WineCouture 1-2/2026
WineCouture è la testata giornalistica che offre approfondimenti e informazione di qualità sul vino e quanto gli ruota attorno. È una narrazione di terroir, aziende ed etichette. Storytelling confezionato su misura e che passa sempre dalla viva voce dei protagonisti, dalle riflessioni attorno a un calice o dalle analisi di un mercato in costante fermento. WineCouture è il racconto di un mondo che da anni ci entusiasma e di cui, con semplicità, vogliamo continuare a indagare ogni specifica e peculiare sfumatura, condividendo poi scoperte e storie con appassionati, neofiti e operatori del comparto.
WineCouture è la testata giornalistica che offre approfondimenti e informazione di qualità sul vino e quanto gli ruota attorno. È una narrazione di terroir, aziende ed etichette. Storytelling confezionato su misura e che passa sempre dalla viva voce dei protagonisti, dalle riflessioni attorno a un calice o dalle analisi di un mercato in costante fermento. WineCouture è il racconto di un mondo che da anni ci entusiasma e di cui, con semplicità, vogliamo continuare a indagare ogni specifica e peculiare sfumatura, condividendo poi scoperte e storie con appassionati, neofiti e operatori del comparto.
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NUMERO 1/2
Anno 7 | Febbraio-Marzo 2026
VALE PIÙ UN SORSO DI UN DISCORSO
IL BILANCIO 2025 E LE SFIDE 2026 DELLE DISTRIBUZIONI HORECA DI VINO
2
“Vale più un sorso di un discorso”
Il titolo di questo editoriale rappresenta un omaggio: si tratta di una citazione
di Marco Felluga, pioniere del Collio e uno dei patriarchi del vino friulano,
scomparso nel 2024. Una frase che racchiude tanto, forse tutto, di quello che
cerchiamo di comunicare quotidianamente con WineCouture. E a ribadire
questo nostro impegno è giunto l’esordio, in occasione del recente appuntamento
di Wine Paris, della prima edizione cartacea di WineCouture International
Edition, già attivo on-line tramite WineCouture.it e che genera
una newsletter settimanale a 20mila operatori professionali in 92 Paesi del
mondo. La International Edition si è fatta “special edition” con un magazine
per raccontare ciò che da sempre viviamo come una vera passione, prima
che come un lavoro. “Vale più un sorso di un discorso” è anche il fil rouge
di questo numero con il racconto dei principali attori italiani della distribuzione
Horeca, che delineano le prospettive di un 2026 che si annuncia non
meno pregno di sfide rispetto agli scorsi 12 mesi. Proprio qui è il punto: nella
fatica che ha definito il 2025 e nei risultati a cui gli sforzi hanno condotto. L’omaggio
a Marco Felluga, sotto questa prospettiva, è tutt’altro che casuale. Il
produttore friulano ha lasciato a chi opera nel mondo del vino una lezione di
grande significato: “Il difetto peggiore di un produttore di vino - ammoniva
spesso, come ha ricordato Vladimiro Tulisso in un suo articolo su Vitae Online
- è credere di essere arrivato. Il vino è un progetto continuo perché ogni
anno ci sono novità e cambiamenti. È importante poi amare il proprio lavoro
e divertirsi a farlo”. Questo l’augurio a tutti voi, per i prossimi mesi.
06 Primo piano. Passito, fuori copione:
Pasqua riscrive il ruolo del vino dolce
08 On air. Enoteche, si beve meno, si sceglie
meglio: Giuliano Rossi, presidente Vinarius
10 Visioni. L’anno della razionalità. Carlo
Alberto Sagna fotografa la nuova fase
SOMMARIO
16 Dossier. Horeca: così la distribuzione ha
cambiato pelle. Le voci dei protagonisti
28 Champagne. Saint-Vincent: l’eredità viva di
un vino che è, prima di tutto, appartenenza
30 Horeca. WinePrime: a Milano nel 2027
l’hub internazionale del vino d’alta gamma
WINECOUTURE
winecouture.it
Direttore responsabile Riccardo Colletti
Direttore editoriale Luca Figini
Coordinamento Matteo Borré (matteoborre@nelsonsrl.com)
Marketing & Operations Roberta Rancati
Contributors Francesca Mortaro e Andrea Silvello.
Art direction Inventium s.r.l.
Stampa La Terra Promessa Società Cooperativa
Sociale Onlus (Novara)
Editore Nelson Srl
Viale Murillo, 3 - 20149 Milano
Telefono 02.84076127
info@nelsonsrl.com
www.nelsonsrl.com
Registrazione al Tribunale di Milano n. 12
del 21 Gennaio 2020 - Nelson Srl -
Iscrizione ROC n° 33940 del 5 Febbraio 2020
Periodico bimestrale
Anno 7 - Numero 1/2- Febbraio - Marzo 2026
Abbonamento Italia per 6 numeri annui 30,00 €
L’editore garantisce la massima riservatezza
dei dati personali in suo possesso.
Tali dati saranno utilizzati per la gestione degli
abbonamenti e per l’invio di informazioni
commerciali. In base all’art. 13 della Legge
n° 196/2003, i dati potranno essere rettificati
o cancellati in qualsiasi momento scrivendo a:
Nelson Srl
Responsabile dati Riccardo Colletti
Viale Murillo, 3
20149 Milano
3
WineCouture International Edition: una pubblicazione
interamente in lingua inglese, concepita per un pubblico
internazionale di professionisti del vino e operatori del trade.
Il magazine in formato A4 è stato curato, strutturato per
essere consultato, conservato e riletto nel tempo. La distribuzione
è avvenuta direttamente negli spazi della fiera, di
cui WineCouture si è confermato Media Partner anche per
l’edizione 2026, riscuotendo un importante successo tra
buyer, importatori, consorzi e stakeholder internazionali.
La versione digitale del magazine è disponibile nella sezione
International del sito WineCouture ed è stata veicolata
attraverso la newsletter internazionale, ampliandone ulteriormente
la diffusione a ogni angolo del globo. WineCouture
International Edition ha rappresentato molto più di
un’estensione del progetto editoriale. È stata una dichiarazione
d’intenti: rafforzare la missione di dare visibilità, valore
e profondità strategica al vino made in Italy, parlando
il linguaggio dei mercati globali. Il focus del magazine rimane
B2B e analitico: raccontare il vino italiano attraverso
etichette, aziende e protagonisti, concentrandosi non solo
su cosa viene prodotto, ma soprattutto su perché e come,
analizzando strategie, posizionamenti e visioni di lungo periodo.
Questa è la prima new entry del 2026.
Tutte le novità 2026
di Nelson Srl
Una duplice new entry per la nostra casa editrice:
WineCouture International Edition e The Garnish
Nel 2020, in un momento complesso per il
settore Horeca e per l’editoria specializzata,
nasceva WineCouture. Non come semplice
rivista ma come progetto con un’ambizione
precisa: raccontare il vino, in primis italiano,
con profondità di orizzonti, linguaggio professionale e un
taglio che potesse raggiungere anche un pubblico internazionale.
A distanza di sei anni, WineCouture è diventato
un sistema editoriale integrato, capace di dialogare
contemporaneamente con il canale
Horeca, con il consumatore evoluto e
con il trade globale. Ed è proprio questo
2026 appena iniziato a rappresentare
per Nelson Srl e per WineCouture
il punto di svolta.
L’ecosistema editoriale
WineCouture nasce come testata giornalistica
B2B italiana registrata in Tribunale,
con una tiratura di 3.000 copie distribuite in
modo mirato nel canale Horeca. La scelta è stata chiara fin
dall’inizio: parlare ai professionisti che fanno il mercato,
agli operatori che determinano assortimenti, posizionamenti
e strategie. Nel tempo, attorno alla testata principale
si è costruito un ecosistema articolato e coerente. Al magazine
B2B si sono affiancati - nel 2021 - “I Quaderni di WineCouture”,
una pubblicazione free press B2C con tiratura
in 20.000 copie realizzata in collaborazione con Vinarius
DI LUCA FIGINI
– Associazione delle Enoteche Italiane – e distribuita nei
locali dei suoi oltre 100 soci in tutta Italia. Un ponte tra comunicazione
professionale e consumo consapevole che ha
rafforzato il dialogo tra produzione e punto vendita fino a
raggiungere il consumatore grazie al suo modo accessibile
e pop di raccontare il vino.
L’anima digitale è stata protagonista fin da principio: il sito
web e la newsletter settimanale, strumenti che hanno consolidato
la presenza online della nostra testata.
In particolare, la newsletter in lingua inglese
WineCouture International Edition, dalla
sua creazione nel 2023, ha permesso
di raggiungere ogni settimana oltre
20mila buyer e professionisti in 92 Paesi
del mondo, più di 65 dei quali extra
Ue, creando un network editoriale
coerente, riconoscibile e orientato alla
connessione tra produttori e mercati.
WineCouture ha quindi costruito una piattaforma
editoriale indipendente e specializzata
nella comunicazione del vino e nell’analisi dei mercati,
capace di coniugare rigore giornalistico e identità chiara.
WineCouture International Edition è cartaceo
A febbraio 2026, WineCouture ha tagliato un nuovo traguardo.
In occasione di Wine Paris, manifestazione andata
in scena sotto la Tour Eiffel dal 9 all’11 febbraio scorso,
Nelson Srl ha presentato il primo numero stampato di
Da Spirits by WineCouture a The Garnish
La seconda grande novità del 2026 si comprende già sfogliando
il primo numero dell’anno di WineCouture: l’allegato
Spirits, che aveva accompagnato la testata per tutto
il 2025, non è più presente. Non si tratta, però, di un ridimensionamento,
ma di una evoluzione naturale, strutturale
e articolata. Da “Spirits by WineCouture” prende forma
The Garnish, un sistema editoriale autonomo dedicato agli
operatori del mondo dei cocktail bar e della mixology. Il
progetto affonda le radici nel lavoro svolto tra 2024 e 2025
con l’allegato alla testata B2B, nelle due edizioni B2C de
I Quaderni di WineCouture dedicate al comparto e nella
sezione tematica sviluppata sul sito. Non più una estensione
editoriale ma una piattaforma editoriale: The Garnish si
svilupperà nel corso del 2026 attraverso la pubblicazione
di quattro numeri cartacei B2B, ai quali si affiancheranno
due edizioni B2C denominate “I Quaderni di The Garnish”.
Il sistema sarà supportato dal sito web dedicato (thegarnishmag.it)
e dalla newsletter settimanale rivolta agli
operatori del settore. Il progetto editoriale di Nelson Srl si
avvale della competenza del giornalista Carlo Carnevale e
nasce con un obiettivo preciso: intercettare l’evoluzione
del segmento dei cocktail bar e della miscelazione, offrendo
un linguaggio più fresco, concreto e coerente con le
nuove dinamiche del settore. Il target di The Garnish sono
quindi cocktail bar, bar tender, hotel, locali di fine dining
e una platea illustre e selezionata di operatori del settore.
Nelson Srl: una visione editoriale
complementare e sempre più versatile
Con il 2026, Nelson Srl consolida una strategia editoriale
variegata e complementare. Da un lato, la casa editrice presidia
il segmento vino con WineCouture, rafforzandone la
proiezione internazionale attraverso la nuova International
Edition cartacea e digitale. Dall’altro, entra in modo deciso
nel comparto spirits e mixology con The Garnish, offrendo
contenuti mirati e strumenti concreti per un universo
Horeca sempre più articolato e professionale. Due piattaforme
autonome ma unite dalla stessa filosofia: rigore
giornalistico, identità forte, collaborazione e dialogo con
produttori, consorzi, istituzioni e stakeholder della filiera.
WineCouture non è più, dunque, soltanto una testata. È un
sistema editoriale integrato e focalizzato che unisce carta e
digitale, B2B e B2C, mercato italiano e scenario internazionale
(con WineCouture International Edition).
Dal canto suo, The Garnish è una piattaforma editoriale dedicata,
specialistica e strutturata. Si parte con il sito Web e il
canale social, per poi debuttare - a fine marzo - con il primo
numero della rivista B2B dedicata al mondo dei cocktail
bar e della miscelazione. E le sorprese non mancheranno
nel corso dell’anno: Nelson Srl continuerà a rinnovarsi nei
prossimi mesi. Nell’attesa vi auguriamo: salute!
PARLIAMO DI NOI
4
TRADE
Photo: Philippe Labeguerie
Wine Paris da record:
il vino sceglie Parigi
Oltre 63mila operatori da 169 Paesi,
con l’Italia pronta ad avere la sua “casa” nel 2027
Non è stata semplicemente un’edizione da record
Wine Paris 2026, andata in scena dal
9 all’11 febbraio: è stata il consolidamento
definitivo di una piattaforma che oggi ambisce
a essere – e di fatto è – l’epicentro globale
dell’influenza per wine & spirits.
I numeri, d’altronde, parlano chiaro e certificano la scala:
63.541 visitatori professionali da 169 Paesi, oltre la metà
internazionali (+20,75%); 6.537 espositori da 63 Paesi
(+20%), con una componente estera anch’essa al 51%. In
tre giorni, 112.462 professionisti hanno attraversato i padiglioni
di Paris Expo, mentre il business matching ha generato
25.958 appuntamenti preprogrammati (+28%) e un
incremento del 20% nella presenza di top buyer. Cifre che
certificano non solo la crescita, ma la qualità del traffico.
La vera novità strutturale è però un’altra: Wine Paris
2026 ha superato la dimensione di fiera per diventare
piattaforma di convergenza politica ed economica. Oltre
400 rappresentanti pubblici francesi, europei e internazionali,
37 ambasciate presenti, 21 ambasciatori, membri
della Commissione europea e, per la prima volta, l’inaugurazione
affidata al presidente della Repubblica francese,
Emmanuel Macron. Un segnale chiaro è stata proprio
la presenza diplomatica record: nei corridoi di Paris
Expo Porte de Versailles non si fa solo business, oggi si
orientano strategie.
Da evidenziare proprio l’intervento dell’inquilino
dell’Eliseo sul palco istituzionale, dove Macron
DI MATTEO BORRÈ E ROBERTA RANCATI
ha ribadito la necessità di difendere il vino francese
nell’export e nei negoziati internazionali, citando Europa,
India, Canada e Brasile come mercati chiave. Ma
in un passaggio particolarmente significativo ha riconosciuto
anche la capacità italiana di eccellere nelle
esportazioni, sottolineando come l’Italia sia particolarmente
efficace nel vendere vino nel mondo. Una stima
che pesa, soprattutto in un contesto segnato da tensioni
commerciali e dazi. Un riconoscimento arrivato,
per di più, nella capitale francese, davanti alla comunità
internazionale. Non un dettaglio.
L’Italia, del resto, è stata protagonista assoluta a Wine
Paris 2026. Con 1.355 espositori su oltre 6.500 totali,
ha rappresentato il secondo Paese dopo i padroni di
casa. Una presenza così forte da rendere necessario,
per il 2027, un padiglione unico interamente dedicato
al sistema tricolore. Dopo le insistenti voci che si sono
rincorse tra i corridoi, lo ha confermato ufficialmente il
CEO di Vinexposium, Rodolphe Lameyse, nell’intervista
rilasciata ad Alessandra Dal Monte su Cook per il
Corriere della Sera: “L’Italia è sempre stata molto forte
nell’export, nel vino e non solo”. E ancora: “Nel 2027
avrà il suo padiglione unico, una grande casa tutta sua”.
Una scelta che cambierà la geografia interna del salone
e che potrà amplificare ulteriormente la presenza tricolore
in Francia.
Poi c’è il giudizio sull’oggi: quello di WineCouture su
quest’ultima edizione è molto positivo, come conferma
anche il sentiment generale delle aziende. Wine Paris
2026 si è dimostrata una fiera sempre più densa, soprattutto
per il vino italiano ma non solo. Una cornice
internazionale capace di fotografare un settore che vive
ben oltre la bottiglia e di raccontare il meglio dell’offerta
mondiale tra classici consolidati e territori emergenti. Il
tutto condito da un’affluenza importante e un pubblico
di altissimo profilo professionale. Lo “spezzatino” dei padiglioni
con la presenza tricolore nel primo giorno ha diluito
leggermente i flussi, ma l’efficacia del matching con
i buyer è migliorata sensibilmente rispetto al 2025. Tanti
appuntamenti di qualità, in particolare con operatori da
Africa e Asia – India e Sud Est Asiatico in testa, meno la
Cina per la concomitanza del Capodanno cinese.
Wine Paris 2026 si è confermata anche laboratorio di
trend e categorie. Tutto il mondo beverage è ormai integrato:
wine, spirits, beer, RTD e soprattutto no/low. Il
debutto del padiglione Be No, con 64 espositori da 13
Paesi e oltre 250 etichette, accanto a Be Spirits che riuniva
370 espositori da 39 Paesi (+28%), racconta una fiera
che non teme le trasformazioni del consumo. Non una
cannibalizzazione, ma ampliamento di business, come
ha precisato Lameyse. Non sottrazione, ma estensione.
Sempre nella sua intervista, il CEO di Vinexposium ha
colto quello che oggi è un punto decisivo: la crisi c’è,
ma non si tratta di disaffezione. È moderazione. Si beve
meno, ma meglio. E la qualità ormai è uno standard diffuso.
Wine Paris 2026 ha intercettato appieno questo
cambio di paradigma, tanto da emergere in questi anni
come il vero kick off dell’anno, momento strategico per
incontrarsi, negoziare e pianificare. Il prossimo appuntamento
sarà dal 15 al 17 febbraio 2027. L’ambizione dichiarata
è continuare a rafforzare lo slancio internazionale
e il ruolo di piattaforma globale di riferimento: se
questa è stata l’edizione della consacrazione, la prossima
potrebbe essere quella della maturità definitiva. E per l’Italia,
con una “casa” interamente dedicata, sarà un banco
di prova decisivo nella capitale francese dell’influenza
wine & spirits. “Manca il sole… E il mare”, ha scherzato
Lameyse in chiusura d’intervista con Alessandra Dal
Monte. Ma per il resto, Parigi si sta prendendo tutto. E la
partita del 2027 è già iniziata.
6
U
n teatrino siciliano del XVIII secolo, smontato e trasferito
a Parigi da Palermo più di cent’anni fa, è tornato
a illuminarsi. Questa volta non per uno spettacolo,
ma per un vino molto particolare. È all’Ambasciata
d’Italia nella Ville Lumière, tra velluti antichi e riflessi
dorati, che la famiglia Pasqua ha scelto di far brillare il
Passito per eccellenza, quello di Pantelleria, al centro
del proscenio. Non come comparsa, ma in veste di protagonista.
