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ANNO 1 | marzo aprile 2026
01
Persone, opinioni, luoghi e miscele
POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE- AUT. N LO-NO/01353/05.2022 PERIODICO ROC - PERIODICO TRIMESTRALE - PREZZO EURO 5,00
1
Flavio Angiolillo
Dal successo del MaG quindici anni fa, fino al lavoro
sottotraccia per “arrivare ovunque nel mondo”.
Il Piccolo Barman guarda ancora lontano
Sfatare i miti
Agave, formazione e altri dogmi. Cinque analisi per ricordare
che porsi le giuste domande può fare la differenza
thegarnishmag.it
04
Dal Mondo
Sips Esencia: la tana
del Bianconiglio a Barcellona
24
di Carlo Carnevale | info@thegarnishmag.it
Il bar evolve per non
cambiare: togliamoci
la polvere di dosso
Dossier Wine Cocktail
Lo sterminato potenziali
di vino, vermouth, sherry
e dei loro fratelli meno utilizzati
i
n un momento di incertezza
forse senza
precedenti per la storia
contemporanea, il
settore del bar appare
ancora più fumoso di
quanto già non sia,
per i consumatori. È
una problematica che
va avanti da decenni: è
ben noto che lavorare al banco è ancora
spesso visto come un ripiego,
e quasi mai come una consapevole
scelta di carriera.
Le scosse perché le cose cambino
ci sono e si sentono. La chiave è
formarsi, informarsi, fare domande,
confrontarsi con chi ha più
esperienza e al tempo stesso fare
rete con chi è alla pari. The Garnish
nasce per questo: fornire alla
comunità italiana di bartender
spunti di riflessione, strumenti
professionali, occasioni per poter
pensare “questo non lo sapevo”, o
ancora più importante, “non sono
d’accordo, ma confrontiamoci”.
È sempre più difficile inventare novità,
e non si vuole certo ridisegnare
la ruota (o il mixing glass); ma c’è
parecchio da rispolverare, rinfrescare,
rendere accessibile e proporre da
nuove angolazioni.
Questo numero d’esordio tratta
quindi di miti da sfatare: tendenze,
anche recenti, sono diventate dogmi,
senza essere mai davvero approfonditi,
confermati o smentiti. Sono
le cinque “A” da cui l’alfabeto di The
Garnish muove i suoi primi passi.
Il dossier racconterà poi dei wine
cocktail, famiglia di miscele che
risale alla notte dei tempi, di rara
profondità eppure ancora relegata
a pochissimi esempi, nonostante
l’abbondanza di prodotti e alternative
che renderebbero queste ricette
colonne portanti di qualsiasi menù.
L’intervista centrale è dedicata a Flavio
Angiolillo, che ha risposto senza
nascondersi raccontando dei suoi
quindici anni di successi, dal MaG
alle nuove avventure nella produzione.
Il resto è da scoprire.
Molti vini “is megl che uàn”
Giovanni Allario racconta
un “multi-wine” cocktail
Il Caso Spritz
Il drink più richiesto
e discusso:
serve davvero
reinventarlo?
Dall’Italia
CouCou a Torino:
non chiamatela
enoteca
con cucina
The Garnish
Nasce The Garnish, il nuovo sistema editoriale della nostra casa editrice
Nelson Srl dedicato agli operatori del settore che gravitano nella galassia
dei cocktail bar. Una piattaforma inedita che mira a sommare tesate giornalistiche
B2C (thegarnishmag.it) e B2B (la pubblicazione che state sfogliando),
un nuovo codice che si concentra sulla professionalità dei bartender,
contribuendo alla divulgazione e alla narrazione del settore della miscelazione
con analisi, strumenti, voci e un linguaggio finalmente più fresco.
L’intento è cogliere e raccontare come stanno cambiando le abitudini e
come si adattano i consumi: le professionalità dell bar necessitano sempre
di più di un linguaggio adatto, che permetta agli operatori di comprendersi
ed evolvere come sistema. È questo il mix da cui trae origine The Garnish,
che nel 2026 verrà pubblicata in quattro numeri cartacei B2B e completata
da due edizioni cartacee B2C denominate “I Quaderni di The Garnish”, oltre
a una newsletter settimanale dedicata agli operatori del settore. Quello che
state sfogliando è il primo numero di The Garnish in formato stampato, che
concretizza l’obiettivo finale: porsi come un luogo in cui tendenze, tecnica,
etichette e idee possono incontrarsi per permettere a bartender, osti e imprenditori
di crescere insieme al settore. - Luca Figini
Beer&Food
Attraction
I prodotti
più interessanti
dalla fiera di Rimini
Titoli di coda
Eventi, notizie, novità:
le ultime dal mondo
del bar
THE GARNISH MAGAZINE
Direttore responsabile Luca Figini
Direttore editoriale Riccardo Colletti
Coordinamento Carlo Carnevale
Editor Matteo Borré
Marketing & Operations Roberta Rancati
Art direction Inventium s.r.l.
Stampa La Terra Promessa Onlus
Editore Nelson Srl
Viale Murillo, 3 - 20149 Milano Tel. 02.84076127
info@nelsonsrl.com - www.nelsonsrl.com
Registrazione al Tribunale di Milano
3 del 18 Gennaio 2022 - Nelson Srl - Iscrizione
ROC n° 33940 del 5 Febbraio 2020
Periodico trimestrale N. 1 - MARZO/APRILE 2026
Abbonamento Italia per 4 numeri annui: € 20,00
L’editore garantisce la massima riservatezza
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in qualsiasi momento scrivendo a: Nelson Srl
Responsabile dati - Riccardo Colletti
2
Distribuito da
ENJOY SANTA ANA RESPONSIBLY
di Carlo Carnevale
Sfatare i miti: quando
non serve “fare sempre così”
Nulla è più dannoso,
per il mondo del bar,
che ancorarsi a dogmi
e retaggi. Farsi le giuste
domande può cambiare tutto
c ’
è una frase piuttosto
tipica che abita il settore
dell’ospitalità italiana
da fin troppo
tempo. Una di quelle
mattonate che quando
risuona alle orecchie
delle nuove generazioni,
soprattutto,
provoca una giustissima
irritazione, quasi un impulso
di rivalsa: “Abbiamo sempre fatto
così”. Uno dei mantra del retaggio
tossico della ristorazione del
nostro paese per gli ultimi tre decenni
almeno. Come se una volta
instaurata un’abitudine, non fosse
più possibile tornare a lavorarci
per renderla più aderente ai tempi
che corrono. Il caffè a un euro, l’amaro
offerto a fine pasto, il tris di
snack all’aperitivo non contato nel
drink cost: è tutto dato per scontato,
e se a farlo sono i consumatori
è anche naturale. Il problema
grosso è quando sono gli operatori
a non chiedersi se sia giusto o meno
continuare con questo modo.
Se non chiedi non sai
Il bar italiano è restío alle novità, ai
cambiamenti, e per questo rimane
impantanato molto spesso in dinamiche
che gli impediscono di crescere.
È restio, però, anche alla ricerca
delle informazioni: si grida al
nuovo trend, alla nuova verità assoluta,
senza contestualizzare i movimenti
di mercato che (quasi sempre
dall’estero) danno inizio alle
mode. Non ci si interroga su dati
e dettagli, si prendono per buone
informazioni non approfondite e
si agisce di conseguenza, modificando
la propria offerta in base al
sentito dire, invece che ad analisi di
settore strutturate o, meglio ancora,
a esperimenti vissuti e verificati.
Il bar, dal canto suo, è un segmento
vivo, che reagisce e si contrae e
si espande a seconda di numerosi
fattori.
Quello che funziona a Milano potrebbe
essere deleterio già solo a
Bologna e le proposte vincenti di
Napoli possono smettere di essere
tali appena un’ora più a Nord.
Il beneficio del dubbio
L’informazione andrebbe sempre
presa con il beneficio del dubbio,
incamerata e poi proiettata sul mercato
in cui ci si trova: non esistono
verità assolute, esistono piuttosto
delle buone pratiche che possono
fungere da guida per la gestione e
poi per la profittabilità di un locale
(di qualsiasi tipo). Una di queste è
la ricerca di risposte che diano un
quadro più chiaro della situazione
cui si riferiscono; basta spulciare il
web, sfogliare le pagine più competenti
e rispettate, o a volte soltanto
sbloccare uno smartphone per
chiedere a chi ne sa più di noi. Ed
è di importanza vitale per il sistema:
il bar italiano corre il rischio di
rimanere invischiato in un circolo
di tentativi sbagliati, che inseguono
risultati impossibili solo perché
non ci si è fatti le domande giuste.
Quando invece, a volte, basta
davvero poco per trovare soluzioni
vincenti.
“Il vero problema
si ha quando
i bartender
non si chiedono
se sia giusto o meno
continuare con
questo modo”
4
L’agave è matura
(finalmente)
I distillati messicani continuano a essere etichettati
come i prodotti del futuro. Cristian Bugiada
racconta come affrontarli correttamente al bar
Al bar
Per i bartender, il tema decisivo non è
quindi se inserire o no l’agave in carta
ma come farlo. Qui Bugiada è netto:
il primo aggancio resta il cocktail
classico, con una degustazione che
sia contenuta e curata. «L’importante
è fare bene i conti, non ha senso
avere troppe referenze in bottiglies
ono ormai anni che i
distillati di agave si raccontano
come la nuova
grande rivoluzione del
bar. È una narrazione
utile: ha acceso curiosità,
scoperta, formazione
professionale e nuove
idee di miscelazione.
Vale però la pena spostare
il discorso dal mito al mercato e
approfondire la terra di mezzo in cui
l’agave si trova: non è più una chicca
da appassionati ma non è nemmeno
diventata un prodotto di massa.
Diventare grande
È una categoria entrata nella sua età
adulta: più strutturata, più leggibile,
più professionale. A dirlo è anche
il contesto in cui si muove Cristian
Bugiada, ambasciatore del mezcal
per conto del Consejo Regolador del
Mezcal insieme a Roberto Artusio,
con cui è co-fondatore de La Punta
Expendio de Agave di Roma: un progetto
nato proprio per diffondere e
comprendere i distillati messicani in
Italia. «Oggi è una categoria portante.
A differenza di dieci o dodici anni
fa, quando cominciammo noi, in
qualsiasi bar o drink list trovi prodotti
a base di agave».
Matematica
I numeri, con tutte le cautele del
caso, gli danno ragione. Secondo il
Consejo Regulador del Tequila, nel
2025 l’Italia ha importato oltre 3,55
milioni di litri di tequila, in crescita
del 2,03% sul 2024, confermandosi
ottavo mercato mondiale. Nei primi
undici mesi del 2025, l’incremento
è del 9,1%. È interessante notare come
non si tratti di una corsa lineare e
senza scosse: nei primi quattro mesi
del 2024 le importazioni italiane erano
scese del 38,2% rispetto allo stesso
periodo dell’anno precedente. Tradotto:
più che un boom inarrestabile,
l’agave in Italia è in una fase di
consolidamento fatta di accelerazioni,
frenate e riassestamenti.
Cento per cento
Sempre secondo i dati CRT rilanciati
in Italia a inizio 2026, la tequila
100% agave pesa ormai per l’84-85%
delle importazioni complessive, contro
il 78,6% del 2024. Bugiada invita
a leggere bene il fenomeno, senza assolutizzare
il dato, anzi verificando il
movimento relativo. «La crescita rispetto
alla categoria generica o mixto
denota che in Italia si cominciano a
scegliere prodotti sempre più qualitativi».
È una sfumatura importante:
il mercato italiano non è grande
come altri, ma sembra orientarsi con
decisione verso una premiumizzazione
concreta, non solo dichiarata. E
questo si allinea anche al quadro internazionale:
per IWSR l’agave è oggi
“in transizione”, con crescita più
misurata e maggiore attenzione ad
autenticità, integrità del prodotto e
prezzo; per il 2029 il segmento premium
è atteso crescere molto più del
super-premium.
1
ra». È un consiglio meno romantico
e più utile di molti entusiasmi di facciata.
Non serve inseguire il modello
enciclopedico: meglio una nicchia
ben ricercata, leggibile e con rotazione,
che finire con l’avere troppo stock
fermo. Significa finalmente spostare
l’attenzione dall’agave come feticcio,
al trattarlo come una categoria portante,
da gestire.
Gemelli diversi
Allo stesso modo, accomunare tequila
e mezcal non è per forza un errore:
«Il mezcal è di fatto il padre delle
denominazioni dei distillati di agave;
è importante specificarne le differenze
quando li si divulga, ma tenere
entrambe nello stesso “contenitore”
semplifica il messaggio e avvicina il
consumatore». Il vero problema nasce
dopo, quando il bar non va oltre
quella semplificazione e finisce per
proporre sempre gli stessi marchi
più commerciali, senza ricerca e senza
profondità. Da qui anche un’altra
avvertenza utile per il mercato italiano:
«Bacanora, raicilla o sotol possono
essere affascinanti, ma oggi restano
micro-nicchie. Prima di portarli
in carta bisogna misurare conoscenza,
rotazione e costo-opportunità».
Persone e diciture
Infine, la questione più professionale
di tutte: distinguere prodotto
e marketing. Bugiada insiste su un
gesto semplice: leggere le etichette,
controllando i codici di distilleria e
incrociando le informazioni disponibili
ormai in rete. E comunque
non basta: «Bisogna conoscere le
persone, chi vive il Messico, chi ci lavora,
chi davvero tocca con mano il
prodotto. Così finalmente, per dirne
una, il mezcal non sarà più soltanto
“quello affumicato”».
Le tre chiavi di lettura
PARTIRE DAI CLASSICI - Margarita, Paloma e
twist restano il miglior metro di misura per capire
come funzionano i distillati di agave. Sono il punto
d’ingresso più semplice per il consumatore e lo
strumento più utile per il bartender.
