicenda è il motore di un aereo, che precipita improvvisamen-
68/FOTOGRAMMI
te e misteriosamente nella camera di Donnie in una sera di ottobre, innescando
un paradosso.
A inizio film distrugge il tetto e la stanza, ma non causa vittime perché Donnie ha
trascorso la notte fuori, in uno stato di trance.
Al termine del film il ragazzo farà in modo di viaggiare nel tempo e ritornare nella
sua cameretta, sacrificare la sua stessa vita e attraverso questo sacrificio salvare
le persone care.
Questo oggetto metallico rappresenta all’atto pratico l’applicazione concreta delle
teorie contenute nel libro fittizio su cui si basa l’intera filosofia di tutta la pellicola.
Stiamo parlando di “La Filosofia del Viaggio nel Tempo” di Roberta Sparrow alias
Nonna Morte, la vecchietta enigmatica che vive solitaria nella cittadina di Donnie
e che tanto incuriosisce il protagonista, l’unico a empatizzare davvero con lei.
Acqua e metallo, secondo il libro, sono gli elementi chiave del viaggio nel tempo.
Il motore materializzandosi crea un “Universo Tangente” e la missione di Donnie - il
“Ricevitore Vivente” - è quella di “chiudere” tale universo.
Su queste teorie il web si è scatenato nel corso degli anni, anche se il regista stesso
non ha mai chiarito nulla in modo netto e definitivo.
Bullismo
Il tema è da sempre caro a registi di film con adolescenti per protagonisti: interessante
notare come nella scuola di Donnie i bulli siano presenti tra gli alunni,
ma quelli più pericolosi facciano parte del corpo insegnante. Almeno due di loro
sono tra gli antagonisti di Donnie, contrapposti ai docenti di fisica e letteratura,
potenziali sue guide. Si tratta dell’ottusa insegnante di educazione fisica Kitty Farmer
ma soprattutto di Jim Cunningham, un demagogo inquietante interpretato
dal convincente Patrick Swayze, idolatrato da tutti, creatore di corsi motivazionali
in videocassetta, e autore di seminari tutti basati sull’idea di Linea della Vita: il
segmento che collega paura e amore, secondo lui le due più profonde emozioni
umane alle quali ogni scelta ed evento della nostra vita possono ricongiungersi,
due estremi che non contemplano le complesse sfumature di cui invece Donnie
si accorge molto bene.
Il ragazzo mal sopporta i coetanei più spacconi, che non danno tregua ai ragazzini
più fragili, e ancor meno si rassegna all’idea che all’interno del suo mondo possano
essere date per vincenti certe dimostrazioni di bigottismo e superficialità da parte
degli adulti che dovrebbero essere una guida preziosa. Durante una conferenza,
davanti a tutta la scuola, non esita a dare dell’”anticristo” a Cunningham, in una
delle scene più riuscite del film.
Da ricordare anche Cherita Chen, compagna di classe del protagonista, bullizzata
da alcuni e emarginata da quasi tutti, personaggio minore ma meraviglioso al
quale il regista è molto affezionato: non contribuisce direttamente alla trama ma ci
aiuta in qualche modo a mettere insieme alcuni tasselli importanti della personalità
di Donnie, e della struttura sociale della scuola.
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Colonna sonora
La trama musicale del film è assolutamente perfetta, evocativa di un’epoca, notturna,
vellutata, venata di devastante malinconia.
I successi anni ottanta si mischiano con i brani strumentali di Michael Andrews.
Mad World, dei Tears for Fears, nella cover di Gary Jules, sembra essere la trasposizione
in musica del destino di Donnie. Sembra quasi scritta appositamente.
La assaporiamo nella sequenza finale, nella quale tutti i protagonisti sembrano
risvegliarsi da un incubo i cui contorni sono sfilacciati e confusi, e la sua famiglia è
spezzata dal dolore, ma tutto ha un senso e tutto è collegato.
DONNIE DARKO -
SOUNDTRACK AND SCORE
Etichetta: Sanctuary UK
1. Never Tear Us Apart
INXS
2. Head Over Heels
Tears For Fears
3. Under The Milky Way
The Church
4. Lucid Memory
Sam Bauer & Gerard Bauer
5. Lucid Assembly
Gerard Bauer & Mike Bauer
6. Ave Maria
Giulio Caccini & Paul Pritchard
7. For Whom The Bells Toll
Steve Baker & Carmen Daye
8. Show Me (Part 1)
Quito Colayeo & Tony Hertz
9. Notorious
Duran Duran
10. Stay
Oingo Boingo
11. Love Will Tear Us Apart
Joy Division
12. The Killing Moon
Echo & The Bunnymen
***
1. Carpathian Ridge
Michael Andrews
2. The Tangent Universe
Michael Andrews
3. The Artifact & Living
Michael Andrews
4. Middlesex Times
Michael Andrews
5. Manipulated Living
Michael Andrews
6. Philosophy of Time Travel
Michael Andrews
7. Liquid Spear Waltz
Michael Andrews
8. Gretchen Ross
Michael Andrews
9. Burn it to the Ground
Michael Andrews
10. Slipping Away
Michael Andrews
11. Rosie Darko
Michael Andrews
12. Cellar Door
Michael Andrews
13. Ensurance Trap
Michael Andrews
14. Waltz in the
4th Dimension
Michael Andrews
15. Time Travel
Michael Andrews
16. Did you Know Him?
Michael Andrews
17. Mad World
Tears for Fears
18. Mad World
(remix version)
Tears for Fears
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MAD WORLD
(Tears for Fears)
All around me are familiar faces
Worn out places
Worn out faces
Bright and early for their daily races
Going nowhere
Going nowhere
Their tears are filling up their glasses
No expression
No expression
Hide my head I want to drown my sorrow
No tomorrow
No tomorrow
And I find it kind of funny
I find it kind of sad
The dreams in which I’m dying
Are the best I’ve ever had
I find it hard to tell you
I find it hard to take
When people run in circles
It’s a very very
Mad world
Mad world
Children waiting for the day they feel good
Happy birthday
Happy birthday
Made to feel the way that every child should
Sit down and listen
Sit down and listen
Went to school and I was very nervous
No one knew me
No one knew me
Hello teacher tell me what’s my lesson
Look right through me
Look right through me
And I find it kind of funny
I find it kind of sad
The dreams in which I’m dying
Are the best I’ve ever had
I find it hard to tell you
I find it hard to take
When people run in circles
It’s a very very
Mad world
Mad world
enlarged in your world
Mad world
Director’s Cut
È uscita nel 2004. Si tratta di venti minuti in più di girato e una rivisitazione della
colonna sonora. In pratica è uno spiegone della versione principale, a tratti fastidioso,
con una divisione più marcata a capitoli introdotti da una teoria citata nel
libro di Nonna Morte, che dovrebbe in parte chiarirci parecchi dubbi ma che leva
anche parecchio fascino. Anche i flash delle visioni psicotiche di Donnie aumentano
in questa versione, e si fanno più didascalici. No, decisamente la versione più
conosciuta è la migliore, l’unica che ci serva realmente.
Epoca
La storia si colloca nell’ottobre del 1988, nell’America post Reagan, in piena sfida
Bush / Dukakis, ne veniamo a conoscenza in una delle prime sequenze. Un’America
conformista, immersa tanto nel tiepido benessere quanto nel disagio, con inquietanti
similitudini all’America di oggi.
Frank
Vladimir Propp è il linguista e antropologo russo che razionalizzò un importante
studio sulle regole delle narrazioni di tipo fiabesco.
Secondo lo Schema di Propp in ogni fiaba è sempre presente un eroe protagonista,
nel nostro caso Donnie; un antagonista, e nel film sono più di uno, dai “cattivi
maestri” ai bulli; un donatore, il personaggio che prepara l’eroe o fornisce l’oggetto
magico; un mandante, che fornisce gli incarichi all’eroe e identifica il falso eroe; un
aiutante - amici, parenti e fidanzata del ragazzo, ma anche i suoi professori preferiti
e la psicoterapeuta; un premio; e un falso eroe, ossia la persona che si prende il
merito delle azioni dell’eroe.
È interessante riflettere su come, nella nostra storia, Frank rappresenti in qualche
modo sia il donatore, sia il mandante, sia l’aiutante: una figura di fantasia, una metafora,
un parto della mente ma allo stesso tempo la colonna portante dell’intera faccenda.
Frank il coniglio è il prodotto dell’immaginazione distorta di Donnie, in parte messaggero
in parte coscienza; è quello che nel libro di Nonna Morte viene definito
“manipolato morto”: scomparso cioè nell’Universo Tangente e dotato di poteri come
ad esempio viaggiare nel tempo, allo scopo di fare da guida al ricevitore (Donnie).
Il suo costume è un omaggio al romanzo del 1972 La collina dei conigli di Richard
Adams.
Nel film troviamo diversi riferimenti a questi animali: la canzone “The Killing Moon”
è degli Echo & The Bunnymen; in una scena vediamo passare una Volkswagen
Rabbit; il coniglio di peluche di Elizabeth; in casa del protagonista c’è una sua foto
ad Halloween con la sorella, dove indossa un costume da coniglio.
Gretchen Ross
Interpretata dalla giovane e interessante Jena Malone, è la ragazza di cui si innamora
Donnie e che costituirà l’elemento chiave in grado di trasformare completa-
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mente il suo destino, per sempre. Grazie a lei Donnie capirà che si può contrastare
il detto di Nonna Morte, ossia “ogni uomo muore da solo”, che è poi l’enorme paura
del ragazzo.
Grazie a lei il ragazzo troverà pur brevemente il suo posto nel mondo, la meravigliosa
sensazione che ogni adolescente insegue, quella di sentirsi capito e amato
per ciò che si è, senza finzioni. Gretchen rappresenta la parte più romantica del
film, lei stessa tormentata da un’infanzia difficile, ma molto più centrata e calma.
Gretchen: Sei strano.
Donnie: Mi dispiace.
Gretchen: No, era un complimento!
Hawking, Stephen
Il libro scritto da “Nonna morte”, ossia Roberta Sparrow, l’anziana donna misteriosa
che vive ai margini della cittadina del film e che si scopre non essere una vecchia
svitata ma una studiosa geniale, si intitola La Filosofia dei Viaggi nel Tempo; non è un
saggio reale ma prende spunto dalle teorie di Stephen Hawking espresse in particolar
modo nel volume di fama internazionale La grande storia del tempo del 2005.
Hawking introduce i principali concetti base di fisica e astronomia, per poi inoltrarsi
nel mondo della meccanica quantistica e della teoria della relatività, e in questo
modo prendere il via per avventurarsi in sentieri più complessi e soprattutto meno
esplorati, quali il big bang, i buchi neri, i tunnel spazio-temporali, i viaggi nel tempo
fino ad arrivare alle tre possibili teorie sulla fine dell’universo.
Nel libro di Nonna Morte sono racchiusi molti concetti ispirati agli studi del celebre
astrofisico, specialmente nella Director’s Cut del film che approfondisce ed esplica
i temi del libro di fantasia che tanto attrae Donnie.
A detta di Roberta Sparrow a volte l’Universo si imbatte in alcune “corruzioni” che
hanno la capacità di dare vita a degli Universi Tangenti. Nel nostro caso la corruzione
è il paradosso causato dalla caduta del motore di un aereo che, a guardar
bene, è però decollato nel futuro. L’universo tangente in questo caso dura solo una
manciata di giorni, un ottobre cruciale per la vita di Donnie e delle persone a lui
care. È un universo instabile e plasmabile, costellato di figure, oggetti e situazioni
che concorrono alla realizzazione di particolari condizioni necessarie a mettere
in atto il progetto di Frank, e dunque di Donnie.
I’m a weirdo / Il nostro (anti)eroe
Non esisteva volto più adatto ad interpretare Donnie di Jake Gyllenhaal.
Attore fantastico e multiforme, dal ghigno folle alternato ad un sorriso dolcissimo,
cresciuto nel mondo del cinema, del quale fa parte anche la sorella, che interpreta
proprio tale ruolo anche nel film di Kelly.
Donnie è un sedicenne della middle class, un vero e proprio weirdo, adorabile, tenero,
incazzato. Un antieroe, con l’anticonformismo che scorre velocissimo in lui, un
poster di Escher in cameretta, gentile con i più fragili e sprezzante con i prepotenti.
Donnie è in cura da una psichiatra, per via dei suoi atteggiamenti violenti, e del
“progressivo distaccamento dalla realtà”. Prende degli psicofarmaci a causa delle
sue allucinazioni e delle sue crisi d’ansia; è uno studente intelligentissimo ma svogliato,
come accade spesso a chi brilla per vivacità intellettuale.
Per tanti ragazzi come lui il film diventa un vero e proprio manifesto, la cui bellezza
ed efficacia sta “nella capacità di attrarre emarginati in cerca di una comunità
alternativa. E chi si sente più emarginato dei milioni di cloni adolescenti di Donnie,
armati di laptop, che hanno fatto proprio questo film? Improvvisamente, gli outsider
scoprono di poter parlare di morte, solitudine o conigli giganti senza il timore del
ridicolo” (Independent).
Gretchen: Donnie Darko sembra
un nome da supereroe!
Donnie: Chi ti dice che non lo sia?
Joy Division
La cupa disperazione ultraromantica dei Joy Division viene esaltata al massimo nel
loro pezzo “Love Will Tear Us Apart”, utilizzato in una delle scene cruciali del film.
Is my timing that flawed? / È il mio tempo che è difettoso?
Kelly
James Richard Kelly, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense,
nasce in Virginia nel 1975. Appena ventiseienne diviene celebre in tutto
il mondo grazie a Donnie Darko, che scrive e dirige a budget e compenso ridotti
all’osso, finanziato grazie soprattutto alla Flower Films, la casa di produzione di
Drew Barrymore, e vincitore di 11 premi dei 24 ai quali viene candidato. La rivista
statunitense Empire tempo dopo colloca il film al secondo posto della classifica dei
migliori 50 film indipendenti di tutti i tempi. Nonostante questo esordio folgorante,
gira in tutto due cortometraggi e tre lungometraggi di successo non paragonabile
a Donnie, dedicandosi prevalentemente alla scrittura di sceneggiature.
Uno dei grandi punti di forza di Donnie Darko è stata la decisione di Kelly, supportato
dagli attori, di lasciare che fosse il pubblico a decidere una propria interpretazione,
tenere aperti più canali, più possibili strade e significati, e non rilasciare dichiarazioni
chiave.
“La vita non è tutta incentrata su una cosa sola. [...] Il film sarebbe
crollato e sarebbe diventato inguardabile e pretenzioso
se lo avessimo etichettato con una soluzione semplice”.
da un’intervista con Kevin Conroy Scott
Loop
L’universo in cui Donnie vive si “rigenera” ogni 28 giorni, e il compito del ragazzo è
quello di spezzare questo loop infinito con una decisione coraggiosa. Questa una
delle teorie più affascinanti che circolano da anni attorno alla pellicola.
Il motore che si schianta sulla sua cameretta permette al tempo di riprendere a
scorrere in modo lineare, lasciando negli altri personaggi solamente una sorta di
misterioso “dejavù” nello sguardo.
Ogni azione che Donnie e gli altri personaggi compiono costituisce una sorta di
anello della catena che conduce alla caduta dell’aereo.
Il loop è solo una delle tante teorie ma la concatenazione di eventi è evidente anche
all’occhio più distratto.
Allagare la scuola è necessario a far sì che Donnie e Gretchen trovino il momento
ideale per approfondire la loro conoscenza; è necessario che Gretchen stessa
venga investita per far condurre all’uccisione di Frank da parte di Donnie; dare
fuoco alla casa di Jim Cunningham è fondamentale in quanto in questo modo si
impedisce alla prof di ginnastica di partire, e al suo posto prenderà invece l’aereo
la mamma di Donnie; l’assenza della mamma offre a Donnie e alla sorella l’oppor-
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tunità di organizzare la festa di Halloween, momento decisivo della vicenda.
Jim Cunningham viene smascherato; la solitudine del protagonista viene sconfitta;
gli affetti di Donnie sono sani e salvi.
“L’elemento fantascientifico resta accessorio (non meno importante),
un pretesto per poter esplorare a fondo Donnie e
il suo viaggio tra il meglio e il peggio dell’esistenza umana, il
malessere psicologico e l’insoddisfazione che in età adolescenziale
sembrano la cosa più vicina ad un’imminente apocalisse,
qualcosa di immensamente angosciante ma inspiegabile, allora
come oggi.” Danilo Monti, cinema.everyeye.it
Middlesex
Lo scenario in cui ci troviamo è quello dei sobborghi di American Beauty, di Suburbia,
di Stranger Things e prima ancora di E.T. (la corsa dei ragazzi in bicicletta accomuna
tutti questi film cult). Sono le provincie tanto amate da David Lynch, un film fra
tutti, Velluto blu.
Sono i quartieri residenziali della provincia americana di Stephen King, conformisti,
prevalentemente bigotti, con poca fantasia. King è citato nella scena iniziale, dove
la madre legge in giardino proprio IT.
La cittadina in cui vive Donnie è Middlesex, nello stato della Virginia, una tipica città di
provincia americana, che dovrebbe ricordare il luogo dove è cresciuto Richard Kelly,
Midlothian, usato nella sceneggiatura originale e in seguito cambiato in Middlesex.
Le riprese sono avvenute principalmente in California: Long Beach, nel quartiere
di Los Cerritos, Hawthorne, Burbank, Calabasas, Santa Monica, e in parte nelle
montagne del Southern California.
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Nonna Morte
È lei che pronuncia all’orecchio di Donnie una delle frasi più significative dell’intera
pellicola “Ogni creatura sulla terra muore sola”.
La donna sceglie tra tanti ragazzi proprio lui per comunicare questa verità, quasi
a riconoscerlo e a sceglierlo per la sua sensibilità e inquietudine.
Oltre ad essere la scrittrice del misterioso saggio, è un’ex insegnante di scienze
del liceo di Donnie, che va così ad inserirsi nella parte “buona” degli adulti del film,
quelli che non vedono un pericolo in Donnie anzi, ne riconoscono l’eccezionalità.
Ci resta addosso la sensazione che Nonna Morte abbia molto in comune con il
ragazzo, ma che a differenza sua non sia mai riuscita ad uscire dal loop (controlla
ogni giorno la cassetta della posta, incessantemente, forse aspettando la lettera
che Donnie le scriverà nel futuro?).
Ottobre
Il film è ambientato lungo tutto il corso di questo mese. È il mese del cambio dell’ora,
durante il quale le ore di luce diminuiscono per lasciare più spazio all’oscurità, il
mese di Halloween, notte di festa durante la quale Donnie - grazie a Gretchel - capirà
di non essere più solo al mondo, e sarà finalmente felice, forse per la prima
volta dall’inizio del film; scoperta che non gli farà più temere la morte.
Ottobre è senza dubbio il mese ideale per vedere e rivedere questo capolavoro
dai toni dark, da felpa tirata sugli occhi e malinconie riflessive.
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Pomeroy, Karen
Drew Barrymore interpreta l’insegnante di letteratura di Donnie, che ha a cuore
la curiosità e l’intraprendenza dei suoi studenti, e nel suo lavoro è spesso in
contrasto con altri professori più bigotti e convenzionali. Karen vede nel ragazzo
un’intelligenza viva e un cuore buono dove altri vedono solo maleducazione e
disturbo mentale.
Verso la fine del film viene licenziata, ma prima di abbandonare l’istituto riesce a
incontrare Donnie, e a spiegargli l’accoppiata di vocaboli che lascia scritta sulla
lavagna, cellar door (porta della cantina), ritenuta la più bella espressione di tutta
la lingua inglese. La bellezza di cellar door è legata al modo in cui le parole suonano,
un’armonia di suoni lodata da diversi linguisti, in particolare da J.R.R. Tolkien.
È proprio indagando su una porta della cantina in particolare (nella casa della
Sparrow) che Donnie risolverà un nodo cruciale del suo enigma.
Karen è uno dei “ricevitori viventi” del film, persone cioè vicine al ricevitore principale,
che compiono inconsapevolmente delle azioni che agevolano il compimento
della missione.
Quantistica
La filosofia quantistica in Donnie Darko è rappresentata dagli universi tangenti, dai
viaggio nel tempo, dalle visioni che ha il ragazzo dei wormhole, particolari “condotti”
liquidi e trasparenti che lasciano il corpo delle persone, partendo dal petto, e
anticipano i loro movimenti, suggerendo che tutto è interconnesso e che le nostre
particelle possono esistere in più stati contemporaneamente.
Solo Donnie può vederli: ne ha paura ma allo stesso tempo ne è attratto, e li sfrutta
a suo favore.
“È come se l’esordio di Kelly fosse la materializzazione in celluloide
del trattino che distanzia e unisce le abbreviazioni sci e fi.”
Raffaele Meale, quinlan.it
Riferimenti culturali
Ci si trovano tanti echi, tanta ispirazione, in Donnie Darko. David Lynch in primis,
che in quel periodo ha influenzato quasi tutti. Ma ritroviamo anche Terry Gilliam,
Tim Burton, Peter Weir. Nella letteratura abbiamo l’onnipresente adolescente che
si avventura nelle notti oscure dei sobborghi della provincia americana, e si scontra
con i demoni della società in cui, volente o nolente, è costretto a integrarsi: il
già citato Stephen King, che continua ancora oggi a fare scuola (Stranger Things
l’esempio più attuale).
Questo film è un miscuglio di generi con una propria notevole originalità, freschissima
al suo esordio nelle sale, e invecchiata benissimo.
La scena d’apertura cita apertamente Montgomery Clift in Un posto al sole, con la
valle sottostante, l’eroe a bordo strada.
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“Ad attirare ancora, forse di più di ieri, è l’atmosfera che viene
fuori dall’unione dei generi, di ambiente scolastico e fantascienza
macabra: al centro c’è sempre un quadro comune, una
situazione usuale, ma i toni sono ogni volta onirici, l’atmosfera
si fa surreale, sospesa tra concretezza e immaginazione, tra
realtà e sogno, tra Gretchen e Frank. La forma segue così il
contenuto, realismo e frenesia cinetica si bilanciano, mentre
collassano le certezze dell’immagine insieme a quelle dei personaggi.”
