WineCouture 5-6/2026
WineCouture è la testata giornalistica che offre approfondimenti e informazione di qualità sul vino e quanto gli ruota attorno. È una narrazione di terroir, aziende ed etichette. Storytelling confezionato su misura e che passa sempre dalla viva voce dei protagonisti, dalle riflessioni attorno a un calice o dalle analisi di un mercato in costante fermento. WineCouture è il racconto di un mondo che da anni ci entusiasma e di cui, con semplicità, vogliamo continuare a indagare ogni specifica e peculiare sfumatura, condividendo poi scoperte e storie con appassionati, neofiti e operatori del comparto.
WineCouture è la testata giornalistica che offre approfondimenti e informazione di qualità sul vino e quanto gli ruota attorno. È una narrazione di terroir, aziende ed etichette. Storytelling confezionato su misura e che passa sempre dalla viva voce dei protagonisti, dalle riflessioni attorno a un calice o dalle analisi di un mercato in costante fermento. WineCouture è il racconto di un mondo che da anni ci entusiasma e di cui, con semplicità, vogliamo continuare a indagare ogni specifica e peculiare sfumatura, condividendo poi scoperte e storie con appassionati, neofiti e operatori del comparto.
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NUMERO 5/6
Anno 7 | Giugno-Luglio 2026
Poste Italiane SPA - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (convertito in Legge 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, LO/MI - In caso di mancato recapito inviare al CMP di Milano Roserio per la restituzione al mittente previo pagamento resi.
LA NUOVA "MISURA" DEL VINO
COME SOSTENIBILITÀ E INNOVAZIONE STANNO CAMBIANDO IL MODO DI CRESCERE
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Oltre la crescita
La questione fondamentale non è più come crescere, ma come creare valore:
attorno a questo passaggio si gioca oggi una parte importante del futuro
del vino italiano. L’incertezza geopolitica ridisegna le rotte del commercio, i
consumi rallentano, le giacenze aumentano e l’export perde parte dello slancio
degli ultimi anni. Eppure, il segnale più interessante che arriva dall’Italia
non è la preoccupazione, ma la consapevolezza. E oggi anche la reazione. Le
misure approvate da Uiv per riequilibrare produzione e domanda raccontano
un comparto che ha compreso come la crescita non possa più essere
considerata automatica. L’obiettivo non è produrre di più, ma meglio; non
inseguire i volumi, ma rafforzare il valore di vini e territori. Questa evoluzione
è già visibile lungo tutta la penisola. Le aziende investono nell’ospitalità,
nell’identità territoriale, nella sostenibilità e nell’innovazione. Sperimentano
nuovi linguaggi e modi di dialogare con il mercato. Se la tradizione resta uno
dei più grandi patrimoni del vino italiano, la capacità di adattarsi è diventata
altrettanto essenziale. È in questo scenario che si colloca il contributo quotidiano
di WineCouture: raccontare il vino ai professionisti, ai consumatori
e ai mercati internazionali, creando connessioni tra territori, persone e idee.
Le sfide oggi sono reali. Ma reale è anche la determinazione con cui il settore
si sta preparando ad affrontarle. Perché la resilienza non consiste nel resistere
al cambiamento, ma nell’anticiparlo. Ed è forse questa la lezione che i grandi
vini hanno sempre insegnato: ogni vendemmia è diversa dalla precedente,
ma il futuro appartiene a chi sa riconoscerne i segnali prima degli altri.
04 Primo piano. Domaines Ott*, 130 anni di
Rosé oltre il colore
08 Interni d’Autore. Da Hey French a Pasqua
+ Smith, l’innovazione è Unconventional
11 Protagonisti. Villa Sandi e il futuro: a tu per
tu con Diva e Leonardo Moretti Polegato
SOMMARIO
17 Focus On. L’arte della riconoscibilità e la
longevità di Vaio Armaron Serego Alighieri
18 On Air. Il vino come bene comune: Silvia
Allegrini racconta il progetto Allegreen
27 Champagne. Laurent-Perrier, diversi per
metodo: i tre savoir-faire di un’identità
WINECOUTURE
winecouture.it
Direttore responsabile Riccardo Colletti
Direttore editoriale Luca Figini
Coordinamento Matteo Borré (matteoborre@nelsonsrl.com)
Marketing & Operations Roberta Rancati
Contributors Luciana Rota e Sissi Baratella.
Art direction Inventium s.r.l.
Stampa La Terra Promessa Società Cooperativa
Sociale Onlus (Novara)
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Viale Murillo, 3 - 20149 Milano
Telefono 02.84076127
info@nelsonsrl.com
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Registrazione al Tribunale di Milano n. 12
del 21 Gennaio 2020 - Nelson Srl -
Iscrizione ROC n° 33940 del 5 Febbraio 2020
Periodico bimestrale
Anno 7 - Numero 5/6 - Giugno - Luglio 2026
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20149 Milano
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PRIMO PIANO
Domaines Ott*, 130 anni
di Rosé oltre il colore
Château de Selle, Clos Mireille, Château Romassan e By Ott*
raccontano una Provenza più sfaccettata che mai
DI MATTEO BORRÈ
S
ono passati 130 anni dal colpo di fulmine che portò,
al termine di un lungo viaggio attraverso le regioni
viticole francesi, il giovane ingegnere agricolo alsaziano
Marcel Ott a stabilirsi in Provenza. Ed è da allora
che Domaines Ott* definisce gli orizzonti enologici
di questo angolo di Mediterraneo. Il suo, infatti, è un
nome diventato una delle principali chiavi attraverso
cui leggere la Provenza contemporanea, avendo contribuito
più di tutti a trasformare il Rosé da semplice
espressione regionale a grande vino di terroir. Un
percorso iniziato nel 1896 e che oggi, in occasione del
130esimo anniversario della Maison parte della Roederer
Collection e distribuita in Italia da Sagna S.p.A.,
trova una nuova sintesi nelle annate 2025 di Château
de Selle, Clos Mireille, Château Romassan e By Ott*.
La storia di Domaines Ott*
La storia, come detto, inizia quando Marcel Ott rimane
affascinato dalla luce e dai paesaggi del Mediterraneo.
In anni ancora segnati dalle conseguenze della
fillossera, compie una scelta che allora appariva quasi
visionaria: reimpiantare vitigni nobili in una Provenza
considerata difficile e arida, convinto che quei suoli
potessero dare origine a grandi vini. Da quella intuizione
prende forma un progetto che attraversa quattro
generazioni. Prima Château de Selle nel 1912, poi Clos
Mireille nel 1936 e infine Château Romassan nel 1956
diventano i tasselli di una costruzione pazientemente
elaborata nel segno della coerenza. Tre tenute, due
denominazioni – Côtes de Provence e Bandol – e una
sola visione: interpretare le infinite sfumature della
Provenza attraverso il rispetto del terroir.