OLTRE L’ETICHETTA - Provare, assaggiare,
2 raccogliere feedback, capire chi e cosa si nasconde
dietro una bottiglia. La consapevolezza e la
conoscenza faranno sempre la differenza, perché
facilitano la possibilità di divulgare il prodotto.
3
MISCELARE CON MISURA - Il mezcal è spesso più
alto in gradazione e più invasivo aromaticamente
del tequila. Un leggero sottodosaggio può dare
grandi sorprese: anche 10ml in meno possono
equilibrare il drink e far esplodere il distillato.
5
1
Le tre chiavi
IL TEMPO - Si lavora rapidi, ma mai di fretta: tra la
versata di un cocktail e il primo sorso dell’ospite
deve passare il minor tempo possibile.
LA DIVISA - Dev’essere ordinata, pulita, coerente
2 con il bar. Indossarne una, anche visivamente,
trasmette sicurezza ed è segno di identità.
3
L’ATTITUDINE - Ascoltare, osservare, leggere,
chiedere: quanto più si è dediti al mestiere, tante
più saranno le soluzioni per far star bene gli ospiti.
di lettura
Artigiani,
non artisti
Routine, organizzazione, mestiere: Dario Tortorella
spiega cosa serve per essere osti eccellenti
Questione di priorità
Lo si dimentica spesso. La fama effimera
è a portata di like e per una
vita da rockstar bastano un paio di
occasioni azzeccate, come le classifiche
di settore o le competition.
«I premi fanno bene solo se è soi
l compianto Sasha Petraske,
che nel 1999
con l’apertura del
Milk & Honey di New
York diede il via alla
rinascita della cultura
del coc ktail bar nel
mondo, lo raccontò
benissimo in un intervento
ancora reperibile
sui social media: “Bartending
is a craft”. Artigianato, non arte.
Una serie di gesti ripetitivi e metodici,
conditi da creatività, certo, ma
per lo più legati a degli standard:
«Avremo voglia, anche dopo ore di
servizio, di allungarci a prendere la
coppetta più fredda per servire l’ultimo
cocktail?».
no conseguenza del proprio lavoro,
e non l’unico obiettivo», racconta
Dario Tortorella, bartender de
L’Antiquario di Napoli, che negli
ultimi anni di premi ha fatto il pieno:
Campari Bartender of the Year
nel 2023, miglior bartender d’Italia
ai BarAwards 2025.
«Quando l’attenzione si sposta solo
sui riconoscimenti, si perde di
vista il mestiere e si trascura l’ospite».
Mestiere, che termine quasi dimenticato:
significa professionalità
e soprattutto routine, nel senso positivo
del termine, ovvero di schemi
che portino a un risultato costante,
tendendo sempre al massimo della
qualità. Perché sia così, esiste una
mole di lavoro invisibile e sottovalutato,
che invece nel lungo si rivela
imprescindibile.
All’apertura
«Il mestiere comincia ben prima
del servizio», prosegue Tortorella,
«è tutto quanto permette al bar
di essere quello che è. Significa attenzione
a che ci siano abbastanza
garnish e preparazioni, che siano
sempre disponibili i bicchieri, a
maggior ragione se sono bicchieri
appositamente selezionati per una
specifica ricetta. E che non ci sia
troppo di tutto questo, perché che
senso ha realizzare una mise en place
eccessiva se a fine turno si spreca?».
Si organizza, giorno dopo
giorno, e si comincia.
Al banco
Poi inizia un gioco di esperienza
che si impara solo sul campo. «Una
prima lettura della comanda per capire
se si tratta di ordini chiari o di
variazioni (la guarnizione e le proporzioni
di un Martini Cocktail,
un brand di distillato particolare).
Si individuano i movimenti necessari:
in un sour, per esempio, si versa
prima lo spirito, poi il succo d’agrume
e infine lo sciroppo di zucchero.
Se fosse il contrario rimarrebbe dello
sciroppo nel jigger e altererebbe il
volume delle versate successive».
Dettagli che fanno tutta la differenza
nel mondo: tecnica e memoria,
«i cocktail stirrati si versano per ultimi,
perché hanno un tenore alcolico
maggiore e vanno serviti il più
freddi possibile». Si assaggia sempre,
i bicchieri vanno estratti dal
congelatore appena prima di versarvi
il liquido, toccati solo sulla parte
inferiore (le coppette dallo stelo)
e poggiati sul bancone o sul tavolo,
mai nelle mani dell’ospite. Poi di
nuovo, sciacquare gli attrezzi e ricominciare.
«Quando i gesti diventano
automatici, ci si può concentrare
su chi si ha davanti».
In sala
Vale ancora di più per la sala, dove
i tempi si dilatano e il ritmo è quello
degli ingranaggi di un orologio:
«Apriamo la porta nel minor tempo
possibile da quando gli ospiti
bussano, ricordando che la prima
impressione è quella che durerà di
più; poi li accompagniamo al tavolo,
serviamo subito menu e acqua,
chiediamo informazioni utili (allergie,
intolleranze)». Artigiano dovrebbe
essere anche il linguaggio:
nessuna domanda tecnica, perché
non si può dare per scontato tutti
gli ospiti parlino la stessa lingua.
«Chiedere se si preferisce più acido
o più dolce può essere respingente:
piuttosto parlare di tenore alcolico,
proporre un aperitivo prima
di cena. E contestualizzare: perché
un ospite beve Negroni? È l’unico
drink che abbia mai bevuto o davvero
apprezza quel gusto dolceamaro?
È dove il lavoro può diventare
sartoriale».
Un’idea per tutto
L’artigianato include anche la soluzione
dei problemi. A L’Antiquario
si tengono riunioni periodiche
per discutere episodi specifici e
codificare il modo per affrontarli.
Un esempio recente: «Un ospite
non trovava il proprio cappotto nel
guardaroba. Non ci era mai successo.
Abbiamo chiamato tutti i numeri
dei prenotati di quella sera, poi
tutti i nostri contatti che sapevamo
avrebbero potuto conoscere i nostri
ospiti, finché non abbiamo trovato
chi aveva per errore fatto uno scambio.
Potrà non capitare mai più, ma
adesso abbiamo un piano per affrontare
una situazione del genere».
Ciò che conta davvero
Infine, con tutte le favole possibili,
l’obiettivo rimane uno: garantire
agli ospiti momenti piacevoli, perché
possano tornare. Dedicarsi agli
altri è l’unico modo, ma si può imparare?
«È un’attitudine che si può
alimentare». A Tortorella qualcosa
è scattato con un episodio personale,
il proprietario di un alloggio in
cui lavorava, intrattabile, scontroso,
irascibile: «Il contrario di quello
che un oste dovrebbe essere. Eppure
a chiunque rientrasse in camera,
chiedeva se avesse bisogno di una
bottiglia d’acqua per la notte. Sembra
una sciocchezza, ma è il sintomo
di un fuoco che si ha dentro». •
6
“Che serva
di lezione”
La formazione dei bartender si frammenta,
il sistema ne soffre. Leonardo Pinto illustra
le difficoltà del mercato e come navigarlo
Le tre chiavi di lettura
1
p
arlare di possibilità di
carriera dei bartender
in Italia è difficilissimo.
È quasi garantito
che qualcuno commenterà
che “i giovani
non hanno voglia
di formarsi”. Il che appare
ben strano, considerando
che invece
le occasioni sembrerebbero esserci
eccome: c’è una confusione, un
contrasto tra quello che potrebbe
essere e quello che in realtà è. Come
mai?
Responsabilità
«È colpa della nostra generazione»,
sostiene Leonardo Pinto, tra i massimi
esperti di rum al mondo, fondatore
di ShowRum e apprezzatissimo
formatore con il suo progetto
multi-livello Rum Master. «Fino a
dieci anni fa la distinzione tra operatori
e formatori era netta: pochi
professionisti fornivano informazioni
reali e tangibili. Oggi invece
assistiamo a un’esplosione di formatori
improvvisati che hanno successo
grazie ai social media, ma senza
CHIEDERSI PERCHÉ - La tecnica
è nulla senza cultura. Miscelare
un buon drink comprendendone
il contesto in cui è nato, aggiunge
valore alla mera esecuzione.
NON SOLO LIBRI - La pratica non
2 sarà mai sostituita dalla sola
teoria. Leggere dieci libri non è
paragonabile all’andare in distilleria
o al mettere le mani su uno shaker.
3
CERTIFICARE I FORMATORI - È
l’unico modo per tagliare fuori
gli improvvisati. Chi insegna deve
averne il titolo, così che chi si
forma possa scegliere con chi farlo.
basi solide e con ben pochi contenuti
da trasmettere agli allievi».
Mercato
Le fonti si moltiplicano, il mercato
si frammenta. Questo potrebbe indicare
un mercato ricco e variegato,
eppure le informazioni non evolvono
mai, e vengono divulgate in modo
statico. «Il mercato è gonfio, non
ricco» prosegue Pinto, «perché la
visibilità conta più dei contenuti. Se
io domattina mi sveglio, apro una
scuola per bartender e insegno come
si shakera senza averlo mai fatto, potrei
finire con l’avere un seguito solo
perché ho un nome noto. La frammentazione
è difficile da navigare, e
va ricordato che chi si forma sacrifica
tempo e denaro: se un corso tenuto
da un professionista affermato
viene messo al pari di un paio di reel,
non va benee anzi, può diventare
pericoloso per l’industria».
Social
È indubbio, però, che i social media
siano ormai il veicolo di informazione
principale, video e contenuti
brevi sono strumenti fondamentali
per raggiungere soprattutto le
nuove generazioni: ma è davvero
colpa dei social se la formazione
professionale declina? «No, sono
un supporto preziosissimo. Il
problema si ha quando la merce
di scambio diventano i followers e
non più il sapere. Se un bartender
con molto seguito online diventa
brand ambassador e parla di un
prodotto su cui viene istruito, è un
conto. Ma se viene assunto, o peggio
ancora si autoproclama come
“esperto” e inizia a insegnare concetti
a caso, si crea la discrepanza
di cui stiamo parlando».
Guardando fuori
Pinto è coinvolto per buona parte
dell’anno in viaggi di ricerca e di-
vulgazione, giurie in competizioni
e assaggi internazionali, consulenze:
il confronto con l’estero è
abbastanza naturale. «In linea di
massima, i paesi più avanzati in miscelazione
hanno accademie ri conosciute,
che riuniscono mentori a
loro volta affermati.
In Italia si trova un parterre di
aziende di formazione medio-piccole
che sembrano tutte dello stesso
livello. È interessante notare
come si stiano sviluppando realtà
molto valide, anche se ancora povere,
in luoghi dove storicamente non
c’è cultura del bere miscelato: sono
stato a Mauritius lo scorso anno, o
in Kenya, e ho trovato esempi mirabili
perché c’è grande sete di contenuti».
Contesto
Si potrebbe obiettare che la suddetta
sete sia più naturale in contesti
che non hanno la tradizione italiana,
che è indubbiamente di qualità
importante: «Certo, ma ci dimentichiamo
che chiunque decida di
frequentare un corso, lo fa proprio
perché parte da basi minime, altrimenti
non si formerebbe. Si da per
scontato il settore, professionisti e
comunicatori non si rendono conto
che dietro una realtà solida si nascondono
generazioni di giovani curiosi
ma necessariamente inesperti.
Siamo più avanti, ma dimentichiamo
di guardarci indietro».
Priorità
Nello specifico, si incappa in contenuti
formativi che si concentrano su
tecnica o tecnologia, tralasciando la
merceologia o l’aspetto storico della
professione: il laboratorio, insomma,
sembra essere più importante delle
bottiglie. Forse converrebbe riprogrammare
le priorità, eppure secondo
Pinto «non esistono davvero priorità,
sono tutti argomenti collegati. Senza
conoscere i prodotti, non puoi creare
cocktail eccellenti, e sapere come miscelare
ma non avere idea delle ricetta
porta allo stesso (non) risultato».
Futuro
Allora c’è da riprogrammare il sistema
di formazione, anche alla luce di
come le disponibilità dei bartender
stanno cambiando: corsi ed esperienze
si incastrano sempre meno con
quello che il lavoro al bar richiede
oggi. «Assolutamente, è un’esigenza.
Il mondo accelera, prima potevi
fare tre giorni di ferie per partire
e formarti, oggi non è possibile per
costi e tempi. Io ho messo i corsi on
demand, abbattendo l’investimento
per la trasferta e lasciando la libertà di
decidere il tempo da dedicarci». Si va
verso una formazione esclusivamente
da remoto? «No, l’interazione con
un formatore farà sempre la differenza
e anche le nuove leve ne hanno
bisogno. La vecchia scuola non si
estingue, ma non può rappresentare
l’unico modello».
•
7
Poco alcol,
tutta realtà
La domanda analcolica c’è, serve incontrarla:
Fabio Fanni su tecnica, gestione e idee
Il dove
Dagli Stati Uniti arriva una spinta relativa
alla presenza degli analcolici nei
menu dei cocktail bar e una maggior
centralità: i no&lo sono storicamente
relegati a sezioni specifiche delle
drink list, per certi versi una logistica
del genere potrebbe evidenziare
in modo negativo la differenza con i
cocktail standard. Fanni, però, non
è d’accordo: «Credo gli spazi appos
oprattutto la generazione
più giovane, che
si approccia alla mixology
per le prime volte,
beve di meno ma meglio:
è un dato di fatto.