Danilo Monti, cinema.everyeye.it
Sequel
Nel 2009 uscì un sequel, S. Darko, con Chris Fisher alla regia, tutto incentrato sulla
sorellina di Donnie, Samantha, ma pubblico e critica reagirono negativamente e
Richard Kelly si dissociò da questo progetto.
Terapia
Donnie è definito uno schizofrenico paranoide, e come tale la scuola lo invita a
partecipare a delle sedute di terapia, durante le quali la psichiatra lo ascolta con
sensibilità e assenza di giudizio, doti di cui spesso è carente la parte adulta dei
protagonisti del film.
Se è vero che è capace di gesti violenti, le sue paure sono però le paure di tutti noi,
che sicuramente tendono ad acuirsi durante il periodo dell’adolescenza.
Ad un certo punto durante il film cogliamo un piccolo frame delle pillole che Donnie
assume su prescrizione, quando è in bagno di fronte allo specchio. Il medicinale
mostrato è probabilmente il Doxepin, un antidepressivo, del quale leggiamo solo
l’ultima parte del nome, e il dosaggio indicato corrisponde realmente a quello di
un ragazzo di 16 anni.
Uno degli effetti collaterali del Doxepin sono le allucinazioni, e quando questo si
manifesta occorre smettere di prenderle immediatamente.
Nel Director’s Cut veniamo però a sapere dalla dottoressa Thurman che le pillole
che ha fornito a Donnie erano in realtà solo placebo.
Questo interessante gioco ambiguo di cause ed effetti tiene in piedi gran parte del
fascino della vicenda.
Donnie: Cosa si prova ad avere un figlio schizzato?
Rose: È una cosa meravigliosa.
Universo
L’universo nella testa di Donnie, l’universo di tutti, quello reale e quello parallelo,
alternativo. Il primario e il tangente. Quello plausibile e quello visionario, capovolto.
Quello degli adulti, quello dei ragazzi. Quello dei conigli e l’universo degli umani.
Quello di noi spettatori e l’universo che nasce dalla mente di Richard Kelly. Un
concetto che include due realtà, due rovesci della medaglia.
“Splendida, caotica e metafisica visione del mondo, quella di
Donnie Darko sembra davvero mettere in gioco, cosa rara, l’esperienza
pubblica con quella privata. Cos’è il mondo? Cos’è
il proprio universo? Può la fantascienza incrociarsi con le riflessioni
esistenzial/giovanili alla Holden Caulfield? Possono le
storie inventate di schizofrenia e le sostanze chimiche di cui ci
si “fa” infrangere le barriere spazio/temporali?” Federico Chiacchiari
, sentieriselvaggi.it
Viaggio
Viaggio nel tempo basati su teorie scientifiche, viaggio nella provincia americana,
viaggio nel sistema scolastico; un viaggio che è scoperta di se stessi, del primo
amore, della psicoterapia. Viaggio nella solitudine di quando ci si sente diversi da
tutti gli altri. Viaggio allucinogeno indotto dai medicinali per arginare la paura di
stare al mondo - Donnie parla a Frank attraverso uno “specchio liquido” e questa
immagine ci ricorda moltissimo Alice nel Paese delle Meraviglie, fiaba psichedelica
senza tempo, grande metafora della paura di crescere.
Più di tutto, toccante viaggio nella splendida confusione dell’adolescenza, quando
tutto è possibile e tutto è terrificante.
Visioni
Donnie si cura perché è soggetto a visioni, o ha delle visioni perché assume psicofarmaci?
L’attore è abilissimo nel tradurci la complessità del sentire del protagonista;
ad esempio usa la strategia del battere le palpebre ad intervalli lunghissimi fra
loro per rendere meglio l’idea dello stato psicotico in cui si trova il suo personaggio
durante gli “incontri” con Frank.
I flash continui tra una scena e l’altra raffigurano immagini altamente simboliche,
che come filo conduttore hanno sempre l’acqua.
Donnie viaggia tra realtà alternative o questi viaggi sono solo sogni?
Wormhole
Un wormhole, o ponte di Einstein-Rosen, è un ipotetico “tunnel” spazio-temporale
che collega due punti distanti dello spazio/tempo, fungendo da scorciatoia per
viaggiare tra di essi.
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Letteralmente “buco di verme”, si può immaginare infatti come un lombrico che
attraversa una mela per collegare due punti lontani sulla sua superficie, anziché
viaggiare attorno ad essa. La teoria del wormhole si basa sulla relatività generale
di Einstein, che descrive lo spazio-tempo come un tessuto che si curva; i wormhole
sono coerenti con tale teoria, ma la loro esistenza nel mondo reale è sconosciuta,
non è mai stata osservata.
Nei film di fantascienza come Donnie Darko, i wormhole sono uno stratagemma
che guida i personaggi verso un particolare destino, visioni liquide che escono dal
petto di alcuni, segnando il loro futuro, e guidano Donnie verso i passi da compiere.
I cunicoli spazio-temporali di Kelly gli sono stati ispirati dalla NFL: ha avuto l’idea
mentre guardava in televisione la trasmissione di John Madden, esperto di football,
mentre il commentatore fermava i fotogrammi disegnando frecce e linee per mostrare
i movimenti dei giocatori.
X, Gen
Il regista è un Gen X. Donnie Darko stesso è diventato uno dei simboli della Gen X.
Il film al suo debutto si rivolgeva principalmente ai Gen X.
Wikipedia precisa che “La Generazione X è inquadrata nel periodo di transizione
che va dal miracolo economico negli anni sessanta alla fine della guerra fredda nel
1991.” Il termine, ormai tutti sanno, nasce dall’omonimo romanzo di Douglas Coupland.
È la generazione che ha visto crollare le salde certezze dei baby boomers,
che è stata bambina durante la Guerra Fredda e che ha fatto culminare tutte le
sue ansie nell’attentato alle Torri Gemelle.
Per questa categoria di pubblico, il film è un’opera di culto. Ma ha molto da raccontare
ancora alle generazioni successive, perché affronta tematiche universali
con una freschezza difficilmente ritrovata nel cinema statunitense, e non offre
soluzioni facili, immediate.
“Un’opera meravigliosa, malinconicamente egocentrica, che impiega il realismo
magico di X-Files per galvanizzare quella che avrebbe potuto essere una storia
di routine sull’angoscia adolescenziale di periferia - ok, al limite della schizofrenia.
In parte fumetto, in parte caso di studio, questo è sicuramente il film indipendente
americano più originale e audace che abbia visto quest’anno”.
The Village Voice
Zzz...
Donnie deve sognare molto per trovare la forza di attraversare universi.
Del resto, la scienza ci avverte che gli adolescenti necessitano di alcune ore di
sonno in più rispetto agli adulti per terminare correttamente lo sviluppo delle
loro facoltà cognitive.
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Youth
Donnie Darko lascia addosso una fame strana, inquieta, un’eccitazione sottopelle
di cui ognuno può fare tesoro, anche se ha passato l’adolescenza da molto o sta
per avventurarsi in essa. È come un profumo che affiora dalla boccetta e fa venir
voglia di passare la notte fuori, senza troppe certezze, ad annusare, indagare,
scoprire. Ne abbiamo ancora tanto bisogno.
DONNIE DARKO
USA, 2001
GENERE
fantascienza, thriller,
drammatico
REGIA, SOGGETTO,
SCENEGGIATURA
Richard Kelly
PRODUTTORE
Adam Fields, Nancy Juvonen,
Sean McKittrick
PRODUTTORE
ESECUTIVO
Christopher Ball, Drew
Barrymore, Casey La Scala,
Hunt Lowry, Aaron Ryder,
William Tyrer
CASA DI PRODUZIONE
Newmarket Films,
Pandora Cinema, Flower
Films
DISTRIBUZIONE IN ITALIANO
Moviemax, Notorious Pictures
FOTOGRAFIA
Steven Poster
MONTAGGIO
Sam Bauer, Eric Strand
EFFETTI SPECIALI
Robbie Knott, Marcus Keys
MUSICHE
Michael Andrews
SCENOGRAFIA
Alec Hammond, Jennie Harris
COSTUMI
April Ferry
TRUCCO
Lynn Barber, Thomas E.
Surprenant
INTERPRETI E PERSONAGGI
Jake Gyllenhaal: Donnie Darko
Jena Malone: Gretchen Ross
Drew Barrymore: Karen Pomeroy
Mary McDonnell: Rose Darko
Maggie Gyllenhaal: Elizabeth
Darko
Daveigh Chase: Samantha Darko
Holmes Osborne: Eddie Darko
Katharine Ross: Dott.ssa Lilian
Thurman
Patrick Swayze: Jim Cunningham
Noah Wyle: Prof. Kenneth
Monnitoff
James Duval: Frank
Arthur Taxier: Dr. Fisher
David St. James: Bob Garland
Jazzie Mahannah: Joanie James
Jolene Purdy: Cherita Chen
Stuart Stone: Ronald Fisher
Gary Lundy: Sean Smith
Ashley Tisdale: Kim
Beth Grant: Kitty Farmer
Alex Greenwald: Seth Devlin
Seth Rogen: Ricky Danforth
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PAOLA RANZINI PALLAVICINI
Fiabe in celluloide
The Summer I Turned Pretty (L’estate
nei tuoi occhi) nasce come trilogia
di romanzi young adult, per
mano di Jenny Han, classe 1980,
pubblicata tra il 2009 e il 2011 e solo
successivamente diviene una serie
televisiva che approda su Prime nel
2022 e si conferma in brevissimo
tempo un successo mondiale.
La caratteristica vincente di questo
prodotto è quella di aver attecchito
tra gli adolescenti ma anche - e
forse ancora di più - presso le loro
mamme, stregate dallo splendore
di una trama tutta costruita su di un
triangolo amoroso.
Belly ha trascorso ogni estate
della sua vita nella casa al mare di
Cousins Beach, luogo di fantasia che
richiama alla mente un delizioso
mix tra gli Hamptons e Cape Cod.
Questa dimora da sogno appartiene
all’amica del cuore di sua madre,
dallo status sociale più elevato,
e ai suoi due figli da copertina, i
leggendari fratelli Fisher: biondi,
wasp e dai caratteri opposti,
quasi due facce della medaglia,
inimmaginabili presi singolarmente,
soprattutto perché insieme
sembrano formare, agli occhi della
protagonista, il prototipo dell’amore
vero, incarnare tutto quello che si
può desiderare da un fidanzato. Ed
è così che, mentre scorrono le estati
della loro adolescenza, durante le
quali non mancano lutti, bruschi
scontri con la realtà, cambi di rotta,
le vite dei tre si intrecciano più e più
volte e gli animi delle telespettatrici
si scaldano prima per l’uno, poi
per l’altro fratello, assistendo alla
crescita di Belly da ragazzina
sognatrice ed insicura a giovane
donna sempre più indipendente.
Le spettatrici più attempate si sono
ben presto rese conto che tutta
l’intera imbastitura non è altro che
un plateale omaggio al film Sabrina,
un grande classico americano del
1954, a sua volta adattamento di
un’opera teatrale dell’anno prima,
diretto da Billy Wilder e interpretato
da Audrey Hepburn nei panni della
ragazza di umili origini. Humphrey
Bogart e William Holden recitano
i ruoli dei due ricchi fratelli,
l’uno solitario e disilluso ma dal
cuore grande, l’altro esuberante
dongiovanni.
Se mai restassero dei dubbi,
all’interno della nostra serie
troviamo diversi omaggi al film degli
anni cinquanta.
Nella prima stagione, durante
il primo appuntamento con un
ragazzo di nome Cameron, Belly va a
vedere al drive-in proprio Sabrina.
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Durante la terza stagione, nella sua
cameretta troviamo appeso il poster
del successo degli anni cinquanta e,
come se non bastasse, il manifesto
della stessa stagione ritrae i tre
personaggi nell’imitazione della
posa assunta dai protagonisti della
pellicola di Wilder nella locandina
dell’epoca.
Nel decimo episodio della terza
stagione, Belly vive un periodo
molto felice a Parigi e parla con la
madre al telefono dal suo delizioso
appartamento romantico affacciato
sul Sacro Cuore, proprio come
accadeva alla Hepburn mentre
scriveva al padre, mentre si
trasformava, giorno dopo giorno, in
una giovane donna di gran classe
e infinito charme grazie alla magia
parigina.
A proposito di magia, ogni fiaba che
si rispetti contiene un oggetto dalle
proprietà prodigiose, in grado di
essere d’aiuto al protagonista nei
momenti difficili.
In The Summer I Turned Pretty
sicuramente queste caratteristiche
sono racchiuse nell’orsetto di
peluche di Belly, ricordo d’infanzia
conservato nella villa al mare, e
nel ciondolo a forma di infinito
che Conrad le regala nella prima
stagione, e che passerà di mano in
mano e di casa in casa durante gli
anni seguenti. In parte portafortuna,
in parte inanimati consiglieri, questi
due oggetti sapranno sempre
“indicare la via” alla protagonista
e donarle speranza. La casa stessa
è un elemento magico, il fil rouge,
il luogo dove tutto può accadere,
capovolgersi, evolvere.
Nella casa sulla spiaggia si prendono
decisioni, ci si ama, si litiga e si
progetta il futuro. Un luogo a cui
fare ritorno, un toccasana, quasi un
portale magico.
La storia del cinema è piena zeppa
di film che analizzano il triangolo
amoroso e spesso lo consacrano a
soluzione quasi ideale per ogni tipo
di insoddisfazione amorosa.
I triangoli costituiscono spesso
e volentieri un percorso di
crescita personale, e soddisfano
quel desiderio di proibito che è
facile trovare nella stragrande
maggioranza del pubblico romance.
Tra i film in bianco e nero girati nella
prima parte del secolo, accanto a
Sabrina, ricordiamo anche Scandalo
a Filadelfia: Katharine Hepburn, Cary
Grant e James Stewart entrati nella
leggenda.
E se è vero che Via col vento, uno dei
lungometraggi più famosi dell’intera
storia del cinema, del 1939, con le
sue quattro ore di girato riesce ad
allargare il triangolo - noioso e senza
speranze - tra Rossella, Ashley e
Melania ad un intreccio a quattro
molto più avventuroso (con l’aiuto
dell’indimenticabile Rhett Butler) è
altrettanto vero che in Jules et Jim,
film del 1962 diretto da François
Truffaut, tratto dall’omonimo
romanzo di Henri-Pierre Roché, tre
è il numero perfetto: l’affascinante
Catherine non riesce e non vuole
rinunciare a nessuno dei due uomini,
amici di una vita. Ma la fine sarà
tragica.
Da noi in Italia, Dramma della gelosia
(tutti i particolari in cronaca), del 1970,
celebra la bravura senza tempo di
massimo esempio. Anche qui, un
triangolo che diventa ben presto
spietato quartetto.
Rivendicazioni e tradimenti hanno
sempre appassionato anche Woody
Allen, pur con una sensibilità
completamente diversa. Il regista
si è misurato spesso in moderne
fiabe a tre ad alto tasso erotico: la
prima che viene in mente a tutti è
senz’altro Vicky Cristina Barcelona,
ma anche il dostoevskiano Match
Point ha molto da insegnare.
Per la sua leggerezza intelligente
e per un tenero omaggio a Diane
Keaton ci preme però ricordare
quel gioiellino che è Misterioso
omicidio a Manhattan, nel quale la
protagonista, per ravvivare una
routine pantofolaia con il marito,
lo stesso Woody, si imbarca in una
sorta di avventura investigativa dai
risvolti romantici con il carissimo
amico di entrambi.
Marcello Mastroianni, Monica Vitti
e Giancarlo Giannini: la dolcissima
Adelaide non riesce a raccapezzarsi,
poiché ama entrambi gli uomini in
egual misura. Come darle torto?
Conoscenza carnale, diretto da
quel colosso di Mike Nichols nel
1971, racconta la passione di due
compagni di college per la stessa
ragazza. Un’anti-commedia
romantica che diede un grosso
scossone al pubblico, come capita
spesso per le opere scelte e
interpretate da Jack Nicholson.
Il regista Nichols è uno dei più
abili nell’analisi dell’animo umano,
dell’intimità all’interno delle coppie,
tra bugie e non detti.
Closer, molto più recente ma ormai
in giro da vent’anni (invecchia
splendidamente), ne è forse il
Fratelli, come nella nostra serie,
ma stavolta monozigoti e per
nulla angelici, i due protagonisti
di Inseparabili, film del 1988 di
Cronenberg, sono interpretati dal
colossale Jeremy Irons. La passione
per la stessa donna e il fatto di poter
essere interscambiabili li trascinerà
in caduta libera in un inferno che
solo questo regista poteva rendere
così chirurgicamente feroce.
Liberamente ispirato a Le relazioni
pericolose, Cruel Intentions è un
gioiellino adolescenziale di fine
secolo, con una colonna sonora
indimenticabile: il giovane Valmont
dei giorni nostri vive a Manhattan
e gioca un gioco rischioso tra la
sorellastra e la candida Cecile.
Nella saga di Bridget Jones, iniziata
nel 2001, i due protagonisti
maschili non sono amici né
parenti, bensì acerrimi rivali, agli
antipodi in quanto a stile di vita e
carattere. Questo li rende entrambi
affascinanti e si sa, quando la scelta
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è così ardua per l’eroina, di solito è
avvincente per il pubblico e vincenti
sono gli incassi.
The Dreamers, del 2003, è senza
dubbio nella rosa dei capolavori
di Bernardo Bertolucci. Siamo a
Parigi nel 1968, un momento storico
ed un luogo leggendari, fuori nelle
strade si infiamma la rivoluzione,
ma in un appartamento borghese si
consuma uno dei triangoli amorosi
più conturbanti di sempre. Il privato
è politico.
Bertolucci è l’ossessione, la massima
figura di riferimento per Luca
Guadagnino.
Anche lui ha scandagliato
recentemente il tema del triangolo,
in particolar modo nell’adrenalinico
Challengers: amore, giochi di potere
e gioco del tennis; ma anche in A
bigger Splash, tutto costruito attorno
ai desideri e alla malinconia dei
magistrali Tilda Swinton e Ralph
Fiennes.
The Twilight Saga celebra in lungo
e in largo l’amore di Bella per
Edward, un’umana ed un vampiro
eternamente diciassettenne, ma
sono in tante quelle che hanno
pensato che forse la sua sua vita
sarebbe stata più rilassante - per
modo di dire - a fianco del muscoloso
licantropo Jacob.
La serie prende il via nel 2008 e
diventa ben presto tra le ragazzine
un delirio planetario.
Una narrazione ad alto tasso erotico,
eppure incredibilmente malinconica.
Material love, uscito quest’anno,
analizza il complicato mondo
dell’amore matrimoniale da
ricercare tramite agenzia, nella
competitiva New York dei nostri
giorni. Qui la scelta da parte di
Dakota Johnson è da giocarsi
tra l’uomo dei sogni, il cosiddetto
unicorno, bello, ricco, scapolo, e un ex
spiantato, stropicciato, ultrasensibile
e per sempre innamorato. Davvero
inutile scrivere come va a finire.
Del resto, facendo il giro del mondo
e delle epoche e ritornando alla
nostra Belly, sono sempre state le
dame, anche e soprattutto nelle
fiabe, a turbare i cavalieri, e oggi,
per fortuna, accade spesso che la
donna scelga di accantonare la
passione per gli spasimanti in
virtù del grande amore per se
stessa, spinta dalla necessità di
realizzare una felicità durevole
unicamente con le proprie forze.
Brothers è un film del 2009 diretto
da Jim Sheridan: un marines,
una moglie e un fratello uscito di
prigione. Ancora una volta il bravo
ragazzo americano contrapposto
allo sbandato sexy, una costruzione
che evidentemente riesce sempre ad
appassionare il pubblico femminile.
Passages è un film del 2023 diretto
da Ira Sachs. Qui sono i due uomini
la coppia stabile della vicenda,
ed è la donna ad apparire come
elemento destabilizzante tra i due.
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Trovo che non ci sarebbe spirito scientifico
se non ci fosse immaginazione.
Cade una mela sul naso di uno qualunque,
be’, quello dice quattro accidenti e
tutto è finito. Cade sul naso di uno che
ha immaginazione, e questo si domanda
perché è cascata all’ingiù e non all’insù,
e questo è Newton, e lavora e scopre le
leggi di gravitazione universale secondo
il noto aneddoto della mela. Ci vuole immaginazione
per raggiungere il dominio
delle cose, cioè la scienza.
GIANNI RODARI
NICOLA GUIDA
La fotografia come
racconto incantato:
Tim Walker e la fiaba
La fiaba, in fotografia, non è un genere codificato, perché non esiste una
tecnica specifica, una scuola riconosciuta, un manifesto che ne definisca
i confini. È piuttosto un modo di guardare il mondo, un approccio
narrativo che trasforma l’immagine in un racconto sospeso tra realtà
e immaginazione.
Non si tratta di illustrare una storia già scritta, come farebbe un disegnatore
chiamato a dare volto ai personaggi di Perrault o dei fratelli Grimm. Il
fotografo che sceglie la dimensione fiabesca utilizza gli strumenti del suo mestiere
— luce, composizione, messa in scena — per suggerire piuttosto che descrivere, per
evocare un’altra dimensione dove il quotidiano si apre all’incanto.
Le fiabe, da sempre, possiedono il potere di generare mondi paralleli. Sono territori
popolati da simboli universali, metamorfosi, animali parlanti, paesaggi che si trasformano
al calar delle tenebre. La fotografia, nata nell’ottocento con l’ambizione
di documentare e fissare l’oggettività del reale, trova in questa tensione verso
l’irrealismo una delle sue contraddizioni più affascinanti. Da un lato la macchina
fotografica registra meccanicamente ciò che ha di fronte, rispettando le leggi
dell’ottica e della fisica. Dall’altro costruisce visioni che non appartengono al quotidiano
ma a un altrove familiare eppure indefinito, a quel territorio ibrido dove il
sogno confina con l’archetipo.
È in questo spazio liminale che alcuni artisti hanno scelto di operare stabilmente.
Tra questi, Tim Walker ha fatto della fiaba non un tema occasionale ma un vero e
proprio linguaggio visivo.
