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Frattali n.11, novembre 2025
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Frattali n.11, novembre 2025
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Frattali n.11, novembre 2025
SOMMARIO
ARTICOLI 4
Mara Selvini Palazzoli
Inedito
Paola Covini, Beatrice
Alagna, Gloria Teresa
Invernizzi, Simona
Sigismondi
Ottavia De Blasio
Tipi di giochi familiari (sottogiochi) che hanno a
che fare con l’alimentazione.
Io, tu, noi. Il legame come bussola nell’incontro con
la coppia.
Il disegno congiunto: comunicare in assenza delle
parole.
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16
29
Federica Botti, Eleonora
Castagnedi, Manuela
Mignani, Gloria
Piccinini
Matteo Selvini
Specchio e messaggero: l’utilizzo del sogno in
psicoterapia sistemica.
I segreti dei pazienti difficili: seminario sulla presa
in carico parallela, familiare e individuale, in
equipe.
43
53
RECENSIONI 68
Alberto Vito
Matteo Selvini e Marta
Villa
Perché la psicoterapia? Un viaggio a più voci nel
cuore del cambiamento.
Teoria e clinica del neglect. Trattamento del
trauma da trascuratezza infantile basato sulla
teoria dell’attaccamento.
68
71
Liliana Redaelli Lo sbilico. 76
3
Frattali n.11, novembre 2025
ARTICOLI
TIPI DI GIOCHI FAMILIARI
(SOTTOGIOCHI)CHE HANNO A CHE FARE CON
L’ALIMENTAZIONE
Mara Selvini Palazzoli 1
Ogni tanto capita che qualche ricercatore di storia della medicina,
italiano o americano, chieda di consultare gli archivi di Mara Selvini
Palazzoli, che poi consistono in una serie di scatoloni dispersi per la
mia abitazione. Dall’ultimo di questi traffici è sbucato fuori un breve
dattiloscritto di 11 pagine, immagino redatto negli anni ottanta dalla
mitica “signora Mauro” storica insostituibile segretaria di mia
mamma.
Ci può aiutare a riflettere sulle micro vicende della vita quotidiana,
per il loro potentissimo significato relazionale, affettivo e simbolico.
Scegliere il cibo, comprarlo, prepararlo, consumarlo, conservarlo,
buttarlo…sono una parte grande della nostra vita personale e
familiare. Lì dentro passano tante cose importanti: affetto e cura in
primis, ma anche competizione e potere, rispetto, sottomissione o
dominante invasione, spreco, generosità, avarizia…
In questo breve scritto Mara Selvini Palazzoli passa in rassegna,
con varie metaforiche etichette (dal gioco della deprivazione a quello
della casalinga frustrata…) alcune varianti del rapporto tra cibo e vita
familiare.
Matteo Selvini
1 Mara Selvini Palazzoli (1916-1999) Psichiatra e pioniera della terapia familiare.
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Frattali n.11, novembre 2025
RIASSUNTO Questo documento rappresenta un'analisi psicologica delle
dinamiche familiari disfunzionali legate all'alimentazione, evidenziando come il
cibo possa diventare strumento di potere, controllo e comunicazione all'interno
delle relazioni familiari. L'autrice identifica diversi "giochi" o pattern
comportamentali che si sviluppano attorno all'alimentazione, dalla pseudodemocrazia
alimentare ai conflitti di coppia che si manifestano attraverso le
scelte alimentari, fino all'inversione dei ruoli genitoriali.
SUMMARY This document presents a psychological analysis of dysfunctional
family dynamics related to food, highlighting how eating can become a tool of
power, control, and communication within family relationships. The author
identifies various “games” or behavioral patterns that develop around food—from
pseudo-democratic food decision-making, to couple conflicts expressed through
dietary choices, all the way to the reversal of parental roles. This document
presents a psychological analysis of dysfunctional family dynamics related to
food, highlighting how eating can become a tool of power, control, and
communication within family relationships. The author identifies various
“games” or behavioral patterns that develop around food—from pseudodemocratic
food decision-making, to couple conflicts expressed through dietary
choices, all the way to the reversal of parental roles.
PAROLE CHIAVE Famiglia, alimentazione, psicoterapia.
MARA SELVINI PALAZZOLI, I GIOCHI E LA COMPLESSITÀ. GLI
APPUNTI NEL CASSETTO.
Abbiamo il piacere di pubblicare un breve scritto inedito di Mara
Selvini Palazzoli, psichiatra psicoterapeuta e maestra della terapia
familiare in Italia e nel mondo, nota per i suoi studi pionieristici sulla
anoressia mentale. Un titolo accattivante che può essere di interesse
attuale nonostante sia stato quarant’anni in un cassetto.
Si tratta di appunti privati ritrovati da Matteo Selvini, strutturati
in modo semplice, come fossero destinati a una conferenza, non
datati, ma presumibilmente scritti nei primi anni ’80.
Mara Selvini affronta un tema clinico piuttosto ricorrente nella sua
vita, inserendolo come sempre nel contesto socioculturale più ampio
in cui appare, riallacciandolo ancora al ruolo della donna
contemporanea (anni ’80) e nei microcontesti familiari in cui si
intrecciano culture familiari, singolari processi evolutivi e particolari
“giochi” familiari.
È un manoscritto che mostra il pensiero di Mara Selvini in azione,
con tutta l'originalità e la passione che la contraddistingueva. Si
struttura come un tentativo di descrivere giochi familiari lievi
(modalità tipiche di rapportarsi col cibo e con la nutrizione dei figli)
come possibili precursori della nascita di un disturbo, dove le
abitudini alimentari familiari si incrociano con le regole interne e i
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Frattali n.11, novembre 2025
modelli culturali del momento, i ruoli e le ideologie di genere, e dove
le consuetudini ereditate da ciascuno necessitano di un compromesso
(a partire dalla formazione della coppia), si complessificano con
l’ingresso dei figli, si canalizzano sul cibo, modulano giochi familiari
che anticipano o delineano il possibile avvio di incastri alimentari
patologici. La mamma frustrata, la nonna catturata
nell’alimentazione del nipote, l’assenza del genitore, la modesta
tendenza bulimica, le culture alimentari, la precoce adultizzazione, la
perdita di ruolo genitoriale, la parentificazione, il permissivismo, la
mamma sola, il cibo affettivo (tutti temi di grande attualità
nonostante i contesti storici differenti). Cultura e ambiente come
sempre si sommano e costituiscono il sostrato sociale in cui si
sviluppano (“attecchiscono”, come scrive Antonello D’Elia, 2023) “i
nuovi fenomeni clinici”.
L’interesse di Mara Selvini per le cornici (micro e macro) sociali e
culturali dei sintomi è presente già nella prima edizione psicoanalitica
di Anoressia mentale (Feltrinelli, 1963) e si riaffaccia continuamente
in periodi diversi della sua vita, nel Bollettino di Informazione e
Documentazione dell’Università Cattolica già alla fine degli anni ’70
dove rilegge costruttivamente alcune sue intuizioni sulle
considerazioni di un sociologo della famiglia di allora, Silvano
Burgalassi, o confrontandosi con le ricerche di Eugenia Scabini, e
ancora riflettendo sul Report “La quarantenne – donna di Frontiera”
(SWG di Trieste), apparso su Famiglia Cristiana (n. 18, 1995), fino al
1997 quando usci un suo contributo su Terapia Familiare dal titolo
Anoressia bulimia: un’epidemia sociale. Lo schiacciante ruolo della
donna contemporanea (n. 53, Marzo 1997). Ma ho anche ricordi
personali di sue conferenze, la prima dal titolo “l’adolescenza come
informazione”, o dove la naturale propensione della ricercatrice la
portava a riflettere sulle basi storiche e culturali dell’allevamento
della prole (la centralità del figlio unico idolatrato di oggi rispetto alla
perifericità nella cultura di metà ottocento) o con una prospettiva
antropologica e batesoniana (l’adolescente che mastica le foglie di
coca in Bolivia non produce le stesse informazioni allarmanti che
angosciano i sistemi famigliari europei) (Università Cattolica, 1985)
o nelle riflessioni sociologiche a partire dal saggio di Christofher
Lasch (La cultura del narcisismo, 1979), sull’ossessione dominante
di vivere per il presente, non per i predecessori, non per i posteri: “una
società che teme di non avere un futuro non può essere molto attenta
ai bisogni delle nuove generazioni” (Selvini Palazzoli, 1997). Sempre
si è interrogata sulle ricadute nella famiglia dei modelli culturali del
momento, della discontinuità storica e dei mutamenti nei costumi,
delle fatiche nel coniugare lavoro, carriere con capacità empatiche e
gioia.
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Questo breve scritto di Mara Selvini Palazzoli, chiaro e sintetico,
coerente con la sua idea di trasmettere contenuti "utili" e quindi
potenzialmente "fruibili" per colleghi ed allievi che si occupavano di
disturbi alimentari, nasce in un periodo storico particolarmente
innovativo per la sua ricerca e l’applicazione del pensiero sistemico
alla clinica. Appunti, probabilmente stesi a distanza di qualche anno
dall'articolo Hypothesizing, Circularity, Neutrality: Three Guidelines
for the Conductor of the Session (1980) e durante la gestazione del
libro successivo I giochi psicotici nella famiglia (1988). Si tratta di un
ambito di ricerca e innovazione della clinica sistemica che oggi
definirei "giochistico" in cui Mara Selvini cerca ripetitività ricorrenti
e ridondanze relazionali nei processi evolutivi familiari che danno
vita a peculiari "giochi familiari" nelle famiglie con un membro
sintomatico, ma sempre lo fa con un pensiero alla complessità
eziopatogenetica e antiriduzionistica che non insterilisce mai le
ipotesi al solo dato “familiare”, e tanto meno biochimico, genetico o
psicologico.
A me sembra che il concetto di gioco familiare possa essere in questi
casi ancora utile in quanto rimane un pezzo di un circuito che si
integra in una prospettiva più complessa. Nella metafora del gioco
familiare si allude a un legame invisibile ma appassionante tra le
persone, fatto di vantaggi e svantaggi, bisogni e compensazioni,
attribuzioni di ruoli e proiezioni, dipendenze e autonomie, sfide e
simmetrie che fanno sì che un determinato sistema relazionale possa
continuare a girare su se stesso (mantenga cioè il suo stato) senza che
i partecipanti al gioco ne siano soddisfatti e certamente consapevoli.
Questo concetto può coniugare la prospettiva storica,
intergenerazionale (verticale e diacronica), e dell’attaccamento, sulla
trasmissione della sofferenza, con le consuete vicissitudini
traumatiche, e quella attuale (orizzontale, sincronica, sul qui e ora) in
cui le storie del passato di ciascuno trovano un adattamento
relazionale che le perpetua. Potremmo dire che ci sono una dinamica
intergenerazionale (costituita anche da elementi transgenerazionali)
e un gioco attuale, e che essi si integrano circolarmente dando vita a
una realtà estremamente complessa e del tutto interdipendente che
spesso ci lascia stremati e ci confonde. Di frequente il gioco attuale,
esito complesso di combinazioni, accadimenti, storie individuali
desolanti, aspettative di coppia deluse, certamente anche “genetica e
temperamento”, determina un circuito impazzito (circolo vizioso,
strange loop) estremamente pernicioso, la cui interruzione non è
sempre e solo dipendente dalle trasformazioni narrative, né tanto
meno dalla ricostruzione storiografica o dai cambiamenti individuali,
perché potrebbe essere anche in parte alimentato dalla sfida o dalla
collera.
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Frattali n.11, novembre 2025
Oggi analizziamo le patologie e i sintomi attraverso una lente che
chiamiamo complessità. La maggior parte degli studi mette insieme la
trasmissione della vita psichica con le vicissitudini individuali e
intergenerazionali, l’attaccamento e le esperienze traumatiche,
cultura e contesto sociale. Temi che attraversano orizzontalmente
terapia familiare, psicoanalisi, cognitivismo, e che fanno dialogare tra
loro relazioni e inconscio, cicli di vita e genetica, eredità psichica e
esperienze traumatiche, giochi familiari e resilienza, processi
educativi e contesto sociale. Credo che uno degli insegnamenti di
Mara Selvini sia stato farci scoprire questo segmento: l’importanza
del familiare come fattore determinante nella struttura della
personalità (e quindi nel processo terapeutico) è il nostro specifico
professionale, o il nostro “modello” privilegiato per la clinica, pur con
la raccomandazione di essere attenti al “tutto”, alle cornici di senso,
dall’attaccamento alla cultura.
Non trovo quindi che il concetto di "gioco familiare" sia da mettere
definitivamente in soffitta, ma sia un segmento importante in questo
circuito complesso, cosi come altre metafore descrittive utili alla
clinica, il Ciclo di vita (Carter - Mc Goldrick), il Leaving home di Jay
Haley (il funzionalismo del sintomo, laddove l'adolescente distrae il
sistema), le Profezie che si autoavverano di Merton e poi Rosenthal e
Jacobson. “Gioco” può essere un termine ancora utile e fecondo se
applicato alla descrizione di situazioni disfunzionali psicosociali come
il maltrattamento, le conflittualità familiari insanabili, nelle terapie di
coppia, nelle separazioni coniugali disperanti in cui vediamo
triangolati figli sintomatici (perlopiù adolescenti) e certamente anche
in molte nuove sindromi adolescenziali dove spesso convergono
dipendenze e Dca, comportamenti autolesivi e identità di genere.
In tal senso le tracce di Mara Selvini Palazzoli continuano ad
orientare, aprono aree di pensiero altrimenti inaccessibili ai giovani
terapeuti. Certo, da utilizzare con cura e al caso specifico come ipotesi
clinica e non come passepartout per ogni occasione terapeutica.
È una lettura solo apparentemente semplice, ma che può produrre
pensieri profondi.
Roberto Mazza
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Frattali n.11, novembre 2025
IL GIOCO DELLA DEMOCRAZIA
Il genitore offre al figlio un certo (limitato) numero di alternative
alimentari tra cui scegliere. È chiara l'ideologia liberale e permissiva,
seppur in modo controllato, che ispira una simile politica familiare.
Essa ha il vantaggio di risolvere determinate differenze d'opinione
tra i genitori (o gli adulti responsabili), infatti in questo modo la scelta
viene delegata al figlio. Nel caso di bambini piccoli è probabile che
questo gioco faciliti atteggiamenti molto instabili e capricciosi del
figlio rispetto al cibo. Infatti gli viene assegnata una responsabilità ed
un potere decisionale che non è in grado di gestire. Il bambino diviene
così oscillante tra l'ansietà insita nell'incertezza e la soddisfazione di
esercitare un potere sugli adulti.
Quella che è una pseudo-democrazia con bambini piccoli, cioè in un
contesto dove un forte dislivello di potere nella relazione è giusto e
necessario, può invece evolvere verso una effettiva democrazia man
mano che il figlio si avvicina all'adolescenza. Questo finirà allora per
diventare il gioco alimentare più sano e fisiologico: quello in cui
l'adolescente può negoziare con i genitori le regole della sua
alimentazione in un tipo di interazione dove gli è permesso di
prendere l'iniziativa e di esprimere delle preferenze, mentre
contemporaneamente gli vengono anche posti dei limiti di realtà e di
buon senso (tipo la funzionalità di un certo orario dei pasti, o il costo
degli alimenti) oppure di tipo igienico (quantità, qualità, ecc.).
È chiaro che, anche nell'adolescenza, una eccessiva disponibilità
del genitore a far scegliere il ragazzo senza porre alcun limite sarà
testimonianza di giochi disfunzionali del tipo di quelli di cui parleremo
più avanti (di tipo seduttivo, di tipo competitivo ecc.)
QUANDO LA LIBERTÀ È UN IMBROGLIO
Esistono parecchie madri che teorizzano la libertà ed autogestione
dei figli rispetto all'alimentazione. In queste case non c'è quasi mai
nulla di pronto, o di preparato, c'è solo qualcosa di confezionato, e
tutte cose confezionate i bambini si abituano a mangiare. Liberalismo
e permissivismo qui mascherano una difficoltà della madre ad
assumersi la responsabilità ed i compiti connessi al suo ruolo.
Difficoltà che si origina in alcuni tipi di giochi relazionali. Ad
esempio tale più o meno mascherato lassismo è spesso un
inconsapevole segnale di allarme finalizzato a richiamare l'interesse
di terzi (genitori, coniuge) sentiti, in modo più o meno razionale e
realistico, come troppo assenti (si veda il gioco della casalinga
frustrata nella sua variante della "reductio ad absurdum"). In questi
giochi è assai probabile che il cibo sia ripetitivo, confezionato o
cucinato in grandi quantità che saranno poi più volte riscaldate.
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Frattali n.11, novembre 2025
È possibile che il figlio stia al gioco della madre, e si convinca che
questa informalità e "semplicità" alimentare sia un valore. Tuttavia,
sotto sotto, non è improbabile che covi un sottile rancore per tale
deprivazione alimentare/affettiva. In questo senso certe manie
alimentari tipiche di adolescenti possono essere interpretate come
vendette/riscosse in giochi di questo tipo. Si veda ad es. il diventare
vegetariani, o la scelta di diete complicate.
IL GIOCO DELLA DEPRIVAZIONE
In certi casi le difficoltà dei genitori sono così grosse da non venire
neppure mascherate dietro ideologismi e giustificazioni. Genitori
gravemente depressi e disturbati abdicano al loro compito relativo
all'alimentazione.
Questo ha sui figli un'ovvia ricaduta in termini di vera e propria
denutrizione, ma i diversi tipi di reazione possibili dei figli e
dell'ambiente produrranno una serie di sottogiochi. Allorché nessuno
interviene e le gravi carenze passano sotto silenzio, il figlio vivrà la
deprivazione come una normale condizione esistenziale. La
sofferenza del figlio rimane così silenziosa, inascoltata, persino tabù
ai suoi stessi occhi. Nell'adolescenza e nell'età adulta tali sofferenze
infantili verranno "messe in atto" con comportamenti sintomatici di
cui il più classico è costituito dalla bulimia, una rappresentazione
drammatica del soddisfacimento di una fame patita per lungo tempo 2
(di solito solo in senso affettivo, il ciclo quindi diventa un simbolo, un
segnale comunicativo).
C'è un rapporto di proporzionalità diretta tra la gravità della
carenza e quella del sintomo. Infatti modeste tendenze bulimiche sono
presenti in moltissime persone che quindi avranno avuto delle
moderate sofferenze infantili.
Nella bulimia dolci e farinacei sembra facciano la parte del leone,
sono i cibi vissuti come affettivamente più carichi di simbolizzazioni.
Per quanto riguarda i dolci, c'è una tradizione che ne fa un evento
non quotidiano dell'alimentazione, e questo sfuggire alla routine ne fa
un veicolo privilegiato di comunicazioni affettive sui vari registri
quali il premio, la ricompensa, la seduzione, l'espressione di gioia ecc.
Per quanto riguarda i farinacei, si può invece pensare che siano gli
alimenti che maggiormente producono una sensazione di sazietà,
paragonabile a quella del lattante, ma comunque simbolizzante un
essere pieni di tipo affettivo.
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È diverso, ovviamente, il caso in cui i genitori non possano materialmente nutrire i figli a
sufficienza e ne piangano insieme a loro. Ciò non conduce alla bulimia.
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Frattali n.11, novembre 2025
UN'IMPORTANTE VARIANTE DI QUESTI GIOCHI DELLA
DEPRIVAZIONE È QUELLO DELLA INVERSIONE DEI RUOLI
La palese incapacità del genitore può portare il coniuge, o qualche
membro delle famiglie estese, a precocemente responsabilizzare un
figlio, anche di soli 6-7 anni, ad occuparsi di tamponare le falle del
genitore. Ecco allora il figlio che fa la spesa e si occupa della nutrizione
del genitore incapace.
In questi giochi i bambini diventano precocemente adulti, spesso
vengono molto valorizzate le loro capacità organizzative e cognitive.
A volte saranno quindi degli adulti di successo. Tutto questo
avviene però a spese di una fondamentale tappa della vita: quella
basata sul senso di sicurezza e di piacere dato dal dipendere
affettivamente da un adulto. Benché tale fase venga così saltata,
difficilmente tale mancanza verrà consciamente percepita dal
soggetto. Ecco che avremo allora degli adulti che, ai tratti bulimici cui
abbiamo già parlato, non abbineranno una personalità depressa,
quanto piuttosto uno stile di vita efficientistico, magari un po'
maniacale, ed una spesso sottile incapacità ad assumere un ruolo
affettivo valido nei confronti dei propri figli.
Una classica variante di questi giochi è quella in cui i fratelli o le
sorelle maggiori vengono responsabilizzati ad occuparsi dei più
piccoli. Anche qui avremo le stesse pericolose dinamiche psicologiche
connesse alla precoce adultizzazione o parentificazione. In questi casi
di figli parentificati divenuti a loro volta genitori, è frequente
constatare un vissuto emotivo di disagio e difficoltà rispetto alle
pratiche di preparazione e somministrazione del cibo. Anche questa
sarà una sorta di messa in atto rispetto al senso di soffocamento,
costrizione (il portare un peso superiore alle proprie forze) che tali
"doveri" avevano esercitato nell'infanzia/adolescenza di questo
genitore.
UN'ULTIMA VARIANTE DEL GIOCO DELLA DEPRIVAZIONE
PREVEDE L'INGRESSO IN CAMPO DI UNA DELLE FAMIGLIE DI
ORIGINE (DI SOLITO DELLA MADRE) CHE VIENE AD
ASSUMERE DELLE FUNZIONI GENITORIALI VITALI
RISPETTO AI NIPOTI. È QUESTO IL GIOCO DELLA NONNA
CATTURATA
In questi casi il genitore (di solito la madre) è stato trascurato
nella propria famiglia di origine e ciò, oltre a non facilitare la sua
capacità di assumere positivamente un tale ruolo, lo può spingere a
cercare di incastrare la propria madre, nella speranza che ripari con
i nipoti i torti inflitti al figlio. È quasi inutile aggiungere che molto
probabilmente il tentativo fallirà: la nonna prima o poi sfuggirà alla
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Frattali n.11, novembre 2025
cattura (si ripete così la delusione di 20-30 anni prima). Anche qui
vale il discorso della proporzionalità fatta altrove: la carenza
originaria può essere stata modesta e quindi il gioco della nonna
catturata essere appena sfumato...