Si può ipotizzare sia
una tendenza passeggera
o ad dirittura una
moda non degna di essere
considerata ma, di fronte a evidenze
che cominciano a farsi sempre
più presenti, è bene che i bar
reagiscano. Certo, non esiste una
formula assoluta e tutto può cambiare
di piazza in piazza, ma una
cosa è chiara: «Al bar si va per un’esperienza
di gusto, oltre che per
un’esperienza sociale», racconta
Fabio Fanni, bar manager di Locale
Firenze, 22esimo agli ultimi World’s
50 Best Bars. «Può non esserci
la ricerca dell’alcol in sé, ma non
vuol dire che le alternative a bassa
gradazione, o analcoliche del tutto,
non debbano essere anche buone».
Il come
Buone, sì, ma soprattutto soddisfacenti
anche in termini strutturali.
Guai a pensare che ideare cocktail
analcolici manchi di creatività: come
spiega Fanni, «una soda aromatizzata
con un cordiale rimane un
cordiale, appunto, e lo stesso vale
per un succo. La difficoltà principale
consiste nel ricreare il corpo che
l’alcol dà alla bevuta, quella sorta di
resistenza al sorso: serve giocare con
acidità, speziatura, consistenze. Noi
abbiamo una rivisitazione del caffè
e acqua tonica, che realizziamo con
un caffè fermentato (una kombucha
di fatto) per ottenere aromaticità.
Creare un analcolico forse somiglia
più alla realizzazione di un
piatto gastronomico che a una ricetta
di un cocktail come si è soliti
fare». Ha senso realizzare una replica
di cocktail classici, ma senza alcol?
«Può funzionare ma si rischia
di miscelare pallide imitazioni. Serve
un’anima: la si dà più con preparazioni
proprie, non per forza troppo
complesse».
Il quando
Per definizione, l’aperitivo è il momento
del servizio in cui analcolici e
low alcol si inseriscono per eccellenza.
I più classici tra i cocktail pre-pasto,
soprattutto della tradizione italiana
(Spritz, Americano, Gin Tonic
dalla scuola anglosassone), lo dimostrano.
Ma non va sottovalutato
uno dei temi più divisivi in assoluto:
il food pairing, al centro peraltro
del progetto Labo-ttega, un “bar
nel bar” al piano interrato di Locale
che propone appunto abbinamenti
cibo-miscelato. «Si è discusso molto
dell’uso di cocktail in percorsi di
degustazione: possiamo raccontarci
quello che vogliamo, ma sostenere
un intero pasto con cocktail “tradizionali”,
che a volte si vedono serviti
anche in porzioni standard, è
impossibile oltre che deleterio. Gli
analcolici e i drink a bassa gradazione
sono molto più adatti: meno calorie,
meno “peso” e la possibilità di
lavorare ingredienti che si sposano
bene in cucina». Un esempio pratico:
estratto di fragola fresco, aceto
di mezcal, garum di lieviti esausti.
1
siti per gli analcolici abbiano senso,
per questioni pratiche. Un bel menu
è prima di tutto un menu facile
da capire: se tre analcolici sono buttati
nel mezzo di una lista con dieci
altri drink, ed è poi sempre necessario
spiegare le distinzioni agli ospiti, non
è un buon lavoro. Non è questione
di penalizzare la categoria, è questione
di pragmatica».
Il quanto
Troppo poco si considera il vantaggio
economico intrinseco di un cocktail
analcolico, soprattutto quando si
utilizzano ingredienti homemade: il
paradosso si ha nel maggior peso sul
personale e nello sforzo maggiore che
serve per la “ricerca e sviluppo” delle
ricette. «Tecnica, lavorazioni e ricerca
sono forse maggiori rispetto a quelle
dedicate ai cocktail tradizionali, per i
quali - se hai buoni prodotti in bottigliera
- una discreta parte del lavoro
è già fatta. Creare un analcolico interessante
costa meno in termini di materia
prima (permette un margine di
guadagno ben maggiore, se il drink
cost è accurato) ma è più dispendioso
in termini di risorse umane».
Il poi
In un settore che ne ha viste di ogni,
per poi ridimensionarsi in tempi anche
piuttosto brevi (qualcuno ricorda
il glitter?), c’è da chiedersi se la miscelazione
no&lo rischi la stessa dinamica
o sia parte di un cambiamento più
profondo nelle modalità di bere. Per
Fanni, «non è una moda, è più una
caratteristica generazionale, che segue
peraltro un movimento già avviato
dalla generazione precedente. Ma non
vuol dire che cambierà tutto da un
giorno all’altro, la miscelazione tradizionale
di certo non ne soffrirà: a noi
starà mantenere le nostre proposte interessanti
e divertenti. Ci sono più opzioni,
quindi più opportunità».
AVERE UN’IDEA CHIARA - Sperimentare è
fondamentale, ma mai casualmente. Prima è
necessario avere uno scopo, per struttura, gusto
o tipologia di cocktail da realizzare: per questo
studiare i classici è importantissimo.
TECNICA E RICERCA SONO IMPRESCINDIBILI -
2 Conoscere lo scheletro di un cocktail (acidità,
amarezza, aromaticità, consistenza) permette di
ricrearle. Occhio alle preparazioni antiche come
miso e garum, perfette per conferire complessità.
3
CONTESTUALIZZARE PER NON PERDERSI - In un
bar di paese o di altissimo volume potrebbero
non funzionare le stesse soluzioni utilizzata in
cocktail bar di metropoli o bar d’albergo. A volte
la semplicità rimane l’arma migliore.
Le tre chiavi di lettura
8
di Matteo Borrè
Una nuova
contemporaneità
Il futuro di uno dei distillati più antichi di Francia
nelle parole di Hugues Amesland di tenuta Rounagle
1
UNA STORIA, DUE PUBBLICI - Da un lato il
consumatore tradizionale legato al rituale
del dopocena, dall’altro una nuova nicchia di
appassionati “geek”.
LA MISCELAZIONE È UTILE, MA NON È TUTTO -
2 Funziona quando è mirata e non quando
è forzata. Serve investire con progetti selettivi,
formazione e partnership capaci di raccontare
il prodotto.
3
AUTENTICITÀ AL POTERE - La forza è nella
artigianalità: non sempre crescere significa
scalare, il valore risiede in identità e
posizionamento.
Le tre chiavi di lettura
m
ilano, 19 febbraio. Sulla
terrazza di Duomo 18,
con vista privilegiata
sulle guglie della cattedrale,
l’Armagnac della
tenuta Rounagle ha incontrato
la città in una
serata speciale organizzata
insieme a Gruppo
Meregalli, distributore
italiano della maison francese.
Un evento che ha riportato al centro
uno dei distillati più antichi di
Francia attraverso una verticale di
millesimati che ha attraversato mezzo
secolo: dal 1996 fino al 1946.
Il personaggio
A guidare il racconto è stato Hugues
Amesland, imprenditore e distillatore,
figura di riferimento per
chi osserva l’Armagnac con uno
sguardo insieme tecnico e visionario.
Dopo quasi un decennio alla
guida di realtà storiche della zona
e dopo aver lavorato accanto a no-
mi come Pierre Samalens e Robert
Leaute, Amesland ha scelto d’intraprendere
un percorso autonomo nel
cuore della Guascogna, riportando
il distillato alla sua dimensione
più autentica. L’incontro milanese
è diventata così occasione per interrogarsi
sul presente e sul futuro
dell’Armagnac, tra nuovi consumatori
e possibilità ancora inespresse.
Due mondi
L’Armagnac oggi vive una doppia
identità. Da un lato profondamente
ancorato alla sua immagine storica,
dall’altro inizia a parlare a una
nuova generazione di appassionati.
«Oggi possiamo semplificare dicendo
che esistono due grandi categorie
di consumatori», racconta
Amesland. «C’è il pubblico più
tradizionale, quello che potremmo
chiamare il consumatore del dopocena.
È una generazione che associa
l’Armagnac al momento preciso
del dopopasto, spesso con una
dimensione quasi familiare». È
un’immagine ancora molto forte,
soprattutto in mercati come quello
italiano, dove il Bas-Armagnac
rappresenta uno stile riconoscibile,
rassicurante, quasi identitario. Ma
qualcosa di nuovo si muove. «Sta
emergendo una nuova generazione
di geek, consumatori che arrivano
dal whisky o dal rum e che analizzano
il gusto in modo estremamente
approfondito. A volte ricevo note
di degustazione così dettagliate
che io stesso resto sorpreso». È una
trasformazione silenziosa, che non
cambia i numeri – l’Armagnac rimane
un mercato di nicchia, lontano
dalle dimensioni di whisky e
Cognac – ma ridefinisce il modo in
cui questo distillato viene percepito.
«Parliamo di un rapporto di circa
25 a 1 in termini di bottiglie prodotte
con il Cognac. Ma è proprio
questa dimensione più artigianale a
renderlo affascinante. Le tenute sono
più piccole, più autentiche, c’è
più sincerità nel prodotto».
Tra purezza e mixology
La domanda che attraversa inevitabilmente
il mondo degli spirits
è sempre la stessa: come rendere
contemporaneo un prodotto profondamente
legato alla tradizione?
Per Amesland, la risposta non
è radicale: «Forse il dialogo con la
mixology può aiutare. Prima della
degustazione abbiamo provato un
Armagnac con soda, un approccio
semplice e fresco. In realtà non
è neanche una novità: 80 anni fa
nei bar francesi si beveva la Fine à
l’Eau, un distillato allungato con
acqua o seltz». Una memoria che
torna attuale, ma senza forzature.
«Non dobbiamo sognare troppo.
I bartender amano sperimentare,
ma alla fine è il consumatore a guidare
il mercato». E il consumatore,
oggi, cerca equilibrio tra scoperta e
rassicurazione. «In alcuni locali c’è
grande fiducia nel bartender, ma
nella maggior parte dei casi le persone
scelgono ciò che conoscono:
un Gin Tonic, un Negroni, un Americano.
E poi c’è il prezzo: quando
un cocktail costa 15 o 18 euro, difficilmente
si fanno troppi esperimenti
nella stessa serata». Eppure,
segnali interessanti emergono: «In
Italia ho vissuto esperienze molto
belle, come con un gruppo di giovani
bartender di Bologna che ha
creato un cocktail con Armagnac
VSOP e in un anno ha venduto
circa 60 bottiglie. Li ho ringraziati
personalmente».
Il gesto sociale
Se c’è un punto su cui Amesland
non lascia spazio a dubbi, è il modo
in cui l’Armagnac dovrebbe essere
vissuto: «Con amici. Così si finisce
la bottiglia», dice sorridendo. «Gli
spirits vanno consumati con moderazione,
ma hanno una dimensione
sociale molto forte. Non sono fatti
per essere bevuti da soli. L’Armagnac
è soprattutto condivisione».
Trasparenza regina
Guardando avanti, Amesland resta
ancorato a un’idea precisa di autenticità:
«Il futuro dell’Armagnac è
nella trasparenza. Siamo piccole
imprese e non dobbiamo comportarci
come grandi multinazionali».
Una scelta quasi controcorrente:
«Non ho alcun desiderio di produrre
milioni di bottiglie. Potrebbe
essere interessante economicamente,
ma non è quello che mi motiva.
Credo nella ricerca, nella sincerità
del prodotto. Anche se questo significa
restare in una dimensione
di nicchia». E forse è proprio lì che
risiede il valore: «La serata di Milano
lo dimostra: abbiamo condiviso
una degustazione, parlato liberamente.
Questo è lo spirito dell’Armagnac».
Un distillato che non
rincorre il tempo, ma lo attraversa.
E che, proprio per questo, riesce
ancora oggi a parlare al presente.
9
di Carlo Carnevale
Lo spartiacque
del Naviglio:
“Eppure il mio
primo bar fallì...”
Prima del MaG, i bar di Milano parlavano un’altra
lingua. Dalla sua apertura sono trascorsi quindici
anni: Flavio Angiolillo racconta cosa è cambiato
nel tessuto cittadino e nelle dinamiche del bar
t
ra i bar storici di Milano
(e d’Italia) e l’ondata
di nuove generazioni
di locali, anche
piuttosto stereotipati,
di oggi, c’è una linea
di demarcazione che
ha nome e cognome:
Flavio Angiolillo, l’italo-francese
che ha
conquistato il Naviglio e raggiunto
la fama mondiale con l’ingresso in
50Best del suo 1930, per poi tramutarsi
in imprenditore a tutto tondo
con la produzione di liquori a marchio
Farmily e Bitter Fusetti. In
principio fu il MaG, che nel 2011
spaccò il mercato con un approccio
social allora sconosciuto. Sembra
passata un’eternità.
Il MaG compie quest’anno quindici
anni. Forse troppo spesso si dimentica
come sia stata una delle insegne che
ha segnato un prima e un dopo, a Milano
e in Italia.
Non abbiamo mai fatto i cocktail migliori
di Milano. Ma abbiamo di certo
segnato una svolta nel marketing e
nel modo di comunicare un cocktail
bar, soprattutto online. Siamo stati i
primi a mostrare il lato meno impostato
del locale, quello dell’atmosfera
vera e propria, e poi a spingere sui
menu, sulla grafica: nessuno aveva
mai considerato un bar come un vero
univers, prima di noi.
Tanto che assumeste un fotografo e un
grafico a tempo pieno, una follia per
qualsiasi insegna di ristorazione.
Fece la differenza però. Quando
aprimmo il nostro terzo locale
(Backdoor43, il bar più piccolo del
mondo, nel 2015, ndr), capimmo
che sarebbe stato molto più utile e
sostenibile rispetto a contattare dei
freelance di volta in volta. Ora abbiamo
creato una nostra agenzia.
Il gruppo Farmily conta sette locali, la
produzione dei liquori a marchio proprio,
un ramo di catering. E poi Fusetti
Bitter e la linea analcolica JNPR,
sessantanove dipendenti: come si costruisce
una realtà così solida?