I suoi universi fotografici sono luoghi in cui l’eccesso diventa poesia, dove la teatralità
si trasforma in incanto autentico: le sue scenografie barocche, i suoi interni
sovraccarichi di dettagli, le atmosfere surreali che permeano ogni scatto richiamano
il mondo dei racconti infantili. Ma la loro funzione non è nostalgica, non si
tratta di un ritorno malinconico all’infanzia perduta, sono piuttosto ponti gettati tra
il visibile e l’immaginario, passaggi che permettono allo sguardo di attraversare
la superficie dell’immagine per entrare in una dimensione narrativa più profonda.
In questa stessa direzione, seppur con esiti formali diversi, si è mossa anche Sarah
Moon. La fotografa francese ha saputo trasformare la fiaba in un ricordo sfocato,
in una memoria che si dissolve mentre la osserviamo.
Le sue immagini granulate, dai contrasti morbidi e dalle cromie desaturate, evocano
l’atmosfera dei libri illustrati antichi, quelli che si trovano nelle soffitte e che
sembrano conservare tra le pagine la polvere del tempo. Entrambi gli artisti dimostrano
che il potere della fiaba in fotografia non risiede nella riproduzione letterale
di elementi fiabeschi — unicorni, castelli, principesse — ma nella capacità di evocare
un sentimento duplice e contraddittorio: meraviglia e inquietudine.
È la stessa sensazione che provavamo da bambini quando ascoltavamo una storia
senza sapere se avrebbe avuto un lieto fine, sospesi tra il desiderio che tutto si
risolvesse e il timore che l’ombra prevalesse sulla luce.
La fiaba fotografica vive precisamente di questa ambiguità costitutiva. Ci seduce
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con la bellezza formale, con l’armonia delle composizioni, con la ricchezza cromatica.
Ma ci trattiene con l’ombra, con qualcosa di vagamente perturbante che si
nasconde dietro la superficie patinata. È un equilibrio fragile, sempre sul punto di
rompersi, tra incanto e turbamento, tra l’illusione eterea del sogno e la concretezza
materiale dell’immagine fotografica.
In un’epoca dominata dal realismo documentario e dalla velocità dell’informazione
visiva, dove le immagini si consumano in frazioni di secondo sugli schermi
dei nostri dispositivi, la fotografia fiabesca di Walker diventa un atto di resistenza
culturale.
È uno spazio di lentezza deliberata, di meraviglia coltivata con pazienza artigianale.
Un luogo in cui lo sguardo può ancora permettersi di perdersi, di indugiare
sui dettagli, di lasciarsi trasportare dalla narrazione che l’immagine suggerisce
ma non impone.
Raccontare la vita di Tim Walker è tracciare la biografia di un sognatore: nasce nel
1970 a Guildford, una cittadina del Surrey non lontana da Londra, in una famiglia
che, pur essendo lontana dal mondo dell’arte professionale, coltiva una sensibilità
particolare per l’immaginario e il racconto. Walker è un bambino che si perde nei libri
illustrati con quella totale immersione che solo l’infanzia permette. È affascinato
dal disegno, dalla natura, dagli oggetti che sembrano contenere storie. Colleziona
immagini, ritagli, frammenti di visioni che custodisce come tesori segreti.
È da questa infanzia fatta di curiosità insaziabile e di sogni a occhi aperti che
prende forma, in nuce, la sua poetica futura. Per Walker la fotografia non sarà mai
pura registrazione del reale, ma narrazione visiva, possibilità concreta di dare
corpo all’invisibile, di trasformare le visioni interiori in immagini tangibili che altri
possono attraversare.
Il suo percorso professionale inizia precocemente. Dopo gli studi all’Exeter College
of Art, a soli diciassette anni Walker vince uno stage presso gli archivi Condé
Nast di Londra. È un’esperienza folgorante: tra le migliaia di scatti che ogni giorno
scorrono davanti ai suoi occhi — immagini di moda, ritratti, reportage — rimane
letteralmente incantato dalle fotografie di Cecil Beaton.
Quello è il momento della svolta, l’istante in cui comprende quale strada vuole
percorrere.
Beaton diventa per lui la dimostrazione vivente che la macchina fotografica può
fare molto di più che documentare: può evocare, può illudere, può costruire mondi.
L’eleganza teatrale di Beaton, la sua capacità di trasformare la moda in sogno visivo,
la sua padronanza della messa in scena e del décor diventano per il giovane
Walker un riferimento costante, un modello da studiare e metabolizzare.
Dopo la laurea, Walker compie il viaggio rituale che molti giovani europei considerano
indispensabile: parte per New York, e inizia a lavorare come assistente
di Richard Avedon, all’epoca uno dei più grandi ritrattisti e fotografi di moda al
mondo. Dall’esperienza con Avedon impara la disciplina ferrea del mestiere, l’attenzione
quasi maniacale al dettaglio tecnico, la consapevolezza che la fotografia
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può costruire una narrazione tanto potente e articolata quanto un film. Avedon
gli insegna che ogni elemento nell’inquadratura deve essere controllato, che nulla
può essere lasciato al caso, che la spontaneità apparente è sempre il risultato di
una costruzione meticolosa.
Ma New York, con il suo ritmo frenetico e la sua estetica minimalista dominante
negli anni novanta, non è il luogo in cui Walker vuole mettere radici. Sente che la
sua voce, la sua arte, ha bisogno di un altro paesaggio, di un altro tempo.
Torna in Inghilterra e inizia quasi immediatamente a pubblicare su riviste internazionali
di moda, imponendosi fin dai primi lavori come una voce decisamente fuori
dal coro in un panorama allora dominato dal minimalismo, dall’estetica patinata e
asciutta, dalla fotografia che punta all’essenzialità formale.
A soli venticinque anni pubblica il suo primo servizio su Vogue, la più prestigiosa
rivista di moda al mondo. È l’inizio di una collaborazione che durerà decenni e che
gli permetterà di sviluppare progressivamente il suo linguaggio unico.
Walker non si limita a fare propria l’eleganza compositiva di Beaton e il rigore
tecnico di Avedon. Metabolizza queste influenze e le rielabora profondamente, scegliendo
l’incanto come linguaggio primario e la teatralità smisurata come chiave
per reinventare continuamente la realtà.
I suoi mondi fotografici sono popolati
da personaggi sospesi tra mito e sogno,
figure che sembrano provenire da fiabe
dimenticate o da leggende mai scritte.
Ogni immagine nasce da una costruzione fisica elaborata, realizzata in studio con il
contributo fondamentale di scenografi, artigiani, costumisti, truccatori. È un lavoro
corale che ricorda più la produzione di un film o di uno spettacolo teatrale che la
fotografia tradizionale. Walker rifiuta categoricamente la scorciatoia del digitale,
almeno per quanto riguarda la costruzione delle scene. Preferisce la manualità,
la materia concreta, la fatica dell’artificio tangibile.
Per lui l’illusione deve essere costruita fisicamente, deve avere peso e presenza.
Solo così ogni fotografia può diventare un corpo, una presenza scenica che possiede
la densità della realtà pur appartenendo interamente alla dimensione del
sogno. Questo rifiuto del fotoritocco digitale come strumento di costruzione non è
un vezzo nostalgico ma una scelta poetica precisa: Walker vuole che le sue modelle
interagiscano realmente con gli oggetti giganteschi, che camminino davvero tra
scenografie monumentali, che la meraviglia nei loro occhi sia autentica.
Dietro la monumentalità dei suoi set, però, Walker è una figura sorprendentemente
discreta. Vive lontano dalle luci mondane del mondo della moda, immerso nella
campagna inglese che da sempre nutre la sua immaginazione. Ama i giardini, la
luce naturale che filtra attraverso le nuvole grigie tipiche del clima britannico, i
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silenzi che precedono le visioni. È in questi spazi di quiete che nascono le sue idee
più potenti: da un oggetto ritrovato in un mercatino, da un frammento di stoffa
antica, da una piuma colorata.
La sua vita privata e la sua poetica artistica si confondono fino a diventare indistinguibili.
La biografia scorre come presenza sotterranea dentro le immagini,
riaffiorando continuamente in ogni fotografia sotto forma di dettagli, di atmosfere,
di quella particolare qualità della luce che sembra sempre sul punto di rivelare
qualcosa.
Chi ha la fortuna di lavorare con lui racconta di un artista silenzioso e riflessivo,
capace di osservare a lungo prima di scattare, sempre in attesa che un dettaglio
imprevisto trasformi la scena costruita in racconto vivo. Sul set non è un regista
autoritario che impone la propria visione in modo verticale. È piuttosto un narratore
sensibile che guida con delicatezza, orchestrando un collettivo di talenti
come un direttore che conosce perfettamente ogni strumento ma lascia spazio
all’interpretazione personale. L’atmosfera che si respira durante le sue sessioni
fotografiche è quella di un rito creativo collettivo, di mondi che vengono abitati
prima ancora di essere fotografati.
Tilda Swinton, attrice e icona di stile diventata sua musa ricorrente, racconta in diverse
interviste il loro primo incontro sul set. Walker non le dà istruzioni dettagliate
su come muoversi o posare. La immerge semplicemente in un ambiente colossale,
abitato da oggetti dalle proporzioni alterate, e le dice soltanto:
“Cammina come se stessi attraversando un sogno che non sai
se ti appartenga”.
Da quel momento nasce tra loro un sodalizio profondo, fondato sulla fiducia reciproca
e sulla libertà interpretativa.
Anche le modelle professioniste che lavorano ripetutamente con Walker, come
Kristen McMenamy, raccontano un’esperienza trasformativa.
“Non ti fotografa semplicemente,” dice McMenamy, “ti trasforma
in qualcos’altro. Ti permette di diventare la creatura che vive in
quella scena, non solo di posare accanto ad essa”.
Un aneddoto illuminante sul metodo di Walker viene dalla preparazione della mostra
Wonderful Things, allestita al Victoria and Albert Museum di Londra nel 2019.
Walker trascorre mesi negli sterminati depositi del museo, uno dei più ricchi al
mondo per quanto riguarda le arti decorative e applicate. Durante queste esplorazioni
rimane folgorato da una piccola scatola settecentesca decorata con piume
colorate, un oggetto minuscolo e apparentemente secondario nella vastità delle
collezioni.
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“Mi sembrava un tesoro da bambino,” racconta in un’intervista,
“qualcosa che potresti trovare sotto il letto e che cambia completamente
la tua idea del mondo. Un oggetto magico non per
il suo valore ma per quello che suggerisce”.
Da quella piccola scatola nasce uno dei set più spettacolari dell’intera mostra: figure
femminili avvolte in costumi piumati monumentali, immerse in scenografie che
sembrano essere esplose direttamente da quel contenitore settecentesco, come
se l’oggetto abbia liberato tutta la fantasia compressa al suo interno per secoli.
È questa la chiave del suo metodo creativo, in maniera analoga ad altri artisti, come
ad esempio Newton: il riuscire a trasformare il ricordo in visione, far diventare ogni
suggestione, per quanto minuscola, un mondo tangibile e abitabile.
I ricordi e le visioni di Newton sono di tutt’altra natura, ma la chiave è la medesima.
Ogni oggetto trovato, ogni frammento di memoria infantile diventa per Walker il
seme da cui germogliano scenografie gigantesche: fiori dalle dimensioni impossibili,
insetti monumentali che sembrano usciti da un incubo di Kafka riletto in chiave
onirica, castelli costruiti interamente con carta e cartone ma fotografati in modo da
sembrare solidi come pietra, boschi incantati che occupano interi studi fotografici.
Le sue immagini sembrano letteralmente uscite da un libro dimenticato in soffitta,
uno di quei volumi rilegati in tela che si aprono liberando un odore di polvere misto
alla luce dorata dell’incanto. L’eccesso, nel suo linguaggio visivo, non è mai gratuito
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o decorativo fine a se stesso. È una forma di meraviglia controllata, un’esagerazione
poetica che riesce miracolosamente a evitare il kitsch per restare nell’ambito
del sogno tangibile, di quella dimensione dove l’impossibile diventa credibile per
la durata di uno scatto.
L’immaginario fiabesco di Walker si nutre
dichiaratamente delle radici culturali
europee: le foreste oscure dei fratelli
Grimm, con la loro ambiguità morale
e i loro pericoli nascosti. La malinconia
struggente delle fiabe di Hans Christian
Andersen, dove la bellezza è sempre
effimera e il lieto fine mai garantito.
Le metamorfosi vertiginose di Lewis Carroll,
dove il senso comune viene
sistematicamente sovvertito e le
proporzioni perdono stabilità.
In ogni fotografia di Walker si percepisce questa duplicità costitutiva della fiaba:
l’incanto convive sempre con la minaccia latente, la meraviglia con un sottile senso
di inquietudine. Come nei racconti dei fratelli Grimm, i boschi di Walker non sono
mai solamente romantici. Sono luoghi ambigui dove la meraviglia coesiste con il
pericolo, dove dietro ogni tronco potrebbe nascondersi tanto una fata benefica
quanto una strega malvagia.
In alcune serie fotografiche si avverte distintamente la malinconia di Andersen.
Le sue figure femminili, spesso isolate in spazi vasti e scenografie sproporzionate,
portano in sé la fragilità della Sirenetta che rinuncia alla propria voce per amore,
o della Piccola fiammiferaia che vede visioni meravigliose mentre muore di freddo.
È la delicata bellezza del sogno che si dissolve nel momento stesso in cui lo afferriamo,
la consapevolezza sottile che l’incanto non può durare.
E come Lewis Carroll in Alice nel Paese delle Meraviglie, Walker gioca costantemente
con le proporzioni alterate.
Le sue modelle diventano Alice contemporanee che attraversano mondi dove il senso
si capovolge, dove gli oggetti quotidiani assumono dimensioni mostruose o, al contrario,
le figure umane si rimpiccioliscono fino a sembrare bambole in scenografie normali.
In questo dialogo continuo con la tradizione fiabesca europea, la moda assume un
ruolo centrale e non accessorio. Gli abiti nelle fotografie di Walker non sono mai
semplici ornamenti o pretesti per mostrare le collezioni degli stilisti.
Diventano anch’essi linguaggio narrativo, costume rituale di una cerimonia che si
sta svolgendo davanti ai nostri occhi, una seconda, simbolica pelle che trasforma
le protagoniste in eroine di un altrove.
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Walker restituisce alla moda la sua funzione mitica originaria, quella che aveva
nei racconti popolari dove il vestito poteva rendere invisibili, permettere di volare,
cambiare identità. La riporta nel territorio del racconto, sottraendola alla dimensione
puramente commerciale per farne strumento di trasformazione simbolica.
Le riviste internazionali di moda — Vogue in tutte le sue edizioni nazionali, Love, W
Magazine, Vanity Fair, Harper’s Bazaar — lo hanno accolto e continuano a pubblicarlo
proprio per questa sua capacità unica di unire narrazione profonda e visione
spettacolare, di riportare la fotografia di moda nel regno del sogno e della leggenda
senza mai perdere di vista la funzione comunicativa della rivista stessa.
Walker ha una profonda relazione non solo con la fiaba, ma anche con il cinema
europeo, e anche questa relazione è costitutiva del suo linguaggio: le sue fotografie
sembrano spesso fotogrammi estratti da un film che non esiste ma che potremmo
giurare di aver visto, tanto sono intense e narrative.
Jean Cocteau, con La Belle et la Bête (La bella e la bestia, 1946), è il riferimento più
evidente e dichiarato. Negli interni gotici del castello incantato, negli oggetti che
si animano impossibilmente — i candelabri retti da braccia umane che emergono
dalle pareti, le statue che seguono con gli occhi i movimenti della protagonista — si
ritrova la stessa atmosfera sospesa, la stessa magia artigianale che pervade i set di
Walker. Cocteau credeva che il cinema dovesse mostrare l’impossibile in modo così
convincente da renderlo temporaneamente reale, e Walker condivide pienamente
questa visione applicandola alla fotografia.
Ma anche Federico Fellini, con la sua teatralità onirica e la sua capacità di trasformare
la vita quotidiana in spettacolo barocco, aleggia dietro molte visioni di Walker.
Come in Amarcord o La dolce vita, anche nelle fotografie di Walker l’eccesso visivo
diventa linguaggio poetico, modo di esprimere una verità emotiva più profonda
della semplice descrizione realistica.
Walker condivide inoltre con Terry Gilliam, il regista britannico di Brazil e Le avventure
del Barone di Münchausen, la passione per il fuori scala e per la costruzione
manuale di mondi impossibili. Entrambi rifiutano la facilità degli effetti digitali,
preferendo la fisicità della scenografia costruita, convinti che la fantasia acquisti
potenza autentica solo quando diventa tangibile e deve confrontarsi con i limiti
della materia.
Questa dimensione cinematografica non è rimasta confinata alla fotografia, nel
2010 Walker dirige The Lost Explorer, un cortometraggio che conferma la sua vocazione
narrativa e la sua capacità di costruire mondi visivi complessi che funzionano
nel tempo oltre che nello spazio dell’immagine singola.
Parlando della sua fotografia dal punto di vista strettamente tecnico, Walker rimane
ostinatamente fedele alla pellicola analogica e al grande formato. Non si
tratta di un gesto nostalgico o di un rifiuto luddista della tecnologia digitale, la sua
è piuttosto una dichiarazione di poetica: lavorare con la pellicola significa essere
costretti a pensare prima di scattare, costruire l’immagine con lentezza artigianale,
curare ogni dettaglio prima di premere il pulsante perché ogni fotogramma ha un
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costo materiale e non può essere cancellato e rifatto infinite volte come nel digitale.
Questa limitazione tecnica diventa paradossalmente una forma di libertà creativa.
Impone una disciplina che affina lo sguardo e la capacità di pre-visualizzazione.
Walker deve immaginare l’immagine completamente finita prima ancora che esista,
deve vedere nella sua mente il risultato finale e poi lavorare metodicamente
per realizzarlo.
La luce naturale domina molti dei suoi set, spesso quella particolare luce diffusa e
morbida che filtra attraverso le nuvole grigie del cielo inglese. Ma quando ricorre
alla luce artificiale, Walker lo fa con grande perizia per creare atmosfere teatrali
dense e sospese nel tempo. Non cerca mai l’illuminazione realistica da reportage,
ma quella drammatica da palcoscenico, dove ogni fascio di luce ha una funzione
narrativa precisa.
Il colore è un’altra componente essenziale del suo linguaggio. Walker lavora con
toni saturi ma armoniosamente bilanciati, con contrasti delicati che ricordano più
la pittura rinascimentale o preraffaellita che la fotografia commerciale contemporanea.
Un rosso vellutato e profondo può essere accostato a cieli di un bianco
lattiginoso. Verdi intensi e quasi acidi vengono punteggiati di dettagli dorati. Rosa
confetto dialogano con azzurri celesti.
Ogni combinazione cromatica è studiata per evocare una precisa atmosfera emotiva,
per guidare lo sguardo dell’osservatore attraverso l’immagine secondo percorsi
prestabiliti.
In progetti come The Garden of Earthly Delights — direttamente ispirato al celebre
trittico di Hieronymus Bosch — o Story Teller, Walker trasforma la fotografia in un
racconto visivo totale e immersivo. I corpi delle modelle si fondono letteralmente
con creature ibride e floreali. I costumi non si limitano a vestire le figure ma diventano
parte del paesaggio stesso. Le scenografie si animano di simboli stratificati
che richiedono una lettura attenta e prolungata. Ogni scatto diventa una pagina di
un libro che non ha bisogno di testo perché parla attraverso la materia, attraverso
le forme, attraverso le relazioni spaziali tra gli elementi.
Anche le sue mostre sono concepite come esperienze immersive totali, non come
semplici esposizioni di stampe fotografiche appese alle pareti. Wonderful Things al
Victoria and Albert Museum o Story Teller alla Somerset House di Londra erano veri
e propri viaggi sensoriali dentro l’universo della fiaba. I visitatori non si limitano a
guardare le fotografie ma entrano fisicamente nelle scenografie, camminano tra
le installazioni, si trovano circondati dagli stessi elementi giganteschi che appaiono
nelle immagini.
Il talento e la visione di Walker lo portano, negli anni, a collaborare con alcune delle
maison di moda più prestigiose e innovative del panorama internazionale: Gucci,
Dior, Comme des Garçons, Valentino, Alexander McQueen. Per ognuna di queste
case ha creato campagne pubblicitarie che trascendono la funzione meramente
commerciale per diventare vere opere d’arte autonome.
99/OMBRE
Fotografa icone culturali contemporanee come Björk, con cui condivide la passione
per l’ibridazione tra umano e naturale, tra organico e fantastico, ritrae David Lynch,
altro maestro del perturbante e dell’onirico, lavora ripetutamente con Tilda Swinton,
come già ricordato, e con Alexander McQueen stesso, lo stilista britannico che
più di ogni altro condivide la sua visione della moda come teatro dell’impossibile.
I suoi libri fotografici — Pictures, Story Teller, I Love You — sono considerati letteralmente
pietre miliari della fotografia di moda contemporanea, e i suoi scatti fanno
parte di collezioni permanenti di musei internazionali.
L’opera di Tim Walker è quella di un autore totale nel senso più pieno del termine:
fotografo certamente, ma anche artigiano, narratore, regista, scenografo. Un artista
che, partendo da una formazione classica e dall’apprendistato con i maestri del
Novecento, sceglie di seguire radicalmente la strada dell’immaginazione rifiutando
i compromessi del realismo documentario.
La sua fotografia non documenta il mondo così com’è. Lo evoca, lo trasfigura, lo
reinventa. Ogni sua immagine è un invito rivolto all’osservatore: l’invito a credere
che la realtà possa ancora trasformarsi, che lo stupore infantile non sia irrimediabilmente
perduto nell’età adulta, che dietro la superficie opaca dell’ordinario si
nasconda sempre la possibilità di un incantesimo.
La fiaba, nel suo linguaggio visivo, diventa una forma di verità. Non la verità della
cronaca giornalistica o del documento sociologico, ma quella più profonda e
universale che parla direttamente alle emozioni, alle paure ancestrali, ai desideri
inconfessati che portiamo dentro dall’infanzia.
