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GP Magazine gennaio 2026

Rivista digitale di spettacolo, musica, arte, cultura, benessere & lifestyle

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Copia omaggio

1/26

Anno 27 - Numero 293

www.gpmagazine.eu

GAIA

ZUCCHI

QUANDO

LA MEMORIA

DIVENTA

SPETTACOLO

© Foto: Daniele Pedone

Styling: Ilaria Ceccotti

Make up & hair: Cristiana Ceccarelli

Gioielli: Cristina Monetti/Cristallo Gioielli

Outfit: Aboutalisa




EDITORIALE

by Alessandro Cerreoni

LA MAGIA

ANNO 27 - Numero 293

GENNAIO 2026

Autorizzazione del Tribunale di Roma

n. 421/2000 del 6/10/2000

DIRETTORE EDITORIALE

E RESPONSABILE

Alessandro Cerreoni

a.cerreoni@gpmagazine.it

REDAZIONE

Info. 327 1757148

redazione@gpmagazine.it

IMPAGINAZIONE E GRAFICA

GP Spot

HANNO COLLABORATO

Lisa Bernardini, Eleonora Cecere,

Mariagrazia Cucchi,

Mirella Dosi, Rosa Gargiulo,

Francesca Ghezzani,

Silvia Giansanti, Marisa Iacopino,

Marialuisa Roscino, Roberto Ruggiero

Donatella Zaccagnini Romito

SPECIAL THANKS

Ai nostri inserzionisti, Antonio Desiderio,

Dottor Antonio Gorini

EDITORE

Punto a Capo Srl

PUBBLICITA’

Info spazi e costi: 327 1756829

redazione@gpmagazine.it

Claudio Testi - c.testi@gpmagazine.it

Chiuso in redazione il 17/01/2026

Contatti online: 10.000 giornalieri

attraverso sito, web, social e App

Sito: www.gpmagazine.eu

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DELLE WEB E DIGITAL RADIO

In un mondo che corre alla velocità di un clic, le esperienze dal vivo continuano

a sorprenderci per la loro capacità di creare legami reali. Festival musicali, rassegne

artistiche, eventi creativi diventano molto più di appuntamenti da segnare

sul calendario: sono microcosmi culturali in cui lingue, tradizioni e modi di raccontare

il mondo si intrecciano. Dalla scena elettronica di Berlino ai grandi

raduni folk del Sud America, dai festival di cinema in Asia agli incontri teatrali

in Europa, ogni evento genera contaminazioni, scambi di idee e nuove narrazioni

collettive. Chi viaggia oggi non vuole più limitarsi a osservare: desidera vivere

la cultura dei luoghi in prima persona, partecipando, respirando e sentendo l’atmosfera

con tutti i sensi.

Eppure, non tutti possono essere fisicamente presenti. È qui che entra in gioco

la magia delle web radio. Questi canali digitali non si limitano a trasmettere

musica o notizie: raccontano storie, catturano emozioni, trasformano ogni festival,

concerto o dibattito in un’esperienza accessibile ovunque. Una diretta

da Johannesburg, un’intervista con un artista a Tokyo, il suono di una piazza

in festa a Lisbona: tutto questo può arrivare nelle cuffie di un ascoltatore a migliaia

di chilometri di distanza. Le web radio diventano così dei veri e propri

ponti invisibili, in grado di collegare culture, comunità e persone separate da

oceani e continenti.

La forza delle web radio sta nella loro capacità di far vivere l’evento in prima

persona, pur stando a casa. Streaming, podcast, collaborazioni tra network internazionali

moltiplicano i punti di vista e trasformano la cultura in un flusso globale.

Ogni trasmissione diventa un piccolo laboratorio di scoperta: tra

performance registrate, interviste, racconti dal backstage, l’ascoltatore acquisisce

una sorta di “passaporto culturale” digitale, capace di arricchire il proprio

bagaglio emotivo e intellettuale.

In questo senso, la radio diventa un compagno di viaggio ideale, una guida che

accompagna l’esploratore curioso in un mondo in continua evoluzione. Ci ricorda

che la cultura non è solo un insieme di eventi isolati, ma un tessuto connettivo

che unisce le persone, genera dialogo e crea ponti tra realtà differenti. E forse,

il vero superpotere della cultura – amplificato dalle web radio – è proprio questo:

non solo raccontare storie, ma trasformarle in esperienze condivise, capaci di

attraversare confini, moltiplicare incontri e rendere il mondo un po’ più vicino.

In un’epoca in cui siamo sempre in movimento, fisicamente o digitalmente, le

web radio ci insegnano che ogni nota, ogni voce e ogni festival è un invito a

scoprire ciò che ci unisce, a vivere la cultura come esperienza collettiva, e a

capire che la vera connessione non conosce limiti.

CONDIZIONI - Nessuna parte di GP Magazine può essere riprodotta. GP Magazine è un

mensile a distribuzione gratuita a servizio dei lettori. Salvo accordi scritti, le collaborazioni

sono da intendersi a titolo gratuito; articoli e interviste sono realizzati in maniera autonoma

dai collaboratori che ne chiedono la pubblicazione senza nulla pretendere in cambio e assumendosi

ogni responsabilità riguardo i contenuti. I banner pubblicitari da noi realizzati sono

di nostra proprietà e qualsiasi utilizzo al di fuori di GP Magazine deve essere da noi autorizzato

dietro esplicita richiesta scritta


Sommario

6

EVENTO DEL MESE

PREMIO NOTE E PAROLE

10

GAIA ZUCCHI

10

22

18

DOTTOR ANTONIO GORINI

L’AGOPUNTURA

22

LUISA M. OLIVA

24

GIOVANNI CONTI

34

26

CUORI & PALCOSCENICO

ELEONORA CECERE

41

36

34

MURIEL NAPOLI

36

GIORGIA BAZZANTI

41

EMANUEL CERUTI

44

STORIE DI RADIO

ANNIBALE GRASSO

46

44

46

COSE BELLE

JALISSE

3




L’EVENTO DEL MESE

PREMIO NOTE E PAROLE

TRA MUSICA, SCRITTURA E IMMAGINI: DONATELLA

ZACCAGNINI ROMITO CONQUISTA IL CAMPIDOGLIO

6

Nella suggestiva cornice della Sala Laudato Si’ del Campidoglio, luogo simbolo di memoria e visione, Donatella

Zaccagnini Romito è stata premiata nell’ambito dell’edizione 2025 del Premio “Note e Parole – l’incontro tra

musica, scrittura e immagini”. L’evento ha rappresentato molto più di una semplice cerimonia: un vero e

proprio viaggio tra linguaggi artistici, emozioni condivise e prospettive creative, capace di unire pubblico e

artisti in un unico racconto culturale.

Durante la serata, Donatella Zaccagnini Romito si è distinta per il suo contributo sensibile e autentico al panorama

creativo italiano grazie al libro “Segreti di una Escort di classe – 96.99.92 una battaglia per la libertà”

(De Nigris Editori), opera capace di coniugare profondità espressiva, visione e coerenza artistica. Il premio ha

riconosciuto il valore del suo percorso, la qualità del lavoro e l’impegno nel dare voce a contenuti in grado

di emozionare e stimolare la riflessione.

Un progetto nato dalla visione di creativi e istituzioni

Il Premio nasce da un’idea di Alessandro Scarnecchia, direttore di TerzaPaginaMagazine, e di Emilio Capoano,

avvocato e responsabile di redazione. Insieme hanno trasformato un’intuizione in un appuntamento culturale


7


L’EVENTO DEL MESE

Riconoscimenti speciali: memoria, gusto e stile

Tra i momenti più toccanti della serata, hanno trovato

spazio le menzioni speciali. La prima è stata dedicata

alla memoria di Angelo Longoni, regista, sceneggiatore,

drammaturgo e scrittore italiano. La seconda è

stata conferita alla chef e scrittrice Federica Pucciariello,

il cui talento e la cui passione hanno arricchito

l’evento con esperienze sensoriali e narrative autentiche.

Infine, un omaggio è stato riservato alla stilista

Silvia Nobili, ricordata per la sua arte e il suo stile,

capaci di lasciare un’impronta indelebile nel mondo

della moda.

L’evento si è confermato così come un momento di

autentica fusione tra arti, storie personali e talenti

emergenti, consacrando Donatella Zaccagnini Romito

come una delle voci più influenti e innovative del panorama

nazionale e il Premio “Note e Parole” come

punto di riferimento per la cultura contemporanea di

Roma Capitale.

© Foto Carlo Alberto Tracci

8

capace di connettere mondi diversi sotto un’unica

luce. Fondamentale il supporto istituzionale di Svetlana

Celli, Presidente dell’Assemblea Capitolina, che con la

sua sensibilità ha permesso di portare la voce dei

creativi nel cuore della Capitale. A guidare il pubblico

in questa immersione artistica è stata l’attrice Marilina

Succo.

Sul palco, i protagonisti del panorama culturale

italiano

La serata ha visto alternarsi sul palco numerosi artisti

e creativi che contribuiscono a rinnovare il panorama

culturale italiano. Oltre a Donatella Zaccagnini Romito,

hanno partecipato Nadia Rinaldi, Eleonora Ivone, Nicola

Ferrari, Piji, Annalisa Favetti, Moà, Angelo Maietta,

Mirko Alivernini, Gianfranco Sciscione, Gaia Gentile,

Marco Bruschini, Lorella Di Biase, Silvia Frangipane,

Eugenio Picchiani, Luana Bongiorno, Alessandro Marucci,

Roberto Fia, Anna Fraioli, Dalia Buccianti, Tonino

Tosto, Claudio Simonetti, Gianni Salamone, Donatella

Moretti, Sara Berni, Tommaso Agnese e Nicola Ferrari.



COVER STORY

by Silvia Giansanti

10

GAIA ZUCCHI

QUANDO LA MEMORIA

DIVENTA SPETTACOLO

La bravissima attrice e scrittrice

sta portando a teatro il

suo best seller “La vicina di

Zeffirelli”, che presto diventerà

anche un film. In cantiere c'è

la preparazione del secondo

libro “La vicina di Gina”

E' nata in una famiglia che

amava pazzamente gli animali,

tanto da recuperarli in strada

per dare loro una seconda

possibilità. Ricordi che si posano

quando abitava sull'Appia

Antica ed era la vicina di casa

di Franco Zeffirelli. Ecco da

dove ha preso spunto il suo

best seller. Adora la bella

gente, il buon cibo, è piena di vita e di progetti che porta avanti sempre con successo. Ma alcune volte non

disdegna la solitudine davanti ad un film interessante. Gaia Zucchi è una valida attrice e scrittrice che alcuni

la vedono somigliare a Ornella Muti o ad Anna Falchi. Come dice lei “Basta che siano donne bellissime”.

Dietro al suo successo, c’è sempre stato un grande lavoro. La sua insegnante è stata Goliarda Sapienza, siciliana,

scomparsa a Gaeta, cadendo dalle scale.

Gaia, facendo passi indietro, come sei nata artisticamente?

“Sono nata giovanissima e mi sono ritrovata a fare a tredici anni, dopo essere stata fermata e ingaggiata per

strada, con le campagne pubblicitarie del tonno Rio Mare, del Cornetto Algida e del Charro. Sono poi passata

a fare i fotoromanzi della Lancio e per Cioè. Sentivo però la necessità di studiare, visto che sono molto puntigliosa,

frequentando il Centro Sperimentale di Cinematografia. Un bel colpo! Ho fatto esperienze nel cinema

e nel teatro. Da lì sono uscita con Attilio Corsini e sono andata direttamente al Teatro Vittoria con cui ho

collaborato per quindici anni. Nel frattempo ho avuto l'occasione di partecipare in diverse serie televisive come

'Carabinieri', 'La Squadra' e altri, per arrivare a girare un film con Tinto Brass”.

Una carriera inarrestabile.

“Non proprio, perché ad un certo punto ho sentito il bisogno da donna di concepire un figlio e quindi ho

staccato un po'. La mia carriera è stata invece sempre frastagliata per dedicarmi alla mia famiglia, specie con

la nascita della seconda. Quindi c'è stato un buco di quattordici anni in cui mi sono dedicata prettamente

alla famiglia. Dopo la morte della mia mamma, ho deciso di ritornare scrivendo il libro 'La vicina di Zeffirelli',

che è diventando addirittura un best seller. Mi sono completata così tra scrittura, cinema, teatro e tv”.

L'esperienza lavorativa più emozionante della tua vita.


© Foto: Daniele Pedone

Styling: Ilaria Ceccotti

Make up & hair: Cristiana Ceccarelli

Gioielli: Cristina Monetti/Cristallo Gioielli

Outfit: Aboutalisa

11


COVER STORY

“La prima volta in cui approdai in teatro e vidi tutta quella gente che rideva e mi applaudiva. Svenni addirittura

al Vittoria per la grande emozione”.

Un ricordo di Tinto Brass, visto che ultimamente ha avuto dei seri problemi legati alla salute.

“Forse è stato l'unico regista che non ci ha mai provato, pensa! Ho il ricordo di un uomo rispettoso e galante.

Un vero cultore del cinema e una persona solare e allegra”.

Ti aspettavi il successo ottenuto con il tuo libro “La vicina di Zeffirelli”?

“Ce l'ho messa veramente tutta ed essendo dedicato a mia mamma, mi sentivo che sarebbe divenuto un best

seller. Lo spirito guida di mamma mi ha aiutata a rialzarmi dopo la sua scomparsa e dopo una separazione”.

Come hai trattato in questo libro la sua figura di Zeffirelli?

“Come un amico, dal lato umano. Ho raccontato episodi umani appunto riguardo al suo immenso amore per

gli animali. Non potrò mai dimenticare che apparecchiava un tavolo tutto per i suoi cagnolini, facendo prima

mangiare loro. Ho raccontato dei nostri Natali insieme, delle frittelle cucinate e della copertina che gli mettevo

quando si addormentava. Tutte cose semplici della vita, anche se è stato un grande maestro che tutti guardavano

sotto un altro aspetto”.

Hai un mito?

“Certamente, più di uno. Meryl Streep e Barbra Streisand, pur non avendo il mito di nessuno. Ammiro alcuni

personaggi, ma li considero alla stregua delle persone comuni”.

Con chi hai il desiderio di lavorare?

“Posso stilare una lista infinita di registi ed attori. Sogno di fare un film di Woody Allen. Se potessi affiancare

Meryl Streep, sarebbe il massimo. Punto sempre in alto”.

Com'è il tuo rapporto con le donne?

“Credo che quando le donne si mostrano unite, possono generare immensi cambiamenti. Hanno una marcia

in più rispetto agli uomini. Ci sono però molte donne che soffrono d'invidia, per fortuna è un sentimento che

non mi appartiene. Se vedo una donna bella e brava, la riempio di complimenti. Cerco di imparare e prendere

da lei qualcosa di positivo. L'unione fa la forza, no? Sono carina con le donne, non sempre trovo lo stesso

affetto, ma quando c'è, si crea una bellissima sinergia che può spostare le montagne”.