Siamo sei soci e da autodidatti abbiamo
capito che possiamo gestire
due attività a testa: un locale e un
progetto esterno. Sappiamo che facendo
di più perderemmo di concentrazione
e di energia. Poi è fondamentale
coltivare il rapporto
personale. Teniamo riunioni mensili:
se vuoi una squadra numerosa
devi avere un dialogo continuo con
i dipendenti, ascoltarli e capirli.
La chiave del rapporto con i soci?
Comprendere che non serve circondarsi
di persone troppo simili.
Se a tutti noi piacesse la stessa torta,
finiremmo per litigare per l’ultima
fetta, prima o poi. Se ci piacciono
torte diverse, troveremo un modo
per essere contenti tutti. Io, per
esempio, preferisco seguire Fusetti
Bitter; Fabio (Benji Cavagna, bar
manager dello speakeasy 1930, da
nove anni tra i migliori 50 bar al
mondo, ndr) si dedica alla presenza
nelle classifiche internazionali. Ci
alimentiamo gli uni degli interessi e
delle attitudini degli altri.
Cosa cerchi invece nel personale?
Trasparenza, prima di tutto. Se sei
in ritardo, preferisco mi dica che
non ti è suonata la sveglia, invece di
raccontarmi balle. Poi bisogna separare
privato e professionale: un
momento di difficoltà può capitare
ed è naturale, ci sta che si possa soffrire
ma quando si entra al lavoro,
ci si deve concentrare. Lo stesso vale
per il piacere: non giudico gli eccessi
di nessuno, ma il luogo di lavoro
è sacro. E odio chi parla male
alle spalle deglialtri.
Orari duri, margini stretti, stipendi
spesso non all’altezza dello sforzo. Il
mondo del bar è insostenibile?
Credo sia anche una questione di
narrativa: il punto è essere chiari,
sempre. Se si promettono un certo
stipendio e un certo numero di ore,
quelle condizioni non possono essere
tradite. Lo stesso vale per i dipendenti:
nel momento in cui i patti
sono chiari, lamentarsi di
condizioni accettate consapevolmente
non ha senso. Se i patti vengono
rispettati, il rapporto dura.
10
A volte i dipendenti accettano condizioni
durissime perché ne hanno bisogno...
Certo, esistono gli imprenditori che
ne approfittano. È anche vero che si
trovano dipendenti che non comprendono,
o fingono di non comprendere,
che questo è un settore di
servizio: se lavori in ristorazione, non
puoi pretendere (almeno non sempre)
il sabato sera libero.
Rispetto a quando hai aperto il MaG,
il bar oggi è davvero migliorato o è solo
migliorato il modo di raccontarlo?
Sono cambiate le dinamiche, a prescindere
dal meglio o peggio, soprattutto
gli investimenti. Quando
aprimmo (con l’ex socio Marco Russo,
ndr) il MaG era un affitto di gestione,
ci costò in tutto tredicimila euro:
ora è un’assurdità da pensare, non è
un caso se grandi gruppi o comunque
grandi budget vadano avanti e
invece sono sempre più rari i bar di
quartiere, quelli veri. Motivazione e
ambizione oggi non bastano più.
Quindi in che direzione si va?
Rimarranno quelli che potranno
non curarsi del lato economico o
delle forze di lavoro: bar d’albergo o
con le spalle coperte da grossi gruppi,
ristoranti di famiglia che possono
facilmente (anche se in maniera pesante)
ottimizzare le risorse perché i
membri della stessa famiglia si copriranno
a vicenda. E quei locali che
hanno pochi metri quadri d’affitto
ma grande capacità di servizio: high
volume bar e kebab o street food.
Tu negli ultimi anni sei sembrato più
lontano dai riflettori.
Mi sono dedicato a Fusetti Bitter.
Ho capito che, per fare davvero breccia
nel mercato, serve andare proprio
dove i riflettori non arrivano: nelle
città e nei paesi più piccoli, dove le
multinazionali si vedono meno.
Un lavoro fuori dai radar...
Sì, abbiamo creato un giro completamente
nuovo. Avere il prodotto
più buono del mondo senza che
però nessuno possa comprarlo non
ha senso; anche cercare di entrare
subito nei grandi locali è un rischio.
Dovevamo far capire chi eravamo.
Esistevano altri bitter prima
di noi, li abbiamo studiati per capire
dove avessero fallito: la comunicazione,
la dimensione delle bottiglie,
il vincolo ad altri prodotti del
portfolio, la scontistica.
Fusetti Bitter rappresenta uno dei
progetti che ti ha coinvolto di più in
assoluto. Perché ti ci rispecchi così
tanto?
È il più ambizioso, quello con cui si
può raggiungere davvero tutto il
mondo.
Lo venderai?
Trovare un partner forte per raggiungere
tutto il mondo sarebbe interessante.
Il claim del Fusettone (Fusetti Bitter e
soda al pompelmo) dice che “lo Spritz
è morto”: è davvero così?
No, certo che non è così: è una provocazione.
Il discorso è molto più
sottile, è un modo per segnalare al
pubblico che ci sono alternative al
All’estero i bar
si riempiono nel
primo pomeriggio,
da noi, soprattutto
in alcune zone,
iniziano a lavorare
alle sette e mezza
di sera. Così sarà
sempre durissima.
classico. Come il claim “e se fosse più
buono?”, è un invito e può incuriosire
per l’assaggio. Chiamarlo pompelmo
spritz non avrebbe senso, lo
fanno tutti. Poi è la qualità che parla.
Guardando al mercato: che cosa ti
annoia di più dei cocktail bar contemporanei?
Sono tutti uguali, appena qualcosa
funziona spunta ovunque: che sia di
comunicazione, e basta leggere i post
Instagram, o che sia prodotto, come
si vede con i cocktail chiarificati che
si trovano da qualsiasi parte. Certo, è
difficilissimo inventare qualcosa di
nuovo ma non possono essere tutte
copie. E poi, anche se sembra strano,
ancora si stenta con il servizio, e alla
lunga senza quello non si potrà mai
andare da nessuna parte.
L’errore più grande che vedi fare ai
nuovi imprenditori del settore?
Un locale è fatto di dettagli, se non
fai attenzione a ciascuno di essi non
avrai mai un luogo completo. La
chiave è la coerenza: un high volume
bar non può avere asciugamani
in tessuto in bagno, o al contrario,
un locale di lusso non può usare tovagliato
di carta. Sembra invece che
tutti vogliano avere tutto e non è
possibile.
E da un punto di vista gestionale?
Non guardare la realtà. Capire cosa
si vuole fare e cosa si può fare sono
cose diverse: se apro pensando di fare
un servizio con venti dipendenti,
senza prevedere che ne bastano dieci,
dovrò rivedere contratti e accordi. E
capita più spesso di quanto si pensi.
Sembra quasi che tutti gli imprenditori
del bar ne capiscano poco...
Non è affatto così, tengo a dirlo. Esistono
difficoltà che sono letteralmente
invisibili al pubblico e a volte
anche agli operatori. A Milano ci sono
insegne costrette a chiudere a
mezzanotte, alcune hanno dei vincoli
per cui devono pagare la pubblicità
su sedie e tavoli, altri no, solo per
dirne alcune. È una giungla ed è sbagliato
fare di tutta l’erba un fascio; è
davvero un mercato difficilissimo.
Se dovessi essere brutale: che cosa
manca ancora all’Italia per competere
davvero con città come Londra,
New York o Singapore?
Sdoganare il consumo e la frequentazione
dei bar. Ovunque tu vada
all’estero i bar si riempiono nel primo
pomeriggio, da noi, soprattutto
in alcune zone, iniziano a lavorare alle
sette e mezza di sera. Così sarà
sempre durissima.
Esiste davvero una comunità di bartender
o è più una narrazione di cui
ci vuole convincere?
Esiste, ma è debole. Quindici anni fa
eravamo in pochi che davvero volevamo
fare questo mestiere, ci si spingeva
e ci si aiutava a vicenda.Quando
poi la visibilità è esplosa, la competizione
si è irrobustita e la collaborazione
è andata calando.
Qual è la bugia più grande che il
mondo della mixology continua a
raccontare a sé stesso?
Che un bar può rendere ricchi. Io
sono stato molto fortunato ma al
giorno d’oggi è difficilissimo.
Cosa consiglieresti ai giovani che si
avvicinano a questo lavoro oggi?
Avere pazienza, non si può imparare
tutto in un anno, è un mestiere
vastissimo e non si finisce mai di
scoprire. E poi capire che non è una
passeggiata: mi piace ricordare che
il mio primo locale sul Naviglio fu
un fallimento.
Flavio Angiolillo
11
di Carlo Carnevale
Wine Cocktail:
un linguaggio
universale
Sono tra le famiglie di drink
più antiche in assoluto, ma restano
spesso in disparte. Eppure
il potenziale in miscelazione
e divulgazione rimane enorme
d
efinire i wine cocktail
come una semplice
sottocategoria del bere
miscelato è riduttivo e
rischia di (anzi, finisce
per) oscurare il loro
enorme potenziale.
Sono il ponte tra
mondo del vino e logiche
del bar, uno dei
grandi ostacoli allo sdoganamento
della miscelazione in Italia: se il vino
costituisce il cuore gustativo di un
drink, ci si gioca una carta im portantissima
per raggiungere anche i
consumatori più restii. Classici
storici, aperitivi all’italiana, long
drink contemporanei e i low-ABV
oggi sempre più richiesti fanno tutti
parte di questa preziosa categoria,
che per fortuna sta togliendosi di
dosso le ragnatele.
Ma quale moda
L’attualità dei wine cocktail, però,
non deve far pensare a una moda
recente. La storia del bere miscelato
conta secoli di preparazioni in cui il
vino viene corretto, allungato,
speziato. Senza arrivare ai Romani e
ai loro mischioni di vino di datteri,
nel Settecento circolano già bevande
come il Negus, legato alla tradizione
britannica del vino scaldato e diluito,
mentre il Sangaree appartiene a una
famiglia di mixed drinks lievi e
rinfrescanti che l’Oxford Companion
to Spirits and Cocktails considera
pienamente interna alle abitudini
ottocentesche. Prima ancora che il
cocktail moderno si definisse intorno
ai distillati, insomma, il vino era già
materia da banco. Lo Sherry Cobbler,
nato negli Stati Uniti tra anni 1820 e
1830 secondo le ricostruzioni più
accreditate, si impone come uno dei
grandi drink del secolo, tanto che il
leggendario Harry Johnson, nel suo
Bartender’s Manual del 1888, arriva
a definirlo “senza dubbio la bevanda
più popolare del Paese”.
Verso il moderno
Poco dopo si consolida la presenza
delle bollicine nei cocktail. Imbibe!
fa risalire la prima attestazione del
Champagne Cocktail a San Francisco
nel 1850, cioè in una fase molto
precoce della miscelazione codificata.
Ma non è solo cronologia: la presenza
dello sparkling wine dimostra che il
cocktail moderno nasce anche come
attenzione ad alleggerire, allungare,
dare fragranza, allontanando lo
stereotipo della “bevuta forte” con
cui si etichetta(va)no i distillati.
Guardati con un minimo di
prospettiva, i wine cocktail si rivelano
molto più culturalmente centrali di
quanto spesso si creda.
Numeri e prospettive
Se ora la categoria torna al centro, è
perché incontra perfettamente
alcune spinte della domanda. IWSR
indica nello spritz e nei cosiddetti
premium light aperitifs i grandi
motori dell’aperitivo contemporaneo,
sottolineando la
crescita del momento pomeridiano
(early evening) e il ruolo che drink
leggeri e riconoscibili hanno nel
guidare il consumatore. Poi, la
moderazione si conferma un comportamento
mainstream: sempre
secondo IWSR, il no-alcohol globale
è previsto in crescita del 36% in
volume tra 2024 e 2029. Anche
quando non sono propriamente no/
low, i wine cocktail si muovono
dentro questo stesso orizzonte
culturale, quindi compatibilità con
pasti e salute, e orari non nece s
sariamente notturni.
Gli spunti
Per il bar il vantaggio è doppio. Da
una parte il vino porta acidità,
bollicina, ossidazione, spezia o nota
erbacea già integrate, rappresentando
un ingrediente di rara versatilità;
dall’altra consente di costruire drink
accessibili e facili da raccontare. I dati
Federvini sul fuori casa mostrano che
nel 2024 vino e bollicine sono valsi
821 milioni di “consumazioni”
(ovvero, letteralmente, momenti in
cui sono stati consumati/ordinati),
mentre i cocktail alcolici continuano
a trovare nell’aperitivo serale la loro
occasione principale. È in questo
punto d’incontro tra cultura del vino
e cultura dell’aperitivo che i wine
cocktail tornano strategici.
Tocca a noi
I wine cocktail lavorano molto bene
sul pairing e sulla costruzione di una
carta aperitivo meno dipendente dai
soliti highball, e permettono di
rimettere in gioco prodotti troppo
spesso confinati a un uso ancillare: il
vermouth come base e non solo come
modificatore, lo sherry come sorgente
di salinità e profondità, il porto e il
marsala come leve di struttura, gli
sparkling wine come veicolo di
consistenza. L'Italia ha un enorme
vantaggio competitivo ulteriore: non
deve importare nulla, solo rileggere.
L’aperitivo nazionale è gia al confine
fra vino, bitter, soda e convivialità,
e il successo internazionale dello
Spritz ha reso globale un linguaggio
che già ci appartiene. Non c'è quindi
da chiedersi se i wine cocktail siano
una tendenza attuale, piuttosto si
dovrebbe approfondire come usarli
per allargare consumo, fascia oraria
e scontrino medio senza sacrificare
la bevibilità.
12
Distribuito in Italia da Velier spa
Il caso Spritz
La diatriba sul cocktail più consumato nei grandi
volumi non si esaurisce certo oggi. Ma cosa si può
davvero imparare da questo fenomeno?