Con “Fuori Carta”, infatti, viene ribaltata
una tradizione radicata, restituendo a una delle più nobili
tipologie di vino una centralità gastronomica inedita,
fatta di abbinamenti “unconventional” e contaminazioni
contemporanee. Una visione nuova, libera,
quotidiana, che riporta il Passito al centro della tavola:
non più vino da sipario finale, ma attore principale di
un nuovo atto.
Tutto parte da Parigi. Non da una sala degustazioni,
ma dai saloni dell’Ambasciata d’Italia, nel cuore di
una città che da sempre detiene il primato simbolico
dell’alta cucina e della diplomazia gastronomica. È
qui, nella prima serata di Wine Paris, che Pasqua Vini
ha deciso di presentare una nuova attitudine del Passito
di Pantelleria Sangue d’Oro, progetto nato dall’incontro
con Carole Bouquet e oggi parte integrante
della visione della cantina veronese che, dopo aver archiviato
i festeggiamenti per il primo centenario, è già
proiettata verso la propria evoluzione futura.
La cornice non è casuale. Uno degli angoli più suggestivi
all’interno della sede diplomatica in Rue de
Varenne è diventato il palcoscenico di “A Sicilian Interlude”:
un cortocircuito culturale tra Mediterraneo
e Francia, tra memoria e avanguardia. Il teatro come
metafora perfetta di un vino che non vuole più restare
confinato dietro le quinte del fine pasto. Una vera e
propria liberazione dal rituale del dessert, frangente in
cui, in Italia, il passito è spesso relegato al ruolo di atto
finale, chiusura, vino da meditazione da sorseggiare in
silenzio. La famiglia Pasqua, come ormai sua cifra distintiva,
ha scelto di rimettere in discussione un intero
immaginario, restituendo al vino dolce la sua natura
più autentica: quella di compagno di tavola, interlocutore
a tutto pasto, non più semplice epilogo. Un linguaggio
che viene riscritto, una traiettoria che muta,
un cambio di copione che rimescola le carte della trama
narrativa. Nasce così il concetto di pairing “Fuori
Carta”: un invito a togliere il passito dalla lista dei vini
con un destino già segnato nel calice e a inserirlo in
percorsi gastronomici inattesi.
Non si tratta di un esercizio per palati d’élite. L’ambizione
non è confinare Sangue d’Oro alle tavole stellate
– pur avendo dimostrato, nella serata parigina, una
sorprendente capacità di dialogo con piatti complessi
come la torta al cioccolato, capperi e caviale dello chef
Bruno Verjus – ma aprire il campo a contaminazioni
più quotidiane. La ricchezza aromatica e la struttura
del Passito di Pantelleria, con la sua tensione tra dolcezza,
acidità e sapidità, si prestano a interagire con cucine
diverse, dall’asiatica alla fusion, fino a territori più
pop come la pizza o piatti di comfort food che abitano
le nostre tavole di ogni giorno.
È qui che il progetto rivela la sua natura più radicale:
democratizzare l’uso del passito senza banalizzarlo.
Portarlo accanto a una cucina thai piccante, a un ramen
dalle note umami, a una pizza con alici e burrata
o a un pollo glassato in perfetto stile street food. Accostamenti
non provocatori per principio, ma coerenti
con la sua identità aromatica. Il passito non come vino
dolce, ma come vino complesso. Non come chiusura,
ma come amplificatore del gusto. “Sin dalla genesi di
questo progetto, è stato chiaro che la natura stessa di
Sangue d’Oro è quella di nascere lavorando fuori dalle
regole e dagli schemi precostituiti”, ha spiegato Andrea
Pasqua, Head of Business Development di Pasqua
Vini, sottolineando che la forza di questo vino risiede
nell’emozione che crea, nella sua natura tradizionale
e al tempo stesso eccezionalmente contemporanea.
DI MATTEO BORRÈ
PRIMO PIANO
Passito,
fuori copione
Non più fine pasto: con “Fuori Carta”, da Pantelleria a Parigi,
Pasqua riscrive il ruolo del vino dolce
7
in foto da sinistra: Umberto e Margherita Pasqua, Emanuela D’Alessandro,
Carole Bouquet, Matteo Zoppas, Riccardo Pasqua e Federico Bricolo
Sangue d’Oro, infatti, è legato al tempo, al vento, alla
mano dell’uomo, ma refrattario a essere ingabbiato in
un momento preciso del pasto. Un vero cambio di paradigma
che parla alle nuove generazioni di consumatori
e al loro desiderio di libertà gustativa.
Durante il rendez-vous parigino, l’immagine più potente
l’ha, però, regalata Riccardo Pasqua, amministratore
delegato di Pasqua Vini. “In Francia – ha ricordato
– è costume offrire un calice di Champagne
alle persone importanti con cui si intende iniziare un
business. Un gesto simbolico, istituzionale, quasi rituale.
Ma quando il brindisi è con gli amici che si hanno
più a cuore, quando il momento è davvero intimo
e autentico in famiglia, allora la scelta cade su un vino
dolce passito”. È, infatti, lì che si annida la dimensione
emotiva: non nell’ufficialità, ma nella relazione. Questa
distinzione, sottile ma potente, racchiude il senso
profondo del progetto che Pasqua Vini ha scelto di
In foto: Alessandro Pasqua
firmare. Restituire al passito la sua capacità di essere
vino delle relazioni: non elitario, non esclusivo, ma intensamente
umano.
L’investimento in Sangue d’Oro – di cui la famiglia
Pasqua ha acquisito il 70%, unendo tutela culturale e
visione imprenditoriale – s’inserisce nella traiettoria
che ha trasformato la cantina veronese in una vera e
propria “House of the Unconventional”. Non solo
reinterpretazione dei territori veneti, ma dialogo con
progetti affini per sensibilità e ambizione. Il Passito
diventa così un laboratorio concettuale: un banco di
prova per ridefinire categorie consolidate.
Parigi, con il suo teatrino siciliano incastonato tra i
maestosi saloni dell’Ambasciata d’Italia, è stata molto
più di una location d’eccezione. È stata una dichiarazione
d’intenti. Portare Pantelleria nella capitale francese,
intrecciare mondi, mettere in scena il Mediterraneo
nel cuore dell’Europa gastronomica. Un gesto
In foto: Andrea Pasqua
simbolico che amplifica il messaggio: il vino passito
non è un capitolo relegato a un passato lontano, ma un
territorio ancora da esplorare che parla di futuro.
“Fuori Carta”, allora, non si traduce in una provocazione,
ma in una vera proposta culturale. Invita a riscrivere le
abitudini, a liberare il Passito di Pantelleria e se stessi dalle
etichette mentali prima ancora che da quelle su carta o
nel calice. E suggerisce che la contemporaneità del vino
non si misura nella rincorsa alla moda, ma nella capacità
di attraversare il quotidiano con una nuova consapevolezza.
Forse, così, la vera rivoluzione non è l’abbinamento
inatteso, ma piuttosto la normalità dell’inatteso. Un
calice di passito accanto a una pizza condivisa; abbinato
a una cena asiatica tra amici; accostato a una serata informale
che non pretende solennità. È in quei momenti che
il vino torna a essere ciò che è sempre stato: un ponte tra
le persone. Ed è a partire da quel brindisi che si riconosce
la promessa di un nuovo inizio.
PRIMO PIANO
8
Meno bottiglie stappate, più valore riconosciuto.
Il 2025 del vino italiano
si può sintetizzare così: consumi in
volume in contrazione, ma una crescita
qualitativa che ridefinisce le logiche
del mercato. Un paradosso solo apparente che
racconta, in realtà, l’evoluzione di un consumatore
più selettivo, informato ed esigente. È quanto emerge
dalla fotografia scattata da Vinarius attraverso l’analisi
“Trend del Vino 2025–2026”. Ne emerge il ritratto
di un mercato che si assottiglia nei volumi ma si irrobustisce
nella qualità, premiando identità, territorio e
coerenza narrativa.
La premiumizzazione resta la cifra dominante del canale
enoteca: si acquista meno, ma meglio. Crescono
cru e denominazioni fortemente identitarie, si ampliano
gli spazi per bianchi, rosati e Metodo Classico,
mentre le nuove generazioni orientano la domanda
verso vini più leggeri e a minor tenore alcolico. Parallelamente,
la sostenibilità entra in una fase adulta: non
più dichiarazioni d’intenti, ma certificazioni, tracciabilità,
scelte concrete lungo la filiera.
In un contesto segnato da sovrapproduzione e consumi
in flessione, il canale si trasforma. La mescita
diventa strumento culturale, il Direct to Consumer
si integra con l’enoturismo, le enoteche rafforzano il
proprio ruolo di presìdi culturali e hub relazionali. Sullo
sfondo, uno scenario internazionale che continua a
guardare con interesse ai vini premium italiani e un
sistema che, complice anche il recente riconoscimento
della cucina italiana come Patrimonio culturale immateriale
dell’Umanità, consolida il legame tra vino e
identità gastronomica.
Ma oltre le analisi e i trend, resta la voce di chi vive
quotidianamente il mercato. Nel bilancio 2025 delle
enoteche associate a Vinarius emerge un settore resiliente,
capace di tenere la rotta pur in una congiuntura
complessa. E accanto ai dati, si affacciano domande
cruciali: si produce troppo o si consuma troppo poco?
La premiumizzazione è davvero un destino inevitabile?
Quale spazio avranno nuovi packaging e no-alcol?
A rispondere è il presidente di Vinarius, Giuliano
Rossi, che in questa intervista a WineCouture offre
una lettura lucida e talvolta controcorrente dello stato
dell’arte, tracciando le sfide – e le opportunità – che
attendono il canale nel 2026.
Che anno è stato il 2025 per Vinarius?
È stato un anno intenso, stimolante e ricco di momenti
formativi. Il viaggio nei territori insieme alle enoteche
associate riscuote un successo sempre crescente, con
un numero sempre maggiore di realtà che scelgono
di partecipare e mettersi in gioco. Vinarius continua
a puntare con decisione all’eccellenza, diventando un
punto di riferimento per un mondo che oggi unisce
enoteche, wine bar e ristoranti: luoghi in cui si fa cul-
tura, si cresce professionalmente e si diffonde la vera
passione per il vino.
Fatte le somme e chiusi i conti, che bilancio
2025 possono tirare le enoteche italiane?
Da questo punto di vista, è stato un anno in cui la crisi
del mondo del vino si è fatta sentire, seppur in parte.
Le enoteche Vinarius, forti di realtà consolidate, hanno
saputo tenere bene: pur in un contesto non particolarmente
favorevole, il trend si è mantenuto solido,
soprattutto considerando il generale calo dei consumi.
Avete notato emergere particolari trend nel canale?
Lo spumante, in generale, resta un simbolo di condivisione
e convivialità, capace di unire anche in un contesto
di calo dei consumi. Allo stesso tempo, alcune realtà
territoriali continuano a crescere grazie alla loro capacità
di innovare e valorizzare le proprie peculiarità.
Si beve meno, è vero, ma si beve in modo più consapevole,
con maggiore attenzione alla qualità e alla ricerca.
Oggi, a suo avviso, si produce troppo vino o se
ne consuma troppo poco?
È proprio questa la domanda che racchiude la “tempesta
perfetta”. Si produce troppo vino, mentre allo stesso
tempo i consumi calano. Un eccesso di offerta che,
purtroppo, ha già causato danni difficili da recuperare.
DI RICCARDO COLLETTI
ON AIR
Enoteche: si beve meno,
si sceglie meglio
Il presidente di Vinarius, Giuliano Rossi, analizza volumi
in flessione, resilienza del canale e le sfide 2026
9
Viene spontaneo chiedersi: com’è possibile che una situazione
del genere non sia stata prevista per tempo?
La premiumizzazione è davvero il futuro del
vino?
Speriamo di no, perché altrimenti saranno dolori. Si
rischia di perdere sempre più l’aspetto conviviale della
nostra bevanda per eccellenza.
I nuovi packaging, dalla lattina al bag-in-box,
come sono percepiti nel canale delle enoteche e
che futuro vede per questa categoria?
Cercare di stupire è una logica conseguenza per contrastare
questo mercato “impazzito”. Sono tentativi, a
volte palliativi, per arginare una situazione che non è
affatto rosea per i nostri produttori. Le lattine possono
attecchire? Forse in un’ottica di asporto o consumo
rapido, ma difficilmente troveranno uno spazio stabile
nel mondo delle enoteche.
in foto: Giuliano Rossi, presidente di Vinarius
Tra i vini italiani, quali si sono segnalati per performance
nel corso del 2025?
I nostri cru, dal Piemonte alla Toscana, passando per il
Centro Italia, continuano a mantenere un forte appeal.
Anche se si registrano leggere flessioni, restano un
punto di riferimento e tengono vivo il mercato. Allo
stesso tempo, il Sud Italia sta portando avanti un lavoro
straordinario, con territori in grande crescita. In
particolare, la Calabria sta conquistando sempre più
consensi, affermandosi progressivamente come una
realtà da tenere d’occhio.
Piccola parentesi sul no-alcol: si stanno facendo piccoli
passi, tra diffidenza e curiosità, in un percorso ancora
tutto da costruire.
A partire dalla Francia, che anno è stato invece
per i vini stranieri in Italia?
In Italia c’è una grande conoscenza dei vini francesi,
che continuano a rappresentare un mercato aperto,
solido e sempre interessante, mantenendo una percentuale
di vendita molto rilevante. Spagna e Germania
restano stabilmente ai vertici, confermandosi tra i Paesi
più apprezzati. Il Portogallo suscita sempre più curiosità,
anche grazie ai recenti riconoscimenti ottenuti,
così come la Grecia, valorizzata dai suoi vitigni autoctoni.
Una nicchia particolare è rappresentata dalla Georgia,
che affascina per la sua storia millenaria e per la
tradizione delle anfore.
La mescita che spazio sta trovando oggi nelle
enoteche italiane e rappresenta l’evoluzione del
canale?
La mescita continua a crescere, diventando sempre
più uno strumento fondamentale per raccontare nuovi
territori e scoprire vini attraverso il singolo calice. Permette
ai clienti di esplorare, degustare e confrontare
stili diversi senza doversi impegnare in bottiglie intere,
rendendo l’esperienza in enoteca più accessibile e
interattiva. Le enoteche sono vissute così come luoghi
di scoperta e di educazione al vino.
Cosa pensa della nascita nel 2027 di una manifestazione
come WinePrime – Exhibition &
Experience, il nuovo evento internazionale dedicato
al vino d’alta gamma che andrà in scena
a Milano?
È evidente che il vino sia diventato, nel tempo, un
bene di lusso, ed è quindi comprensibile che nascano
manifestazioni di questo tipo. A mio avviso – parere
personale – questo si discosta però da quello che è il
mio sogno: superare certi dogmi e rendere il vino più
accessibile, più vicino alle persone.
Per me l’osteria moderna resta il vero punto di riferimento:
un luogo dove si possa parlare di vino in modo
leggero ma competente, condividendo storie, esperienze
e vita quotidiana.
Detto questo, è anche la realtà in cui viviamo oggi: è
normale che si punti sempre più in alto. Fa parte dell’evoluzione
dei tempi.
ON AIR
Quali sono le criticità che si registrano oggi per
le enoteche in Italia e qual è l’auspicio per il
2026?
Oggi le enoteche devono confrontarsi con diverse
sfide: è fondamentale rafforzare la collaborazione tra
produttori, agenzie, enoteche, ristoranti e tutti gli attori
che contribuiscono a divulgare la cultura del vino.
Allo stesso tempo, occorre prestare attenzione ai margini
di profitto, consolidare la clientela esistente e fidelizzare
costantemente nuovi utenti e consumatori.
L’auspicio per il 2026 è quindi quello di costruire
un comparto più coeso e sostenibile, capace
di valorizzare il vino italiano e di rendere le enoteche
luoghi sempre più centrali nella scoperta.
10
rossi, soprattutto a base Cabernet e Pinot Noir.
Che periodo è per Borgogna e Bordeaux?
Per la Borgogna possiamo parlare di una fase di stabilizzazione:
segnali positivi arrivano da molti cru storicamente
vocati alla qualità, accompagnati da un crescente interesse
verso Mercurey. Per Bordeaux, invece, resta un periodo
complesso. La campagna En Primeur ha visto una riduzione
dei prezzi per molte etichette di fascia alta, anche se l’interesse
per i grandi Château rimane elevato.
Le nuove referenze a catalogo da Australia e
Nuova Zelanda hanno suscitato la curiosità sperata?
E come vivono i consumatori italiani le novità
provenienti da mondi così lontani?
Le novità “da oltreoceano” sono accolte con interesse, soprattutto
quando supportate da uno storytelling chiaro, da
un forte rapporto qualità-prezzo e da una buona riconoscibilità
varietale. Quest’ultimo aspetto si è rivelato particolarmente
efficace nelle proposte al calice dei locali che
puntano sul turnover della loro offerta.
Tra i vini italiani, quali hanno performato meglio
nel corso del 2025?
È ancora presto per un bilancio completo, ma possiamo
dire che le grandi Denominazioni continuano a mantenere
la loro quota di mercato: Barolo, Barbaresco e Amarone
restano punti di riferimento. Su altre Doc e Docg si registra
una lieve flessione, mentre l’attenzione verso i vini siciliani
rimane molto alta.
VISIONI
L’anno della
razionalità
Champagne in crescita e rapporto qualità-prezzo
al centro: Carlo Alberto Sagna fotografa la nuova fase
Tra stagionalità più marcate e una chiusura
d’anno in recupero, il 2025 di Sagna S.p.A.
racconta un mercato dove tengono Champagne
e grandi francesi e cresce la ricerca di valore.
Carlo Alberto Sagna, direttore commerciale
dell’azienda attiva dal 1928 nella distribuzione di vini e
distillati di qualità e che oggi guida con il fratello Leonardo,
fa il punto su numeri, performance e strategie per il 2026.
Che anno è stato il 2025 per Sagna e, più in generale,
per la distribuzione in Italia?
Novembre e dicembre sono da sempre mesi strategici per
il nostro settore e anche per il 2025 il trend sembra confermarsi.
Se negli anni passati l’euforia aveva sostenuto un
andamento positivo lungo tutti i 12 mesi, lo scorso anno
abbiamo registrato una partenza più timida e marcate
oscillazioni stagionali. Solo negli ultimi mesi si è tornati a
un cauto ottimismo in vista di una buona chiusura dell’anno.