È questo un gioco assai complesso dove le reazioni dei figli
potranno essere molteplici: scivolare nella depressione e
nell'autosvalutazione, legarsi alla nonna e disprezzare la madre, con
l'adolescenza cercare la fuga con una pseudo-autonomizzazione
deviante ecc.
Rispetto al cibo si potranno avere delle carenze più palesi o più sottili
(e qui ritorniamo al gioco "quando la libertà è un imbroglio").
IL GIOCO DELLA CASALINGA FRUSTRATA
Ci sono poi dei giochi in cui i protagonisti principali sono
certamente i genitori, ma quel tipo di interazione di coppia ha
un'importante ricaduta sui figli, ed in particolare sulla loro
alimentazione.
Tipico è il gioco della casalinga frustrata, ovvero quello in cui un
marito svaluta (in modo magari anche assai sottile e poco
appariscente) il ruolo domestico della moglie casalinga, o comunque
professionalmente meno impegnata di lui.
A questo punto si possono classificare tutta una serie di diverse
reazioni di questa moglie:
a) la "reductio ad absurdum": se quello che faccio non vale niente,
allora lo farò in maniera così sciatta e trascurata da fartela pagare e
da farti toccare con mano la differenza...
b) l'escalation competitiva: la moglie si impegnerà fortemente per
dimostrare l'importanza del suo ruolo e per farlo utilizzerà tutte le
diverse ideologie salutiste connesse all'alimentazione: la dieta
naturale, la guerra ai coloranti, agli alimenti cancerogeni ecc. Tali
preoccupazioni ossessive prenderanno magari anche un velato
sapore di vendetta nei confronti dei gusti più piani o tradizionali del
marito, o comunque ostacoleranno le abitudini di lui. È chiaro che il
controllo della dieta è una delle leve del potere relazionale in una
famiglia. Ed in qualsiasi conflitto anche questa leva (e questo possibile
terreno di battaglia) sarà certamente importante, sia in sé, sia come
simbolico campo di comunicazione.
Sarà allora chiaro che il sotto-gioco della "reductio ad absurdum"
viene ad imparentarsi strettamente con quello del "quando la libertà
è un imbroglio" o addirittura con quello della deprivazione, con la
differenza che mentre là veniva sottolineata l'importanza del ruolo
della madre, qui abbiamo puntato i riflettori sulla dinamica del
retrostante rapporto di coppia, in cui il gioco può essere "ludico" o,
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Frattali n.11, novembre 2025
all'estremo opposto "sanguinoso". Infatti ricordiamo la classica
distinzione tra conflitti familiari for fun o for blood.
Quanto al sottogioco dell'escalation competitiva, è probabile che
costringerà i figli, non appena non più neonati, a prendere posizione:
allearsi con le giuste e "scientifiche" preoccupazioni della madre?
Oppure irridere le sciocche ed insipide manie (in una sintonia più
o meno scoperta con il padre)?
QUESTO SOTTOGIOCO DELLA CASALINGA FRUSTRATA CI
RIPORTA AD UN GIOCO BEN PIÙ DIFFUSO ED UNIVERSALE:
QUELLO DELLA COMPETIZIONE E DEL CONFLITTO
Questa competizione può essere coperta, ed abbiamo allora quelli
che abbiamo chiamato giochi seduttivi. In quelli
competitivo/conflittuali invece la lotta è molto aperta. Protagonisti
possono essere i genitori, ma anche le famiglie estese dell'uno o di
entrambi possono scendere in campo alla Capuleti e Montecchi. In
questi giochi al figlio sono possibili tutta una serie di scelte:
a) schierarsi, scegliere una certa fazione e con essa una politica
alimentare.
b) sfruttare la situazione, in base al noto criterio del "divide et
impera": prendere tutti i vantaggi che gli uni e gli altri possono offrire.
c) essere travolto dal terrore del conflitto e cercare di non scontentare
nessuno. Ricordiamo quel caso limite di un bambino obeso che, pur di
non scegliere, accettava spesso di mangiare tre volte: il pranzo
preparato dalla madre, che si sentiva in colpa perché il suo lavoro la
rendeva scarsamente presente; il cibo del padre, che voleva sopperire
alle assenze della madre, e della nonna che giudicava la famiglia del
nipote assai carente. In questi casi la competizione trova un alibi nei
tipi di cibo: ad es. "carne perché ne ha bisogno", "verdura perché gli fa
bene", "dolci perché gli piacciono tanto", oppure il conflitto si sposta su
cibi da preparare o confezionati ecc.
d) porsi come genitore dei bambini (cioè degli adulti) che litigano
facendo da mediatore e dando ragione ora all'uno ed ora all'altro,
arrivando magari anche ad assumersi le decisioni, anche relative al
cibo (e questo ci riporta ancora al gioco dell'inversione dei ruoli).
ANCHE IL GIOCO DELLA MAMMA TROPPO SOLA POSSIAMO
RIPRENDERLO ED INCLUDERLO IN UNA DINAMICA CHE
METTE A FUOCO IL TIPO D'INTERAZIONE DI COPPIA. È
QUESTO IL GIOCO DEL FIGLIO RIVALE CONIUGALE
Una donna profondamente delusa del marito riversa tutte le sue
attenzioni sul figlio le cui esigenze vengono in tutti i modi messe
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Frattali n.11, novembre 2025
davanti a quelle del marito. Ecco allora che si cucinerà quello che
piace al pargolo, gli orari dei pasti saranno fissati in base alle sue
esigenze (magari anche facendolo cenare prima del rientro a casa del
padre perché, lui, poverino, ha fame...) ecc.
Naturalmente anche qui il gioco può presentare diverse varianti a
seconda della risposta del figlio: diventerà il fedele paladino della
madre? Ne diventerà un dispotico padrone? Cercherà di sfuggire a
questo soffocante ed "incestuoso" abbraccio? O quale combinazione di
tutto ciò?
Una variante di questo gioco, sempre partendo dal livello della
coppia, è quella in cui la moglie non disprezza realmente il coniuge,
ma lo sente invece troppo poco interessato a lei. Questo ci riporta al
gioco della casalinga frustrata, ma qui possiamo aggiungere una
variante: la nomina del figlio a rivale interno del marito come mossa
per ingelosirlo e quindi come strategia per "riscaldare" la passionalità
coniugale. (E questo ci riporta ancora ai giochi di seduzione).
PER CONCLUDERE SUI GIOCHI PRIMARIAMENTE DI COPPIA,
VOGLIAMO CITARE QUELLO DEL FIGLIO PALLA AL PIEDE
In una coppia assai competitiva, del tipo di quelle "dual career",
assai di moda ai giorni nostri, un marito può sentirsi spaventato dal
crescente successo professionale, sociale o erotico della moglie. Ecco
allora che questo marito scoprirà la grande importanza delle cure
materne, il figlio ha bisogno della presenza assidua della madre, la sua
alimentazione non può essere trascurata, o abbandonata nelle mani
di colf incolte e impreparate.
Riuscirà il nostro spaventato marito ad incastrare la moglie con i
sensi di colpa? E nel caso la manovra di cattura abbia successo, come
reagirà il bambino/adolescente a questa sofferta e poco spontanea
presenza materna?
La risposta a queste domande apre la strada alle molte varianti di
questo gioco, varianti che questa volta abbandoniamo alla fantasia
creativa del lettore
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Frattali n.11, novembre 2025
BIBLIOGRAFIA
Barrett, M.J., Stone Fish, L. (2014) Treating Complex Trauma: A
Relational Blueprint for Collaboration and Change. Routledge, New
York (NY)
Bateson G. (1972) Verso un’ecologia della mente. Tr. It. Adelphi, Milano,
1976.
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Frattali n.11, novembre 2025
IO, TU, NOI.
IL LEGAME COME BUSSOLA NELL’INCONTRO
CON LA COPPIA
Paola Covini, Beatrice Alagna, Gloria Teresa Invernizzi,
Simona Sigismondi 1
RIASSUNTO Nella nostra pratica clinica con le coppie ci sembra importante
provare a credere al lavoro sulla relazione a cui hanno dato origine i partner. Nel
presente articolo ci proponiamo di evidenziare per quale motivo l’intervento
clinico con la coppia abbia proprio la relazione come soggetto e oggetto del lavoro
terapeutico. Evidenzieremo brevemente come la letteratura sull’argomento
sostiene la scelta di privilegiare lo sguardo sul legame, nella convinzione che
tenere il punto sul “noi” ci sembra ancora molto promettente per la coppia, i
singoli partner e i terapeuti.
SUMMARY In our clinical practice with couples, it seems important to believe in
the work on the relationship that the partners have created. In this article we aim
to highlight the reason why the clinical intervention with couples has the
relationship as the subject and object of the therapeutic work. We will briefly
highlight how the literature on the topic supports the choice to focus on the couple
bond, in the belief that keeping the focus on the "us" still seems very promising for
the couple, individual partners and therapists.
PAROLE CHIAVE Coppia, legame, relazione, terapia sistemica, crisi, incontro.
INTRODUZIONE
Gli esseri umani vivono l’intersoggettività e l’essere in relazione
fin dal concepimento. Nella vita poi sperimentano come alcuni
incontri suscitano emozioni particolari che hanno intensità differenti
e possono dare origine a quel sentimento chiamato “innamoramento”
che, quando è ricambiato, porta alla costruzione di una relazione
“amorosa” speciale.
Ma cosa interviene quando l’interazione tra due soggetti porta ad
uno scambio che assume caratteristiche che lo rendono unico rispetto
alle altre relazioni? Canevaro (2023) sostiene che l’amore non è
un’emozione, ma un sentimento che mira sempre a costruire un’unità
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Psicologhe e Psicoterapeute. I Centri Mara Selvini rappresentano il frutto di un lungo
percorso di studio su specifici focus di intervento e si propongono di essere attivi
nell’aggiornamento scientifico con finalità di informazione, formazione, prevenzione,
sensibilizzazione, ricerca e cura.
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Frattali n.11, novembre 2025
che trascende e include l’io, porta a un noi che va oltre l’io e il tu. I
partner creano così un confine intorno a loro che aumenta la
frequenza e l’intensità delle interazioni, garantisce una co-evoluzione
e, al contempo, la maturazione emotiva di ciascuno.
Come tutte le relazioni, anche questa, seppur speciale, è esposta
alle avventure della vita e può incontrare fatiche e rotture.
Talvolta i partner chiedono l’intervento di risorse esterne per
affrontare e superare momenti di crisi. La terapia di coppia è una
possibile risorsa per provare a cercare nuovi equilibri. Si tratta di un
percorso che può rilanciare il legame, oppure accompagnare alla
separazione e alla costruzione di un nuovo rapporto in cui i partner
stanno meglio, sempre con l’attenzione alla cura e alla protezione dei
figli.
Tuttavia, oggi, all’interno delle proposte cliniche per la coppia,
escludendo naturalmente le gravi relazioni tossiche, ci sembra di
notare una sempre maggiore attenzione all’individuo e alla sua storia
di attaccamento, mettendo sullo sfondo lo sguardo alla relazione
costruita con il partner. I cosiddetti incastri di coppia sembrano
rimandare alla necessità di approfondire sempre di più quell’io e quel
tu che si sono incontrati. La precoce proposta di terapie individuali
con formati allargati al partner ci interroga. Nella nostra pratica
clinica ci sembra invece importante provare a credere al lavoro sulla
relazione a cui hanno dato origine i partner e che oggi è sofferente. In
questo articolo vogliamo condividere il confronto tra noi e il percorso
di ricerca sui testi per supportare questa scelta. Ci proponiamo di
evidenziare per quale motivo l’intervento clinico con la coppia abbia
proprio la relazione come soggetto e oggetto del lavoro terapeutico.
Evidenzieremo brevemente come la letteratura sull’argomento
sostiene la scelta di privilegiare lo sguardo sul legame.
Da sempre, il contesto socioculturale segna e definisce i significati
dei gesti e delle parole delle interazioni che si stabiliscono tra
individui. Rispetto alla relazione di coppia, oggi è notevole
l’attenzione agli aspetti affettivi ed emozionali dei partner e la
sottolineatura del benessere dei singoli individui. La coppia è
diventata norma a sé stessa con prevalenza del polo affettivo su quello
etico. L’aumento dello spazio di autonomia rispetto al mandato sociofamiliare
ha portato ogni partner a rivendicare il diritto alla felicità.
Tali cambiamenti sottolineano come la scelta di rimanere nella
relazione sia quindi maggiormente “autentica”, ma
contemporaneamente evidenziano una maggiore fragilità del legame.
In altre parole, possiamo dire che la ricerca della propria felicità nella
relazione di coppia diventa un fattore di rischio se non accompagnata
da un investimento progettuale ed etico in grado di impegnarsi per il
legame anche nei periodi difficili.
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Frattali n.11, novembre 2025
Non è un caso che i partner che vengono in terapia sono sempre più
in grado di esprimere una differenza tra come stanno
individualmente e come sta la loro coppia, individuandola come l’esito
della loro interazione. Mai è capitato che ci fossero dei tentennamenti
alle domande “Come sta lei? E come sta a suo parere la vostra
coppia?”
Sulla base di queste considerazioni ci proponiamo di mostrare
l’efficacia della prospettiva clinica che abbraccia innanzitutto la
relazione rispetto al privilegiare lo sguardo sugli attaccamenti
familiari e individuali di ciascun partner.
LO SGUARDO AL LEGAME DI COPPIA NELLA LETTERATURA
L’attenzione alla coppia e alla terapia con la coppia ha origini
recenti, in passato la relazione tra i partner era vista soprattutto in
relazione al ruolo genitoriale, legata quindi alle difficoltà dei figli.
Il modello della seduta congiunta per i partner che attraversano
momenti di difficoltà, nasce a Londra alla metà del secolo scorso, da
una serie di fattori: esiti drammatici e disagi psichici prodotti dalla
Seconda guerra mondiale, introduzione del lavoro per le donne,
fragilità della nuova famiglia nucleare, velocità delle migrazioni e
fiorire delle ricerche teoriche sull’attaccamento. Sono gli anni del
cambiamento di prospettiva del pensiero clinico che, mantenendo
l’accento sulla dimensione intrapsichica, apre a quella comunicativa
ed enfatizza l’idea della continua riorganizzazione della psiche sulla
base delle esperienze relazionali. Si afferma la convinzione che la
presenza dell’altro assume sempre più importanza nella crescita di
ogni individuo.
Dicks, nel 1949, decide di organizzare sedute congiunte per capire
meglio quello che i partner riferivano nei colloqui individuali. Questa
scelta si è rivelata nel tempo adeguata non solo a una più
soddisfacente comunicazione tra i partecipanti, ma anche come
possibilità per la coppia di avvicinare e conoscere il mondo interno di
ciascuno. Il nuovo setting ha rappresentato per il clinico la possibilità
di osservare la relazione tra i membri della coppia nel qui ed ora della
seduta: l’attenzione si è quindi andata spostando dai singoli individui
in relazione alla relazione in quanto terzo elemento dotato di una
propria identità. Lo sguardo clinico sulla coppia è necessariamente
diventato più complesso. Nel 1967 l’autore parlerà di membrana
diadica, individuando una sorta di sistema a due intorno al quale si
delinea un confine che definisce i contorni del coinvolgimento
reciproco dei partner. Questo sguardo è rafforzato sia dal pensiero di
Bateson (1979) quando parla di mente relazionale e sottolinea
l'interazione tra i partner e l’ambiente, sia dalla visione di Ivan
Boszormenyi-Nagy e Spark (1973) che sottolineano come la relazione
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Frattali n.11, novembre 2025
di coppia si organizza in un sistema di lealtà, con obblighi e meriti
reciproci dei membri.
L’unicità del legame di coppia è sottolineata anche da Romano e
Bouley (Cigoli, Andolfi 2003) che qualificano la relazione come
presenza di isole di stabilità e parlano di un’ossatura solida intorno
alla quale i membri della coppia fanno esperienza emotiva senza
correre troppi rischi.
In modo simile, Robert Neuburger (1989) definisce la coppia come
un’istituzione e con la definizione di mito fondatore della coppia
intende rimarcare le circostanze che hanno convinto i partner che
fosse legittimo dare origine ad una nuova istituzione e quindi che
l’incontro fra loro fosse unico ed eccezionale.
Diversi sono gli autori che negli anni hanno approfondito il
concetto di mente relazionale. Fonagy, negli anni ‘90, parlando di
funzione riflessiva, pone l’accento sul ruolo delle esperienze
interpersonali come fondamento della capacità individuale di
mentalizzare, ovvero di comprendere il comportamento
interpersonale in termini di stati mentali, creando connessioni
empatiche che legano una mente all’altra.
La scoperta dei neuroni specchio (Rizzolatti, 1992) ha rafforzato
questa idea e dato impulso allo studio della capacità attraverso la
quale siamo in grado di condividere, all’interno delle relazioni
significative, i nostri e gli altrui stati d’animo.
Siegel, nel 2001, approfondisce il ruolo fondamentale delle interazioni
con l’ambiente e dei rapporti con gli altri nello sviluppo dell’individuo.
Di fatto, afferma l’autore, la mente si crea all’interno dei processi
neurofisiologici e delle esperienze relazionali e l’individuo cresce e
cambia continuamente nell’arco della propria esistenza nell’incontro
con un altro, diverso da sé, con cui entra in relazione.
L’idea che la relazione di coppia abbia caratteristiche e identità
proprie è sostenuta da diversi autori. Per esempio, Norsa e Zavattini
(1997) nominano l’unità di coppia come senso del noi, come qualcosa
di terzo rispetto ai membri, sovraordinato rispetto alla realtà psichica
individuale. Anche nel concetto di campo, mutuato dalla fisica da
Kernberg (1995) e Lewin (1948) e riferito alla coppia, è presente
l’idea che nell’incontro tra individui si crei qualcosa che differisce
radicalmente da quello che ciascuno degli individui è, separatamente
dall’altro.
Secondo l’Approccio Relazionale Simbolico (Scabini, Cigoli 2000)
il legame di coppia è definito sia da aspetti affettivi di cura, sia da
aspetti etici di vincolo e responsabilità ed è caratterizzato da due
qualità simboliche: da un lato il polo affettivo (dono), risorsa nativa
del legame che consente di dare fiducia e nutrire speranza, ossia dare
credito; dall’altro il polo etico (debito), cui fanno capo gli obblighi
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morali (giustizia e lealtà) che vanno oltre il tempo presente,
attraversando anche le generazioni. (Scabini e Iafrate, 2003).
Anche Berrini e Cambiaso (2001) affermano che un individuo
entra in risonanza con un altro individuo e due “io” diventano un
“noi”. La coppia è quindi un sistema co-creato che orienta ciascun
partner in una direzione di scelte e sviluppo che non è più individuale,
ma sistemica.
Cigoli (2003) parla di relazione di coppia come di plot, dove il
senso del legame va oltre i due individui che partecipano alla
relazione e propone la visione della relazione di coppia come quella di
un vero e proprio “dramma” dovuto sia alla differenza dell’altro sia
all’incontro con l’altro. L’oscillazione continua tra un sé soggettivo
che necessita di essere isolato per garantirsi la propria individualità
e separatezza, ma che allo stesso tempo necessita e desidera
comunicare ed essere capito all’interno di una relazione, dice molto
dell’essenzialità della coppia: la trasparenza del restare intimi con sé
stessi pensando che “con te sto meglio che da solo” (Canevaro, 2023).
Caillé (2007) afferma che la coppia è come un essere vivente che tesse
la propria storia e ha un’esistenza propria. L’incontro con il partner
trasforma in diade la solitudine del singolo, passando da una visione
monoculare, centrata sull’individuo, ad una visione binoculare che
integra individuo e sistema.
Nella coppia c’è una condivisione di idee e comportamenti. Questa
intesa delinea la coppia oltre i due individui ed esclude gli altri
marcando una frontiera che è la traccia dell’assoluto di coppia. Le
coppie spesso affermano che il loro legame è così solido che li fa
sentire più forti nei confronti del resto del mondo, capaci di gestire
richieste dall’esterno che da soli non sarebbero in grado di affrontare.
Dalle continue interazioni che hanno luogo tra i partner emerge la
relazione come elemento terzo, con la sua specifica identità e, man
mano che la relazione si consolida, essa dà origine al legame. Affinché
la relazione possa consolidarsi in legame deve essere al tempo stesso
flessibile (per consentire le necessarie ed inevitabili trasformazioni
della coppia e dei singoli partner), stabile (per proteggere dall’ansia
che può derivare dall’adattamento necessario per gestire i
cambiamenti), dotata di confini, privata ed esclusiva. Il triangolo è la
figura geometrica che aiuta a visualizzare il concetto di legame di
coppia: a due vertici sono posti i coniugi e al terzo la loro relazione,
simbolico prodotto dell’accoppiamento e dotato di una sua identità
che va ad aggiungersi a quella dei partner (Zavattini 2013).
Anche il recente modello proposto da Morgan (2021), partendo
dall’idea sistemica che la coppia è qualcosa di più della somma dei
singoli individui, considera la relazione di coppia come ciò che i
partner creano tra loro, consciamente e inconsciamente. La relazione
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Frattali n.11, novembre 2025
diviene quindi un oggetto psichico a sé stante che l’autrice definisce
stato mentale di coppia.
Fraenkel (2024) ha messo in evidenza come dall’incontro iniziale
dei partner, con il progredire del rapporto, diventa importante il
passaggio da una relazione io e tu a una noi, ovvero un senso di
identità condivisa che non sopprime le identità individuali di
ciascuno, ma aggiunge alla coppia un ulteriore strato di connessione.
