22.06.2026 Visualizzazioni

The Garnish 02/2026

The Garnish è il sistema editoriale di Nelson Srl puntato sul segmento “cocktail bar”. Ed è composto da testate giornalistiche B2B e B2C dedicato agli operatori del settore che operano nella galassia dei cocktail bar. A tutti gli effetti si tratta di una inedita piattaforma che mira a usare un nuovo codice per concentrarsi sulla professionalità dei bartender, contribuendo alla divulgazione e alla narrazione del settore della miscelazione con analisi, strumenti, voci e un linguaggio finalmente più fresco. The Garnish è già operativa con il presente web magazine TheGarnishMag.it e sui social alla pagina Instagram @thegarnishmag, dal 18 marzo partirà la newsletter dedicata agli addetti ai lavori ed entro fine marzo andrà in stampa il giornale B2B cartaceo.

The Garnish è il sistema editoriale di Nelson Srl puntato sul segmento “cocktail bar”. Ed è composto da testate giornalistiche B2B e B2C dedicato agli operatori del settore che operano nella galassia dei cocktail bar. A tutti gli effetti si tratta di una inedita piattaforma che mira a usare un nuovo codice per concentrarsi sulla professionalità dei bartender, contribuendo alla divulgazione e alla narrazione del settore della miscelazione con analisi, strumenti, voci e un linguaggio finalmente più fresco. The Garnish è già operativa con il presente web magazine TheGarnishMag.it e sui social alla pagina Instagram @thegarnishmag, dal 18 marzo partirà la newsletter dedicata agli addetti ai lavori ed entro fine marzo andrà in stampa il giornale B2B cartaceo.

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ANNO 1 | giugno/luglio 2026

02

Persone, opinioni, luoghi e miscele

POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE- AUT. N LO-NO/01353/05.2022 PERIODICO ROC - PERIODICO TRIMESTRALE - PREZZO EURO 5,00

Carina Soto

Velasquez

Bartender, imprenditrice, mentore:

la patron di Candelaria racconta

la “sua” Parigi. E non solo

La nuova convivialità

Le sfide del bar tra social e costi.

Intervista a Flavia di Giustino di LVMH

Dall’Italia

Aguardiente,

il tempio del rum

1

thegarnishmag.it


di Carlo Carnevale | info@thegarnishmag.it

Si stava meglio

quando si stava fuori

Carlo Carnevale

s

embra non si esca più.

La sera, intendo. Pare

non si viva più quel

momento particolare e

a tratti inspiegabile in

cui le energie residue

dopo una giornata di

lavoro si trasformano

in scintille per allentare

le cravatte, distendere

le gambe e trascorrere ore di svago

al bar. Eppure lo si faceva fino

a poco fa.

I dati ci mettono del loro e sarebbe

ipocrita ignorarli: il potere d’acquisto

si assottiglia, il dopocena appartiene

solo a chi già lo apprezzava prima

del Covid, e c’è una generazione

che per moda o necessità centellina

il divertimento. Ma se fosse solo

questione di portafoglio e di trend,

ce ne faremmo una ragione; invece

anche quando si esce, spesso non ci

si è. Si occupa una sedia da cui scivolare

altrove, quasi sempre dentro

uno schermo. Il bar diventa sfondo

per una storia da postare, e non da

vivere come invece la Storia, con la

maiuscola, del bancone racconta e

conferma da secoli.

Il bar è da sempre l’infrastruttura

più economica e democratica

dell’incontro casuale: il posto dove

ci si (ri)trova, dove le idee e gli affari

nascono di sponda (“L’Europa è

i suoi caffè”, cita Alfonso Califano

in questo numero). È una funzione

intrinseca che si è smesso di sfruttare.

Serve ricostruire, allora. E non

è compito del solo bartender dietro

al banco, per quanto sia punto di

partenza. Riguarda brand e distributori

che puntano le rotazioni di

portfolio, dimenticando che un

ospite che torna vale più di dieci che

hanno consumato di fretta.

L’estate ci regala un alleato. È la stagione

che storicamente spinge fuori

e sarebbe un peccato sprecarla, ottusi

dal coperto veloce e dal ricambio

dei tavoli. Può essere il banco di

prova che si è ancora in tempo a far

saltare con un giro di vite, e il nostro

dossier fornisce gli strumenti

tecnici e gli spunti necessari.

È sempre la stagione per imparare,

viaggiare e confrontarsi, anche nelle

situazioni e nelle dimensioni meno

facili o regolari: lo racconta Carina

Soto Velasquez (in copertina) che

da Medellìn era arrivata a Parigi con

pochi soldi e infinita convinzione;

lo traduce Jimmy Bertazzoli, che

dell’accoglienza e della ricerca ha fatto

la sua religione (e ci ha costruito

un tempio…).

Il bar deve tornare a mettere le

persone una di fronte all’altra e

dar loro un motivo per restarci. Il

bar come motore di convivialità

non è un ricordo da rimpiangere.

Cominciamo da questa estate.

Dossier Horeca Estate

Idee e nozioni per far fruttare

la stagione più importante

dell’anno

Ombrellini e cultura

Le verità del Tiki secondo

Alessandro D’Alessio

Dal mondo

Schumann’s Bar,

la casa dell’oracolo

di Monaco

Speciale convivialità

Da teatro di rivoluzioni

e storie d’amore,

i bar inseguono soltanto

la visibilità?

Fuori tutti

Il dehors: cosa sapere

di uno strumento

preziosissimo

Ricette

Miscele d’autore

da Italia e dall’estero

THE GARNISH MAGAZINE

Direttore responsabile Luca Figini

Direttore editoriale Riccardo Colletti

Coordinamento Carlo Carnevale

Editor Matteo Borré

Marketing & Operations Roberta Rancati

Art direction Inventium s.r.l.

Stampa La Terra Promessa Onlus

Editore Nelson Srl

Viale Murillo, 3 - 20149 Milano Tel. 02.84076127

info@nelsonsrl.com - www.nelsonsrl.com

Registrazione al Tribunale di Milano

3 del 18 Gennaio 2022 - Nelson Srl - Iscrizione

ROC n° 33940 del 5 Febbraio 2020

Periodico trimestrale N. 2 - GIUGNO/LUGLIO 2026

Abbonamento Italia per 4 numeri annui: € 20,00

L’editore garantisce la massima riservatezza

dei dati personali in suo possesso. Tali dati

saranno utilizzati per la gestione degli abbonamenti

e per l’invio diinformazioni commerciali.

In base all’art. 13 della Legge n° 196/2003,

i dati potranno essere rettificati o cancellati

in qualsiasi momento scrivendo a: Nelson Srl

Responsabile dati - Riccardo Colletti

2


LEGENDARY CRAFT RHUM

BEVI RESPONSABILMENTE

DISTRIBUITO DA SAGNA S.P.A. DAL 1928 - WWW.SAGNA.IT


di Carlo Carnevale

Esserci senza esserci:

salviamo i bar

dalla deriva social

Una volta teatro di rivoluzioni

e storie d’amore, i bar

sembrano inseguire soltanto

la visibilità. E la convivialità

scompare

q

uattro persone sedute

allo stesso tavolo,

ognuna a fissare il

proprio feed, con un

cocktail davanti che

pare intatto. Si parla

poco, senza alzare gli

occhi né smettere di

muovere i pollici in su

e in giù sullo schermo.

Bartender che cercano uno sguardo

per offrire la cortesia di rito, senza

trovarne uno. È un venerdì sera

stereotipato: il bar, dopo secoli da

cuore pulsante delle relazioni umane,

sta perdendo silenziosamente la

sua funzione sociale più profonda.

Dove si è fatta la Storia

I caffè letterari, le osterie di paese,

i bistrot parigini, i pub londinesi: il

fuori casa è sempre stato la fucina di

amicizie, alleanze politiche, storie

d’amore, rivoluzioni intellettuali.

Ci si entrava con (o senza) convinzioni,

se ne usciva con un’idea appena

nata, una conoscenza in più,

per i nostalgici con un nuovo numero

in rubrica. L’energia di sguardi

e voci, odori e regole non scritte

è ciò che ha sempre distinto un bar

da un semplice esercizio commerciale.

E sta scomparendo nella nebbia

di trend e piattezza culturale.

Social (discon)network

Bicchieri necessariamente fotografati

prima di essere bevuti, eventi

tarati su reel da quindici secondi,

listini costruiti attorno a direttive

di brand che a loro volta sono influenzati

da ciò che gira sui social

media. È giusto considerare le nuove

aspettative delle generazioni altrettanto

nuove. Ma stiamo assistendo

alla trasformazione del bar in un

set fotografico in cui si transita, si

scatta e si va, lasciando dietro locali

sempre più affollati e paradossalmente

sempre più vuoti e silenziosi.

La convivialità sembra essere un

ricordo offuscato. Cavalcare l’onda

è una tentazione più che legittima,

orde di locali pianificano calendari

di eventi e collaborazioni e guest

shift e attivazioni prima ancora di

aprire; è comprensibile, soprattutto

in un settore con margini sempre

più asfittici. Ma se questa è l’unica

direzione possibile, se l’identità del

locale viene messa in stand-by per

inseguire un’estetica che cambia

ogni sei mesi e premia chi grida di

più, allora ci si avvicina a passi paurosi

verso il punto di non ritorno.

Ode agli osti

Gloria al lavoro più decoroso, fatto

di gesti minimi e di attenzioni

quotidiane, che certi locali portano

avanti quasi controcorrente. All’ospitalità

dei camerieri che ricordano

i nomi, dei bartender che asciugano

bicchieri e ancora sanno far ridere,

degli ospiti che tornano perché ac-

Se l’identità viene

messa in stand-by

per inseguire

l’estetica, siamo

vicini al punto

di non ritorno

colti, riconosciuti, ascoltati e non

perché è trascorso troppo tempo

dall’ultimo selfie con il neon del bagno

(che ha il suo valore). È un investimento

sul lungo periodo, su

quel patrimonio invisibile che sono

le relazioni umane: quelle che rendono

un indirizzo l’unica risposta

a chi chiede dove andare, se finalmente

capiremo che “bere bene”,

come si legge nelle liste online che

si moltiplicano, è assolutamente secondario

rispetto allo “stare bene”.

Quelle relazioni sono le stesse che

salveranno quando i brand avranno

chiuso i rubinetti, perché che piaccia

o meno, ciclicamente accade.

Cosa siamo?

Di quell’energia e di quelle dinamiche

sociali il bar italiano deve

nutrirsi e farsi custode, ponendosi

una domanda scomoda: che luogo

vuole essere nei prossimi dieci anni,

una vetrina ricca ed effimera, o un

tetto stabile e duraturo? Perché non

è certo (soltanto) con i riflettori che

si costruisce il successo, di qualsiasi

significato sia composto il termine

“successo”; piuttosto, è con una serata

silenziosa di novembre alla volta,

quando al banco ci saranno “i

soliti” e sarà evidente che il bar è come

dovrebbe essere.

4



di Redazione

Ospitalità

coerente

Un bar avrà successo solo

se i fatti corrispondono

alle parole. Il confronto

tra Carlo Carnevale

e Rossella De Stefano

I locali

che si spacciano

per

“quelli di una volta”

non lo sono:

la società

è cambiata

e quei valori

vengono

strumentalizzati

Queste giovani, nuove leve che guardano

solo ai social media.

«No, questo un equivoco. Parlial

a parola «convivialità»

viene maltrattata e svilita

come poche altre,

perché viene maneggiata

come se fosse ovvia,

e si finisce per appiccicarla

al bar quasi per

riflesso condizionato.

Poi, quando si prova

a definirla davvero, la

faccenda si complica. Cos’è, quanto

di essa dipende da un bar e quanto

dalle singole persone. La direttrice

di Mixer Rossella De Stefano,

trent’anni di mestiere nell’editoria

di settore inseguendo e raccontando

“belle storie sul mondo del fuori casa”,

si confronta con Carlo Carnevale

di The Garnish.

«Convivialità è una definizione

semplicissima: stare bene insieme

a qualcuno, condividere. Il bar e la

dimensione che ci viviamo si sposano

benissimo con questo, e noi comunicatori

associamo le due parole

quasi in automatico. Forse, però,

negli ultimi tempi è proprio lo stare

bene insieme a essere venuto a

mancare. Quindici anni fa al bar

ci si andava perché era esso stesso a

raccogliere e contenere la convivialità;

oggi ci si va per appartenenza.

