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GP Magazine maggio 2026

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5/26

Anno 27 - Numero 297

www.gpmagazine.eu

CAROLINA

REY

UN VULCANO

DI IDEE

© Foto di Sara Galimberti




EDITORIALE

by Alessandro Cerreoni

CALCIO ITALIANO

ANNO 27 - Numero 297

MAGGIO 2026

Autorizzazione del Tribunale di Roma

n. 421/2000 del 6/10/2000

DIRETTORE EDITORIALE

E RESPONSABILE

Alessandro Cerreoni

a.cerreoni@gpmagazine.it

REDAZIONE

Info. 327 1757148

redazione@gpmagazine.it

IMPAGINAZIONE E GRAFICA

GP Spot

HANNO COLLABORATO

Lisa Bernardini, Mariagrazia Cucchi,

Rosa Gargiulo, Francesca Ghezzani,

Silvia Giansanti, Marisa Iacopino,

Marialuisa Roscino,

Roberto Ruggiero

Donatella Zaccagnini Romito

SPECIAL THANKS

Ai nostri inserzionisti, Antonio Desiderio,

Dottor Antonio Gorini

EDITORE

Punto a Capo Srl

PUBBLICITA’

Info spazi e costi: 327 1756829

redazione@gpmagazine.it

Claudio Testi - c.testi@gpmagazine.it

Chiuso in redazione il 14/05/2026

Contatti online: 10.000 giornalieri

attraverso sito, web, social e App

Sito: www.gpmagazine.eu

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FERMO NEL PASSATO

I La crisi del calcio italiano non nasce da una singola sconfitta. Nasce dall’assenza

di riforme vere. Mentre gli altri campionati costruivano infrastrutture moderne, investivano

nei vivai e trasformavano il calcio in un’industria globale dell’intrattenimento,

in Italia si continuava a difendere piccoli privilegi, equilibri politici e rendite

di posizione. La Serie A è rimasta ferma: stadi vecchi, governance confusa, diritti

televisivi gestiti senza visione, prodotto internazionale sempre meno attrattivo.

Il nodo centrale è culturale prima ancora che economico. In Italia si è preferito

comprare anziché formare. I settori giovanili, salvo rare eccezioni, sono stati trattati

come un costo e non come un investimento strategico. I risultati sono sotto gli

occhi di tutti: pochi talenti italiani, minutaggi ridotti per i giovani, una Nazionale

che fatica a produrre fuoriclasse e club costretti a cercare all’estero ciò che un

tempo nasceva nei campetti di provincia.

Eppure l’Italia aveva una tradizione unica. I nostri settori giovanili producevano

tecnica, intelligenza tattica, personalità. Oggi molti club non hanno nemmeno una

struttura coerente tra Primavera e prima squadra. Mancano dirigenti competenti

nello sviluppo sportivo, mancano metodologie moderne, manca il coraggio di

aspettare un ragazzo invece di scaricarlo dopo sei mesi.

A peggiorare il quadro c’è l’assenza quasi totale di figure sportive autorevoli nei

ruoli decisionali. In altri Paesi ex calciatori, ex allenatori e uomini di sport siedono

ai tavoli strategici, contribuiscono alla costruzione di modelli tecnici e rappresentano

un’identità calcistica precisa. In Italia spesso prevale la politica di palazzo.

Le istituzioni del calcio sembrano mondi separati dal campo, autoreferenziali, incapaci

di ascoltare chi il calcio lo ha vissuto davvero.

Anche la Lega Serie A porta responsabilità enormi. Il campionato italiano continua

ad avere storia, tifosi e fascino, ma viene promosso male. Si comunica senza

una strategia moderna, si valorizzano poco i giovani, si fatica a creare narrazioni

internazionali, contenuti innovativi, esperienze per i tifosi. La Premier League ha

trasformato il calcio in un prodotto globale; la Serie A spesso sembra ancora prigioniera

di logiche provinciali. Non basta vendere diritti TV: bisogna costruire

valore culturale, emotivo e commerciale.

In questo scenario appare emblematica la continua riproposizione delle stesse

figure ai vertici dello sport italiano. Nomi come Giovanni Malagò rappresentano

una continuità che molti considerano ormai esaurita. Non è una questione personale,

ma simbolica. Il calcio italiano avrebbe bisogno di una nuova classe dirigente,

capace di parlare il linguaggio del presente: innovazione, sostenibilità,

competenza internazionale, meritocrazia. Continuare a ruotare attorno agli stessi

nomi trasmette invece l’idea di un sistema chiuso, incapace di rigenerarsi.

Il vero rischio non è perdere competitività: è perdere rilevanza.

CONDIZIONI - Nessuna parte di GP Magazine può essere riprodotta. GP Magazine è un

mensile a distribuzione gratuita a servizio dei lettori. Salvo accordi scritti, le collaborazioni

sono da intendersi a titolo gratuito; articoli e interviste sono realizzati in maniera autonoma

dai collaboratori che ne chiedono la pubblicazione senza nulla pretendere in cambio e assumendosi

ogni responsabilità riguardo i contenuti. I banner pubblicitari da noi realizzati sono

di nostra proprietà e qualsiasi utilizzo al di fuori di GP Magazine deve essere da noi autorizzato

dietro esplicita richiesta scritta


Sommario

10

CAROLINA REY

10

36

18

DOTTOR ANTONIO GORINI

I PROBIOTICI

30

CLARA GUGGIARI

34

SVEN PFROMMER

40

36

COSE BELLE

CINZIA COGNETTI

38

CHRISTIANA RUGGERI

30

40

FEDERICO BERGAMINELLI

50

42

GIANLUCA PENNINO

48

CASA SURACE

50

SALVATORE MANZO

38

52

52

STORIE DI RADIO

ANGELO TORCHETTI

3




L’EVENTO DEL MESE

PREMIO “LA PENNA D’OCA”

DEL CAMPIDOGLIO

DAL SALVATAGGIO DI ROSI AI CANI EROI

DELLA POLIZIA: IN CAMPIDOGLIO UNA SERATA

DI EMOZIONI E SOLIDARIETÀ

6

La terza edizione del Premio La Penna d’Oca del Campidoglio si è trasformata in molto più di una semplice

cerimonia: un evento carico di emozione, solidarietà e amore per gli animali, ospitato nella suggestiva

Sala della Protomoteca in Campidoglio a Roma.

L’evento è stato ideato dall’associazione Pet Capitolina, e la direzione artistica è di Federica Rinaudo.

Il riconoscimento prende ispirazione dalla leggenda delle oche del Campidoglio che, con il loro starnazzare,

nel 390 a.C., salvarono Roma dall’invasione dei Galli. Un simbolo che oggi si traduce nella valorizzazione

di chi si impegna concretamente per gli animali e per il benessere collettivo.

Tra i premiati del 2026: Simona Saracini e Ludovico Tuzi, che per primi hanno salvato “Rosi”, la gatta

torturata a Tor Tre Teste, appena adottata da una famiglia a Pescara dopo le cure urgenti rese possibili

dal lavoro di squadra tra la Lega Nazionale Difesa del Cane e la clinica CVS di Roma; la Polizia di


Stato con i “Custodi di Rex”, il cane tripode salvato da un canile e arruolato in Polizia per sensibilizzare

gli studenti nelle scuole; il cane di assistenza “Ombra”, che dà luce agli occhi di Maria Paola Antro,

ipovedente accompagnata dall’istruttore Piero Gatta; l’associazione Serena fondata da Roberto Zampieri,

specializzata nell’addestramento di cani per l’allerta medica (diabete); l’Istituto Comprensivo “Giovanni

Palombini” (IV Municipio di Roma) per il progetto “Stop al Bullismo”; l’Arma dei Carabinieri con il Comando

Cites di Bari per il salvataggio di numerosi rettili. Nel parterre premiati anche personaggi dello

spettacolo e della cultura, spesso volti di campagne solidali: la conduttrice Paola Barale, arrivata con

la sua amata Rosita; il fisico Valerio Rossi Albertini; i cantanti e comici I Gemelli di Guidonia, protagonisti

di un divertente fuori programma con una versione live di “Nella vecchia fattoria”; il duo di influencer

The Coniugi; il regista Diego Ruiz con la sua Blue; l’agente di spettacolo Andrea Quattrini. Non sono

mancati i riconoscimenti alle istituzioni e alle aziende: Anas S.p.A. (Gruppo FS) per la campagna contro

l’abbandono illustrata dal direttore della comunicazione Marco Ludovico; l’Università di Roma Tor Vergata

per il nuovo corso di laurea in Medicina Veterinaria; la Fiera di Roma con l’Amministratore Unico Fabio

Casasoli; la storica realtà Vitakraft con Michela Sciurpa. Importanti anche i premi agli organi di informazione:

la rubrica “Arca di Noè” (Tg5) con Maria Luisa Cocozza; la redazione web de Il Messaggero;

il programma “Dalla Parte degli Animali” (Rete 4) con l’On. Michela Vittoria Brambilla; Simonetta Guidotti

(Tg2) per i reportage in Ucraina; la redazione di Roma Today e il programma “Green Tour” (La7) con

Sofia Bruscoli ed Edoardo Raspelli.

Il Premio è stato reso possibile grazie alla collaborazione di realtà leader nel settore pet come “Giulius,

l’amico degli animali”, ma anche di eccellenze come Marlen, specializzata nella produzione di penne

d’autore, e Pelino, simbolo storico dei confetti.

Tra i numerosi volti noti presenti: Claudio Sciara, Fatima Scialdone, Paolo Autino, Adriana Russo, Andrea

Calì con il cane attore Maui, Donatella Zaccagnini Romito con il cagnolino Dolce. A consegnare i premi,

il team dell’associazione Pet Carpet: Valentino Fontana, Rosalba Matassa, Luca Roberto Sevardi, Pietro

Romano, Miria Maiorani e Vittorio Rombolà. L’evento si è chiuso sulle note della violinista e ballerina

Sarah Raffaella Montedoro e con il lancio della nuova edizione del Pet Carpet Film Festival, kermesse

internazionale che a settembre festeggerà la sua decima edizione alla Casa del Cinema di Roma.

La “Penna d’Oca” 2026 lascia un segno indelebile: non serve un algoritmo per capire la sofferenza o

l’amore… basta fermarsi a vivere il mondo meraviglioso che ci circonda.

© Foto di Pietro Nissi

7


EVENTI

by Donatella Zaccagnini Romito

“OLTRE IL VISIBILE”: A ROMA

IL 6 E 7 GIUGNO LA MOSTRA

TRA FOTOGRAFIA E PSICOLOGIA

A Roma partirà il 6/7 Giugno presso Aurelia Gallery il progetto "Oltre

il Visibile", progetto che unirà mostre fotografiche ed eventi Fotografici

in tutta Italia con più di 30 Espositori.

“Oltre il Visibile” non è una mostra sulla fotografia. È una mostra su

ciò che la fotografia rivela di noi , le emozioni che proiettiamo sulle

immagini, le percezioni che costruiamo inconsapevolmente, i paesaggi

interiori che uno scatto riesce a portare in superficie.”

L'intento è creare un connubio tra immagine e psicologia in mostre

fotografiche e stage che si prestano ad esplorare come la mente percepisce

la realtà, come le emozioni si riflettono negli scatti e come l'inconscio

si manifesta attraverso la visualizzazione.

Le prime Tappe in programma saranno:

- Roma 6/7 Giugno 2026, presso Aurelia Gallery

-Piacenza 11/12 Luglio 2026, in collaborazione con il Comune di Piacenza

presso Salone Monumentale Palazzo Gotico

- Milano 19-20 Settembre 2026

- Londra 3/4 Ottobre presso "University of London" con mostra e stage

in collaborazione con il grandissimo fotografo Internazionale Marco Piemonte.

Il progetto diretto da Falso Massimiliano, Valentina Pieri e Luca Gatti vi

aspetta numerosi nelle varie tappa in programma, attività che potrete

seguire dal sito web

www.oltreilvisibile.art e dai canali social.

All’interno della mostra vi aspetta

un’esperienza immersiva dedicata al

mondo della fotografia e della creatività:

saranno presenti numerose modelle

e fotografi professionisti come

ospiti speciali, protagonisti di workshop

fotografici dal vivo, shooting experience

e incontri dedicati agli appassionati del

settore.

L’evento sarà arricchito da set fotografici

allestiti professionalmente, scenografie

creative e momenti esclusivi

pensati per permettere ai partecipanti

di vivere da vicino l’atmosfera di un

vero backstage artistico, tra ispirazione,

formazione e intrattenimento.

8



COVER STORY

by Silvia Giansanti

CAROLINA REY

UN VULCANO DI IDEE: “VIVO LA CARRIERA

CON L’ACCELERATORE PREMUTO”

10

La formidabile conduttrice televisiva e radiofonica e attrice è attualmente su Rai

Due nel programma “La dolce attesa” e da cinque anni porta avanti un discorso

nel weekend di RTL 102.5

Carolina Rey è la vita in persona, un vulcano di idee che nel 99% dei casi riesce a realizzare con maestria e

con tanto impegno. L’abbiamo incontrata all’inizio della sua carriera, proprio quando stava per spiccare il volo

in un mondo che ha sempre sentito suo. Anche noi non la immagineremmo da nessun’altra parte, se non dietro

ad un microfono, in uno studio televisivo o sul palcoscenico. Si fa persino fatica a ricostruire la sua biografia.