Il che ci ha portato a chiudere con un fatturato di 32,5
milioni di euro e un utile pari a circa l’8% dei ricavi. Il 2025
è anche stato un anno di stabilizzazione dei consumi e, ancora
una volta, di consolidamento per alcuni brand e territori.
Chablis e, in generale, i grandi vini francesi mantengono
salda la loro fascia di mercato, così come lo Champagne,
che ha visto un incremento di volumi con certe referenze.
I vini italiani registrano una lieve flessione, ma non tutti:
crescono Barolo Pianpolvere, il Moscato Passito Seren e i
vini valdostani di Anselmet, ma anche un prodotto ibrido
DI MATTEO BORRÈ
inserito lo scorso anno, Composition, prodotto a base di
tre diversi rum e un Moscatel di 44 anni, un po’ in controtendenza
rispetto agli spirits che registrano un generale
calo dei consumi.
Il 2025 ha rappresentato per Sagna il debutto
della nuova, importante partnership con Maison
Deutz. Che accoglienza ha riservato il mercato a
questa collaborazione?
La percezione della Maison e la qualità dei suoi Champagne
sono ampiamente riconosciute. Abbiamo riscontrato
una solida base di conoscenza delle Cuvée Classic e Prestige,
mentre la linea dei Millesimati presenta qualche criticità
in termini di riconoscibilità, un tema che accomuna molte
Case di Champagne sul mercato italiano. Le prospettive di
crescita sono ottime: la Maison ha completamente rinnovato
il proprio team negli ultimi due anni, dalla cheffe de
cave Caroline Latrive al nuovo CEO Marc Hoellinger, fino
ai nuovi responsabili export. Si tratta di professionisti di
grande esperienza, provenienti da altre importanti Maison,
e questo sta già portando una nuova energia progettuale.
Nella Francia del vino, sempre privilegiata nel
cuore degli appassionati italiani, stanno emergendo
nuovi “volti” o prevale la classicità?
In questo momento prevale la classicità. Tuttavia, la Loira
sembra poter conquistare ancora più spazio nelle carte dei
vini e sugli scaffali, non solo con i bianchi ma anche con i
Ci sono particolari trend emersi dagli ordini dei
vostri clienti nel corso dell’anno?
Dopo anni di ampliamento degli assortimenti, stiamo osservando
una tendenza generalizzata tra i nostri clienti a
ridurre il numero di referenze. Non solo desiderano snellire
le etichette, ma anche il numero dei fornitori, così da
ottimizzare il lavoro quotidiano e la gestione delle carte,
soprattutto nel caso dei ristoranti. Inoltre, il fenomeno
speculativo si è fortunatamente molto attenuato: il vino sta
tornando a essere un prodotto da consumo e non un asset
finanziario. Questo orienta i consumatori a ricercare vini
pronti da bere.
Quali orizzonti puntate a esplorare nel 2026 e
su cosa volete consolidare il vostro presidio?
Nel 2026 intendiamo rafforzare ulteriormente il segmento
Champagne, in particolare con Maison Deutz, e
consolidare e incrementare i volumi dei vini italiani. Sul
fronte spirits, puntiamo ad ampliare le attività di formazione
e promozione, soprattutto nel segmento degli
hotel di lusso. In generale, continueremo a investire nella
formazione e nelle degustazioni per il trade, l’appuntamento
più importante è indubbiamente il Sagna Day,
una giornata di degustazione del nostro portfolio in presenza
dei produttori: è lì che la curiosità si trasforma in
conoscenza. Non da ultimo, la presenza alle fiere di settore
e il supporto della copertura mediatica rafforzano
la promozione e la visibilità delle nostre aziende.
Custodi di Emozioni
12
Crescere, oggi, non è un verbo espansivo, ma un esercizio di controllo.
Nel vino — settore emotivo per definizione — la fase attuale premia chi
sa sottrarre prima ancora che aggiungere, chi calibra invece di inseguire.
Il 2025 di Cuzziol GrandiVini si è mosso esattamente lungo questo
crinale sottile: non rincorsa, ma posizionamento; non volume a ogni
costo, ma struttura. Il fatturato si è attestato a 25.280.000 euro, con un Ebitda all’8,9%,
in miglioramento. Non è un dato da esibire, ma un indicatore di disciplina strategica.
“Posso ritenermi soddisfatto”, afferma Luca Cuzziol, presidente del Consiglio
di Amministrazione. “Rispetto all’anno precedente abbiamo confermato il
fatturato e migliorato l’Ebitda. Era il nostro obiettivo, soprattutto dopo
un anno in cui abbiamo investito molto sul mercato”. Il 2025, però,
non è stato un esercizio ordinario. “Conclude un processo avviato
due anni fa. All’inizio del 2024 avevamo percepito un cambiamento
nei consumi, e il 2025 lo ha confermato. Mi aspetto che il 2026
prosegua su questa traiettoria. L’auspicio è che il 2027 possa riportare
maggiore fiducia”. La fotografia è lucida, priva di alibi. “C’è
una minore attrattività del vino tra i più giovani, una percezione di
aumento dei prezzi, una crescente sensibilità ai temi salutistici. Iniziative
come il Dry January contribuiscono a diffondere un messaggio
di astensione. E l’offerta è molto ampia, spesso confusa, con il low alcohol
ancora poco definito”. A pesare è anche il quadro macroeconomico. “I salari in
Italia sono sostanzialmente stagnanti. Il contesto geopolitico è teso. Quando vengono
messi in discussione gli equilibri internazionali, si genera prudenza. È inevitabile”. Poi la
struttura del mercato. “Oltre il 70% è presidiato dalla Grande distribuzione. I mercati alternativi,
soprattutto per i vini fini e di piccole aziende, sono limitati. In questo scenario
bisogna muoversi con attenzione, programmare gli investimenti e costruire margini di
sicurezza”. Si parla spesso di sistema inceppato. “Preferisco un’immagine sportiva: una
partita si può perdere per un episodio, ma un campionato si vince con una squadra che
funziona. Le responsabilità sono diffuse lungo la filiera. In momenti di forte domanda
non sempre è stata perseguita una politica di prezzi coerente. Non serve cercare un colpevole,
ma aumentare la pianificazione”.
Da qui un tema centrale: la competenza. “Il settore è relativamente giovane dal punto
di vista manageriale. In passato si entrava per passione, oggi non basta. Servono persone
capaci di dialogare con le imprese e ragionare in ottica imprenditoriale. Senza un
salto culturale diventa difficile evolvere”. Sul fronte dei trend, la direzione non cambia.
“Le bollicine continuano a essere trainanti. Seguono i bianchi. I rossi, per realtà
come la nostra, si attestano intorno al 25–30%. Si è riacceso l’interesse per
il Friuli-Venezia Giulia, mentre l’Alto Adige ha risentito anche del rallentamento
turistico. Denominazioni come Etna e Bolgheri, invece,
tengono perché hanno superfici limitate e produzioni controllate.
Quando l’offerta è coerente con la domanda, l’equilibrio è più semplice”.
Sulla Francia il giudizio è pragmatico. “Al netto delle bollicine,
lo Champagne a livello macro ha registrato un calo significativo.
Funzionano soprattutto i bianchi che non hanno equivalenti diretti
in Italia: Chablis e Sancerre mantengono stabilità. I rossi soffrono
di più. Bordeaux sta ridimensionando la superficie vitata. È un adeguamento
fisiologico”. Il portafoglio resta concentrato: 63% Italia, 33%
Francia, il restante distribuito tra altri Paesi. E per il 2026 la linea è chiara:
alzare il livello medio. “Abbiamo inserito Cascina Baricchi a Barbaresco e Uccelliera
a Montalcino. All’estero abbiamo rafforzato Chablis con Domaine Jean Dauvissat e
introdotto Châteauneuf-du-Pape di fascia alta con Domaine de Panisse, a cui si aggiunge
una nicchia come Jerez grazie a Santa Petronila. L’obiettivo è omogeneizzare verso l’alto
la proposta. Quando un operatore trova continuità tra diverse referenze, aumenta la fiducia.
Questo, a sua volta, consente di investire con maggiore serenità e di consolidare
un modello che riteniamo efficace”. Il 2026, conclude Cuzziol, “sarà ancora un anno di
equilibrio e disciplina, in attesa di una possibile ripartenza più marcata nel 2027”.
DI RICCARDO COLLETTI
PROTAGONISTI
Il valore
della disciplina
Il bilancio 2025 e le sfide 2026 nella lettura
di Luca Cuzziol
Photo: Luigi Bonaventura
13
In foto: Federico Scolfaro e Florent Roques-Boizel
Allegrini Wine
Distribution 2.0
Federico Scolfaro debutta come nuovo direttore:
focus su bianchi, Champagne e Boizel Society
Wine Paris è stato il primo vero palcoscenico
pubblico di Federico
Scolfaro, nuovo direttore di Allegrini
Wine Distribution, dopo
il ritorno nell’azienda di Fumane.
Non un debutto rituale, ma un passaggio simbolico:
davanti alle maison francesi e ai partner internazionali
prende forma quella che lui stesso definisce, senza esitazioni,
la distribuzione 2.0.
È un ritorno, prima ancora che una nomina quella di Federico
Scolfaro: è entrato in Allegrini nel 2013, partendo
dal canale ristorativo sul mercato di casa e crescendo insieme
alla struttura. “All’inizio seguivo il mercato di casa,
sempre della parte ristorativa”, racconta. Con l’espansione
del lavoro è arrivata la gestione di nuove aree, fino alla
responsabilità di quella che chiama “area adriatica”: Triveneto,
Friuli, Emilia-Romagna, Marche e Abruzzo. Ha
seguito anche l’avvio della prima distribuzione del 2018
e, nel 2020, l’esperienza dell’e-commerce: “Ha avuto un
incremento esponenziale col Covid; perciò, una figura dedicata
era estremamente giustificata”. A metà 2023 l’uscita
e l’avventura in Sarzi Amadè, poi il rientro: “Galeotto fu
un rincontro con Francesco Allegrini che mi ha coinvolto
nel progetto e da quest’anno sono tornato per seguire la
parte di distribuzione”.
Allegrini Wine Distribution nasce con un’idea precisa:
affiancare ai vini di Fumane una costellazione di realtà
coerenti per filosofia, identità e rispetto del territorio.
DI MATTEO BORRÈ
Non un semplice completamento di gamma, ma un’estensione
culturale del marchio. Nel perimetro convivono
Corte Giara — progetto nato nel 1989 per ampliare
l’accessibilità e la dimensione conviviale del mondo Allegrini
— e una selezione puntuale tra Borgogna e Champagne:
Domaine de la Meulière a Chablis, David Moret
a Beaune, Henri Rebourseau e Domaine du Couvent a
Gevrey-Chambertin, Jacques Picard a Berru nella Montagne
de Reims, Maison Boizel a Épernay, Vuillemez Père
& Fils nel Mâconnais. A integrare la proposta si aggiunge
Agricola Lanciani: cantina marchigiana, biologica, focalizzata
su Pecorino e Montepulciano.
L’operatività di Allegrini Wine Distribution, come detto,
è da questo inizio 2026 affidata a Scolfaro. “Prima la distribuzione
era quasi un completamento”, spiega il nuovo
direttore. “Oggi vuole essere una struttura. Un’organizzazione
che crea opportunità anche per il brand Allegrini
sul mercato”. Non è una questione terminologica. La differenza
è concreta: significa passare da un’attività d’integrazione
a una piattaforma con identità propria, capace di
generare sviluppo autonomo. Oggi la distribuzione vale
circa il 15% del fatturato italiano del gruppo: una quota
significativa, destinata a evolversi. Nessun obiettivo numerico
assoluto dichiarato, ma una traiettoria precisa.
“Mi interessa una crescita che abbia struttura. Vuol dire
che il mercato recepisce il progetto e che stiamo lavorando
nella direzione giusta”.
Il primo asse strategico è evidente: bianchi e Champagne
come naturale bilanciamento di una casa madre storicamente
associata ai rossi. “Il brand Allegrini è soprattutto
una proposta di vini rossi. Per questo l’attenzione è mirata
sui vini bianchi e sulla Champagne. Abbiamo già i partner
giusti per entrare nel mercato con credibilità”.
La Borgogna resta laboratorio privilegiato: “È una zona
che si è mossa molto negli ultimi anni e manterrà la sua
esclusività. Dobbiamo essere bravi ad anticipare i tempi
e le mode, non seguirli”. Il 2026 sarà dichiaratamente
un work in progress, con nuovi ingressi già previsti e
annunci ufficializzati al Vinitaly. La leva centrale resta
la forza vendita: “Distribuire significa dare strumenti
alla rete per leggere il cliente in modo diverso: i prodotti
del brand Allegrini più la distribuzione cambiano il
potenziale della relazione”.
Il banco di prova più visibile della versione “2.0” di Allegrini
Wine Distribution è Maison Boizel. Il 2025 è stato
il primo anno di collaborazione in Italia. “Oscar Lanciani
ha fatto un lavoro veramente importante di posizionamento”,
riconosce Scolfaro. “Ora vogliamo consolidare e
completarlo con il lancio della Boizel Society”. Si tratta di
un progetto avviato nel 2024 dalla Maison di Epernay in
Olanda e a Singapore, che debutta ora in Italia. Non un
club diffuso, ma un riconoscimento selettivo a ristoranti
coerenti con la filosofia dello Champagne. Già individuate
le prime location: Grotta Palazzese a Polignano a Mare,
Il Convivio Troiani a Roma, l’Hotel Due Torri a Verona e
Villa Maiella in Abruzzo. “Lavoreremo per completare la
Boizel Society: identificare ristoranti con profilo alto che
sposino il progetto, con una visione completa della Champagne
che racconti tutta la gamma, dalla cuvée d’ingresso
a Grand Vintage, Joyau fino alla Collection Trésor”. Nel
2025, in Italia, sono state distribuite circa 10.000 bottiglie:
il mercato vale oggi il 6-7% del totale della Maison
di Epernay. E Florent Roques-Boizel conferma: “Siamo
molto felici del primo anno con Allegrini. Non è semplice
iniziare in un contesto difficile, ma i clienti sono di qualità
e vediamo opportunità di lungo termine. Il feedback dei
sommelier è molto positivo”. Il 2026 porta anche novità
nel calice. Debutta in Italia il Grand Vintage 2018: “Non
facciamo un Grand Vintage ogni anno. Il 2018 è stato un
millesimo generoso e perfetto. Due terzi Pinot Noir, un
terzo Chardonnay, circa 5 g/l di dosaggio. È la nostra interpretazione
dell’annata”. Accanto al Grand Vintage, al
debutto anche i due parcellari 2020: un Blanc de Blancs
Grand Cru da Avize e un Blanc de Noirs Grand Cru da
Tours-sur-Marne. Circa 3.000 bottiglie complessive, è
un progetto più educativo che commerciale. “Dal 2019
selezioniamo due villaggi per mostrare le caratteristiche
individuali dei tanti terroir che compongono il mosaico
del nostro parco vitato”, spiega Florent Roques-Boizel. E
Scolfaro anticipa un elemento chiave: “Vorremmo dare
un’allocazione riservata dei parcellari alla Boizel Society.
È un coinvolgimento a 360 gradi: portare la visione della
Maison fino al calice e al consumatore”.
Il ritorno del nuovo direttore di Allegrini Wine Distribution
coincide con un cambio di scala: la distribuzione
non più appendice, ma architettura. “Quando parliamo
di distribuzione non abbiamo un limite geografico definito.
Dobbiamo guardare alle opportunità. Alcune
zone oggi sono più ricettive, ma la sfida è anticipare le
dinamiche”, sottolinea Scolfaro. Il mandato è chiaro:
non accumulare etichette, ma costruire coerenza; non
ampliare per sommarsi, ma selezionare per rafforzare. Il
messaggio emerge nitido: la distribuzione, per il nuovo
direttore, non è un’estensione commerciale ma una leva
strategica, capace di creare valore anche per il brand
Allegrini e per i partner che ne condividono la visione.
Wine Paris ha segnato il primo atto pubblico di questa
evoluzione. Il 2026 sarà l’anno in cui la versione “2.0” di
Allegrini Wine Distribution dovrà dimostrare continuità,
solidità e capacità d’incidere sul mercato: da attività
complementare a piattaforma strutturata, con una linea
chiara su selezione, posizionamento e sviluppo. Perché
la differenza, ora, non sta più nell’avere un portfolio. Sta
nel saperlo orchestrare.
NUOVI CODICI
14
ZOOM
Un 2025 complesso, fatto di equilibri
sottili tra volumi e marginalità, ma anche
di nuove partnership e di conferme
importanti. È il quadro che emerge dal
confronto con Alessandro Sarzi Amadè,
titolare insieme alla sorella Claudia (in foto) della
storica distribuzione milanese Sarzi Amadè, realtà
che lo scorso 21 dicembre
ha detto addio al suo fondatore,
il papà Nicola, uomo di
stile, misura e rispetto, ma
soprattutto un professionista
visionario che ha saputo anticipare
i tempi del mercato
con intuizione e sensibilità,
portando in Italia etichette
e produttori che fino a quel
momento erano pressoché
sconosciuti, ma che oggi rappresentano
riferimenti assoluti
di qualità. Una storia che
ha preso il via nel 1966 e che prosegue all’interno di un
contesto di mercato che sta cambiando in questi ultimi
anni. Capiamo come.
Partiamo dal bilancio 2025 di Sarzi Amadè e
della distribuzione di vino e spirits in Italia:
sei soddisfatto?
DI MATTEO BORRÈ
Sono soddisfatto, sì. Abbiamo registrato un +3% sul
fatturato e, considerato il contesto, è un dato positivo.
È stato però un anno che ha richiesto maggiore presenza
sul mercato: più attività, più promozione, più lavoro
diretto sulle referenze meno “automatiche”. Probabilmente
ne risentiranno un po’ le marginalità, ma oggi
per garantire volumi e rotazioni – soprattutto sui vini
che non rientrano nella categoria
dei super richiesti –
non esistono alternative. Nel
complesso, però, possiamo
dirci soddisfatti.
Avete già un dato preciso
di fatturato?
Siamo intorno ai 12 milioni e
mezzo, con quella crescita del
3% che citavo prima.
In termini di volumi, si
è registrata anche quest’anno
una contrazione?
Sì, ma contenuta. A dicembre l’analisi mostrava un calo
più evidente nel numero di bottiglie vendute. Con la
chiusura dell’anno, invece, la forbice si è ridotta. Abbiamo
venduto circa il 2% di bottiglie in meno rispetto
all’anno precedente. Parliamo di qualche migliaio di
pezzi, quindi nulla di strutturalmente allarmante.