Il grado con cui i partner vivono questa identità noi è
significativamente correlato alla soddisfazione e alla stabilità del
legame.
LA RELAZIONE DI COPPIA NELLA STANZA DI TERAPIA
Se, dunque, è sul legame, sulla relazione sofferente che la terapia
con la coppia interviene, qual è un buon modo di procedere nel lavoro
clinico? In quest’ottica, come possiamo riconoscere e accogliere le
sofferenze e le fatiche degli individui che compongono la coppia?
Nel contesto terapeutico, il focus sulla relazione tra due soggetti e
su come ognuno influenza lo stato di benessere dell’altro guida
inevitabilmente il terapeuta ad indagare continuamente la dialettica
tra senso di separatezza e bisogno di relazione, tra intimità ed
estraneità.
Si assiste a uno scambio tra l’identità individuale dei partner e il
contenuto del loro assoluto che crea una circolazione incessante di
senso. Questa circolazione avviene tra la coppia e l’esterno, all’interno
della coppia stessa, tra l’individuo e la coppia e anche tra la coppia e
il terapeuta. Ciascun sistema è portato a stimolare le possibilità
dell’altro, a trasformare il proprio sguardo e ad aprire nuove
possibilità di azione. Un po’ alla volta, lo scambio a tre, vissuto in
seduta tra i partner e il terapeuta, avrà come presenza significativa
la relazione che i partner hanno costruito nel tempo (Caillé 2007).
I terapeuti aiutano le coppie in crisi ad assumere una posizione di
terzietà in cui possano osservarsi e pensare a sé stessi in quanto
coppia e in rapporto a quanto hanno creato e stanno vivendo insieme,
nel bene e nel male.
La coppia è percepita come luogo del malessere individuale e
l’esperienza di trovarsi in presenza di un terapeuta che prova a
lavorare con loro sulla sofferenza diventa contenitiva del dolore. La
terapia con la coppia diventa un trattamento di elezione.
Enrico (45 anni) e Silvia (40 anni) si incontrano intorno ai 20 anni
in un momento di fragilità di entrambi: lui ha perso la mamma da poco
tempo e lei è stata lasciata dal compagno con il quale stava fin
dall’adolescenza. Si piacciono perché lui è “il buono” e lei “la diversa”
e iniziano una relazione sentimentale.
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Frattali n.11, novembre 2025
Girano il mondo per il lavoro di lui e lei lo segue, condividendo le
scelte di vita. Quando, però, lui decide di rientrare al loro Paese di
origine, lei non è d’accordo.
Con la nascita della bambina lei si dedica alla figlia, trascurando la
coppia anche sessualmente e lui soffre molto perché si sente messo da
parte ed agisce alcuni tradimenti.
I partner raccontano di essere delusi l’uno dall’altra riguardo
questi aspetti che nel tempo li hanno fatti allontanare. Inoltre, lui ha
avuto un problema cardiaco importante che gli ha fatto cambiare la
visione delle cose e lei ha fatto un percorso terapeutico individuale
che l’ha resa più indipendente e meno accondiscendente.
Quando chiedono una consulenza di coppia sono in stallo da
diversi anni e non riescono né a stare insieme serenamente, né a
lasciarsi. Durante il percorso terapeutico e di lavoro sul legame,
l’utilizzo di strumenti come il Genogramma Congiunto e il Collage
sull’Idea di Coppia aiutano Enrico e Silvia ad esplorare un registro che
non è solo quello verbale e cognitivo e a scoprire che non hanno più
molto da condividere. Con molta sofferenza decidono di separarsi e di
farlo, però, in modo consensuale, dimostrando che possono comunque
continuare ad essere dei buoni genitori per la loro bambina.
In un percorso con la coppia non sempre la risoluzione della crisi
coincide con una riconciliazione. Talvolta la coppia, impegnata in una
sorta di guerra furiosa, mostra la drammaticità di un legame
disperante (Cigoli, 1988) che viene percepito e vissuto come
impossibile da sciogliere. La terapia di coppia aiuta i partner a
sintonizzarsi sul senso del loro legame, consentendo una decisione più
consapevole riguardo a chi sono e cosa vogliono essere.
L’esperienza ci dice che, quasi sempre, alla radice della sofferenza
dei partner c’è il desiderio insoddisfatto di essere visti e riconosciuti.
Spesso tra i motivi per cui nasce la richiesta di terapia di coppia, vi è
il fallimento di una comunicazione efficace: la funzione riflessiva
(Fonagy, 1997) è disattivata, i partner arrivano a sentire che la
ragione per la quale sono così sofferenti ed esausti è dovuta al sentirsi
continuamente sotto attacco e disconfermati da parte dell’altro.
L’unico movimento atteso da entrambi per uscire dalla sofferenza
in cui sono sprofondati, è che l’altro cambi, in realtà finiscono per
bloccarsi in un disadattamento che genera una insoddisfazione
reciproca e profondo dolore.
Il terapeuta non assume mai il ruolo di giudice rispetto a quanto
accaduto o accade in seduta, impara a pensare per andirivieni,
sviluppando il “terzo occhio” (Mara Selvini Palazzoli, 1980) con il
quale vedere non solo ciò che sta avendo luogo tra i membri, ma anche
approfondire l’incastro di coppia.
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Frattali n.11, novembre 2025
Quando la relazione diventa soggetto della terapia, oggetto del
lavoro clinico diventa cercare come il mondo interno di uno dei
partner si incastra con il mondo interno dell’altro e come i membri
della coppia si attribuiscono vicendevolmente, a livello
inconsapevole, bisogni e sentimenti personali non soddisfatti. Spesso
i partner, attendendo reciprocamente una risposta ai propri bisogni,
finiscono in realtà per accumulare numerose incomprensioni per cui
ciò che li ha fatti innamorare un tempo, ora li pone in conflitto.
Mattia e Katrina si conoscono in chat, lei ha 28 anni e lui 35. Dopo
sei mesi di conversazioni online decidono di incontrarsi per una breve
vacanza.
Katrina arriva nervosa al primo appuntamento, si aspetta di
incontrare una persona diversa da come invece si presenta Mattia: un
uomo posato con l’aria da bravo ragazzo e di una cultura immensa. Ne
è subito attratta: con Mattia si sente a suo agio, libera di essere sé
stessa, nel bene e nel male.
Mattia, dal canto suo, apprezza Katrina per il suo essere
“colorata”, fuori dagli schemi, con un fascino particolare. È attratto
dalla parte “dopaminica” di lei e la fiducia che Katrina ripone in lui lo
fa stare bene.
Anche in questo caso, l’incontro di coppia rappresenta il tentativo
di soddisfare dei bisogni che hanno a che fare con esperienze di vita
precedenti. Per Katrina, si tratta di trovare la sicurezza in un partner
affidabile, lei che ha vissuto gran parte della sua vita sola con la
madre, spesso in ristrettezze economiche, con poche occasioni di
vedere il padre che si era trasferito all’estero dopo la separazione.
Mattia, invece, attraverso Katrina, si vede riconosciuta quella
parte esuberante e vivace di sé, troppo spesso disciplinata come
inopportuna nella sua famiglia d’origine, dove la sobrietà e la
compostezza erano la regola.
Come spesso accade, la rigidità di certi incastri rappresenta un
ostacolo all’evoluzione della vita a due. Di fatto, la crisi tra Katrina e
Mattia si insinua nella loro relazione diversi anni dopo: Katrina ha
finalmente un lavoro che le piace e conosce un’amica con cui trascorre
molto tempo insieme ai loro figli. Mattia sente venir meno l’esclusività
della loro coppia, si sente messo in disparte. Katrina è come se
soffocasse dentro una relazione che un tempo aveva rappresentato
una certezza.
Sarà il lavoro clinico che aiuterà entrambi a capire il proprio
contributo alla crisi e ad aiutarli nella direzione di trovare una nuova
strada. Loro sarà la scelta del rilancio del legame.
La seduta di coppia diventa quindi spazio di dicibilità e di pensiero,
su di sé, sull’altro, sulla relazione. Si crea, nella stanza, un gruppo
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Frattali n.11, novembre 2025
dove punti di vista diversi possono confrontarsi senza escludersi
vicendevolmente ma, anzi, essere accolti e visti anche nelle loro
ambivalenze.
Il contesto facilita la comunicazione e permette il formarsi dello
stato mentale di coppia (Morgan, 2021), aprendo spazi di
comprensione reciproca in cui il sentirsi capiti attiva
progressivamente la sensazione di fiducia nell’altro e apre la
riflessione sul legame.
Non sempre il livello di sofferenza con cui la coppia arriva in prima
seduta è uguale tra i partner. Spesso quello dei due che si sente
maggiormente ferito porta l’altro in terapia, perché non riesce più a
sopportare il dolore e sente che la coppia non ce la fa da sola a
superare la crisi.
La sofferenza che più frequentemente viene portata dalle coppie
in terapia è il non sentirsi più compresi l’uno dall’altro ed è proprio
questa sensazione, che emerge nelle molteplici e specifiche modalità
comunicative di ogni coppia, a far percepire una perdita di coesione,
di unione, di connessione. Il legame, quindi, non è più saldo, è
allentato, sfilacciato e non è più avvertito come una forza, ma come
un vincolo pesante, ormai faticoso da sostenere.
IL SIGNIFICATO DEL LEGAME DI COPPIA
Quando in terapia si utilizzano termini come “legame di coppia”, ci
si rende conto che si fa riferimento a costrutti polisemici di complessa
definizione e di cui i partner possono avere differenti
rappresentazioni. Per questo è importante, durante la terapia,
lavorare sul significato che rappresenta il termine legame per la
coppia stessa. Non sempre è semplice esprimere da parte di ciascun
partner cosa questo termine rappresenta per sé e cosa ha
rappresentato nella storia della loro relazione.
Ciò che emerge dal lavoro clinico è che ogni partner ha una propria
concezione molto specifica del costrutto.
Ad esempio, il legame è stato descritto come: “comunione di
intenti”, “progettualità condivisa”, “il costruire assieme la casa
dell’amore”, “il sentirsi sostenuti ed esserci sempre, perché lo si
vuole”, “una scelta che si rinnova, nascendo dal passato e
proseguendo, sempre in aumento”, “luogo dei sogni e luogo in cui
questi sogni si possono realizzare”, “comprensione e rispetto”, “luogo
dove le emozioni diventano sentimento”, “complicità”, “protezione”,
“luogo dove si può dire: prima la coppia e poi tutto il resto”,
“mantenere la fiducia nel tempo”, “senso di sicurezza”, “rispetto”,
“alleanza”, “esclusività verso l’esterno”, “luogo sicuro, in cui non
esistono recriminazioni”, “sentirsi squadra”, “luogo dove si può
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Frattali n.11, novembre 2025
respirare”, “sinonimo di amore”, “possibilità di contare sull’altro”,
“sentire l’impossibilità di essere senza l’altro”.
Nel lavoro clinico mettere a tema il significato personale del
legame facilita l’esplicitazione delle aspettative che ciascuno ha
sviluppato, indipendentemente dal fatto che siano già state condivise
o meno all’interno della coppia, e consente di mettere in parola i
desideri.
Il legame di coppia ha una genesi: la coppia, infatti, si struttura
come sistema complesso che deriva dall’intreccio delle due storie
originali dei partner.
La condivisione della propria storia personale, la creazione di una
sorta di lessico specifico della coppia (che comprende spesso anche la
creazione di neologismi), la capacità di negoziare e di arrivare a scelte
comuni, i contatti frequenti e la dimensione del tempo, vengono
spesso indicati in seduta come elementi fondamentali che concorrono
alla strutturazione ed al mantenimento della fiducia e del legame.
Spesso la manifestazione elettiva del legame è rappresentata per i
partner dall’unione sessuale, che fa sentire ciascuno legato all’altro:
nell'”età dell'oro” della coppia, la sessualità contribuisce fortemente a
far percepire questa unione, sia a livello di sensazioni fisiche, sia di
emozioni.
Dalla narrazione della fase iniziale della crisi, ossia di quello che
per ciascuno è stato il momento in cui il legame ha iniziato ad
indebolirsi, emerge spesso la fragilità dei confini di coppia rispetto al
contesto esterno (ad esempio le famiglie d’origine e gli impegni di
lavoro). La definizione di sani confini di coppia, definiti, ma
adeguatamente permeabili, è uno tra gli elementi che concorrono a far
percepire alla coppia la solidità del legame.
Marta e Aldo, sono una giovane coppia, vivono in una città del nord
Italia dove lui è nato, non hanno figli e sono molto orientati alla loro
carriera professionale, avendo condotto studi universitari complessi
e prestigiosi. Lei è originaria di una città del sud. Una grande fatica
che portano in terapia è il riuscire a definire dei confini rispetto alle
proprie famiglie d’origine, entrambe molto richiedenti. La crisi tra
loro è nata per il fatto che entrambi si sentivano più figli che partner
in coppia. Marta aveva avuto un ruolo di mediatrice rispetto ai
genitori sempre in forte conflitto ed era preoccupata nel pensarli
insieme, lontani senza di lei; mentre Aldo, figlio unico dopo anni di
tentativi falliti, faticava a svincolarsi, perché dai genitori aveva
sempre ricevuto una protezione e un accudimento molto attento e
premuroso, che lo faceva sentire sempre al centro dell’attenzione.
Il lavoro terapeutico li ha aiutati a riscoprire e a confermare
perché si erano scelti, le iniziali profonde motivazioni per cui avevano
deciso di mettersi insieme e di progettare una famiglia. Riuscendo a
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dare priorità al loro legame, il passo successivo è stato quello di
legittimarsi a definire dei confini rispetto alle richieste esplicite o
presunte che sentivano arrivare dalle loro famiglie d’origine.
Un altro fattore chiave è connesso alla soddisfazione delle
aspettative da parte di ciascun partner, aspettative che non sempre
sono state condivise, spesso neppure espresse esplicitamente.
Nora, 32 anni, psicologa e Andrea, 35 anni, medico sono sposati da
due anni, dopo un fidanzamento di cinque anni. Vengono in terapia
dichiarandosi innamoratissimi, ma in una condizione che entrambi
definiscono di “stallo disperante”.
Erano convinti di aver espresso e condiviso le loro reciproche
aspettative prima del matrimonio e di avere un progetto comune, ma
si sono trovati disallineati sulle tempistiche dell’avere figli. Nora
desiderava cercare una gravidanza dopo qualche anno di
“assestamento”, Andrea li voleva subito. Nora ha inizialmente accolto
il desiderio di Andrea, ma ha sentito che per lui la ricerca di un figlio
diventava più incalzante quando lei si sottraeva ai rapporti sessuali,
programmati e pianificati da lui in un modo che a lei toglieva il piacere
della spontaneità. Nora a un certo punto è arrivata a dubitare di voler
avere figli con lui e questo ha portato Andrea alla disperazione di
perderla.
Il lavoro svolto in terapia sulla rivisitazione delle aspettative di
coppia e sull’analisi dei motivi che ne erano alla base (tra cui
importanti mandati e pressioni transgenerazionali) ha consentito
una ri-negoziazione del progetto di coppia, rendendolo più flessibile e
sintonico alla loro specificità e di conseguenza rafforzando il legame
che si era incrinato.
Il passaggio significativo è portare le coppie a sentire che il “tempo
lungo” del legame permette di vivere la cura e lo scambio quotidiano
non su base utilitaristica, nella logica costi/benefici, bensì sulla base
della reciprocità differita, che nasce primariamente dalla gratitudine
e dal desiderio di restituire. Questo processo nutre la fiducia che si
costituisce e consolida come esito di scambi equi tra i partner.
In realtà, è proprio perché il legame è associato al pensiero del
tempo lungo che può durare: è per un valore durevole (idealmente
“per sempre”) che si investe e ci si impegna intensamente fin da
subito ed è proprio questo che concorre alla strutturazione e al
mantenimento del legame stesso. Per questo il lavoro clinico con la
coppia è l’occasione di rilancio e crescita del noi e del sé.
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Frattali n.11, novembre 2025
CONCLUSIONI
Il confronto clinico rimane aperto nella sua dimensione di studio,
ricerca e pratica. Sicuramente gli occhiali che abbiamo indossato ci
hanno portato a cercare e poi ritrovare le basi di alcune convinzioni
che sostengono il nostro lavoro con le coppie. Tuttavia, anche
l’andamento delle nostre terapie ci restituisce l’attinenza della crisi
del legame al disagio individuale e di coppia. Le trasformazioni della
vita di coppia continuano ad interrogarci e perché no, a stupirci.
Tenere il punto sul “noi” ci sembra ancora molto promettente per
la coppia, i singoli partner e i terapeuti.
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Frattali n.11, novembre 2025
IL DISEGNO CONGIUNTO:
COMUNICARE IN ASSENZA DELLE PAROLE
Ottavia De Blasio 1
RIASSUNTO Il Disegno Congiunto è una tecnica esperienziale utile in sedute di
terapia familiare, poiché favorisce l’interazione creativa tra gli individui
coinvolti, creando uno spazio per l'espressione e la riflessione di contenuti
psicologici spesso difficili da esplorare attraverso la sola parola e portando ad
ampliare lo sguardo alla qualità dei legami osservati e al funzionamento globale
del sistema.
Il presente lavoro si propone di approfondire l’utilizzo del Disegno Congiunto in
psicoterapia, analizzando sia la teoria che la pratica di questa tecnica. Viene poi
esaminata la sua applicazione con la presentazione di due diversi casi clinici,
distinti per un diverso formato terapeutico, familiare e di coppia.
SUMMARY. Joint Drawing is an experiential technique useful in family therapy
sessions, as it promotes creative interaction between the individuals involved,
creating a space for the expression and reflection of psychological content that is
often difficult to explore through words alone. It also broadens the perspective on
the quality of the observed relationships and the overall functioning of the
system.This paper aims to explore the use of Joint Drawing in psychotherapy,
analyzing both the theory and practice of this technique. Its application is then
examined through the presentation of two different clinical cases, distinguished
by different therapeutic formats: family therapy and couple therapy.
PAROLE CHIAVE. Disegno Congiunto, terapia familiare, tecnica esperienziale,
interazione creativa, relazioni interpersonali, qualità dei legami
INTRODUZIONE
Nel contesto della psicoterapia sistemica, gli strumenti espressivi
e creativi hanno assunto un ruolo sempre più rilevante
nell’esplorazione delle dinamiche relazionali. Tra questi, il disegno
congiunto si rivela essere una tecnica semplice ma altamente
significativa, in grado di portare alla luce pattern comunicativi,
alleanze implicite e confini interpersonali che intercorrono all’interno
di una coppia o di un sistema familiare. Chiedere a due o più membri
1
Psicologa e Psicoterapeuta
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Frattali n.11, novembre 2025
di una famiglia di realizzare insieme un disegno, senza indicazioni
rigide, ma quale compito condiviso, offre al terapeuta l’occasione di
osservare modalità di cooperazione, ruoli assunti spontaneamente,
conflitti sotterranei e livelli di differenziazione.
LA FAMIGLIA
La famiglia in quanto sistema
Nella nostra pratica lavorativa, la prima osservazione inizia dalla
famiglia. Questa rappresenta il primo contesto di vita in cui ciascun
individuo vive e si sperimenta, avendo l’opportunità̀ di apprendere le
regole sociali, i comportamenti accettabili e consolidare le abilità
relazionali. Tramite l’interazione quotidiana con genitori, fratelli e
altri parenti significativi, il singolo imparerebbe fin dalle primissime
fasi di vita i modelli di comportamento proposti, sviluppando una
comprensione dei ruoli di genere e interiorizzando principi etici e
morali. In tal modo, la famiglia diventa ponte fondamentale tra
l’individuo e la società̀, preparando ciascuno per il suo ruolo e le sue
responsabilità̀ nei contesti di vita allargati più ampi.
Un aspetto interessante riguarda l’analisi del sistema nella sua
struttura, all’interno del quale si possono individuare diversi livelli
(Minuchin, 1974): un primo livello generale, il quale riguarderebbe le
regole universali che governano l’organizzazione familiare (es.
diversi livelli di autonomia e responsabilità̀ tra sottosistema
genitoriale e quello dei figli), e un secondo livello che riguarderebbe
invece una condizione specifica per ogni famiglia, comprendendo le
aspettative che tutti i componenti negli anni costruiscono vivendo
eventi quotidiani e le cui dinamiche vengono definite ed espresse sulla
base del mito e della cultura di quella storia familiare.
Infine, il modo di funzionare della famiglia si potrebbe delineare
con un’oscillazione alternata tra due fasi, portandola a modificarsi nel
tempo: una orientata all’adattamento e l’altra all’assestamento. Sulla
base di questi movimenti, in presenza di fattori sconosciuti, per
mantenere un proprio equilibrio interno, si attiverebbe una
resistenza ai cambiamenti che superino un certo limite, mantenendo
i modelli conosciuti e preferiti il più̀ a lungo possibile. Al tempo stesso,
modelli alternativi rimarrebbero disponibili all’interno del sistema,
ma ogni deviazione che oltrepassi le soglie di tolleranza di questo
porterebbe all’innesco di meccanismi volti a ristabilire l’assetto
abituale. Quindi, quando il sistema si trova a fronteggiare situazioni
di squilibrio, alcuni componenti della famiglia sarebbero portati a
pensare che gli altri non adempiano più ai loro doveri e tali credenze
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Frattali n.11, novembre 2025
porterebbero alla comparsa di disequilibri, malesseri di alcuni o di
tutti, che esiterebbero in appelli alla lealtà̀ e manovre colpevolizzanti
volti a ripristinare l’equilibrio iniziale.
In sintesi, per potersi mantenere stabile e ben funzionante, la
struttura familiare dev’essere capace di adattarsi se le situazioni
cambiano, senza perdere di vista lo schema di riferimento che
rassicura i suoi componenti.