In questi anni le è girato attorno tutto molto velocemente; tante occasioni professionali, un figlio ed una separazione,

ma tranquilli non amiamo fare del gossip…

Carolina, la nostra ultima chiacchierata sempre per Gp Magazine, risale ad una decina di anni fa. Cos’è

successo nel frattempo?

“Direi più cosa non è successo! E’girato tutto così velocemente con tanta vita in mezzo. Il cambiamento più importante

l’ho avuto con la nascita di mio figlio. Inoltre ci sono stati molti lavori importanti con la conseguente

realizzazione di alcuni sogni. Considerando la partecipazione all’ultimo Festival di Sanremo, ho avuto l’impressione

di aver vissuto con l’acceleratore premuto. Sono pronta per il secondo giro della mia vita sia personale che professionale”.

Ti senti realizzata completamente o ambisci a qualcos’altro nella vita professionale?

“A dir la verità ho una cassettiera piena di sogni e ogni giorno mi vengono in mente cose nuove che dovrei

costruire e raggiungere. Mi piace di andare avanti nella vita evolvendomi. Sanremo ad esempio era un sogno

nel cassetto”.

Visto che siamo in tema, canzoni preferite dell’ultima edizione?

“Mi piace molto Serena Brancale e ti confesso che ogni giorno canticchio a squarciagola con mio figlio la

canzone vincitrice di Sal Da Vinci”.

Cosa ti fece innamorare di questo lavoro?

“In realtà essendoci cresciuta, penso di non aver avuto un momento specifico in cui mi sono innamorata, ma

l’ho vissuto sempre come mio habitat naturale. Nella vita ciò che fa stare bene è quello che ti fa sentire a casa.

Mi sono sempre sentita a mio agio durante uno spettacolo sul palcoscenico. Questo ambiente è casa mia”.

In cosa ti vedresti di diverso?

“Assolutamente in nulla”.

Colleghi con i quali hai legato di più.

“Uno su tutti è Alessandro Greco. E’ un vero signore e una persona buona e generosa, è un professionista che

con il tempo è diventato anche un buon amico”.

Visto che hai molti sogni nel cassetto, quale programma aspiri a condurre?

“Mi piacerebbe condurre un contenitore invernale quotidiano. Magari ex novo e non esistente, ma da costruire

in base alle mie caratteristiche”.

Ti hanno mai detto che ricordi Madonna?

“Più che altro mi accostano a Cameron Diaz o a Carolina Crescentini. In ogni caso lo prendo come un grande

complimento sia a livello estetico che come icone del mondo dello spettacolo”.


© Foto di Sara Galimberti

11


COVER STORY

12

A proposito di icone, chi preferisci?

“Fiorella Mannoia è la mia artista preferita.

Adoro il cantautorato italiano e amo i

grandi parolieri della storia. Appartengo

alla musica d’autore, a quel mondo della

canzone raccontata più che cantata".

Cosa preferisci fare tra radio e tv?

“Sono due forme di comunicazione diversa.

Entrambe hanno il loro fascino, la tv ha

dei supporti d’immagini che la radio non

possiede. Vedo e sento la radio più libera

e divertente dal mio punto di vista, tanto

che quando vado in tv, cerco di portare

questo modo di approcciarmi con il pubblico

anche lì”.

Parliamo dei tuoi attuali impegni.

“A proposito della radio, vado in onda nel

fine settimana dalle 11 alle 16 su RTL

102.5 nel programma ‘No problem - W

l’Italia’, accanto a Charlie Gnocchi, Paolo

Cavallone e Carlo Elli. Sono alla conduzione

da ormai cinque anni ed è un appuntamento

molto divertente. Inoltre sto

conducendo la domenica mattina su Rai

Due ‘La dolce attesa’, dedicata al mondo

della genitorialità e del cambiamento di

vita alla nascita di un figlio”.

Come la maggior parte dei trentenni,

sei esperta di tecnologia?

“In realtà mi sto facendo aiutare dall’intelligenza

artificiale nella mia ultima attività

di pittrice, perché non avendo mai fatto

corsi, mi sa dare spunti e tecniche. La tecnologia

mi affascina per il fatto che possa

migliorarci nella vita e renderci più sapienti

in qualsiasi materia”.

CHI È CAROLINA REY

Carolina Rey è nata a Roma il 7 ottobre del 1991 sotto il segno della Bilancia con ascendente Vergine. Caratterialmente

si definisce serena e solare. Ha l’hobby della pittura, che ha sviluppato recentemente. Tifa per

la Roma e adora l’insalata di mare. Al momento possiede dei pesciolini. Ha un figlio ed è separata. Le piacerebbe

vivere a Londra. Il 2026 è l’anno fortunato della sua vita, che è iniziato sotto una buona stella. All’inizio

della sua attività è stata conduttrice e volto di punta su Rai Gulp. Ha debuttato dodicenne al Teatro

Due Pini di Roma con “Romeo e Giulietta “e ha replicato con “Jesus Christ Superstar”. Un anno più tardi è

entrata a far parte del coro delle voci bianche dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Negli stessi anni

ha partecipato a 10 puntate del programma televisivo “Piccole canaglie”. Nel 2006 ha preso parte alla trasmissione

“Cominciamo bene” su Rai 3 in qualità di opinionista. Nel 2007 ha partecipato al Festival del Cinema

di Roma interpretando il ruolo di Micòl nella rappresentazione teatrale di” Il giardino dei

Finzi-Contini”. Nel 2009 e 2010 è stata nel cast fisso di “Festa italiana” in onda su Rai 1 come cantante solista.

Da allora è stata in molti programmi televisivi come “Lo Zecchino di Natale”, “La Vita in Diretta

Estate”, “L’anno che verrà”, “Tale e Quale Show”, “Sanremo Giovani”, “Festival di Castrocaro” e altri. Ultima

la sua esperienza per Sanremo Top. In radio è su RTL 102.5 con “No problem - W l’Italia” e nel cinema

ha preso parte in film come “Poveri ma ricchi”, “Sconnessi”, “Compromessi sposi”, “Tutte le mie notti”,

“Tutti per Uma” e “Dedalus”. Per la tv l’abbiamo vista recitare anche in “Un medico in Famiglia 7”. Attualmente

è su Rai Due nel programma “La dolce attesa”.


13


ZOOM

by Marialuisa Roscino

Adolescenti, generazione

connessa e iperfragile: la sfida

del dialogo

Intervista ad Adelia Lucattini

14

Adolescenti, cuori isolati, sempre più coinvolti nell’iperconessione con conseguente iperfragilità e rischio

sempre maggiore della scomparsa dell’alterità. Così la sfida diventa sempre più per molti genitori, comprenderne

e leggerne “l’invisibile”.

Importanti e recenti studi scientifici (Journal of Social Science, 2025); dimostrano come il rapporto tra

adolescenti e tecnologia non è una semplice questione di “tempo trascorso davanti a uno schermo”, ma

una complessa mutazione del modo in cui i giovani percepiscono se stessi e l’altro.

La psicoanalisi contemporanea legge questo fenomeno non come una dipendenza da ‘sostanze’, ma

come una sfida identitaria.

Per gli adolescenti di oggi, definiti spesso come la “Generazione Connessa”, l’ambiente digitale

è una vera e propria dimensione esistenziale. In questa iper-presenza virtuale, la psicoanalisi rintraccia

dunque, un paradosso che fa riflettere: la scomparsa dell’alterità. Ne parliamo oggi con Adelia Lucattini,

Psichiatra e Psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical

Association.

“Siamo sempre più di fronte al Sé senza l’Altro” – spiega in questa intervista, Adelia Lucattini, che

evidenzia “come il crescere significhi, fisiologicamente, scontrarsi con ciò che è diverso da noi”.

“È attraverso l’urto con l’altro, con i suoi rifiuti, i suoi sguardi imprevedibili e la sua indipendenza -

spiega Lucattini - che l’adolescente definisce i propri confini. Oggi, questo “urto” è mediato, filtrato e

spesso annullato dagli algoritmi. Il digitale tende a trasformare l’altro in un oggetto a propria disposizione:

un profilo da scorrere, un messaggio da visualizzare senza rispondere, un’immagine da commentare. In

questo spazio, l’altro perde la sua ‘consistenza’ reale. L’iperfragilità, l’isolamento di cui parliamo, non è

necessariamente fisico - molti adolescenti sono circondati da centinaia di “amici” online - ma è un isolamento

affettivo. Senza il confronto con l’alterità reale, l’adolescente rimane intrappolato in una bolla di

identità iper-fragile”. Vediamo allora, insieme alla Dott.ssa Adelia Lucattini, quali preziosi consigli è importante

seguire per orientare e guidare i ragazzi a scelte più consapevoli.

Dottoressa Lucattini, se un adolescente risponde poco e a monosillabi, quali strategie o domande

“aperte” possono riaprire un canale di dialogo autentico?

L’adolescenza è una fase cruciale di separazione e individuazione, in cui i giovani hanno bisogno di

prendere distanza dai genitori per costruire la propria identità, senza però perdere il riferimento degli

adulti. La giusta distanza educativa non è una misura fissa, ma un equilibrio dinamico tra presenza e

autonomia: da un lato è fondamentale esserci, essere disponibili e rappresentare un punto di riferimento

affettivo stabile, dall’altro è altrettanto importante non invadere ogni spazio, non controllare tutto e lasciare

al ragazzo la possibilità di sperimentarsi. Si può pensare a questa posizione come a una “base

sicura”: il genitore non segue ogni passo, ma è affidabile, riconoscibile e presente quando serve. Questo

implica anche una capacità non sempre facile da sostenere, cioè tollerare di non sapere tutto, di non

essere sempre al centro della vita del figlio e di essere talvolta messi da parte. È proprio questa tolleranza

che consente all’adolescente di sviluppare una propria interiorità e un senso di sé più autentico,

senza vivere l’autonomia come una rottura o un abbandono. Le domande devono essere delicate e non

insistenti, affettuose e con tono pacato (Universiteit Leiden, 2018).

Qual è, a suo avviso, la distanza educativa corretta da mantenere? Come restare presenti senza

essere invadenti?

La “giusta distanza” educativa non può essere definita in modo rigido o una volta per tutte, ma rappre-


senta piuttosto un equilibrio dinamico tra due poli

fondamentali: da un lato la presenza affettiva, cioè

la capacità del genitore di esserci, di essere disponibile

e riconoscibile, dall’altro il rispetto dell’autonomia,

che implica il non controllare ogni

aspetto della vita del ragazzo e il non invadere i

suoi spazi. In questa prospettiva, la relazione può

essere pensata come uno spazio transizionale, in

cui l’adolescente può muoversi tra dipendenza e

indipendenza, sperimentando se stesso senza sentirsi

né abbandonato né controllato. Il genitore non

segue ogni passo, ma resta un riferimento affidabile

che rende possibile questa oscillazione. Dal

punto di vista psicoanalitico, ciò richiede una competenza

emotiva complessa, cioè la capacità di tollerare

di non sapere tutto, di non essere sempre

al centro della vita del figlio e di essere talvolta

messo da parte senza viverlo come un fallimento.

È proprio questa tolleranza che consente all’adolescente

di sviluppare una propria interiorità e un

senso di sé più autentico, mantenendo al tempo

stesso il legame senza percepirlo come intrusivo o,

al contrario, assente (International Journal about

Parents in Education, 2024).

Dottoressa Lucattini, riguardo all'abuso della

tecnologia digitale, molti genitori reagiscono a

questo nuovo disagio con il sequestro del cellulare

o restrizioni. Perché questo approccio

spesso fallisce, quali misure preventive per il

loro benessere psicologico potrebbero essere

invece, efficaci?

Il sequestro dello smartphone o l’imposizione di restrizioni

eccessivamente rigide spesso si rivelano

inefficaci perché intervengono solo sul comportamento,

senza coglierne il significato profondo per

i figli. Lo smartphone, infatti, non è soltanto uno

strumento, ma rappresenta uno spazio relazionale

e identitario, talvolta anche un rifugio emotivo; per

questo motivo, una sua sottrazione brusca può essere

vissuta come una rottura del legame o come

una punizione difficile da comprendere. Interventi

di questo tipo rischiano di alimentare opposizione

e conflitto, generare vissuti di incomprensione e favorire

un uso ancora nascosto, clandestino o compulsivo.

Risultano invece più efficaci, approcci sia

educativi, che preventivi fondati sul dialogo e sulla

condivisione ovvero sulla costruzione di regole insieme.

Importante anche avere un interesse autentico

per ciò che un figlio adolescente vede o fa

online, perché il limite può essere interiorizzato

solo quando è pensato, spiegato e inserito all’interno

di una relazione affettiva significativa, e non

quando viene imposto dall’esterno senza nessuna

spiegazione, con arroganza o violenza (Journal of

Happiness Studies, 2025).

Qual è, secondo lei, il confine tra l’uso fisiologico

dei device e un disagio profondo che

trova sfogo nelle dipendenze tecnologiche?

