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Rivista Frattali 11

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Frattali n.11, novembre 2025

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Frattali n.11, novembre 2025

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Frattali n.11, novembre 2025

SOMMARIO

ARTICOLI 4

Mara Selvini Palazzoli

Inedito

Paola Covini, Beatrice

Alagna, Gloria Teresa

Invernizzi, Simona

Sigismondi

Ottavia De Blasio

Tipi di giochi familiari (sottogiochi) che hanno a

che fare con l’alimentazione.

Io, tu, noi. Il legame come bussola nell’incontro con

la coppia.

Il disegno congiunto: comunicare in assenza delle

parole.

4

16

29

Federica Botti, Eleonora

Castagnedi, Manuela

Mignani, Gloria

Piccinini

Matteo Selvini

Specchio e messaggero: l’utilizzo del sogno in

psicoterapia sistemica.

I segreti dei pazienti difficili: seminario sulla presa

in carico parallela, familiare e individuale, in

equipe.

43

53

RECENSIONI 68

Alberto Vito

Matteo Selvini e Marta

Villa

Perché la psicoterapia? Un viaggio a più voci nel

cuore del cambiamento.

Teoria e clinica del neglect. Trattamento del

trauma da trascuratezza infantile basato sulla

teoria dell’attaccamento.

68

71

Liliana Redaelli Lo sbilico. 76

3


Frattali n.11, novembre 2025

ARTICOLI

TIPI DI GIOCHI FAMILIARI

(SOTTOGIOCHI)CHE HANNO A CHE FARE CON

L’ALIMENTAZIONE

Mara Selvini Palazzoli 1

Ogni tanto capita che qualche ricercatore di storia della medicina,

italiano o americano, chieda di consultare gli archivi di Mara Selvini

Palazzoli, che poi consistono in una serie di scatoloni dispersi per la

mia abitazione. Dall’ultimo di questi traffici è sbucato fuori un breve

dattiloscritto di 11 pagine, immagino redatto negli anni ottanta dalla

mitica “signora Mauro” storica insostituibile segretaria di mia

mamma.

Ci può aiutare a riflettere sulle micro vicende della vita quotidiana,

per il loro potentissimo significato relazionale, affettivo e simbolico.

Scegliere il cibo, comprarlo, prepararlo, consumarlo, conservarlo,

buttarlo…sono una parte grande della nostra vita personale e

familiare. Lì dentro passano tante cose importanti: affetto e cura in

primis, ma anche competizione e potere, rispetto, sottomissione o

dominante invasione, spreco, generosità, avarizia…

In questo breve scritto Mara Selvini Palazzoli passa in rassegna,

con varie metaforiche etichette (dal gioco della deprivazione a quello

della casalinga frustrata…) alcune varianti del rapporto tra cibo e vita

familiare.

Matteo Selvini

1 Mara Selvini Palazzoli (1916-1999) Psichiatra e pioniera della terapia familiare.

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Frattali n.11, novembre 2025

RIASSUNTO Questo documento rappresenta un'analisi psicologica delle

dinamiche familiari disfunzionali legate all'alimentazione, evidenziando come il

cibo possa diventare strumento di potere, controllo e comunicazione all'interno

delle relazioni familiari. L'autrice identifica diversi "giochi" o pattern

comportamentali che si sviluppano attorno all'alimentazione, dalla pseudodemocrazia

alimentare ai conflitti di coppia che si manifestano attraverso le

scelte alimentari, fino all'inversione dei ruoli genitoriali.

SUMMARY This document presents a psychological analysis of dysfunctional

family dynamics related to food, highlighting how eating can become a tool of

power, control, and communication within family relationships. The author

identifies various “games” or behavioral patterns that develop around food—from

pseudo-democratic food decision-making, to couple conflicts expressed through

dietary choices, all the way to the reversal of parental roles. This document

presents a psychological analysis of dysfunctional family dynamics related to

food, highlighting how eating can become a tool of power, control, and

communication within family relationships. The author identifies various

“games” or behavioral patterns that develop around food—from pseudodemocratic

food decision-making, to couple conflicts expressed through dietary

choices, all the way to the reversal of parental roles.

PAROLE CHIAVE Famiglia, alimentazione, psicoterapia.

MARA SELVINI PALAZZOLI, I GIOCHI E LA COMPLESSITÀ. GLI

APPUNTI NEL CASSETTO.

Abbiamo il piacere di pubblicare un breve scritto inedito di Mara

Selvini Palazzoli, psichiatra psicoterapeuta e maestra della terapia

familiare in Italia e nel mondo, nota per i suoi studi pionieristici sulla

anoressia mentale. Un titolo accattivante che può essere di interesse

attuale nonostante sia stato quarant’anni in un cassetto.

Si tratta di appunti privati ritrovati da Matteo Selvini, strutturati

in modo semplice, come fossero destinati a una conferenza, non

datati, ma presumibilmente scritti nei primi anni ’80.

Mara Selvini affronta un tema clinico piuttosto ricorrente nella sua

vita, inserendolo come sempre nel contesto socioculturale più ampio

in cui appare, riallacciandolo ancora al ruolo della donna

contemporanea (anni ’80) e nei microcontesti familiari in cui si

intrecciano culture familiari, singolari processi evolutivi e particolari

“giochi” familiari.

È un manoscritto che mostra il pensiero di Mara Selvini in azione,

con tutta l'originalità e la passione che la contraddistingueva. Si

struttura come un tentativo di descrivere giochi familiari lievi

(modalità tipiche di rapportarsi col cibo e con la nutrizione dei figli)

come possibili precursori della nascita di un disturbo, dove le

abitudini alimentari familiari si incrociano con le regole interne e i

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Frattali n.11, novembre 2025

modelli culturali del momento, i ruoli e le ideologie di genere, e dove

le consuetudini ereditate da ciascuno necessitano di un compromesso

(a partire dalla formazione della coppia), si complessificano con

l’ingresso dei figli, si canalizzano sul cibo, modulano giochi familiari

che anticipano o delineano il possibile avvio di incastri alimentari

patologici. La mamma frustrata, la nonna catturata

nell’alimentazione del nipote, l’assenza del genitore, la modesta

tendenza bulimica, le culture alimentari, la precoce adultizzazione, la

perdita di ruolo genitoriale, la parentificazione, il permissivismo, la

mamma sola, il cibo affettivo (tutti temi di grande attualità

nonostante i contesti storici differenti). Cultura e ambiente come

sempre si sommano e costituiscono il sostrato sociale in cui si

sviluppano (“attecchiscono”, come scrive Antonello D’Elia, 2023) “i

nuovi fenomeni clinici”.

L’interesse di Mara Selvini per le cornici (micro e macro) sociali e

culturali dei sintomi è presente già nella prima edizione psicoanalitica

di Anoressia mentale (Feltrinelli, 1963) e si riaffaccia continuamente

in periodi diversi della sua vita, nel Bollettino di Informazione e

Documentazione dell’Università Cattolica già alla fine degli anni ’70

dove rilegge costruttivamente alcune sue intuizioni sulle

considerazioni di un sociologo della famiglia di allora, Silvano

Burgalassi, o confrontandosi con le ricerche di Eugenia Scabini, e

ancora riflettendo sul Report “La quarantenne – donna di Frontiera”

(SWG di Trieste), apparso su Famiglia Cristiana (n. 18, 1995), fino al

1997 quando usci un suo contributo su Terapia Familiare dal titolo

Anoressia bulimia: un’epidemia sociale. Lo schiacciante ruolo della

donna contemporanea (n. 53, Marzo 1997). Ma ho anche ricordi

personali di sue conferenze, la prima dal titolo “l’adolescenza come

informazione”, o dove la naturale propensione della ricercatrice la

portava a riflettere sulle basi storiche e culturali dell’allevamento

della prole (la centralità del figlio unico idolatrato di oggi rispetto alla

perifericità nella cultura di metà ottocento) o con una prospettiva

antropologica e batesoniana (l’adolescente che mastica le foglie di

coca in Bolivia non produce le stesse informazioni allarmanti che

angosciano i sistemi famigliari europei) (Università Cattolica, 1985)

o nelle riflessioni sociologiche a partire dal saggio di Christofher

Lasch (La cultura del narcisismo, 1979), sull’ossessione dominante

di vivere per il presente, non per i predecessori, non per i posteri: “una

società che teme di non avere un futuro non può essere molto attenta

ai bisogni delle nuove generazioni” (Selvini Palazzoli, 1997). Sempre

si è interrogata sulle ricadute nella famiglia dei modelli culturali del

momento, della discontinuità storica e dei mutamenti nei costumi,

delle fatiche nel coniugare lavoro, carriere con capacità empatiche e

gioia.

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Frattali n.11, novembre 2025

Questo breve scritto di Mara Selvini Palazzoli, chiaro e sintetico,

coerente con la sua idea di trasmettere contenuti "utili" e quindi

potenzialmente "fruibili" per colleghi ed allievi che si occupavano di

disturbi alimentari, nasce in un periodo storico particolarmente

innovativo per la sua ricerca e l’applicazione del pensiero sistemico

alla clinica. Appunti, probabilmente stesi a distanza di qualche anno

dall'articolo Hypothesizing, Circularity, Neutrality: Three Guidelines

for the Conductor of the Session (1980) e durante la gestazione del

libro successivo I giochi psicotici nella famiglia (1988). Si tratta di un

ambito di ricerca e innovazione della clinica sistemica che oggi

definirei "giochistico" in cui Mara Selvini cerca ripetitività ricorrenti

e ridondanze relazionali nei processi evolutivi familiari che danno

vita a peculiari "giochi familiari" nelle famiglie con un membro

sintomatico, ma sempre lo fa con un pensiero alla complessità

eziopatogenetica e antiriduzionistica che non insterilisce mai le

ipotesi al solo dato “familiare”, e tanto meno biochimico, genetico o

psicologico.

A me sembra che il concetto di gioco familiare possa essere in questi

casi ancora utile in quanto rimane un pezzo di un circuito che si

integra in una prospettiva più complessa. Nella metafora del gioco

familiare si allude a un legame invisibile ma appassionante tra le

persone, fatto di vantaggi e svantaggi, bisogni e compensazioni,

attribuzioni di ruoli e proiezioni, dipendenze e autonomie, sfide e

simmetrie che fanno sì che un determinato sistema relazionale possa

continuare a girare su se stesso (mantenga cioè il suo stato) senza che

i partecipanti al gioco ne siano soddisfatti e certamente consapevoli.

Questo concetto può coniugare la prospettiva storica,

intergenerazionale (verticale e diacronica), e dell’attaccamento, sulla

trasmissione della sofferenza, con le consuete vicissitudini

traumatiche, e quella attuale (orizzontale, sincronica, sul qui e ora) in

cui le storie del passato di ciascuno trovano un adattamento

relazionale che le perpetua. Potremmo dire che ci sono una dinamica

intergenerazionale (costituita anche da elementi transgenerazionali)

e un gioco attuale, e che essi si integrano circolarmente dando vita a

una realtà estremamente complessa e del tutto interdipendente che

spesso ci lascia stremati e ci confonde. Di frequente il gioco attuale,

esito complesso di combinazioni, accadimenti, storie individuali

desolanti, aspettative di coppia deluse, certamente anche “genetica e

temperamento”, determina un circuito impazzito (circolo vizioso,

strange loop) estremamente pernicioso, la cui interruzione non è

sempre e solo dipendente dalle trasformazioni narrative, né tanto

meno dalla ricostruzione storiografica o dai cambiamenti individuali,

perché potrebbe essere anche in parte alimentato dalla sfida o dalla

collera.

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Frattali n.11, novembre 2025

Oggi analizziamo le patologie e i sintomi attraverso una lente che

chiamiamo complessità. La maggior parte degli studi mette insieme la

trasmissione della vita psichica con le vicissitudini individuali e

intergenerazionali, l’attaccamento e le esperienze traumatiche,

cultura e contesto sociale. Temi che attraversano orizzontalmente

terapia familiare, psicoanalisi, cognitivismo, e che fanno dialogare tra

loro relazioni e inconscio, cicli di vita e genetica, eredità psichica e

esperienze traumatiche, giochi familiari e resilienza, processi

educativi e contesto sociale. Credo che uno degli insegnamenti di

Mara Selvini sia stato farci scoprire questo segmento: l’importanza

del familiare come fattore determinante nella struttura della

personalità (e quindi nel processo terapeutico) è il nostro specifico

professionale, o il nostro “modello” privilegiato per la clinica, pur con

la raccomandazione di essere attenti al “tutto”, alle cornici di senso,

dall’attaccamento alla cultura.

Non trovo quindi che il concetto di "gioco familiare" sia da mettere

definitivamente in soffitta, ma sia un segmento importante in questo

circuito complesso, cosi come altre metafore descrittive utili alla

clinica, il Ciclo di vita (Carter - Mc Goldrick), il Leaving home di Jay

Haley (il funzionalismo del sintomo, laddove l'adolescente distrae il

sistema), le Profezie che si autoavverano di Merton e poi Rosenthal e

Jacobson. “Gioco” può essere un termine ancora utile e fecondo se

applicato alla descrizione di situazioni disfunzionali psicosociali come

il maltrattamento, le conflittualità familiari insanabili, nelle terapie di

coppia, nelle separazioni coniugali disperanti in cui vediamo

triangolati figli sintomatici (perlopiù adolescenti) e certamente anche

in molte nuove sindromi adolescenziali dove spesso convergono

dipendenze e Dca, comportamenti autolesivi e identità di genere.

In tal senso le tracce di Mara Selvini Palazzoli continuano ad

orientare, aprono aree di pensiero altrimenti inaccessibili ai giovani

terapeuti. Certo, da utilizzare con cura e al caso specifico come ipotesi

clinica e non come passepartout per ogni occasione terapeutica.

È una lettura solo apparentemente semplice, ma che può produrre

pensieri profondi.

Roberto Mazza

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Frattali n.11, novembre 2025

IL GIOCO DELLA DEMOCRAZIA

Il genitore offre al figlio un certo (limitato) numero di alternative

alimentari tra cui scegliere. È chiara l'ideologia liberale e permissiva,

seppur in modo controllato, che ispira una simile politica familiare.

Essa ha il vantaggio di risolvere determinate differenze d'opinione

tra i genitori (o gli adulti responsabili), infatti in questo modo la scelta

viene delegata al figlio. Nel caso di bambini piccoli è probabile che

questo gioco faciliti atteggiamenti molto instabili e capricciosi del

figlio rispetto al cibo. Infatti gli viene assegnata una responsabilità ed

un potere decisionale che non è in grado di gestire. Il bambino diviene

così oscillante tra l'ansietà insita nell'incertezza e la soddisfazione di

esercitare un potere sugli adulti.

Quella che è una pseudo-democrazia con bambini piccoli, cioè in un

contesto dove un forte dislivello di potere nella relazione è giusto e

necessario, può invece evolvere verso una effettiva democrazia man

mano che il figlio si avvicina all'adolescenza. Questo finirà allora per

diventare il gioco alimentare più sano e fisiologico: quello in cui

l'adolescente può negoziare con i genitori le regole della sua

alimentazione in un tipo di interazione dove gli è permesso di

prendere l'iniziativa e di esprimere delle preferenze, mentre

contemporaneamente gli vengono anche posti dei limiti di realtà e di

buon senso (tipo la funzionalità di un certo orario dei pasti, o il costo

degli alimenti) oppure di tipo igienico (quantità, qualità, ecc.).

È chiaro che, anche nell'adolescenza, una eccessiva disponibilità

del genitore a far scegliere il ragazzo senza porre alcun limite sarà

testimonianza di giochi disfunzionali del tipo di quelli di cui parleremo

più avanti (di tipo seduttivo, di tipo competitivo ecc.)

QUANDO LA LIBERTÀ È UN IMBROGLIO

Esistono parecchie madri che teorizzano la libertà ed autogestione

dei figli rispetto all'alimentazione. In queste case non c'è quasi mai

nulla di pronto, o di preparato, c'è solo qualcosa di confezionato, e

tutte cose confezionate i bambini si abituano a mangiare. Liberalismo

e permissivismo qui mascherano una difficoltà della madre ad

assumersi la responsabilità ed i compiti connessi al suo ruolo.

Difficoltà che si origina in alcuni tipi di giochi relazionali. Ad

esempio tale più o meno mascherato lassismo è spesso un

inconsapevole segnale di allarme finalizzato a richiamare l'interesse

di terzi (genitori, coniuge) sentiti, in modo più o meno razionale e

realistico, come troppo assenti (si veda il gioco della casalinga

frustrata nella sua variante della "reductio ad absurdum"). In questi

giochi è assai probabile che il cibo sia ripetitivo, confezionato o

cucinato in grandi quantità che saranno poi più volte riscaldate.

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Frattali n.11, novembre 2025

È possibile che il figlio stia al gioco della madre, e si convinca che

questa informalità e "semplicità" alimentare sia un valore. Tuttavia,

sotto sotto, non è improbabile che covi un sottile rancore per tale

deprivazione alimentare/affettiva. In questo senso certe manie

alimentari tipiche di adolescenti possono essere interpretate come

vendette/riscosse in giochi di questo tipo. Si veda ad es. il diventare

vegetariani, o la scelta di diete complicate.

IL GIOCO DELLA DEPRIVAZIONE

In certi casi le difficoltà dei genitori sono così grosse da non venire

neppure mascherate dietro ideologismi e giustificazioni. Genitori

gravemente depressi e disturbati abdicano al loro compito relativo

all'alimentazione.

Questo ha sui figli un'ovvia ricaduta in termini di vera e propria

denutrizione, ma i diversi tipi di reazione possibili dei figli e

dell'ambiente produrranno una serie di sottogiochi. Allorché nessuno

interviene e le gravi carenze passano sotto silenzio, il figlio vivrà la

deprivazione come una normale condizione esistenziale. La

sofferenza del figlio rimane così silenziosa, inascoltata, persino tabù

ai suoi stessi occhi. Nell'adolescenza e nell'età adulta tali sofferenze

infantili verranno "messe in atto" con comportamenti sintomatici di

cui il più classico è costituito dalla bulimia, una rappresentazione

drammatica del soddisfacimento di una fame patita per lungo tempo 2

(di solito solo in senso affettivo, il ciclo quindi diventa un simbolo, un

segnale comunicativo).

C'è un rapporto di proporzionalità diretta tra la gravità della

carenza e quella del sintomo. Infatti modeste tendenze bulimiche sono

presenti in moltissime persone che quindi avranno avuto delle

moderate sofferenze infantili.

Nella bulimia dolci e farinacei sembra facciano la parte del leone,

sono i cibi vissuti come affettivamente più carichi di simbolizzazioni.

Per quanto riguarda i dolci, c'è una tradizione che ne fa un evento

non quotidiano dell'alimentazione, e questo sfuggire alla routine ne fa

un veicolo privilegiato di comunicazioni affettive sui vari registri

quali il premio, la ricompensa, la seduzione, l'espressione di gioia ecc.

Per quanto riguarda i farinacei, si può invece pensare che siano gli

alimenti che maggiormente producono una sensazione di sazietà,

paragonabile a quella del lattante, ma comunque simbolizzante un

essere pieni di tipo affettivo.

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È diverso, ovviamente, il caso in cui i genitori non possano materialmente nutrire i figli a

sufficienza e ne piangano insieme a loro. Ciò non conduce alla bulimia.

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Frattali n.11, novembre 2025

UN'IMPORTANTE VARIANTE DI QUESTI GIOCHI DELLA

DEPRIVAZIONE È QUELLO DELLA INVERSIONE DEI RUOLI

La palese incapacità del genitore può portare il coniuge, o qualche

membro delle famiglie estese, a precocemente responsabilizzare un

figlio, anche di soli 6-7 anni, ad occuparsi di tamponare le falle del

genitore. Ecco allora il figlio che fa la spesa e si occupa della nutrizione

del genitore incapace.

In questi giochi i bambini diventano precocemente adulti, spesso

vengono molto valorizzate le loro capacità organizzative e cognitive.

A volte saranno quindi degli adulti di successo. Tutto questo

avviene però a spese di una fondamentale tappa della vita: quella

basata sul senso di sicurezza e di piacere dato dal dipendere

affettivamente da un adulto. Benché tale fase venga così saltata,

difficilmente tale mancanza verrà consciamente percepita dal

soggetto. Ecco che avremo allora degli adulti che, ai tratti bulimici cui

abbiamo già parlato, non abbineranno una personalità depressa,

quanto piuttosto uno stile di vita efficientistico, magari un po'

maniacale, ed una spesso sottile incapacità ad assumere un ruolo

affettivo valido nei confronti dei propri figli.

Una classica variante di questi giochi è quella in cui i fratelli o le

sorelle maggiori vengono responsabilizzati ad occuparsi dei più

piccoli. Anche qui avremo le stesse pericolose dinamiche psicologiche

connesse alla precoce adultizzazione o parentificazione. In questi casi

di figli parentificati divenuti a loro volta genitori, è frequente

constatare un vissuto emotivo di disagio e difficoltà rispetto alle

pratiche di preparazione e somministrazione del cibo. Anche questa

sarà una sorta di messa in atto rispetto al senso di soffocamento,

costrizione (il portare un peso superiore alle proprie forze) che tali

"doveri" avevano esercitato nell'infanzia/adolescenza di questo

genitore.

UN'ULTIMA VARIANTE DEL GIOCO DELLA DEPRIVAZIONE

PREVEDE L'INGRESSO IN CAMPO DI UNA DELLE FAMIGLIE DI

ORIGINE (DI SOLITO DELLA MADRE) CHE VIENE AD

ASSUMERE DELLE FUNZIONI GENITORIALI VITALI

RISPETTO AI NIPOTI. È QUESTO IL GIOCO DELLA NONNA

CATTURATA

In questi casi il genitore (di solito la madre) è stato trascurato

nella propria famiglia di origine e ciò, oltre a non facilitare la sua

capacità di assumere positivamente un tale ruolo, lo può spingere a

cercare di incastrare la propria madre, nella speranza che ripari con

i nipoti i torti inflitti al figlio. È quasi inutile aggiungere che molto

probabilmente il tentativo fallirà: la nonna prima o poi sfuggirà alla

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Frattali n.11, novembre 2025

cattura (si ripete così la delusione di 20-30 anni prima). Anche qui

vale il discorso della proporzionalità fatta altrove: la carenza

originaria può essere stata modesta e quindi il gioco della nonna

catturata essere appena sfumato...

