09.04.2026 Visualizzazioni

WineCouture 3-4/2026

WineCouture è la testata giornalistica che offre approfondimenti e informazione di qualità sul vino e quanto gli ruota attorno. È una narrazione di terroir, aziende ed etichette. Storytelling confezionato su misura e che passa sempre dalla viva voce dei protagonisti, dalle riflessioni attorno a un calice o dalle analisi di un mercato in costante fermento. WineCouture è il racconto di un mondo che da anni ci entusiasma e di cui, con semplicità, vogliamo continuare a indagare ogni specifica e peculiare sfumatura, condividendo poi scoperte e storie con appassionati, neofiti e operatori del comparto.

WineCouture è la testata giornalistica che offre approfondimenti e informazione di qualità sul vino e quanto gli ruota attorno. È una narrazione di terroir, aziende ed etichette. Storytelling confezionato su misura e che passa sempre dalla viva voce dei protagonisti, dalle riflessioni attorno a un calice o dalle analisi di un mercato in costante fermento. WineCouture è il racconto di un mondo che da anni ci entusiasma e di cui, con semplicità, vogliamo continuare a indagare ogni specifica e peculiare sfumatura, condividendo poi scoperte e storie con appassionati, neofiti e operatori del comparto.

SHOW MORE
SHOW LESS
  • Nessun tag trovato…

Trasformi i suoi PDF in rivista online e aumenti il suo fatturato!

Ottimizzi le sue riviste online per SEO, utilizza backlink potenti e contenuti multimediali per aumentare la sua visibilità e il suo fatturato.

NUMERO 3/4

Anno 7 | Aprile-Maggio 2026

Poste Italiane SPA - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (convertito in Legge 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, LO/MI - In caso di mancato recapito inviare al CMP di Milano Roserio per la restituzione al mittente previo pagamento resi.

LIBERIAMO IL VINO

NUOVE VISIONI PER IL FUTURO, PER NON ASSOMIGLIARE AL GIÀ VISTO


2

Il vino italiano non sta perdendo consumatori

I numeri lo confermano: quasi 30 milioni di italiani bevono vino. Un

dato addirittura in crescita rispetto alla fotografia scattata 15 anni fa. Ma

la vera trasformazione intercorsa nel frattempo non è quantitativa, è culturale.

Il consumo, è noto, si è spostato dalla routine all’occasione, dalla

quantità alla qualità percepita, dall’abitudine alla scelta. Il vino esce oggi

dalla quotidianità ed entra nel tempo dell’esperienza e delle relazioni. Il

mercato non arretra: seleziona. E selezionare significa spostare valore,

non perderlo. È qui che il settore deve fermarsi a riflettere. Perché mentre

la filiera continua a ragionare in termini di prodotto, il consumatore

si muove già in una dimensione diversa: quella di contesto, racconto e

identità. Non è il vino a essere in discussione, ma il linguaggio con cui

viene offerto. Spesso indicata come anello debole, la Gen Z è in realtà il

laboratorio più avanzato. Più curiosa, poco rigida, aperta al consiglio:

consuma meno ma meglio, soprattutto fuori casa. Non rifiuta, dunque,

il vino: rifiuta linguaggi che non le appartengono. Il punto, allora, non è

inseguire i giovani, ma comprenderne il codice. Perché ogni generazione

ha il suo vino, ma soprattutto il suo modo di sceglierlo. In un mercato che

tiene nel valore e perde nei volumi, la partita si gioca qui: nella capacità

di allineare proposta e pubblico, prodotto e racconto, tradizione e possibilità

d’accesso. Il vino italiano non sta perdendo consumatori, deve solo

imparare a farsi leggere. Il suo futuro non dipende da quanto si berrà, ma

passa da quanto sarà capace di farsi scegliere.

08 Protagonisti. Marchesi di Barolo: una storia

sempre viva

10 Visioni. Valdo: 100 anni di Prosecco

e d’impresa

12 On Air. Masi e il Pinot Nero secondo Mister

Amarone, Sandro Boscaini

SOMMARIO

18 Experience. 80 anni di Masottina

e la novità R.D.O. Multivintage Brut

21 Nuovi Codici. Medici Ermete porta

il Lambrusco nelle cocktail list

26 Interni d’Autore. Con Masseria Surani

la Puglia del vino torna al centro della scena

WINECOUTURE

winecouture.it

Direttore responsabile Riccardo Colletti

Direttore editoriale Luca Figini

Coordinamento Matteo Borré (matteoborre@nelsonsrl.com)

Marketing & Operations Roberta Rancati

Contributors Francesca Mortaro e Andrea Silvello.

Art direction Inventium s.r.l.

Stampa La Terra Promessa Società Cooperativa

Sociale Onlus (Novara)

Editore Nelson Srl

Viale Murillo, 3 - 20149 Milano

Telefono 02.84076127

info@nelsonsrl.com

www.nelsonsrl.com

Registrazione al Tribunale di Milano n. 12

del 21 Gennaio 2020 - Nelson Srl -

Iscrizione ROC n° 33940 del 5 Febbraio 2020

Periodico bimestrale

Anno 7 - Numero 3/4 - Aprile - Maggio 2026

Abbonamento Italia per 6 numeri annui 30,00 €

L’editore garantisce la massima riservatezza

dei dati personali in suo possesso.

Tali dati saranno utilizzati per la gestione degli

abbonamenti e per l’invio di informazioni

commerciali. In base all’art. 13 della Legge

n° 196/2003, i dati potranno essere rettificati

o cancellati in qualsiasi momento scrivendo a:

Nelson Srl

Responsabile dati Riccardo Colletti

Viale Murillo, 3

20149 Milano


Réserves Millésimé

2002 2004 2006

Raramente Millesimato

Unicamente in Magnum

Dégorgé: 15 Maggio 2025


4

PRIMO PIANO

Quando l’etichetta

diventa strategia

L’Innovation Day Milano di All4Labels e la nuova centralità

del packaging nel vino

DI ROBERTA RANCATI

Nel vino contemporaneo, l’etichetta non è

più un elemento accessorio: è contenuto

e visione. È un asset strategico, linguaggio

capace di tradurre identità, territorio

e posizionamento in un segno immediato.

È il primo gesto narrativo di un brand, come è emerso

in occasione dell’Innovation Day Milano del 5 marzo

scorso, tappa inaugurale 2026 del roadshow internazionale

promosso da All4Labels. Un’iniziativa nata come

spazio di confronto tra le diverse anime della filiera, un

laboratorio di idee dove brand, designer, tecnici e produttori

s’incontrano per leggere insieme l’evoluzione

dei codici del Wine & Spirits. Un progetto itinerante

che traduce una convinzione precisa: l’innovazione

non è mai un atto solitario, ma il risultato di una visione

condivisa che conduce alla costruzione di risposte

concrete alle nuove aspettative del mercato.

All4Labels: quando l’etichetta diventa strategia

Ad accendere la miccia che ha illuminato il confronto

sulla centralità del packaging nel vino è stato uno dei

principali player mondiali nel settore delle etichette

autoadesive, con oltre 50 stabilimenti produttivi, più di

5.500 dipendenti e oltre 140 anni di storia: All4Labels

Global Packaging Group. Una dimensione industriale

che si traduce in capacità produttiva, capillarità e competenze

trasversali, ma che mantiene un forte radicamento

territoriale, soprattutto in Italia, dove il gruppo,

da Bolzano a Salerno, vanta un legame con il vino particolarmente

radicato e concreto: stabilimenti dedicati

esclusivamente al settore, tecnologie di stampa avanzate

e un ecosistema che integra competenze che spaziano

dalla progettazione grafica fino alla digitalizzazione e

alla brand protection. All4Labels, infatti, nel corso dei

decenni ha sviluppato un know-how specifico nel wine

& spirits, oggi consolidato in una specializzazione che si

unisce a un approccio consulenziale con lo sviluppo di

progetti di packaging su misura, pensati per valorizzare

ogni brand come un’estensione del vino stesso. Il modello

è quello della co-creazione: dall’idea creativa alla

realizzazione finale, All4Labels accompagna, infatti, le

aziende lungo l’intero processo.

Soluzioni su misura: tra nobilitazione,

sostenibilità e digitalizzazione

La forza di All4Labels risiede nella capacità di offrire soluzioni

altamente personalizzate, costruite sulle esigenze

specifiche di ogni cliente. Tecnologie convenzionali,

ibride e digitali convivono per dare vita a etichette che

non sono solo supporti informativi, ma veri strumenti

narrativi. Le nobilitazioni rappresentano uno degli ambiti

più distintivi: vernici soft-touch, effetti metallizzati,

microincisioni ad alta precisione, inchiostri speciali e finiture

tattili trasformano la bottiglia in un oggetto sensoriale.

Non si tratta di dettagli estetici, ma di elementi

progettati per catturare l’attenzione e rafforzare la percezione

di qualità, in un mercato in cui il packaging può

incidere fino al 70% delle decisioni d’acquisto.

Parallelamente, l’innovazione tecnologica guida lo sviluppo

di soluzioni sostenibili e performanti. Stardirect

introduce un approccio “no-label” che elimina il supporto

tradizionale e trasferisce direttamente la decorazione


5

sulla bottiglia, riducendo materiali, emissioni e costi

operativi. Starshine rivoluziona la metallizzazione grazie

a un processo digitale foil-free, capace di abbattere le

emissioni fino all’80% e ridurre scarti e tempi di produzione,

senza rinunciare all’estetica premium. A queste si

aggiunge la dimensione smart. Con soluzioni come QR

Fingerprint, ogni etichetta diventa un’identità digitale

unica: un sistema basato su codici e riconoscimento delle

immagini che garantisce autenticità, tracciabilità e aggiornamento

dei contenuti in tempo reale. Il packaging

si trasforma così in un touchpoint interattivo, capace di

attivare esperienze, engagement e programmi di fidelizzazione,

oltre a proteggere il brand dalla contraffazione.

Il packaging come leva strategica: le voci

della filiera

Il valore dell’etichetta è emerso con forza anche dalle

case history presentate durante la tappa milanese dell’Innovation

Day, in un racconto di come il packaging sia

oggi uno degli strumenti più potenti per costruire valore

nel vino. Nel caso di Argea, illustrato dal Group Marketing

Director Giacomo Tarquini, il progetto Enzo Bartoli

– Piemonte Couture, brand che ha saputo interpretare

in chiave contemporanea il vino piemontese, dimostra

come un’estetica completamente rinnovata possa ridefinire

in maniera radicale la percezione di un territorio.

Il packaging diventa leva strategica di posizionamento,

capace di rompere con i codici tradizionali e dialogare

con un pubblico internazionale, quello dei mercati

scandinavi. Proprio in questo contesto emerge una

lettura lucida e anticipatoria al problema di una narrazione

e di un immaginario che non parla più al consumatore.

Il vino si trasforma così in un oggetto sociale,

uno strumento per raccontarsi, per “fare bella figura”

in una cena tra amici: si acquista per rappresentarsi,

per raccontare qualcosa di sé. Da qui la decisione di

una rottura netta con il passato: via gli elementi classici

della tradizione piemontese – araldica e centralità

del produttore – per lasciare spazio a un’estetica nuova,

capace di dialogare con glamour, luxury e lifestyle. Il

vino smette di essere spiegato e inizia a essere vissuto,

esce dal perimetro della tecnica ed entra in quello

dell’esperienza. Non più degustazioni, ma eventi. Non

più descrizioni analitiche, ma momenti da condividere.

Il risultato è misurabile: in due anni, il fatturato di

Enzo Bartoli – Piemonte Couture nei Paesi scandinavi

raggiunge i 9 milioni di euro. Un dato che racconta più

di qualsiasi teoria quanto il packaging possa incidere

sulle vendite. In questo scenario, il packaging diventa

uno strumento scientifico e analitico: non è più solo

creatività, ma capacità di leggere i mercati, interpretare

i consumatori e tradurre queste informazioni in segni

visivi coerenti. Con Gruppo Mezzacorona, il focus si

sposta sulla dimensione narrativa. Per la Global Marketing

Manager Barbara Darra il punto di partenza è

chiaro: l’etichetta è la prima pubblicità del vino. Ma, soprattutto,

è la sintesi visiva di una narrazione complessa,

traduzione visiva del DNA della marca, un sistema

coerente di segni capace di condensare storia, valori,

volti e territorio. Tradurre tutto questo in un segno grafico

significa costruire una vera e propria sceneggiatura

di marca, dove il design diventa progetto strategico e

il branding una disciplina di lungo periodo: “La marca

è la storia, il design la narrazione, l’etichetta il libro”.

Come nel caso delle etichette della linea Fili, realizzate

con All4Labels, dove la natura delle Dolomiti è reinterpretata

attraverso illustrazioni, texture e cromie che

trasformano la bottiglia in un racconto visivo. Ogni

dettaglio – dalla scelta dei materiali alle micro-illustrazioni

– è progettato per trasferire un universo narrativo

complesso con precisione e coerenza. Il caso della linea

Filo dimostra, così, come il packaging possa diventare

un asset centrale, capace di condensare valori, autenticità

e posizionamento. Una sfida complessa, che richiede

partner in grado di accogliere la marca e amplificarne

il racconto. Infine, l’intervento di Mario Di Paolo di

Spazio DiPaolo introduce una prospettiva più radicale,

che riporta il packaging alla sua essenza più autentica:

la bellezza. L’etichetta non rappresenta la marca, ma la

rivela. Attraverso l’uso di materiali innovativi, pigmenti

naturali e strutture tridimensionali, il design supera

la bidimensionalità e si trasforma in esperienza sensoriale.

È un approccio che ridefinisce i codici del settore,

portando il packaging in una dimensione che unisce

arte, tecnica e materia. Il packaging, in questa prospettiva,

è un atto creativo collettivo. Un lavoro corale che

parte dall’ascolto e si traduce in materia, carta, texture.