È una questione non solo di tempo trascorso davanti

allo schermo, ma anche della qualità dell’esperienza

che l’adolescente vive, se lo usa per

studiare e informarsi o solo a scopo ludico. L’uso

diventa problematico quando non rappresenta più

uno strumento tra gli altri, ma assume una funzione

centrale nella regolazione emotiva. Possiamo

parlare di un possibile disagio quando lo smartphone

diventa l’unico modo per stare bene o per

evitare emozioni difficili, come la noia, la tristezza

o l’ansia, oppure quando tende progressivamente

a sostituire le relazioni reali, impoverendo il contatto

diretto con gli altri. Segnali importanti sono

anche l’irritabilità, l’ansia o un senso di vuoto

quando l’uso viene interrotto, così come le interferenze

significative con il sonno, la scuola e la vita

quotidiana. In questi casi, dal punto di vista psicoanalitico,

lo smartphone può assumere la fun-

15


ZOOM

16

zione di un vero e proprio

oggetto esterno interiorizzato

come “regolatore” delle

emozioni, utilizzato non

tanto per comunicare o condividere,

ma per non sentire,

per anestetizzare emozioni

difficili o non sostenibili,

come nel dolore e nella depressione,

oppure per colmare

un senso di vuoto e di

solitudine. Il rischio è che

venga meno la possibilità di

sviluppare strumenti interiori

di elaborazione emotiva, perché

l’autoregolazione viene

delegata a un oggetto tecnologico

investito affettivamente,

rendendo più fragile

la capacità dell’adolescente

di stare in contatto con sé

stesso, con gli altri ragazzi

e con i genitori in modo autentico

(Universität Innsbruck,

2025).

Non si tratta solo di quante ore gli adolescenti

passano online, ma di comprendere anche cosa

fanno. Come si costruisce un "patto digitale"

in famiglia?

Un “patto digitale” non è semplicemente un insieme

di regole imposte dall’alto, ma rappresenta un vero

e proprio accordo condiviso, costruito all’interno

della relazione familiare. Significa passare da una

logica di controllo a una logica di responsabilizzazione,

in cui l’adolescente viene coinvolto attivamente

nella definizione dei limiti e ne comprende

il senso. In concreto, implica stabilire insieme tempi

e spazi di utilizzo, ad esempio evitando l’uso dello

smartphone durante i pasti o nelle ore notturne,

ma soprattutto significa creare occasioni di dialogo

aperto sui rischi e sulle opportunità del mondo digitale,

senza allarmismi ma con realismo e ascolto

reciproco. Un elemento fondamentale è la coerenza

degli adulti: i genitori sono modelli, e il loro modo

di utilizzare la tecnologia comunica molto più delle

regole esplicite, per cui è importante che anche

loro rispettino alcuni limiti, mostrando che il digitale

può essere gestito in modo equilibrato. Il patto digitale

si applica nella quotidianità attraverso una

negoziazione continua, che tiene conto dell’età, del

grado di maturità e dei bisogni del ragazzo, e che

può essere rivista nel tempo, adattandosi ai cambiamenti.

Centrale è il mantenimento di uno spazio

di fiducia, in cui il controllo non sostituisce la relazione

ma, semmai, la sostiene: strumenti come il

parental control possono avere una funzione protettiva,

soprattutto nelle fasi più precoci, ma non

possono diventare l’unico strumento educativo, perché

rischiano di trasformarsi

in forme di sorveglianza che

minano la fiducia e incentivano

comportamenti nascosti.

In questa prospettiva, il

patto digitale diventa anche

un’occasione educativa più

ampia, che aiuta l’adolescente

a sviluppare senso

critico, capacità di autoregolazione

e responsabilità, acc

o m p a g n a n d o l o

gradualmente verso un uso

più consapevole e autonomo

della tecnologia (Cyberpsychology,

2026).

Quali consigli si sente di

dare ai genitori?

-Stabilire regole chiare: i limiti

sull’uso dei dispositivi

elettronici (tempi, luoghi,

modalità) devono essere

condivisi e spiegati, non imposti,

perché solo ciò che

viene compreso può essere interiorizzato e rispettato

nel tempo;

-Definire confini concreti nella quotidianità: è utile

creare routine stabili, come l’assenza di smartphone

durante i pasti, prima di dormire o in alcuni momenti

familiari, per preservare spazi di relazione

reale e di decompressione mentale;

-Accompagnare, non solo controllare: interessarsi

a ciò che i figli fanno online, chiedere, conoscere

le piattaforme, parlare dei contenuti, è molto più

efficace del semplice monitoraggio, perché trasforma

il digitale in uno spazio condivisibile e pensabile;

-Educare alla regolazione emotiva: aiutare l’adolescente

a riconoscere quando usa lo smartphone

per noia, ansia o solitudine, favorendo alternative

e sviluppando consapevolezza, così che il digitale

non diventi l’unico strumento per gestire le emozioni;

-Dare l’esempio: il comportamento digitale dei genitori

è determinante; un uso equilibrato e rispettoso

dei tempi relazionali trasmette modelli molto

più efficaci di qualsiasi regola dichiarata;

-Costruire fiducia prima del controllo: strumenti

come il parental control, appunto, possono essere

utili in alcune fasi, ma devono essere inseriti in un

contesto di trasparenza e spiegazione, altrimenti rischiano

di minare la fiducia e incentivare comportamenti

nascosti;

- Adattare le regole nel tempo: l’educazione digitale

non è statica; deve evolvere con l’età, la maturità

e le competenze del ragazzo, passando progressivamente

da una regolazione esterna a una sempre

maggiore autonomia e responsabilità.



SALUTE & BENESSERE

by Alessandro Cerreoni

Probiotici

“Amici” invisibili

della nostra salute

L’equilibrio del microbiota intestinale svolge un ruolo fondamentale

per il benessere generale dell’organismo e per il

corretto funzionamento del sistema immunitario. Sempre

più studi evidenziano il legame tra salute intestinale, infiammazione

e prevenzione di numerose patologie croniche

Ne parliamo con il dottor Antonio Gorini

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Negli ultimi anni il tema del microbiota intestinale e dei probiotici ha assunto un ruolo sempre più

centrale nel panorama medico e scientifico. Numerosi studi, infatti, hanno evidenziato quanto l’equilibrio

della flora batterica intestinale sia strettamente collegato non solo alla salute dell’apparato digerente,

ma anche al corretto funzionamento del sistema immunitario, del metabolismo e, più in

generale, al benessere dell’intero organismo.

Parallelamente, è cresciuto anche l’interesse del pubblico verso i probiotici, spesso consigliati in

caso di disturbi intestinali o durante terapie antibiotiche. Tuttavia, attorno a questi prodotti esistono

ancora molta confusione, informazioni incomplete e una forte pressione commerciale che rende difficile

orientarsi tra le tante proposte presenti sul mercato. Cosa sono realmente i probiotici? Come

funzionano? Possono essere utili anche nella prevenzione o nel trattamento di patologie infiammatorie

più importanti? E come si sceglie un prodotto davvero efficace?

Per approfondire questi aspetti abbiamo intervistato il dottor Antonio Gorini, che ci accompagna

in un viaggio alla scoperta del microbiota intestinale e del ruolo fondamentale che esso svolge nella

nostra salute quotidiana. Dall’importanza di mantenere in equilibrio la flora batterica ai benefici dei

probiotici, fino ai limiti della conoscenza medica e universitaria su questo tema, il dottor Gorini offre

una lettura chiara e approfondita di un argomento oggi più che mai attuale.

Cosa sono i probiotici?

“I probiotici sono dei microrganismi che si trovano in alcuni alimenti o in farmacia sotto forma di

integratori. Una volta venivano chiamati "fermenti lattici", proprio perché popolano i cibi fermentati.

Da qualche anno l'interesse per loro è molto aumentato grazie alle conoscenze dei numerosi benefici

che comportano per la nostra salute”.

Come funzionano? Qual è il loro meccanismo di azione?

“I probiotici sono organismi vivi e vitali, principalmente batteri, che, assunti per via orale, colonizzano

il nostro intestino. Normalmente nel nostro colon vivono più di 500 specie batteriche diverse (microbiota

intestinale), che contribuiscono alla digestione di alimenti, sintesi e attivazione di molecole, difesa

verso sostanze tossiche o germi dannosi, correlano con la nostra salute generale e quella del

sistema immunitario, insomma, sono indispensabili per la nostra vita! I probiotici assunti con la dieta

e con gli integratori servono a garantire la giusta qualità e quantità del microbiota intestinale, rimpiazzando

i germi carenti o mancanti, stimolando la crescita di altri germi buoni e inibendo lo svi-


luppo di quelli "cattivi". Molti probiotici sono capaci, inoltre, di produrre sostanze antibiotiche e antinfiammatorie.

Uno squilibrio del microbiota (disbiosi intestinale) si può verificare per vari motivi tra

cui: alimentazione non corretta, tossinfezioni, malattie infiammatorie intestinali o funzionali (diarrea

cronica, stipsi cronica, celiachia, ecc, ecc.), malattie infiammatorie e cronico-degenerative in generale

o per l'assunzione di farmaci, basti pensare agli antibiotici, che da una parte sono fondamentali per

eliminare l'infezione, dall'altra riducono drasticamente la popolazione batterica "buona" residente nell'intestino.

In alcuni casi la disbiosi è essa stessa la causa di numerosi disturbi infiammatori o immunitari”.

Che caratteristiche deve avere un buon probiotico?

“Un buon probiotico deve essere vivo e vitale, cioè capace di arrivare vivo a livello intestinale per

poi riprodursi e svolgere le sue funzioni biologiche senza creare danno per l'uomo. I probiotici con

tali caratteristiche necessitano di condizioni di produzione e conservazione ben precise. Bisogna considerare

che nemici della sopravvivenza del probiotico sono: calore, pressione, umidità, ossigeno.

Pertanto, dovremmo prediligere quei prodotti integratori che si conservano in frigo (salvo rarissime

eccezioni), che non sono liquidi o confezionati in prossimità di acqua o altri elementi naturali (fibre,

vitamine, ecc.), che trattengono umidità, e, infine, isolati dal contatto con l'ossigeno ambientale”.

Quali sono i loro benefici sulla nostra salute?

“I benefici sono innumerevoli. Alcuni li abbiamo già citati. Il primo ed evidente beneficio è un benessere

intestinale, a cui segue un buon funzionamento del metabolismo generale. Anche la tendenza

ad ingrassare o a dimagrire può dipendere da esso. Numerosi studi mostrano senza ombra di dubbio

come un microbiota sano ci protegga da moltissime malattie, mantenendo efficiente il sistema immunitario

e gli altri sistemi di difesa e detossificanti, riduce l'infiammazione e previene stati degenerativi.

Le infezioni ricorrenti in qualsiasi distretto avvengano, anche al di fuori del tubo digerente

(cistiti, vaginiti, faringiti, ecc), dipendono da una disbiosi intestinale. Pensate che animali da esperimento

privati del microbiota muoiono rapidamente. Quindi è fondamentale avere un microbiota sano!”.

Quanti tipi di probiotici esistono e come si sceglie il probiotico più adatto per le proprie

esigenze?

“Esistono qualche decina di probiotici in commercio come integratori. Di questi sono stati fatti numerosi

prodotti, inserendo insieme al probiotico diverse altre sostanze al fine di differenziare com-

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SALUTE & BENESSERE

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mercialmente i prodotti. La scelta

è difficile per chi non conosce

bene questo campo, per cui consiglio

sempre di chiedere a chi ha

esperienza in merito e non fare da

soli al fine di risparmiare tempo,

denaro e ottenere risultati migliori”.

Spesso - è idea diffusa - si

pensa di assumere un probiotico

solo ogni qualvolta si è in

presenza di disturbi intestinali

occasionali (es. dissenteria).

Perché questa convinzione?

“Effettivamente è una consuetudine

prendere dei probiotici quando abbiamo

la diarrea. In questo caso è

una sana abitudine. Ciò che non è

ancora entrato nelle abitudini è ricorrere

a questa integrazione

prima, durante e dopo una terapia

antibiotica, in corso di malattie infiammatorie,

allergiche, infezioni ricorrenti,

e molte altre situazioni. Il

motivo non lo conosco. Ippocrate

diceva molti secoli fa che 'ogni

malattia nasce dall’intestino'. Dovremmo

ricordarcelo”.

Può essere assunto tutti i giorni

per 365 giorni all'anno?

“Direi di no. Per colonizzare correttamente

un intestino ci vogliono

circa 3 mesi di terapia dopo i

quali il sistema va avanti da sé.

L’importante è, soprattutto nei casi

complessi o di vecchia data, studiare

bene la situazione del microbiota

con specifici test di

laboratorio prima e dopo la terapia

probiotica”.

Al di là del suo ruolo importante

per il sistema immunitario,

si può considerare il

probiotico anche un toccasana

per curare - insieme ad altre

terapie - malattie intestinali importanti

come infiammazioni,

morbo di crohn, diverticolite,

coliti varie, ecc.?

“E’ ben noto che in queste malattie

il microbiota è fortemente alterato,

pertanto, è indispensabile

occuparsene, altrimenti faremo

solo una parte della cura”.

Non tutti i medici consigliano

l'uso dei probiotici, perché? Indifferenza

e scarsa conoscenza?

(*) Il dottor Antonio Gorini è esperto di Nefrologia, Oncologia Integrata, Medicina

Funzionale di Regolazione, Low Dose Medicine, Medicina Integrata, Fitoterapia,

Omeopatia e Omotossicologia, Microimmunoterapia, Ossigeno Ozono Terapia,

Statistica della Ricerca e Pratica Clinica, Agopuntura.