Fin dalle origini e lungo il corso del tempo, però, l’ambizione
di Domaines Ott* è sempre andata ben oltre
la semplice valorizzazione di un territorio. In un’epoca
in cui il Rosé è ancora oggi spesso considerato un
vino leggero, destinato prevalentemente al consumo
stagionale, l’obiettivo dell’azienda provenzale è ancora
quello di attribuirgli la stessa dignità e attenzione
riservati ai grandi bianchi e ai grandi rossi. La ricerca
della precisione agronomica, la selezione rigorosa delle
parcelle, la vinificazione separata dei diversi terroir
e la capacità di costruire vini pensati per evolvere nel
tempo nascono proprio da questa convinzione. Domaines
Ott* ha contribuito così a cambiare la percezione
stessa del Rosé, dimostrando che poteva essere
non soltanto un vino di piacere immediato, ma anche
un’autentica espressione di complessità e longevità.
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In foto: Jean-François Ott
Oggi questa visione è affidata a Jean-François Ott,
quarta generazione della famiglia, che continua a sviluppare
il lavoro iniziato dal suo antenato mantenendo
al centro la stessa filosofia: una viticoltura precisa,
rispettosa dei ritmi naturali e profondamente legata
alla terra. Un approccio che si traduce in una gestione
agronomica rigorosa e che ha portato le proprietà alla
certificazione biologica ufficialmente riconosciuta a
partire dalla vendemmia 2022. Un percorso iniziato
già anni prima e accompagnato da pratiche ispirate
alla biodinamica che superano i requisiti normativi.
La sostenibilità, tuttavia, non è mai stata interpretata
come semplice certificazione. Per Domaines Ott* si
traduce nella cosiddetta coussine, l’attenzione assoluta
al dettaglio che accompagna ogni fase produttiva. Dalla
gestione dei vigneti alla rotazione delle colture, fino
alla scelta di sostituire progressivamente le vigne più
anziane con colture alternative per consentire al terreno
di rigenerarsi. La stessa cura si ritrova in cantina,
dove la selezione delle uve prosegue dopo la raccolta
e la vinificazione avviene separatamente per parcella,
consentendo di valorizzare ogni singola sfumatura del
territorio. Un’identità riconoscibile anche attraverso
un simbolo diventato iconico: la celebre bottiglia Ott.
Disegnata negli anni ‘30, continua ancora oggi a rappresentare
il paesaggio provenzale: il cipresso, le palme
e le colline che scendono verso il mare. Un oggetto
che sintetizza perfettamente la capacità della Maison
di trasformare il territorio in linguaggio compiuto
dentro e fuori la bottiglia.
Le annate 2025 di Château de Selle, Clos
Mireille, Château Romassan e By Ott*
L’annata 2025, al centro del proscenio dei festeggiamenti
per i primi 130 anni della Maison provenzale,
traduce una stagione complessa, caratterizzata da forti
contrasti climatici. A un inverno e una primavera particolarmente
piovosi sono seguiti mesi estivi molto
caldi e asciutti. Le vendemmie anticipate hanno richiesto
una vigilanza costante, ma hanno dato origine
a vini che coniugano freschezza, tensione ed espressività
aromatica.
Château de Selle Rosé 2025 conferma il ruolo di interprete
più elegante della denominazione Côtes de
Provence. Nei suoli calcarei e nei terreni terrazzati di
Taradeau prende forma un rosé di precisione, costruito
sull’equilibrio e sulla finezza. Diversa, ma complementare,
la personalità di Clos Mireille Rosé 2025.
Affacciata sul Mediterraneo, la tenuta di La Londe-les-Maures
vive immersa in un microclima unico,
dove la vicinanza del mare influenza direttamente la
maturazione delle uve. Qui il Rosé assume una dimensione
più luminosa e salina, definita da energia e tensione.
Con Château Romassan Rosé 2025 il racconto
cambia ancora. Siamo nell’Aoc Bandol, nel regno del
Mourvèdre. I terreni ricchi di calcare, marne, arenarie
e ghiaie restituiscono un vino di maggiore profondità,
struttura e persistenza. È probabilmente l’espressione
più potente della gamma, senza rinunciare alla cifra
stilistica che da sempre caratterizza Domaines Ott*.
A completare il quadro arriva By Ott* Rosé 2025, la
cuvée che interpreta la Provenza attraverso una chiave
più immediata e contemporanea. Luminosità, precisione
e spontaneità ne definiscono il profilo, senza mai
perdere il legame con la filosofia che guida da 130 anni
la Maison. Quattro etichette che raccontano molto più
di una semplice collezione di sfumature di Rosé. Sono
istantanee che trasmettono il senso del quotidiano lavoro
di una famiglia che da sempre considera il vino
uno strumento per leggere il paesaggio. Una convinzione
che trova la sua espressione più compiuta proprio
nella capacità di trasformare tre terroir profondamente
diversi in altrettante interpretazioni della Provenza.
Perché è questa la vera forza di Domaines Ott* da 130
anni: aver dimostrato che il Rosé è molto più di un colore.
È un luogo. Perché, quando il tempo, la visione e la
terra s’incontrano, a nascere è una delle espressioni più
autentiche dell’identità mediterranea.
PRIMO PIANO
Un fenomeno parallelo rispetto al mercato dei grandi vini da collezione: è prio le prime posizioni registrino valori nettamente superiori al resto della classifica.
questa l’immagine che il vino biologico, biodinamico e naturale ha dato Una correlazione che non permette conclusioni automatiche, ma che evidenzia come
a lungo di sé. Un universo spesso associato a produzioni di nicchia, scelte le pratiche agronomiche più rigorose siano oggi frequentemente associate alle etichette
identitarie e appassionati e produttori militanti. Oggi, quella separazione di maggiore prestigio internazionale. Se il biologico e la biodinamica sembrano ormai
tra due universi all’apparenza distanti è sempre meno attuale: a ribadirlo parte integrante del lavoro quotidiano dell’élite enologica mondiale, il segmento dei
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è il mercato stesso. Il Barometro iDealwine 2026 restituisce, infatti, un’istantanea molto
vini naturali racconta invece un’altra storia. Qui emerge un mercato molto più eteroge-
chiara: sostenibilità e valore economico stanno convergendo. In un contesto globale neo, caratterizzato da una forte diversificazione geografica e stilistica. Borgogna, Jura,
nel quale il mercato del vino attraversa una fase di riposizionamento, le etichette bio, Loira, Champagne, Bordeaux, Rodano e finanche l’Italia convivono all’interno della
biodinamiche e naturali continuano a guadagnare spazio anche nel segmento più esigente
stessa graduatoria. Non a caso tra i 20 vini naturali più costosi compare anche un nome
e selettivo, quello dei fine wines. Il dato più significativo riguarda proprio le aste. simbolo del made in Italy enologico contemporaneo come il Brunello di Montalcino
Secondo l’analisi di iDealwine, nel 2025 i vini biologici e biodinamici hanno rappresentato
Docg Riserva Soldera Case Basse 2004 di Gianfranco Soldera.