È qui che l’artigianalità incontra l’innovazione, e dove

la sperimentazione diventa necessaria. Andare oltre la

comfort zone, mescolare tecniche di stampa e materiali,

cercare nuove forme espressive: è in questo spazio

che nasce l’originalità. E nel vino, più che altrove, il

packaging mantiene un legame fisico e sensoriale con

il prodotto: non potrà mai votarsi completamente al digitale.

Dopo il consumo, infatti, la bottiglia può anche

trasformarsi in qualcosa d’altro, talvolta elemento di

arredo, altre di collezionismo: se la sostenibilità, infatti,

è necessaria, è la bellezza – quella vera – a cambiare

davvero le regole del gioco.

PRIMO PIANO

L’etichetta come sintesi tra mercato, tecnologia

e identità

L’Innovation Day Milano ha restituito così un’immagine

chiara del presente e del futuro del vino: un settore

in cui la capacità di raccontarsi diventa decisiva.

L’etichetta è oggi il punto di convergenza tra tutte le dimensioni

del prodotto. È estetica, ma anche tecnologia.

È racconto, ma anche informazione. È emozione, ma

anche sostenibilità, sempre più centrale alla luce delle

nuove normative europee che richiedono trasparenza,

tracciabilità e chiarezza comunicativa. In questo scenario,

All4Labels si posiziona non solo come produttore,

ma come partner strategico. Un interlocutore capace di

leggere i cambiamenti del mercato, anticipare le esigenze

dei brand e tradurle in soluzioni concrete, personalizzate

e misurabili. Perché oggi, nel vino, la differenza

non è solo nel calice. È in ciò che accade prima. E tutto

comincia da un’etichetta.


6

DATA

Il mercato dei fine wine cambia passo. E nel nuovo

equilibrio emerge un protagonista che sorprende

per capacità d’intercettare la rinnovata

domanda: il vino italiano. “In iDealwine abbiamo

chiuso il 2025 con un fatturato complessivo

di 58 milioni di euro”, esordisce Angélique de Lencquesaing,

co-fondatrice di iDealwine. “Per quanto riguarda

le tendenze del mercato delle aste, nel 2025 abbiamo

osservato un calo del 9% del prezzo medio per

bottiglia, ma un aumento del 19% dei volumi venduti.

Questo suggerisce che gli acquirenti abbiano prestato

grande attenzione ai prezzi: meno battaglie sui rilanci,

meno determinazione ad assicurarsi una bottiglia

a qualsiasi costo”. Meno euforia, più razionalità nello

scenario odierno: un contesto dove il vino italiano firma

una delle performance più interessanti del mercato

secondario globale.

Se il mercato, infatti, nel suo complesso rallenta sul

fronte dei prezzi, l’Italia accelera. Nel 2025, le aste

iDealwine hanno registrato oltre 10.000 bottiglie tricolori

aggiudicate, in crescita rispetto al 2024. Il valore

complessivo ha sfiorato il milione di euro, con un

incremento del 37%. Un dato ancora più significativo

se letto insieme alla dinamica dei prezzi: mentre la media

globale è calata di circa l’8%, quella dei vini italiani

cresce del 2%, attestandosi a 96 euro. “I vini italiani

rappresentano il 50% di tutti i vini non francesi venduti

all’asta sul nostro portale, anche se questa categoria

DI LUCA FIGINI

rappresenta solo il 6,5% dei volumi totali”, spiega Angélique

de Lencquesaing. La domanda per le etichette

dal Bel Paese ha subito nel 2025 un vero e proprio

rimbalzo rispetto agli anni precedenti, crescendo di

un terzo. L’interesse è evidente: “Questa performance

dimostra chiaramente il forte appeal dei vini italiani

tra i collezionisti”. Nel ranking delle aste iDealwine,

l’Italia si conferma il primo vigneto straniero e il sesto

per domanda. Le etichette tricolori rappresentano

il 51% dei volumi e il 54% del valore di tutti i vini non

francesi battuti all’asta. Un risultato che consolida il

ruolo del Bel Paese come alternativa sempre più ricercata

nell’universo dei fine wine. Questa performance

s’inserisce in un mercato in evoluzione, dove gli appassionati

stanno iniziando a guardare a nuovi produttori

e territori fuori Francia. “Negli ultimi anni, gli appassionati

hanno ampliato i propri orizzonti oltre le regioni

tradizionali dei fine wine”, evidenzia Angélique de

Lencquesaing. “Molti si divertono a scoprire produttori

prima che raggiungano notorietà e prezzi elevati.

Questo ha portato alcune regioni meno note a registrare

crescite molto significative nei volumi scambiati”.

Rossi dominanti, Piemonte e Toscana al centro,

il valore del tempo

Il messaggio del mercato delle aste è netto: i vini rossi

italiani dominano in modo quasi assoluto, rappresentando

il 95% dei volumi e il 97% del valore totale.

Il vino italiano

conquista le aste

Il cambio di passo nel 2025 su iDealwine:

+33% nei volumi e +37% a valore

Il loro prezzo medio, pari a 98 euro, supera la media

complessiva del vigneto italiano. Geograficamente, la

mappa è altrettanto chiara, con il baricentro che resta

saldo: il Piemonte concentra il 60% delle bottiglie aggiudicate,

seguito dalla Toscana con il 21%. Parliamo

di territori che continuano a incarnare le due anime

del fine wine tricolori: da un lato la finezza e la longevità

del Nebbiolo, che richiama quella del Pinot Nero

borgognone, dall’altro la struttura e il respiro internazionale

dei grandi rossi toscani, che evocano i modelli

bordolesi. Accanto a questi due poli, si fanno strada

anche Veneto, Sicilia e Abruzzo, che pur con quote

più contenute dimostrano una crescente attenzione

da parte degli acquirenti.

Se c’è, però, un elemento che definisce il comportamento

dei collezionisti rispetto alle etichette italiane

è la ricerca di vini già pronti, con una storia alle spalle.

Nel 2025, il 41% delle bottiglie tricolori aggiudicate

ha più di 20 anni, mentre un ulteriore 24% si colloca

nella fascia tra il 2006 e il 2015. È un dato di grande

rilevanza, perché conferma la crescente fiducia nella

capacità dei vini italiani di attraversare il tempo e

ne certifica l’ingresso a pieno titolo nel circuito del

collezionismo internazionale. Il successo dell’Italia

nelle aste iDealwine si fonda poi sull’equilibrio sottile

tra tradizione e scoperta, tra nomi storici, in particolare

piemontesi, e produttori capaci d’interpretare i

territori con una visione personale. Così, la Toscana

mantiene una posizione di rilievo, incarnando l’aristocrazia

del vino tricolore: se Tenuta San Guido e

Ornellaia restano punti di riferimento, con dinamiche

di mercato influenzate da cuvée iconiche come

Sassicaia e Masseto, la famiglia Antinori si conferma

tra i protagonisti anche nel 2025 con Tignanello e Solaia.

Accanto ai grandi nomi, emergono outsider come

Quintarelli in Veneto e Frank Cornelissen sull’Etna,

a testimonianza di un mercato sempre più aperto. La

classifica delle tenute più rappresentate nelle aste iDealwine

riflette la dinamica, con i primi 20 produttori

che concentrano il 55% del valore totale, pur lasciando

spazio anche a realtà più piccole. Il Piemonte domina

la scena, con 14 cantine in classifica, e al vertice si afferma

Comm. Giovan Battista Burlotto, che sopravanza

le icone toscane. Un primato che riflette un ritorno

a vini capaci di esprimersi pienamente solo dopo anni.

Non a caso, le bottiglie più richieste tra i vini italiani

spaziano dagli anni ‘80 fino a millesimi storici come

1973, 1971, 1961 e persino 1951. In questo contesto,

il mercato premia figure come Giacomo Conterno,

Bartolo Mascarello, Gianfranco Soldera, Angelo Gaja

e Roberto Voerzio. Tra le bottiglie più iconiche spicca

Sassicaia 1985, considerato uno dei migliori millesimi

di sempre, aggiudicato a 2.629 euro. La stessa annata

compare anche in altri grandi vini, come il Barolo Riserva

Monfortino di Giacomo Conterno e Le Pergole

Torte di Montevertine. Il confronto tra Piemonte

e Toscana continua anche in questo segmento, con

una leggera prevalenza piemontese nel numero di etichette

presenti, ma con i toscani a conquistare la vetta

della classifica. Il 2025 su iDealwine racconta, però,

anche del ritorno di Emidio Pepe nella Top 20, dopo

quattro anni di assenza ma oggi nuovamente al centro

dell’attenzione dei collezionisti con millesimi dal

1973 al 1982 capaci di raggiungere quotazioni fino a

300 euro a bottiglia. Un segnale chiaro di come il mercato

stia riscoprendo interpretazioni fuori dai circuiti

più battuti. È lo stesso movimento che apre la strada

ai nuovi territori del desiderio: dal Veneto di Quintarelli,

con il suo Amarone Classico Superiore 1993

battuto a 601 euro, alla Sicilia di Frank Cornelissen,

dove Magma ha raggiunto nel 2025 i 401 euro. È qui

che il vino italiano gioca una partita nuova: non solo

attraverso le sue denominazioni più iconiche, ma anche

grazie a una costellazione di produttori capaci di

raccontare storie diverse, spesso più intime, ma sempre

più rilevanti.

Photo: iDealwine



8

PROTAGONISTI

Marchesi di Barolo:

una storia sempre viva

Dal monumento a Giulia Falletti Colbert al nuovo bianco

della sesta generazione della famiglia Abbona

DI MATTEO BORRÈ

Certe storie non si limitano a resistere al tempo: tornano a farsi presenti, ritrovano

forma e si lasciano ammirare di nuovo. Accade a Torino con l’inaugurazione

del monumento dedicato a Giulia Falletti Colbert, il primo riservato a una

donna della storia torinese, realizzato da Gabriele Garbolino Rù con la curatela

artistica di Enrico Zanellati e collocato sulla facciata di Palazzo Barolo, all’angolo

tra via Corte d’Appello e via delle Orfane. Ed è da qui, da questa figura che unisce impegno

sociale, cultura e vino, che si riapre una delle narrazioni più affascinanti e decisive del Piemonte

enologico. La scultura, voluta dall’Opera Barolo e sostenuta anche dalla famiglia Abbona,

attuale proprietaria di Marchesi di Barolo, restituisce infatti centralità a

una donna instancabile nel servizio alle detenute e nella costruzione di opere

sociali ed educative, insieme al marito Carlo Tancredi Falletti. Ma il nome

di Giulia di Barolo appartiene anche alla genealogia del vino: è infatti

nelle antiche cantine dei Marchesi che, per sua intuizione, nacque “il

Re dei vini, il vino dei Re”. Lo storico marchio vive ancora oggi dentro

questa continuità, perpetuando l’eredità della geniale nobildonna nei

cru storici Cannubi, Sarmassa e Coste di Rose, ma anche in quel Barolo

Docg del Comune di Barolo omaggio alla ricchezza di questo piccolo

grande paese. Dal 1929, proprietaria delle Antiche Cantine dei Marchesi

di Barolo, il prezioso patrimonio enologico che Giulia Falletti Colbert ha

lasciato dietro di sé, è la famiglia Abbona, con Ernesto e Anna affiancati dai figli

Valentina e Davide, arrivata alla sesta generazione di produttori. L’azienda coltiva oggi

vigneti nelle Langhe, nel Roero e nel Monferrato Nicese, vinificando e affinando i vini proprio

in quelle stesse cantine dove il Barolo ha assunto la sua forma moderna. Il cuore del progetto

resta il legame con il territorio e con il paese nel centro di una delle aree a più alta vocazione vitivinicola

al mondo, riconosciuta Patrimonio dell’Umanità Unesco nel 2014 insieme a Roero

e Monferrato. Qui, Marchesi di Barolo custodisce una collezione di bottiglie conservate dagli

anni ‘30 a oggi, testimonianza concreta di un’idea di longevità e memoria. È la filosofia aziendale,

d’altronde, a indicare con chiarezza la direzione: coniugare “tradizione ed evoluzione”,

unendo le antiche tecniche di vinificazione alla capacità di presentare il Barolo in chiave contemporanea.

È una formula che sintetizza perfettamente l’identità della storica casa: custodire

l’eredità ricevuta senza trasformarla in immobilità. Proprio in questo solco s’innesta un nuovo

capitolo, in bianco, di Marchesi di Barolo. Si tratta del debutto del Langhe Sauvignon La Volta

2024, novità che aggiorna il legame di Marchesi di Barolo con il suo territorio d’origine. Il vino

nasce dai vigneti ai piedi del Castello della Volta, antica residenza estiva dei Marchesi, e rappresenta

una produzione di nicchia, in tiratura di 1.500 bottiglie, capace di raccontare l’esclusività

della maison piemontese. Il punto chiave è, però, da ricercare in un altro dettaglio: si

tratta della prima vinificazione di un vino bianco in legno da parte di Marchesi

di Barolo. Il progetto è orientato a valorizzare l’identità aziendale nel suo

attuale percorso di sviluppo, cogliendo le nuove opportunità offerte dal

cambiamento climatico. La prima annata 2024 è stata segnata da precipitazioni

frequenti e da una maturazione graduale e uniforme delle uve. Il

Sauvignon ha così mantenuto ottima freschezza e sviluppato al meglio

la componente aromatica e fenolica. La vinificazione prevede raccolta

manuale, delicata pigiatura e ottenimento di solo mosto fiore, poi fermentato

in barrique e tonneaux; l’affinamento è svolto nelle medesime

botti con frequenti batonnage per almeno sei mesi. La maturazione si completa

con quattro mesi in bottiglia. Il risultato è un bianco caratterizzato da

note di fiori bianchi, bosso, mandorla, miele e crema pasticcera, mentre al palato

è rotondo, sapido, fresco e persistente. Il Langhe Sauvignon La Volta, come detto, non

è poi soltanto una nuova etichetta: è il simbolo di un passaggio di testimone. La firma apposta

sul progetto da Valentina e Davide Abbona rappresenta un gesto insieme simbolico e concreto:

così in Marchesi di Barolo è stato deciso di affidare alla nuova generazione di portare avanti

la storia del vocato terroir di Barolo aprendola a un linguaggio nuovo, senza recidere il legame

con il luogo da cui tutto è cominciato. In fondo, il senso sta tutto qui: dal monumento a Giulia

di Barolo alla prima vinificazione di un bianco in legno, Marchesi di Barolo continua a lavorare

sulla stessa materia di sempre, quella memoria viva capace di anticipare il futuro.



