WineCouture 3-4/2026
WineCouture è la testata giornalistica che offre approfondimenti e informazione di qualità sul vino e quanto gli ruota attorno. È una narrazione di terroir, aziende ed etichette. Storytelling confezionato su misura e che passa sempre dalla viva voce dei protagonisti, dalle riflessioni attorno a un calice o dalle analisi di un mercato in costante fermento. WineCouture è il racconto di un mondo che da anni ci entusiasma e di cui, con semplicità, vogliamo continuare a indagare ogni specifica e peculiare sfumatura, condividendo poi scoperte e storie con appassionati, neofiti e operatori del comparto.
WineCouture è la testata giornalistica che offre approfondimenti e informazione di qualità sul vino e quanto gli ruota attorno. È una narrazione di terroir, aziende ed etichette. Storytelling confezionato su misura e che passa sempre dalla viva voce dei protagonisti, dalle riflessioni attorno a un calice o dalle analisi di un mercato in costante fermento. WineCouture è il racconto di un mondo che da anni ci entusiasma e di cui, con semplicità, vogliamo continuare a indagare ogni specifica e peculiare sfumatura, condividendo poi scoperte e storie con appassionati, neofiti e operatori del comparto.
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NUMERO 3/4
Anno 7 | Aprile-Maggio 2026
Poste Italiane SPA - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (convertito in Legge 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, LO/MI - In caso di mancato recapito inviare al CMP di Milano Roserio per la restituzione al mittente previo pagamento resi.
LIBERIAMO IL VINO
NUOVE VISIONI PER IL FUTURO, PER NON ASSOMIGLIARE AL GIÀ VISTO
2
Il vino italiano non sta perdendo consumatori
I numeri lo confermano: quasi 30 milioni di italiani bevono vino. Un
dato addirittura in crescita rispetto alla fotografia scattata 15 anni fa. Ma
la vera trasformazione intercorsa nel frattempo non è quantitativa, è culturale.
Il consumo, è noto, si è spostato dalla routine all’occasione, dalla
quantità alla qualità percepita, dall’abitudine alla scelta. Il vino esce oggi
dalla quotidianità ed entra nel tempo dell’esperienza e delle relazioni. Il
mercato non arretra: seleziona. E selezionare significa spostare valore,
non perderlo. È qui che il settore deve fermarsi a riflettere. Perché mentre
la filiera continua a ragionare in termini di prodotto, il consumatore
si muove già in una dimensione diversa: quella di contesto, racconto e
identità. Non è il vino a essere in discussione, ma il linguaggio con cui
viene offerto. Spesso indicata come anello debole, la Gen Z è in realtà il
laboratorio più avanzato. Più curiosa, poco rigida, aperta al consiglio:
consuma meno ma meglio, soprattutto fuori casa. Non rifiuta, dunque,
il vino: rifiuta linguaggi che non le appartengono. Il punto, allora, non è
inseguire i giovani, ma comprenderne il codice. Perché ogni generazione
ha il suo vino, ma soprattutto il suo modo di sceglierlo. In un mercato che
tiene nel valore e perde nei volumi, la partita si gioca qui: nella capacità
di allineare proposta e pubblico, prodotto e racconto, tradizione e possibilità
d’accesso. Il vino italiano non sta perdendo consumatori, deve solo
imparare a farsi leggere. Il suo futuro non dipende da quanto si berrà, ma
passa da quanto sarà capace di farsi scegliere.
08 Protagonisti. Marchesi di Barolo: una storia
sempre viva
10 Visioni. Valdo: 100 anni di Prosecco
e d’impresa
12 On Air. Masi e il Pinot Nero secondo Mister
Amarone, Sandro Boscaini
SOMMARIO
18 Experience. 80 anni di Masottina
e la novità R.D.O. Multivintage Brut
21 Nuovi Codici. Medici Ermete porta
il Lambrusco nelle cocktail list
26 Interni d’Autore. Con Masseria Surani
la Puglia del vino torna al centro della scena
WINECOUTURE
winecouture.it
Direttore responsabile Riccardo Colletti
Direttore editoriale Luca Figini
Coordinamento Matteo Borré (matteoborre@nelsonsrl.com)
Marketing & Operations Roberta Rancati
Contributors Francesca Mortaro e Andrea Silvello.
Art direction Inventium s.r.l.
Stampa La Terra Promessa Società Cooperativa
Sociale Onlus (Novara)
Editore Nelson Srl
Viale Murillo, 3 - 20149 Milano
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Registrazione al Tribunale di Milano n. 12
del 21 Gennaio 2020 - Nelson Srl -
Iscrizione ROC n° 33940 del 5 Febbraio 2020
Periodico bimestrale
Anno 7 - Numero 3/4 - Aprile - Maggio 2026
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2002 2004 2006
Raramente Millesimato
Unicamente in Magnum
Dégorgé: 15 Maggio 2025
4
PRIMO PIANO
Quando l’etichetta
diventa strategia
L’Innovation Day Milano di All4Labels e la nuova centralità
del packaging nel vino
DI ROBERTA RANCATI
Nel vino contemporaneo, l’etichetta non è
più un elemento accessorio: è contenuto
e visione. È un asset strategico, linguaggio
capace di tradurre identità, territorio
e posizionamento in un segno immediato.
È il primo gesto narrativo di un brand, come è emerso
in occasione dell’Innovation Day Milano del 5 marzo
scorso, tappa inaugurale 2026 del roadshow internazionale
promosso da All4Labels. Un’iniziativa nata come
spazio di confronto tra le diverse anime della filiera, un
laboratorio di idee dove brand, designer, tecnici e produttori
s’incontrano per leggere insieme l’evoluzione
dei codici del Wine & Spirits. Un progetto itinerante
che traduce una convinzione precisa: l’innovazione
non è mai un atto solitario, ma il risultato di una visione
condivisa che conduce alla costruzione di risposte
concrete alle nuove aspettative del mercato.
All4Labels: quando l’etichetta diventa strategia
Ad accendere la miccia che ha illuminato il confronto
sulla centralità del packaging nel vino è stato uno dei
principali player mondiali nel settore delle etichette
autoadesive, con oltre 50 stabilimenti produttivi, più di
5.500 dipendenti e oltre 140 anni di storia: All4Labels
Global Packaging Group. Una dimensione industriale
che si traduce in capacità produttiva, capillarità e competenze
trasversali, ma che mantiene un forte radicamento
territoriale, soprattutto in Italia, dove il gruppo,
da Bolzano a Salerno, vanta un legame con il vino particolarmente
radicato e concreto: stabilimenti dedicati
esclusivamente al settore, tecnologie di stampa avanzate
e un ecosistema che integra competenze che spaziano
dalla progettazione grafica fino alla digitalizzazione e
alla brand protection. All4Labels, infatti, nel corso dei
decenni ha sviluppato un know-how specifico nel wine
& spirits, oggi consolidato in una specializzazione che si
unisce a un approccio consulenziale con lo sviluppo di
progetti di packaging su misura, pensati per valorizzare
ogni brand come un’estensione del vino stesso. Il modello
è quello della co-creazione: dall’idea creativa alla
realizzazione finale, All4Labels accompagna, infatti, le
aziende lungo l’intero processo.
Soluzioni su misura: tra nobilitazione,
sostenibilità e digitalizzazione
La forza di All4Labels risiede nella capacità di offrire soluzioni
altamente personalizzate, costruite sulle esigenze
specifiche di ogni cliente. Tecnologie convenzionali,
ibride e digitali convivono per dare vita a etichette che
non sono solo supporti informativi, ma veri strumenti
narrativi. Le nobilitazioni rappresentano uno degli ambiti
più distintivi: vernici soft-touch, effetti metallizzati,
microincisioni ad alta precisione, inchiostri speciali e finiture
tattili trasformano la bottiglia in un oggetto sensoriale.
Non si tratta di dettagli estetici, ma di elementi
progettati per catturare l’attenzione e rafforzare la percezione
di qualità, in un mercato in cui il packaging può
incidere fino al 70% delle decisioni d’acquisto.
Parallelamente, l’innovazione tecnologica guida lo sviluppo
di soluzioni sostenibili e performanti. Stardirect
introduce un approccio “no-label” che elimina il supporto
tradizionale e trasferisce direttamente la decorazione
5
sulla bottiglia, riducendo materiali, emissioni e costi
operativi. Starshine rivoluziona la metallizzazione grazie
a un processo digitale foil-free, capace di abbattere le
emissioni fino all’80% e ridurre scarti e tempi di produzione,
senza rinunciare all’estetica premium. A queste si
aggiunge la dimensione smart. Con soluzioni come QR
Fingerprint, ogni etichetta diventa un’identità digitale
unica: un sistema basato su codici e riconoscimento delle
immagini che garantisce autenticità, tracciabilità e aggiornamento
dei contenuti in tempo reale. Il packaging
si trasforma così in un touchpoint interattivo, capace di
attivare esperienze, engagement e programmi di fidelizzazione,
oltre a proteggere il brand dalla contraffazione.
Il packaging come leva strategica: le voci
della filiera
Il valore dell’etichetta è emerso con forza anche dalle
case history presentate durante la tappa milanese dell’Innovation
Day, in un racconto di come il packaging sia
oggi uno degli strumenti più potenti per costruire valore
nel vino. Nel caso di Argea, illustrato dal Group Marketing
Director Giacomo Tarquini, il progetto Enzo Bartoli
– Piemonte Couture, brand che ha saputo interpretare
in chiave contemporanea il vino piemontese, dimostra
come un’estetica completamente rinnovata possa ridefinire
in maniera radicale la percezione di un territorio.
Il packaging diventa leva strategica di posizionamento,
capace di rompere con i codici tradizionali e dialogare
con un pubblico internazionale, quello dei mercati
scandinavi. Proprio in questo contesto emerge una
lettura lucida e anticipatoria al problema di una narrazione
e di un immaginario che non parla più al consumatore.
Il vino si trasforma così in un oggetto sociale,
uno strumento per raccontarsi, per “fare bella figura”
in una cena tra amici: si acquista per rappresentarsi,
per raccontare qualcosa di sé. Da qui la decisione di
una rottura netta con il passato: via gli elementi classici
della tradizione piemontese – araldica e centralità
del produttore – per lasciare spazio a un’estetica nuova,
capace di dialogare con glamour, luxury e lifestyle. Il
vino smette di essere spiegato e inizia a essere vissuto,
esce dal perimetro della tecnica ed entra in quello
dell’esperienza. Non più degustazioni, ma eventi. Non
più descrizioni analitiche, ma momenti da condividere.
Il risultato è misurabile: in due anni, il fatturato di
Enzo Bartoli – Piemonte Couture nei Paesi scandinavi
raggiunge i 9 milioni di euro. Un dato che racconta più
di qualsiasi teoria quanto il packaging possa incidere
sulle vendite. In questo scenario, il packaging diventa
uno strumento scientifico e analitico: non è più solo
creatività, ma capacità di leggere i mercati, interpretare
i consumatori e tradurre queste informazioni in segni
visivi coerenti. Con Gruppo Mezzacorona, il focus si
sposta sulla dimensione narrativa. Per la Global Marketing
Manager Barbara Darra il punto di partenza è
chiaro: l’etichetta è la prima pubblicità del vino. Ma, soprattutto,
è la sintesi visiva di una narrazione complessa,
traduzione visiva del DNA della marca, un sistema
coerente di segni capace di condensare storia, valori,
volti e territorio. Tradurre tutto questo in un segno grafico
significa costruire una vera e propria sceneggiatura
di marca, dove il design diventa progetto strategico e
il branding una disciplina di lungo periodo: “La marca
è la storia, il design la narrazione, l’etichetta il libro”.
Come nel caso delle etichette della linea Fili, realizzate
con All4Labels, dove la natura delle Dolomiti è reinterpretata
attraverso illustrazioni, texture e cromie che
trasformano la bottiglia in un racconto visivo. Ogni
dettaglio – dalla scelta dei materiali alle micro-illustrazioni
– è progettato per trasferire un universo narrativo
complesso con precisione e coerenza. Il caso della linea
Filo dimostra, così, come il packaging possa diventare
un asset centrale, capace di condensare valori, autenticità
e posizionamento. Una sfida complessa, che richiede
partner in grado di accogliere la marca e amplificarne
il racconto. Infine, l’intervento di Mario Di Paolo di
Spazio DiPaolo introduce una prospettiva più radicale,
che riporta il packaging alla sua essenza più autentica:
la bellezza. L’etichetta non rappresenta la marca, ma la
rivela. Attraverso l’uso di materiali innovativi, pigmenti
naturali e strutture tridimensionali, il design supera
la bidimensionalità e si trasforma in esperienza sensoriale.
È un approccio che ridefinisce i codici del settore,
portando il packaging in una dimensione che unisce
arte, tecnica e materia. Il packaging, in questa prospettiva,
è un atto creativo collettivo. Un lavoro corale che
parte dall’ascolto e si traduce in materia, carta, texture.
È qui che l’artigianalità incontra l’innovazione, e dove
la sperimentazione diventa necessaria. Andare oltre la
comfort zone, mescolare tecniche di stampa e materiali,
cercare nuove forme espressive: è in questo spazio
che nasce l’originalità. E nel vino, più che altrove, il
packaging mantiene un legame fisico e sensoriale con
il prodotto: non potrà mai votarsi completamente al digitale.
Dopo il consumo, infatti, la bottiglia può anche
trasformarsi in qualcosa d’altro, talvolta elemento di
arredo, altre di collezionismo: se la sostenibilità, infatti,
è necessaria, è la bellezza – quella vera – a cambiare
davvero le regole del gioco.