È questo un gioco assai complesso dove le reazioni dei figli

potranno essere molteplici: scivolare nella depressione e

nell'autosvalutazione, legarsi alla nonna e disprezzare la madre, con

l'adolescenza cercare la fuga con una pseudo-autonomizzazione

deviante ecc.

Rispetto al cibo si potranno avere delle carenze più palesi o più sottili

(e qui ritorniamo al gioco "quando la libertà è un imbroglio").

IL GIOCO DELLA CASALINGA FRUSTRATA

Ci sono poi dei giochi in cui i protagonisti principali sono

certamente i genitori, ma quel tipo di interazione di coppia ha

un'importante ricaduta sui figli, ed in particolare sulla loro

alimentazione.

Tipico è il gioco della casalinga frustrata, ovvero quello in cui un

marito svaluta (in modo magari anche assai sottile e poco

appariscente) il ruolo domestico della moglie casalinga, o comunque

professionalmente meno impegnata di lui.

A questo punto si possono classificare tutta una serie di diverse

reazioni di questa moglie:

a) la "reductio ad absurdum": se quello che faccio non vale niente,

allora lo farò in maniera così sciatta e trascurata da fartela pagare e

da farti toccare con mano la differenza...

b) l'escalation competitiva: la moglie si impegnerà fortemente per

dimostrare l'importanza del suo ruolo e per farlo utilizzerà tutte le

diverse ideologie salutiste connesse all'alimentazione: la dieta

naturale, la guerra ai coloranti, agli alimenti cancerogeni ecc. Tali

preoccupazioni ossessive prenderanno magari anche un velato

sapore di vendetta nei confronti dei gusti più piani o tradizionali del

marito, o comunque ostacoleranno le abitudini di lui. È chiaro che il

controllo della dieta è una delle leve del potere relazionale in una

famiglia. Ed in qualsiasi conflitto anche questa leva (e questo possibile

terreno di battaglia) sarà certamente importante, sia in sé, sia come

simbolico campo di comunicazione.

Sarà allora chiaro che il sotto-gioco della "reductio ad absurdum"

viene ad imparentarsi strettamente con quello del "quando la libertà

è un imbroglio" o addirittura con quello della deprivazione, con la

differenza che mentre là veniva sottolineata l'importanza del ruolo

della madre, qui abbiamo puntato i riflettori sulla dinamica del

retrostante rapporto di coppia, in cui il gioco può essere "ludico" o,

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Frattali n.11, novembre 2025

all'estremo opposto "sanguinoso". Infatti ricordiamo la classica

distinzione tra conflitti familiari for fun o for blood.

Quanto al sottogioco dell'escalation competitiva, è probabile che

costringerà i figli, non appena non più neonati, a prendere posizione:

allearsi con le giuste e "scientifiche" preoccupazioni della madre?

Oppure irridere le sciocche ed insipide manie (in una sintonia più

o meno scoperta con il padre)?

QUESTO SOTTOGIOCO DELLA CASALINGA FRUSTRATA CI

RIPORTA AD UN GIOCO BEN PIÙ DIFFUSO ED UNIVERSALE:

QUELLO DELLA COMPETIZIONE E DEL CONFLITTO

Questa competizione può essere coperta, ed abbiamo allora quelli

che abbiamo chiamato giochi seduttivi. In quelli

competitivo/conflittuali invece la lotta è molto aperta. Protagonisti

possono essere i genitori, ma anche le famiglie estese dell'uno o di

entrambi possono scendere in campo alla Capuleti e Montecchi. In

questi giochi al figlio sono possibili tutta una serie di scelte:

a) schierarsi, scegliere una certa fazione e con essa una politica

alimentare.

b) sfruttare la situazione, in base al noto criterio del "divide et

impera": prendere tutti i vantaggi che gli uni e gli altri possono offrire.

c) essere travolto dal terrore del conflitto e cercare di non scontentare

nessuno. Ricordiamo quel caso limite di un bambino obeso che, pur di

non scegliere, accettava spesso di mangiare tre volte: il pranzo

preparato dalla madre, che si sentiva in colpa perché il suo lavoro la

rendeva scarsamente presente; il cibo del padre, che voleva sopperire

alle assenze della madre, e della nonna che giudicava la famiglia del

nipote assai carente. In questi casi la competizione trova un alibi nei

tipi di cibo: ad es. "carne perché ne ha bisogno", "verdura perché gli fa

bene", "dolci perché gli piacciono tanto", oppure il conflitto si sposta su

cibi da preparare o confezionati ecc.

d) porsi come genitore dei bambini (cioè degli adulti) che litigano

facendo da mediatore e dando ragione ora all'uno ed ora all'altro,

arrivando magari anche ad assumersi le decisioni, anche relative al

cibo (e questo ci riporta ancora al gioco dell'inversione dei ruoli).

ANCHE IL GIOCO DELLA MAMMA TROPPO SOLA POSSIAMO

RIPRENDERLO ED INCLUDERLO IN UNA DINAMICA CHE

METTE A FUOCO IL TIPO D'INTERAZIONE DI COPPIA. È

QUESTO IL GIOCO DEL FIGLIO RIVALE CONIUGALE

Una donna profondamente delusa del marito riversa tutte le sue

attenzioni sul figlio le cui esigenze vengono in tutti i modi messe

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Frattali n.11, novembre 2025

davanti a quelle del marito. Ecco allora che si cucinerà quello che

piace al pargolo, gli orari dei pasti saranno fissati in base alle sue

esigenze (magari anche facendolo cenare prima del rientro a casa del

padre perché, lui, poverino, ha fame...) ecc.

Naturalmente anche qui il gioco può presentare diverse varianti a

seconda della risposta del figlio: diventerà il fedele paladino della

madre? Ne diventerà un dispotico padrone? Cercherà di sfuggire a

questo soffocante ed "incestuoso" abbraccio? O quale combinazione di

tutto ciò?

Una variante di questo gioco, sempre partendo dal livello della

coppia, è quella in cui la moglie non disprezza realmente il coniuge,

ma lo sente invece troppo poco interessato a lei. Questo ci riporta al

gioco della casalinga frustrata, ma qui possiamo aggiungere una

variante: la nomina del figlio a rivale interno del marito come mossa

per ingelosirlo e quindi come strategia per "riscaldare" la passionalità

coniugale. (E questo ci riporta ancora ai giochi di seduzione).

PER CONCLUDERE SUI GIOCHI PRIMARIAMENTE DI COPPIA,

VOGLIAMO CITARE QUELLO DEL FIGLIO PALLA AL PIEDE

In una coppia assai competitiva, del tipo di quelle "dual career",

assai di moda ai giorni nostri, un marito può sentirsi spaventato dal

crescente successo professionale, sociale o erotico della moglie. Ecco

allora che questo marito scoprirà la grande importanza delle cure

materne, il figlio ha bisogno della presenza assidua della madre, la sua

alimentazione non può essere trascurata, o abbandonata nelle mani

di colf incolte e impreparate.

Riuscirà il nostro spaventato marito ad incastrare la moglie con i

sensi di colpa? E nel caso la manovra di cattura abbia successo, come

reagirà il bambino/adolescente a questa sofferta e poco spontanea

presenza materna?

La risposta a queste domande apre la strada alle molte varianti di

questo gioco, varianti che questa volta abbandoniamo alla fantasia

creativa del lettore

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Frattali n.11, novembre 2025

BIBLIOGRAFIA

Barrett, M.J., Stone Fish, L. (2014) Treating Complex Trauma: A

Relational Blueprint for Collaboration and Change. Routledge, New

York (NY)

Bateson G. (1972) Verso un’ecologia della mente. Tr. It. Adelphi, Milano,

1976.

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Frattali n.11, novembre 2025

IO, TU, NOI.

IL LEGAME COME BUSSOLA NELL’INCONTRO

CON LA COPPIA

Paola Covini, Beatrice Alagna, Gloria Teresa Invernizzi,

Simona Sigismondi 1

RIASSUNTO Nella nostra pratica clinica con le coppie ci sembra importante

provare a credere al lavoro sulla relazione a cui hanno dato origine i partner. Nel

presente articolo ci proponiamo di evidenziare per quale motivo l’intervento

clinico con la coppia abbia proprio la relazione come soggetto e oggetto del lavoro

terapeutico. Evidenzieremo brevemente come la letteratura sull’argomento

sostiene la scelta di privilegiare lo sguardo sul legame, nella convinzione che

tenere il punto sul “noi” ci sembra ancora molto promettente per la coppia, i

singoli partner e i terapeuti.

SUMMARY In our clinical practice with couples, it seems important to believe in

the work on the relationship that the partners have created. In this article we aim

to highlight the reason why the clinical intervention with couples has the

relationship as the subject and object of the therapeutic work. We will briefly

highlight how the literature on the topic supports the choice to focus on the couple

bond, in the belief that keeping the focus on the "us" still seems very promising for

the couple, individual partners and therapists.

PAROLE CHIAVE Coppia, legame, relazione, terapia sistemica, crisi, incontro.

INTRODUZIONE

Gli esseri umani vivono l’intersoggettività e l’essere in relazione

fin dal concepimento. Nella vita poi sperimentano come alcuni

incontri suscitano emozioni particolari che hanno intensità differenti

e possono dare origine a quel sentimento chiamato “innamoramento”

che, quando è ricambiato, porta alla costruzione di una relazione

“amorosa” speciale.

Ma cosa interviene quando l’interazione tra due soggetti porta ad

uno scambio che assume caratteristiche che lo rendono unico rispetto

alle altre relazioni? Canevaro (2023) sostiene che l’amore non è

un’emozione, ma un sentimento che mira sempre a costruire un’unità

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Psicologhe e Psicoterapeute. I Centri Mara Selvini rappresentano il frutto di un lungo

percorso di studio su specifici focus di intervento e si propongono di essere attivi

nell’aggiornamento scientifico con finalità di informazione, formazione, prevenzione,

sensibilizzazione, ricerca e cura.

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Frattali n.11, novembre 2025

che trascende e include l’io, porta a un noi che va oltre l’io e il tu. I

partner creano così un confine intorno a loro che aumenta la

frequenza e l’intensità delle interazioni, garantisce una co-evoluzione

e, al contempo, la maturazione emotiva di ciascuno.

Come tutte le relazioni, anche questa, seppur speciale, è esposta

alle avventure della vita e può incontrare fatiche e rotture.

Talvolta i partner chiedono l’intervento di risorse esterne per

affrontare e superare momenti di crisi. La terapia di coppia è una

possibile risorsa per provare a cercare nuovi equilibri. Si tratta di un

percorso che può rilanciare il legame, oppure accompagnare alla

separazione e alla costruzione di un nuovo rapporto in cui i partner

stanno meglio, sempre con l’attenzione alla cura e alla protezione dei

figli.

Tuttavia, oggi, all’interno delle proposte cliniche per la coppia,

escludendo naturalmente le gravi relazioni tossiche, ci sembra di

notare una sempre maggiore attenzione all’individuo e alla sua storia

di attaccamento, mettendo sullo sfondo lo sguardo alla relazione

costruita con il partner. I cosiddetti incastri di coppia sembrano

rimandare alla necessità di approfondire sempre di più quell’io e quel

tu che si sono incontrati. La precoce proposta di terapie individuali

con formati allargati al partner ci interroga. Nella nostra pratica

clinica ci sembra invece importante provare a credere al lavoro sulla

relazione a cui hanno dato origine i partner e che oggi è sofferente. In

questo articolo vogliamo condividere il confronto tra noi e il percorso

di ricerca sui testi per supportare questa scelta. Ci proponiamo di

evidenziare per quale motivo l’intervento clinico con la coppia abbia

proprio la relazione come soggetto e oggetto del lavoro terapeutico.

Evidenzieremo brevemente come la letteratura sull’argomento

sostiene la scelta di privilegiare lo sguardo sul legame.

Da sempre, il contesto socioculturale segna e definisce i significati

dei gesti e delle parole delle interazioni che si stabiliscono tra

individui. Rispetto alla relazione di coppia, oggi è notevole

l’attenzione agli aspetti affettivi ed emozionali dei partner e la

sottolineatura del benessere dei singoli individui. La coppia è

diventata norma a sé stessa con prevalenza del polo affettivo su quello

etico. L’aumento dello spazio di autonomia rispetto al mandato sociofamiliare

ha portato ogni partner a rivendicare il diritto alla felicità.

Tali cambiamenti sottolineano come la scelta di rimanere nella

relazione sia quindi maggiormente “autentica”, ma

contemporaneamente evidenziano una maggiore fragilità del legame.

In altre parole, possiamo dire che la ricerca della propria felicità nella

relazione di coppia diventa un fattore di rischio se non accompagnata

da un investimento progettuale ed etico in grado di impegnarsi per il

legame anche nei periodi difficili.

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Frattali n.11, novembre 2025

Non è un caso che i partner che vengono in terapia sono sempre più

in grado di esprimere una differenza tra come stanno

individualmente e come sta la loro coppia, individuandola come l’esito

della loro interazione. Mai è capitato che ci fossero dei tentennamenti

alle domande “Come sta lei? E come sta a suo parere la vostra

coppia?”

Sulla base di queste considerazioni ci proponiamo di mostrare

l’efficacia della prospettiva clinica che abbraccia innanzitutto la

relazione rispetto al privilegiare lo sguardo sugli attaccamenti

familiari e individuali di ciascun partner.

LO SGUARDO AL LEGAME DI COPPIA NELLA LETTERATURA

L’attenzione alla coppia e alla terapia con la coppia ha origini

recenti, in passato la relazione tra i partner era vista soprattutto in

relazione al ruolo genitoriale, legata quindi alle difficoltà dei figli.

Il modello della seduta congiunta per i partner che attraversano

momenti di difficoltà, nasce a Londra alla metà del secolo scorso, da

una serie di fattori: esiti drammatici e disagi psichici prodotti dalla

Seconda guerra mondiale, introduzione del lavoro per le donne,

fragilità della nuova famiglia nucleare, velocità delle migrazioni e

fiorire delle ricerche teoriche sull’attaccamento. Sono gli anni del

cambiamento di prospettiva del pensiero clinico che, mantenendo

l’accento sulla dimensione intrapsichica, apre a quella comunicativa

ed enfatizza l’idea della continua riorganizzazione della psiche sulla

base delle esperienze relazionali. Si afferma la convinzione che la

presenza dell’altro assume sempre più importanza nella crescita di

ogni individuo.

Dicks, nel 1949, decide di organizzare sedute congiunte per capire

meglio quello che i partner riferivano nei colloqui individuali. Questa

scelta si è rivelata nel tempo adeguata non solo a una più

soddisfacente comunicazione tra i partecipanti, ma anche come

possibilità per la coppia di avvicinare e conoscere il mondo interno di

ciascuno. Il nuovo setting ha rappresentato per il clinico la possibilità

di osservare la relazione tra i membri della coppia nel qui ed ora della

seduta: l’attenzione si è quindi andata spostando dai singoli individui

in relazione alla relazione in quanto terzo elemento dotato di una

propria identità. Lo sguardo clinico sulla coppia è necessariamente

diventato più complesso. Nel 1967 l’autore parlerà di membrana

diadica, individuando una sorta di sistema a due intorno al quale si

delinea un confine che definisce i contorni del coinvolgimento

reciproco dei partner. Questo sguardo è rafforzato sia dal pensiero di

Bateson (1979) quando parla di mente relazionale e sottolinea

l'interazione tra i partner e l’ambiente, sia dalla visione di Ivan

Boszormenyi-Nagy e Spark (1973) che sottolineano come la relazione

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di coppia si organizza in un sistema di lealtà, con obblighi e meriti

reciproci dei membri.

L’unicità del legame di coppia è sottolineata anche da Romano e

Bouley (Cigoli, Andolfi 2003) che qualificano la relazione come

presenza di isole di stabilità e parlano di un’ossatura solida intorno

alla quale i membri della coppia fanno esperienza emotiva senza

correre troppi rischi.

In modo simile, Robert Neuburger (1989) definisce la coppia come

un’istituzione e con la definizione di mito fondatore della coppia

intende rimarcare le circostanze che hanno convinto i partner che

fosse legittimo dare origine ad una nuova istituzione e quindi che

l’incontro fra loro fosse unico ed eccezionale.

Diversi sono gli autori che negli anni hanno approfondito il

concetto di mente relazionale. Fonagy, negli anni ‘90, parlando di

funzione riflessiva, pone l’accento sul ruolo delle esperienze

interpersonali come fondamento della capacità individuale di

mentalizzare, ovvero di comprendere il comportamento

interpersonale in termini di stati mentali, creando connessioni

empatiche che legano una mente all’altra.

La scoperta dei neuroni specchio (Rizzolatti, 1992) ha rafforzato

questa idea e dato impulso allo studio della capacità attraverso la

quale siamo in grado di condividere, all’interno delle relazioni

significative, i nostri e gli altrui stati d’animo.

Siegel, nel 2001, approfondisce il ruolo fondamentale delle interazioni

con l’ambiente e dei rapporti con gli altri nello sviluppo dell’individuo.

Di fatto, afferma l’autore, la mente si crea all’interno dei processi

neurofisiologici e delle esperienze relazionali e l’individuo cresce e

cambia continuamente nell’arco della propria esistenza nell’incontro

con un altro, diverso da sé, con cui entra in relazione.

L’idea che la relazione di coppia abbia caratteristiche e identità

proprie è sostenuta da diversi autori. Per esempio, Norsa e Zavattini

(1997) nominano l’unità di coppia come senso del noi, come qualcosa

di terzo rispetto ai membri, sovraordinato rispetto alla realtà psichica

individuale. Anche nel concetto di campo, mutuato dalla fisica da

Kernberg (1995) e Lewin (1948) e riferito alla coppia, è presente

l’idea che nell’incontro tra individui si crei qualcosa che differisce

radicalmente da quello che ciascuno degli individui è, separatamente

dall’altro.

Secondo l’Approccio Relazionale Simbolico (Scabini, Cigoli 2000)

il legame di coppia è definito sia da aspetti affettivi di cura, sia da

aspetti etici di vincolo e responsabilità ed è caratterizzato da due

qualità simboliche: da un lato il polo affettivo (dono), risorsa nativa

del legame che consente di dare fiducia e nutrire speranza, ossia dare

credito; dall’altro il polo etico (debito), cui fanno capo gli obblighi

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morali (giustizia e lealtà) che vanno oltre il tempo presente,

attraversando anche le generazioni. (Scabini e Iafrate, 2003).

Anche Berrini e Cambiaso (2001) affermano che un individuo

entra in risonanza con un altro individuo e due “io” diventano un

“noi”. La coppia è quindi un sistema co-creato che orienta ciascun

partner in una direzione di scelte e sviluppo che non è più individuale,

ma sistemica.

Cigoli (2003) parla di relazione di coppia come di plot, dove il

senso del legame va oltre i due individui che partecipano alla

relazione e propone la visione della relazione di coppia come quella di

un vero e proprio “dramma” dovuto sia alla differenza dell’altro sia

all’incontro con l’altro. L’oscillazione continua tra un sé soggettivo

che necessita di essere isolato per garantirsi la propria individualità

e separatezza, ma che allo stesso tempo necessita e desidera

comunicare ed essere capito all’interno di una relazione, dice molto

dell’essenzialità della coppia: la trasparenza del restare intimi con sé

stessi pensando che “con te sto meglio che da solo” (Canevaro, 2023).

Caillé (2007) afferma che la coppia è come un essere vivente che tesse

la propria storia e ha un’esistenza propria. L’incontro con il partner

trasforma in diade la solitudine del singolo, passando da una visione

monoculare, centrata sull’individuo, ad una visione binoculare che

integra individuo e sistema.

Nella coppia c’è una condivisione di idee e comportamenti. Questa

intesa delinea la coppia oltre i due individui ed esclude gli altri

marcando una frontiera che è la traccia dell’assoluto di coppia. Le

coppie spesso affermano che il loro legame è così solido che li fa

sentire più forti nei confronti del resto del mondo, capaci di gestire

richieste dall’esterno che da soli non sarebbero in grado di affrontare.

Dalle continue interazioni che hanno luogo tra i partner emerge la

relazione come elemento terzo, con la sua specifica identità e, man

mano che la relazione si consolida, essa dà origine al legame. Affinché

la relazione possa consolidarsi in legame deve essere al tempo stesso

flessibile (per consentire le necessarie ed inevitabili trasformazioni

della coppia e dei singoli partner), stabile (per proteggere dall’ansia

che può derivare dall’adattamento necessario per gestire i

cambiamenti), dotata di confini, privata ed esclusiva. Il triangolo è la

figura geometrica che aiuta a visualizzare il concetto di legame di

coppia: a due vertici sono posti i coniugi e al terzo la loro relazione,

simbolico prodotto dell’accoppiamento e dotato di una sua identità

che va ad aggiungersi a quella dei partner (Zavattini 2013).

Anche il recente modello proposto da Morgan (2021), partendo

dall’idea sistemica che la coppia è qualcosa di più della somma dei

singoli individui, considera la relazione di coppia come ciò che i

partner creano tra loro, consciamente e inconsciamente. La relazione

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Frattali n.11, novembre 2025

diviene quindi un oggetto psichico a sé stante che l’autrice definisce

stato mentale di coppia.

Fraenkel (2024) ha messo in evidenza come dall’incontro iniziale

dei partner, con il progredire del rapporto, diventa importante il

passaggio da una relazione io e tu a una noi, ovvero un senso di

identità condivisa che non sopprime le identità individuali di

ciascuno, ma aggiunge alla coppia un ulteriore strato di connessione.

Il grado con cui i partner vivono questa identità noi è

significativamente correlato alla soddisfazione e alla stabilità del

legame.

LA RELAZIONE DI COPPIA NELLA STANZA DI TERAPIA

Se, dunque, è sul legame, sulla relazione sofferente che la terapia

con la coppia interviene, qual è un buon modo di procedere nel lavoro

clinico? In quest’ottica, come possiamo riconoscere e accogliere le

sofferenze e le fatiche degli individui che compongono la coppia?

Nel contesto terapeutico, il focus sulla relazione tra due soggetti e

su come ognuno influenza lo stato di benessere dell’altro guida

inevitabilmente il terapeuta ad indagare continuamente la dialettica

tra senso di separatezza e bisogno di relazione, tra intimità ed

estraneità.