Il segreto della tua bellezza.

“Nulla di artificiale, mi piace la cura presso il centro estetico, ma sono per accettare i cambiamenti del proprio

corpo. Non ho fatto nulla a livello chirurgico. Prima postavo su Playboy e adesso mi copro. Sono pazza delle

creme e dei sieri ma non del botox e del lifting. A volte non riconosco le mie coetanee. Sono tutte mostruosamente

uguali”.

Parliamo dei tuoi prossimi impegni.

“Ho avuto l'occasione il 18 dicembre scorso di fare una serata evento, trasformandola in una forma di condivisione

dell'arte, della memoria e della cultura. Dalla vicina di Zeffirelli, alle vicine di Zeffirelli, portando dieci

attrici a teatro come la Boccoli, la Cifoli, la Cadeo e altre. E' venuto fuori qualcosa di particolare. Mi sono

detta tempo fa, scrivo questo libro, lo porto a teatro, faccio un film e una serie televisiva. Mio figlio mi

consiglia un bravo psicologo, ma piano piano si sta avverando tutto... Pensa che sto scrivendo il mio secondo

libro che s'intitolerà 'La vicina di Gina', riferito alla grande Lollobrigida. Ebbene sì, ho abitato anche vicino a

lei. Ho in mente di fare un giallo per stupire tutti i miei lettori. Riassumendo, nel 2026 è prevista la sceneggiatura

del film, le relative riprese e contemporaneamente il tour teatrale del primo libro e il secondo romanzo.

Posso stare sveglia molte notti per lavorare”.

12

CHI È GAIA ZUCCHI

Gaia Zucchi è nata a Roma il 27 marzo sotto il segno dell'Ariete con ascendente Acquario. Caratterialmente

è schietta e estroversa. Simpatizza per la Lazio, ha l'hobby del cinema e del teatro. Adora mangiare

con il pesce. Al momento possiede un cane di nome Napoleone. Il 1996 è stato l'anno fortunato

della sua vita. Le piacerebbe vivere a New York. Ha due figli ed è single. Ha iniziato da giovanissima

nelle campagne pubblicitarie di famosi marchi. Ha proseguito la sua strada nei fotoromanzi. Ha studiato

presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Ha collaborato per diverso tempo con il Teatro Vittoria.

Successivamente ha girato serie televisive come “Carabinieri” e “La Squadra”. Ha girato un film

con Tinto Brass intitolato “Fermo posta”. Ha preso parte a numerosi spettacoli teatrali, tra i quali “Voglia

matta – Anni '60” di Attilio Corsini. Nel 2023 ha pubblicato un libro autobiografico “La vicina di

Zeffirelli”, divenuto un best seller che è stato portato a teatro.


© Foto: Daniele Pedone

Styling: Ilaria Ceccotti

Make up & hair: Cristiana Ceccarelli

Gioielli: Cristina Monetti/Cristallo Gioielli

Outfit: Aboutalisa

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ZOOM

by Marialuisa Roscino

Giovani e futuro

Lucattini: “Il peso dell’incertezza

la spinta della speranza”

Oggi, per un giovane, avere speranza non significa essere ingenuo, ma compiere un atto di resistenza consapevole,

continuando a sviluppare resilienza efficace, ovvero quella capacità che ci permette di affrontare, superare

e adattarci positivamente agli eventi stressanti, segnando quel passaggio fondamentale di trasformare

il trauma o la difficoltà in un vantaggio evolutivo.

In un mondo segnato da crisi climatiche, precarietà lavorativa e incertezza geopolitica, la speranza permette

di tracciare il percorso di un cammino luminoso che porta a quel “fare costruttivo”, che impariamo ad imprimere

nella nostra Vita e che suona di conseguenza, di ciò che si chiama per noi “Futuro”, quel passaggio

fondamentale, che va dalla sopravvivenza alla trasformazione. Di questo e molto altro, ne parliamo con Adelia

Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana.

Lucattini: “Seguire le proprie passioni anche se la strada sembra complessa. Ciò che entusiasma dà energia, stimola la motivazione

e diventa la base di progetti duraturi”.

14

Dottoressa Lucattini, quali sono oggi le sfide più rilevanti che i giovani si trovano ad affrontare?

“Le sfide che i giovani si trovano ad affrontare oggi sono molte e profondamente interconnesse,

tanto da creare un quadro complessivo di grande complessità e vulnerabilità. Da un lato, devono

confrontarsi con cambiamenti globali che generano insicurezza strutturale, come la crisi climatica,

l’instabilità politica e i continui mutamenti economici; dall’altro, vivono in un contesto sociale e culturale

che richiede loro rapidità di adattamento e competenze sempre nuove. La crisi climatica non

rappresenta solo un problema ecologico, ma incide anche sulle dimensioni emotive e identitarie: molti

giovani parlano di eco-ansia, di paura per il futuro e di percezione di impotenza rispetto a fenomeni

su cui sentono di avere un controllo limitato. A ciò si aggiunge l’instabilità economica, che rende difficile

immaginare un progetto di vita stabile: l’incertezza sul lavoro, la precarietà contrattuale e la difficoltà

di accesso all’autonomia abitativa contribuiscono a un senso di precarietà esistenziale diffuso.

Il rapidissimo sviluppo tecnologico, pur offrendo opportunità straordinarie, crea anche nuove forme di

pressione. I giovani si muovono in un ambiente in cui non solo devono acquisire continuamente competenze

digitali aggiornate, ma devono far fronte a una competizione percepita come costante e

spesso estenuante. La quantità di stimoli, informazioni e richieste può diventare difficilmente gestibile

e contribuire a sensazioni di sovraccarico mentale”.

In che modo, l’incertezza influisce sulla motivazione e sull’impegno dei giovani verso i propri

obiettivi?

“L’incertezza ha un impatto significativo, poiché genera un conflitto tra il desiderio di costruire un futuro

e la difficoltà di immaginarlo con chiarezza. Gli effetti possono rendere difficile pianificare a

lungo termine, portando molti giovani a sentirsi bloccati o demotivati. Quando il futuro appare nebuloso,

investire energie in obiettivi di lungo respiro può sembrare inutile o frustrante. La sensazione di

non avere controllo su ciò che accadrà può generare ansia, che a sua volta interferisce con la capacità

di concentrarsi e perseguire obiettivi con costanza. Mentre il nuovo e lo sconosciuto, a differenza

dell’incertezza rappresenta una sfida che li stimola a essere curiosi, flessibili e resilienti. Sono

stimolati dal mistero, potremo immaginare i giovani come “investigatori” alla scoperta del mondo, il


proprio mondo interno e la realtà al di fuori dell’ambiente

familiare”.

La formazione può rappresentare una leva importante

per la costruzione di piani progettuali

per il futuro e per vedute più ampie?

“Assolutamente sì. La formazione rappresenta una

delle leve più potenti per permettere ai giovani di

costruire un progetto di vita solido, flessibile e

capace di adattarsi ai cambiamenti del presente.

Non si tratta soltanto di acquisire conoscenze

tecniche, ma di sviluppare un insieme più ampio

di competenze cognitive, emotive e relazionali che

permettano ai giovani di orientarsi in un mondo

in continua trasformazione. La formazione aiuta

infatti a strutturare il pensiero critico, la capacità

di elaborare informazioni complesse, di analizzare

problemi in modo autonomo e di prendere decisioni

informate. Questi strumenti sono essenziali

per ampliare le proprie vedute e per costruire

obiettivi realistici ma ambiziosi, basati su una

comprensione profonda di sé e del contesto sociale.

Le ricerche mostrano chiaramente che un

alto livello di istruzione è associato a maggiore

resilienza, capacità di adattamento e benessere

psicologico nei giovani (Frontiers in Psychiatry,

2024)”.

Come si coltiva la speranza in un futuro che,

a volte, può sembrare incerto? Quali sono i

fattori che possono favorire lo sviluppo della

resilienza nei giovani e determinare in tal

modo, il loro benessere psicologico?

“Coltivare la speranza in un futuro instabile è una

sfida che richiede un insieme complesso di risorse

personali, familiari e sociali. La speranza

non è un sentimento spontaneo, ma una capacità

che si sviluppa nel tempo, grazie alla qualità delle

relazioni, alla possibilità di fare esperienze significative

e al sostegno emotivo ricevuto nei momenti

critici. Per i giovani, che vivono un’epoca

caratterizzata da instabilità economica, pressione

sociale e cambiamenti rapidi, la speranza diventa

una competenza psicologica fondamentale. I giovani

hanno bisogno di essere sostenuti nella costruzione

di un senso di scelta autentico: questo

significa imparare a conciliare ambizioni e desideri

con le richieste sociali, spesso eccessive o

contraddittorie, senza perdere il contatto con le

proprie inclinazioni profonde. Le ricerche dimostrano

che la resilienza si sviluppa soprattutto

quando i giovani possono contare su relazioni affettive

solide e su un ambiente che trasmette fiducia,

coerenza e prevedibilità. Inoltre, la capacità

di mantenere speranza e prospettiva è fortemente

associata al supporto sociale, all’autoefficacia e

alla percezione di significato nella propria vita

(Frontiers in Psychology, 2024). Sebbene il contesto

attuale possa sembrare imprevedibile e talvolta

persino minaccioso, è possibile alimentare

la speranza attraverso strategie mirate: sostenere

la consapevolezza emotiva, promuovere un pensiero

realistico ma positivo, aiutare i giovani a distinguere

tra ciò che è sotto il loro controllo e

ciò che non lo è. Un realismo costruttivo lontano

sia dal pessimismo paralizzante sia da aspettative

irrealistiche permette di affrontare il futuro con

maggiore lucidità e forza”.

Quali possono essere, a Suo avviso, le esperienze

positive che possono aiutare i giovani

a ritrovare la motivazione e a perseguire i

propri obiettivi?

“Le esperienze positive che sostengono la motivazione

dei giovani sono quelle che integrano tre

dimensioni fondamentali: crescita personale, interconnessioni

sociali e senso di scopo. Quando un

15


ZOOM

16

giovane si sente coinvolto

in attività che

valorizzano le sue capacità

e, allo stesso

tempo, lo mettono

alla prova in modo

costruttivo, emergono

una fiducia rinnovata,

energia emotiva e la

percezione di poter

incidere sulla propria

vita. Le ricerche mostrano

che le esperienze

che

permettono ai giovani

di sviluppare competenze,

di sentirsi efficaci

e di veder

riconosciuto il proprio

valore hanno un impatto

diretto sulla

motivazione, sull’autostima

e sulla capacità

di pensare al futuro

con maggiore ottimismo

(The Lancet Regional

Health Europe,

2025). Attività come il

volontariato, lo sport,

i laboratori artistici, i

progetti culturali, la partecipazione a gruppi giovanili

o iniziative di cittadinanza attiva offrono occasioni

preziose per sperimentare responsabilità,

creatività e appartenenza. Questi contesti forniscono

ai giovani un ambiente protetto in cui possono

prendere decisioni, confrontarsi con gli altri,

vedere i risultati del proprio impegno e generare

un senso di significato. Un’esperienza significativa,

infatti, può trasformarsi in un momento di svolta:

incoraggia a intraprendere nuovi percorsi, a superare

l’inerzia o la paura e a sviluppare una visione

più chiara del proprio cammino”.

Crede possa essere di aiuto il supporto degli

adulti nelle scelte ed eventuali difficoltà che

i ragazzi possono dovere affrontare?

“Un ruolo chiave è svolto anche dalle relazioni di

sostegno (amici, insegnanti, mentori, allenatori)

che rappresentano figure di riferimento capaci di

trasmettere fiducia, stimolare le capacità e sostenere

i giovani nelle difficoltà. La presenza di

adulti significativi, capaci di ascoltare e guidare

senza giudicare, rappresenta uno dei produttori

principali del benessere psicologico e della resilienza

(Frontiers in Psychology, 2024). Le esperienze

positive offrono inoltre una soddisfazione

immediata che può contrastare la tendenza alla

demotivazione. Quando i giovani riescono a ottenere

risultati, anche piccoli, sperimentano una

forma di autoefficacia

che li accompagna

nel tempo, alimentando

motivazioni più

profonde e progetti

più stabili. In molti

casi, quando i giovani

vivono momenti di

blocco, confusione o

intense difficoltà emotive,

un supporto professionale

come un

percorso psicoanalitico

o psicologico può

diventare un’esperienza

trasformativa.

Questo tipo di sostegno

permette di dare

significato alle paure,

comprendere gli ostacoli

interni, riconoscere

le risorse

personali e trasformare

l’incertezza in

un processo di crescita

e maturazione.

Un percorso di questo

tipo non solo riduce

stress e ansia,

ma facilita anche la

formazione dell’identità personale e professionale,

rendendo la transizione verso il futuro meno spaventosa

e più strutturata”.

Quali consigli si sente di dare ai giovani?

“Accogliere gli errori come parte naturale del percorso.

Gli sbagli aiutano a crescere, chiariscono

le direzioni e rafforzano la capacità di rialzarsi;

-Coltivare la curiosità e continuare a formarti. Imparare

cose nuove amplia le opportunità e rende

più flessibili davanti ai cambiamenti;

-Circondarsi di relazioni autentiche. Le persone

che ascoltano e sostengono aiutano a costruire

sicurezza e fiducia in se stessi;

-Seguire le proprie passioni anche se la strada

sembra complessa. Ciò che entusiasma dà energia,

stimola la motivazione e diventa la base di

progetti duraturi;

-Procedere un passo alla volta, senza pretendere

la perfezione. Il progresso nasce da piccoli passi

costanti, non dai risultati immediati o impeccabili;

-Riconoscere il proprio valore e non confrontarsi

continuamente con gli altri. La crescita personale

non dipende dal paragone, ma dalla consapevolezza

delle proprie capaci;

-Non aver paura di chiedere aiuto. Chiedere sostegno

è un atto di forza che permette di affrontare

difficoltà e blocchi senza restarne

schiacciati”.



SALUTE & BENESSERE

by Alessandro Cerreoni

L’agopuntura

Una medicina

antica sempre

più attuale

18

È riconosciuta dall’OMS e sostenuta da numerosi

studi scientifici, con efficacia nella gestione del dolore,

ansia, insonnia e disturbi ormonali. Può integrarsi

ad altre terapie ed è sicura a tutte le età. Le

sedute offrono rilassamento e i risultati si notano già

dopo poche applicazioni, sebbene la continuità sia

fondamentale

L'agopuntura fa parte della Medicina Tradizionale Cinese (MTC). Insieme ad essa vi sono la Fitoterapia

e la Nutrizione. La MTC nasce nel suo insieme per prevenire le malattie e, quindi, promuovere il benessere.