PRIMO PIANO
L’etichetta come sintesi tra mercato, tecnologia
e identità
L’Innovation Day Milano ha restituito così un’immagine
chiara del presente e del futuro del vino: un settore
in cui la capacità di raccontarsi diventa decisiva.
L’etichetta è oggi il punto di convergenza tra tutte le dimensioni
del prodotto. È estetica, ma anche tecnologia.
È racconto, ma anche informazione. È emozione, ma
anche sostenibilità, sempre più centrale alla luce delle
nuove normative europee che richiedono trasparenza,
tracciabilità e chiarezza comunicativa. In questo scenario,
All4Labels si posiziona non solo come produttore,
ma come partner strategico. Un interlocutore capace di
leggere i cambiamenti del mercato, anticipare le esigenze
dei brand e tradurle in soluzioni concrete, personalizzate
e misurabili. Perché oggi, nel vino, la differenza
non è solo nel calice. È in ciò che accade prima. E tutto
comincia da un’etichetta.
6
DATA
Il mercato dei fine wine cambia passo. E nel nuovo
equilibrio emerge un protagonista che sorprende
per capacità d’intercettare la rinnovata
domanda: il vino italiano. “In iDealwine abbiamo
chiuso il 2025 con un fatturato complessivo
di 58 milioni di euro”, esordisce Angélique de Lencquesaing,
co-fondatrice di iDealwine. “Per quanto riguarda
le tendenze del mercato delle aste, nel 2025 abbiamo
osservato un calo del 9% del prezzo medio per
bottiglia, ma un aumento del 19% dei volumi venduti.
Questo suggerisce che gli acquirenti abbiano prestato
grande attenzione ai prezzi: meno battaglie sui rilanci,
meno determinazione ad assicurarsi una bottiglia
a qualsiasi costo”. Meno euforia, più razionalità nello
scenario odierno: un contesto dove il vino italiano firma
una delle performance più interessanti del mercato
secondario globale.
Se il mercato, infatti, nel suo complesso rallenta sul
fronte dei prezzi, l’Italia accelera. Nel 2025, le aste
iDealwine hanno registrato oltre 10.000 bottiglie tricolori
aggiudicate, in crescita rispetto al 2024. Il valore
complessivo ha sfiorato il milione di euro, con un
incremento del 37%. Un dato ancora più significativo
se letto insieme alla dinamica dei prezzi: mentre la media
globale è calata di circa l’8%, quella dei vini italiani
cresce del 2%, attestandosi a 96 euro. “I vini italiani
rappresentano il 50% di tutti i vini non francesi venduti
all’asta sul nostro portale, anche se questa categoria
DI LUCA FIGINI
rappresenta solo il 6,5% dei volumi totali”, spiega Angélique
de Lencquesaing. La domanda per le etichette
dal Bel Paese ha subito nel 2025 un vero e proprio
rimbalzo rispetto agli anni precedenti, crescendo di
un terzo. L’interesse è evidente: “Questa performance
dimostra chiaramente il forte appeal dei vini italiani
tra i collezionisti”. Nel ranking delle aste iDealwine,
l’Italia si conferma il primo vigneto straniero e il sesto
per domanda. Le etichette tricolori rappresentano
il 51% dei volumi e il 54% del valore di tutti i vini non
francesi battuti all’asta. Un risultato che consolida il
ruolo del Bel Paese come alternativa sempre più ricercata
nell’universo dei fine wine. Questa performance
s’inserisce in un mercato in evoluzione, dove gli appassionati
stanno iniziando a guardare a nuovi produttori
e territori fuori Francia. “Negli ultimi anni, gli appassionati
hanno ampliato i propri orizzonti oltre le regioni
tradizionali dei fine wine”, evidenzia Angélique de
Lencquesaing. “Molti si divertono a scoprire produttori
prima che raggiungano notorietà e prezzi elevati.
Questo ha portato alcune regioni meno note a registrare
crescite molto significative nei volumi scambiati”.
Rossi dominanti, Piemonte e Toscana al centro,
il valore del tempo
Il messaggio del mercato delle aste è netto: i vini rossi
italiani dominano in modo quasi assoluto, rappresentando
il 95% dei volumi e il 97% del valore totale.
Il vino italiano
conquista le aste
Il cambio di passo nel 2025 su iDealwine:
+33% nei volumi e +37% a valore
Il loro prezzo medio, pari a 98 euro, supera la media
complessiva del vigneto italiano. Geograficamente, la
mappa è altrettanto chiara, con il baricentro che resta
saldo: il Piemonte concentra il 60% delle bottiglie aggiudicate,
seguito dalla Toscana con il 21%. Parliamo
di territori che continuano a incarnare le due anime
del fine wine tricolori: da un lato la finezza e la longevità
del Nebbiolo, che richiama quella del Pinot Nero
borgognone, dall’altro la struttura e il respiro internazionale
dei grandi rossi toscani, che evocano i modelli
bordolesi. Accanto a questi due poli, si fanno strada
anche Veneto, Sicilia e Abruzzo, che pur con quote
più contenute dimostrano una crescente attenzione
da parte degli acquirenti.
Se c’è, però, un elemento che definisce il comportamento
dei collezionisti rispetto alle etichette italiane
è la ricerca di vini già pronti, con una storia alle spalle.
Nel 2025, il 41% delle bottiglie tricolori aggiudicate
ha più di 20 anni, mentre un ulteriore 24% si colloca
nella fascia tra il 2006 e il 2015. È un dato di grande
rilevanza, perché conferma la crescente fiducia nella
capacità dei vini italiani di attraversare il tempo e
ne certifica l’ingresso a pieno titolo nel circuito del
collezionismo internazionale. Il successo dell’Italia
nelle aste iDealwine si fonda poi sull’equilibrio sottile
tra tradizione e scoperta, tra nomi storici, in particolare
piemontesi, e produttori capaci d’interpretare i
territori con una visione personale. Così, la Toscana
mantiene una posizione di rilievo, incarnando l’aristocrazia
del vino tricolore: se Tenuta San Guido e
Ornellaia restano punti di riferimento, con dinamiche
di mercato influenzate da cuvée iconiche come
Sassicaia e Masseto, la famiglia Antinori si conferma
tra i protagonisti anche nel 2025 con Tignanello e Solaia.
Accanto ai grandi nomi, emergono outsider come
Quintarelli in Veneto e Frank Cornelissen sull’Etna,
a testimonianza di un mercato sempre più aperto. La
classifica delle tenute più rappresentate nelle aste iDealwine
riflette la dinamica, con i primi 20 produttori
che concentrano il 55% del valore totale, pur lasciando
spazio anche a realtà più piccole. Il Piemonte domina
la scena, con 14 cantine in classifica, e al vertice si afferma
Comm. Giovan Battista Burlotto, che sopravanza
le icone toscane. Un primato che riflette un ritorno
a vini capaci di esprimersi pienamente solo dopo anni.
Non a caso, le bottiglie più richieste tra i vini italiani
spaziano dagli anni ‘80 fino a millesimi storici come
1973, 1971, 1961 e persino 1951. In questo contesto,
il mercato premia figure come Giacomo Conterno,
Bartolo Mascarello, Gianfranco Soldera, Angelo Gaja
e Roberto Voerzio. Tra le bottiglie più iconiche spicca
Sassicaia 1985, considerato uno dei migliori millesimi
di sempre, aggiudicato a 2.629 euro. La stessa annata
compare anche in altri grandi vini, come il Barolo Riserva
Monfortino di Giacomo Conterno e Le Pergole
Torte di Montevertine. Il confronto tra Piemonte
e Toscana continua anche in questo segmento, con
una leggera prevalenza piemontese nel numero di etichette
presenti, ma con i toscani a conquistare la vetta
della classifica. Il 2025 su iDealwine racconta, però,
anche del ritorno di Emidio Pepe nella Top 20, dopo
quattro anni di assenza ma oggi nuovamente al centro
dell’attenzione dei collezionisti con millesimi dal
1973 al 1982 capaci di raggiungere quotazioni fino a
300 euro a bottiglia. Un segnale chiaro di come il mercato
stia riscoprendo interpretazioni fuori dai circuiti
più battuti. È lo stesso movimento che apre la strada
ai nuovi territori del desiderio: dal Veneto di Quintarelli,
con il suo Amarone Classico Superiore 1993
battuto a 601 euro, alla Sicilia di Frank Cornelissen,
dove Magma ha raggiunto nel 2025 i 401 euro. È qui
che il vino italiano gioca una partita nuova: non solo
attraverso le sue denominazioni più iconiche, ma anche
grazie a una costellazione di produttori capaci di
raccontare storie diverse, spesso più intime, ma sempre
più rilevanti.
Photo: iDealwine
8
PROTAGONISTI
Marchesi di Barolo:
una storia sempre viva
Dal monumento a Giulia Falletti Colbert al nuovo bianco
della sesta generazione della famiglia Abbona
DI MATTEO BORRÈ
Certe storie non si limitano a resistere al tempo: tornano a farsi presenti, ritrovano
forma e si lasciano ammirare di nuovo. Accade a Torino con l’inaugurazione
del monumento dedicato a Giulia Falletti Colbert, il primo riservato a una
donna della storia torinese, realizzato da Gabriele Garbolino Rù con la curatela
artistica di Enrico Zanellati e collocato sulla facciata di Palazzo Barolo, all’angolo
tra via Corte d’Appello e via delle Orfane. Ed è da qui, da questa figura che unisce impegno
sociale, cultura e vino, che si riapre una delle narrazioni più affascinanti e decisive del Piemonte
enologico. La scultura, voluta dall’Opera Barolo e sostenuta anche dalla famiglia Abbona,
attuale proprietaria di Marchesi di Barolo, restituisce infatti centralità a
una donna instancabile nel servizio alle detenute e nella costruzione di opere
sociali ed educative, insieme al marito Carlo Tancredi Falletti. Ma il nome
di Giulia di Barolo appartiene anche alla genealogia del vino: è infatti
nelle antiche cantine dei Marchesi che, per sua intuizione, nacque “il
Re dei vini, il vino dei Re”. Lo storico marchio vive ancora oggi dentro
questa continuità, perpetuando l’eredità della geniale nobildonna nei
cru storici Cannubi, Sarmassa e Coste di Rose, ma anche in quel Barolo
Docg del Comune di Barolo omaggio alla ricchezza di questo piccolo
grande paese. Dal 1929, proprietaria delle Antiche Cantine dei Marchesi
di Barolo, il prezioso patrimonio enologico che Giulia Falletti Colbert ha
lasciato dietro di sé, è la famiglia Abbona, con Ernesto e Anna affiancati dai figli
Valentina e Davide, arrivata alla sesta generazione di produttori. L’azienda coltiva oggi
vigneti nelle Langhe, nel Roero e nel Monferrato Nicese, vinificando e affinando i vini proprio
in quelle stesse cantine dove il Barolo ha assunto la sua forma moderna. Il cuore del progetto
resta il legame con il territorio e con il paese nel centro di una delle aree a più alta vocazione vitivinicola
al mondo, riconosciuta Patrimonio dell’Umanità Unesco nel 2014 insieme a Roero
e Monferrato. Qui, Marchesi di Barolo custodisce una collezione di bottiglie conservate dagli
anni ‘30 a oggi, testimonianza concreta di un’idea di longevità e memoria. È la filosofia aziendale,
d’altronde, a indicare con chiarezza la direzione: coniugare “tradizione ed evoluzione”,
unendo le antiche tecniche di vinificazione alla capacità di presentare il Barolo in chiave contemporanea.
È una formula che sintetizza perfettamente l’identità della storica casa: custodire
l’eredità ricevuta senza trasformarla in immobilità. Proprio in questo solco s’innesta un nuovo
capitolo, in bianco, di Marchesi di Barolo. Si tratta del debutto del Langhe Sauvignon La Volta
2024, novità che aggiorna il legame di Marchesi di Barolo con il suo territorio d’origine. Il vino
nasce dai vigneti ai piedi del Castello della Volta, antica residenza estiva dei Marchesi, e rappresenta
una produzione di nicchia, in tiratura di 1.500 bottiglie, capace di raccontare l’esclusività
della maison piemontese. Il punto chiave è, però, da ricercare in un altro dettaglio: si
tratta della prima vinificazione di un vino bianco in legno da parte di Marchesi
di Barolo. Il progetto è orientato a valorizzare l’identità aziendale nel suo
attuale percorso di sviluppo, cogliendo le nuove opportunità offerte dal
cambiamento climatico. La prima annata 2024 è stata segnata da precipitazioni
frequenti e da una maturazione graduale e uniforme delle uve. Il
Sauvignon ha così mantenuto ottima freschezza e sviluppato al meglio
la componente aromatica e fenolica. La vinificazione prevede raccolta
manuale, delicata pigiatura e ottenimento di solo mosto fiore, poi fermentato
in barrique e tonneaux; l’affinamento è svolto nelle medesime
botti con frequenti batonnage per almeno sei mesi. La maturazione si completa
con quattro mesi in bottiglia. Il risultato è un bianco caratterizzato da
note di fiori bianchi, bosso, mandorla, miele e crema pasticcera, mentre al palato
è rotondo, sapido, fresco e persistente. Il Langhe Sauvignon La Volta, come detto, non
è poi soltanto una nuova etichetta: è il simbolo di un passaggio di testimone. La firma apposta
sul progetto da Valentina e Davide Abbona rappresenta un gesto insieme simbolico e concreto:
così in Marchesi di Barolo è stato deciso di affidare alla nuova generazione di portare avanti
la storia del vocato terroir di Barolo aprendola a un linguaggio nuovo, senza recidere il legame
con il luogo da cui tutto è cominciato. In fondo, il senso sta tutto qui: dal monumento a Giulia
di Barolo alla prima vinificazione di un bianco in legno, Marchesi di Barolo continua a lavorare
sulla stessa materia di sempre, quella memoria viva capace di anticipare il futuro.