Si assiste a uno scambio tra l’identità individuale dei partner e il

contenuto del loro assoluto che crea una circolazione incessante di

senso. Questa circolazione avviene tra la coppia e l’esterno, all’interno

della coppia stessa, tra l’individuo e la coppia e anche tra la coppia e

il terapeuta. Ciascun sistema è portato a stimolare le possibilità

dell’altro, a trasformare il proprio sguardo e ad aprire nuove

possibilità di azione. Un po’ alla volta, lo scambio a tre, vissuto in

seduta tra i partner e il terapeuta, avrà come presenza significativa

la relazione che i partner hanno costruito nel tempo (Caillé 2007).

I terapeuti aiutano le coppie in crisi ad assumere una posizione di

terzietà in cui possano osservarsi e pensare a sé stessi in quanto

coppia e in rapporto a quanto hanno creato e stanno vivendo insieme,

nel bene e nel male.

La coppia è percepita come luogo del malessere individuale e

l’esperienza di trovarsi in presenza di un terapeuta che prova a

lavorare con loro sulla sofferenza diventa contenitiva del dolore. La

terapia con la coppia diventa un trattamento di elezione.

Enrico (45 anni) e Silvia (40 anni) si incontrano intorno ai 20 anni

in un momento di fragilità di entrambi: lui ha perso la mamma da poco

tempo e lei è stata lasciata dal compagno con il quale stava fin

dall’adolescenza. Si piacciono perché lui è “il buono” e lei “la diversa”

e iniziano una relazione sentimentale.

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Frattali n.11, novembre 2025

Girano il mondo per il lavoro di lui e lei lo segue, condividendo le

scelte di vita. Quando, però, lui decide di rientrare al loro Paese di

origine, lei non è d’accordo.

Con la nascita della bambina lei si dedica alla figlia, trascurando la

coppia anche sessualmente e lui soffre molto perché si sente messo da

parte ed agisce alcuni tradimenti.

I partner raccontano di essere delusi l’uno dall’altra riguardo

questi aspetti che nel tempo li hanno fatti allontanare. Inoltre, lui ha

avuto un problema cardiaco importante che gli ha fatto cambiare la

visione delle cose e lei ha fatto un percorso terapeutico individuale

che l’ha resa più indipendente e meno accondiscendente.

Quando chiedono una consulenza di coppia sono in stallo da

diversi anni e non riescono né a stare insieme serenamente, né a

lasciarsi. Durante il percorso terapeutico e di lavoro sul legame,

l’utilizzo di strumenti come il Genogramma Congiunto e il Collage

sull’Idea di Coppia aiutano Enrico e Silvia ad esplorare un registro che

non è solo quello verbale e cognitivo e a scoprire che non hanno più

molto da condividere. Con molta sofferenza decidono di separarsi e di

farlo, però, in modo consensuale, dimostrando che possono comunque

continuare ad essere dei buoni genitori per la loro bambina.

In un percorso con la coppia non sempre la risoluzione della crisi

coincide con una riconciliazione. Talvolta la coppia, impegnata in una

sorta di guerra furiosa, mostra la drammaticità di un legame

disperante (Cigoli, 1988) che viene percepito e vissuto come

impossibile da sciogliere. La terapia di coppia aiuta i partner a

sintonizzarsi sul senso del loro legame, consentendo una decisione più

consapevole riguardo a chi sono e cosa vogliono essere.

L’esperienza ci dice che, quasi sempre, alla radice della sofferenza

dei partner c’è il desiderio insoddisfatto di essere visti e riconosciuti.

Spesso tra i motivi per cui nasce la richiesta di terapia di coppia, vi è

il fallimento di una comunicazione efficace: la funzione riflessiva

(Fonagy, 1997) è disattivata, i partner arrivano a sentire che la

ragione per la quale sono così sofferenti ed esausti è dovuta al sentirsi

continuamente sotto attacco e disconfermati da parte dell’altro.

L’unico movimento atteso da entrambi per uscire dalla sofferenza

in cui sono sprofondati, è che l’altro cambi, in realtà finiscono per

bloccarsi in un disadattamento che genera una insoddisfazione

reciproca e profondo dolore.

Il terapeuta non assume mai il ruolo di giudice rispetto a quanto

accaduto o accade in seduta, impara a pensare per andirivieni,

sviluppando il “terzo occhio” (Mara Selvini Palazzoli, 1980) con il

quale vedere non solo ciò che sta avendo luogo tra i membri, ma anche

approfondire l’incastro di coppia.

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Frattali n.11, novembre 2025

Quando la relazione diventa soggetto della terapia, oggetto del

lavoro clinico diventa cercare come il mondo interno di uno dei

partner si incastra con il mondo interno dell’altro e come i membri

della coppia si attribuiscono vicendevolmente, a livello

inconsapevole, bisogni e sentimenti personali non soddisfatti. Spesso

i partner, attendendo reciprocamente una risposta ai propri bisogni,

finiscono in realtà per accumulare numerose incomprensioni per cui

ciò che li ha fatti innamorare un tempo, ora li pone in conflitto.

Mattia e Katrina si conoscono in chat, lei ha 28 anni e lui 35. Dopo

sei mesi di conversazioni online decidono di incontrarsi per una breve

vacanza.

Katrina arriva nervosa al primo appuntamento, si aspetta di

incontrare una persona diversa da come invece si presenta Mattia: un

uomo posato con l’aria da bravo ragazzo e di una cultura immensa. Ne

è subito attratta: con Mattia si sente a suo agio, libera di essere sé

stessa, nel bene e nel male.

Mattia, dal canto suo, apprezza Katrina per il suo essere

“colorata”, fuori dagli schemi, con un fascino particolare. È attratto

dalla parte “dopaminica” di lei e la fiducia che Katrina ripone in lui lo

fa stare bene.

Anche in questo caso, l’incontro di coppia rappresenta il tentativo

di soddisfare dei bisogni che hanno a che fare con esperienze di vita

precedenti. Per Katrina, si tratta di trovare la sicurezza in un partner

affidabile, lei che ha vissuto gran parte della sua vita sola con la

madre, spesso in ristrettezze economiche, con poche occasioni di

vedere il padre che si era trasferito all’estero dopo la separazione.

Mattia, invece, attraverso Katrina, si vede riconosciuta quella

parte esuberante e vivace di sé, troppo spesso disciplinata come

inopportuna nella sua famiglia d’origine, dove la sobrietà e la

compostezza erano la regola.

Come spesso accade, la rigidità di certi incastri rappresenta un

ostacolo all’evoluzione della vita a due. Di fatto, la crisi tra Katrina e

Mattia si insinua nella loro relazione diversi anni dopo: Katrina ha

finalmente un lavoro che le piace e conosce un’amica con cui trascorre

molto tempo insieme ai loro figli. Mattia sente venir meno l’esclusività

della loro coppia, si sente messo in disparte. Katrina è come se

soffocasse dentro una relazione che un tempo aveva rappresentato

una certezza.

Sarà il lavoro clinico che aiuterà entrambi a capire il proprio

contributo alla crisi e ad aiutarli nella direzione di trovare una nuova

strada. Loro sarà la scelta del rilancio del legame.

La seduta di coppia diventa quindi spazio di dicibilità e di pensiero,

su di sé, sull’altro, sulla relazione. Si crea, nella stanza, un gruppo

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Frattali n.11, novembre 2025

dove punti di vista diversi possono confrontarsi senza escludersi

vicendevolmente ma, anzi, essere accolti e visti anche nelle loro

ambivalenze.

Il contesto facilita la comunicazione e permette il formarsi dello

stato mentale di coppia (Morgan, 2021), aprendo spazi di

comprensione reciproca in cui il sentirsi capiti attiva

progressivamente la sensazione di fiducia nell’altro e apre la

riflessione sul legame.

Non sempre il livello di sofferenza con cui la coppia arriva in prima

seduta è uguale tra i partner. Spesso quello dei due che si sente

maggiormente ferito porta l’altro in terapia, perché non riesce più a

sopportare il dolore e sente che la coppia non ce la fa da sola a

superare la crisi.

La sofferenza che più frequentemente viene portata dalle coppie

in terapia è il non sentirsi più compresi l’uno dall’altro ed è proprio

questa sensazione, che emerge nelle molteplici e specifiche modalità

comunicative di ogni coppia, a far percepire una perdita di coesione,

di unione, di connessione. Il legame, quindi, non è più saldo, è

allentato, sfilacciato e non è più avvertito come una forza, ma come

un vincolo pesante, ormai faticoso da sostenere.

IL SIGNIFICATO DEL LEGAME DI COPPIA

Quando in terapia si utilizzano termini come “legame di coppia”, ci

si rende conto che si fa riferimento a costrutti polisemici di complessa

definizione e di cui i partner possono avere differenti

rappresentazioni. Per questo è importante, durante la terapia,

lavorare sul significato che rappresenta il termine legame per la

coppia stessa. Non sempre è semplice esprimere da parte di ciascun

partner cosa questo termine rappresenta per sé e cosa ha

rappresentato nella storia della loro relazione.

Ciò che emerge dal lavoro clinico è che ogni partner ha una propria

concezione molto specifica del costrutto.

Ad esempio, il legame è stato descritto come: “comunione di

intenti”, “progettualità condivisa”, “il costruire assieme la casa

dell’amore”, “il sentirsi sostenuti ed esserci sempre, perché lo si

vuole”, “una scelta che si rinnova, nascendo dal passato e

proseguendo, sempre in aumento”, “luogo dei sogni e luogo in cui

questi sogni si possono realizzare”, “comprensione e rispetto”, “luogo

dove le emozioni diventano sentimento”, “complicità”, “protezione”,

“luogo dove si può dire: prima la coppia e poi tutto il resto”,

“mantenere la fiducia nel tempo”, “senso di sicurezza”, “rispetto”,

“alleanza”, “esclusività verso l’esterno”, “luogo sicuro, in cui non

esistono recriminazioni”, “sentirsi squadra”, “luogo dove si può

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Frattali n.11, novembre 2025

respirare”, “sinonimo di amore”, “possibilità di contare sull’altro”,

“sentire l’impossibilità di essere senza l’altro”.

Nel lavoro clinico mettere a tema il significato personale del

legame facilita l’esplicitazione delle aspettative che ciascuno ha

sviluppato, indipendentemente dal fatto che siano già state condivise

o meno all’interno della coppia, e consente di mettere in parola i

desideri.

Il legame di coppia ha una genesi: la coppia, infatti, si struttura

come sistema complesso che deriva dall’intreccio delle due storie

originali dei partner.

La condivisione della propria storia personale, la creazione di una

sorta di lessico specifico della coppia (che comprende spesso anche la

creazione di neologismi), la capacità di negoziare e di arrivare a scelte

comuni, i contatti frequenti e la dimensione del tempo, vengono

spesso indicati in seduta come elementi fondamentali che concorrono

alla strutturazione ed al mantenimento della fiducia e del legame.

Spesso la manifestazione elettiva del legame è rappresentata per i

partner dall’unione sessuale, che fa sentire ciascuno legato all’altro:

nell'”età dell'oro” della coppia, la sessualità contribuisce fortemente a

far percepire questa unione, sia a livello di sensazioni fisiche, sia di

emozioni.

Dalla narrazione della fase iniziale della crisi, ossia di quello che

per ciascuno è stato il momento in cui il legame ha iniziato ad

indebolirsi, emerge spesso la fragilità dei confini di coppia rispetto al

contesto esterno (ad esempio le famiglie d’origine e gli impegni di

lavoro). La definizione di sani confini di coppia, definiti, ma

adeguatamente permeabili, è uno tra gli elementi che concorrono a far

percepire alla coppia la solidità del legame.

Marta e Aldo, sono una giovane coppia, vivono in una città del nord

Italia dove lui è nato, non hanno figli e sono molto orientati alla loro

carriera professionale, avendo condotto studi universitari complessi

e prestigiosi. Lei è originaria di una città del sud. Una grande fatica

che portano in terapia è il riuscire a definire dei confini rispetto alle

proprie famiglie d’origine, entrambe molto richiedenti. La crisi tra

loro è nata per il fatto che entrambi si sentivano più figli che partner

in coppia. Marta aveva avuto un ruolo di mediatrice rispetto ai

genitori sempre in forte conflitto ed era preoccupata nel pensarli

insieme, lontani senza di lei; mentre Aldo, figlio unico dopo anni di

tentativi falliti, faticava a svincolarsi, perché dai genitori aveva

sempre ricevuto una protezione e un accudimento molto attento e

premuroso, che lo faceva sentire sempre al centro dell’attenzione.

Il lavoro terapeutico li ha aiutati a riscoprire e a confermare

perché si erano scelti, le iniziali profonde motivazioni per cui avevano

deciso di mettersi insieme e di progettare una famiglia. Riuscendo a

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dare priorità al loro legame, il passo successivo è stato quello di

legittimarsi a definire dei confini rispetto alle richieste esplicite o

presunte che sentivano arrivare dalle loro famiglie d’origine.

Un altro fattore chiave è connesso alla soddisfazione delle

aspettative da parte di ciascun partner, aspettative che non sempre

sono state condivise, spesso neppure espresse esplicitamente.

Nora, 32 anni, psicologa e Andrea, 35 anni, medico sono sposati da

due anni, dopo un fidanzamento di cinque anni. Vengono in terapia

dichiarandosi innamoratissimi, ma in una condizione che entrambi

definiscono di “stallo disperante”.

Erano convinti di aver espresso e condiviso le loro reciproche

aspettative prima del matrimonio e di avere un progetto comune, ma

si sono trovati disallineati sulle tempistiche dell’avere figli. Nora

desiderava cercare una gravidanza dopo qualche anno di

“assestamento”, Andrea li voleva subito. Nora ha inizialmente accolto

il desiderio di Andrea, ma ha sentito che per lui la ricerca di un figlio

diventava più incalzante quando lei si sottraeva ai rapporti sessuali,

programmati e pianificati da lui in un modo che a lei toglieva il piacere

della spontaneità. Nora a un certo punto è arrivata a dubitare di voler

avere figli con lui e questo ha portato Andrea alla disperazione di

perderla.

Il lavoro svolto in terapia sulla rivisitazione delle aspettative di

coppia e sull’analisi dei motivi che ne erano alla base (tra cui

importanti mandati e pressioni transgenerazionali) ha consentito

una ri-negoziazione del progetto di coppia, rendendolo più flessibile e

sintonico alla loro specificità e di conseguenza rafforzando il legame

che si era incrinato.

Il passaggio significativo è portare le coppie a sentire che il “tempo

lungo” del legame permette di vivere la cura e lo scambio quotidiano

non su base utilitaristica, nella logica costi/benefici, bensì sulla base

della reciprocità differita, che nasce primariamente dalla gratitudine

e dal desiderio di restituire. Questo processo nutre la fiducia che si

costituisce e consolida come esito di scambi equi tra i partner.

In realtà, è proprio perché il legame è associato al pensiero del

tempo lungo che può durare: è per un valore durevole (idealmente

“per sempre”) che si investe e ci si impegna intensamente fin da

subito ed è proprio questo che concorre alla strutturazione e al

mantenimento del legame stesso. Per questo il lavoro clinico con la

coppia è l’occasione di rilancio e crescita del noi e del sé.

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Frattali n.11, novembre 2025

CONCLUSIONI

Il confronto clinico rimane aperto nella sua dimensione di studio,

ricerca e pratica. Sicuramente gli occhiali che abbiamo indossato ci

hanno portato a cercare e poi ritrovare le basi di alcune convinzioni

che sostengono il nostro lavoro con le coppie. Tuttavia, anche

l’andamento delle nostre terapie ci restituisce l’attinenza della crisi

del legame al disagio individuale e di coppia. Le trasformazioni della

vita di coppia continuano ad interrogarci e perché no, a stupirci.

Tenere il punto sul “noi” ci sembra ancora molto promettente per

la coppia, i singoli partner e i terapeuti.

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Frattali n.11, novembre 2025

IL DISEGNO CONGIUNTO:

COMUNICARE IN ASSENZA DELLE PAROLE

Ottavia De Blasio 1

RIASSUNTO Il Disegno Congiunto è una tecnica esperienziale utile in sedute di

terapia familiare, poiché favorisce l’interazione creativa tra gli individui

coinvolti, creando uno spazio per l'espressione e la riflessione di contenuti

psicologici spesso difficili da esplorare attraverso la sola parola e portando ad

ampliare lo sguardo alla qualità dei legami osservati e al funzionamento globale

del sistema.

Il presente lavoro si propone di approfondire l’utilizzo del Disegno Congiunto in

psicoterapia, analizzando sia la teoria che la pratica di questa tecnica. Viene poi

esaminata la sua applicazione con la presentazione di due diversi casi clinici,

distinti per un diverso formato terapeutico, familiare e di coppia.

SUMMARY. Joint Drawing is an experiential technique useful in family therapy

sessions, as it promotes creative interaction between the individuals involved,

creating a space for the expression and reflection of psychological content that is

often difficult to explore through words alone. It also broadens the perspective on

the quality of the observed relationships and the overall functioning of the

system.This paper aims to explore the use of Joint Drawing in psychotherapy,

analyzing both the theory and practice of this technique. Its application is then

examined through the presentation of two different clinical cases, distinguished

by different therapeutic formats: family therapy and couple therapy.

PAROLE CHIAVE. Disegno Congiunto, terapia familiare, tecnica esperienziale,

interazione creativa, relazioni interpersonali, qualità dei legami

INTRODUZIONE

Nel contesto della psicoterapia sistemica, gli strumenti espressivi

e creativi hanno assunto un ruolo sempre più rilevante

nell’esplorazione delle dinamiche relazionali. Tra questi, il disegno

congiunto si rivela essere una tecnica semplice ma altamente

significativa, in grado di portare alla luce pattern comunicativi,

alleanze implicite e confini interpersonali che intercorrono all’interno

di una coppia o di un sistema familiare. Chiedere a due o più membri

1

Psicologa e Psicoterapeuta

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Frattali n.11, novembre 2025

di una famiglia di realizzare insieme un disegno, senza indicazioni

rigide, ma quale compito condiviso, offre al terapeuta l’occasione di

osservare modalità di cooperazione, ruoli assunti spontaneamente,

conflitti sotterranei e livelli di differenziazione.

LA FAMIGLIA

La famiglia in quanto sistema

Nella nostra pratica lavorativa, la prima osservazione inizia dalla

famiglia. Questa rappresenta il primo contesto di vita in cui ciascun

individuo vive e si sperimenta, avendo l’opportunità̀ di apprendere le

regole sociali, i comportamenti accettabili e consolidare le abilità

relazionali. Tramite l’interazione quotidiana con genitori, fratelli e

altri parenti significativi, il singolo imparerebbe fin dalle primissime

fasi di vita i modelli di comportamento proposti, sviluppando una

comprensione dei ruoli di genere e interiorizzando principi etici e

morali. In tal modo, la famiglia diventa ponte fondamentale tra

l’individuo e la società̀, preparando ciascuno per il suo ruolo e le sue

responsabilità̀ nei contesti di vita allargati più ampi.

Un aspetto interessante riguarda l’analisi del sistema nella sua

struttura, all’interno del quale si possono individuare diversi livelli

(Minuchin, 1974): un primo livello generale, il quale riguarderebbe le

regole universali che governano l’organizzazione familiare (es.

diversi livelli di autonomia e responsabilità̀ tra sottosistema

genitoriale e quello dei figli), e un secondo livello che riguarderebbe

invece una condizione specifica per ogni famiglia, comprendendo le

aspettative che tutti i componenti negli anni costruiscono vivendo

eventi quotidiani e le cui dinamiche vengono definite ed espresse sulla

base del mito e della cultura di quella storia familiare.

Infine, il modo di funzionare della famiglia si potrebbe delineare

con un’oscillazione alternata tra due fasi, portandola a modificarsi nel

tempo: una orientata all’adattamento e l’altra all’assestamento. Sulla

base di questi movimenti, in presenza di fattori sconosciuti, per

mantenere un proprio equilibrio interno, si attiverebbe una

resistenza ai cambiamenti che superino un certo limite, mantenendo

i modelli conosciuti e preferiti il più̀ a lungo possibile. Al tempo stesso,

modelli alternativi rimarrebbero disponibili all’interno del sistema,

ma ogni deviazione che oltrepassi le soglie di tolleranza di questo

porterebbe all’innesco di meccanismi volti a ristabilire l’assetto

abituale. Quindi, quando il sistema si trova a fronteggiare situazioni

di squilibrio, alcuni componenti della famiglia sarebbero portati a

pensare che gli altri non adempiano più ai loro doveri e tali credenze

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Frattali n.11, novembre 2025

porterebbero alla comparsa di disequilibri, malesseri di alcuni o di

tutti, che esiterebbero in appelli alla lealtà̀ e manovre colpevolizzanti

volti a ripristinare l’equilibrio iniziale.

In sintesi, per potersi mantenere stabile e ben funzionante, la

struttura familiare dev’essere capace di adattarsi se le situazioni

cambiano, senza perdere di vista lo schema di riferimento che

rassicura i suoi componenti.

Ne emerge uno schema concettuale della famiglia di 3 aspetti

(Minuchin, 1974):

• Nel corso del tempo una famiglia si trasforma e, al contempo, si

deve adattare e ristrutturare per continuare a funzionare;

• La famiglia ha una struttura che può̀ soltanto essere vista in

movimento;

• Una famiglia si adatta alla tensione in modo da mantenere

all’interno una sua continuità̀, pur rendendo possibile una

ristrutturazione.

L‘organizzazione familiare

Continuando con l’analisi interna del sistema familiare, di nuovo

Minuchin (1974) ci spiega poi come si possano individuare differenti

sottosistemi, ciascuno con una propria funzione da svolgere. I singoli

membri si ritrovano coinvolti in diadi (es. moglie- marito, madrefiglio,

padre-figlio…), con la possibilità di appartenere a diverse di

esse, acquisendo differenti livelli di potere e capacità differenziate.

I sottosistemi identificabili sono (Minuchin, 1974):

• Marito e moglie: essi costituiscono il sottosistema coniugale

all’interno del quale si potrebbero osservare sostegno reciproco

o al contrario comunicazioni squalificanti uno dell’altro;

• Madre e padre verso i figli: si tratta del sottosistema genitoriale

in cui la relazione sarebbe caratterizzata da educazione e

disciplina;

• Figli: il rapporto tra fratelli definisce il sottosistema fraterno le

cui dinamiche potrebbero vedere sostegno, gioco, o anche

conflitto tra coetanei.

