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GP Magazine febbraio 2026

Rivista digitale di spettacolo, arte, cultura, lifestyle e tempo libero

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2/26

Anno 27 - Numero 294

www.gpmagazine.eu

LUANA

RAVEGNINI

“A CHECK UP

MI SENTO

UN MEDICO

MANCATO”

© Foto Mario Luongo

Location: Romeo Hadid Hotel | Roma




EDITORIALE

by Alessandro Cerreoni

NOMADI DIGITALI

ANNO 27 - Numero 294

FEBBRAIO 2026

Autorizzazione del Tribunale di Roma

n. 421/2000 del 6/10/2000

DIRETTORE EDITORIALE

E RESPONSABILE

Alessandro Cerreoni

a.cerreoni@gpmagazine.it

REDAZIONE

Info. 327 1757148

redazione@gpmagazine.it

IMPAGINAZIONE E GRAFICA

GP Spot

HANNO COLLABORATO

Lisa Bernardini, Mariagrazia Cucchi,

Rosa Gargiulo, Francesca Ghezzani,

Silvia Giansanti, Marisa Iacopino,

Marialuisa Roscino,

Roberto Ruggiero

Donatella Zaccagnini Romito

SPECIAL THANKS

Ai nostri inserzionisti, Antonio Desiderio,

Dottor Antonio Gorini

EDITORE

Punto a Capo Srl

PUBBLICITA’

Info spazi e costi: 327 1756829

redazione@gpmagazine.it

Claudio Testi - c.testi@gpmagazine.it

Chiuso in redazione il 15/02/2026

Contatti online: 10.000 giornalieri

attraverso sito, web, social e App

Sito: www.gpmagazine.eu

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E CITTÀ IN TRASFORMAZIONE

Negli ultimi anni lo smart working è passato da soluzione emergenziale a trasformazione

strutturale del lavoro globale. Una rivoluzione silenziosa che non

ha cambiato soltanto le abitudini professionali, ma ha ridefinito il rapporto tra

persone, spazi urbani e territori. Le città, da sempre motori economici e culturali,

si trovano oggi al centro di una metamorfosi che riguarda mobilità, turismo, sostenibilità

e qualità della vita. Lavorare da remoto significa poter lavorare ovunque.

È questo il principio che ha dato origine alla crescita esponenziale dei

cosiddetti nomadi digitali: professionisti che scelgono di vivere e lavorare in

città diverse, spesso spostandosi tra paesi e continenti.

Destinazioni un tempo considerate esclusivamente turistiche – come Lisbona,

Bali, Barcellona o Chiang Mai – si sono trasformate in veri e propri hub internazionali

per lavoratori da remoto. Qui si incontrano freelance, startup e creativi

alla ricerca di qualità della vita, costi sostenibili e connessioni veloci. Per il turismo

urbano si apre così una nuova stagione: soggiorni più lunghi, viaggi meno

stagionali e un’utenza che unisce lavoro e scoperta del territorio. Il concetto di

vacanza si fonde con quello di residenza temporanea, generando nuove opportunità

per hospitality, coworking e servizi locali.

Se alcune città si popolano di nuovi residenti temporanei, altre assistono a un

fenomeno opposto. Nei grandi centri finanziari come New York, Londra o Tokyo,

interi quartieri direzionali si sono parzialmente svuotati con la riduzione del

lavoro in presenza. Uffici meno frequentati significano meno traffico pendolare,

meno consumi nei ristoranti e nei negozi di prossimità, ma anche nuove possibilità

di riconversione.

Di fronte a questi cambiamenti, le città non restano ferme. Alcune stanno adottando

politiche innovative. Lo smart working non è una moda passeggera, ma

un fattore strutturale destinato a ridisegnare le città nei prossimi decenni. Le

metropoli che sapranno adattarsi – offrendo qualità della vita, servizi digitali e

sostenibilità – diventeranno poli attrattivi per una popolazione mobile e internazionale.

Città come Tallinn, Dubai e Lisbona hanno costruito vere e proprie

strategie di marketing territoriale rivolte ai remote worker, riconoscendo il valore

economico e culturale di questa nuova mobilità. Per il settore turistico, ciò significa

intercettare un viaggiatore ibrido: meno interessato al turismo “mordi e

fuggi” e più incline a esperienze autentiche, sostenibili e di lungo periodo.

La diffusione dello smart working non è però priva di criticità. L’arrivo di lavoratori

con redditi internazionali in alcune città ha contribuito all’aumento degli affitti e

al fenomeno della gentrificazione. Quartieri un tempo accessibili diventano improvvisamente

costosi, con il rischio di espellere residenti storici e attività locali.

CONDIZIONI - Nessuna parte di GP Magazine può essere riprodotta. GP Magazine è un

mensile a distribuzione gratuita a servizio dei lettori. Salvo accordi scritti, le collaborazioni

sono da intendersi a titolo gratuito; articoli e interviste sono realizzati in maniera autonoma

dai collaboratori che ne chiedono la pubblicazione senza nulla pretendere in cambio e assumendosi

ogni responsabilità riguardo i contenuti. I banner pubblicitari da noi realizzati sono

di nostra proprietà e qualsiasi utilizzo al di fuori di GP Magazine deve essere da noi autorizzato

dietro esplicita richiesta scritta


Sommario

10

46

50

22

42

48

52

10

LUANA RAVEGNINI

18

DOTTOR ANTONIO GORINI

FARMACI

E DISINTOSSICAZIONE

22

LORENZO MIRANDOLA

34

BOJAN JEVTIC

36

COSE BELLE

NICOLE TESO

40

RICCARDO BRUNI

42

ROSA CRISCUOLO

45

NICOLA CUNEO

46

MARTINA PASINOTTI

48

STORIE DI RADIO

DAVIDE CAMERA

50

PAUL ROBINO

52

ALESSIA GHISONI

3




L’EVENTO DEL MESE

by Donatella Zaccagnini Romito

CAMERA DEI DEPUTATI

UN’OMBRA DI LUCE SULLA STORIA DELLE DONNE:

PRESENTATO IL VOLUME DI ROCCO ROMEO

6

Roma, Camera dei Deputati – Sala Matteotti. Non una semplice presentazione editoriale, ma un momento

di riflessione collettiva sul ruolo della cultura, della memoria e della responsabilità civile. È in questo orizzonte

che si è svolta, nella mattinata del 28 gennaio 2026, la presentazione del volume “Stefania Filo

Speziale. Conversazione con un’ombra di luce” di Rocco Romeo, ospitata nella prestigiosa cornice di Palazzo

Theodoli Bianchelli, sede della Sala Matteotti della Camera dei Deputati.

L’iniziativa ha assunto fin da subito un valore che ha superato i confini della letteratura specialistica. Il

libro, dedicato alla prima donna laureata in architettura all’Università Federico II di Napoli, è stato al

centro di un confronto ampio, che ha intrecciato architettura, storia, diritti, formazione e impegno civile.

Ad aprire l’incontro i saluti istituzionali dell’onorevole Gianpiero Zinzi, membro della Commissione Ambiente,

Territorio e Lavori Pubblici, che ha sottolineato come la valorizzazione delle figure femminili che hanno


7


L’EVENTO DEL MESE

come strumento di restituzione storica e, al tempo

stesso, di interrogazione del presente.

A emergere con forza è stata la scelta narrativa

dell’autore: una “conversazione” che non si limita a

ricostruire una biografia, ma che restituisce una figura

complessa, colta nella sua dimensione umana,

professionale e simbolica. Stefania Filo Speziale appare

così non solo come pioniera dell’architettura

italiana, ma come metafora di un Paese che, troppo

spesso, ha faticato a riconoscere il contributo delle

donne nei processi culturali e progettuali.

Nel suo intervento, Rocco Romeo ha spiegato come

il libro nasca dall’esigenza di sottrarre l’architettura

alla sola dimensione tecnica, per riportarla dentro

una cornice etica e civile. Scrivere di architettura,

ha sottolineato l’autore, significa interrogarsi sul

rapporto tra spazio, società e memoria, e sul modo

in cui le scelte progettuali riflettono valori e visioni

del mondo.

A moderare l’incontro Tina Raucci, giurista e attivista

culturale, che ha guidato il dibattito con equilibrio

e profondità, favorendo un dialogo vivo tra

relatori e pubblico.

La presenza di studenti, docenti, operatori culturali

e rappresentanti delle istituzioni ha confermato il

significato dell’iniziativa: la Camera dei Deputati si

è trasformata, ancora una volta, in un luogo di

ascolto e di pensiero, in cui la cultura non è ornamento,

ma strumento di consapevolezza democratica.

In un tempo segnato da rapide semplificazioni, la

presentazione di “Conversazione con un’ombra di

luce” ha ricordato che la memoria, quando è rigorosa

e narrata con responsabilità, può diventare

una forma concreta di impegno civile.

8

contribuito alla costruzione del

Paese rappresenti oggi un dovere

culturale e politico. Un messaggio

raccolto e rilanciato dal saluto

della scuola ospite, affidato alla

dirigente scolastica Raffaelina Varriale,

preside del Liceo Scientifico

“Emilio Segrè” di Marano di Napoli,

che ha evidenziato l’importanza

del dialogo tra istituzioni e

scuola nella formazione delle

nuove generazioni.

Il cuore dell’incontro è stato animato

dagli interventi di Stefano

Veneruso, regista e attore, Francesco

Rao, sociologo e docente

universitario, Francesca Chialà, artista

e attivista per i diritti umani,

e Angelo Lucarella, editorialista ed

ex docente dell’Università Federico

II di Napoli. Voci diverse, ma accomunate

da una lettura del libro



COVER STORY

by Silvia Giansanti

10

LUANA RAVEGNINI

“A CHECK UP MI SENTO

UN MEDICO MANCATO”

Da qualche anno conduce con il cuore lo

storico programma Rai “Check up”. Si

definisce un medico mancato

Parlare con Luana lascia qualcosa, davanti

ti trovi una persona colta, preparata e che

mette l’anima nel lavoro che svolge in tv.

E’ bello ricordare con lei i bei tempi andati

per chi appartiene a quella generazione,

un’epoca in cui si assaporava tutto più

lentamente, in cui era vivo il desiderio di

poter arrivare ad un obiettivo, percorrendo

una strada. Oggi c’è solo frenesia, non più

magia e semplicità. La sua vita è stata attraversata

da ben due fasi professionali.

Dopo un enorme bagaglio di esperienze,

oggi è alla guida di un programma istituzionale

come “Check up”.

Luana, il tuo debutto nel mondo dello

spettacolo risale al lontano 1987,

quindi oramai siamo arrivati ai 39 anni

di carriera. Un bel traguardo.

“Sì, sarebbe ora di andare in pensione, ma

in questo lavoro gira tutto in modo diverso,

quindi finché ci sono i contratti e

la possibilità si continua. Non ti nascondo

che nei dieci anni in cui ho vissuto a Londra in cui ho staccato completamente per dedicarmi alla famiglia,

dentro sentivo la necessità di tornare in tv. Oggi sto riprendendo le mie soddisfazioni”.

Quando hai capito che potevi fare affidamento sul tuo lavoro?

“Ho vissuto due fasi della mia attività. Ho iniziato a lavorare molto presto all’età di diciotto anni in ‘Indietro

Tutta’, ma già facevo la modella, i provini e la pubblicità. All’epoca funzionava così. Ero carina e guadagnavo

i primi soldini che facevano comodo mentre studiavo. Appena ho iniziato a vedere le prime cospicue entrate,

non ci ho pensato su due volte e mi sono buttata a capofitto in questo tipo di lavoro. Mi ritengo una persona

fortunata che ha avuto mille possibilità nel campo. Sono stata versatile perché ho fatto qualsiasi cosa che mi

è stata proposta. Tutto questo mi è servito al fine di crearmi un bagaglio. Nel momento in cui ho incontrato

mio marito, ho cambiato vita trasferendomi in Inghilterra e staccandomi dal lavoro. Ma in seguito ho avuto

l’opportunità di tornare a lavorare in Italia con un programma storico come ‘Check up’. Ecco che allora ci ho

creduto per la seconda volta”.

Un programma storico che andò in onda per la prima volta nel 1977 e che ha avuto come conduttrici

nomi come Annalisa Manduca e Livia Azzariti. Lo seguivi?


© Foto Mario Luongo

Location: Romeo Hadid Hotel | Roma

11


COVER STORY

12

“Assolutamente sì, perché sono un’appassionata di medicina e mi considero un medico mancato. Da sempre

ho studiato l’argomento, mi sono documentata e continuo a farlo con entusiasmo”.

Un buon conduttore deve saper essere versatile per poter condurre ogni tipo di programma. Per

cosa pensi di essere stata scelta per questo programma di medicina?

“Precedentemente avevo lavorato per una piattaforma medica e mi è stato poi proposto dalla Rai di fare un

programma dal titolo ‘Storie di Salute’, che tra le altre cose, è stata la mia ultima esperienza in Rai prima di

trasferirmi. Rientrando a Roma, mi si è presentata l’opportunità di ‘Check up’ e ho accettato senza esitare”.

Come è articolato attualmente il programma?

“Siamo giunti al quinto anno e inizialmente siamo partiti con la formula originale. Gli interventi chirurgici

venivano eseguiti in diretta da una sala operatoria di Napoli. Con il tempo ci sono stati alcuni aggiustamenti

ed è stato deciso di spiegare ai telespettatori gli interventi attraverso una grafica in 3D. Probabilmente penso

sia più comprensibile. Lo zoccolo duro di ‘Check up’ è quello di voler essere un programma autorevole. Con

i tempi che corrono, sulla rete girano troppe informazioni errate sulla salute con relativo disorientamento”.

Immagino che ogni volta s’imparano nozioni in più.

“Assolutamente, sono secchiona da questo punto di vista, mi piace imparare da luminari, medici, professori.

Sono per la prevenzione, lo studio e la ricerca”.

Segui la tv di oggi?

“Inevitabilmente la seguo. Mi nutro di informazione e di programmi di intrattenimento che mi mettono addosso

serenità. Appartenendo ad una determinata generazione, ho nostalgia della tv del passato. La magia del Carosello

prima di andare a dormire e i personaggi unici di una volta che non ci sono più. Prima erano pochi

professionisti molto validi, adesso ce ne sono molti ma non tutti sono a 360 gradi. Adoro seguire ‘Techetechetè’”:

Nomi di conduttori o giornalisti che stimi.

“Mi piace Antonella Clerici per la sua simpatia e considero Carlo Conti un grande professionista”.

Quale mezzo di comunicazione ti appassiona di più e perché?