è
ovunque, si serve con
passi semplici, si vende
bene. Dire che lo Spritz
“funziona” potrebbe
sembrare quasi banale,
eppure nonostante le
frequenti rimostranze
dei bartender, rimane
una verità in con trovertibile.
Ma proprio
perché è così familiare, vale la pena
guardarlo con più freddezza per
comprenderne le ragioni del successo:
che piaccia o meno, lo Spritz ha tutte
le caratteristiche che oggi rendono
forte un drink.
I punti di forza
Prima di tutto, è immediatamente
leggibile. Il messaggio dello Spritz si
comprende in un attimo (colore,
freschezza). Il consumatore, così,
non è obbligato a misurarsi con
linguaggi tecnici, e in un mercato
dove la soglia d’attenzione è più bassa
che mai, questa semplicità è un
vantaggio competitivo enorme.
Anche la comunicazione in forma
lineare della sua ricetta (tredueuno)
è parte del suo valore: la chiarezza.
Poi, lo Spritz è forse la rappre sentazione
più coerente del momento
storico di consumo: pur vivendo
uno stato di grazia da anni, oggi
incontra il picco di preferenze alla
luce dell’espansione dell’aperitivo
contemporaneo: un consumo più
leggero, più diurno, più compatibile
Il bar sopravvaluta
la complessità e sottovaluta
la riconoscibilità.
Dimenticandosi il suo
valore economico
con tavoli condivisi, piccoli piatti,
dehors quando possibile (la già
citata ISWR parla addirittura di
specifiche Spritz occasions, tanto da
attribuire al cocktail enorme merito
nella crescita anno su anno dei
bitter e spirit aperitifs, che tra il
2018 e il 2023 è stata del 5%).
Insomma, un conto è sostenere
l’etichetta di drink facile, un altro è
aderire a un immaginario (e non
uno stereotipo) di socialità diffusa,
che significa essere trainante per
una fetta enorme del fuori casa.
Il paradosso del banco
Ed è qui che nasce il lato più
interessante per i professionisti. I
bartender hanno finito per “subire”
lo Spritz, perché ha generalmente
poca tensione tecnica (fermo restando
che “bisogna saperlo fare”, come
tutto), pochissimo spazio di racconto,
scarsa possibilità di mostrare mano.
Codificato com’è, viene percepito
come poco gratificante, a tratti
perfino svilente in contesti che
vorrebbero invece spingere su cocktail
classici, ricerca, novità.
Questo fastidio professionale dice
qualcosa di utile e da cui sarebbe
importantissimo imparare. Ovvero
che il bar continua a sovrastimare il
valore della complessità e a
sottostimare quello della riconoscibilità,
soprattutto dal punto di
vista più importante: quello
economico. Lo Spritz ricorda una
verità tanto elementare quanto
spesso dimenticata: il consumatore
non premia automaticamente il
drink più difficile da fare, ma quello
che capisce subito e che consente di
stare bene nel contesto in cui si trova.
Da questo punto di vista, lo Spritz è
una bella lezione di umiltà
commerciale.
L’analisi
I numeri potrebbero allora aiutare:
stando allo stesso, precedente report
di Federvini sul fuori casa, nel 2024 i
cocktail alcolici sono valsi 368 milioni
di consumazioni, e l’aperitivo serale
14
Non serve
“qualcosa di diverso
dallo Spritz”,
ma piuttosto
“una personalità diversa
dello Spritz”
pesa per oltre metà del totale, mentre
il dopocena perde forza. Significa,
insomma, che si beve prima, che
l’aperitivo è il momento in cui si
concentra la miscelazione: non vuole
certo dire sia merito dello Spritz, ma
significa che lo Spritz si colloca
esattamente dove il mercato è più
vivo. C’è poi un altro aspetto che per
i locali conta moltissimo: ha il
vantaggio di un’esecuzione rapida,
standardizzabile, adatta sia a locali di
alto profilo che a contesti di grande
flusso. È raro trovare un drink che
riesca a tenere insieme così bene
rotazione, resa estetica, comfort del
cliente e sostenibilità operativa, tanto
che anche il circuito internazionale
conferma non si tratti di una moda
superficiale o puramente turistica.
Nel ranking 2025 di Drinks
International sui classici più
venduti nei migliori bar del mondo,
l’Aperol Spritz nello specifico resta
all’ottavo posto; e si osserva che il
drink ha funzionato anche come
modello per altre declinazioni, dal
Campari al limoncello. Non è un
dettaglio: significa che il valore del
formato ha superato il singolo
brand e si è trasformato in una
grammatica replicabile.
Dietro il successo
Visto dal lato del consumatore, lo
Spritz risolve insieme diversi
problemi che da un punto di vista
sociologico hanno un valore enorme.
Riduce la distanza con il cocktail bar
per chi non frequenta abitualmente
la miscelazione classica, ed è in
qualche modo un porto sicuro: è
abbastanza identitario da sembrare
una scelta, ma al tempo stesso non
richiede troppa competenza. È
conviviale, fotografabile (ahinoi
dettaglio tutt’altro che secondario)
e soprattutto trasversale, perché può
essere il primo drink della serata,
può restare l’unico, può accompagnare
il cibo. Il vero punto
cardine, per un bartender, è
comprendere che ormai vendere uno
Spritz ha il potenziale per portarsi
dietro enormi possibilità di upselling.
Perché significa vendere il tavolo in
terrazza, il momento dell’aperitivo,
l’idea di leggerezza, il secondo drink
possibile, il piattino in abbinamento,
il gruppo misto. È un ordine che
organizza altri ordini. E questo,
nell’ottica di un business, conta
molto più della soddisfazione
narcisistica che può dare un drink
tecnicamente più sofisticato ma
meno adatto al mercato.
Le alternative
È da qui che parte il ragionamento
del dossier sui wine cocktails. Lo
Spritz è così forte da risultare
necessariamente anti-innovativo,
perché già solo replicarlo potrebbe
portare una soddisfazione
economica, rischiando di lasciare
fermo tutto il resto dell’offerta. Ma
questa sua forza ha anche prodotto
un effetto opposto e meno visibile:
ha insegnato al pubblico un gusto e
un consumo che oggi si possono
reinterpretare. E non si tratta di uno
scontro frontale, non si deve
lavorare su “qualcosa di diverso
dallo Spritz”, ma piuttosto su “una
personalità diversa dello Spritz”. È
una distinzione decisiva. Per questo
le alternative più intelligenti non
sono quelle che si allontanano dal
suo schema, ma quelle che ne
conservano la promessa: freschezza,
bevibilità, collocazione in aperitivo,
basso contenuto alcolico. La strada
è già tracciata, perché il mercato
accetta volentieri una variazione, a
patto che la variazione, spesso a
causa dell’ego dei professionisti, non
diventi un totale stravolgimento.
La lezione
La domanda da porsi diventa più
chiara: quanto un locale è disposto
a imparare da un drink che il banco
considera semplice ma il mercato
considera perfetto? Lo Spritz vince
perché il valore di un drink non si
misura solo nel bicchiere, ma nella
facilità con cui si ordina, nella
frequenza con cui si riordina e nella
naturalezza con cui diventa
abitudine. È per questo che resta
fondamentale anche quando lo si
vuole superare, come d’altronde
funziona spesso con i modelli di
riferimento. Chi costruisce oggi
una carta di wine cocktails davvero
contemporanea dovrebbe chiedersi
non solo se una proposta sia buona
o tecnicamente impeccabile, ma se
sia capace di fare quello che lo Spritz
ha fatto meglio di chiunque altro.
Farsi capire subito. Rappresentare
l’ora giusta. E trasformare la
semplicità in valore.
15
La rivoluzione Pop
del Lambrusco Medici Ermete
L’eccellenza reggiana
nel mondo della miscelazione
m
edici Ermete, storica
cantina che da cinque
generazioni firma l'eccellenza
del territorio
emiliano, presenta una
visione innovativa del
Lam brusco, che unisce
un prodotto della tradizione
enologica nostrana
con l’avan guardia
del consumo globale.
La sfida
Attraverso un’esclusiva selezione di
cocktail d’autore, Medici Ermete
dimostra come le bollicine rosse
emiliane possano trasformare i grandi
classici e ispirare nuove creazioni. A
suggellare questa evoluzione è
Alessandro Medici, Sales &
Marketing Director e quinta
generazione della famiglia: «La
nostra sfida in miscelazione è iniziata
oltre un lustro fa, per avvicinare le
nuove generazioni a un prodotto
storico in chiave contemporanea.
Insieme a bartender di fama
internazionale abbiamo intrapreso
uno studio tecnico scoprendo
potenzialità straordinarie: l’aromaticità
fruttata e l’acidità vibrante
del nostro Lambrusco accompagnano
ed esaltano la struttura di cocktail
iconici, donando una freschezza
inedita.
Linguaggio accessibile
La risposta del mercato è evidente.
Prosegue Medici, «Oggi, i drink a
base Lambrusco sono una realtà in
costante crescita in mercati chiave
come il Nord America, dagli Stati
Uniti al Canada. Siamo convinti che
il Lambrusco e la mixology
condividano la stessa anima 'pop': un
linguaggio accessibile e di qualità, che
intercetta esattamente ciò che i giovani
appassionati ricercano oggi».
Rosso Frizzante
• 90ml Lambrusco
Phermento
• 30ml Tè nero freddo
al bergamotto
• 10ml Sciroppo di miele
e salvia
• Splash di Soda
Shakerare leggermente per amalgamare tè e sciroppo. Versare
in un flûte, colmare con il Lambrusco Phermento e chiudere con
uno splash di soda. Guarnire di limone e foglia di salvia fresca.
Amarcord
• 45ml Lambrusco Concerto
• 45ml “Esule” Vermouth al Lambrusco
• Top di Cedrata
Versare tutti gli ingredienti in un Tumbler colmo di ghiaccio.
Guarnire con rosmarino.
Italian Sour
• 45ml Brandy
• 20ml Succo di bergamotto
• 15ml Sciroppo di rosmarino e miele di
castagno
• 10ml Albume d'uovo
• Lambrusco Quercioli Reggiano secco
Shakerare vigorosamente tutti gli ingredienti,
ad eccezione del vino. Versare il contenuto
in un bicchiere tumbler colmo di ghiaccio.
Completare delicatamente aggiungendo un top
di Lambrusco Quercioli per creare un effetto
"float" e terminare con uno spray di Aceto
Balsamico di alta qualità.
16
Unusual
Daniele Gentili –
Brand Amabassador
Red Bull X RedMix by
Albinea Canali
• 40ml Tanqueray
0.0
• 30ml Succo di Lime
• 20ml Sciroppo di
Passion Fruit
• 80ml Red Bull
Sugarfree
• 80 ml Ottocentonero
Albinea Canali
Grey Lagoon
Claudio Perinelli – The Soda
Jerk X Corte Giara – Allegrini
Wines
• 40ml Bombay Sapphire
Gin
• 5ml Liquore alla rosa
• 5ml St. Germain
• 40ml Cordiale di
Corte Giara, Pinot Grigio
DOC Delle Venezie
• Verbena e Pompelmo rosa
• 10ml Succo di lime
• 3 Dash Maraschino
• 30ml Soda
Altre ricette
Camoma
Edoardo Facchini -
Nudi e Crudi Cocktail
Club X Serena 1881
• 45ml Tequila
• 15ml Sciroppo
di agave
• 15ml Succo di lime
• 45ml Succo
di pompelmo rosa
• 60ml Prosecco Doc
Treviso Brut
Serena 1881
Giara House Punch
Claudio Perinelli –
The Soda Jerk
X Corte Giara –
Allegrini Wines
• 35ml Grey Goose
Vodka
• 10ml Aperol
• 15ml Sciroppo di
ciliegia
• 25ml Succo di limone
• 3 Dash Cherry Bitter
• Float di Corte Giara,
Valpolicella DOC
Mocktails by Montelvini
Con Montelvini 0% Alcohol Free Sparkling, l’azienda reinterpreta i grandi classici della mixology.
Spritz 0%: Montelvini 0% Alcohol Free Sparkling,
Aperitivo analcolico, Soda, Fetta di arancia;
Negroni Sbagliato 0%: Montelvini 0% Alcohol Free
Sparkling, Vermouth Alcool Free, Guarnizione con
scorza di arancia, Bitter Alcool Free;
Hugo 0%: Montelvini 0% Alcohol Free Sparkling,
Blend analcolico dalle note floreali, Sciroppo di
Sambuco, Soda, Guarnizione con foglie di menta;
Spritz Bitter 0%: Montelvini 0% Alcohol Free
Sparkling, Bitter Alcool Free, Soda, Fetta di arancia;
17
Molti vini
“is megl che uàn”
Giovanni Allario, bar manager di Moebius, racconta
la ricetta di un “multi-wine” cocktail
s
e i wine cocktail tra dizionalmente
intesi hanno
un in gre diente di
base, che viene arricchito
e reso complesso, sono
molte e sorprenden ti
le soddisfazioni che
derivano dall’usare più
elementi simili. Parola
di Giovanni Al lario,
pluripremiato bar manager di
Moebius (#7 ai 50Best Bars 2025) e
Lubna a Milano: «Mi piace lavorare
con prodotti a base vino perché
rappresentano un universo talmente
ampio da poter essere utile in
qualsiasi situazione. Nel primo menu
di cui mi sono occupato per Moebius,
per esempio, creammo un Old
Fashioned in cui la parte dolce
derivava da due vini passiti italiani:
un Verdicchio di Jesi, per la sua
freschezza e tensione minerale, e un
Moscato molisano, per la dolcezza
più candita. La parte zuccherina del
drink era quindi aggiunta in modo
naturale, contribuendo anche a
consistenza e persistenza dei sapori».