10
VISIONI
DI MATTEO BORRÈ
Il Prosecco è molto più di un vino. È uno stile di
vita, un ritmo e un linguaggio che ha saputo attraversare
il tempo. Un secolo, per la precisione.
A Milano, nel salotto raffinato del Teatro Gerolamo,
lo scorso 12 marzo Valdo ha scelto di
raccontare così i suoi primi 100 anni: non con una celebrazione
statica, ma con un racconto corale che ha intrecciato
memoria degli insegnamenti del passato,
spirito italiano di oggi e la visione di
un domani che è già ora. “Cento anni
di Valdo. Quando il Prosecco diventa
cultura” è stato il titolo di un
incontro costruito come una narrazione
fluida, tra immagini e parole,
che ha restituito la dimensione
più ampia di un vero e proprio
fenomeno simbolo di convivialità
ed espressione contemporanea d’italianità.
Un processo, stratificatosi
nell’immaginario collettivo nel corso
dell’ultimo secolo, che ha coinciso con le tappe
dell’evoluzione di Valdo. Una storia, quella dell’azienda
di Valdobbiadene, inscindibile da quella della
famiglia Bolla, che in tre generazioni ha trasformato
un’intuizione in un progetto imprenditoriale globale.
Tutto inizia nel 1883, quando Abele Bolla, proprietario
della locanda “Il Gambero” a Soave, produce vino
per i suoi ospiti e lo porta nei locali di Venezia e Milano.
È un approccio già orientato al cliente, destinato
a diventare cifra distintiva. Nel 1926 nasce la Società
Anonima Vini Superiori, acquisita nel 1938 da Sergio
Bolla e trasformata nel 1951 in Valdo. Una scelta che
si rivelerà strategica, questa del cambio di nome, come
ha evidenziato il giornalista Giulio Somma in occasione
dell’incontro milanese: “Valdobbiadene è sempre
stato un nome complesso da pronunciare nei
mercati esteri. Ridurre tutto in Valdo, da
questo punto di vista, ha rappresentato
un colpo di genio”. Da allora, il percorso
dell’azienda ha seguito fedelmente
l’evoluzione del fenomeno
Prosecco: dalla diffusione nazionale
negli anni ’70 all’espansione
internazionale tra gli anni ‘80 e
‘90, fino alla costruzione del nuovo
stabilimento a Valdobbiadene,
nel cuore di un territorio riconosciuto
Patrimonio Unesco nel 2019. Oggi, a condurre
questo percorso è il presidente Pierluigi
Bolla, seconda generazione alla guida dell’azienda, che
sintetizza così l’identità del brand: “Se dovessi rappresentare
in una definizione la storia di Valdo direi: una
vita vivace, un claim di una campagna pubblicitaria degli
anni ’90, che racconta la nostra filosofia dinamica,
curiosa e sempre protesa verso l’innovazione, la qualità
e lo sviluppo della tradizione nel rispetto della nostra
Valdo: 100 anni
di Prosecco
Un secolo di storia e d’impresa, racconto
di un fenomeno simbolo culturale di convivialità
terra”. Una visione che si è sempre tradotta in un equilibrio
costante tra visione e radicamento. “Gli spumanti
Valdo sono fin da principio frutto d’innovazione, voglia
di fare qualcosa di diverso, ambizione per distinguersi
ma restando sempre all’interno del binario della tradizione,
mai contro di essa”, sottolinea Bolla. Questa attitudine
ha portato l’azienda ad anticipare spesso i cambiamenti
del settore, come spiegato sempre da Giulio
Somma durante il talk all’ombra della Madonnina: “Le
cantine Valdo hanno avuto un ruolo fondamentale perché
hanno spesso anticipato i tempi nelle loro scelte”.
Un approccio che oggi definiremmo marketing oriented,
capace di costruire uno stile riconoscibile e coerente.
Un racconto in cui è sempre emerso il ruolo culturale
del Prosecco, non solo prodotto di consumo, ma
elemento centrale di un nuovo modo di vivere il vino.
“Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo,
portando, con la freschezza di un perlage unico,
gioia e positiva leggerezza anche nei tanti momenti
di vita quotidiana”, evidenzia il presidente Bolla. Una
dimensione che trova sponda anche nella ristorazione
contemporanea: “Il Prosecco è molto richiesto nel mio
ristorante, anche dal pubblico internazionale, per il suo
carattere fresco, leggero e profumato”, il riscontro, durante
il confronto milanese, della chef stellata e interprete
di una cucina sostenibile Chiara Pavan, che ha poi
posto in evidenza lo stretto legame tra la versatilità di
questa bollicina e le nuove abitudini di consumo. Senza
dimenticare un altro elemento cardine, ovvero il valore
identitario del vino: “Lo apprezzo molto anche per il
suo forte legame con il territorio, una terra vocata con
una ricchezza di sapori unica e molto stimolante per chi
fa il mio lavoro”, ha aggiunto la chef stellata. E proprio
sulla valorizzazione del prodotto da sempre insiste il
presidente Bolla: “Sono sempre stato contro il concetto
di prosecchino. Il Prosecco deve essere valorizzato per
le sue qualità organolettiche. Quando è fatto bene può
competere con tutti gli spumanti del mondo, Champagne
escluso”. La festa dei 100 anni, per Valdo, è stata non
solo una retrospettiva sulle tappe che l’hanno condotta
a tagliare il traguardo del primo secolo di vita, ma soprattutto
l’occasione per fissare lo sguardo sull’orizzonte
di una nuova fase strategica che si è aperta proprio
in questi ultimi mesi, con l’acquisizione dell’azienda
agricola I Magredi, nelle Grave del Friuli, e lo sviluppo
di nuovi progetti tra vini fermi, metodo Charmat e
Metodo Classico. Cultura delle bollicine, come nel caso
del progetto Vigna Pradase collegato alla cosiddetta
“biblioteca del Prosecco”, vigneto archivio vivente della
biodiversità di Valdobbiadene che circonda la struttura
di Casa Valdo, e nuove tendenze, per intercettare i consumi
che mutano attraverso novità come Valdo Purø –
Alcohol Free Blanc de Blancs, interpretazione in risposta
alla crescente domanda di prodotti dealcolati. Con il
primo secolo di storia alle spalle, Valdo conferma così
la propria natura di brand capace di attraversare il tempo
in sintonia con la società. Perché, nei capitoli della
sua storia, il Prosecco non è mai stato solo un vino, ma
un modo di concepire la vita.
12
ON AIR
Il Pinot Nero
secondo Masi
Sandro Boscaini presenta il Pinot Noir Del Re,
il frutto della sua passione per il vitigno più nobile
Per Sandro Boscaini il Pinot Nero è una
ricerca che ha attraversato decenni, osservazione
dei territori e tentativi anche
non riusciti, fino a trovare oggi una
forma finalmente compiuta in Oltrepò
Pavese. Qui nella Tenuta Casa Re, a Montecalvo Versiggia,
Masi ha individuato un clone specifico, grazie
al supporto del professor Lucio Brancadoro
dell’Università di Milano, per dare vita
a un nuovo capitolo che nasce lontano
dalla Valpolicella, ma perfettamente
coerente con la visione di
Mister Amarone: inseguire l’essenza
del vino, senza compromessi.
Un progetto che affonda
le radici in una predilezione profondamente
personale e che ora
assume i tratti del Pinot Noir Del
Re 2024 Pavia Igt.
Una passione, quella del presidente di
Masi, dichiarata e coltivata nel tempo: “Il Pinot
Nero è il vino, senza se e senza ma: essenziale e mai
esibito; non ama gli eccessi”, ci spiega. Una dichiarazione
che suona quasi come un manifesto, soprattutto
se arriva da chi ha costruito la propria storia su uno dei
rossi più strutturati al mondo. Per arrivare al traguardo
che si era prefissata, Masi ha cambiato, per necessità,
coordinate. Il Pinot Nero – lo dice chiaramente
DI MATTEO BORRÈ
Boscaini – “ama i luoghi dove si sente bene”. E non
sempre quei luoghi coincidono con quelli della tradizione
aziendale. Dopo studi che hanno condotto a
sondaggi sulle alture della Valpolicella, la risposta si è
materializzata in Oltrepò Pavese. Un territorio spesso
sottovalutato, ma che rappresenta la terza area al mondo
per diffusione del più nobile dei vitigni. Qui, nella
Tenuta Casa Re acquisita nel 2023, 15 ettari
a corpo unico dedicati interamente alla
varietà su suoli calcarei e marnosi
che restituiscono finezza più che
potenza, è nato oggi il Pinot Noir
Del Re 2024. La novità in casa
Masi, per Boscaini, non è solo un
progetto agronomico. È passione,
come detto, che convive con
l’identità storica di Masi, ma anche
con una quotidianità fatta di rituali
domestici: “Come il Lambrusco
mantovano, tanto amato da mia moglie,
il Pinot Nero è la mia bottiglia della domenica”.
Oggi il percorso di Masi dedicato al Pinot Nero nel
Pavese assume tre espressioni: due spumanti Metodo
Classico Docg, Moxxé del Re Brut e Rosé, e il Pinot
Noir Del Re, sintesi della ricerca stilistica di Boscaini
che racconta una misura in bottiglia e un desiderio di
autenticità nel calice. È proprio questa tensione a guidare
il Pinot Noir Del Re 2024, che si presenta come
un rosso elegante, costruito sulla sottrazione più che
sull’accumulo. L’affinamento di sei mesi in rovere accompagna,
senza sovrastare, un profilo fatto di finezza,
tannini sottili e una trama aromatica che gioca su
sfumature floreali e fruttate. Il risultato è un vino che
si muove su un equilibrio contemporaneo: complesso
ma accessibile, capace d’intercettare una domanda
sempre più orientata verso leggerezza, bevibilità e precisione
stilistica. Un vino che s’inserisce in un fil rouge
pienamente attuale, condiviso anche da alcune interpretazioni
più recenti della Valpolicella: meno struttura
forzata, più freschezza e autenticità.
“Un vino naturale così com’è, che
dimostra la sua uva e il suo territorio”.
Se i Valpolicella giocano su una
maggiore acidità e immediatezza, i
Pinot Nero si muovono su un registro
diverso: eleganza, finezza del
frutto e assenza di eccessi. Non può
essere “ingrossato”, precisa Boscaini,
né forzato. Deve semplicemente
essere sé stesso. La scelta dell’Oltrepò
Pavese, poi, non è solo agronomica,
ma strategica, offrendo
condizioni pedoclimatiche ideali
e, al tempo stesso, un potenziale
ancora inespresso sul piano internazionale.
“Pinot Noir del
Re s’inserisce nella strategia
di Masi volta a valorizzare i
territori”, afferma Boscaini.
“Siamo pronti, con il
dovuto rispetto, a contribuire
al nuovo respiro
internazionale dell’Oltrepò
Pavese mettendo a
servizio del Pinot Nero
il nostro patrimonio storico,
il know-how tecnico
e la vocazione all’export”.
Sul piano del mercato,
dunque, la visione è chiara.
L’Oltrepò Pavese ha
spazio per affermarsi, soprattutto
se riesce a raccontarsi
in modo più efficace.
In questo senso, la
scelta di utilizzare “Pinot
Noir” nel nome del vino e
il riferimento al “Pavese”
non è casuale, ma parte di
una riflessione più ampia
su identità, comunicazione e posizionamento
internazionale. Per Boscaini, il punto non è
però tanto una questione di denominazione, ma riportare
il Pinot Nero alla sua essenza, senza sovrastrutture.
È questa la chiave di lettura di un progetto che guarda
al futuro senza inseguire mode, ma intercettando
un cambiamento reale nel gusto.
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Dietro il primo colpo d’occhio si cela già il messaggio: quel che racconta
l’etichetta oltre l’iniziale impatto è molto di più. Un vero universo: territori,
stile nel calice e il lavoro di una famiglia di produttori oggi giunta alla
quarta generazione. Farina Wines ha scelto di ripensare la propria Linea
Classici e lo ha fatto intervenendo su ciò che oggi, nel vino, è sempre più
decisivo: il linguaggio. Il restyling nasce per modernizzare le etichette, riposizionare la gamma
e rafforzarne l’autorevolezza, mantenendo una piena coerenza con il resto della produzione.
Un’operazione che non riguarda solo l’estetica, ma il modo in cui il territorio viene
narrato e percepito. La rinnovata Linea Classici diventa così
una sintesi contemporanea dei luoghi d’origine: Valpolicella
Classica, Lago di Garda, fino alle colline di Soave. Ogni vino,
tra Valpolicella Classico e Superiore, Ripasso, Bardolino e
Chiaretto, Custoza e Lugana, passando per Soave e Pinot
Grigio delle Venezie, è capace di restituire un’identità precisa,
costruita sull’incontro tra la filosofia produttiva della
cantina veronese e le peculiarità del territorio, innestandosi
nel solco del claim aziendale “Wine Tradition Evolves” e
indicando con chiarezza la direzione verso cui oggi muove
Farina Wines: tradizione come base, evoluzione come metodo.