Ne emerge uno schema concettuale della famiglia di 3 aspetti
(Minuchin, 1974):
• Nel corso del tempo una famiglia si trasforma e, al contempo, si
deve adattare e ristrutturare per continuare a funzionare;
• La famiglia ha una struttura che può̀ soltanto essere vista in
movimento;
• Una famiglia si adatta alla tensione in modo da mantenere
all’interno una sua continuità̀, pur rendendo possibile una
ristrutturazione.
L‘organizzazione familiare
Continuando con l’analisi interna del sistema familiare, di nuovo
Minuchin (1974) ci spiega poi come si possano individuare differenti
sottosistemi, ciascuno con una propria funzione da svolgere. I singoli
membri si ritrovano coinvolti in diadi (es. moglie- marito, madrefiglio,
padre-figlio…), con la possibilità di appartenere a diverse di
esse, acquisendo differenti livelli di potere e capacità differenziate.
I sottosistemi identificabili sono (Minuchin, 1974):
• Marito e moglie: essi costituiscono il sottosistema coniugale
all’interno del quale si potrebbero osservare sostegno reciproco
o al contrario comunicazioni squalificanti uno dell’altro;
• Madre e padre verso i figli: si tratta del sottosistema genitoriale
in cui la relazione sarebbe caratterizzata da educazione e
disciplina;
• Figli: il rapporto tra fratelli definisce il sottosistema fraterno le
cui dinamiche potrebbero vedere sostegno, gioco, o anche
conflitto tra coetanei.
Questi sottosistemi guidano il terapeuta nella conoscenza di una
famiglia, portando ad ampliare lo sguardo a come circolano le
comunicazioni e le informazioni tra tutti: esse possono infatti fluire ed
essere travasate in un verso orizzontale, all’interno di uno stesso
sottosistema, oppure, seguendo la linea verticale, tra un sottosistema
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Frattali n.11, novembre 2025
e l’altro. Così facendo si individuerebbero chiari confini relazionali,
attraverso cui le comunicazioni e interazioni vengono scambiate e
avviate; questi detterebbero le regole riguardo a chi entri in contatto
con chi e a quali informazioni possano fluire e circolare al suo interno
o nello scambio tra lui e le altre diadi. In altre parole: chi partecipa e
come.
In tale cornice, la presenza, o assenza, di confini diventa
fondamentale nella funzione di proteggere la differenziazione del
sistema: per un buon funzionamento della famiglia è necessario che
essi siano chiari, nettamente definiti, in modo da permettere ai
membri del sottosistema di esercitare le loro funzioni senza
interferenze. Ad esempio, il genitore deve poter mantenere il proprio
ruolo di guida per il figlio, filtrando adeguatamente le comunicazioni
da trasmettergli, così come il fratello il ruolo di pari, consentendogli
una maggior permeabilità nella relazione e scambio con la fratria. Allo
stesso tempo, devono permettere il contatto fra i componenti del
sottosistema e gli altri consentendo alle comunicazioni di circolare
tra tutti i membri così da mantenere trasparenza tra di loro ed evitare
la formazione di alleanze o segreti, La chiarezza di confini diventa così
un’importante chiave di lettura, utile per la valutazione della famiglia
e del suo modo di funzionare, dove agli estremi vi sarebbero
l’invischiamento (assenza di confini, eccesso di condivisione) e il
disimpegno (rigidità dei confini, assenza di condivisione)
(Minuchin,1974).
LA TERAPIA FAMILIARE
Tecniche di osservazione
Il sistema famiglia ha acquisito negli anni sempre più̀ spazio
all’interno di studi e correnti di pensiero, poiché́ sempre più̀ fondata
è la visione di un individuo collocato all’interno dei suoi plurimi
contesti di vita. Come abbiamo visto, quello familiare acquisisce
importanza cruciale nel promuovere e garantire benessere psichico
dei suoi membri, ma anche nell’ostacolarne un sano sviluppo, con il
rischio che si trovi a favorire, al contrario, l’insorgere di disagio e
malessere.
Sulla scia di questo modo di intendere la famiglia, in tema di terapia
familiare si originano tecniche di osservazione fondate più̀ sul fare
che sul parlare, il cui fine sia quello di portare alla luce le dinamiche
di scambio e di comunicazione tipiche di quella famiglia, mettendola
in una condizione dinamica in cui poter portare il proprio modello
relazionale, così come provare cose nuove. Ai membri della famiglia
viene chiesto di comunicare senza emettere suoni o parole, ma
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Frattali n.11, novembre 2025
sperimentando e sentendo con lo spazio e con il corpo le reciproche
risorse e fatiche. Riprendendo uno degli assiomi della comunicazione
di Watzlawick (1974), “comunque ci si sforzi, non si può non
comunicare”; anche nel caso in cui un membro si astenesse
dall’eseguire quanto proposto, lo stesso astenersi entrerebbe in una
rete di significati che appartiene a quella famiglia.
Avviare un’interazione dal vivo porterebbe il terapeuta a creare le
condizioni per acquisire informazioni salienti sul funzionamento della
famiglia in osservazione e sulla sua capacità e disponibilità a
riadattarsi a fronte di possibili novità e cambiamenti di schema. Nel
corso della sua osservazione muove lo sguardo su tre importanti
aspetti: l’adattabilità̀, la coesione e la comunicazione. L'Adattabilità̀
familiare consiste in processi che riguardano leadership, disciplina,
negoziazione, ruoli, regole e cambiamento familiare, mentre la
Coesione familiare si traduce in processi che riguardano separazione
vs. unione, orientamento "io vs. noi", vicinanza emotiva, lealtà̀,
attività̀ condivise/non condivise e dipendenza vs. indipendenza
(Olson et al. 1979). Infine, la comunicazione familiare viene valutata
esaminando le capacità di ascolto e di espressione orale, il grado di
auto-rivelazione, la chiarezza dei messaggi, la frequenza con cui si
rimane in tema e il livello di rispetto e considerazione che i membri
della famiglia si dimostrano a vicenda durante la conversazione
(Olson et al. 2014).
La disposizione delle due dimensioni di adattabilità̀ e coesione su
due assi perpendicolari porterebbe a definire quale funzionamento
familiare sano, quello dato da un equilibrio su ogni dimensione;
famiglie che funzionano quindi nei livelli centrali di ogni dimensione
e che evitano gli estremi di alto o basso.
Dall’incrocio dei due assi si delineerebbero quattro livelli per
ciascuna dimensione.
I quattro livelli di Adattabilità̀: rigido, strutturato, flessibile e
caotico.
I quattro livelli di Coesione: disimpegnato, connesso, coeso e
invischiato.
IL DISEGNO CONGIUNTO
Si arriva quindi a inserire nella pratica di terapia familiare nuovi
strumenti per portare alla luce tutti gli elementi fin qui citati e
permettere al terapeuta di ricostruire così il quadro familiare da cui
ne deriverà la sua ipotesi e proposta di lavoro.
Di seguito viene raccontato uno dei possibili metodi espressivi
basati sul fare, elaborati nel tempo per creare le condizioni favorevoli
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Frattali n.11, novembre 2025
all’emergere degli aspetti salienti del funzionamento familiare (Bing,
1970).
Lo strumento
Il disegno congiunto è un compito grafico condiviso nel quale i
membri della famiglia (di solito genitori e figli) vengono invitati a
realizzare insieme un disegno. Il terapeuta propone l’attività
lasciando come consegna la creazione di un disegno; viene chiesto loro
di collaborare per creare insieme un’unica rappresentazione, a tema
libero, sullo stesso foglio, concordando e costruendo l’immagine passo
dopo passo. Inoltre, viene specificato di scegliere un colore a testa e di
mantenere lo stesso per tutto il disegno, così che al termine ognuno
potrà vedere il contributo di ciascuno sulla base del colore utilizzato.
L’utilizzo di tale strumento offrirebbe la possibilità̀ di integrare tre
diverse fonti di informazioni. La prima consiste nel colloquio dialogico
e di conoscenza con i genitori, ai quali, in fase di consultazione, viene
chiesto di raccontare e spiegare come sia la loro famiglia. In un
secondo momento vengono poi messi in atto gli insegnamenti di
Salvador Minuchin, dove le relazioni familiari vengono osservate
nelle interazioni che avvengono nella stanza: la famiglia in azione
(Minuchin, 1974). Successivamente, l’esperienza messa in atto e
raccolta dai professionisti viene restituita ad una famiglia che riflette
su sé stessa in uno scambio che guiderebbe all’elaborazione di
un’ipotesi co-costruita, iniziando a mettere in luce le risorse
individuate e possibili schemi alternativi.
La ricchezza dello strumento grafico consiste nella doppia
possibilità̀ di osservazione e analisi; permetterebbe infatti di far
emergere sia le rappresentazioni soggettive, i processi cognitivi e le
componenti emotive delle relazioni familiari, sia le interazioni tra i
membri presenti in seduta. Inoltre, tramite questa attività̀, i singoli
individui verrebbero posti nella condizione di dover compiere delle
scelte e poter esprimere ciascuno il proprio punto di vista, dando così
al terapeuta la possibilità̀ di osservare le modalità̀ con cui vengono
affrontate le decisioni e gli schemi relazionali propri di quella
famiglia.
Come Greco (2006) ci riporta, eseguire un compito grafico può̀
allentare momenti di tensione, permettendo ai familiari di esprimere
più̀ di quanto si sarebbero concessi nel dialogo e nel racconto.
A conclusione del compito, il terapeuta chiede a ciascun membro
familiare di descrivere e commentare quello che ha disegnato. Se il
tipo di realizzazione lo permette, si richiede a ognuno di aggiungere
qualcosa al disegno degli altri e di descrivere quanto eseguito, anche
utilizzando domande triadiche, chiedendo cioè ad uno di portare il
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Frattali n.11, novembre 2025
pensiero o la convinzione dell’altro su quanto emerge dal contenuto,
in modo da integrare il canale analogico con quello verbale.
L’utilizzo in terapia
La famiglia, nell’affrontare il compito che le viene assegnato,
risponde organizzandosi con strategie sue, proprie e caratteristiche,
rivelando il suo modo di affrontare gli eventi. Cogliere il suo
funzionamento permette di entrare in contatto con lei a livello
relazionale, individuando sia la collocazione che assume il sintomo
portato, sia le risorse che portano o che possono emergere
dall’interazione tra i membri.
Le informazioni utili al terapeuta a costruire l’ipotesi di lavoro
arriveranno dalla possibilità di cogliere il processo che conduce alla
creazione del disegno e successivamente dalla valutazione del
prodotto finale del lavoro familiare. Interesse privilegiato ai fini della
comprensione del processo viene rivolto alle modalità̀ con cui i
partecipanti si organizzano attorno al compito, ai loro scambi
comunicativi (verbali e non verbali) e alla loro interazione e
collocazione nello spazio. Tali aspetti rispecchierebbero infatti lo stile
comunicativo e il tipo di organizzazione usuale che quella particolare
famiglia avvia quando si trova ad affrontare un compito come
sistema; vengono messe in atto le leggi di gerarchia interne al sistema
e le strategie per gestire e far fronte a eventuali contrasti e difficoltà.
Nel corso dell’osservazione, particolare rilevanza assumono poi i
sottosistemi composti dai genitori e quelli formati dai fratelli.
All’interno della coppia genitoriale si potrebbe cogliere sostegno
reciproco e supporto di proposte o iniziative, tale da stimolare la
valorizzazione e collaborazione del lavoro di tutti i membri; oppure,
un genitore potrebbe operare in modo autonomo, come se fosse l’unica
figura genitoriale deputata a prendere decisioni relative ai figli e a
quanto li riguarda. Diversamente, potrebbe appoggiarsi
continuamente all’altro, ricercando conferma e rassicurazione,
trasmettendo quindi una posizione e fermezza instabile. Rispetto al
legame tra fratelli si considererebbe elemento centrale per un sano
funzionamento una funzionale differenziazione: ogni fratello
dev’essere in grado di costruire e strutturare una propria identità̀,
senza essere omologato all’altro o dover porsi in opposizione,
enfatizzando eccessivamente una netta differenza per riuscire ad
individuarsi (Dunn, Plomin, 2012).
In questo diventano particolarmente interessanti le possibili sottounità
“anomale”, cioè̀ alleanze figlio-genitore che possono
contrapporsi tra loro. Fattore di rischio per il sistema sarebbe la
rilevazione di strutture triadiche, di triangolazioni, cioè, dove due
membri costruirebbero un rapporto privilegiato a discapito di un
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Frattali n.11, novembre 2025
terzo, in termini di ricerca di appoggio e sostegno, attacco e conflitto,
o di iperprotezione (Minuchin, 1980).
“Una coalizione genitore-figlio non solo incrina l’autorità̀ dell’altro
genitore, ma fa dipendere l’autorità̀ del genitore compiacente dal
sostegno del figlio” (Haley, 1977).
Casi clinici
Vengono di seguito riportati due esempi di utilizzo clinico dello
strumento del disegno congiunto, utilizzato all’interno di due percorsi
di terapia con formato differente: un primo caso di terapia familiare,
un secondo nel corso di una terapia di coppia.
Un esempio di utilizzo con la famiglia: la famiglia P.
Il caso qui raccontato riguarda una famiglia composta da due
genitori di circa 40 anni e una bambina di 5 anni. Siamo all’interno
della fase di consultazione, conosciamo quindi prima i genitori, che ci
raccontano la loro storia e il malessere portato dalla figlia per loro
oggi fonte di preoccupazione, motivo per cui scelgono di
intraprendere il percorso di terapia.
In accordo con la collega, scegliamo di proporre l’esercizio del
disegno congiunto già̀ al secondo incontro, per il quale abbiamo
invitato anche la bambina con il desiderio di conoscerla e di sapere
anche da parte sua quali siano le fatiche che sente che la famiglia sta
attraversando. Il disegno ci appare essere uno strumento di facile
accesso e coinvolgimento, data anche l’età̀, che la possa rassicurare e
che al contempo possa essere efficace nel trasmetterci le informazioni
necessarie per iniziare a costruire un’idea sul funzionamento di
questo piccolo nucleo.
Data la consegna iniziale per l’elaborato libero e le poche istruzioni
da seguire (l’utilizzo di un unico colore), li osserviamo quindi lavorare
insieme e ci accorgiamo subito di una certa familiarità̀ rispetto al
compito assegnato; sono a loro agio, mamma e papà si coinvolgono e
partecipano attivamente alla produzione del disegno. C., la figlia, è tra
i due genitori e tiene le redini del disegno, coordina e dice a mamma e
papà cosa disegnare, dove e come colorarlo; esegue il tutto con grande
attenzione a mischiare i tre colori, tale per cui, a lavoro terminato,
appare evidente una mescolanza dei tratti: ognuno partecipa alla
creazione di ogni dettaglio, dietro stretto coordinamento della piccola.
Il papà appare maggiormente disinvolto e orientato a
improvvisare; scopriamo più̀ tardi essere il creativo di famiglia e colui
che più̀ spesso si intrattiene nel disegno con C.. La mamma, a sua
volta, non si tira indietro, ma nello scambio e nel suo modo di attivarsi
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Frattali n.11, novembre 2025
si scorge una maggiore attenzione ad assecondare e seguire le
indicazioni della figlia; propone, ma quasi come a chiedere il
permesso. Il clima che si respira nel corso del disegno è di complicità̀
all’interno di tutti i sottosistemi: mamma e papà appaiono alleati e in
sintonia, non si sovrappongono mai nelle indicazioni e si sostengono
nelle proposte e idee portate; papà e figlia portano una certa
complicità̀, il padre quasi sembra tornare bambino. Nella dinamica
mamma/figlia si osservano gioco e divertimento, ma la madre non
appare mai come una compagna di giochi, segue la figlia, chiede e
agisce, dando qualche indicazione quando necessario (ogni tanto
riprende C. sul tono di voce infantile utilizzato): si percepiscono
controllo ed aderenza al confine dei ruoli.
Osservare questa famiglia rispondere al compito ha permesso a me
e alla collega di mettere in luce alcuni aspetti interessanti rispetto alla
struttura familiare. Ci troviamo di fronte ad una bambina che da un
lato sottolinea il suo essere piccola (per tutta l’attività utilizzerà un
tono di voce e una produzione verbale propria di bambini di età
minore), dall’altro guida i suoi genitori, li osserva e monitora nel loro
operare, lasciando sì spazio quando i due adulti lo prendono per
aggiungere spontaneamente elementi del disegno, ma portando al
tempo stesso il bisogno di dover “dare il permesso”.
Rispetto al sottosistema genitoriale si rivela una mamma che si
ancora alla sua posizione verticale che sente di dover sottolineare e
rimarcare con qualche rimprovero e indicazioni più direttive, in
contrapposizione ad un papà che senza fatica elimina il confine,
mettendosi sullo stesso piano orizzontale della figlia.
Iniziano a farsi strada in noi terapeuti i primi pensieri di ipotesi e
lavoro con questo nucleo, per il quale sentiamo utile e necessario
lavorare con questi genitori in ottica di ridefinizione dei confini,
esplicitando il loro accordo rispetto a compiti e responsabilità
genitoriali e restituendo alla figlia la sua legittima posizione. Parte del
lavoro sarà poi orientato ad aiutare mamma e papà a rendere fluidi i
loro confini, agevolando una circolarità di vissuti, emozioni e
informazioni, filtrata adeguatamente rispetto ad essi e non più
oscillante tra i due estremi ad oggi da loro adottati di totale rigidità
(mamma) o assenza (papà).
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Frattali n.11, novembre 2025
Un esempio di utilizzo con la coppia: L. e T.
In questo caso il Disegno Congiunto è stato proposto alla coppia di
L. e T., entrambi con un percorso di terapia individuale e che proprio
all’interno dei rispettivi percorsi maturano il desiderio di affrontare
il tema della genitorialità̀ e quella grande domanda che aleggia tra di
loro, ma alla quale da soli non riescono trovare risposta: se desiderino
o meno diventare genitori e trasformare la loro preziosa diade in un
trio.
Dopo aver già̀ svolto con loro le sculture, utili per portare alla luce
le genuine posizioni che sentono uno rispetto all’altro e l’idea
progettuale della loro coppia, ci è parso altrettanto proficuo proporre
un secondo lavoro esperienziale, quello del disegno congiunto, per
provare ad attenuare il costante lavoro di pensieri e ragionamenti e
lasciare maggior spazio e voce alle pance e ai non detti.
Al fine di potenziare il silenziamento dei concetti, decidiamo di
proporre il Disegno Congiunto con qualche variazione dalla consegna
canonica; chiediamo di provare a pensare alla propria coppia
attraverso l’utilizzo di forme e simboli, iniziando da una
rappresentazione individuale. In questo caso vediamo emergere
l’insicurezza di T., i tanti punti interrogativi che si pone di fronte
all’utilizzo di forme da parte della moglie alle quali non riesce a dare
un significato. Nel suo disegno sceglie toni caldi, la forma riprodotta è
una linea chiusa, simmetrica, con due lati, uno lo specchio dell’altra,
all’interno della quale sembra rimanere poco spazio per accogliere
altro. L. offre una visione con più̀ elementi distinti, inserendo un
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Frattali n.11, novembre 2025
motivo di dinamismo e le linee sono sia chiuse, sia aperte. Lei si
interroga meno sull’operato svolto dal marito, osserva e sorride, quasi
divertita dall’uomo accanto a lei che, al suo opposto, sembra più̀
irrequieto, desideroso di ricevere risposte e forse lui stesso colpito
dalla naturalezza della moglie. Nello svolgimento del compito si
conferma la complicità̀ della coppia. In un secondo momento viene
proposto loro di inserire se stessi all’interno della rappresentazione
del coniuge, aggiungere, cioè̀, il proprio elemento nella riproduzione
dell’altro.
Questo successivo passaggio ha offerto a noi terapeuti la possibilità̀
di osservare come entrambi si collocassero nel rapporto con l’altro; T.
riempie tutto con il suo colore, passa sopra ogni elemento e tratto
riprodotto dalla moglie, quasi come un bisogno di invadere il campo
inserendosi in maniera importante. L. porta nella forma del marito,
tutta tondeggiante, un triangolo, piccolo e spigoloso. Questo aprirà̀ a
numerosi dubbi e interrogativi da parte del marito e
dell’interpretazione diversa che scopriamo poi entrambi avervi dato,
sollevando i temi maggiori da sciogliere: che tipo di famiglia siamo?
Che famiglia vogliamo essere? Noi come coppia come siamo e come
potremmo essere o viverci in un formato nuovo?
Questo esercizio, un gioco di forme e di libera espressione, avrebbe
quindi dato un’ulteriore conferma di quanto già̀ percepivamo
all’interno della diade. Porterebbero due posizioni differenti perché́ in
due fasi della propria vita distanti: lei verso un desiderio di stabilità,
di mettere radici e coltivare anche un progetto futuro di genitorialità̀,
lui invece in un momento egoriferito, alla ricerca di una definizione di
sé, quasi come un adolescente, divertito ma al tempo stesso
spaventato, con una maggior fatica ad evolvere di ruolo e posizione.
Con questi nuovi elementi ci interroghiamo quindi su come
lavorare con loro per accompagnarli ad un graduale riallineamento
dei reciproci bisogni e delle reciproche fasi; lasciando che si pensino e
si prospettino nelle diverse strutture possibili della loro famiglia,
prendendo confidenza con la possibilità che la sicurezza dei confini e
della fusione della loro diade possa, o forse no, essere stravolta
dall’introduzione di un terzo elemento.
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Frattali n.11, novembre 2025
CONCLUSIONI
L’esplorazione attraverso il Disegno Congiunto nei due setting
differenti della terapia familiare e della terapia di coppia mostra come
questo strumento possa diventare un valido mezzo di accesso alle
dinamiche profonde dei sistemi relazionali; questo si è rivelato tale sia
in una fase iniziale di conoscenza e quindi quando le informazioni
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Frattali n.11, novembre 2025
raccolte sono ancora poche per poter avere in mente il funzionamento
familiare che si osserva, sia all’interno di un percorso di terapia
avviato da tempo, con una conoscenza più profonda dei membri
coinvolti e con un’ipotesi di dinamica relazionale già ben strutturata.