Tant’è che si narra che in antichità il medico cinese non si facesse pagare qualora un suo

assistito si ammalasse, proprio perché il suo compito era quello di non farlo ammalare.

L'agopuntura consiste nel posizionare degli aghi su punti particolari della pelle, chiamati punti di

agopuntura, situati lungo vie energetiche che corrono lungo il corpo: i meridiani. La stimolazione di

questi punti porta l'organismo a ritrovare l'equilibrio e a risolvere molti disturbi.

Oggi questa pratica millenaria è sempre più oggetto di interesse anche in ambito medico-scientifico.

Ne parliamo con il dottor Antonio Gorini, con un medico esperto di agopuntura.

Rientra nel novero della medicina alternativa, ad oggi possiamo dire che è anche riconosciuta

dalla comunità medico-scientifica?

“Rientra tra le medicine tradizionali e complementari. Il termine alternativo è ormai desueto, poiché

oramai si è capito che la miglior terapia è quella che integra tutti gli strumenti migliori a disposizione.

È riconosciuta dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) da molti anni e anche dai Ministeri

della salute dei vari paesi. L'OMS ha previsto un piano di implementazione di tutte le medicine tradizionali

nel mondo per la loro efficacia e il supporto olistico che danno nei vari sistemi sanitari nazionali”.

Ci sono studi che ne comprovano l'efficacia?

“Gli studi sono ormai numerosi anche in Occidente. Si è dimostrata l'efficacia in confronto con farmaci

e anche con aghi messi in punti non di agopuntura e si è visto che solo pungendo i punti

lungo i meridiani si aveva un effetto terapeutico, peraltro non inferiore a quello ottenuto con i farmaci”.

Quali sono i campi di azione, nel senso quali patologie si possono curare con l'agopuntura?

“Basti pensare che ogni centro di terapia del dolore utilizza l'agopuntura per capire il suo ruolo centrale

nella gestione del dolore. Dolore osteomuscolare o neurogeno, riduzione degli effetti collaterali

da chemioterapia, riequilibrio ormonale, trattamento degli stati d'ansia e di depressione, l'insonnia,

tanto per citare alcune indicazioni”.

Oltre ad essere una terapia alternativa può essere considerata anche integrativa ad altre terapie?


“Certamente! L'unione fa la forza. Non vi è nessun impedimento ad usare altre armi terapeutiche

anche di altri campi tradizionali come l'ayurveda, l'omeopatia, e ovviamente la fitoterapia e la chimica

farmaceutica”.

Ci sono controindicazioni?

“Sono molto poche. In gravidanza bisogna evitare alcuni punti che possono stimolare le contrazioni

uterine, per il resto è molto sicura”.

Come funziona e come agisce in termini semplici?

“L'ago stimola dei riflessi neuro-ormonali ed energetici per cui si ha una risposta di sostanze biochimiche

e segnali biofisici, che vanno a rinforzare quelli mancanti o a disperdere quelli in eccesso.

Alcuni segnali e molecole hanno effetto diretto sul sintomo, altri agiscono nel regolare l'intero sistema

che ha perso l'equilibrio. Una vera medicina olistica, cioè che guarda sempre l'insieme e mai il particolare”.

Sicuramente esiste nell'ambito medico-scientifico un'ampia fetta di chi associa questa pratica

a stregonerie varie… Qual è la risposta più intelligente e definitiva che si può dare a chi è

affetto da scetticismo cronico?

“Direi prima di tutto che se fosse una pagliacciata non sopravvivrebbe da più di 6000 anni e non

sarebbe inclusa nella maggior parte dei sistemi sanitari del mondo. Dopo di che basta andare a leggere

i numerosi studi e libri pubblicati e sentire i miliardi di persone che la usano. Solo in Cina superiamo

il miliardo...”.

Ovviamente non tutti i medici possono praticarla perché richiede preparazione. Qual è il

percorso che bisogna fare per diventare un medico esperto di agopuntura?

“È una medicina molto complessa che richiede molti anni di studio e pratica. Per legge per esercitare

l'agopuntura bisogna essere medici e aver frequentato un corso quadriennale in una scuola riconosciuta

oppure un master universitario di II livello”.

Nell'ambito della tua esperienza di medico che pratica anche l'agopuntura, ti è mai capitato

di avere a che fare con un paziente scettico e che poi si è ricreduto?

“Ma sì, molti. Purtroppo, spesso l'accesso alle medicine complementari avviene come ultima spiaggia,

cioè lo scetticismo è battuto dallo stato di necessità. ‘Ho provato di tutto senza risolvere, non mi

resta che…’. Con grande soddisfazione mia e stupore del paziente spesso si risolve il problema

19


SALUTE & BENESSERE

20

grazie al fatto che l'approccio di

MTC permette di vedere la problematica

in modo diverso con

sguardo a 360° sul piano non solo

della struttura, ma anche funzionale

e mentale. Fatta la diagnosi,

a quel punto la terapia dà i suoi

risultati. Altro fattore importante è

riuscire a spiegare in termini semplici

e moderni il funzionamento di

tutto ciò e far capire che dietro vi

sono straordinarie conoscenze

scientifiche, talmente incredibili

che ancora oggi non riusciamo a

spiegarci come sia possibile che

fossero note diversi millenni fa”.

Molte persone temono gli aghi.

L’agopuntura è dolorosa?

“È una delle paure più diffuse, ma

nella maggior parte dei casi infondata.

Gli aghi di agopuntura sono

sottilissimi, molto diversi da quelli

utilizzati per le iniezioni. Il paziente

può avvertire una lieve sensazione

iniziale, che spesso viene descritta

come un pizzicore o una corrente

leggera, ma non come dolore vero

e proprio. Anzi, molti si rilassano

talmente tanto da addormentarsi

durante la seduta”.

Dopo quante sedute si iniziano

a vedere i primi risultati?

“Dipende molto dal tipo di disturbo

e da quanto è radicato nel

tempo. In alcuni casi si percepisce

un miglioramento già dalla prima

o seconda seduta, in altri è necessario

un ciclo più lungo. La

cosa importante è la continuità e

la personalizzazione del trattamento”.

Esiste un’età ideale per iniziare

l’agopuntura?

“No, l’agopuntura può essere praticata

a tutte le età, dai bambini

agli anziani. Ovviamente con modalità

e punti differenti. Nei bambini,

ad esempio, spesso si

utilizzano tecniche ancora più delicate,

talvolta senza ago”.

L’agopuntura può aiutare anche

nei disturbi emotivi?

“Assolutamente sì. Ansia, stress,

attacchi di panico, tristezza profonda

e insonnia sono tra le indicazioni

più frequenti. Nella MTC

mente e corpo non sono separati:

(*) Il dottor Antonio Gorini è esperto di Nefrologia, Oncologia Integrata, Medicina

Funzionale di Regolazione, Low Dose Medicine, Medicina Integrata, Fitoterapia,

Omeopatia e Omotossicologia, Microimmunoterapia, Ossigeno Ozono Terapia,

Statistica della Ricerca e Pratica Clinica, Agopuntura.

E’ docente presso l’International Academy of Physiological Regulating Medicine

quando l’energia è in equilibrio, anche la sfera emotiva ne beneficia”

È vero che l’agopuntura può aiutare a smettere di fumare

o a perdere peso?

“Sì, può essere un valido supporto. Non fa miracoli, ma aiuta a

ridurre l’ansia, il senso di fame nervosa e i meccanismi di dipendenza.

Inserita in un percorso più ampio, può dare ottimi risultati”.

Cosa prova un paziente durante una seduta tipo?

“Spesso una profonda sensazione di rilassamento. Alcuni avvertono

calore, altri una piacevole pesantezza degli arti, altri ancora

una sensazione di energia che scorre. Tutte risposte

assolutamente normali”.

Via Archimede 138 – Roma Info. 06 64790556 (anche whatsapp)

www.biofisimed.eu - antonio.gorini@biofisimed.eu

www.miodottore.it/antonio-gorini/internista-nefrologoomeopata/roma



PSICOLOGIA & BENESSERE

by Donatella Zaccagnini Romito

LUISA M.

OLIVA

ROMPERE I TABÙ

PER CURARE

LA SALUTE

PSICOSESSUALE

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Luisa M. Oliva è una psicologa clinica e psicosessuologa con una forte vocazione divulgativa e sociale. Scrittrice

di articoli scientifici in ambito di psicologia digitale, attivista intersezionale e content creator, la sua

attività professionale si muove lungo la trasversalità tra salute mentale, psicoeducazione sessuologica e fenomeni

psicodigitali emergenti come OnlyFans, sextortion, revenge porn e manosphere.

La sua missione è promuovere l’inclusione delle persone stigmatizzate — sex worker, persone LGBTQIA+, praticanti

BDSM e di sessualità atipiche — e tutelare la salute psicosessuale attraverso un approccio multidisciplinare

e intersezionale.

Cresciuta in un contesto familiare patriarcale, ha sviluppato fin da giovane una profonda sensibilità verso le

dinamiche culturali che incentivano l’espressione sessuale maschile e reprimono quella femminile. Da queste

domande interiori è nato un percorso di ricerca che l’ha condotta alla scoperta di una umanità complessa,

sfaccettata e libera da pregiudizi.

Creativa e appassionata d’arte, Luisa considera la conoscenza come un viaggio continuo nel sé e nell’altro,

un’esplorazione che attraversa corpo, emozioni e consapevolezza.

Chi è Luisa M. Oliva?

"Psicologa clinica, psicosessuologa, scrittrice di articoli scientifici in ambito psicologia digitale, attivista intersezionale.

La mia attività professionale si concentra sulla trasversalità tra salute mentale, la psicoeducazione

in ambito sessuologico e sui fenomeni psicodigitali emergenti (OF, sextortion, revenge porn, manosfhere). Accanto

alla pratica clinica, sono attivista e creator di contenuti divulgativi sulle varie sfumature della sessualità,

tra cui il sex work. La mia mission è l’inclusione delle persone stigmatizzate (sex worker, persone appartenenti

alla comunità LGBTQIA+, bdsmer e praticanti di una sessualità atipica) e la salute psicosessuale attraverso

un approccio multidisciplinare e intersezionale. Sono nata negli anni ’80 in un contesto familiare di stampo

patriarcale come unico modello educativo. Ho sempre ascoltato la mia intelligenza corporea ed emotiva, in-


terrogandomi sul perché la manifestazione dell’energia

sessuale fosse culturalmente incentivata nel maschile

e soppressa nel femminile. Queste domande mi

hanno portata a scoprire un mondo nascosto da

tabù resistenti e, successivamente, a una verità scientifica:

un’umanità sfaccettata, complessa, unica e

densa di variabili da esplorare in assenza di pregiudizi.

Sono appassionata d’arte e profondamente creativa:

dalla pittura alla musica, dal teatro agli strumenti

olistici. Non sono mai sazia di conoscenza, che considero

un viaggio profondo nel sé e nell’altro attraverso

il sé."

Cosa ne pensi della legalizzazione del sex work?

"La questione non è solo legale, ma riguarda la salute

pubblica e i diritti umani. Più che di semplice legalizzazione,

preferisco parlare di decriminalizzazione

e regolarizzazione della figura professionale del sex

worker. Lo stigma sociale e la clandestinità alimentano

dinamiche di potere tossiche, mentre un riconoscimento

professionale permetterebbe una reale

tutela fisica e mentale. Se per il fisco questa realtà

esiste ed è tassabile, come dimostra l’introduzione

del codice ATECO 96.09.05, è un dovere etico e clinico

garantire diritti certi: protezione contro lo sfruttamento,

contro la violenza fisica e digitale e percorsi

specifici di supporto psicologico."

Cosa hai riscontrato più frequentemente in ambito

clinico riguardo alla sessualità in coppia?

"Nelle coppie eterocisnormate è molto diffusa la dipendenza

da pornografia e chat erotiche negli uomini,

che spesso diventa sostitutiva dell’intimità con la partner

o fonte di disagio legata a prestazioni e dimensioni.

Per quanto riguarda le donne, anche

giovanissime, emerge una scarsa conoscenza del proprio

corpo che le porta a delegare il proprio piacere

al partner o ad accettare pratiche non desiderate per

compiacere il compagno o il marito. Si tratta di una

difficoltà atavica nel dire “no”, che tradisce un mancato

rispetto dei propri confini corporei ed emotivi."

Progetti futuri?

"Mi piacerebbe creare un’associazione di professionisti

dedicata alla tutela delle sex worker. È una categoria

fortemente stigmatizzata, in particolare le persone

transgender, isolate socialmente e lavorativamente ma

paradossalmente molto desiderate. Le statistiche mostrano

che l’Italia è al primo posto al mondo nel consumo

di contenuti per adulti nella categoria

transgender. Questo evidenzia il paradosso di una

società che non investe in educazione sessuale ed

affettiva e che, al tempo stesso, relega queste persone

a una dimensione proibita e feticizzata. Vorrei

creare uno spazio sicuro che integri le mie competenze

per offrire strumenti protettivi a chi opera in

questo settore, troppo spesso invisibilizzato dalle istituzioni.

In passato ho seguito persone che hanno subito

stalking da parte dei clienti. È necessario ribadire

che dietro questa professione ci sono esseri umani

con emozioni e sentimenti, degni di rispetto. Questo

progetto nasce dalla volontà di colmare un vuoto assistenziale

e di garantire un sostegno libero da ogni

pregiudizio."

Una frase che ti rappresenta?

"«La misura dell’intelligenza è la capacità di cambiare»

– Albert Einstein."

© foto di Serafino Giacone

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NATURA & BENESSERE

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GIOVANNI

CONTI

IL RITORNO

ALLA NATURA

CON IL

SUPPORTO

DELLA SCIENZA

Giovanni Conti è uno dei nomi più autorevoli nel panorama della medicina erboristica contemporanea.

Formatasi tra tradizione familiare e ricerca clinica moderna, la sua visione unisce scienza, sostenibilità e

spiritualità della natura in un approccio rigoroso e profondamente umano alla guarigione.

Fondatore di Seer Sensitives e promotore di un nuovo modello educativo in ambito di salute naturale,

Giovanni ha trasformato una vocazione personale in una missione collettiva: aiutare le persone a riappropriarsi

della propria salute attraverso conoscenza, consapevolezza e rispetto per la natura.

In questa intervista racconta il suo percorso, le difficoltà, le scelte coraggiose e la visione di un futuro

in cui la medicina naturale tornerà al centro della cura.

Sei stato definito uno dei guru del tuo settore. Come ti fa sentire ricoprire un ruolo così importante?