Questi sottosistemi guidano il terapeuta nella conoscenza di una

famiglia, portando ad ampliare lo sguardo a come circolano le

comunicazioni e le informazioni tra tutti: esse possono infatti fluire ed

essere travasate in un verso orizzontale, all’interno di uno stesso

sottosistema, oppure, seguendo la linea verticale, tra un sottosistema

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Frattali n.11, novembre 2025

e l’altro. Così facendo si individuerebbero chiari confini relazionali,

attraverso cui le comunicazioni e interazioni vengono scambiate e

avviate; questi detterebbero le regole riguardo a chi entri in contatto

con chi e a quali informazioni possano fluire e circolare al suo interno

o nello scambio tra lui e le altre diadi. In altre parole: chi partecipa e

come.

In tale cornice, la presenza, o assenza, di confini diventa

fondamentale nella funzione di proteggere la differenziazione del

sistema: per un buon funzionamento della famiglia è necessario che

essi siano chiari, nettamente definiti, in modo da permettere ai

membri del sottosistema di esercitare le loro funzioni senza

interferenze. Ad esempio, il genitore deve poter mantenere il proprio

ruolo di guida per il figlio, filtrando adeguatamente le comunicazioni

da trasmettergli, così come il fratello il ruolo di pari, consentendogli

una maggior permeabilità nella relazione e scambio con la fratria. Allo

stesso tempo, devono permettere il contatto fra i componenti del

sottosistema e gli altri consentendo alle comunicazioni di circolare

tra tutti i membri così da mantenere trasparenza tra di loro ed evitare

la formazione di alleanze o segreti, La chiarezza di confini diventa così

un’importante chiave di lettura, utile per la valutazione della famiglia

e del suo modo di funzionare, dove agli estremi vi sarebbero

l’invischiamento (assenza di confini, eccesso di condivisione) e il

disimpegno (rigidità dei confini, assenza di condivisione)

(Minuchin,1974).

LA TERAPIA FAMILIARE

Tecniche di osservazione

Il sistema famiglia ha acquisito negli anni sempre più̀ spazio

all’interno di studi e correnti di pensiero, poiché́ sempre più̀ fondata

è la visione di un individuo collocato all’interno dei suoi plurimi

contesti di vita. Come abbiamo visto, quello familiare acquisisce

importanza cruciale nel promuovere e garantire benessere psichico

dei suoi membri, ma anche nell’ostacolarne un sano sviluppo, con il

rischio che si trovi a favorire, al contrario, l’insorgere di disagio e

malessere.

Sulla scia di questo modo di intendere la famiglia, in tema di terapia

familiare si originano tecniche di osservazione fondate più̀ sul fare

che sul parlare, il cui fine sia quello di portare alla luce le dinamiche

di scambio e di comunicazione tipiche di quella famiglia, mettendola

in una condizione dinamica in cui poter portare il proprio modello

relazionale, così come provare cose nuove. Ai membri della famiglia

viene chiesto di comunicare senza emettere suoni o parole, ma

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Frattali n.11, novembre 2025

sperimentando e sentendo con lo spazio e con il corpo le reciproche

risorse e fatiche. Riprendendo uno degli assiomi della comunicazione

di Watzlawick (1974), “comunque ci si sforzi, non si può non

comunicare”; anche nel caso in cui un membro si astenesse

dall’eseguire quanto proposto, lo stesso astenersi entrerebbe in una

rete di significati che appartiene a quella famiglia.

Avviare un’interazione dal vivo porterebbe il terapeuta a creare le

condizioni per acquisire informazioni salienti sul funzionamento della

famiglia in osservazione e sulla sua capacità e disponibilità a

riadattarsi a fronte di possibili novità e cambiamenti di schema. Nel

corso della sua osservazione muove lo sguardo su tre importanti

aspetti: l’adattabilità̀, la coesione e la comunicazione. L'Adattabilità̀

familiare consiste in processi che riguardano leadership, disciplina,

negoziazione, ruoli, regole e cambiamento familiare, mentre la

Coesione familiare si traduce in processi che riguardano separazione

vs. unione, orientamento "io vs. noi", vicinanza emotiva, lealtà̀,

attività̀ condivise/non condivise e dipendenza vs. indipendenza

(Olson et al. 1979). Infine, la comunicazione familiare viene valutata

esaminando le capacità di ascolto e di espressione orale, il grado di

auto-rivelazione, la chiarezza dei messaggi, la frequenza con cui si

rimane in tema e il livello di rispetto e considerazione che i membri

della famiglia si dimostrano a vicenda durante la conversazione

(Olson et al. 2014).

La disposizione delle due dimensioni di adattabilità̀ e coesione su

due assi perpendicolari porterebbe a definire quale funzionamento

familiare sano, quello dato da un equilibrio su ogni dimensione;

famiglie che funzionano quindi nei livelli centrali di ogni dimensione

e che evitano gli estremi di alto o basso.

Dall’incrocio dei due assi si delineerebbero quattro livelli per

ciascuna dimensione.

I quattro livelli di Adattabilità̀: rigido, strutturato, flessibile e

caotico.

I quattro livelli di Coesione: disimpegnato, connesso, coeso e

invischiato.

IL DISEGNO CONGIUNTO

Si arriva quindi a inserire nella pratica di terapia familiare nuovi

strumenti per portare alla luce tutti gli elementi fin qui citati e

permettere al terapeuta di ricostruire così il quadro familiare da cui

ne deriverà la sua ipotesi e proposta di lavoro.

Di seguito viene raccontato uno dei possibili metodi espressivi

basati sul fare, elaborati nel tempo per creare le condizioni favorevoli

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Frattali n.11, novembre 2025

all’emergere degli aspetti salienti del funzionamento familiare (Bing,

1970).

Lo strumento

Il disegno congiunto è un compito grafico condiviso nel quale i

membri della famiglia (di solito genitori e figli) vengono invitati a

realizzare insieme un disegno. Il terapeuta propone l’attività

lasciando come consegna la creazione di un disegno; viene chiesto loro

di collaborare per creare insieme un’unica rappresentazione, a tema

libero, sullo stesso foglio, concordando e costruendo l’immagine passo

dopo passo. Inoltre, viene specificato di scegliere un colore a testa e di

mantenere lo stesso per tutto il disegno, così che al termine ognuno

potrà vedere il contributo di ciascuno sulla base del colore utilizzato.

L’utilizzo di tale strumento offrirebbe la possibilità̀ di integrare tre

diverse fonti di informazioni. La prima consiste nel colloquio dialogico

e di conoscenza con i genitori, ai quali, in fase di consultazione, viene

chiesto di raccontare e spiegare come sia la loro famiglia. In un

secondo momento vengono poi messi in atto gli insegnamenti di

Salvador Minuchin, dove le relazioni familiari vengono osservate

nelle interazioni che avvengono nella stanza: la famiglia in azione

(Minuchin, 1974). Successivamente, l’esperienza messa in atto e

raccolta dai professionisti viene restituita ad una famiglia che riflette

su sé stessa in uno scambio che guiderebbe all’elaborazione di

un’ipotesi co-costruita, iniziando a mettere in luce le risorse

individuate e possibili schemi alternativi.

La ricchezza dello strumento grafico consiste nella doppia

possibilità̀ di osservazione e analisi; permetterebbe infatti di far

emergere sia le rappresentazioni soggettive, i processi cognitivi e le

componenti emotive delle relazioni familiari, sia le interazioni tra i

membri presenti in seduta. Inoltre, tramite questa attività̀, i singoli

individui verrebbero posti nella condizione di dover compiere delle

scelte e poter esprimere ciascuno il proprio punto di vista, dando così

al terapeuta la possibilità̀ di osservare le modalità̀ con cui vengono

affrontate le decisioni e gli schemi relazionali propri di quella

famiglia.

Come Greco (2006) ci riporta, eseguire un compito grafico può̀

allentare momenti di tensione, permettendo ai familiari di esprimere

più̀ di quanto si sarebbero concessi nel dialogo e nel racconto.

A conclusione del compito, il terapeuta chiede a ciascun membro

familiare di descrivere e commentare quello che ha disegnato. Se il

tipo di realizzazione lo permette, si richiede a ognuno di aggiungere

qualcosa al disegno degli altri e di descrivere quanto eseguito, anche

utilizzando domande triadiche, chiedendo cioè ad uno di portare il

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Frattali n.11, novembre 2025

pensiero o la convinzione dell’altro su quanto emerge dal contenuto,

in modo da integrare il canale analogico con quello verbale.

L’utilizzo in terapia

La famiglia, nell’affrontare il compito che le viene assegnato,

risponde organizzandosi con strategie sue, proprie e caratteristiche,

rivelando il suo modo di affrontare gli eventi. Cogliere il suo

funzionamento permette di entrare in contatto con lei a livello

relazionale, individuando sia la collocazione che assume il sintomo

portato, sia le risorse che portano o che possono emergere

dall’interazione tra i membri.

Le informazioni utili al terapeuta a costruire l’ipotesi di lavoro

arriveranno dalla possibilità di cogliere il processo che conduce alla

creazione del disegno e successivamente dalla valutazione del

prodotto finale del lavoro familiare. Interesse privilegiato ai fini della

comprensione del processo viene rivolto alle modalità̀ con cui i

partecipanti si organizzano attorno al compito, ai loro scambi

comunicativi (verbali e non verbali) e alla loro interazione e

collocazione nello spazio. Tali aspetti rispecchierebbero infatti lo stile

comunicativo e il tipo di organizzazione usuale che quella particolare

famiglia avvia quando si trova ad affrontare un compito come

sistema; vengono messe in atto le leggi di gerarchia interne al sistema

e le strategie per gestire e far fronte a eventuali contrasti e difficoltà.

Nel corso dell’osservazione, particolare rilevanza assumono poi i

sottosistemi composti dai genitori e quelli formati dai fratelli.

All’interno della coppia genitoriale si potrebbe cogliere sostegno

reciproco e supporto di proposte o iniziative, tale da stimolare la

valorizzazione e collaborazione del lavoro di tutti i membri; oppure,

un genitore potrebbe operare in modo autonomo, come se fosse l’unica

figura genitoriale deputata a prendere decisioni relative ai figli e a

quanto li riguarda. Diversamente, potrebbe appoggiarsi

continuamente all’altro, ricercando conferma e rassicurazione,

trasmettendo quindi una posizione e fermezza instabile. Rispetto al

legame tra fratelli si considererebbe elemento centrale per un sano

funzionamento una funzionale differenziazione: ogni fratello

dev’essere in grado di costruire e strutturare una propria identità̀,

senza essere omologato all’altro o dover porsi in opposizione,

enfatizzando eccessivamente una netta differenza per riuscire ad

individuarsi (Dunn, Plomin, 2012).

In questo diventano particolarmente interessanti le possibili sottounità

“anomale”, cioè̀ alleanze figlio-genitore che possono

contrapporsi tra loro. Fattore di rischio per il sistema sarebbe la

rilevazione di strutture triadiche, di triangolazioni, cioè, dove due

membri costruirebbero un rapporto privilegiato a discapito di un

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Frattali n.11, novembre 2025

terzo, in termini di ricerca di appoggio e sostegno, attacco e conflitto,

o di iperprotezione (Minuchin, 1980).

“Una coalizione genitore-figlio non solo incrina l’autorità̀ dell’altro

genitore, ma fa dipendere l’autorità̀ del genitore compiacente dal

sostegno del figlio” (Haley, 1977).

Casi clinici

Vengono di seguito riportati due esempi di utilizzo clinico dello

strumento del disegno congiunto, utilizzato all’interno di due percorsi

di terapia con formato differente: un primo caso di terapia familiare,

un secondo nel corso di una terapia di coppia.

Un esempio di utilizzo con la famiglia: la famiglia P.

Il caso qui raccontato riguarda una famiglia composta da due

genitori di circa 40 anni e una bambina di 5 anni. Siamo all’interno

della fase di consultazione, conosciamo quindi prima i genitori, che ci

raccontano la loro storia e il malessere portato dalla figlia per loro

oggi fonte di preoccupazione, motivo per cui scelgono di

intraprendere il percorso di terapia.

In accordo con la collega, scegliamo di proporre l’esercizio del

disegno congiunto già̀ al secondo incontro, per il quale abbiamo

invitato anche la bambina con il desiderio di conoscerla e di sapere

anche da parte sua quali siano le fatiche che sente che la famiglia sta

attraversando. Il disegno ci appare essere uno strumento di facile

accesso e coinvolgimento, data anche l’età̀, che la possa rassicurare e

che al contempo possa essere efficace nel trasmetterci le informazioni

necessarie per iniziare a costruire un’idea sul funzionamento di

questo piccolo nucleo.

Data la consegna iniziale per l’elaborato libero e le poche istruzioni

da seguire (l’utilizzo di un unico colore), li osserviamo quindi lavorare

insieme e ci accorgiamo subito di una certa familiarità̀ rispetto al

compito assegnato; sono a loro agio, mamma e papà si coinvolgono e

partecipano attivamente alla produzione del disegno. C., la figlia, è tra

i due genitori e tiene le redini del disegno, coordina e dice a mamma e

papà cosa disegnare, dove e come colorarlo; esegue il tutto con grande

attenzione a mischiare i tre colori, tale per cui, a lavoro terminato,

appare evidente una mescolanza dei tratti: ognuno partecipa alla

creazione di ogni dettaglio, dietro stretto coordinamento della piccola.

Il papà appare maggiormente disinvolto e orientato a

improvvisare; scopriamo più̀ tardi essere il creativo di famiglia e colui

che più̀ spesso si intrattiene nel disegno con C.. La mamma, a sua

volta, non si tira indietro, ma nello scambio e nel suo modo di attivarsi

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Frattali n.11, novembre 2025

si scorge una maggiore attenzione ad assecondare e seguire le

indicazioni della figlia; propone, ma quasi come a chiedere il

permesso. Il clima che si respira nel corso del disegno è di complicità̀

all’interno di tutti i sottosistemi: mamma e papà appaiono alleati e in

sintonia, non si sovrappongono mai nelle indicazioni e si sostengono

nelle proposte e idee portate; papà e figlia portano una certa

complicità̀, il padre quasi sembra tornare bambino. Nella dinamica

mamma/figlia si osservano gioco e divertimento, ma la madre non

appare mai come una compagna di giochi, segue la figlia, chiede e

agisce, dando qualche indicazione quando necessario (ogni tanto

riprende C. sul tono di voce infantile utilizzato): si percepiscono

controllo ed aderenza al confine dei ruoli.

Osservare questa famiglia rispondere al compito ha permesso a me

e alla collega di mettere in luce alcuni aspetti interessanti rispetto alla

struttura familiare. Ci troviamo di fronte ad una bambina che da un

lato sottolinea il suo essere piccola (per tutta l’attività utilizzerà un

tono di voce e una produzione verbale propria di bambini di età

minore), dall’altro guida i suoi genitori, li osserva e monitora nel loro

operare, lasciando sì spazio quando i due adulti lo prendono per

aggiungere spontaneamente elementi del disegno, ma portando al

tempo stesso il bisogno di dover “dare il permesso”.

Rispetto al sottosistema genitoriale si rivela una mamma che si

ancora alla sua posizione verticale che sente di dover sottolineare e

rimarcare con qualche rimprovero e indicazioni più direttive, in

contrapposizione ad un papà che senza fatica elimina il confine,

mettendosi sullo stesso piano orizzontale della figlia.

Iniziano a farsi strada in noi terapeuti i primi pensieri di ipotesi e

lavoro con questo nucleo, per il quale sentiamo utile e necessario

lavorare con questi genitori in ottica di ridefinizione dei confini,

esplicitando il loro accordo rispetto a compiti e responsabilità

genitoriali e restituendo alla figlia la sua legittima posizione. Parte del

lavoro sarà poi orientato ad aiutare mamma e papà a rendere fluidi i

loro confini, agevolando una circolarità di vissuti, emozioni e

informazioni, filtrata adeguatamente rispetto ad essi e non più

oscillante tra i due estremi ad oggi da loro adottati di totale rigidità

(mamma) o assenza (papà).

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Frattali n.11, novembre 2025

Un esempio di utilizzo con la coppia: L. e T.

In questo caso il Disegno Congiunto è stato proposto alla coppia di

L. e T., entrambi con un percorso di terapia individuale e che proprio

all’interno dei rispettivi percorsi maturano il desiderio di affrontare

il tema della genitorialità̀ e quella grande domanda che aleggia tra di

loro, ma alla quale da soli non riescono trovare risposta: se desiderino

o meno diventare genitori e trasformare la loro preziosa diade in un

trio.

Dopo aver già̀ svolto con loro le sculture, utili per portare alla luce

le genuine posizioni che sentono uno rispetto all’altro e l’idea

progettuale della loro coppia, ci è parso altrettanto proficuo proporre

un secondo lavoro esperienziale, quello del disegno congiunto, per

provare ad attenuare il costante lavoro di pensieri e ragionamenti e

lasciare maggior spazio e voce alle pance e ai non detti.

Al fine di potenziare il silenziamento dei concetti, decidiamo di

proporre il Disegno Congiunto con qualche variazione dalla consegna

canonica; chiediamo di provare a pensare alla propria coppia

attraverso l’utilizzo di forme e simboli, iniziando da una

rappresentazione individuale. In questo caso vediamo emergere

l’insicurezza di T., i tanti punti interrogativi che si pone di fronte

all’utilizzo di forme da parte della moglie alle quali non riesce a dare

un significato. Nel suo disegno sceglie toni caldi, la forma riprodotta è

una linea chiusa, simmetrica, con due lati, uno lo specchio dell’altra,

all’interno della quale sembra rimanere poco spazio per accogliere

altro. L. offre una visione con più̀ elementi distinti, inserendo un

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Frattali n.11, novembre 2025

motivo di dinamismo e le linee sono sia chiuse, sia aperte. Lei si

interroga meno sull’operato svolto dal marito, osserva e sorride, quasi

divertita dall’uomo accanto a lei che, al suo opposto, sembra più̀

irrequieto, desideroso di ricevere risposte e forse lui stesso colpito

dalla naturalezza della moglie. Nello svolgimento del compito si

conferma la complicità̀ della coppia. In un secondo momento viene

proposto loro di inserire se stessi all’interno della rappresentazione

del coniuge, aggiungere, cioè̀, il proprio elemento nella riproduzione

dell’altro.

Questo successivo passaggio ha offerto a noi terapeuti la possibilità̀

di osservare come entrambi si collocassero nel rapporto con l’altro; T.

riempie tutto con il suo colore, passa sopra ogni elemento e tratto

riprodotto dalla moglie, quasi come un bisogno di invadere il campo

inserendosi in maniera importante. L. porta nella forma del marito,

tutta tondeggiante, un triangolo, piccolo e spigoloso. Questo aprirà̀ a

numerosi dubbi e interrogativi da parte del marito e

dell’interpretazione diversa che scopriamo poi entrambi avervi dato,

sollevando i temi maggiori da sciogliere: che tipo di famiglia siamo?

Che famiglia vogliamo essere? Noi come coppia come siamo e come

potremmo essere o viverci in un formato nuovo?

Questo esercizio, un gioco di forme e di libera espressione, avrebbe

quindi dato un’ulteriore conferma di quanto già̀ percepivamo

all’interno della diade. Porterebbero due posizioni differenti perché́ in

due fasi della propria vita distanti: lei verso un desiderio di stabilità,

di mettere radici e coltivare anche un progetto futuro di genitorialità̀,

lui invece in un momento egoriferito, alla ricerca di una definizione di

sé, quasi come un adolescente, divertito ma al tempo stesso

spaventato, con una maggior fatica ad evolvere di ruolo e posizione.

Con questi nuovi elementi ci interroghiamo quindi su come

lavorare con loro per accompagnarli ad un graduale riallineamento

dei reciproci bisogni e delle reciproche fasi; lasciando che si pensino e

si prospettino nelle diverse strutture possibili della loro famiglia,

prendendo confidenza con la possibilità che la sicurezza dei confini e

della fusione della loro diade possa, o forse no, essere stravolta

dall’introduzione di un terzo elemento.

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Frattali n.11, novembre 2025

CONCLUSIONI

L’esplorazione attraverso il Disegno Congiunto nei due setting

differenti della terapia familiare e della terapia di coppia mostra come

questo strumento possa diventare un valido mezzo di accesso alle

dinamiche profonde dei sistemi relazionali; questo si è rivelato tale sia

in una fase iniziale di conoscenza e quindi quando le informazioni

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Frattali n.11, novembre 2025

raccolte sono ancora poche per poter avere in mente il funzionamento

familiare che si osserva, sia all’interno di un percorso di terapia

avviato da tempo, con una conoscenza più profonda dei membri

coinvolti e con un’ipotesi di dinamica relazionale già ben strutturata.

Nel caso della famiglia P., il compito cooperativo ha permesso di

far emergere confini oscillanti e una precoce assunzione di

responsabilità da parte della bambina, evidenziando la necessità di un

lavoro mirato alla ridefinizione delle posizioni genitoriali e di un’equa

distribuzione di responsabilità e compiti tra loro. Nel percorso con L.

e T., lo stesso dispositivo ha invece facilitato l’espressione di vissuti,

paure e desideri legati al possibile passaggio da diade a triade,

rendendo visibili le diverse fasi evolutive e i differenti bisogni che

ciascun coniuge porta nel progetto di coppia. In entrambe le

esperienze, lo strumento grafico diventa un linguaggio terzo, meno

filtrato dalle narrazioni consapevoli, attraverso il quale i terapeuti

possono cogliere movimenti, alleanze e tensioni che difficilmente

emergerebbero con i soli colloqui verbali. Il Disegno Congiunto si

confermerebbe uno strumento semplice, facilmente accessibile a tutti

ed estremamente ricco, in grado di aprire spazi di conoscenza, dialogo

e trasformazione nei sistemi che lo sperimentano.

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dimensions, family types, and clinical applications”, Family process,

Vol. 18/1, pagg. 3–28.

Olson D., Russell C. S. & Sprenkle D. H. (2014), “Circumplex model:

Systemic assessment and treatment of families”, Routledge.

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Watzlawick P., Beavin J.H., Jackson D.D. (1971), “Pragmatica della

comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie

e dei paradossi”, Roma, Astrolabio.