Un cambiamento che passa anche dalla materia. La bottiglia abbandona la bordolese
da 420 grammi per una borgognotta alleggerita a 400 grammi, scelta che risponde insieme
a esigenze di sostenibilità e di posizionamento sullo scaffale. Il packaging viene completato
da una capsula in polilaminato riciclabile e da etichette realizzate con carta White Cotton
Plus, 100% cotone, pensata per offrire un’esperienza tattile e visiva più raffinata. Anche lo
stile dei vini segue questa traiettoria: maggiore freschezza e bevibilità, senza rinunciare
alla struttura e alla rotondità che definiscono la firma Farina Wines. Il target è dichiarato:
un consumatore più giovane, dinamico, attento alla qualità e all’identità del prodotto. La
distribuzione resta focalizzata su canale Horeca ed enoteche, in Italia e all’estero, con una
produzione annuale della linea di circa 500mila bottiglie. Per comprendere il senso di questo
passaggio, bisogna guardare alla realtà di Farina Wines oggi. Cantina storica della Valpolicella
Classica, con oltre un secolo di attività alle spalle, è guidata dalla quarta generazione
rappresentata da Claudio ed Elena Farina, impegnati da oltre 20 anni in un percorso
che tiene insieme radici e contemporaneità. L’azienda nasce all’inizio del ‘900 e affonda le
sue origini in una cultura contadina che ha progressivamente trasformato la terra da policoltura
a viticoltura specializzata. Oggi conta 70 ettari vitati, una rete di conferitori storici
e una produzione di circa 1,35 milioni di bottiglie, con una forte vocazione internazionale
che vede il 60% delle vendite all’estero. Negli ultimi anni, la
crescita ha riguardato innanzitutto la cantina, considerata tra
le più all’avanguardia in Valpolicella per tecnologie e sostenibilità,
e l’accoglienza, con un progetto di wine experience
che, nel 2025, ha portato nella storica coorte cinquecentesca
e nel Salone delle Botti oltre 10.600 visitatori, molti dei quali
internazionali. “Dal nostro ingresso, abbiamo impostato la
nostra strategia vitivinicola su sostenibilità e innovazione.
Un percorso oggi concreto e misurabile”, sottolinea Elena
Farina, CEO e direttore amministrativo. “Abbiamo aperto,
con un importante progetto architettonico, la nostra cantina
a visitatori e appassionati, mantenendo viva la tradizione e intatti spazi a noi cari e storicamente
significativi. Possiamo dire di aver raggiunto l’equilibrio che cercavamo”. È in questo
contesto che il restyling della Linea Classici si configura non solo come un aggiornamento
grafico o tecnico, ma un passaggio strategico che traduce in forma concreta il posizionamento
di Farina Wines oggi. “Raccontiamo la nostra identità più vera e autentica, attraverso
il nostro territorio, i nostri valori e in primis i nostri vini, con massima trasparenza”,
spiega Claudio Farina, CEO e direttore commerciale. Perché, in un mercato che cambia
linguaggi e codici, sempre più è necessario, senza perdere il legame con le proprie origini,
lavorare sulla riconoscibilità e sulla capacità di parlare a un pubblico nuovo.
DI MATTEO BORRÈ
ZOOM
Farina Wines e il nuovo
linguaggio della Linea Classici
Un restyling che va oltre l’etichetta
per parlare a un pubblico nuovo
16
INTERNI D’AUTORE
Regio Dei Cavalieri:
l’inizio di un nuovo corso
Dal rebranding alla sfida del Metodo Classico,
si apre un capitolo inedito per la cantina trevigiana
DI MATTEO BORRÈ
Con la novità assoluta Regio Metodo Classico Extra Brut, Dei Cavalieri
riattiva una memoria tecnica rimasta sospesa lungo il corso degli
ultimi decenni e la traduce in progetto contemporaneo. Non è
un ritorno, è una ripartenza. Una decisione che s’inserisce dentro
un disegno più ampio: la ridefinizione identitaria di Dei Cavalieri,
oggi sempre più orientata a un posizionamento premium, senza tradire accessibilità
e coerenza di gamma. “La nuova identità e il restyling Dei Cavalieri è stato accolto
molto favorevolmente sia in Italia sia all’estero”, racconta Francesca Benini, Sales
& Marketing Director Cantine Riunite & Civ. “Abbiamo voluto differenziare chiaramente
il ruolo di Maschio, più orientato all’off premise, rispetto a Dei Cavalieri,
che parla all’on premise. È un investimento a 360 gradi: un’immagine più preziosa,
in scia a un processo di premiumizzazione”. È su questa traiettoria che s’innesta la
novità del Metodo Classico. Non come deviazione, ma come naturale evoluzione.
“Sentivamo l’esigenza di abbracciare questo segmento”, continua Francesca Benini,
evidenziando la crescita della categoria in Italia, trainata in particolare da Trento
Doc e Franciacorta. “Il Metodo Classico contribuisce a rinforzare il segmento premium
che stiamo costruendo con Dei Cavalieri”. Ma dietro questo nuovo corso si
cela anche una storia personale, oltre che una scelta tecnica e di brand.
“Il primo lavoro che ho fatto nel 1988 in Cantine Maschio è stato preparare la liqueur
per il Metodo Classico”, ricorda Gabriele Cescon, oggi enologo e direttore
Dei Cavalieri. “Poi quel progetto è stato dismesso all’inizio degli anni ’90. Mi è
sempre rimasto un po’ il dispiacere di averlo visto sparire”. Regio Dei Cavalieri Metodo
Classico Extra Brut nasce anche da qui. Da una continuità interrotta che oggi
ritrova forma. La base è un dialogo tra territori e vitigni: Glera dai vigneti friulani
e Chardonnay dalla provincia di Treviso. “Quando si parla di Glera si pensa subito
al metodo Charmat”, spiega Cescon, “ma ho voluto provare a portarla nel Metodo
Classico, affiancandola allo Chardonnay per dare più struttura”. Un equilibrio cercato,
non forzato. “Pensiamo alla Glera come portatrice di eleganza e freschezza,
mentre lo Chardonnay dà robustezza. È da questo matrimonio che nasce la base
del vino”. La scelta stilistica è netta: niente estremi, niente sovrastrutture: “Non
volevamo un Metodo Classico con lunghi affinamenti, ma un vino giovane, fresco,
capace di mantenere il legame con le uve di partenza”. Da qui una sosta sui lieviti volutamente
contenuta, che si traduce in una lettura agile e immediata, e un dosaggio
assente, in linea con una filosofia produttiva che privilegia integrità e bevibilità. “È
un Metodo Classico che interpreta la nostra idea di freschezza”, continua Cescon.
“Tutti i nostri vini puntano su gioventù, fragranza e facilità di beva”. Una visione che
trova coerenza anche nella gestione del mosto, elemento centrale nel DNA aziendale:
una “cassaforte aromatica” conservata tutto l’anno per garantire continuità
stilistica e precisione espressiva. Il risultato è un Metodo Classico che si colloca in
una fascia accessibile del segmento premium, pensato anche per il servizio al calice.
“È un prodotto perfetto per l’offerta by the glass, proprio per la sua immediatezza”,
sottolinea Francesca Benini.
Ma Regio Dei Cavalieri non è un punto di arrivo, è solo il primo passo. “Ci sarà un’evoluzione
legata alla sosta sui lieviti”, anticipa Benini. Una direzione confermata anche
da Gabriele Cescon, che parla già di un futuro “fratello maggiore”: un progetto
legato alla denominazione Serenissima Doc, che ha rese basse, e un’impostazione
più classica, capace d’esplorare profondità e complessità. “Potremo così proporre
due versioni: una più giovane e immediata e una più matura ed elaborata”, spiega l’enologo.
“Poi vedremo come il mercato accoglierà questa novità e che sviluppo potrà
avere il progetto”. Perché è proprio qui che si gioca la partita. Regio Dei Cavalieri
non entra nel Metodo Classico per competere frontalmente con le denominazioni
consolidate, ma per interpretarlo con un codice diverso: più diretto e accessibile,
ma coerente con una filosofia produttiva che ha sempre messo al centro freschezza e
bevibilità. “Fare bollicine per noi è il nostro mondo”, conclude Cescon. “Con questo
progetto abbiamo voluto aprire un nuovo corso”. E come ogni nuovo corso, non definisce
solo un prodotto, ridefinisce un’identità.
18
Ottant’anni non sono un traguardo,
sono un punto di ripartenza. Masottina
sceglie di celebrare il proprio
anniversario con un gesto che evita
ogni nostalgia e si colloca, piuttosto,
nel territorio di una progettualità che guarda al futuro,
esplorando l’incognito.
Nasce così Heritage Collection, una nuova piattaforma
espressiva che prende forma dall’eredità tecnica e
culturale costruita dalla famiglia Dal Bianco nel corso
dei decenni e la proietta in una dimensione più ampia,
meno vincolata agli schemi tradizionali dell’universo
Prosecco. “Da 80 anni la mia famiglia cerca di fare vini
come piacciono a noi, preservando il terroir ma mettendoci
sempre qualcosa di nostro”, racconta Federico
Dal Bianco, vicepresidente di Masottina. “Con Heritage
Collection partiamo dalla nostra eredità – tecnica
e culturale – ma guardiamo oltre”. Il punto non è superare
il terroir, ma ridefinirne il ruolo. Se la proposta
Terroir resta ancorata a una lettura verticale dei luoghi
simbolo e la Collezione 96 lavora sull’assemblaggio
per condurre ad armonia e bilanciamento, Heritage
Collection si colloca su un altro piano: quello dell’idea
enologica. Un territorio più mentale che geografico,
dove la competenza accumulata negli anni diventa
materia creativa. “È un racconto del nostro modo di
essere pionieri: tecnica di precisione, rispetto dei cicli
e il coraggio di andare oltre il consueto, restando
fedeli al nostro stile”, prosegue Federico Dal Bianco.
Il primo capitolo di questa nuova fase è R.D.O. Multivintage
Brut. Un vino che nasce da un’intuizione semplice
quanto radicale: lavorare non sui vini base, ma
su vini già spumantizzati, lasciati evolvere nel tempo
per poi essere assemblati. Cinque le annate coinvolte
– 2020, 2021, 2022, 2023 e 2024 – ciascuna vinificata
separatamente e custodita in autoclave, al freddo, fino
a 60 mesi per la più evoluta. Un lavoro di stratificazione
che supera la logica del millesimo per costruire una
continuità temporale. “I Multivintage di solito nascono
da un blend di vini base. Noi non volevamo farlo”,
spiega Dal Bianco. “Volevamo capire come evolvesse
lo stesso vino nel tempo, mantenendolo separato. Ogni
sei mesi assaggiavamo e poi abbiamo costruito il blend
finale senza scorciatoie”. La scelta più significativa è
proprio questa: non uniformare, ma stratificare, amplificando.
Il risultato è un vino che mantiene al naso i
tratti riconoscibili della Glera, ma che al palato si muove
su un registro inedito per la categoria. “La bollicina
è più setosa, più raffinata. In bocca è qualcosa di
completamente fuori dagli schemi: grande struttura
e complessità stratificata”. Con un dosaggio di 9 g/l,
R.D.O. Multivintage Brut si colloca in un territorio
stilistico che dialoga apertamente con il mondo degli
spumanti più evoluti, pur restando fedele alla propria
origine. Non a caso, la scelta di uscire come VSQ –
vino spumante di qualità – rappresenta una presa di
posizione precisa: uscire dai vincoli imposti dal concetto
di denominazione per preservare libertà progettuale.
“Non volevamo declassarlo né costringerlo in
una categoria che non gli appartiene. R.D.O. è un nostro
brand, e questo vino va oltre le regole”, sottolinea
Federico Dal Bianco.
È qui che si coglie il senso più profondo di Heritage
Collection: si tratta di un cambio di prospettiva, un
modo per affermare che l’identità non è un vincolo,
ma una leva. “Ottant’anni non sono un traguardo:
sono una responsabilità”, ricorda Federico Dal Bianco
citando le parole di suo padre Adriano in occasione di
questo anniversario. L’eredità, così, non è memoria da
conservare immobile e immutata, ma energia da trasformare.
In questa logica, R.D.O. Multivintage Brut
diventa molto più di una nuova etichetta: è un manifesto.
Un ponte tra ciò che Masottina è stata – una famiglia
di spumantisti con una forte identità territoriale –
e ciò che può diventare: una realtà capace di muoversi
tra territori già noti e quelli ancora inesplorati con la
stessa naturalezza con cui assembla le proprie annate.
“Non siamo capaci di rimanere fermi”, conclude Federico
Dal Bianco. “E non possiamo permettercelo. Arrivati
a questo punto, dobbiamo continuare a evolvere”.
È forse questa la vera cifra degli 80 anni di Masottina:
non la celebrazione di un passato, ma la costruzione
consapevole di un futuro che ha il coraggio di non assomigliare
a nulla di già visto.