Ci vado perché mi ci identifico, con

il locale e con la sua community, e

di conseguenza voglio condividerlo

sui social».

Certo. Così però rischiamo di raccontarci

sempre un mito. Quello dei bar

di un tempo, luoghi di socialità vera,

prima che arrivassero gli schermi a

guastare tutto. Non si capisce dove

sia il confine tra storia e nostalgia.

«Se pensi al bar di paese di una

volta, è davvero così: ci si trovava

a giocare a carte, c’era la piaz-

za, il gestore conosceva tutti. Sembra

uno stereotipo, ma le piccole

comunità di provincia conservano

ancora quel ruolo lo. Noi poi

tendiamo a rendere tutto Milano-centrico,

e allora no, il bar di

Milano ha già rimosso quella dimensione

urbana e quei valori».

Sembra ci sia una continua operazione

nostalgia, che mitizza

quello che è stato e poi però lo ripropone

in chiave ritrita e finta.

«Quel bar lì non si può ricreare. I

locali nuovi che aprono spacciandosi

per “quelli di una volta” non lo

sono, perché la società è cambiata e

quei valori, oggi, vengono soltanto

strumentalizzati. La convivialità di

un tempo, non è più sostenibile per

il semplice fatto che non lo sono

più i rapporti sociali che le davano

una funzione: è cambiato il modo

di vivere, e i bar si adeguano».

Alcuni locali degli Stati Uniti vietano

l’utilizzo di “schermi” al proprio

interno. E poi tavoli comuni

obbligati, niente wifi, il cestino

per i telefoni all’ingresso: il bar che

pretende la conversazione vera, come

se, dato che non si può ricreare,

si volesse imporre la convivialità.

«Capisco il fascino del racconto,

il ritorno alla chiacchiera autentica.

Ma è una finzione: il cellulare lo

riprendo appena fuori dalla porta,

se non addirittura quando vado in

bagno. E comunque mi serve, per

pagare, per tradurre, per leggere il

menu. Non c’è nulla di educativo.

Anzi, il divieto stesso diventa

storytelling: vietare i telefoni è una

limitazione, ma dichiararlo come

strumento di marketing funziona.

Certo, c’è una parte di pubblico

che quell’esigenza ce l’ha, eccome.

Solo che le risposte sono diverse, e

quasi mai passano da un divieto».

Poi ci si mette la comunicazione.

Premi, classifiche, copertine: per

anni la stampa di settore ha celebrato

il bar più fotogenico e il

bartender-star. Noi comunicatori

del bar siamo forse i registi della

deriva che oggi lamentiamo.

«Si dà visibilità a ciò che è già visibile.

Nessuno bazzica più i bar,

nessuno si fa i chilometri per andare

a toccare con mano come lavorano

certi indirizzi: si studia tutto

a tavolino, dai social e dalla rete. E

così si portano avanti locali bravissimi

online, che nella realtà magari

non lo sono, e in cui tu, che ne

scrivi, non hai mai messo piede».

Però c’ è poco da fare i moralisti, può

non piacerci ma un bar senza presenza

social, oggi, fatica a sopravvivere.

«Non sono affatto contraria ai social,

ci mancherebbe. I bar non

hanno più un sito o un numero di

telefono, si presentano e sono contattabili

sulle proprie pagine, che

sono ormai fondamentali. Il punto

è la coerenza: con quello che sei,

con le tue idee, con la tua miscelazione.

Non importa se non spieghi

ogni passaggio o se non usi il chunk

di ghiaccio, purché sia coerente con

quello che vuoi essere. Perché da lì

passa anche il modo in cui i tuoi

ospiti vivono il tuo luogo: non si

sta perdendo solo la convivialità.

Stiamo smarrendo l’autenticità

del l’ospitalità».

mo delle abitudini della generazione

Z come se professionisti e consumatori

fossero due mondi separati.

Non lo sono: sono tutti generazione

Z, la stessa sfera culturale. L’incoerenza

tra il personaggio sui social

e la persona reale è semmai una

mancanza di strategia. Ma con la

convivialità, di per sé, non c’entra».

Diciamocelo, allora. Ci si divertiva di

più prima.

«Assolutamente no. Ci si diverte

dove si sta bene, sempre. Il bar di

una volta non era necessariamente

un bel posto, eppure oggi lo mettiamo

tutti alla gogna. Ci siamo

evoluti, professionalmente, e meno

male: una volta il lavabicchieri

stava chiuso in uno sgabuzzino,

non c’erano contratti decenti, né le

tecniche di adesso. Bere bene non

era scontato, mangiare al bar nemmeno.

Divertirsi è stare bene, oggi

si può fare. Non ovunque: non in

quei locali che spingono su tutto

tranne che sulla convivialità». •

6


DAL 1926,

L’ARTE DI CELEBRARE

IL TEMPO CHE CONTA.

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di Carlo Carnevale

Al centro

della piazza

Un bar può cambiare il volto di un ecosistema.

Alfonso Califano racconta

il Cinquanta - Spirito Italiano

c

osa sarà mai, aprire un

locale che vende da bere.

Lo può fare chiunque,

ovunque, e alla

fine un bar è un bar,

poco altro oltre alla

somministrazione e al

divertimento. Come

no. Alfonso Califano,

dalle trincee del Dandelyan

di Londra (al primo posto

nella World’s 50 Best Bars nel 2018)

è oggi patron di Cinquanta Spirito

Italiano a Pagani (SA) e potrebbe

avere un paio di idee al riguardo, a

cominciare da due nomi che con i

cocktail c’entrano poco.

«C’è una differenza che Danny

Meyer, in Setting the Table, coglie

bene: a differenza di tante professioni

che producono beni, noi bar-

tender siamo presenti nel momento

esatto in cui il bene viene consumato.

È una cosa emotiva, complessa,

che chiede stabilità e capacità di

Ci siamo

concentrati troppo

sul bicchiere,

dimenticandoci

di essere parte di

qualcosa di molto

più grande

comprendere l’altro. L’utilità sociale

del bar sta proprio nella sua non-necessarietà:

il ristorante risponde a

un bisogno primario, il bar no. Chi

cerca quel tempo al bar sta cercando

qualcosa che va oltre il bicchiere.

Non a caso George Steiner, quando

provò a definire l’identità europea,

diceva che l’Europa è anzitutto i

suoi caffè: i luoghi dove la gente cospira,

scrive, discute, dove sono nate

le filosofie e le rivoluzioni».

Una luce sola

Bello in teoria. Ma Califano ha una

prova concreta, e per nulla letteraria.

«Il plateatico di Cinquanta,

prima di noi, era una piazza di spaccio.

Degradata, pericolosa. Non abbiamo

fatto alcun intervento specifico:

con la sola presenza costante,

gli spacciatori non hanno più avuto

le condizioni per operare. A volte

basta riempire uno spazio, accendere

una luce sola può innescare una

reazione a catena positiva».

Quindi un bar di qualità che presidia

una piazza la rende davvero più

sicura, o si limita a spostare altrove

chi prima la occupava? «Dipende

da cosa intendiamo per sicurezza.

Allontanare chi c’era prima è già un

intervento; prendersi cura di uno

spazio ogni giorno significa ridargli

dignità. È un effetto domino».

L’astronave

Un confine sottile tra cambiare e

rimuovere: allora dove finisce la

riqualificazione e comincia la gentrificazione?

Non si scappa, né ci si

assolve. «Non credo si possa parlare

di gentrificazione a Pagani. Abbiamo

fatto di tutto per non far

piombare il Cinquanta come un’astronave

nel mezzo del quartiere:

l’abbiamo contestualizzato. La

nostra ospitalità è cominciata già

in cantiere, coinvolgendo le maestranze

locali, lasciando loro carta

bianca su come pensare gli spazi.

È così che il nostro modo di intendere

l’impresa e il bar ha iniziato a

circolare in paese. Non tutto il circondario

è in target con noi, è evidente.

Ma una realtà come la nostra,

qui, serviva».

La scommessa

Dopo l’esperienza di Londra, Califano

avrebbe potuto scegliere

qualsiasi luogo del mondo, eppure

ha deciso di tornare a casa. «Non

è stata una scelta di pancia. È stata

una scommessa ragionata. Il nostro

bacino d’utenza consiste in

un’area molto più ampia, che comprende

una delle zone più densa-

mente popolate d’Europa: siamo

diventati subito una destinazione

per tutto il territorio, anche grazie

a una comunicazione mirata.

La sfida vera era farlo a Pagani,

un comune difficilissimo». Non

è un’iperbole: nell’aprile 2026 il

comune è stato sciolto per infiltrazioni

camorristiche per la terza

volta in poco più di trent’anni,

dopo il 1993 e il 2012. «Nessuno

ci avrebbe investito. Noi, da gente

del posto, ci abbiamo creduto», in

primis affrontando le condizioni

di lavoro. «Nel 2021, ai primi colloqui,

abbiamo conosciuto ragazzi

che lavoravano da anni in caffetterie,

pizzerie, bar tabacchi sei giorni

e mezzo a settimana per settecento

euro al mese. Noi abbiamo risposto

con cinque giorni su sette e stipendi

minimi ragionevoli, tutti in busta

paga. E il circondario si è dovuto

adeguare». Cinque anni dopo,

racconta, il ritorno si vede: diversi

di quei ragazzi hanno compiuto un

percorso solido e oggi lavorano per

multinazionali del settore.

Qualcosa di più grande

Fin dove arriva, allora, il compito

di un bar verso il suo quartiere,

e dove comincia quello che spetta

alle istituzioni? Califano traccia

il confine con una lucidità che

è anche, di sfuggita, un’autocritica

di categoria. «Un bar può definire

degli standard, perché è il barkeeper

a dettare il tono di voce di quel

microcosmo. Il nostro è un ruolo

quotidiano, fatto di presenza fisica:

è lì il ruolo sociale, quello vero

e vivo. Forse ultimamente ci siamo

concentrati troppo su cosa c’è nel

bicchiere, dimenticandoci di essere

parte di qualcosa di molto più

grande». Le istituzioni restano decisive:

servirebbe un tessuto politico

con interlocutori capaci di ragionare

nel medio-lungo periodo.

Come sarebbe?

E se Cinquanta domani chiudesse,

la piazza tornerebbe quella di prima?

«Non credo. Abbiamo contribuito

a ridefinire degli standard

d’impresa, di servizio, di salario.

Una riga importante l’abbiamo tirata».

Il format, ammette, è esportabile,

e le richieste di espansione

sono arrivate. Ma la direzione che

lo interessa è opposta: restare legato

alla provincia. Alla fine un bar

rimane un bar? «Certo. Ma come

dice il compianto gaz Regan in Joy

of Mixology: “l’ospitalità può cambiare

il mondo”». A partire da una

piazza.

8


di Carlo Carnevale

Andare di lusso

Al banco

LVMH ha in portfolio due anime

distinte - champagne e cognac

(quest’ultimo soprattutto nell’ottica

anglosassone) da stappare in

gruppo, rum e whisky da centellinare

in meditazione – che potrebbero

non essere facili da gestire contemporaneamente

in una stessa bottigliera.

Serve comprenderne pregi e

limiti: «A prescindere dalle macrocategorie,

c’è un tema di personalità

del brand molto forte. I marchi

non possono essere assimilabili tra

loro: il successo è dovuto all’unicità

del prodotto, il consumatore

conosce e apprezza una specificità.

Davanti al pubblico generale non

può esistere un linguaggio comune.

Se un bar è in grado di racchiu-

Esclusività e convivialità possono andare di pari

passo. Il parere di Flavia Di Giustino di LVMH

p

arlare di lusso e convivialità

nello stesso

respiro è un esercizio

scivoloso. Il primo seleziona,

la seconda include:

due forze che,

almeno sulla carta, tirano

in direzioni opposte.