"Quando ho visto per la prima volta il mio nome riconosciuto pubblicamente da pubblicazioni nazionali e

internazionali, il primo sentimento è stato la gratitudine — profonda, autentica gratitudine. Ho dedicato la

mia vita ad aiutare gli altri a guarire, e vedere quella devozione riconosciuta su una scala così ampia è

stato allo stesso tempo umiliante ed energizzante. Non prendo alla leggera il termine “guru”. Pur apprezzando

il riconoscimento, rimango impegnato nella modestia e nell’apprendimento continuo. L’erboristeria

è un campo in costante evoluzione e restare aggiornato è essenziale per l’integrità professionale e per il

benessere di chi ripone fiducia in me. Questo riconoscimento mi motiva ogni giorno. Mi spinge a ricercare

più a fondo, pensare in modo critico e lavorare con maggiore efficienza. Ma la ricompensa più grande

resta un semplice “grazie” da parte di un cliente che ha raggiunto i suoi obiettivi di salute grazie alla

mia guida. Questo è il vero successo. Anche la percezione pubblica sta cambiando: oggi le persone

parlano più apertamente di medicina erboristica, nonostante persistano pregiudizi e incomprensioni. Io

onoro questa fiducia basando la mia pratica sull’evidenza scientifica e su un’analisi accurata."

Tradizione e famiglia determinano il tuo percorso. In che modo?

"I miei valori provengono dalla mia famiglia. Sono cresciuto ascoltando storie dei miei trisavoli che vivevano

secondo principi olistici, utilizzando rimedi naturali e rispettando i cicli della natura. Oggi unisco quella

saggezza ancestrale alla ricerca clinica moderna. Il mio primo ricordo della guarigione a base di erbe


risale all’infanzia, quando mia nonna raccoglieva

erbe dal giardino e mi preparava una bevanda che

mi faceva addormentare sereno e risvegliare guarito.

Da bambino sembrava magia. Da adulto ho

compreso che era conoscenza generazionale. Mia

nonna e la mia bisnonna mi parlavano delle erbe

come di guaritori viventi. Culturalmente, i miei trisavoli

hanno plasmato la nostra visione della salute:

prima l’alimentazione e le erbe, poi — solo se necessario

— i farmaci. Questa filosofia mi guida ancora

oggi. Seguo le stagioni nella mia

alimentazione, scelgo cibi integrali e organizzo la

mia vita secondo i ritmi naturali."

C’è stato un momento di svolta nel tuo percorso?

"Il vero punto di svolta è arrivato durante il COVID.

Ho iniziato a studiare dati, effetti avversi e dinamiche

della risposta farmaceutica. Molte cose non

quadravano. Ho capito che dovevo riprendere il

controllo della mia salute — e aiutare gli altri a

fare lo stesso. Ho iniziato a preparare tinture in

casa, poi mi sono iscritto a un Master in Medicina

Erboristica in un college dedicato interamente alla

salute naturale. Da quel momento, la mia vocazione

è diventata inevitabile."

Quali sono stati i passaggi produttivi più importanti

della tua evoluzione professionale?

"Ho iniziato a creare prodotti erboristici a tempo

pieno circa quattro anni fa: saponi, creme, tinture,

decotti. Il mio primo decotto era una semplice miscela

di zenzero e curcuma, senza sapere che il

calore eccessivo ne distruggeva parte della potenza.

Oggi il mio approccio è clinico e scientifico. Ogni

formula ha dosaggi controllati, potenza costante e

una struttura di sicurezza. Le erbe vanno rispettate:

naturale non significa innocuo. Ogni cliente riceve

una valutazione sanitaria completa. Analizzo farmaci,

diagnosi, studi clinici, interazioni e creo formule personalizzate.

Ho imparato attraverso tentativi, errori,

studio e disciplina. Uno dei traguardi più importanti

è stato lo sviluppo di tinture avanzate, unguenti e

preparazioni ispirate alla spagiria. La sostenibilità è

un pilastro del mio lavoro: molte erbe sono oggi

minacciate dall’eccessiva raccolta. Proteggere la natura

significa proteggere la medicina stessa."

Quali sono state le maggiori difficoltà del tuo

percorso?

"L’incomprensione pubblica è stata una delle sfide

più grandi. Molti ignorano che i farmaci derivano

da composti vegetali e credono che l’erboristeria

non abbia validazione clinica. Un’altra difficoltà è

stata imparare a interpretare la ricerca scientifica. I

dati sono complessi, ma ho scelto di padroneggiarli

per servire meglio i miei clienti. C’è stata anche una

forte pressione finanziaria. Ho lasciato un lavoro sicuro

per seguire uno scopo. È stata una scelta difficile,

ma necessaria. Durante la costruzione di Seer

Sensitives ho vissuto dubbi, stress e sacrifici. Ma

ogni difficoltà mi ha rafforzato. Ho capito che la

guarigione non è solo la mia professione: è la mia

responsabilità."

Ci parli del nuovo portale e del progetto

educativo?

"Il protocollo è concepito come un sistema

educativo di guarigione. Uno spazio

dove le persone imparano a

prendersi cura di sé. Uno dei primi protocolli

sarà la formula Stone Breaker,

ma il portale offrirà molto di più: corsi

su tinture, sciroppi, decotti, cataplasmi,

oli infusi e creme. La visione è semplice:

aiutare le persone a imparare a guarire

se stesse. Il protocollo unirà saggezza

antica, scienza moderna ed educazione

accessibile."

Come vedi il futuro della medicina

erboristica tra dieci anni?

"Il prossimo decennio sarà trasformativo.

Le ricerche cliniche renderanno impossibile ignorare

i benefici delle erbe. Vedo un futuro in cui la medicina

naturale sarà la prima scelta e i farmaci l’ultima

risorsa. L’IA renderà la salute naturale più

accessibile che mai. Le aziende farmaceutiche potrebbero

reagire, ma l’erboristeria ha resistito per

migliaia di anni e continuerà a farlo. Entro il 2036,

l’erboristeria sarà presente in ogni casa. L’umanità

sarà più sana, più informata e più connessa alla

terra. Torniamo ai vecchi metodi — ma con la forza

della scienza moderna a elevarli."

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26

Cuori & Palcoscenico

Essere o apparire: il dilemma

che divide la società dell’immagine

L’argomento del giorno, anche se di antichissima

data, è, secondo me, di scottante attualità, soprattutto

in relazione all’aumento esponenziale della preponderanza

data alla sua importanza sia nella vita

sociale sia sui social. Alcune caratteristiche ne ampliano

le peculiarità sia nell’aspetto psicologico sia

nell’uso che ne deriva.

“Essere o apparire” non è solo un gioco di parole: è

davvero uno dei dilemmi più profondi del nostro

tempo e forse di ogni tempo, ma oggi più che mai

amplificato da stili di vita, dai social e dalla necessità

di performance costante nelle identità esibite. Oggi

la società moderna chiede insistentemente quello che

io definisco quasi alla stregua di un’“imposizione sociale”,

che comunque non tutti sono propensi ad accettare.

E questa è l’anticipazione dell’argomento di oggi.

Come vi dicevo, non tutti hanno la volontà di omologarsi

agli eventi. Io sono una di quelle persone che

preferisce all’apparire decisamente l’essere. Essere me

stessa. La cosa più bella. La cosa più edificante.

Debbo riconoscere che per certe persone apparire è

più facile, anche se certe peculiarità nelle modalità

di applicazione sono appannaggio di individui che riescono

comunque a “cadere sempre in piedi”, anche

quando i fattori dominanti sono contro di loro. E queste

persone esistono, potete fidarvi. Ne vediamo di

continuo, specie in TV, dove se hai una buona dose

di faccia tosta puoi far credere che al Colosseo faccia

freddo perché non ci sono finestre, o riuscire a

vendere frigoriferi al Polo Nord. Tutto ciò senza

scomporsi minimamente e senza colpo ferire, anzi:

per essere più credibili riescono a lacrimare senza

versare nemmeno una lacrima. E qui capirete che rasentiamo

il miracolo. Un vero miracolo tutto italiano:

“la saga delle sciocchezze e la TV dei piagnoni”,

come dicono a Roma.

Perché questo? Io un’idea me la sarei fatta e anticipo

subito che non è propriamente lusinghiera. Sono convinta

che si scelga di apparire perché altro non si

può proporre, altro non si sa fare.

Cerco di spiegarmi meglio. Un artista vero, un intellettuale,

un professionista, un accademico, l’impiegato

del Comune o chiunque abbia un minimo di preparazione

verso il comparto che rappresenta, non si

presterebbe mai all’apparire, non penserebbe nemmeno

lontanamente di “sembrare” o inventare contenuti

vuoti che farebbero ridere se non piangere.

Questo riguarda tutte quelle persone che avrebbero

di Eleonora Cecere

titolo, merito e competenza per proporre contenuti

interessanti e capaci di indurre alla riflessione, proprio

perché fanno parte delle loro corde e conoscenze.

Qui entra in gioco l’essere.

Per sottolineare il concetto, penso quindi che chi

scelga di apparire lo faccia perché non ha nulla da

dire, nulla da proporre, nulla di interessante.

Ma allora perché lo fanno? È chiaro: si tratta di persone

che non hanno argomenti validi e che, in primis,

cercano di mettersi in evidenza per mero interesse

personale e successivamente per un ego mai sopito.

Questi personaggi si sperticano per darsi un contegno

di facile comprensione della serie: “Ehi, ci sono

anche io, non so fare nulla ma fino a quando mi

segui mi va bene così… mi aiuta a sentirmi qualcuno!”.

Basare tutto sull’apparenza è, sotto certi versi, più

semplice. Semplice per certi individui che possiedono

una conformazione che definisco “camaleontica”, ovvero

la capacità di adattarsi a tutte le situazioni, tirando

fuori dal cilindro qualcosa che non tutti sono

capaci di fare. Significa avere un’alta capacità di

adattamento non comune, oltre a una buona dose

di “paraculaggine”, come dicono sempre a Roma.

Questo lo vediamo soprattutto nel mondo dello spettacolo

e dello show business, dove se un personaggio

prende una posizione chiara e netta e poi, trovata

una nuova convenienza, si ripropone in modo diametralmente

opposto a ciò che aveva detto e fatto precedentemente,

ma sempre sullo stesso argomento e

sulla stessa persona, è evidente che l’apparire non è

per tutti, ma soprattutto per i furbi.

Viviamo purtroppo nell’era dell’immagine. Oggi il confine

si è assottigliato: molte persone sono costrette

a dover apparire in un certo modo per lavoro, per

posizionamento sociale, per sopravvivere in un mondo

che premia solo la visibilità e non la bravura, anche

a costo di rasentare il ridicolo. Ma che importa: l’imperativo

è “ho ricevuto qualche like”, e quello conta.

Chi sceglie solo di apparire, secondo me, come già

anticipato, non ha talento. Ho detto visibilità perché

se premiasse il merito il discorso sarebbe davvero

diverso.

Questi individui hanno bisogno di mistificare, mascherare,

depistare. E che tecnica mettono in campo?

Semplice: l’apparire. Apparendo, uno può sembrare

ciò che vuole e far credere ciò che vuole, sempre

per chi ci crede. Può presentare anche una storia,

una situazione, un fatto, un personaggio che potrebbe


anche non esistere, perché

l’imperativo è uno solo: destare

l’attenzione di chi

ascolta e di chi guarda.

Faccio un esempio: se io

seguo quotidianamente sui

social una persona che

vedo pranzare e cenare in

ristoranti di gran lusso,

mentre in privato mangia

avanzi o pane e cipolla, è

chiaro che mi fidelizzo

sulla prima immagine. Perché

mangiare nei ristoranti

chic fa più interesse, più

curiosità, più rumore che

vedere qualcuno mangiare

avanzi a casa. Ecco allora

chi è disposto, e naturalmente

predisposto, ad apparire

ed essere ciò che

non è.

Questo avviene finché ci

sarà chi si ostina a vedere

ciò che gli viene imposto:

ciò che i social vogliono

propinare, ciò che interessa

loro per vantaggio

personale e mai collettivo,

in relazione all’informazione e al sapere. Perché dovete

sapere che a gestire certe pagine ci sono veri

e propri guru della comunicazione che, pur di arrivare

all’obiettivo, non hanno né mezzi termini né scrupoli.

Personalmente, con l’effimero ho fatto due conti e

sono giunta a una soluzione: non è per me. Stop.

Qui divento più benevola, più buona. È chiaro che

non sopporto i furbetti, o meglio le furberie dei furbetti,

ma chi vuole intraprendere questa prassi, personalmente,

dico solo: affari suoi.

La domanda allora diventa: posso apparire senza perdere

l’essere? Posso usare l’immagine senza esserne

dominato? Secondo me no.

Chi sceglie di apparire perde l’essere. Perché a forza

di essere un altro, o meglio qualcos’altro, poi perdi

di vista ciò che credi di essere davvero. Una persona

così si snatura con facilità, perché entra in una specie

di “sfera magica” dove crede che tutto sia concesso

e permesso. Poi però ti trovi a fare i conti con

la vita reale, e allora tutto cambia.

Credo che se vivi con qualcuno che la pensa come

te sia più semplice, ma se il partner, i figli o chi ti è

caro la pensa diversamente, nascono problemi della

serie: “Ma tu sei veramente così?”. Perché l’unico vero

dilemma non è più scegliere, ma integrare, sistematicamente

e di continuo. E di certo non è facile.

Essere, invece, è una filosofia di vita. Mentre apparire

richiede costruzione, manutenzione, filtri (digitali e

non), faccia tosta e una costante ricerca di una perfezione

che non esiste, essere richiede introspezione,

vulnerabilità e il coraggio di

restare coerenti, specialmente

quando nessuno ti

guarda.

Essere se stessi rende la

persona vera, una persona

che è ciò che vedi e che

non è costretta a dire sì

quando penserebbe il contrario.

Una persona che

sceglie di essere non accetta

imposizioni, fa i conti

esclusivamente con la propria

coscienza ed è per

questo stimata, amata e rispettata.

Potrei parlare per esperienza

vissuta. Ricordo brevemente

un episodio

capitato in una nota trasmissione

di Canale 5: apparentemente

sono stata

criticata, ma poi la rettitudine

morale, il mio essere

senza filtri e senza doppi

giochi, il mio non essere

falsa o doppiogiochista mi

ha reso giustizia. Se fossi

stata dedita all’apparire

probabilmente me la sarei cavata diversamente, e

forse malamente, perché non sono bravissima a mistificare

le cose.

Ma sono felice di essere me stessa, perché credo in

una sorta di legge di compensazione e sono profondamente

convinta che i furbetti non andranno molto

lontano. Le posizioni apparentemente guadagnate

sugli altri sono posticce, non reali. Questi individui

vivono in un mondo che non esiste, fluttuante e mutevole,

come mutevole sarà la loro posizione futura.

L’apparenza dà gratificazione immediata: un like, un

complimento, un’impressione positiva creano un

micro-piacere istantaneo. Tanti like insieme creano

una sorta di dolce effetto domino, ma supportato

solo da qualcosa che non esiste.

L’essere, invece, produce risultati più lenti ma profondi:

crescita personale, relazioni solide, identità stabile

e soprattutto credibilità. Essere senza apparire

rischia di renderti invisibile sui social, ma ti fa guadagnare

in stima, autostima e rispetto, che per me è

ciò che conta davvero.