il 29,9% dei volumi scambiati e il 36,2% del valore totale, in crescita rispetto al La graduatoria dei vini naturali evidenzia inoltre un’altra tendenza destinata a interes-
28,4% e al 35,6% registrati l’anno precedente. Ancora più marcata l’evoluzione dei vini sare da vicino i professionisti del settore: il crescente successo di vini bianchi, delle bollicine
naturali, passati dal 7,2% all’8,5% dei volumi e dal 7,6% all’8,9% del valore complessivo
e di etichette dove domina una spiccata bevibilità. Una tendenza che iDealwine
delle aggiudicazioni. Cifre che assumono un significato particolare se lette dall’ottica collega all’evoluzione dei consumi e all’ingresso di nuove generazioni di appassionati,
del contesto attuale. Il consumo di vini bio continua, infatti, a crescere: una dinamica generalmente più orientate verso stili più immediati. Il messaggio lanciato dal mercato
che suggerisce come la sostenibilità non sia più percepita come un elemento accessorio, è diretto: i vini bio, biodinamici e naturali non rappresentano più una categoria separata
bensì come una componente sempre più integrata nella valutazione qualitativa del vino.
da inserire marginalmente in carta, ma stanno diventando una componente sempre
La conferma arriva anche dalle classifiche delle etichette più ricercate. Tra i 20 vini biologici
più rilevante della domanda premium e del collezionismo internazionale. Non perché
e biodinamici più costosi battuti all’asta su iDealwine nel 2025 figurano alcune la certificazione sia di per sé garanzia di valore, ma perché il mercato sembra premiare
delle firme più prestigiose del panorama mondiale. In testa si trova il Musigny Grand quei produttori che riescono a integrare responsabilità ambientale, identità territoriale
Cru 2006 di Leroy, aggiudicato a oltre 25.000 euro, seguito da un Romanée-Conti e una qualità riconosciuta nel calice. Quanto evidenzia il Barometro iDealwine 2026,
1990 del Domaine de la Romanée-Conti e da un Chevalier-Montrachet 2009 del Domaine
infatti, è come in un mercato sempre più selettivo, la sostenibilità non sostituisce il preto
d’Auvenay. Il dato forse più interessante, però, non riguarda i singoli prezzi quanstigio,
ma contribuisce a rafforzarlo. E quando incontra grandi terroir, firme autorevoli
la composizione stessa della graduatoria: 16 dei 20 vini provengono dalla Borgogna e una reputazione costruita in un lungo arco di tempo, può trasformarsi in uno dei fattori
e la maggior parte appartiene a produttori che hanno fatto della viticoltura biologica o
che alimentano desiderabilità, valore e capacità di attrazione, in particolare tra le
biodinamica una pratica consolidata nel tempo. Il Barometro iDealwine 2026 evidenzia
nuove generazioni di appassionati. Una dinamica, quest’ultima, che – oggi più che mai
come la Top 10 sia composta per il 70% da vini certificati biodinamici e come pro- – il mondo del vino non può permettersi di considerare
secondaria.
Photo: iDealwine
DI ROBERTA RANCATI
DATA
Il nuovo lusso
è green
Il Barometro iDealwine 2026 mostra come sostenibilità
e desiderabilità viaggino sempre più sullo stesso binario
VALDOBBIADENE DOCG.
Equilibrata armonia di profumi.
Il Valdobbiadene DOCG Millesimato Coste di Mezzodì proviene dai vigneti di collina esposti a sud.
È un vino dal gusto equilibrato e dai toni eleganti il cui leggero residuo zuccherino contribuisce ad
ottenere una grande armonia d’insieme. I profumi delicatamente fruttati ricordano la rosa, il fiore
d’acacia, il delicatissimo fiore di vite, la pesca bianca, la pera e un leggero agrume.
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INTERNI D’AUTORE
Immaginare il vino
altrimenti
Da Hey French alla sfida Pasqua + Smith Pinot Noir,
l’innovazione Unconventional si fa multivintage
Innovazione è parola spesso troppo abusata nel
vino. La gran parte delle volte evocata, più raramente
è dimostrata nei fatti. Per Pasqua Vini, invece,
ormai da un decennio, l’innovazione si è tramutata
da dichiarazione d’intenti a progetti tangibili, proprio
come ha voluto dimostrare di nuovo in questa prima
metà di 2026. Sono stati, infatti, due i lanci che hanno
definito i tratti della prima metà dell’anno, lasciando un
nuovo segno indelebile
dopo quello delle celebrazioni
del primo secolo
di vita degli scorsi 12
mesi. E, ancora una volta,
a essere raccontata con
chiarezza è la direzione intrapresa
dalla casa vitivinicola
veronese. Da un lato,
ad apparire in scena è stata
la quinta edizione di Hey
French: You Could Have
Made It But You Didn’t, presentata il 18 marzo a Verona
attraverso una verticale che ne ha ripercorso l’evoluzione.
Dall’altro, il debutto a Vinitaly di Pasqua + Smith Pinot
Noir, nuova e ambiziosa collaborazione tra la famiglia Pasqua
e il visionario produttore statunitense Charles Smith.
Se il primo progetto rappresenta la maturità di un’idea
nata nel 2019, il secondo segna l’apertura di una nuova
frontiera. Entrambi, però, condividono la stessa matrice:
DI MATTEO BORRÈ
mettere in discussione convenzioni consolidate per costruire
linguaggi alternativi. Hey French è probabilmente
il manifesto più riconoscibile di questo approccio. Nato
come provocazione elegante verso la tradizione francese
dell’assemblaggio, il vino è diventato negli anni molto più
di un’etichetta. È una riflessione sul tempo e sul potenziale
espressivo del multivintage applicato a un vino bianco
fermo italiano. Un esercizio ancora raro nel panorama
nazionale che Pasqua ha
trasformato in una vera cifra
stilistica. La quinta edizione,
infatti, rappresenta
oggi il punto più avanzato
di questo percorso. Sei annate
– 2015, 2018, 2019,
2020, 2022 e 2024 – convivono
all’interno di un
unico racconto costruito
sulle colline vulcaniche
del Monte Calvarina, nella
parte più orientale del Soave. Un territorio che, grazie ai
suoli basaltici, all’altitudine e alle forti escursioni termiche,
imprime al vino una marcata tensione minerale. Se
le prime edizioni erano caratterizzate da una maggiore
presenza di note tostate e tropicali, il lavoro di affinamento
tecnico ha progressivamente portato il progetto verso
una maggiore precisione aromatica, una freschezza più
definita e una lettura più verticale del territorio. La de-
gustazione a ritroso nel tempo organizzata a Verona ha
raccontato proprio questa evoluzione: da esperimento
audace a linguaggio compiuto, capace di trasformare la
stratificazione delle annate in uno strumento di complessità
e riconoscibilità.