“Convivialità” è

peraltro oggi una delle

parole più frequentate dal marketing

premium, al punto da rischiare

di consumarsi a furia di essere

pronunciata. È una tensione sottile,

in cui la convivialità — quella

vera — sembra sembra diventare

bisogno sempre più primario (solo

adesso stiamo pagando lo scotto

delle chiusure del 2020), eppure la

ricerca della visibilità e della messa

in vetrina rimane abbastanza centrale,

anche alla luce dello strapotere

dei social media, che ne sono

le piattaforme principali. Come si

può allora tenere insieme le due cose?

« Con progetti nati di recente

proprio perché questa intersezione

diventi più naturale», risponde Flavia

Di Giustino, Senior Brand Manager

Spirits Portfolio per LVMH.

Fuori copione

Gli Off Script Moments, ad esempio:

un’operazione che porta Belvedere

Vodka, pioniera del segmento

vodka super premium, a sedersi

accanto a uno smash burger o una

pizza NY style, come nel caso delle

collaborazioni milanesi con Pizza

Stella e Street Smash. «Il lusso deve

rimanere: qualità, processo produttivo,

responsabilità. Ma può essere

meno respingente, ci si può adattare

a quello che è un nuovo linguaggio».

C’è da capire quale sia, questo

nuovo linguaggio, e la via dei

numeri, meno romantica ma più

concreta, è quella giusta. «I tempi

Si possono creare

esperienze di

qualità, con una

spesa maggiore,

senza perdere

l’autenticità del rito

cambiano, molti trend sono ciclici,

ma siamo davanti a una situazione

sfidante: il consumo di alcol generale

in Italia decresce organicamente

da anni, ed è una traiettoria che

durerà nel breve-medio periodo.

C’è un fenomeno che però è lampante:

il rum, per dirne una, perde

il 25% in otto anni, ma il rum super

premium cresce del 70%: bere

meno e meglio è una verità».

Chi è chi

Il ritratto del consumatore che esce

dai dati è piuttosto chiaro: più informato,

meno portato all’eccesso

(anche questo però è un concetto

troppo spesso superficiale), in cerca

di un legame autentico con i marchi.

«Il consumatore si associa ai

brand che comunicano come esso

steso vorrebbe. Ed è vero che la terminologia

è abusata, ma la convivialità

è uno dei temi comunicativi

più forti del momento. È una fase

de-umanizzante, perennemente filtrata

da uno sguardo o uno schermo,

siamo in un momento in cui

la menzogna è quasi la norma. La

relazione umana è fondamentale, e

il prodotto può esserne un veicolo:

ancora di più se la qualità è alta».

dere più anime, ha senso che abbia

tutto il portfolio: una linea super

premium è un’arma, e averla da un

unico fornitore è un grande vantaggio».

Altrimenti, diversificare.

Non solo tasche

C’è poi il discorso del bancone in

sé, probabilmente il luogo più conviviale

che esista, che però negli ultimi

anni ha vissuto una fase escludente

in cui il lusso ha giocato un

ruolo: speakeasy, omakase, lista

d’attesa, vertono tutti nella stessa

direzione. La convivialità gomito a

gomito, ad alto volume, regge ancora

i prezzi premium? «Sì, anche se

non so per quanto. Le grandi città,

soprattuto Milano, sono storicamente

reattive ai trend stranieri, e

l’inflazione è terrificante. Ma appena

fuori dai centri, il bar è ancora il

terzo luogo: non è una dimensione

dimenticata, appartiene a geografie

diverse». I prezzi, correlati ai costi e

alle dinamiche geo-politiche, sono

oggettivamente giustificati? «C’è

chi se ne approfitta».

In definitiva

Si potrebbe obiettare che l’Italia abbia

una propria visione della convivialità

(l’aperitivo è religione) che è

insieme democratica e quotidiana,

e che raccontare il lusso a un mercato

con un codice così forte sia più

difficile. «Non credo sia più complesso

di altri: il lusso per definizione

non è per tutti. C’è spazio per

creare esperienze di qualità che richiedano

una spesa maggiore, senza

perdere l’autenticità del rito tradizionale.

La crescita a doppia cifra

del premium e dell’ultra premium è

di tutta Italia, non solo di Milano».

Via la polvere

Il lusso può quindi spostarsi da

barriera a strumento utile per i bartender,

ma serve un approccio che

svecchi le concezioni radicate. E soprattutto,

in soldoni, capire di cosa

si sta parlando, perché avere una

bottiglia pregiata in scaffale senza

avere idea di come farla ricavarne

introito, non ha senso. «Non

è colpa dei bartender se vogliono

cavalcare i trend, ma manca la cognizione

di causa: ci sono contesti

che si sentono obbligati ad avere

certi prodotti senza averne reale

contezza. Bisogna essere all’altezza,

ovvero essere informati, sapere e al

tempo stesso essere utili. Conoscere

è l’unico modo per veicolare il

lusso e renderlo conviviale. Se una

moda porta soldi, bisogna sapere

come sfruttarla con coerenza».

9


di Carlo Carnevale

“Con un pugno

di dollari

alla conquista

di Parigi”

Carina Soto Velasquez ha cambiato la scena

dell’ospitalità della capitale francese con il suo

Candelaria. Le nuove sfide generazionali:

il personale, la qualità e le troppe etichette

Nel 2004 con poco più di cento dollari

in tasca, oggi tra le personalità

più influenti del mondo del bar.

Qual è la cosa più importante che

hai imparato in questi vent’anni?

Credo fossi già abbastanza resiliente,

ma qui ho imparato davvero

quanto sia importante. La cultura

parigina ha come risposta principap

oco più di cento dollari

in tasca e un visto da

non perdere: così, nel

2004, una giovane colombiana

sbarca a Parigi

per studiare sociologia

e finisce per ris cri ‐

vere le regole del be re

della capitale. Non ha

mai finito quei corsi,

ma nel 2011, con i soci Joshua Fontaine

e Adam Tsou, apre Candelaria:

una taqueria all’apparenza che

nasconde uno dei cocktail bar che

cambieranno la scena europea. In

due anni al nono posto dei World’s

50 Best Bars. Da lì, un locale dopo

l’altro, tutti diversi tra loro, accomunati

da visione e qualità: oggi il

gruppo Quixotic Projects conta Le

Mary Celeste nel Marais, tra ostriche

e vini naturali; à la Renaissance,

che recupera un palazzo storico, e

Equal Parts a Londra. Un piccolo

impero discreto, multiculturale e a

guida largamente femminile. Carina

Soto Velasquez lo ha costruiti

partendo dal basso, e adesso sa bene

cosa vuol dire affrontare le mille sfidedell’ospitalità.

le il “no”, a qualsiasi cosa. Ho dovuto

capire come essere creativa, rompere

barriere per trovare un mio

spazio nel “c’est pas possible” che

mi sono sempre ritrovata di fronte.

C’è qualcosa che avresti voluto non

imparare?

Imparare è sempre utile, anche nelle

situazioni più difficili. Non mi ha

fatto impazzire “mentire” per poter

ottenere alcuni risultati: quindici

anni fa nessun agente immobiliare

voleva mostrarci spazi commerciali

da affittare, perché il cibo messicano

non aveva grande attrattiva. Abbiamo

dovuto descriverci come una

“cucina internazionale d’autore”.

A proposito di Candelaria, in due è

nei World’s 50 Best. Un successo

così rapido è un trampolino o una

trappola?

Può essere entrambe le cose. Ho

aperto sei locali nel corso degli anni,

non tutti sono ancora lì. Can delaria

e Le Mary Celeste sono eccezioni, è

raro trovare bar eco nomicamente

sostenibili fin dal l’inizio. Quando

ottieni successo o premi in poco

tem po non vanno dati per scontati,

per ché altrimenti ti ci siedi, gli stimoli

mancano. In realtà quando

hai tutti gli occhi puntati su di te,

devi dimostrare il doppio.

Le classifiche hanno ancora valore?

A vedere gli ultimi tempi e le nuove

aperture, c’è molto più sforzo sulle

pubbliche relazioni, gli uffici stampa

e la rete, piuttosto che sull’offerta

vera e propria, e questo è un

segnale dell’influenza che le classifiche

possono avere. Può avere

senso per certi versi, ma non credo

sia su questo che si dovrebbe costruire

un locale.

Hai raccolto i primi soldi quasi

arti gianalmente: il padre di una

cameriera, conoscenze di secon da

mano, una banca trovata per pas ­

sa parola. Oggi sarebbe ancora possibile

aprire un locale così?

Paradossalmente, forse ancora di

più. Con i sistemi di crowdfunding

e i social media i tempi si accorciano;

uno dei primi investitori in Candelaria

rispose a un mio annuncio su

Facebook (ride). Furono momenti

concitati, si può immaginare.

Avevamo bisogno di aprire in tempi

stretti, soprattutto perché io avevo

bisogno di documenti nuovi e un’attività

di cui fossi stata socia mi

avrebbe aiutato molto. Realizzammo

un business plan e parlammo

con chiunque potessimo, avevamo

biglietti da visita scritti a mano che

dicevano opening soon, anche se proprio

soon non era. Un giorno incontrai

per strada una cameriera con cui

avevo lavorato: mi presentò suo padre,

si rivelò uno degli investitori

più importanti di tutto il progetto.

Sembra quasi semplice, detto così.

Oggi esistono infiniti strumenti.

Ci sono più soldi che talento, per

cui se si è davvero bravi, i fondi si

trovano.

Si dice che a Parigi aprire un bar

costi relativamente poco. È ancora

vero?

Dipende dalla posizione. A la Reinassance

è in un immobile storico

che ha richiesto un investimento

specifico di ristrutturazione e valorizzazione.

Candelaria è in uno

spazio vuoto senza vincoli, quindi

ha potuto essere più sostenibile; in

generale, appena apri un’azienda a

Parigi cominci a ricevere bollette e

conti, servono un avvocato e un

commercialista davvero forti. Co-

10


Sembra che non

si possa più essere

bar e basta, ma

necessariamente

appartenere a una

categoria. Questo

chiude porte, invece

di aprirle

sta meno di Londra e New York,

ma non vuol dire sia più facile.

Ogni locale di Quixotic ha un’ identità

diversa. Cosa li accomuna

tutti?

La cultura aziendale e i nostri valori,

che si basano su diversità culturale

e di identità, prima di tutto. A

prescindere da aspetto e background,

dipende tutto dal modo in

cui puoi contribuire al team con

ciò che sei. Questo significa che si

sono infiniti modi per lavorare con

noi, perché ciascuno può trovare la

propria dimensione.

La grande maggioranza dei ruoli

manageriali del tuo gruppo è interpretata

da donne. Ci sono state

sfide particolari per arrivare a

questo risultato?

Per Equal Parts ho insistito per assumere

donne, puntando i piedi:

non avrei proseguito nel progetto

se non fosse andata così. È difficile

trovare personale in generale, e per

trovare donne serve creare l’am-

biente giusto. I miei partner hanno

un’educazione e dei valori che li

portano a vedere oltre, e quindi

supportare le idee di tutti. È fondamentale

realizzare uno spazio sicuro,

dove le donne possono parlare,

essere ascoltate, capire che non devono

essere quello che non sono. A

Parigi molto spesso vengono assunte

solo come hostess, una mentalità

e una cultura orribili. Immagino

possa pagare le bollette, ma non è

quello che vogliamo.

Dicevi del personale: è una sfida

continua, già solo trovarlo, e a volte

ancora di più mantenerlo. Quali

soluzioni adottate?

Prima del COVID avevamo 120 dipendenti,

abbiamo sempre quindi

cercato di supportarli tutti, prima

di tutto con corsi di lingua inglese e

francese. Siamo sempre stati attenti

ad aiutare nel trovare casa e regolarizzare

i documenti, dato che so cosa

significa (ride). Non lo facciamo

solo per mantenere lo staff, in ogni

caso. Lo facciamo perché è giusto.

E nel lavoro di tutti i giorni?

È importante ognuno si senta libero

di dire cosa pensa, e di gestire il

proprio tempo. Vent’anni fa era naturale

un’imposizione di turni,

orari e simili; oggi servono opzioni

diverse e lo staff deve sentire di poter

essere flessibile.

Qual è la bugia più grande che

l’industria del bar racconta a sé

stessa a livello mondiale?

Che non serva ghiaccio di qualità e

soprattutto di varietà. Esistono solo

cubi oggi?

