TuttoBallo20 - MARZO_APRILE 2026_EnjoyArt_51
La danza, come il cinema, vive di trasformazioni. In questo numero, Tuttoballo festeggia la bellezza del cambiamento: quello dell'arte che sa reinventarsi senza perdere eleganza e cuore. In copertina, “Il Diavolo veste Prada 2” che segna il ritorno in grande stile di un film diventato icona del rapporto tra moda e potere, tra seduzione e identità. A chiudere, la controcopertina rende omaggio a un secolo dalla nascita di Claudio Villa , voce che ha incarnato l'anima popolare italiana, fatta di passione, nostalgia e sogno. All'interno, pagine dedicate all'arte e alla pittura, all'attualità, al teatro e al cinema, per un itinerario che attraversa la creazione contemporanea in tutte le sue forme. Perché, come nella danza, ciò che conta non è solo il movimento, ma l'anima che lo genera. Tuttoballo 51: quando l'eleganza del gesto incontra la forza della visione. Buona lettura...
La danza, come il cinema, vive di trasformazioni. In questo numero, Tuttoballo festeggia la bellezza del cambiamento: quello dell'arte che sa reinventarsi senza perdere eleganza e cuore. In copertina, “Il Diavolo veste Prada 2” che segna il ritorno in grande stile di un film diventato icona del rapporto tra moda e potere, tra seduzione e identità. A chiudere, la controcopertina rende omaggio a un secolo dalla nascita di Claudio Villa , voce che ha incarnato l'anima popolare italiana, fatta di passione, nostalgia e sogno.
All'interno, pagine dedicate all'arte e alla pittura, all'attualità, al teatro e al cinema, per un itinerario che attraversa la creazione contemporanea in tutte le sue forme. Perché, come nella danza, ciò che conta non è solo il movimento, ma l'anima che lo genera.
Tuttoballo 51: quando l'eleganza del gesto incontra la forza della visione. Buona lettura...
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TuttoBallo
Attualità, Arte, Cinema, Danza, Musica e Teatro
m a r z o - a p r i l e 2 0 2 6
51
© F R E E P R E S S O N L I N E - v i e t a t a l a r i p r o d u z i o n e D I R E T T A D A F A B R I Z I O S I L V E S T R I - S E G R E T E R I A D I R E D A Z I O N E P I N A D E L L E S I T E - T U T T O B A L L O 2 0 @ G M A I L . C O M - e d i z i o n e " S t e f a n o F r a n c i a E n j o y A r T "
TuttoBallo - MARZO/APRILE n. 51
Copertina: Il Diavolo Veste Prada 2- Maryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci ©DineyItalia
Contro copertina. CLAUDIO VILLA - © Famiglia Pica.
Editore "Stefano Francia" EnjoyArt
Direttore - Fabrizio Silvestri
Vice direttore - Eugenia Galimi
Segretaria di redazione - Pina delle Site
Redazione - Marina Fabriani Querzè, Luca Fochetti.
COLLABORATORI: Lisa Bernardini, Maria Luisa Bossone, Antonio Desiderio,
Francesco Fileccia, David Bilancia, Giovanni Fenu, Mauri Menga, Sandro
Mallamaci, Luca Fochetti, Walter Garibaldi, Francesco Leone, Assia
Karaguiozova, Elza De Paola, Giovanna Delle Site, Francesca Meucci.
Fotografi: Luca Di Bartolo, Monica Irma Ricci, Elena Ghini, Cosimo Mirco
Magliocca Photographe Paris, Luca Valletta, Raul Duran, Raul, Alessio
Buccafusca, Alessandro Canestrelli, Alessandro Risuleo. Altre foto pubblicate
sono state concesse da uffici stampa e/o scaricate dalle pagine social dei
protagonisti.
CREDITI FOTO
Le immagini e le fotografie qui presentate, nel rispetto del diritto d’autore,
vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65
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I collaboratori cedono all'editore i loro elaborati a titolo gratuito.
Testata giornalistica non registrata di proprietà: ©ASS: Stefano Francia EnjoyArt
per contattare la redazione Tuttoballo20@gmail.com
Editoriale
La danza, come il cinema, vive di trasformazioni. In
questo numero, Tuttoballo festeggia la bellezza del
cambiamento: quello dell'arte che sa reinventarsi senza
perdere eleganza e cuore. In copertina, “Il Diavolo veste
Prada 2” che segna il ritorno in grande stile di un film
diventato icona del rapporto tra moda e potere, tra
seduzione e identità. A chiudere, la controcopertina rende
omaggio a un secolo dalla nascita di Claudio Villa , voce
che ha incarnato l'anima popolare italiana, fatta di
passione, nostalgia e sogno.
All'interno, pagine dedicate all'arte e alla pittura,
all'attualità, al teatro e al cinema, per un itinerario che
attraversa la creazione contemporanea in tutte le sue
forme. Perché, come nella danza, ciò che conta non è
solo il movimento, ma l'anima che lo genera.
Tuttoballo 51: quando l'eleganza del gesto incontra la
forza della visione. Buona lettura...
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STEFANO FRANCIA ENJOYART
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Il Diavolo Veste Prada 2:
Miranda e Andy tornano a Regnare!
Fabrizio Silvestri
Il Diavolo Veste Prada 2 : vent'anni dopo, il ritorno di un cult intramontabile. Uscito
nel 2006, il primo film ha conquistato il mondo con oltre 326 milioni di dollari al
botteghino, dovuta nomination agli Oscar e un'icona come Miranda Priestly,
definendo un'epoca per moda e cinema. Diretto da David Frankel e tratto dal
romanzo di Lauren Weisberger, Il Diavolo Veste Prada ha trasformato Anne
Hathaway in Andy Sachs, l'assistente goffa catapultata nel caos glamour di
Runway , e consacrato Meryl Streep come la tirannica Miranda Priestly. Emily
Blunt (Emily Charlton) e Stanley Tucci (Nigel) hanno completato un cast perfetto,
con scene cult come “Cerulean blue” e “That's all!” entrate nel linguaggio
comune. Il film ha influenzato generazioni, mixando satira sul mondo moda,
ambizione e crescita personale, con un box office globale che lo rende ancora un
riferimento per le commedie brillanti
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Il Diavolo Veste Prada 2 arriva nelle sale italiane il 29
aprile 2026 (1º maggio negli USA), sempre per 20th
Century Studios e con lo stesso regista David Frankel
e sceneggiatrice Aline Brosh McKenna. Meryl Streep,
Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci
riprendono i ruoli principali, affiancati da new entry
come Kenneth Branagh, Lucy Liu, Lady Gaga, Justin
Theroux e Simone Ashley. Miranda Priestly affronta la
crisi dell'editoria cartacea nell'era digitale, con Runway
in bilico tra tradizione e innovazione; Andy Sachs, ora
giornalista di successo, torna nella sua orbita in un
confronto tra passato e presente. Riprese a New York
e Milano (tra cui una sfilata Dolce & Gabbana 2025)
promettono look contemporanei, con paparazzate che
già svelano trench di vinile per Streep. I trailer
confermano il tono graffiante originale, con il mondo
della moda sotto i riflettori in un'epoca di sociale e
sostenibilità.
Cast Principale : Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily
Blunt, Stanley Tucci, Kenneth Branagh, Lady Gaga.
Il Diavolo Veste Prada 2: Maryl Streep . Anne Hathaway ©Disney
Il Diavolo Veste Prada 2: Maryl Streep Stanley Tucci ©Disney
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Il Diavolo Veste Prada 2: Maryl Streep Stanley Tucci ©Disney
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Claudio Villa
100 anni di musica
Fabrizio Silvestri
Nel 2026, nel centenario della nascita, Roma dedica a Claudio Villa un appuntamento speciale: "Claudio Villa. 100 anni di
musica", in programma venerdì 13 marzo 2026 alle ore 11.00 presso l'Auditorium dell'Istituto Centrale per i Beni Sonori e
Audiovisivi, in via Michelangelo Caetani 32. Claudio Villa è l’artista che ha segnato la storia del canto popolare italiano. A
dialogare sul lascito umano e artistico del “Reuccio” saranno Patrizia Baldi, moglie del cantante, Mauro Pica Villa, Anna
Biagiotti in rappresentanza del Fan Club, il cantautore e esperto musicale Piji, il cantante Riccardo Antonelli e l'attore e regista
Franco Antonelli. A condurre l'incontro è il giornalista e scrittore Marco Pastonesi, che guiderà il pubblico in un percorso tra
ricordi, aneddoti, ascolti e riflessioni sul ruolo di Villa nella storia della canzone italiana. Durante la mattinata è previsto anche
un annullo filatelico dedicato a Claudio Villa, un gesto simbolico che inserisce ufficialmente la sua memoria nel percorso
filatelico e culturale del Paese trasformando il centenario in un'occasione di riconoscimento civile oltre che artistico. L'Istituto
Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi, custode di un patrimonio prezioso di registrazioni e documenti, diventa così il luogo
naturale per celebrare una voce che ha abitato per decenni l'immaginario sonoro degli italiani.
A cento anni dalla nascita, Claudio Villa resta
un punto di riferimento imprescindibile per
chiunque si avvicini alla canzone d'autore, al
repertorio melodico e alla tradizione romana.
Le sue interpretazioni, riproposte oggi in
programmi storici e piattaforme digitali,
continuano a parlare a nuove generazioni,
mostrando come una voce possa attraversare
il tempo quando sa farsi racconto di un'epoca e
di una città. Nel giorno in cui Roma lo ricorda,
l'omaggio non è solo al mito del “Reuccio”, ma
al ragazzo di Trastevere che ha trasformato la
propria storia in canto, dando alle emozioni
popolari una forma nobile e duratura. È questa
eredità – fatta di dischi, film, apparizioni
televisive e memorie familiari – che l'evento del
13 marzo intende rimettere al centro, perché la
voce di Claudio Villa continua a risuonare, viva,
nel paesaggio sonoro del presente.
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Claudio Villa (Roma, 1º gennaio 1926 – Padova, 7 febbraio 1987), noto come il “Reuccio” della canzone italiana, ha
segnato oltre quarant'anni di carriera con decine di milioni di dischi venduti e la voce simbolo del bel canto romano. Nel
centenario della nascita, Roma lo celebra con l'evento "Claudio Villa. 100 anni di musica" del 13 marzo 2026 all'Istituto
Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi, inclusa un'annullo filatelico dedicato.
Nato Claudio Pica a Trastevere, in via della Lungara, da padre vetturino e madre casalinga, Villa cresce con canzoni
romane e stornelli, influenzata dai grandi tenori. Esordisce negli anni Quaranta nei locali romani durante la guerra,
offrendo evasione con la sua voce potente; radio e TV lo lanciano come star del dopoguerra.
Negli anni '50-'60 domina Sanremo con 13 partecipazioni e 4 vittorie, conquistando con timbro caldo e presenza
scenica; trionfa a Canzonissima, Festival di Napoli (“'O sole mio”, “Granada”) e nel cinema con 30 film, esportando il
mito del “Reuccio” all'estero.
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Ciò che si mostra con meraviglia di fronte ai
nostri occhi è un richiamo a qualcosa di
profondo, che ci appartiene. Se rimaniamo nel
momento, in quel momento, con l'attenzione
necessaria, come se ci trovassimo dinanzi allo
stupore gioioso assoluto, che cerchiamo da tutta
la vita, vedremo con l'anima oltre che col cuore e
gli occhi. La fotografia che vai cercando è dentro
di te, è la tua immagine innata, il tuo imago, ciò
per cui sei al mondo e ti riconosci.
Lì vi sono tutti i tuoi valori autentici, i tuoi diritti
esistenziali, ciò che nessuno può toglierti; vi è la
tua manifestazione gioiosa della vita.
Quando istintivamente stai per scattare una
fotografia pronuncia sinceramente un "sì".
Pian piano arriverai alla tua destinazione e nulla ti
sembrerà come prima, bensì sarà tutto familiare a
te. È lì per te, ogni singola fotografia, in ogni
singola fotografia.
Presto ti riconoscerai, e ti amerai nella tua
essenza, poiché ogni fotografia è una
manifestazione della tua essenza, e puoi e devi
rimanere in quel momento, come se null'altro
esistesse. È il presente, è infinita felicità.
Che ti trovi in una guerra; a fotografare un fiore;
in uno studio, quella è la tua felicità da fotografo.
Rimani, senza scappare. Senza temere la felicità.
Davide Bilancia
TuttoBallo
Massimo Bomba
Arte, Cultura, Semiotica,
Astrologia, Divinazione e Design
a Via Margutta
Massimo Bomba non è nuovo all’incontro con il pubblico, che
affascina da sempre con il suo stile, la sua cultura e —
diciamolo — con la conoscenza di argomenti che da secoli
incuriosiscono e attraggono tutti noi.
Nella suggestiva Galleria Margutta Home, raffinato spazio
espositivo situato nella culla romana dell’arte, la celeberrima Via
Margutta, Marina Marseglia e Beatrice Vuotto hanno accolto —
a grande richiesta e sull’onda del successo del precedente
incontro — lo stilista e scrittore, esperto di simbologia e
divinazione.
Margutta Home non è un semplice negozio, ma una vera
piattaforma di incontro e condivisione: un laboratorio creativo
dove il design dialoga con l’arte contemporanea, generando
affascinanti contaminazioni culturali.
Il pubblico è accorso numerosissimo, riempiendo lo spazio
espositivo come le stelle che popolano il cielo dal crepuscolo
alla notte. Tra appassionati e affezionati estimatori erano
presenti la creatrice di gioielli artigianali Serena Bonifazi, l’artista
Carlo Alvise Crispolti e Marialuigia Anna Pellegrino.
Circondato dalle celebri mantelle — indossate in una suggestiva
presentazione da Beatrice Vuotto — e dai fantasiosi e
vivacissimi disegni di moda che esaltano la figura femminile,
Massimo Bomba ha aperto l’incontro incantando i presenti con
approfondimenti sulla simbologia nascosta dietro modi di dire
antichi e contemporanei.
L’Egitto è stato il protagonista indiscusso della conversazione,
evocato attraverso racconti — reali o leggendari — sulle origini
dell’astrologia, sulle osservazioni delle coincidenze legate alla
luna, ai capelli e perfino alle nascite. L’autore si è poi soffermato
sulla fisiognomica, esplorando come il volto possa rivelare molto
più di quanto immaginiamo: un invito ad ascoltare il corpo, che
parla attraverso un inconscio ancestrale, spesso ignorato ma
capace di offrirci segnali preziosi, non soltanto di allarme.
Il clou dell’incontro è giunto quando, partendo da data, ora e
luogo di nascita forniti dal pubblico partecipe, Massimo Bomba
ha interpretato il rapporto tra la posizione degli astri e il
carattere delle persone, ricordando come l’oroscopo possa
essere letto come una mappa della psiche.
In più di un’occasione, l’armonia emersa tra carta astrale e
personalità si è rivelata così sorprendente che l’incontro
sarebbe potuto proseguire fino a “riveder le stelle”,
accompagnato da squisiti cioccolatini che hanno reso
l’atmosfera ancora più calda e memorabile.
TuttoBallo
TuttoBallo
The Fountain of Filth
La fontana che fa vomitare Londra è
l'installazione di Channel 4 che fa riflettere sullo
scandalo delle acque reflue in Inghilterra.