“Dico la televisione perché la percepisco più come mio mondo e la considero rassicurante”.

Sei supertecnologica?

“No, solo quanto basta. Uso moderatamente i social, anzi mi affido ad un social media. Dovremmo cercare

di mantenere intatto il nostro equilibrio psicologico, indipendentemente da tutti gli input che ci arrivano. Cerco

di salvaguardarmi. Una delle ultime regole che mi sono data e quella di non guardare il telefono appena

sveglia, ma di iniziare a guardarlo dopo colazione, per evitare di iniziare la giornata con lo stress. Da un po’

di tempo pratico anche la giusta meditazione e questo mi aiuta a ripulire la mente. Farebbe bene a tutti”.

Come sarà questo mondo quando non ci saremo più?

“Cerchiamo di essere ottimisti, ma io la vedo dura, sono molto preoccupata per i giovani che vivono oramai

un mondo virtuale”.

Cosa desideri da questo 2026 appena iniziato?

“Desidero poter continuare così, sono molto soddisfatta di quello che sto facendo”.

CHI È LUANA RAVEGNINI

Luana Ravegnini è nata a Roma il 5 settembre del 1968 sotto il segno della Vergine con ascendente Bilancia.

Caratterialmente si definisce pignola ed equilibrata. Non ha una squadra del cuore, prima simpatizzava

Lazio. Preferisce tifare per la Nazionale. Ha l’hobby della lettura, soprattutto i romanzi e lettura

su filosofia, psicologia e benessere. Adora la pasta al forno con le polpette, una specialità pugliese. Possiede

quattro cani. Il 2002 è stato tra gli anni fortunati della sua vita, insieme al 1995 professionalmente

parlando. Non cambierebbe Roma con nessun’altra città del mondo. Ama viaggiare. E’ sposata dal 2008

ed ha una figlia. Ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo nel 1987 nel programma tv “Indietro

Tutta”, tra le ragazze Coccodè. Fu scelta successivamente da Corrado per prendere parte a “Il pranzo è

servito”. In seguito ha lavorato con Claudio Lippi per vari programmi. Da quel momento è stato un susseguirsi

di opportunità in trasmissioni come “Sereno Variabile”, “Jammin”, “Lascia o Raddoppia”, “Luna

Park”, “Sanremo Giovani”, “Quizzauto” con Paolo Brosio e altro. Ha lavorato anche come attrice al cinema

in “Caramelle da uno sconosciuto”, “Quelli del casco”, “Paganini Horror”, “Paparazzi” e”Faccione”.

Sul piccolo schermo la ricordiamo tra gli altri in “Un posto al sole”. E’ giornalista . Per un periodo della

sua vita ha vissuto in Inghilterra. Da cinque anni conduce lo storico programma “Check up” su Rai Due.


© Foto Mario Luongo

Location: Romeo Hadid Hotel | Roma

13


ZOOM

by Marialuisa Roscino

Violenza giovanile in aumento:

Lucattini: “Scuola e famiglia

sono i pilastri fondamentali”

Il panorama della violenza giovanile oggi non è più un fenomeno circoscritto a contesti di marginalità, ma attraversa

trasversalmente ogni strato della nostra società, assumendo forme sempre più fluide e preoccupanti.

Se da un lato, le nuove tecnologie offrono opportunità senza precedenti, dall’altro, sono diventate il palcoscenico

di nuove dinamiche di sopraffazione, dove il confine tra reale e virtuale si dissolve, lasciando spazio a

un’aggressività spesso priva di filtri emotivi. Le ricerche più recenti delineano un quadro multifattoriale: non

si tratta solo di “comportamenti devianti”, ma di una costellazione di fragilità psicologiche, difficoltà nella regolazione

degli affetti e un senso di vuoto esistenziale che i giovani tentano di colmare attraverso l’agire violento

o l’uso e abuso di sostanze stupefacenti e alcol. In un mondo, in cui i modelli culturali cambiano rapidamente,

la capacità di gestire la rabbia e di riconoscere l’altro come “persona” sembra essersi indebolita.

er comprendere le radici profonde di questo disagio e comprendere come intervenire preventivamente, abbiamo

intervistato Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica

Italiana, per una maggiore analisi dell’attuale contesto e delle dinamiche che spingono un

adolescente verso la violenza.

Lucattini: “Famiglia e scuola sono i pilastri fondamentali nella prevenzione dei comportamenti violenti tra i giovani. Una base

familiare sicura e contenitiva aiuta gli adolescenti a sviluppare regolazione emotiva, fiducia nelle relazioni, capacità di chiedere aiuto

e resilienza nelle difficoltà. In assenza di questo supporto, i giovani sono più vulnerabili a pressioni esterne, conflitti interpersonali e

dinamiche aggressive”.

14

Dottoressa Lucattini, perché secondo lei, nei giovani aumenta la rabbia e la violenza? In che modo

influiscono nell’attuale panorama, i media e i social network sui comportamenti violenti?

L’influenza dei media e dei social network sui comportamenti violenti degli adolescenti è complessa e multifattoriale,

ma le evidenze più recenti indicano che l’uso pervasivo di piattaforme digitali può incrementare

alcune forme di aggressività e comportamenti antisociali, soprattutto in presenza di forme di uso problematico

o di esperienze di esclusione e vittimizzazione online. Studi longitudinali mostrano che l’uso intensivo dei

social media, e in particolare i comportamenti riconducibili alla dipendenza da social network, sono associati

a livelli più elevati di aggressività reattiva e relazionale negli adolescenti, con differenze di genere nel modo

in cui questa relazione si manifesta. Questi effetti non sono semplicemente dovuti alla quantità di tempo

trascorso online, ma anche a meccanismi psicologici e sociali - come moral disengagement, esclusione

sociale e vulnerabilità emotiva - che mediano o moderano la relazione tra esposizione a contenuti online e

risposte aggressive. Nel complesso, i social media non creano automaticamente comportamenti violenti, ma

possono amplificare tendenze aggressive preesistenti, facilitare dinamiche di cyberbullismo e normalizzare risposte

ostili, soprattutto se non accompagnati da educazione digitale e regolamentazioni adeguate (European

Journal of Investigation in Health, Psychology and Education, 2025).

Il bullismo, il cyberbullismo, lo stalking e il revenge porn sono forme di violenza che colpiscono in

particolare i giovani. Quali sono gli effetti psicologici più comuni che Lei riscontra nei ragazzi

vittime di questi fenomeni?

Le ricerche più recenti confermano che le vittime di bullismo, cyberbullismo e altre forme di violenza digitale,


come stalking online e diffusione non consensuale

di immagini intime, presentano un rischio significativamente

aumentato di depressione, ansia, isolamento

sociale, bassa autostima e difficoltà scolastiche. Nei

casi più gravi, si osservano ideazione suicidaria, comportamenti

autolesivi e sintomi post-traumatici, con

effetti che possono persistere nel tempo e interferire

con lo sviluppo emotivo e relazionale. Studi longitudinali

mostrano come la cyber-vittimizzazione abbia

un impatto diretto e duraturo sulla salute mentale

degli adolescenti, indipendentemente da altri fattori

di rischio preesistenti (Lancet Child & Adolescent Health,

2026).

In che modo, la violenza psicologica può essere

altrettanto dannosa quanto quella fisica?

La violenza psicologica, pur non lasciando segni corporei

visibili, può essere altrettanto tossica e pervasiva

quanto la violenza fisica perché agisce sul senso

di sé, sulla sicurezza relazionale e sulle capacità di

regolazione emotiva. Dati recenti indicano che esperienze

prolungate di violenza emotiva e coercitiva

sono associate a esiti psicologici severi, come sintomi

post-traumatici, depressione, ansia, stress prolungato

e compromissione del funzionamento sociale

allo stesso modo di molte forme di abuso fisico.

Studi clinici mostrano che la violenza psicologica può

generare una risposta traumatica persistente, alterando

la percezione di sicurezza e controllo e favorendo

l’insorgenza di disturbi dell’umore e di

regolazione emotiva (Current Psychology, 2026).

Quali possono essere le conseguenze a breve e

lungo termine della violenza giovanile, sia per

le vittime che per gli aggressori?

La violenza giovanile ha conseguenze rilevanti e durature

sia per chi la subisce, sia per chi la agisce.

Nel breve termine può determinare ferite fisiche,

stress acuto, paura, sintomi ansioso-depressivi e difficoltà

scolastiche. Nei casi gravi e ripetuti può portare

a comportamenti autolesivi o anticonconservativi.

Nel lungo periodo, l’esposizione alla violenza è associata

a un aumentato rischio di disturbi mentali,

comportamenti a rischio per la salute, abuso di sostanze,

disabilità e malattie croniche, oltre a compromissioni

dello sviluppo emotivo, cognitivo e

relazionale. Anche gli aggressori presentano un rischio

maggiore di cronicizzazione dei comportamenti

violenti, fallimento scolastico, marginalità sociale e

problemi giudiziari. Le evidenze più recenti confermano

che la violenza giovanile rappresenta un fattore

critico che incide negativamente sulle traiettorie

di vita e sulla possibilità di un’integrazione sociale

positiva (Child Abuse & Neglect, 2026).

Quanto incidono sostanze stupefacenti e alcol

nel generare comportamenti violenti?

L’uso di alcol e droghe è un fattore di rischio consolidato

associato a comportamenti violenti tra gli

adolescenti e i giovani adulti. Dal punto di vista psicofarmacologico,

l’alcol riduce le inibizioni, compromette

i processi decisionali e aumenta la reattività

emotiva, facilitando aggressività, conflitti e reazioni

impulsive. Anche l’uso di droghe illecite può modificare

l’umore e la percezione, portando a irritabilità,

paranoia o scarso controllo degli impulsi, tutte condizioni

che possono aumentare la probabilità di violenza

in contesti sociali o interpersonali.

L’associazione tra uso di sostanze e comportamenti

violenti è stata osservata sia nell’immediato (ad

esempio, episodi di violenza in stato di ebbrezza),

sia longitudinalmente, con un aumento del rischio di

comportamenti antisociali, aggressività e coinvolgimento

in condotte delinquenziali. Questi effetti sono

particolarmente pronunciati quando l’uso di sostanze

avviene in contesti di vulnerabilità psicologica o sociale,

e possono essere bidirezionali ( ovvero l’uso

15


ZOOM

16

può precedere o seguire

esperienze di violenza

(Journal of

School Health, 2025).

Qual è il ruolo determinante

della Famiglia

e della Scuola?

Famiglia e scuola sono

i pilastri fondamentali

nella prevenzione dei

comportamenti violenti

tra i giovani. Una base

familiare sicura e contenitiva

aiuta gli adolescenti

a sviluppare

regolazione emotiva, fiducia

nelle relazioni,

capacità di chiedere

aiuto e resilienza nelle

difficoltà. In assenza di

questo supporto, i giovani

sono più vulnerabili

a pressioni esterne,

conflitti interpersonali e

dinamiche aggressive.

La scuola, dal canto

suo, ha un ruolo cruciale nel promuovere competenze

socio-emotive come gestione della rabbia, risoluzione

dei conflitti, empatia e cooperazione.

Programmi scolastici ben strutturati possono ridurre

i comportamenti a rischio, sostenere un clima positivo

nella classe e favorire lo sviluppo di strategie

pro-sociali. Studi longitudinali indicano che interventi

basati sulla famiglia e sulla scuola sono associati a

una diminuzione significativa dei comportamenti aggressivi

e a un miglior adattamento sociale negli

adolescenti (Lancet Child Adolesc Health, 2026). Un

approccio integrato che coinvolge famiglia, scuola,

agenzie educative, sport e comunità è determinante

per prevenire la violenza giovanile e sostenere lo sviluppo

sano dei ragazzi.

Come la psicoanalisi può contribuire nella prevenzione

e nel trattamento della violenza tra i

giovani, sia da parte di chi la commette, che da

parte di chi la subisce?

La psicoanalisi e la psicoterapia psicodinamica possono

offrire un contributo significativo sia nella prevenzione,

sia nel trattamento dei giovani coinvolti in

fenomeni di violenza. Attraverso l’esplorazione delle

dinamiche emotive profonde, dei modelli relazionali

interiori, delle difficoltà di regolazione affettiva e delle

esperienze traumatiche precoci, questo approccio

aiuta i giovani a comprendere le motivazioni inconsce

dei propri comportamenti, migliorare la capacità di

mentalizzazione e a sviluppare modi più adattivi di

fronteggiare conflitti e stress. La talking cure, praticata

in forma individuale, familiare o di gruppo, consente

ai ragazzi di elaborare esperienze dolorose e

simbolizzare emozioni

difficili da esprimere,

migliorando l’autoconsapevolezza,

la gestione

dell’aggressività

e la qualità delle relazioni

interpersonali.

Anche nei casi di chi

ha vissuto violenza, la

psicoterapia psicodinamica

può ridurre sintomi

internalizzanti

come ansia, depressione

e comportamenti

autolesivi e promuovere

processi di integrazione

psicologica. Un’importante

ricerca ha evidenziato

che la

psicoterapia psicodinamica

applicata ai giovani

mostra evidenza di

efficacia clinica nel ridurre

sintomi psicologici

e migliorare il

funzionamento emotivo

e sociale (Frontiers in Psychology, 2024).

Quali consigli si sente di dare per la prevenzione

della violenza tra scuola, famiglia e comunità?

-Costruire una rete educativa stabile e comunicante.

Scuola, famiglia e servizi territoriali devono condividere

informazioni, obiettivi e strategie, evitando interventi

isolati o frammentati;

-Intercettare precocemente il disagio emotivo e relazionale.

Cambiamenti comportamentali, ritiro sociale,

aggressività o calo del rendimento scolastico vanno

riconosciuti come segnali di allarme e non come

“fasi normali” da ignorare;

-Promuovere competenze emotive e relazionali fin

dall’infanzia. Empatia, gestione della rabbia, rispetto

delle regole e capacità di risolvere i conflitti sono

fattori protettivi fondamentali;

-Offrire adulti di riferimento affidabili e coerenti. Insegnanti,

genitori ed educatori devono rappresentare

modelli di contenimento, ascolto e responsabilità, evitando

messaggi contraddittori;

-Educare a un uso consapevole del digitale e dei social.

Prevenire la violenza significa anche contrastare

cyberbullismo, esclusione e umiliazione online attraverso

educazione digitale condivisa;

-Favorire spazi di dialogo e partecipazione per i giovani.