Cosa ti annoia di più dei cocktail

bar contemporanei?

Ci sono moltissime etichette per

moltissime tipologie di bar. Si è cominciato

con gli speakeasy, fase di

cui Candelaria ha fatto parte. Sembra

che non si possa più essere bar e

basta, ma necessariamente appartenere

a una categoria. Questo chiude

porte, invece di aprirle.

Sul piano tecnico, invece?

Non ci sono più sorprese sui menu,

mi basta leggere due righe e già so

cosa vedrò e assaggerò. Si sta standardizzando

l’offerta, si vedono

milk punch ovunque e sempre meno

varietà, non necessariamente

per tecnica. A volte mancano proprio

i sapori.

Sostenibilità, analcolici, cocktail

chiarificati, classifiche: qual è una

vera svolta strutturale e quale invece

una moda che passerà?

Sostenibilità e miscelazione analcolica

o a bassa gradazione non sono

trend, sono abitudini che fanno

parte di discorsi più ampi, che trattano

di scelte di vita. Mi innervosisco

quando vedo che sono utilizzati

come strumenti di marketing, anche

perché non si tratta soltanto di

bere meno, ci sono dinamiche ulteriori:

il desiderio di spendere meno

e un consumo di droga ben maggiore

del passato, lo dicono i numeri,

per cui bere diventa secondario.

Già che ci siamo, c’è altro che ti fa

innervosire?

Bartender fintamente famosi e bar

che sembrano pieni o profittevoli

sui social, ma poi non lo sono e anzi

maltrattano i dipendenti. Il potere

che i social media da a bartender e

bar si traduce in un’immagine finta

del bartending, sbagliata e pericolosa.

Le nuove generazioni pensano

sia facile arrivare a certi livelli.

Hai in passato detto che nessuno

diventa ricco possedendo ristoranti.

Allora, oggi, cosa dovrebbe rappresentare

l’obiettivo di chi apre

un locale?

In realtà si può diventare anche milionari

in questo settore, altroché,

anche se difficilmente si riesce lavorando

ogni giorno al bar. Forse un

obiettivo importante potrebbe essere

raggiungere uno status manageriale

il prima possibile: essere liberi

dal servizio ti permette di

osservare e decidere con maggiore

lucidità, per il bene del business e

dei dipendenti.

E cosa hai osservato in questi anni,

che oggi potresti consigliare a chi

comincia in questo settore?

È fondamentale comprendere che

siamo al servizio degli altri, ma servi

di nessuno. E mai sottovalutare il

lavoro quotidiano: pulire perfettamente

la toilette, sapere gestire l’illuminazione

e riparare le tubature

di un locale può salvare la vita.

Carina Soto Velasquez

11


di Carlo Carnevale

Le due anime

dell’estate

Spazi e temperature cambiano i ritmi

di servizio. È piacevole rimanere ai tavolini,

ma che peccato quei banconi vuoti...

a

rriva il caldo e la geografia

del bar si ribalta.

I tavolini sciamano sul

mar ciapiede, i dehors

si allungano fin dove il

regolamento comunale

concede, e per il comparto

ospitalità si

apre la stagione più

generosa, per coperti

e opportunità. All’interno, però,

la sala perde densità. Il bancone

resta in penombra, presidiato

da pochi affezionati e da chi i

ordina per poi tornarsene fuori.

Si perde la magia

Il banco è il fulcro dell’alchimia, e

rimanere privi dell’energia di cui un

servizio si nutre potrebbe essere un

tranello per i bartender. Spostato

all'aperto, il bar rischia di scivolare

nella semplice distribuzione: le

distanze si allungano e il dialogo

con l’ospite si riduce, viene meno

il rapporto umano, sostituito da

un andrivieni di vassoi e comande.

Bando al romanticismo

La convivialità non può però essere

ostaggio dello sgabello al bancone.

Il tavolo all'aperto, in una sera

lunga di luglio, è semmai la sua

forma più naturale, impigrita e

senza fretta. Il bar è in fondo un

luogo versatile, la convivialità può

trovare diversa natura appena

oltrepassata la soglia verso il dehors.

Serve però una regia diversa.

Gli aggiustamenti

Le sfide estive tendono infatti

a nascondersi sotto traccia. La

prima è la tentazione del tavolo

che gira: trattare il dehors come un

parcheggio di coperti da liberare

in fretta è il modo più rapido per

svilire la permanenza degli ospiti.

La seconda è organizzativa: una

superficie di servizio che raddoppia

con lo stesso organico diluisce

l'attenzione, e la qualitò è la prima

a presentare il conto. La terza è

tecnica, e arriva dritta nel bicchiere.

Highball e i suoi fratelli

Il caldo impone la freschezza, ma

questa non può essere sinonimo

di resa. Il grande equivoco estivo

è confondere "dissetante" con

"elementare", e ridurre la drink list a

una teoria di highball intercambiabili,

corretti magari, ma muti. Un long

drink può restare semplice e avere,

insieme, profondità e complessità

che si dimostrano come sempre, con

tecnica sapiente e studio. Per sino il

batching, spauracchio dei puristi,

se gestito con criterio può favorire

i volumi e non cadere nel l’appiattimento.

L'estate è un banco

di prova serio, che sfida i bar ten der

La convivialità

può trovare

diversa natura

una volta

all'esterno.

Serve però una

regia diversa

all'attenzione, solleci tà l'ospitalità

quando esce dalla cornice protetta

del banco, e la miscelazione quando

il termome tro abbassa la soglia di

pazienza di chi ordina. È la sta gio ne

più gener osa, e a saper la leg ge re, è

anche la più istrut tiva.

12



di Luca Figini

Dehors:

il business vale

(quasi) un anno

Gli spazi esterni possono portare introiti extra

fondamentali per la sostenibilità economica di fine

anno. Ma occhio a burocrazia ed errori

p

er un cocktail bar

l'estate è una resa dei

conti più grande di

quanto possa sembrare,

perché porta con

sé cambiamenti di

abitudini e ritmi che

richiedono ac corgimenti

im por tanti.

E il dehors è forse il

banco di prova più severo, perché

concentra in pochi metri quadrati

tre dimensioni — burocratica,

finanziaria, gestionale — che,

prese alla leggera, trasformano

la principale opportunità di

redditività dell'anno in un

investimento a perdere.

Il quadro normativo: cosa è

cambiato e cosa resta

Si parte dal portafoglio. Le vecchie

sigle che facevano impazzire osti

e bartender — TOSAP, COSAP,

ICP, DPA — dal 2021 non

esistono più: sono state fuse in

un'unica voce, il Canone Unico

Patrimoniale (Legge 160/2019).

La cornice è nazionale, ma a fissare

tariffe, scadenze e regole è ogni

singolo Comune. Risultato: lo

stesso dehors di 20mq paga importi

molto diversi a seconda della città, e

perfino a seconda della via — perché

il calcolo dipende dalla "categoria"

attribuita alla strada. Una novità

recente da tenere d'occhio: la

Legge di Bilancio 2025 ha invitato

i Comuni a graduare le tariffe

in base all'impatto ambientale

e urbanistico delle occupazioni.

Tradotto in pratica: nei prossimi

aggiornamenti dei regolamenti

comunali si vedranno tariffe più

basse per allestimenti "leggeri" e

più alte per quelli ingombranti.

Le scadenze

Sul fronte autorizzazioni siamo

invece in una fase di transizione,

e qui c'è una doppia scadenza da

segnare in agenda: il 31 dicembre

2026 il Governo deve varare il nuovo

decreto che riordinerà la materia

(delega contenuta nell'articolo 26

della Legge Concorrenza 2024, n.

193/2024, con termine prorogato

dalla Legge Semplificazioni 2025,

n. 182/2025). Il 30 giugno 2027

scadono invece i titoli "Covid", cioè

le autorizzazioni rilasciate durante la

pandemia con regole più morbide.

Cosa vuol dire

Chi oggi opera con un titolo

emergenziale beneficia ancora

di due deroghe pesanti: niente

autorizzazione paesaggistica anche

nei centri storici (salvo aree di valore

eccezionale) e nessun limite dei 180

giorni che il Testo Unico dell'Edilizia

impone alle strutture stagionali.

Ovvero: oggi un dehors "Covid"

può restare montato tutto l'anno

senza chiedere altro. Da luglio 2027

questa libertà finisce, e bisognerà

aver già messo in regola la propria

occupazione secondo le nuove

norme. E queste nuove norme, anche

se il decreto deve ancora arrivare,

hanno già una direzione chiara.

Tre punti che vale

la pena anticipare

Più libertà nei centri storici: per

i dehors "leggeri" su spazi urbani

di interesse artistico, la regola

sarà la procedura semplificata,

non l'autorizzazione della Soprintendenza.

Restano linee

severe solo per le aree davanti a

siti archeologici o beni di valore

eccezionale. Una recente sentenza

del TAR Veneto (n. 720/2025)

ha già applicato questo principio

dando ragione a un esercente

contro il diniego del Comune.

Criteri uniformi sui mar ciapiedi:

il Governo dovrà fissare regole

nazionali per garantire sempre il

passaggio di pedoni, carrozzine e

mezzi di soccorso. C’è da aspettarsi

più rigore sulle larghezze minime di

transito. Chiarezza edilizia: oggi è

una zona grigia capire quando un

dehors è "temporaneo" e quando

"permanente" — distinzione

che cambia tutto, dal permesso

di costruire alle tasse. Il decreto

dovrà finalmente metterci ordine.

Lo scenario attuale

Per chi invece installa oggi un

dehors a regime ordinario, fuori

dalle deroghe Covid, il percorso

resta quello classico: concessione

di occupazione del suolo pubblico

dal Comune, parere igienicosanitario

dell'ASL, parere della

Soprintendenza nelle zone storiche e

vincolate, ordinanza di delimitazione

quando si occupa la sede stradale.

Tempi e documenti richiesti variano

da città a città: vale la pena chiamare

lo Sportello Unico per le Attività

Produttive (SUAP) del proprio

Comune prima di firmare qualsiasi

preventivo agli arredatori.

I costi: investimento e canone

Sul fronte degli arredi la forbice

è ampia. Una struttura semplice

— pedana, fioriere perimetrali,

ombrelloni, tavoli e sedie in

polipropilene o teak trattato —

parte da circa 5.000 euro. Soluzioni

evolute con pergola bioclimatica,

14


illuminazione integrata e tamponature

trasparenti in vetro o

policarbonato arrivano a 25.000

euro e oltre per gli allestimenti su

misura nei centri storici. A questo si

somma il canone annuale, calcolato

dal Comune in base a metri quadrati

occupati, durata e categoria viaria.

Le tariffe variano sensibilmente:

nelle zone di pregio dei capoluoghi

si superano facilmente le centinaia

di euro al mq/anno, nei centri

minori si resta su importi molto

più contenuti. La Legge di Bilancio

2025 ha introdotto un principio di

"ragionevolezza e gradualità" legato

all'impatto ambientale e urbanistico

delle occupazioni, ma l'effetto

pratico continua a dipendere dal

singolo regolamento comunale.

Checklist di metà stagione: cosa si può ancora fare

Per chi legge a stagione iniziata, cinque interventi che ripagano in tempi brevi:

• Verifica del titolo autorizzativo. Confronta la pianta autorizzata con l'occupazione

effettiva: sforamenti anche minimi possono trasformarsi in sanzioni, e i controlli di

vigilanza urbana sui dehor si intensificano proprio nei mesi estivi.

• Audit illuminazione prima del picco. Sostituire una sorgente fredda con luce calda

diffusa è un intervento da poche centinaia di euro che incide direttamente su scontrino

medio e tempo di permanenza.

• Manutenzione preventiva su arredi e coperture. Cuscineria sbiadita, ombrelloni con

stecche piegate, tamponature opacizzate: il picco di affluenza di agosto non perdona

dettagli trascurati.

• Postazione bar avanzata, anche temporanea. Un carrello professionale o una ministation

con ghiaccio e bottiglie di rotazione riduce i tempi di servizio dove la distanza dal

banco penalizza la qualità del drink.

• Avviare già adesso il dossier 2027. Il regime semplificato post-Covid scade a giugno

2027 e il decreto legislativo di riordino è atteso entro fine 2026: chi vuole consolidare

l'occupazione attuale a regime ordinario deve iniziare a raccogliere rilievi, pareri tecnici e

schede arredi con largo anticipo.