Apparire senza essere ti svuota. È un palliativo che

non porta da nessuna parte. Ma come sempre, rispetto

le posizioni e le scelte altrui, quindi mi fermo

qui.

Alla fine il punto è questo: vuoi che le persone apprezzino

ciò che mostri o ciò che sei davvero? Ai

posteri l’ardua sentenza.

Un abbraccio enorme a tutti voi, e grazie sempre per

l’affetto che mi mostrate seguendomi.

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30

Il cameriere del futuro:

l’anima che dà sapore

all’esperienza

Dietro ogni piatto servito c’è una relazione, un racconto e una competenza

che trasformano la cucina in emozione

L’esperienza in un ristorante non è mai soltanto una questione di gusto o di piatti ben preparati. È

un intreccio complesso di accoglienza, relazione e memoria, un percorso che inizia dal primo sorriso

di chi accoglie e termina con l’ultimo saluto alla porta. In questo viaggio, il cameriere – o meglio, il

professionista della sala – assume un ruolo decisivo. È lui a dare un volto al locale, a creare il

legame umano che può trasformare un semplice pasto in un’esperienza indimenticabile. Basta pensare

a quante volte un servizio attento e caloroso abbia reso straordinario anche un piatto semplice, o,

al contrario, a come un’eccellente creazione gastronomica possa passare inosservata se servita con


distacco o superficialità.

Nel ristorante contemporaneo, la sala

non è più un mero supporto operativo,

ma parte integrante della strategia d’impresa.

Il cameriere diventa l’anello di

congiunzione tra la visione dello chef e

l’esperienza del cliente: traduce il linguaggio

della cucina in emozione, spiega

le scelte, interpreta le caratteristiche dei

piatti e accompagna l’ospite in un percorso

narrativo coerente. Per farlo, deve

padroneggiare tecniche di servizio avanzate,

gestire tempi e ritmi con precisione,

conoscere vini, ingredienti e metodi di

cottura, comunicare in più lingue e, soprattutto,

sviluppare empatia, ascolto e

capacità di problem solving. È un mestiere

che unisce tecnica e sensibilità, rigore e intuizione, e che richiede una preparazione trasversale

degna delle migliori professioni del mondo dell’ospitalità.

Dal punto di vista gestionale, il servizio di sala è un investimento strategico: un personale preparato

e motivato può incrementare la soddisfazione del cliente, favorire la fidelizzazione e rafforzare la reputazione

del locale. In un mercato sempre più competitivo, dove la qualità della cucina non basta

più a distinguersi, la sala diventa la leva principale del marketing esperienziale. Un servizio capace e

sorridente non solo migliora la percezione complessiva, ma può anche aumentare il valore dello scontrino

medio grazie a un uso sapiente delle tecniche di upselling e cross-selling. Inoltre, chi lavora a

contatto diretto con i clienti rappresenta una fonte preziosa di informazioni: coglie tendenze, raccoglie

feedback e contribuisce all’innovazione del ristorante.

Eppure, per troppo tempo, la cultura gastronomica contemporanea ha messo in ombra questa figura,

celebrando lo chef come unico protagonista. La spettacolarizzazione della cucina ha oscurato la sala,

relegando il cameriere a un ruolo di secondo piano. Ma senza un servizio all’altezza, anche la cucina

più raffinata perde il suo potere evocativo. Riscoprire il valore del professionista di sala significa restituire

equilibrio all’esperienza ristorativa, rendendo di nuovo attrattiva una professione che, con la

giusta formazione e prospettiva, può offrire percorsi di crescita e grande soddisfazione personale.

Il cameriere è, a tutti gli effetti, l’ambasciatore del ristorante: incarna i suoi valori, racconta la sua filosofia,

costruisce il clima emotivo dell’esperienza. Per questo la formazione deve andare oltre la tecnica

e abbracciare competenze come la psicologia dell’ospite, la narrazione gastronomica, la gestione

delle emergenze e l’uso delle nuove tecnologie. Oggi il servizio di sala è sempre più digitale, ma deve

restare profondamente umano.

In fondo, si va al ristorante per la cucina, ma si ritorna per la sala. Si torna per quel sorriso che ha

reso la serata più leggera, per quella raccomandazione di vino azzeccata, per la discrezione con cui

è stato gestito un imprevisto. Il cameriere del futuro, dunque, non è un semplice esecutore, ma un

interprete dell’esperienza, un “formatore del gusto” capace di orientare le scelte, suscitare curiosità

e far sentire ogni cliente protagonista.

In un tempo in cui l’automazione avanza anche nella ristorazione, con l’arrivo dei cosiddetti “camerieri

robot”, la sfida sarà proprio questa: conservare e valorizzare l’elemento umano. Perché, per quanto

precisi e instancabili possano essere i nuovi assistenti tecnologici, nessuna macchina saprà mai replicare

la delicatezza di un gesto, la complicità di uno sguardo o la magia di una parola detta al

momento giusto. È in quel frammento di umanità che risiede, oggi come domani, la vera essenza dell’ospitalità.

Questo articolo è a cura dello staff di Azioni Gastronomiche, l’azienda guidata dallo chef imprenditore

Fabio Campoli. Con competenze che spaziano dalla consulenza per il settore Ho.Re.Ca.

alla formazione professionale, fino alla progettazione su misura, Azioni Gastronomiche trasforma

ogni progetto in un’esperienza gastronomica studiata ad hoc, in Italia e all’estero.

www.azionigastronomiche.it

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EVENTI CON GUSTO

Soave compleanno della Marchesa Daniela Del Secco

D'Aragona

Appuntamenti di stile ed eleganza

della durata di un anno con amici

intimi, giornalisti e colleghi per festeggiare

la Marchesa Daniela Del

Secco d’Aragon. Nella meravigliosa

sala da the dell'hotel Hassler la Marchesa

accoglie i suoi ospiti in un

clima di festa e soavità.

Amata dai social, seguitissima in TV

e soprattutto fra le più lette nei suoi

pezzi giornalistici, icona di stile ed

eleganza Daniela è molto più di un

personaggio televisivo e giornalista,

è un’amica che tutti rispettano e con

grande affetto partecipano ai pomeriggi

di the denominati "Le Danielaide".

Dalla mondanità romana ai salotti

televisivi, Daniela ha fatto della libertà

personale il suo vero blasone, celebrando in questi appuntamenti

un compleanno di soavità e affetto sincero.

Nella foto insieme al conduttore tv Anthony Peth, Veronica Ursida e Chantal Sciuto

Successo a Napoli per Bollicine d’Italia, viaggio

nella tradizione enologica italiana

Presso il Grand Hotel Oriente di Napoli,

Drop Eventi e Vitigno Italia

hanno organizzato una manifestazione

che ha celebrato le eccellenze

enologiche della nostra terra, attraverso

un percorso sensoriale che

racconta le etichette della Bella Italia

e i confini territoriali, offrendo al

pubblico che ha gradito entusiasta

l'iniziativa una full immersion nel

mondo delle bollicine italiane. Così

‘Wine Spot bollicine d’Italia, con questo

appuntamento pensato per chi

ama l’eleganza, per chi cerca autenticità,

per chi vuole scoprire come

una bottiglia possa essere espressione

di storia e di non casuale perfezione,

ha registrato record di

partecipazioni. In questo contesto,

ogni calice è diventato protagonista di un dialogo con il territorio:

una finestra su storie di coltivatori, di viti che hanno attraversato secoli,

di tecniche moderne che hanno saputo valorizzare la cantina

senza smarrire l’anima del territorio. Il programma ha scelto per questa

tappa etichette selezionate da territori come Friuli Venezia Giulia,

Trentino-Alto Adige, Lombardia, Campania, Piemonte e Toscana. Ovviamente, le degustazioni sono state accompagnate

da un food corner registrando un numero elevato oltre le aspettative di presenze nella città partenopea.

© Foto di Dario Rullo

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Roma: Al via “Storie di Donne” 2025 – XI edizione

La undicesima edizione di “Storie di Donne” è prevista a

Roma per il 21 gennaio dalle ore 17.30 fino alle ore 20.00,

presso l’Aula TD1 - Campus Luiss a Viale Romania nr. 32.

Si tratta di un appuntamento a lungo atteso, organizzato

dall’Associazione culturale Occhio dell’Arte APS di Anzio

e da ACSI – Associazione di Cultura Sport e Tempo Libero

presieduta da Antonino Viti, quest’anno in collaborazione

strategica con l’Associazione Sportiva Luiss e la presidenza

di Luigi Abete.

In un tempo che chiede nuove narrazioni e sguardi più inclusivi,

questo premio nasce per dare voce alle storie di

donne che hanno saputo trasformare talento, creatività e

resilienza in valore condiviso. Racconti di percorsi unici,

spesso silenziosi ma profondamente incisivi, veicolati attraverso

i nomi femminili selezionati: esempi di determinazione,

visione e capacità di reinventarsi. Un

riconoscimento che non celebra solo i risultati, ma la forza

dei cammini, l’audacia delle idee e la tenacia di chi, ogni

giorno, apre nuove strade per sé e per gli altri. “Storie di

Donne” sin dagli esordi ha il merito di portare all’attenzione

del pubblico e della comunicazione quelle donne, note o

meno, che si sono distinte nel campo delle professioni e,

con abilità, abnegazione e dedizione, hanno saputo portare

un contributo rilevante alla società contemporanea.

Oltre a donne di spettacolo, imprenditrici, scrittrici, registe,

attiviste, scienziate, intellettuali, anche mamme di straordinaria

quotidianità, che si sono avvicendate nel tempo sul

palco della rassegna e hanno ritirato il riconoscimento loro conferito per indiscussi meriti. Per molti secoli, le donne

sono state lontane dal mondo professionale, private della libertà di scelta e relegate esclusivamente in ambito domestico;

ma oggi, con le loro abilità e le loro competenze, contribuiscono in maniera rilevante all’avanzamento dei

saperi. L’edizione dell’undicesimo anno seguirà un particolare fil rouge contemporaneo, soffermandosi sull’importanza

dell’informazione in svariati ambiti.

Le premiate di “Storie di Donne” – XI Edizione, in ordine alfabetico: Vira Carbone, giornalista e conduttrice RAI 1;

Anna Carlucci, regista; Arianna Dalla Zanna, imprenditrice; Annamaria Farricelli, poetessa e scrittrice, vittima di violenza

domestica; Veronica Geraci, responsabile ufficio stampa Museo Nazionale del Cinema di Torino; Alina Improta,

giornalista ed autrice italo-brasiliana; Alessandra Magliaro, capo redattrice aggiunta ANSA e curatrice portale ANSA

Lifestyle; Christiana Ruggeri, giornalista TG 2; Lucrezia Ruggiero, Luiss Top Athlete Alumna, nonché campionessa

di nuoto artistico.

Ad introdurre i saluti istituzionali il Direttore Sportivo Università Luiss Paolo Del Bene. A seguire, Antonino Viti guida

illuminata dell’ACSI e la sottoscritta giornalista Lisa Bernardini nei panni di presidente Occhio dell’Arte APS.

L’iniziativa culturale – prima di procedere alle premiazioni in scaletta – consisterà in brevi interviste con le assegnatarie,

stimolando riflessioni condivise partendo dal tema di partenza: Comunicare la donna oggi, sguardi a confronto.

L’ ingresso sarà possibile, fino ad esaurimento posti, prenotandosi obbligatoriamente all’indirizzo mail occhiodellarte@gmail.com

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ARTE

by Marisa Iacopino

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MURIEL NAPOLI

L’ESSENZA DELLA NATURA

Arte astratta che si esprime attraverso un linguaggio visivo fatto di forme sfumate, palette di colori grigio,

verde, blu combinate con trame materiche per un’armonia di effetto, un’illusione di volume. E la realtà,

pure se non direttamente riconoscibile, sembra rimandare a un legame simbiotico tra elementi naturali:

corpi celesti in via di formazione, vaste distese d’acqua che mostrano la loro forza tumultuosa. E, ancora,

soggetti pittorici che hanno la leggerezza di ali di farfalle, la delicatezza di petali di fiori.

Ci troviamo davanti alle tele di Muriel Napoli, artista marsigliese, una formazione al di fuori delle accademie.

Con le sue mostre, presenti in ogni angolo del pianteta, offre allo spettatore una visione della natura

primigenia, quanto più lontana dalla contaminazione umana.

Le abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza.

“Fin da bambina amavo disegnare. A 18 anni, i miei genitori mi regalarono, per Natale, un set di colori

a olio. Inizialmente, copiavo opere di Edward Hopper prima di dipingere dal vero, creando soggetti molto

dettagliati: nature morte e paesaggi marini. In seguito, ho esplorato l'astrazione, inizialmente scura e

persino monocromatica, ora colorata”.

Si dice che la preferenza per i colori freddi, blu, verde, toni chiari, sia associata alle persone interessate

alla natura. Per te la natura è una fonte di ispirazione?

“Sì, assolutamente. I miei dipinti rendono omaggio allo spirito trasformativo della Natura, incontaminata

dall'intervento umano: la nascita degli oceani, l'arrivo dell'acqua, la formazione dei sedimenti, la creazione

di magma e carbone, la nascita delle stelle, le meraviglie geologiche... Questi sono alcuni dei fenomeni

che cerco di esprimere. Attraverso la fusione di elementi organici e minerali, cerco di evocare la sinfonia

del cambiamento della Natura. La mia arte elimina tutto quello che è artificiale”.


A proposito del processo creativo, cosa ti

spinge a metterti davanti a una tela bianca?

“Non ho uno studio nel senso convenzionale del

termine; dipingo all'aperto, con qualsiasi tempo.

Direi che è più forte di me. È difficile da esprimere

a parole, ma diciamo che per me dipingere è una

ricerca, un tentativo di connettere cose ed esseri

al mondo. Cerco sempre più di arrivare al nocciolo

della questione, di eliminare ciò che sembra superfluo

o troppo immediatamente attraente. Cercando

l'ascetismo, cerco di acquisire forza e profondità”.

Che emozione hai provato completando la tua

prima opera e quali sentimenti evoca in te

oggi?

“Ho iniziato dipingendo nature morte. All'inizio ero

orgogliosa di poter riprodurre frutta e oggetti di

uso quotidiano. Tuttavia, oggi questi primi dipinti

evocano in me meno emozioni”.

Ci racconti dei materiali e delle tecniche da te

utilizzate?

“Dipingo su tela con acrilici

e inchiostro, a cui aggiungo

carboncino e

pastelli. Lavoro d'istinto,

lasciando che le forme

emergano gradualmente.

Dispongo le tele orizzontalmente,

il che mi permette

di lavorare con

materiali fluidi e di privilegiare

gesti ampi, con tutto

il corpo in movimento”.

Cosa significa per te

l'astrazione?