10

VISIONI

DI MATTEO BORRÈ

Il Prosecco è molto più di un vino. È uno stile di

vita, un ritmo e un linguaggio che ha saputo attraversare

il tempo. Un secolo, per la precisione.

A Milano, nel salotto raffinato del Teatro Gerolamo,

lo scorso 12 marzo Valdo ha scelto di

raccontare così i suoi primi 100 anni: non con una celebrazione

statica, ma con un racconto corale che ha intrecciato

memoria degli insegnamenti del passato,

spirito italiano di oggi e la visione di

un domani che è già ora. “Cento anni

di Valdo. Quando il Prosecco diventa

cultura” è stato il titolo di un

incontro costruito come una narrazione

fluida, tra immagini e parole,

che ha restituito la dimensione

più ampia di un vero e proprio

fenomeno simbolo di convivialità

ed espressione contemporanea d’italianità.

Un processo, stratificatosi

nell’immaginario collettivo nel corso

dell’ultimo secolo, che ha coinciso con le tappe

dell’evoluzione di Valdo. Una storia, quella dell’azienda

di Valdobbiadene, inscindibile da quella della

famiglia Bolla, che in tre generazioni ha trasformato

un’intuizione in un progetto imprenditoriale globale.

Tutto inizia nel 1883, quando Abele Bolla, proprietario

della locanda “Il Gambero” a Soave, produce vino

per i suoi ospiti e lo porta nei locali di Venezia e Milano.

È un approccio già orientato al cliente, destinato

a diventare cifra distintiva. Nel 1926 nasce la Società

Anonima Vini Superiori, acquisita nel 1938 da Sergio

Bolla e trasformata nel 1951 in Valdo. Una scelta che

si rivelerà strategica, questa del cambio di nome, come

ha evidenziato il giornalista Giulio Somma in occasione

dell’incontro milanese: “Valdobbiadene è sempre

stato un nome complesso da pronunciare nei

mercati esteri. Ridurre tutto in Valdo, da

questo punto di vista, ha rappresentato

un colpo di genio”. Da allora, il percorso

dell’azienda ha seguito fedelmente

l’evoluzione del fenomeno

Prosecco: dalla diffusione nazionale

negli anni ’70 all’espansione

internazionale tra gli anni ‘80 e

‘90, fino alla costruzione del nuovo

stabilimento a Valdobbiadene,

nel cuore di un territorio riconosciuto

Patrimonio Unesco nel 2019. Oggi, a condurre

questo percorso è il presidente Pierluigi

Bolla, seconda generazione alla guida dell’azienda, che

sintetizza così l’identità del brand: “Se dovessi rappresentare

in una definizione la storia di Valdo direi: una

vita vivace, un claim di una campagna pubblicitaria degli

anni ’90, che racconta la nostra filosofia dinamica,

curiosa e sempre protesa verso l’innovazione, la qualità

e lo sviluppo della tradizione nel rispetto della nostra

Valdo: 100 anni

di Prosecco

Un secolo di storia e d’impresa, racconto

di un fenomeno simbolo culturale di convivialità

terra”. Una visione che si è sempre tradotta in un equilibrio

costante tra visione e radicamento. “Gli spumanti

Valdo sono fin da principio frutto d’innovazione, voglia

di fare qualcosa di diverso, ambizione per distinguersi

ma restando sempre all’interno del binario della tradizione,

mai contro di essa”, sottolinea Bolla. Questa attitudine

ha portato l’azienda ad anticipare spesso i cambiamenti

del settore, come spiegato sempre da Giulio

Somma durante il talk all’ombra della Madonnina: “Le

cantine Valdo hanno avuto un ruolo fondamentale perché

hanno spesso anticipato i tempi nelle loro scelte”.

Un approccio che oggi definiremmo marketing oriented,

capace di costruire uno stile riconoscibile e coerente.

Un racconto in cui è sempre emerso il ruolo culturale

del Prosecco, non solo prodotto di consumo, ma

elemento centrale di un nuovo modo di vivere il vino.

“Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo,

portando, con la freschezza di un perlage unico,

gioia e positiva leggerezza anche nei tanti momenti

di vita quotidiana”, evidenzia il presidente Bolla. Una

dimensione che trova sponda anche nella ristorazione

contemporanea: “Il Prosecco è molto richiesto nel mio

ristorante, anche dal pubblico internazionale, per il suo

carattere fresco, leggero e profumato”, il riscontro, durante

il confronto milanese, della chef stellata e interprete

di una cucina sostenibile Chiara Pavan, che ha poi

posto in evidenza lo stretto legame tra la versatilità di

questa bollicina e le nuove abitudini di consumo. Senza

dimenticare un altro elemento cardine, ovvero il valore

identitario del vino: “Lo apprezzo molto anche per il

suo forte legame con il territorio, una terra vocata con

una ricchezza di sapori unica e molto stimolante per chi

fa il mio lavoro”, ha aggiunto la chef stellata. E proprio

sulla valorizzazione del prodotto da sempre insiste il

presidente Bolla: “Sono sempre stato contro il concetto

di prosecchino. Il Prosecco deve essere valorizzato per

le sue qualità organolettiche. Quando è fatto bene può

competere con tutti gli spumanti del mondo, Champagne

escluso”. La festa dei 100 anni, per Valdo, è stata non

solo una retrospettiva sulle tappe che l’hanno condotta

a tagliare il traguardo del primo secolo di vita, ma soprattutto

l’occasione per fissare lo sguardo sull’orizzonte

di una nuova fase strategica che si è aperta proprio

in questi ultimi mesi, con l’acquisizione dell’azienda

agricola I Magredi, nelle Grave del Friuli, e lo sviluppo

di nuovi progetti tra vini fermi, metodo Charmat e

Metodo Classico. Cultura delle bollicine, come nel caso

del progetto Vigna Pradase collegato alla cosiddetta

“biblioteca del Prosecco”, vigneto archivio vivente della

biodiversità di Valdobbiadene che circonda la struttura

di Casa Valdo, e nuove tendenze, per intercettare i consumi

che mutano attraverso novità come Valdo Purø –

Alcohol Free Blanc de Blancs, interpretazione in risposta

alla crescente domanda di prodotti dealcolati. Con il

primo secolo di storia alle spalle, Valdo conferma così

la propria natura di brand capace di attraversare il tempo

in sintonia con la società. Perché, nei capitoli della

sua storia, il Prosecco non è mai stato solo un vino, ma

un modo di concepire la vita.



12

ON AIR

Il Pinot Nero

secondo Masi

Sandro Boscaini presenta il Pinot Noir Del Re,

il frutto della sua passione per il vitigno più nobile

Per Sandro Boscaini il Pinot Nero è una

ricerca che ha attraversato decenni, osservazione

dei territori e tentativi anche

non riusciti, fino a trovare oggi una

forma finalmente compiuta in Oltrepò

Pavese. Qui nella Tenuta Casa Re, a Montecalvo Versiggia,

Masi ha individuato un clone specifico, grazie

al supporto del professor Lucio Brancadoro

dell’Università di Milano, per dare vita

a un nuovo capitolo che nasce lontano

dalla Valpolicella, ma perfettamente

coerente con la visione di

Mister Amarone: inseguire l’essenza

del vino, senza compromessi.

Un progetto che affonda

le radici in una predilezione profondamente

personale e che ora

assume i tratti del Pinot Noir Del

Re 2024 Pavia Igt.

Una passione, quella del presidente di

Masi, dichiarata e coltivata nel tempo: “Il Pinot

Nero è il vino, senza se e senza ma: essenziale e mai

esibito; non ama gli eccessi”, ci spiega. Una dichiarazione

che suona quasi come un manifesto, soprattutto

se arriva da chi ha costruito la propria storia su uno dei

rossi più strutturati al mondo. Per arrivare al traguardo

che si era prefissata, Masi ha cambiato, per necessità,

coordinate. Il Pinot Nero – lo dice chiaramente

DI MATTEO BORRÈ

Boscaini – “ama i luoghi dove si sente bene”. E non

sempre quei luoghi coincidono con quelli della tradizione

aziendale. Dopo studi che hanno condotto a

sondaggi sulle alture della Valpolicella, la risposta si è

materializzata in Oltrepò Pavese. Un territorio spesso

sottovalutato, ma che rappresenta la terza area al mondo

per diffusione del più nobile dei vitigni. Qui, nella

Tenuta Casa Re acquisita nel 2023, 15 ettari

a corpo unico dedicati interamente alla

varietà su suoli calcarei e marnosi

che restituiscono finezza più che

potenza, è nato oggi il Pinot Noir

Del Re 2024. La novità in casa

Masi, per Boscaini, non è solo un

progetto agronomico. È passione,

come detto, che convive con

l’identità storica di Masi, ma anche

con una quotidianità fatta di rituali

domestici: “Come il Lambrusco

mantovano, tanto amato da mia moglie,

il Pinot Nero è la mia bottiglia della domenica”.

Oggi il percorso di Masi dedicato al Pinot Nero nel

Pavese assume tre espressioni: due spumanti Metodo

Classico Docg, Moxxé del Re Brut e Rosé, e il Pinot

Noir Del Re, sintesi della ricerca stilistica di Boscaini

che racconta una misura in bottiglia e un desiderio di

autenticità nel calice. È proprio questa tensione a guidare

il Pinot Noir Del Re 2024, che si presenta come

un rosso elegante, costruito sulla sottrazione più che

sull’accumulo. L’affinamento di sei mesi in rovere accompagna,

senza sovrastare, un profilo fatto di finezza,

tannini sottili e una trama aromatica che gioca su

sfumature floreali e fruttate. Il risultato è un vino che

si muove su un equilibrio contemporaneo: complesso

ma accessibile, capace d’intercettare una domanda

sempre più orientata verso leggerezza, bevibilità e precisione

stilistica. Un vino che s’inserisce in un fil rouge

pienamente attuale, condiviso anche da alcune interpretazioni

più recenti della Valpolicella: meno struttura

forzata, più freschezza e autenticità.

“Un vino naturale così com’è, che

dimostra la sua uva e il suo territorio”.

Se i Valpolicella giocano su una

maggiore acidità e immediatezza, i

Pinot Nero si muovono su un registro

diverso: eleganza, finezza del

frutto e assenza di eccessi. Non può

essere “ingrossato”, precisa Boscaini,

né forzato. Deve semplicemente

essere sé stesso. La scelta dell’Oltrepò

Pavese, poi, non è solo agronomica,

ma strategica, offrendo

condizioni pedoclimatiche ideali

e, al tempo stesso, un potenziale

ancora inespresso sul piano internazionale.

“Pinot Noir del

Re s’inserisce nella strategia

di Masi volta a valorizzare i

territori”, afferma Boscaini.

“Siamo pronti, con il

dovuto rispetto, a contribuire

al nuovo respiro

internazionale dell’Oltrepò

Pavese mettendo a

servizio del Pinot Nero

il nostro patrimonio storico,

il know-how tecnico

e la vocazione all’export”.

Sul piano del mercato,

dunque, la visione è chiara.

L’Oltrepò Pavese ha

spazio per affermarsi, soprattutto

se riesce a raccontarsi

in modo più efficace.

In questo senso, la

scelta di utilizzare “Pinot

Noir” nel nome del vino e

il riferimento al “Pavese”

non è casuale, ma parte di

una riflessione più ampia

su identità, comunicazione e posizionamento

internazionale. Per Boscaini, il punto non è

però tanto una questione di denominazione, ma riportare

il Pinot Nero alla sua essenza, senza sovrastrutture.

È questa la chiave di lettura di un progetto che guarda

al futuro senza inseguire mode, ma intercettando

un cambiamento reale nel gusto.



14

Dietro il primo colpo d’occhio si cela già il messaggio: quel che racconta

l’etichetta oltre l’iniziale impatto è molto di più. Un vero universo: territori,

stile nel calice e il lavoro di una famiglia di produttori oggi giunta alla

quarta generazione. Farina Wines ha scelto di ripensare la propria Linea

Classici e lo ha fatto intervenendo su ciò che oggi, nel vino, è sempre più

decisivo: il linguaggio. Il restyling nasce per modernizzare le etichette, riposizionare la gamma

e rafforzarne l’autorevolezza, mantenendo una piena coerenza con il resto della produzione.

Un’operazione che non riguarda solo l’estetica, ma il modo in cui il territorio viene

narrato e percepito. La rinnovata Linea Classici diventa così

una sintesi contemporanea dei luoghi d’origine: Valpolicella

Classica, Lago di Garda, fino alle colline di Soave. Ogni vino,

tra Valpolicella Classico e Superiore, Ripasso, Bardolino e

Chiaretto, Custoza e Lugana, passando per Soave e Pinot

Grigio delle Venezie, è capace di restituire un’identità precisa,

costruita sull’incontro tra la filosofia produttiva della

cantina veronese e le peculiarità del territorio, innestandosi

nel solco del claim aziendale “Wine Tradition Evolves” e

indicando con chiarezza la direzione verso cui oggi muove

Farina Wines: tradizione come base, evoluzione come metodo.