Nel caso della famiglia P., il compito cooperativo ha permesso di
far emergere confini oscillanti e una precoce assunzione di
responsabilità da parte della bambina, evidenziando la necessità di un
lavoro mirato alla ridefinizione delle posizioni genitoriali e di un’equa
distribuzione di responsabilità e compiti tra loro. Nel percorso con L.
e T., lo stesso dispositivo ha invece facilitato l’espressione di vissuti,
paure e desideri legati al possibile passaggio da diade a triade,
rendendo visibili le diverse fasi evolutive e i differenti bisogni che
ciascun coniuge porta nel progetto di coppia. In entrambe le
esperienze, lo strumento grafico diventa un linguaggio terzo, meno
filtrato dalle narrazioni consapevoli, attraverso il quale i terapeuti
possono cogliere movimenti, alleanze e tensioni che difficilmente
emergerebbero con i soli colloqui verbali. Il Disegno Congiunto si
confermerebbe uno strumento semplice, facilmente accessibile a tutti
ed estremamente ricco, in grado di aprire spazi di conoscenza, dialogo
e trasformazione nei sistemi che lo sperimentano.
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Olson D., Russell C. S. & Sprenkle D. H. (2014), “Circumplex model:
Systemic assessment and treatment of families”, Routledge.
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Frattali n.11, novembre 2025
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comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie
e dei paradossi”, Roma, Astrolabio.
42
Frattali n.11, novembre 2025
SPECCHIO E MESSAGERO:
L’UTILIZZO DEL SOGNO IN PSICOTERAPIA
SISTEMICA
Federica Botti, Eleonora Castagnedi, Manuela Mignani, Gloria
Piccinini 1
RIASSUNTO. Lo spazio della terapia individuale detta ritmi tutti suoi: è il tempo
della costruzione e della condivisione di significati tra armonie e dissonanze, in un
ballo a due. Il sogno come passo che apre alla possibilità di una danza generativa
offre al terapeuta un’occasione di con-tatto inedito.
In questo lavoro intendiamo approfondire come l’utilizzo del sogno, nei diversi
orientamenti teorici, anche in quello della terapia individuale sistemica,
contribuisce all’apertura di una prospettiva che tiene conto della complessità
nell’incontro terapeutico.
Considerando l’unicità di ogni terapia presenteremo un caso clinico esplicativo.
SUMMARY. The space of therapy sets its own rhythms: it is the time for
constructing and of meanings, between harmonies and dissonances, like in a duet.
The dream, as a step that opens the possibility of a generative dance, offers to the
therapist an opportunity for a new kind of contact.
In this work, we aim to explore how the use of dream, across different theoretical
orientations, including the systemic individual therapy, contributes to the
opening of a perspective that takes into account the complexity of the therapeutic
encounter. Considering the uniqueness of each therapy, we will present an
illustrative clinical case.
PAROLE CHIAVE. Sogno, metafora, intersoggettività, alleanza terapeutica,
interpretazione non univoca.
PREMESSA
Secondo Fossahage (2008) nonostante i modelli attuali sul sogno
siano differenti tra loro, esiste una prospettiva sempre più diffusa che
li considera come un modo per organizzare e regolare le emozioni in
relazione ai bisogni e alle motivazioni che cambiano nel tempo. Questa
idea si basa su ricerche neuroscientifiche, sulla teoria psicoanalitica
moderna, sulla psicologia cognitiva e sull’esperienza clinica.
Questo lavoro, pur non essendo esaustivo, intende aprire uno
spazio di riflessione e approfondimento. In particolare, il sogno viene
esplorato come una potente metafora e come uno strumento che può
rafforzare l’alleanza terapeutica, facilitando la comprensione
reciproca e la connessione tra terapeuta e paziente. Inoltre, il sogno è
1
Psicologhe e Psicoterapeute in formazione presso la scuola Mara Selvini Palazzoli
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Frattali n.11, novembre 2025
anche concepito come un ponte tra passato, presente e futuro, un
mezzo attraverso cui il paziente può integrare esperienze passate,
elaborare il presente e proiettarsi nel futuro, creando continuità e
senso nella propria narrazione.
Un aspetto cruciale di questa riflessione riguarda
l'intersoggettività. Il sogno, infatti, non è solo una dimensione interna
e privata del paziente, ma può essere un punto di incontro e di
scambio tra il paziente e il terapeuta. In questo spazio condiviso, il
sogno diventa un oggetto di interpretazione reciproca, che facilita una
connessione profonda tra le esperienze e le percezioni di entrambi.
L'intersoggettività consente al terapeuta di cogliere i significati
che si manifestano nel sogno, creando un dialogo che arricchisce la
comprensione e l'elaborazione delle dinamiche personali.
In questo modo, il sogno funge da porta per una comprensione più
ampia del paziente, in cui entrano in gioco non solo i suoi vissuti
interni, ma anche l'influenza e l'interazione con l'altro, con il
terapeuta, nella co-costruzione di significati condivisi.
INTRODUZIONE
Nel corso di questi primi anni di esperienza di pratica clinica ci
siamo confrontate con le nostre aspettative sul significato di essere
terapeuti ma anche con le aspettative dei pazienti che abbiamo in
carico. Sovente le persone si presentano nella stanza di terapia con la
speranza, e forse nel medesimo tempo preoccupazione, che una delle
nostre competenze sia proprio quella di poter interpretare i loro
sogni. Secondo questa convinzione, compito del terapeuta sarebbe
aiutare il paziente a scoprire i significati profondi e inconsci che si
nascondono dietro le loro rappresentazioni oniriche.
L’interpretazione del sogno in terapia, secondo una simbologia
universalmente accettata e condivisa, appare particolarmente
azzardata specie con pazienti che sperimentano un’alterazione
dell’esperienza soggettiva della realtà.
Ad oggi, inoltre, tale concezione è considerata riduttiva da diversi
autori (Cambiaso e Mazza, 2018, Ogden, 2008, Liotti, 2001, Yalom,
2001, Colangelo, 2001).
All’interno di questo articolo cercheremo di presentare differenti
possibilità di utilizzo del sogno in terapia come strumento efficace per
la costruzione di ipotesi.
Con riferimento a Cambiaso e Mazza (2020) le ipotesi leggere
possono rivelarsi utili per stimolare nuove idee, favorire la creatività
e avviare processi di esplorazione e apprendimento. Tuttavia, è
fondamentale tenere presente che, sebbene siano meno gravose,
potrebbero necessitare di ulteriori approfondimenti o valutazioni per
arrivare a una comprensione più completa o precisa della situazione.
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Frattali n.11, novembre 2025
Nella stanza di terapia quindi la narrazione onirica può diventare
un’occasione preziosa nella relazione tra paziente e terapeuta; la cocostruzione
di significati offre l’opportunità di mappare nuovi
elementi del mondo interno sia del paziente che del terapeuta.
Entrambi si trasformano in esploratori alla ricerca di nuovi
orizzonti comuni da tracciare.
Seppur la mappa non sia il territorio (Bateson, 1984), una mappa
che si compone di maggiori elementi permette non solo di riconoscere
nuove strade, quindi opportunità, esperienze, consapevolezze ma
anche di muoversi in modo più sicuro nel terreno del reale.
Il nostro lavoro è frutto di una riflessione sull’ampio tema del
sogno, nello specifico abbiamo focalizzato la nostra attenzione sugli
aspetti di analogia fra autori di diversi orientamenti teorici: sistemico,
psicanalitico, costruttivo-evoluzionista, esistenzialista. L’obiettivo di
questo nostro lavoro mira ad approfondire quali opportunità di
viaggio ci consegna il discorso sul sogno.
Esponiamo di seguito i fondamenti teorici che hanno
rappresentato per noi maggiore interesse clinico, annessi al caso
clinico che presenteremo alla fine dell’elaborato.
INTERPRETAZIONE NON UNIVOCA
Abbiamo ritenuto importante approfondire in che modo, oggi, sia
possibile utilizzare appieno il contenuto onirico portato dal paziente,
prendendo le distanze da etichette rigide e stereotipi consolidati. La
nostra analisi si è posta l’obiettivo di prestare particolare attenzione
al rispetto per il nostro interlocutore e di includere gli aspetti legati
alla nostra formazione e alla nostra personalità terapeutica. Come
evidenziano Cambiaso e Mazza (2024), la realtà che ci presenta il
paziente, così come noi la osserviamo, non può più essere vista come
qualcosa di oggettivo, o di statico e definitivo, né interpretata come la
semplice somma di elementi separati; acquista significato solo quando
viene analizzata all'interno del contesto più ampio in cui si presenta:
sia su un piano orizzontale (le relazioni attuali) che su quello
intergenerazionale (la storia e la trasmissione dell’esperienza).
Sul piano simbolico e metaforico risulta interessante come, già a
partire dalla letteratura greca, culla della nostra cultura, esiste l’idea
del contenuto onirico quale strumento di disvelamento di segreti e
verità inconsce: il dio dei sogni Morfeo, che letteralmente significa
“creatore di forme", fu ucciso da Zeus per aver rivelato ai mortali
alcuni dei più importanti segreti della terra attraverso il sogno.
Secondo studi psicoanalitici (Odgen, 2008; Fossahage, 2008) nel
lavorare con i sogni è necessario andare oltre a quelli che sono stati i
contributi della tradizione psicoanalitica classica.
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Frattali n.11, novembre 2025
Secondo Liotti (2001) le metafore così come i sogni non hanno un
significato univoco ma, all’interno di un preciso e circoscritto ambito
conoscitivo, possono generare una gamma di significati che sono tutti
utili ad accrescere la conoscenza di Sé o del mondo. L’Autore, infatti,
scrive: “le persone diverse dal sognatore che compaiono nelle scene
del sogno devono essere considerate come rappresentazioni dell’altro
con cui il sognatore entra in relazione, piuttosto che come aspetti
dell’Io del sognatore proiettati sull’altro.” 2
Quanto sostenuto precedentemente corrisponde al concetto che
Colangelo definisce come funzione comunicativa:
“Le immagini del sogno non sono viste come prodotto del
camuffamento ma come pregnanti punti nodali organizzativi di
reazioni affettive o esperienze tematiche” 3
Nel sogno si verificano processi mentali complessi, simili a quelli
che avvengono durante la veglia, caratterizzati da funzioni
integrative e sintetiche. Il sogno avrebbe dunque una funzione di
regolazione evolutiva, proseguendo le attività di problem solving che
occupano l’individuo durante la giornata.
Seguendo la linea di entrambi gli Autori è possibile rigettare
l’ipotesi che dietro “il sogno manifesto stia un cosiddetto significato
più profondo” e si sottolinea l’opportunità di restare
nell’interpretazione il più vicino possibile alla fenomenologia del
sogno.
L’ALLEANZA TERAPEUTICA
Quando un nostro paziente ci consegna un personale contenuto
onirico ci sta infatti aprendo una porta permettendoci un passo in più
in direzione di un’intimità e di un’alleanza terapeutica rafforzata. Non
è scontato per il paziente consegnare questi contenuti poiché
potrebbe sperimentare la paura di dare voce a una dimensione tanto
intima. Dall’altra parte il terapeuta sente di dover maneggiare con
estrema attenzione tale contenuto. La partita della seduta si gioca
quindi tracciando una nuova strada condivisa da percorrere insieme.
Secondo Ogden (2008) il sogno può essere stimolato dalla
relazione terapeutica: molti pazienti, infatti, ricordano i sogni in
funzione dell’interesse che il terapeuta attribuisce loro.
Nell’interpretazione di un sogno necessariamente il terapeuta
rivolge l’attenzione alla sua esperienza e utilizza la sua fantasia,
ovvero la capacità di sognare la propria esperienza.
2 G. Liotti, Le opere della Coscienza, op. cit., p.42, 2001
3 L. Colangelo, Ma i clienti dei terapeuti sistemici sognano? Uso dei sogni nella
psicoterapia individuale sistemica, op. cit., p.9, 2001
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Frattali n.11, novembre 2025
Cambiaso e Mazza (2018, 2020) ritengono che anche un
"terapeuta sistemico" che lavori in modo individuale con i pazienti
debba riservare uno spazio di riflessione per il transfert del paziente
e per il proprio controtransfert. Come sosteneva Bateson (1984), è il
terapeuta capace di includere se stesso nel campo delle sue
osservazioni a essere in grado di operare in modo riflessivo, ovvero,
un terapeuta che riconosce le proprie soglie di funzionamento e i
propri meccanismi di difesa prevalenti, riuscirà a gestire al meglio le
sue reazioni controtransferali.
L’approccio di Yalom (2014) pone l’accento sulla relazione e sul
processo terapeutico ed i sogni rappresentano uno strumento chiave
per favorire l’alleanza. Attraverso il sogno, infatti, è possibile aiutare
il paziente a scoprire come questi riflettano preoccupazioni, paure e
desideri più profondi.
Un focus importante per l’analisi del sogno è, per tutti gli autori
citati, sul presente: appare importante capire come i contenuti onirici
siano rilevanti nella vita attuale del paziente. Questi autori, infatti,
sostengono che sia necessario lavorare insieme per esplorare i
problemi e sviluppare strategie di coping nella vita attuale del
paziente.
IL SOGNO COME METAFORA: PONTE TRA PASSATO, PRESENTE
E FUTURO
Sono rilevanti le conseguenze cliniche delle teorie che vedono nel
sogno un processo cognitivo di tipo metaforico, capace di organizzare
il significato delle esperienze di vita del sognatore e di aiutarlo a
risolvere problemi emozionali, ma anche intellettuali.
Se seguiamo questa linea teorica, assumiamo che le immagini dei
sogni devono essere valutate per ciò che rivelano metaforicamente e
tematicamente anziché per ciò che nascondono, si apre così la
necessità di concentrarsi sul tema generale del sogno e sulle emozioni
che nel sogno il sognatore prova, più che su singole immagini. Queste
emozioni sono spesso l’oggetto del lavoro di conoscenza semantica di
Sé che il sogno innesca e porta avanti (Liotti, 2001). In modo analogo,
Colangelo sottolinea che:
“Una metafora non si riduce ad un confronto tra due contesti ma
si inquadra come un’operazione conoscitiva analoga all’uso di modelli
nella scienza così mentre si lavora per interpretare il sognocollegandolo
con il più vasto campo esistenziale della persona- la
storia che si costruisce diviene mezzo per selezionare e organizzare
relazioni diverse tra le narrazioni biografiche che compongono il Sé” 4
4 L. Colangelo, Ma i clienti dei terapeuti sistemici sognano? Uso dei sogni nella
psicoterapia individuale sistemica, op. cit., p.12, 2001
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Frattali n.11, novembre 2025
E ancora, Onnis (2016) sottolinea che la metafora vive in uno
spazio laddove si incontrano la chiarezza del pensiero razionale e la
profondità del linguaggio simbolico. Dal greco metaphorà,
trasferimento, composto da meta, oltre, e phero, portare. Portare da
una sponda all’altra della comprensione attraverso un arricchimento
del pensiero.
«La metafora, per la sua potenzialità evocativa (e non esplicativa)
ha il vantaggio di fare allusione al livello pre-verbale e inconscio senza
pretendere di spiegarlo o di esplicitarlo e, perciò, da un lato può
eludere alcuni meccanismi di difesa, dall’altro lato apre spazi per una
traduzione più libera e creativa da parte di chi la riceve.» 5
Secondo il modello proposto da Cambiaso e Mazza (2018, 2020),
si può ipotizzare che ciò che accade nella relazione terapeutica
rispecchia gli stessi schemi che caratterizzano le dinamiche tra il
paziente e le figure significative del suo contesto relazionale attuale,
sia a livello affettivo che cognitivo. Inoltre, queste dinamiche
riflettono a loro volta le modalità attraverso cui il paziente ha
strutturato le proprie strategie relazionali in seguito alle interazioni
con le sue figure di riferimento nel corso del tempo. In questo contesto,
possiamo parlare di autosimilarità, ossia di dati osservativi che
presentano una struttura simile, definita dagli Autori come "frattale".
Un frattale è una configurazione che si organizza in modo tale da
rappresentare traiettorie complesse ma rigorosamente autosimili,
indipendentemente dalla scala o dalla distanza con cui lo osserviamo.
Questo modello ci consente di rafforzare le nostre ipotesi in modo
circolare e ricorsivo, creando una rete di supposizioni strettamente
interconnesse e isomorfe, che abbraccia tre livelli distinti: le strategie
relazionali sviluppate dal paziente a partire dalle sue interazioni con
le figure di riferimento; il suo attuale comportamento nelle dinamiche
relazionali; e la sua posizione e le narrazioni che condivide al
riguardo. Il sogno, pertanto, può essere analizzato in qualità di
frattale che può e deve essere connesso con il più vasto campo
esistenziale della persona.
L’INTERSOGGETTIVITÀ
Secondo Cambiaso e Mazza (2018), quando i pazienti ci portano le
loro narrazioni, non è raro che il sogno porti significati intersoggettivi
e attuali, interessanti per un sistemico, e che l’azione sul presente
possa favorire “riconciliazioni” utili.
5 Luigi Onnis, Paola Mari, Benedetta Menenti, La formazione personale del terapeuta a
differenti livelli: l’utilità di un linguaggio analogico in "PSICOBIETTIVO" 3/2016, pp
99-112, DOI: 10.3280/PSOB2016-003006
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Frattali n.11, novembre 2025
Pur nella consapevolezza dei diversi ruoli e responsabilità, il
terapeuta dovrà dare un ruolo attivo nel dialogo da entrambe le parti,
memore di quanto diceva Bowlby e cioè che la psicoterapia è
un'esplorazione congiunta in cui il terapeuta a volte guida, a volte
accetta di essere guidato, considerando le interazioni come un dialogo
tra due esperti: il terapeuta esperto del funzionamento della mente
umana, il paziente esperto di sé e della propria storia. Non trasferirà,
quindi, conoscenze con modalità psicopedagogiche ma tenderà ad
attivare la funzione riflessiva, la metacognizione e la
mentalizzazione, formulando ipotesi che il paziente può confermare o
confutare (processo Cooperativo), focalizzandosi sulle mete che il
paziente si pone. 6
Attribuire significato ad un’esperienza emozionale equivale a
regolarla sul piano della coscienza, e anche nel contesto del dialogo
interpersonale nel quale l’attribuzione di significato eventualmente
può avvenire. Dunque, paziente e terapeuta esplorando il significato
di un sogno, più che co-costruire una fra infinite possibili narrazioni,
tentano di co-regolare l’emozione oggetto della metafora onirica
(Liotti, 2001).
La linea teorica di Ogden (2008) suggerisce che sognare è un
processo continuo che avviene sia durante il sonno sia,
inconsciamente, durante la veglia. Nel processo terapeutico
individuale vi è la necessità di padroneggiare l’intersoggettività
inconscia che può essere rappresentata quindi dal sogno del paziente
ma anche dallo stato mentale sognante del terapeuta (rȇverie) e del
paziente e naturalmente dalla riflessione conscia di entrambi.
Mentre, secondo Yalom (2014), i sogni vengono utilizzati per
esplorare il mondo interno del paziente, cercando di capire il
significato personale di ogni sogno insieme al terapeuta facilitando un
processo esplorativo in cui il paziente può arrivare alle proprie
intuizioni e comprensioni con maggiore autonomia e responsabilità.
IL CASO CLINICO: Ermes - Il sognatore senza casa
Alla luce del sentiero tracciato finora approfondiamo il percorso di
terapia con Ermes, un paziente di 25 anni affetto da schizofrenia e
ospite di una comunità residenziale. In questa esperienza il sogno è
stato la porta inattesa per entrare nel mondo del paziente e
condividerne uno spazio nella realtà del dialogo clinico.
Il percorso con Ermes non è stato privo di insidie, inizialmente
manifestava infatti una forte diffidenza nei confronti dei curanti. Di
seguito riportiamo una sua citazione emblematica:
6 Cambiaso e Mazza, Orientarsi nel Caos, p.66, 2024
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Frattali n.11, novembre 2025
“A voi illuminati, questa è la mia storia e non è interpretabile”.
Ermes si è presentato in comunità schivo, ritirato e spaventato dalle
possibili invasioni del suo mondo, per cui è stato fondamentale
durante il percorso di terapia il mantenimento di un setting che
garantisse sicurezza e protezione. Da subito colpiva la sua capacità di
utilizzo del linguaggio simbolico per l’espressione dei contenuti
profondi, suggerendo la possibilità di utilizzare una lingua comune
per potersi avvicinare. I temi principali riguardavano il rapporto con
la famiglia, con il mondo cui sentiva di non appartenere e con la sua
psicopatologia, la psicosi.
Il sogno come rafforzamento dell’alleanza terapeutica
Significativo per il percorso di terapia è stato un incubo in
particolare riportato in colloquio che lo ha angosciato per giorni. Il
sogno raccontava di un gruppo di figure simili agli zombie, che lo
inseguivano e gli chiedevano di assumere la loro stessa sembianza.
L’astenersi dall’interpretazione immediata del sogno da parte
della terapeuta ha permesso di sperimentare l’utilizzo della metafora
nel corso dei colloqui, rimandando alla relazione terapeutica e allo
stesso tempo all’esplorazione del mondo interno e della sua storia e
riflettendo insieme su come il sogno rispecchiasse le sue paure e i suoi
desideri più profondi.
Il processo collaborativo fra terapeuta e paziente ha evitato di
imporre interpretazioni rigide, rischiando così l’invasione del suo
mondo psichico interiore, e ha contribuito a rafforzare la sua
autonomia e la sua responsabilità nel percorso di cura,
consentendogli di giungere alle sue personali intuizioni e
comprensioni (Yalom, 2014).