Ma è in occasione di Vinitaly – dove non è mancata neanche
quest’anno un’immaginifica installazione site specific
ispirata al nuovo progetto vitivinicolo, firmata dalla
poliedrica artista italiana Sara Ricciardi e ospitata all’interno
del Monastero di Palazzo Maffei – che Pasqua ha
forse lanciato il messaggio più forte sul proprio concepire
il principio dell’innovazione. Pasqua + Smith Pinot Noir
non nasce, infatti, da una semplice intesa commerciale.
È il risultato di un dialogo iniziato anni fa tra due visioni
che condividono la stessa attitudine alla sperimentazione.
Da una parte la famiglia Pasqua, dall’altra Charles
Smith, uno dei protagonisti più influenti del vino statunitense
contemporaneo. Il progetto prende forma nel vigneto
di Campiano, sopra San Giovanni Ilarione, a circa
600 metri di altitudine. Nove ettari coltivati a Pinot Noir
in un contesto che pochi avrebbero immaginato per questo
vitigno. Suoli argilloso-calcarei con componenti vulcaniche,
esposizione sud-ovest, foreste che circondano le
vigne e un microclima fresco che consente maturazioni
lente e progressive. È qui che nasce la sfida.
“L’innovazione non la si può solo dichiarare, la si deve
anche dimostrare con i progetti. Pasqua + Smith Pinot
Noir è la risposta a questa promessa”, afferma Riccardo
Pasqua, amministratore delegato dell’azienda veronese.
Una dichiarazione che sintetizza la filosofia alla base del
vino: non un esercizio di stile, ma la volontà di creare
qualcosa che non esisteva. La chiave è ancora una volta il
multivintage, divenuto ormai uno dei tratti distintivi della
casa veronese. Le annate 2018, 2022, 2023 e 2025 vengono
assemblate per costruire una lettura del Pinot Noir
che unisce la profondità del Vecchio Mondo e l’immediatezza
espressiva del Nuovo. “Ho accettato la sfida perché
ho visto l’opportunità di fare qualcosa di mai fatto prima”,
spiega Charles Smith. “Quando lavori senza preconcetti,
succedono sempre cose interessanti. Pasqua + Smith Pinot
Noir è energia pura: un vino che non vuole imitare
nessuno, ma essere semplicemente autentico”.
Il risultato è un Pinot Noir che sfugge alle categorie tradizionali.
Speziato, attraversato da freschezza erbacea,
sostenuto da tannini morbidi e da una beva sorprendentemente
dinamica. Un vino che sintetizza l’incontro tra geografie,
linguaggi e culture produttive diverse, diventando
simbolicamente il punto d’incontro tra Valpolicella e Washington
State. Osservate dalla comune prospettiva che
le anima, le due novità raccontano con chiarezza la traiettoria
di Pasqua Vini. Se, da un lato, Hey French dimostra
come la sperimentazione possa trasformarsi in identità,
dall’altro Pasqua + Smith Pinot Noir testimonia la volontà
di spingersi oltre i confini tradizionali del territorio e delle
categorie. In entrambi i casi, tuttavia, il messaggio è lo stesso:
per la famiglia Pasqua l’innovazione non è un concetto
astratto, ma un processo che prende forma nel vigneto,
si sviluppa in cantina e trova compimento nella capacità
d’immaginare il vino da prospettive nuove.
In foto: Umberto Pasqua, Alessandro Pasqua, Charles Smith, Riccardo Pasqua e Andrea Pasqua
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ON AIR
Il concetto di sostenibilità, nell’universo del vino, è
stato a lungo dominio quasi esclusivo del vigneto.
Riduzione dei trattamenti, tutela della biodiversità,
energie rinnovabili e gestione responsabile delle
risorse hanno rappresentato i principali indicatori
di un percorso virtuoso. Oggi, però, il concetto si è ampliato.
La sostenibilità riguarda sempre più il rapporto tra
il vino e le persone, i nuovi modelli di consumo,
il benessere individuale e la capacità delle
aziende d’interpretare un mercato in
trasformazione senza rinunciare alla
propria identità. È all’interno di questa
prospettiva che s’inserisce Lea
Winery, realtà friulana che ha scelto
di affiancare alla viticoltura sostenibile
un progetto dedicato ai vini dealcolati.
Con il marchio Franc Lizêr,
l’azienda propone una lettura contemporanea
del vino che intreccia innovazione
tecnologica, ricerca e attenzione ai nuovi
consumatori. Ne abbiamo parlato con Eleonora
Spadotto, titolare e responsabile commerciale.
DI ROBERTA RANCATI
Quanto si è ampliato oggi il concetto di
sostenibilità e come si lega al mondo dei
dealcolati?
Credo che oggi la sostenibilità sia diventata qualcosa di
molto più profondo rispetto a qualche anno fa: non riguarda
più soltanto l’ambiente, ma anche il modo in cui scegliamo
di vivere, consumare e stare bene. Per me significa
creare qualcosa che abbia valore nel tempo, che rispetti il
territorio ma anche le persone e i loro nuovi bisogni, in
un’ottica che vede il benessere e la salute come obiettivi a
lungo termine. Il mondo dei dealcolati s’inserisce perfettamente
in questa evoluzione. Con Franc Lizêr non volevamo
semplicemente creare un vino senza alcol, ma
dare vita a un nuovo modo di vivere il vino,
detto “sobrialità”: sobrietà ma con vitalità.
Un vino che permetta di condividere
momenti, convivialità ed emozioni
senza dover necessariamente scegliere
tra piacere e benessere. La
cosa che mi rende più orgogliosa
è che questo progetto nasce dalla
nostra terra e dalla nostra filosofia
familiare. Dentro ci sono la ricerca
scientifica, l’innovazione, una filiera che
controlliamo grazie all’utilizzo di macchinari
di ultima generazione e il legame con il territorio
in cui la nostra azienda affonda le proprie radici.
Come si integrano le nuove tecnologie con il
lavoro in vigneto e in cantina?