Un cambiamento che passa anche dalla materia. La bottiglia abbandona la bordolese

da 420 grammi per una borgognotta alleggerita a 400 grammi, scelta che risponde insieme

a esigenze di sostenibilità e di posizionamento sullo scaffale. Il packaging viene completato

da una capsula in polilaminato riciclabile e da etichette realizzate con carta White Cotton

Plus, 100% cotone, pensata per offrire un’esperienza tattile e visiva più raffinata. Anche lo

stile dei vini segue questa traiettoria: maggiore freschezza e bevibilità, senza rinunciare

alla struttura e alla rotondità che definiscono la firma Farina Wines. Il target è dichiarato:

un consumatore più giovane, dinamico, attento alla qualità e all’identità del prodotto. La

distribuzione resta focalizzata su canale Horeca ed enoteche, in Italia e all’estero, con una

produzione annuale della linea di circa 500mila bottiglie. Per comprendere il senso di questo

passaggio, bisogna guardare alla realtà di Farina Wines oggi. Cantina storica della Valpolicella

Classica, con oltre un secolo di attività alle spalle, è guidata dalla quarta generazione

rappresentata da Claudio ed Elena Farina, impegnati da oltre 20 anni in un percorso

che tiene insieme radici e contemporaneità. L’azienda nasce all’inizio del ‘900 e affonda le

sue origini in una cultura contadina che ha progressivamente trasformato la terra da policoltura

a viticoltura specializzata. Oggi conta 70 ettari vitati, una rete di conferitori storici

e una produzione di circa 1,35 milioni di bottiglie, con una forte vocazione internazionale

che vede il 60% delle vendite all’estero. Negli ultimi anni, la

crescita ha riguardato innanzitutto la cantina, considerata tra

le più all’avanguardia in Valpolicella per tecnologie e sostenibilità,

e l’accoglienza, con un progetto di wine experience

che, nel 2025, ha portato nella storica coorte cinquecentesca

e nel Salone delle Botti oltre 10.600 visitatori, molti dei quali

internazionali. “Dal nostro ingresso, abbiamo impostato la

nostra strategia vitivinicola su sostenibilità e innovazione.

Un percorso oggi concreto e misurabile”, sottolinea Elena

Farina, CEO e direttore amministrativo. “Abbiamo aperto,

con un importante progetto architettonico, la nostra cantina

a visitatori e appassionati, mantenendo viva la tradizione e intatti spazi a noi cari e storicamente

significativi. Possiamo dire di aver raggiunto l’equilibrio che cercavamo”. È in questo

contesto che il restyling della Linea Classici si configura non solo come un aggiornamento

grafico o tecnico, ma un passaggio strategico che traduce in forma concreta il posizionamento

di Farina Wines oggi. “Raccontiamo la nostra identità più vera e autentica, attraverso

il nostro territorio, i nostri valori e in primis i nostri vini, con massima trasparenza”,

spiega Claudio Farina, CEO e direttore commerciale. Perché, in un mercato che cambia

linguaggi e codici, sempre più è necessario, senza perdere il legame con le proprie origini,

lavorare sulla riconoscibilità e sulla capacità di parlare a un pubblico nuovo.

DI MATTEO BORRÈ

ZOOM

Farina Wines e il nuovo

linguaggio della Linea Classici

Un restyling che va oltre l’etichetta

per parlare a un pubblico nuovo



16

INTERNI D’AUTORE

Regio Dei Cavalieri:

l’inizio di un nuovo corso

Dal rebranding alla sfida del Metodo Classico,

si apre un capitolo inedito per la cantina trevigiana

DI MATTEO BORRÈ

Con la novità assoluta Regio Metodo Classico Extra Brut, Dei Cavalieri

riattiva una memoria tecnica rimasta sospesa lungo il corso degli

ultimi decenni e la traduce in progetto contemporaneo. Non è

un ritorno, è una ripartenza. Una decisione che s’inserisce dentro

un disegno più ampio: la ridefinizione identitaria di Dei Cavalieri,

oggi sempre più orientata a un posizionamento premium, senza tradire accessibilità

e coerenza di gamma. “La nuova identità e il restyling Dei Cavalieri è stato accolto

molto favorevolmente sia in Italia sia all’estero”, racconta Francesca Benini, Sales

& Marketing Director Cantine Riunite & Civ. “Abbiamo voluto differenziare chiaramente

il ruolo di Maschio, più orientato all’off premise, rispetto a Dei Cavalieri,

che parla all’on premise. È un investimento a 360 gradi: un’immagine più preziosa,

in scia a un processo di premiumizzazione”. È su questa traiettoria che s’innesta la

novità del Metodo Classico. Non come deviazione, ma come naturale evoluzione.

“Sentivamo l’esigenza di abbracciare questo segmento”, continua Francesca Benini,

evidenziando la crescita della categoria in Italia, trainata in particolare da Trento

Doc e Franciacorta. “Il Metodo Classico contribuisce a rinforzare il segmento premium

che stiamo costruendo con Dei Cavalieri”. Ma dietro questo nuovo corso si

cela anche una storia personale, oltre che una scelta tecnica e di brand.

“Il primo lavoro che ho fatto nel 1988 in Cantine Maschio è stato preparare la liqueur

per il Metodo Classico”, ricorda Gabriele Cescon, oggi enologo e direttore

Dei Cavalieri. “Poi quel progetto è stato dismesso all’inizio degli anni ’90. Mi è

sempre rimasto un po’ il dispiacere di averlo visto sparire”. Regio Dei Cavalieri Metodo

Classico Extra Brut nasce anche da qui. Da una continuità interrotta che oggi

ritrova forma. La base è un dialogo tra territori e vitigni: Glera dai vigneti friulani

e Chardonnay dalla provincia di Treviso. “Quando si parla di Glera si pensa subito

al metodo Charmat”, spiega Cescon, “ma ho voluto provare a portarla nel Metodo

Classico, affiancandola allo Chardonnay per dare più struttura”. Un equilibrio cercato,

non forzato. “Pensiamo alla Glera come portatrice di eleganza e freschezza,

mentre lo Chardonnay dà robustezza. È da questo matrimonio che nasce la base

del vino”. La scelta stilistica è netta: niente estremi, niente sovrastrutture: “Non

volevamo un Metodo Classico con lunghi affinamenti, ma un vino giovane, fresco,

capace di mantenere il legame con le uve di partenza”. Da qui una sosta sui lieviti volutamente

contenuta, che si traduce in una lettura agile e immediata, e un dosaggio

assente, in linea con una filosofia produttiva che privilegia integrità e bevibilità. “È

un Metodo Classico che interpreta la nostra idea di freschezza”, continua Cescon.

“Tutti i nostri vini puntano su gioventù, fragranza e facilità di beva”. Una visione che

trova coerenza anche nella gestione del mosto, elemento centrale nel DNA aziendale:

una “cassaforte aromatica” conservata tutto l’anno per garantire continuità

stilistica e precisione espressiva. Il risultato è un Metodo Classico che si colloca in

una fascia accessibile del segmento premium, pensato anche per il servizio al calice.

“È un prodotto perfetto per l’offerta by the glass, proprio per la sua immediatezza”,

sottolinea Francesca Benini.

Ma Regio Dei Cavalieri non è un punto di arrivo, è solo il primo passo. “Ci sarà un’evoluzione

legata alla sosta sui lieviti”, anticipa Benini. Una direzione confermata anche

da Gabriele Cescon, che parla già di un futuro “fratello maggiore”: un progetto

legato alla denominazione Serenissima Doc, che ha rese basse, e un’impostazione

più classica, capace d’esplorare profondità e complessità. “Potremo così proporre

due versioni: una più giovane e immediata e una più matura ed elaborata”, spiega l’enologo.

“Poi vedremo come il mercato accoglierà questa novità e che sviluppo potrà

avere il progetto”. Perché è proprio qui che si gioca la partita. Regio Dei Cavalieri

non entra nel Metodo Classico per competere frontalmente con le denominazioni

consolidate, ma per interpretarlo con un codice diverso: più diretto e accessibile,

ma coerente con una filosofia produttiva che ha sempre messo al centro freschezza e

bevibilità. “Fare bollicine per noi è il nostro mondo”, conclude Cescon. “Con questo

progetto abbiamo voluto aprire un nuovo corso”. E come ogni nuovo corso, non definisce

solo un prodotto, ridefinisce un’identità.



18

Ottant’anni non sono un traguardo,

sono un punto di ripartenza. Masottina

sceglie di celebrare il proprio

anniversario con un gesto che evita

ogni nostalgia e si colloca, piuttosto,

nel territorio di una progettualità che guarda al futuro,

esplorando l’incognito.

Nasce così Heritage Collection, una nuova piattaforma

espressiva che prende forma dall’eredità tecnica e

culturale costruita dalla famiglia Dal Bianco nel corso

dei decenni e la proietta in una dimensione più ampia,

meno vincolata agli schemi tradizionali dell’universo

Prosecco. “Da 80 anni la mia famiglia cerca di fare vini

come piacciono a noi, preservando il terroir ma mettendoci

sempre qualcosa di nostro”, racconta Federico

Dal Bianco, vicepresidente di Masottina. “Con Heritage

Collection partiamo dalla nostra eredità – tecnica

e culturale – ma guardiamo oltre”. Il punto non è superare

il terroir, ma ridefinirne il ruolo. Se la proposta

Terroir resta ancorata a una lettura verticale dei luoghi

simbolo e la Collezione 96 lavora sull’assemblaggio

per condurre ad armonia e bilanciamento, Heritage

Collection si colloca su un altro piano: quello dell’idea

enologica. Un territorio più mentale che geografico,

dove la competenza accumulata negli anni diventa

materia creativa. “È un racconto del nostro modo di

essere pionieri: tecnica di precisione, rispetto dei cicli

e il coraggio di andare oltre il consueto, restando

fedeli al nostro stile”, prosegue Federico Dal Bianco.

Il primo capitolo di questa nuova fase è R.D.O. Multivintage

Brut. Un vino che nasce da un’intuizione semplice

quanto radicale: lavorare non sui vini base, ma

su vini già spumantizzati, lasciati evolvere nel tempo

per poi essere assemblati. Cinque le annate coinvolte

– 2020, 2021, 2022, 2023 e 2024 – ciascuna vinificata

separatamente e custodita in autoclave, al freddo, fino

a 60 mesi per la più evoluta. Un lavoro di stratificazione

che supera la logica del millesimo per costruire una

continuità temporale. “I Multivintage di solito nascono

da un blend di vini base. Noi non volevamo farlo”,

spiega Dal Bianco. “Volevamo capire come evolvesse

lo stesso vino nel tempo, mantenendolo separato. Ogni

sei mesi assaggiavamo e poi abbiamo costruito il blend

finale senza scorciatoie”. La scelta più significativa è

proprio questa: non uniformare, ma stratificare, amplificando.

Il risultato è un vino che mantiene al naso i

tratti riconoscibili della Glera, ma che al palato si muove

su un registro inedito per la categoria. “La bollicina

è più setosa, più raffinata. In bocca è qualcosa di

completamente fuori dagli schemi: grande struttura

e complessità stratificata”. Con un dosaggio di 9 g/l,

R.D.O. Multivintage Brut si colloca in un territorio

stilistico che dialoga apertamente con il mondo degli

spumanti più evoluti, pur restando fedele alla propria

origine. Non a caso, la scelta di uscire come VSQ –

vino spumante di qualità – rappresenta una presa di

posizione precisa: uscire dai vincoli imposti dal concetto

di denominazione per preservare libertà progettuale.

“Non volevamo declassarlo né costringerlo in

una categoria che non gli appartiene. R.D.O. è un nostro

brand, e questo vino va oltre le regole”, sottolinea

Federico Dal Bianco.

È qui che si coglie il senso più profondo di Heritage

Collection: si tratta di un cambio di prospettiva, un

modo per affermare che l’identità non è un vincolo,

ma una leva. “Ottant’anni non sono un traguardo:

sono una responsabilità”, ricorda Federico Dal Bianco

citando le parole di suo padre Adriano in occasione di

questo anniversario. L’eredità, così, non è memoria da

conservare immobile e immutata, ma energia da trasformare.

In questa logica, R.D.O. Multivintage Brut

diventa molto più di una nuova etichetta: è un manifesto.

Un ponte tra ciò che Masottina è stata – una famiglia

di spumantisti con una forte identità territoriale –

e ciò che può diventare: una realtà capace di muoversi

tra territori già noti e quelli ancora inesplorati con la

stessa naturalezza con cui assembla le proprie annate.

“Non siamo capaci di rimanere fermi”, conclude Federico

Dal Bianco. “E non possiamo permettercelo. Arrivati

a questo punto, dobbiamo continuare a evolvere”.

È forse questa la vera cifra degli 80 anni di Masottina:

non la celebrazione di un passato, ma la costruzione

consapevole di un futuro che ha il coraggio di non assomigliare

a nulla di già visto.