La gestione operativa

Il dehors è uno spazio che si vede

da fuori: per il passante è il biglietto

da visita del locale. Tre fronti

meritano attenzione. Materiali e

manutenzione: polipropilene, teak

trattato, alluminio verniciato, tessuti

tecnici outdoor, tutto deve resistere

a sole, pioggia, sbalzi termici, e

restare facilmente igienizzabile.

Un arredo malridotto a fine luglio

comunica molto peggio di un arredo

inesistente. Illuminazione serale:

per un cocktail bar è la variabile più

sottovalutata. Luci calde e diffuse,

mai abbaglianti, su due livelli (tavolo

e perimetro) cambiano radicalmente

la percezione del servizio dopo il

tramonto e influenzano scontrino

medio e tempo di permanenza .Flusso

operativo: la distanza dal banco incide

su tempi di servizio e qualità della

miscelazione: i drink che arrivano

"morti" sono un problema serio. Una

postazione bar distaccata e avanzata

rispetto a quella principale, anche

minima, si ripaga in pochi turni.

Una leva strategica,

non un' appendice

Per molti pubblici esercizi il dehors

estivo rappresenta una quota

rilevante dei coperti complessivi della

bella stagione e — soprattutto —

assorbe il surplus di domanda nelle

ore di punta dell'aperitivo, quando

il banco interno eventualmente è già

saturo. È una leva di marginalità che

giustifica investimenti seri ed esige

una pianificazione altrettanto seria.

La stagione si vince potenzialmente

a marzo, quando si protocollano le

pratiche e si firmano i preventivi

degli arredi, ma a giugno, con

i clienti già fuori, è possibile

effettuare modifiche e aggiustamenti

potenzialmente preziosissimi.

15


Freschezza e materia prima

Le tre nuove referenze

di DAMMANN Frères

permettono una miscelazione

analcolica di qualità. Agrumi,

menta e frutta tropicale

per un nuovo registro

u

n litro d'acqua calda,

una bustina, qualche

minuto di infusione;

lasciare poi raffreddare

e aggiungere ghiaccio.

Il gesto con cui

DAMMANN Frères

affida la stagione calda

alle proprie infusioni

è disarmante nella

semplicità, ma rivela a monte un

savoir-faire che resiste da due secoli.

La maison francese, fondata nel

1825 e certificata EPV (Entreprise

du Patrimoine Vivant), è tra le più

importanti case del tè d'oltralpe.

Pioniera del tè aromatizzato

moderno con l'iconico Goût Russe

Douchka, la casa di Dreux conta oggi

oltre trecento tra tè e infusioni, una

presenza in più di settanta Paesi e

amplia oggi la sua gamma glacé con

tre nuove referenze pensate per la

stagione estiva.

Le novità

Tre novità che si muovono su

altrettanti binari diversi. Citrons

gioca la carta degli agrumi: una base

di tè nero strutturato, illuminata

dagli oli essenziali di limone e lime,

con un attacco vivo, quasi tagliente,

che si arrotonda al contatto con

scorze d'arancia e petali di fiori. Un

profilo teso tra acidità e morbidezza,

calibrato per chi cerca un accento

acidulo nei tè neri. Touareg

recupera un classico della maison

e lo traduce in versione glacé. Di

ispirazione marocchina, intreccia tè

verde Gunpowder e una selezione

di mente, mettendo in contrasto

la dolcezza avvolgente della menta

verde e la spinta della piperita: ne esce

un'infusione netta, intensa, con una

freschezza che resta a lungo in bocca.

Exotic, infine, rimanda all'evasione.

Sempre su base di tè nero, compone

una partitura di frutti tropicali —

frutto della passione, cocco, ananas,

mango, lime — ampia e aromatica,

costruita per evocare climi lontani e

mercati d'oltremare, da raggiungere

in pochi sorsi.

Il formato

Una bustina rende un litro di

infusione, con un dosaggio già

calibrato che mette al riparo dalle

oscillazioni della preparazione

a mano, per quella costanza del

bicchiere che rimane la vera posta in

gioco. Preparata in anticipo e tenuta

in frigo, l'infusione regge il ritmo

dei picchi di volume senza perdere

il profilo aromatico, e si presta tanto

a un batching ragionato quanto al

servizio espresso al tavolo.

L’esigenza

La domanda di proposte analcoliche

di qualità continua a crescere, e l'estate

è la stagione in cui un'infusione

fredda ben costruita può trasformarsi

da semplice dissetante ad alleato

fondamentale, come base per long

drink analcolici o spunto innovativo

per abbinamenti in aperitivo. I profili

aromatici disegnati con intenzione

permettono di slegarsi dalla solita,

generica dolcezza, rappresentando al

tempo stesso una sfida e un punto di

forza in miscelazione.

Dove e quando

Le tre creazioni glacé debuttano da

giugno 2026 e si aggiungono a una

collezione di infusioni fredde che

contava già undici referenze. In Italia

DAMMANN Frères è distribuita

da Domors s.p.a. ed è presente con

le proprie boutique di Milano, in

piazza XXV Aprile 12, e di Torino,

in piazza San Carlo 177, oltre che con

i rivenditori selezionati. È un nuovo

modo di bere il tè, un'altra arma in

bottigliera, un approccio ancora più

fresco per vivere l'estate.

APOLLO by Remy Savage

• 36g o 6 bustine di CHAI Iced Tea

• 400ml acqua

• 200g yogurt al mango

• 30g zucchero

Infondere a freddo il CHAI tea per un’ora o a caldo per 5 minuti,

poi lasciare a riposare in frigo. Aggiungere l’acqua, lo yogurt e lo

zucchero. Frullare per 5 minuti, poi filtrare con colino da caffè

fino a ottenere un composto omogeneo. Servire su ghiaccio.

16


Come

una volta

Il Vermouth Rosso di Torino

“Vecchia Scuola”, distribuito

in Italia da Pellegrini,

riporta al bar i rituali

di valore, dall’artigianato

alla degustazione

c ’

è stato un mestiere, in

Italia, che oggi non si

impara più da nessuna

parte: l'aromatiere.

Sapeva leggere le er be

e governare le macerazioni,

conosceva

i tempi e le dosi che

trasformano un vi no

qualunque in vermo

uth. Alla Scuola Enologica di

Alba lo si insegnava in un corso

all’ultimo anno di specializzazione

in Enologia, perché quelle mani

i produttori se le contendevano.

Poi, racconta l'azienda, nel

1963 si diplomò l'ultima classe

del corso originale; dall’anno

successivo l’insegnamento andò

cambiando e fu poi perso, e

una catena di trasmissione

lunga generazioni si spense

nel silenzio.

Questione di famiglia

A salvarne un frammento

è stato l'istinto di uno

degli ultimi allievi.

Carlo Di Luccio,

tra i diplomati di

quella stagione, negli

anni aveva riempito

quaderni di ricette e

appunti, di quelli che

non spiegano soltanto

cosa serve ma come

si fa davvero. Li ha

custoditi e poi affidati

al figlio Domenico,

che li ha letti e riletti

finché una di quelle

formule non, è risalita

dalla carta. Dopo

mesi di prove, dalla

versione che padre e figlio giudicano

la migliore, è rinato un Vermouth

Rosso di Torino. Il nome scelto,

"Vecchia Scuola", è una dichiarazione

d’intenti.

Indietro nel tempo

Si torna ai portici di Torino, dove tra

le sei e le sette di sera il vermouth era

un rito quotidiano e condiviso che

dava le prime note della convivialità.

Lo si ordinava liscio, o con ghiaccio

e una scorza d'arancia, da bevanda

popolare quale era prima di diventare

l'alleato del bartender per eccellenza.

Poi l’onda dei cocktail di scuola

americana, un nuovo intendere dello

stare insieme che oggi ha bisogno

sempre più spesso di autenticità.

Orgoglio torinese

Vecchia Scuola si attiene al canone

del Vermouth di Torino IGP: base

di vino esclusivamente piemontese,

erbe del territorio sabaudo, molte

L'aromatiere sapeva

leggere le er be e

governare i tempi,

per trasformare un

vi no qualunque in

vermouth.

delle quali crescono ancora sulle

colline di Pancalieri, storica capitale

italiana delle piante officinali. Sulla

spina dorsale amara dei due assenzi

— il gentile e il romano, oltre

all’artemisia piemontese obbligatoria

per disciplinare — si innestano la

china e l'arancio amaro, mentre fiori e

spezie dolci ne arrotondano il profilo,

affidati a una lenta macerazione a

freddo. L'unione fra vino e l'estratto,

quel marriage che in Piemonte si

sorveglia con la pazienza di un lievito

madre, è lunga e tenuta d'occhio fino

all'imbottigliamento.

Due anime

Accanto al Rosso, la famiglia

comprende anche una versione

Vermouth di Torino 100% Dry a

base Moscato, dal taglio più asciutto

e teso, pensata per una grammatica

di bar differente, dal Martini in giù.

Una doppia anima che interpreta

i classici e riporta alle trame più

antiche di tutte, quelle dell’ospitalità

e della condivisione dei momenti

più semplici, portando con sé una

storia e dei valori. A portarla sul

mercato italiano è Pellegrini S.p.A,

che lo accoglie nel proprio catalogo

di etichette selezionate per rimettere

tra le mani di chi sa apprezzare, un

bicchiere semplice attorno a cui

attardarsi, come una volta.

17


di Matteo Borrè

Il convitato di ghiaccio

L'ingrediente più importante

è il più spesso bistrattato.

Non ce n'è mai menzione

nei menù, troppe volte ci si va

al risparmio: ed è un errore

che andrebbe evitato

è

in quasi ogni bicchiere

servito in qualsiasi

bar, occupa metà del

volume, decide la

qualità di un cocktail.

E non compare in

nessuna drink list.

La tonica è sempre

artigianale, il lime è

biologico, il bitter è

del microproduttore con la barba;

sul ghiaccio, silenzio. Per decenni è

stato maltrattato, non considerato;

spalato nei bicchieri con la paletta di

plastica, opaco, bagnato, profumato

di freezer e di fritto, con l'unico

mandato di raffreddare. E intanto

annacquava e rovinava, mentre i

drink venivano pagati a prezzo pieno

e il conto lo pagava la cultura del

bar a sentirsi richiedere un cocktail

“con poco ghiaccio”, ai bei tempi

delle discoteche (servirebbe a molti

cervelloni da bancone, lavorare nelle

discoteche) e dei relativi "fammelo

carico".

Sui libri

E alla fine abbiamo anche

imparato la teoria: più ghiaccio

significa meno diluizione. Il cubo

pieno, solido e asciutto raffredda

in fretta e si scioglie piano; i tre

cubetti striminziti già a metà

del loro destino fanno l'esatto

contrario. Il paradosso sfugge a

troppi clienti ("mi fregano con

tutto questo ghiaccio”) e perché

no a qualche professionista anche,

troppo attento a far tintinnare

il bicchiere da abbattitore. Il

ghiaccio è il più spietato dei

biglietti da visita, parla del

locale, racconta se a far da bere

c'è qualcuno che ha capito,

o qualcuno che risparmia.

E chi risparmia sul ghiaccio,

difficilmente non lesina in qualità.

Macchina pulita,

acqua buona

formato giusto. Non

serve un master, solo

le giuste attenzioni

Il portafoglio

Il ghiaccio serio costa: energia, acqua

filtrata, macchine, manutenzione,

spazio, a volte un fornitore

specializzato che consegna blocchi

come una volta si consegnava il

latte, alle ore più disparate. Davanti

a quella voce di spesa c'è chi storce

il naso, magari lo stesso che ha

appena investito in una bottiglia

rara e la serve sopra cubetti forati al

gusto di cella frigorifera. Un abito

sartoriale indossato con le infradito.