E’ docente presso l’International Academy of Physiological Regulating Medicine

“Purtroppo, lo studio del microbiota non fa parte del programma

degli studi universitari, salvo rare eccezioni. Vi è ancora molto

da fare in tal senso. Ancora troppo spesso la didattica è influenzata

dalla presenza o meno del farmaco chimico. In questo

caso si parla di integratori e, quindi, non vi è la spinta di interesse

a far inserire nei programmi didattici di base nella facoltà

di medicina questo argomento. Sono convinto che lentamente

ciò avverrà”.

Come ci si può districare nel mercato dei probiotici, visto

che l'offerta di questi prodotti è ampia e in molti casi oggetto

di campagne commerciali e pubblicitarie martellanti?

“Effettivamente è una giungla commerciale in cui è difficile districarsi.

Il consiglio migliore è rivolgersi ad un professionista

esperto”.

Via Archimede 138 – Roma Info. 06 64790556 (anche whatsapp)

www.biofisimed.eu - antonio.gorini@biofisimed.eu

www.miodottore.it/antonio-gorini/internista-nefrologo-omeopata/roma



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L’importanza di chiamarsi Piatto

Al ristorante la scelta dei giusti piatti per servire le pietanze in menu non è

un dettaglio da trascurare: ecco tutti i perché

La scelta dei piatti su cui serviamo una ricetta non è un dettaglio marginale, ma una firma

stilistica capace di orientare la percezione del commensale ancor prima che il primo boccone

arrivi alla bocca. Nel mondo della ristorazione, dove ogni gesto ha un valore narrativo, il

piatto diventa palcoscenico e cornice: definisce il carattere della proposta, ne enfatizza i

colori, ne disciplina i volumi. Trascurarlo significa perdere un’occasione di racconto; sceglierlo

con consapevolezza, invece, può trasformare una preparazione anche semplice in un’esperienza.

Per questo motivo il primo errore da evitare è scegliere i piatti sfogliando un catalogo come

se si trattasse di un complemento d’arredo. Occorre toccarlo, valutarne il peso, la fattura, le

dimensioni sotto i propri occhi. l piatto non nasce per essere bello da solo, ma per funzionare

insieme a un menu preciso. Una cucina espressa, con salse e mantecature delicate, ha esi-


genze molto diverse rispetto a una proposta di condivisione o a un bistrot ad alto volume.

La domanda giusta nella acelta dei piatti per il proprio ristorante non è “mi piace?”, ma “aiuta

davvero questa ricetta a essere capita, consumata e ricordata?”.

Anche il tema dei materiali va riletto in quest’ottica. La ceramica, per esempio, non è interessante

perché “classica” o “elegante”, ma perché è un materiale che tollera l’imperfezione. Assorbe

visivamente piccoli errori di impiattamento, mantiene il calore senza richiedere attenzioni

particolari e si inserisce con naturalezza in contesti molto diversi. È la scelta più intelligente

quando il menu è ampio, il turnover elevato o la brigata di sala non è sempre la stessa. Il

vero discrimine, però, non è ceramica sì o no, ma il tipo di ceramica: peso, spessore, bordo

e finitura incidono molto più del colore. Un piatto troppo leggero comunica fragilità e “casa”,

uno troppo pesante affatica il servizio e rallenta il ritmo del tavolo.

Materiali alternativi come melamina, vetro o ardesia hanno senso solo se inseriti in un progetto

coerente. La melamina, ad esempio, funziona quando la velocità e la resistenza sono prioritarie,

ma diventa un limite se il ristorante costruisce il proprio posizionamento sul valore percepito.

Il vetro può essere una scelta raffinata e contemporanea, soprattutto quando si lavora su trasparenze,

stratificazioni o dessert, ma richiede un controllo attento della luce in sala e una

gestione sicura da parte del personale. L’ardesia, spesso usata per “fare scena”, rischia invece

di diventare un cliché se non ha una reale funzione narrativa: valorizza alcune preparazioni,

ma ne penalizza molte altre e, soprattutto, complica l’esperienza del cliente quando il piatto

non offre un bordo come punto di appoggio naturale.

Oltre al materiale, la forma del piatto è una vera e propria dichiarazione d’intenti. Non tutte

le ricette vogliono essere contenute, non tutte vogliono essere esposte. Un primo piatto con

condimento fluido ha bisogno di un fondo che accompagni il gesto della forchetta e mantenga

la temperatura; un risotto, per esempio, soffre i piatti troppo profondi, che lo costringono a

“ritirarsi” al centro, perdendo eleganza e volume. Le forme troppo originali o irregolari funzionano

solo se il menu è stabile e il personale è allenato: altrimenti diventano una fonte

costante di incoerenze e tempi morti.

C’è poi un aspetto spesso sottovalutato: l’ingombro. Un piatto può essere perfetto sulla tavola

di uno showroom e disastroso su un tavolo reale. Piatti troppo grandi riducono lo spazio per

calici e pane, rendono il servizio più macchinoso e trasmettono una sensazione di affollamento

anche quando il locale è ben apparecchiato. Prima di adottare una linea, è fondamentale testarla

in sala, con una mise en place completa, valutando non solo l’effetto visivo ma anche

la praticità durante un servizio pieno.

Infine, il colore. Il bianco resta una scelta dominante non per mancanza di fantasia, ma perché

è un alleato silenzioso: non interferisce, non giudica, non ruba attenzione. Altri colori possono

funzionare, ma solo se usati con consapevolezza. Il nero esalta i contrasti ma amplifica ogni

imperfezione; i colori accesi rischiano di dialogare più con il piatto che con il cibo; tonalità

fredde come il blu, storicamente poco associate all’alimentazione, richiedono un concept molto

preciso per non risultare distoniche.

Scegliere i piatti di un ristorante non significa dunque solo decidere “su cosa servire”, ma

come raccontare la propria cucina senza parlare, senza trascurare la comodità di mangiare

da parte del cliente. È un equilibrio sottile tra estetica, funzione e identità, che il cliente percepisce

immediatamente, anche se non lo razionalizza. Quando il piatto è giusto, la ricetta

sembra migliore, il servizio più fluido e l’esperienza più coerente. E tutto questo avviene in silenzio,

prima ancora del primo assaggio.

Questo articolo è a cura dello staff di Azioni Gastronomiche, l’azienda guidata dallo chef imprenditore

Fabio Campoli. Con competenze che spaziano dalla consulenza per il settore Ho.Re.Ca.

alla formazione professionale, fino alla progettazione su misura, Azioni Gastronomiche trasforma

ogni progetto in un’esperienza gastronomica studiata ad hoc, in Italia e all’estero.

www.azionigastronomiche.it

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FASHION

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MISS MONDO: ANNA CHESSA

VINCE LA FINALE SARDA

A L’AGNATA DI TEMPIO

Con lei alla fase nazionale anche Nicole Monni, Daiana Batzella, Asia Concas, Ilaria

Adelina Mura e Ginevra Stella De Petrini

Anna Chessa è la nuova Miss Mondo Sardegna:

la giovane ventenne cagliaritana, studentessa

universitaria, si è aggiudicata la finale

andata in scena domenica sera a L’Agnata

di De Andrè, e rappresenterà l’Isola all’ultimo

atto del concorso che si terrà a partire dal

3 giugno a Gallipoli.

Con Anna Chessa parteciperanno alla fase finale

del concorso anche Nicole Monni

Daiana Batzella, Asia Concas, Ilaria Adelina

Mura, e Ginevra Stella De Petrini.

Tanti gli ospiti presenti alla serata, condotta

ancora una volta da Anthony Peth, volto

noto di vari programmi delle emittenti nazionali.

Madrina d’eccezione dell’ultimo atto del

concorso in Sardegna Sofia Viola, 22 anni,

Miss Mondo Italia 2025, eletta lo scorso

anno nella finale nazionale di Gallipoli, pronta

a rappresentare il nostro Paese alla 75^ finale

mondiale del concorso.

La neo Miss Mondo Sardegna Anna Chessa

è pronta a rappresentare l’Isola alla fase nazionale:

“Vincere questo titolo è un’emozione

indescrivibile: un insieme di felicità, gratitudine

e incredulità. Portare la mia terra nel

cuore e rappresentarla a Gallipoli è per me

un grande onore e una responsabilità che

affronto con orgoglio. Darò il massimo per

rendere fiera la Sardegna e vivere questa

esperienza unica fino in fondo”.

Per Alessia Ghisoni, l’imprenditrice che da

quest’anno organizza Miss Mondo, e dal

2025 anche Miss Universo, non poteva esserci

epilogo migliore: “È stato tutto perfetto,

la finale non poteva che tenersi in un luogo

magico e suggestivo come L’Agnata di De

Andrè, vorrei ringraziare Anthony Peth che ha

condotto magistralmente tutte le tappe del

concorso, tutte le persone che hanno lavorato

a questo progetto, e le persone che ci

hanno ospitato in questi mesi. Auguro alle

nostre ragazze di fare tanta strada alla fase

finale di Gallipoli, ma soprattutto di divertirsi”.

© Ph Davide Atzei






Epoch, “Ricordo di Pompeii”: il contemporaneo fa i conti con la città romana

“Ricordo di Pompeii” è il titolo, italiano anche nell’originale nonostante la pubblicazione sia

in inglese, del nuovo volume monografico di Epoch, rivista indipendente che mette in dialogo

il presente con il passato, offrendo una nuova prospettiva su estetica, oggetti e idee.

Superando la visione lineare della storia, propone un approccio libero, emotivo e interdisciplinare,

volto a costruire nuove narrazioni contemporanee attraverso connessioni con

il passato.

Più di 400 pagine tra testi, interviste e un ricchissimo apparato iconografico esplorano la

città sepolta dal Vesuvio nel 79 d.C. È un ricordo, ovviamente, della Pompei romana, ma

è anche un ricordo di un’epoca recente, che molti sentono ancora essere la “loro”, ovvero

il Novecento. In una specie di archeologia dell’archeologia, il lavoro collettivo di artisti,

scrittori, archeologi e storici analizza i linguaggi della memoria, dai monumenti archeologici

alle cartoline, ai film e alla moda, che hanno caratterizzato l’immagine di Pompei nell’era

analogica e che oramai sembrano appartenere a un passato lontano: una lontananza che

il volume sancisce e certifica attraverso il contrasto con visioni radicalmente contemporanee.

Ciò che emerge è un nuovo immaginario della città antica: rappresentazioni insolite di reperti e monumenti celebri,

senza tralasciare i gatti di Pompei, le periferie e gli angoli nascosti, ma anche dettagli e oggetti meno noti e apparentemente

marginali che acquisiscono una inaudita centralità. Diversi shooting, eseguiti da fotografi dal calibro di Harley

Weir, Jonas Lindstroem, Paul Kooiker e Thomas Prior tra molti altri, i co-fondatori della rivista, il direttore creativo Leonard

Vernhet e la caporedattrice Francesca Gavin, insieme al fashion director Marc Goehring, mostrano il sito popolato

da membri della generazione zeta che mettono in scena una intimità e una bellezza dirompenti, ponendo in tal modo

la questione del futuro di Pompei in un mondo che sembra aver perso molte delle certezze e stereotipi che hanno caratterizzato

la seconda metà del Novecento. La rivista è disponibile dal 10 aprile scorso presso i bookshop del Parco,

in diversi punti vendita italiani e on line al seguente link: https://epoch-review.com/shop e appena possibile presso i

bookshop del sito.

Annamaria Farricelli, protagonista attesa a “Corfù la Culla degli Artisti”

In questo mese di maggio 2026 un grande evento internazionale che celebra

l’incontro tra Arte, Cinema e Cultura, nel cuore luminoso del Mediterraneo. A

fare da cornice a questo appuntamento imperdibile è Corfù, isola sospesa tra

mito e storia, bellezza naturale e ispirazione senza tempo. Qui, nella splendida

location del Potamaki Beach Hotel di Benitses, affacciato sul mare e immerso

in un’atmosfera di autentica magia mediterranea, il 23 e 24 maggio 2026 risulta

in previsione di svolgimento la Terza edizione de: “Corfù la Culla degli Artisti”,

attenzionato premio letterario dove è possibile partecipare con Romanzi e Silloge

editi ed inediti; Sezione Arti Visive dedicato a Pittura, Scultura e Fotografia;

“Corfù la Culla dei Poeti” Concorso di Poesie edite ed inedite; CIFF “Corfù International

Film Festival” riservato alle sole produzioni di film, documentari e

animazione indipendenti. L’evento è organizzato dall’Associazione Cinema,

Spettacolo & Cultura APS, che ha invitato i finalisti a partecipare a una visita

guidata nel cuore pulsante del centro storico di Corfù, un luogo dove il tempo sembra rallentare e la storia sussurra tra

le pietre. Al termine del percorso, i partecipanti avranno l’opportunità di prendere parte a un’estemporanea, declinata

secondo la propria sezione artistica. Tra le protagoniste più attese della finale, la scrittrice e poetessa Annamaria Farricelli.