A Londra, Channel 4 ha trasformato per tre giorni l’Observation Point di South Bank in una fontana che
sbatte in faccia alla capitale inglese la verità sullo scandalo delle acque reflue in Inghilterra. E lo ha fatto
con The Fountain of Filth, un’installazione brutale ideata dall’agenzia interna 4Creative di Channel 4
insieme a Glue Society e Biscuit Filmworks per lanciare una nuova serie, Dirty Business.
Dieci metri di diametro, bronzo che sembrano uscite da una piazza barocca, ma con un dettaglio che
spezza ogni retorica: uomini, donne e bambini non celebrano nulla, vomitano acqua marrone e torbida. Un
gesto forte che richiama le esperienze di chi sostiene di essersi ammalato dopo il contatto con fiumi e mari
contaminati da scarichi fognari non trattati.
Al vertice, un uomo in giacca e cravatta. Le tasche gonfie di banconote, la valigetta che trabocca di denaro.
Una sintesi visiva delle responsabilità e delle falle sistemiche che la serie porta alla luce. Le statue non
sono allegorie generiche. I volti sono stati modellati attraverso scansioni 3D di persone reali, tra cui l’ex
campionessa nazionale di surf Sophie Hellyer e la giornalista e guida di nuoto outdoor Ella Foote. Non
comparse, ma veri e propri testimoni.
Sulla targa, un QR code invita ad ascoltare The Sick Truth Behind Britain’s Sewage Scandal: interviste che
danno voce a chi denuncia un costo umano troppo spesso ignorato. L’installazione diventa così un punto di
accesso a storie che difficilmente trovano spazio nei media.
La serie, interpretata da David Thewlis, Jason Watkins, Asim Chaudhry, Tom McKay e da Posy Sterling,
nasce da un’indagine decennale sulle compagnie idriche inglesi. Prodotta da Halcyon’s Heart, intreccia le
storie di whistleblower e cittadini che raccontano vite compromesse dall’esposizione ad acque inquinate.
L’operazione si estende oltre la scultura: furgoni pubblicitari raggiungono le sedi delle compagnie idriche
invitandole a prepararsi al loro “close up”, mentre sulle spiagge già colpite dagli scarichi compare una
domanda secca: “Would You Swim Here?”. La strategia media è firmata OMD UK.
The Fountain of Filth trasforma così un oggetto familiare come la fontana in un atto d’accusa. Un progetto
che fa discutere perché quando lo scandalo è sotto gli occhi di tutti, forse serve una fontana che costringa
davvero a guardare ciò che succede anche lontano dal nostro quotidiano.
TuttoBallo
fonte Collater.al
TuttoBallo
DANZARE DOPO I 50
di
Eugenia Galimi
Vicedirettore TB20
Danzare dopo i 50: non è troppo tardi, è il momento giusto
C’è un momento, intorno ai cinquant’anni, in cui molte persone sentono il
bisogno di fare qualcosa per sé. Non per competere, non per dimostrare,
ma per sentirsi vive. Sempre più spesso, quel “qualcosa” è la danza.
TuttoBallo
Per anni l’abbiamo associata alla giovinezza e alla performance. Oggi invece le sale si riempiono di adulti e Over50 che
scelgono classico base, contemporaneo, tango, modern o balli di coppia con uno spirito diverso: non arrivare, ma sentire.
Un corpo che cambia… e si adatta
È vero: dopo i 50 il recupero è più lento, la flessibilità può diminuire, le articolazioni richiedono più attenzione. Ma il corpo
adulto è sorprendentemente adattabile. La danza: migliora equilibrio e coordinazione, stimola memoria e concentrazione,
mantiene tono muscolare e mobilità, aiuta a ridurre stress e tensioni Le sequenze coreografiche attivano mente e corpo
insieme: è allenamento fisico, ma anche neurologico. Rimettersi in gioco (senza giudizio) Molti Over50 arrivano in sala
con entusiasmo e timore: “Sarò all’altezza?”.
La verità è che a questa età cambia l’obiettivo. Non si cerca la perfezione, ma l’esperienza.
Chi ha danzato da giovane e torna dopo anni scopre che il corpo ricorda, anche se in modo diverso. Non si tratta di
“essere come prima”, ma di abitare il movimento con maggiore consapevolezza.
La danza dopo i 50 non è nostalgia. È presenza. Il valore di una sala inclusiva. Per le scuole di danza, aprirsi agli Over50
significa adottare un approccio mirato: riscaldamento progressivo, attenzione all’allineamento, varianti degli esercizi e un
clima non competitivo. Un adulto porta in sala esperienza di vita, ascolto e profondità espressiva. E questo arricchisce
tutto il gruppo. Danzare dopo i 50 non è un capriccio. È un atto di cura. È scegliere, finalmente, uno spazio per sé.
Perché la danza non chiede l’età. Chiede presenza.
TuttoBallo
BOX TECNICO
Iniziare (o ricominciare) dopo i 50: 7 consigli pratici
1. Scegli il corso giusto
Preferisci classi dedicate agli adulti o livelli base/intermedio con insegnanti attenti alla
progressione.
2. Non saltare il riscaldamento
È fondamentale: prepara articolazioni e muscoli e riduce il rischio di infortuni.
3. Lavora sulla mobilità, non sulla forzatura
La flessibilità migliora con costanza, non con lo sforzo eccessivo.
4. Cura l’allineamento
Postura e appoggi corretti proteggono schiena, ginocchia e anche.
5. Ascolta i tempi di recupero
Concediti pause adeguate tra una lezione e l’altra.
6. Inserisci un lavoro complementare
Pilates, stretching dolce o potenziamento leggero aiutano a sostenere la tecnica.
7. Goditi il percorso
L’obiettivo non è tornare indietro, ma scoprire una nuova qualità del movimento.
TuttoBallo
La legalità selettiva e
il paradosso italiano
DI
SANDRO MALLAMACI
Ogni volta che un evento atmosferico estremo colpisce il Sud Italia, la reazione pubblica segue un copione ormai
prevedibile. Non si parte dall’analisi del fenomeno naturale né dalla prevenzione mancata, ma dalla ricerca del colpevole.
E il colpevole, quasi sempre, è già individuato: il territorio, l’abusivismo, in ultima analisi le persone che lo abitano.
Eppure il punto di partenza dovrebbe essere un altro. Gli eventi che colpiscono aree come Niscemi non sono più
imprevedibili. La morfologia del territorio è nota, il rischio idrogeologico pure. In molti casi non servirebbero opere
straordinarie, ma interventi ordinari: analisi preventive, manutenzione, opere semplici di contenimento e di regimentazione
delle acque. Misure poco costose se confrontate con i danni e, soprattutto, con i rischi per la vita delle persone.
Quando queste misure non vengono adottate, non siamo davanti a una fatalità. Siamo davanti a una mancata
prevenzione.
Qui entra in gioco il doppio standard. Se un’alluvione colpisce il Nord, si parla di cambiamento climatico, di evento
eccezionale, di fragilità del territorio. Se colpisce il Sud, il racconto si sposta immediatamente sull’abusivismo e
sull’illegalità diffusa. Gli stessi errori di pianificazione, che esistono ovunque in Italia, diventano al Sud una colpa morale,
non un fallimento delle politiche pubbliche.
La gestione del territorio, però, non produce consenso. È continua, invisibile, non si inaugura. Le grandi opere simboliche,
al contrario, parlano alla maggioranza che non vive quotidianamente il rischio. Così diventa più facile spendere risorse per
progetti faraonici che per la messa in sicurezza di comunità considerate marginali. Nel frattempo, chi vive in aree fragili
viene raccontato come un costo, un problema, qualcuno che “pretende aiuti”.
Arriviamo allora al nodo più scomodo. Anche ammettendo, per ipotesi, che interi quartieri o paesi siano stati costruiti in
abuso, la domanda giusta non è “perché hanno costruito illegalmente?”, ma “perché quella era l’unica risposta possibile a
un bisogno primario?”. Qui non parliamo di speculazione edilizia, ma di edilizia di necessità: famiglie senza alternative,
assenza di edilizia pubblica, pianificazione urbana inesistente. In queste condizioni, l’abusivismo non è una devianza, ma
una risposta sociale a un vuoto istituzionale.
Per decenni lo Stato ha tollerato, non ha regolarizzato, non ha messo in sicurezza. Poi, dopo il disastro, riscopre la legalità
e la applica solo a posteriori. Una legalità così non è giustizia: è uno scarico di responsabilità.
Il paradosso diventa evidente osservando ciò che accade altrove. A Milano, edifici costruiti in spregio alle regole,
operazioni chiaramente speculative e appartamenti venduti a prezzi altissimi vengono raccontati come “disagi” di
acquirenti e imprenditori. Il mancato decreto “salva Milano” viene presentato come una colpa dello Stato. Qui l’illecito non
è di necessità, è di profitto. Eppure chi lo ha commesso viene descritto come onesto imprenditore, non come speculatore.
Due illegalità, due giudizi morali opposti.
Al Sud, la casa di necessità diventa simbolo di arretratezza e colpa.
Nelle grandi città, l’abuso milionaro diventa incertezza normativa da sanare.
La differenza non è giuridica, ma politica e sociale. La legalità viene usata come una clava contro i deboli e come uno
scudo per i forti. Non si distingue più tra legale e illegale, ma tra chi conta e chi no.
Questo non è un problema Nord-Sud. Il Sud è solo il luogo dove questa dinamica è più visibile, perché ha meno potere,
meno voce, meno protezione. Finché le catastrofi saranno raccontate come colpe delle vittime e non come fallimenti dello
Stato, finché la prevenzione sarà sacrificata al consenso e la legalità applicata in modo selettivo, non ci sarà né sicurezza
né giustizia.
E continuare a chiamare tutto questo “inevitabile” è solo il modo più comodo per non cambiare nulla.
TuttoBallo
41ª Edizione del Premio Internazionale “Fontane
di Roma” – Premiato il Direttore Fabrizio Silvestri
Di
Pina Delle Site
41ª Edizione del Premio Internazionale “Fontane di Roma”
– Premiato il Direttore Fabrizio Silvestri di Pina Delle Site
Roma celebra le sue eccellenze nel segno del “Nasone”,
la storica fontanella in ghisa che da oltre un secolo
disseta cittadini e viaggiatori, diventando simbolo
silenzioso ma potente della Capitale. È proprio questa
icona popolare ad aver rappresentato l’edizione 2025 del
Premio Internazionale “Fontane di Roma”, giunto alla 41ª
edizione. La manifestazione, promossa dalla Fondazione
La Sponda ETS insieme all’Accademia Internazionale La
Sponda, affonda le sue radici in una lunga tradizione di
impegno culturale e civile. Ideato dal Presidente Benito
Corradini, il Premio nasce con l’intento di valorizzare
personalità distintesi per competenza, responsabilità e
dedizione nei campi della cultura, dell’arte, della fede, del
lavoro e della salute, promuovendo dialogo e
collaborazione tra realtà diverse. La cerimonia di
premiazione si è svolta il 21 novembre 2025 nella
suggestiva Sala Alessandrina dell’Accademia di Storia
dell'Arte Sanitaria, cornice di grande prestigio storico e
artistico. A guidare l’evento lo stesso Corradini, affiancato
dalla dott.ssa Daniela de Feo, in un clima di
partecipazione e riconoscimento condiviso. La Giuria
d’Onore, presieduta da S.E. Mons. Prof. Gianfranco
Girotti, ha selezionato figure di spicco del panorama
nazionale e internazionale appartenenti ai mondi
dell’informazione, delle istituzioni, dell’imprenditoria,
dell’arte, della sanità e del sociale.
Tra i premiati figuravano autorevoli protagonisti del
mondo dell’informazione come Carlo Bartoli,
Presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti,
riconosciuto per il suo costante impegno nella difesa
della libertà di stampa e della deontologia
professionale, insieme a giornalisti e rappresentanti
della Stampa Estera in Italia, esponenti della RAI e
delle principali testate nazionali e internazionali. Tra i
i momenti più toccanti della serata, anche il Premio
alla Memoria conferito al produttore cinematografico
Manolo Bolognini, nel centenario della nascita, tributo
a una figura che ha lasciato un segno significativo nel
panorama del cinema italiano. A fare da filo
conduttore dell’intera edizione è stato il “Nasone
romano”, simbolo scelto per rappresentare i valori
cardine del Premio: condivisione, servizio pubblico,
sostenibilità e continuità tra tradizione e futuro. Con la
sua acqua sempre disponibile e gratuita, il Nasone
incarna l’identità più autentica di Roma e la sua
vocazione all’accoglienza, divenendo metafora di un
riconoscimento che da oltre quarant’anni celebra
l’eccellenza e l’impegno al servizio della collettività. A
suggellare la serata, per noi con un’emozione ancora
più intensa, è stato il riconoscimento conferito a
Fabrizio Silvestri, Direttore di Tuttoballo 20. La sua
premiazione ha rappresentato un momento di
autentico orgoglio. Professionista di grande
esperienza, guida autorevole e punto di riferimento
umano prima ancora che professionale, Silvestri ha
incarnato pienamente i valori del Premio: rigore,
passione, dedizione e senso di responsabilità. Alla
guida di Tuttoballo 20 ha dimostrato una rara
capacità di coniugare competenza e sensibilità,
visione strategica e attenzione alle persone. La
passione costante, l’impegno instancabile e la cura
con cui ha valorizzato il lavoro di squadra hanno
lasciato un segno profondo non solo sul piano
professionale, ma anche umano. Il premio ricevuto
diventa così il riconoscimento di una leadership
illuminata e di un esempio quotidiano di integrità e
amore per il proprio mestiere. A lui vanno i
complimenti sinceri e il tributo affettuoso di tutti noi
collaboratori di Tuttoballo 20: per la fiducia che ci ha
sempre accordato, per la capacità di ascolto, per
l’entusiasmo contagioso e per la dedizione con cui
ogni giorno guida la nostra realtà editoriale. Questo
premio celebra il suo percorso, ma per noi
rappresenta anche il riconoscimento di una visione
condivisa, costruita insieme sotto la sua guida. Con
gratitudine e stima, siamo orgogliosi di camminare al
suo fianco.