Tutto il mondo intorno
Ben oltre la questione tecnica, c’è
quella storico-culturale: il patrimonio
a disposizione dei bartender italiani è
sterminato, e troppo spesso passa in
secondo piano. Utilizzare vini e
derivati in miscelazione può essere
secondo Allario un esercizio «per
valorizzare l’incredibile caleidoscopio
di possibilità e aromi che il vino, e più
in generale il territorio italiano, ci
offrono. In un mondo in cui ormai
tutti conoscono tequila e mezcal,
spesso ci dimentichiamo di quello
che abbiamo a portata di mano».
Vini tradizionali, aromatizzati,
fortificati, passiti: uno sguardo al
terroir che ci circonda e le possibilità
si fanno infinite.
Il drink
Ecco allora Vermouth e Oliva,
direttamente dal Moebius: «È il
drink che berrei per un aperitivo in
terrazza. Tre vini italiani su una
struttura tipica del bere mediterraneo:
un classico Vermouth e Tonica. Il
vermouth rosso viene infuso con
olive verdi essiccate, per aggiungere
una componente umami e salina, poi
un tocco di freschezza dal bergamotto
chiarificato. Complessità, struttura e
lunghezza arrivano da un Marsala
secco e dall’amaricante della tonica.
Infine, per la ricchezza tipica del vino,
aggiungiamo un float di Refosco
friulano: intenso, tannico, pieno,
fruttato, ma anche leggero e
accessibile». L’ultimo consiglio:
«Tutti i vini possono essere usati nei
drink in modi diversi. A me piace
variarli a seconda di quello che cerco:
struttura, lunghezza, base sensoriale,
spinta aromatica, zucchero o
secchezza. Resta un universo ancora
da esplorare in miscelazione», e allora
perché non cominciare?
Giovanni Allario
Nato in Venezuela,
cresciuto a Genova,
formatosi a Parigi (Danico,
Le Syndicat). Veterano
delle classifiche
internazionali, è oggi alla
guida di Moebius (#7 50
Best Bars 2025) e Lubna,
a Milano.
Vermouth e Oliva
• 45ml Vermouth alle Olive*
• 15ml Marsala Terre Arse
• 15ml Bergamotto Clear
• 65ml Tonica Thomas Henry
• 7.5 ml Vino Rosso
• 0.3ml Savanna Lontan Rum Grand Arome
*Vermouth Alle Olive
- 750ml Vermouth Rosso
- 65g Olive verdi essiccate
Infondere a 52° per un’ora e lasciare riposare una notte
(oppure infondere tre giorni a temperatura ambiente).
Filtrare e imbottigliare.
Tecnica: Build (con float di vino rosso)
Servizio: Highball
Garnish: Fetta di pompelmo e oliva verde
18
Il Tonico
• 30ml Rabarbaro Zucca
• 40ml Vermouth rosso Antica Formula
• 1 cucchiaino Aceto di Calamansis
• Top di acqua tonica
Tecnica: Build | Servizio: Highball |
Garnish: nessuna
Martina Morico
Rosso
Nel suo strepitoso "Imbibe!" lo storico David Wondrich dedica un
intero capitolo al vermouth rosso, indicando il suo ingresso nel
mercato statunitense come uno dei momenti più decisivi nella
storia della miscelazione mondiale. Ampiezza, profondità aromatica,
profilo avvolgente: tutte caratteristiche che esplodono quando
mescolate nei grandi classici, che il vermouth lega determinandone
la persistenza. Martina Morico,
patron di Easy Drink&Food a Capriate
(BG), lo utilizza nel suo Il Tonico
«come base aromatica estremamente
ricca: note di spezie e vaniglia che
danno struttura senza invadere, è un
elemento fondamentale per un drink
da aperitivo low alcol, ma comunque
intenso e soddisfacente. La chiave
del drink è la piccolissima quantità
di aceto di calamansi, per introdurre
acidità: più tagliente e vibrante
rispetto a quella citrica e capace di
pulire il palato e bilanciare la
dolcezza del vermouth».
Vermouth
Bianco
La variante rotonda e morbida, più luminoso e dinamico
rispetto al vermouth rosso e con una componente zuccherina
più percettibile del dry, ma mai stucchevole. In miscelazione
è incredibilmente sottovalutato: smussa gli spigoli e aggiunge
ampiezza aromatica, ma può anche fungere da strumento
tecnico ideale. Al Bird di Copenaghen, Samuel Perna basa il
suo lavoro di infusioni su vermouth bianco e vini liquorosi:
«Creano l’ambiente perfetto. Meno alcol rispetto ai distillati
permette di estrarre aromi più delicati, come la freschezza
della menta, senza usare cordial o sciroppi. Il vermouth
rappresenta una tela bianca su cui aggiungere aromi e sapori».
Samuel Perna
Bonfire Manhattan
(pre-batch)
• 40 ml Vermouth bianco
infuso ai chicchi di caffè*
• 15 ml Rye whiskey
• 10 ml Mezcal
• 20 ml Montenegro
• 15 ml Acqua per diluizione
* Vermouth bianco infuso
ai chicchi di caffè
- 20g Chicchi di caffè
- 1L Vermouth bianco
Mettere in infusione a
temperatura ambiente per 24
ore. Filtrare e imbottigliare.
Tecnica: Pre-batch, versato
direttamente
Servizio: Tumbler
Garnish: Fettina di pompelmo
Dry
Via dolcezza, benvenute tensione e lunghezza. Il vermouth dry è più asciutto e
lineare, amplia il ventaglio aromatico del distillato e contribuisce alla texture
senza appesantire il sorso. Il “miglior secondo violino del mondo dei cocktail”
lo definisce Massimo Borroni, head bartender del Rita Cocktails di Milano. «Un
ingrediente che amo per raffinatezza e capacità di unire i sapori, ma può essere
protagonista assoluto». Nel suo Vermouth Gimlet, Borroni lo utilizza per conferire
equilibrio, «con la piacevole asciuttezza che bilancia la freschezza del cordiale
di pompelmo e cetriolo. La componente erbacea incontra le leggere note
affumicate del mezcal, creando un dialogo sottile ma vivace tra terra e agrume».
Vermouth Gimlet
• 1 dash Soluzione salina
• 10ml Succo di lime
• 30ml Cordiale cetriolo
e pompelmo giallo*
• 15ml Mezcal espadin
• 60ml Vermouth dry
* Cordiale di cetriolo e pompelmo
giallo
- 500g Cetriolo senza buccia
- 500g Zucchero bianco
- 5g Acido citrico
- 1L Spremuta di pompelmo giallo
Massimo Borroni
Unire il cetriolo e lo zucchero in un
sacchetto sottovuoto, sigillare e
lasciare estrarre a temperatura
ambiente per un paio di ore. Filtrare
e unire l’acido citrico. Allungare con
la spremuta di pompelmo giallo. 24
ore. Filtrare e imbottigliare.
Tecnica: Throwing
Servizio: Coppetta Martini Bar/
giani Nude
Garnish: Scorza di limone
19
Sherry
Fino
Qui si va sulla tensione, sulla secchezza, sulla
salinità: un massimo di 5g/l di zucchero secondo
disciplinare, trascorre in botti di rovere americano
almeno due anni. La flor, la caratteristica pellicola
di lievito che protegge il vino dall’ossidazione, ne
definisce il profilo aromatico, con un palato
molto secco, leggero, sapido. In miscelazione è
preziosissimo: asciuga il sorso, abbassa il peso
percepito del drink e aggiunge profondità senza
zucchero. Chiedere a Michele Picone, Spirits
Specialist per Gruppo Meregalli e anima di
Bottega Corcioni ad Aversa
(CE): «È ideale come aperitivo
fresco con la sua vena
salmastra, un’alternativa
raffinata che lavoro in stir per
preservarne il corpo». Il drink
Bodega Creole è un twist sul
Banana Dance, «in cui il
bourbon richiama le note della
botte e lo sherry contrasta
bene la dolcezza tropicale della
banana».
Michele Picone
Bodega Creole
• 50ml Sherry Pando Fino
Williams & Humbert
• 15ml Bourbon Whiskey
Rebel 100 KBSW
• 30ml Liquore alla banana
Clément Bana Canne
Amontillado
Quando la complessità diventa una tavolozza di colori. Lo Sherry Amontillado
è un susseguirsi di aromi che vanno dal nocciolato alle erbe aromatiche,
fino a richiami di tabacco, spezie e legno. Il profilo secco rimane, firma dello
sherry in generale: viene però fuori una nota ossidativa e leggermente tostata
che aiuta a costruire drink più complessi, persistenti, quasi gastronomici.
Nicola Pezzoli, proprietario del Belafonte di Brescia, lo utilizza in una
pregevolissima rivisitazione di un classico finalmente rispolverato come il
Bamboo. «La complessità aromatica dei prodotti a base vino permette di
intervenire poco in miscelazione, esaltando il prodotto. Così è anche facile
sperimentare con le etichette e proporre drink a bassa gradazione. Nel mio
Combava Bamboo lo sherry amontillado mi permette di rendere più amabile
il drink, pur rispettando l’idea di finezza della ricetta originale».
Combava Bamboo
• 45ml Vermouth dry Noilly Prat
alle foglie di combava*
• 45ml Lustau Amontillado Sherry
• 10ml Aceto alla vaniglia
• 1 dash Orange bitter
*Vermouth dry Noilly Prat alle foglie
di combava
- 6g foglie fresche di combava
- 1L Vermouth dry Noilly Prat
Infondere a 50° per 2 ore.
Filtrare e imbottigliare.
Nicola Pezzoli
Tecnica: Stir&Strain | Servizio: Coppetta Martini
Garnish: Foglia di combava
Tecnica: Stir&Strain
Servizio: Coppetta Nick&Nora
Garnish: Chips di banana
e polvere di cioccolato
fondente 70%
Cream
Il cugino meno noto eppure tra i prodotti più intriganti in
assoluto. Tecnicamente ottenuto dalla miscela di vino dolce o
mosto concentrato rettificato con un vino generoso, è un
trionfo di morbidezza e volume, forte anche di un contenuto
zuccherino importante (115-140g/l); dolcezza e ossidazione, per
un sorso avvolgente e persistente, esaltato da distillati scuri e
prodotti da fine pasto. Matteo Fornaro, patron di Azotea Torino,
lo utilizza nel suo El Pepe
«per la sua naturale setosità,
in una base con
tequila e un’infusione a
caldo di pepe rosa e verbena,
che viene chiarificata
con latte di capra:
questa pulisce il liquido e
introduce lieve acidità
lattica. Lo sherry cream
armonizza le componenti
speziate e vegetali».
El Pepe
• 15ml Tequila
• 15ml Sherry Cream
• 40ml Cordiale di verbena e pepe rosa*
• 25ml succo di limone
Cordiale di verbena e pepe rosa*
- 700ml Acqua
- 90g Pepe rosa tostato e pestato al mortaio
- 50g Verbena essiccata
- Q.b. zucchero, acido citrico, sale
Portare a bollore l’acqua con il pepe rosa,
abbassare il fuoco, far sobbollire per 25.
Spegnere e far riposare 10 minuti. Infondere
con verbena per 10 minuti con coperchio.
Filtrare e aggiustare di zucchero, acido citrico
e sale.
Matteo Fornaro
20
Dalla Regione Demarcata del Douro, un intramontabile
che regala enormi soddisfazioni. Il Porto si ottiene
interrompendo la fermentazione del mosto con aggiunta
di acquavite di vino, così da conservare parte degli
zuccheri naturali e costruire un profilo ad alta intensità
aromatica. Alcolicità moderata tra 19% e 22%, una
gamma stilistica molto ampia (extra dry, dry, semi-dry,
sweet o very sweet) e i grandi filoni di affinamento:
Ruby, di gran frutto e impatto, e Tawny, più ossidativo
cno note di frutta secca e spezie. Citofonare White Port,
invece, per muoversi su registri che spaziano dai più
freschi e agrumati a profili più maturi, mielati e speziati.
In miscelazione è un ingrediente che cambia funzione
a seconda dello stile, mantenendo però la sua chiave
di spessore, modulazione della dolcezza e persistenza.
Per Dario Comis, bar manager del The Pantheon Iconic
Hotel di Roma, «come per tutti i vini fortificati, è un
ingrediente estremamente contemporaneo, perché, di
fatto, già un “cocktail” naturale, perfetto sia per
l’aperitivo che per l’abbinamento con il cibo. Può essere
protagonista in strutture low ABV o elemento di
profondità all’interno di cocktail più alcolici. E ha grande
versatilità: funziona molto bene con ingredienti fruttati,
amplificandone la componente matura, ma allo stesso
tempo riesce a reggere e integrarsi perfettamente
anche in drink più boozy, come il mio Ruby Fox: qui
porta struttura, rotondità e una complessità ossidativa
che allunga il sorso».