In sede di colloquio il paziente ha riferito la capacità di affrontare
i suoi traumi mettendoli nella “stanza del riposo”, ovvero un luogo
sicuro della sua mente che è possibile aprire e poi richiudere affinché
non facciano più paura. Di ulteriore importanza il tema dell’attesa: il
silenzio paziente del terapeuta che regola il ritmo nella stanza di
terapia e permette al paziente di divenire protagonista attivo nella
costruzione della metafora.
Di fronte alla resistenza di Ermes, è stato importante avere in
mente che essa ha la sua dignità di esistenza, perché è la sua vitale
protezione. L’utilizzo del sogno ha permesso al paziente di rielaborare
i traumi in una dimensione più simbolica e meno diretta per lui, perciò
più leggera da sostenere.
Nel corso del tempo Ermes ha concesso l’avvicinarsi al suo
profondo, in equilibrio sulla linea di confine che lo separava dal mondo
esterno e lo proteggeva da possibili invasioni, dalle quali nella sua vita
si è dovuto difendere con forza. Ecco, dunque, che l’utilizzo della
50
Frattali n.11, novembre 2025
metafora e del sogno è stato utile per rispettare questa linea di confine
poiché ha permesso di rimanere sul ciglio, ma di poterlo
accompagnare nel suo viaggio nell’espressione delle sue fatiche sul
piano esistenziale, di avere una bussola nella ricerca di una sua
dimensione di appartenenza e una mappa per trovare un senso alle
sofferenze vissute nel suo passato.
CONCLUSIONI
I sogni, nella stanza di terapia, possono divenire quindi porte
d’accesso a differenti dimensioni del sentire nella relazione
terapeutica. Valore aggiunto nella costruzione dell’alleanza, nella
comprensione del mondo interno del paziente e del suo
funzionamento, arena per lo sviluppo del sistema cooperativo. Tutti
gli Autori sopra citati sottolineano l’importanza dell’intersoggettività,
ciò che li differenzia è il focus: Liotti sottolinea il piano emotivo, è
centrale infatti il lavoro sulla co-regolazione delle emozioni; Ogden
torna sulla rȇverie, la capacità di sognare insieme al paziente cocostruendo
un elemento terzo. Infine, Yalom, mira all’obiettivo di
rendere responsabile il paziente, quindi, protagonista competente
della risignificazione del sogno.
“Se si sogna da soli, è solo un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà̀
che comincia.” (Julian T. Ruiz)
BIBLIOGRAFIA
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Cambiaso G., Mazza R. (2018) Tra Intrapsichico e Trigenerazionale.
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Psicoterapia nella Prospettiva Cognitivo-Evoluzionista, Milano
Raffaello Cortina Editore.
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sette porte della terapia sistemica. Milano, Raffaello Cortina
Editore.
52
Frattali n.11, novembre 2025
I SEGRETI DEI PAZIENTI DIFFICILI:
seminario sulla presa in carico parallela,
familiare e individuale, in equipe
Matteo Selvini 1
RIASSUNTO. A partire da esperienze cliniche maturate in più di quarant’anni di
lavoro con pazienti gravi e le loro famiglie, Matteo Selvini riflette sui “segreti” dei
figli e sulla difficoltà a costruire relazioni di fiducia nelle situazioni di
attaccamento disorganizzato. Attraverso la prospettiva sistemica e il modello
della presa in carico parallela — familiare e individuale, condotta in équipe —
l’autore mostra come il coinvolgimento dei genitori e la ricostruzione del legame
affettivo possano diventare strumenti terapeutici essenziali nei disturbi della
personalità e nei quadri di sofferenza grave.
SUMMARY. Drawing on clinical experience gained over more than forty years
of work with severely disturbed patients and their families, Matteo Selvini
reflects on children’s “secrets” and on the difficulty of building trusting
relationships in situations of disorganized attachment. Through a systemic
perspective and the model of parallel treatment — both family-based and
individual, conducted within a multidisciplinary team — the author illustrates
how parental involvement and the reconstruction of affective bonds can become
essential therapeutic tools in personality disorders and in conditions of severe
psychological distress.
PAROLE CHIAVE. Segreti, disturbi di personalità, presa in carico parallela,
coinvolgimento genitoriale, relazione genitori–figli, alleanza terapeutica, lavoro in
équipe.
IL MIO PERCORSO PROFESSIONALE
Inizio con dirvi due parole su di me, parlerò di pazienti, di terapie
e mi sembra giusto che abbiate un'idea rispetto al contesto dal quale
provengono le esperienze che descrivo. La mia posizione esistenziale
come professionista è un po' particolare perché sono figlio di una
psichiatra e psicoterapeuta, che, quando io ero ancora bambino,
adolescente, è improvvisamente diventata molto famosa. Mia madre
ha pubblicato un libro nel 1963, da Feltrinelli, che si intitolava
L’anoressia mentale. (Selvini Palazzoli, 1974, nuova edizione con una
parte sistemica conclusiva).
Avevo nove anni, poi nel 1975 ha pubblicato Paradosso e
controparadosso, che è stato un altro best seller mondiale e a
quell'epoca avevo già ventun anni. Questo grande entusiasmo di mia
1
Psicologo e psicoterapeuta, co-responsabile della Scuola di psicoterapia Mara Selvini Palazzoli.
L’articolo è la trascrizione fedele di un seminario tenuto dal dott. Selvini a Milano nel 2025, cui sono
state apportate lievi e necessarie modifiche formali per adattare meglio la trascrizione orale allo
scritto.
53
Frattali n.11, novembre 2025
madre per la psicoterapia mi ha molto coinvolto e mi ha portato a
seguire la bottega di famiglia e quindi a diventare psicologo e
psicoterapeuta.
L’esperienza clinica l'ho sviluppata dalla fine degli anni ‘70 in vari
contesti, ho cominciato lavorando in CPS, un servizio psichiatrico
territoriale e in altri centri, però soprattutto sono diventato uno
stretto collaboratore di mia madre (Selvini,1985; 2004).
Mia madre, all'inizio degli anni 80, ha rivoluzionato la sua vecchia
equipe con la quale aveva lavorato a Paradosso e controparadosso e
ha formato una nuova equipe con me, con Anna Maria Sorrentino e
Stefano Cirillo (Selvini, Selvini Palazzoli, 1989).
Noi tre siamo diventati come un gruppo di fratelli, tutti adottati da
mia mamma e insieme nel 1993, abbiamo fondato la scuola di
psicoterapia.
Abbiamo già festeggiato lo scorso anno i 30 anni, in realtà sono 32
dalla fondazione di questa scuola di psicoterapia che ci ha dato
grandissime soddisfazioni.
Faccio questa mia presentazione per dire che la mia esperienza
come professionista ha seguito la storia dello sviluppo del modello
sistemico nella modalità con cui Mara Selvini Palazzoli lo ha
interpretato.
Ho iniziato in anni ancora eroici, inserendomi in una ricerca che
mia madre aveva cominciato, alla fine degli anni ‘60, con le prime
terapie familiari, erano anni pionieristici.
L'idea era di lavorare sempre e comunque in équipe, allora
addirittura si faceva un'équipe di quattro, due di qua e due di là dallo
specchio. Sono state le prime esperienze storiche, sempre con tutta la
famiglia e sempre in équipe. Questa è stata la prima eredità che mia
madre mi ha passato: lavorare con lei in un'equipe di quattro con lo
specchio unidirezionale.
Per tanti anni la mia vita professionale è stata soprattutto quella di
ricevere sempre famiglie congiunte e ho cominciato a essere io il
responsabile di tutti i primi contatti. Ricevevamo moltissime
domande di aiuto da tutta Italia. Si parlava di terapie brevi, dieci
sedute, eravamo sommersi di richieste e abbiamo sperimentato
questo metodo di fare le sedute circa una volta al mese, tutte appunto
con pazienti difficili e lavorando in équipe.
Mia madre aveva una passione per la ricerca per cui decidemmo di
lavorare con le anoressiche, pazienti con le quali lei aveva lunga
esperienza, poi soprattutto con pazienti psicotici e con pazienti con
gravi disturbi della personalità.
Nella prima parte della mia carriera, tutti gli anni 80 e una parte
degli anni 90, ho vissuto questa esperienza di lavorare sempre con
intere famiglie e lì ho cominciato a raccogliere tanti segreti, che erano
però sostanzialmente i segreti dei genitori (Selvini, 1994). Nelle
54
Frattali n.11, novembre 2025
terapie familiari abbiamo cominciato a vedere spesso anche i genitori
da soli (Selvini Palazzoli et. al., 1988), non sempre tutta la famiglia, a
modificare le convocazioni, pratica che poi abbiamo via via raffinato
fino al giorno d'oggi.
Ho scritto un mio primo articolo sui segreti familiari nel 1994, un
articolo basato sul fatto che tantissimi genitori ci rivelavano segreti
molto pesanti di cui il loro figlio non era a conoscenza, un tema molto
interessante che rimanda al recente libro della Galit Atlas (2022), al
tema del trauma vicario, ma non quello di cui mi occuperò oggi.
Quello che voglio raccontare oggi si riferisce invece al fatto che,
soprattutto attraverso una ricerca di follow-up, che abbiamo fatto
negli anni 90 con tutte le pazienti anoressiche che mia madre aveva
seguito negli anni 70 e 80, siamo arrivati a quello che è il nostro
modello attuale, cioè a capire che l'intervento più efficace con i
pazienti gravi è un intervento dove c'è una parte di lavoro individuale,
di alleanza individuale con il paziente, che deve essere integrata e
combinata con un lavoro con la famiglia.
Abbiamo cominciato a sviluppare questo modello a partire a partire
dagli anni 90 e si è consolidato nel modello attuale (Cirilo, Selvini,
Sorrentino, 2023).
Come mia identità personale professionale, sono passato dall’avere
fatto tanti anni come terapeuta familiare puro, cioè, lavorando solo
con le famiglie, a diventare poi un terapeuta individuale, dentro
terapie parallele, dove ero anche co-terapeuta nelle sedute familiari.
È successo anche perché avevo qualche anno di meno dei miei
colleghi Cirillo e Sorrentino e molto spesso facevo il terapeuta
individuale dei ragazzi più giovani, degli adolescenti soprattutto. I
colleghi si mantenevano più spesso nel ruolo di terapeuti familiari.
Quello di cui vi racconto oggi è una mia traiettoria personale: dopo
essere stato per tanti anni un referente più per i genitori, sono
diventato un referente più per i pazienti, più un terapeuta individuale.
Ero però inserito in questo contesto particolare, di una presa in carico
familiare dentro uno studio prestigioso.
Questa mia esperienza, con la fondazione della scuola negli anni 90,
si è integrata col diventare un formatore e da 30 anni faccio, nelle
quattro sedi della scuola, moltissime supervisioni, sia indirette che
dirette. Ho avuto la possibilità di conoscere e studiare una
grandissima quantità di casi e oggi vi voglio parlare di uno dei
fenomeni che più mi ha impressionato e colpito, soprattutto in questa
seconda parte della mia carriera.
Dagli anni 2000 ho fatto tantissime terapie individuali di pazienti
gravi, di ragazze anoressiche, di ragazzi psicotici, di persone con
disturbi della personalità.
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Frattali n.11, novembre 2025
I LEGAMI SPEZZATI
Nelle mie terapie individuali ho fatto un’osservazione, che ho
ritrovato anche nelle supervisioni: un fenomeno comunissimo,
diffusissimo: pazienti giovani, adolescenti, giovani adulti, anche
trentenni, di tutte le età, mantenevano segrete le loro esperienze
traumatiche, esperienze altamente stressanti, per tantissimi anni,
senza riuscire a condividerle né in ambito familiare né nel contesto
terapeutico.
Questo dato clinico risulta particolarmente rilevante se si
considera che tali pazienti hanno spesso intrapreso percorsi di
psicoterapia individuale protratti nel tempo, senza tuttavia ottenere
benefici significativi sul piano del funzionamento psichico.
Per illustrare tale fenomeno, prenderò come riferimento due casi
clinici, iniziando da quello di una giovane donna di 28 anni. La
paziente presentava un esordio psicopatologico risalente ai 18 anni,
con un progressivo aggravamento caratterizzato da depressione
severa, ritiro funzionale e abuso di sostanze (cannabis). Al momento
dell’incontro, nonostante la giovane età, il quadro clinico appariva già
cronicizzato. La paziente proveniva da una famiglia culturalmente
evoluta e aveva alle spalle diversi percorsi di psicoterapia
individuale. Solo dopo oltre un anno di lavoro parallelo — terapia
individuale con il sottoscritto e terapia familiare condotta insieme a
Stefano Cirillo — la paziente riuscì a rivelare un abuso sessuale subito
all’età di otto anni. In modo significativo, tale rivelazione avvenne nel
corso di una seduta familiare.
Mi impressiona moltissimo il fatto che questa ragazza, che è
intelligente, brillante, molto sofferente ma con grandi risorse, abbia
passato una vita in terapia individuale, senza raccontare l'abuso
sessuale che ha devastato la sua vita. Infatti, la sua psicopatologia
esordisce proprio quando dovrebbe iniziare una vita sentimentale,
sessuale, e a quel punto si blocca, perché il trauma dell'abuso ha
deformato il suo rapporto con la sessualità, e questo contribuirà
fortemente al disastro che è stata la sua vita.
Questi casi sollecitano una riflessione clinica cruciale: perché
pazienti che hanno seguito per anni terapie individuali con
professionisti competenti non riescono a trarne beneficio? Una
spiegazione possibile risiede nell’incapacità di costruire una relazione
di fiducia sufficientemente sicura, prerequisito essenziale per
l’elaborazione del trauma. Il tema della fiducia e della sfiducia appare
centrale nelle psicopatologie più gravi. In molti di questi pazienti si
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Frattali n.11, novembre 2025
osserva una rottura profonda del legame emotivo con le figure
genitoriali, che rende impossibile l’affidamento sia nei confronti dei
genitori sia, per transfert, nei confronti dei terapeuti. Da un punto di
vista teorico, tali configurazioni sono coerenti con il concetto
di attaccamento disorganizzato, sebbene il presente lavoro non
intenda soffermarsi sugli aspetti diagnostici in senso stretto. La
disorganizzazione dell’attaccamento implica l’impossibilità di
considerare l’adulto come una base sicura, producendo una sfiducia
generalizzata che compromette ogni relazione significativa. Se un
paziente ha introiettato una sfiducia così radicale nelle figure adulte,
risulta comprensibile che non riesca ad affidarsi nemmeno al
terapeuta. Tuttavia, è importante sottolineare che non tutti i pazienti
presentano questo livello di compromissione: alcuni riescono a
costruire una relazione terapeutica sufficientemente sicura e a trarne
un effetto riparativo.
Il primo assunto clinico che propongo è dunque il seguente: molte
psicopatologie gravi sono strettamente collegate alla rottura della
fiducia nei genitori.
In questi ultimi mesi sono stato colpito da una ridondanza: è
frequente che questo fenomeno prenda corpo in epoche antiche
(spesso risalenti all’infanzia e alla preadolescenza). Troviamo che
questi ragazzi hanno avuto vari tipi di crisi di fiducia, che potrebbero
essere del tipo “avere paura delle reazioni violente di un padre”, o
“avere un'inversione dei ruoli con una mamma vissuta come fragile”.
Ci sono tanti tipi di rottura della fiducia nei genitori, però quello che
è sostanziale è questo tema che in gergo definiamo della
“riorganizzazione autarchica” (Selvini et al., 2022) e molti di questi
ragazzi che stanno malissimo, che rischiano il suicidio, che rischiano
di sprofondare nel delirio e nella psicosi, hanno questa storia di grave
sfiducia.
L'errore più grande che purtroppo molti professionisti
commettono: incontriamo ragazzi che già hanno il problema di un
eccesso di autarchia, di avere rotto i legami col mondo, con i loro
genitori e le terapie, quando favoriscono la cosiddetta
autonomizzazione di questi ragazzi, fanno qualcosa di gravemente
dannoso per la loro salute psichica.
Quando in tanti testi di psicoterapia leggo che l’obiettivo invariabile
sarebbe favorire comunque processi di autonomizzazione,
enfatizzare il tema individuazione-separazione, oppure lo svincolo,
penso amaramente che servano soltanto a rafforzare l’isolamento
emotivo di questi ragazzi.
Abbiamo sicuramente molti giovani pazienti che hanno un
problema di sottomissione e di dipendenza rispetto ai loro genitori, e
dove la strategia della individuazione separazione è perfettamente
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Frattali n.11, novembre 2025
legittima, ma tanti di questi ragazzi hanno invece legami spezzati e
richiedono interventi di segno opposto.
ATTIVARE LA FAMIGLIA PER RICOSTRUIRE LA FIDUCIA
Un secondo caso clinico che ho seguito negli ultimi anni, e che mi
ha insegnato molto, mi consente di illustrare concretamente il
modello di intervento
Recentemente uno degli aspetti più interessanti della mia ricerca è
stata la collaborazione con una psichiatra psicoterapeuta molto
brava, Miriam Olivola, che lavorava all'epoca nei servizi psichiatrici a
Pavia.
Abbiamo cominciato a seguire in équipe alcuni casi proprio con le
caratteristiche di cui vi sto parlando. La collega lavorava in un
reparto di psichiatria, un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura
(SPDC) e vi incontra una ragazza che è stata ricoverata perché poco
prima si è tagliata nello studio della sua psicoterapeuta.
Questa ragazza è in cura da anni da una psicoterapeuta. La rottura
e sfiducia di questi pazienti molto spesso si consuma già negli anni
delle medie, negli anni della preadolescenza. Possono apparire capaci
di chiedere aiuto, ma spesso purtroppo non è così.
La ragazza racconterà poi molto bene come, a partire da quell'età,
abbia cominciato a stare malissimo, ma anche a tenere segreto il suo
malessere, arrivando addirittura ad andare nascostamente da una
psicologa senza che i suoi genitori lo sapessero e facendo dei lavoretti
per potersi pagare le sedute. Molto precocemente questa ragazza
sviluppa una sfiducia totale nei suoi genitori. Un giorno si taglia nello
studio della sua psicologa, le racconta che ha passato tutta la notte
precedente camminando sui binari del treno, cercando la forza di
buttarsi sotto un treno, con una lettera d'addio ai suoi genitori e ai suoi
fratelli in tasca, e giustamente la sua psicologa la manda al pronto
soccorso.
Viene immediatamente ricoverata. Quando la psichiatra la
incontra per la prima volta, immediatamente e naturalmente, le
chiede il permesso (poiché la ragazza ha vent'anni), di incontrare i
suoi genitori. Inizialmente si oppone fortemente, mostra disprezzo,
una maschera di disprezzo, verso i suoi genitori che non hanno mai
capito niente. Non vuole che i suoi genitori siano convolti. Questo è
uno snodo che ho trovato veramente fondamentale, come questa
collega abbia cominciato tutto un lavoro per convincerla che era
assolutamente prioritario incontrare i suoi genitori e che i suoi
genitori si rendessero conto della sua sofferenza psichica, della
gravità del rischio anche di morte che stava correndo.
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Frattali n.11, novembre 2025
Ci sono voluti giorni e giorni di colloqui e di incontri quotidiani
perché finalmente la psicoterapeuta riuscisse ad ottenere il consenso
dalla ragazza.
Qua cominciamo a vedere l'ambivalenza: la ragazza non vuole che
la psichiatra parli con i suoi genitori, però continua a telefonare a casa
per chiedere vestiti, per chiedere delle cose pratiche.
La psichiatra è sorpresa dal fatto che questi genitori che hanno la
figlia ricoverata in psichiatria non chiedono di parlare con lo
psichiatra. Questo è interessante anche dal punto di vista della
bilateralità di questa rottura del legame: la ragazza li tiene fuori dalla
sua vita, ma anche i genitori si tengono fuori dalla vita della ragazza.
Finalmente la psichiatra convoca i genitori, e la psichiatra è allibita
dalla minimizzazione: “Sì sappiamo che sta attraversando
l'adolescenza, l'adolescenza è un periodo difficile, ma adesso le passa
tutto”.
La psichiatra farà un lavoro importante per combattere
l’incredibile dissociazione di questi genitori, per mostrare loro che
andare vicino al suicidio ed essere ricoverati in psichiatria non fa
parte della normale crisi adolescenziale, mentre esiste invece una
sofferenza profonda.
Inizia così la fase di lavoro con i familiari: i genitori hanno loro
peculiari storie personali che li hanno portati a un funzionamento
dissociativo rispetto alla loro sofferenza e che spostano
inevitabilmente sulla sofferenza della loro figlia, una figlia che sta
male da tantissimi anni, ma che non hanno potuto o voluto vedere
(Selvini, 1994),
Naturalmente non posso qui raccontare interamente il caso, ma
sottolineare quanto sia stato importante combattere per evitare il
“taglio emotivo”, impedire che la ragazza interrompesse il rapporto
con i suoi genitori, e anche con i suoi fratelli.
La psichiatra dice ai genitori che è importante fare anche un lavoro
familiare, la ragazza è molto grave, non basta solo la terapia
farmacologica, non basta ricominciare una psicoterapia individuale,
bisogna fare qualcosa anche come famiglia. Facendo questi colloqui
con i genitori scopre che anche i due fratelli hanno aspetti di
sofferenza rilevanti e quindi inizia la procedura che vi presento oggi.
La psichiatra, che è anche una psicoterapeuta, comincia a
instaurare una relazione significativa, un'alleanza terapeutica
importante con la ragazza. Contemporaneamente riesce a
relazionarsi e divenire molto costruttivamente collaborativa con i
genitori, riuscendo a mandarmeli con l'idea che insieme, in coconduzione,
faremo parallelamente alla presa in carico psichiatrica
un lavoro di terapia familiare.