Sarzi Amadè e il
mercato che cambia
Un bilancio tra nuove partnership e sfide 2026
per la distribuzione Horeca milanese
Tra i vini italiani, quali territori o aziende
hanno performato meglio nel vostro catalogo?
Il nuovo rapporto con Castello di Volpaia ha avuto un
impatto importante. Era una presenza che nel 2024
non avevamo e ha contribuito alla crescita. Ha funzionato
molto bene anche Cà la Bionda in Valpolicella,
con un incremento significativo delle vendite. Benanti
ha confermato i numeri degli anni precedenti: per noi
resta l’azienda italiana più rilevante e anche quest’anno
ha mantenuto volumi importanti.
Abbiamo invece sofferto di più su due aree che storicamente
performano bene, Piemonte e Alto Adige, dove
non siamo riusciti a replicare i risultati dell’anno precedente.
E sul fronte dei vini francesi?
È stato un anno strano. Per alcune realtà della distribuzione,
ho letto, il calo si è fatto sentire soprattutto
sui vini Top. Per noi, al contrario, le etichette di fascia
alta hanno rappresentato una sorta di ancora di salvezza.
Il prezzo medio è cresciuto di circa il 5%, segno che
le vendite si sono ulteriormente spostate verso l’alto
di gamma. Ha sofferto lo Champagne, fatta eccezione
per Alexandre Bonnet, che continua a crescere anche
grazie al lavoro svolto insieme ad Arnaud Fabre, molto
presente sul mercato. I piccoli produttori hanno faticato
di più.
Che 2025 è stato per Bordeaux?
Bordeaux resta in una fase di riflessione identitaria, ma
il recente calo dei prezzi ha restituito competitività alla
Denominazione. Questo ha generato un buon riscontro
commerciale. Non è un mercato esplosivo, ma è tornato
interessante.
Avete individuato qualche trend emergente
nel corso dell’anno?
Francamente no. Non c’è stato un prodotto o una categoria
che abbia trainato in modo spontaneo. Le vendite
sono state il risultato diretto delle attività e della
presenza sul mercato. Tutto ciò che abbiamo mosso è
figlio di lavoro commerciale e iniziative mirate. Resta
una buona domanda sulla Borgogna, ma con un evidente
rallentamento delle rotazioni. Se prima alcune
referenze si esaurivano in due o tre mesi, oggi possono
richiedere sei o otto mesi. Non è un blocco, ma è un
ritmo diverso. Un trend netto, però, non lo vedo.
Dopo le ultime partnership siglate con Castello
di Volpaia e Argiano, ci saranno nuovi ingressi
nel 2026?
Sì. Proprio in questi giorni abbiamo siglato un accordo
con Sorelle Bronca, realtà del Valdobbiadene Prosecco
Superiore Docg di alta gamma che si integra perfettamente
con il nostro catalogo. Parliamo di una bollicina
“haute couture”, con forte identità territoriale e posizionamento
alto per la Denominazione. È un ingresso
coerente con la nostra filosofia.
Devo dire che questa partnership mi ha fatto rivedere
alcune posizioni personali sul mondo Prosecco. Approfondendo,
si scoprono produzioni di grande qualità,
molto oltre la percezione generale del prodotto. Non
escludo, poi, ulteriori ingressi nel corso dell’anno, ma
non abbiamo un obiettivo numerico prefissato. Valutiamo
caso per caso, con attenzione.
Avete in agenda una presentazione del catalogo?
Sì. A inizio marzo organizzeremo un evento a Firenze
con una selezione tra 30 e 40 produttori del nostro portfolio.
Stiamo definendo le ultime adesioni e i dettagli
finali. Il 31 marzo saremo invece a Roma con un evento
dedicato agli Château di Bordeaux, simile a quello fatto
in precedenza a Milano. Posso anticipare che ci sarà
qualche nome di assoluto rilievo. Preferisco non svelare
troppo, ma sarà un appuntamento di livello.
15
Gruppo Meregalli
alza l’asticella
Nell’anno della festa per i 170 anni,
il cambio di prospettiva 2026
Non è stato un anno da effetti speciali. Superare
i 100 milioni nel 2025 non era l’obiettivo.
Preservarli sì. Ed è proprio questo il punto.
Gruppo Meregalli ha chiuso gli scorsi 12 mesi
a 100.058.000 euro di fatturato, con una contrazione
dello 0,7% rispetto al 2024. Il vino segna -3,8%,
gli spirits -3% e le consociate estere -4%. A fare da contrappeso
interviene il comparto extra-vino, sostenuto dalle
attività nel lusso e dallo sviluppo della produzione Food
& Beverage. È il riflesso di una distribuzione italiana che
archivia l’euforia e torna a una grammatica più selettiva,
dove contano sostenibilità, presidio e qualità del credito.
A fine anno, in un’intervista rilasciata a WineCouture, la
domanda era stata diretta: puntate a superare i 100 milioni
anche nel 2025? “No, non crediamo in un miracolo di
Natale”, aveva risposto Marcello Meregalli. “Vino e spirits
hanno sofferto una primavera difficilissima, mentre il
non-vino ha registrato una crescita molto forte. Anche qui
si vede la differenza tra lusso vero e mass market: il primo
continua a funzionare, il secondo è più in difficoltà”.
Corrado Mapelli aveva aggiunto un elemento decisivo:
“Dopo un anno record come quello precedente, era
naturale un 2025 di consolidamento. Anzi, lo consideriamo
persino più importante. Costruiamo basi solide.
Non inseguiremo il fatturato a ogni costo”. Fino a una
scelta concreta: “Circa il 10% degli ordini dell’ultimo
trimestre non verrà evaso per incertezza sui pagamenti.
Meglio un fatturato sano che un numero gonfiato”.
DI MATTEO BORRÈ
È qui che il 2025 diventa interessante: non per l’andamento
in sé, ma per ciò che rivela del modello distributivo
italiano. È una presa di posizione che fotografa bene il
passaggio d’epoca della distribuzione premium. In questa
fase torna centrale il lavoro invisibile — selezione del credito,
presidio del cliente, consulenza — più ancora della
spinta commerciale. Dopo la fase espansiva post-Covid, il
mercato si è raffreddato. Il primo semestre è stato segnato
da uno stallo evidente tra marzo e maggio; la ripresa è arrivata
nel secondo.
Sul fronte dei trend, il quadro è nitido. Tra gli spirits avanzano
amari e whisky, la vodka torna a dare segnali, il gin
resta stabile, tequila e mezcal si assestano senza l’atteso incremento.
Intanto lo zero alcol entra sempre più nella miscelazione
come leva tecnica, senza cannibalizzare il resto.
Nel vino, la vera parola chiave è mescita: il consumo by
the glass diventa strumento di rotazione e di accessibilità,
favorendo assortimenti più ampi e spingendo referenze
come Chablis e Crémant al calice. Anche lo Champagne
recupera terreno sulle grandi Maison, sostenuto da attività
promozionali più attive, e un dato simbolico mette un segno
in calce all’anno: Bollinger in Italia supera le 243.000
bottiglie, oltre 20.000 in più rispetto al 2024. Nel piatto,
le abitudini si spostano: bollicine e bianchi medio-alti
sempre più spesso prendono il posto dei rossi. E si rivede
interesse per territori meno modaioli ma solidi: Verdicchio
nelle Marche, Lazio, Puglia, aree meno note del Piemonte,
oltre a una rinnovata attenzione verso il Prosecco.
Dentro questo scenario, i numeri diventano secondari
rispetto all’atteggiamento: la scelta è quella di governare
il mercato, non d’inseguirlo. Marcello Meregalli la sintetizza
così: “Dopo l’euforia del mercato durante il periodo
Covid e post Covid, si è passati a una fase più moderata
in termini di vendite, un rallentamento iniziato con la fine
dell’estate 2024 e durato fino a quella successiva. In seguito,
si è registrata una ripresa che fa ben sperare per questo
2026. La parte premium del mercato, sia per il vino che
per gli altri ambiti in cui abbiamo investito, ha dato ottimi
risultati”.
Corrado Mapelli lega l’incertezza alla responsabilità del
servizio: “Viviamo una fase di profonda incertezza che
inevitabilmente si riflette sul mercato, sui consumatori e
sui loro comportamenti di acquisto. Proprio per questo
oggi è fondamentale essere ancora più vicini al nostro
cliente di riferimento, rafforzando il servizio, la consulenza
e la professionalità che da sempre ci contraddistinguono.
È trasformando l’incertezza in punti fermi che costruiamo
fiducia: una fiducia che ci accompagna con convinzione
verso il 2026, anno di celebrazioni per il nostro Gruppo,
che raggiunge il traguardo di 170 anni di storia”.
Un passaggio storico che coincide con un nuovo assetto
societario. Dal 9 gennaio scorso, infatti, Corrado Mapelli
è entrato nella compagine di Meregalli Giuseppe Spa con
una quota del 3%. Un gesto non scontato per un gruppo
rimasto fino a oggi interamente familiare: qui l’apertura
è sostanziale. Marcello Meregalli lo dice con parole che
suonano come riconoscimento e prospettiva: “Con Corrado
abbiamo condiviso 25 anni di lavoro, creando insieme
a tutto il team di Gruppo Meregalli una realtà leader,
che si è ampliata su molti fronti del mondo vinicolo e
non solo. Una realtà che guarda al futuro e ai prossimi
ampliamenti, più facilmente raggiungibili con il suo aiuto
e con quello di tutti i nostri collaboratori”. E ancora:
“Mi auguro che questo passaggio sia una stella in più su
un firmamento di successi che vogliamo raggiungere insieme”.
Non protocollari anche le parole di Mapelli: “È
per me un grande onore e privilegio, un traguardo professionale
che mai avrei immaginato in un’organizzazione
con una storia così importante e autorevole, e con un
potenziale straordinario. Sono entusiasta di continuare,
con ancor più valore, a mettere a disposizione la mia
esperienza e le mie competenze. Grazie al nostro team
ricco di talenti e alla nostra guida, porteremo la nostra
azienda verso una nuova fase di crescita per andare incontro
a un futuro ancora più solido”.
Parlando del domani, il 2026 coincide, come anticipato,
con un anniversario significativo per Gruppo Meregalli: è
l’anno in cui celebra 170 anni, con un calendario di eventi
tra la sede storica di Monza e Tenuta Fertuna in Maremma,
oltre al ritorno della presentazione 100vini dedicata
all’Horeca. Una traiettoria lunga che trova espressione
concreta nella novità più rilevante di inizio anno: l’ingresso
di Giodo nel catalogo di Visconti43. Parliamo del
progetto montalcinese fondato da Carlo Ferrini e oggi
guidato con Bianca Ferrini e il direttore tecnico Riccardo
Ferrari. Siamo a Sant’Angelo in Colle, Montalcino, dove
dal 2002 vengono coltivati sette ettari di Sangiovese con
una filosofia orientata all’eleganza e a una gamma essenziale.
In portfolio arrivano Giodo Brunello di Montalcino,
La Quinta Igt Toscana, Prètto Brunello di Montalcino
2021 e il Rosso di Montalcino 2024. Insieme alla Toscana,
Visconti43 distribuirà anche i vini siciliani Alberelli di
Giodo, progetto nato dal legame profondo di Carlo Ferrini
con l’Etna: Nerello Mascalese (dal 2016) e Carricante
(dal 2020), da vigne tra i 700 e i 950 metri nelle contrade
Rampante e Pietrarizzo, su suoli vulcanici ricchi di pomice,
con l’obiettivo dichiarato di portare nel calice finezza
e precisione. Il 2025 di Meregalli non racconta dunque
quella che è stata una flessione, ma piuttosto un riequilibrio
consapevole. In un segmento premium sempre più
esigente, tornano centrali selezione, servizio, affidabilità e
costruzione di valore. Nel suo 170esimo anno, puntando
sulla qualità prima che sul volume, Gruppo Meregalli ha
scelto per il 2026 non di alzare la voce, ma l’asticella.
FOCUS ON
16
Il 2025 consegna alla distribuzione italiana di vino
e spirits una fotografia complessa e in piena trasformazione.
Secondo il Centro Studi Italgrob, su
dati Circana, il mercato supera i 100 miliardi di
euro di fatturato e conta 382.000 punti di consumo
tra ristoranti, bar, pizzerie e hotel. Un sistema che
non è soltanto economia, ma presidio sociale: un milione
e mezzo di occupati, il 55% donne, e un patrimonio
culturale unico che dall’identità gastronomica al rito
dell’aperitivo continua ad alimentare l’attrazione globale
per l’Italian lifestyle. Il traffico nei locali segna un
calo dello 0,8% sul 2024, mentre la crescita a valore è
sostenuta dall’aumento dei prezzi (+3%), superiore al
tasso d’inflazione 2025. La criticità principale resta la
riduzione della frequentazione, un fenomeno comune
in tutta Europa: in Italia, Francia, Germania, Spagna e
Regno Unito le visite sono ancora inferiori del 10% rispetto
al pre‐pandemia.
Il consumatore rafforza un comportamento di trading
down: quantità acquistate in leggero calo, spostamento
verso fasce di prezzo più contenute e massima attenzione
al rapporto qualità‐prezzo. Accanto alle ombre
emergono però dinamiche che cambiano la geografia
del fuori casa: esplode il delivery e cresce la richiesta di
prodotti “portabili”, dal sushi alla pizza, fino al +12%; la
ristorazione informale amplia il proprio peso, passando
dal 9,4% al 15,6% degli scontrini in nove anni; e i format
in catena attirano un pubblico giovane, soprattutto Gen
Z. Nel beverage, la transizione è evidente. Aumenta del
5% il consumo di acqua del rubinetto, mentre le bevande
alcoliche perdono terreno (–7%). Corrono le alternative
low e no alcol (+13%), ancora una nicchia ma indicatore
di una sensibilità nuova. Per il 2026, le previsioni Circana
indicano una moderata ripresa: +3% di spesa e +0,9%
di visite, guidate da retail food service e quick service.
Come osserva Marco Colombo, EMEA Analytics SVP
Circana, “nell’ultimo anno le dinamiche di mercato Horeca
hanno accentuato il carattere di imprevedibilità”,
con oscillazioni forti nei periodi di alta stagionalità e
la necessità, per gli operatori, di sviluppare “capacità di
previsione della domanda e adattabilità”. Tra i segnali
positivi, Colombo evidenzia energy drink, bevande per
mixology, aperitivi alcolici e le tendenze low e no alcol,
guidate dai consumatori 18–34 anni. Una cornice che
ridisegna il ruolo della distribuzione: meno inerzia, più
strategia. E che, come raccontano i principali player interpellati
da WineCouture, sta aprendo un nuovo capitolo
per chi saprà leggere e anticipare i cambiamenti.
“Il 2025 per il mondo della distribuzione è stato un
anno di consolidamento, e per noi questo ha significato
lavorare sui fondamentali. Abbiamo scelto una
gestione del credito più rigorosa e una visione orientata
alla solidità nel tempo”, spiega Pietro Pellegrini,
presidente di Pellegrini S.p.A., aprendo le danze
della nostra inchiesta. In un contesto di normalizzazione
post-boom, il mercato ha mostrato cautela
soprattutto sulla fascia alta, mentre alcune categorie
hanno continuato a distinguersi. Nei bianchi, Pellegrini
sottolinea l’eccezionale continuità di Quintodecimo,
“un caso raro, se non unico”, e segnala la buona
tenuta dei trentini, il dinamismo degli spumanti – “in
particolare Franciacorta e Trento Classico” – e, tra i
rossi, la forza dei Nebbiolo piemontesi, dei Sangiovese
toscani e romagnoli e dei vini dell’Etna. La lieve flessione
dell’azienda si colloca quindi in uno scenario
in cui la domanda si è assestata, pur mantenendo la
qualità come driver centrale. A offrire nuova spinta è
stato però l’importante investimento infrastrutturale
concluso tra fine 2024 e inizio 2025. “In questo percorso,
la nuova sede logistica ha già dimostrato la sua
efficacia: è pienamente operativa e ci consente oggi di
lavorare con maggiore efficienza e prontezza”, afferma
Pellegrini. Lo sguardo di Pellegrini S.p.A. è ora rivolto
all’anno che si è aperto. “Abbiamo investito per creare
capacità e continuità: il 2026 sarà l’anno in cui metteremo
a frutto questo lavoro, con nuove realtà produttive
e una crescita più strutturata”. In un comparto
che evolve rapidamente, la distribuzione guarda alla
solidità come leva per la ripartenza.
“Il 2025 è stato un anno complicato per le aziende di
distribuzione di vini e distillati, in Italia ma anche nel
mondo”, afferma Margaux Gargano, responsabile
della divisione Triple A in Velier. “L’anno è partito
male e in generale sono stati 12 mesi caratterizzati
DI MATTEO BORRÈ E ROBERTA RANCATI
DOSSIER
Horeca: la distribuzione
ha cambiato pelle
Tra selezione, identità e nuovi consumi:
così il 2025 ha riscritto le regole del fuori casa
Photo: alexander-gamanyuk-unsplash
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da discontinuità e incertezza; tuttavia,
abbiamo registrato un recupero apprezzabile
nell’ultimo trimestre e in questi
primi due mesi del 2026 questa tendenza
si sta consolidando”. Un contesto
difficile, che però Velier ha affrontato
meglio di molti competitor. “Velier, che
negli anni scorsi è stata protagonista di
una crescita di fatturato spettacolare,
ha contenuto i danni e ha fatto meglio
dei competitor, chiudendo a 140 milioni,
circa il 5% in meno rispetto al 2024.
La divisione vini Triple A ha fatto meglio
di Velier, con un calo limitato al
2%, a 9,1 milioni”. Nel 2025 il mercato
ha mostrato segnali chiari, dettati dalle
nuove generazioni e da una generale
ricerca di maggiore leggerezza. “Registriamo
la tendenza a cercare rossi freschi
e di beva snella, sui bianchi si va in cerca di acidità
e mineralità. Parola d’ordine: facilità”. Una svolta che
riflette anche un cambio culturale. “Probabilmente
anche per il vino, come per i distillati, inizia a impattare
in maniera determinante la tendenza delle nuove
generazioni a diminuire le gradazioni e in generale a
cercare esperienze dove l’alcol non è il protagonista
assoluto”. E, sorprendentemente, il fenomeno riguarda
anche il pubblico più esperto. “Vediamo un ritorno
di interesse per vini più precisi, immediati e intellegibili”.