Onda di successo per "Ulisse nell'occhio della Maga
Circe", spettacolo di Danza e Lirica di Kevin Arduini
d
Elisabetta Grossi
Frosinone – Un'onda travolgente di presenze, interesse
vibrante e un plauso unanime del pubblico ha letteralmente
invaso la performance "Ulisse nell'occhio della Maga Circe"
della Compagnia Teatrale Nestor, abilmente diretta dal
talentuoso Kevin Arduini. Lo spettacolo, tenutosi l'8 febbraio al
Teatro Vittoria di Frosinone – città natale che ha cullato la
formazione artistica di Arduini, regista e coreografo visionario –
ha registrato un trionfale tutto esaurito. Il pubblico, rapito e
immerso in un silenzio carico di emozione, ha seguito con il
fiato sospeso le peripezie dell'eroe omerico Ulisse,
magistralmente incarnato da Andrea De Filippi, e della
seducente maga Circe, interpretata dal soprano Lorella Fabrizi
con una voce incantatrice e magnetica che ha stregato l'intera
platea. Ispirato non solo all'epica dell'"Odissea" di Omero, ma
anche alle evocative "Metamorfosi" di Ovidio, lo spettacolo
rivisita il mito con audace originalità. Qui Circe emerge come
un'incantatrice dal cuore torbido e misterioso, capace di
metamorfosi maligne e sortilegi ipnotici, ma che
progressivamente svela un volto candido e vulnerabile: quello
di una fanciulla segnata da relazioni tossiche e tradimenti,
eternamente attratta dalla fragilità dei mortali e dalla forza dei
sentimenti autentici. Il climax emotivo arriva quando Ulisse e
Circe, dopo un duello di passioni represse, confessano un
amore puro e travolgente, destinato però a un'amara
ineluttabilità: i due amanti, uniti dal destino solo per un istante,
sono separati per sempre dalle leggi divine e umane. Questa
Circe, emblema di sensualità prorompente, libertà indomita e
femminilità magnetica, prende vita grazie alla voce unica e
ipnotica di Lorella Fabrizi, un soprano dalla potenza vocale
stupefacente che fonde lirismo operistico con un timbro
seducente e penetrante, elevando il personaggio a icona
moderna di complessità emotiva. Merita un encomio speciale
l'interpretazione di Andrea De Filippi come Ulisse: con una
presenza scenica imponente, l'attore infonde al ruolo
un'espressività straordinaria, alternando passione ardente,
delicatezza poetica e forza eroica. Nei vari atti, dal confronto
iniziale carico di tensione erotica all'introspezione finale intrisa
di malinconia, De Filippi cattura ogni sfumatura del viaggiatore
errante, rendendolo umano e toccante. Non meno affascinante
è il contributo della danzatrice Camilla Madama, che con grazia
felina e movimenti fluidi dà corpo alle creature enigmatiche
dell'isola di Eea: maiali antropomorfi, leoni ammaestrati e spiriti
eterei prendono vita attraverso coreografie ipnotiche,
accompagnate dalla musica eterea e ossessiva di Max Richter,
le cui note elettroniche e minimaliste creano un'atmosfera
onirica e sospesa, quasi un ponte tra antico, mito e
contemporaneità. Intenso, stratificato e pregno di significati
universali – amore impossibile, metamorfosi interiore, il conflitto
tra desiderio e destino – lo spettacolo ha già conquistato
prestigiosi palcoscenici internazionali: dall'Opera di Belgrado al
Teatro Quirino di Roma, passando per i principali teatri del
Centro Italia. Un trionfo che conferma la vitalità della
Compagnia Nestor e il genio di Kevin Arduini nel rileggere i
classici con occhi moderni, offrendo al pubblico un'esperienza
totalizzante che unisce teatro, danza, musica e canto in un
vortice di emozioni indimenticabili.
TuttoBallo
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Tango: un cuore pulsante di passione in
movimento al Teatro D'Annunzio
Di
Elisabetta Grossi
Il 26 febbraio il Teatro D'Annunzio di Latina ha vibrato al ritmo di "Tango: passione in movimento", uno spettacolo
che ha incantato il pubblico con un'esplosione di emozioni e grazia. Protagonista assoluta Valentina Zagami,
regista e direttrice artistica della Compagnia “Balletto di Latina”, che ha dato vita ad un evento indimenticabile. Al
centro della serata, un connubio artistico fra danza e musica magistrale: l'Orchestra del Conservatorio di Musica
“Ottorino Respighi” di Latina, diretta dal M° Massimiliano Carlini, ha accompagnato ogni passo con melodie
avvolgenti e intense. Le coreografie, firmate da Valentina Zagami, Karen Fantasia e Manuel Parruccini, hanno
esplorato una matrice emotiva passionale, trasformando il palco in un cuore pulsante di desideri e slancio vitale.
Sedici danzatori della Compagnia “Balletto di Latina”, supportati da due talentuosi danzatori ospiti, hanno dato
corpo al Tango in tutte le sue sfaccettature: dagli abbracci ardenti alle rotazioni ipnotiche, passando per
milonghe sensuali e ritmi travolgenti. Ogni movimento raccontava una storia di fuoco interiore, con cambi di luce
che accentuavano la tensione intensa e la complicità tra i corpi. Valentina Zagami, con la sua visione artistica, ha
fuso tradizione argentina e innovazione contemporanea, creando quadri scenici che sono riusciti a catturare
l'anima. "Il Tango è passione in movimento, un dialogo senza parole tra danza e musica", ha dichiarato la
regista, sottolineando il ruolo cruciale avuto grazie alla direzione d’Orchestra. Le coreografie hanno portato
tocchi di eleganza eterea infondendo un’energia prorompente e dimostrando tecnica e precisione all’occhio del
folto pubblico presente in sala. L’intero spettacolo ha ricevuto applausi scroscianti, confermando il talento della
Compagnia “Balletto di Latina”, trasformando la serata in un autentico trionfo che ha unito in un’armonia perfetta i
suoi sedici danzatori ai due ospiti, danzatori di tango argentino.
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Exclusive Dance Festival…
Le stelle della danza arrivano in Versilia
Exclusive Dance Festival… le selle della danza arrivano in Versilia…
Il panorama internazionale della danza di coppia si illumina con l'arrivo
dell' Exclusive Dance Festival , un evento imperdibile dal 16 al 19 aprile
2026 nell'incantevole cornice di Forte dei Marmi, in Versilia. Organizzato
senza vincoli federativi, questo festival offre a tutti i ballerini e pubblico
quattro giorni di passione, competizione e formazione, attirando i migliori
ballerini mondiali in danze standard e latino-americane & smooth .
Direzione Artistica d'Eccellenza
Alla guida artistica, i pluricampioni internazionali Emanuela Napolitano e
Gaetano Iavarone, finalisti ai mondiali , Blackpool Dance Festival , Uk
Open , International Open , nella categoria Open Professional Ballroom,
pluri campioni italiani , Campioni Europei , e con ulteriori successi in
campionati Italiani, europei e Mondiali.
L'evento si svolgerà al Versilia Lido | UNA Esperienze , hotel 4 stelle
fronte mare con piscina, SPA e spazi perfetti per un'immersione totale
nella danza.
Programma Intenso e Variato
16 aprile : Stage internazionali con maestri di calibro mondiale, Con
Lezioni individuali, Lectures e allenamenti.
17 aprile : intensa giornata divisa tra studio nella prima parte , e nella
seconda parte
Gran Galà con cena danzante, spettacoli e musica dal vivo .
18-19 aprile : Gare internazionali per Pro-Am (amatori con maestri, stile
"Ballando con le Stelle" top level), coppie e solo;
Il 19 sera grande festa conclusiva.
Durante il festival, verrà assegnato il prestigioso Premio Stefano Francia
EnjoyArt alla coppia più distinta, consegnato da Fabrizio Silvestri ,
presidente dell'associazione, giornalista, autore e regista Rai.
Partecipa anche a tu!
Unisciti come pubblico per gala, gare e party, o come ballerino
(Coppia,solo, Pro-Am) senza affiliazioni federative: iscriviti subito su
www.exclusivedancefestival.com e vivi l'energia della Versilia!
Posti limitati – non perdere questa festa unica sul mare!
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“All Stars”
L'Associazione Culturale "All Stars" di Sutri rappresenta un'eccellenza nel panorama artistico della Tuscia,
nata nel 2016 per promuovere spettacoli e formazione musicale. Fondata da Francesca Maria Lotà come
presidente, Stefano Fabiani come vicepresidente e Laura Altissimi come segretaria, conta oggi trenta alunni
di età compresa tra i 9 ei 68 anni.
Origini e Struttura
Nata a Sutri nel cuore della Tuscia, l'associazione unisce generazioni diverse in un percorso formativo
completo. Gli alunni imparano la gestione del palco, la respirazione, l'uso del microfono, l'interpretazione,
l'intonazione e la dizione, favorendo una preparazione professionale. Questa esperienza ha creato una
"famiglia" unita da passione per spettacolo e musica.
Spettacoli e Temi Sociali
Insieme ai ragazzi della scuola, ha realizzato spettacoli su temi come femminicidio e bullismo, raccogliendo
ampi consensi dal pubblico. Il coro "Gli Agorà", formato da alcuni allievi, ha ottenuto numerosi
riconoscimenti. Questi progetti uniscono recitazione, canto e sensibilizzazione sociale.
Collaborazioni e Premi
L'associazione ha collaborato con la onlus "Cuore di Mamma", vicina all'ospedale Bambino Gesù,
devolvendo l'intero incasso di uno spettacolo. Ha partecipato due volte come partner all'evento
internazionale “Aspettativa Europa nel Mondo”, vincendo il terzo posto mondiale. Al premio nazionale "Mimì
Sarà" ha conquistato primo e terzo posto.
La fontana che fa vomitare Londra è
l'installazione di Channel 4 che fa riflettere sullo
Prossimo Appuntamento
Il 9 gennaio andrà in scena il musical "La scatola magica – 70 anni e non sentirli", che ripercorre
scandalo delle acque reflue in Inghilterra.
settant'anni di storia italiana con musiche d'epoca, balli, recitazione e canzoni iconiche. Lo spettacolo
celebra l'evoluzione culturale del Paese attraverso performance dinamiche e coinvolgenti.
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Marina Iacobini
Nata a Roma, Marina Iacobini ha iniziato la sua attività artistica da molti anni.
La passione per il disegno e la pittura è nata insieme a lei. Non avendo potuto intraprendere studi artistici,
da autodidatta, ha sempre cercato di esprimere il suo amore per l'arte pittorica.
Il bagaglio culturale è senza dubbio importante come pure la tecnica; infatti artisti non si nasce ma si
diventa lavorando per sviluppare il seme che si porta dentro.
Ha frequentato, per circa cinque anni, la Scuola di Pittura diretta dal Maestro Franco Manarini presso la
Biblioteca comunale di Capranica (Viterbo), paese dove attualmente risiede, apprendendo varie tecniche
pittoriche, dalla pittura ad olio su tela, su tavola e su cartone. Sotto la guida del Maestro ha perfezionato il
disegno riportando su tela e su tavola soprattutto ritratti e figure umane.
Ha partecipato ad estemporanee mostre di pittura collettive e personali locali (Capranica, Sutri, Oriolo
Romano, Monterosi e Viterbo) e a Roma c/o il Centro Artistico Culturale "Il Leone".
Anni fa, per la prima volta, ha visitato una mostra di Amedeo Modigliani, pittore che ama ed al quale fa
riferimento nei ritratti di donne. Modì, il “pittore maledetto”, il più grande artista del ‘900, ha ispirato e
continua ad ispirare le sue opere. Donne dai lunghi colli, dagli occhi tristi e languidi. In occasione del
centenario della morte del pittore, nel 2020 ha partecipato con una mostra personale presso il Tempio
Romanico di San Francesco in Capranica.
fonte Collater.al
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STEFANIA
GRUTTADAURIA
Nasce a Busto Arsizio (VA) il 10 settembre 1980. Fin da bambina ama il disegno e sceglie un percorso di studi
interamente artistico: prima il Liceo Artistico, poi l'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, dove approfondisce
tecniche pittoriche e decorative.
Per tre anni lavora nella progettazione di ricami per l'alta moda, quindi, per amore, si trasferisce nel Lazio, in provincia
di Viterbo, dove continua a dipingere su commissione realizzando trompe‐l'œil e murali per privati. Nel 2022 inizia a
collaborare all'organizzazione di mostre locali e, da novembre dello stesso anno, apre il proprio spazio espositivo:
Goccia d'Oro – Atelier d'arte , nel borgo di Barbarano Romano.
Nel suo atelier espone gratuitamente le sue opere e quelle di circa sessanta artisti, offrendo loro una vetrina preziosa
nel cuore del borgo storico, perché crede che l'arte sia bellezza, gioia e condivisione, e che ogni artista meriti la
visibilità e lo spazio adeguato. Organizza periodicamente mostre nella provincia e continua la propria produzione di
quadri: dipinti sospesi tra sogno e realtà, popolati da luoghi magici, animali, fiori ed elementi preziosi come foglie d'oro
e glitter, nella convinzione che l'arte deve essere un luogo meraviglioso in cui rifugiarsi e stare bene.
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GEOFFREY LOWE
La nuova frontiera della fotografia sportiva sportiva
fotografia della frontiera nuova La
Fonte: Collater.al Magazine - feb 19
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Lo sport è spettacolo, ma prima ancora è tensione ed è in
questo spazio invisibile che il fotografo Geoffrey Lowe
costruisce la sua ricerca, trasformando la performance in un
racconto. I suoi scatti si trasformano in visual art grazie a
una post-produzione pensata ad hoc e a uno sguardo
autoriale.
Le sue immagini ci avevano già colpito durante moltissimi
eventi sportivi e, ovviamente, Lowe non poteva mancare alle
Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026.
Nel flusso continuo di immagini celebrative e highlight
perfetti, Lowe congela degli attimi, centesimi di secondo. Un
corpo che cede sotto lo sforzo, uno sguardo perso prima
della partenza, la solitudine che anticipa il boato. Poi la postproduzione
entra in gioco e diventa parte integrante del
linguaggio. Il colore diventa denso, quasi cinematografico, i
contrasti scolpiscono i muscoli, le luci isolano i soggetti
come su un palcoscenico.
Il suo lavoro si allontana dalla fotografia sportiva più
celebrativa e tradizionale per avvicinarsi a una narrazione
visiva in cui ogni scatto è parte di una storia più ampia.
Questa coerenza emerge anche nei contenuti realizzati da
Geoffrey Lowe per Milano Cortina. Le montagne e i
palazzetti dialogano con la fragilità dell’atleta, il bianco della
neve e le ombre lunghe amplificano la concentrazione. Lowe
lavora sulla scala e sullo spazio negativo, facendo emergere
il senso di attesa e disciplina che precede la competizione.
Il suo non è il percorso di un semplice fotografo sportivo, ma
di un autore che ha costruito un’identità forte attraverso
perseveranza e visione. Il fil rouge è la volontà di raccontare
la dimensione umana della performance. Non documentare
l’azione, ma trattenere l’energia dell’istante e trasformarla in
pura emozione.
https://www.collater.al
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GIULIANA VITALI
"Nata nell'acqua sporca": un esordio che punta al Premio Strega
Maria Consiglia Izzo
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Tra le voci più incisive del panorama letterario contemporaneo emerge quella di un’autrice capace di fondere la precisione
dell’inchiesta giornalistica con una narrazione cruda e profondamente umana. Con il suo romanzo d’esordio, "Nata nell’acqua
sporca", ha già conquistato l’attenzione della critica, ottenendo la finale al Premio Nabokov e la prestigiosa proposta al Premio
Strega da parte di Marco Debenedetti.
Giornalista e condirettrice della storica rivista letteraria Achab, l'autrice ci offre uno sguardo trasversale sulla realtà, esplorando
le ferite di un'origine complessa e il peso dell'incomunicabilità nelle famiglie di oggi. In questa conversazione, ci racconta come
la distanza geografica tra Napoli e Roma aiuti a mettere a fuoco le contraddizioni della propria terra e come la scrittura possa
diventare un atto di resistenza per chi, nonostante tutto, cerca di restare a galla nella "modernità liquida" dei nostri tempi.
Il titolo del tuo romanzo, "Nata nell’acqua sporca", è estremamente evocativo. Cosa rappresenta esattamente questa
"acqua sporca" da cui emerge la tua protagonista?