I genitori vengono, discuto con loro in un primo colloquio che faccio
da solo, i possibili collegamenti tra la sofferenza dei fratelli e quella
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Frattali n.11, novembre 2025
della sorella, i due maschi hanno una specie di guerra tra loro e la
ragazza li ha vissuti come molto negativi verso di lei. La ragazza si
rifiuta inizialmente di partecipare alla terapia familiare, faccio un
primo colloquio con i genitori, poi convoco i due fratelli con i genitori
e a questo punto riusciamo a convocare alle sedute familiari anche la
ragazza che parteciperà piuttosto malvolentieri all'inizio, però
confortata dalla presenza della sua psichiatra a cui si è molto legata.
Questa terapia ha proprio funzionato nel senso che oggi voglio
descrivere, cioè quando una terapia familiare in parallelo alla terapia
individuale riesce a riattivare un legame di attaccamento di una
ragazza che ha interrotto la fiducia nei suoi genitori. Per fortuna ci
siamo riusciti, ci è voluto un anno e più di lavoro importante, però è
stato veramente un grande risultato dal punto di vista del suo
benessere.
I GENITORI POSSONO RIPARARE AI LORO ERRORI
Questo lavoro individuale-familiare ha lo scopo di ottenere che ai
genitori sia data la possibilità di riparare i loro errori, capire dove
hanno sbagliato, cercare un nuovo modo di rapportarsi con la loro
figlia, per riguadagnare la sua fiducia, e contemporaneamente
lavoriamo con la ragazza perché anche lei possa dare ai genitori una
seconda possibilità.
Quindi l'esatto contrario di favorire l'autonomizzazione (Cirillo,
Selvini, Sorrentino, 2016).
In situazioni dove questi ragazzi, che sono pazienti disorganizzati,
hanno costruito questa maschera autarchica, come questa ragazza
che dice “non voglio i miei genitori, i miei genitori non capiscono
niente, non servono a niente, non li dovete neanche convocare”,
hanno questo disprezzo, questa rottura, però dentro hanno un
profondo e insoddisfatto bisogno di appartenenza, riuscendo a
lavorarci sopra e a ricostruire un legame di appartenenza, anche con
casi gravissimi come questo, possiamo avere dei risultati spettacolari.
Molte terapie individuali falliscono perché involontariamente
rinforzano nei pazienti il dolore di essere ignorati o abbandonati dai
genitori. La terapeuta individuale di questa ragazza che l'ha seguita
per anni, sono convinto fosse una bravissima professionista, però la
sua terapia è totalmente fallita perché ha colluso con questa spinta
autarchica alla rottura con la famiglia. Ma una ragazza che ha una
rottura così totale con i propri genitori, con i propri familiari, non può
stare bene. Se una persona, come questa, odia i suoi genitori, odia i
suoi fratelli, è inevitabile che odierà anche sé stessa.
Odiare i nostri genitori è inevitabilmente odiare anche noi stessi,
questo è il problema di molte terapie individuali che falliscono
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Frattali n.11, novembre 2025
clamorosamente proprio per questa involontaria collusione. Questi
ragazzi già soffrono per la distanza dai loro genitori e la terapia
individuale che lavora sull'individuazione e separazione rafforza
questa spinta tossica.
Naturalmente è una valutazione che dobbiamo fare in itinere,
poiché esistono anche molti casi in cui i genitori non si presentano, o
quando si presentano appaiono totalmente inaccessibili o
scarsamente collaboranti, non una risorsa. Purtroppo, esiste anche
una percentuale di casi, non piccola, dove la rottura dell'attaccamento
ha delle basi fondate e non può essere riparata.
Il rischio delle psicoterapie, in tutte le sue versioni e modelli, può
essere rappresentato dal proporre protocolli che sono uguali per tutti
i casi. Mentre una prima diagnosi differenziale è fondamentale. Ad
esempio, questi genitori sono recuperabili o sono irrecuperabili? Non
si può fare sempre con tutti la stessa cosa: cercare sempre di
riattaccare il paziente oppure cercare sempre di staccare il paziente,
c'è una complessità della realtà che dobbiamo affrontare.
Questo caso è andato avanti bene perché abbiamo sentito che con
tutta la loro dissociazione, con tutte le loro storie traumatiche, con
tutti i loro limiti, questi genitori avevano delle risorse, potevano
essere aiutati a vedere e a pensare la sofferenza della loro figlia. E in
effetti ci sono riusciti, anche loro hanno fatto dei grandi progressi e
quindi la ragazza ha potuto ridare loro fiducia.
É ovvio che non sempre è così, però rinunciare a priori a questa
risorsa è veramente cosa molto grave; dobbiamo provarci in tutti i
casi più gravi, in tutte le psicopatologie più gravi, veramente
dobbiamo scommettere sul fatto che almeno una parte del
funzionamento genitoriale potrebbe essere recuperabile.
Se scommettiamo che i genitori sono un disastro, vinceremo
sempre la scommessa, perché è facile, troppo facile che i genitori di
gravi pazienti si demoralizzino e si sentano completamente inutili. La
nostra scommessa è quella di rendere i genitori e anche i fratelli delle
risorse positive per i loro figli, per i loro fratelli.
“Come farlo” è un tema importante perché indubbiamente nel caso
che vi ho raccontato la psichiatra che vede in ospedale la ragazza e i
genitori propone una terapia familiare e questo va bene. Se vogliamo
è il modo più classico, quello di dire “c'è una terapia, c'è comunque una
presa in carico individuale in corso, facciamola parallelamente” e
questo nella nostra esperienza funziona. Ormai lo stiamo
sperimentando da più di vent'anni nella nostra scuola, anche
attraverso il lavoro di tante centinaia di giovani che si sono
specializzati in psicoterapia con noi, stiamo sperimentando questo
modello di terapia parallela in cui si lavora in équipe.
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Frattali n.11, novembre 2025
Un membro dell'équipe entra maggiormente nel ruolo di terapeuta
individuale, un altro membro dell'equipe è più il riferimento familiare,
genitoriale.
Lavorare in équipe, fare sedute familiari in co-conduzione con due
terapeuti, si è dimostrato un modello molto forte e molto efficace.
Però non dobbiamo avere delle rigidità, magari a volte si può
lavorare solo con un pezzo della famiglia: avete visto come in questo
caso ho accettato di cominciare vedendo solo i genitori, poi di vedere
i genitori con i fratelli, dobbiamo anche essere flessibili e creativi, però
lo spirito è quello di coinvolgere i genitori e i fratelli in un percorso in
cui anche loro riflettano sulle cause del malessere familiare che ha
contagiato e tirato dentro il figlio. A volte si può lavorare
parallelamente solo con un genitore, a volte si può lavorare solo con
un fratello o una sorella, però dobbiamo avere in mente che con i casi
gravi dobbiamo lavorare in equipe, ci vogliono almeno due terapeuti
magari con due pezzetti diversi della famiglia, perché con tutti non si
riesce.
Questo è un criterio molto importante e anche un criterio per la
formazione dei terapeuti.
Si tratta a mio parere di uno dei maggiori punti di forza che
caratterizza il modello sistemico che abbiamo sviluppato in questi
anni nella nostra scuola. Basato su tre pilastri, la diagnosi di
personalità, la diagnosi dell'attaccamento, la diagnosi sistemica. Si
tratta di coniugare lavoro individuale e familiare, diagnosi individuali
e diagnosi sistemiche. E a livello terapeutico variare le convocazioni,
i formati, fare sia sedute individuali che sedute familiari, sedute
individuali non necessariamente solo con il paziente designato, ma
anche con altri membri della famiglia.
Come confermato da tutta la letteratura internazionale sulle
cosiddette terapie multimodali, seguendo anche il modello di Bessel
van der Kolk (2014), intendiamo combinare interventi diversi non
solo psicoterapeutici. Questo è il modello che stiamo sperimentando e
questo è anche l'identità professionale dello psicoterapeuta che
stiamo cercando di formare, uno psicoterapeuta che non sia capace di
gestire solo formati individuali, ma che sappia gestire da solo formati
individuali, genitoriali, familiari, gruppo dei fratelli, che sappia
gestire anche ovviamente una terapia individuale, ma che sappia
gestire anche setting diversi, che sappia utilizzare anche dei setting
gruppali.
Questo è il tipo di formazione che cerchiamo di proporre nella
nostra scuola, una formazione non ristretta al setting individuale, ma
che insegni appunto a diventare psicoterapeuta a 360 gradi, in grado
di utilizzare formati diversi.
Il tema degli allargamenti delle terapie individuali, secondo il
modello di Alfredo Canevaro, è un modello molto importante da
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Frattali n.11, novembre 2025
sfruttare anche rispetto ai pazienti meno gravi (Canevaro, 2009). Vi
sto parlando di pazienti gravi, e pazienti gravi vuol dire
sostanzialmente pazienti non richiedenti, e naturalmente con i
pazienti più gravi, come la ragazza di cui vi ho appena parlato, la
risorsa famiglia è ancora più importante, però anche per i pazienti
richiedenti che possono essere anche loro molto gravi, che però hanno
almeno la risorsa di essere richiedenti, di chiedere aiuto, bisogna
riuscire a trovare in modo creativo, come e perché invitare, anche uno
alla volta nel setting individuale, i familiari significativi.
Questo è un altro aspetto molto importante del modello sistemico
familiare-individuale che abbiamo sviluppato in questi anni.
Il tema di distinguere i quattro tipi di domanda è importante, noi vi
abbiamo dedicato un libro uscito nel 2016, Entrare in terapia. Le sette
porte della terapia sistemica, che è un manuale riassuntivo del
modello sistemico familiare-individuale.
Quando riceviamo una domanda di aiuto, il tema è distinguere se è
una domanda per un familiare, se è una domanda per una relazione
che non funziona, se è una domanda coatta, cioè, generata da terzi,
che obbliga alla psicoterapia, o se è invece una domanda individuale
dove veramente la persona chiede per sé stessa.
Nel nostro libro troverete ben illustrati questi quattro tipi di
domande che ogni psicoterapeuta normalmente riceve, in percentuali
magari diverse a seconda dello specifico contesto in cui viene a
trovarsi. Il tema è capire che nella domanda per un familiare bisogna
fare determinate cose, come nel caso che vi ho descritto, c'è bisogno
di una procedura più complicata, decidere se si può vedere
direttamente il paziente con i genitori, oppure è meglio vedere prima
i genitori, insomma questi quattro tipi di domande richiedono quattro
tipi di prassi, di procedure che abbiamo descritto nel nostro libro.
IL LAVORO D’ÉQUIPE NELLA TERAPIA INDIVIDUALE-
FAMILIARE PARALLELA
Concludo tornando al tema del perché la nostra paziente ha tenuto
questo segreto, questa ragazza di 28 anni di cui vi ho parlato all'inizio.
Il tema del perché ha tenuto il segreto per tutti questi anni è appunto
trattato nel mio ultimo libro insieme ai colleghi del Gruppo Trauma
della nostra scuola, ora divenuto l’Associazione Trauma e sistemi
(TES), Le sei fasi della resilienza, un modello di terapia sistemica del
trauma (Selvini, Fino, Redaelli, Senatore, 2022) dove spieghiamo un
concetto fondamentale: abbiamo cercato di pensare per fasi la terapia
dei pazienti traumatizzati.
La prima fase è quella del riconoscimento del trauma, è la fase
decisiva, molto spesso difficile, però oggi volevo sottolineare la
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Frattali n.11, novembre 2025
seconda fase, cioè la messa in sicurezza dal punto di vista relazionale.
Se una paziente come la ragazza di 28 anni di cui vi ho parlato prima,
si sente sempre sotto attacco, sotto minaccia da parte dei suoi
familiari stessi, come purtroppo è il caso di questa ragazza, è chiaro
che fa bene a non passare alla terza fase, quella della condivisione del
dolore.
La terapia familiare porta questa ragazza a svelare il segreto
dell'abuso sessuale vissuto da bambina, sembra un grande progresso,
ci siamo illusi anch'io e Cirillo che fosse un grande progresso ed è
sembrato anche esserlo, perché per un certo periodo ha fatto anche
dei grandi passi in avanti, però poi cos'è successo?
Alla fine, non è stato fondamentalmente creduta dai genitori, i
genitori hanno pensato che si fosse inventata quell'abuso sessuale,
perché è un po' matta, così dopo una fase di miglioramenti è stata
davvero molto male.
Questa esperienza di avere gioito del fatto che la mia paziente
avesse sputato un rospo così terribile, dopo tanti anni, mi ha fatto
gioire ed entusiasmare per molti mesi, poi però è subentrata una
grande tristezza di fronte all'evidenza che aveva fatto bene a tenere
segreta la sua sofferenza perché, quando l'ha condivisa, il tipo di
reazione che ha trovato nella sua famiglia l'ha portata a stare davvero
molto molto male, molto peggio.
Se ci sono dei segreti di vecchia data dei pazienti gravi, il tema di
romperli, di scoprirli, è un tema molto molto delicato, perché
sicuramente avranno avuto, come questa esperienza recente ci ha
mostrato, delle buone ragioni per non fidarsi.
E torniamo al tema della sfiducia da cui sono partito: se questa
sfiducia c'è purtroppo è anche possibile che abbia delle buonissime
ragioni e quindi se non siamo sicuri che i genitori siano davvero
cambiati, e siano diventati in grado di ascoltare, anche lo svelamento
può purtroppo rivelarsi qualcosa di pericoloso.
DUE DOMANDE DEL DIBATTITO FINALE
La domanda di Giovanna dice: “Buonasera professor Selvini sono
rimasta molto colpita dalla sua affermazione che chi prova odio per i
propri genitori non può che odiare anche sé stesso. Potrebbe per
favore approfondire individuando gli obiettivi che siano raggiungibili
dalla relazione terapeutica secondo il modello terapeutico da lei
illustrato?
Il tema è che i genitori sono una parte di noi quindi la prima parte
della risposta è molto evidente: è chiaro che noi siamo fatti di
identificazioni, un pezzo di me identificato con mia mamma, un pezzo
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Frattali n.11, novembre 2025
di me identificato con mio padre, altri pezzetti sono identificati con
mio fratello e mia sorella quindi queste parti, i genitori, i fratelli,
inevitabilmente diventano delle parti di noi. Quindi è immediato che,
se odiamo i fratelli, i genitori, odiamo anche noi stessi e creiamo dei
fenomeni tossici.
È proprio un fenomeno post-traumatico. Come vedrete se leggerete
il libro (Selvini et al. 2022), parliamo di dissociazione per
drammatizzazione quando nei nostri pazienti troviamo questi
fenomeni di aggressività e odio aperto nei confronti dei familiari.
Quindi è chiaro che questa cosa dimostra che effettivamente c'è stato
qualcosa di traumatizzante nella vita di questi ragazzi. Il
riconoscimento del trauma è anche per capire se il trauma questi
ragazzi lo hanno effettivamente vissuto nella relazione con i loro
genitori e di solito lo troviamo.
Non odiare i propri genitori vuol dire arrivare ad avere una visione
integrata, nel senso che tutti i genitori hanno delle parti buone e
hanno delle parti meno buone; quindi, questo è l'obiettivo di ogni
terapia, aiutare un ragazzo che tende a demonizzare i propri genitori
e quindi inevitabilmente a odiare sé stesso, a vedere che nei genitori
ci sono anche delle parti buone, a capire e certo riconoscere anche
quelle che sono le parti cattive.
Quando i genitori sono capaci di fare autocritica, di fare riparazione
rispetto alle loro parti cattive, questo porta a dei progressi molto più
rapidi di quelli che si possono ottenere in qualsiasi terapia
individuale.
Quindi la risposta alla domanda è come nel caso di cui ho parlato
prima: la ragazza arriva in ospedale psichiatrico, carica di odio per i
suoi genitori, carica di demonizzazione verso i suoi genitori. La
terapia consiste in una presa di coscienza del fatto che certo i genitori
hanno commesso degli errori gravissimi, le loro storie traumatiche li
hanno condizionati, ad esempio nella sottovalutazione della sua
sofferenza, però si dimostrano anche capaci di vicinanza, di affetto, di
avere del buono da dargli.
A questo punto la ragazza, quando può finalmente sentire l'affetto
dei suoi genitori, non sarà più intossicata dall'odio nei loro confronti,
e questo è assolutamente determinante.
La collega Simona invece scrive: “Sono un gruppo analista con
formazione familiare e da tanti anni in alcuni casi lavoro in modo
multimodale. Non lavoro in equipe e la prassi cambia di caso in caso.
Quale difficoltà vede nell'idea di un terapeuta che tenendo il gruppo in
testa si muove tra i setting con un'unica conduzione insomma un
unico terapeuta. Io mi sono trovata molto bene.”
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Frattali n.11, novembre 2025
Lo abbiamo sempre considerato troppo difficile, mia mamma ha
sempre detto che un terapeuta da solo non può farcela. Però sarebbe
un terreno di ricerca perché è possibile che esistano dei terapeuti
molto maturi, molto solidi che possono fare sia la parte individuale
che la parte familiare. Io per esperienza di tanti anni noto che
tendenzialmente questo non succede, che alla fine il terapeuta che
lavora da solo finisce per scegliere di lavorare mettiamo solo con il
paziente e finisce per non riuscire a trattare la famiglia in maniera
adeguata. Veramente non è facile riuscire a essere nei panni del
paziente e nei panni dei genitori contemporaneamente. Troppe volte
vedo dei terapeuti che fanno tutto da soli e che chiamano la famiglia
quasi per colpevolizzarla! Il rischio è che il terapeuta che lavora da
solo finisca per identificarsi eccessivamente con una parte della
famiglia, con il paziente designato, con la mamma, con il padre. É un
rischio molto molto forte.
Poi non posso escludere che ci siano terapeuti molto bravi e molto
equilibrati che ce la fanno, in questa ginnastica emotiva, a spostarsi
dall'identificazione con un genitore alla identificazione con il figlio,
con il fratello, però in generale la nostra convinzione scientifica è che
questo superi le capacità umane.
Naturalmente non è detto che si debba lavorare sempre in
un'equipe, però nei casi più difficili si può costruire una equipe.
Anche per la salute psichica del terapeuta. Anche il terapeuta che
lavora normalmente da solo può fare equipe, può fare co-conduzione
almeno per una parte delle sedute.
Perché lavorare in équipe non vuol dire che tutte le decine e decine
di sedute saranno fatte in co-conduzione. Nel nostro modello le sedute
che facciamo veramente in co-conduzione io e Cirillo o io e Sorrentino
sono relativamente poche: in un caso mediamente ne faremo sette,
otto, dieci, magari nell'arco di anni, però due teste che si
supervisionano a vicenda sono più efficaci di una testa e di un cuore
che lavora da solo.
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Frattali n.11, novembre 2025
BIBLIOGRAFIA
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retaggio del trauma. Raffaello Cortina Editore, Milano.
Canevaro, A., (2009), Quando volano i cormorani. Guerrieri.
Cirillo, S., Selvini, M., Sorrentino, A., (2016), Entrare in terapia. Le
sette porte della terapia sistemica. Raffaello Cortina, Milano.
Cirillo, S., Selvini, M., Sorrentino, A., (2023), L’équipe base sicura
della sperimentazione dei formati in terapia familiare. In Terapia
Familiare, 2022/130, pp. 21-37.
Selvini, M., (1985), Cronaca di una ricerca. L'evoluzione della terapia
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Cortina Editore, Milano.
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cervello nell'elaborazione delle memorie traumatiche, trad. it.
Raffaello Cortina Editore, 2015.
67
Frattali n.11, novembre 2025
RECENSIONI
SAGGISTICA, NARRATIVA, ARTICOLI, FILM, TEATRO E VIDEO
Di oggi e di ieri
Gianmarco Manfrida, Erica Eisenberg, Daniela
Tortorelli, Valentina Albertini
PERCHÉ LA PSICOTERAPIA?
UN VIAGGIO A PIÙ VOCI NEL CUORE DEL
CAMBIAMENTO
Youcantprint, Lecce, 2025, pp. 144
Alberto Vito 1
È stata appena pubblicata l’ultima fatica editoriale di G. Manfrida
e di tre docenti del Centro di Studi e di Applicazione della Psicologia
Relazionale di Prato, avente come oggetto i motivi per cui oggi è utile
impegnarsi in un percorso terapeutico. Stante l’aumento della
richiesta di aiuto psicologico, confermato da numerose indagini
statistiche, gli autori hanno inteso fornire un testo che possa risultare
produttivo per chi è interessato ad avvicinarsi al mondo psicologico e
dove è possibile trovare risposte ad alcuni quesiti di fondo o anche
legittime curiosità. In tal senso, il libro è particolarmente utile a chi
non possiede competenze tecniche specifiche, come potenziali
pazienti o studenti. Tuttavia, il volume può essere inteso pure come
un buon “ripasso” di concetti fondamentali anche per i terapeuti già
esperti. Infatti, il libro è scritto con un linguaggio davvero chiaro,
differenziandosi subito da una certa letteratura psicologica adottante
terminologia molto specifica e la cui lettura può risultare ostica
1
Didatta Scuola Romana di Psicoterapia Familiare
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Frattali n.11, novembre 2025
finanche agli “addetti ai lavori”. D’altro canto, se anche persone di
buon livello culturale ignorano quali siano gli scopi di una
psicoterapia, non andando oltre ad affermazioni generiche quali:
“aumento della consapevolezza, conoscere sé stesso, gestire le
emozioni, ecc.”, in parte la colpa è anche di noi specialisti. Giova
ricordare che con la stessa parola, psicoterapia, si definiscono modi di
operare molto diversi tra loro, qualche volta persino in
contraddizione, per teorie di riferimento, obiettivi, modalità, durata,
regole e quindi ben venga un libro rivolto davvero a tutti dove si prova
a fare un po’ di chiarezza.
A sgombrare il campo da equivoci, Manfrida et al. chiariscono la
propria posizione, già a partire dal sottotitolo del volume: per loro, la
psicoterapia è un’esperienza che deve produrre un cambiamento.