Sul fronte delle provenienze, Gargano sottolinea
come il peso dei singoli territori resti relativo nel catalogo
Triple A, guidato da un approccio identitario. “Il
nostro motto è ‘le migliori espressioni di ogni terroir’,
quindi tendiamo a selezionare produttori che esprimano
al massimo un terroir assieme a una interpretazione
personale”. In Italia, comunque, il Piemonte
continua a dominare l’interesse e il 2025 ha portato
due nuovi ingressi: Cascina Roccalini e Spirito Agricolo
Ballarin. Il 2026 si apre invece con un annuncio
di forte peso per la divisione. “Sono felice di annunciare
un prestigioso ingresso. Siamo infatti distributori
in Italia degli Champagne Vouette & Sorbée”. Un
nome simbolo della nuova Champagne artigianale. E
non solo: “Guardando alla Spagna, mi piace segnalare
l’ingresso di un fuoriclasse come Ismael Gonzalo e la
sua MicroBio”.
“Sicuramente l’anno che si è appena concluso non è
stato tra i più semplici. Abbiamo affrontato diverse
sfide, in un contesto generale non sempre favorevole.
Tuttavia, proprio alla luce di questo scenario, possiamo
ritenerci soddisfatti dei risultati raggiunti”, sottolinea
Gianluca Ferrauto, direttore generale di
Domori. “Gli obiettivi che ci eravamo prefissati sono
stati centrati e questo ci dà fiducia e motivazione per
affrontare con determinazione il nuovo anno”. Il 2025
ha confermato un mercato sempre più sensibile all’identità
delle marche. “Il mercato italiano è da sempre
molto attento all’heritage dei brand, e
questo è un elemento che abbiamo riscontrato
con grande chiarezza”, sottolinea
Ferrauto, citando l’esempio di
Mastrojanni come driver di scelta per i
clienti. Accanto alla tradizione, il 2025
ha rivelato una forte curiosità verso
le novità di alto profilo. “Un esempio
significativo è la Maison Barons de
Rothschild, che ha presentato per la
prima volta nella sua storia il suo Grand
Clos 2019 (100% Chardonnay). I nostri
clienti hanno accolto con entusiasmo
questa novità”. Sul fronte delle performance,
due territori hanno dominato
l’anno. “I territori che hanno performato
meglio sono stati sicuramente la
Champagne e il Piemonte”, spiega Ferrauto. All’interno
di questo quadro, brillano le etichette di Mura
Pietro Pellegrini
Margaux Gargano
Gianluca Ferrauto
Rossana Gaja
Mura. “Il Barbaresco Iago e il Grignolino Garibaldi
si sono distinte come le etichette che ci ha dato le
maggiori gratificazioni”. Guardando al 2026, Domori
prepara un anno di consolidamento e un debutto
destinato a far parlare. “Vogliamo rafforzare il lavoro
fatto finora e crescere in nuovi canali di vendita”. Ma
la novità più attesa riguarda un progetto interamente
piemontese. “Presenteremo tre nuove etichette di una
bollicina dal DNA interamente piemontese: proprio il
numero tre avrà un ruolo chiave”.
Per Gaja Distribuzione il 2025 va in archivio con un
anno all’insegna della stabilità, in linea con una strategia
fondata sull’artigianalità e sull’alto valore qualitativo.
“Per noi il 2025 è stato un anno positivo. Non
è stato un anno di crescita, ma abbiamo mantenuto i
numeri del 2024 e di questo mi ritengo soddisfatta”,
afferma Rossana Gaja, responsabile di Gaja Distribuzione.
Una realtà volutamente contenuta nelle dimensioni,
costruita su produttori selezionati. “In Gaja
Distribuzione la maggior parte delle aziende sono di
piccole-medie dimensioni: il portfolio
è incentrato sulla Borgogna e sullo
Champagne, ma soprattutto sui Vigneron.
Parliamo quindi di numeri esigui,
realtà che non fanno grandi volumi”. Il
quadro della disponibilità dei vini continua
a essere influenzato dalle annate,
soprattutto in Borgogna. “Le allocazioni
dipendono molto dalle annate: la
Borgogna negli ultimi anni ha risentito
di produzioni ridotte. Oggi proponiamo
una 2023 più generosa, ma arriverà
una 2024, già sui bianchi, che paga un
calo produttivo tra il 60 e l’80%”. Nonostante
ciò, la domanda resta solida e ben
orientata: “Resta molto forte il trend
d’interesse da parte della sommelière
italiana per la Borgogna, anche perché il nostro
portfolio è sviluppato in modo importante su
questa regione”. Sul fronte italiano, le cantine di
famiglia continuano a rappresentare un punto
fermo. “Le cantine di famiglia nelle denominazioni
Barolo, Barbaresco, Brunello di Montalcino,
Bolgheri ed Etna hanno registrato risultati
positivi”. In Champagne, invece, la situazione
è più articolata. “Lavoriamo con Vigneron che
realizzano produzioni ricercate. Nel 2025 abbiamo
lavorato bene con chi ha mantenuto un
prezzo equilibrato e non ha avuto parallelo sul
mercato”. Per il 2026 Gaja Distribuzione ha
scelto di ampliare e rafforzare ulteriormente
il proprio catalogo. “Abbiamo implementato
il portfolio sia sulla Borgogna sia sulla Loira,
perché sui bianchi l’interesse si conferma in
crescita”. La Loira, in particolare, sta vivendo
un momento favorevole: “È una regione molto
versatile, con diverse appellazioni e varietà: dallo Chinon
al Pouilly-Fumé, dal Sancerre al Savennières, fino
ad Anjou. È un territorio che abbiamo sviluppato bene
negli ultimi anni. Non parliamo di numeri elevati, ma
di un movimento costante”. L’attrazione verso nuove
regioni francesi continua a intensificarsi da questo
lato delle Alpi. “Da tempo si consolida anche un interesse
per la Jura, dove ritroviamo varietà indigene e
una forte presenza di produzioni bio e biodinamiche.
Penso che un elemento che facilita questo territorio
sia anche il contenuto alcolico più moderato: 12,5 o
13% Vol. Sono vini freschi, leggeri, piacevoli. Anche
la Savoia sta cominciando ad affacciarsi: parliamo di
zone che negli ultimi anni sono spinte dalla curiosità
in particolare dei giovani”. Accanto al vino, un altro
asse strategico si conferma decisivo per Gaja Distribuzione.
“Il lavoro con Riedel e il mondo dei calici resta
un impegno importante sul mercato italiano, un’attività
che ci regala soddisfazioni e che confermiamo tra
i nostri focus principali anche per il 2026”.
DOSSIER
18
DOSSIER
“Nel complesso il 2025 è stato un anno complicato
ma sostanzialmente positivo”, evidenzia anche Luigi
Piacentini, titolare di Premium Wine Selection.
“Il mercato del vino e degli spirits in Italia ha continuato
a mostrare una buona tenuta, pur in un contesto
segnato da inflazione, aumento dei costi logistici
e maggiore cautela nei consumi”. Un contesto non
semplice, che tuttavia ha messo in luce la capacità di
adattamento del settore. “Si è rafforzata la polarizzazione
della domanda: da un lato una ricerca di prodotti
di qualità e con un forte valore identitario, dall’altro
una maggiore attenzione al prezzo”. In questo scenario,
la distribuzione ha dovuto affinare strumenti e
strategie. “Per la distribuzione questo ha significato
lavorare molto sull’efficienza, sull’assortimento e sul
servizio, accompagnando i clienti con proposte mirate
e flessibili”. Una risposta che ha permesso al canale
di confermare la propria resilienza e di preparare basi
solide per una crescita più strutturata. Il 2025 ha visto
emergere anche segnali netti sul fronte delle preferenze
dei consumatori. “In grande
crescita i Crémant di Borgogna con
un ottimo rapporto qualità prezzo”,
osserva Piacentini, sottolineando
l’attenzione crescente verso denominazioni
capaci di coniugare identità
territoriale e valore. Allo stesso
tempo, le grandi regioni classiche
hanno continuato a mostrare forza
e riconoscibilità. “Per quanto ci riguarda
hanno tenuto Champagne e
Borgogna. Incremento dei vini delle
Langhe soprattutto il Nebbiolo e
i vini bianchi in generale”. Nel quadro
complessivo, il 2025 ha quindi
confermato la solidità dei territori
più iconici e l’ascesa di nuove sensibilità
legate al rapporto qualità‐prezzo. Premium Wine
Selection guarda ora al 2026 con la stessa attenzione
selettiva che da sempre la contraddistingue. “Siamo
sempre molto attenti nel valutare nuove aziende per
il nostro catalogo. La valutazione è oltre la qualità intrinseca
del prodotto. Devono essere aziende con una
storia e un territorio da raccontare”. E i prossimi mesi
potrebbero portare nuovi sviluppi.
“Il 2025 è stato un anno di assestamento e di lettura attenta
del mercato. In casa Rinaldi 1957 abbiamo chiuso
con una leggera flessione complessiva, dovuta principalmente
al comparto spirits, mentre il vino ha mostrato
segnali incoraggianti, chiudendo a +1%”. A raccontarlo
è Valentina Ursic, responsabile marketing Rinaldi
1957, che sottolinea come il risultato sia frutto di scelte
puntuali: “Questo risultato è stato possibile grazie alla
costruzione di un piccolo ma mirato portfolio estero e
alla crescita costante dei Metodi Classici italiani, che
continuano a intercettare un pubblico curioso, attento
e disposto a sperimentare”. Nel mondo spirits
la domanda resta vivace: “Tequila, mezcal,
vodka e gin continuano a mostrare trend
positivi”. Sul catalogo, la fedeltà ai brand si
consolida: “Alcuni brand storici del nostro
catalogo, come Arran nel whisky e Don Papa
nel rum, hanno ormai una base solida e fedele
di brand lover”. In evidenza il gin filippino:
“Particolarmente brillante è stata anche la
performance del gin Santa Ana, che ha saputo
distinguersi grazie a un fascino esotico ben
raccontato e a un packaging di forte impatto”.
Sul vino, i numeri premiano metodo e identità.
“Hanno performato molto bene il Trento
Doc, con il 601 di Cantina di Trento, la
Franciacorta Santus e l’Alta Langa di Piazzo”.
Tiene l’Alto Adige con H. Lun; crescono “il
Verdicchio di Tenuta Musone e il Vermentino
sardo di Ferruccio Deiana”, mentre Toscana, Veneto
e Piemonte restano “pilastri solidi”. All’estero, a brillare
Luigi Piacentini
Valentina Ursic
Guido Chichierchia
Guido Folononari
sono gli Champagne dei vigneron: “Maison
come Labbé, Tornay, Heucq e Daubanton
hanno intercettato perfettamente le esigenze
del mercato”, affiancati da “Blanquette
de Limoux, Crémant de Limoux e Crémant
de Loire” e dall’ascesa dei Chablis “che con
il cambiamento climatico, hanno abbassato
l’acidità mantenendo una nota vibrante incredibile”.
Nel 2025 cambia anche il ritmo
degli acquisti: “Si riducono le quantità per
singolo ordine, ma aumenta il numero di
ordini per cliente”. La risposta è operativa:
“Accelerare sulle consegne. Oggi il servizio è
parte integrante del valore del prodotto”.
“Il 2025 è stato un anno che ci ha costretto
a cambiare lente. Non è stato un anno semplice:
il contesto macroeconomico ha rallentato
i consumi e ha reso evidente un cambiamento
strutturale che da tempo bussava
alla porta”, racconta Guido Chichierchia, Marketing
& Trade Marketing Director Italy Spirits & Wine di
Illva Saronno. Il vino, ormai, non vive più nel comfort
del gesto abituale: “Oggi il vino non vive più nel territorio
rassicurante del consumo di abitudine: è entrato nel
regno delle scelte consapevoli, dove ogni sorso compete
con birre artigianali, cocktail creativi, aperitivi di nuova
generazione. L’aperitivo è diventato un vero palcoscenico
culturale e il vino è solo uno degli attori in scena”.
In questo scenario, cambia la logica della domanda. “Se
c’è un filo che unisce tutti i trend del 2025 è il desiderio
crescente di bere meglio, non necessariamente di più. Si
beve meno, ma si sceglie meglio”. A trainare la crescita
sono i vini freschi e accessibili: “Abbiamo visto decollare
la richiesta di bianchi e rosati”, preferiti da nuove generazioni
che cercano “freschezza, leggerezza, versatilità
e, sempre più spesso, una gradazione più contenuta”. È
un consumatore “curioso, che non ha paura di esplorare
e che chiede prodotti immediati, moderni, trasparenti”.
Sul fronte delle performance
territoriali, l’Italia conferma le
sue certezze. “Veneto, Piemonte
e Toscana continuano a rappresentare
i motori del vino italiano
nel mondo”, mentre il Sud
mostra dinamismo: “Ottime
performance anche nel Sud Italia,
con Sicilia e Puglia in grande
forma”, territori premiati per
identità e autenticità. Lo sguardo
al 2026 segna una linea strategica
precisa: “Non puntiamo
ad allargare il catalogo quanto
a renderlo ancora più distintivo.
Vogliamo cambiare il modo in
cui raccontiamo i nostri vini”.
Obiettivo: trasformare la comunicazione dei brand iconici.
“Il 2026 sarà l’anno in cui racconteremo il patrimonio
dei nostri brand in una chiave ancora più moderna,
esperienziale e internazionale”.
Per Guido Folononari, titolare di Philarmonica Distribuzione:
“Il 2025 si chiude per il settore dei vini
e degli spirits in Italia con un quadro a due velocità.
Da un lato, l’export continua a rappresentare un punto
di forza, confermando la solidità del posizionamento
internazionale delle produzioni italiane; dall’altro, il
mercato interno resta sotto pressione, penalizzato dalle
difficoltà economiche delle famiglie e da un’evoluzione
profonda delle abitudini di consumo”. In questo
scenario, la distribuzione si muove tra resilienza del
premium e nuove complessità operative: “Sul fronte
domestico, le vendite di vino nel 2025 registrano una
fase di leggera flessione o di sostanziale stabilizzazione:
tengono meglio i prodotti premium e gli spumanti,
mentre soffrono le categorie più tradizionali o generiche.
Anche il comparto degli spirits presenta un andamento
articolato, con un valore complessivo in lieve
19
calo in alcune categorie, a fronte
però di segnali positivi in specifici
segmenti, come gin e aperitivi alcolici,
che continuano a intercettare
nuove occasioni di consumo”.
La bussola è l’identità territoriale.
“Nel 2025 il mercato italiano del
vino ha mostrato una tendenza
sempre più evidente: la polarizzazione
geografica dell’offerta”. Funzionano
“le aree che uniscono una
forte reputazione, uno stile coerente
e una facile leggibilità”: Piemonte
e Toscana restano pilastri nelle
fasce medio‐alte; il Veneto consolida
i volumi trainato dagli spumanti,
con selettività crescente sul
rapporto qualità‐prezzo; “la Sicilia
e alcune zone del Sud” avanzano in Horeca grazie ai
vitigni autoctoni. All’estero, “la Francia rimane il Paese
più forte con lo Champagne”, Borgogna e Rodano
tengono, la Spagna guadagna terreno grazie ai territori
con posizionamento chiaro, Germania e Austria evolvono
sui bianchi, mentre “il cosiddetto Nuovo Mondo
fatica a ritagliarsi uno spazio significativo”. Sul 2026,
la strategia è chiara: assortimenti selettivi e coerenti.
“Philarmonica amplia il proprio catalogo introducendo
cinque nuove aziende italiane, ciascuna rappresentativa
di un territorio vinicolo di forte identità”. Entrano
“Raineri per la Franciacorta, Vivaldi Spumanti
dall’Alto Adige, Cimarelli dai Castelli di Jesi, Vicara
dal Monferrato e Drei Donà dalla Romagna”. Un rafforzamento
che punta su “stili produttivi distintivi e
una qualità riconoscibile”.
Evidenzia Alessandro Rossi, National Category Manager
Wine di Partesa: “Il 2025 è stato un anno complesso
e ancora in forte evoluzione. Si è confermato il
rallentamento dei consumi e il fenomeno del trading
down su alcune occasioni di consumo,
già emerso nel 2024, principalmente a
causa di un potere d’acquisto che resta
sotto pressione e di un clima di incertezza
generalizzata che non si è ancora
dissolto. A questo si è aggiunta l’entrata
in vigore del nuovo Codice della Strada,
che ha inciso in modo particolare sui
consumi serali”. A cambiare è anche la
composizione della domanda: “Un altro
elemento strutturale è il cambiamento
nei comportamenti delle nuove generazioni,
più attente a salute e benessere e
caratterizzate da profili di consumo di
alcolici molto diversi rispetto al passato”.
Eppure, la base resta solida: “In Italia
permane una solida cultura del buon
bere, che continua a sostenere la scelta
di referenze premium e, soprattutto
nel vino, di prodotti con un eccellente
rapporto qualità-prezzo”. Sul fronte
dei trend, “il mercato del vino ha visto
confermarsi il ruolo centrale dei bianchi
e delle bollicine”, trainati da clima e
salutismo. Nel 2025 “abbiamo però osservato
anche una lieve ripresa dei vini
rossi”, con preferenza per profili “più
snello” e coerenti nel valore: “I consumi
si orientano verso vini accessibili ma
affidabili, con un effetto positivo sulla
riscoperta delle produzioni italiane”.
In fermento la nicchia “low e no alcol”,
mentre “nella mixology la domanda è
già molto concreta”. Le performance
premiano identità e riconoscibilità:
“Bene le produzioni nazionali di spumanti
come Franciacorta, Alta Langa e Trentodoc”, e
tra i rossi Chianti, sangiovesi di Montalcino, Barbere,
Alessandro Rossi
Alessandro Federzoni
Mauro Mattei
Pietro Ghilardi
Freisa e “alcuni vini a bacca rossa altoatesini”. Durante
le festività “si è assistito a un ritorno significativo dello
Champagne, con ottime performance di maison come
Diebolt-Vallois”, cresce l’interesse per Usa con “Silver
Oak, Phillip Togni ed Elizabeth Spencer”. Per il 2026,
rotta chiara: “Il portfolio vino di Partesa è in costante
aggiornamento ed evoluzione. Per il 2026 sono previsti
nuovi ingressi come La Stellara, Gottardi e Podere
Poggio Scalette”.