Dare voce ai ragazzi riduce il ricorso all’aggressività

come forma di espressione del disagio;

-Attivare tempestivamente il supporto specialistico

quando necessario. Il coinvolgimento precoce dei servizi

di salute mentale previene la cronicizzazione del

disagio e l’escalation dei comportamenti violenti.



SALUTE & BENESSERE

by Alessandro Cerreoni

Farmaci e

disintossicazione

quando curarsi può

essere un rischio

Dall’aumento dell’uso di medicinali alle possibili

conseguenze sull’organismo nel lungo periodo:

un’analisi sul sovraccarico farmacologico e sull’importanza

di depurazione, prevenzione e stili di vita

sani per ristabilire l’equilibrio del corpo e ridurre

l’impatto delle terapie prolungate.

18

Ad ogni male c'è un rimedio... anzi un farmaco. Negli ultimi anni c'è l'impressione che il consumo

di medicinali sia aumentato a dismisura. Un sovraccarico di farmaci non è mai un bene per l'individuo

e in questo articolo trattiamo – nei limiti del possibile – l'argomento legato alla disintossicazione

e al drenaggio. Ne parliamo con il dottor Antonio Gorini.

E' sempre più crescente - per vari motivi - l'assunzione dei farmaci da parte dell'individuo.

Al di là dei benefici relativi alla patologia per i quali si richiede l'assunzione, a lungo

andare cosa accade nel nostro organismo?

“In Italia le principali malattie sono quelle cronico degenerative, che vengono gestite con un controllo

farmacologico per lo più dei sintomi. Aumentando i sintomi o le alterazioni negli esami di laboratorio,

si aumentano i farmaci. Siamo al punto in cui molti anziani assumono ogni giorno più di 12 farmaci.

Alcuni di questi vengono prescritti molti anni prima e raramente vi è una revisione della terapia in

base alle nuove condizioni del paziente o in base alle interazioni dannose che possono avere questi

mix chimici. Da qualche anno alcune ASL in Italia hanno istituito degli ambulatori per “de-prescrivere”

i farmaci… La situazione deve essere veramente grave. Di sicuro comporta un’ingente spesa economica

per le Regioni, dall’altra parte qual è l’impatto sulla salute? A questa risposta non sappiamo

rispondere poiché non esiste una sorveglianza “stretta” sull’uso prolungato dei farmaci e delle loro

interazioni. Le aziende che producono i farmaci hanno il brevetto per 10 anni finiti i quali, perso il

brevetto, non spendono più soldi per effettuare studi di nessun tipo. Pertanto, cosa può succedere

nel prendere un qualunque farmaco per 20-30 o più anni nessuno lo sa. Personalmente io propendo

per una continua revisione della terapia ad ogni visita di controllo, levando ciò che non è più utile

o che ha interazioni con nuovi farmaci. Soprattutto conto sulle modifiche degli stili di vita e sull’integrazione

di farmaci naturali per riequilibrare le funzioni alterate e ridurre significativamente i farmaci

chimici”.

Quali possono essere i farmaci che maggiormente possono incidere e/o alterare la normale

funzionalità dell'organismo?

“Come dicevo prima non possiamo essere precisi e indicare farmaci specifici. Possiamo solo fare

qualche accenno che ha prove scientifiche. Ad esempio, sappiamo che un uso superiore a 5 grammi

l’anno di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), come ibruprofene, acido acetil salicicilico,

ecc., può danneggiare la funzione renale. L’uso di inibitori di pompa protonica (i cosiddetti gastro-


protettori) è sconsigliato per lunghi periodi e ha dimostrato un aumento di danni a cuore e vasi

sanguigni, ma anche ai reni e alle ossa, per non parlare di problemi digestivi. L’uso sconsiderato

degli antibiotici fa in modo che i batteri diventino sempre più forti e resistano all’azione del farmaco,

inoltre, qualunque terapia antibiotica genera un’alterazione dell’ambiente intestinale (disbiosi), che

richiede molto tempo per tornare alla normalità, se non si interviene prontamente. L’uso di cortisone

per molti anni provoca innalzamento della glicemia e dei valori di pressione sanguigna, danneggia

il tessuto connettivo e le ossa, ma molto spesso è un farmaco indispensabile per controllare malattie

serie. In definitiva, bisogna sempre fare un calcolo dei pro e dei contro”.

E' possibile disintossicarsi e/o "ripulire" l'organismo in caso di assunzione di farmaci?

La maggior parte dei farmaci rimane nel nostro corpo per poche ore, pertanto, con la sospensione

dopo poco non ne troviamo più in circolo. I nostri sistemi di eliminazione (reni e fegato su tutti)

lavorano alla grande! Bisogna fare di tutto per ridurre al minimo essenziale i farmaci! Trovare altre

soluzioni è fondamentale! Certo, cambiare stili di vita richiede impegno e i rimedi “alternativi” possono

costare, mentre i farmaci li passa la 'mutua' e de-responsabilizzano il paziente, che pensa di

stare facendo il massimo che può per stare bene…. Certamente possiamo prevenire e controllare

gli effetti collaterali dei farmaci con terapie naturali, laddove sia impossibile sospendere la terapia

chimica”.

Disintossicazione e drenaggio sono due facce della stessa medaglia?

“Diciamo che la differenza tra i termini è sottile e non credo interessi troppo i lettori. Nel nostro

mondo moderno e industrializzato, sempre più lontano da stili di vita “naturali” e salutogeni, introduciamo,

volontariamente o meno, una quantità enorme di sostanze che possono essere dannose.

Attraverso l’aria, il cibo, l’acqua, i farmaci, le radiazioni ambientali introduciamo moltissime molecole

o informazioni di cui non sappiamo i nomi, non sappiamo cosa facciano e come interagiscano con

noi e tra di loro. Pertanto, tenere sempre in buona efficienza i sistemi di disintossicazione e di

escrezione del nostro organismo è indispensabile”.

In che modo è possibile disintossicarsi, drenare e/o ripulire l'organismo?

“I modi sono molteplici e non possono essere indicati tutti. In ogni caso è meglio sempre individualizzare

questo tipo di trattamento. Intanto, bere acqua pulita in quantità (30 ml per kg di peso

corporeo) e con pH alcalino (solo lontano dai pasti); fare attività fisica (meglio se all’aperto); il di-

19


SALUTE & BENESSERE

20

giuno o semi-digiuno periodico

(settimanale, mensile, …); fare un

periodo di 2-3 giorni di dieta

idrica e vegetariana; utilizzare terapie

naturali che aiutano i sistemi

biologici di disintossicazione

e drenaggio; integrare vitamine,

antiossidanti e minerali che possono

diventare carenti in corso di

intossicazione dell’organismo”.

Spesso si associa la disintossicazione

con l'uso di fitoterapici?

Cosa propone la natura in

tal senso?

“Madre Natura fornisce piante che

aiutano la funzione epatica, che è

il principale organo disintossicante.

Tra queste il Tarassaco e

il Cardo mariano sono le più famose.

Vi sono anche piante che

aiutano la funzione renale come,

ad esempio, l’ortica e la betulla.

Non dimentichiamo gli antiossidanti

di origine naturale come la

quercetina, il resveratrolo, la polidatina

e molti altri”.

E l'omeopatia?

“L’omeopatia utilizza rimedi semplici

e composti che aiutano il

corpo a eliminare le tossine. In

particolare, i rimedi omotossicologici

sono pensati proprio per favorire

ciò. Alla base

dell’omotossicologia vi è il concetto

che la malattia è un meccanismo

con cui il corpo cerca di

eliminare le tossine. Pertanto,

sono molti i rimedi che aiutano a

fare ciò. Citarne tutti i nomi sarebbe

inutile e richiederebbe

molto spazio. Non dimentichiamo

che la terapia omeopatica, omotossicologica

e low dose in generale

DEVE essere personalizzata

sul singolo individuo”.

Facciamo un esempio: assunzione

di antibiotici. Cosa è consigliabile

fare per

disintossicarsi, drenare e/o ripulirsi?

“Come dicevamo prima, l’antibiotico

scompare dopo poche ore

dalla fine della somministrazione.

In questi casi dobbiamo pensare

soprattutto a ripristinare l’equilibrio

della flora batterica intestinale

utilizzando dei probiotici

(*) Il dottor Antonio Gorini è esperto di Nefrologia, Oncologia Integrata, Medicina

Funzionale di Regolazione, Low Dose Medicine, Medicina Integrata, Fitoterapia,

Omeopatia e Omotossicologia, Microimmunoterapia, Ossigeno Ozono Terapia,

Statistica della Ricerca e Pratica Clinica, Agopuntura.

E’ docente presso l’International Academy of Physiological Regulating Medicine

(quelli che una volta venivano chiamati fermenti lattici) di qualità.

Dobbiamo assumerli per almeno 2-3 mesi per ripristinare

l’intestino. In casi più complessi può essere utile una pulizia intestinale

con chelanti specifici e/o rimedi naturali antinfiammatori

e riparatori della parete intestinale. È importante anche

curare l’alimentazione, privilegiando cibi freschi, ricchi di fibre

e poveri di zuccheri raffinati, che favoriscono la ricostruzione

di una flora batterica sana. Una buona idratazione aiuta l’organismo

nei processi fisiologici di eliminazione delle tossine.

Anche il riposo e la riduzione dello stress contribuiscono al

riequilibrio del sistema immunitario e intestinale. Infine, è sempre

consigliabile personalizzare il percorso con il proprio medico

o specialista, per valutare eventuali integrazioni mirate e

monitorare il recupero dell’equilibrio intestinale nel tempo”.

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VIAGGI & VIAGGIATORI

by Alessio Certosa

LORENZO

MIRANDOLA

IL “CACCIATORE

DI AURORE

BOREALI”

PIÙ SEGUITO

SUI SOCIAL

22

Con oltre 550 mila follower su Instagram, Lorenzo Mirandola è diventato uno dei punti di riferimento in

Europa per chi sogna di vedere l’aurora boreale. Dalla formazione da ingegnere ambientale alla vita nell’Artico,

ha trasformato una passione coltivata fin da bambino in un lavoro che lo porta ogni notte a inseguire

uno degli spettacoli naturali più affascinanti al mondo. In questa intervista ci racconta come tutto

è iniziato, i falsi miti più diffusi e i segreti per vivere davvero l’aurora boreale.

Lorenzo, sei il “cacciatore di aurore boreali” più seguito sui social. La tua community vanta oltre

550 mila followers solo su Instagram. Ma come è nata la tua passione per l’aurora boreale?

“Onestamente da quando ero bambino sognavo di vedere l’aurora boreale, tanto è che ho fatto l’esame

delle elementari sulla Lapponia e sull’aurora boreale. La prima volta che sono venuto in Lapponia non

avevo idea di quanto l’aurora potesse cambiarmi la vita. L’ho vista una notte, completamente da solo nel

freddo: era settembre e sono corso fuori con maglietta a maniche corte e pantaloncini ed è stato come

prendere una scossa. Da quel momento ho capito che non sarei più tornato indietro. È iniziato tutto

come una semplice curiosità, poi è diventata una dipendenza sana… e oggi è il mio lavoro e la mia passione.”

Raccontaci il tuo percorso fino a qui, da ingegnere ambientale a “cacciatore esperto” di aurora

boreale.

“Ho studiato ingegneria ambientale in Italia e ho sempre avuto un legame forte con la natura. Ma sentivo

che non era abbastanza. Volevo vivere fuori, volevo vivere l’ambiente, non solo studiarlo. Nel 2016 ho

scelto Oulu come posto per il mio Erasmus: era il luogo più a nord che potessi scegliere e l’unico dal

quale si poteva osservare l’aurora boreale. Lì sono iniziate le mie cacce all’aurora boreale, prima a piedi

e poi successivamente in bici. Spesso, quando i miei amici erano a feste, io scappavo fuori e andavo a

caccia di aurore. Ho iniziato a lavorare come guida nel 2018, prima come guida in aereo per la caccia


all’aurora boreale e poi in vari tour. In quel periodo

ho visto molte persone che venivano letteralmente

prese in giro e portate sotto cieli coperti.”

L’aurora boreale è uno spettacolo che affascina

davvero tutti. Quali sono le domande più frequenti

che ti fa la tua community? Perché c’è

sempre tanto fermento ed eccitazione?

“Le domande più frequenti sono sempre le stesse:

‘Si vede anche se nevica?’ ‘Qual è il mese migliore?’

‘Qual è il giorno migliore?’ ‘Che app usi?’ ‘A che

ora esce?’ ‘C’è la luna, quindi non si vede?’ ‘In questo

paese la vedo sicuro?’. Credo che l’aurora affascini

così tanto perché è uno spettacolo vivo,

imprevedibile. Non è come un monumento: può

esplodere nel cielo in un minuto e sparire subito

dopo. È qualcosa che ti fa sentire piccolo ma vivo.

Chi la vede per la prima volta si emoziona sempre:

non ho mai visto nessuno rimanere indifferente.”

In Lapponia hai fondato Arctic Road Trips con

l’intento di offrire un servizio unico per chi

vuole vedere l’aurora boreale. Quali esperienze

proponete e cosa vi differenzia?

“Noi facciamo una cosa molto semplice, ma che

quasi nessuno fa: viaggiamo inseguendo l’aurora,

non stando fermi nello stesso posto. Organizziamo

road trip di più giorni tra Finlandia, Svezia e Norvegia.

Ogni sera ci spostiamo in base al meteo

reale, non a un programma fisso. È per questo che

abbiamo il 100% di successo da cinque anni. Facciamo

tutto in piccoli gruppi, in modo autentico:

niente turismo di massa, niente finte promesse. Per

chi non riesce a fermarsi più giorni offriamo anche

il tour di una notte, dove le persone pagano solamente

se vedono l’aurora boreale da Rovaniemi. E

le escursioni sono disponibili anche con guida in

italiano.”

Molti pensano di poter vedere l’aurora boreale

semplicemente trovandosi in un paese artico.

Ma non è propriamente così, giusto?

“Esatto… questa è la più grande illusione. Non basta

essere in Lapponia per vedere l’aurora. Se il cielo

è nuvoloso, puoi anche essere nel posto migliore

del mondo e non la vedrai mai. Molte volte bisogna

guidare ore, cambiare paese, scappare dalle nuvole,

controllare i venti, l’umidità, la radiazione, i gap nel

cloud cover. Insomma: bisogna cacciarla, non aspettarla.

Anche se hai il cielo sereno tutta la notte

devi sapere quando essere fuori. Tanti che vanno

da soli perdono sempre la parte migliore della

notte.”

Tantissimi si avvalgono di app e sistemi per

cacciarla: funzionano davvero?