Guardare le fotografie di Tim Walker
significa attraversare un sogno
che ci riguarda intimamente, anche se
non ne riconosciamo immediatamente
i contorni. Significa ritrovare in quelle
visioni il bambino che siamo stati
e che, grazie alla sua arte paziente
e generosa, può ancora continuare
a meravigliarsi di fronte all’inspiegabile
bellezza del mondo.
In queste pagine l'autore ha rivisitato
tramite AI alcuni tra i più fiabeschi
scatti di Tim Walker, nello stile
dei libri di fiabe di inizio novecento
100/OMBRE
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NICOLA GUIDA
La fiaba e la luna
Marielle Warin scelse di sparire dietro un nome d’arte – Sarah
Moon – e quel gesto non fu casuale. Era il primo atto di
una poetica che avrebbe fatto dell’ombra, del nascondimento,
della suggestione, il suo alfabeto visivo. Come la luna che
illumina senza bruciare, che rivela lasciando zone d’ombra,
così la sua fotografia si muoveva in quella zona incerta tra il
visibile e l’invisibile, tra ciò che si racconta e ciò che si tace. Quando, negli anni
settanta, iniziò a lavorare dietro l’obiettivo, dopo un’esperienza come modella,
Sarah Moon non si limitò a fotografare abiti: costruì atmosfere, sospese il tempo,
trasformò il reportage di moda in narrazione fiabesca. Le sue immagini non vendevano
prodotti, evocavano mondi.
Di lei Carla Sozzani diceva: “Il suo linguaggio anti-narrativo evoca momenti, percezioni,
coincidenze. E una profonda sensazione di mistero.”
Ma come è nato questo linguaggio, questa sensibilità così particolare?
La storia di Sarah Moon è essa stessa una sorta di fiaba moderna: nata in una
famiglia ebrea durante la Seconda Guerra Mondiale, trascorse parte dell’infanzia
nascosta in conventi e case di campagna per sfuggire alle persecuzioni naziste,
prima di riuscire finalmente ad attraversare la Manica e trovare rifugio a Londra.
Questa esperienza di clandestinità, di attesa silenziosa, di spazi chiusi, segreti, ha
probabilmente plasmato il suo sguardo sul mondo: un mondo fatto di ombre, di
presenze che si nascondono, di storie che restano sospese.
Non è un caso che molte sue fotografie sembrino catturare proprio questo senso
di rifugio precario, di bellezza che deve essere protetta e nascosta.
Il suo rapporto con la fiaba è tanto profondo quanto naturale.
Lei stessa, in più interviste, ha dichiarato: “Non racconto mai una storia fino in
fondo, lascio che sia chi guarda a immaginarne il seguito.”
Questa frase racchiude perfettamente l’essenza della sua opera: ogni fotografia
è una soglia, un invito all’immaginazione dove il confine tra realtà e sogno si dissolve.
E pensandoci bene, non è forse questo il cuore stesso della fiaba? Quel momento
in cui ci si trova sul limitare del bosco, quando non si sa ancora cosa accadrà,
quando tutto è possibile?
Un aneddoto spesso citato riguarda il servizio fotografico per Cacharel che, negli
anni settanta, rese la casa di moda inconfondibile grazie alle sue immagini eteree
e sussurrate.
Si racconta che Moon, durante quelle sessioni fotografiche, chiedesse alle modelle
di muoversi lentamente, quasi danzando, e scattasse con tempi di esposizione
lunghi per creare quell’effetto di sfocatura e movimento che è diventato il suo
marchio distintivo.
Le modelle non dovevano posare, ma semplicemente “essere lì”, come se fossero
state sorprese nel mezzo di un sogno.
Il risultato?
103/OMBRE
Immagini che non sembravano pubblicità, ma frammenti onirici, di memoria,
istantanee di un mondo parallelo.
Le sue modelle non erano mai icone glamour, ma apparizioni fugaci, come sospese
tra la veglia e il sonno, immerse in una luce impalpabile che trasformava
ogni abito in un sogno a occhi aperti.
Fu proprio con Cacharel che Moon ruppe definitivamente con l’estetica patinata
della moda dell’epoca.
Mentre altri fotografi puntavano su colori vivaci, pose studiate e una perfezione
chirurgica, lei scelse il bianco e nero virato, il mosso, l’imperfezione.
“Volevo che le persone si fermassero davanti alle mie immagini
non per dire ‘che bella foto’, ma per chiedersi: cosa sto guardando?”
E in effetti, guardare una fotografia di Sarah Moon è un po’ come ascoltare qualcuno
che ti racconta una storia a mezza voce, con delle pause improvvise, costringendoti
a sporgerti in avanti per non perdere neanche una parola.
Le sue immagini sembrano appartenere a un tempo indefinito, e per questo molti
critici le hanno associate alle atmosfere delle fiabe, sottolineando come i suoi
personaggi – bambole di porcellana, giovani donne avvolte nel tulle, figure diafane
– si muovano in spazi indefiniti, tra nebbie e fondali slavati, evocando antiche
storie di attesa e di trasformazione.
C’è chi ha notato che nelle sue foto raramente appare il sole: la luce è sempre
filtrata, velata, come se arrivasse da dietro una tenda o attraverso una finestra
appannata.
Quella dei suoi scatti è la luce dell’alba o del crepuscolo, quel momento in cui il
giorno non è ancora nato o sta per morire, quando le cose perdono i loro contorni
precisi e tutto può trasformarsi in qualcos’altro.
“Mi interessa ciò che accade poco prima o poco dopo l’istante in cui si dovrebbe
scattare”, ha spiegato Moon, e forse è proprio questo tentativo di catturare l’attimo
di passaggio – tra l’infanzia e l’età adulta, tra luce e ombra – a dare alle sue
fotografie una qualità così fiabesca.
È come se lei fotografasse non il momento culminante della storia, ma l›attesa
che lo precede o il silenzio che lo segue.
104/OMBRE
Pensiamo alla fiaba di Cappuccetto Rosso: Sarah Moon non fotograferebbe l’incontro
con il lupo, ma la bambina che si ferma davanti a un sentiero nel bosco,
indecisa, o i fiori raccolti e abbandonati dopo che tutto è accaduto.
Emblematico è il ciclo fotografico dedicato alle fiabe classiche, come Barbablù o
Cenerentola. In questi progetti Moon non si è limitata a illustrare passivamente la
storia, ma ne ha reinventato i significati:
“Le fiabe raccontano sempre qualcosa che ci riguarda, qualcosa
di sepolto che risorge”
ha affermato, e le sue immagini, con i loro dettagli sfocati, le dissolvenze, diventano
metafora dei ricordi e delle paure infantili, lasciando affiorare il mistero più
che la soluzione.
Il suo lavoro su Barbablù, in particolare, merita un approfondimento: quando le fu
commissionato questo progetto, Moon dichiarò di essere rimasta sveglia intere
notti a riflettere su cosa volesse davvero dire quella storia. “Non è una storia su
un mostro”, disse, “è una storia sulla curiosità femminile, sul desiderio di sapere,
sul prezzo della conoscenza”.
In un celebre scatto di questa serie, la porta socchiusa e la luce che filtra diventano
simbolo di un pericolo imminente che non viene mai mostrato apertamente.
Non vediamo la camera proibita, non vediamo le mogli morte, vediamo solo quella
fessura di luce e sentiamo tutto il peso dell’interdizione all’orrore oltre la soglia.
È più inquietante di qualsiasi immagine esplicita potrebbe essere.
Allo stesso modo, nelle sue nature morte i fiori appassiti suggeriscono la bellezza
fugace e la malinconia del tempo che passa, senza bisogno di didascalie o spiegazioni.
Un episodio curioso riguarda proprio la realizzazione di queste fotografie. Moon
aveva chiesto di poter usare una vecchia dimora normanna per gli scatti, ma
quando arrivò sul posto trovò che i proprietari avevano ripulito e riordinato tutto,
pensando di farle un piacere.
Lei rimase delusa: “Avevo bisogno della polvere, delle ragnatele, dei segni del
tempo”, spiegò.
Così trascorse ore a “invecchiare” di nuovo gli ambienti, spargendo polvere, spo-
105/OMBRE
“Sarah poteva passare ore
a sistemare un nastro, un velo,
aspettando che la luce cambiasse.
Poi, improvvisamente,
scattava una sola foto e dichiarava:
ecco, è questa. Aveva una sicurezza
istintiva, come se vedesse qualcosa
che noi altri non potevamo vedere”
106/PAGINE
stando mobili, aprendo tende per far entrare la luce giusta. Voleva che ogni ambiente
raccontasse non solo una storia, ma molti anni di storie accumulate.
Un altro momento chiave nella sua carriera fu la collaborazione con le vetrine dei
grandi magazzini Le Printemps a Parigi, dove creò veri e propri scenari teatrali.
“Volevo mettere in scena l’assenza, la sospensione. Le mie foto
sono come domande, non affermazioni”
dichiarò in quell’occasione.
Chi passeggiava davanti a quelle vetrine si trovava di fronte a scene enigmatiche:
una sedia vuota con un vestito abbandonato, una scala che non portava da
nessuna parte, specchi che riflettevano spazi impossibili. I passanti si fermavano,
incuriositi, a volte perplessi.
Alcuni si lamentavano che non si capiva cosa fosse in vendita.
Ma era esattamente questo il punto: Moon non voleva vendere oggetti, voleva
vendere sogni, possibilità, narrazioni aperte.
Ricorda un suo collaboratore di quegli anni: “Sarah poteva passare ore a sistemare
un nastro, un velo, aspettando che la luce cambiasse. Poi, improvvisamente,
scattava una sola foto e dichiarava: ecco, è questa. Aveva una sicurezza istintiva,
come se vedesse qualcosa che noi altri non potevamo vedere”
Questo metodo di lavoro, così diverso dalla frenesia del mondo della moda, creava
a volte tensioni con clienti e direttori creativi, ma lei non scendeva a compromessi,
era solita dire: “Se non posso lavorare così, preferisco non lavorare”.
Nei lavori realizzati per Vogue degli anni novanta, Moon portò avanti la sua indagine
sui temi dell’identità e della metamorfosi, citando apertamente le atmosfere
di Andersen e dei fratelli Grimm, ma ribaltandone le logiche con uno sguardo
femminile e moderno.
Il suo Calendario Pirelli del 1972, per esempio, fu considerato rivoluzionario per
molti versi: a partire dal fatto che fosse il primo “the Cal” scattato da una donna,
invece delle pin-up sorridenti e ammiccanti che caratterizzavano quella pubblicazione,
Moon presentò donne pensierose, vestite, ritratte in interni domestici
silenziosi.
Fu un piccolo scandalo, ma anche una chiara dichiarazione di intenti: la bellezza
107/OMBRE
femminile non deve necessariamente essere esposta, può anche essere riservata,
misteriosa, privata.
Il suo ruolo, nei confronti della fiaba, non è mai illustrativo, ma sempre evocativo:
ciò che non viene detto, ciò che resta nell’ombra, è altrettanto importante di ciò
che si vede.
Bruno Bettelheim, nel suo celebre studio sul significato delle fiabe, sosteneva che
queste storie funzionano proprio perché lasciano spazio all’immaginazione del
lettore, permettendogli di proiettare le proprie paure e desideri. Moon fa esattamente
la stessa cosa con la fotografia: crea spazi vuoti che lo spettatore è invitato
a riempire con la propria esperienza.
Di una delle sue mostre più celebri disse:
“Cerco di fermare immagini come si trattiene un sogno che
rischia di svanire al mattino”.
E chiunque abbia provato a ricordare un sogno appena sveglio sa quanto sia frustrante
quel processo: più cerchi di afferrarlo, più sfugge, più tenti di descriverlo,
più perde senso.
Le fotografie di Moon hanno esattamente questa qualità onirica.
Così, la fotografia di Sarah Moon diventa un luogo di attesa, di silenzio, di mistero,
dove ogni spettatore è libero di ricucire la propria trama.
C’è un aneddoto che i suoi studenti raccontano spesso.
Durante un workshop, una giovane fotografa le mostrò una serie
di immagini molto nitide, tecnicamente perfette, chiedendo
un parere. Moon le guardò a lungo, poi disse: “Sono belle, ma
dimmi: cosa resta nascosto in queste foto? Cosa non mi stai
mostrando?” La ragazza rimase spiazzata. “Devi imparare”
continuò “che una fotografia davvero potente è quella che fa
desiderare allo spettatore di vedere oltre i margini della cornice,
di sapere cosa c’è prima e cosa c’è dopo. La perfezione
chiude la storia, l’imperfezione la tiene aperta”.
108/OMBRE
Non a caso, i suoi progetti spesso iniziano dal desiderio di raccontare una storia
conosciuta – una fiaba, appunto – ma si concludono inevitabilmente con domande
aperte, inquietudini sospese, visioni incomplete.
Questo è il vero rapporto tra Sarah Moon e la fiaba nella sua fotografia: uno spazio
libero, fragile, incantato, in cui lo sguardo può tornare bambino e perdersi con
meraviglia.
Ed è forse proprio questo il suo lascito più importante: averci ricordato che non
tutte le storie hanno bisogno di una fine, che non tutte le immagini devono spiegare
tutto, che la bellezza può abitare anche, e soprattutto, in ciò che resta indefinito,
sospeso, appena intravisto, come nelle migliori fiabe, dove “c’era una volta”
non indica solo l’inizio di un tempo lontano, ma l’ingresso in un tempo alternativo,
dove le regole del quotidiano non valgono più e tutto diventa possibile.
Quello è il regno in cui Sarah Moon ci invita a entrare, scatto dopo scatto, con la
delicatezza di chi sa che i sogni, come le farfalle, vanno maneggiati con estrema
cura per non rovinarne le ali.
109/OMBRE
La scatola di biscotti della nonna
Canton Ticino, Sonogno, Val Verzasca,
“La Froda Wasserfall” e un caprone.
MARCELLO FRANCONE
La moderna Cappuccetto Rosso,
allevata a suon di pubblicità,
non ha nulla in contrario
a lasciarsi mangiare dal lupo
(Herbert Marshall McLuhan)
110/OMBRE/album
Tutto ebbe inizio con una scatola di
biscotti che la nonna mi donò l’ultima
volta che la vidi prima che
intraprendesse il suo lungo viaggio
senza ritorno.
Ne mangiai subito uno e con stupore
sentii scrosciare la grande cascata,
interrotta per brevi istanti dal belare
basso di Ben, il caprone posto a
guardia del luogo, per la verità era da
poco in servizio lì sotto, il suo ultimo
impiego si dice, con un filo di voce, era
stato a guardia della Grande Casa
sotto il faggio maestoso in una valle
adiacente, anche se in un altro Paese,
addirittura un altro Stato.
Ogni tanto scendeva a valle nel
villaggio della grande Cattedrale posta
al centro di un dedalo di vie strette e
tortuose, suo fratello gemello Twin,
più fortunato forse, viveva nel giardino
del Grande Palazzo, giù nella pianura,
a una distanza che lui non sapeva
valutare.
Il paese vantava vie e case molto
colorate, ci abitavano alcuni suoi amici,
la gatta del Lele dormiva, dormiva,
dormiva tranne quando sentiva odore
di pesce, e Jimmy the Dog, il cane dai
modi aristocratici, girava sempre libero
nella sua livrea bianco nera con un
papillon al collo in tinta, Lui si
accovacciava soltanto su sedie di
broccato.
Intorno, sculture di legno, bronzo,
alcune estatiche, altre incutevano
timore se non paura o vero spavento,
anche terrore.
111/OMBRE/album
In una di queste dimore, c’era un
camino, giù al piano terra, dove
si cuoceva di tutto, anche cose che
si sussurravano esclusivamente
alle orecchie gli abitanti della Casa,
tavole pronte per la colazione
o per lavarsi il viso la mattina, letti
sfatti da notti insonni o lussuriose.
La Casa una volta si diceva fosse
abitata da persone di nobiltà certa ma
ormai decaduta, ancora elegante negli
abiti su misura, colorati e di gradevole
fattura, guarniti di accessori fantasiosi,
tra loro c’era Lord White, un uomo alto,
alto, alto vestito di bianco con una
Feluca anch’essa candida, la sua
presenza incuteva timore nonostante
uno sguardo bonario anche se
inaccessibile.
La Casa si trovava al centro della valle
cieca, mentre in fondo ad essa, al suo
termine, stava la “Grande Baita dalle
finestre che sorridono”, per arrivarci
si doveva essere almeno in due,
vie strette, buie, contorte, con ragnatele
in ogni dove, alberi sradicati e poi
alla fine eccola, ci abitavano strani tipi
con facce mostruose, dipinte,
con grandi cicatrici e sguardi che
emanavano puro terrore.
Una volta l’anno tutti si radunavano
nella immensa Piazza a bruciare
non si sa cosa, o meglio, nessuno
è mai tornato per raccontarlo
e quindi vissero tutti (forse) felici
(forse) e contenti (forse).
Craveggia, Valle Vigezzo, la grande casa
solitaria in località Blitz.
Santa Maria Maggiore, Valle Vigezzo,
fotografata dalle alture di Craveggia.
Cesano Maderno, Villa Borromeo Arese,
il Giardino.
112/OMBRE/album
113/OMBRE/album
Santa Maria Maggiore, Valle Vigezzo,
case colorate nel centro storico.
Sesto San Giovanni, Hangar Bicocca,
mostra di Nan Goldin, “This Will Not End Well”,
allestimento.
114/OMBRE/album
115/OMBRE/album
116/OMBRE/album
La gatta dell’amico artista montanaro
Bellano, Lecco, Chiesa di Santa Marta,
Giovanni Angelo e Tiburzio del Maino,
“Compianto sul Cristo morto”.
Marcello Pietrantoni, “Cristina”,
2011. Bronzo, h 95 cm
Jimmy the Dog, il cane di casa
Le favole dove stanno?
Ce n’è una in ogni cosa:
Nel legno del tavolino,
Nel bicchiere e nella rosa.
Gianni Rodari
Folsogno, Valle Vigezzo,
camino di una casa privata
Bibbiano, Reggio Emilia, Corte
Bebbi, Residenza di campagna.
Morazzone, Varese, Casa Macchi,
FAI Fondo Ambiente Italiano
119/OMBRE/album
Santa Maria Maggiore, Valle Vigezzo,
Gruppo Folk Valle Vigezzo.
120/OMBRE/album
121/OMBRE/album
122/OMBRE/album
Craveggia, Valle Vigezzo, “A spasso
con le streghe” varie edizioni,
amici con travestimenti in tema.
123/PAGINE/album
124/PAGINE/album
In questa doppia pagina e nelle successive
Craveggia, Valle Vigezzo, “A spasso
con le streghe” varie edizioni, il paese
addobbato per la manifestazione si ritrova
in piazza per il grande fuoco finale.
125/OMBRE/album
126/OMBRE/album
La vita ha le parole che può,
la fiaba le parole che deve.
Aldo Busi
127/PAGINE/album
GRAZIA PAGLIARICCIO
C'era una volta
in un regno lontano
130/PAGINE
“A differenza delle narrazioni sacre, la fiaba –
terrena e saggia – è malleabile,
elastica, e ancora più viva se rimaneggiata.”
Maria Tatar
La fiaba è un portale d’entrata per un mondo diafano quanto oscuro, dove
si scontrano draghi, dove volano streghe, dove gli animali parlano e si
vivono avventure meravigliose. Un mondo di re e regine, di prìncipi e
ranocchi, di fanciulle bellissime, oggetti magici e lotte tra bene e male, di
saggezza popolare e archetipi universali che motivano ed influenzano la
psiche umana e che costituiscono una primigenia culla culturale.
Generalmente il termine fiaba viene usato come sinonimo di favola, ma in realtà ci
sono enormi differenze: la favola è scritta (perciò più recente) da un autore (Esopo,
Fedro, La Fontaine) con protagonisti animali e con una morale finale. Quindi sono
diversi gli scopi, i personaggi, i destinatari e, soprattutto, mentre nella fiaba la base
131/PAGINE
è simbolica, qui è realistica: cicala e formica, ad esempio, si comportano come nella
realtà, l’una lavora e l’altra canta, se parlano similmente all’essere umano è solo per
spiegare il comportamento etico da seguire; le favole sono parabole per mostrare
all’uomo non colto come va il mondo e come è meglio agire.
Le fiabe sono invece racconti basati sulla fantasia, sulla magia, su rituali presenti
in ogni strato della società. Sono storie inventate, irreali, il cui scopo cambia nel
tempo: religioso, moraleggiante, narrativo, d’intrattenimento; racconti popolari che
rientrano nel genere folkloristico caratterizzato da una forma propria, trasmesso
oralmente (per questo presenta molte varianti) e, alla nascita, rivolto ad un pubblico
adulto, solo in seguito riscritto e rimaneggiato per rivolgersi ad ascoltatori
più giovani, con un linguaggio facilitato, giocoso, didattico e in gran parte depurato.
Le fiabe non ammettono di essere situate nel tempo e nello spazio, sono migratorie
perché viaggiano attraverso i ceti sociali, i continenti, le culture, le lingue ed
i dialetti, così facendo, la narrativa orale primitiva si tramanda arricchendosi di
elementi e contaminandosi lungo la strada.
In questo modo le fiabe forniscono un materiale enorme da trascrivere, raccogliere,
analizzare.
Artefici di questi studi sono i demopsicologi, così come li chiama Giuseppe Pitré
(1841-1916) considerato il fondatore delle scienze del folklore, etnologo e pioniere
nell’ambito del folklore siciliano.
Ma geograficamente dove nasce la fiaba?
ORIGINI
Ogni scuola di pensiero riguardo l’origine della fiaba si divide tra monogenesi
(origine in un luogo e in un’epoca precisa) e poligenesi (origine in più luoghi, data
la comune natura umana ed il livello di sviluppo più o meno analogo).