Première Italia archivia un 2025 difficile da decifrare
e prepara un 2026 nel segno della specializzazione
francese. “Il 2025 è stato un anno estremamente
complesso sotto il profilo gestionale e nella previsione
dei trend. È stato un mercato difficile da leggere,
con dinamiche altalenanti e una forte variabilità mese
su mese”, evidenzia Alessandro Federzoni, direttore
commerciale di Première Italia. L’esercizio si
è chiuso “sostanzialmente in pareggio”, con “il Centro-Nord
Italia” in crescita e “il Sud” in rallentamento,
a conferma del ruolo della distribuzione
nell’Horeca: “Avere un unico interlocutore
con una selezione già curata e
di alto profilo consente di razionalizzare
acquisti, logistica e gestione finanziaria”.
Sul fronte della domanda, “nel
2025 abbiamo registrato un trend positivo
su Champagne e vini francesi”, con
la Champagne “trainata soprattutto dal
Nord Italia” e “i vini francesi fermi, inclusi
quelli di fascia media” in crescita.
Le “performance migliori sono arrivate
dalla Francia”, segno che il mercato
“premia sempre più selezioni riconoscibili”.
Capitolo novità: “Il 2026 vedrà
diversi nuovi ingressi” a iniziare da
“due nuovi vigneron della Champagne,
tra cui Roger Coulon”. Si aggiungono,
poi, “Domaine de la Solitude a Châteauneuf‐du‐Pape;
Jean‐Marc Burgaud a Villié‐Morgon nel Beaujolais;
Domaine Fournier Père & Fils a Sancerre; Exton Park,
realtà di riferimento per le bollicine inglesi”. Tutte le
novità saranno presentate durante Première Live –
Portfolio Tasting, “il 9 e 10 marzo presso la Tenuta
Santa Maria di Gaetano Bertani, a Negrar”.
“Il 2025 verrà ricordato come l’anno dell’incertezza”,
spiega Mauro Mattei, Fine Wine Specialist di Ceretto-Terroirs.
“È stato un millesimo di grande discontinuità.
Il bilancio è positivo ma il risultato è stato
condito da uno sforzo evidente”, in un mercato frammentato
che ha richiesto “un approccio che è andato
oltre la abituale sartorialità”. La prudenza ha guidato
gli acquisti: “Sono diminuiti i volumi degli ordini ed
è stato prediletto un approvvigionamento moderato
ma continuativo”, mentre torna “la voglia di cercare e
ricercare” per contrastare la sensazione che “le nuove
generazioni stiano perdendo interesse”. Sul fronte delle
performance, Mattei registra “il solito interesse per
i vini di Borgogna” e una forte crescita delle denominazioni
del Rodano; lo Champagne mostra dinamiche
altalenanti ma resta solido “in particolare nel mondo
alberghiero”. In ascesa anche “le denominazioni periferiche
della Borgogna, la Loira Centrale, il Sud Ovest
francese” e, fuori dalla Francia, “Germania e Austria”.
In Italia spiccano “il rafforzamento definitivo dell’Alta
Langa” e il ritorno ai “vini democratici e quotidiani”:
“Il big trend del 2026 non sarà una novità ma un déjà
vu e si chiamerà Dolcetto”. Sulle new entry a catalogo,
Mattei non fa anticipazioni: “I frutti di questo girovagare?
No spoiler, li vedremo a maggio con l’uscita del
nostro nuovo catalogo”.
“Il 2025 è stato un anno contrastato”, afferma Pietro
Ghilardi, CEO di Ghilardi Selezioni. “Per noi il
mondo del vino ha registrato una leggera crescita, trainata
da brand consolidati come Taittinger e Gérard
Bertrand”, mentre “il mondo spirits ha sofferto parecchio”,
soprattutto “il settore dei piccoli produttori ar‐
DOSSIER
20
DOSSIER
tigianali”. Una dinamica che indica
chiaramente la direzione del mercato:
“I clienti cercano certezze e si
affidano a marchi riconosciuti”. Tra
i trend, spicca un’unica vera sorpresa:
“L’unica eccezione rilevante è
stata l’esplosione del mercato del no
alcol”, con Copenhagen Sparkling
Tea e Chavin protagonisti di “una
crescita esponenziale”. Sul fronte
delle performance, la Francia resta
centrale: “La crescita più significativa
è arrivata da Gérard Bertrand”,
mentre lo Champagne ha visto
“una lieve crescita di Taittinger”.
Più complesso lo spazio per “i piccoli
produttori meno noti”. Il 2026
segna un ampliamento strategico.
“Il principale ingresso è, senza dubbio, Joseph
Drouhin”, seguito dal rafforzamento del no alcol
gourmet con “Grands Jardins”. Nel comparto spirits
entra “Ballina, Irish Whiskey di grande identità”,
ma altre new entry sono previste nel corso dell’anno:
“continueremo a investire per costruire una proposta
sempre più autorevole, distintiva e completa”.
Marina Cvetic, titolare di Gianni’s Selection, realtà
distributiva legata a Masciarelli Tenute Agricole,
legge il 2025 come passaggio di maturità, “un anno di
consolidamento e consapevolezza”. In un quadro segnato
da “guerre, dazi, incertezze economiche e tensioni
geopolitiche”, la crescita è “qualitativa più che
quantitativa”: più selezione, sostenibilità, valore di
brand. La distribuzione cambia passo: “meno volumi
impulsivi, più scelte ragionate e consapevoli. I professionisti
cercano identità, coerenza e storie autentiche.”
Nei trend d’acquisto emergono “vini eleganti, territoriali
e dotati di forte riconoscibilità” e una domanda
“concreta e strutturale” di “produzioni
sostenibili e agricoltura
rigenerativa”. Sul fronte delle
performance, oltre a Toscana e
Piemonte, si accende un riflettore:
“L’Abruzzo è percepito
come un territorio ancora da
scoprire, autentico, dinamico,
capace di sorprendere.” Verso il
2026, “evoluzione più che rivoluzione”:
“raccontare le nostre
vigne da un punto di vista agronomico”,
con mappature e dati
per “selezioni sempre più precise”
e un racconto “scientifico e
profondamente umano”.
Per Cesare Turini, amministratore
delegato di Heres S.p.A., il 2025 è l’istantanea
di un mercato irregolare che ha chiesto presenza
continua e scelte nette. “Il bilancio del 2025 è quello di
un’annata fatta di alti e bassi. La partenza è stata molto
lenta: fino a marzo il mercato è rimasto fermo. Da
aprile si è registrata una ripresa, ma anche nell’ultima
parte di dicembre non si è visto quel ritmo particolarmente
intenso che solitamente caratterizza il periodo
natalizio”. A salvare l’esercizio è stato il capitale relazionale
dell’azienda: “Nel complesso è stata un’annata
complessa, che siamo riusciti a salvare grazie alla
fedeltà dei nostri clienti storici e alla collaborazione
con hotel di lusso con cui lavoriamo da molti anni.
Realtà che hanno sempre apprezzato l’estrema qualità
nella selezione delle etichette che rappresentiamo”.
Sul fronte dei trend, la domanda cambia direzione. “I
vini rossi potenti, alcolici e molto strutturati stanno
vivendo una fase di minore richiesta. Parallelamente, i
bianchi sono in costante crescita”. Non bianchi facili,
ma “grandi bianchi: vini con forte identità territoriale
e struttura, capaci di competere con i grandi rossi nella
logica della grande bottiglia, anche in abbinamento a
Marina Cvetic
Cesare Turini
Massimo Maccianti
Saverio Notari
menu che stanno cambiando profondamente”. Le performance
confermano la centralità dell’asse francese
nel portafoglio Heres. “Tra le aree che hanno performato
meglio, Borgogna e Champagne continuano ad
avere uno spazio molto importante nel nostro organico
e nel nostro portfolio”. L’Italia, invece, ha sofferto:
“In Italia, invece, non si registrano zone con performance
particolarmente brillanti: in generale tutte
hanno attraversato un periodo di sofferenza”. Il 2026
inaugura una fase nuova, con riorganizzazione e scouting
mirato. “Nel 2026 è cominciata una grande rivoluzione
nel nostro catalogo: con alcune aziende produttrici
di grandi rossi abbiamo interrotto i rapporti,
aprendo così una fase di profonda riorganizzazione”.
Un percorso avviato già lo scorso anno e ora accelerato:
“Già nel 2025 è stato avviato un percorso strutturato
di revisione e rilancio delle attività di Heres e della
nuova nata HeresLab, con l’obiettivo di rilanciare e
rafforzare il posizionamento del marchio ridefinendo
le direttrici di sviluppo”.
La rotta è chiara:
“Abbiamo intensificato
lo scouting
in diverse aree della
Francia. Parallelamente,
ci apriremo
alla ricerca nel Nuovo
Mondo”. Obiettivo,
costruire “una
proposta sempre più
solida, coerente” e
un portfolio capace
di parlare a “una ristorazione
evoluta”
e a un pubblico che
chiede qualità, cultura
e autenticità.
Per Massimo Maccianti, direttore commerciale di
Vino&Design, il 2025 è stato un anno segnato da variabili
interne ed esterne. “Il bilancio del 2025 va letto
tenendo conto di due fattori”, spiega, indicando nel
trasferimento della logistica un elemento che “inevitabilmente
ha inciso”, mentre il mercato “ha richiesto
attenzione e grande capacità di tenuta”. Nel turismo,
settore chiave per l’azienda, il 2025 ha ridisegnato
le tempistiche. “Il cambiamento più evidente è stato
nella tempistica degli acquisti: molti hanno acquistato
dopo Pasqua invece che prima, segnale di grande
prudenza”. Una dinamica che frena la piena capitalizzazione
dei momenti di maggiore afflusso, soprattutto
in piazze ad alta rotazione. Sul gusto emergono
direzioni precise. “Le bollicine continuano a funzionare,”
i bianchi crescono “con una crescente richiesta
di vini più sottili, esili, minerali”, mentre nei rossi si
afferma “un’evoluzione profonda, con vini più acidi,
slanciati, fruttati”, confermata dalla
rinascita di Beaujolais, Dolcetti di
Doliani e d’Alba ed Etna. Quanto
allo Champagne, la flessione non
è reale nei consumi ma nei riordini:
“Noi abbiamo venduto meno,
perché i clienti hanno attinto alle
scorte di magazzino”. Il 2026 apre
nuove rotte: “Abbiamo avviato un
progetto su Bordeaux meno noti,
selezionando 24 zone non abituali
con vini di qualità a prezzi accessibili,
perfetti anche per il servizio al
calice”. Una scelta che guarda alla
valorizzazione dei grandi terroir
attraverso un linguaggio più democratico.
Accanto a questo, nuove
partnership arricchiscono il catalogo:
“Abbiamo stretto un accordo
con il centro sperimentale di Laimburg, realtà straordinaria
dell’Alto Adige, e abbiamo acquisito Cantina
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Simona Alesso
Giampiero Cordero
Fabio Torretta
Carboni nel Mandrolisai, in Sardegna”. Un territorio
che Vino&Design vede in forte ascesa: “Crediamo che
questa sia una delle zone italiane con il maggior potenziale
qualitativo ancora inespresso e che possa vivere,
nei prossimi vent’anni, una risonanza simile a quella
dell’Etna”.
Saverio Notari, presidente di Compagnia
del Vino, parla di un 2025 che
è stato anno in chiaroscuro, ma chiuso
con segnali incoraggianti. “Il 2025
per Compagnia del Vino si chiude con
+3,7% a valore, +3,0% a volume e un
prezzo medio sostanzialmente stabile”,
un risultato positivo in un contesto
“competitivo e meno espansivo”. L’annata
è stata segnata da “una forte volatilità”,
con un avvio lento e un autunno
prudente, prima di “un’accelerazione
molto marcata a novembre e dicembre”.
Il consumatore ha cercato qualità senza
eccessi: “Il segmento Premium ha retto
ma il super‐premium ha registrato una
lieve contrazione”, mentre sono cresciuti
“gli entry level della categoria premium”.
Tra i trend, Notari rileva “vini
territoriali e identitari in forte crescita” e un gusto che
chiede “meno potenza, più bevibilità”, con rossi “più
eleganti, meno boisé, più gastronomici”. Sorprende
il ritorno del vino dolce: “bollicine più morbide, vini
semi‐aromatici, perfino i rossi frizzanti stanno tornando”.
Sul fronte delle performance, vincono affidabilità
e riconoscibilità: “Montalcino, Etna e Piemonte
vincono nei fine wines; Champagne e Chablis tra gli
esteri”. Numeri che confermano la tendenza: Pol Roger
+3,6%, Tenuta di Campo di Sasso +30%, Capanna
+11%, Fessina +13%, Hugel +15%, Borgo dei Posseri
+21%, Carillon +44%. Sul 2026, la rotta è chiara: “Siamo
sempre alla ricerca del Barolo giusto ma non abbiamo
fretta. Ogni nuovo ingresso deve essere coerente
con la nostra offerta di primissimo livello”.
Per Fabio Torretta, general manager di Compagnia
dei Caraibi, il 2025 ha segnato una cesura netta per la
distribuzione italiana. “Il 2025 è stato un anno di verità
per il nostro settore”, spiega, sottolineando un quadro
dominato da “domanda debole, pressione promozionale
e crescente polarizzazione dei consumi”. È l’anno
in cui la distribuzione si è scontrata con “un cambio di
paradigma: meno crescita automatica, più responsabilità
nelle scelte”. Non espansione,
dunque, ma selezione: “un anno di
selezione. E, in un certo senso, di
evoluzione”. Per l’azienda ciò ha significato
accelerare sulla coerenza
strategica: “razionalizzare il portafoglio,
concentrarci su brand con
un’identità chiara, lavorare sulla
qualità del mix”, integrando on trade,
off trade e piattaforma B2B “con
un approccio omnicanale che non
sia solo distributivo, ma anche culturale
e relazionale”. Torretta rivendica
anche la continuità del DNA
aziendale: “la ricercatezza e un’innovazione
continua della proposta”,
ricordando come oggi “la differenza
non la faccia la quantità dell’offerta,
ma la sua coerenza e la capacità
di generare valore nel tempo”. In
questo scenario la distribuzione
evolve, con “meno spazio per la mera copertura numerica”
e più attenzione alla rotazione e alla sostenibilità
economica del punto vendita. Nel vino emerge “una
forte polarizzazione” tra accessibilità e territorialità,
mentre negli spirits “il segmento premium e over premium
continua a dimostrare una resilienza superiore”.
Per Torretta, il 2025 è stato “un anno sfidante ma necessario”,
utile a costruire basi più solide per il futuro.
Dal fronte dei prodotti, la lettura di Simona Alesso,
Wine Category Manager di Elemento Indigeno,
mette a fuoco i trend più evidenti. “Nel 2025 abbiamo
osservato con particolare attenzione il trend del vino
dealcolato”, rafforzato dall’aggiornamento normativo
che consente di indicare “Vino” e vitigno in etichetta.
Le vendite hanno toccato il massimo in estate per
poi stabilizzarsi. Parallelamente cresce la domanda di
“vini spumanti di qualità” e, nei vini fermi, di etichette
“dalla beva leggera, di media struttura”, attente all’equilibrio
tra “acidità e sapidità”. Sul fronte delle performance,
“la Francia continua a distinguersi per qualità
e riconoscibilità” nelle bollicine, mentre nei fermi
si rafforza l’interesse per le denominazioni italiane
più note e per i monovarietali. Non manca la voglia
di esplorare: “il Sud America, e più nello specifico la
Patagonia, ha registrato performance molto positive”.
Il 2026 porterà nuove aperture mirate. “Continuiamo
a essere molto attivi nella ricerca di nuovi produttori:
stiamo concentrando i nostri sforzi sull’ampliamento
della selezione di bollicine e sull’inserimento di nuove
regioni italiane”, con l’obiettivo di offrire una proposta
“sempre più diversificata e di qualità”.
A chiudere sono le parole di Giampiero Cordero, titolare
di Cordero Distribuzione, che sottolinea come
il 2025 sia stato un anno che conferma
il potenziale di una realtà giovane in
un mercato complesso. “Siamo ancora
un’azienda molto giovane e non abbiamo
una storicità nel mondo della distribuzione:
il 2025 ha rappresentato
il suo secondo anno di piena attività”.
Un percorso che, nonostante il contesto,
ha dato risultati chiari: “Siamo sicuramente
cresciuti molto, possiamo
quindi affermare che è stato un anno di
crescita, sviluppo e di grande interesse”.
Ma il quadro generale resta delicato: “Il
mercato del vino sta attraversando un
momento complesso, ci auguriamo che
si tratti di una fase ciclica”. Sul fronte
dei trend, Cordero racconta una ristorazione
che rivede le proprie logiche.
“Una parte della ristorazione tende oggi
ad alleggerire le carte dei vini: immobilizzare
capitale in magazzino è sempre
più complesso”. In questo scenario, ciò che un tempo
poteva apparire un limite oggi diventa un valore: “Noi
lavoriamo con quantitativi piccoli, oggi può invece essere
considerato un valore aggiunto e, in alcuni casi,
persino un vantaggio competitivo”. Quanto ai gusti, il
maggiore interesse per i bianchi è evidente, ma Cordero
lo interpreta come “una dinamica ciclica: è normale
assistere a oscillazioni di questo tipo”. Le performance
2025 riflettono l’identità del catalogo: “La maggior
parte dei vini che distribuiamo proviene dall’estero, in
particolare dalla Francia”. Non mancano però presenze
italiane di grande qualità: “Collaboriamo attualmente
con due realtà giovani ma di enorme qualità nel territorio
del Barolo: Philine Isabelle e Ca’ di Press”. Realtà
che il titolare indica con orgoglio, sottolineando il valore
di una leadership femminile “capace, determinata
e dotata di grande sensibilità”. Guardando al 2026,
Cordero conferma una strategia chiara: non crescere in
quantità, ma in qualità. “Nei prossimi mesi entreranno
nuove aziende nel nostro portafoglio: una dal Giappone
e altre realtà principalmente dalla Francia”. Un’evoluzione
che si fonda su domande chiave. “Dobbiamo
porci due domande: cosa abbiamo fatto negli ultimi
anni per migliorarci e cosa possiamo fare nei prossimi
cinque anni per continuare a migliorarci”. Un orientamento
che guida anche la selezione dei nuovi partner:
“Siamo felici delle aziende che rappresentiamo, se dovessero
nascere delle opportunità che ci fa piacere cogliere,
siamo sempre pronti a valutarle”.