Annamaria, in realtà, non è soltanto accreditata poetessa, ma anche autrice di un romanzo di successo come

“L’eco del silenzio”. Le sue pubblicazioni in carriera sono numerose, come del resto gli innumerevoli riconoscimenti

letterari ricevuti nel nostro Paese. All’estero, quello di Corfù segna una “terza volta” da ricordare. Vita privata difficile,

la sua, con contesti familiari di dolore che sono durati anni. E poi, liberatoria, la scrittura come salvezza e missione.

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LIFESTYLE

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CLARA GUGGIARI

ENERGIA, STILE E FORMA

PERFETTA PER LA STAGIONE

PIÙ ATTESA

Con l’arrivo della bella stagione torna la

voglia di sole, libertà e leggerezza. Le

giornate si allungano, i colori diventano

più intensi e cresce il desiderio di rimettersi

in gioco, mostrando il meglio di sé.

Clara Guggiari interpreta perfettamente

questo spirito: grintosa, femminile e in

splendida forma, appare pronta a vivere

un’estate da protagonista.

Negli scatti che la ritraggono accanto a

una lussuosa Bentley GT, Clara sfoggia

un look deciso e seducente, dominato

dal rosso acceso del mini dress e degli

accessori, simbolo di passione, energia e

sicurezza. Ma oltre allo stile, ciò che colpisce

immediatamente è la sua forma fisica

impeccabile: tonica, curata e frutto

di costanza durante i mesi invernali.

Per molte persone l’inverno rappresenta

un periodo di pausa, ma chi desidera arrivare

preparato alla primavera sa bene

quanto siano importanti disciplina, allenamento

e cura del proprio benessere

durante tutto l’anno. Clara sembra incarnare

proprio questa filosofia: mantenersi

attiva, seguire uno stile di vita equilibrato

e non smettere mai di valorizzare il proprio

corpo e la propria immagine.

Il risultato è evidente. Le immagini trasmettono

forza, sensualità e consapevolezza,

ma anche la naturale eleganza di una donna che vive il proprio corpo con sicurezza. Le pose

dinamiche, il sole che illumina la scena e il contrasto tra il rosso dell’outfit e la livrea camouflage

dell’auto creano un’atmosfera quasi cinematografica, dove glamour e carattere si fondono perfettamente.

La primavera e l’estate diventano così non solo una stagione da vivere, ma anche un traguardo personale:

il momento in cui raccogliere i risultati del lavoro svolto nei mesi precedenti. Allenamento,

alimentazione equilibrata e attenzione ai dettagli permettono infatti di affrontare la bella stagione

con maggiore energia e fiducia in sé stessi.

Clara Guggiari lancia quindi un messaggio chiaro: la vera bellezza nasce dalla cura quotidiana di sé,

dalla determinazione e dalla capacità di sentirsi bene nel proprio corpo in ogni periodo dell’anno. E

quando arriva il sole, tutto questo non può che brillare ancora di più.


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LIFESTYLE

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© Foto di Mellissa Fusari


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ARTE

by Marisa Iacopino

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SVEN PFROMMER

ESPLORAZIONE VISUALE DI UN FOTOPITTORE

Combina le immagini con interventi pittorici, tecniche digitali e collage. Il suo lavoro esplora temi come l'urbanità,

l'identità e il movimento, fondendo l'osservazione fotografica con la trasformazione astratta. Sven

Pfrommer, artista berlinese, crea composizioni stratificate ricche di texture e atmosfera. Sue opere sono risultate

vincitrici al Berlin Airlift Prize, al Walter Thiemann Award di Lipsia e al Prix Gold del Paris Photo

Awards nel 2021 e nel 2023. Ha inoltre ricevuto una menzione d'onore all'International Photography Contest.

Quando hai mosso i primi passi nel campo artistico?

“Molto presto, da adolescente ho iniziato a sperimentare con le fotocopie e a ricoprirle di pittura. Questi

primi esperimenti si sono poi trasformati, anni dopo, in una laurea in comunicazione visiva”.

Se dovessi definirti, ti consideri più fotografo, pittore o incisore?

“Mi definirei un artista visivo che si muove tra diverse discipline. La fotografia è solitamente il punto di partenza,

ma raramente la lascio intatta. Aggiungo strati, texture e interventi tratti dalla pittura o dalla grafica”.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro, e come si influenzano i vari campi?

“Una macchina fotografica, naturalmente, ma anche pennelli, inchiostri, vernice spray, resina, alluminio, tela

e acrilico. I miei strumenti sono sia digitali che analogici. La combinazione di questi mi entusiasma. Di solito

tutto inizia con una fotografia: un incontro, un momento fugace durante un viaggio. In studio, lascio che

altri materiali influenzino il lavoro. Questo mi permette di allontanarmi dalla pura documentazione per approdare

a qualcosa di più stratificato e soggettivo”.

La pittura trasforma la realtà oggettiva di una fotografia in un'opera soggettiva, enfatizzando i dettagli

e modificando la luce. Quando interviene l'incisione e cosa apporta al tuo lavoro?

“L'incisione, o la stampa in senso più ampio, apporta più texture, riduce i colori e a volte dà risultati sorprendenti

alle immagini. Conferisce all'opera una qualità tattile e meno patinata, che la sola fotografia non

può raggiungere”.

Hai avuto dei mentori che ti hanno insegnato a osservare, ancor prima di creare?

“I miei professori universitari, che mi hanno fatto conoscere i libri d'arte e la grafica, hanno avuto un'influenza

duratura”.

Tra le tue opere, spicca la serie di Hong Kong. Non c’è la fuga verso lo skyline, ma lo sguardo


dello spettatore è intrappolato in un groviglio

surreale di linee verticali, grattacieli che si alternano

all'infinito e i colori acidi di una geografia

in cui l'elemento umano è quasi assente.

Perché ti sei concentrato su questa città?

“Hong Kong è una città intensa e un paradiso per i

fotografi: spazio compresso, densità travolgente, trasformazione

costante. Ero affascinato da come la

presenza umana sembri allo stesso tempo essenziale

e quasi inghiottita dall'architettura. Il mio obiettivo

era catturare questa tensione tra individualità e architettura

della vita urbana”.

Quando sono presenti, le figure umane appaiono

stilizzate, un'evanescenza di viandanti, quasi

sempre viste di spalle. Puoi spiegarne il significato?

“Per me, queste figure non sono ritratti di individui,

quanto piuttosto espressione di movimento, transitorietà

e anonimato astratto. Viste di spalle, diventano

figure comuni: ci proiettiamo in esse. Trasmettono la

sensazione di essere di passaggio, di una presenza

fugace nei flussi urbani più ampi”.

Hai scattato "Rainy Day" a New York, Hong Kong,

Saigon, Manila e Tokyo. Qual è la differenza sostanziale

tra una giornata di pioggia in queste

geografie fisiche e umane?

“La differenza non sta tanto nella pioggia in sé,

quanto nella scena che si cela dietro la pioggia. Nel

modo in cui la pioggia crea elementi più o meno

astratti nel ritmo di ciascun luogo. La pioggia diventa

una lente che nasconde il carattere ben definito

della città”.

Accostando le tue opere, lo spettatore può seguire

un filo narrativo? Se sì, a quale tipo di romanzo

corrisponde?

“La narrazione non è lineare, ma assomiglia piuttosto

a un romanzo frammentato, composto da strati e

vignette. Organizzo le mie opere in serie, in modo

che ogni lavoro rappresenti un capitolo di una serie

che include presenza, assenza, movimento e mancanza

di messa a fuoco. Insieme, creano una sequenza

poetica che invita gli spettatori a ricostruire

e immaginare la propria storia”.

È compito dell'artista affrontare anche questioni

sociali, o l'arte dovrebbe semplicemente trasmettere

emozioni?

“L'arte è portatrice di innumerevoli messaggi e ci

sono artisti che si concentrano su questioni sociali.

D'altro canto, l'arte può toccare le emozioni a un livello

molto personale, anche l'arte astratta. Non creo

opere apertamente politiche, però le mie figure sfocate,

o le folle astratte, sono non soltanto esplorazioni

visive, ma anche interrogativi sull'individuo nella

società. Per me, il ruolo dell'arte non è quello di

dare risposte, bensì di suscitare emozioni, lasciando

al contempo spazio alla riflessione”.

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COSE BELLE

by Mariagrazia Cucchi

CINZIA COGNETTI

E IL DIARIO RITROVATO: UN ROMANZO

TRA FICTION E VITA VISSUTA

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Quando Eva, giovane praticante avvocata

a Roma, è costretta a tornare

a Bari perché il padre ha

deciso di vendere la villa di famiglia,

la morte della madre Ambra riemerge

in modo dirompente. A casa,

l’odore è lo stesso di sempre, e a

Eva sembra di sentire ancora lo

schiocco del bacio di sua madre

sulla fronte, l’acciottolio dei bicchieri

che impilava nel pensile, la voce di

lei che la chiama… Ora Eva deve

scegliere cosa buttare, cosa conservare.

E in fondo all’armadio, un diario

nascosto rivela un amore segreto

e un passato che Eva non sapeva

esistesse, intrecciato con un uomo

di nome Fabio e con gli orrori dell’assedio

di Sarajevo…

E il confine tra la realtà e la fiction

a questo punto si fa sottile, poiché

l’autrice Cinzia Cognetti nel suo romanzo

“Note a margine del mio

dolore”, con una scrittura vivida ed

evocativa, parte da una storia vera,

nella quale lutto e dolore sono il

varco attraverso il quale costruire la

propria identità, per poi lasciare spazio

all’ispirazione e viaggiare con

l’immaginazione.

“Sono una scrittrice che cerca di

raccontare quelle che sono le relazioni

famigliari, l’importanza della

memoria, del ricordo, e di quanto a

volta il dolore possa mutare anche

la percezione che abbiamo di noi

stessi – spiega – Credo che raccontare

una storia sia un mezzo attraverso

il quale conoscerci

maggiormente. Non solo: mi piace

moltissimo raccontare facendo uso

dei cinque sensi, un po’ come insegnava

la grande Flannery O’Connor,

che per rendere reale un oggetto o


#CoseBelle

una scena riteneva necessario stimolare attivamente i

sensi del lettore. Ma cerco anche di creare un collante,

un legame tra quello che è il passato, la storia

privata dei personaggi, con quella che invece è la storia

collettiva. Quindi cerco di rendere il più possibile

cinematografica l’immagine che vado a creare sulla

carta. Non ho una definizione precisa di me come

scrittrice, vorrei solo che le mie parole arrivassero

il più lontano possibile e in

qualche modo riuscissero

ad accarezzare

lo sguardo

del lettore”.

Dopo l’esordio da

vincitrice di un prestigioso

concorso di

Feltrinelli, il suo percorso

la vede pubblicare

numerosi

racconti in diverse

antologie, fino al fortunato

ritrovamento

del diario di famiglia

che l’ha portata a pubblicare

il suo romanzo

con Harper Collins.

“Questo mio libro nasce

da un fatto realmente

accaduto – racconta –

Sono tornata nella villa

di famiglia perché dovevo venderla e

tra i vari ricordi e oggetti

ho rinvenuto il diario di mia madre, scritto nell’adolescenza.

Nello sfo-

gliare quelle pagine volevo in qualche modo mantenere vivo il

legame con lei, che purtroppo è venuta meno tanti anni fa. Nel momento in cui l’ho chiuso però, mi

sono chiesta: cosa sarebbe successo se invece avessi scoperto un suo segreto? Tra quelle pagine

parlava del suo amore per mio padre, ed è stato un momento emotivamente molto forte per me, poi

però ho pensato a cosa sarebbe successo se il diario avesse contenuto un mistero. E dunque, poiché

credo fermamente che la letteratura nasca sempre da una domanda alla quale è difficile trovare una

risposta, da questa suggestione si è generata la trama, in parte inventata, ma con un fondamento

di verità che si aggancia alla storia dei personaggi che vivono tra le pagine del romanzo”.

«Non avevo mai provato l’ebbrezza del rischio che scompiglia le certezze. Mai incuneato il piede sull’acceleratore

degli eventi. Aspettavo che accadessero, con mestizia. Accumulavo anni, crescevo senza

vivere veramente. Poi capii. Capii che solo correndo il pericolo di perdermi avrei trovato me stessa

sulla strada della vita: solo accettando il difetto di fabbrica come parte di me», pensa la protagonista.

Invece Cinzia cosa si aspetta adesso? E quale messaggio intende mandare con questo romanzo?

“Beh, un grande scrittore che era Fitzgerald diceva che la letteratura serve a sentirsi meno soli,

perché in qualche modo ci fa scoprire ciò che si è vissuto e che è stato vissuto da altri… Ecco, io

credo che tutti, nel piccolo e nel grande della nostra esistenza, abbiamo vissuto un dolore importante.

Vorrei perciò che le persone si ritrovassero tra queste pagine, che chiunque abbia affrontato un momento

difficile si sentisse abbracciato, accolto. Questo è ciò che spero il lettore possa sentire, questo

è il messaggio che voglio trasmettere”.

Diventare adulti, sembra dirci la protagonista, significa accettare che le persone che amiamo non

coincidano con il nostro racconto di loro. E solo riconoscendone il mistero possiamo, forse, riconoscere

noi stessi.