DI MATTEO BORRÈ
EXPERIENCE
Masottina 80: l’eredità
di R.D.O. Multivintage Brut
Nasce Heritage Collection e debutta una bollicina inedita,
sintesi tra memoria tecnica e visione
19
Le Manzane
oltre le bollicine
Il volto in bianco della linea di vini fermi della cantina trevigiana,
riscoperta della biodiversità del territorio
ZOOM
DI RICCARDO COLLETTI
C'è un’altra Le Manzane. Più silenziosa, meno nota agli amanti
delle bollicine, ma che merita di essere scoperta. A San
Pietro di Feletto, nel cuore delle colline del Conegliano Valdobbiadene
patrimonio Unesco, la famiglia Balbinot ha costruito
in oltre 40 anni una solida reputazione nell’universo
del Conegliano Valdobbiadene Docg. Un’identità riconoscibile, esportata oggi
in oltre 30 Paesi da Ernesto Balbinot e la moglie Silvana Ceschin con i figli Marco
e Anna, che trova nella bollicina trevigiana principe il proprio linguaggio
naturale. Eppure, accanto a questa vocazione, si sviluppa una linea di vini
fermi, soprattutto nella declinazione in bianco oggetto della nostra indagine
nel calice, che non rappresenta una deviazione, ma un’estensione
coerente del racconto del territorio. Una proposta meno conosciuta,
ma capace d’intercettare nuove dinamiche di consumo e ampliare
il posizionamento della cantina, soprattutto in chiave ristorazione e
mercati internazionali. Il punto di partenza resta la Glera, qui proposta
in versione ferma. Il Prosecco Doc Tranquillo mantiene il profilo
varietale riconoscibile – note fruttate, un sorso asciutto e lineare –
ma cambia completamente registro: meno immediatezza aromatica,
più bevibilità gastronomica. La vinificazione a freddo e la sosta sui
lieviti per due mesi costruiscono un vino essenziale, pensato per la
tavola, con una versatilità che lo rende competitivo su più occasioni
di consumo. Accanto alla Glera, emergono varietà che raccontano
una dimensione più identitaria delle colline in cui si è sviluppata la
storia della cantina Le Manzane. Il Verdiso, antico vitigno locale, è
una dichiarazione di stile: delicato, fine, asciutto, con una freschezza
naturale sostenuta da una buona acidità. È un vino che privilegia
precisione e leggibilità, trovando nel pairing gastronomico la sua
espressione più efficace. Il Manzoni Bianco 6.0.13 – incrocio storico
tra Riesling Renano e Pinot Bianco, altro simbolo delle colline del Conegliano
Valdobbiadene – introduce invece un registro più aromatico e strutturato. I profumi
di ginestra e la trama secca e alcolica ne fanno un bianco di maggiore profondità,
capace di dialogare con una cucina più articolata e di posizionarsi su una
fascia qualitativa superiore. La varietà trova una declinazione ancora più evoluta
in Sabbiato, dove il lavoro in tonneaux e l’affinamento sui lieviti per circa otto
mesi cambiano completamente prospettiva. Il profilo si amplia: frutta tropicale,
sfumature di vaniglia, una texture più morbida e avvolgente. È il vino che segna
il passaggio da una logica di freschezza a una di complessità, pensato per una
ristorazione più ambiziosa e per un pubblico evoluto. Chiude un quadro,
che in occasione di Vinitaly 2026 si arricchisce di new entry tutte da
scoprire, il Pinot Grigio delle Venezie Doc, interpretato in chiave pulita
e contemporanea. Profumi leggeri di glicine e frutta esotica, buona
salinità e una struttura equilibrata ne fanno un prodotto estremamente
versatile, con un forte potenziale commerciale grazie alla riconoscibilità
internazionale del vitigno. In questa gamma si legge una strategia
precisa: non abbandonare la centralità delle bollicine, ma costruire intorno
ad esse un’offerta complementare, capace di presidiare più momenti
di consumo e diversi canali distributivi. Le Manzane, in questo
senso, ha scelto di estendere gli orizzonti della sua identità, andando
alle radici della propria storia e recuperando quelle di un territorio dalla
straordinaria ma non sempre oggi pienamente valorizzata biodiversità.
Una concreta dimostrazione di come, anche in un terroir fortemente
connotato come quello del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore
Docg, esista spazio per un racconto più ampio, dove il vino fermo
diventa non alternativa, ma opportunità.
20
N
on si parla più di scommessa, ma di un percorso che
ha già trovato la direzione. A un anno dal lancio della
prima annata, l’Albana Romagna Docg di Palazzo
di Varignana fa il proprio ingresso in una nuova fase:
quella della consapevolezza. Non solo per l’identità
del vino, ma per il ruolo che questo autoctono sta
assumendo all’interno del progetto vitivinicolo della
tenuta bolognese. Un’evoluzione che passa dalla vigna
alla cantina, ma soprattutto dalla lettura più profonda
del vitigno.
“L’Albana Docg Palazzo di Varignana ci ha stupito positivamente
per la sua presenza e longevità, di come
evolve nel tempo arricchendosi e complessandosi”,
spiega Umberto Marchiori di Uva Sapiens S.r.l. tirando
un bilancio di quanto appreso a un anno dal lancio
della prima annata 2024. Una dichiarazione che
sintetizza il passaggio chiave che si sta consumando
oggi: da esordiente 12 mesi fa a vino pronto oggi a rivelare
progressivamente il proprio potenziale. Il suo
“ritmo espressivo”, come lo definisce l’enologo di Pa-
lazzo di Varignana, si gioca su un equilibrio dinamico
tra struttura e freschezza, con un profilo che al naso
attraversa registri diversi, dal più immediato al più
evoluto, mentre al palato si mantiene “succulento e
preciso”.
Se il debutto aveva raccontato un’Albana solare e
spontanea, ora il lavoro si concentra sulla messa a
punto dello stile. Si pratica sempre un’enologia leggera
al servizio della vocazionalità sui pendii di Castel
San Pietro Terme, dove si trova la cantina, a evidenza
di come il vero campo d’intervento sia la vigna. Qui
emerge, infatti, il carattere più autentico del vitigno,
“rustico e atavico”, che richiede un lavoro progressivo
d’integrazione tra freschezza e struttura. Un processo
che si affina col tempo, anche grazie alla maturazione
dei vigneti, oggi più capaci di esprimere equilibrio.
In questo senso, l’annata 2025 segna un passaggio
interessante. Un’estate caratterizzata da una fase finale
più fresca in prossimità della vendemmia ha portato
a uve dai profili più freschi, bianchi, minerali e
tesi, offrendo una lettura diversa dell’Albana di Varignana,
più verticale e definita. Ma è sul fronte del
mercato che il progetto mostra una delle evoluzioni
più rilevanti. L’accoglienza è stata immediata, quasi
sorprendente, anche dalla critica del settore sempre
molto attenta ai vitigni autoctoni. “Fin dalle prime
vinificazioni ci si accorgeva che l’Albana aveva una
marcia in più”, racconta Marchiori, pur ricordando
come i vigneti giovani non garantissero inizialmente
un equilibrio costante. La scelta di uscire con l’annata
2024 è stata quindi il risultato di una progressiva messa
a fuoco, pensata per un consumatore che ricerca l’espressività
autentica di un autoctono di razza secondo
uno stile contemporaneo preciso, vero e di grande
piacevolezza. È qui che l’Albana rivela la sua natura
strategica: un vitigno identitario, ma allo stesso tempo
accessibile. È un vino che difficilmente non piace,
capace di parlare sia agli appassionati di autoctoni sia
a un pubblico più ampio, anche nella ristorazione. Un
posizionamento che apre a sviluppi ulteriori. Perché
l’Albana, oltre a essere protagonista nella versione ferma,
dimostra una versatilità ancora poco esplorata. “È
un vitigno molto eclettico e di grande capacità espressiva”,
conclude Marchiori, citando le sperimentazioni
in corso anche sul Villa Amagioia Metodo Classico
Blanc de Blancs di Palazzo di Varignana, dove l’Albana
entra con percentuali significative accanto allo
Chardonnay. È forse questa la chiave più interessante
del progetto: non limitarsi a interpretare un autoctono,
ma costruirgli attorno un linguaggio contemporaneo.
Palazzo di Varignana, in questo senso, non lavora
sull’Albana come esercizio di stile territoriale, ma
come leva evolutiva. Dopo il primo anno, il risultato è
chiaro: l’Albana non è più solo un ritorno alle origini
per la cantina bolognese, ma materia viva che cresce
insieme al progetto.
DI ROBERTA RANCATI
FOCUS ON
Albana: il tempo
della consapevolezza
A un anno dal debutto, il progetto di Palazzo di Varignana
evolve tra precisione stilistica e nuovi orizzonti
21
Il Lambrusco
oltre la tavola
Medici Ermete porta il simbolo della convivialità emiliana
nelle cocktail list
NUOVI CODICI
DI CARLO CARNEVALE
Non più soltanto vino della tavola, abbinamento
identitario o simbolo della convivialità
emiliana. Per Medici Ermete, oggi il Lambrusco
può diventare anche un ingrediente
credibile per la mixology contemporanea. È
una provocazione, certo, ma anche una lettura piuttosto
lucida del momento che sta attraversando il fuori casa: il
vino cerca nuovi linguaggi, mentre il bancone guarda con
interesse crescente a ingredienti capaci di portare freschezza,
riconoscibilità e una gradazione più gestibile in carta.
La spinta verso consumi più moderati e drink più leggeri,
del resto, è ormai una delle traiettorie più osservate nel
beverage internazionale. In questo scenario s’inserisce la
visione della storica cantina reggiana, realtà di riferimento
a Reggio Emilia da oltre 130 anni e oggi guidata dalla
quinta generazione della famiglia Medici. L’idea è semplice
solo in apparenza: spostare il racconto del Lambrusco
oltre il perimetro della tavola e usarne le bollicine rosse
come leva tecnica e stilistica per rileggere grandi classici
e ispirare nuove creazioni. Una mossa coerente con il posizionamento
di un’azienda che da tempo lavora su innovazione,
linguaggio contemporaneo e apertura ai mercati
internazionali. Medici Ermete presenta così una selezione
di cocktail d’autore costruiti attorno al Lambrusco, con
l’obiettivo di dimostrarne versatilità, tenuta aromatica e
capacità di dialogare con la miscelazione internazionale.
C’è ben più di un semplice esercizio di stile da esperire su
un vino di territorio: si tratta invece di dimostrare come
aromaticità fruttata, acidità e spinta effervescente possano
entrare con autorevolezza nel lessico del bar contemporaneo,
più che mai aperto a nuove pratiche. A spiegare la
genesi del progetto è Alessandro Medici, Sales & Marketing
Director e quinta generazione della famiglia: “La nostra
sfida nel mondo dei cocktail è iniziata oltre un lustro
fa, mossa dalla volontà di avvicinare le nuove generazioni
a un prodotto storico in modo contemporaneo. Insieme
a bartender di fama internazionale, abbiamo intrapreso
uno studio tecnico scoprendo potenzialità straordinarie:
l’aromaticità fruttata e l’acidità vibrante del nostro Lambrusco
non solo accompagnano, ma esaltano la struttura
dei cocktail iconici, donando una freschezza inedita”. Poi
evidenzia: “Oggi, il drink a base Lambrusco è una realtà in
costante crescita in mercati chiave come il Nord America,
dagli Stati Uniti al Canada. Siamo convinti che il Lambrusco
e la mixology condividano la stessa anima Pop:
un linguaggio accessibile, divertente e di qualità, capace
d’intercettare esattamente ciò che i giovani appassionati
ricercano oggi”. L’interesse da parte dei locali non manca,
come dimostrano le collaborazioni già attive con realtà di
primo piano, quali Rita Cocktails a Milano, Volare a Bologna,
Maré a Cesenatico, Jigger – spiriti e cucina a Reggio
Emilia e Caffè Dante NYC a New York. Le basi di partenza
sono peraltro già solide, considerando come i wine
cocktail a base vino sia in realtà un pilastro della miscelazione
statunitense sin dagli albori, ulteriore dimostrazione
della lungimiranza di Medici Ermete nel riprendere le fila
del discorso. Qui si gioca forse la chiave di questo progetto:
trasformare un vino che porta con sé una forte identità
territoriale in uno strumento di attivazione contemporanea,
capace di entrare non solo nelle wine list, ma anche
nelle cocktail list, dialogando con bartender, locali premium
e consumatori più giovani. Il Lambrusco, insomma,
non smette di essere un classico: prova semplicemente a
prendersi un nuovo spazio dietro il bancone.
22
Nel cuore dell’anfiteatro morenico del basso Garda, tra suoli argilloso-calcarei
di origine glaciale e un microclima mitigato dal
lago, Famiglia Olivini ha costruito negli anni un’identità precisa,
riconoscibile, fondata su un principio chiave: interpretare la Turbiana
come linguaggio, non come semplice varietà. Non è solo
Lugana, è un metodo. Un progetto familiare, oggi guidato da Giorgio, Giordana
e Giovanni Olivini, che ha trasformato la tradizione in un sistema produttivo
evoluto, dove agronomia, selezione massale e precisione enologica
convergono verso uno stile coerente. La filosofia dell’Agricoltura Ragionata
sintetizza questo approccio: interventi mirati, non invasivi, pensati
per preservare equilibrio biologico e identità del suolo, accompagnando
la vite senza forzarla. È su questa base che s’innesta una delle novità
più rilevanti: l’ingresso di Famiglia Olivini nel catalogo di Pellegrini
S.p.A., realtà storica della distribuzione italiana orientata esclusivamente
al canale Horeca.
Un passaggio che non è solo commerciale, ma strategico. “Completiamo
l’offerta con vini che raccontano in maniera autentica il territorio
del Lugana e le potenzialità della Turbiana”, sottolinea Pietro
Pellegrini, presidente di Pellegrini S.p.A., evidenziando la volontà
di rafforzare il presidio nel segmento dei grandi bianchi italiani. Per
Olivini, significa entrare in una rete distributiva capillare e qualificata,
capace di garantire posizionamento, accessibilità e presenza nei
contesti più coerenti con il proprio stile. Per il Lugana, è un’ulteriore
occasione di consolidamento come denominazione di riferimento
nel panorama nazionale. Il cuore del progetto resta però la gamma
vini, costruita attorno a una lettura precisa della Turbiana. I Lugana
fermi esprimono verticalità, tensione acida e una componente mine-
rale che diventa cifra stilistica, mentre il lavoro sul Metodo Classico esplora
il potenziale spumantistico del vitigno, valorizzandone l’acidità naturale e
la capacità evolutiva. All’interno di questa costruzione, Lugana “Elemento”
rappresenta la sintesi più immediata e leggibile del progetto.
È un vino che lavora sulla definizione: giallo paglierino con riflessi verdognoli,
profumi floreali e agrumati, una mineralità evidente che si traduce in
freschezza e sapidità al palato. La vinificazione – pressatura soffice, criomacerazione
parziale, fermentazione controllata e affinamento in acciaio
– è orientata a preservare purezza e precisione, evitando sovrastrutture.