Per noi la tecnologia non è mai fine a sé stessa, ma uno
strumento che ci aiuta a essere più rispettosi dei cicli
naturali della vigna e ancora più precisi intervenendo il
Sostenibilità e la
nuova lingua del vino
Come Lea Winery sta utilizzando innovazione
e “sobrialità” per dialogare con la New Gen
meno possibile. Utilizziamo droni, sistemi GPS, monitoraggi
satellitari e mezzi elettrici autonomi che ci permettono
di osservare ogni dettaglio della vigna e intervenire
solo dove e quando serve davvero. Questo significa ridurre
trattamenti, irrigazione ed evitare sprechi. Anche in
cantina lavoriamo con la stessa mentalità: innovare senza
perdere l’identità del vitigno. Penso che oggi la vera innovazione
nel vino sia riuscire a usare la tecnologia in modo
intelligente e consapevole, senza togliere emozione o autenticità
al prodotto finale.
Quanto la sostenibilità è diventata elemento
decisivo sul mercato?
Moltissimo. Oggi chi lavora nel vino ricerca la personalità
e l’anima delle persone dietro ai prodotti. Non si può
vendere solo la bottiglia. Bisogna avere un’identità forte
e un approccio concreto e coerente con i propri valori.
Nei mercati internazionali trovo una sensibilità sempre
più forte verso sostenibilità, tracciabilità, responsabilità
aziendale e coerenza. Le persone percepiscono subito
quando dietro c’è un progetto reale e quando invece c’è
soltanto comunicazione. Nel caso di Lea Winery raccontare
il nostro impegno significa raccontare ciò che siamo:
dai vitigni Piwi alla riduzione dei trattamenti, dall’energia
solare autoprodotta fino alla riduzione delle emissioni.
La scelta di produrre vini no-alcol in Friuli è stata coraggiosa,
quasi dirompente, ma ci ha permesso di dare voce
alla nostra visione e portare la qualità del Made in Friuli
in questo segmento.
L’innovazione può aiutare ad avvicinare le
nuove generazioni al vino?
Secondo me le nuove generazioni non si stanno allontanando
dal vino, stanno semplicemente cercando un
modo nuovo di viverlo. I giovani ricercano autenticità,
libertà e prodotti coerenti con il loro stile di vita. Con
Franc Lizêr portiamo il concetto di “sobrialità” a persone
che amano godersi la vita ma che, per motivi di salute, religiosi
o personali, non consumano alcol e non vogliono
rinunciare al piacere della convivialità. Abbiamo cercato
di creare un vino che parlasse anche a chi prima non si
riconosceva nel mondo tradizionale del vino. Credo che
il futuro del vino non sia chiudersi nella tradizione, ma
riuscire a dialogare con nuovi consumatori mantenendo
qualità, cultura e identità.
In foto: Eleonora Spadotto
Qual è il contributo personale che desidera
portare nel mondo dei dealcolati?
Vorrei portare uno sguardo più moderno e meno rigido
nel mondo del vino. Sono una giovane donna che ha lavorato
all’estero per molti anni e che poi ha scelto di tornare
a casa per costruire il progetto Lea Winery con la propria
famiglia. Credo che il vino debba tornare a essere prima
di tutto emozione, condivisione e libertà. Con Franc
Lizêr vogliamo dimostrare che anche un dealcolato può
avere eleganza, complessità e identità territoriale. Non
deve essere percepito come un compromesso, ma come
una scelta contemporanea e consapevole. Forse il mio
contributo sta proprio nel costruire un ponte tra tradizione
e nuove sensibilità, mantenendo autenticità e qualità
come punti fermi.
Il consumatore è disposto oggi a riconoscere
valore alle scelte innovative e sostenibili?
Sì, soprattutto quando percepisce che dietro queste scelte
c’è coerenza, concretezza e lavoro costante. Il consumatore
è molto più informato rispetto al passato e vuole
capire come nasce un prodotto, quali valori rappresenta e
qual è il suo impatto. Questo vale ancora di più per i vini
Franc Lizêr. Il pubblico contemporaneo non cerca semplicemente
qualcosa senza alcol: cerca un’esperienza gratificante,
curata e di qualità. Oggi il valore non riguarda
più l’eccesso o il prezzo in sé, ma la qualità delle scelte e
l’eccellenza della produzione. Innovazione e sostenibilità
sono diventate parte integrante di questo sistema e non
possono più essere considerate elementi separati.
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In foto: Diva e Leonardo Moretti Polegato
Villa Sandi,
il futuro si misura
Diva e Leonardo Moretti Polegato
spostano il confronto sulla competitività di domani
L
e aziende familiari raccontano spesso la propria continuità
attraverso i passaggi generazionali. È ciò che sta
accadendo oggi in Villa Sandi, dove la nomina di Diva
e Leonardo Moretti Polegato a vicepresidenti e membri
del CdA formalizza un ruolo già centrale nella vita del
gruppo e introduce una lettura nuova delle sfide che attendono
il vino italiano. Una visione che non mette in discussione
l’eredità costruita dalla famiglia, ma ne amplia
il perimetro. Perché sostenibilità, innovazione ed efficienza
non sono più temi paralleli, ma il cuore stesso della
competitività futura. Per Leonardo Moretti Polegato il
primo cambiamento riguarda proprio il significato della
sostenibilità. “Fino a qualche anno fa si parlava in modo
molto romantico di sostenibilità, usando però pochi dati
e poche fonti misurabili di cambiamento. Adesso invece
non si può più parlare di sostenibilità solo in senso romantico,
ma va misurata portando dei dati concreti”. È
una visione che sposta il dibattito dalla dichiarazione
all’evidenza scientifica e che trova applicazione diretta
nelle attività aziendali. Villa Sandi sta infatti investendo
DI MATTEO BORRÈ
in una serie di progetti che utilizzano tecnologia e raccolta
dati per migliorare la gestione agronomica. “Oggi è
sempre più evidente quanto sia necessario prendere decisioni
basate su dati scientifici piuttosto che su semplici
intuizioni: in azienda stiamo lavorando su diversi progetti
incentrati sull’analisi della variabilità dei terreni e sulla
valutazione dello stato vegetativo delle vigne”, sottolinea
Leonardo Moretti Polegato. La sostenibilità passa anche
dall’energia: “Oggi non basta più dire di avere installato
dei pannelli fotovoltaici. È necessario quantificare il
contributo reale che queste tecnologie apportano”. Villa
Sandi raggiunge, in parte, l’autosufficienza energetica
grazie alla combinazione tra impianti fotovoltaici e una
centrale idroelettrica recentemente sottoposta a un importante
intervento di ammodernamento. Una quota in
crescita: “Arriveranno nuovi investimenti che ci permetteranno
di fare un salto ulteriore”. Nel ragionamento del
vicepresidente di Villa Sandi emerge un altro concetto
chiave spesso meno raccontato: quello dell’efficienza.