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LIBRI

by Silvia Giansanti

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CHRISTIANA RUGGERI

L’UOMO CHE COSTRUÌ I SOGNI: LA VERA

STORIA DI FERDINAND PORSCHE

La nota e preparata giornalista del TG2, da sempre affascinata dalle menti umane,

ha scritto il primo libro sulla vita di Ferdinand Porsche, “un genio capace di sognare”

Un genio senza una laurea, una vita che ha rapito completamente la giornalista e scrittrice Christiana

Ruggeri, tanto da raccoglierla in un libro con la formula del romanzo. “Si deve raccontare la grandezza

di una persona. Lui era un uomo mite e tranquillo e forse la sua normalità nel quotidiano

dava ancora più fastidio. E’ stato un avanguardista in tutto e se potessi tornare indietro nel tempo,

sarei felice di stringergli la mano”.

Christiana non è affatto un’esperta di motori, ma una giornalista mossa da tanta curiosità. La forza

di quest’uomo è stata nel desiderio che anche le persone più comuni potessero permettersi una

macchina. Siamo curiosi di sapere un po’ più della sua vita allora. E chissà quanti altri personaggi

della storia caduti nel dimenticatoio meriterebbero un libro, una menzione o un semplice racconto.

Il 2026 sarà all’insegna della presentazione di quest’opera unica.

Christiana, da cosa sei stata spinta per scrivere questo nuovo libro?

“In realtà è come se lui mi avesse bussato alla porta. E’ accaduto tutto casualmente una sera

mentre stavo navigando sulla rete. Ho notato che si stava avvicinando il 150° anniversario della nascita

del fondatore della Porsche. Un signore boemo, soprannominato il genio di Stoccarda e l’ingegnere

del secolo che ha stimolato la curiosità in me. Così sono andata a ricercare la sua biografia,


senza avere successo. Ho pensato, visto che lui

non aveva la sua macchina dei sogni e se l’è

costruita, allora io potevo ricostruire la sua biografia.

Mi ha particolarmente colpito il fatto che

su di lui ci fosse un numero esorbitante di libri

fotografici, dato che ha depositato più di tremila

brevetti di macchine pazzesche, aeronavi, trattori

ecc., ma della sua vita non si sapeva quasi nulla.

Quindi è stata una ricerca da topo da biblioteca”.

Quanto è durata complessivamente la stesura

del libro?

“Un anno e mezzo”.

Non si è un buon giornalista se non si ha

curiosità.

“Esattamente e a me è successa questa cosa

inaspettata. Più scoprivo le difficoltà, gli inciampi,

le mortificazioni che ha incontrato Ferdinand Porsche

sulla sua strada, più volevo saperne di lui.

Anche per una leggenda della storia dell’automobilismo

e non solo, la strada è stata tortuosa.

Se lui è riuscito a fare cose grandi che ci ha lasciato,

non è dipeso solo dalla sua indiscutibile

genialità, ma dalla sua resilienza. Ha rialzato la

testa e si è rigenerato più di una volta”.

Che messaggio vuoi dare ai lettori?

“Vorrei far sapere che anche i più grandi geni,

prima di raggiungere la meta, devono superare

grandi curve. La sua storia mi ha galvanizzato e

spero che porti tanta energia propulsiva anche

ai lettori. Attualmente sono la sua più grande

ammiratrice sul pianeta terra”.

Quindi prima di te, nessuno ha mai pensato

di scriverci un libro su di lui.

“No, esistono solo racconti frammentati della sua

vita e molti legati al famoso maggiolino. Lui è figlio

dell’impero asburgico e voleva meccanizzare

la Germania. Sono venuta a

conoscenza che due aziende

automobilistiche lo rifiutarono.

Incredibile! Hanno fatto l’errore

più grande della loro vita. Il

problema dei grandi geni della

storia è che erano troppo

avanti con i tempi”.

Trovi delle analogie con

qualche altro personaggio?

“Lui è stato un genio puro.

Molti altri come ad esempio

Rita Levi Montalcini, hanno

messo la loro intelligenza al

servizio dell’umanità”.

Dopo la sua scomparsa avvenuta

nel 1951 è stato nominato

l’ingegnere del

secolo ‘900.

“Aggiungerei una particolarità;

non si è mai laureato in ingegneria.

Non ha mai avuto il

tempo materiale di farlo, quindi

tecnicamente era un semplice elettrotecnico.”

Spoileriamo qualcosa sul libro?

“Diciamo solo che è stato un italiano a salvargli

la vita”.

Aspettative?

“Tante, poiché mi sono legata a questa figura

con affetto e penso che sia impossibile non rimanere

affascinati dal suo coraggio e dalla sua

resistenza. Se pensiamo che ancora oggi le sue

creazioni e suoi brevetti sono unici. Spero che

vada nelle mani delle persone giuste e perché

no, anche in quelle dei suoi discendenti”.

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LIBRI

by Mirella Dosi

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FEDERICO BERGAMINELLI

IA E DISUGUAGLIANZE: “COSÌ GLI

ALGORITMI COLPISCONO I PIÙ FRAGILI”

È disponibile in libreria e negli store digitali, il nuovo e atteso saggio dell’Avv. Federico

Bergaminelli dal titolo "Etica dell’Intelligenza Artificiale a tutela degli ultimi", edito da

Intrecci Edizioni

Il volume si apre con un'immagine potente che definisce l'intero percorso narrativo, quella dell'IA come un

viandante senza volto che attraversa le nostre città: "Non ha un nome né una storia visibile, ma il suo passaggio

modifica i destini di chi incrocia il suo cammino". L’autore, che da anni si batte per una consapevolezza

digitale diffusa, abbandona i tecnicismi per porre una questione squisitamente umana e politica, chiedendosi

se questa forza invisibile sarà "uno scudo che difende i deboli o una spada che colpisce chi è già a terra",

sottolineando con fermezza che il vero dibattito etico non nasce dal fascino per la macchina, ma dalla necessità

di capire se la tecnologia "rafforzerà la dignità degli ultimi o amplierà la distanza, già oggi incolmabile,

tra chi detiene il potere e chi non ne ha".

Attraverso un’analisi che tocca welfare e giustizia, Bergaminelli demolisce il mito della neutralità algoritmica,


spiegando come i dati, se non

governati, rischino di proiettare nel

futuro le ingiustizie del passato,

trasformando l'IA in un "giudice digitale"

che spesso decide della vita

altrui in una "stanza senza finestre".

Il saggio invita a una resistenza intellettuale

che passi per l'algoretica,

citando la necessità di un controllo

umano che agisca come un "consiglio

dei saggi" per evitare che la società

scivoli in una algocrazia dove i più vulnerabili

diventano semplici scarti statistici.

Con questo libro, l'Avvocato dei

Dati ci consegna una guida per abitare

il presente senza smarrire la bussola dei

diritti, ricordandoci che la tecnologia

deve tornare a essere uno strumento al

servizio dell’uomo, e mai il suo padrone

invisibile.

Avv. Bergaminelli, nel suo libro lei descrive l’IA

come un’entità capace di influenzare profondamente

la vita dei cittadini. Ma come facciamo

a capire se siamo stati giudicati da un computer

invece che da una persona?

"Spesso non ce ne accorgiamo, ed è proprio questo

il problema. Quando una decisione è presa o fortemente

influenzata da un algoritmo, il cittadino dovrebbe

essere informato in modo chiaro,

comprensibile e trasparente. Dobbiamo ricordarci

che la trasparenza non è un favore: è un diritto."

Questo ci porta a un tema centrale del suo

saggio: il rischio che l'algoritmo diventi un "giudice

digitale" chiuso in una stanza senza finestre.

Se un sistema automatizzato sbaglia e ci

nega un diritto, a chi dobbiamo rivolgerci? Esiste

un modo semplice per chiedere perché il

computer ha detto "no"?

"Certamente. Se un algoritmo nega un diritto — che

si tratti di un prestito, di un'assunzione o di una

prestazione sanitaria — bisogna poter chiedere spiegazioni

all'ente o all'azienda che utilizza quel sistema.

Il principio fondamentale è semplice: nessuno

dovrebbe sentirsi dire 'il computer ha deciso' senza

poter capire perché."

Il titolo del suo libro parla chiaro: "a tutela

degli ultimi". Perché oggi l'intelligenza artificiale

rischia di colpire proprio le persone più povere

o fragili invece di aiutarle?

"Perché l'intelligenza artificiale impara dai dati del

passato. Se quei dati contengono disuguaglianze,

discriminazioni o squilibri sociali, l'algoritmo rischia

di amplificarli. È il mito della neutralità algoritmica:

i dati, se non governati, proiettano nel futuro le ingiustizie

di ieri. Così, chi parte già svantaggiato finisce

spesso per esserlo ancora di più."

Lei invita a una vera e propria "resistenza intellettuale"

basata sull'algoretica. Dobbiamo

davvero fi- darci ciecamente delle decisioni di

una macchina, o dovrebbe esserci

sempre una persona a mettere

l'ultima firma?

"No, non dobbiamo fidarci ciecamente.

La tecnologia può supportare

le decisioni, ma non dovrebbe

mai sostituire completamente il

giudizio umano, soprattutto

quando sono in gioco diritti, lavoro,

salute o la dignità delle

persone. È necessario un controllo

umano che agisca come

un 'consiglio dei saggi' per evitare

che la società scivoli in

una algocrazia dove i più vulnerabili

diventano scarti statistici.

La responsabilità deve

restare umana."

Per concludere, qual è la

prima cosa che un cittadino

dovrebbe fare per proteggersi

da un'intelligenza artificiale che non sembra

"giusta" o trasparente?

"La prima difesa è pretendere trasparenza: chiedere

chi decide, quali dati vengono usati e se esiste un

controllo umano. Un cittadino informato è molto più

difficile da trattare come un semplice numero dentro

un sistema automatico. Dobbiamo abitare il presente

senza smarrire la bussola dei diritti: la

tecnologia deve essere uno strumento al servizio

dell’uomo, mai il suo padrone invisibile."

Dopo i saggi su Privacy, Smart Working, Social

Network e ora IA, verso quale tema si orienterà

il suo prossimo lavoro?

"Verso un romanzo. Porterò in tribunale un Agent

di IA che ha indotto al suicidio un adolescente, una

storia tratta da una vicenda reale accaduta negli

Stati Uniti nel 2025."

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LIBRI

by Francesca Ghezzani

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GIANLUCA

PENNINO

QUANDO

L’INTELLIGENZA

ARTIFICIALE

CORRE E LA

COMPRENSIONE

MANCA

Dopo aver indagato l’intelligenza artificiale da una prospettiva filosofica, politica

e operativa nei volumi “L'intelligenza oltre il biologico, Dalla fabbrica all'algoritmo”

e “L'Umano invisibile”, Gianluca Pennino, Chief Strategy & Innovation Officer, torna

in libreria con “Il mago meccanico: Dietro il sipario dell'intelligenza artificiale” (Amazon

KDP). Accanto all’attività professionale, l’autore coltiva una ricerca personale e

culturale sul rapporto tra tecnologia, coscienza e responsabilità e in questo nuovo

saggio affronta uno dei nodi più controversi dell’IA generativa: la differenza tra

comprensione e verosimiglianza.

Gianluca, la tua scrittura nasce dall’incontro tra esperienza concreta e riflessione filosofica, con l’obiettivo

di offrire chiavi di lettura profonde per comprendere il presente e orientare il futuro. Come è stata la

stesura dei tuoi libri?

“Non ho mai vissuto la scrittura come un'attività separata dal lavoro. Questi libri sono nati dentro le cose, non

fuori. Dentro riunioni di board dove si decidevano strategie digitali senza che nessuno avesse chiarito cosa si intendeva

per digitale. Dentro processi di trasformazione dove gli strumenti arrivavano prima delle domande. Dentro

organizzazioni che acquistavano intelligenza artificiale come si acquistava una fotocopiatrice, convinte che il problema

fosse l'hardware. Ogni volume ha risposto a un'urgenza specifica. ‘L'intelligenza oltre il biologico’ affronta la domanda

radicale: che cosa accade quando l'intelligenza smette di coincidere con il vivente? ‘Dalla fabbrica all'algoritmo’

guarda la trasformazione del lavoro e del potere. ‘L'umano invisibile’ cerca di rendere visibile quello che il discorso

sull'innovazione sistematicamente rimuove: l'essere umano reso opaco, marginale, a volte quasi decorativo. ‘Il mago

meccanico’ ha spostato il fuoco su quello che considero il grande equivoco del nostro tempo: scambiare la plausibilità

per comprensione, la performance linguistica per pensiero. Tenere insieme l'esperienza concreta e la riflessione

più lenta è stato il lavoro più difficile. Non sempre ci sono riuscito. Ci sono capitoli dove il manager ha preso il

sopravvento sull'osservatore, e altri dove è successo il contrario. Ho lasciato alcune di queste tensioni dentro il

testo, perché mi sembrava onesto farlo”.

Viviamo immersi nell’innovazione e spesso abbiamo la sensazione di non saper gestire questa svolta epocale.

Perché?


“Perché abbiamo confuso la velocità con la comprensione.

E questa non è una critica

alla tecnologia: è una critica a

noi stessi. L'intelligenza artificiale

corre. Ma il problema non è la velocità.

È che continuiamo a trattarla

come un problema tecnico quando

è, prima di tutto, un problema culturale.