“Le app sono utili… per capire se forse succede

qualcosa. Ma non ti dicono se il cielo è coperto,

se sta arrivando neve, se il vento cambia direzione

o se in un’altra zona a 200 km c’è un buco perfetto.

Il meteo nell’Artico è imprevedibile e le app

sono sbagliate nel 50% delle volte. Il 90% delle

persone che non la vede si fida troppo delle app e

troppo poco del meteo reale. Noi abbiamo creato

aurorawebcams.com, un’app molto avanzata per sapere

in tempo reale dove si vede l’aurora, ma

anche con quella da soli non è semplice orientarsi.”

Ultimamente si parla molto del 2026 come

anno migliore per avvistare l’aurora boreale. C’è

della verità?

23


VIAGGI & VIAGGIATORI

24

“Non potremo saperlo finché non sarà finito. Siamo

vicini al massimo solare, già passato nel 2024-2025,

quindi le aurore sono sicuramente più forti e frequenti.

Ma se il cielo è coperto non cambia nulla.

Al nord, dove siamo noi, anche durante il minimo

solare possiamo avere aurore incredibili. Le più belle

della mia vita le ho viste tutte tra il 2020 e il 2022,

quindi non è detto che andando verso il minimo

solare avremo meno spettacolo. Forse ci saranno

meno tempeste magnetiche, ma alle nostre latitudini

basta anche un’attività non fortissima per avere aurore

bellissime.”

Qual è il periodo migliore per venire

in Lapponia per vedere l’aurora

boreale?

“Io dico sempre che ci sono due stagioni

perfette. Autunno (fine agosto-novembre):

colori incredibili, temperature

più umane, riflessi nei laghi e possibilità

altissima di vedere l’aurora. Inverno

(gennaio-inizio aprile): paesaggi da

fiaba, neve ovunque e atmosfera magica.

Settembre-ottobre e marzo-inizio

aprile sono probabilmente i due periodi

migliori in assoluto.”

Quali altri falsi miti sull’aurora boreale

circolano più comunemente?

“‘Con la luna piena non si vede’: falso.

Ho visto aurore fortissime anche con

la luna gigante. ‘Devi avere KP alto’: no.

Con KP1 puoi avere spettacoli incredibili

se sei nel posto giusto. L’aurora più

bella l’ho vista con KP0. ‘Esce solo a

orari precisi’: non è un tram. Può

uscire alle 17 come alle 3 di notte.”

Esiste un identikit dei viaggiatori

che partono per vederla?

“Sì. Sono persone curiose, emotive, che

vogliono vivere qualcosa di vero. Non

cercano la foto perfetta, cercano un

momento che ricorderanno per sempre.

L’aurora attrae chi ha bisogno di sentirsi

vivo.”

È importante affidarsi a guide davvero

esperte?

“Assolutamente sì. In Lapponia purtroppo

ci sono molti improvvisati che

ti portano sotto un cielo nuvoloso,

fanno finta che ‘non ci fossero le condizioni’

e intanto il tour è pagato. Oppure

non sanno dirti nulla sull’aurora

e seguono semplicemente istruzioni

standard. Se una guida non conosce i

microclimi, non sa leggere le mappe

serie e non è disposta a guidare anche

800 km in una notte, difficilmente ti

farà vedere qualcosa. Affidarsi a una

guida esperta fa la differenza tra ‘non

l’ho vista’ e ‘la notte più bella della mia

vita’.”

Cosa sogni per il futuro e quali progetti hai?

“Più che un progetto, ho un sogno: realizzare un

grande documentario. Un viaggio estremo tra le

tempeste solari più forti del ciclo, raccontando l’aurora

come non è mai stato fatto e mostrando cosa

significa davvero vivere da cacciatore di aurore boreali.

Raccontare il dietro le quinte, il freddo, il

vento, i cambi di meteo, le difficoltà… e mostrare

al mondo i luoghi più sperduti dove sono stato a

caccia di aurora boreale.”


Febbraio 2026

Informa

Innovazione per la vista dei bambini:

scopri le lenti MIYOSMART

Negli ultimi anni, la miopia nei bambini è diventata una vera e propria sfida per la salute visiva.

L'uso prolungato di dispositivi digitali, lo stile di vita sempre più sedentario e la ridotta

esposizione alla luce naturale hanno contribuito ad un aumento significativo della miopia infantile.

Secondo gli esperti, senza un intervento adeguato, la miopia può peggiorare progressivamente,

portando a problemi visivi più gravi in età adulta.

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Sviluppate dalla ricerca avanzata di Hoya, queste lenti sono progettate per rallentare la progressione

miopica nei bambini grazie alla tecnologia D.I.M.S (Defocus Incorporated Multiple

Segments). Questa innovazione permette di correggere la vista mantenendo al tempo

tempo stesso un defocus miopico periferico che aiuta a ridurre l'allungamento del bulbo oculare,

principale causa dell'avanzamento della miopia.

Efficacia dimostrata: Studi clinici hanno evidenziato che le lenti MiyoSmart possono ridurre

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III


L’esperto +VISTA risponde...

Grazie alle vostre numerose richieste, continua la nostra rubrica di approfondimento e risposte ai

quesiti posti ai nostri esperti. Continuate a scriverci a : magazine@piuvista.com

L’ESPERTO OPTOMETRISTA +VISTA RISPONDE

Gianluca P. – 46 anni – Guidonia

“Gentile esperto +VISTA, non porto occhiali ma ho iniziato ad avere difficoltà nella lettura. Posso risolvere con un occhiale premontato?

Cosa mi consiglia?”

“Caro Gianluca, gli occhiali premontati hanno il limite di non tenere in considerazione gradazioni inferiori ad una diottria né eventuali differenze fra

un occhio e l’altro. Quello che le consigliamo è di effettuare una misurazione della vista (da noi sempre gratuita!) in cui si valuterà approfonditamente

la gradazione utile per ogni occhio anche secondo il suo stile di vita e la sua attività lavorativa, per procedere poi alla realizzazione di un occhiale

specifico per le sue esigenze visive”.

Rossella F. – 51 anni – Roma

“Caro esperto +VISTA, mia figlia adolescente porta gli occhiali da tempo ma adesso per motivi estetici vorrebbe sostituirli con le lenti a

contatto. Come mi devo comportare?”

“Gentile Rossella, di solito dopo aver ricevuto il nulla osta da uno specialista oculista Med+Vista, procediamo con un controllo contattologico gratuito

per valutare la situazione. A questo punto si effettua una prova di circa 10 giorni con lenti giornaliere al termine della quale effettuiamo un ulteriore

controllo per confermare o modificare la soluzione adottata. Solitamente valutiamo il ricambio (giornaliero, settimanale o mensile) secondo l’età, la

gradazione e la necessità di portata. Vi aspettiamo nei nostri centri ottici!”

L’ESPERTO OCULISTA MED+VISTA RISPONDE

Annalisa P. – 32 anni – Tivoli

“Caro esperto +VISTA, a mia zia paterna hanno appena diagnosticato un glaucoma. Ma di cosa si tratta esattamente? E soprattutto, si

può prevenire?”

“Cara Annalisa, il glaucoma è una malattia cronica e progressiva del nervo ottico, solitamente legata ad un aumento della pressione intraoculare,

che danneggia lentamente le fibre nervose responsabili della visione. Esistono però altri fattori di rischio come un’elevata miopia, la familiarità, diabete

ed ipertensione, età >40. La miglior prevenzione consiste in una diagnosi precoce effettuando visite oculistiche regolari, misurazione della

pressione intraoculare, controllo del campo visivo, controllo del nervo ottico ed esami strumentali mirati, soprattutto nei soggetti a rischio”.

Cristina C. – 41 anni – Roma

“Buongiorno esperto +VISTA, il mio bimbo di 4 anni ha un’ambliopia moderata all’occhio sinistro e ci è stato prescritto l’utilizzo della

benda sull’occhio sano. Abbiamo scelto i patch insieme a lui ma abbiamo difficoltà nel convincerlo a tenere la benda. Come possiamo

aiutarlo?”

“Carissima Cristina, l’approccio è soggettivo e può variare in funzione di età, livello di severità dell’ambliopia (comunemente detta “occhio pigro”)

e di aderenza alla terapia. In linea generale, in casi come quello del suo bambino, il tempo di portata indicato è di circa 2-4 ore al giorno, un tempo

abbastanza gestibile, in cui è importante spiegare al bambino con parole chiare l’importanza di allenare l’occhio pigro. Non è utile proporre premi

quanto piuttosto motivarlo presentandogli l’attività come una missione da compiere. Creare una routine oraria prevedibile è altrettanto strategico,

così come far effettuare al bambino attività coinvolgimenti per il tempo utile alla portata: visione di albi o libri illustrati, puzzle, attività grafico-pittoriche

e qualsiasi tipo di gioco che richieda attenzione visiva”.

IV


COMMUNITY

by Lorenzo Menchetti

MARIANNA KALONDA OKASSAKA

LA NEXT GEN RIDEFINISCE L’IDENTITÀ ITALIANA

A tu per tu con Marianna Kalonda

Okassaka, voce e volto di colorY*

community da migliaia di followers

che ispira e promuove l’inclusione

etnico - razziale e la diversity con

l’obiettivo di migliorare la rappresentazione

delle nuove generazioni

di Italiani, i cosiddetti NEXT

Gen i cui bisogni non possono più

essere ignorati o trattati come un

trend, come successo in passato

in quanto viviamo in un Italia che

è cambiata ed è diventata a colori.

In questo senso siamo tutti

attori e promotori di un cambiamento

culturale e dialogo costante.

Come nasce ColorY e quali

sono i valori e la missione del

progetto?*

“ColorY* nasce nel 2020 da

un’idea dell’influencer statunitense

di origini nigeriane e giamaicane

Tia Taylor, con il desiderio di

creare uno spazio – inizialmente digitale – in cui raccontare

l’Italia dal punto di vista degli italiani e delle

italiane con background migratorio. Finalmente diventavano

protagonisti delle narrazioni che li riguardavano”.

ColorY* è anche una community in cui trovare risposte

alle sensazioni, non sempre positive, che si

provano crescendo come italiani di seconda generazione,

e dove poter incontrare modelli e fonti di

ispirazione in cui riconoscersi.

“Da qualche anno abbiamo deciso di bussare anche

alle porte del mondo del lavoro per aiutare le aziende

a comprendere quanto la diversità etnico-razziale sia

una risorsa e non un fenomeno da temere. Mettiamo a

disposizione passione, esperienze personali e competenze

per favorire un vero cambio di mentalità”.

Quali sono le principali difficoltà quotidiane che la

Next Gen di seconda generazione incontra in Italia?

“Le esperienze sono diverse e dipendono da molti fattori,

come il luogo in cui si vive o da quanto tempo si

è in Italia. Tuttavia esistono difficoltà comuni a molte

seconde generazioni. La prima è il senso di non appartenenza:

anche con documenti italiani e un forte legame

con il Paese, spesso i tratti fisici parlano prima della

propria storia personale. Un’altra difficoltà è non poter

esprimere liberamente tutti gli aspetti della propria identità

culturale senza essere giudicati o derisi. Le nuove

generazioni vorrebbero sentirsi libere

di essere, ad esempio, un

giorno italiane e un giorno pakistane,

senza che questo venga

visto con sospetto. Il mondo del

lavoro resta poi un terreno complesso:

molti raccontano di subire

pregiudizi già nei colloqui di selezione

e, una volta assunti, di lavorare

in ambienti poco attenti

alla diversità culturale”.

Cosa bisogna fare per ridurre

discriminazioni e pregiudizi ancora

presenti?

“Serve rivedere le narrazioni.

Qualcosa si sta muovendo, ma

troppo spesso i volti scelti sono

ancora legati al sensazionalismo

o al racconto del dolore. Il sogno

di ColorY* è vedere conversazioni

sulla diversità etnico-razziale che

non siano strumentali, ma capaci

di affrontare i problemi di convivenza

e il rifiuto di riconoscere le

persone di seconda generazione come cittadine italiane.

Ci piacerebbe anche vedere queste persone in ruoli e

contesti in cui il background migratorio non sia l’elemento

centrale. Ad esempio, partecipare a un programma

di cucina semplicemente per cucinare”.

Quali attività e format portate in giro per l’Italia?

“Online realizziamo contenuti editoriali e social che educano

attraverso l’intrattenimento, raccontando anche

storie dimenticate di italiani con background migratorio.

Tra i format principali: We Made in Italy, dedicato all’imprenditoria;

In Arte, che presenta artisti emergenti;

GEN2, incentrato sulle storie quotidiane dei nuovi figli e

figlie d’Italia. Offline lavoriamo per fornire strumenti concreti

a chi subisce o osserva ingiustizie e vuole far sentire

la propria voce. Il nostro format itinerante si chiama

infatti Fatti Sentire”.

Progetti futuri e obiettivi?

“Vogliamo ampliare e rendere più strutturato il lato editoriale,

trasformando ColorY* in un vero magazine di

approfondimento. Stiamo inoltre sviluppando nuovi servizi

per far sentire le persone di seconda generazione

accolte e sicure nel mondo del lavoro”.

Un messaggio alla Next Gen di italiani di seconda

generazione?

“Non sentitevi sbagliati se a volte vi percepite fuori

posto: è la società che non possiede ancora tutti gli

strumenti per valorizzare la diversità etnico-razziale”.

29


30

Clienti difficili o opportunità

di mercato?

Dalle scelte vegane alle intolleranze: come trasformare le nuove esigenze dei

clienti in un’occasione di crescita per la sala, la cucina e la reputazione globale

del ristorante

Nel panorama della ristorazione contemporanea, la varietà delle scelte alimentari rappresenta

ormai una sfida quotidiana e, al tempo stesso, un’opportunità di crescita. La battuta che

circola spesso online “Cameriere, non mangio né carne né pesce, né uova né latte e derivati:

cosa mi consiglia?”-“Un taxi” sintetizza con ironia una tensione reale tra ristoratori e clienti

con esigenze alimentari specifiche, in particolare vegani, vegetariani o persone con intolleranze

e sensibilità alimentari. Ma dietro l’ironia si nasconde una questione professionale cruciale:

come deve comportarsi oggi un ristorante di fronte a una domanda sempre più

diversificata e consapevole?


Non si tratta solo di etica o di mode del momento. Se è vero che alcuni consumatori adottano

regimi “senza” sull’onda delle tendenze, è altrettanto vero che molti altri lo fanno per

motivi di salute, intolleranze, o per una scelta consapevole di benessere. In entrambi i casi,

ciò che conta per un ristoratore è la realtà di un mercato che cambia. L’aumento delle richieste

di piatti privi di ingredienti di origine animale è un dato di fatto, e ignorarlo significa

rinunciare a un segmento di clientela in continua espansione.