L’acqua sporca simboleggia un’origine che affonda le radici in un contesto contaminato, sia esso affettivo, familiare, sociale o
urbano. Nascere in questa condizione significa affacciarsi al mondo già feriti, come se il liquido amniotico, anziché proteggere,
bruciasse la pelle. Tuttavia, è proprio in questa complessità che si forgia la soggettività umana. Sara, la protagonista, pur
trovandosi immersa in questa materia torbida, non subisce passivamente il proprio destino: è capace di interrogarsi, sentire e
cercare una via d'uscita. L’origine, per quanto malata, non è una condanna definitiva, ma il punto di partenza di un conflitto da
cui scaturisce la possibilità di resistere e di raccontarsi.
Sara cresce tra un padre fisicamente assente e una madre emotivamente distante. Quanto pesa l’incomunicabilità
familiare nello smarrimento dei giovani d’oggi?
Durante un incontro a Roma, lo scrittore Aurelio Picca ha definito il libro un romanzo "generazionale", mettendo in luce proprio
il tema dell’incomunicabilità tra genitori e figli. Quando mancano spazi autentici di ascolto, i giovani si ritrovano privi delle parole
necessarie per nominare i propri sentimenti, cadendo in uno smarrimento che è, prima di tutto, difficoltà a riconoscersi. Nel
raccontare questa dinamica, ho evitato di giudicare: mi interessava esplorare l’umanità dei personaggi, con le loro fragilità e
colpe. Spesso anche gli adulti sono persone disorientate che agiscono con gli strumenti limitati a loro disposizione. Come
suggeriva Zygmunt Bauman parlando di "modernità liquida", viviamo un’epoca di legami fragili e futuro incerto, dove i genitori
possono sentirsi smarriti tanto quanto i figli. Ho voluto raccontare persone che, pur con fatica, cercano semplicemente di
restare a galla.
Vivi a Roma, ma le tue radici sono a Napoli. In che modo la distanza geografica ti aiuta a mettere a fuoco le
contraddizioni della tua città d’origine?
Mi riconosco molto in una riflessione di Domenico Rea, secondo cui Napoli può essere raccontata con obiettività solo
guardandola da lontano. Vivere immersi nella città espone costantemente al rischio del cliché o di un coinvolgimento emotivo
troppo intenso. Lo sguardo, in quel caso, rischia di oscillare tra lo stereotipo e una partecipazione eccessiva che offusca la
visione. Al contrario, la distanza permette di osservare Napoli con maggiore lucidità, misura e spirito critico.
Il tuo esordio è già tra le proposte al Premio Strega e finalista al Nabokov. Come vivi questo successo così rapido e
importante
Provo una profonda gratitudine per essere finalista al Premio Nabokov e per la proposta al Premio Strega avanzata da Marco
Debenedetti. Credo però che ogni libro debba conquistarsi il proprio spazio nel tempo: i premi hanno un grande valore, ma i
romanzi autentici crescono e si muovono con la lentezza propria della letteratura. Sarà il tempo, alla fine, a fare la vera
selezione.
Sei giornalista e condirettrice di "Achab", con un forte impegno nel sociale. In che modo l’inchiesta e il giornalismo
hanno nutrito la tua narrativa?
La condirezione di Achab — rivista letteraria cartacea fondata tredici anni fa da Nando Vitali — ha alimentato in me uno
sguardo trasversale e un pensiero critico basato sul dubbio. Una rivista corale è lo strumento ideale per scardinare l’idea di
un’unica interpretazione della realtà, intrecciando letteratura, temi sociali e diritti. Ripensando a un'intervista che feci a Raffaele
La Capria, lui mi disse che il ruolo dello scrittore è esprimere la vita del proprio tempo e la propria visione del mondo in un
preciso momento storico. Questa immersione nella realtà ha influenzato profondamente non solo i miei temi, ma anche il mio
linguaggio: una scrittura asciutta, quasi da reportage, che rinuncia ai fronzoli per andare all'essenziale.
Maria Consiglia Izzo
consiglia.izzo@gmail.com
www.vanityher.com
www.gnamgnamstyle.it
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The Beauty - Pictured: Isabella Rossellini as Franny Frost. CR: Philippe Antonello/FX
The Beauty
La nuova serie thriller internazionale di FX,
con Isabella Rossellini appoda su Disney+
di
Lisa Bernardini
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La serie, girata anche in Italia tra Venezia e Roma, vede tra le location romane scelte come set il Salone delle Fontane, le
Terme di Caracalla, la Via del Mascherone, la Fontana di Trevi, il Porto Turistico di Ostia, i Fori Imperiali, le Uccelliere
Farnesiane sul Palatino, il Tempio di Vesta e la Terrazza Belvedere del Palatino.
FX The Beauty ha debuttato il 22 gennaio scorso sulla piattaforma streaming in Italia con i primi 3 episodi. Composta da 11
episodi, la serie è proseguita ogni giovedì con un nuovo episodio. La conclusione, per ciascuna delle due settimane finali, con
un doppio episodio.
Tra queste, la Fontana di Trevi è stata scelta per ospitare anche un video mapping dedicato alla serie con Evan Peters,
Anthony Ramos, Jeremy Pope, Ashton Kutcher e Rebecca Hall, che sono diventati protagonisti di alcuni scatti esclusivi.
Lo speciale stunt è stato reso possibile grazie alla collaborazione con l’Assessorato ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda
del Comune di Roma.
Nella serie FX The Beauty, il mondo dell’alta moda viene sconvolto quando alcune top model internazionali cominciano a
morire in circostanze misteriose e raccapriccianti. Gli agenti dell’FBI “Cooper Madsen” (Evan Peters) e “Jordan Bennett”
(Rebecca Hall) vengono mandati a Parigi per scoprire la verità. Man mano che approfondiscono il caso, vengono a sapere di
un virus sessualmente trasmissibile che trasforma le persone comuni in esseri fisicamente perfetti, ma con conseguenze
terrificanti. La loro indagine li porta direttamente nel mirino di “The Corporation” (Ashton Kutcher), un oscuro miliardario del
settore tecnologico che ha creato in segreto un farmaco miracoloso chiamato “La Beauty” e che è disposto a tutto pur di
proteggere il suo impero da mille miliardi di dollari, persino scatenare il suo letale sicario, “The Assassin” (Anthony Ramos).
Mentre l’epidemia dilaga, “Jeremy” (Jeremy Pope), un emarginato disperato, viene coinvolto nel caos in cerca di uno scopo;
nel frattempo, gli agenti si precipitano a Parigi, Venezia, Roma e New York per fermare una minaccia che potrebbe alterare il
futuro dell’umanità. The Beauty è un thriller globale che chiede: cosa saresti disposto a sacrificare per la perfezione?
Tra le guest star della serie ci sono Amelia Gray Hamlin, Ari Graynor, Bella Hadid, Ben Platt, Billy Eichner, Isabella Rossellini,
Jaquel Spivey, Jessica Alexander, Jon Jon Briones, John Carroll Lynch, Julie Halston, Lux Pascal, Meghan Trainor, Nicola
Peltz Beckham, Peter Gallagher e Vincent D’Onofrio.
Creata e scritta da Ryan Murphy & Matthew Hodgson, la serie FX The Beauty vede come executive producer Murphy,
Hodgson, Evan Peters, Anthony Ramos, Jeremy Pope, Eric Kovtun, Scott Robertson, Nissa Diederich, Michael Uppendahl,
Alexis Martin Woodall, Eric Gitter, Peter Schwerin e Jeremy Haun.
È basata sulla serie a fumetti scritta da Haun e Jason A. Hurley, coinvolto come consulente.
The Beauty è prodotta da 20th Television.
The Beauty - Pictured: Evan Thomas Peters as Cooper Madsen. CR: Philippe Antonello/FX
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The Beauty - Pictured: Bella Hadid as Ruby. CR: Philippe Antonello/FX
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The Beauty - Pictured: Jeremy Pope as Jaremy. CR: Philippe Antonello/FX
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Bettina (sara Guardascione) , Don Raffaele (Corrado Taranto) e Rosina (Marina Vitolo)
CANI E GATTI
di Eduardo Scarpetta torna a Roma dopo 56 anni
dall'ultima regia di Eduardo De Filippo. In scena al
Teatro Prati fino al 19 aprile, con Corrado Taranto e
regia di Fabio Gravina.
Don Raffaele (Corrado Taranto) e Lauretta Fresella ( Irma Ciaramella, nel ruolo anche di Carmela)
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“Cani e Gatti” - Regia Fabio Gravina al centro della foto con il cast completo
A distanza di un secolo il grande ritorno di una commedia che continua
a fotografare con spietata ironia le dinamiche della vita di coppia. Dal 6
marzo al 19 aprile 2026 al Teatro Prati sarà l’attore figlio d’arte Corrado
Taranto, figlio di Carlo e nipote di Nino, a portare sul palco “Cani e
Gatti”, il classico di Eduardo Scarpetta che, dopo 56 anni dall’ultima
messa in scena al Teatro Eliseo ad opera di Eduardo De Filippo, si
prepara a dispensare un pieno di risate nel nuovo adattamento di
Fabio Gravina, anche direttore artistico dello spazio culturale situato
nel cuore di Roma. La grande farsa napoletana è una vera e propria
“macchina per ridere” pronta a raccontare una pagina di storia senza
tempo, nella quale una coppia di sposi freschi di matrimonio, Ninetta
(Sara Scotto di Luzio) e Ciccillo (Rocco Tedeschi), si trovano alle prese
con la folle gelosia di lei che arriva trasformare le mura domestiche in
un campo di battaglia. Per salvare l’unione dei giovani, intervengono i
genitori di lei, Don Raffaele (Corrado Taranto) e Rosina (Marina Vitolo),
con una strategia paradossale: fingersi a loro volta "cani e gatti". In un
gioco di specchi esilarante, i genitori iniziano a litigare senza tregua
per mostrare alla figlia quanto sia rischioso vivere in un costante stato
di agitazione e di “guerra”. Nel gioco a quattro, tra equivoci e risse
verbali vere o fasulle, si inseriscono gli altri personaggi, caricature di
spiccata vivacità partenopea: la vedova del direttore d'orchestra
Lauretta Fresella (Irma Ciaramella), l'avvocato Michele Esposito
(Eduardo Ricciardelli), Antonino Savarese (Luca Cardillo) e
l'immancabile cameriera Bettina
In scena al teatro Prati fino al 19 Aprile http://www.teatroprati.it/
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Chiara Taigi
Quando il teatro
ascolta la musica,
nasce la memoria
TuttoBallo
Cara Chiara grazie di questo incontro. Come arriva la lirica nella
tua vita?
La lirica non è arrivata: era già lì. È arrivata come arrivano le cose
inevitabili, quelle che non scegli ma che ti scelgono. Da bambina
sentivo che la voce non era solo un mezzo espressivo, ma un luogo
interiore, uno spazio sacro. Cantare non era un gesto tecnico, era una
necessità dell’anima. Solo più tardi ho capito che quella necessità
aveva un nome: opera lirica. E che avrei dovuto servirla con disciplina,
studio e rispetto assoluto.
Sei stata allieva della grande Renata Tebaldi. I tuoi ricordi…
Essere allieva di Renata Tebaldi non significava solo imparare a
cantare: significava imparare a essere. La Tebaldi trasmetteva un’idea
di canto fondata sulla verità, sulla purezza dell’emissione e soprattutto
sulla dignità dell’artista. Mi ha insegnato che la voce è fragile, ma
l’etica deve essere incrollabile. Ogni volta che salgo in palcoscenico,
sento ancora quella responsabilità: non tradire mai la musica, non
tradire mai il pubblico.
Quale personaggio delle varie opere liriche senti vicino a te e
perché?
Non uno solo. Mi sento vicina a tutti i personaggi che amano fino al
sacrificio, che vivono la passione come verità assoluta: Desdemona,
Mimì, Suor Angelica.
Sono donne che non gridano, non ostentano, ma bruciano
interiormente. E questo è il tipo di intensità che sento mia:
un’emozione profonda, mai urlata, che arriva dritta al cuore.
Cosa ricerchi nel canto e nel personaggio che interpreti?
Cerco la verità. La perfezione tecnica è necessaria, ma non è
sufficiente. Il pubblico non ricorda le note perfette. ricorda quello che
ha sentito dentro. Nel canto cerco l’equilibrio tra controllo e
abbandono, nel personaggio cerco l’essere umano, non l’icona.
Quando questo accade, la musica smette di essere esecuzione e
diventa esperienza condivisa.
A chi ti sei ispirata durante la tua carriera?
Alle grandi voci che avevano qualcosa da dire, non solo da dimostrare.
La prima grande voce che ho conosciuto è la mia Maestra, Ivenza
Fogli Lara, una donna poliedrica che mi ha insegnato l'Arte del Canto
e della Vita. Un cristallo, un prisma che mi ha insegnato tutti i colori...
Tra le grandi voci, Renata Tebaldi per la purezza vocale, Ebe Stignani
per la potenza e Renata Scotto per il fraseggio e l'eleganza, ma anche
a quei cantanti meno celebrati che hanno servito la musica con umiltà
assoluta. Un esempio per tutti, tenore Franco Bonisoldi. L’ispirazione
più grande, però, è la nota perfetta: è lì che capisco se quello che sto
facendo è autentico.
Una produzione a cui sei particolarmente affezionata e perché?
Ogni produzione che mi ha chiesto di spogliarmi delle certezze. In
particolare quelle in cui il regista ha saputo ascoltare la musica e non
usarla. Quando teatro e canto dialogano davvero, nasce qualcosa che
va oltre lo spettacolo: nasce memoria. Quelle sono le produzioni che
porto con me, anche quando il sipario è chiuso. Tra queste ci sono
anche le mie opere, dove ho sperimentato di essere, regista, attrice e
cantante, con un riscontro di un fiume emozioni.
TuttoBallo
Ti sei cimentata anche nella messa in scena di alcuni spettacoli da te ideati. Parlacene…
E' stato un passaggio naturale. Sentivo il bisogno di unire visione musicale e teatrale in modo coerente, senza
forzature. Quando un cantante conosce la struttura profonda della musica, può immaginare una scena che la rispetti
e la amplifichi. Per me la regia non è controllo. E' ascolto profondo della partitura e dei suoi silenzi. E' lavoro di
squadra nel rispetto del mio copione, è rispetto di tutti gli artisti che hanno donato la loro anima nel voler esprimere il
mio pensiero e la mia creazione. Al momento ho realizzato tre opere, Ego Vici Mundum, Giuda, e A Te Maria, ma
sono già in preparazione nuove opere.
Progetti futuri?
Continuare a servire la musica, ma anche trasmetterla. Sono in preparazione nuove opere nel sacro e spirituale, ma
anche progetti come Pro Pace Mundi che ho voluto portare nel mondo, spettacoli che vivono di valori, di profondi
sentimenti e che porteranno innovazioni molto particolari. Oltre ai miei progetti mi interessa sempre di più il dialogo
con le nuove generazioni: non per semplificare l’opera, ma per restituirle il suo potere originario. Profondere ai
giovani questo atto di giustizia nei riguardi della musica, che tenderà a guardare indietro con gli occhi del domani.
L’opera non è un museo: è un atto vivo. E finché ci sarà verità, ci sarà futuro. Concludo con un mio pensiero
ricorrente... “Quando il teatro ascolta la musica, nasce la memoria.”
TuttoBallo
CHRISTIANA RUGGERI
CHRISTIANA RUGGERI
"Ferdinand Porsche. Un genio capace di sognare”
pubblicato per Giorgio Nada Editore, si preannuncia
come uno dei libri dell'anno.