42


Frattali n.11, novembre 2025

SPECCHIO E MESSAGERO:

L’UTILIZZO DEL SOGNO IN PSICOTERAPIA

SISTEMICA

Federica Botti, Eleonora Castagnedi, Manuela Mignani, Gloria

Piccinini 1

RIASSUNTO. Lo spazio della terapia individuale detta ritmi tutti suoi: è il tempo

della costruzione e della condivisione di significati tra armonie e dissonanze, in un

ballo a due. Il sogno come passo che apre alla possibilità di una danza generativa

offre al terapeuta un’occasione di con-tatto inedito.

In questo lavoro intendiamo approfondire come l’utilizzo del sogno, nei diversi

orientamenti teorici, anche in quello della terapia individuale sistemica,

contribuisce all’apertura di una prospettiva che tiene conto della complessità

nell’incontro terapeutico.

Considerando l’unicità di ogni terapia presenteremo un caso clinico esplicativo.

SUMMARY. The space of therapy sets its own rhythms: it is the time for

constructing and of meanings, between harmonies and dissonances, like in a duet.

The dream, as a step that opens the possibility of a generative dance, offers to the

therapist an opportunity for a new kind of contact.

In this work, we aim to explore how the use of dream, across different theoretical

orientations, including the systemic individual therapy, contributes to the

opening of a perspective that takes into account the complexity of the therapeutic

encounter. Considering the uniqueness of each therapy, we will present an

illustrative clinical case.

PAROLE CHIAVE. Sogno, metafora, intersoggettività, alleanza terapeutica,

interpretazione non univoca.

PREMESSA

Secondo Fossahage (2008) nonostante i modelli attuali sul sogno

siano differenti tra loro, esiste una prospettiva sempre più diffusa che

li considera come un modo per organizzare e regolare le emozioni in

relazione ai bisogni e alle motivazioni che cambiano nel tempo. Questa

idea si basa su ricerche neuroscientifiche, sulla teoria psicoanalitica

moderna, sulla psicologia cognitiva e sull’esperienza clinica.

Questo lavoro, pur non essendo esaustivo, intende aprire uno

spazio di riflessione e approfondimento. In particolare, il sogno viene

esplorato come una potente metafora e come uno strumento che può

rafforzare l’alleanza terapeutica, facilitando la comprensione

reciproca e la connessione tra terapeuta e paziente. Inoltre, il sogno è

1

Psicologhe e Psicoterapeute in formazione presso la scuola Mara Selvini Palazzoli

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Frattali n.11, novembre 2025

anche concepito come un ponte tra passato, presente e futuro, un

mezzo attraverso cui il paziente può integrare esperienze passate,

elaborare il presente e proiettarsi nel futuro, creando continuità e

senso nella propria narrazione.

Un aspetto cruciale di questa riflessione riguarda

l'intersoggettività. Il sogno, infatti, non è solo una dimensione interna

e privata del paziente, ma può essere un punto di incontro e di

scambio tra il paziente e il terapeuta. In questo spazio condiviso, il

sogno diventa un oggetto di interpretazione reciproca, che facilita una

connessione profonda tra le esperienze e le percezioni di entrambi.

L'intersoggettività consente al terapeuta di cogliere i significati

che si manifestano nel sogno, creando un dialogo che arricchisce la

comprensione e l'elaborazione delle dinamiche personali.

In questo modo, il sogno funge da porta per una comprensione più

ampia del paziente, in cui entrano in gioco non solo i suoi vissuti

interni, ma anche l'influenza e l'interazione con l'altro, con il

terapeuta, nella co-costruzione di significati condivisi.

INTRODUZIONE

Nel corso di questi primi anni di esperienza di pratica clinica ci

siamo confrontate con le nostre aspettative sul significato di essere

terapeuti ma anche con le aspettative dei pazienti che abbiamo in

carico. Sovente le persone si presentano nella stanza di terapia con la

speranza, e forse nel medesimo tempo preoccupazione, che una delle

nostre competenze sia proprio quella di poter interpretare i loro

sogni. Secondo questa convinzione, compito del terapeuta sarebbe

aiutare il paziente a scoprire i significati profondi e inconsci che si

nascondono dietro le loro rappresentazioni oniriche.

L’interpretazione del sogno in terapia, secondo una simbologia

universalmente accettata e condivisa, appare particolarmente

azzardata specie con pazienti che sperimentano un’alterazione

dell’esperienza soggettiva della realtà.

Ad oggi, inoltre, tale concezione è considerata riduttiva da diversi

autori (Cambiaso e Mazza, 2018, Ogden, 2008, Liotti, 2001, Yalom,

2001, Colangelo, 2001).

All’interno di questo articolo cercheremo di presentare differenti

possibilità di utilizzo del sogno in terapia come strumento efficace per

la costruzione di ipotesi.

Con riferimento a Cambiaso e Mazza (2020) le ipotesi leggere

possono rivelarsi utili per stimolare nuove idee, favorire la creatività

e avviare processi di esplorazione e apprendimento. Tuttavia, è

fondamentale tenere presente che, sebbene siano meno gravose,

potrebbero necessitare di ulteriori approfondimenti o valutazioni per

arrivare a una comprensione più completa o precisa della situazione.

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Frattali n.11, novembre 2025

Nella stanza di terapia quindi la narrazione onirica può diventare

un’occasione preziosa nella relazione tra paziente e terapeuta; la cocostruzione

di significati offre l’opportunità di mappare nuovi

elementi del mondo interno sia del paziente che del terapeuta.

Entrambi si trasformano in esploratori alla ricerca di nuovi

orizzonti comuni da tracciare.

Seppur la mappa non sia il territorio (Bateson, 1984), una mappa

che si compone di maggiori elementi permette non solo di riconoscere

nuove strade, quindi opportunità, esperienze, consapevolezze ma

anche di muoversi in modo più sicuro nel terreno del reale.

Il nostro lavoro è frutto di una riflessione sull’ampio tema del

sogno, nello specifico abbiamo focalizzato la nostra attenzione sugli

aspetti di analogia fra autori di diversi orientamenti teorici: sistemico,

psicanalitico, costruttivo-evoluzionista, esistenzialista. L’obiettivo di

questo nostro lavoro mira ad approfondire quali opportunità di

viaggio ci consegna il discorso sul sogno.

Esponiamo di seguito i fondamenti teorici che hanno

rappresentato per noi maggiore interesse clinico, annessi al caso

clinico che presenteremo alla fine dell’elaborato.

INTERPRETAZIONE NON UNIVOCA

Abbiamo ritenuto importante approfondire in che modo, oggi, sia

possibile utilizzare appieno il contenuto onirico portato dal paziente,

prendendo le distanze da etichette rigide e stereotipi consolidati. La

nostra analisi si è posta l’obiettivo di prestare particolare attenzione

al rispetto per il nostro interlocutore e di includere gli aspetti legati

alla nostra formazione e alla nostra personalità terapeutica. Come

evidenziano Cambiaso e Mazza (2024), la realtà che ci presenta il

paziente, così come noi la osserviamo, non può più essere vista come

qualcosa di oggettivo, o di statico e definitivo, né interpretata come la

semplice somma di elementi separati; acquista significato solo quando

viene analizzata all'interno del contesto più ampio in cui si presenta:

sia su un piano orizzontale (le relazioni attuali) che su quello

intergenerazionale (la storia e la trasmissione dell’esperienza).

Sul piano simbolico e metaforico risulta interessante come, già a

partire dalla letteratura greca, culla della nostra cultura, esiste l’idea

del contenuto onirico quale strumento di disvelamento di segreti e

verità inconsce: il dio dei sogni Morfeo, che letteralmente significa

“creatore di forme", fu ucciso da Zeus per aver rivelato ai mortali

alcuni dei più importanti segreti della terra attraverso il sogno.

Secondo studi psicoanalitici (Odgen, 2008; Fossahage, 2008) nel

lavorare con i sogni è necessario andare oltre a quelli che sono stati i

contributi della tradizione psicoanalitica classica.

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Frattali n.11, novembre 2025

Secondo Liotti (2001) le metafore così come i sogni non hanno un

significato univoco ma, all’interno di un preciso e circoscritto ambito

conoscitivo, possono generare una gamma di significati che sono tutti

utili ad accrescere la conoscenza di Sé o del mondo. L’Autore, infatti,

scrive: “le persone diverse dal sognatore che compaiono nelle scene

del sogno devono essere considerate come rappresentazioni dell’altro

con cui il sognatore entra in relazione, piuttosto che come aspetti

dell’Io del sognatore proiettati sull’altro.” 2

Quanto sostenuto precedentemente corrisponde al concetto che

Colangelo definisce come funzione comunicativa:

“Le immagini del sogno non sono viste come prodotto del

camuffamento ma come pregnanti punti nodali organizzativi di

reazioni affettive o esperienze tematiche” 3

Nel sogno si verificano processi mentali complessi, simili a quelli

che avvengono durante la veglia, caratterizzati da funzioni

integrative e sintetiche. Il sogno avrebbe dunque una funzione di

regolazione evolutiva, proseguendo le attività di problem solving che

occupano l’individuo durante la giornata.

Seguendo la linea di entrambi gli Autori è possibile rigettare

l’ipotesi che dietro “il sogno manifesto stia un cosiddetto significato

più profondo” e si sottolinea l’opportunità di restare

nell’interpretazione il più vicino possibile alla fenomenologia del

sogno.

L’ALLEANZA TERAPEUTICA

Quando un nostro paziente ci consegna un personale contenuto

onirico ci sta infatti aprendo una porta permettendoci un passo in più

in direzione di un’intimità e di un’alleanza terapeutica rafforzata. Non

è scontato per il paziente consegnare questi contenuti poiché

potrebbe sperimentare la paura di dare voce a una dimensione tanto

intima. Dall’altra parte il terapeuta sente di dover maneggiare con

estrema attenzione tale contenuto. La partita della seduta si gioca

quindi tracciando una nuova strada condivisa da percorrere insieme.

Secondo Ogden (2008) il sogno può essere stimolato dalla

relazione terapeutica: molti pazienti, infatti, ricordano i sogni in

funzione dell’interesse che il terapeuta attribuisce loro.

Nell’interpretazione di un sogno necessariamente il terapeuta

rivolge l’attenzione alla sua esperienza e utilizza la sua fantasia,

ovvero la capacità di sognare la propria esperienza.

2 G. Liotti, Le opere della Coscienza, op. cit., p.42, 2001

3 L. Colangelo, Ma i clienti dei terapeuti sistemici sognano? Uso dei sogni nella

psicoterapia individuale sistemica, op. cit., p.9, 2001

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Frattali n.11, novembre 2025

Cambiaso e Mazza (2018, 2020) ritengono che anche un

"terapeuta sistemico" che lavori in modo individuale con i pazienti

debba riservare uno spazio di riflessione per il transfert del paziente

e per il proprio controtransfert. Come sosteneva Bateson (1984), è il

terapeuta capace di includere se stesso nel campo delle sue

osservazioni a essere in grado di operare in modo riflessivo, ovvero,

un terapeuta che riconosce le proprie soglie di funzionamento e i

propri meccanismi di difesa prevalenti, riuscirà a gestire al meglio le

sue reazioni controtransferali.

L’approccio di Yalom (2014) pone l’accento sulla relazione e sul

processo terapeutico ed i sogni rappresentano uno strumento chiave

per favorire l’alleanza. Attraverso il sogno, infatti, è possibile aiutare

il paziente a scoprire come questi riflettano preoccupazioni, paure e

desideri più profondi.

Un focus importante per l’analisi del sogno è, per tutti gli autori

citati, sul presente: appare importante capire come i contenuti onirici

siano rilevanti nella vita attuale del paziente. Questi autori, infatti,

sostengono che sia necessario lavorare insieme per esplorare i

problemi e sviluppare strategie di coping nella vita attuale del

paziente.

IL SOGNO COME METAFORA: PONTE TRA PASSATO, PRESENTE

E FUTURO

Sono rilevanti le conseguenze cliniche delle teorie che vedono nel

sogno un processo cognitivo di tipo metaforico, capace di organizzare

il significato delle esperienze di vita del sognatore e di aiutarlo a

risolvere problemi emozionali, ma anche intellettuali.

Se seguiamo questa linea teorica, assumiamo che le immagini dei

sogni devono essere valutate per ciò che rivelano metaforicamente e

tematicamente anziché per ciò che nascondono, si apre così la

necessità di concentrarsi sul tema generale del sogno e sulle emozioni

che nel sogno il sognatore prova, più che su singole immagini. Queste

emozioni sono spesso l’oggetto del lavoro di conoscenza semantica di

Sé che il sogno innesca e porta avanti (Liotti, 2001). In modo analogo,

Colangelo sottolinea che:

“Una metafora non si riduce ad un confronto tra due contesti ma

si inquadra come un’operazione conoscitiva analoga all’uso di modelli

nella scienza così mentre si lavora per interpretare il sognocollegandolo

con il più vasto campo esistenziale della persona- la

storia che si costruisce diviene mezzo per selezionare e organizzare

relazioni diverse tra le narrazioni biografiche che compongono il Sé” 4

4 L. Colangelo, Ma i clienti dei terapeuti sistemici sognano? Uso dei sogni nella

psicoterapia individuale sistemica, op. cit., p.12, 2001

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Frattali n.11, novembre 2025

E ancora, Onnis (2016) sottolinea che la metafora vive in uno

spazio laddove si incontrano la chiarezza del pensiero razionale e la

profondità del linguaggio simbolico. Dal greco metaphorà,

trasferimento, composto da meta, oltre, e phero, portare. Portare da

una sponda all’altra della comprensione attraverso un arricchimento

del pensiero.

«La metafora, per la sua potenzialità evocativa (e non esplicativa)

ha il vantaggio di fare allusione al livello pre-verbale e inconscio senza

pretendere di spiegarlo o di esplicitarlo e, perciò, da un lato può

eludere alcuni meccanismi di difesa, dall’altro lato apre spazi per una

traduzione più libera e creativa da parte di chi la riceve.» 5

Secondo il modello proposto da Cambiaso e Mazza (2018, 2020),

si può ipotizzare che ciò che accade nella relazione terapeutica

rispecchia gli stessi schemi che caratterizzano le dinamiche tra il

paziente e le figure significative del suo contesto relazionale attuale,

sia a livello affettivo che cognitivo. Inoltre, queste dinamiche

riflettono a loro volta le modalità attraverso cui il paziente ha

strutturato le proprie strategie relazionali in seguito alle interazioni

con le sue figure di riferimento nel corso del tempo. In questo contesto,

possiamo parlare di autosimilarità, ossia di dati osservativi che

presentano una struttura simile, definita dagli Autori come "frattale".

Un frattale è una configurazione che si organizza in modo tale da

rappresentare traiettorie complesse ma rigorosamente autosimili,

indipendentemente dalla scala o dalla distanza con cui lo osserviamo.

Questo modello ci consente di rafforzare le nostre ipotesi in modo

circolare e ricorsivo, creando una rete di supposizioni strettamente

interconnesse e isomorfe, che abbraccia tre livelli distinti: le strategie

relazionali sviluppate dal paziente a partire dalle sue interazioni con

le figure di riferimento; il suo attuale comportamento nelle dinamiche

relazionali; e la sua posizione e le narrazioni che condivide al

riguardo. Il sogno, pertanto, può essere analizzato in qualità di

frattale che può e deve essere connesso con il più vasto campo

esistenziale della persona.

L’INTERSOGGETTIVITÀ

Secondo Cambiaso e Mazza (2018), quando i pazienti ci portano le

loro narrazioni, non è raro che il sogno porti significati intersoggettivi

e attuali, interessanti per un sistemico, e che l’azione sul presente

possa favorire “riconciliazioni” utili.

5 Luigi Onnis, Paola Mari, Benedetta Menenti, La formazione personale del terapeuta a

differenti livelli: l’utilità di un linguaggio analogico in "PSICOBIETTIVO" 3/2016, pp

99-112, DOI: 10.3280/PSOB2016-003006

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Frattali n.11, novembre 2025

Pur nella consapevolezza dei diversi ruoli e responsabilità, il

terapeuta dovrà dare un ruolo attivo nel dialogo da entrambe le parti,

memore di quanto diceva Bowlby e cioè che la psicoterapia è

un'esplorazione congiunta in cui il terapeuta a volte guida, a volte

accetta di essere guidato, considerando le interazioni come un dialogo

tra due esperti: il terapeuta esperto del funzionamento della mente

umana, il paziente esperto di sé e della propria storia. Non trasferirà,

quindi, conoscenze con modalità psicopedagogiche ma tenderà ad

attivare la funzione riflessiva, la metacognizione e la

mentalizzazione, formulando ipotesi che il paziente può confermare o

confutare (processo Cooperativo), focalizzandosi sulle mete che il

paziente si pone. 6

Attribuire significato ad un’esperienza emozionale equivale a

regolarla sul piano della coscienza, e anche nel contesto del dialogo

interpersonale nel quale l’attribuzione di significato eventualmente

può avvenire. Dunque, paziente e terapeuta esplorando il significato

di un sogno, più che co-costruire una fra infinite possibili narrazioni,

tentano di co-regolare l’emozione oggetto della metafora onirica

(Liotti, 2001).

La linea teorica di Ogden (2008) suggerisce che sognare è un

processo continuo che avviene sia durante il sonno sia,

inconsciamente, durante la veglia. Nel processo terapeutico

individuale vi è la necessità di padroneggiare l’intersoggettività

inconscia che può essere rappresentata quindi dal sogno del paziente

ma anche dallo stato mentale sognante del terapeuta (rȇverie) e del

paziente e naturalmente dalla riflessione conscia di entrambi.

Mentre, secondo Yalom (2014), i sogni vengono utilizzati per

esplorare il mondo interno del paziente, cercando di capire il

significato personale di ogni sogno insieme al terapeuta facilitando un

processo esplorativo in cui il paziente può arrivare alle proprie

intuizioni e comprensioni con maggiore autonomia e responsabilità.

IL CASO CLINICO: Ermes - Il sognatore senza casa

Alla luce del sentiero tracciato finora approfondiamo il percorso di

terapia con Ermes, un paziente di 25 anni affetto da schizofrenia e

ospite di una comunità residenziale. In questa esperienza il sogno è

stato la porta inattesa per entrare nel mondo del paziente e

condividerne uno spazio nella realtà del dialogo clinico.

Il percorso con Ermes non è stato privo di insidie, inizialmente

manifestava infatti una forte diffidenza nei confronti dei curanti. Di

seguito riportiamo una sua citazione emblematica:

6 Cambiaso e Mazza, Orientarsi nel Caos, p.66, 2024

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Frattali n.11, novembre 2025

“A voi illuminati, questa è la mia storia e non è interpretabile”.

Ermes si è presentato in comunità schivo, ritirato e spaventato dalle

possibili invasioni del suo mondo, per cui è stato fondamentale

durante il percorso di terapia il mantenimento di un setting che

garantisse sicurezza e protezione. Da subito colpiva la sua capacità di

utilizzo del linguaggio simbolico per l’espressione dei contenuti

profondi, suggerendo la possibilità di utilizzare una lingua comune

per potersi avvicinare. I temi principali riguardavano il rapporto con

la famiglia, con il mondo cui sentiva di non appartenere e con la sua

psicopatologia, la psicosi.

Il sogno come rafforzamento dell’alleanza terapeutica

Significativo per il percorso di terapia è stato un incubo in

particolare riportato in colloquio che lo ha angosciato per giorni. Il

sogno raccontava di un gruppo di figure simili agli zombie, che lo

inseguivano e gli chiedevano di assumere la loro stessa sembianza.

L’astenersi dall’interpretazione immediata del sogno da parte

della terapeuta ha permesso di sperimentare l’utilizzo della metafora

nel corso dei colloqui, rimandando alla relazione terapeutica e allo

stesso tempo all’esplorazione del mondo interno e della sua storia e

riflettendo insieme su come il sogno rispecchiasse le sue paure e i suoi

desideri più profondi.

Il processo collaborativo fra terapeuta e paziente ha evitato di

imporre interpretazioni rigide, rischiando così l’invasione del suo

mondo psichico interiore, e ha contribuito a rafforzare la sua

autonomia e la sua responsabilità nel percorso di cura,

consentendogli di giungere alle sue personali intuizioni e

comprensioni (Yalom, 2014).

In sede di colloquio il paziente ha riferito la capacità di affrontare

i suoi traumi mettendoli nella “stanza del riposo”, ovvero un luogo

sicuro della sua mente che è possibile aprire e poi richiudere affinché

non facciano più paura. Di ulteriore importanza il tema dell’attesa: il

silenzio paziente del terapeuta che regola il ritmo nella stanza di

terapia e permette al paziente di divenire protagonista attivo nella

costruzione della metafora.

Di fronte alla resistenza di Ermes, è stato importante avere in

mente che essa ha la sua dignità di esistenza, perché è la sua vitale

protezione. L’utilizzo del sogno ha permesso al paziente di rielaborare

i traumi in una dimensione più simbolica e meno diretta per lui, perciò

più leggera da sostenere.

Nel corso del tempo Ermes ha concesso l’avvicinarsi al suo

profondo, in equilibrio sulla linea di confine che lo separava dal mondo

esterno e lo proteggeva da possibili invasioni, dalle quali nella sua vita

si è dovuto difendere con forza. Ecco, dunque, che l’utilizzo della

50


Frattali n.11, novembre 2025

metafora e del sogno è stato utile per rispettare questa linea di confine

poiché ha permesso di rimanere sul ciglio, ma di poterlo

accompagnare nel suo viaggio nell’espressione delle sue fatiche sul

piano esistenziale, di avere una bussola nella ricerca di una sua

dimensione di appartenenza e una mappa per trovare un senso alle

sofferenze vissute nel suo passato.

CONCLUSIONI

I sogni, nella stanza di terapia, possono divenire quindi porte

d’accesso a differenti dimensioni del sentire nella relazione

terapeutica. Valore aggiunto nella costruzione dell’alleanza, nella

comprensione del mondo interno del paziente e del suo

funzionamento, arena per lo sviluppo del sistema cooperativo. Tutti

gli Autori sopra citati sottolineano l’importanza dell’intersoggettività,

ciò che li differenzia è il focus: Liotti sottolinea il piano emotivo, è

centrale infatti il lavoro sulla co-regolazione delle emozioni; Ogden

torna sulla rȇverie, la capacità di sognare insieme al paziente cocostruendo

un elemento terzo. Infine, Yalom, mira all’obiettivo di

rendere responsabile il paziente, quindi, protagonista competente

della risignificazione del sogno.