“Mi permette di avere

molteplici interpretazioni

dello stesso dipinto, di essere

più libera e di lasciare

spazio

all'inaspettato”.

Ci sono artisti del passato

o del mondo

contemporaneo che ti

hanno influenzato?

“Sono attratta dall'opera

di Jean Miotte

per il suo movimento.

Ma andando ancora più

indietro, sento una

certa affinità con Caspar

David Friedrich per

il suo uso del silenzio.

Ammiro poi in Caravaggio

la potenza espressa

attraverso il chiaroscuro,

attraverso il dialogo

e la lotta tra

oscurità e luce”.

Che tipo di rapporto

vorresti instaurare

con un fruitore che si

pone davanti a un tuo

lavoro?

“Vorrei invitare lo spettatore a immergersi nella mia

visione della Natura, e magari anche a sognare.

Inoltre, desidero preservare la sua privacy, la sua

reazione alle mie opere. Non anelo a fornire chiavi

di interpretazione, a imporre un modo di percepire

il mio lavoro”.

Per concludere, quale verbo sceglieresti per

definire la tua attività artistica?

“Osare!”.

E allora noi osiamo sperare che l’espressione artistica

conservi sempre il giusto spazio in un mondo

pur così saturo di stimoli visivi; osiamo credere che,

a dispetto dell’affollamento percettivo, le opere di

Muriel Napoli invitino a fermarsi, a trovare significato

e armonia. In una connessione emotiva profonda,

a partecipare alla bellezza dell’Arte.

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LIBRI

by Francesca Ghezzani

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GIORGIA BAZZANTI

“LA LIBERTÀ DI ESSERE ROSSA:

CONFESSIONI D’ARTE E METAMORFOSI”

Giorgia Bazzanti, autrice, cantautrice, performer, vocal coach e produttrice artistica, è tornata a far parlare

di sé e della sua arte con l’uscita in Audiobook di “STREGONERIE CONTEMPORANEE” (G StudioLab Edizioni

e Produzioni), definito dalla stampa “un’esperienza unica nel panorama editoriale italiano”.

Un diario che prende vita nell’ascolto: è la voce, con la sua intimità e la sua forza, a restituire emozioni

e vissuti.

Un audiolibro concepito come una “performance” in cui la voce si fa presenza, dove temi attuali si intrecciano

a situazioni reali, dove la ricerca di libertà si unisce alla scoperta di un’identità autentica e definita.

Giorgia, poche righe per descriverti: quali aggettivi ti caratterizzano di più?

“Credo che il colore riferito ai miei capelli ricci sia l'aggettivo più azzeccato per definirmi perché racchiude

a sua volta vari significati! Sono “rossa”: decisa, libera, appassionata. Seguo il mio sentire e la mia sensibilità,

anche quando questo significa andare oltre le convenzioni, accogliendo ed attraversando anche le

vulnerabilità... Credo la mia forza nasca proprio da lì”.

Con questo tuo nuovo lavoro ci accompagni in un viaggio che negli anni si è trasformato in musica,

arte, corpo, parole e canzoni. Spiegaci meglio…


“In questo audiolibro racconto il dietro le quinte,

personale ed artistico, del mio lavoro. Ciò che

scrivo, canto, comunico e porto in scena è qualcosa

che ho vissuto sulla pelle. Le tematiche di un femminile

oltre gli stereotipi sono parte della mia storia

(e non solo mia), qualcosa che ho dovuto vivere,

difendere e affermare, in vari ambiti. È un viaggio

interiore che solo la voce

poteva raccontare davvero

in tutte le sue sfumature

emotive, e la forma del

diario rende ancora più

evidente questo percorso

fatto di tappe, rivelazioni,

metamorfosi. In questi

anni, accanto ad un vissuto

denso, ci sono state

inoltre esperienze, collaborazioni

e produzioni importanti,

le quali hanno

contribuito a dare sostanza

e direzione alla

mia identità”.

Quanto conta per te il

processo creativo?

“Per me il processo creativo

ha un valore fondamentale.

Il mio amore per

il dietro le quinte nasce

proprio da questo: dalla

passione per un lavoro

fatto di scoperta, di sperimentazione,

di ricerca. È

un lavoro artigianale su

un materiale umano e artistico da maneggiare con

cura e dedizione. Il mestiere dell'artista, per me, esiste

soprattutto nel processo: nel dare forma, nel lasciare

che l’errore insegni, nel dare tempo alle cose,

nell’ascolto. È lì che tutto accade, è lì che si costruisce

davvero un’opera”.

Performer e autrice: come cambia il tuo approccio?

“Il mio approccio, in realtà, non cambia poi molto:

che io sia autrice o performer, concepisco la parola

sempre in una dimensione performativa. Mi piace

darle corpo, trasformarla in gesto, in respiro, in

canto, in ritmo, proprio perché esperienza viva, tangibile.

La parola è un corpo scenico e possiede un

impatto reale, sia nella società sia in scena”.

Ci racconti di Circe che riesce a incendiare il

mare?

“Ho detto questa frase appena scesa dal palco,

dopo lo spettacolo che porta appunto il suo nome...

Per me Circe è come i miei personaggi femminili

“imprevisti” e dunque rappresenta “l’Altra” nel senso

più profondo del termine: una “dea strega dalla

voce mortale”, diversa perché libera ed autentica,

viva, pulsante, che non conosce resa. Una figura

contemporanea e potente con una storia altrettanto

potente, che non si lascia incasellare negli stereotipi.

Fascinosa, oltre un immaginario imposto, aperta a

diverse possibilità. Forte perfino nel dolore, profondamente

umana e dunque profondamente reale

anche nel suo essere immortale. Il mare della sua

isola è il luogo di un eterno movimento ma Circe

riesce a irrompere, ad essere appunto materia viva,

a portare presenza in qualcosa che sembra immutabile.

Questi temi sono il “fil rouge” delle mie canzoni

– dal disco ‘Non eri

prevista a Rossa come le

streghe’ – e li ho poi vissuti

anche dentro questo

monologo che mi ha vista

come performer. Ho capito

inoltre di amare particolarmente

la formula

del “reading”: una performance

sospesa tra teatro

e narrazione, che rimanda

alla lettura ad alta voce,

alla natura dunque dell'audiolibro

e al nuovo

monologo che ho scritto

ispirato a quest'ultimo”.

Un’ultima curiosità: il

tuo dietro le quinte

prima di entrare in

scena come è?

“Il mio dietro le quinte è

un momento di raccoglimento:

l’attimo prima che

tutto inizi. Dico spesso

che è un momento “segreto”

perché sconosciuto

al pubblico, un tempo

personale e non ancora condiviso. Amo alzare lo

sguardo ed osservare le luci, il legno, le stoffe: ogni

dettaglio diventa parte di questo istante intimo.

Dove regna il silenzio e dove ancora tutto è in sospensione

e in potenza. Un momento prezioso, direi

perfino poetico, solo mio”.

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LIBRI

by Rosa Gargiulo

Tokyo soup

Ryu Murakami propone un giallo che esaspera positivamente la

suspence: “Tokyo soup”. Protagonista è Frank, inquietante turista

americano sovrappeso, che ingaggia il ventenne Kenji per

farsi accompagnare in un tour della vita notturna di Tokyo. Il

suo comportamento è così ambiguo che Kenji, tutt’altro che

candido e inoffensivo, inizia a nutrire un terribile sospetto: il

suo cliente potrebbe dissimulare intenti omicidi. I due precipitano

in una spirale di violenza e malvagità inimmaginabili, nei

club a luci rosse della capitale, e solo l’intervento della ragazza

sedicenne di Kenji forse potrà sortire un effetto salvifico. Un

romanzo seducente e conturbante, non convenzionale e politicamente

scorretto.

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Il profumo

Il profumo rappresenta da sempre un legame -

evanescente eppure fortissimo - tra epoche e civiltà.

Fin dall'antichità è sinonimo di potere, seduzione

e identità, utilizzato da regine e

imperatrici per affermare il proprio status e valorizzare

il fascino che le avvolgeva. Nel suo nuovo

progetto editoriale, “Il profumo”, Cristina Penco -

scrittrice e giornalista - ci propone un affascinante

viaggio nella Storia e tra le più esotiche

essenze: da Cleopatra a Maria Antonietta, fino

alla misteriosa Mata Hari, l’autrice ci racconta la

storia del profumo, dalle sue lontane origini fino

ai giorni nostri, evidenziando come gli aromi

spesso più rari e insospettabili, e le gocce più

preziose, abbiano influenzato il costume e la cultura,

intrecciandosi con successi, cadute e rinascite

di miti femminili intramontabili. Cleopatra

ammaliò Giulio Cesare e Marco Antonio con i

suoi oli; Maria Antonietta era appassionata di essenze floreali, e con la sua fragranza personale caratterizzò

le atmosfere di Versailles. Sissi d'Austria preferiva aromi freschi, mentre Mata Hari usava

profumi esotici come strumento di seduzione. In chiusura, alcuni esperti autorevoli ci suggeriscono

come scegliere il profumo perfetto, comprendere le famiglie olfattive e scoprire le tendenze del momento.

Perché il profumo rivela molto della nostra personalità e dei desideri di ciascuno, fugace

come un sogno ma indelebile nella memoria.


Letti per Voi

Mandorla amara

La giovane e abilissima Vice

Questore di Catania, Vanina

Guarrasi, torna ad irretire i lettori

con un nuovo intricato

caso: sette cadaveri su uno

yacht alla deriva. È questa la

nuova indagine creata da Cristina

Cassar Scalia nel giallo

“Mandorla amara”, che continua

la saga della poliziotta più

amata dagli appassionati del

genere. Un’indagine che offre,

come sempre, un intreccio narrativo

in cui le vicende personali

della Guarrasi e le fasi

dell’indagine – fino alla soluzione

del caso – ci lascia con

il fiato sospeso, stimolando la

nostra curiosità per entrambi i

fronti: la storia personale della

giovane investigatrice e quella

delle vittime, e di tutti coloro

che ruotano intorno al delitto

(in questo caso, plurimo e

quanto mai misterioso). La

causa della morte è l’avvelenamento,

si tratta di un caso insolito

- che apre un ventaglio

variegato di ipotesi, tra sospetti

e stranezze. Come sempre, la

Scalia riesce a coniugare il racconto

investigativo – suggerendo

teorie e soluzioni che

solo alla fine sveleranno colpevole

e movente – alle vicende

personali e familiari della Guarrasi,

che si sviluppano in maniera

tutt’altro che scontata.

Uno stile personalissimo di

scrittura, che caratterizza non

solo l’autrice siciliana ma un intero

gruppo di autori, che

hanno saputo conferire aspetti

peculiari – tutti italiani – a un

genere sempre più amato dai

lettori, sdoganato ormai da

tempo e assurto a vera forma

narrativa contemporanea, che

indaga non soltanto tra delitti e

misteri, ma anche nell’animo dei

protagonisti.

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Vi aspettiamo con le novità

cinematografiche più attese


SPETTACOLO

by Lorenzo Menchetti

EMANUEL CERUTI

RISATE, SOCIAL E PALCOSCENICO

Emanuel Ceruti, founder

del collettivo di

comici Vico Alleria, ci

racconta il suo percorso

tra teatro, tv e

nuova comicità sul

web. Con “Vico Alleria”,

lo scorso 12 dicembre

è stato

protagonista di uno

spettacolo unico al

Teatro Palapartenope

di Napoli.

Emanuel, attore comico

tra tv, social e

teatro. Anche scrittore

e autore. Di

cosa non puoi proprio

fare a meno?

"Fin da piccolo mi piacevano

tutte le forme

d’arte. Tra web, tv e

teatro, il minimo comune

denominatore è

la recitazione e la comicità

in tutte le loro

forme. Il mio percorso

è un po’ atipico: di solito

si inizia sul web e

poi si approda in tv. Io sono partito dalla tv con

Made in Sud dopo tre anni di laboratorio, insieme

a mio fratello. Eravamo i più giovani della trasmissione:

la nostra inesperienza ci ha pagato ma ci

ha anche temprati. È stata un’esperienza che mi

ha fatto crescere molto. Successivamente sono approdato

sul web dopo la chiusura della trasmissione

e dei teatri a causa del Covid. All’inizio è

stato difficile, ma con costanza mi sono dedicato

al 100% alla creazione di contenuti per i social. Il

teatro resta la mia più grande passione e non l’ho

mai abbandonato. Grazie al seguito sui social,

sono riuscito a portare i miei follower a teatro, e

questa è stata senza dubbio la mia più grande

soddisfazione artistica."

Hai fondato Vico Alleria.

Come nasce

questo progetto e

qual è la sua missione?

"Vico Alleria nasce da

un progetto teatrale di

due anni fa. Dopo il

successo in teatro e la

forte coesione tra noi,

abbiamo deciso di collaborare

e portare il

progetto sul web con

l’aiuto dell’agenzia

2WATCH, che ha subito

sposato l’idea. È

raro che giovani collaborino

sul web senza

invidie: il nostro

gruppo è basato su

passione e amicizia.

Nei nostri video trattiamo

la quotidianità,

rendendola condivisibile,

ma il nostro

scopo è sempre lasciare

un piccolo messaggio

o un

insegnamento. Per

esempio, affrontiamo le difficoltà dei neo-trentenni

nell’affermarsi nella società moderna, con poche

certezze e stabilità, sia nel privato che nel lavoro."

Il progetto è esploso sui social. Qual è la forza

di questo progetto?

"Il nostro segreto è osservare la quotidianità e

trarne spunto per gli sketch. Prima che comici,

dobbiamo essere un po’ sociologi. Bisogna avere

gli occhi aperti e guardare il mondo con spirito

critico e osservatore."

Dopo il sold out della scorsa stagione con

"Buco", tornate a teatro con "Social Attack" il

prossimo dicembre. Cosa tratta lo spettacolo

e cosa deve aspettarsi il pubblico?

"Come sempre, ci sarà tanto divertimento e risate.

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SPETTACOLO

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Il palco mescolato alla magia del pubblico è

la nostra forza. Il teatro ci dà emozioni intense

e speriamo che arrivino al pubblico con

la stessa energia che proviamo noi. 'Social Attack'

è una commedia tagliente, energica e

piena di musica: una civiltà aliena decide di

distruggere la Terra, giudicata irrimediabilmente

rimbecillita a causa della dipendenza

dai social network. Ne nasce uno show satirico

sull’assurdità del mondo digitale, con

sketch esilaranti e numeri musicali ad alto impatto.

I personaggi, incapaci di vivere senza

uno schermo, devono salvare il pianeta che

loro stessi hanno contribuito a rovinare. Salire

su un palco così importante è per noi motivo

di grande orgoglio: un sogno finalmente realizzato.

Far arrivare un messaggio al pubblico

è fondamentale per noi."

La tua comicità da dove trae ispirazione?