Refrigerio

La stagione dei dehors è quella

del ghiaccio per eccellenza: ogni

highball spedito sotto il sole deve

reggere mezz'ora di chiacchiera e

calura senza trasformarsi in una

limonata triste, i volumi triplicano,

le macchine arrancano. I bei fanatici

hanno di che crogiolarsi: ghiaccio

scolpito su misura, che cacci l'aria

e sia denso e lento a sciogliersi,

profumato, inciso, fotografato. Il

congelamento verticale e i tutorial

ai tempi della clausura forzata. Ma

tra cesello e paletta corre una via

di mezzo larghissima che si chiama

essenzialità: macchina pulita,

acqua buona — il ghiaccio si può

assaggiare, e racconta subito se il

filtro ha fatto ferie — formato giusto

per il bicchiere giusto. Non serve un

master, solo dare all'ingrediente più

presente del bar le giuste attenzioni.

Il giusto spazio

Il ghiaccio è acqua, lo si osannerebbe

se costasse come il whisky, e

invece paga il peccato di sembrare

gratis. Non lo è mai stato: si paga

in bollette, in margini diluiti, in

palati curiosi che rimangono delusi

e rimasugli di calcare. Magari si

potesse descriverlo, raccontarlo

e dedicargli una riga in menu.

Ce l’hanno anche gli acidi e le

chiarificazioni ormai, su.

18


Ombrellini e cultura

La miscelazione Tiki è

impropriamente accostata

all'estate. Alessandro

D'Alessio svela cinque

concetti fondamentali

per conoscere il mondo

di "Donn the Beachcomber"

p

— era Constantino "Constante"

Ribalaigua, il maestro della Floridita

dell'Avana. Gantt, che il Caribe lo

aveva girato da contrabbandiere in

una delle sue mille vite, conosceva

bene quello stile di lavoro, ma lo

giudicava troppo lineare, quasi

noioso, e si mise a complicarlo:

nacquero le sue Rhum Rhapsodies,

rum diversi che vengono orchestrati

come strumenti di una stessa

sinfonia». Il tiki, in fondo, è

un Daiquiri che ha studiato

innumerevoli musiche.

ochi capitoli della storia

del bar sono stati ridotti

a caricatura quanto

il tiki: ombrellini

di carta, bicchieri a

forma di idolo, slushie

zuccherini color

tramonto, l’etichetta

di una generica

roba spiaggia. La

realtà è quasi il contrario. Tiki è

cultura, impresa, genio, ricerca:

un’operazione di marketing

divenuta stile di vita, un esercizio di

costruzione socioeconomica, con

radici e influenze ben più lontane da

quanto sia solitamente raccontato,

e interpreti che ne hanno fatto una

religione pagana. Uno di questi

è Alessandro D'Alessio, head

bartender del Rita's Tiki Room di

Milano e Campari Bartender of the

Year 2024, che rimette in fila i fatti.

Ma quale mare

Avete voglia a raccontare di sabbia e

hula hoop: il movimento tiki nasce

a Hollywood. Quando nel 1933

Ernest Beaumont Gantt — poi

La miscelazione è sempre

dettata dalla società

del momento.

Tiki è la risposta al grigiore

americano: un pezzo

di paradiso immaginario

da vendere

ribattezzatosi Donn Beach — apre il

suo primo locale esotico (tiki è una

definizione quasi contemporanea,

degli anni Novanta), l'America esce

a pezzi da un decennio durissimo, tra

Grande depressione, strascichi del

Proibizionismo e il ricordo ancora

fresco della Prima Guerra Mondiale.

«Il tiki è la risposta a quel grigiore:

un pezzo di paradiso immaginario

da vendere a chi una spiaggia

tropicale non la vedrà mai. Evasione

urbana. Guai ad appiccicargli

d'ufficio un’etichetta estiva».

Dolce e leggero?

I primi drink resi celebri da Donn

Beach, come lo Zombie o il Navy

Grog, erano costruzioni potenti,

a fortissima concentrazione alcolica,

perché quello chiedeva il palato di

un Paese che aveva passato anni a

bere di nascosto per dimenticare.

Altro che puree di frutta tropicale: la

complessità veniva dalle spezie calde

— chiodi di garofano, cannella — e

da liquori come il falernum, ancestrale

specialità di Barbados, rimaneggiati

in chiave americana. La miscelazione,

secondo D'Alessio, è sempre dettata

dalla società del momento.

L'influenza di Cuba

La spina dorsale dell’universo

tiki è il Daiquiri, cocktail cubano

per eccellenza. «Negli anni del

Proibizionismo il riferimento di chi

voleva bere — e dei bartender stessi

Una questione d'inverno

Sembrerà tecnico, ma culturalmente

è preziosissimo. La parte agrumata

dei drink di Donn Beach era frutto

di un processo di studio intrigante:

lime e pompelmo (oppure il celebre

Don's Mix, succo di pompelmo e

sciroppo di cannella), pompelmo

bianco per la precisione, il più amaro

e acido. Il rosa era evitato: il Ruby

Red, varietà texana più dolce, era

stato scoperto soltanto nel 1929

ed era ancora una rarità appena

brevettata, fuori dalla portata di un

bar. Gli agrumi dunque, ossatura

del lavoro tiki, danno il meglio

d'inverno, quando toccano il picco

di maturità. La frutta tropicale vera

e propria compare col contagocce, in

creazioni mirate come il Missionary's

Downfall, quando Don affianca al

bar una proposta gastronomica, o il

Mona Daiquiri, riportate alla luce

con il lavoro di storici come Jeff

"Beachbum" Berry.

Tiki non è tropicale

Il grande equivoco, finalmente

spiegato. «Il tiki è miscelazione

d'autore, pensata da un americano

per un palato americano: molto

rum, agrumi, liquori, alcuni

effettivamente di tradizione

caraibica, come il falernum o il

pimento dram giamaicano. Il

tropicale è un'altra storia: una

tradizione ancestrale che esalta i

distillati dei Caraibi nella forma

più schietta, come il Ti' Punch

delle Antille francesi, dove un

rhum agricole giovane incontra

lime e zucchero, punto. La prima

è una struttura, un’architettura;

la seconda racconta di radici e

tradizioni. Confonderle equivale a

scambiare l'orchestra per il legno

con cui sono fatti gli strumenti.

19


Ricette

The Prestige

by Fabrizio Candino e Michele Strino –

Sartoria, Palermo

I maghi giocano con le carte, noi con i sapori.

Una bevuta complessa ed elegante, in cui

acidità e freschezza sono guidate dalle

note speziate del peperoncino. Il cocco

ingentilisce, il pomodoro esalta la vibrante

profondità, così ogni sorso richiama quello

successivo.

• 22.5ml Don Julio

Tequila

• 5ml Casamigos Mezcal

• 50ml Pomodoro and

chili water*

• 10ml Cocco water**

Fabrizio Candino

e Michele Strino

*Pomodoro water

- 1kg pomodoro

- 3 peperoncini

- 5ml pectinex

Frullare e filtrare.

Per Ogni 250 ml di acqua di

pomodoro:

- 2g sale

- 100g zucchero

- 6g acido ascorbico

- 3g acido malico

**Cocco water

- 250ml acqua

- 20ml sciroppo di cocco

- 6g acido ascorbico

- 2g sale

- 1g acido malico

Tecnica: Stir&Strain

Servizio: Coppetta

Garnish: fake pomodoro

Materia

by Biagio Castiello – Ritorno, Aversa (CE)

Un omaggio alla materia viva: il vino, il fuoco e la terra. Il Vermouth Mancino

Ambrato e il Cold Brew Specialty Coffee Kenya OLTRE costruiscono un

dialogo tra amaro, frutto e complessità aromatica, mentre la riduzione di

mosto alla cenere aggiunge profondità minerale e richiami alla memoria

vulcanica del nostro territorio. Ogni ingrediente è scelto per raccontare

un’origine. Un sorso che non racconta: resta.

• 45ml Vermouth Mancino

Ambrato macerato con ciliegie di

stagione e Fusetti Cacao*

• 15ml Cold Brew Specialty Coffee

Kenya OLTRE – Fratelli Milano

• 5ml Riduzione di mosto di vino

Aglianico alla cenere**

*Macerato Vermouth, Ciliegie e

Fusetti Cacao

In un barattolo a chiusura ermetica

inserire ciliegie fresche di stagione,

accuratamente lavate e asciugate.

Coprire con una miscela composta

da 85% Vermouth Mancino

Ambrato e 15% Fusetti Cacao.

Lasciare macerare in luogo fresco,

asciutto e al riparo dalla luce per

circa 30 giorni.

**Riduzione di Mosto alla Cenere

• 250 ml mosto di vino Aglianico

• 1g carbone vegetale alimentare

• 1 pizzico di sale marino di Procida

• 10g aceto di mele

Versare il mosto in un pentolino e

lasciarlo ridurre a fuoco molto basso

fino a circa un terzo del volume

iniziale (80-90 ml), mantenendo una

temperatura compresa tra 80 e 85°C.

Aggiungere il carbone vegetale, il sale

marino e l’aceto di mele, mescolando

fino a ottenere una consistenza

omogenea. Infondere a 50° per 2 ore.

Filtrare e imbottigliare.

Tecnica: Stir&Strain

Servizio: Coppetta Vesuvio

Garnish: Foglia di alloro

Biagio Castiello

Fig Fiesta

by Roberto de Leonardis – Volare, Bologna

• 45ml Rum Santa

Teresa

• 45ml Falernum

mediterraneo alla

nocciola*

• 1 spoon di

marmellata di fichi

caramellati

• 15ml succo di limone

• Q.B. Pepe nero

*Falernum mediterraneo alle nocciole

• 60g scorze di limone

• 40g scorze di arance

• 150g nocciole

• 80g ginepro

• 50g semi di finocchio

• 30g sommacco

• 1g peperoncino secco

• 400ml Rum Veritas

In un mortaio pestare il ginepro e i semi di

finocchio. Frullare il rum con le nocciole e

unire a scorze di limone, scorze di arancia,

sommacco, peperoncino, ginepro e semi di

finocchio. Lasciar riposare per 24 ore. Filtrare

con una superbag. Aggiungere in pari volume

sciroppo di zucchero 2:1.

Roberto de Leonardis

20


Giorgia Fornaciari

by Giorgia Fornaciari – Stravinskji Bar,

Roma

• 45ml Altamura Distilleries Vodka

• 30ml Cordiale ai lamponi

• 15ml St Germain

• 60ml Soda all'Ananas Three Cents

Tecnica: Build

Servizio: Highball

Garnish: Lampone congelato

Vacanze romane

Ricette

Viola

Jorogumo

Diego Ferrari

by Diego Ferrari – L•ABV |

Beverage Consulting

• 30ml Iovem

• 10ml Violetta Quaglia

• 25ml Sherry Fino

• Tonica Elderflower

Tecnica: Build

Servizio: Old Fashioned

con chunk di ghiaccio

Garnish: Rosa disidratata

by Erick Munguia – Sentaku

Izakaya, Bologna

• 50ml tequila alla

barbabietola liofilizzata

• 30ml jummai sake

• 10ml DOM Benedectine

• 5ml acid mix

• 15ml sciroppo barbabietola

e grue di cacao*

• Ciharificazione con yogurt

greco alle ciliegie

Erick Munguia

*Sciroppo di barbabietola e grue di cacao

- 300ml succo di barbabietola

- 450ml acqua

- 50g cioccolato fondente

- 5g grue di cacao

- 1.5kg zucchero

Cuocere per 20 minuti a 80°.

Lasciar raffreddare.

by Nicola Calanducci – Himkok, Oslo

• 25ml Sloe Berry Norwegian Sakè

• 7.5ml Amontillado Sherry

• 20ml succo di limone

• 15ml sciroppo di zucchero

• Top di Champagne

Fruity Bubbles

Nicola Calanducci

Tecnica: Shake&Strain

Servizio: Coppetta

Garnish: nessuna

21


Rompete le righe

Da un trionfo in battaglia

arriva l’ispirazione per

la gamma Admiral: Sagna

punta su HMS Princessa

s

ulla bottiglia campeggia

un'esortazione: break

the line, rompete le

righe. Nell'aprile del

1782, nelle acque tra

Dominica e Guadalupa,

l'ammiraglio George

Brydges Rodney spezzò

lo schieramento navale

francese nella battaglia

delle Saintes, assicurando alla corona

britannica il controllo dei Caraibi. A

quell'uomo, brillante stratega navale,

giocatore incallito e collezionista

senza troppi scrupoli di bottini di

guerra, e a quella vittoria è dedicata

la linea di rum Admiral, prodotta

sull’isola caraibica di Santa Lucia.