Ruby Fox
• 35ml Rye Whiskey
• 20ml Porto Ruby
• 10ml Vermouth Dry
• 5ml Liquore all’Albicocca
• 3 dash Chocolate Bitters
Tecnica: Stir&Strain
Servizio: Coppetta
Garnish: Scorza d’arancia
(solo olii essenziali)
Porto
Dario Comis
Marsala
La tradizione vinicola italiana nasconde delle chicche che in
miscelazione si rivelano autentiche perle. Il Marsala, ad esempio:
uno dei vini liquorosi per eccellenza, dotato di DOC che secondo
disciplinare si distingue nelle diciture Fine (affinamento minimo
di un anno), Superiore (due anni), Superiore Riserva (quattro anni),
Vergine o Soleras (cinque anni) e Vergine Stravecchio o Riserva
(dieci anni). Di dolcezza intrinseca, può essere secco (zucchero
meno di 40 g/l), semisecco (40-100 g/l) e dolce (oltre 100 g/l), e
dal 2025 si è visto alzare il titolo alcolometrico naturale delle uve
da 12% a 13%. «Una ricchezza sensoriale impressionante e
sottovalutata», come racconta Davide Castelli, head bartender di
Lacerba, a Milano: «fatta di frutta secca, scorza d’arancia, spezie,
note ossidative, sale, caramello
e legni nobili. Ha valori
zuccherini simili ad un vermouth
dry, aprendo strade ad
una gamma infinita di twist e
abbinamenti. Lavora perfettamente
su note più dolci e più
sapide, ed è sor pren dentemente
adatto a cocktail
esotici». Il suo Donna Luisa, in
carta al Lacerba, è un twist sul
classico Czarina in cui «il
vermouth dry viene sos tituito
dal marsala, che con le note
di miele e frutta secca dona
corpo e armonia, e si combina
al liquore alle pesche, creando
un perfetto equilibrio tra dolce
e asciutto».
Donna Luisa
• 50ml Vodka
• 20ml Marsala Superiore Semisecco Florio
• 15ml Liquore alle pesche
• 4 drop Bitter alla liquirizia
Tecnica: Stir&strain
Servizio: Coppa Martini
Garnish: nessuna
Davide Castelli
21
Il vino strettamente inteso può ovviamente
derivare da frutti che non siano
necessariamente l’uva. È uno degli approcci
fondamentali del lavoro che viene svolto al
Line di Atene, locale pioniere nella
produzione circolare di alternative simili,
con tanto di laboratorio interno e enorme
investimento su ricerca e sviluppo. Proprio
da qui aveva tratto ispirazione Danilo
Bruno, proprietario di The Black Monday
Speakeasy a Salerno e Bar Atelier a Cava
de' Tirreni: «Assaggiando il cosiddetto
country wine la prima volta, non capii fino
in fondo che prodotto rivoluzionario avevo
appena incontrato. Tornai da loro nel 2024,
scoprii quanto geniale, diversa, sconosciuta,
innovativa e anche ancestrale fosse questa
lavorazione: devo farla bere nei miei locali».
Bruno inizia quindi a lavorare sul succo di
melagrana, con la collaborazione di un
chimico e di una distilleria, fino a
imbottigliare un vero e proprio “novello”:
acidità piuttosto spiccata, corpo non
eccessivo, alcolicità leggera; tutte le
caratteristiche per essere utilizzato in un
cocktail. Nasce così Old Friends, un wine
cocktail in cui il vino di melagrana si
combina con una piccola parte di Lillet
Blanc e sherry fino, «un paio di gocce di
assenzio per allungare la bevuta e una
aggiunta di sciroppo di granatina
homemade, che include ingredienti come
pepe lungo, karkadè, rosa damascena.
Un'idea semplice, di beva ottimale, ideale
per tutto il giorno, da tenere in frigo a 5°C
ready to serve».
Vino di frutta
Old Friends
• 75ml Vino di melagrana
• 7.5ml Lillet Blanc
• 5ml Sherry fino
• 5ml Sciroppo di granatina
di Bar Atelier
• 2 dash Assenzio
• 1 dash Angostura
Danilo Bruno
33 anni, autodidatta e oste navigatissimo: nel 2015
ha aperto The Black Monday Speakeasy a Salerno,
aprendo nuove strade d’ospitalità in città.
Il raddoppio arriva con l'apertura Bar Atelier a
Cava de’ Tirreni nel 2025.
Tecnica: Pre-batch, versato
direttamente
Servizio: Goblet
Garnish: Ciliegia al maraschino
Side: Cantuccio
Danilo Bruno
22
di Carlo Carnevale
“Mangiare
il mondo
a sorsi”
Esencia a Barcellona
smonta qualsiasi
convinzione sul servizio
dei cocktail. Quattordici
“sips” per un’esperienza
imparagonabile. Simone
Caporale: “Complicato?
Basta che gli ospiti tornino”
q
uando nel 2023 il Sips
Drinkery House di
Barcellona veniva incoronato
come miglior
bar al mondo per i
World’s 50 Best Bars
(nel 2025 era ancora
sul podio, al terzo posto),
i due fondatori Simone
Caporale e Marc
Álvarez avevano in mente già da
tempo cosa avrebbero voluto aggiungerci.
Anzi, a dirla tutta, stavano
inseguendo la loro idea originaria:
«Esencia doveva in realtà essere
il nostro primo progetto», racconta
Caporale, «poi pensammo che
sarebbe stato troppo spinto per essere
il nostro esordio a Barcellona.
Di fatto concepimmo Drinkery
House praticamente in una notte».
Esencia rappresenta infatti il lato
più raccolto e radicale di questo
ecosistema: 14 posti, due turni serali
su prenotazione (97€) e una dimensione
quasi da laboratorio in
cui l’idea stessa di cocktail e di
esperienza al bar viene smontata,
riassemblata e rivoluzionata.
I sorsi
È la tana del Bianconiglio, cui si accede
superando una spessissima
tenda fatta di fili che piovono dal
soffitto lasciandosi la Drinkery
House alle spalle, prima di sedere a
uno dei due banconi metallici che
sembrano due ali. Di fronte, un rovesciamento
semplice ma potentissimo:
i sips, sorsi unici che rappresentano
i mattoncini del percorso
gustativo. Quattordici “assaggi”,
ciascuno di complessità impressionante
eppure immediata, progettato
per entrare in una sequenza che
ne raccoglie tre. Ogni sequenza è
un pacchetto di sensazioni e sapori
coerenti l’uno con l’altro ma sempre
in evoluzione: come se tutti e
quattordici i piccoli sips contribuissero
a realizzare un unico, ben più
grande sorso mai percepito prima.
Meno dimensioni, più sensazioni
Manco a dirlo, non esiste un dettaglio
che non sia considerato e curato:
in un percorso degustazione del
genere, il tenore alcolico delle consumazioni
è un tema di importanza
centrale, ad esempio. «Lo abbiamo
studiato nella maniera più pratica
24
“Albert Adrià
calcola quanti
carboidrati
serve nei suoi menu.
Noi abbiamo
fatto lo stesso
con l’alcol”
possibile», spiega il bartender Christian
Ponziani. «Nei menu del ristorante
Enigma, lo chef Albert Adrià
sa perfettamente quanti grammi di
carboidrati saranno assunti da un
ospite. Noi abbiamo calcolato la
stessa cosa con l’alcol, e nel percorso
abbiamo due sips alcohol free, uno a
gradazione simile a quella di un vino,
e tutti gli altri che si muovono
intorno ai 6% vol». Spoiler: sono 11
grammi complessivi di alcol spalmati
su due ore (un calice di rosso si assesta
poco sotto i 20…). La profondità
e la varietà possono arrivare anche
per sottrazione.
Tutto ha un senso
Non è servito cibo, non nel senso
classico del termine: tutto ciò che è
solido è funzionale al drink. La progressione
non è pensata come un
menu da ristorante, con antipasti,
primi e secondi, ma secondo l’intensità
e la quantità di informazioni
contenuta in ogni sorso. La sequenza
Tokyo ha un passaggio con melone,
miso, pasta di azuki, porto bianco,
sake non filtrato e succo di
pompelmo rosa. La forma del servizio
gioca un ruolo imprescindibile:
uno dei sorsi della stessa sequenza
arriva in un contenitore lungo e
stretto, simile a una canoa, che
orienta il gesto e quindi la percezione.
Semplice e strepitoso il mix di
sherry - palo cortado, amontillado,
oloroso, cream - riletto con pasta e
olio di nocciola, oppure la variazione
sul Bloody Mary nella sequenza
Folic, costruita da tomate colgar,
spezie, vodka e sherry fino, centrifugato
per alleggerire la texture senza
perdere intensità aromatica.
Lo spazio
Rispetto agli altri progetti che vedono
Caporale come alfiere (Boadas
a Barcellona, Montana a Hong
Kong), «Esencia racconta come
bere, non solo cosa. E dimostra come
anche lo spazio giochi un ruolo
di enorme peso: le combinazioni di
sapori che proponiamo qui potrebbero
funzionare anche nella
Drinkery House se prese da sole,
ma fallirebbero senza l’intero complesso
di musica e atmosfera che
abbiamo di là».
Il drink non esiste mai da solo: ambiente,
suono, distanza, luce, supporto,
postura e ritmo del servizio
contribuiscono a riscriverlo.
L’importante
C’è il rischio che tutto questo diventi
un prodotto fin troppo cerebrale,
incomprensibile? «Sì, ma può
rimanere incompreso, la cosa più
importante e che la gente si diverta.
Ci sono persone che ascoltano venti
volte al giorno la stessa canzone senza
comprenderne il testo, in Mongolia
ho sentito musica latinoamericana
trasmessa senza sosta e adorata
da chi non aveva idea di cosa significasse.
Pretendere che la gente capisca
sempre tutto quello che fai è da
stronzi, l’importante è che chi passa
di qui stia bene e torni».
“Esencia
non racconta
cosa bere.
Racconta
come berlo”
Empatia da banco
Per questo il servizio è forse il sip in
più. Caporale parla della necessità
di leggere l’ospite, anticipare le situazioni,
coinvolgerlo anche solo
con lo sguardo.
Lo racconta come « una consapevolezza
che ottieni se al bancone vai
a sederti in altri locali, non ci lavori
soltanto. Devi imparare a sentire
quelli che gli altri sentono, metterti
nei loro panni». Guai a chiamarlo
“il bar segreto di Sips”.
È una esercizio di stile, una dimostrazione
di forza, ospitalità purissima,
complicata, precisa, leggera,
narrativa, sensoriale.
Ha successo, piace, funziona. Può
essere replicata? Non è importante,
perché conta molto di più il
principio: anche il concetto più
avanzato, se non diverte, resta incompiuto.
25
di Luca Figini
Parlare
francese, pensare
miscelato
Nel Quadrilatero di Torino, i tre soci di CouCou
trasformano un format inflazionato in un progetto
con identità precisa
“v
ini e piattini” sembra
essere un mantra che
riempie le strade d’Italia,
ormai da una manciata
d’anni. Si è giunti
a un momento in
cui quasi tutti gli indirizzi
del genere si somigliano
l’un con l’altro
per ingredienti,
offerta e linguaggio. Eppure, c’è
chi prova con successo a distinguersi
ancora. Sornione a un vertice
del quadrilatero di Torino si trova
infatti CouCou, un bistrot di
ispirazione francese che riesce benissimo
in due sfide principali: far
valere la propria identità, e prendere
le distanze dal pensiero comune.
Miscela, stappa, spadella recita il
claim: ma non chiamate questo an-
goletto dall’accento d’Oltralpe
una “enoteca con piccola cucina”.
Dream Team
«Volevamo un luogo semplice da
vivere» racconta Giovanni Saracino,
uno dei tre soci fondatori, «dove
si può arrivare per l’aperitivo e
proseguire fino a cena, ma con una
struttura più compiuta, sia sul
fronte cucina che su quello della
miscelazione. Se non si usasse l’etichetta
dei “piattini”, CouCou potrebbe
essere definito un ristorante.
Resta però un posto giovane,
informale, non ingessato». Giovanni
cura il bar, Luca Poccatino è
in cucina e Martina Macori gestisce
sala e cantina: li accomuna un
trascorso professionale e personale
in Francia, naturale fonte di ispirazione
per il nome e soprattutto per
l’impostazione del locale.
Francia ma non solo
Non è affatto un bistrot tradizionale,
però: la matrice francese è soprattutto
culturale e di sensibilità,
mentre il modo di tradurla nell’offerta
resta personale (poi, resistere
a quei crostini con zuppa di cipolle
è durissima). Se la carta dei vini è
più territoriale e coerente (solo etichette
francesi, con un’attenzione
particolare orientata verso il mondo
naturale), nei cocktail si parla
più di uno stile di bevuta francese:
i signature sono otto, affiancati da
classici francesi (Boulevardier, Sazerac,
Vieux Carrè) e una selezione
di drink che richiamano una codifica
francese anche nell’equilibrio
gustativo: in generale, una parte
più asciutta e meno alcolica, o comunque
giocata su registri diversi
“Se non si usasse
l’etichetta
dei ‘piattini’,
CouCou potrebbe
essere definito
un ristorante.
Resta però
un posto giovane,
informale,
non ingessato”
26
rispetto alla classica cocktail list
internazionale.
Farsi capire
Saracino sottolinea il vero focus:
una miscelazione comprensibile e
accessibile anche economicamente
(9€ il prezzo medio di un drink),
«perché troppo spesso vediamo
prezzi altissimi e per nulla giustificati
dall’offerta. E poi è il modo
migliore per tenere testa a un territorio
così ricco di cultura del vino:
raccontare bene e chiaramente è
fondamentale per attrarre un nuovo
consumatore». La lista è snella,
con poche preparazioni che siano
il più semplici possibili, anche perché
il banco è gestito da una sola
persona: il Bonjour Martini è forse
l’esempio più tecnico, una via di
mezzo fra Espresso Martini e Breakfast
Martini, con gin, pompelmo
e caffè, poi sottoposto a milk wash.
La chicca
Strepitosa la proposta analcolica,
che Saracino fa girare attorno a un
elemento trascuratissimo, eppure
dal potenziale clamoroso: «Ho
una carta degli aceti, che possono
essere di vino, di frutta, di miele e
vengono tutti serviti con soda. È
una proposta particolare, che suscita
curiosità più di quanto inizialmente
ci si aspettasse. In estate
probabilmente la risposta è ancora
più immediata, ma anche in inverno
funziona bene, soprattutto come
chiusura di pasto perché è un
ottimo digestivo».