I ristoranti completamente vegani hanno naturalmente un pubblico di riferimento definito,

ma sempre più locali tradizionali — dalle catene ai bistrot urbani — hanno iniziato a includere

nel loro menu proposte dedicate, spesso facilmente individuabili grazie a simboli grafici o

sezioni specifiche. È una scelta di “cura” e di visione strategica, non una concessione: ascoltare

il mercato e adattarsi alle nuove esigenze alimentari è una delle forme più efficaci di

marketing. Dopotutto, come insegna ogni impresa di successo, il valore nasce dall’ascolto

della clientela.

Naturalmente, non si può pretendere che una braceria diventi improvvisamente vegana, né

che un ristorante costruisca una nuova linea di cucina su misura per un singolo cliente occasionale.

Tuttavia, per un locale con un’offerta ampia e diversificata, la capacità di gestire

richieste particolari è oggi parte integrante della professionalità. Davanti a un cliente con

esigenze specifiche, la reazione non dovrebbe mai essere di chiusura o irritazione, ma di

organizzazione. Laddove la frequenza di tali richieste cresce, conviene riflettere su come

strutturare una risposta, anche semplice, ma coerente con la propria identità gastronomica.

In molti casi, soddisfare un cliente vegano o con particolari restrizioni alimentari non richiede

rivoluzioni in cucina: bastano fantasia e competenza tecnica. Contorni, vellutate, legumi, primi

piatti vegetali o ricette tradizionali rivisitate possono rispondere pienamente alle aspettative

dell’ospite. Persino una classica pasta aglio, olio e peperoncino, se eseguita con maestria,

può diventare un piatto di grande valore, capace di sorprendere e gratificare.

L’introduzione di qualche proposta vegana nel menu, anche minima, può rappresentare uno

stimolo creativo per lo chef e un segnale di apertura per il cliente. Ingredienti come tofu,

tempeh, seitan o mopur, grazie alla loro buona conservabilità, consentono di fare prove e

sperimentazioni senza rischi di spreco. Ogni nuova preparazione è un’occasione per arricchire

il repertorio e per dimostrare flessibilità e attenzione alle esigenze del pubblico.

Centrale, in tutto questo, è il ruolo del personale di sala. Il cameriere è il primo interlocutore

del cliente, il volto dell’accoglienza e della gestione delle richieste. È fondamentale che

sappia rispondere con professionalità, evitando reazioni di smarrimento o, peggio, atteggiamenti

difensivi o scortesi. Se il menu non prevede piatti specifici per determinate esigenze,

la risposta più corretta non è un “no” immediato, ma la disponibilità a verificare con lo chef

se è possibile trovare una soluzione. Bastano poche parole giuste, espresse con cortesia e

sicurezza, per trasformare un potenziale disagio in un momento di fiducia e apprezzamento.

In un’epoca in cui la clientela è più informata, esigente e variegata che mai, la vera sfida

per la ristorazione non è resistere al cambiamento, ma interpretarlo. Le scelte alimentari

specifiche, siano esse dettate da necessità o da convinzione, rappresentano ormai una realtà

strutturale. Ignorarle significa perdere terreno; accoglierle con semplicità e intelligenza significa

evolversi. In fondo, la cucina resta l’arte dell’incontro tra chi prepara e chi assaggia; e

come ogni arte, vive di apertura, rispetto e curiosità. Basta saper proporre, con garbo e

competenza, la semplicità ben fatta. È questo, dopotutto, il segno distintivo di ogni vero

professionista della ristorazione.

l’ospitalità.

Questo articolo è a cura dello staff di Azioni Gastronomiche, l’azienda guidata dallo chef imprenditore

Fabio Campoli. Con competenze che spaziano dalla consulenza per il settore Ho.Re.Ca.

alla formazione professionale, fino alla progettazione su misura, Azioni Gastronomiche trasforma

ogni progetto in un’esperienza gastronomica studiata ad hoc, in Italia e all’estero.

www.azionigastronomiche.it

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Tra sogni e set: Maria Luisa Anele conquista il pubblico romano

Grande successo per l’anteprima cinematografica romana al Cinema Adriano di

Roma, lo mese, del film “Prendiamoci una pausa” del regista Christian Marazziti, e

che ha visto anche l’attrice Maria Luisa Anele tra i protagonisti.

Maria Luisa Anele ha iniziato gli studi di recitazione qualche anno fa, diplomandosi

in Recitazione ed Arti dello Spettacolo presso l’Accademia degli Artisti a Firenze. Ha

poi proseguito la specializzazione del mestiere presso seminari e masterclass di Actor

Training e Script Analysis. Seppure giovane, sta muovendo i primi passi nello spettacolo

anche nelle fiction e negli spot tv. Abile in canto, danza ed anche equitazione, nel

mondo dello spettacolo la stanno attenzionando da più parti per la naturalezza con

cui riesce a trasformarsi davanti ad una macchina da presa. Si divide tra Firenze e

Roma.

Dal 15 gennaio è al cinema con questa divertente pellicola, “Prendiamoci una Pausa”,

che segue la storia di tre coppie, di tre età diverse, che hanno preso un’unica decisione,

ovvero prendersi una “pausa di riflessione”. Nel film un grande cast: a far compagnia

a Maria Luisa Anele, che ha un ruolo minore ma intenso, nomi di protagonisti

assoluti come – tra gli altri - Paolo Calabresi, Ilaria Pastorelli, Marco Giallini, Claudia

Gerini, Ricky Memphis. Prodotto da Camaleo e distribuito da Eagle Pictures, questo lavoro è stato molto atteso sia dal

pubblico che dagli addetti ai lavori.

Fulvia è una delle tre donne che frequenta Gianni, ruolo interpretato da un magnifico Paolo Calabresi. Nella trama Fulvia

è ignara dell’approccio al poliamore di Gianni. Il suo personaggio segue le proprie pulsioni ed i propri desideri senza

filtri, senza sapere che Gianni ha contemporaneamente anche altre relazioni. Questo rende la storia al contempo intrigante

ed imprevedibile. Fulvia è una donna provocante e sicura di sé, che ama essere desiderata e non ha paura di

mostrarsi. Persegue ciò che vuole, con un fascino naturale e una presenza scenica che cattura subito l’attenzione.

Maria Luisa rappresenta un personaggio minore nel contesto della trama, ma molto determinato, con un lato intrigante

e ironico che – dichiara l’attrice - porterà a lungo nella memoria.

Alla domanda di come sceglie i progetti a cui partecipare, Maria Luisa risponde di seguire prima di tutto l’istinto. E di

sentire se una storia la coinvolge davvero. Poi legge il copione e osserva le persone con cui potrebbe lavorare, il loro

modo di muoversi sul set e di affrontare la scena. Non è solo questione di parole o di ruoli, ma di compatibilità con il

ritmo del lavoro e con la storia da raccontare. Solo quando tutto questo si combina, sente che il progetto può prendere

vita, diventare autentico e lasciarle qualcosa che resterà con lei.

Circa il rapporto con l’attesa e con il “tempo vuoto” che spesso caratterizza il mestiere, questa bella attrice calabrese,

classe 1990, dall’indubbio fascino mediterraneo, risponde di non vivere il tempo “vuoto” come un vuoto, bensì di utilizzarlo

per continuare a scoprire e a sentire la vita dell’altro. Sostiene sia un’attitudine che fa sempre bene alla vita, alla società

e al suo meraviglioso mestiere.

Guardando al futuro, si sente attratta da ruoli che raccontino donne coraggiose, profonde e forti, capaci di affrontare la

vita con determinazione e di lasciare un’impressione duratura sul pubblico. Ovviamente i ritmi e le dinamiche della commedia

– ci tiene a sottolinearlo - fanno parte di lei e li accogli ogni volta che un progetto glieli propone, perché ama far

emergere la sua spontaneità e il suo modo di essere anche nei momenti di leggerezza e divertimento.

Alla domanda di quale sia il sogno artistico che custodisce con più cura, anche se oggi può sembrare lontano, con sincerità

risponde che lo percepisce nel suo tempo, perfetto, come in questa esperienza che è arrivata nel momento giusto.

Sogna di poter lavorare in questo settore con persone che, come lei, abbiano la passione e qualcosa da insegnare, che

parlino con occhi artistici e sinceri. Vuole continuare a confrontarsi con chi ha qualcosa da condividere, scoprire nuove

prospettive, capire cosa c’è oltre, senza mai smettere di imparare. E lasciarsi guidare dalla curiosità che la spinge a

guardare avanti. Per concludere, quando le si chiede se potesse parlare alla se stessa di qualche anno fa - quella che

muoveva i primi passi artistici – e che cosa le direbbe oggi, la risposta è chiara: le direbbe di continuare ad ascoltarsi,

anche quando le domande sono più forti delle risposte. Anche nei momenti in cui tutto sembra sospeso, qualcosa sta

già prendendo forma. Le direbbe di restare aperta alla vita e alle sue emozioni. Tutto quello che oggi Maria Luisa vede

e vive, anche in piccola parte davanti a un pubblico, nasce da quegli anni e da quella fiducia che oggi può asserire dire

di aver avuto.

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ARTE

by Marisa Iacopino

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BOJAN JEVTIĆ

TRA IL REALE E IL SURREALE

Ammirare le sue creazioni è come assistere a una metamorfosi, a un processo di compenetrazione degli

elementi naturali nei volti umani, per lo più femminili. Così nei suoi ritratti digitali la figura muliebre sembra

trasmutarsi in materia vegetale. Lui è Bojan Jevtić, artista visivo serbo. Attraverso la fusione di fotografia,

editing e pittura produce splendide opere d’arte fantasy.

Si è raccontato in una piacevole intervista.

Come ti sei avvicinato a questo tipo di attività artistica?

“Ho iniziato con la fotografia, ma sono stato sempre più attratto dall'esplorazione delle possibilità dell'editing

digitale. Sperimentando con texture e colori ho trovato la mia voce nella combinazione di fotografia

e pittura digitale. Questo mi ha aperto lo spazio per dare forma a ciò che volevo esprimere in un

modo completamente nuovo”.

Dove prediligi portare la tua creatività: nelle case, nelle gallerie, nei libri o nelle strade?

“Onestamente, ovunque l'arte possa vivere. Le mie opere fanno parte di collezioni private, sono esposte

in gallerie e cataloghi e spesso finiscono sulle copertine di libri e riviste. Credo che l'arte non debba conoscere

confini e adoro quando riesce a comunicare attraverso tutti questi spazi”.

Ma quale mezzo artistico ti ha influenzato di più?

“La fotografia è ciò che mi ha più plasmato, insieme all'arte digitale, in particolare la possibilità di manipolazione

delle immagini. Inoltre, trovo ispirazione nella fotografia di moda e d'arte, così come nell'illustrazione

simbolica e fantastica. Tutto questo si fonde nel mio lavoro”.

Dall'idea iniziale all’opera finita, come prende vita una tua creazione?

“Inizio con una fotografia e, di solito, ho in mente come volerla trasformare. Aggiungo strati, texture, ele-


menti naturali

e colori, poi

sperimento

con la composizione,

utilizzando

strumenti digitali,

principalmente

Photoshop e

una tavoletta

grafica. La

fotografia mi

dà struttura,

ma la vera

creazione inizia

con il

processo digitale

e lo

sviluppo graduale dei livelli. Scopro molto durante

questo processo, e sono gli esperimenti e le scoperte

accidentali a condurre l'opera verso il suo

compimento. Il lavoro finale è una combinazione di

intenzione ed esplorazione lungo il percorso, di pianificazione

e intuizione”.

Guardando il tuo lavoro, è come assistere a un

ritorno del femmineo nella natura attraverso un

processo di contaminazione, distorsione, sovrapposizione

dei tratti. Perché il soggetto

è sempre femminile?

“Il mio focus è sulle figure femminili, che

trasformo attraverso elementi naturali e

texture in visioni emozionali. La figura femminile

ha per me un simbolismo e un'estetica

speciali. Rappresenta forza e

vulnerabilità, mito e bellezza, e mi offre infinite

opportunità di esplorazioni e trasformazioni

visive. Nel mio lavoro, la donna è

un ponte tra il reale e il surreale”.

Le tue opere sono apparse su copertine

di riviste e pubblicazioni di fama mondiale,

nonché su siti web istituzionali:

al tuo esordio, immaginavi di raggiungere

tali traguardi?

“Non l'avevo pianificato fin dall'inizio, ma

credevo che la mia arte avrebbe trovato la

sua strada. Quando le opere hanno iniziato

ad apparire su copertine e cataloghi, ho

capito che dedizione e costanza portano a

questi momenti. È una sensazione gratificante,

come un riconoscimento. Ho anche

partecipato al progetto internazionale "Timeless

Immortal Art", che, tra gli altri paesi,

è presente dal vivo nella città italiana di

Merì (Sicilia) e in molte altre mostre, dalla

Sicilia alla Cina”.

Cosa pensi di questo mondo di immagini,

dove ognuno scatta migliaia di

foto con i propri dispositivi, pur non

avendo il tocco dell'artista?

“Penso che sia positivo che oggi tutti

creino immagini, ma la differenza tra una fotografia

e un'opera d'arte risiede nell'idea, nel processo e

nella profondità del messaggio. L'arte non nasce

semplicemente scattando una foto: sboccia dalla

trasformazione, dall'espressione. In questo mare infinito

di immagini, una vera opera d'arte ha ancora

il suo peso”.

Progetti in corso?

“Lavoro sempre a nuove serie. Al momento sto sviluppando

ritratti in cui esploro ulteriormente la fusione

tra la figura femminile e gli elementi naturali,

con particolare attenzione al contrasto tra fragilità

e forza. Sto anche preparando nuove edizioni per

gallerie internazionali”.

La storia recente del tuo Paese, la Serbia, è

stata segnata da grandi conflitti, dalla dissoluzione

statale, da crisi economiche. Tutto questo

ha influenzato la tua crescita personale e professionale?

“Crescere e creare in un paese con una storia turbolenta

ha certamente plasmato la mia visione del

mondo. Vivere l'instabilità e la crisi mi ha dato un

senso di transitorietà, il desiderio di catturare la

bellezza e la forza emotiva che si riflette direttamente

nel mio lavoro. Allo stesso tempo, la necessità

di connettermi con il mondo al di là del

contesto locale mi ha spinto a rivolgermi presto all'arte

digitale e alle piattaforme globali”.