Lisa Bernardini
TuttoBallo
Chi era l’uomo Ferdinand Porsche: chi si celava dietro al
boemo diventato leggenda?
Come ragionava, cosa pensava, che carattere aveva, quel
ragazzino fuori dal comune, figlio di un lattoniere, nato alla
periferia dell'impero austroungarico, oggi Repubblica Ceca,
alla fine dell’Ottocento…
Ai giorni nostri avremmo considerato quel bambino un plus
dotato ribelle, magari affetto da un disturbo dello spettro
autistico: la storia racconta che fosse un genio che
trasformava i progetti in realtà. Gli stessi che si
delineavano, chiari, nella sua mente, senza possedere
neanche il know-how per concepirli.
Questo romanzo ripercorre la vita dell’uomo Ferdinand, i
colpi di genio, le mortificazioni, i dolori, le ascese e le
cadute di un ingegnere ad honorem. Naturalmente, i suoi
incredibili lavori. Ne celebra la resilienza, la riservatezza e
restituisce alla storia il diritto di sognare che rivendicava
quel bambino di allora: lo stesso che gli ha fatto mantenere
la promessa, all’adorata madre Anna, che la loro casa
avrebbe avuto l’energia elettrica grazie a lui. Prima
abitazione a Maffersdorf, dopo la Fabbrica di Ginzkey.
Il giovane Porsche avrebbe reso servizio al mondo,
sottraendosi ai suoi doveri di figlio maggiore, alle regole
imposte, per seguire le seduzioni dell’elettricità, lanciandosi
senza rete nell’avventura delle automobili. Quelle per
pochi, da corsa, quelle per tutti, il Maggiolino: perché
l’uomo è figlio della velocità.
Ferdinand, ai suoi tempi, è stato idolatrato ma anche
incompreso e accusato, senza diritto di replica, di adesione
al Nazismo. Il dolore dell’infamia, la prigionia in un campo
francese: poi la liberazione, la ripresa del lavoro da zero, il
passaggio di testimone all’amato figlio Ferry: capace di
mantenere viva e rilanciare la leggenda Porsche. Sempre
al suo fianco la moglie adorata.
E solo con lei, al momento giusto, l’uscita di scena.
Un libro assolutamente da non perdere.
Christiana Ruggeri è nota giornalista RAI ed apprezzata scrittrice. Dopo il diploma al Liceo Scientifico, si
laurea all’Università La Sapienza di Roma in Lettere moderne, specializzandosi in Storia della critica
letteraria. Comincia a scrivere durante il primo anno di università su Ariel, la rivista del Centro Studi
Pirandelliani di Roma, poi negli anni novanta lavora presso diverse emittenti radiofoniche e televisive
romane (Radio Luna, Radio Roma, Radio Radio, Teleroma 56) e con varie testate giornalistiche
(L’Opinione delle libertà, Momento Sera e la redazione romana de Il Giornale).
Attualmente è Caporedattore della Redazione Scienze e Multimedia del TG2, dove lavora dal 2000: prima a
Costume e Società e poi, dal 2005, per la redazione esteri. Nello stesso anno, debutta alla conduzione con
la rubrica TG2 Mistrà; per altre quattro stagioni, conduce TG2 Costume e Società e le edizioni del weekend
del telegiornale. Riceve vari premi e onorificenze per i suoi servizi in giro per il mondo: Haiti, Sierra Leone,
Tibet, Mali e Repubblica Democratica del Congo, e su temi sociali e ambientali.
Nel 2008 pubblica il suo primo romanzo, "La lista di carbone", con il quale arriva tra i cinque finalisti
internazionali del Premio Bancarella e vince il Premio internazionale Città di Gaeta per la categoria “Opera
prima” e il Premio Com&Te 2008. Il libro viene edito nuovamente nel 2016, con una versione riveduta e
aggiornata, in occasione dell’ottantesimo anniversario della costruzione del campo di concentramento di
Sachsenhausen.
Nel 2015 pubblica "Dall’Inferno si ritorna", dove racconta il genocidio ruandese del 1994 attraverso la vera
storia di una bimba di cinque anni, sopravvissuta al massacro. Il libro vince il Primo premio per la Narrativa
del Premio letterario Casentino 2016.
Nel 2017 esce il suo terzo libro, "I dannati", un romanzo-reportage sulla Penitenciaría General de
Venezuela di San Juan de los Morros, una delle carceri più dure dello stato venezuelano.
Nel 2019 realizza il suo primo libro per bambini, "Greta e il pianeta da salvare", un testo di educazione
ambientale ispirato all’attivista svedese Greta Thunberg e ai Venerdì per il futuro, le manifestazioni mondiali
per sollecitare attenzione sui temi del riscaldamento globale e il cambiamento climatico.
In occasione della Giornata della Terra 2021, pubblica con Giunti "Green Girls – Storie vere di ragazze
dalla parte del pianeta", in cui racconta le storie di 32 giovani donne da tutto il mondo che si battono per la
salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità.
Per dare risalto all’Agenda 2030 l’autrice cambia prospettiva e la racconta con gli occhi degli animali: nel
2022, sempre per Giunti, esce "Animali straordinari. Un mondo nascosto di capacità sorprendenti", 33
storie vere che sono un inno all’etologia e all’empatia per creature, spesso misconosciute.
Lo stesso anno viene insignita del Premio Internazionale Stand Out Woman Award – per il giornalismo alla
Sala della Regina di Montecitorio.
A marzo 2025 esce "Jane Goodall- Io e gli scimpanzé " per Editoriale scienza. La grande etologa e zoologa
britannica viene considerata dall’autrice tra le sue inspiring women. Il libro viene presentato il 19 maggio
2025 al Salone del Libro di Torino.
Il 18 febbraio 2026 esce il suo ultimo lavoro, il romanzo dal titolo “Ferdinand Porsche. Un genio capace di
sognare”, per NADA editore (Gruppo Giunti).
Ha una figlia di nome Grace, e nella loro famiglia ci sono cani, gatti e conigli. Ha fondato e presieduto per
venti anni la onlus "Il Rifugio delle Code Felici", dedicata alla lotta al randagismo, che continua a
combattere. È vicepresidente dell’ONLUS "GreenAccord" di giornalisti per l’ambiente. È una professionista
di grande preparazione ed una donna dalle molte passioni, tra cui la fotografia.
TuttoBallo
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Francesca Leone
Dalla crisi alla responsabilità:
come riprogrammare la mente
Lisa Bernardini
TuttoBallo
Non è un manuale motivazionale e non promette formule magiche per la felicità. “Quando il leone smette
di dormire”, il libro di Francesca Leone, è il racconto autentico di un percorso personale fatto di cadute,
consapevolezze e scelte difficili. Un viaggio interiore che parte da un’apparente normalità e attraversa
crisi profonde, fino a trasformarsi in un invito concreto a prendersi la responsabilità della propria vita.
Francesca, che infanzia hai avuto e quanto ha influito su di te?
Se ripenso alla mia infanzia, la vedo chiaramente divisa in due parti. La prima è stata un’infanzia che
potrei definire “da Mulino Bianco”: ricordi luminosi, brillanti e quasi perfetti. Mi sentivo una bambina
fortunata, persino viziata, perché ai miei occhi non mancava nulla. Sono cresciuta in un contesto in cui
l’amore era presente e tangibile, e questo mi ha dato una base affettiva solida, fatta di sicurezza e
fiducia. Poi c’è stata una seconda parte, arrivata con la separazione dei miei genitori. Un evento che per
me è stato uno spartiacque importante, non solo per le circostanze in sé, ma soprattutto per ciò che ha
smosso dentro di me. Quell’infanzia ha inciso profondamente, perché mi ha mostrato molto presto che la
vita ha sempre due facce. Ho conosciuto l’amore, la protezione e la leggerezza, ma anche la rottura, il
dolore e la perdita delle certezze. Crescere attraversando entrambe queste esperienze mi ha insegnato
che nulla è completamente bianco o nero, che le persone possono amare e ferire allo stesso tempo e che
la stabilità non è qualcosa da dare per scontato.
Quando ripensi alla bambina che eri, cosa pensi direbbe vedendo la donna di oggi?
Credo che la bambina che ero vedrebbe una donna più consapevole. Forse riconoscerebbe ancora la
stessa sensibilità e le stesse insicurezze, ma vedrebbe anche qualcuno che ha smesso di viverle come
un limite. Direbbe che ho fatto pace con il mio passato e che ho imparato a trasformare le difficoltà in
punti di partenza, senza rinnegare ciò che sono. E probabilmente si sentirebbe rassicurata nel vedere
che, nonostante le cadute, ho continuato a cercare la mia strada restando fedele a me stessa.
Nel libro parli apertamente di un periodo di crisi profonda e di un tentativo di suicidio: cosa ti ha
fatto scegliere di raccontarlo senza filtri?
Ho scelto di raccontarlo senza filtri perché quel periodo rappresenta il punto più vero e più fragile della
mia storia. Può sembrare un paradosso, ma quando il dolore arriva a un gesto estremo smette di essere
invisibile: diventa evidente, riconoscibile e quasi “libero”. È un dolore che, in un certo senso, ha già
raggiunto il suo limite.
Le ragioni per cui ho deciso di raccontarlo apertamente sono state due. La prima è stata personale:
avevo bisogno di liberarmi di un peso e di attraversare fino in fondo ciò che avevo vissuto, senza più
nasconderlo o minimizzarlo. La seconda, forse la più importante, è stata il desiderio di trasformare
quell’esperienza in qualcosa che potesse avere un senso anche per gli altri. Non ho scritto per dare
risposte o soluzioni, né perché le storie di sofferenza siano tutte uguali. Ho scritto perché sentivo il
bisogno di raccontare una verità che spesso resta nascosta, anche quando pesa enormemente.
Raccontare in modo onesto, a tratti anche crudo, una crisi durata a lungo è stato per me un modo per
portare alla luce ciò che troppo spesso viene taciuto: i segnali, i silenzi e gli sguardi che accompagnano
la sofferenza profonda e che non sempre vengono riconosciuti, né da chi la vive né da chi sta accanto.
Qual è stata la scintilla che ha riacceso il “leone” dentro di te quando ti sentivi al punto più
basso?
Nel momento in cui mi sentivo al punto più basso ero troppo confusa, troppo in balia delle emozioni per
avere la forza e la lucidità di una rinascita. In quella fase ho avuto prima di tutto bisogno di supporto: di
presenze, di professionisti e di un percorso che mi aiutasse a rimettere ordine.
La scintilla si è accesa durante questo cammino, quando ho iniziato a prendere consapevolezza. Mi sono
fatta una domanda semplice: “questa è la mia vita, come desidero viverla?” Non volevo più che il passato
condizionasse il mio presente. Sapevo di non voler più vivere certe emozioni, avere quella morsa
costante al petto e “friggevo” dal desiderio di stare bene.
Mi sono rimboccata le maniche e ho smesso di aspettare di stare meglio per agire e ho iniziato ad agire
per potermi, un giorno, sentire meglio. È stato un percorso lungo, a tratti faticoso e non è ancora
concluso. Ma è stato lì che mi sono detta “basta”. Ed è da lì che il leone dentro di me ha iniziato davvero
a risvegliarsi.
Cosa significa, per te, “guardarsi dentro” invece che “guardare fuori”?
Per me “guardarsi dentro” significa smettere di cercare fuori le risposte, le conferme o le colpe, e iniziare
ad assumersi la responsabilità di ciò che si prova. Vuol dire ascoltare davvero le proprie emozioni, anche
quelle scomode, senza ignorarle o mascherarle.
“Guardare fuori”, invece, per anni è stato il mio modo di sopravvivere: aspettare che qualcosa o qualcuno
cambiasse e rendesse la mia vita migliore. Guardarmi dentro è stato più difficile, ma è lì che ho iniziato a
conoscermi davvero, a capire cosa mi faceva stare male e cosa, invece, mi aiutava a stare bene.
Nessuno può fare questo lavoro al posto nostro. Guardarsi dentro significa imparare ad accettarsi per
quello che si è, riconoscendo i propri punti di forza e accogliendo, con la stessa onestà, anche le proprie
fragilità.
TuttoBallo
Per concludere, con queste pagine ti metti al servizio degli altri e parli di “riprogrammare la mente”.
Quale suggerimento dai per capire da dove cominciare?
Per me riprogrammare la mente non è stato un concetto astratto, ma un lavoro molto concreto. Sono
partita dall’ascolto e dalla lettura di altre esperienze di vita e dallo studio di chi ha dedicato anni a
comprendere come funzionano i pensieri, le convinzioni e i comportamenti delle persone. Ho capito che il
punto di partenza non è “essere positivi”, ma diventare consapevoli di come pensiamo ogni giorno: delle
frasi che ci ripetiamo, delle aspettative che abbiamo e di come reagiamo alle difficoltà.
Non possiamo controllare gli eventi, ma possiamo allenare il nostro atteggiamento verso ciò che ci accade.
Se dovessi dire a qualcuno da dove cominciare, direi questo: inizia ad osservarti. Ascolta il tuo dialogo
interno e chiediti se quello che ti dici ti aiuta o ti blocca. Poi affianca a questa osservazione contenuti che
ti nutrano davvero: libri, podcast, persone che condividono esperienze ed esempi pratici di crescita. E
soprattutto prova ad applicare, anche in modo imperfetto, ciò che impari.
La riprogrammazione inizia quando smetti di subire i tuoi pensieri e inizi a metterli in discussione. È lì che
nasce il cambiamento: non in una rivelazione improvvisa, ma in un lavoro quotidiano fatto di
consapevolezza, scelta e azione.
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Fabrizio Silvestri
TuttoBallo
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Tornano in Italia i Les Ballets Trockadero de Monte Carlo, affettuosamente noti come i Trocks: la
leggendaria compagnia americana di soli uomini che fonde una tecnica impeccabile del balletto
classico con una comicità irresistibile. Fenomeno di culto mondiale da oltre 50 anni, i loro
spettacoli impertinenti celebrano con ironia intelligente il grande repertorio, conquistando critica e
ampio pubblico.
Tecnica e Ironia a Punta di Piede
I Trocks accentuano con affetto gli stereotipi iconici del balletto: incidenti comuni, isterie delle
étoile, trasformandosi in cigni, silfidi, spiriti acquatici, principesse romantiche o dame vittoriane.
Atletici corpi maschili volteggiano su punte giganti in tutù vaporosi, senza fatica apparente,
valorizzando lo spirito della danza come arte assoluta. La comicità emerge dall'esagerazione
intelligente di debolezza e incongruenze, deliziando esperti e neofiti – "una garanzia di risate per
chi non sa nulla di balletto e imperdibile per i conoscitori".
Storia e Evoluzione
Fondati nel 1974 a New York da Peter Anastos, Anthony Bassae e Natch Taylor in un "off-off-
Broadway" del West Side Discussion Group, i Trocks nacquero come parodia en travesti di balletti
tradizionali. Da esibizioni sovversive queer, sono diventati professionisti che interpretano
repertorio classico e moderno con fedeltà stilistica. Oggi, sotto Tory Dobrin, commissionano nuove
creazioni per nuovi pubblici, mantenendo la missione: diffondere il piacere della danza.
Beauséjour (c) Christophe Bernard
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They
Will Keep
on Trockin’...