DI MATTEO BORRÈ

EXPERIENCE

Masottina 80: l’eredità

di R.D.O. Multivintage Brut

Nasce Heritage Collection e debutta una bollicina inedita,

sintesi tra memoria tecnica e visione


19

Le Manzane

oltre le bollicine

Il volto in bianco della linea di vini fermi della cantina trevigiana,

riscoperta della biodiversità del territorio

ZOOM

DI RICCARDO COLLETTI

C'è un’altra Le Manzane. Più silenziosa, meno nota agli amanti

delle bollicine, ma che merita di essere scoperta. A San

Pietro di Feletto, nel cuore delle colline del Conegliano Valdobbiadene

patrimonio Unesco, la famiglia Balbinot ha costruito

in oltre 40 anni una solida reputazione nell’universo

del Conegliano Valdobbiadene Docg. Un’identità riconoscibile, esportata oggi

in oltre 30 Paesi da Ernesto Balbinot e la moglie Silvana Ceschin con i figli Marco

e Anna, che trova nella bollicina trevigiana principe il proprio linguaggio

naturale. Eppure, accanto a questa vocazione, si sviluppa una linea di vini

fermi, soprattutto nella declinazione in bianco oggetto della nostra indagine

nel calice, che non rappresenta una deviazione, ma un’estensione

coerente del racconto del territorio. Una proposta meno conosciuta,

ma capace d’intercettare nuove dinamiche di consumo e ampliare

il posizionamento della cantina, soprattutto in chiave ristorazione e

mercati internazionali. Il punto di partenza resta la Glera, qui proposta

in versione ferma. Il Prosecco Doc Tranquillo mantiene il profilo

varietale riconoscibile – note fruttate, un sorso asciutto e lineare –

ma cambia completamente registro: meno immediatezza aromatica,

più bevibilità gastronomica. La vinificazione a freddo e la sosta sui

lieviti per due mesi costruiscono un vino essenziale, pensato per la

tavola, con una versatilità che lo rende competitivo su più occasioni

di consumo. Accanto alla Glera, emergono varietà che raccontano

una dimensione più identitaria delle colline in cui si è sviluppata la

storia della cantina Le Manzane. Il Verdiso, antico vitigno locale, è

una dichiarazione di stile: delicato, fine, asciutto, con una freschezza

naturale sostenuta da una buona acidità. È un vino che privilegia

precisione e leggibilità, trovando nel pairing gastronomico la sua

espressione più efficace. Il Manzoni Bianco 6.0.13 – incrocio storico

tra Riesling Renano e Pinot Bianco, altro simbolo delle colline del Conegliano

Valdobbiadene – introduce invece un registro più aromatico e strutturato. I profumi

di ginestra e la trama secca e alcolica ne fanno un bianco di maggiore profondità,

capace di dialogare con una cucina più articolata e di posizionarsi su una

fascia qualitativa superiore. La varietà trova una declinazione ancora più evoluta

in Sabbiato, dove il lavoro in tonneaux e l’affinamento sui lieviti per circa otto

mesi cambiano completamente prospettiva. Il profilo si amplia: frutta tropicale,

sfumature di vaniglia, una texture più morbida e avvolgente. È il vino che segna

il passaggio da una logica di freschezza a una di complessità, pensato per una

ristorazione più ambiziosa e per un pubblico evoluto. Chiude un quadro,

che in occasione di Vinitaly 2026 si arricchisce di new entry tutte da

scoprire, il Pinot Grigio delle Venezie Doc, interpretato in chiave pulita

e contemporanea. Profumi leggeri di glicine e frutta esotica, buona

salinità e una struttura equilibrata ne fanno un prodotto estremamente

versatile, con un forte potenziale commerciale grazie alla riconoscibilità

internazionale del vitigno. In questa gamma si legge una strategia

precisa: non abbandonare la centralità delle bollicine, ma costruire intorno

ad esse un’offerta complementare, capace di presidiare più momenti

di consumo e diversi canali distributivi. Le Manzane, in questo

senso, ha scelto di estendere gli orizzonti della sua identità, andando

alle radici della propria storia e recuperando quelle di un territorio dalla

straordinaria ma non sempre oggi pienamente valorizzata biodiversità.

Una concreta dimostrazione di come, anche in un terroir fortemente

connotato come quello del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore

Docg, esista spazio per un racconto più ampio, dove il vino fermo

diventa non alternativa, ma opportunità.


20

N

on si parla più di scommessa, ma di un percorso che

ha già trovato la direzione. A un anno dal lancio della

prima annata, l’Albana Romagna Docg di Palazzo

di Varignana fa il proprio ingresso in una nuova fase:

quella della consapevolezza. Non solo per l’identità

del vino, ma per il ruolo che questo autoctono sta

assumendo all’interno del progetto vitivinicolo della

tenuta bolognese. Un’evoluzione che passa dalla vigna

alla cantina, ma soprattutto dalla lettura più profonda

del vitigno.

“L’Albana Docg Palazzo di Varignana ci ha stupito positivamente

per la sua presenza e longevità, di come

evolve nel tempo arricchendosi e complessandosi”,

spiega Umberto Marchiori di Uva Sapiens S.r.l. tirando

un bilancio di quanto appreso a un anno dal lancio

della prima annata 2024. Una dichiarazione che

sintetizza il passaggio chiave che si sta consumando

oggi: da esordiente 12 mesi fa a vino pronto oggi a rivelare

progressivamente il proprio potenziale. Il suo

“ritmo espressivo”, come lo definisce l’enologo di Pa-

lazzo di Varignana, si gioca su un equilibrio dinamico

tra struttura e freschezza, con un profilo che al naso

attraversa registri diversi, dal più immediato al più

evoluto, mentre al palato si mantiene “succulento e

preciso”.

Se il debutto aveva raccontato un’Albana solare e

spontanea, ora il lavoro si concentra sulla messa a

punto dello stile. Si pratica sempre un’enologia leggera

al servizio della vocazionalità sui pendii di Castel

San Pietro Terme, dove si trova la cantina, a evidenza

di come il vero campo d’intervento sia la vigna. Qui

emerge, infatti, il carattere più autentico del vitigno,

“rustico e atavico”, che richiede un lavoro progressivo

d’integrazione tra freschezza e struttura. Un processo

che si affina col tempo, anche grazie alla maturazione

dei vigneti, oggi più capaci di esprimere equilibrio.

In questo senso, l’annata 2025 segna un passaggio

interessante. Un’estate caratterizzata da una fase finale

più fresca in prossimità della vendemmia ha portato

a uve dai profili più freschi, bianchi, minerali e

tesi, offrendo una lettura diversa dell’Albana di Varignana,

più verticale e definita. Ma è sul fronte del

mercato che il progetto mostra una delle evoluzioni

più rilevanti. L’accoglienza è stata immediata, quasi

sorprendente, anche dalla critica del settore sempre

molto attenta ai vitigni autoctoni. “Fin dalle prime

vinificazioni ci si accorgeva che l’Albana aveva una

marcia in più”, racconta Marchiori, pur ricordando

come i vigneti giovani non garantissero inizialmente

un equilibrio costante. La scelta di uscire con l’annata

2024 è stata quindi il risultato di una progressiva messa

a fuoco, pensata per un consumatore che ricerca l’espressività

autentica di un autoctono di razza secondo

uno stile contemporaneo preciso, vero e di grande

piacevolezza. È qui che l’Albana rivela la sua natura

strategica: un vitigno identitario, ma allo stesso tempo

accessibile. È un vino che difficilmente non piace,

capace di parlare sia agli appassionati di autoctoni sia

a un pubblico più ampio, anche nella ristorazione. Un

posizionamento che apre a sviluppi ulteriori. Perché

l’Albana, oltre a essere protagonista nella versione ferma,

dimostra una versatilità ancora poco esplorata. “È

un vitigno molto eclettico e di grande capacità espressiva”,

conclude Marchiori, citando le sperimentazioni

in corso anche sul Villa Amagioia Metodo Classico

Blanc de Blancs di Palazzo di Varignana, dove l’Albana

entra con percentuali significative accanto allo

Chardonnay. È forse questa la chiave più interessante

del progetto: non limitarsi a interpretare un autoctono,

ma costruirgli attorno un linguaggio contemporaneo.

Palazzo di Varignana, in questo senso, non lavora

sull’Albana come esercizio di stile territoriale, ma

come leva evolutiva. Dopo il primo anno, il risultato è

chiaro: l’Albana non è più solo un ritorno alle origini

per la cantina bolognese, ma materia viva che cresce

insieme al progetto.

DI ROBERTA RANCATI

FOCUS ON

Albana: il tempo

della consapevolezza

A un anno dal debutto, il progetto di Palazzo di Varignana

evolve tra precisione stilistica e nuovi orizzonti


21

Il Lambrusco

oltre la tavola

Medici Ermete porta il simbolo della convivialità emiliana

nelle cocktail list

NUOVI CODICI

DI CARLO CARNEVALE

Non più soltanto vino della tavola, abbinamento

identitario o simbolo della convivialità

emiliana. Per Medici Ermete, oggi il Lambrusco

può diventare anche un ingrediente

credibile per la mixology contemporanea. È

una provocazione, certo, ma anche una lettura piuttosto

lucida del momento che sta attraversando il fuori casa: il

vino cerca nuovi linguaggi, mentre il bancone guarda con

interesse crescente a ingredienti capaci di portare freschezza,

riconoscibilità e una gradazione più gestibile in carta.

La spinta verso consumi più moderati e drink più leggeri,

del resto, è ormai una delle traiettorie più osservate nel

beverage internazionale. In questo scenario s’inserisce la

visione della storica cantina reggiana, realtà di riferimento

a Reggio Emilia da oltre 130 anni e oggi guidata dalla

quinta generazione della famiglia Medici. L’idea è semplice

solo in apparenza: spostare il racconto del Lambrusco

oltre il perimetro della tavola e usarne le bollicine rosse

come leva tecnica e stilistica per rileggere grandi classici

e ispirare nuove creazioni. Una mossa coerente con il posizionamento

di un’azienda che da tempo lavora su innovazione,

linguaggio contemporaneo e apertura ai mercati

internazionali. Medici Ermete presenta così una selezione

di cocktail d’autore costruiti attorno al Lambrusco, con

l’obiettivo di dimostrarne versatilità, tenuta aromatica e

capacità di dialogare con la miscelazione internazionale.

C’è ben più di un semplice esercizio di stile da esperire su

un vino di territorio: si tratta invece di dimostrare come

aromaticità fruttata, acidità e spinta effervescente possano

entrare con autorevolezza nel lessico del bar contemporaneo,

più che mai aperto a nuove pratiche. A spiegare la

genesi del progetto è Alessandro Medici, Sales & Marketing

Director e quinta generazione della famiglia: “La nostra

sfida nel mondo dei cocktail è iniziata oltre un lustro

fa, mossa dalla volontà di avvicinare le nuove generazioni

a un prodotto storico in modo contemporaneo. Insieme

a bartender di fama internazionale, abbiamo intrapreso

uno studio tecnico scoprendo potenzialità straordinarie:

l’aromaticità fruttata e l’acidità vibrante del nostro Lambrusco

non solo accompagnano, ma esaltano la struttura

dei cocktail iconici, donando una freschezza inedita”. Poi

evidenzia: “Oggi, il drink a base Lambrusco è una realtà in

costante crescita in mercati chiave come il Nord America,

dagli Stati Uniti al Canada. Siamo convinti che il Lambrusco

e la mixology condividano la stessa anima Pop:

un linguaggio accessibile, divertente e di qualità, capace

d’intercettare esattamente ciò che i giovani appassionati

ricercano oggi”. L’interesse da parte dei locali non manca,

come dimostrano le collaborazioni già attive con realtà di

primo piano, quali Rita Cocktails a Milano, Volare a Bologna,

Maré a Cesenatico, Jigger – spiriti e cucina a Reggio

Emilia e Caffè Dante NYC a New York. Le basi di partenza

sono peraltro già solide, considerando come i wine

cocktail a base vino sia in realtà un pilastro della miscelazione

statunitense sin dagli albori, ulteriore dimostrazione

della lungimiranza di Medici Ermete nel riprendere le fila

del discorso. Qui si gioca forse la chiave di questo progetto:

trasformare un vino che porta con sé una forte identità

territoriale in uno strumento di attivazione contemporanea,

capace di entrare non solo nelle wine list, ma anche

nelle cocktail list, dialogando con bartender, locali premium

e consumatori più giovani. Il Lambrusco, insomma,

non smette di essere un classico: prova semplicemente a

prendersi un nuovo spazio dietro il bancone.


22

Nel cuore dell’anfiteatro morenico del basso Garda, tra suoli argilloso-calcarei

di origine glaciale e un microclima mitigato dal

lago, Famiglia Olivini ha costruito negli anni un’identità precisa,

riconoscibile, fondata su un principio chiave: interpretare la Turbiana

come linguaggio, non come semplice varietà. Non è solo

Lugana, è un metodo. Un progetto familiare, oggi guidato da Giorgio, Giordana

e Giovanni Olivini, che ha trasformato la tradizione in un sistema produttivo

evoluto, dove agronomia, selezione massale e precisione enologica

convergono verso uno stile coerente. La filosofia dell’Agricoltura Ragionata

sintetizza questo approccio: interventi mirati, non invasivi, pensati

per preservare equilibrio biologico e identità del suolo, accompagnando

la vite senza forzarla. È su questa base che s’innesta una delle novità

più rilevanti: l’ingresso di Famiglia Olivini nel catalogo di Pellegrini

S.p.A., realtà storica della distribuzione italiana orientata esclusivamente

al canale Horeca.

Un passaggio che non è solo commerciale, ma strategico. “Completiamo

l’offerta con vini che raccontano in maniera autentica il territorio

del Lugana e le potenzialità della Turbiana”, sottolinea Pietro

Pellegrini, presidente di Pellegrini S.p.A., evidenziando la volontà

di rafforzare il presidio nel segmento dei grandi bianchi italiani. Per

Olivini, significa entrare in una rete distributiva capillare e qualificata,

capace di garantire posizionamento, accessibilità e presenza nei

contesti più coerenti con il proprio stile. Per il Lugana, è un’ulteriore

occasione di consolidamento come denominazione di riferimento

nel panorama nazionale. Il cuore del progetto resta però la gamma

vini, costruita attorno a una lettura precisa della Turbiana. I Lugana

fermi esprimono verticalità, tensione acida e una componente mine-

rale che diventa cifra stilistica, mentre il lavoro sul Metodo Classico esplora

il potenziale spumantistico del vitigno, valorizzandone l’acidità naturale e

la capacità evolutiva. All’interno di questa costruzione, Lugana “Elemento”

rappresenta la sintesi più immediata e leggibile del progetto.

È un vino che lavora sulla definizione: giallo paglierino con riflessi verdognoli,

profumi floreali e agrumati, una mineralità evidente che si traduce in

freschezza e sapidità al palato. La vinificazione – pressatura soffice, criomacerazione

parziale, fermentazione controllata e affinamento in acciaio

– è orientata a preservare purezza e precisione, evitando sovrastrutture.