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COSE BELLE

by Mariagrazia Cucchi

NICOLE TESO

QUANDO UN “SOGNO IN ROSA”

SI TRASFORMA NEL CORAGGIO DI UN’IMPRESA

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Classe ’96, Scorpione ascendente Scorpione,

nata vicino a Venezia e cresciuta

tra la nebbia, le calli e tanti bicchieri di

buon prosecco: forse è per questo che

Nicole Teso, giovane autrice di romance,

ama le storie che sfidano l’oscurità.

Quelle scritte in piena notte, mentre

fuori piove e i misteri si infittiscono. Non

lasciatevi ingannare dunque: nei suoi libri

non troverete solo rose, ma anche tante

spine.

Il suo esordio, a soli diciannove anni,

con la trilogia dark romance “Loving The

Demon”, ha conquistato un immediato

successo nel mondo del self-publishing

e le ha permesso di costruire una solida

e affezionata fanbase. Da qui, è arrivata

l’opportunità di pubblicare due romanzi

con un grande editore: “Il mio meraviglioso

imprevisto” e “Dove inizia la tempesta”,

con i quali ha scalato le

classifiche. Ma il suo desiderio di esprimersi

in libertà l’ha portata a scegliere

di proseguire con l’autopubblicazione,

forte della fiducia che i fan le hanno rinnovato

a ogni nuova uscita. Sono nati

così “Accordo di cuori”, “Mezzanotte a

Miami”, “Bleeding Love”, “Dimmi chi sei”

e “Step Back” – quest’ultimo ambientato

nel mondo dello sport e particolarmente

apprezzato dalle lettrici – e, contestualmente,

anche il sogno di creare uno

shop tutto suo, cosa assai coraggiosa

per un’autrice “self”.

“Leggo praticamente da quando respiro

– spiega orgogliosa – e scrivo da quando

ho imparato a tenere una penna in

mano. Amo le storie intense, quelle popolate

da protagonisti dall’animo oscuro.

Quando non sono persa nei miei mondi

immaginari, amo viaggiare, fare shopping

e liberare la mia creatività da graphic designer”.

E questo lo si nota mentre Nicole mo-


#CoseBelle

stra, fiera, le versioni deluxe dei suoi libri, corredate

da numerose illustrazioni all’interno: è

impossibile ignorare quanta cura dedichi ai

dettagli, a partire dalle sprayed edges, le pagine

colorate e decorate sui margini, oggi

tanto in voga.

“Ho scritto dieci libri in otto anni. Sono stata

svariate volte ai primi posti delle classifiche

dei romance più venduti in Italia, ho pubblicato

2 libri con un grosso editore a soli 21

anni, ma tante lettrici non mi considerano

ugualmente perché non ho tanti followers –

racconta, pur contando solo su Instagram

quasi 30.000 iscritti – Mi dicevano: ‘Una diciottenne

che vuole fare la scrittrice? Che idea

stupida, nessuno leggerà mai i tuoi libri!’.

Dieci anni e dieci libri

dopo, eccomi qui

ad aprire il mio

shop online. Ho più

di diecimila recensioni

su Amazon, una

community che mi

vuole bene e mi sostiene

e la scrittura è

il mio unico lavoro.

Questa è anche la dimostrazione

che ci

sono tantissime persone

appassionate alla lettura

in Italia. Mai smettere di

credere nei propri sogni!”.

Sui suoi social non perde

mai l’occasione per rispondere

con ironia ai commenti

degli haters, p o -

stando irriverenti video nei quali coinvolge persino

la madre e il neo marito, che la

sostengono incondizionatamente in questa sua

impresa, un vero e proprio atto di fede nei

confronti di sé stessa e del proprio “sogno in

rosa”, ma anche un coraggioso esempio per

chi dice che “di libri non si vive” e che i libri

auto-pubblicati “non sono di qualità”.

“Ho sempre trovato nei libri dei fedeli alleati,

in grado di starmi accanto. Persino nei periodi

più cupi”, aggiunge, condividendo senza filtri

le sue emozioni con il pubblico. E, probabilmente,

è proprio questo suo essere trasparente

che le ha permesso di arrivare a realizzare il suo desiderio, invitando anche altre scrittrici a non

lasciarsi abbattere dalle critiche e dagli ostacoli incontrati lungo il percorso.

A coronare il tutto, è arrivato anche il Premio Self-Publishing, un importante riconoscimento ricevuto al Festival

Romance Italiano durante i FRI Awards 2025, mentre Nicole era ancora intenta ad autografare libri.

… E allora non ci resta che augurarle buona scrittura e, magari, passare a fare un tuffo nel mare rosa

del suo nuovo, coraggioso, shop!

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LIBRI

by Rosa Gargiulo

Risorse umane a chi?

Simona Luparello, laureata in Psicologia Clinica e fondatrice di

una società che si occupa di consulenza aziendale, è autrice

del libro “Risorse umane a chi?” (78EDIZIONI). Un testo semiserio

e particolarmente utile, che riflette la sua esperienza professionale

e l’impegno a creare ambienti di lavoro inclusivi, equi

e sostenibili. Attraverso una serie di aneddoti, tutti gli operatori

del settore – dai manager ai dipendenti – possono comprendere

meglio e imparare a gestire le dinamiche aziendali. Una narrazione

chiara, super partes, caratterizzata da un tono a tratti

ironico e sempre riflessivo.

L’autrice riesce ad evidenziare i punti di forza e di criticità di

un settore professionale ancora poco conosciuto e spesso

frainteso. Un libro per ridere e riflettere, imparando ad andare

oltre stereotipi e pregiudizi, per scoprire le persone – prima

del loro lavoro.

Con parole precise

Manuale di autodifesa civile

Le parole non sono mai neutre: parte da questa incontestabile,

ma troppo spesso dimenticata verità, il viaggio

narrativo di Gianrico Carofiglio. Una dimenticanza quasi

sempre strumentale, finalizzata a orientare e mistificare

la realtà, i fatti. La Storia.

“Con parole precise – manuale di autodifesa civile” (Feltrinelli)

rappresenta una guida oggettiva e multidimensionale

all’interno della comunicazione politica e civile.

L’autore mostra e dimostra come slogan, metafore e

cornici linguistiche possano diventare strumenti di manipolazione

o di liberazione. Riuscire a distinguere le

parole e le costruzioni linguistiche che mistificano, da

quelle che “rivelano”, significa poter difendere lo spazio

della verità e della democrazia.

Una nuova edizione, aggiornata e ampliata, che diventa

un vero manuale di autodifesa civile: un invito, cioè,

ad esercitare il pensiero critico, anzi a riconquistarlo,

scegliendo le parole giuste, per non cadere nell’ipnosi

della lingua manipolata! Un presidio narrativo, culturale

e “politico” in senso più ampio, per difendere la qualità

del discorso pubblico, e proteggere la democrazia.

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Letti per Voi

Con gli occhi

del tifoso

Elena Sorrentino, giornalista

e content creator, è conosciuta

nell’ambiente dei tifosi

romanisti come

Ermes79, pseudonimo con

cui firma i video dedicati

alla squadra capitolina.

“Con gli occhi del tifoso”

(disponibile su Amazon)

nasce dalla tesi di laurea

che l’autrice ha dedicato

all’A.S. Roma intesa come

“brand”. Attraverso un’indagine

tra i tifosi, arricchita

dai contributi di Paul Rogers,

Walter Sabatini, Fabrizio

Grassetti, Lorenzo

Contucci e Tonino Cagnucci,

il testo porta alla

luce i valori, i sentimenti e

le sfide che caratterizzano

il rapporto tra il club e la

sua gente. La definizione

del brand, le strategie inerenti

la comunicazione e il

rispetto della tradizione si

intrecciano in un delicato

equilibrio, tra necessaria

modernità e fedeltà alle radici.

Un viaggio nel cuore

giallorosso che parla di

identità, comunità e appartenenza.

Perché, come rimarca l’autrice,

la Roma “non è solo

una squadra, ma un simbolo,

un’emozione condivisa,

un club che racconta

storie di appartenenza,

passione e contraddizioni”.

I tifosi non sono più semplici

spettatori, ma diventano

co-creatori del valore

di un brand. La ricerca si

addentra nel profondo legame

tra la Roma e i suoi

sostenitori, esaminando

come viene percepita

l’identità del club e quale

archetipo emerge.

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LIBRI

by Francesca Ghezzani

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RICCARDO BRUNI

IL LATO MALINCONICO

DEL NOIR CONTEMPORANEO

Un’estate torrida, una villa affacciata sul mare e una maledizione che sembra tornare a chiedere il conto.

Con La malinconia del ronin (Indomitus Publishing), quarto capitolo della serie dedicata a Dante Baldini,

il giornalista e scrittore Riccardo Bruni riporta il suo investigatore più disilluso tra le ombre di Rocca Tirrenica,

in un noir che mescola indagine, memoria e suggestione. Ne parliamo con l’autore, partendo da

questo nuovo caso e da ciò che si nasconde, ancora una volta, dietro la verità.

Riccardo, da dove nasce il titolo e se dovessi definire La malinconia del ronin con una sola immagine

o una sola scena, quale sceglieresti e perché?

“In realtà è Zelda, un personaggio che in questa serie non manca mai, a definire Baldini un ‘ronin’, un

samurai senza padrone. Lui è un ex poliziotto che adesso fa l’investigatore privato, e la sua ‘malinconia’

è una sensazione che ha a che fare con il mare e con il modo in cui fermarsi a guardare quell’orizzonte

così aperto spinge in modo quasi naturale a riflettere un po’. Baldini vive in una piccola casa affacciata

sul Tirreno e più o meno ogni giorno si stende su un’amaca a fissare il tramonto. Impossibile non concedersi

un po’ di malinconia in una situazione del genere. Credo che questa sia un’immagine piuttosto efficace,

non solo per questo libro ma per l’intera serie”.

Guardando il romanzo a distanza di qualche mese dalla pubblicazione, c’è una scena o una scelta


narrativa che oggi riscriveresti in

modo diverso?

“Sono uno che a ogni passaggio

riscrive sempre qualcosa. Quindi

sicuramente ci rimetterei le mani

se mi ci trovassi. Motivo per cui,

quando consegno il testo definitivo

poi evito di rileggerlo. Preferisco

pensare a una nuova storia.

Altrimenti finirei per scrivere e riscrivere

sempre la stessa usando

ogni volta parole diverse”.

Quanto contano per te i tempi

morti nella narrazione rispetto

all’azione pura?

“Molto. Perché sono solo apparentemente

‘morti’. In realtà sono vivissimi,

perché è proprio in quei momenti che

si ha l’occasione per conoscere più a

fondo i personaggi e le loro vite. Un

aspetto questo che mi intriga, sia come

autore ma soprattutto come lettore.

Quando un personaggio non è impegnato

in un’azione, porta in scena tutto

sé stesso”.

Scrivi i dialoghi di getto o li lavori

a lungo come se fossero battute di

una sceneggiatura?

“Entrambe le cose, ma in tempi diversi.

La prima stesura di un dialogo va giù

veloce, perché è anche un modo per

tenere il ritmo e capire se il tutto

funziona. Poi si passa alle fasi di limatura,

in cui cerco di eliminare

tutto ciò che rallenta il ritmo e fa

perdere tensione. Il dialogo è apparentemente

la parte più naturale

di una narrazione, perché

sono battute in ‘presa diretta’.

Ma in realtà è la parte più artificiosa,

perché per scrivere un

buon dialogo serve mestiere. Deve

suonare naturale senza esserlo. Ci

sono sottotesti, non detti, gestualità

da gestire. Ed è importante

farlo bene perché nel momento in

cui si apre un dialogo l’attenzione

del lettore ha come uno scatto.

Come se sentisse che finalmente, in

quel punto, non è lo scrittore ma direttamente

il personaggio che gli

parla. È un’occasione troppo importante

per non giocarsela al meglio”.

Hai fatto ricerche su vere “case maledette”

o leggende simili prima di

scrivere il libro?

“Non ce n’era bisogno. C’è una tale quantità di letteratura

e cinema su questo argomento che ce ne

siamo tutti nutriti da sempre. La ‘casa maledetta’ è

quasi un archetipo letterario. Qualcosa di profondamente

perturbante, perché riunisce in sé suggestioni

contrastanti. Perché la casa è simbolo

di conforto, il posto per eccellenza

in cui sentirsi al sicuro, ed è proprio questo

che viene messo in discussione

quando invece diventa un luogo insicuro,

una minaccia. Su questa ambivalenza si

gioco buona parte del fascino ambiguo

di queste dimore. Perché sono il luogo

in cui rifugiarsi e al tempo stesso

quello in cui rischi di restare prigioniero

di qualcosa di spaventoso”.

Per concludere, c’è ancora spazio,

secondo te, per una forma di etica

personale nel noir contemporaneo?

“Il noir riassume forse un certo tipo

di pensiero moderno, perché sostituisce

la visione del giallo classico,

in cui c’è un conflitto molto chiaro tra

Bene e Male, con un ‘cattivo’

che commette un crimine e un

‘buono’ che cerca di ricostruirlo

per restituire ordine alla realtà. Il

noir propone una visione più relativista,

in cui ogni personaggio

agisce per conto proprio, seguendo

un proprio interesse individuale,

e alla fine non c’è nessun

ordine restituito a una realtà che

resta per sua natura caotica. Io

credo di essere sempre stato a metà

strada. Perché un personaggio come

Baldini segue un suo codice etico e,

sebbene resti un burbero investigatore

privato ‘alla Marlowe’, sta sempre dalla

parte di quello che ritiene giusto, in un

mondo che, un po’ come ho cercato di

rappresentare con Rocca Tirrenica, resta

invece inevitabilmente composto da luci

e ombre che si compenetrano e si completano

a vicenda. Un cavaliere solitario,

forse un po’ fuori tempo, come

quella musica che

ascolta

sempre

mentre se

ne va in

giro in

macchina

lungo la

costa tirrenica”.

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TELEVISIONE

by Roberto Ruggiero

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ROSA CRISCUOLO

MEDIA, ISTITUZIONI E CITTADINANZA

ATTIVA NELL’ERA DIGITALE

Rosa Criscuolo, napoletana, autrice e conduttrice di programmi politici e culturali realizzati per i social e

la tv. Giurista e attivista per diritti civili, ci racconta il suo percorso lavorativo che non cessa di sorprenderci.

Quali sono i nuovi impegni nel campo della comunicazione?