Il quotidiano è molto presente…

"Il quotidiano è la fonte primaria di ispirazione.

Il principio di condivisione spinge le persone

a rivedersi nei video e a condividerli.

L’importante è coinvolgere un target ampio, di

diverse fasce d’età e generi."

Avete tematiche sociali a cui siete legati

e che presentate in chiave comica?

"Nei nostri video trattiamo il quotidiano, rendendolo

condivisibile e lasciando sempre un

piccolo messaggio. Ad esempio, le difficoltà

dei neo-trentenni ad affermarsi nella società

moderna: un’epoca piena di opportunità ma

con poche certezze."

Il vostro pubblico abbraccia diverse generazioni.

La comicità è necessaria nella vita

quotidiana?

"Il linguaggio della comicità deve essere universale.

Chi lo fa ha un vantaggio: per esempio

Checco Zalone parla a un pubblico ampio

e trasversale. La comicità è una livella, un po’

come Totò riferendosi alla morte. La risata è

un bene di tutti."

La comicità può far riflettere. È questo

che vi affascina?

"È fondamentale lasciare un messaggio, ma ci

piace farlo in maniera leggera, con gag divertenti

e a volte improvvisate. La comicità deve

far riflettere: una risata può trasmettere un

messaggio in modo limpido e pregnante."

Emanuel, da founder, cosa sogni per il futuro

di questo progetto?

"Siamo mossi dalla passione per questo mestiere

e dall’amore per il teatro. Il nostro

sogno è vivere facendo questo lavoro, far ridere

la gente e regalare spensieratezza. Il nostro

futuro è continuare a divertirci e crescere

artisticamente senza bruciare le tappe."



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STORIE DI RADIO

by Silvia Giansanti

ANNIBALE GRASSO

RADIO, PASSIONE E LIBERTÀ

LA MAGIA DI UNA VOCE POTENTE SENZA TEMPO

Un professionista con oltre quattro decenni di esperienza racconta il suo percorso tra microfoni, studi e

produzioni, tra ricordi d’infanzia, programmi storici e nuove sfide creative

Questa volta abbiamo l'onore di ospitare uno dei professionisti

più illustri del panorama radiofonico italiano, Annibale Grasso,

voce che arriva dal sud del Lazio e che gli addetti ai lavori

definiscono una bella “tromba”. Anche lui è stato uno dei precursori,

visto che il suo inizio attività risale alla fine degli anni

'70. La parte interessante di questa rubrica è anche quella di

andare a riesumare nomi di radio appartenenti a quell'epoca

particolare e che oramai non esistono più da un pezzo. Tutto

ciò è reso possibile dalle preziose testimonianze di chi ha prestato

la sua opera artistica. Oggi Annibale è ancora in auge,

grazie al suo studio di produzione che spazia dal locale al nazionale,

attraverso spot, promo, programmi e quant'altro. Chi

lo conosce personalmente, sa che è un lupo di mare.

Annibale, ricordi la data esatta della tua prima volta al

microfono?

“Non ricordo la data esatta, ma verso la fine degli anni '70

avevo quindici anni e feci il primo esordio su Radio Alfa della

zona Gaeta-Formia, in una trasmissione per bambini. Da quel

momento rimasi folgorato dal mezzo”.

Sei sempre stato attratto?

“Sì, fin dall'età di due anni, quando ascoltavo la Rai, Radio Montecarlo e Radio Lussemburgo. Vedere però uno

studio e quello che ruotava intorno ad una trasmissione, mi affascinò ancora di più, a tal punto che non volli

più uscire da quella sorta di scatola magica”.

Come avvenne il passaggio da questa trasmissione per bambini ad un programma tuo?

“Avvenne perché intanto vicino casa nacquero le prime radio. Siamo nel 1979 e ricordo che tramite miei amici,

misi piede a Radio Venere, che fu una delle radio storiche del golfo”.

Che programma ti fu affidato?

“Un programma che rispecchiava ciò che si faceva a quell'epoca, dai messaggi, alle richieste, fino ai saluti, il

tutto condito dalla musica. Non c'erano format come oggi, si andava a ruota libera, scegliendo i vinili a proprio

piacimento. Tutto diverso insomma rispetto ad oggi, dove ci sono imposizioni perché le radio sono diventate

grandi aziende”.

Durante le tue prime esperienze, ci fu qualche collega che fece strada come te?

“Sì, Valeria D'Onofrio e Claudio Coccoluto, anche se quest'ultimo ebbe un altro tipo di percorso”.

Il momento in cui hai capito che sarebbe divenuta la tua professione futura, in un'epoca in cui era

prevalentemente passione e gioco.

“Devo tantissimo al mio collega e amico fraterno Francesco De Vena. Durante i primi anni '80 venne in vacanza

a Gaeta e mi sentii in onda su Radio Spazio Blu. Era già un conduttore noto a Roma grazie a Radio Emme

100. Fu incuriosito, perché in me sentiva del potenziale vero e così decise di venire in radio per conoscermi.

Francesco è stato sempre lungimirante sul talento delle persone. Da giovane provinciale, credetti alle sue parole

lusinghiere e al fatto che potevo andare a lavorare nelle prime radio importanti della Capitale. Non mi persi

d'animo e mi presentai a Renato Dionisi, storico editore di Radio Emme 100, scomparso recentemente. Non mi

fece però passare il provino, in quanto notò in me delle inflessioni tipiche della mia zona. Tornai a casa con

l'amaro in bocca. Ma a volte i no fanno bene, perché dopo poco tempo ebbi un'esperienza diversa a livello


internazionale, diventando annunciatore di una grande

emittente canadese. Al ritorno fui di nuovo contattato

da De Vena per entrare a Radio Centro Suono di

Roma. Parliamo più o meno della fine degli anni '80.

Questa volta riuscii ad entrare. Presi il suo posto perché

stava per andare a 101 a Milano”.

Questa è stata la tua storia. A seguire conosciamo

le altre tue esperienze importanti, come

ad esempio quella a Radio Kiss Kiss e a Radio

Globo.

“Prima ancora, un giorno Maurizio Catalani fu colpito

dalla mia voce e mi contattò in veste di direttore artistico,

verso il 1990 per entrare a Radio Radio Network,

con un palinsesto di tutto rispetto. C'erano in

onda Alessandra Zacchino, Maria Rosara Gavar, Federico

Grilli, Ivo Caliendo, Leo Kalimba, Francesco De

Vena stesso, Nicola Maria Fioritti, Francesco Scelta e

altri. Fu una parentesi bellissima che però si concluse

dopo qualche anno. Diventai così un punto di riferimento

per altri radiofonici. A seguire lavorai per Gianmaurizio

Foderaro che dirigeva Radio Luna di Latina”.

Attualmente gestisci il tuo studio di produzione,

AG Voice Productions e non sei al momento in

onda. Ti manca la diretta?

“Dopo tante corse affannose dietro a treni e metropolitane

e tanta ansia di rimanere bloccato in autostrada,

per non bucare la diretta, ti dico di no.

Aggiungiamo anche il fatto che oggi il conduttore è

troppo blindato nel format e non ha un minimo di libertà.

E' un tipo di radio che non mi appartiene più.

Mi manca di più il mare di Gaeta in questo periodo!

Gestisco con orgoglio il mio studio fatto di produzioni

radiotelevisive e creo contenuti per la radio come programmi,

spot, classifiche ecc. Lavoro da solo, ho il

mio sito internet annibalegrasso.it e il mio profilo Tik

Tok dove effettuo delle dirette. Inoltre presento eventi

e metto musica nei club”.

Un tuo parere sulle giovani leve dei conduttori

radio.

“Tutti uguali e privi di personalità, anche se bravi. Ho

individuato invece personalità in Emanuele Carocci, che

conduce su RTL 102.5”.

Cosa ne pensi dei cambiamenti che ha subìto la

radio negli ultimi vent'anni?

“Per me la radio è immaginazione, fantasie ed emozioni.

Sono rimasto ancorato alla vecchia scuola. La

radiovisione non mi appartiene. La radio nacque per

far arrivare una voce, creando immaginazione”.

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COSE BELLE

by Mariagrazia Cucchi

JALISSE: 29 VOLTE NO

“TARATATA” È IL BRANO PROPOSTO

(ED ESCLUSO)

QUEST’ANNO AL FESTIVAL DI SANREMO

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“TARATATA” è il nuovo

singolo dei Jalisse, fresco

di uscita in radio e su tutti

i digital stores, scritto, arrangiato

e interpretato dal

duo, con il contributo di

Marino De Angeli alle chitarre,

prodotto da Catcher

Music PM, Edizioni Starpoint/Royal,

distribuito da

Altafonte. Anche questo è

uno dei brani proposti a

Carlo Conti per il prossimo

Festival di Sanremo 2026,

non accettato per la

29esima volta, ma i due

artisti, già vincitori del festival

nel 1997 con la celebre

“Fiumi di parole” e

quarti all’Eurovision nello

stesso anno, non se la

sono presa, anzi hanno accettato

con il consueto

sorriso l’ennesimo rifiuto.

Il brano, dalle sonorità moderne,

parla di una storia

raccontata con quell’ironia

che oggi più che mai contraddistingue

i Jalisse: ironia

che non è mai banalità

ma leggerezza e ritratto

del quotidiano. Alessandra

e Fabio, coppia nella vita

e sul lavoro, continuano a

sfornare i loro brani con

l’entusiasmo di due ragazzini

che inseguono i propri

sogni senza mai arrendersi.

Come veri artigiani della

musica i Jalisse utilizzano

le loro canzoni per inviare

messaggi, veicolandole attraverso

il web, dove sono

ormai diventati una vera e


#CoseBelle

propria tendenza.

Ogni anno, in occasione

dell’annuncio

del cast

sanremese, sperando

nella sorpresa,

è

attesissima la loro

reazione sui social

e i loro post diventano,

anno

dopo anno, sempre

più virali. Dietro

questa

tendenza, ormai

sulla bocca di

tutti, si nascondono

però due artisti

semplici,

antidivi, persone

tra le persone:

stavolta, in occasione

della bocciatura,

i social li

hanno visti impegnati

a gonfiare

palloncini rossi

per festeggiare il

loro “29mo compleanno…

di no”.

“Tanto noi non ci arrendiamo! – dichiarano

fermamente Fabio e Alessandra – Continuiamo

a portare avanti la nostra musica, i

nostri progetti e anche i nostri sogni. Chissà

che il prossimo anno si riesca a festeggiare

il nostro trentennale sul palco dell’Ariston! La

gente ci vuole e noi cercheremo di non deluderla”.

“TARATATA”, dal ritmo avvolgente e facilmente

canticchiabile dopo il primo ascolto, è

una dichiarazione costante della loro filosofia

di vita insieme: “Uniti come due gocce in un

bicchiere / siamo destinati a non mollare /

finché la ritmica protegge questo amore /

finché la strada resta asciutta”. Anche

quando la giornata si fa monotona, questo

brano vuole sconfiggere l’apatia affrontando

le cose con più leggerezza: “Dimmi che mi

ami veramente / stringimi più forte tra la

gente / che tanto i nostri guai sono comuni”.

Con il nuovo singolo, i Jalisse vogliono rappresentare

la conferma che cerchiamo ogni

giorno, tra le scommesse che la quotidianità

ci impone e che siamo chiamati ad affrontare: il grande entusiasmo per la vita.

… E allora non ci resta che augurare loro che la 30esima volta sia finalmente quella buona!

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EVENTI

UGO RUSSO

LA STELLA

D’ORO

DEL CONI

A UNA CARRIERA

SENZA TEMPO

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Tra le stelle dell’anno passato, è doveroso mettere in luce quella di un volto – e soprattutto di una voce

– tra le più riconoscibili e amate del giornalismo sportivo italiano. Lo scorso 14 dicembre, Ugo Russo,

giornalista e radiocronista Rai, storica voce di “Tutto il calcio minuto per minuto”, è stato insignito della

Stella d’Oro al Merito Sportivo del CONI, il massimo riconoscimento conferito dal Comitato Olimpico Nazionale

Italiano.

Un premio che non rappresenta soltanto un traguardo personale, ma che assume un valore simbolico

per l’intera categoria: Ugo Russo è infatti l’unico giornalista italiano ad aver ricevuto la Stella d’Oro dal

1933, anno di istituzione dell’onorificenza. Un dato che da solo basta a raccontare la portata storica di

questo riconoscimento.

Chi è Ugo Russo

Romano, classe e stile inconfondibili, Ugo Russo è una delle voci che hanno accompagnato generazioni

di ascoltatori nei pomeriggi sportivi italiani. Giornalista e radiocronista Rai, è stato protagonista per decenni

di “Tutto il calcio minuto per minuto”, trasmissione simbolo della radio italiana, capace di unire il

Paese attorno alle emozioni del pallone quando ancora non esistevano dirette televisive multiple e streaming.

La sua carriera, però, va ben oltre il calcio. Numeri alla mano, Russo ha raccontato sei Olimpiadi, Campionati

Mondiali ed Europei di numerose discipline, tre Giri d’Italia, sette edizioni del Sei Nazioni di rugby,

due Internazionali d’Italia di tennis, oltre a innumerevoli eventi sportivi che hanno segnato la storia

recente dello sport italiano e internazionale.

La sua cifra stilistica è sempre stata la stessa: competenza, misura, passione e una capacità narrativa

capace di trasformare una cronaca in racconto, una gara in emozione condivisa.

La cerimonia al Salone d’Onore del CONI

La cerimonia di consegna si è svolta nel prestigioso Salone d’Onore del CONI, alla presenza del presidente

del Comitato Olimpico Nazionale Italiano Luciano Buonfiglio, del Presidente del CONI Lazio Alessandro

Cochi, e di numerosi rappresentanti del mondo sportivo, istituzionale e politico.


La sua voce ha accompagnato vittorie,

sconfitte, imprese e delusioni,

diventando parte integrante della

memoria collettiva degli italiani. Ed

è proprio per questo che il riconoscimento

del CONI assume un valore

che va oltre il singolo premio: è un

omaggio a una generazione di giornalismo

che ha fatto della competenza

e della passione la propria

firma.

Ugo Russo, oggi più che mai, resta

una stella non solo del giornalismo

sportivo, ma della storia dello sport

italiano.

Un contesto solenne, ma anche profondamente

carico di affetto e stima

per un professionista che ha saputo

rappresentare lo sport con rigore e

umanità. Nel suo intervento, Ugo Russo

ha commentato con emozione:

«Un riconoscimento che mi riempie di orgoglio

[…] e, permettetemi, l’essere l’unico

giornalista del nostro Paese ad averlo

conseguito è veramente una soddisfazione

enorme».

Parole semplici, ma dense di significato,

che riflettono lo stile di un uomo che ha

sempre lasciato parlare il lavoro prima delle

celebrazioni.

Un patrimonio della memoria sportiva italiana

La Stella d’Oro al Merito Sportivo non premia

soltanto una carriera, ma un modo di raccontare

lo sport: rispettoso, appassionato, mai urlato.