La storia

Ogni etichetta della gamma porta il

nome di una nave che combatté in

quella giornata, e la HMS Princessa

ha una storia che sembra varata nei

libri. Vascello da settanta cannoni

di origine spagnola, catturato dai

britannici nel 1780 alla battaglia di

Capo San Vincenzo, fu tra le prime

navi a ingaggiare la flotta francese

alle Saintes. Il rum si richiama la

sua tenacia in combattimento,

un distillato di corpo e carattere,

costruito per durare nel bicchiere.

L’azienda

A produrlo è St. Lucia Distillers,

nella valle di Roseau, uno dei nomi

di riferimento del rum caraibico,

nata nel 1972 dalla fusione di due

storiche realtà a gestione familiare,

Geest e Barnard. All'interno del

suo catalogo, la gamma Admiral

rappresenta la produzione più antica

e articolata della distilleria, quella in

cui il savoir-faire dell'isola si esprime

con maggiore ambizione.

Il processo

Il metodo affonda nella tradizione

locale. La melassa fermenta a lungo

in vasche aperte con lieviti autoctoni

che incidono profondamente sul

profilo aromatico, prima della

distillazione. Per l'invecchiamento si

impiegano botti di rovere americano

ex bourbon, cognac e sherry, e solo

al termine della maturazione tra

i cinque e i sette anni si procede

all'assemblaggio.

Nel bicchiere

In degustazione, al naso si aprono

il miele e l'uvetta, raggiunti da un

tocco di vaniglia e tabacco; al palato

la trama si fa intensa e dolce, tra la

crème brûlée e il rovere tostato, per

chiudere su un finale di caramello e

spezie che riporta in calce la firma di

Santa Lucia: morbidezza avvolgente

e profondità, senza durezze e ricco di

complessità.

Dal 1928

Imbottigliato a 40% vol. in formato

da 70 cl, l'HMS Princessa si colloca

come porta d'ingresso a una

gamma che sale per intensità ed

età rimanendo versatile: potente

in degustazione liscia, importante

sostegno anche nelle rivisitazioni dei

classici a base rum con la sua dolcezza

strutturata. In Italia è distribuito da

Sagna S.p.A., realtà che dal 1928

porta sul mercato nazionale una

selezione di riferimento tra spirits e

vini, e che inserisce la linea di Santa

Lucia in un portfolio costruito sulla

cura della provenienza.

22



di Carlo Carnevale

La casa

del Gran Maestro

Charles Schumann è da quarant’anni il guru

del bar del mondo. A Monaco la sua Mecca

Il tempio

Lo Schumann’s Bar è la costola di

Adamo dell’ospitalità bavarese e in

realtà di buona parte di quella europea.

L’intera città è disseminata

di locali (Bar Tabacco, Pacific Times

su tutti) che in qualche modo

ne ricalcano il design o l’impostazione,

dai banconi in mogano ai

grembiuli che Schumann ancora

oggi che va per i novant’anni lega

attorno alla vita mentre serve ai tavoli.

È il risvolto pratico di una teoria

raccolta in una schiera di libri

firmati dallo stesso Schumann, cat

ra i manifesti pubblicitari

in via Montenapoleone,

la strada del lusso

di Milano, spunta a

un tratto una figura intera

dai capelli candidi:

un modello, altroché,

ma soprattutto un

oste. Nelle rughe che

cerchiano uno sguardo

che guarda fin troppo nel profondo

si nascondono le storie degli oltre

quarant’anni di un bar che da Monaco

di Baviera si è consacrato come

uno dei templi del bere miscelato

nel mondo. È la creatura di Charles

Schumann, il modello appunto,

che dello Schumann’s Bar è fondatore,

anima e insegna vivente.

Charles Schumann

ha fatto scuola essendo stato

tra i pionieri

della nuova dignità

dell’oste,

della giacca bianca

e dell’attenzione all’ospite

peggiati dal mitologico American

Bar, volumetto rilegato di dosi e ricette

personali divenuto oggetto di

culto e linea guida per generazioni

di bartender.

La danza

Sia detto anche chiaramente. Forse

non è qui che dovreste citofonare

per i migliori cocktail della vostra

vita; piuttosto, è qui che dovreste

accorrere per osservare un team che

sembra un orologio, a danzare, bartender

e barback, nello spazio ristretto

di un bancone in cui nessun

movimento è sprecato. E perché

no, a godere di una delle migliori

bistecche della città. Schumann ha

fatto scuola perché tra i pionieri

della nuova dignità dell’oste, della

giacca bianca e dell’attenzione

all’ospite, che oggi sono mantra ai

più alti livelli eppure ancora troppo

spesso sono sacrificati in nome di

evaporatori rotanti e classifiche.

La sala

Dall’elegantissima Odeonsplatz (qui

dal 2003; lo Schumann’s originale

era in Maximilianstrasse, aperto nel

1982. Attorno crescono i satelliti: il

Tagesbar, perla diurna con una fila

di romanticissimi Cordial Campari

in bella esposizione, e dal 2013 il Les

Fleurs du Mal, al piano superiore, oltre

a un gemello in Giappone) si accede

alla sala principale, uno stanzone

con pochi fronzoli e infinita

sostanza: legni scuri, luce bassa, un

brusio educato che come colonna

sonora che va mescolandosi agli echi

provenienti da una meravigliosa corte

interna sul retro. I classici eseguiti

con la pignoleria di chi li ha codificati,

qualche firma della casa che richiama

il mitico Tki Bauhaus, ripulito

da ogni kitsch. E pensare che i

successi giovanili di Schumann’s raccontano

di Swimming Pool gonfi di

panna che negli anni Ottanta lo resero

celebre: la maturità è una sottrazione

continua.

L’uomo

Per comprenderla si risale al ragazzo

dell’Alta Baviera che prima di trovare

il bancone aveva provato di tutto

— il collegio vescovile, la guardia di

frontiera, perfino una formazione

consolare — e che a trent’anni, nei

club del sud della Francia, si guadagnò

il nome con cui il mondo lo conosce:

Charles. Quando nel 1973

torna a Monaco, trova una cultura

del cocktail relegata a hotel impolverati

e beveroni per vecchi signori.

Schumann si intesta l’impresa contraria:

dimostrare che mescolare da

bere è un mestiere d’arte. E ci riesce,

arrivando alle vette del mondo e incappando

in scontri culturali che ne

crepano la statua: come quando nel

2019, quando The World’s 50 Best

Bars lo incoronò Industry Icon, riemersero

sue vecchie dichiarazioni

— «un bar non è posto per una

donna» — e la reazione della comunità

internazionale fu durissima.

Schumann restituì il premio nel giro

di una settimana, con scuse che a

molti parvero tardive.

L’eredità

È il bar che continua a insegnare,

forse al di là del suo stesso padre.

Insegna che un locale diventa isti-

24


tuzione quando non rincorre altro

che non sia l’unica cosa che non

passa di moda, la stanza piena di

gente che sta bene, servita da professionisti

che conoscono il proprio

posto nel mondo. Una liturgia quotidiana,

identica da decenni, indifferente

a tutto, persino agli scivoloni

del suo stesso creatore. Charles

Schumann invecchia sulle pagine

patinate e tra i suoi tavoli, e chissà

quale dei due mestieri considera

davvero suo. Ma la risposta, a ben

vedere, l’ha data da tempo: i modelli

posano, gli osti apparecchiano.

E indossare un grembiule allacciato

da mezzo secolo vale più di

qualsiasi set fotografico.

Charles Schumann

25


di Carlo Carnevale

Un solo uomo

e tremila

bottiglie di rum

Nel tempio di Aguardiente a Marina di Ravenna,

dove Jimmy Bertazzoli predica la sua missione

q

Jimmy Bertazzoli

uando lo si vede concentrarsi

per versare un

dito del suo rum preferito,

il locale è ormai

vuoto. O meglio, ancora

vuoto: è così già da

un paio d’ore, dopo un

aperitivo gremito non

è passato praticamente

nessuno nel dopocena,

è fuori stagione e si è lontani dai volumi

che si registreranno in piena

estate. È mezzanotte, l’orario di

chiusura è alle due ma se la serranda

si abbassasse ora non cambierebbe

nulla; è facile prevedere che non si

presenteranno altri avventori.

«Non importa, in dieci anni non

ho mai chiuso un minuto prima del

dovuto. Questa è una destinazione,

di certo non un’insegna di passaggio:

se qualcuno viene qui vuol dire

che ha scelto di raggiungerci, e fosse

anche solo per un quarto d’ora, sarà

servito come merita».

Lontano da tutto

E che destinazione. Nel porticciolo

di Marina di Ravenna si vedono già

alcuni alberi di vela ondeggiare pigramente,

intorno non vola una

mosca; quando non è estate, la cittadina

conta 3200 abitanti. Aguardiente

ha in bottigliera lo stesso numero

di etichette di rum; le ha

raccolte Jimmy Bertazzoli, custode

e cantastorie di un microcosmo

aperto nel 2016 per vocazione, poi

per talento e competenza inseritosi

ai piani alti dei locali del mondo.

Lui che fino ad allora aveva vissuto

una dimensione quasi opposta, per

nove anni il marasma del Mowa,

high-volume bar di successo della

stessa Marina stimato da mezza Italia.

Poi la folgorazione, quella che

cambia le rotte. Due incontri, su

tutti: Luca Gargano, il guru di Velier,

che gli ha spalancato le porte

delle distillerie più remote, e Erwin

Weinimann, master distiller che gli

ha trasmesso la meraviglia della cachaça

quando quasi nessuno la

considerava materia da miscelazione

vera.

Il mondo sugli scaffali

Migliaia di etichette di distillati di

canna da zucchero ammassate con

l’ordine ossessivo di chi le conosce

una per una; tutte, nessuna esclusa,

disponibili in mescita. C’è la Portau-Prince

di quella Haiti che Bertazzoli

vive come una terra promessa:

«È dove ho percepito il calore

umano, ho capito cosa davvero il

rum per le persone che lo lavorano,

e trovato un’ospitalità familiare come

da nessuna altra parte nel mondo»,

tanto che una metà di Aguardiente

è la ricostruzione di una

Case Creole dove si tengono degustazioni

e cene placèe. Ci sono Trinidad

e le campagne brasiliane, le

Antille Olandesi e la Giamaica. Un

avamposto di Caraibi piantato

sull’Adriatico, là dove nessuno se lo

aspetterebbe.

Il tempio

L’altra metà del locale, quella cui si

accede dalla piazzetta antistante il

porto, è un inno all’ospitalità sartoriale

e mai gridata in un tempio

dell’artigianalità. Le bottiglie di

fronte alle sedute del banco e

tutt’intorno, il team contenuto e

perfetto nei modi e nei tempi, una

curatissima selezione di cibo da bar

e soprattutto il menu (a chiamarla

drink list si pronuncia un insulto):

quasi duecento pagine, introdotte

dalla prefazione di Erik Lorincz, in

cui i cocktail convivono con reportage

visivi sulle distillerie di Haiti, i

suoi paesaggi, la sua gente. Si sfoglia

la porta d’ingresso verso una cultura

che Bertazzoli ha fatto propria

con il massimo del rispetto in oltre

quaranta viaggi oltreoceano e riesce

a comunicarla senza strafare, senza

forzare e con l’unico mantra della

materia prima: se una ricetta chiede

più acidità, si interviene sul rum e

non sull’agrume, perché l’aromaticità

deve restare quella della canna,

del territorio, dell’invecchiamento.

Oltreconfine

Il mondo là fuori se n’è accorto.

Imbibe Magazine, bibbia americana

del settore, ha inserito Aguardiente

tra gli undici migliori rum

bar del pianeta, accanto a templi

come lo Smuggler’s Cove di San

Francisco e il leggendario La Floridita

dell’Avana. Nel 2024 è arrivata

anche la selezione nei 50 Best Discovery.

Ma figurarsi se sono queste

le cose che contano: Aguardiente sa

benissimo cosa vuole essere, non

c’è moda, non c’è megafono che

26


La porta

d’ingresso verso

una cultura

vissuta con il

massimo del

rispetto

e comunicata

senza strafare,

senza forzare e

con l’unico credo

della materia

prima

tenga se non quello con cui Bertazzoli

si fa alfiere dei suoi distillati.