“Se si sogna da soli, è solo un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà̀

che comincia.” (Julian T. Ruiz)

BIBLIOGRAFIA

Bateson G. (1984) Mente e natura. trad. di G. Longo, Adelphi, Milano.

Cambiaso G., Mazza R. (2018) Tra Intrapsichico e Trigenerazionale.

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Cambiaso, G., Mazza, R. (2021) “Transfert-controtransfert e

risonanze nella psicoterapia individuale-familiare sistemica”.

Terapia Familiare, n. 125, pp. 11-35.

Cambiaso, G., Mazza, R. (2024) Orientarsi nel caos. Sistemi instabili,

famiglie e relazioni d'aiuto. Pisa University Press.

Colangelo L., (2011) “Ma i clienti dei terapeuti sistemici sognano? Uso

dei sogni nella psicoterapia individuale sistemica” Terapia

familiare: rivista interdisciplinare di ricerca ed intervento

relazionale. 3/2001, pp. 37-55.

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2008, Anno XIX, n. 3, pp. 279-298-

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Liotti G. (2001) Le opere della Coscienza. Psicopatologia e

Psicoterapia nella Prospettiva Cognitivo-Evoluzionista, Milano

Raffaello Cortina Editore.

Ogden T. (2008) L’arte della psicoanalisi. Sognare sogni non sognati.

Milano Raffaello Cortina Editore.

Onnis L., Mari P. & Menenti B., “La formazione personale del

terapeuta a differenti livelli: l’utilità di un linguaggio analogico”

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Yalom Y.D. (2014) Il Dono della Terapia. Vicenza Neri Pozza Editore.

Sorrentino A.M., Selvini M. & Cirillo S. (2016) Entrare in terapia. Le

sette porte della terapia sistemica. Milano, Raffaello Cortina

Editore.

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Frattali n.11, novembre 2025

I SEGRETI DEI PAZIENTI DIFFICILI:

seminario sulla presa in carico parallela,

familiare e individuale, in equipe

Matteo Selvini 1

RIASSUNTO. A partire da esperienze cliniche maturate in più di quarant’anni di

lavoro con pazienti gravi e le loro famiglie, Matteo Selvini riflette sui “segreti” dei

figli e sulla difficoltà a costruire relazioni di fiducia nelle situazioni di

attaccamento disorganizzato. Attraverso la prospettiva sistemica e il modello

della presa in carico parallela — familiare e individuale, condotta in équipe —

l’autore mostra come il coinvolgimento dei genitori e la ricostruzione del legame

affettivo possano diventare strumenti terapeutici essenziali nei disturbi della

personalità e nei quadri di sofferenza grave.

SUMMARY. Drawing on clinical experience gained over more than forty years

of work with severely disturbed patients and their families, Matteo Selvini

reflects on children’s “secrets” and on the difficulty of building trusting

relationships in situations of disorganized attachment. Through a systemic

perspective and the model of parallel treatment — both family-based and

individual, conducted within a multidisciplinary team — the author illustrates

how parental involvement and the reconstruction of affective bonds can become

essential therapeutic tools in personality disorders and in conditions of severe

psychological distress.

PAROLE CHIAVE. Segreti, disturbi di personalità, presa in carico parallela,

coinvolgimento genitoriale, relazione genitori–figli, alleanza terapeutica, lavoro in

équipe.

IL MIO PERCORSO PROFESSIONALE

Inizio con dirvi due parole su di me, parlerò di pazienti, di terapie

e mi sembra giusto che abbiate un'idea rispetto al contesto dal quale

provengono le esperienze che descrivo. La mia posizione esistenziale

come professionista è un po' particolare perché sono figlio di una

psichiatra e psicoterapeuta, che, quando io ero ancora bambino,

adolescente, è improvvisamente diventata molto famosa. Mia madre

ha pubblicato un libro nel 1963, da Feltrinelli, che si intitolava

L’anoressia mentale. (Selvini Palazzoli, 1974, nuova edizione con una

parte sistemica conclusiva).

Avevo nove anni, poi nel 1975 ha pubblicato Paradosso e

controparadosso, che è stato un altro best seller mondiale e a

quell'epoca avevo già ventun anni. Questo grande entusiasmo di mia

1

Psicologo e psicoterapeuta, co-responsabile della Scuola di psicoterapia Mara Selvini Palazzoli.

L’articolo è la trascrizione fedele di un seminario tenuto dal dott. Selvini a Milano nel 2025, cui sono

state apportate lievi e necessarie modifiche formali per adattare meglio la trascrizione orale allo

scritto.

53


Frattali n.11, novembre 2025

madre per la psicoterapia mi ha molto coinvolto e mi ha portato a

seguire la bottega di famiglia e quindi a diventare psicologo e

psicoterapeuta.

L’esperienza clinica l'ho sviluppata dalla fine degli anni ‘70 in vari

contesti, ho cominciato lavorando in CPS, un servizio psichiatrico

territoriale e in altri centri, però soprattutto sono diventato uno

stretto collaboratore di mia madre (Selvini,1985; 2004).

Mia madre, all'inizio degli anni 80, ha rivoluzionato la sua vecchia

equipe con la quale aveva lavorato a Paradosso e controparadosso e

ha formato una nuova equipe con me, con Anna Maria Sorrentino e

Stefano Cirillo (Selvini, Selvini Palazzoli, 1989).

Noi tre siamo diventati come un gruppo di fratelli, tutti adottati da

mia mamma e insieme nel 1993, abbiamo fondato la scuola di

psicoterapia.

Abbiamo già festeggiato lo scorso anno i 30 anni, in realtà sono 32

dalla fondazione di questa scuola di psicoterapia che ci ha dato

grandissime soddisfazioni.

Faccio questa mia presentazione per dire che la mia esperienza

come professionista ha seguito la storia dello sviluppo del modello

sistemico nella modalità con cui Mara Selvini Palazzoli lo ha

interpretato.

Ho iniziato in anni ancora eroici, inserendomi in una ricerca che

mia madre aveva cominciato, alla fine degli anni ‘60, con le prime

terapie familiari, erano anni pionieristici.

L'idea era di lavorare sempre e comunque in équipe, allora

addirittura si faceva un'équipe di quattro, due di qua e due di là dallo

specchio. Sono state le prime esperienze storiche, sempre con tutta la

famiglia e sempre in équipe. Questa è stata la prima eredità che mia

madre mi ha passato: lavorare con lei in un'equipe di quattro con lo

specchio unidirezionale.

Per tanti anni la mia vita professionale è stata soprattutto quella di

ricevere sempre famiglie congiunte e ho cominciato a essere io il

responsabile di tutti i primi contatti. Ricevevamo moltissime

domande di aiuto da tutta Italia. Si parlava di terapie brevi, dieci

sedute, eravamo sommersi di richieste e abbiamo sperimentato

questo metodo di fare le sedute circa una volta al mese, tutte appunto

con pazienti difficili e lavorando in équipe.

Mia madre aveva una passione per la ricerca per cui decidemmo di

lavorare con le anoressiche, pazienti con le quali lei aveva lunga

esperienza, poi soprattutto con pazienti psicotici e con pazienti con

gravi disturbi della personalità.

Nella prima parte della mia carriera, tutti gli anni 80 e una parte

degli anni 90, ho vissuto questa esperienza di lavorare sempre con

intere famiglie e lì ho cominciato a raccogliere tanti segreti, che erano

però sostanzialmente i segreti dei genitori (Selvini, 1994). Nelle

54


Frattali n.11, novembre 2025

terapie familiari abbiamo cominciato a vedere spesso anche i genitori

da soli (Selvini Palazzoli et. al., 1988), non sempre tutta la famiglia, a

modificare le convocazioni, pratica che poi abbiamo via via raffinato

fino al giorno d'oggi.

Ho scritto un mio primo articolo sui segreti familiari nel 1994, un

articolo basato sul fatto che tantissimi genitori ci rivelavano segreti

molto pesanti di cui il loro figlio non era a conoscenza, un tema molto

interessante che rimanda al recente libro della Galit Atlas (2022), al

tema del trauma vicario, ma non quello di cui mi occuperò oggi.

Quello che voglio raccontare oggi si riferisce invece al fatto che,

soprattutto attraverso una ricerca di follow-up, che abbiamo fatto

negli anni 90 con tutte le pazienti anoressiche che mia madre aveva

seguito negli anni 70 e 80, siamo arrivati a quello che è il nostro

modello attuale, cioè a capire che l'intervento più efficace con i

pazienti gravi è un intervento dove c'è una parte di lavoro individuale,

di alleanza individuale con il paziente, che deve essere integrata e

combinata con un lavoro con la famiglia.

Abbiamo cominciato a sviluppare questo modello a partire a partire

dagli anni 90 e si è consolidato nel modello attuale (Cirilo, Selvini,

Sorrentino, 2023).

Come mia identità personale professionale, sono passato dall’avere

fatto tanti anni come terapeuta familiare puro, cioè, lavorando solo

con le famiglie, a diventare poi un terapeuta individuale, dentro

terapie parallele, dove ero anche co-terapeuta nelle sedute familiari.

È successo anche perché avevo qualche anno di meno dei miei

colleghi Cirillo e Sorrentino e molto spesso facevo il terapeuta

individuale dei ragazzi più giovani, degli adolescenti soprattutto. I

colleghi si mantenevano più spesso nel ruolo di terapeuti familiari.

Quello di cui vi racconto oggi è una mia traiettoria personale: dopo

essere stato per tanti anni un referente più per i genitori, sono

diventato un referente più per i pazienti, più un terapeuta individuale.

Ero però inserito in questo contesto particolare, di una presa in carico

familiare dentro uno studio prestigioso.

Questa mia esperienza, con la fondazione della scuola negli anni 90,

si è integrata col diventare un formatore e da 30 anni faccio, nelle

quattro sedi della scuola, moltissime supervisioni, sia indirette che

dirette. Ho avuto la possibilità di conoscere e studiare una

grandissima quantità di casi e oggi vi voglio parlare di uno dei

fenomeni che più mi ha impressionato e colpito, soprattutto in questa

seconda parte della mia carriera.

Dagli anni 2000 ho fatto tantissime terapie individuali di pazienti

gravi, di ragazze anoressiche, di ragazzi psicotici, di persone con

disturbi della personalità.

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Frattali n.11, novembre 2025

I LEGAMI SPEZZATI

Nelle mie terapie individuali ho fatto un’osservazione, che ho

ritrovato anche nelle supervisioni: un fenomeno comunissimo,

diffusissimo: pazienti giovani, adolescenti, giovani adulti, anche

trentenni, di tutte le età, mantenevano segrete le loro esperienze

traumatiche, esperienze altamente stressanti, per tantissimi anni,

senza riuscire a condividerle né in ambito familiare né nel contesto

terapeutico.

Questo dato clinico risulta particolarmente rilevante se si

considera che tali pazienti hanno spesso intrapreso percorsi di

psicoterapia individuale protratti nel tempo, senza tuttavia ottenere

benefici significativi sul piano del funzionamento psichico.

Per illustrare tale fenomeno, prenderò come riferimento due casi

clinici, iniziando da quello di una giovane donna di 28 anni. La

paziente presentava un esordio psicopatologico risalente ai 18 anni,

con un progressivo aggravamento caratterizzato da depressione

severa, ritiro funzionale e abuso di sostanze (cannabis). Al momento

dell’incontro, nonostante la giovane età, il quadro clinico appariva già

cronicizzato. La paziente proveniva da una famiglia culturalmente

evoluta e aveva alle spalle diversi percorsi di psicoterapia

individuale. Solo dopo oltre un anno di lavoro parallelo — terapia

individuale con il sottoscritto e terapia familiare condotta insieme a

Stefano Cirillo — la paziente riuscì a rivelare un abuso sessuale subito

all’età di otto anni. In modo significativo, tale rivelazione avvenne nel

corso di una seduta familiare.

Mi impressiona moltissimo il fatto che questa ragazza, che è

intelligente, brillante, molto sofferente ma con grandi risorse, abbia

passato una vita in terapia individuale, senza raccontare l'abuso

sessuale che ha devastato la sua vita. Infatti, la sua psicopatologia

esordisce proprio quando dovrebbe iniziare una vita sentimentale,

sessuale, e a quel punto si blocca, perché il trauma dell'abuso ha

deformato il suo rapporto con la sessualità, e questo contribuirà

fortemente al disastro che è stata la sua vita.

Questi casi sollecitano una riflessione clinica cruciale: perché

pazienti che hanno seguito per anni terapie individuali con

professionisti competenti non riescono a trarne beneficio? Una

spiegazione possibile risiede nell’incapacità di costruire una relazione

di fiducia sufficientemente sicura, prerequisito essenziale per

l’elaborazione del trauma. Il tema della fiducia e della sfiducia appare

centrale nelle psicopatologie più gravi. In molti di questi pazienti si

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Frattali n.11, novembre 2025

osserva una rottura profonda del legame emotivo con le figure

genitoriali, che rende impossibile l’affidamento sia nei confronti dei

genitori sia, per transfert, nei confronti dei terapeuti. Da un punto di

vista teorico, tali configurazioni sono coerenti con il concetto

di attaccamento disorganizzato, sebbene il presente lavoro non

intenda soffermarsi sugli aspetti diagnostici in senso stretto. La

disorganizzazione dell’attaccamento implica l’impossibilità di

considerare l’adulto come una base sicura, producendo una sfiducia

generalizzata che compromette ogni relazione significativa. Se un

paziente ha introiettato una sfiducia così radicale nelle figure adulte,

risulta comprensibile che non riesca ad affidarsi nemmeno al

terapeuta. Tuttavia, è importante sottolineare che non tutti i pazienti

presentano questo livello di compromissione: alcuni riescono a

costruire una relazione terapeutica sufficientemente sicura e a trarne

un effetto riparativo.

Il primo assunto clinico che propongo è dunque il seguente: molte

psicopatologie gravi sono strettamente collegate alla rottura della

fiducia nei genitori.

In questi ultimi mesi sono stato colpito da una ridondanza: è

frequente che questo fenomeno prenda corpo in epoche antiche

(spesso risalenti all’infanzia e alla preadolescenza). Troviamo che

questi ragazzi hanno avuto vari tipi di crisi di fiducia, che potrebbero

essere del tipo “avere paura delle reazioni violente di un padre”, o

“avere un'inversione dei ruoli con una mamma vissuta come fragile”.

Ci sono tanti tipi di rottura della fiducia nei genitori, però quello che

è sostanziale è questo tema che in gergo definiamo della

“riorganizzazione autarchica” (Selvini et al., 2022) e molti di questi

ragazzi che stanno malissimo, che rischiano il suicidio, che rischiano

di sprofondare nel delirio e nella psicosi, hanno questa storia di grave

sfiducia.

L'errore più grande che purtroppo molti professionisti

commettono: incontriamo ragazzi che già hanno il problema di un

eccesso di autarchia, di avere rotto i legami col mondo, con i loro

genitori e le terapie, quando favoriscono la cosiddetta

autonomizzazione di questi ragazzi, fanno qualcosa di gravemente

dannoso per la loro salute psichica.

Quando in tanti testi di psicoterapia leggo che l’obiettivo invariabile

sarebbe favorire comunque processi di autonomizzazione,

enfatizzare il tema individuazione-separazione, oppure lo svincolo,

penso amaramente che servano soltanto a rafforzare l’isolamento

emotivo di questi ragazzi.

Abbiamo sicuramente molti giovani pazienti che hanno un

problema di sottomissione e di dipendenza rispetto ai loro genitori, e

dove la strategia della individuazione separazione è perfettamente

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Frattali n.11, novembre 2025

legittima, ma tanti di questi ragazzi hanno invece legami spezzati e

richiedono interventi di segno opposto.

ATTIVARE LA FAMIGLIA PER RICOSTRUIRE LA FIDUCIA

Un secondo caso clinico che ho seguito negli ultimi anni, e che mi

ha insegnato molto, mi consente di illustrare concretamente il

modello di intervento

Recentemente uno degli aspetti più interessanti della mia ricerca è

stata la collaborazione con una psichiatra psicoterapeuta molto

brava, Miriam Olivola, che lavorava all'epoca nei servizi psichiatrici a

Pavia.

Abbiamo cominciato a seguire in équipe alcuni casi proprio con le

caratteristiche di cui vi sto parlando. La collega lavorava in un

reparto di psichiatria, un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura

(SPDC) e vi incontra una ragazza che è stata ricoverata perché poco

prima si è tagliata nello studio della sua psicoterapeuta.

Questa ragazza è in cura da anni da una psicoterapeuta. La rottura

e sfiducia di questi pazienti molto spesso si consuma già negli anni

delle medie, negli anni della preadolescenza. Possono apparire capaci

di chiedere aiuto, ma spesso purtroppo non è così.

La ragazza racconterà poi molto bene come, a partire da quell'età,

abbia cominciato a stare malissimo, ma anche a tenere segreto il suo

malessere, arrivando addirittura ad andare nascostamente da una

psicologa senza che i suoi genitori lo sapessero e facendo dei lavoretti

per potersi pagare le sedute. Molto precocemente questa ragazza

sviluppa una sfiducia totale nei suoi genitori. Un giorno si taglia nello

studio della sua psicologa, le racconta che ha passato tutta la notte

precedente camminando sui binari del treno, cercando la forza di

buttarsi sotto un treno, con una lettera d'addio ai suoi genitori e ai suoi

fratelli in tasca, e giustamente la sua psicologa la manda al pronto

soccorso.

Viene immediatamente ricoverata. Quando la psichiatra la

incontra per la prima volta, immediatamente e naturalmente, le

chiede il permesso (poiché la ragazza ha vent'anni), di incontrare i

suoi genitori. Inizialmente si oppone fortemente, mostra disprezzo,

una maschera di disprezzo, verso i suoi genitori che non hanno mai

capito niente. Non vuole che i suoi genitori siano convolti. Questo è

uno snodo che ho trovato veramente fondamentale, come questa

collega abbia cominciato tutto un lavoro per convincerla che era

assolutamente prioritario incontrare i suoi genitori e che i suoi

genitori si rendessero conto della sua sofferenza psichica, della

gravità del rischio anche di morte che stava correndo.

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Frattali n.11, novembre 2025

Ci sono voluti giorni e giorni di colloqui e di incontri quotidiani

perché finalmente la psicoterapeuta riuscisse ad ottenere il consenso

dalla ragazza.

Qua cominciamo a vedere l'ambivalenza: la ragazza non vuole che

la psichiatra parli con i suoi genitori, però continua a telefonare a casa

per chiedere vestiti, per chiedere delle cose pratiche.

La psichiatra è sorpresa dal fatto che questi genitori che hanno la

figlia ricoverata in psichiatria non chiedono di parlare con lo

psichiatra. Questo è interessante anche dal punto di vista della

bilateralità di questa rottura del legame: la ragazza li tiene fuori dalla

sua vita, ma anche i genitori si tengono fuori dalla vita della ragazza.

Finalmente la psichiatra convoca i genitori, e la psichiatra è allibita

dalla minimizzazione: “Sì sappiamo che sta attraversando

l'adolescenza, l'adolescenza è un periodo difficile, ma adesso le passa

tutto”.

La psichiatra farà un lavoro importante per combattere

l’incredibile dissociazione di questi genitori, per mostrare loro che

andare vicino al suicidio ed essere ricoverati in psichiatria non fa

parte della normale crisi adolescenziale, mentre esiste invece una

sofferenza profonda.

Inizia così la fase di lavoro con i familiari: i genitori hanno loro

peculiari storie personali che li hanno portati a un funzionamento

dissociativo rispetto alla loro sofferenza e che spostano

inevitabilmente sulla sofferenza della loro figlia, una figlia che sta

male da tantissimi anni, ma che non hanno potuto o voluto vedere

(Selvini, 1994),

Naturalmente non posso qui raccontare interamente il caso, ma

sottolineare quanto sia stato importante combattere per evitare il

“taglio emotivo”, impedire che la ragazza interrompesse il rapporto

con i suoi genitori, e anche con i suoi fratelli.

La psichiatra dice ai genitori che è importante fare anche un lavoro

familiare, la ragazza è molto grave, non basta solo la terapia

farmacologica, non basta ricominciare una psicoterapia individuale,

bisogna fare qualcosa anche come famiglia. Facendo questi colloqui

con i genitori scopre che anche i due fratelli hanno aspetti di

sofferenza rilevanti e quindi inizia la procedura che vi presento oggi.

La psichiatra, che è anche una psicoterapeuta, comincia a

instaurare una relazione significativa, un'alleanza terapeutica

importante con la ragazza. Contemporaneamente riesce a

relazionarsi e divenire molto costruttivamente collaborativa con i

genitori, riuscendo a mandarmeli con l'idea che insieme, in coconduzione,

faremo parallelamente alla presa in carico psichiatrica

un lavoro di terapia familiare.

I genitori vengono, discuto con loro in un primo colloquio che faccio

da solo, i possibili collegamenti tra la sofferenza dei fratelli e quella

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Frattali n.11, novembre 2025

della sorella, i due maschi hanno una specie di guerra tra loro e la

ragazza li ha vissuti come molto negativi verso di lei. La ragazza si

rifiuta inizialmente di partecipare alla terapia familiare, faccio un

primo colloquio con i genitori, poi convoco i due fratelli con i genitori

e a questo punto riusciamo a convocare alle sedute familiari anche la

ragazza che parteciperà piuttosto malvolentieri all'inizio, però

confortata dalla presenza della sua psichiatra a cui si è molto legata.

Questa terapia ha proprio funzionato nel senso che oggi voglio

descrivere, cioè quando una terapia familiare in parallelo alla terapia

individuale riesce a riattivare un legame di attaccamento di una

ragazza che ha interrotto la fiducia nei suoi genitori. Per fortuna ci

siamo riusciti, ci è voluto un anno e più di lavoro importante, però è

stato veramente un grande risultato dal punto di vista del suo

benessere.

I GENITORI POSSONO RIPARARE AI LORO ERRORI

Questo lavoro individuale-familiare ha lo scopo di ottenere che ai

genitori sia data la possibilità di riparare i loro errori, capire dove

hanno sbagliato, cercare un nuovo modo di rapportarsi con la loro

figlia, per riguadagnare la sua fiducia, e contemporaneamente

lavoriamo con la ragazza perché anche lei possa dare ai genitori una

seconda possibilità.