Del primo tipo è la teoria indianista, secondo la quale tutte le fiabe sono nate in
India e di là si sono irradiate oralmente in varie direzioni, attraverso una lunga serie
di successive traduzioni in persiano, arabo, ebraico e latino (Pañchatantra, antica
raccolta indiana scritta in sanscrito, un misto tra fiaba e favola, in prosa ed in versi
le cui origini erano orali. Non si sa con precisione quando sia stata composta, anche
perché l’originale è andato perduto. In occidente ne esistono numerose traduzioni
e rifacimenti, spesso differenti fra di loro, la cui successione è stata studiata e delineata
dall’orientalista tedesco Theodor Benfey a metà del XIX secolo. Si presume
che una fra le più antiche redazioni, nota col titolo di Tantrakhyâyika, risalga a un
periodo compreso fra il II e il VI secolo d.C. Ne esistono svariate versioni tra cui una
italiana di Anton Francesco Doni).
Mentre i fratelli Grimm, linguisti e filologi tedeschi, sposano la teoria mitica (poligenetica),
cioè interpretano frammenti di dati antichissimi, trovando nelle fiabe
i simboli con cui i popoli cercavano di spiegare i fenomeni della natura, quali il
sorgere del sole, la notte, il tuono, il lampo ecc. Lungo la strada qualcosa si perde,
qualcosa si aggiunge e nascono storie in alcuni tratti simili, in altri diverse, questo
132/PAGINE
è il motivo per cui troviamo le stesse fiabe nei cataloghi di diversi autori, magari
variate nel titolo e in dettagli interni alla storia.
La scuola antropologica inglese (Edward Burnett Tylor, 1832-1917), anch’essa a
favore della poligenesi, insiste sulle strette somiglianze tra antichissimi usi, superstizioni,
pratiche rituali, i cui tratti più tipici s’incontrano nei racconti popolari (animali
parlanti, cannibalismo, magia ecc). Certi elementi sopravvivono come motivi
fiabeschi presso i popoli colti, restano invece come pratica quotidiana tra i selvaggi,
che non fanno distinzione tra dèi, animali, uomini (The Andrew Lang Lectures, tra le
quali la più nota è quella del 1939 di J.R.R. Tolkien).
Alcune fiabe di Charles Perrault (1628-1703) – Cenerentola, Cappuccetto Rosso, La
bella addormentata – trovano origine nelle celebrazioni delle stagioni e del risveglio
della terra, mentre altre – Pollicino, Barbablù, Il gatto con gli stivali – derivano da
rituali d’iniziazione.
Per Pierre Saintyves (1870-1935, specializzato negli studi di folklore, nei libri antichi
e in quelli di occultismo) sono avanzi di sermoni medievali.
Arnold van Gennep (1873-1957) analizza i riti di passaggio ed i riti totemici notando
quanto le leggende abbiano una funzione pratica e aiutino le tribù a raggiungere
scopi prefissati.
Partendo dalle stesse premesse Hans Naumann (1886-1951) mette in rapporto
diverse fiabe con le credenze che riguardano il ritorno dei morti sulla terra: per
impedire il male che possono fare ai vivi, i selvaggi compiono una serie di cerimonie
che trovano il loro riscontro in racconti di fantasia.
Vediamo quindi come l’idea poligenetica vada per la maggiore e come la fiaba vada
componendosi a partire da origini lontanissime nel tempo, viaggiando oralmente
e contaminandosi, ben al di là di scopi didattici e moraleggianti, raccogliendo invece
scenari e pratiche archetipo-simboliche e culturali oggi largamente messi in
discussione e spesso (fin troppo spesso) rimaneggiati.
CLASSIFICAZIONE
Le fiabe nel tempo vengono studiate a fondo da linguisti, esperti del folklore e filologi
di ogni tipo che rintracciano elementi comuni in grado di incanalare così tanto
materiale entro sistemi efficienti.
La scuola finnica studia il folklore facendo un’analisi comparativa delle tradizioni
e del materiale orale. Tra i pionieri troviamo Elias Lönnrot (che raccoglie e
compila il Kalevala, un poema epico della metà dell’Ottocento, basato su poemi e
canti popolari della Finlandia. Kalevala significa letteralmente Terra di Kaleva, ossia
la Finlandia: Kaleva è infatti il nome del mitico progenitore e patriarca della stirpe
finnica, ricordato sia in questo testo che nella saga estone del Kalevipoeg. Il Kalevala
è dunque l’epopea nazionale finlandese) e il sistema Aarne-Thompson (metodo
di classificazione di fiabe e racconti del folklore sviluppato inizialmente da Antti
133/PAGINE
Amatus Aarne basato su un “indice dei tipi”, ovvero su un catalogo numerato dei
“motivi” ricorrenti nelle fiabe. Il sistema viene pubblicato per la prima volta nel 1910,
e in seguito sviluppato ed esteso dal folklorista statunitense Stith Thompson, a cui
si deve il monumentale testo Motif-Index, che raccoglie circa 2500 trame standard,
sulle quali si basa un numero molto maggiore di storie tradizionali europee e del
Vicino Oriente, e moltissime altre create in altri luoghi ispirandosi alle prime).
Il sistema Aarne-Thompson e i suoi derivati vengono poi criticati da Vladimir
Jakovlevič Propp (1895-1970), nome importante tra gli studiosi del genere ed
esponente della scuola del formalismo russo. Secondo Propp, il fatto di enfatizzare
gli elementi della trama, tralasciando la funzione svolta da tali elementi, rappresenta
una distorsione ingiustificabile; inoltre, le storie vengono esaminate solo a un
alto grado di astrazione, cosicché fiabe con molti elementi comuni, ma differenze a
livello della trama generale, finiscono per appartenere a classi distinte. Per Propp,
invece, la maggior parte dei motivi fiabeschi deriva da riti d’iniziazione, da credenze
sull’oltretomba e da riti nuziali. Inoltre, in seguito, lo studioso stabilisce un rapporto
diretto con il regime economico-sociale dell’ambiente a cui le fiabe appartengono.
Nel 1928, Propp pubblica Morfologia della fiaba e questo studio cambia radicalmente
il modo di considerare la narrazione folklorica: non regno della fantasia ma dominio
spirituale sottoposto a rigorose leggi antropologiche.
Analizzando centinaia di fiabe, lo studioso si accorge
che presentano funzioni narrative costanti e le
struttura in 150 schemi essenziali, di cui quello fisso
snoda tra: situazione iniziale, complicazione, rottura
dell’equilibrio, esordio, sviluppo della vicenda, azioni
dell’eroe, peripezie finali, ristabilimento dell’equilibrio,
scioglimento.
Questa struttura comune comprende 30 funzioni,
alcune delle quali possono essere omesse o invertite.
L’oggetto magico è sempre presente e può essere
negato due volte prima di venire donato.
I personaggi della fiaba sono: protagonista,
antagonista, mandante, aiutante, falso eroe.
Ogni racconto termina con lo smascheramento, la
punizione, l’incoronazione o il matrimonio.
Italo Calvino in Fiabe italiane (1956) si riserva la parte di narratore il più possibile
discreto, ispirandosi liberamente a versioni contaminate: contrariamente ai Grimm
che non segnalano nei testi le tracce delle loro fonti, ma si concentrano comunque
sulla fedeltà agli originali e sulla lingua, Calvino le dichiara e gli intrecci delle fiabe
uniscono racconti e leggende popolari delle diverse regioni italiane. Lo scrittore
traduce dai dialetti e ci consente di ricostruire un itinerario della fiaba nella nostra
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terra (ad esempio: E sette!, Liguria; Il vaso di maggiorana, Lombardia; Le tre vecchie,
Veneto; Il bambino del sacco, Friuli; L’anello magico, Trentino; Giricoccola, Romagna;
La rosina nel forno, Toscana; Quattordici, Marche; Il re superbo, Roma; L’amore delle tre
melagrane, Abruzzo; La prima spada e l’ultima scopa, Campania; Filo d’oro e Filomena,
Basilicata; La bella dei sett’abiti, Calabria; Colapesce, Sicilia; Giovan Balento, Corsica),
ecco perchè oltre che raccoglitore, è in qualche modo anche un classificatore.
Durante gli anni settanta torna più volte ad occuparsi del vario materiale raccolto
scrivendo prefazioni per edizioni di celebri raccolte. In Sulla fiaba (1988), Calvino
scriverà che la fiaba “è il catalogo dei destini che possono darsi ad un uomo e a una
donna soprattutto per la parte di vita che è appunto il farsi di un destino”.
SIMBOLOGIA
Le fiabe non sono specchi della realtà ma di esperienze interiori, descritte dai simboli.
Per Bruno Bettelheim (1903-1990), filosofo, psicanalista e psicologo infantile
austriaco di origini ebraiche, autore de Il mondo incantato (1982), in cui sostiene che
le fiabe dei Grimm siano rappresentazioni di miti freudiani, i personaggi hanno un
valore simbolico assimilabile alle sfaccettature della personalità umana.
Nelle conosciutissime fiabe dei fratelli Grimm (Cenerentola, Biancaneve...), di Andersen
(La principessa sul pisello, La sirenetta...), di Perrault (Cappuccetto Rosso, Barbablù...),
e in tutte le fiabe in generale, ricorrono infatti delle figure emblematiche.
La matrigna praticamente presente in tutte le fiabe più conosciute, è simbolo
di paura dell’abbandono, di gelosia, di crudeltà vendicativa. È spesso una trasformazione,
attuata negli adattamenti per bambini, della vera madre delle versioni
originali (Hansel e Gretel, Biancaneve). Ha una forte analogia con l’antagonista per
eccellenza delle fiabe russe, bielorusse e ucraine, ad esempio in Vassilissa la bella,
Babajaga, simbolo della morte, della madre cattiva. Si tratta di una figura soprannaturale
che si muove su zampe di gallina, vive da sola nel bosco circondata di
teschi e, con i suoi modi ambigui, ostacola i protagonisti. Brutta, naso lungo, denti di
pietra, ha poteri magici, si sposta volando su un mortaio e con una scopa cancella le
sue tracce. Quando muore è sostituita da altre Babajaga. Secondo lo studioso Jack
Zipes è “un amalgama di divinità mescolate con una certa dose di stregoneria,
sciamanesimo e tradizione relativa alle fiabe”. In realtà Propp le attribuisce anche
la funzione cruciale di aiutante dei protagonisti nel loro viaggio di iniziazione in
quanto fornitrice di oggetti magici; la annovera quindi tra i “donatori”, che mettono
alla prova eroi ed eroine per poi ricompensarli.
Altro personaggio negativo frequente, raramente positivo ed aiutante, è l’orco,
mostro malvagio, gigante, peloso, forte, che sradica querce, mangia i bambini e si
trasforma in animale (Pollicino, Masillo) incarna le paure infantili del pericolo, del
buio, dell’ignoto ed è l’opposto della fata, madrina, aiutante, premurosa e magica
ma che, altrove, può essere anche cattiva, madre ferita o non considerata. Come
vediamo tra gli stessi personaggi ci sono connotazioni migranti e contaminate.
Spesso le fate si presentano anche in un gruppo di tre (La bella addormentata).
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Sono le figure della fiaba per eccellenza (in inglese e francese le fiabe sono denominate
fairy tales e conte de fées, racconti di fate), diametralmente opposte
alle streghe: laddove la strega pratica magia nera, lancia maledizioni, fa paura e
mangia bambini; è vecchia, brutta, sdentata, ha porri sul naso e capelli unti; utilizza
pentoloni, vive in case diroccate e isolate, la fata buona, è invece bella, allegra,
colorata, turchina, campanellina, giovane, aiutante, benefica, amica divertente dei
bambini, ha piccole ali trasparenti, danza leggiadra, è associata a fiori e corolle e
ha una scintillante bacchetta magica.
Fate buone e fate cattive sono invitate alla nascita di figlie e figli di re. Streghe
buone e cattive si nascondono dietro le figure di madri e matrigne.
Tante sfaccettature simboliche dell’animo maschile come di quello femminile, ecco
quindi quanto sosteneva Bettelheim.
L’uso del numero è quasi un rituale simbolico in sé in molti testi. Il 7 (7 nani, 7
fiasche di lacrime consumate, 7 figlie dell’orco in Pollicino...) è dato dal 4 fisico (i
4 elementi, aria, fuoco, acqua, terra) + il 3 spirituale, numero associato al divino
(Trinità), primo numero dispari, somma dei precedenti, numero perfetto (Le tre
melagrane, 3 sorelle e 3 fratelli ne La bella e la bestia, I tre porcellini). Figure mitologiche
quasi sempre positive e lavoratrici sono i nani, maldestri, ladri o protettori
di tesori, orafi, tessitori, minatori, un po’ burloni, brontoloni e timidi. I 7 nani che
incontra Biancaneve ne sono l’esempio più conosciuto. Essi simboleggiano l’amicizia,
la lealtà, la protezione e la saggezza; legati alle profondità della terra, sono
emblema di conoscenza segreta o esoterica.
Possono essere presenti anche animali, simboli potenti che incarnano vizi, virtù
e archetipi: la volpe è associata all’astuzia; il lupo alla ferocia, alla minaccia; il leone
al coraggio, all’orgoglio, alla forza; l’agnello all’innocenza e alla purezza; il gufo alla
saggezza; il cavallo alla nobiltà e così via.
Rane o rospi o ranocchi, definiti da Jung “abbozzi di natura”, esseri imperfetti, un
po’ magici, da viscidi e sgradevoli si trasformano in principi avvenenti; e poi orsi,
ragni, cigni, corvi, per non parlare delle oche, che sono simbolo di saggezza, balia,
calore, affetto, maternità: la raccolta dei Racconti dei tempi andati (1697) di Perrault,
ha come sottotitolo proprio Racconti di Mamma Oca.
Ogni fiaba ha una sua ambientazione che crea
atmosfera e suggestione: il bosco, il castello,
il mare sono elementi simbolici ambientali
che indicano il viaggio, il passaggio, il cambiamento,
la crescita, l’espiazione, il pericolo, ma anche
il rifugio e soprattutto il mistero.
Per Bettelheim il bosco rappresenta l’inconscio, l’ignoto, le paure, il cammino di
trasformazione; l’attraversamento del bosco è un evento generalmente traumatico
che, per Carl Rogers (psicologo statunitense, 1951), è il raggiungimento del vero sé
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poiché coincide con il momento della profonda introspezione che mette in contatto
il protagonista con le proprie emozioni. Similmente, gli studi folklorici parlano di rito
di passaggio, cioè il necessario affrontare i propri timori attraversando lentamente
la boschiglia prendendo confidenza con ogni aspetto della natura, essendo questa
un’esperienza al contempo emotiva e cognitiva.
“Il drago non è altro che la forza sessuale, il castello è il corpo dell’uomo. In tale
castello sospira la principessa, cioè l’anima che la forza sessuale mal dominata
tiene prigioniera. Il cavaliere è l’ego, lo spirito dell’uomo e le armi di cui si serve
per vincere il drago rappresentano i mezzi di cui lo spirito dispone: la volontà,
la scienza per dominare la forza sessuale ed utilizzarla (…) Una volta dominato
il drago diventa il servitore dell’uomo”, scrive Omraam Mikhaël Aïvanhov ne La
forza sessuale o il drago alato. Spesso nelle fiabe un drago minaccia la dimora di
un re, in altri contesti protegge il castello che in un luogo altro rappresenta lo
specchio del nostro subconscio. Il castello è il posto dove nascondere le ansie
ed il problemi.
Qui si ritira la principessa smarrita, qui viene rinchiusa e allontanata dal mondo.
Nei racconti popolari, le torri fortificate mostrano la maestosità dei saloni, dei drappi
di velluto rosso alle enormi vetrate (simbolo di apertura della mente che contiene
impulsi di cui non si è consapevoli), dei dipinti alle pareti che raffigurano scene
di caccia o di convivialità, delle infinite scalinate che portano a sotterranei dove le
streghe preparano le loro pozioni malefiche.
Il castello è un luogo lontano nel tempo e nello spazio, posizionato su alture da cui
tutto si domina (segno di potere assoluto), isolato da fossati il cui solo accesso è
un ponte di legno (metafora della volontà e della lotta), e da un labirinto nel quale
perdersi (simbolo della follia, rappresentazione simbolica dei meandri della mente
umana).
È la prigione perfetta (Raperonzolo) dell’Io che indica solitudine e paranoia (Barbablù),
costruzione inespugnabile e pericolosa che cela trappole e segreti.
Ma può essere anche un luogo di protezione, di allontanamento ed estraniamento
(Il mostro, La bella e la bestia, due versioni della stessa storia).
Racchiude in sé l’idea del viaggio (partenza-ricerca-rggiungimento) dell’uomo che
incontra la propria coscienza. La luce delle candele o delle fiaccole (trasformazione
e purificazione) deforma le immagini e simboleggia la luce interiore che illumina
la mente, domina il silenzio che incute timore ma pacifica l’animo favorendo la
consapevolezza.
Il fuoco è un altro importante elemento simbolico che troviamo sia all’interno di
castelli (Cenerentola), in caminetti, focolari e fiaccole, sia all’esterno in forma di falò.
Ha svariati significati: purificazione, distruzione, rinascita (il vecchio brucia per far
nascere il nuovo; l’araba fenice), forza, rito propiziatorio e rito di passaggio.
Nella fiaba siciliana Grattula beddattula, raccolta da Giuseppe Pitrè, l’elemento di
purificazione da fuoco diventa addirittura zolfo e quindi va da sé un accostamento
fuoco-diavolo-inferno-peccato.
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Una fiaba, poi, non è tale senza il supporto di oggetti magici che conferiscono
potere utile per una trasformazione o una risoluzione: l’anello, l’amuleto, il pettine,
la scopa, la bacchetta magica, la zucca, la scarpetta di cristallo, piume, fischietti,
specchietti, il tappeto volante,...
Alcuni oggetti possono assumere significato negativo, basti pensare al fuso: simbolo
femminile di pazienza e creazione che, per analogia con l’ago e la spina, diventa uno
strumento pericoloso. Il fuso che punge e porta in superficie il sangue o provoca un
lungo sonno (Fata piumetta, La bella addormentata nel bosco/ Rosaspina), la spina conficcata
nel dito, sulla testa o dietro l’orecchio (La colomba) sono immagini ricorrenti.
Un ruolo d’onore ha lo specchio magico o fatato.
Oggetto raro e pregiato alle sue origini, perciò simbolo di lusso (di solito lo possiedono
principi o regine), produce una magia in sé, quella di riflettere e mettere
l’umano davanti alla propria immagine senza filtri, restituendo la pura verità: il
riflesso porta un messaggio diverso a seconda di chi si specchia, l’eroe avrà indietro
un consiglio, mentre la regina, elegantemente agghindata, vedrà la strega
che in realtà è. Lo specchio può consolare, punire, accusare, consigliare, aiutare,
impaurire, rimproverare, premiare. È una finestra sull’animo o sugli accadimenti
umani, ad esempio ne La bella e la bestia permette alla ragazza di vedere prima ciò
che accade al padre e poi la sofferenza della bestia senza di lei, così da avvicinare
la risoluzione della storia.
Il sangue, immagine di vita, morte, passione, trasformazione (simbologia mestruale),
peccato è associato spesso alla violenza, al male, alla battaglia, ma rappresenta
anche la forza vitale, la purezza, la rinascita. Non è raro l’accostamento del colore
rosso al bianco, il sangue e la purezza (Bianca come la neve, rossa come il sangue,
Bianca come il latte rossa come il sangue – versioni popolari –; L’amore delle tre melagrane
– fiaba abruzzese raccolta da Calvino in Fiabe italiane –; Biancaneve – raccolta
dai fratelli Grimm). Il bianco rappresenta anche innocenza, candore, nobiltà e morte
(il sonno profondo), mentre il rosso è il sangue vitale, la sofferenza, il mestruo,
la morte violenta (la mela rossa avvelenata). I due colori indicano il ciclo della vita,
la completezza, l’equilibrio (yin e yang) e i principi freudiani di Eros e Thanatos.
Le fiabe in generale si influenzano e contaminano, fanno più volte il giro del mondo,
ma alcune culture presentano una letteratura fiabesca con caratteristiche proprie
e peculiari. Ce ne sono svariate. Ad esempio in Giappone questo tipo di racconto
inizia a diffondersi oralmente nel 1550 ed alla fine del XVII secolo si propaga in
libretti. Il massimo splendore lo raggiunge nel 1764 con Momotaro (il figlio della
pèsca), storia di un ragazzo trovato all’interno di una gigantesca pèsca raccolta
dall’acqua di un fiume da una donna che non poteva avere figli (in una più antica
versione la donna e il marito, cibandosi della pèsca, ringiovaniscono e quindi riescono
a concepire), perciò simbolo di fertilità.
Questa fiaba viene riproposta nel XX secolo in forma letteraria ed indirizzata ad
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un pubblico infantile, dato che il personaggio principale è un ragazzino coraggioso
amico degli animali. Quando viene inserita tra i libri di testo delle elementari,
Momotaro subisce un’ulteriore lettura e diventa difensore di valori militari e nazionalistici
e questo è un esempio di come le fiabe cambino negli anni e si adattino
allo spirito del tempo.
LIETO FINE
“Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono.
Perché i bambini lo sanno già.
Le favole dicono ai bambini che i draghi possono
essere sconfitti.”
Gilbert Keith Chesterton
Come visto, la fiaba si presta fortemente all’interpretazione psicologica: l’analisi di
archetipi e simboli porta inevitabilmente a origini, risvolti, funzioni e rivelazioni di
stampo psichico.
Gli stessi nomi di studiosi citati sono sì letterati e filosofi ma anche e soprattutto
psicologi e psicanalisti.
E il punto di partenza è come sempre quello di Freud (sogno) e Jung (archetipo).
I sogni provocati dal timore, dall’angoscia, dal desiderio represso, si concretizzano
in avventure ed in personaggi fantastici. Tali situazioni irrazionali possono aver luogo
tanto nei sogni, quanto nei racconti popolari. L’archetipo è invece un’immagine
primordiale di comportamento presente in noi, che si sviluppa progressivamente;
gli archetipi presenti nelle fiabe sono la prima forma di apprendimento sociale.