Elemento non cerca complessità forzata, costruisce equilibrio. È il
punto d’ingresso ideale per comprendere lo stile Olivini: vini leggibili,
ma non semplici; tecnici, ma mai rigidi; capaci di dialogare con la
ristorazione grazie a una versatilità gastronomica che li rende adatti
sia all’aperitivo sia a piatti più strutturati. Accanto ad Elemento,
etichette come Demesse Vecchie e i Metodo Classico ampliano il
raggio espressivo, mentre il Merlot Notte a San Martino introduce
una deviazione interessante in un territorio dominato dai bianchi,
confermando la capacità aziendale di uscire dagli schemi senza perdere
coerenza. Nel complesso, la gamma si configura come un sistema
integrato, dove ogni vino occupa una posizione precisa, contribuendo
a definire un’identità stilistica chiara: freschezza, sapidità e
precisione aromatica. L’ingresso in Pellegrini S.p.A. rafforza questa
costruzione, portandola dentro un contesto distributivo che privilegia
qualità, autenticità e riconoscibilità. In un mercato che chiede
vini sempre più leggibili ma identitari, Famiglia Olivini si posiziona
come una delle interpretazioni più coerenti del Lugana contemporaneo.
Non un esercizio di stile, ma una misura.
DI ROBERTA RANCATI
HORECA
Famiglia Olivini:
precisione Lugana
L’ingresso in Pellegrini S.p.A. rafforza una delle più coerenti
interpretazioni della Turbiana
23
La mossa Audace di
Serena Wines 1881
La nuova grammatica del Metodo Classico
di un leader dell’universo Prosecco
S
DI MATTEO BORRÈ
erena Wines 1881 sceglie d’incamminarsi lungo la
strada del Metodo Classico e lo fa senza rinnegare il
proprio DNA. Non è, infatti, un cambio di rotta, ma
una dichiarazione d’intenti quella dell’azienda di Conegliano.
Con il debutto di Audace a Vinitaly 2026, ad
aprirsi ufficialmente è una nuova fase, in cui alla solidità
del Prosecco – ancora cuore identitario e driver di
crescita – si affianca una visione più ampia, orientata al
valore e al posizionamento premium.
Il punto non è abbandonare un modello vincente, ma
costruire un dialogo tra mondi diversi. Se, infatti,
il Prosecco resta il baricentro, ora non è più l’unico
linguaggio possibile. “Il Prosecco resta il nostro core
business, ma sentivamo l’esigenza di ampliare l’offerta
con un prodotto italiano capace di dialogare con
il mondo del Metodo Classico”, spiega Luca Serena.
“Audace nasce proprio da questa visione: creare un
punto d’incontro tra due universi, mantenendo forte
la nostra identità”. Il punto non è infatti uscire dal
Prosecco: è andare oltre. E qui prende forma una novità
che non è un esercizio stilistico: il nome
stesso richiama una linea già tracciata dall’azienda
– quella delle scelte non convenzionali
– e s’inserisce in una strategia che mira a
costruire un Metodo Classico italiano capace
di parlare sia al mercato tricolore sia a
quello internazionale.
Audace nasce proprio da questa tensione:
costruire un ponte tra il Metodo Charmat
italiano e il Metodo Classico francese,
sintetizzando un percorso già avviato
dall’azienda con l’ingresso in portfolio
dello Champagne De Vilmont nel 2007.
Il nuovo Metodo Classico di Serena Wines
1881 prende forma sui Monti Lessini,
tra Soave e Montebello, un’area
che negli ultimi anni si sta imponendo
come uno dei territori più interessanti
per le bollicine di qualità. Qui il Pinot
Nero trova una lettura precisa in versione
Blanc de Noirs Extra Brut, con un
affinamento di 18 mesi tra sosta sui lieviti
e riposo post sboccatura, a definire
un profilo costruito su tensione, pulizia
e verticalità. La genesi del progetto racconta
anche una convergenza di competenze.
Audace, infatti, prende vita dalla
collaborazione con Più Blu, realtà attiva
nella creatività e distribuzione beverage, guidata da
Paolo Bernabei: un incontro tra visione produttiva e
presidio del canale Horeca che definisce fin da subito
il posizionamento dell’etichetta. Perché Audace è
pensato per stare dove il vino si misura davvero. “È un
prodotto di assoluta qualità e che ci aiuta nella nostra
strategia di posizionamento”, sottolinea Luca Serena. I
numeri sono volutamente contenuti: circa 10.000 bottiglie
nel primo anno, con una crescita programmata
fino a 50.000 nel medio termine. Ma più che il volume,
conta la direzione. “Il nostro obiettivo è arrivare
a un totale di 100.000 bottiglie tra Metodo Classico
italiano e Champagne”, precisa Serena,
indicando una strategia chiara di costruzione
di segmento.
Il mercato, intanto, risponde. Italia
come primo presidio, ma con segnali
già evidenti da Austria, Scandinavia
ed Europa dell’Est, “dove riscontriamo
sempre un grande apprezzamento
per l’italianità”.
Audace guarda all’alta ristorazione
e alle enoteche specializzate come
naturale terreno di affermazione,
pur mantenendo un’ambizione più
ampia. In questo scenario, il Metodo
Classico si fa leva strategica:
non solo per diversificare, ma per
ridefinire il perimetro del brand
Serena Wines 1881, oggi sempre
più orientato a un racconto
contemporaneo del vino, sintetizzato
nel concept “Quality
Times”. Un approccio che
intercetta un consumatore
in evoluzione: più attento,
maggiormente selettivo,
ma anche aperto a nuove
esperienze. Audace
s’innesta esattamente in
questo solco.
Nel calice, questa ambizione
si traduce in
una cifra stilistica precisa:
eleganza misurata,
struttura senza eccessi
e freschezza come asse
portante. Ma è soprattutto
nella visione che
Audace trova la sua ragione
d’essere. Perché
oggi, nel vino, non basta
essere riconoscibili, bisogna
essere leggibili. E
Serena Wines 1881, con
Audace, dimostra di voler
scrivere una nuova
pagina senza perdere la
propria cifra.
FOCUS ON
24
Il vino sta cambiando pelle. Non per scelta, ma per necessità. E mentre il settore
discute ancora se e quanto innovare, c’è chi ha già deciso di muoversi. Mack &
Schühle Italia lo fa entrando ufficialmente nel segmento No-Lo con un investimento
che segna un punto di svolta: l’inaugurazione di uno dei primi impianti di
dealcolazione made in Italy nello stabilimento di Laterza, in provincia di Taranto.
Un passaggio che non riguarda solo la tecnologia, ma un cambio di paradigma più
profondo: quello che sposta il baricentro dal prodotto al mercato.
“Libero Wine”: la tecnologia come leva strategica
Il cuore del progetto è il sistema “Libero Wine”, sviluppato da Omnia
Technologies, che combina separazione a membrana e distillazione
sottovuoto. Un processo che consente di ridurre l’alcol
preservando aromi, struttura e identità varietale, evitando quelle
distorsioni sensoriali che hanno a lungo limitato la credibilità
dei vini dealcolati.
L’impianto consente una produzione versatile — vini fermi,
frizzanti e spumanti — e apre a una gamma completa che va dai
dealcolati sotto lo 0,5% fino ai parzialmente dealcolati. La capacità
prevista è di 7,5 milioni di bottiglie annue, con l’iter per la licenza DID
già avviato.
“La qualità farà la differenza nel No-Lo”, sintetizza Fedele Angelillo, amministratore
unico di Mack & Schühle Italia. “Il vino dealcolato esiste da tempo, ma pochi
prodotti raggiungono profumi accettabili. Noi vogliamo fare la differenza puntando
sulla tecnologia italiana e sulle nostre basi vitivinicole”.
Normativa e tempismo
Il progetto s’inserisce in un momento chiave per il mercato italiano. Solo tra il 2024 e la
fine del 2025, con il decreto interministeriale Mef–Masaf del 29 dicembre, si è definita
una cornice normativa completa per la produzione di vini dealcolati. Mack & Schühle
Italia ha scelto di anticipare questo scenario, trasformando un vuoto regolatorio in un
vantaggio competitivo. Una mossa che rivela una chiara lettura del mercato: il No-Lo
non è una moda, ma un segmento strutturale destinato a crescere.
I numeri lo confermano. Il mercato globale vale oggi 2,4 miliardi di dollari e punta a 3,3
miliardi entro il 2028. Nei primi nove mesi del 2025, i vini alcohol-free registrano crescite
significative: +46% in Germania, +20% nel Regno Unito, +18% negli Stati Uniti.
Due mondi, una strategia
Per Fedele Angelillo, però, è fondamentale chiarire un punto: il No-Lo
non sostituisce il vino.
“Non è un’alternativa, è un nuovo segmento di mercato”. Due
mondi distinti, oggi, ma destinati progressivamente a dialogare.
Il punto di contatto, secondo la visione dell’azienda, sarà nei
vini parzialmente dealcolati, anche all’interno delle denominazioni.
Una prospettiva che ribalta un approccio ancora diffuso
nel settore. “Non siamo noi a decidere cosa è giusto o sbagliato.
È il consumatore. Dobbiamo ascoltarlo e adattarci”, ammonisce
Fedele Angelillo.
È qui che si gioca la vera partita: non sull’identità del vino, ma sulla capacità
di interpretare nuovi modelli di consumo.
Genevitis: il racconto dell’Italia, oltre i cliché
Se la tecnologia “Libero Wine” rappresenta il fronte più innovativo, Genevitis è il contraltare
culturale della strategia Mack & Schühle Italia. Un progetto costruito sull’italianità
e sulla valorizzazione dei vitigni autoctoni, con un primo nucleo di sei regioni
— Sardegna, Piemonte, Campania, Lazio, Abruzzo e Puglia — destinato ad ampliarsi
progressivamente. Poi, Genevitis si fonda su quattro direttrici chiare: semplicità della
DI MATTEO BORRÈ
ON AIR
Mack & Schühle Italia
accelera sul No-Lo
Tecnologia, visione e un nuovo equilibrio per il vino
nelle parole di Fedele Angelillo
25
comunicazione, sostenibilità sociale, rapporto qualità-prezzo e trasparenza. “Sono questi
i pilastri su cui stiamo costruendo il progetto. Il consumatore oggi vuole chiarezza e
coerenza”, spiega Fedele Angelillo.
L’obiettivo è chiaro: portare sui mercati di tutto il mondo un assortimento che esca dai
binari più battuti. “L’obiettivo finale è offrire al consumatore internazionale un panorama
più ampio e autentico dei vini italiani, dalla A alla Z, andando oltre i riferimenti più
consolidati come Prosecco e Pinot Grigio”, sottolinea Fedele Angelillo.
A fare la differenza è soprattutto l’approccio alla comunicazione. In questo percorso
s’inserisce il lavoro con Cristina Mercuri MW, coinvolta fin dalle prime fasi come interprete
di un nuovo linguaggio del vino: più diretto, più accessibile, capace di tradurre
complessità e territorio in contenuti immediatamente leggibili per il consumatore
contemporaneo. “Abbiamo visto in lei un cambio di paradigma: una professionista che
vuole raccontare il vino in modo più democratico. Era esattamente quello che cercavamo”,
evidenzia Angelillo. La prima Master of Wine italiana contribuisce non solo ai
blend, ma anche alla costruzione del linguaggio. Il risultato è uno storytelling diretto,
accessibile e pragmatico: etichette progettate localmente, in un lavoro che coinvolge
non solo la filiera produttiva ma anche quella creativa, con profili organolettici chiari,
QR code con video esplicativi e contenuti semplici ma informativi. Un sistema pensato
per rendere il vino più accessibile e un cambio di paradigma che l’amministratore unico
di Mack & Schühle Italia sintetizza così: democratizzare il vino senza banalizzarlo.
Il vero nodo: innovare senza paura
È un disegno, quello di Genevitis, che s’innesta nel solco tracciato da Grapur, vino
low-alcohol biologico e vegano, con packaging sostenibile e ridotto contenuto calorico.
Un progetto che ha anticipato temi oggi centrali, come circolarità e moderazione
alcolica. Genevitis, Grapur e la prossima proposta di vini dealcolati che sfruttano la
tecnologia “Libero Wine” non sono quindi iniziative isolate, ma parti di una strategia
coerente: intercettare nuovi consumi mantenendo un forte legame con identità, qualità
e territorio.
Dietro questa evoluzione c’è anche una lettura critica del settore. Il problema, secondo
Fedele Angelillo, non è la mancanza di competenze, ma la resistenza al cambiamento:
“I manager nel mondo del vino ci sono. A volte manca la volontà d’investire e di lasciare
spazio all’innovazione. Il vino viene ancora visto come qualcosa di immutabile”.
Un atteggiamento che rischia di rallentare la capacità di risposta in un mercato sempre
più competitivo, dove categorie come i ready to drink crescono rapidamente.
Oggi vino tradizionale e dealcolato restano due segmenti distinti, ma la convergenza
è già all’orizzonte. “In futuro il punto di incontro sarà nei vini parzialmente dealcolati,
anche all’interno delle denominazioni”, prevede Fedele Angelillo. La chiave, ancora
una volta, è il mercato: “Non siamo noi a decidere cosa è giusto o sbagliato. È il consumatore.
Dobbiamo ascoltarlo e adattarci”. Il messaggio è chiaro: il vino non può più
permettersi rigidità. “Oggi non possiamo avere preconcetti. Il mercato cambia e chi
è più veloce ad adattarsi sarà in grado di guidare l’innovazione”. In questo scenario,
Genevitis e la tecnologia “Libero Wine” per i vini dealcolati rappresentano due facce
della stessa strategia: valorizzare l’identità italiana, ma con strumenti e linguaggi nuovi,
capaci di parlare al consumatore contemporaneo.