Una parola destinata a diventare sempre più centrale per
il vino del futuro. “Spesso non si sottolinea abbastanza
il tema dell’efficienza in ogni passaggio della filiera”,
osserva. Un concetto che va ben oltre il risparmio economico
e riguarda la capacità di ridurre consumi energetici,
sprechi idrici ed emissioni senza compromettere
la qualità. Una sfida che diventa ancora più rilevante in
un contesto segnato da estati sempre più calde e da costi
energetici in continua evoluzione. “Dalle autoclavi di
ultima generazione ai sistemi di refrigerazione del mosto,
ogni investimento è valutato non solo per l’impatto
qualitativo, ma anche per la sua capacità di ottimizzare
le risorse e contenere la carbon footprint aziendale”. Se
Leonardo osserva il cambiamento attraverso il prisma
dei processi, Diva Moretti Polegato lo legge dalla prospettiva
del mercato: “La sostenibilità è ormai un elemento
centrale nelle scelte sia degli operatori sia dei
consumatori. Non è più considerata un valore aggiunto
ma una responsabilità concreta che le aziende devono
dimostrare attraverso azioni trasparenti e misurabili”.
Non basta più dichiarare un impegno: occorre renderlo
visibile. Proprio qui la vicepresidente di Villa Sandi individua
uno dei fattori decisivi per la competitività futura
del vino: “La credibilità nasce proprio dalla coerenza tra
ciò che comunichiamo e ciò che facciamo quotidianamente:
dalla biodiversità alle energie rinnovabili, fino ai
progetti sociali e alle attività sviluppate sul territorio a
favore della comunità, come l’apertura della palestra in
vigna e il sostegno ai giovani talenti attraverso borse di
studio”. La riflessione si allarga inevitabilmente al rapporto
con le nuove generazioni. Un tema spesso affrontato
attraverso semplificazioni che rischiano di essere
fuorvianti: “Non è vero che i giovani non bevono vino.
Semplicemente lo fanno diversamente”. Per questo innovazione
e sostenibilità possono diventare strumenti
fondamentali per costruire un dialogo più efficace con
nuovi consumatori che cercano autenticità, trasparenza
e valori riconoscibili. Ma serve anche un linguaggio diverso:
“Credo che il vino debba continuare a raccontare
la storia, le radici e la cultura, ma con un linguaggio più
inclusivo, capace di coinvolgere anche chi oggi si sente
distante da questo mondo”. La riflessione di Diva Moretti
Polegato si estende anche all’evoluzione della geografia
del vino. In uno scenario internazionale frammentato,
l’invito è a guardare oltre: “Sia nei mercati consolidati
sia in quelli emergenti esistono ancora importanti spazi
di crescita. Recentemente abbiamo aperto mercati in Est
Europa, Sud America e Medio Oriente. Inoltre, abbiamo
registrato un interesse crescente da parte di alcuni Paesi
che si stanno aprendo sempre più a turismo e cultura del
vino”. L’Asia rappresenta uno degli osservatori più interessanti
per comprendere come il mondo Prosecco possa
dialogare con culture gastronomiche profondamente diverse:
“Spesso in Europa si tende a parlare genericamente
di cucina asiatica, ma in realtà si tratta di un universo
estremamente articolato. Esistono profonde differenze
tra cucina cantonese, pechinese, taiwanese, indonesiana
o giapponese, e ognuna richiede riflessioni specifiche
sugli abbinamenti”. Una complessità che apre prospettive
per la valorizzazione del vino italiano: “Credo che ci
sia ancora moltissimo da esplorare in questo campo: per
questo ritengo che le opportunità di crescita siano molto
più ampie di quanto spesso s’immagini”. All’interno
di questo scenario in evoluzione trova spazio il tema dei
vini dealcolati, destinato a occupare un ruolo crescente
nel dibattito internazionale. Leonardo Moretti Polegato
guarda al fenomeno con pragmatismo e senza pregiudizi:
“Credo sia fondamentale ampliare lo sguardo e osservare
con attenzione ciò che accade anche al di fuori dei confini
tradizionali del vino. Dobbiamo comprendere e analizzare
questi fenomeni con apertura mentale. L’informazione
e la capacità di leggere i cambiamenti saranno sempre più
decisive per il futuro del vino”. Più che una contrapposizione
tra modelli, infatti, i due vicepresidenti di Villa
Sandi interpretano il fenomeno come un’estensione delle
occasioni in cui il vino può essere presente nella vita delle
persone. Una lettura che invita il comparto a osservare
con maggiore attenzione le trasformazioni culturali in
atto, senza rinunciare alla propria identità. “Tradizione
e innovazione non sono in contrapposizione”, conclude
Diva Moretti Polegato. “Rappresentano un equilibrio indispensabile
per costruire un futuro solido e credibile”. È
dentro questo equilibrio che Villa Sandi sta scrivendo il
prossimo capitolo, con una nuova generazione chiamata
a trasformare sostenibilità e innovazione in visione.