Introduciamo strumenti straordinari

dentro strutture mentali che non

si sono aggiornate. Non perché le persone

siano pigre o incapaci. Ma perché

nessuno ha investito nel costruire un linguaggio

adeguato a interpretare quello

che sta accadendo. C'è anche un'altra

ragione, meno ovvia. Veniamo da decenni

in cui la tecnologia è stata raccontata

quasi esclusivamente come promessa. Più

velocità, più efficienza, più connessione.

Il rovescio di ogni promessa tecnica, che

è sempre una ridefinizione del potere e

dei rapporti sociali, è rimasto in ombra.

Quando la promessa si inceppa, o

quando produce effetti che non avevamo

previsto, non abbiamo categorie

per leggerli. Rimane solo il disorientamento.

La sensazione di non saper

gestire la svolta nasce qui. Siamo

dentro il cambiamento. Ma non abbiamo

ancora costruito gli strumenti

per abitarlo, non solo gli strumenti

per accelerarlo”.

Tecnologia, coscienza e responsabilità:

dov’è quindi il

punto di incontro?

“Nell'essere umano concreto. Non

in quello astratto dei manifesti

etici, delle dichiarazioni di principio,

dei framework di governance.

Nell'essere umano che progetta un

sistema, che decide cosa ottimizzare,

che sceglie quali dati usare e

quali scartare, che delega una decisione

a un algoritmo senza chiedersi

cosa succede a chi quella decisione

la subisce. La tecnologia non ha responsabilità

propria. Amplifica quella di

chi la crea e di chi la adotta. Questo

è il punto che molti faticano ad accettare,

perché accettarlo significa anche

accettare che non esiste un piano B comodo:

non si può scaricare sull'algoritmo

ciò che appartiene alla coscienza umana.

Quando parlo di coscienza, però, non intendo

solo quella individuale. Intendo

anche una coscienza collettiva: la capacità

di una comunità, di un'organizzazione, di una società

di interrogarsi su quali strumenti desidera adottare,

con quali limiti, per quali fini, e con quali conseguenze

per chi non siede al tavolo delle decisioni. Senza questa

dimensione, la responsabilità diventa un ornamento retorico.

Il punto di incontro, quindi, non è

un equilibrio stabile. È una vigilanza che va

esercitata ogni volta, ogni giorno. Non ho

una risposta più rassicurante di questa”.

In chiusura, ci sarà anche un quinto

volume sul tema?

“Sì, e posso dire che è il libro che mi

stava aspettando da anni, anche se non

lo sapevo. Dopo quattro volumi che

hanno affrontato l'intelligenza artificiale

dal lato della comprensione, del lavoro,

dell'umano e dell'equivoco linguistico,

mi sono trovato davanti a

una domanda che nessuno sembra

volersi porre con sufficiente serietà:

con quale metodo pensiamo,

quando pensiamo all'intelligenza artificiale?

Il quinto volume nasce da

qui. Ed è, in un certo senso, il più

radicale; non perché vada più lontano

nel futuro, ma perché va più indietro

nel tempo. Ho scoperto, o forse

riscoperto, che uno degli strumenti intellettuali

più potenti che la storia del

pensiero abbia prodotto per affrontare

problemi complessi è anche uno dei più

dimenticati: la struttura argomentativa

della Scolastica medievale, quella che

Tommaso d'Aquino portò a perfezione

nella Summa Theologica. Non è un libro

di filosofia medievale. È un libro per manager,

per chi governa organizzazioni, per

chi si trova ogni giorno a prendere decisioni

in un ambiente saturo di strumenti e

povero di metodo. La tesi di fondo è provocatoria

ma, credo, difendibile: le nostre organizzazioni

sono tecnologicamente

sofisticate e metodologicamente analfabete.

Sanno usare gli strumenti, ma non sanno

più formulare le domande. Il filo conduttore

è una figura straordinaria e quasi

sconosciuta: padre Roberto Busa, il gesuita

che nel 1949 convinse IBM a informatizzare

l'intera opera di Tommaso

d'Aquino. Busa non era un tecnico che

cercava efficienza. Era un filosofo che

cercava un metodo. E capì, settant'anni

prima di tutti noi, che la macchina non

pensa, ma può aiutare chi pensa a

farlo meglio. È, in fondo, la stessa distinzione

che percorre tutto il mio lavoro:

tra verosimiglianza e

comprensione, tra strumento e metodo,

tra tecnologia e coscienza. Il

libro è in lavorazione. E per la prima

volta, la forma stessa del libro rispecchia il suo contenuto:

ogni capitolo è strutturato come un articulus

della Summa: obiezioni, confutazione, risposta. Un modo

di scrivere che costringe a pensare prima di concludere.

Mi sembra il modo più onesto di parlare di intelligenza

artificiale”.

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LIBRI

by Rosa Gargiulo

CHA’. Una storia sul tè

Serena Bedini è autrice di una storia profumata di tè e ricordi,

“Chá – una storia sul tè” (78edizioni), che ruota attorno a un

diario e un mistero da scoprire.

“È sempre possibile capirsi, anche se non si parla la stessa

lingua: siamo tutti uguali, tutti fatti della stessa pasta.” - con

questa riflessione, che diventa stimolo a superare pregiudizi e

orizzonti limitati, la nonna conduce Margherita in soffitta, dove

le affiderà il diario di John Barnes, vecchio amico di gioventù.

Sarà una lettura sorprendente, che la condurrà negli anni Cinquanta,

quando l’americano aveva un negozio in via del Connubio,

dove si verifica una serie di eventi misteriosi.

Margherita scoprirà così la storia di Yang Luo, una ragazza cinese

che non parla italiano, ma che è decisa ad aprire una

Casa del tè, contrastando la diffidenza della gente del posto.

Proprio la sua comparsa in via del Connubio, però, darà il via

a una serie di apparizioni ed eventi, che John racchiuderà nelle

pagine del suo diario.

Una storia che parla di antiche tradizioni, nuove consapevolezze

e la necessità senza tempo di imparare ad essere diversi

ma uguali!

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Spire

Maria Pia Nocerino firma un romanzo delicato ma profondamente

efficace, “Spire” (Rossini Editore), affrontando la problematica

dell’Alzheimer e le conseguenze non soltanto nella vita di chi ne

soffre, ma anche dalla prospettiva dei familiari e degli amici, i caregiver,

la cui vita viene letteralmente devastata da una malattia

che porta via i propri cari – prima ancora che succeda definitivamente.

Protagonista del romanzo è Marlena, la cui storia viene raccontata

da Paul – amore “adulto” – arrivato nella sua vita alla soglia dei

cinquant’anni di entrambi. La voce narrante è proprio quella del

compagno, che ci accompagna con grande delicatezza in un percorso

in cui la “dimenticanza” si fa dolore, scompiglio, agitazione,

serena inconsapevolezza: perché Marlene vive tutto questo, l’Alzheimer

nelle sue molteplici e spesso opposte manifestazioni. Paul

resta accanto a lei, nonostante siano passati gli anni e non siano

più giovani, con amore tenero e grande attenzione – pazienza –

solerzia.

Non è facile essere un caregiver, soprattutto quando si è un caregiver

anziano, ma Paul non la lascia mai da sola – restituendoci

la sua storia, una vita difficile che ha messo Marlene alla prova

più di una volta, raccontandoci la rinascita, il coraggio, l’entusiasmo – attraverso una narrazione che

non indulge mai al pietismo.

Una storia delicata, che getta luce su una realtà drammatica, e che grazie alla sensibilità di Maria

Pia Nocerino acquista una sua luminosa profondità. E un gusto, quello di un gelato: Amara Passione!


Letti per Voi

L’Attesa

e altri racconti

Vincenzo Di Giorgio torna in libreria

con “L’attesa e altri racconti”

(Vintura Edizioni), tre storie attraverso

le quali l’autore indaga due

aspetti che possono avere effetti

devastanti nella vita di ciascuno di

noi: la perdita e l’abbandono, che

mettono in crisi il senso della vita

– che ognuno di noi cerca e che

spesso apre baratri nella nostra

anima e nella psiche.

Vincenzo Di Giorgio ha la straordinaria

capacità di traghettarci,

proprio come un novello Caronte,

attraverso le ombre, il buio più

profondo, verso un barlume di

speranza – che possa davvero restituire

a ciascuno una nuova

rotta da seguire.

Tre storie, quelle contenute nella

raccolta, dove i personaggi sono

costretti a mettersi in discussione,

sfidando il proprio destino, cercando

di piegarlo alla loro volontà

(o ai desideri che ancora albergano

nel loro cuore), incapaci

però di gestire il fallimento che un

confronto del genere comporta, e

che quindi necessita di una prospetta

diversa – e chissà se i personaggi

ritratti dall’autore saranno

in grado di individuarla…

La scrittura di Di Giorgio si conferma

moderna e graffiante, i suoi

personaggi non cercano la misericordia

dei lettori, anzi a tratti

pare che li allontanino – con parole

che scardinano ogni certezza.

L’autore non conforta, non “coccola”

– rassicurandoci – ma ci

pone di fronte all’abisso interiore,

che troppo spesso ci rifiutiamo di

indagare. La sua scrittura è esplorazione,

taglio chirurgico, incisione

profonda da cui sgorga tutta la

fragilità dell’essere umano. Eppure,

sa essere scrittura “luminosa”, un

punto di riferimento significativo in

un mercato editoriale troppe volte

piegato alla piaggeria.

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Vi aspettiamo con le novità

cinematografiche più attese



SPETTACOLO

by Alessio Certosa

CASA SURACE

IL SUCCESSO DAL WEB AL TEATRO

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Tra sketch irresistibili e racconti di vita quotidiana, Casa Surace è riuscita a trasformare la semplicità della

tradizione familiare e del vivere di tutti i giorni in un fenomeno amatissimo dal pubblico. In dieci anni di

carriera il collettivo comico ha conquistato milioni di persone sul web e non solo, portando la propria ironia

anche a teatro con grande successo. In questa intervista ci raccontano la nascita del progetto, il legame con

il pubblico e i nuovi sogni per il futuro.

Casa Surace è un vero e proprio fenomeno comico amatissimo sul web seguito da migliaia di followers.

Come nasce il progetto?

“Casa Surace è nata quasi per caso. Eravamo un gruppo di amici che viveva a Napoli e che si incontrava per

fare feste come spesso succede tra ragazzi universitari, molti di noi si erano trasferiti per lavoro o studio e

avevamo una passione in comune (a parte le feste), cioè la comicità, il teatro e lo spettacolo. Abbiamo

iniziato a raccontare delle storie sui social con dei video fatti in casa, davvero in casa, con pochissimi mezzi.

All’inizio era quasi un gioco tra amici. Poi ci siamo accorti che tantissime persone si riconoscevano in quelle

situazioni. Evidentemente certe dinamiche erano così universali che diventano immediatamente trasversali e di

conseguenza Virali… soprattutto quando c’è una nonna di mezzo. Abbiamo iniziato così a pubblicare video

che riscuotevano sempre maggior successo e view. Oggi siamo a tutti gli effetti una bella e grande community

seguita da milioni di persone dove la leggerezza è di casa. In dieci anni di attività con il tempo si sono

aggiunte delle figure familiari come la mamma, la nonna, i cugini, gli zii, ecc. Curioso ricordare come il nome

Surace deriva dal fatto che avevamo una maiolica davanti la porta con la scritta Surace del vecchio proprietario

che non si riusciva a levare. Quindi per tutte le persone che ci conoscevano noi eravamo i ragazzi di Casa

Surace”.

Non solo web ma anche una bella tournée teatrale nelle principali città italiane con lo spettacolo

“La riunione di condominio”. Cosa dobbiamo aspettarci da questo show tutto da ridere?

“La riunione di condominio” è praticamente quello che succede quando metti insieme tutti i personaggi di

Casa Surace nello stesso posto… e gli dai un problema da risolvere. Chiunque abbia mai partecipato a una

riunione di condominio sa che può diventare un vero spettacolo: si litiga per l’ascensore, per il parcheggio,

per il cane del vicino… e a un certo punto nessuno ricorda più perché si era iniziato. Sul palco succede più

o meno questo, ma con il nostro modo di raccontare la famiglia, il Sud, le differenze tra Nord e Sud e tutte

quelle piccole manie quotidiane che ci fanno tanto ridere. Aggiungendo una sana dose di partecipazione con


il pubblico che diventa parte integrante della riunione

proprio come se fossero dei veri condòmini. La riunione

di condominio è così a tutti gli effetti lo specchio

della nostra società una grande festa collettiva

in cui si ride e si riflette e in cui ci sente parte di

una comunità”.

Un successo travolgente che celebra 10 anni di

carriera: cosa vi rende più orgogliosi di questi

dieci anni?

“Dieci anni sui social sono tantissimi, quindi la prima

cosa che proviamo è gratitudine verso chi ci segue

da tutto questo tempo, non è assolutamente scontato.

La cosa che ci rende più felici è quando qualcuno ci

dice: “Ma questo succede pure a casa mia”. Significa

che stiamo raccontando qualcosa di autentico e di

vero in cui la persone si riconoscono. E poi siamo

contenti di aver portato un certo tipo di racconto del

Sud: affettuoso, autoironico, senza prendersi mai

troppo sul serio”.

La vostra comicità trae spunto dal vivere quotidiano.

Quale il segreto dei vostri sketch e come

nascono i vostri contenuti per il web?

“Molto spesso nascono da cose che succedono davvero.