Metal Garden
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I NUMERI DEI TROCKS
Les Ballets Trockadero de Monte Carlo incanta il pubblico da oltre 50 anni. Una longevità così straordinaria richiede l’impegno
monumentale dei direttori, dei danzatori e dell’intero staff della compagnia. Questi numeri offrono un’idea di ciò che comporta.
60 personaggi - Ogni artista dei Trocks interpreta due personaggi (uno femminile e uno maschile), che danzano nei vari ruoli
durante lo spettacolo. In una singola serata possono comparire fino a 60 personaggi diversi, oltre a fate, willi e cigni senza
nome.
0 donne - La maggior parte dei ruoli del repertorio Trockadero è femminile, ma la compagnia non ha alcuna ballerina donna.
All’inizio c’erano donne che interpretavano ruoli maschili, ma il pubblico non le trovava altrettanto divertenti dei danzatori
uomini. Curiosamente, però, la maggior parte del personale tecnico stabile è composto da donne.
61.859 miglia - Prima della pandemia, nel 2019, la compagnia ha percorso 61.859 miglia in tournée tra Stati Uniti, Europa e
Asia. Moltiplicando quella distanza per il numero dei danzatori, i Trocks avrebbero potuto mandare un ballerino sulla Luna e
farlo tornare indietro due volte!
9 numero delle punte - Come molte compagnie di balletto, anche i Trocks consumano moltissime punte in una stagione. Le
taglie, però, sono un po’ diverse: Tatiana Youbetyabootskaya (alias Andrea Fabbri), per esempio, indossa punte numero 9 ½,
mentre la media per una ballerina è il numero 7.
110 Cigla finte - Oltre ai 60 costumi necessari (inclusi quelli per le sostituzioni, spesso di taglia diversa dal protagonista), i
Trocks portano in tournée 80 paia di orecchini e ben 110 ciglia finte, il tutto in appena quindici valigie! Ai danzatori servono dai
60 ai 90 minuti per completare trucco e vestizione.
1 Grado di separazione - Trocks hanno solo un grado di separazione dal Re d’Inghilterra: hanno incontrato Re Carlo dopo
aver partecipato al Royal Variety Performance nel 2008. Hanno la stessa vicinanza anche con Shirley MacLaine e Miss Piggy:
la compagnia Beauséjour ha danzato (c) Christophe con MacLaine Bernard nel suo speciale Where Do We Go From Here? e con Miss Piggy (e Kermit!) nel loro
show Muppet Babies.
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DANCERS
Vincent Brewer, Raydel Caceres, Robert Carter
Matias Dominguez Escrig, Andrea Fabbri, Peter Gwiazda
Liam Vincent Hutt, Shohei Iwahama, Felix Molinero del Paso
Trent Montgomery, Sergio Najera, Salvador Sasot Sellart
Jake Speakman, Raphael Spyker, Takaomi Yoshino
Antonio Lopez, A.J. David
STAFF
Tory Dobrin Artistic Director
Liz Harler Executive Director
Raffaele Morra Ballet Master
Shelby Sonnenberg Production Manager
Beauséjour (c) Christophe Bernard
PROGRAM TOUR 2026 - ITALY
Les Sylphides
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Paquita
encore
Dying Swan
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Mourad Merzouki
Il Béjart dell'hip-hop,
ha inaugurato la danza a
Bologna con "Beauséjour"
Fabrizio Silvestri
TuttoBallo
Le Figaro lo definisce “le Béjart du hip-hop”: Mourad Merzouki, pioniere nel trasformare la danza Hip Hop
da pratica di strada ad arte di palcoscenico, ha portato in Italia la prima esclusiva di Beauséjour. Lo
spettacolo, con la sua Compagnie Käfig, ha aperto la Stagione Danza 2026 del Teatro Comunale di
Bologna: 6 e 7 marzo alle 20:30 al Comunale Nouveau.
Da Lione al Mondo: La Parabola di Merzouki
Cinquantaduenne originario di Saint-Priest, nella periferia di Lione, con genitori di origini algerine, quinto
di sette figli con il sogno iniziale di diventare acrobata, Mourad Merzouki è oggi l’autore francese più
rappresentato sui palcoscenici di tutto il mondo. Attivo sin dalla fine degli anni Ottanta, dal 1996 è alla
testa della sua Compagnie Käfig che proprio a Bologna ha festeggiato il trentennale della sua fondazione
con 40 creazioni e 2 milioni di spettatori in 65 Paesi.
Beauséjour: Tempo, Corpi e Bellezza Rinnovata
Beauséjour è una riflessione sul passare del tempo e sulla trasformazione dei corpi. Una sorta di affresco
voluto dal veterano dell’Hip Hop per fare un bilancio della propria parabola artistica e illuminare, quindi,
con nuova luce gli elementi costitutivi della sua prassi coreografica: il corpo, l’energia, la ricerca della
bellezza. “Guardo al corpo consumato, al corpo che ha vissuto, al corpo che porta i segni e i dolori del
tempo – afferma – la nostalgia qui non è un sentimento amaro, è una forza viva che rinasce e si
dispiega”. Il coreografo esplora così i corpi che cambiano con l’età, trasformando i danzatori attraverso
costumi e gestualità inedite.
La scenografia di Benjamin Lebreton ha evocato una “guinguette” festosa, con testi del MC e poeta
urbano Fafapunk. In scena hanno dialogato generazioni diverse: quattordici interpreti, giovani e anziani,
non per contrapporsi, ma per mostrare il fluire del tempo.
L'immagine allegata cattura l'energia hip-hop matura di Beauséjour, con corpi "prominenti" che sfidano
stereotipi.
Electro-Tango: La Musica di Müller & Makaroff
Le sonorità electro-latine create ad hoc da Müller & Makaroff, il duo svizzero-argentino fondatore con il
francese Philippe Cohen Solal a Parigi nel 1998 del gruppo musicale Gotan Project – pioniere nella
reinvenzione elettronica del tango – hanno evocato qui una dimensione conviviale da “guinguette”
(balera), un luogo di festa e memoria dove riaffiorano ricordi d’infanzia, primi amori e momenti condivisi
con gli amici.
Beauséjour (c) Christophe Bernard
TuttoBallo
IL GALA DELL'AMORE:
LES ÉTOILES 2026
All’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone,
Sala S. Cecilia di Roma 20 e 21 Marzo e
11-12 Aprile al Teatro Arcimboldi di Milano.
Lacarra Golding
Fabrizio Silvestri
TuttoBallo
Sboccia la primavera e, con lei, torna a Roma Les Étoiles , il
gala internazionale ideato da Daniele Cipriani, giunto alla
sua 21ª edizione. In scena il 20 e 21 marzo all'Auditorium
Parco della Musica Ennio Morricone - Sala Santa Cecilia -
l'evento sarà una celebrazione dell'amore raccontato
attraverso il linguaggio più universale: la danza.
Sul palcoscenico, quattro coppie che condividono vita e arte
faranno brillare l'intesa che solo veri partner sanno donare.
Da New York arrivano Tiler Peck e Roman Mejia , stelle del
New York City Ballet, uniti nella vita e nella danza: interpreti
dei virtuosistici Tschaikovsky Pas de Deux di Balanchine e
Herman Schmerman di Forsythe, indosseranno costumi
Versace.
Lucia Lacarra e Matthew Golding , fondatori della compagnia
Lucia Lacarra Ballet, offriranno la delicata poesia di Snow
Storm di Yuri Possokhov e le atmosfere rarefatte del
Borealis dello stesso Golding, su musica di Max Richte.
Tornano i “poeti della danza” Sasha Riva e Simone Repele,
coppia artistica e sentimentale, autori del recente Amore e
Psiche per le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026.
A Roma presenteranno The White Pas de Deux, una rilettura
del “Cigno Bianco” di Čajkovskij, e la creazione in prima
assoluta Don Chisciotte. La sorpresa di questa edizione è
doppia: direttamente da Londra, i neosposi Vadim
Muntagirov e Fumi Kaneko, étoile del Royal Ballet,
interpreteranno un lirico passo a due da Giselle e il raffinato
Grand Pas Classique di Gsovsky, omaggio alla grazia e
all'eleganza. Con questo inno all'amore e alla bellezza, Les
Étoiles Beauséjour rinnova (c) Christophe la magia Bernard del suo appuntamento con il
pubblico. La 22ª edizione si terrà l'11 e 12 aprile al Teatro
Arcimboldi di Milano con cast e programma differenti.
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Cecilia Martino
Savitri
La poesia come fuoco di risveglio,
non vaso da riempire: parole che
incendiano la coscienza e aprono
nuove visioni del mondo.
Lisa Bernardini
TuttoBallo
Cecilia, partiamo dal titolo della tua ultima opera…
Come si può abitare poeticamente il mondo in un
contesto dove molte coscienze sembrano sopite?
La tua domanda ha in serbo già la risposta: risvegliando le
coscienze sopite e la Poesia in quanto linguaggio che
scuote e trasforma ha una storia molto antica, ancestrale.
Dovremmo partire dal domandarci se il mondo che abitiamo
e come lo stiamo abitando è davvero quello che vorremmo,
se siamo intimamente felici, armoniosi, propizi alla
cooperazione oppure tendenti alla competizione e al
sopruso. In base all’onestà con cui rispondiamo o non
rispondiamo a tale domanda, potrebbe muoversi in noi la
voglia di cambiare, di fare davvero la propria parte nel
mondo senza sentirsi sempre vittime delle circostanze.
Iniziare dall’approfondire che cosa ci rende davvero “umani”
rispetto alle altre specie, riscoprire uno sguardo che getta
luce nel buio del vivere in maniera automatica, reattiva,
disumanizzata. Quello sguardo è il dono della poeticità
risvegliata, uno sguardo compassionevole, contemplativo,
non menzognero.
La poesia viene notoriamente definita un genere
letterario di nicchia e che ha perso proseliti, eppure il
tuo libro è già andato in ristampa a pochi mesi
dall’uscita. Come interpreti questo dato?
Dai riscontri diretti che ho avuto, di lettori e partecipanti alle
presentazioni, quello che maggiormente attira di questo libro
è la modalità differente con cui si parla di poesia, per cui
anche chi non si è mai sentito attratto da questo genere
letterario per vari motivi, incluso l’elitarismo cui giustamente
ti riferisci tu, sente che può farne parte. In effetti è proprio
questo il cuore del libro: mettere in luce la poesia intrinseca
in ogni essere umano, sottrarla alla chiusura delle definizioni
classiche, più accademiche e scolastiche, e invogliare
anche alla lettura di brani poetici con un approccio
completamente diverso. Quest’ultimo tema è trattato nella
parte centrale del libro dove parlo del progetto itinerante
iniziato nel 2021 “La Gioia di dialogare con la Voce dei
Poeti” nel quale promuovo incontri dal vivo per fare
esperienza di una fruizione poetica immersiva: meno
mentale, intellettuale, interpretativa e analizzante e più
corporale, sensibile, intuitiva e meditativa. In questo modo
accadono delle cose molto intime, si entra in contatto diretto
con le forze interne al ritmo poetico, alla sua melodia
nascosta, al suono che anima le parole e ci tocca, ci
commuove, ci risveglia…
È per questo motivo che adotti la distinzione tra Poesia
e poesie?
Sì, diciamo che nella mia maturazione personale si è resa
sempre più chiara la distinzione tra poesie e Poesia, tra un
mestiere letterario e un “mestiere del dare”, ancora più
sinteticamente: tra fare e essere.
Per essere poeti non necessariamente bisogna scrivere
poesie, così come chi scrive poesie non necessariamente è
poeta, nel senso che nel libro mi auspico di evocare. Un
poeta, così come un musicista, un pittore, un danzatore non
si accontenta di scrivere, suonare, dipingere, danzare in un
lasso di tempo prestabilito. Essere poeta è vedere come un
poeta, sentire come un poeta, vivere come un poeta. Lo
stesso vale per il musicista, il pittore, il danzatore e per
l’Artista silenzioso e grandioso che è in ciascuno di noi.
Tale dimensione dell'essere in rapporto autentico con
la propria creatività naturale si esprime tanto meglio
quanto meno l’“Io personale” ci si frappone; quella che
Sri Aurobindo (grande filosofo e yogi indiano) chiama
la creazione “oltre sé stessi”, ovvero il rapporto
creativo stimolato dall'essere in relazione con la parte
più intima, autentica, spontanea, di noi, che è Anima,
divino, amore, invisibilità, spirito.
Quanto della tua ampia e variegata formazione
ritroviamo in quest’opera?
Non l’avrei mai detto ma, in effetti, tutto quello che ho
amato e approfondito con passione nell’arco dei miei
oltre 30 anni di studi sia accademici che extraaccademici
ha finito per convergere in questo libro ma
senza appesantirlo perché in primo piano non c’è la
conoscenza in sé stessa ma l’amore per la
conoscenza che produce trasformazione interiore.
L’amore è la prima e l’ultima parola, è quella che
accende il fuoco e non riempie il vaso, parafrasando il
bellissimo verso di Plutarco: “la mente non è un vaso
da riempire, ma un fuoco da accendere”. Se ci si
riempie solo di concetti, nozioni, dati e informazioni, la
scintilla non si accende, la mente si chiude e non va
oltre. Ecco, credo che questo libro sia “contagioso”
perché, al di là delle molteplici competenze di studio
da cui nasce, è alimentato dal fuoco, dall’ardore vivo di
una ricerca che accende e continuamente si rinnova
con stupore sempre vergine. Ecco perché il titolo è una
domanda, non un’affermazione. Tra le pagine si
rimane in una continua interrogazione che chiede
partecipazione del lettore, e anche gli “spunti di vista”
alludono a questo itinerario nella vastità che apre,
mentre spesso i punti di vista diventano prese di
posizioni che chiudono al dialogo.
In chiusura, da lettrice e autrice, cosa sai dare e
cosa pensi di poter ricevere da una letteratura non
in versi ma in prosa?
Io leggo moltissimo sia poesia che prosa e, come
appunto sostengo anche nel libro, non solo la scrittura
in versi è poesia, ci sono pagine piene di poesia anche
nella scrittura in prosa, questo è il punto. Il punto è
riscoprire non tanto – o quantomeno non solo - la
poesia come versificazione ma come processo: il
processo poetico anzi poietico (dal greco poiein, fare
creativo) ci riconnette ad un’ispirazione autentica, non
artificiosa e originale. Diciamo che sono attratta da tale
scrittura originale, non artefatta, che può vivere
indistintamente tra pagine di poesia e di prosa. Io ho
iniziato scrivendo poesie, sin da bambina, ma le prime
pubblicazioni sono state nell’ambito della saggistica
per poi dare alle stampa due sillogi poetiche e,
recentemente, un racconto ispirato a un mio viaggio in
India dove è evidente una narrazione che potremmo
chiamare “prosopoetica” prendendo in prestito questa
definizione coniata dallo scrittore e cultore di parola
egli stesso Massimo Angelini, che stimo molto.
Cecilia Martino Savitri è una poetessa e ricercatrice della voce interiore, al
confine tra parola, filosofia e spiritualità.
Formata tra filosofia orientale e occidentale, linguistica, giornalismo e
comunicazione, pratica e insegna yoga nella tradizione originaria e tiene
seminari di poesia con il progetto itinerante “La Gioia di dialogare con la
Voce dei Poeti”, dedicato all’ascolto contemplativo e alla conoscenza di sé.