ON AIR
Verso un nuovo equilibrio
Il vino, infatti, non può più permettersi d’ignorare il cambiamento. Da un lato, progetti
come Genevitis rafforzano il racconto territoriale. Dall’altro, tecnologie come “Libero
Wine” aprono a nuove categorie e nuovi pubblici. In mezzo, una linea guida precisa:
qualità, trasparenza e capacità d’adattamento. Perché, nel nuovo scenario, non vince
chi difende il passato. Vince chi riesce a tradurlo in futuro.
26
INTERNI D’AUTORE
La Puglia
secondo Tommasi
Da Manduria al Salice Salentino, Masseria Surani
riporta il Sud del vino al centro della scena
DI MATTEO BORRÈ
Non è una singola tenuta. È una geografia. Il
nuovo corso di Masseria Surani segna un
cambio di paradigma per Tommasi Family
Estates: da presenza in Puglia a vero progetto
territoriale strutturato. Un mosaico che
oggi si compone di tre anime distinte – Manduria, Lizzano
e Guagnano – e che trova una sintesi in una visione
unica, capace di rileggere il Sud con uno sguardo
contemporaneo. L’acquisizione di Tenuta
Eméra e Cantina Moros, a seguito del
passaggio di testimone con la famiglia
Quarta nel 2025, è stata una svolta
strategica. “Finalmente abbiamo
una cantina, un luogo dove fare
enoturismo, e il progetto Masseria
Surani si completa”, sottolinea Piergiorgio
Tommasi, direttore commerciale
Italia di Tommasi Family Estates.
Dal 2012, con l’ingresso a Manduria e i
55 ettari della Tenuta Espéra, la Puglia rappresentava
per la famiglia Tommasi una presenza
importante ma ancora parziale. Mancava un centro operativo,
una struttura capace di dare coerenza produttiva
e narrativa al progetto. Lizzano, con Tenuta Eméra, ha
colmato questo vuoto: una cantina moderna, ipogea e sostenibile,
che consente oggi una gestione completa, dalla
vinificazione all’imbottigliamento, fino alle micro-vinificazioni
per parcella. Masseria Surani passa così da progetto
complementare a piattaforma strategica. “Da posizione
marginale, diventa ora uno dei progetti principali su cui la
nostra famiglia sta investendo tempo e risorse”, evidenzia
Piergiorgio Tommasi. Ma il vero cambio di passo è nella
lettura del territorio. “Masseria Surani è il progetto Puglia
di Tommasi Family Estates”, evidenzia la brand manager
Alessandra Quarta, “diviso su tre tenute con identità profondamente
diverse. A Lizzano, la prossimità al
mare genera vini più sottili, immediati, pensati
per una fruizione contemporanea e
giocati su freschezza e bevibilità. A
Manduria, nei suoli rossi ricchi di
ferro, il Primitivo ritrova struttura e
profondità. A Guagnano, con Cantina
Moros, il Negroamaro si trasforma
in racconto culturale, in un
progetto che supera la dimensione
produttiva per diventare spazio di relazione
e identità che intreccia vino, arte
e comunità”. Tre terroir, altrettanti linguaggi
e un’unica regia. Non è una somma di terroir,
ma un sistema che consente segmentazione, articolazione
dell’offerta e costruzione di un racconto multilivello. In
questo quadro s’inserisce uno dei passaggi più rilevanti
del progetto: la rilettura stilistica del Primitivo. “Va liberato
da quel fardello di vino pesante, da meditazione”,
osserva Piergiorgio Tommasi. È un cambio di linguaggio
prima ancora che di stile. L’obiettivo non è snaturare il vi-
tigno, ma alleggerirne la percezione, restituendolo a una
dimensione più contemporanea: vini eleganti, leggibili,
gastronomici. Un approccio che raccoglie anche l’eredità
di Claudio Quarta, ma che viene reinterpretato con la
sensibilità tecnica e stilistica della famiglia Tommasi. Ne
deriva un posizionamento preciso. Una linea che dialoga
con il mercato contemporaneo e che si riflette anche
nell’architettura dell’offerta. Surani Eméra presidia la fascia
più accessibile, con vini dinamici e immediati, ideali
anche per il servizio al calice. Surani Espéra, nel cuore di
Manduria, si posiziona su un livello più alto, con etichette
come Heracles e Dionysos che esplorano il lato più profondo
del Primitivo. Moros, infine, con il Salice Salentino
Riserva, si colloca come vertice narrativo e qualitativo del
progetto. È una costruzione che riflette un’identità chiara:
“Abbiamo la vigna per raccontare il territorio e la tecnologia
per interpretarlo”, sintetizza Alessandra Quarta.
Una posizione rara nel contesto pugliese, che consente
di presidiare più segmenti senza perdere coerenza stilistica.
In parallelo, cresce il ruolo dell’enoturismo, elemento
centrale nella visione della famiglia Tommasi. Da Lizzano,
con un’ospitalità in linea con le tenute di Valpolicella e
Montalcino, fino a Moros, spazio ibrido e culturale ricavato
da una vecchia cantina, dove il vino diventa esperienza
immersiva tra arte, storia e comunità. “Il vino è il volano
dello sviluppo di un territorio”, sottolinea Alessandra
Quarta, evidenziando come, in un mercato che cambia,
l’esperienza diretta sia oggi uno strumento fondamentale
di racconto e valorizzazione, parte integrante del prodotto.
Per il futuro, la direzione è duplice: rafforzare il posizionamento
in Italia, soprattutto nel canale Horeca, e accelerare
la crescita internazionale, dove il brand ha ancora
ampi margini di sviluppo. “La Puglia e Masseria Surani
hanno un grande potenziale internazionale”, osserva Piergiorgio
Tommasi, evidenziando gli spazi importanti sia
nei mercati consolidati, dal Nord Europa agli Stati Uniti,
sia in quelli emergenti a Est. Il punto, però, non è solo
commerciale, è culturale. Il risultato è una Puglia diversa:
non più solo terra di concentrazione e potenza, ma di sfumature,
di letture multiple e d’identità che si compongono.
Masseria Surani non semplifica il Sud, lo articola, lo
interpreta e lo proietta nel suo domani.
In foto: Alessandra Quarta In foto: Piergiorgio Tommasi
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C’è un tempo che misura le stagioni e uno che definisce i tratti di una nuova dimensione. Nel
Bonomo Sexaginta Custoza Doc Riserva 2022 Monte del Frà, il tempo diventa materia viva
che plasma un’identità costruita su attesa, visione e profondità. Una scelta, che trasforma un
classico del territorio in un progetto ancora più ambizioso. Storica etichetta che si fa Riserva, ,
presentata in anteprima a Vinitaly 2026 e destinato a fare il debutto sul mercato a fine anno, con
cui la famiglia Bonomo riafferma il proprio legame con il Custoza, elevandolo attraverso una
lettura contemporanea che non tradisce l’origine. Nasce da suoli morenici ricchi di mineralità, tra
i 100 e i 150 metri, dove Garganega, Cortese e Trebbiano Toscano maturano lentamente sotto
l’influenza mitigatrice del Lago di Garda. In cantina, il percorso si articola tra acciaio e tonneaux,
con oltre 12 mesi sulle fecce fini e un lungo affinamento in bottiglia che completa il disegno. Nel
calice, infine, è stratificato e profondo, tra frutta matura, agrumi e cenni speziati, con un sorso
elegante, sapido e persistente. Un bianco che guarda oltre la tradizione senza mai romperla,
pensato per una tavola evoluta e per chi nel vino cerca non solo espressione, ma pensiero.
COLLECTION
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C’è un filo che unisce radici e futuro. Spesso passa attraverso un nome. Gabriele Manzoni Bianco Asolo Montello
Doc 2024 Giusti Wine nasce così: come gesto generazionale, ma anche come dichiarazione d’identità. La cantina di
Nervesa della Battaglia affida a questo Incrocio Manzoni in purezza – varietà nata proprio nel territorio negli anni ‘30 –
il compito di raccontare il Montello con uno sguardo nuovo. Un progetto che porta il nome di Gabriele Zanatta, enologo
e nipote del fondatore, oggi al centro dell’evoluzione tecnica dell’azienda. Dai vigneti della Tenuta Abazia, ai piedi
dell’antica Sant’Eustachio, prende forma un bianco che ribalta le attese: struttura, precisione e profondità. Nel calice è
luminoso, elegante, attraversato da note di frutta gialla, fiori ed erbe aromatiche, con una chiusura minerale che richiama
gesso e sabbia. È un vino che nasce da una scelta, prima ancora che da una convinzione. E che oggi diventa visione:
quella di un Montello capace di parlare anche al bianco, con voce chiara e contemporanea.
COLLECTION
C’è una nuova leggerezza che attraversa il vino italiano e non ha nulla di superficiale. Rossolieve, Gioco e Volteggio Castelli & Speerli
definiscono i contorni del progetto che riscrive il Sangiovese in chiave contemporanea: più agile, preciso e vicino ai nuovi ritmi del
consumo. Nato in Maremma, a Podere 414, dall’incontro tra Simone Castelli e Heinz Speerli, la collezione interpreta il vitigno con una
visione chiara: vini biologici, a gradazione contenuta, costruiti sulla freschezza e sull’integrità aromatica. Non un compromesso, ma una
scelta stilistica. Rossolieve è il rosso che sorprende per dinamismo e immediatezza, tra ciliegia croccante e trama succosa. Gioco ribalta
le attese: un bianco da Sangiovese, floreale e scorrevole, pensato per la convivialità più spontanea. Volteggio, infine, è il rosato che unisce
freschezza e misura, tra note di macchia mediterranea e una beva luminosa. Tre vini, un’unica direzione: alleggerire senza sottrarre.
Perché oggi, più che mai, l’equilibrio è il vero lusso.
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A Montefili, l’altitudine non è un dettaglio: è linguaggio. Con
Vinea Vecchia Gran Selezione 2020 e Vinea Nel Bosco
Gran Selezione 2020 Vecchie Terre di Montefili a nascere
sono due etichette che raccontano il Sangiovese come un
dialogo tra tempo e luogo. Entrambe prendono forma oltre
i 500 metri s.l.m., tra Panzano e Montefioralle, dove la
maturazione lenta preserva tensione e profondità. Ma è
la vigna a cambiare il racconto. Vinea Vecchia affonda le
radici in un impianto del 1981: è memoria liquida, fatta
di equilibrio e compostezza, tra frutto maturo, spezie
sottili e una tessitura setosa. Vinea Nel Bosco, circondato
dalla natura e più giovane, interpreta invece il lato
dinamico del territorio: più verticale, vibrante, scandito
da freschezza e precisione aromatica. Due vini, due
tempi della stessa terra. Non opposti, ma complementari.
Perché in questo angolo speciale di Chianti Classico il
Sangiovese non si replica: si ascolta, parcella per parcella,
stagione dopo stagione.
COLLECTION
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COLLECTION
Bolgheri come orizzonte, ma soprattutto come destino. Con Garzaia Bolgheri Superiore Doc
2023 Ruffino, l’azienda fondata nel 1877 a Pontassieve, nel cuore della Toscana, inaugura un
nuovo capitolo, entrando in una delle denominazioni più iconiche al mondo con un progetto
integralmente da vigneti di proprietà affidato alla visione enologica di Olga Fusari. Il nome è
già racconto: la garzaia è un ecosistema in equilibrio, dove gli aironi convivono tra terra e acqua.
Un’immagine che diventa chiave interpretativa del vino, profondamente connesso al paesaggio
bolgherese. Le uve provengono da Le Sondraie, suoli sabbioso-argillosi capaci di restituire
struttura e precisione. Il blend – Cabernet Franc in prevalenza e Merlot – costruisce un equilibrio
sottile tra tensione e morbidezza, tra complessità aromatica e rotondità. L’annata 2023, luminosa e
regolare, accompagna una maturazione piena, tradotta in un sorso vellutato e persistente. Affinato
18 mesi in barrique, Garzaia più che un esordio, mira a essere nuova grammatica del luogo.
Tenacia, intesa come forza generatrice di positività, energia
e cambiamento, capace di migliorare l’umanità e il nostro
ambiente, più che un tema è una dichiarazione di stile.
Il Barolo Docg del Comune di Serralunga d’Alba
Renaissance 2022 Fontanafredda è un’etichetta,
illustrata in questa quinta edizione dall’opera visiva
di Elisa Macellari, fumettista italiana di origini
thailandesi, che nasce dentro una visione culturale
prima ancora che enologica. Il progetto trasforma
ogni annata in un racconto corale, dove il vino
dialoga con la scrittura e l’arte, interpretando valori
fondanti della contemporaneità. Il 2022 è dedicato
alla tenacia: quella della terra e quella dell’uomo,
messe alla prova da un’annata complessa, segnata da
gelate, grandinate e siccità, ma capace di restituire
uve di sorprendente qualità. Nel calice, Serralunga
si esprime con precisione e profondità. Il profilo
olfattivo si muove tra agrumi, ciliegia scura e
accenti mentolati, mentre il sorso è denso e succoso,
sostenuto da tannini setosi e da una freschezza
che allunga il finale in una scia sapida. Anche il
dettaglio tecnico diventa parte della narrazione: il
tappo micro-naturale Sübr di Vinventions, privo
di poliuretano e senza difetti olfattivi, riflette una
visione sostenibile e contemporanea del Barolo.