Elemento non cerca complessità forzata, costruisce equilibrio. È il

punto d’ingresso ideale per comprendere lo stile Olivini: vini leggibili,

ma non semplici; tecnici, ma mai rigidi; capaci di dialogare con la

ristorazione grazie a una versatilità gastronomica che li rende adatti

sia all’aperitivo sia a piatti più strutturati. Accanto ad Elemento,

etichette come Demesse Vecchie e i Metodo Classico ampliano il

raggio espressivo, mentre il Merlot Notte a San Martino introduce

una deviazione interessante in un territorio dominato dai bianchi,

confermando la capacità aziendale di uscire dagli schemi senza perdere

coerenza. Nel complesso, la gamma si configura come un sistema

integrato, dove ogni vino occupa una posizione precisa, contribuendo

a definire un’identità stilistica chiara: freschezza, sapidità e

precisione aromatica. L’ingresso in Pellegrini S.p.A. rafforza questa

costruzione, portandola dentro un contesto distributivo che privilegia

qualità, autenticità e riconoscibilità. In un mercato che chiede

vini sempre più leggibili ma identitari, Famiglia Olivini si posiziona

come una delle interpretazioni più coerenti del Lugana contemporaneo.

Non un esercizio di stile, ma una misura.

DI ROBERTA RANCATI

HORECA

Famiglia Olivini:

precisione Lugana

L’ingresso in Pellegrini S.p.A. rafforza una delle più coerenti

interpretazioni della Turbiana


23

La mossa Audace di

Serena Wines 1881

La nuova grammatica del Metodo Classico

di un leader dell’universo Prosecco

S

DI MATTEO BORRÈ

erena Wines 1881 sceglie d’incamminarsi lungo la

strada del Metodo Classico e lo fa senza rinnegare il

proprio DNA. Non è, infatti, un cambio di rotta, ma

una dichiarazione d’intenti quella dell’azienda di Conegliano.

Con il debutto di Audace a Vinitaly 2026, ad

aprirsi ufficialmente è una nuova fase, in cui alla solidità

del Prosecco – ancora cuore identitario e driver di

crescita – si affianca una visione più ampia, orientata al

valore e al posizionamento premium.

Il punto non è abbandonare un modello vincente, ma

costruire un dialogo tra mondi diversi. Se, infatti,

il Prosecco resta il baricentro, ora non è più l’unico

linguaggio possibile. “Il Prosecco resta il nostro core

business, ma sentivamo l’esigenza di ampliare l’offerta

con un prodotto italiano capace di dialogare con

il mondo del Metodo Classico”, spiega Luca Serena.

“Audace nasce proprio da questa visione: creare un

punto d’incontro tra due universi, mantenendo forte

la nostra identità”. Il punto non è infatti uscire dal

Prosecco: è andare oltre. E qui prende forma una novità

che non è un esercizio stilistico: il nome

stesso richiama una linea già tracciata dall’azienda

– quella delle scelte non convenzionali

– e s’inserisce in una strategia che mira a

costruire un Metodo Classico italiano capace

di parlare sia al mercato tricolore sia a

quello internazionale.

Audace nasce proprio da questa tensione:

costruire un ponte tra il Metodo Charmat

italiano e il Metodo Classico francese,

sintetizzando un percorso già avviato

dall’azienda con l’ingresso in portfolio

dello Champagne De Vilmont nel 2007.

Il nuovo Metodo Classico di Serena Wines

1881 prende forma sui Monti Lessini,

tra Soave e Montebello, un’area

che negli ultimi anni si sta imponendo

come uno dei territori più interessanti

per le bollicine di qualità. Qui il Pinot

Nero trova una lettura precisa in versione

Blanc de Noirs Extra Brut, con un

affinamento di 18 mesi tra sosta sui lieviti

e riposo post sboccatura, a definire

un profilo costruito su tensione, pulizia

e verticalità. La genesi del progetto racconta

anche una convergenza di competenze.

Audace, infatti, prende vita dalla

collaborazione con Più Blu, realtà attiva

nella creatività e distribuzione beverage, guidata da

Paolo Bernabei: un incontro tra visione produttiva e

presidio del canale Horeca che definisce fin da subito

il posizionamento dell’etichetta. Perché Audace è

pensato per stare dove il vino si misura davvero. “È un

prodotto di assoluta qualità e che ci aiuta nella nostra

strategia di posizionamento”, sottolinea Luca Serena. I

numeri sono volutamente contenuti: circa 10.000 bottiglie

nel primo anno, con una crescita programmata

fino a 50.000 nel medio termine. Ma più che il volume,

conta la direzione. “Il nostro obiettivo è arrivare

a un totale di 100.000 bottiglie tra Metodo Classico

italiano e Champagne”, precisa Serena,

indicando una strategia chiara di costruzione

di segmento.

Il mercato, intanto, risponde. Italia

come primo presidio, ma con segnali

già evidenti da Austria, Scandinavia

ed Europa dell’Est, “dove riscontriamo

sempre un grande apprezzamento

per l’italianità”.

Audace guarda all’alta ristorazione

e alle enoteche specializzate come

naturale terreno di affermazione,

pur mantenendo un’ambizione più

ampia. In questo scenario, il Metodo

Classico si fa leva strategica:

non solo per diversificare, ma per

ridefinire il perimetro del brand

Serena Wines 1881, oggi sempre

più orientato a un racconto

contemporaneo del vino, sintetizzato

nel concept “Quality

Times”. Un approccio che

intercetta un consumatore

in evoluzione: più attento,

maggiormente selettivo,

ma anche aperto a nuove

esperienze. Audace

s’innesta esattamente in

questo solco.

Nel calice, questa ambizione

si traduce in

una cifra stilistica precisa:

eleganza misurata,

struttura senza eccessi

e freschezza come asse

portante. Ma è soprattutto

nella visione che

Audace trova la sua ragione

d’essere. Perché

oggi, nel vino, non basta

essere riconoscibili, bisogna

essere leggibili. E

Serena Wines 1881, con

Audace, dimostra di voler

scrivere una nuova

pagina senza perdere la

propria cifra.

FOCUS ON


24

Il vino sta cambiando pelle. Non per scelta, ma per necessità. E mentre il settore

discute ancora se e quanto innovare, c’è chi ha già deciso di muoversi. Mack &

Schühle Italia lo fa entrando ufficialmente nel segmento No-Lo con un investimento

che segna un punto di svolta: l’inaugurazione di uno dei primi impianti di

dealcolazione made in Italy nello stabilimento di Laterza, in provincia di Taranto.

Un passaggio che non riguarda solo la tecnologia, ma un cambio di paradigma più

profondo: quello che sposta il baricentro dal prodotto al mercato.

“Libero Wine”: la tecnologia come leva strategica

Il cuore del progetto è il sistema “Libero Wine”, sviluppato da Omnia

Technologies, che combina separazione a membrana e distillazione

sottovuoto. Un processo che consente di ridurre l’alcol

preservando aromi, struttura e identità varietale, evitando quelle

distorsioni sensoriali che hanno a lungo limitato la credibilità

dei vini dealcolati.

L’impianto consente una produzione versatile — vini fermi,

frizzanti e spumanti — e apre a una gamma completa che va dai

dealcolati sotto lo 0,5% fino ai parzialmente dealcolati. La capacità

prevista è di 7,5 milioni di bottiglie annue, con l’iter per la licenza DID

già avviato.

“La qualità farà la differenza nel No-Lo”, sintetizza Fedele Angelillo, amministratore

unico di Mack & Schühle Italia. “Il vino dealcolato esiste da tempo, ma pochi

prodotti raggiungono profumi accettabili. Noi vogliamo fare la differenza puntando

sulla tecnologia italiana e sulle nostre basi vitivinicole”.

Normativa e tempismo

Il progetto s’inserisce in un momento chiave per il mercato italiano. Solo tra il 2024 e la

fine del 2025, con il decreto interministeriale Mef–Masaf del 29 dicembre, si è definita

una cornice normativa completa per la produzione di vini dealcolati. Mack & Schühle

Italia ha scelto di anticipare questo scenario, trasformando un vuoto regolatorio in un

vantaggio competitivo. Una mossa che rivela una chiara lettura del mercato: il No-Lo

non è una moda, ma un segmento strutturale destinato a crescere.

I numeri lo confermano. Il mercato globale vale oggi 2,4 miliardi di dollari e punta a 3,3

miliardi entro il 2028. Nei primi nove mesi del 2025, i vini alcohol-free registrano crescite

significative: +46% in Germania, +20% nel Regno Unito, +18% negli Stati Uniti.

Due mondi, una strategia

Per Fedele Angelillo, però, è fondamentale chiarire un punto: il No-Lo

non sostituisce il vino.

“Non è un’alternativa, è un nuovo segmento di mercato”. Due

mondi distinti, oggi, ma destinati progressivamente a dialogare.

Il punto di contatto, secondo la visione dell’azienda, sarà nei

vini parzialmente dealcolati, anche all’interno delle denominazioni.

Una prospettiva che ribalta un approccio ancora diffuso

nel settore. “Non siamo noi a decidere cosa è giusto o sbagliato.

È il consumatore. Dobbiamo ascoltarlo e adattarci”, ammonisce

Fedele Angelillo.

È qui che si gioca la vera partita: non sull’identità del vino, ma sulla capacità

di interpretare nuovi modelli di consumo.

Genevitis: il racconto dell’Italia, oltre i cliché

Se la tecnologia “Libero Wine” rappresenta il fronte più innovativo, Genevitis è il contraltare

culturale della strategia Mack & Schühle Italia. Un progetto costruito sull’italianità

e sulla valorizzazione dei vitigni autoctoni, con un primo nucleo di sei regioni

— Sardegna, Piemonte, Campania, Lazio, Abruzzo e Puglia — destinato ad ampliarsi

progressivamente. Poi, Genevitis si fonda su quattro direttrici chiare: semplicità della

DI MATTEO BORRÈ

ON AIR

Mack & Schühle Italia

accelera sul No-Lo

Tecnologia, visione e un nuovo equilibrio per il vino

nelle parole di Fedele Angelillo


25

comunicazione, sostenibilità sociale, rapporto qualità-prezzo e trasparenza. “Sono questi

i pilastri su cui stiamo costruendo il progetto. Il consumatore oggi vuole chiarezza e

coerenza”, spiega Fedele Angelillo.

L’obiettivo è chiaro: portare sui mercati di tutto il mondo un assortimento che esca dai

binari più battuti. “L’obiettivo finale è offrire al consumatore internazionale un panorama

più ampio e autentico dei vini italiani, dalla A alla Z, andando oltre i riferimenti più

consolidati come Prosecco e Pinot Grigio”, sottolinea Fedele Angelillo.

A fare la differenza è soprattutto l’approccio alla comunicazione. In questo percorso

s’inserisce il lavoro con Cristina Mercuri MW, coinvolta fin dalle prime fasi come interprete

di un nuovo linguaggio del vino: più diretto, più accessibile, capace di tradurre

complessità e territorio in contenuti immediatamente leggibili per il consumatore

contemporaneo. “Abbiamo visto in lei un cambio di paradigma: una professionista che

vuole raccontare il vino in modo più democratico. Era esattamente quello che cercavamo”,

evidenzia Angelillo. La prima Master of Wine italiana contribuisce non solo ai

blend, ma anche alla costruzione del linguaggio. Il risultato è uno storytelling diretto,

accessibile e pragmatico: etichette progettate localmente, in un lavoro che coinvolge

non solo la filiera produttiva ma anche quella creativa, con profili organolettici chiari,

QR code con video esplicativi e contenuti semplici ma informativi. Un sistema pensato

per rendere il vino più accessibile e un cambio di paradigma che l’amministratore unico

di Mack & Schühle Italia sintetizza così: democratizzare il vino senza banalizzarlo.

Il vero nodo: innovare senza paura

È un disegno, quello di Genevitis, che s’innesta nel solco tracciato da Grapur, vino

low-alcohol biologico e vegano, con packaging sostenibile e ridotto contenuto calorico.

Un progetto che ha anticipato temi oggi centrali, come circolarità e moderazione

alcolica. Genevitis, Grapur e la prossima proposta di vini dealcolati che sfruttano la

tecnologia “Libero Wine” non sono quindi iniziative isolate, ma parti di una strategia

coerente: intercettare nuovi consumi mantenendo un forte legame con identità, qualità

e territorio.

Dietro questa evoluzione c’è anche una lettura critica del settore. Il problema, secondo

Fedele Angelillo, non è la mancanza di competenze, ma la resistenza al cambiamento:

“I manager nel mondo del vino ci sono. A volte manca la volontà d’investire e di lasciare

spazio all’innovazione. Il vino viene ancora visto come qualcosa di immutabile”.

Un atteggiamento che rischia di rallentare la capacità di risposta in un mercato sempre

più competitivo, dove categorie come i ready to drink crescono rapidamente.

Oggi vino tradizionale e dealcolato restano due segmenti distinti, ma la convergenza

è già all’orizzonte. “In futuro il punto di incontro sarà nei vini parzialmente dealcolati,

anche all’interno delle denominazioni”, prevede Fedele Angelillo. La chiave, ancora

una volta, è il mercato: “Non siamo noi a decidere cosa è giusto o sbagliato. È il consumatore.

Dobbiamo ascoltarlo e adattarci”. Il messaggio è chiaro: il vino non può più

permettersi rigidità. “Oggi non possiamo avere preconcetti. Il mercato cambia e chi

è più veloce ad adattarsi sarà in grado di guidare l’innovazione”. In questo scenario,

Genevitis e la tecnologia “Libero Wine” per i vini dealcolati rappresentano due facce

della stessa strategia: valorizzare l’identità italiana, ma con strumenti e linguaggi nuovi,

capaci di parlare al consumatore contemporaneo.