Una frase detta a tavola, una telefonata con la

nonna, una discussione tra amici. Poi ovviamente esageriamo

un po’, perché la comicità funziona così: parti

da qualcosa di reale e lo porti all’estremo. La verità

è che se osservi bene la vita quotidiana trovi già tantissimi

spunti e materiale comico. In più abbiamo sempre

avuto la fortuna di avere una fan base molto

affezionata e partecipativa che ci sempre sostenuto,

suggerendoci nei commenti nuove idee per i nostri

video”.

Avete delle tematiche sociali a cui siete particolarmente

legati e che amate condividere con il

vostro pubblico presentandole in chiave comica

con l’intento di far riflettere e sensibilizzare?

“Sì, spesso dietro la risata c’è anche qualcosa di più.

Parliamo molto di identità, di rapporto tra Nord e Sud,

di chi parte per lavoro e poi sente nostalgia di casa.

Sono temi che tanti italiani vivono sulla propria pelle.

Noi li raccontiamo con ironia, ma l’idea è anche

quella di far sentire le persone un po’

meno sole in quelle esperienze”.

La comicità va oltre la semplice risata,

spesso ci fa riflettere ed è portatrice di

innumerevoli messaggi. Cosa ne pensate?

“Assolutamente sì. La cosa bella della

comicità è che mentre ridi ti riconosci

anche nelle situazioni. A volte una battuta

riesce a dire una verità molto più

velocemente di un discorso serio. Ha la

possibilità di arrivare in maniera diretta

superando confini, barriere e pregiudizi.

A volta fa più una battuta che centinaia

di discorsi”.

Il vostro è un pubblico molto ampio

che abbraccia diverse generazioni a

testimonianza del fatto che la comicità

è necessaria per alleggerire le

nostre vite quotidiane. Quale il vostro

segreto?

“Una delle cose che ci colpisce di più è proprio questa:

spesso ci scrivono ragazzi giovani ma anche genitori

e nonni. Forse perché alla fine raccontiamo la

famiglia, e la famiglia è un linguaggio che capiscono

tutti. Siamo partiti dal raccontare i ragazzi universitari

fuorisede e da lì abbiamo allargato il tiro raccontando

la famiglia, il paese e tutti i personaggi che ne fanno

parte, questo ha fatto sì che il nostro pubblico diventasse

trasversale. Non possiamo che essere grati al

pubblico per tutto l’affetto che continuamente ci dimostrano

sia sui social che agli spettacoli teatrali,

sentirsi parte di una comunità affezionata ci riempie

il cuore di gioia e ci rende molto orgogliosi”.

Per il futuro a cosa state lavorando?

“Il sogno è continuare a raccontare storie e a far

crescere questo progetto senza perdere lo spirito con

cui è nato. Continueremo a fare quello che abbiamo

sempre fatto provando a spingerci sempre un passettino

più in là sperimentando nuove forme di intrattenimento.

Il web è la nostra casa ma come ogni buon

viaggiatore ogni tanto devi pure uscire scoprire cosa

c’è attorno. È quello che stiamo facendo con lo spettacolo

teatrale, lo abbiamo fatto con la radio, la TV

e perché no magari provare a sperimentare in futuro

anche altre forme di intrattenimento. Casa Surace è

nata tra amici e speriamo che rimanga sempre una

grande famiglia… magari un po’ rumorosa e disordinata,

ma sicuramente molto divertente”.

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SPETTACOLO

by Antonio Desiderio

SALVATORE

MANZO

ÉTOILE

DI PASSIONE

E LIBERTÀ

AL TEATRO

SAN CARLO

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Nel cuore pulsante di Teatro di San Carlo, tempio

della danza e della grande tradizione lirica

internazionale, cresce e si afferma il talento di

Salvatore Manzo, oggi Primo Ballerino. Un percorso

costruito con disciplina, sacrificio e passione,

iniziato quasi per gioco durante l’infanzia

e diventato, negli anni, una straordinaria carriera

artistica. Dalla formazione tra Napoli e Londra

fino ai ruoli da protagonista sui palcoscenici più

prestigiosi, Salvatore racconta con sincerità il suo

cammino nella danza, le emozioni della nomina

a Primo Ballerino, gli incontri che hanno segnato

la sua vita artistica e il profondo legame con la

sua città. Un’intervista intensa e autentica, in cui

emerge tutta la sensibilità di un artista che vive

la danza come forma assoluta di libertà

Caro Salvatore grazie di aver accettato il nostro

invito. Come è arrivata la Danza nella

tua vita?

“Ho capito molto presto di voler danzare, quasi

istintivamente, fin da bambino. Ho iniziato a studiarla

grazie a mia sorella, che già frequentava

corsi di danza. Accompagnandola, mi sono avvicinato

a questo mondo e da lì è nato tutto. La

consapevolezza di poter trasformare questa pas-


Crediti foto: Francesco Squeglia - Luciano Romano - Federica Capo

sione in una professione però è arrivata più tardi, attraverso

lo studio costante, i sacrifici e i primi riconoscimenti”.

I tuoi studi di danza iniziali...

“Ho studiato con i maestri Rosa Varriale e Francesco

Imperatore, che hanno avuto un ruolo fondamentale

nella mia formazione. Successivamente ho proseguito

il mio percorso alla Royal Ballet School di Londra,

Upper School: un’esperienza che mi ha arricchito profondamente

sia dal punto di vista artistico che

umano”.

Poi l'arrivo al Teatro San Carlo...

“Ho iniziato la mia carriera all’estero con l’English National

Ballet di Londra. Dopo alcuni anni, però, sentivo

il desiderio di lavorare in una compagnia italiana, così

ho fatto l’audizione per il Teatro San Carlo, iniziando

una nuova fase del mio percorso artistico. Mi considero

molto fortunato: poter vivere della mia professione

proprio a Napoli, la mia città d’origine, in uno

dei teatri più belli al mondo, è un privilegio enorme”.

Il tuo primo ruolo importante qual è stato?

“Ricordo con grande emozione il mio Primo ruolo importante:

“Il Cigno”, una creazione del coreografo

Shen Wei in ‘Carmina Burana’. Nel repertorio classico,

invece, il mio primo ruolo da protagonista è stato

quello del Principe ne ‘Lo Schiaccianoci’, nella versione

di Lienz Chang, una delle prime persone ad aver creduto

in me e che porterò sempre con gratitudine nel

cuore”.

Poi un bel giorno, arriva la tanto attesa nomina

a Primo Ballerino. I tuoi ricordi?

“La nomina a Primo Ballerino è

stata una delle soddisfazioni più

grandi della mia vita: un momento

indescrivibile, carico di emozione

e gratitudine, che ha ripagato

anni di lavoro e sacrifici. Allo

stesso tempo rappresenta anche

una grande responsabilità: è un

punto di partenza, non di arrivo,

perché ogni ruolo e ogni debutto

rappresentano una nuova sfida e

un’occasione per mettersi continuamente

alla prova”.

Il tuo modello di danzatore?

“Non ho un solo modello, ma mi

ispiro a tutti quei danzatori che

riescono a unire tecnica impeccabile

e grande capacità interpretativa.

Ho sempre ammirato chi

riesce a emozionare il pubblico in

modo sincero”.

Il ruolo che più ami?

“Amo i ruoli che mi permettono

di raccontare una storia intensa,

soprattutto quelli ricchi di sfumature

emotive come Albrecht, Siegfried,

Lenskij…dove posso

esprimere davvero me stesso, sia

tecnicamente che artisticamente”.

Una partner rimasta nel tuo

cuore?

“Una partner che resta nel cuore è quella con cui si

crea una vera sintonia, artistica e umana. Quando c’è

fiducia reciproca, tutto diventa più autentico sul palco

e ogni spettacolo diventa speciale. Ho la fortuna di

condividere la scena con persone e artiste straordinarie,

tutte ballerine di grande valore. In particolare,

Claudia D’Antonio, anche lei Étoile del Teatro San

Carlo: balliamo insieme da tantissimi anni e abbiamo

condiviso esperienze importanti in tutto il mondo, oltre

a momenti intensi e significativi, come la nostra nomina

a Étoile”.

Progetti futuri?

“Continuare a crescere artisticamente, affrontare nuovi

ruoli e ampliare il mio repertorio. In futuro mi piacerebbe

anche trasmettere la mia esperienza alle nuove

generazioni”.

La danza per te in una sola parola.

“Libertà”.

In collaborazione con:

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STORIE DI RADIO

by Silvia Giansanti

ANGELO TORCHETTI

50 ANNI AL MICROFONO, UNA VITA IN ONDA

TRA MUSICA, RICORDI E PASSIONE

Ha attraversato l’evoluzione della radio italiana, dagli studi artigianali delle emittenti libere fino ai microfoni

di Isoradio. Una passione nata ascoltando Radio Montecarlo con antenne improvvisate.

E’ una delle voci di punta più longeve di Isoradio. Quest’anno

spegne ben 50 candeline trascorse davanti allo

strumento magico del microfono che gli ha dato da vivere

e tante soddisfazioni. Angelo Torchetti è nato a

Pescara e proprio lì inizio’ la sua avventura negli studi

arrangiati nell’epoca sperimentale della radio. Voltarsi

indietro fa un bell’effetto, non solo perché l’evoluzione

radiofonica ha fatto passi da gigante, ma anche perché

la mente inizia a fare fatica a contenere tutti i ricordi.

Gli inizi sono quelli che si portano con nostalgia dentro

al cuore. Iniziò ad ascoltare le onde medie e le radio

straniere più disparate. La curiosità di vedere com’era

fatta una radio all’interno e la passione per la musica,

gli hanno regalato con il tempo una professione vera

e propria.

Angelo, ricordi la data esatta in cui andasti in

onda per la prima volta?

“Giugno del 1976, anche se poi il primo impatto con la radio lo ebbi ancora prima, visto che da ragazzino

ero fissato con le classifiche e di conseguenza con la musica. La radio iniziò per gioco perché sentii un

annuncio allo stadio di Pescara riguardante la pubblicità di una nuova radio appena nata, Radio Pescara.

Fu una delle prime a nascere in Italia dopo il monopolio Rai. Mi presentai lì un anno prima, nel 1975 per

riuscire a fare qualcosa, ma mi presero come aiuto e non come dj. Figurati, non avendo mai parlato davanti

ad un microfono, non superai il provino. Il proprietario era molto seguito in tutta Pescara con il suo

programma di dediche e mi consigliò di fare esercizi poiché la voce da trombone già c’era, scimmiottando

però Awanagana. Ricordo che tramite degli ‘accrocchi’ con l’antenna, riuscii ad ascoltare Radio Montecarlo

che non arrivava bene a Pescara. Così iniziai ad esercitarmi con il mio Geloso, il registratore a bobine

regalatomi da mio padre. Ricordo che non possedevo neanche una radio a banda FM e mi dovetti recare

a casa di un mio amico per sentire Radio Montecarlo”.

Poi cosa è successo?

“Mi ripresentai e mi presero a fare finalmente un programma che condussi insieme ad un mio compagno

di scuola dell’epoca per aprire la programmazione della radio che iniziava alle quattordici”.

Che programma era?

“Si chiamava Jukebox e non era altro che annuncio e disannuncio dei dischi”.

La classifica a cui aspiravi è mai arrivata?

“Sì, dopo qualche mese. La classifica ebbe molto successo. Andava in onda alle diciotto, dopo il programma

di dediche del proprietario e dopo un po’ di tempo la mia voce veniva riconosciuta pure per

strada. L’appuntamento si chiamava ‘Disco Pera’ e con gli ascoltatori si giocava con il nome. In quel periodo

a Pescara ci furono molte succursali delle case discografiche, quindi ospitammo anche numerosi

cantanti che vennero anche in tour”.

Quanto tempo rimanesti in questa radio?

“Ci lavorai per un bel po’, fui uno dei primi e lì vidi anche i primi soldini nel 1977, ovvero 30 mila lire

al mese. Con quelle somme mensili investii in un buon impianto stereo”.

Sognavi di fare altro nella vita?


“La doppiatrice Gianna Salerni che è in pensione e

Roberto Pedicini, sempre doppiatore, al quale registrai

il primo provino quando venne in radio”.

Tornando agli inizi, come conciliasti la scuola?

“Per un periodo andai in onda al mattino prima

dell’inizio della scuola”.

Il momento in cui hai capito che questo sarebbe

divenuto il tuo lavoro?

“Nel momento in cui entrai in Rai. Entrai ad Isoradio

nel 1990, dopo aver fatto importanti esperienze in

note radio romane come Radio Luna 99.3 Hit Radio,

Radio Serena, Radio Centro Suono e in studi di

doppiaggio come Top Ten”.

“Durante il mio percorso radiofonico, pensando che

avrei potuto anche non andare più avanti, ho continuato

a studiare frequentando la scuola di interpreti

a Firenze, iscrivendomi anche a scienze

politiche. Fui talmente pieno di impegni che dovetti

sospendere per un anno la radio. Non appena mi

liberai un po’, ripresi a lavorare in radio, questa

volta andando a Radio Fantasy, diretta all’epoca da

Carlo Conti”.

Cosa pensarono i tuoi genitori di questa scelta

artistica?

“Potevo fare ciò che volevo, non sacrificando però

gli studi. E così appunto feci”.

Nomi di personaggi con i quali hai lavorato

nella radio abruzzese che sono andati avanti

come te.

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