32
GIRAMONDO
Klein Constantia: la voce
del terroir in Sudafrica
Dalla leggenda del Vin de Constance alla precisione
contemporanea dei suoi vini
DI MATTEO BORRÈ
Non è il Sudafrica che ci si aspetta. È quello da cui tutto è iniziato. Qui, a
Klein Constantia, nel cuore della Coastal Region sudafricana, la viticoltura
nasce nel 1685 come gesto fondativo, non come esperimento. Simon
van der Stel sceglie queste terre per una ragione precisa: suoli antichi,
brezze oceaniche, ma soprattutto un microclima perfetto per la vite e
capace di scolpire il vino prima ancora che l’uomo lo interpreti. Da quel momento,
Constantia entra nella geografia simbolica del gusto europeo, attraversando secoli
e corti, fino a diventare un riferimento assoluto: la cantina di Versailles era
ricolma delle sue bottiglie, George Washington ne amava lo stile; Napoleone
Bonaparte, in esilio a Sant’Elena, ne fece il suo unico conforto;
Jane Austen, Charles Dickens e persino Baudelaire ne furono estimatori
e cantori. Poi, a fine ‘800, il silenzio, lungo quasi un secolo.
E infine la rinascita, costruita a partire dagli anni ‘80 del ‘900
non sulla nostalgia, ma sulla precisione. Oggi Klein Constantia,
distribuita in Italia da Sagna S.p.A., è una delle espressioni
più compiute del Sudafrica enologico contemporaneo. Non per
adesione a uno stile internazionale, ma per una radicale fedeltà al
luogo. I vigneti si sviluppano tra i 70 e i 340 metri s.l.m., con esposizioni
che privilegiano freschezza e lentezza maturativa. La brezza del
Capo, spinta dall’Atlantico, e la corrente fredda del Benguela stabilizzano
le temperature, preservando acidità e definizione aromatica anche nelle annate
più calde. Sotto, una matrice geologica complessa: graniti decomposti e arenarie
di Table Mountain che restituiscono vini di tensione, salinità e profondità minerale.
È su questa architettura che si costruisce il profilo delle etichette simbolo, firmate dal
winemaker Matthew Day. Il Sauvignon Blanc, da 42 parcelle selezionate, è forse l’espressione
più immediata di questa identità. Non cede mai all’esuberanza varietale:
agrumi, pesca bianca, note di pietra bagnata si sviluppano in una trama precisa, sostenuta
da un’acidità integrata e da una materia che non rinuncia alla struttura. L’uso
calibrato del legno neutro e il lavoro sulle fecce fini ampliano il registro senza alterarne
la purezza. Con Clara, la lettura si fa ancora più radicale. Solo mosto fiore, fermentazioni
spontanee, affinamenti in rovere neutro e acacia: il risultato è un Sauvignon
Blanc che si muove su coordinate quasi borgognone, più tattile che aromatico, più
profondo che immediato. Sul versante rosso, Klein Constantia lavora per sottrazione
e precisione. Estate Red, blend di Cabernet Sauvignon, Malbec e Petit Verdot, nasce
da una vinificazione per parcelle che privilegia equilibrio e definizione. Il frutto è
nitido, i tannini compatti ma mai aggressivi, il finale lungo e coerente. Con
Anwilka, nel distretto di Stellenbosch, il registro cambia senza perdere
coerenza. Cabernet Sauvignon e Syrah dialogano in un vino che
unisce struttura e freschezza, note ematiche, frutto scuro e una
tensione salina che ne allunga la prospettiva. È qui che il Sudafrica
dimostra di poter competere, senza imitare, con i grandi
modelli bordolesi. E poi c’è il tempo, che a Klein Constantia
prende forma nel Vin de Constance. Prodotto da Muscat de
Frontignan, senza ricorso alla botrite, nasce da una vendemmia
frazionata in numerosi passaggi, dove ogni lotto contribuisce a
costruire un equilibrio complesso tra zucchero e acidità. L’affinamento
prolungato ne amplifica la profondità: albicocca, agrumi,
spezie, una dolcezza sempre attraversata da freschezza e tensione. Non
è un vino da fine pasto, ma un paradigma. Dal 2011, con l’ingresso di investitori
legati a grandi nomi di Bordeaux, la tenuta ha consolidato il proprio percorso
qualitativo, rafforzando una visione che mette il vigneto al centro e riduce l’intervento
in cantina. Fermentazioni spontanee, rispetto delle parcelle, ricerca di precisione:
ogni scelta va nella direzione di restituire al vino la sua origine. In un mercato globale
sempre più omologato, Klein Constantia rappresenta un’anomalia virtuosa. Non cerca
di interpretare il Sudafrica. Ne incarna una delle forme più autentiche: quella in
cui storia, paesaggio e tecnica coincidono.
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CHAMPAGNE
Laurent-Perrier:
la rarità come metodo
La Maison riporta in Italia
i Millésimé 2002, 2004 e 2006 in Magnum
DI MATTEO BORRÈ
vino una dimensione più ampia e stratificata. Ma soprattutto,
in questa speciale release, diventa strumento
di coerenza: se il Millésimé è selezione, la Magnum
è il formato che meglio ne custodisce il tempo.
Così, il Millésimé 2002 s’impone per equilibrio e maturità.
Annata regolare, caratterizzata da condizioni
favorevoli e da una vendemmia di elevata qualità, restituisce
uno Champagne compiuto, dove la ricchezza
del frutto s’intreccia a una struttura armonica e profonda.
Il Millésimé 2004 racconta invece la precisione
climatica. Dopo un andamento complesso, l’arrivo di
una “estate indiana” ha permesso una maturazione ottimale
delle uve, dando origine a un profilo più teso,
luminoso, costruito su freschezza e verticalità. Più articolato,
infine, il Millésimé 2006, segnato da un’annata
irregolare ma capace di esprimere una materia ricca
e stratificata. Il risultato è un vino denso, succoso, sostenuto
da una freschezza che ne definisce il ritmo e da
un equilibrio che evita ogni eccesso.
Tre annate, altrettante interpretazioni, un’unica firma
stilistica. Questa speciale release non è da leggersi
come un’operazione d’archivio, ma come una dichiarazione
di metodo. Laurent-Perrier non costruisce la
propria identità sulla frequenza, ma sulla selezione.
Non moltiplica le annate, le sceglie. E quando decide di
riportarle sul mercato, lo fa con una coerenza che parla
di rarità, formato e tempo. In un mercato che tende a
standardizzare il millesimo, Laurent-Perrier ribadisce
un principio tanto semplice quanto distintivo: l’annata
non è un’abitudine, è una scelta.
In Laurent-Perrier, dichiarare un’annata non è
mai un gesto automatico. Non tutte, infatti, diventano
Millésimé. E quando accade, è perché
il tempo ha lasciato un segno. Come nel caso di
quello che è un ritorno speciale, con i tre Millésimé
2002, 2004 e 2006 che fanno capolino nuovamente
sul mercato italiano nel formato più esigente e identitario:
la Magnum. Una scelta che definisce
subito il perimetro del progetto. Perché in
Champagne, e ancor più per una Maison
che ha costruito la propria reputazione
sull’arte dell’assemblaggio,
dichiarare un’annata è sempre un
gesto raro. E intenzionale.
Fondata nel 1812 a Tours-sur-
Marne, Laurent-Perrier è una
delle poche realtà familiari e indipendenti
della Champagne ad aver
trasformato una visione in stile. Non
l’annata, ma l’assemblaggio: è questo il
principio fondativo della Maison, tanto che la
sua cuvée più iconica, Grand Siècle, nasce dalla combinazione
di tre grandi vendemmie, non dalla celebrazione
di una sola. È un approccio che sposta il baricentro
dal frutto della singola raccolta alla ricerca dell’equilibrio
perfetto. In questo contesto, i Millésimé restano
un’eccezione rigorosa: meno di un’annata su due viene
dichiarata, contro una media di mercato che supera le
tre su quattro. Una scelta che non è solo stilistica, ma
strategica, perché costruisce valore attraverso la selezione,
non attraverso la frequenza. Quando accade, è
perché la materia prima lo impone.
I Millésimé Laurent-Perrier sono espressione diretta
di uno stile costruito su freschezza, eleganza e purezza.
Lo Chardonnay – vitigno cardine – definisce finezza
e tensione, mentre il Pinot Noir apporta
struttura e profondità, in un equilibrio
sempre calibrato. In questo quadro,
anche la scelta dei Cru diventa parte
del linguaggio: alcune origini ritornano
come firma – Verzy, Verzenay,
Mailly, Bouzy per il Pinot
Noir; Avize, Cramant, Oger, Le
Mesnil-sur-Oger, Chouilly per lo
Chardonnay – mentre altre entrano
a modulare il profilo delle singole
annate. Nel 2002 compare Ambonnay,
che rafforza la densità e la struttura
del vino; nel 2004 Aÿ introduce ampiezza e
rotondità, accompagnando un profilo più disteso; nel
2006 Louvois aggiunge una componente più dinamica
e speziata, contribuendo a una lettura più articolata
dell’annata.
La scelta della Magnum, poi, non è un dettaglio, ma
parte integrante del racconto. È il formato che rallenta
l’evoluzione, amplifica la complessità e restituisce al
35
Consumatori
di vino in Italia
cresce la platea:
chi sono e cosa bevono
Flavio Geretto
è il nuovo direttore generale
di Cantina Rauscedo
Il vino in Italia, come evidenzia la nuova
fotografia scattata dall’Osservatorio Uiv
– Vinitaly, coinvolge oggi quasi 30 milioni
di consumatori, pari al 55% della popolazione,
in crescita rispetto al passato di oltre
600mila persone sul dato 2011.
Il cambiamento più rilevante riguarda però
il comportamento: il consumo quotidiano
lascia spazio a quello saltuario, che oggi rappresenta
il 61% del totale, segnando un approccio
più moderato e consapevole.
La Gen Z emerge come il cluster più dinamico:
aumenta il proprio peso, mostra forte
curiosità e apertura alla sperimentazione e
sorprende per l’interesse verso i vini rossi.
Per i giovani il vino è soprattutto piacere, ma
anche strumento identitario e sociale.
Cresce il ruolo del fuori casa, dove le nuove
generazioni consumano di più e con maggiore
disponibilità di spesa, affidandosi spesso
al consiglio del locale.
Parallelamente aumenta l’attenzione a recensioni
e contenuti online.
Il mercato si conferma, dunque, ampio e
articolato per tipologie e preferenze generazionali.
La sfida per il settore, davanti a
questo quadro, non è più
tanto quella di attrarre
consumatori, ma
al lineare offerta e
lin guaggi a un pubblico
sempre più
seg mentato e orientato
all’esperienza.
Cantina Rauscedo inaugura una nuova fase con la nomina
di Flavio Geretto a direttore generale, segnando un
passaggio strategico orientato a rafforzare organizzazione,
visione e sviluppo. “Serviva un ulteriore passo avanti”,
sottolinea il presidente Antonio Zuliani, evidenziando
la scelta di una guida manageriale solida. Con oltre
27 anni di esperienza, Geretto punta su cooperazione,
persone e territorio: “Il futuro del
vino passa dalla capacità di fare
sistema”. Una nomina che
consolida il ruolo della cooperativa
friulana, specializzata
nei bianchi friulani e nel
Prosecco, che mira ad aprire
un nuovo ciclo di crescita.
Villa Sandi:
Diva e Leonardo
Moretti Polegato vicepresidenti
Villa Sandi rafforza la propria governance con la nomina
di Diva e Leonardo Moretti Polegato a vicepresidenti e
membri del CdA. Un passaggio che formalizza il ruolo
già strategico della nuova generazione, segnando un’evoluzione
naturale nel percorso dell’azienda. Diva guida lo
sviluppo internazionale nei mercati chiave, mentre Leonardo
presidia innovazione e processi, contribuendo
alla modernizzazione operativa. “Un passaggio naturale
e strategico”, sottolinea il presidente Giancarlo Moretti
Polegato, ribadendo la volontà di
coniugare continuità familiare
e visione globale. Una scelta
che rafforza il posizionamento
di Villa Sandi in un contesto
competitivo sempre più
orientato a internazionalizzazione,
efficienza e identità.
TITOLI DI CODA
E ancora...
Roberto Voerzio
entra nel portfolio Sagna
Roberto Voerzio entra nel portfolio di Sagna S.p.A.,
segnando un incontro tra uno dei produttori più rigorosi
delle Langhe e una distribuzione orientata all’eccellenza.
Fondata nel 1986, l’azienda da lui guidata ha
costruito la propria identità su rese minime, lavoro
maniacale in vigna e interventi
essenziali in cantina. “Il grande
vino nasce prima di tutto
dalla vite”, spiega Roberto
Voerzio. Un ingresso che
rafforza la visione del catalogo
Sagna con una delle firme
più autorevoli del Barolo.
Bollinger La Grande Année: debutta l’annata 2018.
La Faretra acquisisce Querce Bettina e investe su
Montalcino. Coravin taglia il traguardo dei due milioni
di dispositivi venduti. Ruffino cambia a livello
esecutivo: Sandro Sartor alle relazioni esterne, Simon
Towns alla guida. Deutz Brut Rosé Sakura: la bellezza
effimera diventa Champagne in edizione limitata.
30esima vendemmia Planeta: lo Chardonnay “On
Fire” accende Milano. Collio Evolution 2026: il Pinot
Grigio sugli scudi della seconda edizione il 25 e
26 ottobre. Casa Perbellini 12 Apostoli entra nel
circuito Dépositaire Dom Pérignon. Letrari lancia
l’Enantio Rosato a piede franco. Wines Experience:
oltre 200 cantine italiane per il debutto a Londra il
26 e 27 aprile. Il Beato: Diego Morra firma il primo
Vermouth di Torino da Verduno
Pelaverga Doc. Chi compra
Fine Wine oggi non è più
chi pensiamo: lo studio
di Areni Global. Caviro
presenta Tavernellow 3%
Vol.: lo spumante low alcol
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DAL 1926,
L’ARTE DI CELEBRARE
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