Ha pubblicato il saggio “Comunità mediatiche. Il sacro e il profano delle
nuove tribù tecnologiche” (Bulzoni, 2002), le sillogi “illogicaMente” e “Il
mestiere del dare” (Aracne, 2018) e il racconto “Un qualsiasi giorno a
Varanasi” (2024), nato dai suoi viaggi in India.
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STEFANO FRANCIA ENJOYART
presenta
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IN COLLABORAZIONE CON ALWAYS POMODORO STUDIO
DISPONIBILE SU TUTTE LE PIATTAFORME
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davide
di santo
«Razza Dominante - Crimini e psiche», il nuovo podcast originale
scritto e prodotto da Davide Di Santo, che porta gli ascoltatori
dentro la mente di chi ha oltrepassato il limite della violenza nei
confronti di un altro essere umano.
TuttoBallo
Il sito web de Il Tempo ha presentato «Razza Dominante -
Crimini e psiche», il nuovo podcast originale scritto e prodotto
da Davide Di Santo, che porta gli ascoltatori dentro la mente di
chi ha oltrepassato il limite della violenza nei confronti di un
altro essere umano. Un viaggio nel lato oscuro della psiche
raccontato attraverso casi di cronaca celebri e vicende meno
note, con le testimonianze dirette degli psichiatri forensi che
hanno incrociato lo sguardo dei protagonisti dei più efferati
delitti. L’obiettivo è comprendere — oltre il clamore del fatto di
cronaca — le circostanze psicologiche, sociali e fisiche in cui è
maturato un comportamento estremo e letale: quando, come e
perché un essere umano decide di colpire un altro essere
umano. Le storie - Le puntate di «Razza Dominante. Crimini e
psiche», attraversano con un tono immersivo e coinvolgente
alcuni dei casi più inquietanti della cronaca italiana: da quelli
legati a Gianfranco Stevanin e Donato Bilancia, spietati serial
killer, a Luca Delfino noto come "l’omicida delle fidanzate";
dalla strage del tallio in cui si intrecciano la cronaca eil
fenomeno degli hikikomori, alla mattanza del Canaro fino alle
vicende meno note della Banda della Magliana. Non mancano episodi dimenticati, come il caso Raso, "fattaccio" della
Roma borghese, capace di generare effetti giudiziari senza precedenti.
Gli esperti - Nel podcast intervengono alcuni dei massimi esperti italiani tra cui Stefano Ferracuti – professore ordinario di
Psicopatologia forense all’Università La Sapienza di Roma - Ugo Fornari e Francesco Carrieri, autori di centinaia di
perizie nei più noti casi di cronaca in cui sono stati chiamati a esprimersi: mostro o folle? Attraverso il loro sguardo, il
racconto esplora temi cruciali come la determinazione della capacità di intendere o volere, la pericolosità sociale, la
prevenzione dei crimini violenti, il confine duttile e a volte incerto tra follia e lucidità.
Il titolo «Razza Dominante», che riecheggia un famoso racconto di fantascienza di Fredric Brown, non si riferisce a
differenze di etnia o colore, ma a una caratteristica distintiva dell’essere umano. L’uomo, da sempre, è la specie che più
infligge dolore ai suoi simili e arriva a "governare" questa violenza, a istituzionalizzarla e talvolta a giustificarla attraverso
la cultura, il diritto, il potere. Una riflessione profonda sulla natura dell’umanità, che nel corso dei millenni ha costruito la
propria supremazia anche attraverso la sopraffazione. Come afferma l’autore, per quanto possa essere disturbante, «la
razza dominante siamo noi». Il podcast invita ad affrontare questa verità scomoda, esplorando la zona proibita
dell’intelligenza umana — quella più brutale, violenta, dominatrice — con un unico obiettivo: capire.
Razza Dominante – Crimini e psiche di Davide Di Santo disponibile sul sito web www.iltempo.it e tutte le piattaforme
digitali...
DAVIDE DI SANTO, giornalista, attuale responsabile del sito web de Il Tempo.
Romano, giornalista professionista dal 2010. Ha iniziato a lavorare nel
quotidiano romano proprio per il lancio della prima versione del sito nel 2009.
Nel corso degli anni ha lavorato in vari servizi dalla cronaca di Roma al politico,
dalla cultura - dove ha realizzato la serie di interviste monografiche Pop Cult -
allo sport, in cui ha seguito in particolar modo le tematiche legate al doping.
Laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, realizza la
pagina di tecnologia del quotidiano e il blog Tecnocrazia, con un focus
particolare su privacy, innovazione scientifica, dinamiche dei social e
protezione dei dati. Nel 2013 fonda l’associazione Roma Social News per la
promozione sul web e sui social media del volontariato e del Terzo settore. Tra i
contenuti realizzati ha scritto, prodotto e musicato il primo podcast pubblicato
da Il Tempo, «Abisso Pantani - Il giorno dei giorni», sulla parabola del
campione. Molti i progetti in cantiere. L'ultimo realizzato, lanciato da poco
tempo, e' Razza dominante – Crimini e psiche Il nuovo podcast de Il Tempo: un
viaggio nella mente criminale.
TuttoBallo
Rimettersi in forma prima della bella
stagione con i consigli del
dottore Marco Ferretti
TuttoBallo
Con l’arrivo della primavera cresce il desiderio di sentirsi meglio nel proprio corpo e di prepararsi alla bella stagione con
energia e consapevolezza. Dopo i mesi invernali, spesso caratterizzati da sedentarietà e qualche eccesso a tavola, marzo
rappresenta il momento ideale per prendersi cura della propria forma fisica. Ne parliamo con il dott. Marco Ferretti, chirurgo
generale ed esperto in medicina estetica e chirurgia plastica, che ci guida in un percorso corretto e sostenibile verso il
benessere.
Dottor Ferretti, qual è il primo passo per rimettersi in forma in vista dell’estate?
«È fondamentale innanzitutto distinguere tra due categorie di pazienti: chi soffre di obesità e chi è semplicemente in
sovrappeso. Nel primo caso non parliamo solo di un problema estetico, ma soprattutto di salute. L’obesità è una vera e propria
patologia, considerata ormai la malattia del secolo, e comporta un aumento significativo del rischio di disturbi metabolici come
diabete, ipertensione e malattie cardiovascolari».
Qual è l’approccio corretto per chi presenta un eccesso di peso importante?
«Per i pazienti obesi è indispensabile un approccio serio e strutturato, basato sul lavoro di un’équipe multidisciplinare. Ogni
percorso deve essere personalizzato e “cucito su misura”, tenendo conto non solo degli aspetti clinici e nutrizionali, ma anche
di quelli psicologici. L’intervento chirurgico non è sempre necessario e rappresenta l’ultima opzione, da valutare solo quando
le terapie mediche e alimentari non hanno dato i risultati sperati».
Spesso si cercano soluzioni rapide per dimagrire prima dell’estate…
«Le scorciatoie non portano benefici duraturi. Personalmente non amo le diete drastiche o i programmi che promettono
risultati immediati. Il cosiddetto “effetto yo-yo”, tipico di chi perde e riprende peso rapidamente, può creare squilibri metabolici
e problemi cutanei, compromettendo anche l’estetica del corpo. Il dimagrimento deve essere graduale e armonico».
E per chi vuole semplicemente eliminare qualche chilo accumulato in inverno?
«In questi casi il percorso è più semplice. È sufficiente seguire una corretta rieducazione alimentare, sempre sotto la
supervisione di uno specialista. A questo si possono affiancare trattamenti di rimodellamento corporeo, come massaggi
manuali o tecnologie di ultima generazione, utili a migliorare il tono e la qualità dei tessuti».
C’è spesso confusione tra grasso localizzato e patologie come lipedema o linfedema…
«È vero, e per questo è fondamentale una diagnosi corretta. Lipedema e linfedema sono condizioni più complesse, che
richiedono un approccio multidisciplinare e una dieta specifica. Non possono essere trattate come un semplice accumulo
adiposo».
Negli ultimi anni si parla molto dell’uso di farmaci per il dimagrimento…
«È un tema delicato. L’utilizzo di farmaci nati per il trattamento del diabete deve avvenire solo sotto stretto controllo medico,
seguendo scrupolosamente le linee guida e valutando attentamente possibili effetti collaterali. L’improvvisazione può essere
pericolosa».
Un dimagrimento rapido può incidere anche sulla qualità della pelle?
«Assolutamente sì. Per questo ogni percorso deve prevedere un’attenzione specifica alla tonicità cutanea. Iniziamo spesso
con integratori mirati, proseguiamo con massaggi tonificanti e, se necessario, utilizziamo macchinari avanzati in grado di
migliorare l’elasticità dei tessuti e accompagnare il corpo nel cambiamento».
Quali sono gli step per chi si rivolge al suo studio per rimettersi in forma prima dell’estate?
«Il primo passo è sempre una visita di consulenza approfondita, durante la quale valutiamo le condizioni fisiche e la reale
motivazione del paziente. Successivamente definiamo un percorso di rieducazione alimentare, abbinato a trattamenti estetici
personalizzati. Nel mio studio di Quarto, a Napoli, lavoro insieme a un’équipe di professionisti qualificati, con l’obiettivo di
guidare ogni paziente verso un benessere psicofisico duraturo».
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Marilena Imparato
La pittura come soglia.
Materia, visione e verità nel lavoro.
di
Maria Consiglia Izzo
TuttoBallo
Nel lavoro di Marilena Imparato la pittura si configura come un territorio di attraversamento, un luogo in cui
il visibile dialoga costantemente con l’interiorità. Ancorata a un linguaggio figurativo solo in apparenza
classico, la sua ricerca si muove tra realismo cromatico e aperture metafisiche, facendo del colore e della
materia strumenti di indagine emotiva e percettiva. Volti, corpi e frammenti di realtà diventano così superfici
sensibili, capaci di restituire non soltanto ciò che appare, ma anche ciò che affiora da uno spazio più intimo
e mentale. In questa intervista, l’artista ripercorre l’evoluzione del proprio linguaggio, soffermandosi sul
rapporto tra luce e materia, sul processo creativo e su una visione della pittura intesa come alfabeto per
raccontare stati d’animo e verità interiori.
Tra realismo cromatico e suggestione metafisica, il suo lavoro sembra muoversi su un confine
sottile tra visione e interiorità. Come nasce questa tensione nel suo percorso artistico?
Il mio avvicinamento alla dimensione metafisica non è stato il frutto di una scelta programmata, ma
piuttosto il risultato di un’evoluzione naturale. Fin dall’inizio ho sentito l’esigenza di far convivere il dato
reale con l’immaginario, come se la pittura potesse diventare uno spazio di attraversamento. Inserivo
figure riconoscibili in contesti che si aprivano improvvisamente a scenari onirici: finestre, geometrie, lune
sproporzionate prendevano il posto del paesaggio tradizionale. In questo modo la tela si è trasformata in
una soglia, un luogo di passaggio tra ciò che percepiamo e ciò che affiora dall’inconscio.
Nel corso del tempo, come si è trasformata la sua idea di arte in relazione a figura, colore e
materia?
La mia concezione dell’arte ha attraversato una trasformazione profonda, quasi una inversione luminosa.
In una fase iniziale il mio lavoro nasceva dall’oscurità: utilizzavo fondi bruni e cromie dense, procedendo
per sottrazione, lasciando che i volti emergessero lentamente grazie a pochi punti di luce. Oggi il mio
interesse si è spostato sulla genesi della forma. Il bianco non è più solo luce, ma diventa materia viva,
elemento costruttivo. Lo utilizzo in mescolanza con il colore per dare corpo, peso e tridimensionalità alle
figure, rendendo la superficie pittorica non solo visiva, ma anche tattile, quasi scultorea.
Qual è il processo che porta alla nascita di una sua opera?
La genesi delle mie opere è un dialogo continuo tra osservazione e visione interiore. Spesso tutto nasce
da un dettaglio reale: un volto, un’espressione, una particolare qualità della luce che isola una figura, come
se fosse su un palcoscenico. Ma il lavoro prende realmente forma quando decido di “aprire una finestra” su
quel soggetto, trasportandolo in uno spazio che non è più soltanto reale, ma mentale. È lì che entra in
gioco la dimensione metafisica, che oggi vivo come un luogo da attraversare con misura, attraverso
incursioni selettive. Dal punto di vista pratico, mi affido molto alla materia: la pittura nasce dal gesto e dalla
mescolanza del bianco con il colore. Non amo una progettazione eccessivamente rigida; preferisco che sia
la densità stessa del pigmento a suggerirmi direzioni, volumi e soluzioni inattese.
Il suo linguaggio resta ancorato alla figurazione, ma sembra aprirsi a livelli di lettura più sensoriali
e simbolici. In che direzione si muove oggi la sua ricerca?
Il mio lavoro si colloca sempre più lungo il confine tra la forma e il suo significato profondo. Anche quando
utilizzo un linguaggio figurativo apparentemente classico, il mio obiettivo non è la semplice descrizione del
reale. Mi interessa decontestualizzare gli elementi, usare la precisione del dettaglio e la familiarità del
soggetto come strumenti per raccontare stati d’animo, stagioni interiori, sensazioni difficili da definire a
parole. La sfida è evitare l’allegoria esplicita o didascalica, lasciando che siano il colore, la materia e la
composizione a suggerire un senso. In questo percorso, il figurativo diventa per me un alfabeto: un
insieme di segni riconoscibili che, combinati tra loro, aprono a letture più astratte, emotive e sensoriali.
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TuttoBallo
musica da ballare e da ascoltare
“Pomodoro Studio”
lancia la street latin
di Giovanna Delle Site
Pomodoro Studio, fondato nel 1978 da Bernardo Lafonte, ha
iniziato la sua avventura come studio di registrazione
professionale, accogliendo artisti di grande calibro come
Amedeo Minghi, Renato Carosone, Eugenio Bennato e molti
altri. Nel corso degli anni, l'attività si è trasformata in Edizioni
Discografiche ed Editoriali, ampliando il suo impatto nel
mondo musicale. Dal 1990, Pomodoro Studio ha
diversificato la sua offerta, producendo musica per la Danza
Sportiva e collaborando con l'ANMB. Ha inoltre creato la
disciplina Natusumba, che unisce fitness e meditazione,
ispirandosi ai quattro elementi della natura per promuovere
il benessere totale. La musica a 432 Hz prodotta dallo studio
è pensata per stimolare la mente e favorire il relax.
Attraverso il gruppo Facebook "Natusumba Line Dance",
Pomodoro Studio collabora con scuole internazionali di line
dance. Oggi, con band come Musicos de Sevilla e Los
Angeles Vagabundos, lo studio si dedica alla produzione di
musica latina, offrendo generi come cumbia, salsa e tango,
disponibili per il download sul loro sito ufficiale. Questa
nuova produzione arricchisce il panorama musicale,
offrendo brani ideali per il ballo e l'ascolto, contribuendo al
benessere fisico e mentale degli appassionati.
Pomodoro Studio
clicca qui per ascoltare la musica
NatuSamba
TuttoBallo
L’ISTANBUL .