Attraverso l’esperienza relazionale con il terapeuta, certamente non
priva di una dimensione emotiva rilevante, non si deve raggiungere
esclusivamente una comprensione cognitiva, bensì si deve ottenere
un cambiamento. Certamente, come loro ben chiariscono, è il paziente
a stabilire all’interno di ciascun percorso terapeutico quali siano gli
obiettivi specifici e i miglioramenti che si intendono raggiungere.
Come io semplifico ai miei pazienti, dicendo: È possibile cambiare, ma
non è possibile farlo senza cambiare nulla; la psicoterapia è senz’altro
d’aiuto, ma non ha nulla a che vedere con pretese miracolistiche o
logiche di delega al terapeuta, laddove il paziente si trovasse in
un’impasse tra scelte difficili.
In particolare, come è giusto, gli autori si soffermano a descrivere
il loro modello di lavoro, ovvero l’approccio narrativo sistemicorelazionale.
Chi conosce il loro metodo sa bene quanta attenzione sia
riposta nell’importanza della ri-narrazione della propria storia
personale e familiare che un buon percorso clinico dovrebbe
consentire. Una storia alternativa può essere estremamente utile, non
solo per rileggere il proprio passato ma soprattutto per poter
costruire un futuro diverso e più desiderabile dal paziente. In tale
ottica, uno degli strumenti personali più importanti del terapeuta è
quello di riuscire ad avere una visione positiva ed ottimistica del
paziente, anche laddove lo stesso non riesce ad avere fiducia in sé
stesso né ad individuare possibili vie d’uscite alla propria situazione.
Il gruppo di Prato è sempre stato molto attento alle innovazioni
tecnologiche (vedi i precedenti lavori dedicati alla psicoterapia via
web) è stavolta ho trovato particolarmente illuminante il capitolo
dedicato all’Intelligenza Artificiale e a chi la usa per scopi terapeutici.
Sembrerebbe che sia apprezzata dagli utenti perché dà ad essi sempre
ragione. Ma, fanno notare gli autori, questo è davvero un pregio?
Sicuramente no, se ci si mette nell’ottica della promozione di un
cambiamento (Ed ecco la coerenza logica di Manfrida e co.). Il
sostegno, infatti, è sicuramente importante e sentirsi apprezzati e
69
Frattali n.11, novembre 2025
incoraggiati può migliorare l’autostima. Ma occorre anche il pensiero
critico per produrre una modifica e quindi diventa particolarmente
utile ascoltare un punto di vista diverso dal proprio. Non è il sostegno
acritico ma la dimensione dialogica della terapia a provocare il
cambiamento, attraverso un processo relazionale finalizzato alla
creazione di una nuova realtà. Se volete, possiamo dire che sin dalla
notte dei tempi ai bambini sono serviti due genitori per crescere e due
funzioni fondamentali: quella emotiva (sentirsi amato e apprezzato)
e quella normativa (apprendere regole sociali). Ecco, un buon
terapeuta deve possedere entrambe queste funzioni, senza limitarsi
ad un ruolo di motivatore e incoraggiatore.
Infine, ultima annotazione: il libro è autoprodotto e probabilmente
anche questo dettaglio rivela il gusto alla sfida che contraddistingue
il coraggioso gruppo di Prato.
Come è ben noto a chi frequenta il mondo sistemico relazionale e
l’ambito psicologico in generale, Manfrida e il suo gruppo vantano
numerose pubblicazioni che hanno ricevuto ampio consenso di critica
e lettori, oltre ad una instancabile attività di promozione delle società
scientifiche. Manfrida è stato fondatore e presidente della Società
Italiana di Psicologia e Psicoterapia Relazionale (SIPPR), di cui oggi è
presidente Daniela Tortorelli, altra coautrice del volume. L’ultimo suo
impegno è l’aver dato vita alla Consulta delle Scuole Italiane di
Psicoterapia Relazionale Sistemica, di cui è il primo presidente.
70
Frattali n.11, novembre 2025
Cohn Ruth
TRATTAMENTO DEL TRAUMA DA
TRASCURATEZZA INFANTILE BASATO SULLA
TEORIA DELL’ATTACCAMENTO.
Raffaello Cortina Editore, Milano, 2025 pp. 272
Matteo Selvini e Marta Villa 2
La nostra associazione TES Trauma e sistemi ha dedicato il 2024 ed
il 2025 ad un approfondimento sul tema della trascuratezza,
approfondito e indagato grazie a un caso di trascuratezza portato da
Valeria Botticini al convegno “Prospettive sistemiche nella terapia dei
traumi” organizzato con il Centro Milanese il 24 Maggio 2025.
Questo libro è stato uno dei testi di riferimento del dibattito, grazie
alla lettura in inglese di alcuni soci; il libro è poi uscito in italiano nei
primi mesi del 2025. Si tratta di un libro importante anche perché su
questo tema la letteratura è scarsa.
L’autrice fa parte della generazione dei Cirillo, delle Barrett e
degli Schwartz, giovani psicologi che negli anni ottanta si sono
trovati a lavorare nel campo pressoché inesplorato del
maltrattamento e dell’abuso sessuale, nelle
aree psicoterapeuticamente più evolute del mondo, per Cohn quella
della Bay Area di San Francisco, forse quella a più alto tasso di
psicoterapie ortodosse e creative, che l’autrice ha ampiamente
esplorato e frequentato. La sua formazione è psicoanalitica, ma
dentro quel filone vivificato dalla teoria dell’attaccamento, che ha
saputo flessibilizzare le rigidità ortodosse delle chiese psicoanalitiche
storiche. Infatti successivamente ha militato nel movimento post
traumatico (trauma-informed) con le tante formazioni “a pacchetto”
che continuano a caratterizzare la nostra epoca
(EMDR, sensomotoria, neuro feedback, ecc.).
La Cohn si definisce una reduce della guerra degli anni novanta
(pag. 36) quando il movimento dei falsi ricordi ha pesantemente
2
Psicologo e psicoterapeuta, co-responsabile della Scuola di psicoterapia Mara Selvini
Palazzoli
Psicologa e Psicoterapeuta, socia fondatrice e membro del direttivo dell'Associazione
Trauma e Sistemi
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Frattali n.11, novembre 2025
attaccato la psicoterapia accusandola di “impiantare” memorie
traumatiche nella mente dei pazienti con tecniche manipolatorie e
suggestive. In Italia questa battaglia tutta giudiziaria, in difesa degli
abusanti, è arrivata molto più tardi, con il caso Foti-
Bibbiano, recentemente concluso con una totale vittoria giudiziaria,
che però non sana le ferite che hanno “avvelenato” i servizi di
protezione dell’infanzia.
L’autrice si schiera con efficacia nel movimento scientifico per il
riconoscimento della diagnosi di disturbo traumatico dello
sviluppo, dentro la psicoterapia/psichiatria post traumatica di
Van der Kolk (2014) e quindi contro la psichiatria accademica
tradizionale dei Paris (2023) portabandiera dell’innatismo genetico.
Il libro è scritto in modo gradevole e non accademico, privo di
autocelebrazione; si parla apertamente dei tanti fallimenti che
inevitabilmente costellano la vita di ogni psicoterapeuta. Colpisce
come l’autosvelamento sia diventato uno standard abituale della
saggistica scientifica più recente, gli autori si presentano come
portatori dei disturbi di cui stanno parlando: lo abbiamo trovato nei
traumi transgenerazionali della Atlas (2022) cioè nei figli/nipoti
dell’Olocausto, come la stessa Cohn, e anche come Gabor Matè
(1999) che però ci svela anche la diagnosi di ADHD sua e dei suoi
figli. Scrive la collega californiana: “sebbene la mia storia di “T
grandi” fosse innegabile, le ferite del neglect rimanevano invisibili e
misteriose […] Mia madre cresciuta da bambinaie in una famiglia
fredda e priva di emozioni della Germania del Nord, vide l’ordine
perfetto di casa sua violentemente sconvolto dall’irruzione dei soldati
nazisti. […] Io sono nata nel 1955 e a quel tempo lei aveva già una
bambina, mia sorella maggiore, e al compimento del mio secondo anno
stava per dare alla luce la terza figlia. Il suo trauma non solo non era
stato curato ma era anche molto recente. E non venne curato
mai.” (pag. 23) E ancora “Mio padre era gravemente traumatizzato
ma anche molto motivato […] Iniziò a fare di tutto per lasciarsi il
passato alle spalle e per crearsi una vita nuova. Non c’era tempo, non
c’era spazio per le emozioni. […] Ricordo di aver sempre pensato che
i miei genitori soffrissero terribilmente e che io non avessi alcun
diritto di esistere se non con lo scopo, forse,di trovare un modo per
aiutarli.” (pag.24)
È molto chiaro come questa attitudine a lavorare sulla persona del
terapeuta, la settima porta, sia grandemente sostenuta ed incarnata
da questi autori. Ed infatti la Cohn parte proprio dalle emozioni
suscitate in lei da questi pazienti: la fatica di non essere mai guardati
negli occhi, la noia prodotta dalla difficoltà a parlare e raccontare di
se, pochi ricordi, “solitudine e minima verbalizzazione […] lo statobase
(default) è quello di parlare poco, senza rendersi conto che è
poco” (pag 97), “Ma non mi è successo niente!” (Cap. 4), il loro essere
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Frattali n.11, novembre 2025
profondamente autarchici, imparando a cavarsela da soli (ci parla di
tanti maratoneti), contemporaneamente sono capaci di entrare in
relazione essendo molto servizievoli (tantissimi datori di cure) ed
accondiscendenti. L’idealizzazione è il fenomeno abituale: “Ciò
che può rendere difficili questi pazienti è la loro solida compassione e
devozione nei confronti del genitore o dei genitori
trascuranti” (pag. 25).
Colpiscono alcune omissioni, soprattutto la mancata citazione
della Lyons-Ruth e delle sue ricerche longitudinali sul trauma latente
provocato da datori di cura passivi/impotenti. Nella stessa direzione
interroga il parlare di disorganizzazione ma non di riorganizzazioni;
in realtà parla tantissimo di autarchia, inversione dei ruoli, di
sottomissione, risultando un limite teorico non trascurabile. Altra
mancata citazione è quella della Herman in particolare
relativamente al tema della neurobiologia e psico-educazione, a più
riprese trattato dalla Cohn, sostenendo sostanzialmente quello che
veniva scritto in “Guarire dal Trauma” (1992) rispetto all’insegnare
ai sopravvissuti a comprendere cosa accade affinché nella testa del
paziente ci siano le stesse cose presenti nella testa del terapeuta,
pensando che fosse utile a costruire una relazione equilibrata ed
allineata con il paziente, normalizzando sintomi che può sentire come
svilenti e attivando al contempo la curiosità.
La Conh ci parla di come la trascuratezza sia il risultato di un
genitore narcisista (o due). Sono tanti i figli di genitori
narcisisti, persone troppo concentrate su se stesse che non li hanno
visti, portando poi al classico transfert di sentirsi
ignorati, abbandonati e non ascoltati (pag. 75). La ferita profonda li
porta sulla strada del perfezionismo, dell’accumulo di risultati, al
mettersi tutta la vita a servizio degli altri, a volte diventano loro stessi
grandiosi (pag. 73). Il narcisismo genitoriale può non essere
immediatamente visibile né per il paziente né per il terapeuta; il
genitore, infatti, potrebbe essere stato così invadente da non rendersi
conto della sua sostanziale assenza nei confronti del figlio. Questa è
una dinamica che può venire a galla nella relazione terapeutica,
grazie a pazienza, ascolto e attenzione.
L’autrice resta molto legata al linguaggio psicoanalitico, soprattutto
al concetto di identificazione proiettiva di cui ci fornisce una
chiarissima esemplificazione clinica(pag.78), differenziandosi da
tanti testi psicoanalitici. Il trascurato è muto, non ha pensiero, non ha
narrativa, non può raccontare al terapeuta i suoi sentimenti e allora
ce li fa provare: quel bambino abbandonato si è annoiato tantissimo e
non è stato mai guardato e allora ci farà annoiare e non ci guarderà
negli occhi. Cohn ne parla come di una diagnosi clinica e di una
intenzionalità comunicativa inconscia del paziente. Pensiamo si tratti
solo di una metafora e di un paradosso nel paradosso perché l’autrice
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Frattali n.11, novembre 2025
critica molto l’uso clinico della metafora come confondente: “La
metafora è ottima per la poesia, ma non per la comunicazione
all’interno delle relazioni” (pag. 124). Qui forse emerge il limite di non
pensare al paziente in termini di parti del sé, anche attraverso le
cinque riorganizzazioni; infatti il paziente trascurato avrà
sicuramente dentro una parte identificata con il trascurante (vedi la
citata idealizzazione) e quindi in certi momenti tratterà figli, partner
e terapeuta come è stato trattato, cioè ignorato e quindi certamente
gli fa provare quello che lui ha provato. Non c’è però in
questo una intenzionalità inconscia, ma un accadere nel manifestarsi
auto protettivo di una parte del sé. La Cohn opera uno spostamento
verso l’intenzionalità del paziente che ricorda i paradossi, il dono
d’amore di L.S. Benjamin.
Cohn è davvero lontana dalla identità sistemica, nemmeno un
accenno in tutto il libro alla possibilità che i familiari possano fare
qualcosa di riparativo. Racconta un caso dove ha convocato i genitori
esclusivamente come testimoni della storia (“queste informazioni
erano infinitamente utili per me, nel mio lavoro di raccolta dati”, pag.
208), senza funzioni altre. Inoltre disinveste sul lavoro d’equipe,
cita più volte l’importanza di una costante supervisione ma dimentica
la dimensione della co-terapia, questo per quanto riguarda anche le
coppie, arrivando poi a tematizzare il “problema dei tre” a cui dedica
un paragrafo (pag. 76-79).
La Cohn ci racconta di avere incontrato tanti trascurati nelle sue
terapie di coppia (si è formata anche come sessuologa), tipicamente
come accompagnatori sani di partner palesemente traumatizzati,
vivere per l’altro li fa sentire a proprio agio “senza colpa”. La terapia
di coppia può esser un buon setting per lavorare con la
trascuratezza (Solo in un minor numero di casi la terapia di coppia è
controindicata se non preceduta da un lavoro individuale sul neglect,
pag.79). Il terapista può assumere un ruolo positivo e protettivo
di datore di cure e osservare le interazioni legate all’ attaccamento e
i pattern familiari da fuori, in quanto la relazione intima è un luogo
privilegiato di osservazione. I setting di coppia possono essere molto
delicati, spetto sono teatro di gelosie e comportamenti legati alla
carenza e al neglect, viene bene approfondito e tematizzato anche
nei setting di coppia il tema del disequilibrio tra il dare e il ricevere
che può rendere questi pazienti molto risentiti, arrabbiati e esigenti
(Cap.7 “La regolazione del dare: del risentimento alla reciprocità”).
Nel Cap 6 “Sessualità: dipanare il dilemma del bisogno”, Cohn ci
racconta di come “le prime volte che iniziai a notare il neclect fu
prevalentemente in contesti di terapia sessuale. […] Un aspetto unico
della sessualità è l’interazione simultanea tra arousal, o eccitazione,
e calma, tra stimolazione e tranquillità, tra sistema simpatico e
parasimpatico. […] E’ necessaria una estrema e delicata
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Frattali n.11, novembre 2025
autoregolazione per mantenere in equilibrio questi flussi di energia
apparentemente contradditori. Nei figli del neglect le difficoltà legate
alle relazioni, all’autoregolazione e ai bisogni convergono tutte
insieme” (pag. 132) Le funzioni di regolazione, attaccamento ed
esperienza somatica sono tutte le maggiori aree di vulnerabilità
colpite dal neglect e sono implicate anche nella
sessualità. La Conh suggerisce di dedicare diversi colloqui alla vita
sessuale di questi pazienti che possono rifugiarsi spesso nella
masturbazione e nella pornografia, che non implicano la
relazione: “sono persone capaci di gestire le relazioni quando
sono distanti, scollegate, prive di emozioni, intimità, impegno
e trasparenza. Questo coincide con un’incapacità di gestire
l’interazione tra eccitazione e calma” (pag.143), Conh ipotizza che la
sessualità compulsiva sia un modo altro per “comunicare la storia
inconscia di un desiderio intenso e senza soddisfazione e il facsimile
dell’esperienza di essere momentaneamente desiderati” (pag. 144).
La vergogna è un tema emotivo centrale a cui l’autrice dedica un
capitolo (Cap. 8), parla della mancanza del contatto oculare, chi non
è stato guardato è spaventato, e non riesce a guardare; ipersensibilità
a ciò che si percepisce come critica e traduzione della stessa come
rifiuto; tendenza all’isolamento; organizzazione corporea di collasso e
ritiro (spesso sono pazienti ipoattivati in termini di finestra di
tolleranza); modo per proteggersi/difendersi da un impulso ad
attaccare o incolpare il genitore.
Nel dibattito delle Assemblee di TES ha trovato conferma
l’osservazione di aver incontrato tanti trascurati con sintomi come
dipendenze, depressione, BED. Non moltissimi i trascurati
“puri” senza traumi evidenti (“non è successo nulla”), molto più
comuni invece i trascurati che chiamiamo “piove sul bagnato” che
hanno sofferto di successive palesi esperienze sfavorevoli, favorite ed
accentuate da questa loro vulnerabilità. Abbiamo condiviso con la
Cohn il fatto che la trascuratezza sia uno di quei territori dove la
psicoterapia, con la presenza, sia ripartiva in se stessa, se
caratterizzata da un lungo interesse premuroso del terapeuta o come
dice Cohn “la presenza indiscutibile e costante del terapeuta è il più
prezioso dei doni”
Atlas G. (2022) L’eredità emotiva, tr. it. Cortina, 2022.
Herman J. (1992) Guarire dal trauma, tr. it. Magi, 2005.
Matè G. (1999) Una mente in frammenti, tr. it. Astrolabio, 2024.
Paris J. (2023) I miti del trauma, tr. it. Cortina, 2024.
Van der Kolk B. (2014) Il corpo accusa il colpo, tr. it. Cortina, 2015.
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Frattali n.11, novembre 2025
Alcide Pierantozzi
LO SBILICO.
Einaudi, 2025 pp. 240
Liliana Redaelli 3
“Mi chiamo Alcide Pierantozzi e sono un paziente lucido, vigile,
collaborativo dall’eloquio fluido. La mia ultima cartella clinica dice
che ho una mimica facciale mobile, modulabile, che sorrido solo a
tratti, congruamente ai contenuti espressi, e che sono orientato nei
quattro domini”
Pierantozzi da anni vive “lo sbilico e nello sbilico delle cose”, là dove
le cose vanno storte, dove si perde il proprio equilibrio, là dove la cura
riesce solo a contenere, trattenere e accompagnare la sofferenza
psichiatrica. Il racconto frammentato delle sedute, delle diagnosi, del
rapporto con i farmaci, con le droghe, con le proprie percezioni, con i
ricordi, con i familiari e con gli altri, prende il sopravvento
scompaginando la struttura narrativa classica del romanzo.
L’autore mostra l’esperienza psichiatrica da dentro.
“Vedersi impazzire è sentirsi tremare le gambe a furia di
rimuginarci sopra, e io le ho sentite. Vedersi impazzire è sovrapporsi
ad altri corpi, ad altre personalità, è cercare di ingannarsi da soli sulla
consistenza di una paranoia. Vedersi impazzire è fare buon viso ai
pensieri peggiori prima di crollare del tutto, è inventarsi sentieri
sempre diversi per dare un giro di volta alle cose, è ripercorrere
costantemente lo scritto e il cancellato della memoria. Vedersi
impazzire è fare a botte con la luce, orientarla nei punti giusti del
corpo, evitare che si sbrindelli tra le ombre”.
La scrittura per Pierantozzi non è cura, ma ossessione. Il tormento
con cui Pierantozzi insegue le parole affonda le radici nel suo disturbo
autistico.
“Secondo gli psichiatri non dovrei dare così tanta importanza alle
parole. Però è proprio con queste che i medici si salvaguardano dalla
3
Psicologa e Psicoterapeuta, didatta della scuola Mara Selvini Palazzoli
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Frattali n.11, novembre 2025
responsabilità, certe cose devono dirmele per forza con le parole: e
che siano tecniche, specialistiche, altrimenti li incolperei di non
essere stati chiari”.
Ma le parole servono anche per dare ordine al disordine interiore
dell’autore.
“Le parole, per i matti, sono feconde. Io ne conosco tantissime,
perché sono l’unico strumento che mi consente una ricostruzione
degli eventi fededegna. Sono sempre in cerca di parole assolute, che
mettono il guinzaglio ai pensieri, che facciano un po’ d’ordine nella
scompagine che ho in testa Ogni giorno le cerco nei dizionari, nei libri
antichi, nelle traduzioni, e ne faccio dispensa”
Colpisce in questo libro come la sofferenza sia incarnata.
“Sono il prodotto fisico di una sofferenza più forte della mia. Una
sofferenza così intensa da essersi attuata, o forse suicidata, nella mia
carne”.
Nella fenomenologia, la sofferenza psicopatologica non è il vissuto
del dolore, ma l’esperienza dell’assenza: una desensibilizzazione o
anestesia al confine di contatto che impedisce la piena presenza
(Francesetti). In questo libro l’autore condivide con il lettore le
numerose esperienze di assenza da lui vissute, selezionando e
mostrando ciò che può essere accaduto, e accade, anche ad altri che
non riescono a guarire ma che cercano di andare avanti cercando di
non esplodere. Vi è, quindi, il precoce lutto di un fratello e
l’impossibilità della madre di esserci per il figlio in vita, la
disattenzione della scuola che si trasforma in amplificatore di disagio,
la mancata diagnosi di autismo, la solitudine relazionale e
sentimentale, la freddezza estraniante di alcuni psichiatri, il rifiuto
distanziante degli estranei.
Lo Sbilico è un libro intenso, forte, a volte troppo, che lascia in chi
legge l’angoscia dell’andare fuori asse perché, come dice Pierantozzi
“Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma
anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in
discussione ai loro occhi”.
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IN
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