PROTAGONISTI
12
Per anni il vino ha raccontato la sostenibilità partendo dal vigneto. Oggi,
però, una parte sempre più importante della sfida si gioca altrove: tra bottiglia,
etichette, tappi, imballaggi e tutto ciò che accompagna il prodotto dal
momento in cui lascia la cantina fino all’arrivo in tavola. È qui che il settore
è chiamato a confrontarsi con una trasformazione destinata a ridefinire non
soltanto la produzione, ma anche il modo stesso di comunicare il valore di un marchio. Il
cambiamento è già in atto. Il packaging non rappresenta più un semplice elemento funzionale
o un esercizio estetico. È diventato uno dei principali indicatori attraverso cui il
consumatore misura la credibilità di un’azienda rispetto ai temi della sostenibilità e della
responsabilità ambientale. Acquistare una bottiglia significa, infatti, sempre più scegliere
anche un sistema di valori. E l’imballaggio è la prima manifestazione concreta di quella
scelta. Non è un caso che il nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti da
imballaggio, entrato in vigore l’11 febbraio 2025 e applicabile dal 12 agosto 2026, abbia
posto al centro concetti come riciclabilità, riuso, riduzione dei rifiuti e circolarità lungo
l’intero ciclo di vita del prodotto. Una direzione che trova riscontro anche nei numeri: in
Europa gli imballaggi rappresentano il 36% dei rifiuti solidi urbani, mentre il 40% della
plastica e il 50% della carta utilizzate nella Ue sono destinate proprio al packaging. Il vino
non è estraneo a questa evoluzione, anzi. Secondo il Sustainable Wine Roundtable, la
componente più impattante della carbon footprint di una bottiglia resta il vetro. Da qui
nasce il Bottle Weight Accord, che punta a ridurre il peso medio delle bottiglie da 750
ml sotto i 420 grammi entro il 2026 rispetto agli attuali 550 grammi circa. Parallelamente
crescono nuovi formati e soluzioni alternative pensati per rispondere a una domanda
sempre più orientata verso praticità, moderazione dei consumi e riduzione dell’impatto
ambientale. In questo contesto, il packaging smette definitivamente di essere una voce di
costo e diventa leva strategica. Una trasformazione che richiede nuove competenze e una
visione capace d’integrare sostenibilità, marketing e innovazione. Perché il consumatore
contemporaneo non cerca solo un prodotto di qualità: pretende trasparenza, coerenza e,
soprattutto, scelte misurabili. È precisamente all’interno di questo scenario che si colloca
Grapur, il progetto di Mack & Schühle Italia che interpreta una nuova idea di consumo
del vino, fondata su moderazione e responsabilità ambientale. Con una gradazione alcolica
contenuta – 9% Vol. per i vini fermi e 9,5% Vol. per il Vino Spumante Brut, senza
ricorrere alla dealcolazione – e con certificazioni biologica e vegana, Grapur nasce per
dialogare con una fascia di consumatori sempre più attenta alla salute e all’impatto delle
proprie scelte. Ma il vero elemento distintivo del progetto risiede nella volontà di estendere
il concetto di sostenibilità all’intera filiera del packaging. L’approccio adottato da Mack
& Schühle Italia coinvolge, infatti, alcuni tra i principali protagonisti dell’innovazione sostenibile
applicata al settore. Le bottiglie “Bordolese AIR” da 300 grammi e la versione
spumante da 550 grammi sviluppate da Verallia rappresentano una delle espressioni più
avanzate del cosiddetto lightweighting, riducendo le emissioni lungo tutte le fasi del ciclo
di vita del prodotto, dalla produzione al trasporto fino allo smaltimento. La stessa logica
guida la scelta delle chiusure Nomacorc Ocean di Vinventions e delle etichette Ocean
Action di UPM Raflatac, entrambe realizzate attraverso il recupero di plastica proveniente
dalle aree costiere, materiale che altrimenti rischierebbe di raggiungere gli ecosistemi
marini. Le nobilitazioni riciclabili sviluppate da Luxoro completano un sistema che punta
a coniugare valore estetico e responsabilità ambientale. Anche l’imballaggio secondario
segue la stessa filosofia. Ondulkart fornisce, infatti, cartoni ondulati a onde ribassate realizzati
con carta riciclata e inchiostri a base d’acqua, dimostrando come ogni componente
possa contribuire alla riduzione dell’impatto complessivo. Il risultato è un progetto
che va oltre il singolo prodotto e diventa caso di studio per la filiera. Grapur dimostra
che sostenibilità e innovazione non sono necessariamente obiettivi in contrapposizione
con la qualità o il posizionamento del vino. Al contrario, possono diventare strumenti
complementari per costruire valore. Se il futuro del vino continuerà certamente a passare
attraverso territori, vitigni e tradizioni, sarà sempre più giudicato anche dalla capacità di
rendere la sostenibilità visibile, misurabile e concreta. In questo senso Grapur offre una
lettura chiara del cambiamento in corso: la responsabilità ambientale non è più soltanto
un impegno da dichiarare, ma una scelta da dimostrare. Bottiglia dopo bottiglia.
DI RICCARDO COLLETTI
VISIONI
Il nuovo “terroir”
del vino
Mack & Schühle Italia e la sostenibilità
che si misura sempre più dalla bottiglia in poi
13
La risposta di Velenosi
al vino che cambia
Arriva Nove, un Marche Igt Bianco a 9,5% Vol.
che rifiuta la dealcolazione e punta su territorio
ZOOM
DI MATTEO BORRÈ
C'è differenza tra inseguire una tendenza e provare a interpretarla. Nel
mondo del vino contemporaneo, dove dealcolati e low alcohol stanno
occupando sempre più spazio nel dibattito, Velenosi ha scelto di
percorrere una strada diversa. Più complessa, ma coerente con la
propria identità. Il risultato si chiama Nove Marche Igt Bianco. Un
vino da 9,5% Vol. che non nasce da un processo di dealcolazione, ma da un lavoro agronomico
ed enologico costruito fin dall’origine per ottenere una referenza naturalmente
meno alcolica, mantenendo però intatta l’appartenenza territoriale. “Quando il mercato
ha iniziato a interessarsi ai vini low e no alcohol abbiamo fatto diverse prove, sia con dealcolazione
totale sia parziale”, racconta Marianna Velenosi. “I risultati però non ci hanno
convinto. Il prodotto ottenuto doveva essere corretto con zuccheri per risultare piacevole
e, pur rimanendo sotto il cappello del vino, non rispecchiava la nostra identità e i nostri
standard qualitativi”. Da qui nasce la domanda che ha guidato il progetto: come realizzare
un vino capace di dialogare con i nuovi consumatori senza rinunciare alle proprie radici?
La risposta è arrivata attraverso il vigneto. Non una sottrazione successiva dell’alcol, ma
una progettazione preventiva del vino. Una scelta che ha richiesto due anni di studio e
una prima annata 2024 rimasta volutamente nel cassetto perché non ritenuta all’altezza
delle aspettative. “Ci siamo chiesti come fare un Igt Marche che riuscisse ad attrarre un
nuovo tipo di consumatore mantenendo però il legame con il territorio”, spiega Velenosi.
“Abbiamo lavorato sulle vigne, soprattutto sui tempi di raccolta, cercando di raggiungere
la gradazione minima prevista dal disciplinare, pari a 9,5% Vol., senza perdere equilibrio
e piacevolezza”. Nasce così il blend di Chardonnay, Passerina e Sauvignon provenienti dai
vigneti aziendali di Ascoli Piceno e Ripatransone. La raccolta anticipata di Chardonnay e
Sauvignon nei primi giorni di agosto, seguita dalla Passerina nella prima decade di settembre,
permette di preservare freschezza e acidità naturale. Successivamente la fermentazione
viene interrotta attraverso il freddo nel momento desiderato, mantenendo nel vino
una piccola quota di anidride carbonica naturale che conferisce al prodotto una delicata
sensazione pétillant. “Ci sono voluti un paio d’anni per individuare il momento esatto
della raccolta e il punto corretto in cui fermare la fermentazione”, spiega Velenosi. “Quando
apri la bottiglia percepisci una lieve effervescenza naturale. Non c’è aggiunta di CO₂.