Quindi l'esatto contrario di favorire l'autonomizzazione (Cirillo,

Selvini, Sorrentino, 2016).

In situazioni dove questi ragazzi, che sono pazienti disorganizzati,

hanno costruito questa maschera autarchica, come questa ragazza

che dice “non voglio i miei genitori, i miei genitori non capiscono

niente, non servono a niente, non li dovete neanche convocare”,

hanno questo disprezzo, questa rottura, però dentro hanno un

profondo e insoddisfatto bisogno di appartenenza, riuscendo a

lavorarci sopra e a ricostruire un legame di appartenenza, anche con

casi gravissimi come questo, possiamo avere dei risultati spettacolari.

Molte terapie individuali falliscono perché involontariamente

rinforzano nei pazienti il dolore di essere ignorati o abbandonati dai

genitori. La terapeuta individuale di questa ragazza che l'ha seguita

per anni, sono convinto fosse una bravissima professionista, però la

sua terapia è totalmente fallita perché ha colluso con questa spinta

autarchica alla rottura con la famiglia. Ma una ragazza che ha una

rottura così totale con i propri genitori, con i propri familiari, non può

stare bene. Se una persona, come questa, odia i suoi genitori, odia i

suoi fratelli, è inevitabile che odierà anche sé stessa.

Odiare i nostri genitori è inevitabilmente odiare anche noi stessi,

questo è il problema di molte terapie individuali che falliscono

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Frattali n.11, novembre 2025

clamorosamente proprio per questa involontaria collusione. Questi

ragazzi già soffrono per la distanza dai loro genitori e la terapia

individuale che lavora sull'individuazione e separazione rafforza

questa spinta tossica.

Naturalmente è una valutazione che dobbiamo fare in itinere,

poiché esistono anche molti casi in cui i genitori non si presentano, o

quando si presentano appaiono totalmente inaccessibili o

scarsamente collaboranti, non una risorsa. Purtroppo, esiste anche

una percentuale di casi, non piccola, dove la rottura dell'attaccamento

ha delle basi fondate e non può essere riparata.

Il rischio delle psicoterapie, in tutte le sue versioni e modelli, può

essere rappresentato dal proporre protocolli che sono uguali per tutti

i casi. Mentre una prima diagnosi differenziale è fondamentale. Ad

esempio, questi genitori sono recuperabili o sono irrecuperabili? Non

si può fare sempre con tutti la stessa cosa: cercare sempre di

riattaccare il paziente oppure cercare sempre di staccare il paziente,

c'è una complessità della realtà che dobbiamo affrontare.

Questo caso è andato avanti bene perché abbiamo sentito che con

tutta la loro dissociazione, con tutte le loro storie traumatiche, con

tutti i loro limiti, questi genitori avevano delle risorse, potevano

essere aiutati a vedere e a pensare la sofferenza della loro figlia. E in

effetti ci sono riusciti, anche loro hanno fatto dei grandi progressi e

quindi la ragazza ha potuto ridare loro fiducia.

É ovvio che non sempre è così, però rinunciare a priori a questa

risorsa è veramente cosa molto grave; dobbiamo provarci in tutti i

casi più gravi, in tutte le psicopatologie più gravi, veramente

dobbiamo scommettere sul fatto che almeno una parte del

funzionamento genitoriale potrebbe essere recuperabile.

Se scommettiamo che i genitori sono un disastro, vinceremo

sempre la scommessa, perché è facile, troppo facile che i genitori di

gravi pazienti si demoralizzino e si sentano completamente inutili. La

nostra scommessa è quella di rendere i genitori e anche i fratelli delle

risorse positive per i loro figli, per i loro fratelli.

“Come farlo” è un tema importante perché indubbiamente nel caso

che vi ho raccontato la psichiatra che vede in ospedale la ragazza e i

genitori propone una terapia familiare e questo va bene. Se vogliamo

è il modo più classico, quello di dire “c'è una terapia, c'è comunque una

presa in carico individuale in corso, facciamola parallelamente” e

questo nella nostra esperienza funziona. Ormai lo stiamo

sperimentando da più di vent'anni nella nostra scuola, anche

attraverso il lavoro di tante centinaia di giovani che si sono

specializzati in psicoterapia con noi, stiamo sperimentando questo

modello di terapia parallela in cui si lavora in équipe.

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Frattali n.11, novembre 2025

Un membro dell'équipe entra maggiormente nel ruolo di terapeuta

individuale, un altro membro dell'equipe è più il riferimento familiare,

genitoriale.

Lavorare in équipe, fare sedute familiari in co-conduzione con due

terapeuti, si è dimostrato un modello molto forte e molto efficace.

Però non dobbiamo avere delle rigidità, magari a volte si può

lavorare solo con un pezzo della famiglia: avete visto come in questo

caso ho accettato di cominciare vedendo solo i genitori, poi di vedere

i genitori con i fratelli, dobbiamo anche essere flessibili e creativi, però

lo spirito è quello di coinvolgere i genitori e i fratelli in un percorso in

cui anche loro riflettano sulle cause del malessere familiare che ha

contagiato e tirato dentro il figlio. A volte si può lavorare

parallelamente solo con un genitore, a volte si può lavorare solo con

un fratello o una sorella, però dobbiamo avere in mente che con i casi

gravi dobbiamo lavorare in equipe, ci vogliono almeno due terapeuti

magari con due pezzetti diversi della famiglia, perché con tutti non si

riesce.

Questo è un criterio molto importante e anche un criterio per la

formazione dei terapeuti.

Si tratta a mio parere di uno dei maggiori punti di forza che

caratterizza il modello sistemico che abbiamo sviluppato in questi

anni nella nostra scuola. Basato su tre pilastri, la diagnosi di

personalità, la diagnosi dell'attaccamento, la diagnosi sistemica. Si

tratta di coniugare lavoro individuale e familiare, diagnosi individuali

e diagnosi sistemiche. E a livello terapeutico variare le convocazioni,

i formati, fare sia sedute individuali che sedute familiari, sedute

individuali non necessariamente solo con il paziente designato, ma

anche con altri membri della famiglia.

Come confermato da tutta la letteratura internazionale sulle

cosiddette terapie multimodali, seguendo anche il modello di Bessel

van der Kolk (2014), intendiamo combinare interventi diversi non

solo psicoterapeutici. Questo è il modello che stiamo sperimentando e

questo è anche l'identità professionale dello psicoterapeuta che

stiamo cercando di formare, uno psicoterapeuta che non sia capace di

gestire solo formati individuali, ma che sappia gestire da solo formati

individuali, genitoriali, familiari, gruppo dei fratelli, che sappia

gestire anche ovviamente una terapia individuale, ma che sappia

gestire anche setting diversi, che sappia utilizzare anche dei setting

gruppali.

Questo è il tipo di formazione che cerchiamo di proporre nella

nostra scuola, una formazione non ristretta al setting individuale, ma

che insegni appunto a diventare psicoterapeuta a 360 gradi, in grado

di utilizzare formati diversi.

Il tema degli allargamenti delle terapie individuali, secondo il

modello di Alfredo Canevaro, è un modello molto importante da

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Frattali n.11, novembre 2025

sfruttare anche rispetto ai pazienti meno gravi (Canevaro, 2009). Vi

sto parlando di pazienti gravi, e pazienti gravi vuol dire

sostanzialmente pazienti non richiedenti, e naturalmente con i

pazienti più gravi, come la ragazza di cui vi ho appena parlato, la

risorsa famiglia è ancora più importante, però anche per i pazienti

richiedenti che possono essere anche loro molto gravi, che però hanno

almeno la risorsa di essere richiedenti, di chiedere aiuto, bisogna

riuscire a trovare in modo creativo, come e perché invitare, anche uno

alla volta nel setting individuale, i familiari significativi.

Questo è un altro aspetto molto importante del modello sistemico

familiare-individuale che abbiamo sviluppato in questi anni.

Il tema di distinguere i quattro tipi di domanda è importante, noi vi

abbiamo dedicato un libro uscito nel 2016, Entrare in terapia. Le sette

porte della terapia sistemica, che è un manuale riassuntivo del

modello sistemico familiare-individuale.

Quando riceviamo una domanda di aiuto, il tema è distinguere se è

una domanda per un familiare, se è una domanda per una relazione

che non funziona, se è una domanda coatta, cioè, generata da terzi,

che obbliga alla psicoterapia, o se è invece una domanda individuale

dove veramente la persona chiede per sé stessa.

Nel nostro libro troverete ben illustrati questi quattro tipi di

domande che ogni psicoterapeuta normalmente riceve, in percentuali

magari diverse a seconda dello specifico contesto in cui viene a

trovarsi. Il tema è capire che nella domanda per un familiare bisogna

fare determinate cose, come nel caso che vi ho descritto, c'è bisogno

di una procedura più complicata, decidere se si può vedere

direttamente il paziente con i genitori, oppure è meglio vedere prima

i genitori, insomma questi quattro tipi di domande richiedono quattro

tipi di prassi, di procedure che abbiamo descritto nel nostro libro.

IL LAVORO D’ÉQUIPE NELLA TERAPIA INDIVIDUALE-

FAMILIARE PARALLELA

Concludo tornando al tema del perché la nostra paziente ha tenuto

questo segreto, questa ragazza di 28 anni di cui vi ho parlato all'inizio.

Il tema del perché ha tenuto il segreto per tutti questi anni è appunto

trattato nel mio ultimo libro insieme ai colleghi del Gruppo Trauma

della nostra scuola, ora divenuto l’Associazione Trauma e sistemi

(TES), Le sei fasi della resilienza, un modello di terapia sistemica del

trauma (Selvini, Fino, Redaelli, Senatore, 2022) dove spieghiamo un

concetto fondamentale: abbiamo cercato di pensare per fasi la terapia

dei pazienti traumatizzati.

La prima fase è quella del riconoscimento del trauma, è la fase

decisiva, molto spesso difficile, però oggi volevo sottolineare la

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Frattali n.11, novembre 2025

seconda fase, cioè la messa in sicurezza dal punto di vista relazionale.

Se una paziente come la ragazza di 28 anni di cui vi ho parlato prima,

si sente sempre sotto attacco, sotto minaccia da parte dei suoi

familiari stessi, come purtroppo è il caso di questa ragazza, è chiaro

che fa bene a non passare alla terza fase, quella della condivisione del

dolore.

La terapia familiare porta questa ragazza a svelare il segreto

dell'abuso sessuale vissuto da bambina, sembra un grande progresso,

ci siamo illusi anch'io e Cirillo che fosse un grande progresso ed è

sembrato anche esserlo, perché per un certo periodo ha fatto anche

dei grandi passi in avanti, però poi cos'è successo?

Alla fine, non è stato fondamentalmente creduta dai genitori, i

genitori hanno pensato che si fosse inventata quell'abuso sessuale,

perché è un po' matta, così dopo una fase di miglioramenti è stata

davvero molto male.

Questa esperienza di avere gioito del fatto che la mia paziente

avesse sputato un rospo così terribile, dopo tanti anni, mi ha fatto

gioire ed entusiasmare per molti mesi, poi però è subentrata una

grande tristezza di fronte all'evidenza che aveva fatto bene a tenere

segreta la sua sofferenza perché, quando l'ha condivisa, il tipo di

reazione che ha trovato nella sua famiglia l'ha portata a stare davvero

molto molto male, molto peggio.

Se ci sono dei segreti di vecchia data dei pazienti gravi, il tema di

romperli, di scoprirli, è un tema molto molto delicato, perché

sicuramente avranno avuto, come questa esperienza recente ci ha

mostrato, delle buone ragioni per non fidarsi.

E torniamo al tema della sfiducia da cui sono partito: se questa

sfiducia c'è purtroppo è anche possibile che abbia delle buonissime

ragioni e quindi se non siamo sicuri che i genitori siano davvero

cambiati, e siano diventati in grado di ascoltare, anche lo svelamento

può purtroppo rivelarsi qualcosa di pericoloso.

DUE DOMANDE DEL DIBATTITO FINALE

La domanda di Giovanna dice: “Buonasera professor Selvini sono

rimasta molto colpita dalla sua affermazione che chi prova odio per i

propri genitori non può che odiare anche sé stesso. Potrebbe per

favore approfondire individuando gli obiettivi che siano raggiungibili

dalla relazione terapeutica secondo il modello terapeutico da lei

illustrato?

Il tema è che i genitori sono una parte di noi quindi la prima parte

della risposta è molto evidente: è chiaro che noi siamo fatti di

identificazioni, un pezzo di me identificato con mia mamma, un pezzo

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Frattali n.11, novembre 2025

di me identificato con mio padre, altri pezzetti sono identificati con

mio fratello e mia sorella quindi queste parti, i genitori, i fratelli,

inevitabilmente diventano delle parti di noi. Quindi è immediato che,

se odiamo i fratelli, i genitori, odiamo anche noi stessi e creiamo dei

fenomeni tossici.

È proprio un fenomeno post-traumatico. Come vedrete se leggerete

il libro (Selvini et al. 2022), parliamo di dissociazione per

drammatizzazione quando nei nostri pazienti troviamo questi

fenomeni di aggressività e odio aperto nei confronti dei familiari.

Quindi è chiaro che questa cosa dimostra che effettivamente c'è stato

qualcosa di traumatizzante nella vita di questi ragazzi. Il

riconoscimento del trauma è anche per capire se il trauma questi

ragazzi lo hanno effettivamente vissuto nella relazione con i loro

genitori e di solito lo troviamo.

Non odiare i propri genitori vuol dire arrivare ad avere una visione

integrata, nel senso che tutti i genitori hanno delle parti buone e

hanno delle parti meno buone; quindi, questo è l'obiettivo di ogni

terapia, aiutare un ragazzo che tende a demonizzare i propri genitori

e quindi inevitabilmente a odiare sé stesso, a vedere che nei genitori

ci sono anche delle parti buone, a capire e certo riconoscere anche

quelle che sono le parti cattive.

Quando i genitori sono capaci di fare autocritica, di fare riparazione

rispetto alle loro parti cattive, questo porta a dei progressi molto più

rapidi di quelli che si possono ottenere in qualsiasi terapia

individuale.

Quindi la risposta alla domanda è come nel caso di cui ho parlato

prima: la ragazza arriva in ospedale psichiatrico, carica di odio per i

suoi genitori, carica di demonizzazione verso i suoi genitori. La

terapia consiste in una presa di coscienza del fatto che certo i genitori

hanno commesso degli errori gravissimi, le loro storie traumatiche li

hanno condizionati, ad esempio nella sottovalutazione della sua

sofferenza, però si dimostrano anche capaci di vicinanza, di affetto, di

avere del buono da dargli.

A questo punto la ragazza, quando può finalmente sentire l'affetto

dei suoi genitori, non sarà più intossicata dall'odio nei loro confronti,

e questo è assolutamente determinante.

La collega Simona invece scrive: “Sono un gruppo analista con

formazione familiare e da tanti anni in alcuni casi lavoro in modo

multimodale. Non lavoro in equipe e la prassi cambia di caso in caso.

Quale difficoltà vede nell'idea di un terapeuta che tenendo il gruppo in

testa si muove tra i setting con un'unica conduzione insomma un

unico terapeuta. Io mi sono trovata molto bene.”

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Frattali n.11, novembre 2025

Lo abbiamo sempre considerato troppo difficile, mia mamma ha

sempre detto che un terapeuta da solo non può farcela. Però sarebbe

un terreno di ricerca perché è possibile che esistano dei terapeuti

molto maturi, molto solidi che possono fare sia la parte individuale

che la parte familiare. Io per esperienza di tanti anni noto che

tendenzialmente questo non succede, che alla fine il terapeuta che

lavora da solo finisce per scegliere di lavorare mettiamo solo con il

paziente e finisce per non riuscire a trattare la famiglia in maniera

adeguata. Veramente non è facile riuscire a essere nei panni del

paziente e nei panni dei genitori contemporaneamente. Troppe volte

vedo dei terapeuti che fanno tutto da soli e che chiamano la famiglia

quasi per colpevolizzarla! Il rischio è che il terapeuta che lavora da

solo finisca per identificarsi eccessivamente con una parte della

famiglia, con il paziente designato, con la mamma, con il padre. É un

rischio molto molto forte.

Poi non posso escludere che ci siano terapeuti molto bravi e molto

equilibrati che ce la fanno, in questa ginnastica emotiva, a spostarsi

dall'identificazione con un genitore alla identificazione con il figlio,

con il fratello, però in generale la nostra convinzione scientifica è che

questo superi le capacità umane.

Naturalmente non è detto che si debba lavorare sempre in

un'equipe, però nei casi più difficili si può costruire una equipe.

Anche per la salute psichica del terapeuta. Anche il terapeuta che

lavora normalmente da solo può fare equipe, può fare co-conduzione

almeno per una parte delle sedute.

Perché lavorare in équipe non vuol dire che tutte le decine e decine

di sedute saranno fatte in co-conduzione. Nel nostro modello le sedute

che facciamo veramente in co-conduzione io e Cirillo o io e Sorrentino

sono relativamente poche: in un caso mediamente ne faremo sette,

otto, dieci, magari nell'arco di anni, però due teste che si

supervisionano a vicenda sono più efficaci di una testa e di un cuore

che lavora da solo.

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Frattali n.11, novembre 2025

BIBLIOGRAFIA

Atlas, G., (2022), L'eredità emotiva. Una terapeuta, i suoi pazienti e il

retaggio del trauma. Raffaello Cortina Editore, Milano.

Canevaro, A., (2009), Quando volano i cormorani. Guerrieri.

Cirillo, S., Selvini, M., Sorrentino, A., (2016), Entrare in terapia. Le

sette porte della terapia sistemica. Raffaello Cortina, Milano.

Cirillo, S., Selvini, M., Sorrentino, A., (2023), L’équipe base sicura

della sperimentazione dei formati in terapia familiare. In Terapia

Familiare, 2022/130, pp. 21-37.

Selvini, M., (1985), Cronaca di una ricerca. L'evoluzione della terapia

familiare nelle opere di Mara Selvini Palazzoli. La Nuova Italia

Scientifica.

Selvini, M. (1994), “Segreti familiari: quando il paziente non sa”. In

Terapia Familiare, 45, pp. 5-17.

Selvini, M., (2004), Reinventare la psicoterapia. Raffaello Cortina

Editore, Milano.

Selvini, M., Selvini Palazzoli, M. (1989), “Il lavoro in équipe:

strumento insostituibile per la ricerca clinica mediante la terapia

Familiare”. In Ecologia della mente, 4, pp. 54-76.

Selvini, M., Fino, L., Redaelli, L., Senatore, A., (2022), Le sei fasi della

resilienza, un modello di terapia sistemica del trauma, Raffaello

Cortina Editore, Milano.

Selvini M., Gritti M.C., (2023). “Attaccamento e incastri di coppia

tossici, in stallo e terapeutici”. In: Terapia Familiare, 132:27-44.

Milano, Franco Angeli.

Selvini Palazzoli, M., (1974), L’anoressia mentale. Tr. it. Raffaello

Cortina, Milano 2006.

Selvini Palazzoli, M., Boscolo, L., Cecchin, G., Prata, G. (1975),

Paradosso e controparadosso. Raffaello Cortina, Milano.

Selvini Palazzoli, M., Cirillo, S., Selvini, M., Sorrentino, A.M. (1988), I

giochi psicotici nella famiglia. Raffaello Cortina, Milano

Selvini Palazzoli, M., Cirillo, S., Selvini, M., Sorrentino, A.M. (1998),

Ragazze anoressiche e bulimiche. Raffaello Cortina, Milano.

Selvini Palazzoli M., Boscolo L., Cecchin G., Prato G. (1980)

“Ipotizzazione, circolarità, neutralità: tre direttive per la

conduzione della seduta”. In: Terapia Familiare, 7: 7-19. Milano:

Franco Angeli.

Van der Kolk, B., (2014), Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e

cervello nell'elaborazione delle memorie traumatiche, trad. it.

Raffaello Cortina Editore, 2015.

67


Frattali n.11, novembre 2025

RECENSIONI

SAGGISTICA, NARRATIVA, ARTICOLI, FILM, TEATRO E VIDEO

Di oggi e di ieri

Gianmarco Manfrida, Erica Eisenberg, Daniela

Tortorelli, Valentina Albertini

PERCHÉ LA PSICOTERAPIA?

UN VIAGGIO A PIÙ VOCI NEL CUORE DEL

CAMBIAMENTO

Youcantprint, Lecce, 2025, pp. 144

Alberto Vito 1

È stata appena pubblicata l’ultima fatica editoriale di G. Manfrida

e di tre docenti del Centro di Studi e di Applicazione della Psicologia

Relazionale di Prato, avente come oggetto i motivi per cui oggi è utile

impegnarsi in un percorso terapeutico. Stante l’aumento della

richiesta di aiuto psicologico, confermato da numerose indagini

statistiche, gli autori hanno inteso fornire un testo che possa risultare

produttivo per chi è interessato ad avvicinarsi al mondo psicologico e

dove è possibile trovare risposte ad alcuni quesiti di fondo o anche

legittime curiosità. In tal senso, il libro è particolarmente utile a chi

non possiede competenze tecniche specifiche, come potenziali

pazienti o studenti. Tuttavia, il volume può essere inteso pure come

un buon “ripasso” di concetti fondamentali anche per i terapeuti già

esperti. Infatti, il libro è scritto con un linguaggio davvero chiaro,

differenziandosi subito da una certa letteratura psicologica adottante

terminologia molto specifica e la cui lettura può risultare ostica

1

Didatta Scuola Romana di Psicoterapia Familiare

68


Frattali n.11, novembre 2025

finanche agli “addetti ai lavori”. D’altro canto, se anche persone di

buon livello culturale ignorano quali siano gli scopi di una

psicoterapia, non andando oltre ad affermazioni generiche quali:

“aumento della consapevolezza, conoscere sé stesso, gestire le

emozioni, ecc.”, in parte la colpa è anche di noi specialisti. Giova

ricordare che con la stessa parola, psicoterapia, si definiscono modi di

operare molto diversi tra loro, qualche volta persino in

contraddizione, per teorie di riferimento, obiettivi, modalità, durata,

regole e quindi ben venga un libro rivolto davvero a tutti dove si prova

a fare un po’ di chiarezza.