Il benessere
Tutti e tre i soci di CouCou hanno
esperienza in ristorazione di alto
profilo, e da qui deriva una visione
di lavoro che mette una parola specifica
sul piedistallo: il benessere.
«Dire di voler far star bene gli
ospiti può sembrare banale, ma tra
questo e il riuscirci il passo è molto
più complicato di quanto sembri.
Teniamo molto a che anche il nostro
staff (altri tre membri oltre a
loro tre operativi, ndr) stia bene,
perché sappiamo quanto complesso
possa essere trovare condizioni
di lavoro soddisfacenti in questo
settore. E poi cerchiamo di star bene
noi: le esperienze precedenti nel
fine dining, dove non sempre si respiravano
ambienti sereni e dove il
carico di ore era spesso eccessivo,
qui non devono rivivere».
Una miscelazione
comprensibile
e accessibile anche
economicamente
(9€ il prezzo
medio di un drink),
«perché troppo
spesso vediamo
prezzi altissimi
e per nulla
giustificati
dall’offerta»
Tradizione o identità?
C’è anche una riflessione critica
sul concetto di tradizione, soprattutto
in una città come Torino, dove
secondo i tre soci la tradizionalità
è spesso evocata a sproposito.
Molti locali propongono piatti rassicuranti
e ruffiani che finiscono
per sembrare creati in serie, mentre
i posti che lavorano davvero bene
sulla tradizione sono pochi. «Il
punto non è rifiutare le basi» sostiene
Poccatino, «piuttosto reinterpretarle
in modo personale. La
tradizione può essere un punto di
partenza fertile, ma non dev’essere
una formula ripetuta meccanicamente.
C’è anche una distanza
biografica da una certa idea codificata
di piemontesità: per esempio,
il plin “tradizionale” non rappresenta
necessariamente chi oggi cucina,
anche se appartiene a una memoria
familiare forte». CouCou
sembra quindi voler dare a Torino
qualcosa di diverso: un locale che
unisce ispirazione francese,
cocktail intelligenti, vini poco
convenzionali, cucina con struttura
e una filosofia di lavoro più sana.
Non un bistrot classico, non una
semplice enoteca con piattini: un
posto con una sua fisionomia precisa,
e di questi tempi è già una
gran vittoria.
27
Anthology by Mavolo ha svelato Amuerte Light
Blue, la nuova limited edition che rafforza il legame
con il mondo della mixology. Al centro della
ricetta la cherimoya, raro frutto tropicale
dalla polpa succosa e vellutata
con richiami alle note di banana,
pera e mango. Un ingrediente
non convenzionale che si
intreccia con le botaniche
tradizionali di Amuerte
tra cui ginepro e foglie
di coca amara, dando
vita a un gin dal profilo
seducente, giocoso ed
equilibrato, pensato per
stimolare la creatività dei
bartender. Amuerte Light
Blue offre una struttura
pulita e riconoscibile,
ideale per cocktail freschi,
long drink e proposte
signature.
La gamma di prodotti Cocchi
comprende dai celebri Vermouth
di Torino, al Barolo Chinato,
fino all’Aperitivo Americano,
protagonisti nelle creazioni classiche
e contemporanee firmate da alcuni
dei migliori bartender. Due le nuove
iniziative. Una con Mario Quarto
(Depero, Rieti) che ha proposto
la sua visione contemporanea
del cocktail bar e della cultura
dell’aperitivo. Al Depero Club, locale
ispirato all’avanguardia artistica
futurista, unisce qualità dei prodotti e
cura dell’esperienza del cliente.L’altra
con Denis Paonessa (La Ménagère,
Firenze) che promuove cura, dedizione per
l’ospitalità e programmazione dei cocktail.
Bonollo 1908 si è rivolto a
operatori e professionisti
del settore con l’obiettivo
di valorizzare tutte le
principali linee di
prodotto: Collezione
OF, Ligneum, Ballor
e Templeton. A
dominare la scena
è la Collezione OF,
fiore all’occhiello
della produzione
Bonollo 1908: OF
Amarone Barrique,
OF Dorange e OF
Amaro, espressione
di Taste OF Beauty:
il viaggio nel gusto
della bellezza,
l’equilibrio perfetto
tra eccellenza,
innovazione e il
saper fare dei maestri distillatori Bonollo 1908.
In particolare, OF Amarone Barrique continua a
valorizzare il segmento delle grappe barrique,
affermandosi nel panorama dei grandi distillati
internazionali. Menzione per Ballor: Ballor
Vermouth, Ballor Gin e Ballor 100 si rivolgono alla
mixology con ricette curate e distintive.
Freely e nasce per offrire a chiunque la libertà
di scegliere senza rinunciare al piacere: quattro
linee di bevande – spirits analcolici, soft drink
zero zucchero, birre artigianali senza alcool e
kombucha in vari gusti – per accompagnare ogni
momento della giornata con stile, consapevolezza
e autenticità. “The Authentic Alternative” è una
vera dichiarazione di intenti. Freely è il primo brand a
proporre una gamma così ampia e trasversale nel mondo
delle alternative zero, che spazia dagli spirits al kombucha.
Sodamore punta a uno stile di vita che sceglie lucidità, equilibrio e autenticità
come “forma d’amore verso se stessi e verso gli altri”. La sparkling soda
firmata da Luca Argentero è fresca e versatile, realizzata con cinque
ingredienti naturali (sambuco, camomilla, mirtillo, succo d’uva e rabarbaro)
per rispondere al bisogno di qualità, trasparenza e autenticità delle nuove
generazione. Beerlover è una birra analcolica leggera ma decisa, che conserva
il carattere della versione tradizionale. Whitelover è un vino bianco fermo e
secco, selezionato con cura tra vitigni di qualità e poi dealcolato.
28
Dopo oltre 75 anni di successi riscossi dall’inimitabile
Cedrata Tassoni, simbolo del Made in Italy, arriva Cedrata
Zero, la versione sugar free per soddisfare il trend in
crescita di chi desidera una bibita zero zuccheri e zero
calorie con un gusto ricco e autentico. Tassoni continua
a innovare anche la linea mixology, rimanendo fedele alla
sua tradizione di eccellenza, con due nuove creazioni:
Limonata La Biologica e Pompelmo Soda La Biologica.
Protagonista di Cantina Pizzolato è la linea M-Use, collezione
di punta con nove referenze biologiche, di cui quattro no e low
alcohol. La gamma comprende Prosecco Brut, Prosecco Extra
Dry e Rosé, Pinot Grigio e Moscato, oltre alle varianti no alcohol
bianco e rosato. Il concept M-Use richiama il concetto di Multi-
Use: ogni bottiglia è pensata per essere riutilizzata come oggetto
di design – vaso, portaoggetti o elemento decorativo –
coniugando estetica, sostenibilità e versatilità. Disponibile nei
formati 750 ml e mini 200 ml, la linea si adatta a
ogni occasione di consumo, dall’aperitivo
informale al brindisi più esclusivo.
Bottigliera
I cocktail in fusti Spilla Cocktails on tap
(Spritz e Hugo) sono stati studiati ad hoc da
Gamondi per la conservazione in fusto, per
rispondere alle preferenze dei consumatori
e per alleggerire il lavoro di bartender
e personale di servizio, spesso messi in
difficoltà dalla preparazione ripetuta. Gli
speciali fusti Polykeg PRO 2.0 mantengono
fino all’ultimo bicchiere gli aromi e il profilo
organolettico dei cocktail, grazie anche alla
carbonazione che resta sempre stabile e
omogenea. Il risultato è un gusto fresco e
costante, senza rischi di alterazioni o cali
qualitativi. Da ogni fusto si possono oltre 100
cocktail con riduzione di ingombri e materiali.
Spirits & Colori ha festeggiato
il decennale e il 2025 chiuso
in modo positivo (fatturato
+5%) mostrando una serie
di novità: Agavesanta,
un distillato unico nato
dall’innovazione di un
gruppo di imprenditori
milanesi e dalla
maestria di Oscar
Quagliarini, il celebre
“barista profumiere”.
Altra eccellenza è Pisco
Huamaní, prodotto
dal 1890 secondo
una tradizione che si
tramanda da quattro
generazioni. Hayman’s
London 0.0% presenta
aromi naturali di ginepro,
coriandolo e agrumi, con
sentori di agrumi e pepe.
Stock Spirits Italia si propone con i brand
del gruppo: Limoncè, Clan Campbell
whisky, Sierra tequila e Keglevich. La drink
list si declina in varie proposte: Limoncè
Spritz, composto con tre parti di prosecco,
due parti di Limoncè Aperitivo e una di
soda; Clan Campbell con il cocktail Clan
Sour; Sierra Paloma; diversi Gin Tonic
con tutte le varianti di gin del portfolio;
Keglevich Frutta & Soda, presente con
tutte le varianti di gusto che la gamma
propone e i cocktail Ready To Drink
Keglevich Vodka Lemon e Keglevich Vodka
Soda menta&sambuco, pronti da bere
e una signature drink list del bartender
Braian Asquini.
29
di Riccardo Colletti
Bicchiere
della staffa
Novità, eventi, prossimi appuntamenti,
chicche: cosa succede nel mondo del bar
Chi è Mimmo?
Paolo Sanna, Bruno Rocco e Valerio Vermillo firmano il nuovo
menù del Banana Republic, epicentro dell’ospitalità di Prati, a
Roma, che quest’anno compie il suo 33esimo anniversario. Dodici
cocktail ispirati alle peripezie di Mimmo Banana, personaggio
cartoon che ricalca la leggendaria Linea di Osvaldo Cavandoli
e scopre il mondo ricetta dopo ricetta (al mare, in Giappone, in
Messico, a luci rosse). La conferma della romanità autentica di
cui il Banana Republic è simbolo e avamposto, tanto da portare
in carta le abitudini del quotidiano: come quando sfugge un
nome e c’è da ricordare “Lui, quello, Mimmo!”.
Due giovani che
puntano in Alto
Meno di sessant’anni in due, è subito chiaro
le cose si facciano interessanti. Leonardo
D’Ingeo, pugliese classe ’94 già protagonista
da Ca.ri.co a Milano, è il nuovo
executive chef di Alto Rooftop Cocktail Bar
a Cervia, al fianco del patron e bar manager
Niccolò Amadori (classe 2001). Dopo
il primo, riuscito esperimento di apertura
invernale di fine 2025, Alto punta sulla
gastronomia d’alto profilo: «Abbiamo in
piedi un piano di due anni, con un menu
che cambia leggermente ogni mese e mezzo
circa» racconta Amadori. Il focus al bar
riguarderà tapas ricercate, con pairing e
percorsi esperienziali. Fino a fine ottobre
sarà attivo anche il ristorante gastronomico
di Alto con D’Ingeo protagonista.
Buona la Quinta
Aromaterapia, cicli lunari e sostenibilità: Bar is the Name, a Busto
Arsizio, inaugura la sua quinta stagione con un concept rivoluzionario.
Sotto la guida di Ambrogio Ferraro, il cocktail bar abbandona
la stagionalità classica per proporre una drink list ispirata a
elementi naturali come fiori, radici e foglie. La novità principale è
l’addio al menù cartaceo, sostituito da un albero artigianale che
guida i clienti in un percorso sensoriale intuitivo. L’offerta include
nove cocktail botanici (come Sakura, Ylang Ylang e Fiore di Sambuco),
tutti disponibili anche in versione analcolica, puntando su
eleganza contemporanea e un’esperienza immersiva e inclusiva.
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Loretta Superstar
Amaro Montenegro frozen, con succo d’arancia e succo
di limone; il ricordo di estati che non torneranno più, il
personaggio immaginario di Loretta che dal suo bar di
Capri accoglie e sogna. Sono gli ingredienti di Ghiacciato
al sole, il cocktail con cui Lalita D’Alessandro, bartender
dell’Inn Cafè di Alessandria, ha trionfato alla finale italiana
di The Vero Bartender 2026, firmata Amaro Montenegro.
D’Alessandro ha interpretato al meglio il tema
Stirring the 60s che Montenegro aveva proposto come
filo rosso della gara, e tornerà a Bologna il 27 maggio
per la finale globale.
Ago Perrone a Milano
per una personale
sul Martini
Due icone in mostra: Agostino Perrone, pluripremiato
Director of Mixology del Connaught
Bar di Londra, arriva a Milano con una
personale fotografica incentrata sul Martini
Cocktail, la miscela per eccellenza, con tre
fotografie inedite in Italia commissionate da
Belvedere Vodka. Nei giorni 13-19 aprile presso
Casa Sofia a Milano, un’esperienza esclusiva
arricchita dalla possibilità di assaggiare il Belvedere
10 Luxury Martini: «Il Martini è molto
più di un cocktail: è un codice» racconta Perrone,
«fatto di glamour, precisione, identità
e momenti condivisi. Questa mostra esplora
gli elementi, le persone, i luoghi e i gesti che
convergono per dare vita a un vero e proprio
universo Martini».
Atrium Globetrotter
Lo chef giramondo Paolo Lavezzini lascia la sua impronta
sulla nuova drink list dell’Atrium Bar del Four Seasons
di Firenze. I momenti che hanno segnato la vita del cuoco
de Il Palagio (stella Michelin), tra aromi d’infanzia, traguardi
professionali, scoperte inaspettate riletti in liquido
dall’Assistant Bar Manager Edoardo Sandri, mente creativa
del menù. «Ogni drink nasce da un piatto che ha plasmato
il palato di Chef», racconta Sandri. «Non un’interpretazione
letterale, ma la traduzione della sua identità attraverso un
sentimento, un ricordo o un profilo aromatico». Cinque drink
in carta, come i territori che hanno contribuito alla crescita
di Lavezzini (Italia, Francia, Stati Uniti, Brasile, Asia).
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LEGENDARY CRAFT RHUM
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