MAGICA, LA CITTA DEI DUE CONTINENTI
Elza De Paola
Istanbul, ponte tra Europa e Asia sul Bosforo, mi ha incantato lo scorso settembre con la sua vitalità caotica, gli odori
mediterranei e i sapori mediorientali. Grattacieli modernisti svettano all'ingresso della città, mentre le strade affollate pullulano di
negozi e parchi. Nel centro storico, moschee con minareti maestosi riportano all'era ottomana: Santa Sofia stupisce con i suoi
mosaici bizantini, e la Moschea Blu – famosa per le oltre 20.000 piastrelle blu di Iznik – richiede l'accesso scalzi e il velo per le
donne, per rispetto islamico. La Cisterna Basilica affascina con le sue 336 colonne sommerse nell'acqua, reliquia bizantina del
VI secolo. Il Palazzo Topkapı, immensa residenza dei sultani con harem e tesori imperiali, merita ore di visita; lo stesso vale per
il Palazzo Dolmabahçe, opulento edificio ottomano sul Bosforo con 285 stanze e lampadari di cristallo.
Questa vista panoramica cattura la magia del Bosforo illuminato di notte. I muezzin chiamano alla preghiera dal Corano,
testimoniando la profonda devozione turca, emozionante anche per i non musulmani. Imperdibile la crociera serale sul Bosforo:
ponti sfavillanti, tè caldo e spettacoli tradizionali creano un'atmosfera fiabesca. Ho attraversato i ponti verso la parte asiatica,
dove la moderna Moschea Çamlıca – inaugurata nel 2019 dal presidente Erdoğan e la più grande della Turchia – domina il
panorama con vista mozzafiato su skyline e navi illuminate. Istanbul ha conquistato il mio cuore: motivo per cui desidero
tornarvi presto.
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VENEZIA
BIENNALE ARTE 2026
Assia Karaguiozova
Una nuova Biennale in arrivo: ‘IN MINOR KEYS’, a cura di KOYO KOUOH
Con tristezza per la sua scomparsa, poco dopo la nomina, ma con il pensiero ottimista che
l’Arte sa superare i Confini, non solo quelli geografici e culturali, ma anche tra Vita e Morte
Dedicata alle Radici, alle Tradizioni, alla Cultura, alla Formazione, sarà un’Edizione, per la prima volta, incriticabile
TuttoBallo
MAN RAY ALLA BIENNALE DI VENEZIA
L’IMMAGINE RITROVATA
Assia Karaguiozova
Ca’ Giustinian di San Marco
Ingresso Libero
ARCHIVIO STORICO DELLA BIENNALE
STEFANO FRANCIA ENJOYART
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Caterina Mandirola
MC2 36 x 36 GRESS E SMALTO 2015
“Dove il Segno incontra il Sogno"
Mauro e Giulia Gavazzi
TuttoBallo
Caterina Mandirola nata a Genova nel 1957 e oggi residente
ad Arenzano, fonde nella sua arte una solida preparazione
accademica e una profonda sensibilità paesaggistica.
Diplomata al Liceo Artistico
"Nicolò Barabino" e laureata in Architettura con
specializzazione in Architettura del Paesaggio presso
l’Università di Genova, ha dedicato gran parte della sua
carriera alla progettazione professionale tra la Liguria e il
Piemonte.
Il Risveglio Artistico Dopo anni in cui la creatività è stata
convogliata esclusivamente nel rigore della professione, dal
2015 Caterina ha riscoperto la sua vocazione originaria
attraverso la scultura ceramica. In questa disciplina si sono
riaccese le "antiche passioni" dell'infanzia, permettendole di
tradurre la complessità del costruito e la fluidità del naturale in
forme plastiche tangibili.
Poetica e Stile: Dove il Segno Incontra il Sogno Le sue opere
rappresentano una sintesi magistrale: la precisione del segno
architettonico si sposa con l'organicità del paesaggio. Sebbene
le forme appaiano astratte, esse sono
profondamente radicate in uno studio progettuale meditato.
Caterina trasforma i "frammenti dei sogni" in oggetti
tridimensionali decisi, capaci di comunicare emozioni profonde
attraverso la materia plasmata a mano.
I suoi viaggi in terre lontane e la padronanza nel modellare lo
spazio aperto influenzano un’espressività che non è mai fine a
se stessa, ma che punta dritta al cuore dell’osservatore. Come
un antico navigatore, Caterina proietta la sua arte verso nuovi
orizzonti per ricordarci la nostra essenza umana. La sua
capacità di rendere "reale" l'onirico attraverso la
tecnica ceramica è un dono prezioso, che arricchisce con forza
e garbo il panorama artistico contemporaneo.
Statement dell’artista
«Il sogno non allontana dalla realtà: la prepara» Gaston
Bachelard
Dove forma, natura e sogno smettono di essere parole e
diventano materia inizia la mia creatività artistica. Non li
distinguo: li lascio fluire l’uno nell’altro, come strati di un tempo
che ritorna.
Le forme che realizzo nascono da ciò che resta.
Da immagini interiori che non voglio trattenere nella mente, ma
affidare alla materia perché trovino peso, silenzio,
resistenza. Il sogno è ciò che precede il gesto, ciò che lo rende
possibile. Come se la forma esistesse già, in attesa di essere
riconosciuta. mLa ceramica è il luogo di questo
riconoscimento.
È una materia fragile e ostinata, con la quale concretizzo
l’equilibrio tra progetto e abbandono, tra ciò che credo di
sapere e ciò che devo accettare di perdere. Ogni opera è una
soglia: tra controllo e necessità, tra intenzione e ascolto. Il mio
sguardo nasce dal paesaggio e dai volumi armonici
dell’architettura.
Dall’abitudine a leggere lo spazio, a rispettarne le tensioni, a
riconoscere il valore del vuoto quanto quello della presenza. La
scultura, per me, non è un oggetto, ma una presenza che
abita: entra nello spazio, lo modifica, lo
interroga. Superfici, fratture, pieni e vuoti sono tracce di un
dialogo continuo tra corpo, tempo e luogo.
Cerco una forma che sia necessaria, che sappia restare, che
non tema la fragilità. Una forma che non spieghi, ma
accompagni e si esprima con la bellezza e l’armonia.
Se esiste un oltre nel mio lavoro, è il tentativo di attraversare
me stessa per raggiungere qualcosa di più ampio. La scultura
è questo per me: un luogo in cui il sogno prende peso e la
materia, per un istante, impara a respirare.
MC18 26X26X48 GRESS E SMALTO 2018
TRIBLU
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RECoVidERY GREEN diam. 1,20 GRESS E SMALTO2020
MC17 26x14x50 GRESS E SMALTO2017
MC19 28x15x30 GRESS E SMALTO 2018
MC3 35x24x35 GRESS E SMALTO 2015
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Icona, Avanguardia e Archetipo:
MC2 36 x 36 GRESS E SMALTO 2015
Legami Eterni alla Tret'jakov
Prof.ssa Larisa Yungblyud
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Icona, avanguardia e archetipo: tre concetti apparentemente
distanti, ma uniti da legami profondi nella Galleria Tret'jakov di
Mosca, che ospita mostre come "Icona e Avanguardia" e
"Archetipi dell'Avanguardia".
Icona: Tradizione Sacra e Rivoluzione
L'icona è un'immagine sacra dipinta secondo canoni bizantini,
ma Andrej Rublëv (XV secolo) introdusse uno stile russo unico,
infondendo emotività, lirismo e una tavolozza innovativa,
legando il divino all'umano. Questa audacia prefigura lo spirito
rivoluzionario dell'avanguardia, pur non essendolo pienamente.
Archetipi: Codici dell'Inconscio
Gli archetipi, secondo Carl Jung e Carol Pearson (12 tipi:
Bambino, Guerriero, Ribelle, ecc.), sono prototipi universali
della psiche che influenzano arte e comportamento. Guidano
inconsciamente gli artisti d'avanguardia, "muovendo il
pennello" attraverso l'inconscio collettivo.
Avanguardia Russa: Rottura Radicale
L'avanguardia (fine XIX-inizio XX secolo) rompe con la
tradizione, creando linguaggi innovativi. Quella russa è la più
estrema: Burljuk definì Raffaello "artista da cartoline" e Vrubel
"imbrattatore". Eppure, genera capolavori canonici,
preservando archetipi universali come croce e cerchio.
Collegamenti Profondi
L'icona è un archetipo visivo: universale e simbolico. Gli
avanguardisti, ostili alla tradizione, vi ritrovano strutture
psichiche profonde, traducendole in modernità (es. astrazione
con forme archetipiche). Icona fornisce struttura, archetipi
energia, avanguardia forma rinnovata.
Esempi da "Icona e Avanguardia"
"La Nascita della Vergine" (XVI sec.) vs. Lentulov, "Campane,
Campanile di Ivan il Grande" (1915): Spazio iconografico verso
l'osservatore, rosa screziato gioioso.
"Ascesa ardente del profeta Elia" (XVI sec.) vs. Kljun,
"Composizione suprematista n.6" (1921): Cerchio centrale,
linee geometriche, armonia contrastata evocano parentela.
Questa immagine allegata rafforza il parallelo, mostrando
somiglianze compositive tra icona e astrazione suprematista.
Archetipi nelle Opere
Bambino (ingenuità infantile): Larionov, "Musa trionfante"
(1910) e "Primavera" (1912) – prospettiva schematica, colori
puri come disegni infantili.
Ribelle (rivoluzione): Konchalovsky, "Danza spagnola" e
"Testa di matador" (1910) – sensualità provocante,
deformazioni grottesche; Burljuk, "Ritratto di Kamenskij" (1916)
– pittura in rilievo, aspetto scandaloso.
Icona, archetipi e avanguardia formano un circuito: archetipi
plasmano l'icona, che ispira l'avanguardia a creare una "nuova
religione". Gli artisti rivoluzionari preservano continuità
inconscia, dal sacro al moderno.
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Federico Panaccio
Emozioni in gioco
Maria Consiglia Izzo
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Nel panorama del game design contemporaneo, sempre più autori vedono il videogioco non solo come intrattenimento, ma
come un’esperienza capace di lasciare un segno profondo. Federico Panaccio appartiene a questa visione: per lui creare
un gioco significa trasmettere emozioni, raccontare storie e costruire mondi in cui il giocatore possa sentirsi immerso e
coinvolto. In questa intervista ci racconta il suo percorso, la sua idea di design e la sua visione sul futuro dell’industria
videoludica.
Qual è stato il videogioco o il momento esatto in cui hai capito che volevi passare dall'altra parte dello schermo e
diventare un designer?
Ho pensato molto a come rispondere a questa domanda: i videogiochi che mi hanno colpito così tanto da voler iniziare a
crearli sono davvero troppi. Fin da piccolo, ogni gioco che vivevo mi trasmetteva un’emozione diversa, ognuna molto forte.
Mi dicevo: se sto così bene giocando a questi titoli, voglio essere in grado di creare qualcosa che faccia sentire così anche
altre persone. Per me il videogioco non è solo un passatempo, ma un’esperienza che ti travolge e, a tratti, una vera lezione
di vita.
Qual è stato il tuo percorso di formazione e quanto pensi sia importante lo studio teorico rispetto alla pratica
“sporcandosi le mani”?
La mia formazione si basa su vari corsi specialistici, a partire dal Liceo Artistico fino a corsi di Game Art, Game
Development, illustrazione, ecc. Per anni, però, sono stato anche autodidatta, imparando il disegno e la modellazione come
potevo, facendo “errori su errori”. Credo che l’unione delle due cose sia stata essenziale nel mio percorso: un corso ti aiuta
a darti delle regole, delle scadenze e un supporto sia pratico sia teorico. Allo stesso tempo, praticare e imparare da soli è
fondamentale. Lo studio teorico e la pratica possono avere lo stesso valore, perché per eccellere servono entrambi.
Da dove parti per progettare un gioco? Da un’emozione che vuoi trasmettere o da una storia?
Creo le mie opere artistiche partendo totalmente dalle emozioni, che uso come fondamenta per costruire una storia
coinvolgente. Per me l’arte del videogioco deve essere in grado di sommergere il giocatore con emozioni e sensazioni di
ogni tipo.
Qual è il tuo segreto per mantenere il giocatore nel cosiddetto “stato di flow”?
Cerco di mantenere il giocatore sempre coinvolto nell’esperienza, alternando momenti di gameplay accattivante alle
sensazioni trasmesse dalla storia mentre si avanza nel gioco. L’obiettivo è creare un equilibrio emotivo e ludico che tenga il
giocatore attaccato, sia a livello di sfida sia a livello emotivo.
Oggi si parla molto di rendere i giochi inclusivi. Come integri l’accessibilità nel tuo design?
Per me l’inclusività è estremamente importante. Personalmente cerco di applicarla in modo naturale, normalizzandola nel
mio stile artistico. Anche se ci sono differenze tra un personaggio e l’altro, tutto deve risultare armonico e coerente.
Per rendere i giochi più accessibili, propongo diverse opzioni nelle impostazioni per agevolare ogni tipo di giocatore:
modifiche alle dimensioni dei font, filtri visivi per luminosità, contrasto e colori, regolazioni audio e altre soluzioni che
permettano a più persone possibile di vivere l’esperienza di gioco.
Cosa ne pensi dell’impatto dell’IA generativa nel game design? La vedi come una minaccia o come uno strumento
che democratizzerà ulteriormente la creazione di giochi?
L’IA è una realtà ancora in evoluzione, quindi le persone stanno ancora cercando di capire se sia un aiuto o meno.
Personalmente penso che non debba sostituire l’uomo, ma supportarlo quando necessario — ad esempio per rispettare
tempistiche strette o in contesti con poco personale, come nelle piccole case di produzione.
Detto questo, molti giochi senza l’ausilio dell’IA hanno fatto la storia, e mi piacerebbe continuare a vedere progetti in cui si
percepisce chiaramente l’impegno e la sensibilità dei creatori dietro al prodotto.
Se avessi un budget illimitato e un team composto da centinaia di persone, che tipo di esperienza creeresti?
Fin da piccolo ho sempre sognato di creare qualcosa di grande, capace di coinvolgere gruppi di persone con gusti ed
esperienze diverse tra loro. Qualcosa che unisca le masse, le faccia emozionare e sentire parte di un’esperienza condivisa.
Vorrei realizzare un gioco in grado di trasmettere un messaggio forte, sia emotivamente sia visivamente: come un quadro
che prende vita o come una musica che ti avvolge mentre la ascolti. Se avessi fondi illimitati, questo sarebbe il mio primo
obiettivo.
STEFANO FRANCIA ENJOYART
presenta
COMPILATION e PODCAST
IN COLLABORAZIONE CON ALWAYS POMODORO STUDIO
DISPONIBILE SU TUTTE LE PIATTAFORME
Ascolta ora
PODCAST/STEFANOFRANCIA
Pensiero del mese
DI FRANCESCA MEUCCI - DIRETTRICE DI SOLOMENTE
https://www.solomente.it
Ode ai giovani.
I giovani non è vero che passano le giornate a
scrollare incollati ai social.
I giovani non è vero che non hanno voglia di fare
nulla.
I giovani non è vero che sono tutti divorati
dall'ansia.
I giovani non è vero che non parlano.
I giovani non è vero che vivono rinchiusi nelle loro
stanze.
I giovani non è vero che hanno perso la speranza.
Anche se sarebbero giustificati dal mondo orribile
che hanno intorno...
I giovani sognano.
I giovani credono nei valori.
I giovani protestano.
I giovani decidono.
I giovani vivono.
Vivono la vita che ritengono più giusta per loro.
E se ne fregano dei giudizi.
E fanno bene.
Ode ai giovani.
TuttoBallo
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Claudio Villa
100 anni di musica
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