A sgombrare il campo da equivoci, Manfrida et al. chiariscono la

propria posizione, già a partire dal sottotitolo del volume: per loro, la

psicoterapia è un’esperienza che deve produrre un cambiamento.

Attraverso l’esperienza relazionale con il terapeuta, certamente non

priva di una dimensione emotiva rilevante, non si deve raggiungere

esclusivamente una comprensione cognitiva, bensì si deve ottenere

un cambiamento. Certamente, come loro ben chiariscono, è il paziente

a stabilire all’interno di ciascun percorso terapeutico quali siano gli

obiettivi specifici e i miglioramenti che si intendono raggiungere.

Come io semplifico ai miei pazienti, dicendo: È possibile cambiare, ma

non è possibile farlo senza cambiare nulla; la psicoterapia è senz’altro

d’aiuto, ma non ha nulla a che vedere con pretese miracolistiche o

logiche di delega al terapeuta, laddove il paziente si trovasse in

un’impasse tra scelte difficili.

In particolare, come è giusto, gli autori si soffermano a descrivere

il loro modello di lavoro, ovvero l’approccio narrativo sistemicorelazionale.

Chi conosce il loro metodo sa bene quanta attenzione sia

riposta nell’importanza della ri-narrazione della propria storia

personale e familiare che un buon percorso clinico dovrebbe

consentire. Una storia alternativa può essere estremamente utile, non

solo per rileggere il proprio passato ma soprattutto per poter

costruire un futuro diverso e più desiderabile dal paziente. In tale

ottica, uno degli strumenti personali più importanti del terapeuta è

quello di riuscire ad avere una visione positiva ed ottimistica del

paziente, anche laddove lo stesso non riesce ad avere fiducia in sé

stesso né ad individuare possibili vie d’uscite alla propria situazione.

Il gruppo di Prato è sempre stato molto attento alle innovazioni

tecnologiche (vedi i precedenti lavori dedicati alla psicoterapia via

web) è stavolta ho trovato particolarmente illuminante il capitolo

dedicato all’Intelligenza Artificiale e a chi la usa per scopi terapeutici.

Sembrerebbe che sia apprezzata dagli utenti perché dà ad essi sempre

ragione. Ma, fanno notare gli autori, questo è davvero un pregio?

Sicuramente no, se ci si mette nell’ottica della promozione di un

cambiamento (Ed ecco la coerenza logica di Manfrida e co.). Il

sostegno, infatti, è sicuramente importante e sentirsi apprezzati e

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Frattali n.11, novembre 2025

incoraggiati può migliorare l’autostima. Ma occorre anche il pensiero

critico per produrre una modifica e quindi diventa particolarmente

utile ascoltare un punto di vista diverso dal proprio. Non è il sostegno

acritico ma la dimensione dialogica della terapia a provocare il

cambiamento, attraverso un processo relazionale finalizzato alla

creazione di una nuova realtà. Se volete, possiamo dire che sin dalla

notte dei tempi ai bambini sono serviti due genitori per crescere e due

funzioni fondamentali: quella emotiva (sentirsi amato e apprezzato)

e quella normativa (apprendere regole sociali). Ecco, un buon

terapeuta deve possedere entrambe queste funzioni, senza limitarsi

ad un ruolo di motivatore e incoraggiatore.

Infine, ultima annotazione: il libro è autoprodotto e probabilmente

anche questo dettaglio rivela il gusto alla sfida che contraddistingue

il coraggioso gruppo di Prato.

Come è ben noto a chi frequenta il mondo sistemico relazionale e

l’ambito psicologico in generale, Manfrida e il suo gruppo vantano

numerose pubblicazioni che hanno ricevuto ampio consenso di critica

e lettori, oltre ad una instancabile attività di promozione delle società

scientifiche. Manfrida è stato fondatore e presidente della Società

Italiana di Psicologia e Psicoterapia Relazionale (SIPPR), di cui oggi è

presidente Daniela Tortorelli, altra coautrice del volume. L’ultimo suo

impegno è l’aver dato vita alla Consulta delle Scuole Italiane di

Psicoterapia Relazionale Sistemica, di cui è il primo presidente.

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Frattali n.11, novembre 2025

Cohn Ruth

TRATTAMENTO DEL TRAUMA DA

TRASCURATEZZA INFANTILE BASATO SULLA

TEORIA DELL’ATTACCAMENTO.

Raffaello Cortina Editore, Milano, 2025 pp. 272

Matteo Selvini e Marta Villa 2

La nostra associazione TES Trauma e sistemi ha dedicato il 2024 ed

il 2025 ad un approfondimento sul tema della trascuratezza,

approfondito e indagato grazie a un caso di trascuratezza portato da

Valeria Botticini al convegno “Prospettive sistemiche nella terapia dei

traumi” organizzato con il Centro Milanese il 24 Maggio 2025.

Questo libro è stato uno dei testi di riferimento del dibattito, grazie

alla lettura in inglese di alcuni soci; il libro è poi uscito in italiano nei

primi mesi del 2025. Si tratta di un libro importante anche perché su

questo tema la letteratura è scarsa.

L’autrice fa parte della generazione dei Cirillo, delle Barrett e

degli Schwartz, giovani psicologi che negli anni ottanta si sono

trovati a lavorare nel campo pressoché inesplorato del

maltrattamento e dell’abuso sessuale, nelle

aree psicoterapeuticamente più evolute del mondo, per Cohn quella

della Bay Area di San Francisco, forse quella a più alto tasso di

psicoterapie ortodosse e creative, che l’autrice ha ampiamente

esplorato e frequentato. La sua formazione è psicoanalitica, ma

dentro quel filone vivificato dalla teoria dell’attaccamento, che ha

saputo flessibilizzare le rigidità ortodosse delle chiese psicoanalitiche

storiche. Infatti successivamente ha militato nel movimento post

traumatico (trauma-informed) con le tante formazioni “a pacchetto”

che continuano a caratterizzare la nostra epoca

(EMDR, sensomotoria, neuro feedback, ecc.).

La Cohn si definisce una reduce della guerra degli anni novanta

(pag. 36) quando il movimento dei falsi ricordi ha pesantemente

2

Psicologo e psicoterapeuta, co-responsabile della Scuola di psicoterapia Mara Selvini

Palazzoli

Psicologa e Psicoterapeuta, socia fondatrice e membro del direttivo dell'Associazione

Trauma e Sistemi

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Frattali n.11, novembre 2025

attaccato la psicoterapia accusandola di “impiantare” memorie

traumatiche nella mente dei pazienti con tecniche manipolatorie e

suggestive. In Italia questa battaglia tutta giudiziaria, in difesa degli

abusanti, è arrivata molto più tardi, con il caso Foti-

Bibbiano, recentemente concluso con una totale vittoria giudiziaria,

che però non sana le ferite che hanno “avvelenato” i servizi di

protezione dell’infanzia.

L’autrice si schiera con efficacia nel movimento scientifico per il

riconoscimento della diagnosi di disturbo traumatico dello

sviluppo, dentro la psicoterapia/psichiatria post traumatica di

Van der Kolk (2014) e quindi contro la psichiatria accademica

tradizionale dei Paris (2023) portabandiera dell’innatismo genetico.

Il libro è scritto in modo gradevole e non accademico, privo di

autocelebrazione; si parla apertamente dei tanti fallimenti che

inevitabilmente costellano la vita di ogni psicoterapeuta. Colpisce

come l’autosvelamento sia diventato uno standard abituale della

saggistica scientifica più recente, gli autori si presentano come

portatori dei disturbi di cui stanno parlando: lo abbiamo trovato nei

traumi transgenerazionali della Atlas (2022) cioè nei figli/nipoti

dell’Olocausto, come la stessa Cohn, e anche come Gabor Matè

(1999) che però ci svela anche la diagnosi di ADHD sua e dei suoi

figli. Scrive la collega californiana: “sebbene la mia storia di “T

grandi” fosse innegabile, le ferite del neglect rimanevano invisibili e

misteriose […] Mia madre cresciuta da bambinaie in una famiglia

fredda e priva di emozioni della Germania del Nord, vide l’ordine

perfetto di casa sua violentemente sconvolto dall’irruzione dei soldati

nazisti. […] Io sono nata nel 1955 e a quel tempo lei aveva già una

bambina, mia sorella maggiore, e al compimento del mio secondo anno

stava per dare alla luce la terza figlia. Il suo trauma non solo non era

stato curato ma era anche molto recente. E non venne curato

mai.” (pag. 23) E ancora “Mio padre era gravemente traumatizzato

ma anche molto motivato […] Iniziò a fare di tutto per lasciarsi il

passato alle spalle e per crearsi una vita nuova. Non c’era tempo, non

c’era spazio per le emozioni. […] Ricordo di aver sempre pensato che

i miei genitori soffrissero terribilmente e che io non avessi alcun

diritto di esistere se non con lo scopo, forse,di trovare un modo per

aiutarli.” (pag.24)

È molto chiaro come questa attitudine a lavorare sulla persona del

terapeuta, la settima porta, sia grandemente sostenuta ed incarnata

da questi autori. Ed infatti la Cohn parte proprio dalle emozioni

suscitate in lei da questi pazienti: la fatica di non essere mai guardati

negli occhi, la noia prodotta dalla difficoltà a parlare e raccontare di

se, pochi ricordi, “solitudine e minima verbalizzazione […] lo statobase

(default) è quello di parlare poco, senza rendersi conto che è

poco” (pag 97), “Ma non mi è successo niente!” (Cap. 4), il loro essere

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Frattali n.11, novembre 2025

profondamente autarchici, imparando a cavarsela da soli (ci parla di

tanti maratoneti), contemporaneamente sono capaci di entrare in

relazione essendo molto servizievoli (tantissimi datori di cure) ed

accondiscendenti. L’idealizzazione è il fenomeno abituale: “Ciò

che può rendere difficili questi pazienti è la loro solida compassione e

devozione nei confronti del genitore o dei genitori

trascuranti” (pag. 25).

Colpiscono alcune omissioni, soprattutto la mancata citazione

della Lyons-Ruth e delle sue ricerche longitudinali sul trauma latente

provocato da datori di cura passivi/impotenti. Nella stessa direzione

interroga il parlare di disorganizzazione ma non di riorganizzazioni;

in realtà parla tantissimo di autarchia, inversione dei ruoli, di

sottomissione, risultando un limite teorico non trascurabile. Altra

mancata citazione è quella della Herman in particolare

relativamente al tema della neurobiologia e psico-educazione, a più

riprese trattato dalla Cohn, sostenendo sostanzialmente quello che

veniva scritto in “Guarire dal Trauma” (1992) rispetto all’insegnare

ai sopravvissuti a comprendere cosa accade affinché nella testa del

paziente ci siano le stesse cose presenti nella testa del terapeuta,

pensando che fosse utile a costruire una relazione equilibrata ed

allineata con il paziente, normalizzando sintomi che può sentire come

svilenti e attivando al contempo la curiosità.

La Conh ci parla di come la trascuratezza sia il risultato di un

genitore narcisista (o due). Sono tanti i figli di genitori

narcisisti, persone troppo concentrate su se stesse che non li hanno

visti, portando poi al classico transfert di sentirsi

ignorati, abbandonati e non ascoltati (pag. 75). La ferita profonda li

porta sulla strada del perfezionismo, dell’accumulo di risultati, al

mettersi tutta la vita a servizio degli altri, a volte diventano loro stessi

grandiosi (pag. 73). Il narcisismo genitoriale può non essere

immediatamente visibile né per il paziente né per il terapeuta; il

genitore, infatti, potrebbe essere stato così invadente da non rendersi

conto della sua sostanziale assenza nei confronti del figlio. Questa è

una dinamica che può venire a galla nella relazione terapeutica,

grazie a pazienza, ascolto e attenzione.

L’autrice resta molto legata al linguaggio psicoanalitico, soprattutto

al concetto di identificazione proiettiva di cui ci fornisce una

chiarissima esemplificazione clinica(pag.78), differenziandosi da

tanti testi psicoanalitici. Il trascurato è muto, non ha pensiero, non ha

narrativa, non può raccontare al terapeuta i suoi sentimenti e allora

ce li fa provare: quel bambino abbandonato si è annoiato tantissimo e

non è stato mai guardato e allora ci farà annoiare e non ci guarderà

negli occhi. Cohn ne parla come di una diagnosi clinica e di una

intenzionalità comunicativa inconscia del paziente. Pensiamo si tratti

solo di una metafora e di un paradosso nel paradosso perché l’autrice

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Frattali n.11, novembre 2025

critica molto l’uso clinico della metafora come confondente: “La

metafora è ottima per la poesia, ma non per la comunicazione

all’interno delle relazioni” (pag. 124). Qui forse emerge il limite di non

pensare al paziente in termini di parti del sé, anche attraverso le

cinque riorganizzazioni; infatti il paziente trascurato avrà

sicuramente dentro una parte identificata con il trascurante (vedi la

citata idealizzazione) e quindi in certi momenti tratterà figli, partner

e terapeuta come è stato trattato, cioè ignorato e quindi certamente

gli fa provare quello che lui ha provato. Non c’è però in

questo una intenzionalità inconscia, ma un accadere nel manifestarsi

auto protettivo di una parte del sé. La Cohn opera uno spostamento

verso l’intenzionalità del paziente che ricorda i paradossi, il dono

d’amore di L.S. Benjamin.

Cohn è davvero lontana dalla identità sistemica, nemmeno un

accenno in tutto il libro alla possibilità che i familiari possano fare

qualcosa di riparativo. Racconta un caso dove ha convocato i genitori

esclusivamente come testimoni della storia (“queste informazioni

erano infinitamente utili per me, nel mio lavoro di raccolta dati”, pag.

208), senza funzioni altre. Inoltre disinveste sul lavoro d’equipe,

cita più volte l’importanza di una costante supervisione ma dimentica

la dimensione della co-terapia, questo per quanto riguarda anche le

coppie, arrivando poi a tematizzare il “problema dei tre” a cui dedica

un paragrafo (pag. 76-79).

La Cohn ci racconta di avere incontrato tanti trascurati nelle sue

terapie di coppia (si è formata anche come sessuologa), tipicamente

come accompagnatori sani di partner palesemente traumatizzati,

vivere per l’altro li fa sentire a proprio agio “senza colpa”. La terapia

di coppia può esser un buon setting per lavorare con la

trascuratezza (Solo in un minor numero di casi la terapia di coppia è

controindicata se non preceduta da un lavoro individuale sul neglect,

pag.79). Il terapista può assumere un ruolo positivo e protettivo

di datore di cure e osservare le interazioni legate all’ attaccamento e

i pattern familiari da fuori, in quanto la relazione intima è un luogo

privilegiato di osservazione. I setting di coppia possono essere molto

delicati, spetto sono teatro di gelosie e comportamenti legati alla

carenza e al neglect, viene bene approfondito e tematizzato anche

nei setting di coppia il tema del disequilibrio tra il dare e il ricevere

che può rendere questi pazienti molto risentiti, arrabbiati e esigenti

(Cap.7 “La regolazione del dare: del risentimento alla reciprocità”).

Nel Cap 6 “Sessualità: dipanare il dilemma del bisogno”, Cohn ci

racconta di come “le prime volte che iniziai a notare il neclect fu

prevalentemente in contesti di terapia sessuale. […] Un aspetto unico

della sessualità è l’interazione simultanea tra arousal, o eccitazione,

e calma, tra stimolazione e tranquillità, tra sistema simpatico e

parasimpatico. […] E’ necessaria una estrema e delicata

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Frattali n.11, novembre 2025

autoregolazione per mantenere in equilibrio questi flussi di energia

apparentemente contradditori. Nei figli del neglect le difficoltà legate

alle relazioni, all’autoregolazione e ai bisogni convergono tutte

insieme” (pag. 132) Le funzioni di regolazione, attaccamento ed

esperienza somatica sono tutte le maggiori aree di vulnerabilità

colpite dal neglect e sono implicate anche nella

sessualità. La Conh suggerisce di dedicare diversi colloqui alla vita

sessuale di questi pazienti che possono rifugiarsi spesso nella

masturbazione e nella pornografia, che non implicano la

relazione: “sono persone capaci di gestire le relazioni quando

sono distanti, scollegate, prive di emozioni, intimità, impegno

e trasparenza. Questo coincide con un’incapacità di gestire

l’interazione tra eccitazione e calma” (pag.143), Conh ipotizza che la

sessualità compulsiva sia un modo altro per “comunicare la storia

inconscia di un desiderio intenso e senza soddisfazione e il facsimile

dell’esperienza di essere momentaneamente desiderati” (pag. 144).

La vergogna è un tema emotivo centrale a cui l’autrice dedica un

capitolo (Cap. 8), parla della mancanza del contatto oculare, chi non

è stato guardato è spaventato, e non riesce a guardare; ipersensibilità

a ciò che si percepisce come critica e traduzione della stessa come

rifiuto; tendenza all’isolamento; organizzazione corporea di collasso e

ritiro (spesso sono pazienti ipoattivati in termini di finestra di

tolleranza); modo per proteggersi/difendersi da un impulso ad

attaccare o incolpare il genitore.

Nel dibattito delle Assemblee di TES ha trovato conferma

l’osservazione di aver incontrato tanti trascurati con sintomi come

dipendenze, depressione, BED. Non moltissimi i trascurati

“puri” senza traumi evidenti (“non è successo nulla”), molto più

comuni invece i trascurati che chiamiamo “piove sul bagnato” che

hanno sofferto di successive palesi esperienze sfavorevoli, favorite ed

accentuate da questa loro vulnerabilità. Abbiamo condiviso con la

Cohn il fatto che la trascuratezza sia uno di quei territori dove la

psicoterapia, con la presenza, sia ripartiva in se stessa, se

caratterizzata da un lungo interesse premuroso del terapeuta o come

dice Cohn “la presenza indiscutibile e costante del terapeuta è il più

prezioso dei doni”

Atlas G. (2022) L’eredità emotiva, tr. it. Cortina, 2022.

Herman J. (1992) Guarire dal trauma, tr. it. Magi, 2005.

Matè G. (1999) Una mente in frammenti, tr. it. Astrolabio, 2024.

Paris J. (2023) I miti del trauma, tr. it. Cortina, 2024.

Van der Kolk B. (2014) Il corpo accusa il colpo, tr. it. Cortina, 2015.

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Frattali n.11, novembre 2025

Alcide Pierantozzi

LO SBILICO.

Einaudi, 2025 pp. 240

Liliana Redaelli 3

“Mi chiamo Alcide Pierantozzi e sono un paziente lucido, vigile,

collaborativo dall’eloquio fluido. La mia ultima cartella clinica dice

che ho una mimica facciale mobile, modulabile, che sorrido solo a

tratti, congruamente ai contenuti espressi, e che sono orientato nei

quattro domini”

Pierantozzi da anni vive “lo sbilico e nello sbilico delle cose”, là dove

le cose vanno storte, dove si perde il proprio equilibrio, là dove la cura

riesce solo a contenere, trattenere e accompagnare la sofferenza

psichiatrica. Il racconto frammentato delle sedute, delle diagnosi, del

rapporto con i farmaci, con le droghe, con le proprie percezioni, con i

ricordi, con i familiari e con gli altri, prende il sopravvento

scompaginando la struttura narrativa classica del romanzo.

L’autore mostra l’esperienza psichiatrica da dentro.

“Vedersi impazzire è sentirsi tremare le gambe a furia di

rimuginarci sopra, e io le ho sentite. Vedersi impazzire è sovrapporsi

ad altri corpi, ad altre personalità, è cercare di ingannarsi da soli sulla

consistenza di una paranoia. Vedersi impazzire è fare buon viso ai

pensieri peggiori prima di crollare del tutto, è inventarsi sentieri

sempre diversi per dare un giro di volta alle cose, è ripercorrere

costantemente lo scritto e il cancellato della memoria. Vedersi

impazzire è fare a botte con la luce, orientarla nei punti giusti del

corpo, evitare che si sbrindelli tra le ombre”.

La scrittura per Pierantozzi non è cura, ma ossessione. Il tormento

con cui Pierantozzi insegue le parole affonda le radici nel suo disturbo

autistico.

“Secondo gli psichiatri non dovrei dare così tanta importanza alle

parole. Però è proprio con queste che i medici si salvaguardano dalla

3

Psicologa e Psicoterapeuta, didatta della scuola Mara Selvini Palazzoli

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Frattali n.11, novembre 2025

responsabilità, certe cose devono dirmele per forza con le parole: e

che siano tecniche, specialistiche, altrimenti li incolperei di non

essere stati chiari”.

Ma le parole servono anche per dare ordine al disordine interiore

dell’autore.

“Le parole, per i matti, sono feconde. Io ne conosco tantissime,

perché sono l’unico strumento che mi consente una ricostruzione

degli eventi fededegna. Sono sempre in cerca di parole assolute, che

mettono il guinzaglio ai pensieri, che facciano un po’ d’ordine nella

scompagine che ho in testa Ogni giorno le cerco nei dizionari, nei libri

antichi, nelle traduzioni, e ne faccio dispensa”

Colpisce in questo libro come la sofferenza sia incarnata.

“Sono il prodotto fisico di una sofferenza più forte della mia. Una

sofferenza così intensa da essersi attuata, o forse suicidata, nella mia

carne”.

Nella fenomenologia, la sofferenza psicopatologica non è il vissuto

del dolore, ma l’esperienza dell’assenza: una desensibilizzazione o

anestesia al confine di contatto che impedisce la piena presenza

(Francesetti). In questo libro l’autore condivide con il lettore le

numerose esperienze di assenza da lui vissute, selezionando e

mostrando ciò che può essere accaduto, e accade, anche ad altri che

non riescono a guarire ma che cercano di andare avanti cercando di

non esplodere. Vi è, quindi, il precoce lutto di un fratello e

l’impossibilità della madre di esserci per il figlio in vita, la

disattenzione della scuola che si trasforma in amplificatore di disagio,

la mancata diagnosi di autismo, la solitudine relazionale e

sentimentale, la freddezza estraniante di alcuni psichiatri, il rifiuto

distanziante degli estranei.

Lo Sbilico è un libro intenso, forte, a volte troppo, che lascia in chi

legge l’angoscia dell’andare fuori asse perché, come dice Pierantozzi

“Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma

anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in

discussione ai loro occhi”.

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IN

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