Se la fiaba nasce per un pubblico adulto, prima in forma orale e poi scritta, con tematiche
anche molto forti come lo stupro, l’incesto, la violenza e la cattiveria anche
genitoriale (Il principe Ranocchio e Rapunzel sono decisamente fiabe d’iniziazione
sessuale; Biancaneve in origine presenta una madre, che poi diventerà matrigna,
che chiede cuore e polmoni della figlia di sette anni per condirseli con pepe e sale
e, nel finale, non è il principe a risvegliare la ragazza con un casto bacio, ma uno dei
servitori con una botta sulla schiena), più recentemente il target d’ascolto diventano
i bambini, quindi avviene una rilettura psico-pedagogica di elementi strutturali
classici che vengono a spiegare problemi come crescita e formazione, il rapporto
con i genitori, le relazioni sociali. Già i Grimm, nelle loro sette versioni de Le fiabe
del focolare, ne approntano una con solo cinquanta fiabe intitolata Erziehungsbuch,
cioè libro educativo: rivolgendosi esclusivamente ai bambini, eliminano le note
filologiche e puntano sulla poesia, sul meraviglioso della natura, sulla necessità
di trasmettere alle nuove generazioni le vecchie storie prima che scompaiano.
Calvino stesso, delle duecento fiabe italiane, ne pubblicherà poi diverse riduzioni
ad uso e consumo dei più piccoli.
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Oggigiorno il pericolo più evidente è che si cerchi di edulcorare troppo i fondamentali
della fiaba, raggirando questioni di sofferenza, depurando scene macabre e
violente, eliminando la malvagità e cambiando di ruolo personaggi con una specifica
funzione. Ad esempio nella fiaba di Pinocchio (Carlo Collodi), è quasi sempre
tagliato il funerale della fata turchina, uccisa dal cattivo comportamento del
bambino e portata in corteo da grossi conigli neri, scena con lo scopo educativo di
scoraggiare i piccoli lettori dalla disubbidienza; similmente, in Cappuccetto Rosso
(ma anche ne I tre porcellini), il lupo è fortemente riabilitato, si pente alla fine della
fiaba e non viene ucciso né squartato dal cacciatore, invitato invece al banchetto
finale, in virtù di un ideale animalista fuori contesto. Si privilegia un lieto fine universale,
spesso esasperato, che è tutt’altro che educativo e tendente a sottovalutare
le capacità di giudizio dei bambini.
“Una lotta contro le gravi difficoltà della vita è inevitabile, è una
parte intrinseca dell’esistenza umana, soltanto chi non si ritrae
intimorito ma affronta risolutamente avversità inaspettate
e spesso immeritate può superare tutti gli ostacoli e alla fine
uscire vittorioso.” Bruno Bettelheim, 1975
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Le immagini degli sfondi
di questo articolo sono
tutte tratte da La biblioteca
fantastica, vol. 7, Fabbri, 1983.
Autori: Uma per La guardiana
delle Oche, Ferri per I tre
nanetti del bosco e Pinardi
per Fata piumetta
NARRATORI e CHIUSURE
La fiaba desta meraviglia, sorpresa, stupore, magia e prodigio ne sono assi portanti,
ci fa evadere da una realtà che non ci piace e al contempo ne evidenzia problemi,
sentimenti ed aspirazioni. Importante è chiaramente la voce narrante, la penna dello
scrittore (dai Grimm ad Andersen, da Calvino a Perrault, da Basile a Straparola) è
come il tono usato da vecchie favolatrici e favolatori (soprattutto in Russia), le nostre
nonne ad esempio, come la nonna Lucia di Giuseppe Pitré, o la nonna di Carducci
rievocata in Davanti a San Guido:
“— Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:
Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare. —”
Se la formula d’apertura è quasi sempre la stessa, “C’era una volta” (cui seguono
solitamente subito la vaghezza del luogo e le composizioni familiari, generalmente
di vedovi con una figlia, orfani affidati a una matrigna, vedove povere con due figlie, a
dimostrazione che alla base di tutto, per quanto disfunzionale, c’è la famiglia), la storia,
“cammina cammina” fino a raggiungere una sua chiusura, diversa da luogo a luogo,
da narratore a narratore, da dialetto a dialetto: più fedeli al retaggio orale sono frasi
come “Stretta è la foglia, larga è la via/ dite la vostra che ho detto la mia”, o “Fece tante
nozze/ Lo diavolo stròzze” (marchigiana); più diffuso è il classico “E vissero tutti felici e
contenti” ma anche questo è frutto di una rivisitazione inzuccherata e standardizzata
degli ultimi decenni, precedentemente prevalevano frasi meno entusiaste come “e
vissero fino alla loro morte” o “e se non sono morti, allora vivono ancora oggi”.
La fiaba, quindi, viaggia nel tempo, assorbe i cambiamenti sociali e ne ingloba princìpi
guida e morali, ma si distanzia sempre più dalle sue lontane origini di racconto orale,
fatto per passare di bocca in bocca, di luogo in luogo, per spiegarci (adulti o bambini),
che le leggi che governano il mondo sono sempre le stesse, universali: che la vita e
dura, che il buio fa paura, che affrontandolo si cresce, che ci sono aiuti e affetti disseminati
ovunque, che non sempre c’è un lieto fine ma che il lieto fine è una possibilità,
per la quale dobbiamo lottare con coraggio.
“L’arte di narrare storie è sempre quella di saperle rinarrare ad
altri.” Walter Benjamin, da Angelus Novus
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GRAZIA PAGLIARICCIO
MARTA SILENZI
Il femminile
nella fiaba
ARCHETIPI FEMMINILI E
RAPPRESENTAZIONI FIABESCHE
Grazia Pagliariccio
“Le fiabe permettono di analizzare
l’anatomia comparata della mente
perchè sono l’espressione più pura
dei processi psichici dell’inconscio
collettivo.”
Carl Gustav Jung
Nella fiaba, i personaggi, anche se
poco definiti, corrispondono a ciò
che Levy Bruhl (1857-1939, filosofo,
antropologo, etnologo francese)
chiama “rappresentazioni collettive”,
questo perchè le immagini archetipe
alla base della fiaba hanno attinenza
stretta con la vita pratica, con gli
accadimenti che, pur calati nel
contesto socio-storico, riguardano
in generale ogni essere umano.
Per Jung gli archetipi presenti
nelle fiabe sono la prima forma di
apprendimento sociale e Marie-
Louise von Franz (1915-1998), sua
allieva, spiega come la fantasia
popolare segua una direzione
precisa: l’inconscio, lasciato quasi
libero d’inventare i temi, porta in
superficie archetipi che trovano
istintivamente il loro giusto nesso
con la realtà.
Ad esempio passaggi misteriosi
o inspiegabili di certe fiabe
corrispondono all’affiorare di
questi archetipi, come una nascita
miracolosa (Rosaspina) o elementi
magici (Rapunzel) che presentano
aspetti irrazionali collegati a
contenuti psichici.
In particolare la psicanalista analizza
le cause dei comportamenti femminili
studiando le donne nelle fiabe, che
l’autrice paragona a storie moderne
di vita, traendone osservazioni
psicologiche interessanti. Prende
in considerazione le responsabilità
individuali, la depressione, i
complessi materni che creano
caratteri femminili dalle reazioni e
condotte molteplici e complicate; la
solitudine e la mancanza d’amore
nei primi anni di vita che, sommate
all’ingenuità, all’inconsapevolezza
e all’incertezza, generano figure
aggressive e dagli atteggiamenti
meschini.
Von Franz parla di donna, ma anche
dell’elemento femminile nell’uomo,
perchè la saggezza delle fiabe guida
verso un’analisi esaustiva di certi
comportamenti umani che sono
sempre intrecciati.
La principessa, ad esempio, indifesa
ed ingenua, mette in luce un
contegno lineare di bontà, si lascia
trascinare facilmente nel baratro,
viene aggirata, fatta prigioniera,
isolata per poi essere liberata da
un eroe, colui che la protegge, la
preserva dai mali e la domina ma
non per sempre, perché la mente
si ribella: la principessa muta pelle,
supera gli ostacoli, va avanti da sola
o trova aiuto nell’affine, lotta contro
l’elemento maschile che per secoli
ha imposto la sua superiorità ed
approda ad un retaggio di stampo
femminista.
La strega, invece, metafora della forza
magica e dell’inganno, è il femminile
non fragile che controlla, soggioga,
padroneggia ma inevitabilmente
viene fermato e punito.
La fata è l’elemento magico
incarnato, è la forza psichica istintiva
che si manifesta nelle difficoltà e
risolve, reagendo d’impulso, certe
difficili situazioni.
Gli archetipi, in quanto modelli
ancestrali universali di intuizione e di
pensiero, rappresentano l’inconscio
e come immagini primordiali
riaffiorano nei sogni e nelle fiabe. Da
qui il diretto rapporto tra i due ambiti
e il conseguente studio effettuato
dalla moderna ricerca psicologica.
Il femminile nella fiaba (M.L.Von
Franz, 1983), è precursore di un
meraviglioso libro come Donne
che corrono coi lupi (Clarissa
Pinkola Estés, 1989), entrambi testi
significativi e profondi capaci di
spezzare preconcetti e barriere*.
La Estés (1945, scrittrice, poetessa
e psicanalista statunitense) ci
narra di una vecchia che vive in un
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luogo nascosto dell’anima che tutti
conoscono ma che pochi hanno visto
(nelle fiabe dell’Europa orientale
pare in attesa di chi si è perduto): la
Huesera, donna delle ossa, la Trapera,
raccoglitrice, la Loba, donna lupo. Nel
sud-est l’archetipo della vecchia è la
Que sabe, colei che sa.
“La strega dei Ranchos sa tutto
sulle donne perchè le ha create
da una piega sulla pianta del
suo piede divino. Ecco perché le
donne sono creature che sanno;
sono fatte in essenza della pelle
della pianta del piede, che sente
tutto”. La Loba raccoglie le ossa di
lupo che rappresentano l’aspetto
indistruttibile dell’io selvaggio.
“La donna selvaggia è forza
inafferrabile e inimitabile che porta
un dono di idee; si vede nei simboli
delle storie della letteratura, della
poesia, della pittura, della religione”.
Il femminile è inteso quindi come
forza psichica potente, istintiva,
creatrice, ferina, materna, una
forza che libera dalle catene di
un’esistenza non conforme ai bisogni
più autentici e corre con il proprio sé.
*Per un appofondimento sulle due
autrici: Marie Louise Von Franz (Le
fiabe interpretate, 1980; Il femminile
nella fiaba, 1983; Alchimia, 1984; L’asino
d’oro, 1985; L’individuazione della fiaba,
1987); Clarissa Pinkola Estés (Donne
che corrono coi lupi, 1989; Storia delle
donne selvagge, 2008)
TUTTE LE DONNE DELLA FIABA
Marta Silenzi
La questione del femminile nelle
fiabe naturalmente non riguarda
soltanto approfondite interpretazioni
psicologiche e indagine archetipica.
La donna è una figura interna ed
esterna alla fiaba.
Per quanto a lungo dimenticate,
per la solita storia del predominio
patriarcale operato dalla società in
questo come in altri ambiti, sono
tante le favolatrici, raccoglitrici di
fiabe, scrittrici e studiose che hanno
lavorato attorno a questa materia,
e sono ovviamente tanti i caratteri
femminili presenti nelle fiabe stesse.
Tra le raccoglitrici si possono citare
Laura Gonzenbach (scrittrice
ed etnologa messinese, grande
trascrittrice di fiabe siciliane narrate
da donne), Rachel Busk (inglese poi
trasferita a Roma, autrice di libri
di folklore), e Nannette Lévesque
(francese, analfabeta, dotata di
memoria prodigiosa, che fornisce
molte fiabe della montagna a Victor
Smith che poi le trascriverà).
Ma non ci sono solo narratrici orali
delle fiabe, anzi, in Francia, tra 1690
e 1705 (periodo della prima ondata
di fiabe) il successo del genere è
proprio ad opera delle scrittrici, una
fra tutte Marie-Catherine d’Aulnoy,
nota come Madame d’Aulnoy, cugina
di Perrault, cui si deve l’espressione
francese “conte de fées”, cioè
racconti di fate, da cui deriva il “fairy
tale” anglosassone. Molto celebrata
è invece Božena Němcová, scrittrice
ceca che in patria ha ricevuto
addirittura statue e un’effige sulle
banconote, autrice del romanzo La
nonna e di molte raccolte di fiabe tra
cui Il principe Bajaja.
Basta poi anche solo sfogliare le più
note raccolte di fiabe per accorgersi
della larga presenza di personaggi
femminili che sembrano in qualche
modo tutti collegati, come le tante
sfaccettature della donna, che
ancora oggi è fata, madre, matrigna,
strega, vecchia in cerca della perduta
gioventù a seconda dall’angolazione
cui la si guarda, a seconda del valore
e dell’insegnamento che si vuole
trasmettere e di come è funzionale
alla storia. Lontane dalla potente
rilettura odierna in cui le principesse
mescolano caratteri femminili a quelli
maschili di guerriere, condottiere
e reali tessitrici dell’intera storia,
le donne, nelle fiabe classiche,
sono spesso delle vittime, di altre
donne o di uomini, nei boschi, nei
castelli o negli ambienti familiari,
vengono chiuse nelle torri, sfruttate
144/PAGINE/note
Le immagini degli sfondi
di questo articolo sono
tutte tratte da La biblioteca
fantastica, vol. 7, Fabbri, 1983.
per duri lavori domestici nel corso
dei quali hanno incidenti per cui si
feriscono e cadono nei pozzi, cadono
nei laghi o cadono in sonni eterni;
sono quindi legate alla casa, alla
staticità, laddove il maschio viaggia,
cavalca, attraversa foreste, scala le
torri, scende in battaglia. Ma a ben
guardare, a guardare soprattutto le
fiabe originali, quelle che precedono
le riletture in chiave didattica, le
donne sono anche astute (Hansel e
Gretel), audaci e risolute (Raperonzolo,
che dopo giorni nascosti nella torre
col principe, finisce nel deserto a
partorire i suoi gemelli), certamente
sempre coraggiose.
Particolarmente interessanti sono
le cattive, che derivano da archetipi,
come detto sopra, ma che derivano
anche da miti e dee pagane,
dall’incrocio di conoscenza e diceria,
dalle storiche cacce alle streghe che
bollano come diaboliche esperte
di arti oscure donne povere che
vivono fuori dagli schemi, magari
isolate nei boschi, conoscitrici di
erbe e rituali folklorici. Tutto finisce
nelle fiabe tramandate oralmente, di
contaminazione in contaminazione,
e poi nelle fiabe scritte, con le cattive
che muoiono bruciate nei forni o
dentro i calderoni, coi piedi arrostiti
nelle scarpe, tutti scenari derivati da
reali accadimenti.
E ci sono naturalmente studiose
acutissime, come Marina Warner
(From the Beast to the Blonde: on Fairy
Tales and Their Tellers,1994; C’era
una volta. Piccola Storia della fiaba,
2014) e Maria Tatar (Spellbound:
Studies on Mesmerism and Literature,
1978; The Hard Facts of the Grimms’
Fairy Tales, 1987; The Fairest of
Them All: Snow White and 21 Tales
of Mothers and Daughters, 2020),
che hanno analizzato i contesti
culturali di partenza, hanno sondato
i cambiamenti sociali, hanno letto,
analizzato e paragonato a partire da
nonne oche, berte filatrici e vecchie
fate in grado di far scendere piume di
cuscino per imbiancare le città.
145/PAGINE/note
CHIARA RIVA
Due fiabe per adulti
Valle Vigezzo, il bosco a sud.
Foto di Marcello Francone
146/PAGINE
C
osa definisce una fiaba? Gli esperti delle più varie discipline, dalla
narratologia alla semiologia, dalla psicologia, all’antropologia, alla
linguistica, hanno provato a spiegare questo antico genere letterario.
La fiaba è la prima verbalizzazione di una realtà complessa, ha
“natura ibrida, prende in prestito, sfrutta e si nutre di innovazioni
della narrazione di storie basate su altri generi semplici” (Jack
Zipes, La fiaba irresistibile, Donzelli Editore). È un’interpretazione del mondo che
“attraverso immagini fantastiche suggerisce al bambino in forma simbolica in cosa
consista la battaglia per il conseguimento dell’autorealizzazione, e garantisce un
lieto fine” e ha a che fare con le nostre dinamiche psichiche interiori che coinvolgono
Es, Io e Super-io (Bruno Bettheleim, Il mondo incantato, Feltrinelli). È una struttura
composita e multiforme dove ogni accadimento o personaggio possiede una propria
funzione, dove si ripetono stilemi, moduli, schemi (Vladimir Propp, Morfologia
della fiaba, Newton Compton). Si informa spesso su antichi miti e credenze, ma si
lega anche all’origine del linguaggio e alla disposizione “tutta umana a comunicare
esperienze importanti”, in maniera memetica, emotivamente impattante, tramite
metafore. L’uomo usa il linguaggio per dominare la realtà, e la miglior forma per
farlo è utilizzare la sua unica e peculiare capacità di narrare storie, di creare altri
mondi. Perché l’uomo vive per raccontare storie, e la fiaba ne è un archetipo, che
per primo ha assolto efficacemente e meravigliosamente a questa funzione.
A volte, però, ci sono fiabe che sembrano scardinare queste definizioni.
Non possiedono tutte queste caratteristiche, ma solo alcune.
Non nascono per rivolgersi ai bambini ma agli adulti, anche se parlano di infanzia
e in qualche modo dall’infanzia derivano.
Non traggono le loro origini da una tradizione mitologica, ma dalla Storia, o dalle
antiche tradizioni. E non sempre hanno un lieto fine.
Eppure, leggendo, lo riconosciamo: sono lo stesso, inequivocabilmente, delle fiabe.
AGOTA KRISTOF
Trilogia della citta’ di K.
C’era una volta una scrittrice che, nata nel 1935 in un piccolo paese dell’Ungheria,
fu costretta ad abbandonarlo nel 1956 con il marito e una bambina di quattro
anni, in seguito all’invasione della nazione da parte dell’ex Unione Sovietica. Riparò
in Svizzera, nel paesino di Neuchâtel; negli anni Settanta, mentre conduceva in
una fabbrica di orologi un lavoro grigio e monotono, si mise a imparare la lingua
francese. L’appropriarsi di questa stessa lingua “nemica” le consentì di superare il
trauma dell’abbandono del suo Paese e della sua famiglia, e il conseguente senso
di sradicamento culturale; le permise di tornare al suo grande amore, la lettura –
in una realtà geografica in cui non avrebbe comunque più potuto praticare la sua
lingua natale, l’ungherese –, ma soprattutto le consentì di praticare nuovamente
147/PAGINE
la scrittura. Fu quindi proprio in francese che compose le sue prime pièce per
il teatro e la radio e, tra gli altri lavori, tre romanzi che andarono a comporre la
trilogia per la quale è diventata famosa. Morì nel 2011, senza essere più tornata in
Ungheria. Questa, in breve, la storia di Agota Kristof, che lei stessa decise di narrare
nelle poche ma commoventi pagine della sua autobiografia dal significativo titolo
L’analfabeta (Edizioni Casagrande, 2005). In questo illuminante racconto autobiografico
si capisce anche molto di ciò che c’è dietro la stesura della Trilogia della città
di K.: oggi l’opera è pubblicata da Einaudi e riunisce in un unico volume quelle che
in realtà sono nate inizialmente come opere singole, e che solo a un certo punto
nella mente dell’autrice si sono trasformate in una trilogia di storie collegate tra
loro. Il grande quaderno (1986), La prova (1988), e La terza menzogna (1991), che la
compongono, hanno caratteristiche distintive, soprattutto il primo titolo presenta
aspetti del tutto peculiari rispetto agli ultimi due. Il primo volume è infatti, a tutti gli
effetti, una fiaba: una fiaba straniante, nera, dal periodare secco, ridotto all’osso, col
ritmo “di una marionetta impazzita”. La prima cosa che colpisce è il narratore: una
prima persona, ma plurale. I protagonisti sono due gemelli, i cui nomi vengono svelati
in seguito (Lucas e Klaus). La storia comincia quando, in un Paese innominato,
in un’epoca imprecisata, i due fratelli vengono lasciati dalla madre in custodia alla
nonna, una vecchia contadina che tutti chiamano “la Strega” e che vive nella Piccola
Città di K ai margini della foresta. Nel Paese, e più in particolare nella Grande
Città da cui provengono i protagonisti, imperversa la guerra e i due bambini, dotati
di un’intelligenza fuori dal comune, vivono per diversi anni con la nonna fino alla
morte di quest’ultima, crescendo come selvatici, tra duro lavoro, esercizi di privazione
e prove di resistenza, ma allo stesso tempo senza rinunciare a un’istruzione
da autodidatti e riportando fedelmente tutto quanto loro accade, in modo asettico
ed epurato da qualsiasi interpretazione personale, sul “grande quaderno” che dà
titolo al romanzo. Per anni vivono in simbiosi, pensano come un’unica mente, parlano
con un’unica voce (da qui il Noi narrante), agiscono e rispondono all’unisono
ai vari personaggi che incontrano nel corso della narrazione, fino a quando, dopo
la morte della Nonna, uno di loro oltrepassa la frontiera e i due si separano.
Da qui parte la storia de La prova, il secondo romanzo della trilogia: questa volta
il narratore è Lucas, il fratello che è rimasto nella foresta, che racconta gli eventi
occorsi e i nuovi incontri fatti nel periodo di tempo (dai 15 ai 30 anni circa) in cui
cerca di sopravvivere all’assenza del gemello. Anni di smarrimento, depressione
e di grigiore esistenziale in cui l’unico a dare un nuovo senso alla sua vita sembra
essere rimasto il piccolo Mathias, un bambino nato deforme che Lucas cresce con
sé dopo l’abbandono della madre. Pochi anni dopo che il bambino, in seguito a una
sfortunata circostanza, si suicida, Lucas sparisce. Passano altri anni e nel Paese ritorna
improvvisamente il fratello Claus, ormai cinquantenne: la prova di separazione
e silenzio totale, simile agli esercizi che svolgevano durante l’infanzia, ma ben più
dura e crudele, ormai è finita. Vecchio e malato, Claus afferma di voler solo rivedere il
fratello. Di nuovo, ricompare in mano a Claus il famoso quaderno: in un post scriptum
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finale, le guardie della Città di K, che glielo hanno sequestrato, mettono in dubbio che
degli 8 capitoli di cui si compone il libro, 7 siano stati scritti da Lucas e solo l’ultimo
da Claus, sostenendo che invece la storia sia interamente opera di un unico autore.