“Se con il format ‘il Monito’, in onda su Tv Luna, ho portato l’esperienza maturata negli anni sui social in

tv, con Fides e Appuntamento con l’Europa ho rispettivamente pensato a temi che potessero riaccendere

l’ interesse del cittadino verso le istituzioni, facendo spazio ad argomenti di dibattito pubblico nel contesto

più ampio, quale quello dell’ UE. Tutti e tre i programmi erano pensati ancora per la televisione locale, in

onda sul digitale, mentre adesso mi ritrovo in una fase transitoria. Le trasmissioni ideate per la Smart tv

- come Medea e Palazzo civico - hanno caratteristiche diverse. Un programma realizzato per questo nuovo

tipo di esperienza televisiva fa pensare ad una informazione dove la Tv è un centro multimediale connesso

a Internet, che integra navigazione web, app di streaming (Netflix, YouTube), social media, giochi e contenuti

on-demand, oltre ai tradizionali canali, rendendo la visione più interattiva e personalizzata tramite Wi-

Fi/Ethernet e funzionalità simili a quelle di computer e smartphone”.

Come è cambiato il ruolo di chi conduce un format di questo tipo?

“L’impostazione delle interviste, il vocabolario, il modus operandi è completamente diverso, diciamo pure


più

“smart”. E per smart intendo intelligente, veloce, efficiente.

Sono contenta di aver accettato la proposta

della redazione di Per Sempre News che mi ha consentito

di crescere ulteriormente, aprendomi a questa

nuova esperienza”.

Quanto incide la tua formazione nelle attività

di comunicazione e di informazione che stai

portando avanti?

“La mia formazione professionale in questo campo

nasce dai concorsi di poesia a cui ho partecipato

da ragazza, dagli studi classici presso il Liceo Antonio

Genovesi a Napoli, dai libri di giurisprudenza

alle assemblee radicali con il grande Marco Pannella

- con cui ho portato avanti battaglie a difesa dei

diritti civili e delle libertà individuali. Non posso non

dire che questo percorso non sia il frutto di una

crescita culturale e personale che va avanti da anni,

con amore libero e incondizionato”.

Di cosa ha bisogno la comunicazione, a tuo parere?

“Ha sicuramente bisogno di essere arricchita di contenuti

antichi e moderni, perché è fondamentale sapere

chi eravamo per poter decidere il percorso

giusto da intraprendere. La ricerca e la curiosità

sono elementi da associare in pari dosi, per provare

ad avere una visione anche per ciò che riguarda

l’informazione. Il ruolo di un conduttore di programmi

di impatto politico, sociale e culturale, è

proprio quello di saper mediare tra conoscenza e

sapere - senza creare disagio all’interlocutore o all’ascoltatore”.

La tua scelta di fare informazione sui social e

oggi sulla Smart tv, in che modo è influenzata

dal momento che vive la tv in Italia?

“L’eccessiva semplificazione dei contenuti per aumentare

gli ascolti allontana dal mondo della televisione

una fetta di italiani che in automatico, a mio

parere, si è staccata dalla partecipazione alla cosa

pubblica. L’offerta dei programmi televisivi delle reti

italiane nazionali e locali è povera, e ha dirette responsabilità

dell’allontanamento del cittadino dalle

urne. Non si considera l’ esistenza di cittadini italiani

che seguono percorsi di ragionamento più complessi

e articolati e che hanno una formazione culturale

che non trova riscontro”.

Quali eventi hai promosso lo scorso anno?

“Lo scorso dicembre ho presentato con piacere il

“Premio Per Sempre Scugnizzo” - patrocinato dal

Ministero della Giustizia, dal Comune di Napoli e

dall’ Ordine dei giornalisti, rivolto alle persone fisiche

e istituzioni che hanno contribuito e contribuiscono

alla crescita economica, civile, sociale e

culturale del nostro Paese, e che proiettano ed accrescono

l’ immagine di Napoli nel mondo. Tra gli

ospiti, il dott. Paolo Ascierto, il rettore Matteo Lorito,

l’imprenditore Maurizio Cuzzolin, il dott. Bruno Zuccarelli

e la famiglia del compianto dott. Giuseppe

Salvia - che ha ricevuto un riconoscimento alla memoria.

Sono stata orgogliosa, inoltre, di aver moderato

il convegno promosso dal Centro Studi

“Giustina Rocca” - nel solco della figura della prima

giurista della storia - in cui si sono avvicendati interventi

multidisciplinari di avvocati, magistrati e psicologi.

Un dibattito dedicato ai temi del

femminicidio ma anche ai reati informatici e alla

violenza digitale, con particolare riferimento alle

condotte perpetrate attraverso i social media”.

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Vi aspettiamo con le novità

cinematografiche più attese


SPETTACOLO

NICOLA CUNEO

IL VOLTO EMERGENTE DEL CINEMA ITALIANO

Il giovane attore romano Nicola

Cuneo ritorna per la seconda

volta sul grande

schermo diretto da Massimiliano

Bruno nel film “2 Cuori

e 2 Capanne2, una commedia

italiana con protagonisti

Edoardo Leo e Claudia Pandolfi,

uscito al cinema lo

scorso 22 gennaio, prodotta

da Italian International Film e

Vision Distribution in collaborazione

con Sky e distribuita

da Vision Distribution.

L’attore interpreta Cesare,

l’ex ragazzo di Lavinia. Apparentemente

un bravo ragazzo,

ma la sua natura si

rivelerà quando Lavinia deciderà

con coraggio di mettere

un punto alla loro

relazione.

Nicola Cuneo, nato a Roma

il 14 dicembre 2002, si avvicina

al mondo della recitazione

all’età di 15 anni,

entrando nell’agenzia Studio

Ofelia e partecipando a

stage formativi che segnano

l’inizio del suo percorso artistico. Nel 2022 debutta

sul grande schermo nel film “I peggiori giorni”, diretto

da Massimiliano Bruno ed Edoardo Leo, interpretando

Achille nell’episodio “Ferragosto”,

esperienza che gli permette di confrontarsi con il

set cinematografico e sviluppare la propria presenza

scenica. Nello stesso anno intraprende un percorso

triennale presso il Laboratorio di Arti Sceniche diretto

da Massimiliano Bruno, dove si forma, passando

con naturalezza dal palcoscenico all’acting

on camera, diplomandosi nell’estate del 2025 e

consolidando la propria formazione artistica a 360

gradi. Nel 2024 entra nel mondo delle serie televisive

con “Crush – La storia di Matilde”, diretta da

Raffaele Androsiglio, interpretando Luca, un ragazzo

timido, sensibile e genuino.

Con questo ruolo, Nicola

porta sullo schermo naturalezza

ed empatia, rendendo

il personaggio vicino e riconoscibile

al pubblico giovane,

esperienza che gli permette

di approfondire ulteriormente

il proprio talento e la capacità

di modulare la recitazione

in contesti diversi.

Questa crescita lo conduce

poi al cinema con l’ultimo

progetto di Massimiliano

Bruno, “2 cuori & 2 capanne”,

dove interpreta Cesare,

confermando il suo

percorso tra progetti significativi

e consolidando la propria

presenza sul grande

schermo. Giovane e versatile,

Nicola Cuneo continua a

crescere tra cinema e teatro,

distinguendosi per la forza

interpretativa e la presenza

scenica, caratteristiche che

lo rendono una delle voci

emergenti più interessanti del

panorama italiano.

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SPETTACOLO

by Antonio Desiderio

MARTINA PASINOTTI

ELEGANZA E TALENTO IN PRIMO PIANO

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Eleganza, determinazione e talento: Martina Pasinotti è una delle giovani interpreti più brillanti della danza italiana.

Dalla formazione all’Accademia della Scala ai ruoli principali al Teatro Massimo di Palermo, il suo

percorso racconta passione, sacrificio e sogni realizzati. In questa intervista, Martina ripercorre le tappe fondamentali

della sua carriera, le ispirazioni artistiche e i desideri per il futuro.

Come arriva la danza nella tua vita?

"Potrei dire che sono cresciuta con la danza perché a soli sei anni i miei genitori mi portavano già a teatro

a vedere balletti. Seguivo tutto attentamente, senza sentirmi mai stanca; ero affascinata dalla musica e dalla

magia delle scenografie e dei costumi e sognavo di essere una di quelle ballerine in scena. Ne imitavo i passi

e volevo già le scarpette da punta. Alla fine di ogni spettacolo volevo assolutamente aspettare i protagonisti

per l’autografo e il primo fu proprio quello della Fracci. Pensare che dopo qualche anno, a soli dieci anni, mi

ritrovai a ballare proprio con lei ne Lo Schiaccianoci come piccola allieva della scuola di danza del Teatro

dell’Opera di Roma."

Ti sei formata all’Accademia di Ballo del Teatro alla Scala di Milano: quali ricordi?

"Tutti gli anni trascorsi a Milano saranno per me indimenticabili. L’Accademia, sotto la direzione di Frédéric

Olivieri, mi ha formata sia tecnicamente sia nel carattere e ho acquisito la determinazione necessaria in

questo lavoro. In accademia ho avuto ottimi maestri e tante esperienze in scena: una formazione completa,

altamente selettiva, con continui esami e prove da superare. Quando arrivi al diploma sei felice del traguardo,

ma anche triste perché l’accademia diventa la tua famiglia e ti senti protetta, quasi in una campana di vetro.

Ho avuto la fortuna di far parte del cosiddetto 'mitico VIII corso', con amici che oggi sono grandi étoile. Eravamo

un gruppo straordinario, molto unito, e ancora oggi ci seguiamo e ci complimentiamo per ogni nuovo

successo."

Il tuo primo impegno lavorativo?

"Dopo i primi contratti come allieva al Teatro dell’Opera e in Scala, il primo vero contratto da maggiorenne

fu quello per ‘Il lago dei cigni’ in Scala sotto la direzione di Makhar Vaziev. Subito dopo ricevetti quello per

la stagione invernale a Nizza con Eric Vu An."

La tua musa ispiratrice e perché?

"Penso di non avere una sola musa ispiratrice perché per ogni ruolo preferisco una ballerina diversa. Mi piacciono

Svetlana Zakharova, la mia preferita da bambina, Marianela Núñez, Dorothée Gilbert e Bleuenn Battistoni:


con la coreografia di Jean-Sébastien

Colau nel ruolo principale di Odette:

come l’hai vissuto?

"Il lago dei cigni è una delle prove più

difficili per una ballerina, per il doppio

e contrapposto ruolo di Odette e Odile.

Il primo rappresenta il cigno dolce e delicato,

il secondo la fanciulla seducente

e astuta: due ruoli da studiare in profondità,

con un forte dualismo tecnico

e psicologico. Grazie alla mia meravigliosa

maître Agnès Letestu, ho imparato

tantissimo e seguito ogni suo

consiglio. Il caso ha voluto che, per un

infortunio del mio partner abituale, ballassi

con Andrea Sarri, primo ballerino

dell’Opéra di Parigi, provando insieme

direttamente alla generale: un’esperienza

da ognuna si possono apprendere sfumature diverse

in base ai ruoli. Ma il mio idolo di sempre

l’ho avuto molto vicino in questi mesi: parlo

della star Agnès Letestu. Averla avuta con me

in sala per curare il ruolo di Odette e Odile al

Teatro Massimo è stato un dono enorme. La

considero la mia reale musa ispiratrice e le

sono immensamente grata per i suoi preziosi insegnamenti."

Il ruolo che ami?

"Il ruolo che amo di più è quello di Kitri in ‘Don

Quixote’, ma anche, seppur completamente diverso,

quello di Manon."

Da diverso tempo sei parte della compagnia

del Teatro Massimo in cui rivesti ruoli principali

nelle diverse produzioni: come vivi

quest’avventura?

"Ho cominciato a lavorare al Teatro Massimo di Palermo

nel 2019 come aggiunta con contratti a produzione

e da subito mi sono stati affidati ruoli solistici.

Nel 2023 ho vinto il concorso indetto dal teatro e

sono diventata ballerina stabile. La mia vita professionale

qui ha avuto una svolta con l’arrivo dell’attuale

direttore del ballo Jean-Sébastien Colau: da quel momento

il lavoro è diventato sempre più intenso. Ha

creduto in me e mi ha affidato ruoli principali, mettendomi

a disposizione grandi maître per una preparazione

meticolosa. Ho ricoperto il ruolo di prima

ballerina in diverse produzioni e devo dire che è stata

una sfida impegnativa. Quando qualcuno ti offre l’opportunità

di mettere alla prova il tuo talento, devi dare

il massimo con senso di responsabilità e dedizione."

Quindi un po’ romana e un po’ palermitana…

"Se ci penso bene, a Roma ho vissuto poco: a quattordici

anni ero già a Milano e considero gli anni formativi

dell’adolescenza molto legati alla Scala. È stato

duro passare dal perfezionismo milanese ai tempi più

distesi palermitani, ma ora mi sono abituata e adoro

il clima della Sicilia, i colori, i sapori, la cordialità della

gente e quell’umanità che sembra appartenere ad altri

tempi."

Sei reduce del gran successo del “Lago dei Cigni”

che mi ha arricchito molto. Ricevere tanti applausi e

complimenti mi ha profondamente commossa e ha ripagato

tutti i sacrifici."

Quale ruolo ti piacerebbe interpretare?

"Indubbiamente Kitri: è un ruolo molto coinvolgente."

Progetti futuri?

"Quando facevo progetti, spesso le cose non si realizzavano

come speravo e ne soffrivo. Oggi, per scaramanzia

e convinzione, preferisco non illudermi.

Quello che arriverà sarà una gioia ancora più grande.

L’importante è continuare a ballare, interpretare nuovi

ruoli e non deludere mai chi ha creduto in me. In

stagione ci sarà ‘Don Quixote’ a marzo e successivamente

Caravaggio di Mauro Bigonzetti: sono molto

curiosa ed emozionata."

La danza per te in una sola parola?

"Magia."

In collaborazione con:

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STORIE DI RADIO

by Silvia Giansanti

DAVIDE CAMERA

LA RADIO, UNA PASSIONE E UNA MISSIONE

Dalla nascita delle radio libere negli anni ’70 a oggi, il racconto appassionato di una vita interamente dedicata

al microfono, tra sperimentazione, musica e informazione

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Ancora una volta la radio è protagonista assoluta nella nostra

rubrica mensile, quel potente mezzo che ha fatto avvicinare

molti giovani dell’epoca, come il noto giornalista veneziano Davide

Camera che ha sempre avuto le idee chiare, fin da giovanissimo.