ON AIR

Verso un nuovo equilibrio

Il vino, infatti, non può più permettersi d’ignorare il cambiamento. Da un lato, progetti

come Genevitis rafforzano il racconto territoriale. Dall’altro, tecnologie come “Libero

Wine” aprono a nuove categorie e nuovi pubblici. In mezzo, una linea guida precisa:

qualità, trasparenza e capacità d’adattamento. Perché, nel nuovo scenario, non vince

chi difende il passato. Vince chi riesce a tradurlo in futuro.


26

INTERNI D’AUTORE

La Puglia

secondo Tommasi

Da Manduria al Salice Salentino, Masseria Surani

riporta il Sud del vino al centro della scena

DI MATTEO BORRÈ

Non è una singola tenuta. È una geografia. Il

nuovo corso di Masseria Surani segna un

cambio di paradigma per Tommasi Family

Estates: da presenza in Puglia a vero progetto

territoriale strutturato. Un mosaico che

oggi si compone di tre anime distinte – Manduria, Lizzano

e Guagnano – e che trova una sintesi in una visione

unica, capace di rileggere il Sud con uno sguardo

contemporaneo. L’acquisizione di Tenuta

Eméra e Cantina Moros, a seguito del

passaggio di testimone con la famiglia

Quarta nel 2025, è stata una svolta

strategica. “Finalmente abbiamo

una cantina, un luogo dove fare

enoturismo, e il progetto Masseria

Surani si completa”, sottolinea Piergiorgio

Tommasi, direttore commerciale

Italia di Tommasi Family Estates.

Dal 2012, con l’ingresso a Manduria e i

55 ettari della Tenuta Espéra, la Puglia rappresentava

per la famiglia Tommasi una presenza

importante ma ancora parziale. Mancava un centro operativo,

una struttura capace di dare coerenza produttiva

e narrativa al progetto. Lizzano, con Tenuta Eméra, ha

colmato questo vuoto: una cantina moderna, ipogea e sostenibile,

che consente oggi una gestione completa, dalla

vinificazione all’imbottigliamento, fino alle micro-vinificazioni

per parcella. Masseria Surani passa così da progetto

complementare a piattaforma strategica. “Da posizione

marginale, diventa ora uno dei progetti principali su cui la

nostra famiglia sta investendo tempo e risorse”, evidenzia

Piergiorgio Tommasi. Ma il vero cambio di passo è nella

lettura del territorio. “Masseria Surani è il progetto Puglia

di Tommasi Family Estates”, evidenzia la brand manager

Alessandra Quarta, “diviso su tre tenute con identità profondamente

diverse. A Lizzano, la prossimità al

mare genera vini più sottili, immediati, pensati

per una fruizione contemporanea e

giocati su freschezza e bevibilità. A

Manduria, nei suoli rossi ricchi di

ferro, il Primitivo ritrova struttura e

profondità. A Guagnano, con Cantina

Moros, il Negroamaro si trasforma

in racconto culturale, in un

progetto che supera la dimensione

produttiva per diventare spazio di relazione

e identità che intreccia vino, arte

e comunità”. Tre terroir, altrettanti linguaggi

e un’unica regia. Non è una somma di terroir,

ma un sistema che consente segmentazione, articolazione

dell’offerta e costruzione di un racconto multilivello. In

questo quadro s’inserisce uno dei passaggi più rilevanti

del progetto: la rilettura stilistica del Primitivo. “Va liberato

da quel fardello di vino pesante, da meditazione”,

osserva Piergiorgio Tommasi. È un cambio di linguaggio

prima ancora che di stile. L’obiettivo non è snaturare il vi-

tigno, ma alleggerirne la percezione, restituendolo a una

dimensione più contemporanea: vini eleganti, leggibili,

gastronomici. Un approccio che raccoglie anche l’eredità

di Claudio Quarta, ma che viene reinterpretato con la

sensibilità tecnica e stilistica della famiglia Tommasi. Ne

deriva un posizionamento preciso. Una linea che dialoga

con il mercato contemporaneo e che si riflette anche

nell’architettura dell’offerta. Surani Eméra presidia la fascia

più accessibile, con vini dinamici e immediati, ideali

anche per il servizio al calice. Surani Espéra, nel cuore di

Manduria, si posiziona su un livello più alto, con etichette

come Heracles e Dionysos che esplorano il lato più profondo

del Primitivo. Moros, infine, con il Salice Salentino

Riserva, si colloca come vertice narrativo e qualitativo del

progetto. È una costruzione che riflette un’identità chiara:

“Abbiamo la vigna per raccontare il territorio e la tecnologia

per interpretarlo”, sintetizza Alessandra Quarta.

Una posizione rara nel contesto pugliese, che consente

di presidiare più segmenti senza perdere coerenza stilistica.

In parallelo, cresce il ruolo dell’enoturismo, elemento

centrale nella visione della famiglia Tommasi. Da Lizzano,

con un’ospitalità in linea con le tenute di Valpolicella e

Montalcino, fino a Moros, spazio ibrido e culturale ricavato

da una vecchia cantina, dove il vino diventa esperienza

immersiva tra arte, storia e comunità. “Il vino è il volano

dello sviluppo di un territorio”, sottolinea Alessandra

Quarta, evidenziando come, in un mercato che cambia,

l’esperienza diretta sia oggi uno strumento fondamentale

di racconto e valorizzazione, parte integrante del prodotto.

Per il futuro, la direzione è duplice: rafforzare il posizionamento

in Italia, soprattutto nel canale Horeca, e accelerare

la crescita internazionale, dove il brand ha ancora

ampi margini di sviluppo. “La Puglia e Masseria Surani

hanno un grande potenziale internazionale”, osserva Piergiorgio

Tommasi, evidenziando gli spazi importanti sia

nei mercati consolidati, dal Nord Europa agli Stati Uniti,

sia in quelli emergenti a Est. Il punto, però, non è solo

commerciale, è culturale. Il risultato è una Puglia diversa:

non più solo terra di concentrazione e potenza, ma di sfumature,

di letture multiple e d’identità che si compongono.

Masseria Surani non semplifica il Sud, lo articola, lo

interpreta e lo proietta nel suo domani.

In foto: Alessandra Quarta In foto: Piergiorgio Tommasi


27

C’è un tempo che misura le stagioni e uno che definisce i tratti di una nuova dimensione. Nel

Bonomo Sexaginta Custoza Doc Riserva 2022 Monte del Frà, il tempo diventa materia viva

che plasma un’identità costruita su attesa, visione e profondità. Una scelta, che trasforma un

classico del territorio in un progetto ancora più ambizioso. Storica etichetta che si fa Riserva, ,

presentata in anteprima a Vinitaly 2026 e destinato a fare il debutto sul mercato a fine anno, con

cui la famiglia Bonomo riafferma il proprio legame con il Custoza, elevandolo attraverso una

lettura contemporanea che non tradisce l’origine. Nasce da suoli morenici ricchi di mineralità, tra

i 100 e i 150 metri, dove Garganega, Cortese e Trebbiano Toscano maturano lentamente sotto

l’influenza mitigatrice del Lago di Garda. In cantina, il percorso si articola tra acciaio e tonneaux,

con oltre 12 mesi sulle fecce fini e un lungo affinamento in bottiglia che completa il disegno. Nel

calice, infine, è stratificato e profondo, tra frutta matura, agrumi e cenni speziati, con un sorso

elegante, sapido e persistente. Un bianco che guarda oltre la tradizione senza mai romperla,

pensato per una tavola evoluta e per chi nel vino cerca non solo espressione, ma pensiero.

COLLECTION


28

C’è un filo che unisce radici e futuro. Spesso passa attraverso un nome. Gabriele Manzoni Bianco Asolo Montello

Doc 2024 Giusti Wine nasce così: come gesto generazionale, ma anche come dichiarazione d’identità. La cantina di

Nervesa della Battaglia affida a questo Incrocio Manzoni in purezza – varietà nata proprio nel territorio negli anni ‘30 –

il compito di raccontare il Montello con uno sguardo nuovo. Un progetto che porta il nome di Gabriele Zanatta, enologo

e nipote del fondatore, oggi al centro dell’evoluzione tecnica dell’azienda. Dai vigneti della Tenuta Abazia, ai piedi

dell’antica Sant’Eustachio, prende forma un bianco che ribalta le attese: struttura, precisione e profondità. Nel calice è

luminoso, elegante, attraversato da note di frutta gialla, fiori ed erbe aromatiche, con una chiusura minerale che richiama

gesso e sabbia. È un vino che nasce da una scelta, prima ancora che da una convinzione. E che oggi diventa visione:

quella di un Montello capace di parlare anche al bianco, con voce chiara e contemporanea.

COLLECTION

C’è una nuova leggerezza che attraversa il vino italiano e non ha nulla di superficiale. Rossolieve, Gioco e Volteggio Castelli & Speerli

definiscono i contorni del progetto che riscrive il Sangiovese in chiave contemporanea: più agile, preciso e vicino ai nuovi ritmi del

consumo. Nato in Maremma, a Podere 414, dall’incontro tra Simone Castelli e Heinz Speerli, la collezione interpreta il vitigno con una

visione chiara: vini biologici, a gradazione contenuta, costruiti sulla freschezza e sull’integrità aromatica. Non un compromesso, ma una

scelta stilistica. Rossolieve è il rosso che sorprende per dinamismo e immediatezza, tra ciliegia croccante e trama succosa. Gioco ribalta

le attese: un bianco da Sangiovese, floreale e scorrevole, pensato per la convivialità più spontanea. Volteggio, infine, è il rosato che unisce

freschezza e misura, tra note di macchia mediterranea e una beva luminosa. Tre vini, un’unica direzione: alleggerire senza sottrarre.

Perché oggi, più che mai, l’equilibrio è il vero lusso.


29

A Montefili, l’altitudine non è un dettaglio: è linguaggio. Con

Vinea Vecchia Gran Selezione 2020 e Vinea Nel Bosco

Gran Selezione 2020 Vecchie Terre di Montefili a nascere

sono due etichette che raccontano il Sangiovese come un

dialogo tra tempo e luogo. Entrambe prendono forma oltre

i 500 metri s.l.m., tra Panzano e Montefioralle, dove la

maturazione lenta preserva tensione e profondità. Ma è

la vigna a cambiare il racconto. Vinea Vecchia affonda le

radici in un impianto del 1981: è memoria liquida, fatta

di equilibrio e compostezza, tra frutto maturo, spezie

sottili e una tessitura setosa. Vinea Nel Bosco, circondato

dalla natura e più giovane, interpreta invece il lato

dinamico del territorio: più verticale, vibrante, scandito

da freschezza e precisione aromatica. Due vini, due

tempi della stessa terra. Non opposti, ma complementari.

Perché in questo angolo speciale di Chianti Classico il

Sangiovese non si replica: si ascolta, parcella per parcella,

stagione dopo stagione.

COLLECTION


30

COLLECTION

Bolgheri come orizzonte, ma soprattutto come destino. Con Garzaia Bolgheri Superiore Doc

2023 Ruffino, l’azienda fondata nel 1877 a Pontassieve, nel cuore della Toscana, inaugura un

nuovo capitolo, entrando in una delle denominazioni più iconiche al mondo con un progetto

integralmente da vigneti di proprietà affidato alla visione enologica di Olga Fusari. Il nome è

già racconto: la garzaia è un ecosistema in equilibrio, dove gli aironi convivono tra terra e acqua.

Un’immagine che diventa chiave interpretativa del vino, profondamente connesso al paesaggio

bolgherese. Le uve provengono da Le Sondraie, suoli sabbioso-argillosi capaci di restituire

struttura e precisione. Il blend – Cabernet Franc in prevalenza e Merlot – costruisce un equilibrio

sottile tra tensione e morbidezza, tra complessità aromatica e rotondità. L’annata 2023, luminosa e

regolare, accompagna una maturazione piena, tradotta in un sorso vellutato e persistente. Affinato

18 mesi in barrique, Garzaia più che un esordio, mira a essere nuova grammatica del luogo.

Tenacia, intesa come forza generatrice di positività, energia

e cambiamento, capace di migliorare l’umanità e il nostro

ambiente, più che un tema è una dichiarazione di stile.

Il Barolo Docg del Comune di Serralunga d’Alba

Renaissance 2022 Fontanafredda è un’etichetta,

illustrata in questa quinta edizione dall’opera visiva

di Elisa Macellari, fumettista italiana di origini

thailandesi, che nasce dentro una visione culturale

prima ancora che enologica. Il progetto trasforma

ogni annata in un racconto corale, dove il vino

dialoga con la scrittura e l’arte, interpretando valori

fondanti della contemporaneità. Il 2022 è dedicato

alla tenacia: quella della terra e quella dell’uomo,

messe alla prova da un’annata complessa, segnata da

gelate, grandinate e siccità, ma capace di restituire

uve di sorprendente qualità. Nel calice, Serralunga

si esprime con precisione e profondità. Il profilo

olfattivo si muove tra agrumi, ciliegia scura e

accenti mentolati, mentre il sorso è denso e succoso,

sostenuto da tannini setosi e da una freschezza

che allunga il finale in una scia sapida. Anche il

dettaglio tecnico diventa parte della narrazione: il

tappo micro-naturale Sübr di Vinventions, privo

di poliuretano e senza difetti olfattivi, riflette una

visione sostenibile e contemporanea del Barolo.