Siamo ora al “terzo atto”, per usare una metafora teatrale, e allo svelamento del
dramma (una sorta di agnizione finale): La terza menzogna, differenziandosi ancora
dai primi due titoli, consta di una prima parte in cui il personaggio che conosciamo
come “Claus” (ma che in realtà scopriamo poi essere Lucas) narra in flashback la
sua vera storia, dagli anni trascorsi da bambino in ospedale in seguito a una non
ben precisata malattia, al tempo in cui torna nella città di K alla ricerca del gemello;
e una seconda parte in cui la voce narrante cambia di nuovo e l’altro fratello
Klaus (con la K) finalmente ritrovato da Claus/Lucas, svela il tassello mancante
nella storia familiare che diede il via alla separazione dei due gemelli, avvenuta in
modi completamenti diversi da quelli che finora ci erano stati narrati. La realtà del
racconto così come la conoscevamo viene dunque nuovamente ribaltata, in un
gioco di scambi di persona, di assonanze di nomi, di recite, di menzogne vendute
per verità che non hanno però niente di consolatorio, e nell’invenzione di un’anti-realtà,
di un altro mondo che non promette nessuna speranza se non quella di
esorcizzare, forse, un dolore mai sopito attraverso l’uso della scrittura. Perché? E
come questo avviene?
149/PAGINE
L’origine profonda dell’operazione della Kristof la possiamo forse leggere, riassunta,
in un passo all’inizio del terzo libro. Claus è in prigione (non staremo qui
a spiegare perché) e cerca di dare una risposta alla sua affittuaria che, venuta a
fargli visita con i fogli e le matite come da sua richiesta, gli chiede perché scriva e
se scriva “cose vere o cose inventate”:
“Le rispondo che cerco di scrivere delle storie vere, ma, a un
certo punto, la storia diventa insopportabile proprio per la sua
verità e allora sono costretto a cambiarla. Le dico che cerco
di raccontare la mia storia, ma che non ci riesco, non ne ho il
coraggio, mi fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo
le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che
accadessero.”
E poi ancora:
“Un libro, per triste che sia, non può essere triste come una
vita.” La terza menzogna, p. 273
“La cosa certa è che avrei scritto,
in qualsiasi posto, in qualsiasi lingua.”
L’analfabeta, p. 40
Di cos’altro si sarebbe potuta servire una donna con un’innata propensione per la
scrittura fin da bambina, se non di una storia di finzione in cui traslare la sua storia
vera? Klaus/Lucas sono Agota Kristof: in tutto il romanzo c’è un’identificazione tra
il piano della narrazione finzionale dei personaggi e il testo scritto che il lettore
scopre man mano, proseguendo nella lettura: i capitoli titolati del primo libro sono
quelli del grande quaderno dei due bambini, con le stesse frasi brevi e lo stesso
stile paratattico che utilizzerebbe uno studente delle scuole elementari; gli otto
capitoli del secondo libro coincidono con quelli del manoscritto redatto da Claus
e sequestratogli in prigione. Ritorna ripetutamente in tutti e tre i romanzi il tema
della scrittura: si materializza sottoforma di oggetti come quaderni, matite, dizionari,
persino nella Bibbia, la Storia per antonomasia. Si incarna in personaggi come
quello della bibliotecaria Clara, del libraio Victor; si declina di volta in volta in forma
di sogno, di menzogna, di storia nella storia. Come quella raccontata sempre da
Victor, che ne La prova è talmente ossessionato dall’idea di portare a compimento
il suo romanzo da arrivare persino a commettere un omicidio. Le sue parole danno
evidentemente voce al pensiero dell’autrice: “Sono convinto, Lucas, che ogni essere
umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro
mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non
ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia”.
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1 Per la figura della
Babayaga, si veda
il capitolo IV “La
strega come fata/La
fata come strega: le
insondabili Babayaga”
in Jack Zipes, La fiaba
irresistibile, Donzelli
Editore, pp. 77-108.
Esiste probabilmente un elemento catalizzatore nella vita che trasforma la voglia
potenziale di scrivere in atto compiuto, ci fa prendere in mano la penna o accendere
il computer e ci porta a riempire pagine bianche. Nel caso della Kristof, questo elemento
detonatore è stato senz’altro la separazione dal suo Paese e dai suoi affetti a
causa della guerra. In L’analfabeta leggiamo: “Ho lasciato in Ungheria il mio diario della
scrittura segreta, e anche le mie prime poesie”. C’è già tutto il suo dolore in questo
abbandono forzato delle pagine scritte nella sua infanzia e adolescenza. Il diario della
scrittura segreta è “il grande quaderno”, il ricordo dell’infanzia che le è stata sottratta
è lo stesso dei due protagonisti del suo romanzo, gli esercizi di silenzio, di immobilità,
di digiuno, di cecità, di autopunizione che si autoinfliggono i due fratelli riprendono
quelli – scopriamo ne L’Analfabeta –, che praticava per gioco (e sicuramente non in
modo così autopunitivo) con il fratello e un’amica. E non a caso, i protagonisti del
romanzo sono due gemelli: intriganti e inquietanti perché simbolo di scissione, di
un’identità sdoppiata, di un’unione impossibile, topos della letteratura, del folklore (si
pensi a tutte le fiabe con protagonisti due fratelli) ma anche dell’arte e della fotografia.
Quale dolore può essere quindi più esacerbante di quello vissuto da un fratello
costretto dal destino a separarsi dal proprio gemello? L’iconicità della gemellanza,
che si riflette nel gioco di specchi e di disinganni su cui tutto il libro è costruito, ci
rivela già che siamo entrati nel territorio del fiabesco, la forma con cui l’autrice ha
confezionato il primo libro. Un fiabesco un po’ sui generis, d’accordo, ma pur sempre
tale. Ricordiamo che la fiaba è la Storia per antonomasia, la sua quintessenza, è
“l’abbellimento”, la struttura di cui l’autrice si è servita per rielaborare e rinarrare le
sue esperienze. Da cosa riconosciamo che Il grande quaderno è una “fiaba”, seppure
per adulti? Oltre al più evidente annullamento delle coordinate temporali – quando
è ambientata la storia? Non ci vengono date indicazioni – e spaziali – la toponomastica
si riduce all’opposizione tra la Grande Città, luogo da cui provengono i bambini
con la Madre, e la Piccola Città dove giungono presso la Nonna –, il racconto è pieno
di archetipi letterari fiabeschi. A cominciare dalla figura della Nonna-Strega, brutta
sporca e cattiva ma con un residuo di umanità profondissima che non può non commuovere,
una contadina che alla fine a sorpresa dimostrerà di tenere ai nipoti più di
quanto potessimo immaginare e di voler difendere la sua modesta proprietà dalla
furia della guerra. Può ricordare la figura della Babayaga, 1 figura ambigua a metà
tra la strega, la madre e la fata tipica del folklore dell’Europa dell’Est, espressione di
un’umanità residuale che a prima vista suscita repulsione ma in realtà si oppone ai
cambiamenti di un’epoca in rivolta per difendere con generosità ciò che di selvatico
e primitivo resta nel mondo, ultima paladina di una cultura della tradizione.
La Nonna Strega e i due nipoti vivono ai margini di una foresta e vicino a una frontiera,
quella che uno di loro passerà alla fine del libro, e che richiederà in sacrificio la morte
di un’altra persona (il Padre, che saltando su una mina permetterà a Claus/Klaus di
arrivare indenne dall’altra parte). La foresta, la frontiera, il sacrificio, la stregoneria
(della Nonna) sono luoghi e metafore che Propp nella sua Morfologia della fiaba lega
agli antichi riti di iniziazione a cui nelle società primitive erano sottoposti i giovani
151/PAGINE
2 https://www.
raiplaysound.it/
audio/2020/07/
WIKIRADIO---195129gota-
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adepti che, giunti alla maturità sessuale, erano iniziati a una sorta di tirocinio magico
e dovevano affrontare prove di una crudeltà che oggi non potremmo concepire nella
nostra ottica di “civilizzati”, per essere accettati a pieno diritto come membri di una
tribù. Di questi riti le fiabe sono in molti casi trasfigurazioni letterarie, evolutesi nel
corso di lunghissimo tempo e rimodellate dalla tradizione orale. Anche la prospettiva
con cui vengono raccontati gli eventi è quella di uno sguardo infantile, anche se
un po’ anomalo: lo sguardo un po’ inquietante di due bambini intelligentissimi, che
nei loro esercizi di scrittura si impongono di narrare gli accadimenti in maniera più
neutra possibile, bandendo emozioni e opinioni personali. In qualche modo, con il loro
sguardo asettico, le loro risposte monocordi, il loro movimenti sincronizzati come
quelli di due burattini meccanici, sembrano rappresentare l’infanzia che si deve per
forza anestetizzare per difendersi dal mondo degli adulti: “noi non siamo protetti da
nessuno. Così impariamo a difenderci dai grandi.” E lo fanno reagendo con un loro
personalissimo, anche se spietato, senso della giustizia: non si risparmiano, infatti,
dal commettere un omicidio per punire una fantesca che si è comportata male, o dal
procurare la morte a una donna che chiede loro per pietà di porre fine alla sua vita.
L’infanzia di questa fiaba, più nera delle numerose scene notturne che punteggiano
tutta la trilogia (viene da pensare influenzate dal ricordo di quando, proprio di notte
e attraverso una foresta, l’autrice riuscì a passare il confine e a mettersi in salvo in
Austria), è quindi un’infanzia distopica e distorta, inquinata dal vento radioattivo della
Storia e dei suoi drammi. Perché nella fiaba entra prepotentemente la Guerra – sì,
con la G maiuscola –, anche se dietro le vicende, e consapevoli del passato dell’autrice,
riconosciamo i fatti della storia ungherese, l’invasione dell’ex Unione Sovietica e
la forzata sovietizzazione del Paese. Entra la Guerra, dicevamo, la guerra che hanno
voluto gli uomini, come un “gioco” dei grandi per creare eroi, vivi o morti non importa;
la Guerra che crea confusione nella gente, che non si capisce quando ha fine e da
chi è stata vinta. Infine la Guerra, con tutto il suo corollario di abbinamenti: il dolore,
il lutto, l’omicidio e il suicidio, il trauma dell’abbandono, la solitudine e il senso di vuoto
e grigiore esistenziale. Non si riesce a vivere, e non si riesce a riposare: lo stato
dell’insonnia cronica diventa metafora di questa condizione. Anche il sesso, questa
massima espressione del principio vitale, diventa disfunzionale: è una sorta di merce
di scambio che coinvolge anche i bambini (si pensi al rapporto dei due gemelli con
la fantesca oltre che con altri personaggi della storia con cui si prestano a scambi di
natura erotica), ma non esiste piacere, non esiste amore, o se esiste non può durare.
E alla fine, anche la riunificazione finale dei due fratelli, se anche avverrà di fatto, sarà
verbalmente negata da uno di loro, una implicita dichiarazione dell’autrice per cui
non c’è risarcimento possibile a quello che la Storia le ha fatto, e quello che è perduto
è perduto per sempre. L’unica soluzione per emanciparsi da questo dolore, come
si può ascoltare in un bel racconto della figura della Kristof di Gian Luca Favetto, 2 è
l’aver scambiato la sua natura apolide per l’appartenenza al Paese della letteratura.
Per questa bambina che a quattro anni sapeva già leggere, che già da piccola amava
inventare storie e raccontarle alla sua nonna, che a quattordici, nel silenzio del
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collegio-caserma in cui era costretta a vivere, scriveva sul suo diario in una specie
di lingua segreta, e che infine da adulta raccoglierà la sfida di un’analfabeta, quella
di comporre testi letterari in una lingua non sua; per questa bambina, ragazza e
poi donna, la sola forma di consolazione resta la scrittura, e in particolare quella
che sembra la più semplice delle narrazioni, ma che nella sua spontaneità, nella sua
natura primitiva, già contiene tutto:
Io scendo dal letto e dico alla nonna:
“Le storie le racconto io, non tu.”
Lei mi prende sulle ginocchia, mi culla:
“E racconta, racconta allora. Comincio con una frase, una
qualsiasi, e il resto si collega da sé. I personaggi appaiono,
muoiono o scompaiono. Ci sono i buoni e i cattivi, i poveri e i
ricchi, i vincitori e i vinti. È una cosa che non finisce mai […]”
Da L’analfabeta, p. 13.
NARINE ABGARJAN
E dal cielo caddero tre mele
La seconda “fiaba”, di natura molto differente dalla precedente, è opera di Narine
Abgarjan, scrittrice armena trapiantata in Russia, già autrice di fortunati racconti
per bambini. E dal ciel caddero tre mele è il titolo del suo primo romanzo, pubblicato
nel 2018 da Francesco Brioschi Editore. Si tratta anche in questo caso di un’opera
insolita, che si distingue subito e da subito seduce il lettore per le sue caratteristiche
peculiari.
In bilico tra storia e fiaba, descrive attraverso le vicende di vari personaggi la vita
del piccolo villaggio armeno di Maran; fuori dal tempo e dimenticato dagli uomini,
è situato sul fianco del monte Manish Kar, e solo una lunga quanto dissestata
strada lo unisce alla civiltà a valle; in una pressoché totale assenza di coordinate
geografiche e storiche, l’autrice registra la storia emotivamente toccante di questo
paesino il cui destino è segnato progressivamente da guerre e carestie di biblica
memoria, e il cui volto è persino sfigurato da un terremoto.
Senza più giovani né ricordi da tramandare, la comunità solidale di anziani che
lo abita – personaggi dai nomi, dalle usanze e dall’aspetto antichi –, si appresta
a invecchiare malinconicamente senza eredi e senza futuro; tra i suoi abitanti la
narrazione si focalizza sulla storia della bibliotecaria Anatolija, donna dal cuore
d’oro nonché unica persona istruita del paese, e del fabbro Vasilij, occhi “color
della cenere spenta, spalle larghe e due pugni enormi e invicibili”, che diventeranno
protagonisti di un evento tanto naturale quanto miracoloso che infonderà nel
paese una speranza di rinascita.
Per le figure di questi anziani del villaggio l’autrice ha affermato di essersi ispirata
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alle suggestioni e i ricordi d’infanzia legati ai nonni armeni, e più in generale alle
tradizioni del suo Paese: la stessa frase che dà il titolo al romanzo è una tipica
espressione del folklore locale con cui i vecchi terminavano il racconto delle antiche
fiabe, circonfuse di un alone di leggenda. Senso del magico, della spiritualità e
della fede rappresentano un importante polo tematico del romanzo e convivono
con l’altra sua anima, quella più storica e antropologica: un ulteriore esempio di
come un romanzo per adulti possa fondere in equilibrio e armonia componenti
folkloriche ed elementi presi dalla realtà.
Lo stile dell’autrice d’altronde si adatta con abilità a questi temi; da una parte
descrive le abitudini spartane e la faticosa routine quotidiana degli abitanti, ci
immerge abilmente nei profumi e nei sapori della cucina povera che non spreca
nulla, nei riti funebri e nelle preparazioni per le feste, con un occhio quasi da studiosa.
Dall’altra parte, la stessa scrittura cambia registro, divenendo quasi lirica e
poetica, quando intende rivelarci l’esistenza di un mondo nascosto che dialoga con
il mondo visibile in un’osmosi continua di messaggi dal cielo alla terra, dalla natura
alle persone, dall’aldilà ai vivi.
“Mentre il nipote raccontava […] sentì chiaramente il respiro
lieve dei cieli che scendeva sulla terra, spalancava le finestre,
si infilava dentro casa sua, univa le mani a culla, vi accoglieva
l’anima scintillante del pavone e di nuovo spiccava il volo, lasciando
dietro di sé un lieve profumo di mandorle e cannella,
oltre che una sensazione impercettibile e che poco si comprendeva,
ma di una bellezza infinita.“ E dal cielo caddero tre mele, p. 142
È in questi passaggi che il romanzo “respira”, animato dal senso dell’irrazionale
e dalla fede cieca in ciò che la mente umana non può pienamente comprendere
ma solo il cuore può cogliere: un’eredità che proviene dal realismo magico, quello,
per intenderci, di opere come Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez,
miglior incarnazione di questo movimento in letteratura, che Narine Abgarjan ha
affermato essere il suo romanzo preferito e che non a caso viene espressamente
citato nella narrazione. Maran è un’altra Macondo, un paese con un’anima e un
luogo dell’anima; gli animali (in particolare il misterioso pavone bianco, già citato
sopra) sono legati alle persone in un modo che non ci è dato spiegare, gli zingari
piombano sul villaggio regalando profezie, i defunti vengono in sogno a visitare
i propri cari quando c’è qualcosa di importante da annunciare, e i momenti del
giorno hanno significati ultraterreni, come l’enbaštì, le ore prima dell’alba in cui
succedono le cose e gli angeli della Morte, sottoforma di colonne blu, vengono a
prendersi le anime.
Gli stessi abitanti appaiono a volte come esseri così lontani dalla civiltà, e così
“antichi” nel loro stoicismo da essere paragonati a statue scolpite nella roccia, la
stessa di cui sono fatte le case di Maran che, dopo anni di ferite, “culla il suo dolore
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tra braccia di pietra”: il cerchio delle similitudini si chiude con questo legame tra il
luogo e i suoi abitanti che qui continuano a vivere tenacemente, reagendo a ogni
disgrazia, fedeli alle proprie radici.
Dell’archetipo fiabesco questa storia conserva l’iter dell’eroe (in questo caso della
protagonista Anatolija, un’anti-eroina molto sui generis), che da una situazione di
profonda crisi all’avvio della storia (è convinta di star morendo) completa il suo
arco narrativo con una vera e propria rinascita, divenendo madre a un’età tanto
considerevole da essere poco credibile nella realtà; si passa da un polo tematico –
quello della morte che si palesa al personaggio principale, e della fine imminente
cui è destinato il villaggio, al suo esatto opposto, il germogliare di una nuova vita,
la maternità di una donna creduta sterile, un nuovo possibile futuro per il paese.
Come una fiaba, la lettura di E dal cielo caddero tre mele emoziona a livello infantile,
viscerale, ma è anche qualcosa di diverso; l’incipit del romanzo e la sua conclusione
riescono a non essere consolatori o buonisti, ma nello stesso tempo sorprendono
per la loro semplicità che, come nelle fiabe, rivela un tipo di sguardo antico da cui,
nel mondo di oggi, siamo ormai molto lontani. Come si legge nel libro, “le parole
semplici hanno sempre un significato profondo”: non c’è spiegazione, né rimedio,
a questo incanto, perché le sue origini sono profondamente radicate nel dna
dell’uomo.
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La Sirenetta, H.C. Andersen
La biblioteca Fantastica, vol. 7 (Fabbri)
Bianca come la neve, rossa come il sangue, Marta Silenzi
Il Mago di Oz, L.F. Baum
Alefes Silva, Lo specchio degli occhi, catalogo della mostra
Peter Pan nei giardini di Kensington, J. M. Barrie
Fiabe irlandesi, W. B. Yeats
Le fiabe di Guido Gozzano
Osvaldo Licini, catalogo della mostra
Le mille e una notte a colori (illustrate da Chagall)
Favole al telefono, Gianni Rodari
156/PAGINE
157/PAGINE
Collage
ANDREA ANCONETANI
Il prezzo del potere
Se siamo stati una volta,
bambini possiamo esserlo sempre!
Cotrone, Atto terzo,
I giganti della montagna, 1937, Luigi Pirandello
Vi sono opere d’arte, letterarie, teatrali, musicali, che nel loro rimanere
incompiute per l’improvvisa morte del proprio autore è come se
aprissero uno squarcio su un altrove che solo si intuisce pur restando
inaccessibile.
Così è, nella musica, ad esempio, per l’Arte della fuga di J.S. Bach, per
il Requiem di W.A. Mozart e ancora per la Turandot di Puccini. O, in
letteratura, per Petrolio di Pasolini. Oppure, nell’arte scultorea, per la Pietà Rondanini
di Michelangelo.
Nell’opera incompiuta è come se si facesse palese il fatto che l’artista non è solo
“autore” di qualcosa ma, in qualche modo, un tramite, come se l’opera esistesse in
sé e l’artista altro non fosse che il “mezzo” per essa di esprimersi tra gli uomini. La
morte improvvisa del “mezzo” crea la cesura e ci impedisce dunque di conoscere
il resto dell’opera che però, si ha la netta percezione, esiste e continua ad esistere
da qualche parte, già finita, conclusa ma ormai non più accessibile. Per sempre.
Nel teatro, probabilmente, l’opera che più possiede questa fascinazione è I giganti
della montagna di Luigi Pirandello.
Un testo che doveva essere (e poi lo è stato davvero) il testamento del grande
drammaturgo siciliano. A lungo pensato, in questo scritto definitivo Pirandello riprende
un tema che ricorre spesso nella cultura occidentale, quello delle mitiche,
gigantesche figure che pretendono di impossessarsi del Potere, di innalzarsi fino
alla divinità. I giganti per l’appunto.
Ma nella sua trama bruscamente interrotta il dramma affronta anche un altro tema
che ci è caro. Pirandello, infatti, delinea l’esistenza di due società, due collettività
umane profondamente diverse tra loro che convivono, quasi sovrapponendosi
l’una all’altra ma con istanze enormemente differenti e inconciliabili. Due comunità
la cui vita scorre parallelamente: quella dei giganti per l’appunto, tenacemente, vittoriosamente,
materialmente vincolata al mondo della realtà che essi considerano
manipolabile, operabile, alterabile secondo quelle che sono le loro esigenze pratiche
e quella degli scalognati, gli artisti, i poeti, gli attori che vivono nel loro mondo
favoloso fatto di sogni e di fantasmi: il loro spazio è la villa magica, animata da
159/PALCHI
Cotrone, il mago, un nuovo Prospero capace di dar vita alle larve ectoplasmatiche
del sogno. Essi che mancano di necessario ma hanno in abbondanza di superfluo
vivono di magia, di evocazioni:
«Ilse - Oh, Dio, com’è? Conte - Che sono? Cotrone - Lucciole! Le
mie. Di mago. Siamo qua come agli orli della vita. Gli orli, a un
comando, si distaccano; entra l’invisibile: vaporano i fantasmi. È
cosa naturale, Avviene ciò di solito nel sogno. Io lo faccio avvenire
anche nella veglia. Ecco tutto. I sogni, la musica, la preghiera,
l’amore… tutto l’infinito ch’è negli uomini, lei lo troverà dentro e
intorno a questa villa».