Sembra d’essere a un ritrovo di famiglia,

con un padre tatuato, matto

e saggio che tiene d’occhio le

proprie creature. Avrà mai una

bottiglia preferita, che salverebbe

se dovesse rinunciare alla sua immensa

collezione? «Certo, il Clairin

con cui misceliamo i Daiquiri

tutte le sere. Le bottiglie più rare

sono emozioni, questa rappresenta

il rapporto con i produttori e con

gli ospiti che cercano la semplicità».

Fino alle due di notte, non un

minuto di meno.

27


L’arte del

togliere

Sagna presenta il primo

rhum bianco biologico di

J.M: Juste Macouba, agricole

millesimato 2022 dalla punta

nord della Martinica,

in edizione limitata

c’

è un comune all’estremità

settentrionale della

Martinica dove la terra

sale verso la Mon tagne

Pelée e l’Atlantico

batte la costa senza ripari:

si chiama Macouba,

e dà il nome a una

distilleria di Fonds

Préville e a un rhum

memorabile. Qui J.M lavora da quasi

due secoli, e da qui arriva oggi Juste

Macouba, un agricole che la casa

presenta come il suo opus biologico

e le cui bottiglie destinate all’Italia

passano da Sagna S.p.A., che dal

1928 fa della provenienza il proprio

mestiere. Il nome è già una dichiarazione:

juste, soltanto, l’essenziale.

Sottrazione

Quando meno è meglio. Una sola

canna, la Canne Bleue che è varietà-firma

della distilleria; una sola

annata, la vendemmia 2022; un solo

luogo, quello stampato in etichetta.

Il succo di canna fresca fer­

Suolo vulcanico,

clima umido, canna tagliata

e spremuta nel giro di un’ora:

un carattere fresco

e minerale che nasce

nel paesaggio e si anima

nell’alambicco

menta ventiquattr’ore e passa per la

colonna creola secondo la tradizione

J.M; poi il distillato cristallino

viene ridotto con una lentezza quasi

ostinata — nove mesi — usando

l’acqua di sorgente della Montagne

Pelée, fino a posarsi a 52,1%. Una

riduzione presa con i tempi giusti,

perché la canna non perda la voce.

A nudo

Senza il filtro del legno, l’agricole si

mostra per quello che è. Al naso è

canna appena tagliata e scorza di lime;

basta agitarlo perché si aprano

una vena floreale e un fondo anisato.

In bocca è pieno e rotondo, percorso

da quella nota di pepe bianco

che la casa attribuisce al terroir

nord-atlantico, e chiude lungo tra

agrume e spezia. Un bianco che non

ha bisogno di botti per avere carattere

da vendere.

Macouba

La distilleria se ne sta acquattata in

una valle ai piedi del vulcano, tra il

fiume Roches e quello di Macouba,

dentro un dominio nato nel 1790

come tenuta da zucchero. Il marchio

arriva nel 1845, quando Jean-Marie

Martin rileva la proprietà

e la converte al rhum. Suolo vulcanico,

clima umido, canna tagliata e

spremuta nel giro di un’ora: gran

parte di quel carattere fresco e minerale

nasce già nel paesaggio, poi si

anima nell’alambicco.

J.M

Il resto lo fa il canone agricole,

quello che l’AOC Martinique

presidia dal 1996: puro

succo di canna, nessuno zucchero,

nessun colorante. La

maître de chai Karine Lassalle

lo immagina liscio, nel ti-punch

della tradizione (canna, lime,

rhum, il rito martinicano

per eccellenza) oppure a rinfrescare

i grandi classici. La

gradazione piena lo rende una

base che in miscelazione tiene

il proprio carattere senza farsi

coprire: un Daiquiri ne esce

dritto e nitido.

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ATHOS WERMUTH

Il primo vino aromatizzato

della Tenuta Sanoner, a Bagno

Vignoni in Val d’Orcia, braccio

agricolo del Gruppo ADLER e

certificata Demeter. La base è

vino biodinamico, Sangiovese e

Greco; vi si innestano botaniche

non convenzionali come mallo

di noce, rabarbaro, radice di

angelica e liquirizia, con miele

biologico e una piccola parte di

zucchero di canna al posto dello

zucchero bianco. Gradazione

18%, colore rosso scuro dai

riflessi ambrati. Un omaggio

alle formule piemontesi del

vermouth settecentesco.

LA NUOVA BOTTIGLIA DI APEROL

Dopo decenni, Campari Group ridisegna l’icona dell’aperitivo. Il

restyling, firmato con Design Bridge and Partners e ingegnerizzato

da Verallia, conserva l’arancione e la silhouette, ma introduce un

vetro ondulato sulla spalla, proporzioni più definite,

un’etichetta frontale ridotta e una retro-etichetta

trasparente con le indicazioni di servizio

dello Spritz. Sul vetro il monogramma in

rilievo dei fratelli Barbieri, padovani

autori della ricetta nel 1919.

Debutta in parallelo al ritorno

dell’Aperol Spritz alla spina e

una versione in lattina.

Bottigliera

ALLPOSSIBLEDAIQUIRIS

La gamma di daiquiri in bottiglia

distribuita in Italia da Velier aggiunge

una quinta referenza. La ricetta resta

invariata (rum, lime siciliano IGP

biologico, sciroppo di zucchero di canna

biologico, acqua) cambia solo il rum e

quindi il profilo. Le basi sono distillati

a fermentazione spontanea: clairin di

Haiti, Hampden Rum Fire, Rivers Rum di

Grenada, Paranubes di Oaxaca. La novità

è #espritdaiquiri, sul Neisson L’Esprit Bio,

rhum agricole biologico.

LA RINNOVATA VESTE

DI AMARO SANTONI

Nuovo nome e nuovo abito.

Il bitter-sweet premium da

16%, costruito attorno al

rabarbaro cinese con 34

botaniche naturali tra

cui iris e foglia d’olivo,

debutta in una bottiglia

disegnata da Stranger

& Stranger che traduce

Firenze in vetro: le

scanalature richiamano

la cupola di Santa

Maria del Fiore, il tappo

la lanterna del Duomo,

l’etichetta i rilievi

della Porta Nord del

Battistero. È prodotto

da Famiglia Santoni,

distilleria attiva dal

1960, e distribuito in

Italia da Velier.

CITRANGE, GLI AMARI DELL’ETNA

Due liquori agrumati siciliani firmati da

Michele Faro di Pietradolce, la cui famiglia

coltiva agrumi sulle pendici dell’Etna.

Le due referenze, Limone dell’Etna

IGP e Mandarino di Sicilia, nascono

dall’infusione in alcol delle sole scorze,

con l’aggiunta di erbe spontanee siciliane

e zucchero; gradazione 30%, formato

da 500ml. La destinazione è doppia:

in purezza, serviti ben freddi, oppure

in miscelazione, dove lavorano

da protagonisti o da modifier agrumati.

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di Riccardo Colletti

Bicchiere

della staffa

Il meglio di ciò che The Garnish

ha vissuto, provato e visitato

La degustazione di Akoya a Torino

Dopo i fasti della stella Michelin conquistata con Unforgettable, chef Christian

Mandura ha aperto nel 2025 un lungimirante progetto a sfondo giapponese:

Akoya, tassello pregiato dei 1500mq dello spazio multidisciplinare

Musa, recuperato in un palazzo del ‘500. Alla contemporaneità di musica

techno e spazi a tratti post-industriali si affianca la tradizione dell’omakase

giapponese, curato dal braccio destro Alessandro Daddea. Ci si affida

alle loro sapientissime mani per una dozzina di portate impeccabili, supportate

su richiesta da un pairing di miscelazione di grande finezza.

Il menu

del The Soda Jerk

a Verona

Dieci anni suonati, e il Soda è ancora fresco come

fosse il primo giorno; ritrovo per nottambuli per

eccellenza (in settimana apre alle 22, dalle 19

nel weekend) a Verona, con un meraviglioso bancone

ad angolo e l’energia di una squadra affiatata

e professionale (il carisma del patron Claudio

Perinelli è storicamente travolgente). Tanto

semplice quanto strepitoso l’impatto del menu,

una lezione di comunicazione come se ne vedono

poche: Send Nudes, Fresco di zona, Luna Pork,

Se bevo ma giusto, con una grafica bambinesca

eppure ipnotica. Si può scommettere gli ospiti

non si curino nemmeno degli ingredienti a leggere

i nomi dei drink, e sapranno già di avere una

serata come si deve ad attenderli. Vincente.

Il cocktail “Brace”

al Gaia Bar

del MUSA Lago

di Como

Nel delirio di onnipotenza che spesso pervade

l’animo dei bartender di oggi, è facile

trovare ricette che parlano tanto senza

dire in realtà nulla. Nel menu Emotions del

Gaia Bar, il bar manager Luca Salvioli (finalista

alla Campari Bartender Competition

2025) firma invece un aperitivo superbo:

Brace è una miscela di Campari, champagne,

rabarbaro, pompelmo e zenzero di pericolosa

bevibilità, amaricante e invitante

al tempo stesso, che goduto sulle rive di

uno dei laghi più belli del mondo può rimettere

in pace con la vita.

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Il design del Botanicum

Bar all’Huus Quell

Elmir Medunjanin è alla guida del gioiellino dell’Huus Quell,

cinque stelle lusso nel bel mezzo di Gonten, villaggio da 1400

anime appena del Cantone Appenzello, in Svizzera; profondissima

conoscenza delle materie prime del territorio, tanto

da implementare almeno un ingrediente locale tra erbe, frutti

e spezie nelle rivisitazioni dei grandi classici, grazie anche a

un comparto di laboratorio invidiabile. Le (eccellenti) miscele

sono servite nel lobby bar dell’albergo, sotto un soffitto probabilmente

unico al mondo: oltre una coltre di fibra di rame, un

algoritmo riprende il movimento delle nuvole all’esterno, per

cui sul bancone e sulle sedute viene proiettata un’illuminazione

che si modula secondo i raggi solari (o lunari) che realmente

arrivano al tetto, con un gioco di ombre suadente ed elegante.

La scena bar

di Belgrado

Giunto alla terza edizione, il Belgrade Cocktail Festival

di inizio giugno ha abbattuto il muro dele millecinquecento

presenze in un solo giorno di esibizione, attirando

grazie al piglio infaticabile di Vladimir Simic anche

un più che discreto numero di professionisti dal resto

d’Europa per masterclass e seminari. La città è fuori dai

radar della miscelazione mondiale, ma occhio al futuro

prossimo, perché alcune realtà lavorano a un livello

che definire interessante è un understatement: Riddle

Bar è un seminascosto tempietto di grande energia, con

un team giovanissimo e un impressionante approccio di

ospitalità. Dragoljub è un superlativo microcosmo a più

dimensioni, bar, ristorante (cucina tipica rivisitata sublime)

e club, mentre per il bicchiere della staffa si passa

da Isabel, lo speakeasy per definizione in città. Menzione

d’onore per il Belgrade Cocktail Club: senza social

media, per i romantici.

Lo scandalo dello Spirit de Milan

Pochi altri luoghi a Milano hanno saputo raccontarsi e rimanere fedeli a se

stessi come lo Spirit de Milan di Luca Locatelli, in zona Bovisa. Tra gli ormai

rarefatti esempi di cultura milanese vera e propria, lo Spirit si è distinto per le

serate swing che hanno animato un decennio di vita notturna sana, autentica

e popolare (chi va più a ballare swing?!) che ormai si dirada sotto grattacieli

e linguaggio business. La proprietà delle mura (l’ex Cristallerie Livellara) ha in

giugno deciso di non rinnovare l’affitto, preferendo dedicarsi a una trattativa

per la costruzione di opere private a uso pubblico come studentati e simili. È

l’ennesimo smacco di una città che perde sempre più di vista i valori culturali

dei luoghi di ritrovo (negli ultimi anni hanno abbassato la serranda due perle

come Plastic e Bar Rattazzo) per inseguire una dimensione economica di puro

profitto. Milano perde un faro e una comunità come non ne troverà più.

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