32

GIRAMONDO

Klein Constantia: la voce

del terroir in Sudafrica

Dalla leggenda del Vin de Constance alla precisione

contemporanea dei suoi vini

DI MATTEO BORRÈ

Non è il Sudafrica che ci si aspetta. È quello da cui tutto è iniziato. Qui, a

Klein Constantia, nel cuore della Coastal Region sudafricana, la viticoltura

nasce nel 1685 come gesto fondativo, non come esperimento. Simon

van der Stel sceglie queste terre per una ragione precisa: suoli antichi,

brezze oceaniche, ma soprattutto un microclima perfetto per la vite e

capace di scolpire il vino prima ancora che l’uomo lo interpreti. Da quel momento,

Constantia entra nella geografia simbolica del gusto europeo, attraversando secoli

e corti, fino a diventare un riferimento assoluto: la cantina di Versailles era

ricolma delle sue bottiglie, George Washington ne amava lo stile; Napoleone

Bonaparte, in esilio a Sant’Elena, ne fece il suo unico conforto;

Jane Austen, Charles Dickens e persino Baudelaire ne furono estimatori

e cantori. Poi, a fine ‘800, il silenzio, lungo quasi un secolo.

E infine la rinascita, costruita a partire dagli anni ‘80 del ‘900

non sulla nostalgia, ma sulla precisione. Oggi Klein Constantia,

distribuita in Italia da Sagna S.p.A., è una delle espressioni

più compiute del Sudafrica enologico contemporaneo. Non per

adesione a uno stile internazionale, ma per una radicale fedeltà al

luogo. I vigneti si sviluppano tra i 70 e i 340 metri s.l.m., con esposizioni

che privilegiano freschezza e lentezza maturativa. La brezza del

Capo, spinta dall’Atlantico, e la corrente fredda del Benguela stabilizzano

le temperature, preservando acidità e definizione aromatica anche nelle annate

più calde. Sotto, una matrice geologica complessa: graniti decomposti e arenarie

di Table Mountain che restituiscono vini di tensione, salinità e profondità minerale.

È su questa architettura che si costruisce il profilo delle etichette simbolo, firmate dal

winemaker Matthew Day. Il Sauvignon Blanc, da 42 parcelle selezionate, è forse l’espressione

più immediata di questa identità. Non cede mai all’esuberanza varietale:

agrumi, pesca bianca, note di pietra bagnata si sviluppano in una trama precisa, sostenuta

da un’acidità integrata e da una materia che non rinuncia alla struttura. L’uso

calibrato del legno neutro e il lavoro sulle fecce fini ampliano il registro senza alterarne

la purezza. Con Clara, la lettura si fa ancora più radicale. Solo mosto fiore, fermentazioni

spontanee, affinamenti in rovere neutro e acacia: il risultato è un Sauvignon

Blanc che si muove su coordinate quasi borgognone, più tattile che aromatico, più

profondo che immediato. Sul versante rosso, Klein Constantia lavora per sottrazione

e precisione. Estate Red, blend di Cabernet Sauvignon, Malbec e Petit Verdot, nasce

da una vinificazione per parcelle che privilegia equilibrio e definizione. Il frutto è

nitido, i tannini compatti ma mai aggressivi, il finale lungo e coerente. Con

Anwilka, nel distretto di Stellenbosch, il registro cambia senza perdere

coerenza. Cabernet Sauvignon e Syrah dialogano in un vino che

unisce struttura e freschezza, note ematiche, frutto scuro e una

tensione salina che ne allunga la prospettiva. È qui che il Sudafrica

dimostra di poter competere, senza imitare, con i grandi

modelli bordolesi. E poi c’è il tempo, che a Klein Constantia

prende forma nel Vin de Constance. Prodotto da Muscat de

Frontignan, senza ricorso alla botrite, nasce da una vendemmia

frazionata in numerosi passaggi, dove ogni lotto contribuisce a

costruire un equilibrio complesso tra zucchero e acidità. L’affinamento

prolungato ne amplifica la profondità: albicocca, agrumi,

spezie, una dolcezza sempre attraversata da freschezza e tensione. Non

è un vino da fine pasto, ma un paradigma. Dal 2011, con l’ingresso di investitori

legati a grandi nomi di Bordeaux, la tenuta ha consolidato il proprio percorso

qualitativo, rafforzando una visione che mette il vigneto al centro e riduce l’intervento

in cantina. Fermentazioni spontanee, rispetto delle parcelle, ricerca di precisione:

ogni scelta va nella direzione di restituire al vino la sua origine. In un mercato globale

sempre più omologato, Klein Constantia rappresenta un’anomalia virtuosa. Non cerca

di interpretare il Sudafrica. Ne incarna una delle forme più autentiche: quella in

cui storia, paesaggio e tecnica coincidono.



34

CHAMPAGNE

Laurent-Perrier:

la rarità come metodo

La Maison riporta in Italia

i Millésimé 2002, 2004 e 2006 in Magnum

DI MATTEO BORRÈ

vino una dimensione più ampia e stratificata. Ma soprattutto,

in questa speciale release, diventa strumento

di coerenza: se il Millésimé è selezione, la Magnum

è il formato che meglio ne custodisce il tempo.

Così, il Millésimé 2002 s’impone per equilibrio e maturità.

Annata regolare, caratterizzata da condizioni

favorevoli e da una vendemmia di elevata qualità, restituisce

uno Champagne compiuto, dove la ricchezza

del frutto s’intreccia a una struttura armonica e profonda.

Il Millésimé 2004 racconta invece la precisione

climatica. Dopo un andamento complesso, l’arrivo di

una “estate indiana” ha permesso una maturazione ottimale

delle uve, dando origine a un profilo più teso,

luminoso, costruito su freschezza e verticalità. Più articolato,

infine, il Millésimé 2006, segnato da un’annata

irregolare ma capace di esprimere una materia ricca

e stratificata. Il risultato è un vino denso, succoso, sostenuto

da una freschezza che ne definisce il ritmo e da

un equilibrio che evita ogni eccesso.

Tre annate, altrettante interpretazioni, un’unica firma

stilistica. Questa speciale release non è da leggersi

come un’operazione d’archivio, ma come una dichiarazione

di metodo. Laurent-Perrier non costruisce la

propria identità sulla frequenza, ma sulla selezione.

Non moltiplica le annate, le sceglie. E quando decide di

riportarle sul mercato, lo fa con una coerenza che parla

di rarità, formato e tempo. In un mercato che tende a

standardizzare il millesimo, Laurent-Perrier ribadisce

un principio tanto semplice quanto distintivo: l’annata

non è un’abitudine, è una scelta.

In Laurent-Perrier, dichiarare un’annata non è

mai un gesto automatico. Non tutte, infatti, diventano

Millésimé. E quando accade, è perché

il tempo ha lasciato un segno. Come nel caso di

quello che è un ritorno speciale, con i tre Millésimé

2002, 2004 e 2006 che fanno capolino nuovamente

sul mercato italiano nel formato più esigente e identitario:

la Magnum. Una scelta che definisce

subito il perimetro del progetto. Perché in

Champagne, e ancor più per una Maison

che ha costruito la propria reputazione

sull’arte dell’assemblaggio,

dichiarare un’annata è sempre un

gesto raro. E intenzionale.

Fondata nel 1812 a Tours-sur-

Marne, Laurent-Perrier è una

delle poche realtà familiari e indipendenti

della Champagne ad aver

trasformato una visione in stile. Non

l’annata, ma l’assemblaggio: è questo il

principio fondativo della Maison, tanto che la

sua cuvée più iconica, Grand Siècle, nasce dalla combinazione

di tre grandi vendemmie, non dalla celebrazione

di una sola. È un approccio che sposta il baricentro

dal frutto della singola raccolta alla ricerca dell’equilibrio

perfetto. In questo contesto, i Millésimé restano

un’eccezione rigorosa: meno di un’annata su due viene

dichiarata, contro una media di mercato che supera le

tre su quattro. Una scelta che non è solo stilistica, ma

strategica, perché costruisce valore attraverso la selezione,

non attraverso la frequenza. Quando accade, è

perché la materia prima lo impone.

I Millésimé Laurent-Perrier sono espressione diretta

di uno stile costruito su freschezza, eleganza e purezza.

Lo Chardonnay – vitigno cardine – definisce finezza

e tensione, mentre il Pinot Noir apporta

struttura e profondità, in un equilibrio

sempre calibrato. In questo quadro,

anche la scelta dei Cru diventa parte

del linguaggio: alcune origini ritornano

come firma – Verzy, Verzenay,

Mailly, Bouzy per il Pinot

Noir; Avize, Cramant, Oger, Le

Mesnil-sur-Oger, Chouilly per lo

Chardonnay – mentre altre entrano

a modulare il profilo delle singole

annate. Nel 2002 compare Ambonnay,

che rafforza la densità e la struttura

del vino; nel 2004 Aÿ introduce ampiezza e

rotondità, accompagnando un profilo più disteso; nel

2006 Louvois aggiunge una componente più dinamica

e speziata, contribuendo a una lettura più articolata

dell’annata.

La scelta della Magnum, poi, non è un dettaglio, ma

parte integrante del racconto. È il formato che rallenta

l’evoluzione, amplifica la complessità e restituisce al


35

Consumatori

di vino in Italia

cresce la platea:

chi sono e cosa bevono

Flavio Geretto

è il nuovo direttore generale

di Cantina Rauscedo

Il vino in Italia, come evidenzia la nuova

fotografia scattata dall’Osservatorio Uiv

– Vinitaly, coinvolge oggi quasi 30 milioni

di consumatori, pari al 55% della popolazione,

in crescita rispetto al passato di oltre

600mila persone sul dato 2011.

Il cambiamento più rilevante riguarda però

il comportamento: il consumo quotidiano

lascia spazio a quello saltuario, che oggi rappresenta

il 61% del totale, segnando un approccio

più moderato e consapevole.

La Gen Z emerge come il cluster più dinamico:

aumenta il proprio peso, mostra forte

curiosità e apertura alla sperimentazione e

sorprende per l’interesse verso i vini rossi.

Per i giovani il vino è soprattutto piacere, ma

anche strumento identitario e sociale.

Cresce il ruolo del fuori casa, dove le nuove

generazioni consumano di più e con maggiore

disponibilità di spesa, affidandosi spesso

al consiglio del locale.

Parallelamente aumenta l’attenzione a recensioni

e contenuti online.

Il mercato si conferma, dunque, ampio e

articolato per tipologie e preferenze generazionali.

La sfida per il settore, davanti a

questo quadro, non è più

tanto quella di attrarre

consumatori, ma

al lineare offerta e

lin guaggi a un pubblico

sempre più

seg mentato e orientato

all’esperienza.

Cantina Rauscedo inaugura una nuova fase con la nomina

di Flavio Geretto a direttore generale, segnando un

passaggio strategico orientato a rafforzare organizzazione,

visione e sviluppo. “Serviva un ulteriore passo avanti”,

sottolinea il presidente Antonio Zuliani, evidenziando

la scelta di una guida manageriale solida. Con oltre

27 anni di esperienza, Geretto punta su cooperazione,

persone e territorio: “Il futuro del

vino passa dalla capacità di fare

sistema”. Una nomina che

consolida il ruolo della cooperativa

friulana, specializzata

nei bianchi friulani e nel

Prosecco, che mira ad aprire

un nuovo ciclo di crescita.

Villa Sandi:

Diva e Leonardo

Moretti Polegato vicepresidenti

Villa Sandi rafforza la propria governance con la nomina

di Diva e Leonardo Moretti Polegato a vicepresidenti e

membri del CdA. Un passaggio che formalizza il ruolo

già strategico della nuova generazione, segnando un’evoluzione

naturale nel percorso dell’azienda. Diva guida lo

sviluppo internazionale nei mercati chiave, mentre Leonardo

presidia innovazione e processi, contribuendo

alla modernizzazione operativa. “Un passaggio naturale

e strategico”, sottolinea il presidente Giancarlo Moretti

Polegato, ribadendo la volontà di

coniugare continuità familiare

e visione globale. Una scelta

che rafforza il posizionamento

di Villa Sandi in un contesto

competitivo sempre più

orientato a internazionalizzazione,

efficienza e identità.

TITOLI DI CODA

E ancora...

Roberto Voerzio

entra nel portfolio Sagna

Roberto Voerzio entra nel portfolio di Sagna S.p.A.,

segnando un incontro tra uno dei produttori più rigorosi

delle Langhe e una distribuzione orientata all’eccellenza.

Fondata nel 1986, l’azienda da lui guidata ha

costruito la propria identità su rese minime, lavoro

maniacale in vigna e interventi

essenziali in cantina. “Il grande

vino nasce prima di tutto

dalla vite”, spiega Roberto

Voerzio. Un ingresso che

rafforza la visione del catalogo

Sagna con una delle firme

più autorevoli del Barolo.

Bollinger La Grande Année: debutta l’annata 2018.

La Faretra acquisisce Querce Bettina e investe su

Montalcino. Coravin taglia il traguardo dei due milioni

di dispositivi venduti. Ruffino cambia a livello

esecutivo: Sandro Sartor alle relazioni esterne, Simon

Towns alla guida. Deutz Brut Rosé Sakura: la bellezza

effimera diventa Champagne in edizione limitata.

30esima vendemmia Planeta: lo Chardonnay “On

Fire” accende Milano. Collio Evolution 2026: il Pinot

Grigio sugli scudi della seconda edizione il 25 e

26 ottobre. Casa Perbellini 12 Apostoli entra nel

circuito Dépositaire Dom Pérignon. Letrari lancia

l’Enantio Rosato a piede franco. Wines Experience:

oltre 200 cantine italiane per il debutto a Londra il

26 e 27 aprile. Il Beato: Diego Morra firma il primo

Vermouth di Torino da Verduno

Pelaverga Doc. Chi compra

Fine Wine oggi non è più

chi pensiamo: lo studio

di Areni Global. Caviro

presenta Tavernellow 3%

Vol.: lo spumante low alcol

interamente Made in Italy.


DAL 1926,

L’ARTE DI CELEBRARE

IL TEMPO CHE CONTA.

it.valdo.com

Valdo Spumanti

valdo_spumanti

VALDO Spumanti

casavaldo.it

casavaldo.countryhouse

Hooray! Your file is uploaded and ready to be published.

Saved successfully!

Ooh no, something went wrong!