Davide fa parte della prima infornata di conduttori

radiofonici, avendo iniziato a muovere i primi passi nel lontano

1979, in un momento sperimentale in Italia, dove le radio private

spuntavano come funghi e ancora non avevano una regolamentazione

ben precisa. I suoi esordi sono come speaker,

ha scelto successivamente di intraprendere la strada del giornalismo

radiofonico. Anche lui ha apprezzato gli anni ’80, perché

sono stati anni che unirono l’artigianato alla qualità.

Davide, ricordi con precisione la data della prima volta

in cui andasti in onda?

“29 settembre del 1979, a Radio Venezia Sperimentale. Definisco

questa data un mio secondo compleanno, visto che il 29

settembre del 1986 divenni anche giornalista pubblicista”.

Com’è avvenuto l’aggancio con il mezzo radiofonico?

“Come tutti, da ascoltatore e da amante della buona musica

che c’era a quei tempi. Visto che siamo figli di programmi famosi come ‘Altro Gradimento’, ‘Supersonic’ e altri,

mi venne voglia di passare davanti ad un microfono. Feci delle finte trasmissioni con il gelosino insieme ad un

amico che si chiamava Gianluca. E fu così che questo ragazzo di quindici anni, fu buttato in diretta dopo un

provino nella radio veneziana di cui ho parlato”.

Ovviamente iniziasti senza paga.

“Certo, nelle piccole realtà locali non venivi pagato, ma fu una radio composta da tanti soci e mi trovai comunque

ad avere la piena libertà artistica. Oggi questa radio non esiste più”.

Hai iniziato conducendo un programma musicale o ti sei dato subito all’informazione?

“Un programma musicale, anche perché avevo solo quindici anni. Ancora oggi sono un grande appassionato

di buona musica, essendo nato negli anni ‘60”.

Andando indietro, ricordi il panorama radiofonico veneziano?

“Fu composto da tante radio che oggi non ci sono più. E’ rimasta soltanto una a Venezia, la prima ad essere

nata e cioè Radio Vanessa che è l’equivalente di Radio Chat Noir. Per conformazione geografica, l’FM viaggiava

in modo particolare e le radio tendevano a perdersi una volta superato un determinato confine. Poi nacque

Radio Dogaressa, a seguire Radio Venezia International, una radio importante per l’epoca, ancora Radio San

Marco Centrale, Radio Venezia Sperimentale, Studio 80, Radio S.Polo e molte altre che furono delle meteore.

A Mestre la prima fu Radio Venezia. In questa zona le radio furono di livello superiore e i conduttori vennero

pagati. A questo proposito cito Novaradio che mi permise di fare il salto di qualità, in cui andai nel 1981.

Ricordo anche Radio Mestre Centrale che ripeteva le trasmissioni di Radio In, dove lavoravano grandi nomi

come Emilio Levi e Teo Bellia. Ancora Radio Mestre, Radio Agorà, Radio Mestre 2000 e altre”.

Oltre a te chi altro di quelle zone, ha avuto una carriera?

“Potrei citare Luca Lazzari, anche se fa parte della seconda generazione di radiofonici. Un altro nome è quello

di Alessandro Ongarato, giornalista di Mediaset corrispondente dal Triveneto. Inoltre all’epoca a Padova c’erano

molti personaggi di spicco, come Glen White, Claudio Faggin, detto Mr. Frank The Voice e Tony Fuochi, il


mio primo lavoro romano, dove peraltro ho ripreso a

collaborare ovviamente da remoto. Inoltre collaboro

con un’emittente senese, Antenna Radio Esse. Ho lanciato

da poco tempo un mio progetto radiofonico e

podcast che si chiama Newsroom che va in onda sulla

mia web radio personale esistente dal 2019 e che è

Radio7, sette volte radio. Ogni pomeriggio alle 17,30

si va in diretta con interviste e commenti sui fatti quotidiani

con varie chiavi di lettura e che la sera diviene

poi un podcast. Si tratta di un progetto al quale credo

molto e che spero che abbia sviluppi futuri. Ho deciso

di mettermi in gioco in prima persona, anche se ho

superato i sessant’anni. Sono nato pensando radio e

me ne andrò pensando radio”.

celebre doppiatore, scomparso qualche anni fa”.

Il momento in cui hai capito che potevi seguire

questa strada.

“Da subito, ero molto determinato ad arrivare a fare

la radio di un certo livello. A diciotto anni però ho

preferito fare il giornalista per poter durare il più a

lungo possibile, anche se qualcuno contestò la mia

scelta. Quando andai a Novaradio e venni pagato, mi

accorsi che la radio poteva divenire benissimo il mio

mestiere”.

Non hai sbagliato, visto che sei ancora in onda.

Quali sono i tuoi impegni attuali?

“Più di dieci anni fa sono tornato dalle mie parti per

ragioni familiari, dopo aver lavorato per aziende importanti

romane come RDS e l’agenzia Area, che fu il

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MUSICA

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PAUL ROBINO

UN VIAGGIO IN MUSICA TRA MARE,

EMOZIONI E COSCIENZA AMBIENTALE

Un viaggio tra musica, mare e ricerca interiore: Paul Robino racconta la nascita del progetto “I sensi del mare”,

le collaborazioni artistiche e l’impegno per l’ambiente. Un percorso sonoro che unisce emozione, memoria e consapevolezza.

“I sensi del mare”: come nasce l’idea di questo nuovo progetto in musica?

“Nasce da un ascolto profondo: non solo del mare, ma di ciò che smuove dentro di me. È un progetto maturato

lentamente, come le maree, dal desiderio di raccontare il mare in modo sensoriale ed emotivo. Volevo che la

musica diventasse onda, respiro, riflesso. Tante notti trascorse in riva al mare, ad ascoltarlo e a guardare il

cielo, hanno trasformato emozioni semplici e profonde in suono, attraverso il pianoforte.”

Come è nato l’incontro e la collaborazione con il maestro Vince Tempera?

“L’incontro è stato naturale e umano prima che artistico. Lo conosco da anni, ma solo recentemente gli ho fatto

ascoltare il progetto: lo ha preso sul serio e mi ha detto ‘proviamoci’. Ci accomuna l’idea della musica come

linguaggio narrativo capace di evocare immagini interiori. Lavorare con lui è un privilegio: è guida e compagno

di viaggio. Insieme portiamo in Italia e all’estero un messaggio legato al mare, alla tutela ambientale e a una

musica che parla di pace e consapevolezza.”

Da dove nasce la tua musica?

“Nasce dal movimento, dai luoghi attraversati e dal dialogo costante con me stesso. Non amo le etichette: mi


Paul Robino

con Vince Tempera

interessa contaminare e sperimentare. Da questa visione

nascono due percorsi estivi che uniscono arte,

mare e racconto nel Mediterraneo. ‘Art Odyssey a Vela’

è un progetto itinerante tra navigazione e patrimonio

culturale; accanto a questo c’è MIMAY, un viaggio partito

dalle Eolie, luoghi che conosco profondamente e

che raccontano la Sicilia autentica. Sono esperienze

che uniscono musica, natura e memoria.”

Che cos’è il mare per te?

“È origine e ritorno, maestro di rispetto e ascolto. Crescere

vicino al mare significa interiorizzarne i ritmi e la

fragilità. È uno spazio dell’anima a cui torno quando

ho bisogno di verità. Dai paesaggi tra Trapani e Mazara

ho imparato che il mare è movimento e impossibilità

di restare fermi: mi accompagna nella ricerca di equilibrio

e serenità.”

Le dodici tracce del disco raccontano il mare in

tutte le sue sfaccettature: è un richiamo al legame

primordiale tra uomo e acqua?

“Sì. Il mare è memoria ancestrale e vocazione naturale.

Ho voluto raccontarne bellezza, mistero e nostalgia,

quel legame antico che ci unisce all’acqua. Brani come

‘Profondo Blu’ nascono da esperienze personali, come

le immersioni nella riserva dello Zingaro: lì il confine

tra me e il mare scompariva, ed è quella sensazione

che ho trasformato in musica.”

Il progetto è anche un concerto per pianoforte e

voce narrante: come nasce?

“È un lavoro multidisciplinare in cui musica e parola

dialogano. Ho immaginato I sensi del mare come un

viaggio guidato dal pianoforte e accompagnato dalla

voce narrante. Lo porto in scena con Arianna Brandolini,

intrecciando le note con testi di poeti e scrittori. Il

concerto può adattarsi ai luoghi, mantenendo però intatto

il suo nucleo emotivo.”

Cosa deve aspettarsi il pubblico dai live?

“Un’esperienza immersiva: musica, immagini, poesia e,

in alcune date, quartetto d’archi. Ogni concerto è diverso

e nasce dall’energia del momento. Dopo le tappe

internazionali, tornare in tour con questo disco significa

portare la musica italiana nel mondo con autenticità e

responsabilità.”

Quanto è importante sensibilizzare sulla tutela

dei mari?

“È fondamentale. Il mare è il patrimonio più prezioso

del pianeta ma anche tra i più feriti. Con questo progetto

voglio accendere consapevolezza, soprattutto nei

giovani. La musica è il mio modo di dare voce a questa

causa: ogni nota è un invito a rispettare e proteggere

il mare e la vita che dipende da esso.”

Cosa ci attende nel 2026?

“Il progetto continuerà a crescere con concerti in luoghi

speciali e a contatto con la natura, tra Mediterraneo e

Nord Europa. L’obiettivo è offrire al pubblico un’esperienza

completa, capace di trasmettere la forza del

mare e l’urgenza di tutelarlo.”

Le passioni oltre la musica?

“Amo viaggiare e, soprattutto, il silenzio. È lì che ritrovo

ricordi e pace interiore. Ascolto musica senza confini,

colleziono vinili e cammino a lungo: sono rituali che

nutrono la mia creatività. Senza queste passioni, la musica

perderebbe il suo senso.”

Un consiglio a un giovane pianista?

“Sbagliare molto e non avere fretta. La musica è un

viaggio: serve costruire una voce personale, vivere, osservare

e conoscersi. Solo così la musica diventa autentica.”

Sogni futuri?

“Continuare a creare senza perdere la meraviglia e portare

la mia musica in luoghi sempre nuovi. Il sogno più

grande resta semplice e immenso: contribuire, anche

con la musica, a un mondo più gentile e in pace.”

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EVENTI

by Anthony Peth

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ALESSIA GHISONI

LA REGINA DEI GRANDI EVENTI PORTA MISS

MONDO E MISS UNIVERSO IN SARDEGNA

La più importante organizzatrice dell’isola di grandi eventi e piazze gremite di pubblico. Porta il bello attraverso

luoghi e sapori della Sardegna con le Miss dei concorsi Miss Mondo e Miss Universo, formandole e dando

a loro la conoscenza della storia dei piccoli borghi

Come nasce la tua esperienza nel mondo dei grandi eventi?

“Il mio cammino inizia tanti anni fa attraverso la mia esperienza durata 10 anni da interior design, esperienze

che mi porta a diventare event planner e art director… continuando a studiare e approfondire le mie conoscenze

nelle diverse città europee quali Parigi, Roma, Milano, Barcellona, Londra, Madrid, Ginevra e Saragozza…

arrivando ad avere un bagaglio di saggezze che fondendosi alle tradizioni della nostra terra, ho fatto

si che le mie passioni sfociassero nella creazione delle mie aziende. Nel tempo sono passata dall’essere

sognatrici in una terra poco predisposta al mondo del Wedding Planning… ad avere una delle società più

importanti al mondo che organizza matrimoni ed eventi di livello internazionale”.

Sei l’unica referente regionale di due importanti concorsi internazionali. Miss Mondo e Miss Universo,

quali sono i progetti per questo nuovo anno e quali saranno le piazze che vedranno calcare la passerella

le miss davanti al pubblico?

“Sì, due concorsi di bellezza, un unico grande marchio quello di Events di Alessia Ghisoni che organizzerà

le selezioni e le tappe di Miss Universo e Miss Mondo: a portare queste importanti rassegne in giro per la

Sardegna alla scoperta dei vari territori. Dopo il successo della scorsa edizione di Miss Universo, concorso


di importanza planetaria nato negli Stati Uniti negli anni Cinquanta del secolo scorso, ho avuto l’esclusiva

per la Sardegna anche di portare avanti l’organizzazione di Miss Mondo. Un monopolio il mio, che non punta

esclusivamente sulla bellezza delle concorrenti, ma anche alla valorizzazione dei territori e delle tradizioni

della Sardegna”.

Nella mission di Events di Alessia Ghisoni vi è anche il ritorno in auge del vintage e la rinascita

della moda attraverso il riciclo e il riuso di diversi materiali naturali.

“Sono felice che sono tante le piazze della Sardegna che accoglieranno la bellezza isolana e il compartimento

della moda e spettacolo che accompagna Events di Alessia Ghisoni nella sua mission”.

Ogni evento sold out. Quali sono gli ingredienti di questo successo?

“Sì ogni evento è sold out e ne sono tanto felice, ricompensa di ogni fatica. Penso che gli ingredienti del

successo sono sicuramente determinazione, tenacia, duro lavoro, obbiettivi chiari, formazione, competenze,

ma soprattutto serietà e lealtà nei confronti di chi mi affianca e crede in me. Il mio moto è ‘da soli si va

veloci, ma insieme si va lontano’”.

Ogni tuo evento riveste un messaggio sociale più profondo e rivolto ai più deboli, come mai questa

scelta? E quali sono gli aspetti trattati in queste nuove edizioni?

“Siamo tutti uguali e tutti devono avere le stesse opportunità. Il punto fermo per queste edizioni è l’uguaglianza.

Ho insegnato a mia figlia che il cielo è di tutti e ognuno lo può ammirare alla stessa maniera. In

passerella quest’anno sfilerà il vintage, connubio tra vecchio e nuovo, ponte tra passato e presente, arte

senza tempo che ci renderà uguali con la stessa possibilità di essere diversi in un’esperienza contemporanea”.

Che consigli vuoi dare alle miss che vogliono inscriversi ai concorsi da te diretti in Sardegna?

“Essere se stessa e avere fiducia ma allo stesso tempo prepararsi per affrontare un percorso che non

valorizza solo la bellezza ma anche la personalità e il talento”.

Se volessero scriverti e mettersi in contratto con la tua segreteria per candidarsi cosa devono fare?

“Io rispondo personalmente. Dal mio staff arrivano dopo. Amo tanto conoscere persone nuove, conoscere le

loro esperienze e il loro percorso di vita e amo soprattutto inserirle personalmente in questo percorso. Sono

Alessia Ghisoni mi trovano ovunque social sia come profilo personale con il mio nome che come Miss Mondo

Sardegna e Miss Universe Sardegna compresi. Potete chiamare al seguente numero di riferimento:

3515873607”.

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