DOSSIER
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COLLECTION
C’è un angolo della Conca d’Oro di Panzano, appena mezzo ettaro, dove l’argilla blu incontra inserti calcarei
e racconta una storia diversa. È da questa micro-parcella che nasce Asiram Igt Toscana 2019 Tenuta La
Massa, Merlot in purezza e nuova firma della realtà toscana. Solo 1.800 bottiglie per un vino che è insieme
dichiarazione d’intenti e confessione personale. Asiram è l’essenza del Merlot secondo Gian Paolo Motta:
spirito bordolese trapiantato in Chianti, profondità e precisione, potenza e finezza. Un vino stratificato, dalla
complessità esemplare, figlio di anni di studio sui 27 ettari della tenuta e della sensibilità di un vigneto che
ha “indicato la strada”. Il nome è un gesto intimo: Marisa, la madre, letto al contrario. Perché fare vino, per
Motta, significa interpretare un luogo e dargli voce. E in Asiram, quella voce, è potente e personale.
Ci sono vini che si bevono soltanto. E altri che si ascoltano anche. La Pettegola Vermentino Toscana Igt 2025
Banfi Limited Edition 2026 by Quasirosso appartiene alla seconda categoria, nona tappa di un progetto che
intreccia illustrazione d’autore e identità enologica. È un giardino segreto illustrato, un sussurro che prende forma
tra linee floreali e visioni Art Nouveau. Due figure femminili si chinano in confidenza; una indossa un abito da
uccellino, messaggero silenzioso di parole che volano leggere. Il pettegolezzo diventa gesto poetico, racconto
intimo, memoria trasformata in segno. La mano di Gio Quasirosso, con il suo tratto delicato ed emotivo, intercetta
l’anima del Vermentino Banfi: luminoso, elegante, naturale. Un vino che parla di terra e immaginazione, di radici
e leggerezza. E quando l’etichetta si anima attraverso la realtà aumentata dell’app Banfi Experience, il racconto si
espande. Non è solo una Limited Edition. È un piccolo mondo da scoprire, sorso dopo sorso.
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C’è un momento in cui una firma storica decide di cambiare
colore. Il Timorasso Colli Tortonesi Doc 2023 Braida è il primo
bianco della cantina che ha scritto pagine indelebili con la Barbera. Non un
diversivo, ma una scelta consapevole della famiglia Bologna: aprire un nuovo orizzonte
restando fedeli alla propria cifra stilistica. Nasce nei Colli Tortonesi, prende forma a Rocchetta Tanaro e
porta con sé la tensione di un debutto che sa di evoluzione. Il Timorasso, vitigno di struttura e carattere,
viene interpretato con rigore e misura: acciaio per la purezza, cemento sulle fecce fini per profondità e ritmo.
Il risultato è un bianco verticale, intenso, capace di energia e complessità, pensato per attraversare il tempo.
Braida entra nel bianco senza smussare gli spigoli. Con la stessa determinazione con cui, ieri, ha cambiato il
destino della Barbera. E dimostra che evolvere, quando è autentico, non è mai una deviazione. È continuità
in un’altra tonalità.
Non è un semplice 100% Pinot Nero. È un gesto di purezza. Cavaliere Bianco Trentodoc Blanc de
Noir Extra Brut Riserva 2017 Reví nasce come controparte luminosa del Cavaliere Nero, ma parla una
lingua tutta sua: quella dell’equilibrio nobile, della tensione controllata, del tempo come alleato. Pinot
Nero in purezza, sei anni sui lieviti. Il millesimo 2017 è diventato architettura, profondità, stratificazione
silenziosa. Solo 2.000 bottiglie per un Metodo Classico che sceglie la sottrazione: Extra Brut, 2,5 grammi
litro, nessuna concessione alla dolcezza, solo precisione. Il perlage è fitto, quasi cesellato. Il naso alterna
frutto maturo, agrume e richiami di pane e farina integrale. Il sorso è pieno ma affilato, sapido, attraversato
da una freschezza elegante che accompagna senza imporsi. Bianco non come colore, ma come attitudine. Il
Cavaliere non alza la voce: avanza con passo misurato, dominando la materia con naturalezza. È forza che
diventa stile, profondità che si traduce in luce.
COLLECTION
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COLLECTION
Non è un rosato. È un primo respiro di luce. Alba Rosé 2024 Igt
Terre Siciliane Azienda Agricola Sofi nasce a Faro Superiore,
tra arenarie e sabbie quarzose che guardano lo Stretto di Messina.
Qui il vento marino è parte del paesaggio e della trama aromatica,
attraversa i filari e modella freschezza e precisione. Due ettari
storici recuperati, restituiti alla vigna come gesto di rinascita.
Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Nocera e una carezza di
Nero d’Avola: varietà che parlano siciliano con accento salino.
Pressatura a grappolo intero, fermentazione spontanea in
acciaio, mesi di attesa senza forzature. Accanto alla famiglia Sofi,
l’esperienza di Andrea Moser accompagna questa prima alba con
misura e rigore, lasciando che sia il territorio a guidare il passo.
Alba è l’inizio di un percorso che guarda alla Faro Doc con identità
chiara e contemporanea. Un Rosé che non cerca leggerezza, ma
equilibrio tra mare, vulcano e memoria.
650 metri. Nord-est. Sabbia nera sotto le suole. Liuni Etna Rosso Doc 2022 Contrada Alboretto – Chiuse del
Signore Ammura non nasce: emerge. Dal silenzio minerale di una contrada storica, dove il Nerello Mascalese
trova una lingua precisa, quasi affilata. Qui il suolo è lava antica, stratificata, scheletro e polvere. Drena, asciuga,
concentra. Il vento non è dettaglio climatico, è parte del ritmo. Le escursioni termiche diventano disegno:
freschezza, tensione, verticalità. L’annata 2022, armoniosa e regolare, ha lasciato spazio alla materia senza
forzature. Il risultato è un rosso che non si allarga, ma sale. Tannini setosi, acidità vibrante, energia composta.
Stratificato, mai pesante. Solo 2.500 bottiglie. Liuni è una scelta di fuoco lento e voce chiara. Non racconta l’Etna
con enfasi, ma con precisione, aggiungendo una nuova voce al racconto. E quando il vulcano parla sottovoce, è lì
che si riconosce l’identità contemporanea, profondamente legata alla forza primordiale del luogo.
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C’è un momento in cui il tempo smette di essere attesa e diventa forma. Il Brunello
di Montalcino Riserva Vigna Spuntali Docg 2020 Val di Suga arriva dopo 37 anni
di ascolto ed è la prima Riserva della cantina toscana. Non nasce per celebrare, ma
per compiersi. Non prima. Non per moda. Solo quando la vigna – una delle più alte
del versante sud-ovest di Montalcino – lo ha permesso. Spuntali guarda il Tirreno e
assorbe luce, vento e profondità. Le vigne – quasi 40 anni, tra le più alte e vicine al mare
– affondano in galestro e sabbie di pietraforte. Le rese si fanno misura, la materia si
concentra. Il Sangiovese scorre tra barrique di rovere francese, botte di rovere di Slavonia,
cemento, poi silenzio di bottiglia. Senza fretta. Il profilo è ampio ma preciso: frutto
maturo, spezia scura, tabacco, radice, cacao. Il sorso si distende orizzontale, cremoso nella
tessitura, sostenuto da una sapidità che ancora il vino alla pietra e ne promette il futuro.
Non è un debutto. È una Riserva nata quando il luogo ha deciso che era il momento.
COLLECTION
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è una striscia di vigna che sembra disegnata
con la precisione di una lama: 120
chilometri in verticale, da Marlenheim fino
a Thann, pochi chilometri di larghezza, e il
L'Alsazia
Reno sempre lì, come un confine mentale
prima ancora che geografico. È una delle regioni vinicole
più antiche di Francia e anche una delle più teatrali: case a
graticcio, campanili, cicogne sui tetti e colline che si alzano
appena, quanto basta per cambiare luce e temperatura in
poche centinaia di metri. Qui la geografia non è una cornice,
ma una firma. Se la superficie destinata all’Aoc Alsace si
attesta attorno ai 15.500 ettari, quello che colpisce, però, è
come questa estensione sia frammentata in un mosaico di
identità. La geologia alsaziana conta 13 configurazioni diverse;
la zonazione mostra che molti dei 119 comuni della
Route des Vins poggiano su quattro o cinque formazioni
differenti. In pratica: in Alsazia cambiare collina spesso significa
cambiare vocabolario. A completare la frase ci pensano
i Vosgi, barriera naturale che frena le perturbazioni
atlantiche e regala alla regione le precipitazioni più scarse
di Francia (circa 500–600 mm annui). Ne nasce un clima
subcontinentale, con maturazioni lente e progressive, che
rende plausibile ciò che altrove sembrerebbe un paradosso:
i risultati più sorprendenti arrivano spesso dai terreni
più poveri e pietrosi. In Alsazia, il suolo non è un fondale:
è trama. I numeri raccontano che il 35% delle vigne alsaziane
è certificato biologico e, dentro quel perimetro, c’è
un 7,2% in biodinamica. Poi c’è il Crémant d’Alsace, che in
questa storia non è un capitolo secondario. Dal 1976 è Aoc
e oggi l’Alsazia guida la commercializzazione dei Crémant
di Francia. È una regione vinicola che sa davvero parlare
al mondo — l’export raggiunge più di 130 Paesi — e che,
dato interessante, trova nell’Italia un mercato in crescita sia
in valore sia in volume. In questo viaggio — sei cantine,
sei letture diverse di uno stesso paesaggio — la sensazione
che torna è una: l’Alsazia non cerca di essere compresa in
fretta. Ti chiede tempo, attenzione e una certa disponibilità
a seguire la roccia.
Hunawihr: Sipp-Mack e il passo leggero di
Carolyn Sipp
Hunawihr è uno di quei villaggi dove sembra impossibile
distinguere ciò che è cartolina da ciò che è vita quotidiana.
Qui Sipp-Mack porta con sé oltre tre secoli di viticoltura,
ma l’identità moderna prende forma nel 1959, quando due
famiglie si uniscono e la storia accelera. Oggi la guida ha il
volto di Carolyn Sipp, decima generazione, energia cosmopolita
e precisione artigiana. Lei stessa si definisce “gypsy
winemaker” e l’espressione non suona come posa: dopo
gli studi a Beaune, le esperienze in Australia, Danimarca e
Stati Uniti hanno lasciato un’impronta fatta di curiosità e
misura. In cantina la sua idea è chiarissima: “Tengo solo il
mosto fiore”. 16 ettari, biologico dal 2010 (certificato dal
2013), raccolta interamente manuale, vinificazioni separate
in acciaio. Il risultato è una gamma che alterna immediatezza
e ambizione, con la sensazione costante che ogni vino
voglia restare fedele, con una trasparenza espressiva rara, al
punto di partenza: il terroir. Tra gli assaggi, il vino che inchioda
l’attenzione è il Riesling Lieu-Dit Muhlforst 2021:
prima vendemmia, circa 1.000 bottiglie e già un’impronta
da fuoriclasse. Agrume nitido, austerità elegante, potenza
controllata, acidità superba. È il tipo di Riesling che non
concede tutto subito, ma che ripaga chi lo segue. E poi c’è
quel lato più libero, quasi narrativo, che Carolyn Sipp si
concede nella linea Insolites: il Mick Mack 2022, blend di
più varietà, è divertente senza essere leggero in senso banale.
In sintesi, Sipp-Mack riesce in un esercizio non scontato:
mantenere rigore e lasciare entrare aria. È anche questo,
oggi, il modo più contemporaneo di essere alsaziani.
Wettolsheim: dove la storia ha un passo “trade”
con Wunsch & Mann
Wettolsheim è un punto fermo: paesaggio vitato, ordine e
una sensazione di solidità. Qui Wunsch & Mann racconta
una storia che parte dal 1793 e prende forma nel 1948 con
l’unione tra Joseph Wunsch e Joseph Mann. Oggi l’azienda
vede in campo la quarta generazione, con Maxime e
Thierry Mann. La vigna è in biologico dal 2008, la raccolta
è manuale, la produzione importante (fino a 200.000 bottiglie)
e il Crémant pesa per circa un terzo. È un’Alsazia più
“sistema” che “boutique”, ma con ambizioni reali. Il vino
che resta addosso è il Grand Cru Hengst Pinot Noir 2023
Equus: frutto rosso centrato, comfort gustativo, struttura
già armonica ma con margine evidente per guadagnare
DI MATTEO BORRÈ
GIRAMONDO
Dentro la roccia: viaggio
nella nuova Alsazia del vino
Dalla geologia al calice, sei interpreti per raccontare
un mosaico di identità che vive di dettagli
Photo: VUANO-ConseilVinsAlsace
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nalmente il centro. In una regione dove la definizione è tutto,
la sfida di una grande cooperativa resta quella di trasformare
ampiezza e varietà in una sintesi stilistica più nitida.
complessità con qualche mese — o anno — in più di bottiglia.
È una lettura del Pinot Noir che cerca precisione più
che peso e che racconta bene la direzione attuale della regione:
far parlare anche i rossi, senza imitazioni.
Ribeauvillé: la memoria cooperativa e il nodo
della sintesi
A Ribeauvillé la cooperativa non è una scelta industriale:
è un pezzo di storia. La Cave de Ribeauvillé, fondata nel
1895, è la più antica cooperativa vitivinicola di Francia. La
cantina è anche un luogo di racconto, con un museo delle
pratiche contadine e 130.000 visitatori l’anno. I soci sono
42, le vigne 240 ettari e la potenzialità produttiva arriva a
2 milioni di bottiglie. I numeri sono grandi e la gamma è
amplissima, quasi enciclopedica: 73 etichette, con una predilezione
per i blend. Ma l’Alsazia è severa: chiede precisione.
Tra gli assaggi, quello che convince di più è il Riesling
Grand Cru Osterberg 2021: gastronomico, con una traccia
balsamica misurata e un equilibrio complessivo che trova fi-
Zellenberg e dintorni: Maison Jean Huttard e la
coerenza che non ha bisogno di alzare la voce
Se c’è un luogo dove l’Alsazia mostra la sua frammentazione
come ricchezza, è la zona tra Ribeauvillé e Riquewihr.
Maison Jean Huttard lavora otto ettari divisi
in 45 parcelle su sei comuni. È la storia di una famiglia
che inizia nel 1860 e arriva alla settima generazione con
Hélène e suo fratello Antoine, ruoli complementari e visione
chiara: biologico dal 2018, con una sensibilità che
accoglie anche principi biodinamici, lavorazioni quanto
più possibili manuali e una forte apertura internazionale
pur mantenendo un radicamento locale concreto. Qui
il Crémant non è un accessorio: è un’eredità di famiglia.
Il nonno fu tra i pionieri del Crémant d’Alsace e la maison
custodisce una delle vigne di Chardonnay più antiche
della regione, con ceppi di 65 anni. La produzione annua
è tra 45.000 e 50.000 bottiglie, con un export che vale il
40% e un raggio internazionale che tocca Asia, Nord Europa,
Nord America e Italia. In Italia, scelta interessante,
lavora in diretto con le enoteche. Il calice che definisce lo
stile è il Riesling Brut 2021: sapidità vibrante, acidità affilata,
agrume teso e un nervo strutturale fenomenale. È
un Riesling che non si limita a essere fresco: è costruito,
verticale, vivo. Per il capitolo bollicine, spicca il Crémant
Rosé Brut Nature (Pinot Noir, 27 mesi sui lieviti): gastronomico,
strutturato, con quella gourmandise che in Alsazia
non è mai dolcezza facile, ma materia ben controllata.
Pfaffenheim: Moltès e il Crémant come vocazione
Pfaffenheim è a sud di Colmar, e qui la famiglia Moltès è
documentata dalla fine del XVIII secolo. Il domaine nasce
tra il 1920 e il 1930 e oggi, guidato da Stéphane e Mickaël
Moltès, si muove su 30 ettari distribuiti su quattro comuni
e suoli prevalentemente calcarei, per circa 250.000 bottiglie,
metà delle quali sono Crémant. Non è solo una vocazione:
è un’ossessione felice. Tanto che la storica realtà
vanta il 15% di Chardonnay in vigneto — percentuale alta
per l’Alsazia — e guarda già a una cantina futura dedicata
esclusivamente alle bollicine. Il vino che meglio racconta
ambizione e misura è l’Alsace Tradition Crémant d’Alsace
Millésimé 2020 Bio Extra Brut, 100% Chardonnay, meno
di 2 g/l, 40 mesi sui lieviti: teso, gastronomico, costruito
per stare a tavola e non solo in aperitivo. È una bollicina
che ha profondità senza appesantire e che conferma come
l’Alsazia stia riscrivendo con convinzione il proprio ruolo
nel mondo degli sparkling.
Bergholtz e Andlau: Dirler-Cadé e Gresser, due
modi di far parlare la roccia
Scendendo verso sud, l’Alsazia si fa più “geologica”. Bergholtz
e Andlau sembrano vivere in una relazione più
stretta con la roccia: non solo per i suoli, ma per il modo in
cui i produttori li raccontano. A Bergholtz, Dirler-Cadé na-
sce dall’unione di due famiglie nel 1998: Jean Dirler sposa
Ludivine Hell-Cadé e, dal 2000, le parcelle confluiscono
in un’unica realtà. Oggi sono 18 ettari, 80.000 bottiglie,
il 42% Grand Cru e biodinamica su tutto il domaine dal
1998. Il vino che meglio traduce tutto questo è il Riesling
Grand Cru Kessler HW 2021, “elemento fuoco” per loro:
sapidità netta, potenza controllata, acidità finemente integrata,
una chiusura mentolata e balsamica che sembra accendersi
sul finale. È un Riesling che non si limita a essere
minerale: è energico, stratificato, persistente. Ma è nella
valle di Andlau che il viaggio sembra rallentare di nuovo:
là, dove la geologia diventa una vera e propria grammatica
grazie a Domaine Gresser. Rémy Gresser, alla guida dell’azienda
di famiglia dal 1976, porta avanti una convinzione
quasi spiazzante per semplicità: “La qualità non si può
creare in cantina, la si può solo conservare”. Il domaine lavora
poco più di 11 ettari, produce circa 70.000 bottiglie
e vinifica esclusivamente uve proprie. È 100% biologico e
certificato Demeter, dopo un percorso lungo e coerente
che passa dalla lotta integrata alla biodinamica. Qui la roccia
è identità e il terroir non è un concetto, ma una mappa
fisica. La valle di Andlau è una faglia geologica che espone
rocce diverse a pochi metri di distanza e Rémy Gresser ne
parla come di un alfabeto. Nel Kritt, dove una barriera di
argilla compatta limita la profondità radicale, i vini tendono
alla leggerezza e alla vivacità. Nel Kastelberg, unico
Grand Cru alsaziano interamente su scisti di Steige, la vite
scende in profondità e il Riesling acquisisce razza, taglio,
potenza. Il Wiebelsberg, con arenarie che lasciano filtrare
e scorrere l’acqua, disegna verticalità in filigrana; il Moenchberg,
più protetto e solare, aggiunge ampiezza senza
perdere precisione. Il vino che resta come punto esclamativo
è il Moenchberg Grand Cru Riesling 2021: ampio ma
verticale, citrico e diretto, con grande acidità e una sapidità
che non è mai decorativa. La persistenza è lunga, quasi
“di pietra”, e in chiusura arriva un’eco pirica che resta come
un ricordo. È uno di quei Riesling che, dopo il sorso, ti fanno
girare la testa non per l’alcol, ma per la chiarezza che
sprigionano, per aver incontrato la roccia giusta.