In un’epoca in cui l’informazione corre

veloce e spesso superficiale, la figura di Ugo

Russo rappresenta un punto di riferimento per

chi crede ancora nel valore culturale della narrazione

sportiva.

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EVENTI

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STARPEOPLE AWARDS

ROMA ACCENDE LA NOTTE DELLE STELLE

TRA GLAMOUR, ARTE E IMPEGNO CIVILE

Roma ha brillato di una luce speciale con la nuova edizione degli StarPeople Awards, l’evento glamour della

Capitale che ha trasformato l’Auditorium Due Pini in una vera “notte delle stelle”, tra eccellenze di arte, spettacolo

e cinema e un forte impegno civile sui temi del bullismo e della violenza di genere.

A condurre l’evento la raffinata “signora bon ton” Roselyne Mirialachi, affiancata da Sir Flavio Iacones, ideatore

e direttore artistico del premio, che per la prima volta è salito sul palcoscenico anche in qualità di conduttore.

Una scelta naturale, dettata dal profondo legame che lo unisce alla sua creatura StarPeopleNews: non solo

un magazine, ma un vero e proprio marchio di fabbrica, capace di tenere insieme la sua passione per la

scrittura, l’arte, la cultura e lo spettacolo.

La serata non è stata una semplice premiazione, ma un vero show corale, in cui premi e performance si

sono intrecciati. Tra le Stelle d’Oro StarPeople premiate: l’astrologa Ada Alberti, l’attore e volto amato di

teatro e tv Franco Oppini, l’interprete della romanità Elena Bonelli. A seguire, il riconoscimento alla giornalista

tv Giulia Di Stefano, alla beauty artist Anna Rita Ascani e alla coreografa e maestra di danza televisiva Veera

Kinnunen.

Nel secondo blocco, riflettori accesi su Patrizia Pellegrino, artista poliedrica tra cinema, teatro e televisione,

sull’attore Emanuel Caserio, sul mondo del burlesque e dello spettacolo incarnato da Claudia Letizia, sul

maestro di danza Simone Di Pasquale, sull’attore e postino televisivo Gianfranco Apicerni e sul cantautore e


autore Vincenzo Incenzo. Il comico Enzo Garramone ha

ricevuto la sua Stella d’Oro accompagnandola con un

irresistibile momento comico che ha scaldato il pubblico.

Tra i riconoscimenti speciali, spazio all'Icona dello spettacolo

italiano Valeria Marini e all’Accademia Vesuviana

del Teatro e Cinema di Gianni Sallustro, che ha approfittato

per consegnare di persona il Premio Talentum

a Flavio Iacones come migliore organizzatore di eventi.

Grande emozione per Eleonora Cecere, premiata e protagonista

di una esibizione canora sulle note di “I Want

You, I Need You”, insieme al corpo di ballo, che ha

fatto rivivere l’atmosfera brillante della tv degli anni ’90.

Il mondo della scrittura e dell’analisi dello spettacolo è

stato rappresentato dal critico Tommaso Chimenti, dalla

stilista e imprenditrice Alessandra Moschillo, dagli attori

Filippo Scarafia e Gilles Rocca, dall’autore televisivo

Marco Salvati e dalla coach e docente di recitazione

Patrizia De Santis.

Cuore profondamente emotivo dell’evento sono stati i

reading poetici firmati da Sir Flavio Iacones. Una poesia

dedicata a Claudia Cardinale, icona assoluta del cinema

italiano, è stata interpretata sul palco da Vincenzo

Bocciarelli, in un omaggio intenso che ha unito

parola, memoria e gratitudine verso una delle più

grandi dive del nostro immaginario collettivo. Un secondo

momento di grande spessore civile è stato il

reading di una poesia sulla violenza contro le donne,

sempre scritta da Iacones e letta dall’Avvocato Patrizia

Valeri, patrocinante in Cassazione, accompagnata dalle

musiche di Einaudi: un passaggio forte, pensato per ricordare

come l’arte e la poesia possano farsi strumento

di denuncia e consapevolezza. A seguire, una

intensa esibizione di danza orientale con Vittoria Shalimar

ha aggiunto una nota di fascino e simbolismo.

Il mondo dell’audio e del podcasting ha trovato spazio

con la Stella d’Oro a Rossella Pivanti, mentre la moda

e l’immagine sono stati rappresentati da Mister Talent

of Italy, dal modello e creator Dennis Scuderi e dal fashion

consultant Cristiano Gassani. La categoria musica

ha avuto il suo momento con il riconoscimento a Mario

Spataro, mentre la serata si è chiusa con la Stella

d’Oro a Francesco Raffaele Avallone, volto dello streaming

e della comunicazione digitale.

Sul fronte delle premiazioni, ogni Stella d’Oro StarPeople

ha riconosciuto il lavoro di artisti, volti televisivi,

professionisti del cinema, della musica, della danza,

della moda e della comunicazione che, con il proprio

talento, hanno saputo raccontare e arricchire il panorama

culturale italiano. Ogni riconoscimento è stato accompagnato

da una motivazione originale, scritta per

l’occasione, a sottolineare in modo puntuale e personalizzato

il valore di ogni singolo percorso.

Con questa edizione, gli StarPeople Awards si confermano

uno degli appuntamenti più glamour e significativi

della Capitale: una serata di luce e tappeto rosso che,

però, non rinuncia mai alla profondità dei contenuti, ricordando

che arte e intrattenimento possono e devono

essere anche strumenti di cambiamento sociale, di sensibilizzazione

contro violenza di genere, bullismo e ogni

forma di discriminazione.

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EVENTI

by Donatella Zaccagnini Romito

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I VITTI D’ORO ALLA NUVOLA

ROMA CELEBRA MONICA VITTI

E LE ECCELLENZE DELLE ARTI SCENICHE

Presso la Nuvola dell'Eur è andata in scena la terza edizione dell'omaggio a Monica Vitti. O meglio "I Vitti

d'oro gli Oscar delle arti sceniche". Un importante riconoscimento al talento, all'arte cinematografica, teatrale

e televisiva, dedicato alla grande attrice romana: musa di Michelangelo Antonioni, compagna di avventure di

Alberto Sordi, autrice e regista.

“Il Vitti era nato come un corto quando la diva era viva - spiega Eleonora Canuti, motore dell'evento assieme

a Guido Faro - e in seguito il marito, Roberto Russo, ha accettato l'idea di trasformarlo in un premio il cui

focus fosse ricordare una donna che è stata un esempio, un'apripista, una pioniera”.

Il grande lavoro che ha fatto dal punto di vista emozionale e di vita, avviando carriere e aiutando attori come

Michele Placido e Lina Sastri. Fonte di ispirazione per Gabriele Muccino. I Vitti sono da sempre gli Oscar delle

arti sceniche che premiano quindi vari talenti. Abbracciano un gamma molto vasta come si capisce bene dalla

lista anche di quest'anno. Quando assegniamo un premio sottolineiamo inoltre il lato umano del destinatario,

perché la Vitti era una grande artista con una profonda anima».

A ricevere il volto in argento dell'indimenticabile stella, accanto ad una pellicola d'oro, talenti come Chiara

Francini, Loretta Goggi, Maurizio Casagrande, Paolo Ruffini, Iva Zanicchi, Noemi, Enrico Montesano, Ilenia Pastorelli,

Paola Minaccioni, Marco Giallini, Marisa Laurito e Fabia Bettini, accompagnata da Gianluca Giannelli.

Premiati anche Paola Cortellesi e Giorgio Pasotti, assenti per motivi di lavoro.


Ma prima che l'evento abbia inizio, un goloso cocktail

di benvenuto. Hanno preso posto gli stilisti Anton Giulio

Grande e Maria Celli con il figlio Giampaolo, l'attore

Carlo Belmondo, la modella Giulia Ragazzini e la musicista

Pamela D'Amico.

La cerimonia di premiazione è stata condotta da Angela

Tuccia e Claudio Guerrini. Ed è centrata sull'irraggiungibile

Monica, punto di rifermento per tante attrici.

Intenso monologo a cura di Fabio Fulco e note d'autore

con il talentuoso Andrea Ricci.

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EVENTI

by Donatella Zaccagnini Romito

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FESTIVAL DEL CINEMA DI POMPEI 2026

TRA LETTERATURA, VISIONI E MEMORIA,

IL CINEMA TORNA ETERNO

Dal 1 al 7 giugno 2026 Pompei tornerà a essere uno dei principali punti di riferimento del panorama cinematografico internazionale

con una nuova edizione del Festival Internazionale del Cinema di Pompei, ideato e prodotto dal Presidente Annarita

Borelli e diretto artisticamente da Enrico Vanzina. Un appuntamento che negli anni ha costruito una fisionomia precisa, riconoscibile

e autorevole, capace di unire cinema, cultura e visione, e che si concluderà, come da tradizione, con la serata

finale nel Parco Archeologico di Pompei, preceduta da un grande red carpet inaugurale, di forte impatto simbolico e scenografico.

Il Festival Internazionale del Cinema di Pompei nasce e si sviluppa come manifestazione a tutela dell’identità culturale, profondamente

legata ai temi della memoria, del tempo e del racconto. Il dialogo con il Parco Archeologico non è solo

geografico, ma concettuale: Pompei rappresenta un luogo in cui il tempo si è fermato, mentre il cinema è il linguaggio che

rende il tempo visibile, narrabile, condiviso. In questo senso, il Festival si configura come uno spazio culturale vivo, dove il

cinema non è soltanto spettacolo, ma strumento di riflessione e trasmissione.

Il focus dell’edizione 2026: Cinema e Letteratura

Il focus tematico dell’edizione 2026 è dedicato a “Cinema e Letteratura – la scrittura che diventa immagine”. Un tema

centrale che attraverserà l’intera manifestazione e che intende indagare il rapporto profondo tra romanzo e cinema, tra

parola scritta e visione.

Il Festival celebrerà i grandi romanzi italiani che hanno dato vita a grandi film, mettendo in dialogo scrittori, registi e attori,

protagonisti di opere che hanno saputo attraversare il tempo e parlare a pubblici diversi. Accanto a loro, saranno presenti


grandi autori della narrativa italiana contemporanea, le cui

opere sono diventate o stanno diventando cinema.

Senza svelare ancora i titoli e i nomi che comporranno il

programma definitivo, il Festival costruirà un racconto corale

sul passaggio dalla pagina allo schermo, sul lavoro di adattamento,

sulla responsabilità e sulla libertà creativa di chi

trasforma una storia scritta in immagine cinematografica.

Un grande romanzo italiano sotto i riflettori: La sera a

Roma

All’interno di questo focus si inserisce uno degli appuntamenti

più attesi dell’edizione 2026: l’evento dedicato a “La sera a

Roma”, romanzo di grande successo firmato da Enrico Vanzina,

pubblicato da Mondadori e vincitore dell’Oscar Mondadori,

da cui è stato tratto l’omonimo film in uscita nel 2026.

La sera a Roma rappresenta un esempio emblematico del

tema del Festival: una storia nata come romanzo e trasformata

in cinema. Il film è scritto e diretto da Enrico Vanzina

ed è prodotto da New International, Rai Cinema e Rosebud.

Il cast riunisce alcuni tra i volti più noti del cinema italiano:

Massimo Ghini, Carlo Buccirosso, Martina Stella, Rocío Muñoz

Morales, Ricky Memphis, Luca Ward e Nicoletta Romanoff.

La serata dedicata al film si terrà a Roma e vedrà la partecipazione

del cast, configurandosi come uno dei momenti di

maggiore rilievo del Festival, non solo come omaggio a

un’opera, ma come riflessione concreta sul rapporto tra letteratura

e cinema italiano contemporaneo.

la supervisione artistica di Enrico Vanzina.

Il titolo del manifesto visivo è “Il tempo ritrovato”. Un tempo

che il cinema custodisce e restituisce: il tempo della memoria,

dell’identità, della storia che resiste. Un concetto che dialoga

in modo naturale con Pompei e con la missione del Festival,

che attraverso il cinema intende preservare e rinnovare il

senso del racconto.

Verso il grande evento di giugno

Tra film in concorso, focus tematici, formazione, grandi eventi

speciali e ospiti italiani e internazionali, il Festival Internazionale

del Cinema di Pompei 2026 si prepara a essere un’edizione

di grande respiro culturale. Dal Parco Archeologico, tra

storia millenaria e immagini contemporanee, Pompei si conferma

il palcoscenico ideale per un Festival che unisce cinema,

letteratura, identità culturale e visione del futuro.

Un appuntamento che non si limita a mostrare film, ma che

racconta il cinema come forma viva di memoria, linguaggio

universale e strumento di eternità.

Il Festival come Festival di film

Il Festival Internazionale del Cinema di Pompei resta, prima

di tutto, un festival di cinema. Anche nel 2026 presenterà

una selezione di film a concorso, composta da lungometraggi

e cortometraggi, inediti e di prima uscita, provenienti da tutti

i paesi del mondo. Una programmazione internazionale che

riflette la pluralità delle culture, dei linguaggi e delle identità

cinematografiche.

I film selezionati rappresentano storie, visioni e sensibilità diverse,

tutte accomunate da una forte attenzione ai temi dell’identità

culturale, della memoria e del racconto umano. La

presenza degli autori e dei protagonisti delle opere accompagnerà

le proiezioni, favorendo il dialogo diretto tra cinema

e pubblico.

I film in verticale e i nuovi linguaggi

Accanto ai lungometraggi e ai cortometraggi, il Festival conferma

anche nel 2026 la presenza dei film in verticale: opere

realizzate con dispositivi digitali e pensate per una fruizione

verticale, poi proiettate mantenendo questo formato. Una sezione

che intercetta i linguaggi del presente e del futuro, accogliendo

nuove forme espressive senza rinunciare al valore

culturale e narrativo.

Anche i film in verticale saranno inseriti nel percorso concettuale

del Festival, sempre legato al tema dell’identità culturale,

dimostrando come i nuovi mezzi possano essere strumenti

di racconto e non semplici supporti tecnologici.

Formazione e nuove generazioni

Uno dei pilastri dell’edizione 2026 sarà la formazione. Il Festival

avvierà percorsi dedicati ai giovani per avvicinarli all’arte

del cinema e ai suoi mestieri. In programma masterclass con

grandi attori e registi italiani, incontri e momenti di confronto

pensati per trasmettere esperienza, metodo e visione.

Un impegno concreto che rafforza il ruolo del Festival come

luogo di crescita culturale e professionale, capace di guardare

al futuro senza perdere il legame con la tradizione.

Il manifesto visivo: “Il tempo ritrovato”

Ad aprire ufficialmente il Festival Internazionale del Cinema

di Pompei 2026 ci sarà, come ogni anno, un manifesto visivo:

un cortometraggio scritto e diretto da Annarita Borelli, con

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