Il dramma muove dall’arrivo di alcuni personaggi alla villa di Cotrone, lì trovano la
compagnia teatrale di Ilse, la contessa, che ha intenzione di mettere in scena una
pièce. Una favola: la Favola del figlio cambiato. Si tratta di una autocitazione. Come
spesso accade nell’ultimo Pirandello, l’autore inserisce una sua opera nella trama
di un’altra in una specie di gioco di scatole cinesi. La favola del figlio cambiato infatti
è una composizione scritta in forma in realtà fiabesca da Pirandello molti anni
prima dei giganti. Ispirata a racconti uditi da bambino narra la storia di una madre
a cui viene rapito da una strega il figlioletto e sostituito con un altro bambino deforme
e malato. Una narrazione che racconta della pietà popolare e che possiede
una dimensione etica e simbolica profonda. Una fiaba che però, per Ilse, la prima
attrice, la cui fiamma arde per il teatro, dovrebbe costituire una specie di terreno
d’incontro, di incrocio tra questi due mondi così vicini e così distanti. La fiaba, il sogno
di cui si nutrono gli artisti, deve incidere sul mondo e deve essere data innanzi
ai giganti. Cotrone propone di presentarla al loro cospetto, poiché tra i giganti si
festeggiano le nozze di due rampolli di importanti famiglie e la festa sarà colossale
ma l’avvisa di un pericolo. La descrizione che Cotrone fa dei giganti è impressionante:
«Bisognerà saperli prendere. L’opera a cui si sono messi lassù, l’esercizio
continuo della forza, il coraggio che han dovuto farsi contro tutti i rischi e pericoli
d’una immane impresa, scavi e fondazioni, deduzioni d’acque per bacini montani,
fabbriche, strade, colture agricole, non han soltanto sviluppato enormemente i loro
muscoli, li hanno resi naturalmente anche duri di mente e un po’ bestiali». Il potere
ha un prezzo. Il potere pietrifica i cuori. Potrà la Favola del figlio cambiato essere
compresa da chi ha l’anima e la mente raggelati dal potere? Potrà questo scampolo
di poesia che vuol esistere nonostante tutto sopravvivere allo sguardo dei giganti?
Le opere incompiute sono a volte terribilmente profetiche. Come non vedere nella
figura dei giganti l’alba di quello che oggi noi siamo divenuti? Oggi che la gente,
resa spesso ottusa dal potere, dalle sconfinate possibilità di manipolazione tecnica
di quella che crede sia la realtà, ha dimenticato ciò che ci fa essere propriamente
umani. La magia, la poesia, la bellezza. Oggi che l’arte col suo mondo magico, intimo
e poetico cerca una sopravvivenza tra le trame di questo mondo nel quale i giganti
160/PALCHI
si son fatti perfino il loro sciatto “teatro”, convenzionale, archeologico, mondano,
fatto apposta per non pensare.
Oggi quei giganti che nell’opera di Pirandello non si vedono mai, vengono solo
nominati, sono tutti intorno a noi e li vediamo bene. Oggi comprendiamo perfettamente
lo smarrimento che opprime i personaggi de I giganti della montagna.
Pirandello morì la notte prima di scrivere il quarto ed ultimo atto dell’opera. Il giorno
precedente, forse presagendo la fine, dettò al figlio le sue intenzioni e su quelle
intenzioni si basano le ricostruzioni avvenute successivamente. Nelle intenzioni
la recita de La Favola del figlio cambiato viene data ma non al cospetto dei giganti
bensì dei loro servi, poiché i giganti, pur avendola pagata profumatamente, non
hanno tempo per queste futilità. E i servi, più brutali ancora dei loro padroni, non
comprendono le parole di Ilse, la poesia che da esse scaturisce, e si infuriano. Esigono
che l’attrice smetta infine di recitare quei discorsi indecifrabili e faccia loro
una qualche bella cantatina, un balletto. Al rifiuto di Ilse, l’ira si scatena e la recita
si trasforma in un massacro. Ilse perde la vita così come gli altri attori della compagnia
che vengono letteralmente sbranati vivi. Il finale ricostruito è di terrificante
impatto. I giganti, mai neppure intervenuti, offrono le loro scuse per l’accaduto e
un congruo indennizzo in moneta sonante. Il Conte grida, sul corpo della moglie
Ilse, che gli uomini hanno distrutto la poesia nel mondo. Cotrone però capisce che:
«non c’è da far colpa a nessuno di quel che è accaduto. Non è che la Poesia sia stata
rifiutata; ma solo questo: che i poveri servi fanatici della vita, in cui oggi lo spirito
non parla, ma potrà pur sempre parlare un giorno, hanno innocentemente rotto,
come fantocci ribelli, i servi fanatici dell’Arte, che non sanno parlare agli uomini
perché si sono esclusi dalla vita, ma non tanto poi da appagarsi soltanto dei proprii
sogni, anzi pretendendo di imporli a chi ha altro da fare, che credere in essi».
In realtà, nessuno saprà mai se e come Pirandello avrebbe terminato quell’opera.
Essa si interrompe improvvisamente alla fine del terzo atto, quando i personaggi
odono il frastuono dei giganti che stanno scendendo dalla montagna, con il loro
incedere terribile: «pare la cavalcata di un’orda di selvaggi», dice atterrito uno di
loro e l’ultima parola del testo, l’ultima parola scritta davvero da Pirandello, è di
Diamante, la seconda donna della compagnia, che grida: «Io ho paura! Ho paura!».
La tela che cade su quest’urlo disperato è forse l’atto più potente del teatro recente.
Tutto rimane sospeso, come davvero fosse un sogno: i giganti, gli scalognati, la villa,
il mago, le favole, la poesia e infine la vita. Tutto svapora in un istante eterno. Resta
il silenzio, la polvere, l’eco lontana del frastuono e di ciò che fu.
161/PALCHI
ALESSANDRO PERTOSA
Dove finiscono le
fiabe quando
diventiamo grandi
162/VISIONI
Le fiabe attraversano la coscienza come piccoli animali di luce. Entrano
nella stanza dell’infanzia senza bussare, si arrampicano sulle spalle
dei bambini e, quasi senza farsi notare, iniziano a raccontare ciò che il
mondo adulto dimentica di dire. Non importa quante generazioni passino
davanti: loro continuano a muoversi tra i pensieri come archetipi
instancabili, portatori di un linguaggio più antico delle parole. Sono
mappe interiori, bussole che non mostrano il nord ma il possibile, e il possibile è
spesso più vero del reale.
Il bambino ascolta una fiaba e non se ne accorge, ma sta aprendosi una stanza
invisibile. In quella stanza, il bene e il male non sono concetti: sono figure che
camminano, respirano, cadono, si rialzano. La fiaba compie un’operazione segreta:
prende le emozioni grezze – la paura del buio, il desiderio di essere amati, la
necessità di sentirsi capaci – e le trasforma in creature. È questo il primo atto di
coscienza, seppur non ancora adulta: rendere visibile l’invisibile, dare forma al caos.
E proprio per questo – perché lavorano su ciò che è ancora informe – le fiabe
sono delicatissime. Plasmano l’immaginario, modellano gli sguardi prima ancora
che le idee. Se ti abitui a pensare che bisogna vivere come la formica e non come
la cicala, o se credi che soltanto il maialino che edifica sulla roccia si salvi, stai già
imparando un modo di abitare il mondo. A un bambino queste storie dicono una
cosa chiara, anche quando sembrano innocue: che esistono modi giusti e modi
sbagliati di essere. Ed è qui che si rivela la loro potenza ambigua.
Eppure le fiabe non appartengono solo ai bambini. Continuano a lavorare dentro
gli adulti, come vene sotterranee che non smettono di pulsare. Nella coscienza
matura, esse svolgono un compito diverso ma non meno essenziale: ricordano che
ogni esistenza è fatta di prove, perdite, incontri, metamorfosi. L’adulto che rilegge
una fiaba non cerca più la sicurezza di un lieto fine; cerca piuttosto la conferma
che il mondo interiore ha ancora vie da percorrere, che la realtà esterna non è
l’unica narrazione possibile.
La fiaba, nella coscienza adulta, diventa specchio. Specchio delle nostre paure
che non abbiamo smesso di avere, solo imparato a chiamare con nomi più seri.
Specchio del desiderio di essere salvati, che abbiamo imparato a mascherare
con l’indipendenza. Specchio della nostra stessa tenacia, quando scopriamo che
certe notti buie non si attraversano senza una forma qualsiasi di magia. Gli adulti
non credono più ai draghi, è vero; ma credono ancora nelle ombre che i draghi
rappresentano. E credere nelle ombre significa concedere all’immaginazione il
potere di interpretare ciò che la ragione non riesce a contenere.
Le fiabe, poi, non educano solo al coraggio o alla prudenza: educano alla complessità.
Nel loro linguaggio semplice custodiscono il principio fondamentale che la vita
non si lascia ridurre a un’unica direzione. Mostrano che si può sbagliare strada e
ritrovarla, che la perdita può diventare apertura, che il mondo interiore è un bosco
fitto ma pieno di sentieri. Così, il bambino impara a nominare le emozioni; l’adulto
impara a non temere la loro profondità.
163/VISIONI
C’è un momento, nella crescita, in cui si pensa di aver superato il tempo delle favole.
Si chiudono i libri illustrati, si archiviano le figure magiche come reliquie di un’età
che non tornerà. Ma è un’illusione. Le fiabe restano nel linguaggio, nelle metafore
quotidiane, nelle immagini che usiamo per capire ciò che viviamo. Quando diciamo
«mi sono perso», «ho trovato la mia strada», «questa persona è una strega», «quel
luogo è un castello», stiamo semplicemente traducendo la nostra esperienza in una
grammatica che abbiamo imparato molto prima di saper leggere: la grammatica
simbolica delle fiabe.
È per questo che la fiaba è un ponte.
Unisce la percezione meravigliata del bambino
e la consapevolezza frastagliata dell’adulto.
Ci ricorda che un tempo abbiamo creduto
nell’incredibile non per ingenuità, ma perché
l’incredibile era l’unico modo per nominare
l’infinito. E la coscienza adulta, se è davvero
matura, non rinnega quell’infinito: gli dà
nuove forme, nuovi significati, lo accoglie
come una riserva di senso.
Ogni fiaba, in fondo, è una domanda: «Chi sei tu, ora che il cammino è iniziato?». Il
bambino risponde con la fantasia; l’adulto con la memoria. Ma l’interrogativo resta
lo stesso, sospeso come un filo d’oro tra due età della vita. È attraverso questo filo
che circola la linfa dell’immaginazione: un luogo dove ciò che è stato e ciò che sarà
si incontrano senza respingersi.
Così, la fiaba non è un genere letterario; è un modo di guardare. È la capacità di
leggere il mondo come un testo che contiene simboli, soglie, prove, rinascite. È il
richiamo a una coscienza che non teme di accogliere la complessità sotto forma
di immagine. E forse proprio per questo, nell’epoca adulta delle spiegazioni e dei
dati, le fiabe restano una forma di resistenza. Resistenza al disincanto, alla semplificazione,
alla perdita di profondità. E nel riecheggiare dentro continua la sua opera
segreta: ricorda all’essere umano, qualunque sia la sua età, che ogni vita è un viaggio
e che ogni viaggio ha bisogno di un luogo in cui riposare la propria meraviglia.
164/VISIONI
Tracce di fiaba
GIANFRANCO GARAVELLI
166/VISIONI/album
167/VISIONI/album
168/VISIONI/album
169/VISIONI/album
170/VISIONI/album
171/VISIONI/album
Tracce di fiaba è un viaggio
fotografico che indaga il confine
invisibile tra ciò che vediamo
e ciò che immaginiamo.
Ogni immagine è il frammento
di una storia non detta, la prova
silenziosa del passaggio di un
personaggio che non si mostra,
ma di cui restano gli echi:
un oggetto dimenticato, una luce
che resiste, un segno impresso
nel paesaggio.Non c’è racconto
lineare, non c’è una favola illustrata:
le istantanee custodiscono solo
indizi, impronte minime di
una presenza appena svanita.
È lo spettatore a dover completare
la narrazione, a proiettare nel
172/VISIONI/album
vuoto visivo la propria memoria
di sogni e letture. In questo modo,
la fiaba non viene narrata
ma evocata. Tracce di fiaba
è una riflessione sulla presenza
dell’assenza: quel che vediamo
è sempre ciò che resta dopo che
qualcosa è accaduto: una mela
morsicata, un manto caduto, una
lanterna ancora accesa. Sono tutti
segni di un passaggio, di un gesto
umano o magico che si è compiuto
e che lo scatto tenta di trattenere.
L’invito, per chi guarda, è di sostare
davanti all’immagine come
davanti a una porta socchiusa:
oltre quella soglia, la fiaba, da dove
è cominciata, forse, ricomincia.
173/VISIONI/album
MARTA SILENZI
Bianca come la neve,
rossa come il sangue
ADATTAMENTO
DI UNA FIABA
DELLA TRADIZIONE
ORALE
È
storia antica credo che le vergini dai capelli lunghissimi per motivi di
varia natura vengano rinchiuse nelle torri; di solito sono le matrigne a
farlo, per meglio irretire i padri vedovi e facoltosi, o le streghe cattive,
per impedire un giusto amore.
Non è il mio caso, perché è stato mio padre a rinchiudermi quassù.
Eravamo felici un tempo?
No, non lo siamo mai stati perché mia madre aveva un brutto vizio. Una brutta
malattia la chiamava mio padre per spiegarmi, finché un giorno non ha potuto più
dirlo, non ha potuto più dire niente, perché mia madre lo aveva mangiato.
Mia madre mangiava la gente.
La divorava in pochi bocconi e non servivano pretesti o offese, non era mai una
vendetta la sua, piuttosto una tremenda fame. Certo c’era stato qualcuno che l’aveva
provocata qualche volta, indicandola come il mostro mangiauomini del paese,
ma mia madre non mangiava soltanto uomini e presto tutti se ne resero conto.
Non faceva differenze di sesso. E non faceva differenze d’età.
Mi chiesi a lungo l’origine di tutto quell’appetito, mi chiesi come aveva cominciato,
con chi, e se prima o poi avrebbe mangiato anche me.
Sono chiusa nella torre da quando avevo pochi anni, è stato mio padre a volerlo per
tenermi lontana da uno strano ghigno che sembrava spuntare sul viso della mamma
ogni volta che mi avvicinava. Aveva labbra molto rosse mia madre, indossava
broccati rossi e teneva al dito una pietra rossa. Era un eccesso di colore ai miei
occhi, mi turbava e m’impauriva con il suo sguardo sempre dritto e indagatore. Mio
padre ogni volta si frapponeva tra me e lei, finché un giorno mi prese da parte e
mi diede un bacio che avrebbe riempito distese di vuoto, una carezza che avrebbe
scaldato le mura fredde che mi attendevano, un abbraccio che avrebbe dilatato il
tempo che ci veniva sottratto per la semplice, unica scelta di salvarmi dalla morte.
Dalla torre vedevo le nostre belle proprietà, vedevo ogni giorno l’alzarsi del sole
ed il suo tramontare, l’ascesa della luna e il suo spegnersi nell’aurora e ascoltavo i
rumori del bosco levarsi fino alla mia piccola finestra e i suoni della notte raggiungermi
nel sonno…
Accadeva sempre di notte.
Non so bene come mia madre riuscisse a cogliere il momento del primo morso,
come potesse arrivare nel silenzio e nel vuoto di sonorità, trovare l’impeto e la
forza della presa e dell’attacco, ciò che arrivava alle mie orecchie era l’estinguersi
di un lamento, un lembo finale di gemito che risuonava asciutto attraverso gli alberi
e che veniva a popolare la mia mente di immagini sinistre e di rivoli di sangue.
Non era un vampiro notturno discendente dal gran ceppo della Transilvania, lei
viveva anche le ore del giorno, scambiava il sonno con la fame, non dormiva mai
175/VISIONI
come non lasciava mai tracce dei suoi assalti, i corpi sparivano del tutto: la carne
divorata, le ossa nascoste.
Chiusa nella torre, separata dal mondo però non ne ero uscita completamente:
concentrata su ogni variazione, sui più piccoli passaggi di suono, sui mutamenti di
luce, avevo spinto la mia vista oltre la grata del mio mezzanino, avevo potenziato
udito e olfatto come un animale in cerca di indizi e avevo ascoltato ciò che la gente
diceva sulla scorta delle notizie portate dal vento. Ogni giorno aggiungevo un tassello
al mosaico nella mia mente, ogni giorno illuminavo un tratto in più del mistero
che avvolgeva le vittime di mia madre.
E lei non mi aveva dimenticata.
“Bianca come la neve, rossa come il sangue…” andava cantilenando certe volte girando
attorno alla torre e il suo tono mi dava i brividi, e il suo bisogno mi arrivava al cuore.
Dormivo sempre meno, tante erano le ore a mia disposizione e così poco il motivo
di stanchezza. La mia attenzione si addensava sui dettagli: il suo passo morbido e
silenzioso, il suo gesto secco e preciso nel togliere la vita senza sbavature e senza
altro che deboli mormorii, la sua accortezza nel detrarre resti o tracce. La studiavo
ed ero così concentrata che iniziavo persino a percepirla.
“Bianca come la neve, rossa come il sangue…” si aggirava come una gatta in calore,
faceva le fusa con la voce attraente e agghiacciante al contempo, mi chiamava, mi
fiutava, mi aspettava.
Ma non c’erano scale per raggiungermi, non c’erano entrate, mi tenevo in vita con
le provviste di una dispensa stranamente inesauribile e non mi ponevo domande
su di me, soltanto su di lei.
Esperta com’ero diventata nell’accorgermi dei cambiamenti di qualsiasi genere,
non potevo non notare l’arrivo in città di una nuova presenza.
Lo avevano chiamato per risolvere l’enigma della donna che mangiava le persone
sulla collina. Lo avevano chiamato perché era scaltro e impavido. Lo avevano
istruito sulla perenne inesistenza di prove, ma non gli avevano detto nulla di me.
Veniva da lontano, veniva a piedi e con un grosso coltello nero alla cinta.
Il suo cappello era calato sugli occhi e odorava di muschio selvatico.
Non fece altro che aspettarla.
La vide scivolare con la schiena sulla base della mia torre, la udì chiamarmi con il
suo solito rituale, la seguì di notte e la vide spezzare colli sotto un bagliore di luna e
sfamarsi vorace come un felino sulla sua preda; si spinse fino alla rupe dalla quale
la vide scendere e fino alla grotta nel cui buio la sentì frusciare col suo carico di
ossa, il tutto senza celarsi, il tutto senza provare un fremito, senza tentennare.
Mia madre glielo lasciò fare.
176/VISIONI
Non so spiegarmi il altro modo la sua vittoria su di lei.
Lo lasciò guardare, lo lasciò afferrarla, lo lasciò estrarre il coltello e spingerglielo
nelle carni come se non avesse più avuto forza, come se non avesse più avuto
altra volontà.
Era stanca, era vinta da un uomo venuto da lontano con un cappello calato sugli
occhi che odorava di muschio selvatico.
“Bianca come la neve, rossa come il sangue…” uscii dal mio sonno condotta dalla
stesse parole, da una diversa voce.
L’impavido aveva eliminato il pericolo. Mi aveva ucciso la madre. Diceva che non
c’era più motivo per cui io rimanessi lì.
- Non c’è modo di scendere. Questa torre è per sempre.
- Scalerò il muro, gettami qualcosa a cui aggrapparmi.
I capelli no. E neanche le lenzuola.
Rovistai nella dispensa e legai insieme alcuni pezzi di corda. Fu un lungo lavoro
così come fu faticosa la sua ascesa e i diversi tentativi di rompere le grate della
mia finestra.
Ma non demordeva.
Lo osservavo e l’ammirazione lentamente si trasformava in fascino, che lentamente
si trasformava in attrazione, che lentamente si trasformava in desiderio, che
lentamente si trasformava in bramosia…per quando riuscì a spezzare l’inferriata si
era fatta notte, l’aria era cambiata ed io avevo raggiunto la piena consapevolezza
dei miei istinti.
Lui mi disse: - Sei salva.
Io gli dissi: - Sei morto.
Gli spezzai il collo con un gesto che non mi costò alcuno sforzo e lo addentai fiera
e famelica, come era stata mia madre e come mio padre, rinchiudendomi nella
torre, sapeva che sarei diventata anch’io.
177/VISIONI
UNA FIABA A COLORI
Alla mostra Testimone del suo tempo a Palazzo
dei Diamanti di Ferrara c’è tutto Chagall.
Sono opere da collezioni private ma non manca niente.
L’ebraismo russo, le contaminazioni europee, il segno
infantile, i colori sognanti, miti e leggende chassidiche
insieme a riferimenti cristiani, le figure fiabesche,
gli animali musicanti e gli uomini volanti, i vasi di fiori,
le favole di La Fointaine, il soffitto de l’Opéra Garnier,
le vetrate di Gerusalemme. Spose, amanti, violini,
angeli, neve.
E colore, colore, colore, colore. Il blu più di tutti.
Se ne esce rinvigoriti e pacificati.
Si apre con il silenzio di un paese innevato e una
slitta nel cielo grigio; si passa per giochi di specchi,
doppi, giocolieri e circensi, simbologia religiosa,
magia dell’amore, profumo floreale, spazialità emotiva
e narrazione; si chiude con un inno alla pace, chiaro
come spiegato a un bambino: La vie, La Paix. MS
179/ZONE/ripostigli
“Polvere di mummia per
invecchiare. Per tingere le vesti,
il nero della notte. Per arrochire
la voce, risata di strega. Per
imbiancare i capelli, un urlo di
terrore. Turbine di vento, per
agitare il mio odio. Schianto di
folgore, per mischiare il tutto.
E adesso, filtro, compi la tua
magia.”
Regina Grimilda, Biancaneve e i sette nani
di Walt Disney