GIRAMONDO
L’Alsazia, oggi
La piramide qualitativa dell’Alsazia resta scolpita nella
categoria dei Grand Cru: 51 località, appena il 4% della
superficie e il 3% della produzione. Una dimensione piccola,
quindi, ma simbolicamente enorme. Eppure, il racconto
contemporaneo si muove su più livelli: la crescita
del biologico, l’energia del Crémant, la spinta all’export e
l’idea — sempre più netta — che l’Alsazia possa parlare
sia al bevitore tecnico sia a chi cerca semplicemente vini
netti, vivi, che puliscono la bocca e accendono la convivialità
in tavola. Nei giorni alsaziani, tra villaggi e cantine, il
filo che ritorna è sempre lo stesso: la regione non si lascia
semplificare. È stretta e lunghissima, ma dentro quella linea
sottile ci sono mondi interi. E i vini migliori — quelli
che rimangono — hanno un tratto comune: non cercano
l’effetto. Lavorano sul dettaglio. Ascoltano il suolo. E poi,
con calma, lo traducono in luce nel calice.
28
CHAMPAGNE
Saint-Vincent: l’eredità
viva dello Champagne
Ad Ambonnay il bastone del Santo passa di mano in mano come una
responsabilità: custodire un vino che è, prima di tutto, appartenenza
DI FRANCESCA MORTARO
C’
è un momento dell’inverno, ad Ambonnay, in cui il villaggio
smette di essere soltanto un luogo: diventa memoria
viva. Le vigne dormono nel freddo di gennaio. Le strade
hanno quel silenzio sospeso che appartiene ai paesi dove
il tempo non passa soltanto: si deposita, si stratifica, resta.
È in questo spazio quieto che arriva la festa di Vincenzo
di Saragozza, patrono dei vignaioli. Non è una semplice
ricorrenza. È un rito che riporta alla luce ciò che il lavoro
quotidiano tende a nascondere. Gli abiti tradizionali, i
mantelli rossi, le cuffiette dei bambini, i cestini, gli stendardi,
la banda che accompagna il passo del paese durante
una processione: ogni segno sembra dire che qui il vino
non è soltanto mestiere. È appartenenza. E poi il bastone
del Santo, che ogni anno passa da un produttore all’altro,
come una staffetta silenziosa. Non è un oggetto che
si consegna, ma una responsabilità che si trasmette: dice
che nessuno, ad Ambonnay, lavora davvero da solo. La
parola che sostiene tutta la giornata è condivisione. Non
come slogan, ma come forma naturale della vita del villaggio.
Condivisione della vigna, della fatica, delle incertezze
29
delle stagioni. Condivisione delle attese, dei timori, delle
vendemmie riuscite e di quelle difficili. La Saint-Vincent
rende visibile ciò che esiste tutto l’anno: una rete di famiglie
che si conoscono profondamente, perché affondano
le radici nello stesso suolo. Dopo il rito religioso, la festa
si raccoglie attorno alla tavola. È lì che Ambonnay diventa
davvero sé stessa. Tavolate lunghissime, fitte di voci, bottiglie
che cambiano mano senza formalità. Ognuno porta
qualcosa di suo, e proprio per questo nulla resta davvero di
qualcuno soltanto. I calici si mescolano, le storie si intrecciano,
le risate aprono nuovi dialoghi. Gli anziani raccontano,
i giovani ascoltano. Non c’è scena, non c’è posa: solo
la gioia semplice e intensa di ritrovarsi. Ed è in mezzo a
questa circolazione viva che emergono i volti. Lo sguardo
attento di Marie-Noëlle Ledru, raccolto e curioso, mentre
ascolta la storia di un vino arrivato dall’Italia. L’orgoglio di
Antoine Coutier nel vedere il suo paese riunito come una
famiglia allargata. La generosità spontanea di Mickaël Rodez
che versa il suo Champagne con quel gesto naturale
che appartiene a chi sa che il vino esiste per essere offerto.
Il sorriso di Marie Pierlot, che si affretta ad aprire l’ennesima
Magnum per gli amici ritardatari passati alla festa
“almeno per un saluto”, prima di correre ad accertarsi che
tutto sia pronto per la serata che ha organizzato al domaine
e che suggellerà la giornata. Sono dettagli piccoli, ma
è lì che la festa prende profondità. Perché mostrano che
lo Champagne, ad Ambonnay, non è soltanto un grande
vino. È un modo di stare insieme. La Saint-Vincent serve
proprio a ricordarlo. Ricorda che il vino non nasce solo
dalla terra o dalla tecnica, ma da una trama umana fatta
di fiducia, memoria e scambio. Ricorda che una bottiglia
ha senso soltanto quando viene condivisa, quando diventa
ponte tra le persone, quando passa di mano in mano e
continua a raccontare il villaggio. E mentre la sera scende e
il rumore della festa si spegne, resta nell’aria qualcosa che
non si vede ma si riconosce. Lo Champagne, qui, non è
soltanto il frutto di una stagione: è un tempo che ha imparato
a durare. Come l’amicizia tra queste persone.
CHAMPAGNE
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HORECA
Benvenuta
WinePrime
A Milano, debutta a gennaio 2027
il nuovo hub internazionale del vino d’alta gamma
DI MATTEO BORRÈ
Il 17 e 18 gennaio 2027 debutterà a Milano WinePrime
– Exhibition & Experience, nuovo format espositivo
a forte vocazione internazionale dedicato al
vino di alta gamma, nato dalla partnership tra Fiera
Milano ed Excellence SIDI (Società Italiana Distributori
e Importatori). La manifestazione si svolgerà negli
spazi di Allianz MiCo, con l’ambizione di posizionarsi
come hub internazionale di riferimento per
le produzioni enologiche di pregio e per la
distribuzione specializzata che opera nel
segmento alto del mercato. WinePrime
nasce per mettere in relazione produttori
provenienti dai principali terroir globali
con gli attori qualificati della distribuzione
e con il mondo Horeca, in un contesto
selettivo e fortemente orientato al business
che coinvolgerà operatori, canali retail qualificati,
sommelier, opinion leader e buyer
dei mercati chiave. L’impostazione è
quella di un evento esperienziale, in cui
le aree immersive raccontano le identità
territoriali e la qualità delle produzioni top, alternando degustazioni,
masterclass, incontri one-to-one e momenti di
approfondimento sulle tendenze di mercato, in una visione
realmente cross-border.
“WinePrime nasce per dare massima visibilità alle eccellenze
vinicole internazionali e metterle in relazione con i
mercati attraverso la distribuzione qualificata”, spiega Roberto
Foresti, vicedirettore generale di Fiera Milano. “In
questo contesto, Fiera Milano rafforza il suo ruolo strategico
nell’ambito dei consumi fuori casa e dell’ospitalità,
presidio che ricopre in modo eccellente da tempo e lancia
una nuova piattaforma di riferimento per l’incontro tra la
filiera Horeca e i principali attori del mercato internazionale
vitivinicolo contribuendo a trasformare il valore del
prodotto in opportunità concrete di sviluppo”.
Al centro del progetto vi è il ruolo della
distribuzione specializzata, chiamata a
fare da cerniera tra produttore e mercato.
“Con WinePrime nasce in Italia un evento
unico, tagliato su misura per il cliente
contemporaneo, per un target giovane e
sempre informato che cerca il confronto
ed il dialogo con i produttori, che saranno
nella maggior parte presenti a Milano”, afferma
Luca Cuzziol, presidente di Excellence
SIDI. “Un momento di incontro dove il
distributore fa da ponte tra il produttore
ed il cliente ponendosi come cardine indispensabile
per la promozione dei vini fini nel variegato
mercato italiano”. Marcello Meregalli, membro del C.d.A.
di Excellence SIDI, rivendica l’importanza del lavoro preparatorio
svolto insieme a Fiera Milano: “Mancava la progettualità
definitiva di Fiera Milano che poi, essendo anche
partner e socia nella manifestazione, ha trovato come
allineare tutti i dettagli e quindi siamo riusciti finalmente
a partire: da gennaio 2027 si farà la prima edizione di WinePrime.
Noi siamo contentissimi, perché il Gruppo Meregalli
di fiere non ne faceva più dal 2002, ma un progetto
così, fortemente orientato al mercato Horeca e concepito
senza dispersioni, in un contesto selettivo e gestibile, meritava
di essere sostenuto”. La dimensione volutamente gestibile
è uno dei punti chiave. “L’idea è quella di una fiera
più selettiva, dove in una giornata il buyer possa vedere
quei 10 o 20 produttori che sono davvero strategici per il
suo business, senza dispersioni. Questo oggi fa la differenza”.Secondo
Meregalli, anche il contesto europeo rende il
timing strategico. “In questo momento abbiamo uno scenario
che sta cambiando: da una parte c’è ProWein, che è
in forte calo; dall’altra Wine Paris, che è molto bella ma resta
comunque focalizzata sui vini francesi. Se riusciamo a
fare un focus forte qui, con tutti i brand più belli tra i distributori
e invitando anche produttori singoli, dando la possibilità
ai buyer stranieri di venire a Milano e concentrare
incontri mirati in un evento più gestibile, possiamo creare
qualcosa di veramente utile”. Meregalli sottolinea anche la
scelta strategica del capoluogo lombardo e del calendario:
“Milano è il cuore economico italiano, una città comoda
per chi viene e per chi espone, ideale anche per sviluppare
momenti collaterali fuori salone. Inoltre, gennaio è un periodo
perfetto per il portfolio tasting d’inizio anno: consente
di confrontarsi con grandi buyer e clienti Horeca per
impostare le scelte dei successivi 12 mesi. L’idea è coinvolgere
tutte le anime del fuoricasa, dalle enoteche alla
ristorazione fino alla grande hotellerie, e attrarre anche
buyer stranieri con l’aiuto di Fiera Milano. In un contesto
europeo che sta cambiando, vogliamo offrire una manifestazione
più focalizzata, dove in una giornata si possano
incontrare i produttori davvero strategici per il proprio
business”. Sul fronte dei contenuti, Marcello Meregalli
sottolinea anche l’urgenza di una riflessione più ampia sul
settore: “Continuiamo a dire che è un momento complicato
per il vino. Proprio per questo servono momenti culturali,
focus con giornalisti, operatori e opinion leader per
fare rumore in modo positivo e rilanciare il settore, anche
sotto il profilo della comunicazione”. Il focus Champagne
di Excellence SIDI resterà separato, è confermato: “L’idea
è di tenerlo staccato e collocarlo sempre tra fine settembre
e ottobre”. Anche Alessandro Sarzi Amadè, membro del
C.d.A. di Excellence SIDI, evidenzia la portata dell’iniziativa
per la categoria: “È un evento al quale lavoravamo da
tempo. Preferisco definirlo evento e non semplicemente
fiera, perché rappresenta una possibilità concreta di mettere
ancora più in evidenza il ruolo e l’importanza della
nostra categoria. A WinePrime saranno presenti esclusivamente
aziende distribuite e saremo noi stessi responsabili
della selezione: è un passaggio fondamentale, perché
il distributore viene finalmente messo in primo piano”.
Sarzi Amadè non nasconde l’impegno che ha preceduto
l’annuncio: “È stato un lavoro lungo e impegnativo per
tutto il Consiglio d’Amministrazione, ma siamo molto felici.
Sappiamo che una prima edizione può richiedere aggiustamenti,
ma siamo convinti che sarà un progetto interessante
e destinato a crescere. Milano deve essere fulcro
delle attività commerciali ed economiche, anche per il
vino. Verona comincia a stare stretta a molti e crediamo
che saranno tanti i produttori che ci seguiranno proprio
per la forza della piazza milanese e per la specificità del
format. Ma in definitiva Vinitaly e WinePrime sono due
cose diverse, due appuntamenti differenti, e possono coesistere”.
Quanto a Champagne Experience, Sarzi Amadè
precisa che l’edizione attuale resterà a Bologna, in linea
con il contratto biennale in essere, mentre per il futuro
le valutazioni restano aperte. Con WinePrime, Milano
si candida così a diventare punto di riferimento internazionale
per il vino di alto posizionamento, in un contesto
selettivo costruito per dare centralità alla distribuzione
specializzata e creare nuove opportunità concrete per
l’intera filiera attraverso incontri realmente produttivi.
Per l’Horeca e per il segmento premium, gennaio 2027
segna l’apertura di un nuovo capitolo nell’agenda del business
enologico europeo.
31
Photo: Romain Dussaulx
Debutta Lucci
il Lambrusco firmato da Ashley
Graham con Medici Ermete
conquista gli Usa
Château d'Yquem
2023
Château d’Yquem 2023 e
l’alba della nuova era Pasquini
Non è solo una nuova annata: è un passaggio di
consegne nella storia del vino di lusso. Con il
millesimo 2023, Château d’Yquem firma la prima
trilogia del XXI secolo e inaugura una nuova
stagione sotto la guida del suo nuovo ceo,
Lorenzo Pasquini, nominato nel 2025 dopo
anni alla direzione tecnica. Il debutto non
poteva che avere il tono dell’evento. Il 10 febbraio,
al Musée Bourdelle di Parigi, Yquem ha
svelato l’annata 2023 durante una serata intitolata
An Apotheosis. WineCouture era presente,
invitato a raccontare da vicino un momento
destinato a entrare negli annali. Lanciato l’11
marzo sul mercato globale, dopo la tensione
cristallina del 2021 e l’esuberanza solare del
2022, Château d’Yquem 2023 rappresenta la
sintesi perfetta tra tensione e opulenza. Annata
complessa e segnata da clima variabile, ha beneficiato
di uno sviluppo ideale della botrytis,
offrendo equilibrio, profondità aromatica e
freschezza strutturale, con una trama precisa
destinata a lunga evoluzione. In parallelo debutta
“Time Capsule”, progetto che riporta sul
mercato rare trilogie storiche del castello – 30
casse 1948-1949-1950,
simbolo della rinascita
post-bellica, e 300
casse della celebrata
1988-1989-1990 –,
rafforzando il ruolo
di Yquem tra i fine
wines da investimento.
Prosecco
Dei Cavalieri:
a Castelbrando il debutto
della nuova linea pensata
per il segmento premium
Castelbrando, una delle dimore storiche
più affascinanti del Veneto, ha fatto da cornice
al debutto della nuova linea Prosecco
Dei Cavalieri, passaggio strategico nel riposizionamento
premium del brand.
Nella scenografica Cison di Valmarino,
tra le colline Patrimonio Unesco, l’azienda
ha presentato un restyling che ridefinisce
identità e linguaggio. Nuova bottiglia,
linee essenziali e veste grafica più sofisticata
segnano un’evoluzione studiata
per rafforzare qualità, stile e riconoscibilità.
Non solo design, ma una
strategia chiara: distinguersi nel
segmento alto
con un Prosecco
che
punta su
eleganza
misurata
e coerenza
narrativa.
Terroirs & Vignerons
de Champagne
Philippe Dessertenne
nuovo direttore generale
Terroirs & Vignerons de Champagne nomina Philippe
Dessertenne nuovo direttore generale. Subentra
a Christophe Juarez, alla guida dal 2017, che andrà
in pensione dal 1° marzo 2026. 56 anni, formazione
agronomica e manageriale, Dessertenne vanta oltre
25 anni di esperienza tra cooperative e gruppi internazionali.
Guiderà da Chouilly la principale Unione
cooperativa della Champagne, che riunisce Nicolas
Feuillatte, Castelnau, Abelé 1757 e Henriot, segnando
l’avvio di una nuova fase strategica per il Gruppo.
Dalla passerella al calice, Ashley Graham debutta nel
vino e lancia negli Stati Uniti Lucci, Lambrusco Doc
Reggiano secco nato dalla collaborazione con la storica
cantina Medici Ermete. Il progetto prende forma dopo
un messaggio diretto inviato dalla top model alla maison
emiliana e si trasforma, tre anni dopo, in un brand
pensato per un pubblico giovane e contemporaneo. Prodotto
a Reggio Emilia da uve Salamino e Marani, Lucci
punta su freschezza, frutto e bevibilità,
restando fedele alle radici
territoriali. Ashley Graham
porta così il Lambrusco
su un nuovo palcoscenico
internazionale, firmando
un’operazione che unisce cultura
pop e tradizione emiliana.
E ancora...
Serena Wines 1881 chiude il 2025 in crescita e accelera
sulla strategia internazionale. Gault&Millau lancia
la sua prima guida Italia: debutto nel 2027 e Piemonte
scelto come sede ufficiale. Horeca 2026: consumi in
calo, ma il settore vale ancora 100 miliardi e un milione
e mezzo di occupati. Vendemmia 2025 stabile a 44,4
milioni di ettolitri, ma crescono le giacenze: Uiv chiede
una revisione del Testo Unico. Una nuova visione per
il vino italiano: il manifesto di Baglio di Pianetto. La
famiglia Drouhin sceglie Ghilardi Selezioni: nuova distribuzione
esclusiva per l’Italia. Ruffino firma il suo
primo Bolgheri Superiore: nasce Garzaia Doc 2023. Accordo
Ue-India, svolta per il vino europeo: dazi in calo
dal 150% al 20-30% e nuove opportunità di export. Fine
Italy 2026: il 27 e 28 ottobre torna a Riva del Garda il
marketplace B2B dedicato all’enoturismo. La Viarte
festeggia 50 anni e accelera: 8,5 milioni di investimenti
e obiettivo 300 mila bottiglie nel 2026. Vinitaly.USA a
New York la terza edizione dal 26
al 27 ottobre. Marchesi Alfieri
ritorna al vino bianco con
la nuova sfida del Timorasso.
Veronafiere, avvicendamento
al vertice: Gianni
Bruno nuovo direttore generale
vicario dal 28 febbraio.
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