È il risultato del processo fermentativo che abbiamo deciso di preservare”. Dietro un vino
apparentemente semplice si nasconde quindi un importante lavoro di precisione tecnica,
che assume ancora più valore in un contesto climatico ormai imprevedibile. “Ogni
annata ha una storia a sé”, osserva la produttrice. “Ma chi lavora in vigneto e in cantina
oggi possiede conoscenze tali da riuscire a gestire queste variabili. Certo, bisogna adattare
continuamente la tecnica, ma è questo che distingue il vino da un prodotto industriale”.
Il debutto ufficiale è avvenuto a fine maggio, dopo la preview a Vinitaly. I primi segnali
provenienti dal canale Horeca sono incoraggianti. “Abbiamo registrato molta curiosità da
parte dei ristoratori”, svela Marianna Velenosi. “Lo proponiamo come un vino da aperitivo,
ideale per il servizio al calice. Non necessariamente legato al pasto, ma capace di creare
nuove occasioni di consumo”. È qui che emerge forse l’aspetto più interessante del progetto.
Nove non nasce come vino stagionale né come risposta contingente a una moda passeggera,
piuttosto dall’osservazione di un consumatore che cambia. “Non sono d’accordo
quando si dice che i giovani non bevono vino”, afferma Velenosi. “Semplicemente bevono
in modo diverso. Oggi esistono sensibilità differenti verso benessere, moderazione e gradazione
alcolica. Questo vino può intercettare chi desidera vivere un momento conviviale
senza le remore legate all’alcol”. Una riflessione che riguarda da vicino la ristorazione: in
un mercato dove il consumo si frammenta e le occasioni diventano sempre più fluide,
prodotti come Nove aprono nuove possibilità di proposta, soprattutto nel servizio by the
glass e nell’aperitivo contemporaneo. Per Velenosi, però, la vera sfida è un’altra: dimostrare
che innovazione e identità territoriale possono convivere. “La nostra idea è stata quella
di unire la valorizzazione del territorio a un nuovo trend di mercato”, conclude Marianna
Velenosi. “Volevamo dimostrare che non è necessario rinunciare alla propria identità
per dialogare con un consumatore diverso. Si può fare innovazione restando fedeli alle
proprie radici”. Così, in un momento in cui molti cercano di togliere qualcosa al vino,
Velenosi ha scelto di ripensarlo dall’inizio, restando ostinatamente nelle sue Marche.
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Dall’alto, le Grave del Friuli sembrano raccontare soprattutto la fatica
della viticoltura. Pietre, ghiaia, vento e forti escursioni termiche hanno
modellato per secoli uno dei paesaggi più peculiari del Nord-Est.
Eppure, è proprio da questa apparente durezza che oggi emerge una
delle esperienze più interessanti del vino
friulano contemporaneo. I Magredi, entrata recentemente
nell’universo Valdo, interpreta infatti questo territorio attraverso
una visione che unisce innovazione, responsabilità e
identità produttiva, trovando una nuova espressione anche
nell’arrivo di Ca’ Lisetta Prosecco Doc Extra Dry.
La storia de I Magredi affonda le proprie radici nel 1968,
quando la famiglia Tombacco avvia la sua attività agricola in
queste terre. La svolta vitivinicola arriva nel 1988, favorita dalla
particolare vocazione dei terreni delle Grave, caratterizzati
da depositi alluvionali ricchi di elementi calcareo-dolomitici
che conferiscono ai vini una riconoscibile impronta minerale.
Negli anni ’90 prende forma anche il legame con Valdo, evolutosi
progressivamente fino all’acquisizione della tenuta, consolidando
una visione condivisa fatta di valorizzazione territoriale,
ricerca costante della qualità e sviluppo sostenibile.
Proprio la sostenibilità rappresenta oggi uno dei tratti più distintivi
del progetto. In un momento in cui il settore è chiamato
a dimostrare concretamente il proprio impegno, la cantina
I Magredi risponde con numeri e investimenti. L’azienda dispone
di 55 ettari vitati e di una capacità produttiva di 94.000 ettolitri, supportata da un
impianto composto da 650 pannelli fotovoltaici in grado di generare 240.000 kWh di
energia. Numeri che raccontano una visione industriale orientata all’efficienza energetica
e all’autonomia produttiva, perfettamente integrata con una gestione agronomica im-
prontata alla tutela dell’ambiente. A questo si aggiungono circa 20.000 analisi di laboratorio
effettuate ogni anno, ulteriore testimonianza di un approccio fondato sul controllo
qualitativo e sulla precisione tecnica.
La stessa attenzione si ritrova nella gestione agronomica. I vigneti sono condotti secondo
principi di produzione integrata, con l’obiettivo di
preservare l’equilibrio dell’ecosistema e valorizzare la biodiversità
di un terroir unico. Emblematico, in questo senso, il
celebre vigneto circolare dell’azienda, autentica icona paesaggistica
che richiama il ciclo naturale della vita e divenuto
simbolo della relazione armonica tra uomo e territorio.
All’interno di questo percorso s’inserisce Ca’ Lisetta Prosecco
Doc Extra Dry, nuova referenza che amplia il portfolio
spumantistico de I Magredi affiancandosi a Mizar Prosecco
Doc Brut Millesimato e alla Ribolla Gialla Spumante Brut
Millesimato. Nato dai terreni magri e minerali delle Grave del
Friuli, è un Prosecco Doc ottenuto da uve Glera che punta
su immediatezza, eleganza e versatilità gastronomica. Al naso
è caratterizzato da profumi di mela golden e fiori bianchi,
mentre al palato si distingue per l’equilibrio armonico, una
piacevole freschezza e la chiusura sapida che ne valorizza la
bevibilità. Pensato per l’aperitivo e per accompagnare piatti
delicati, in particolare a base di pesce, rappresenta una proposta
coerente con l’identità del luogo da cui proviene.
Il progetto I Magredi, anche con questa new entry, offre così
una lettura concreta di come sostenibilità, innovazione e identità possano convergere in
una proposta coerente e contemporanea. Perché se il futuro del vino continua a nascere
dal territorio, sempre più spesso sarà la capacità d’interpretarlo con visione a fare la
differenza. E nelle Grave del Friuli, quella visione è da tempo già ben delineata.
DI RICCARDO COLLETTI
FOCUS ON
I Magredi e un futuro
che nasce dalle pietre
La tenuta delle Grave del Friuli entra nell’universo Valdo e rafforza
il proprio modello tra innovazione, sostenibilità e nuove bollicine
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Sotto le radici
del Chianti Classico
Con San Vito e Poggio Rosso, il progetto Suoli
trasforma il terroir in identità e il Sangiovese cambia voce
ZOOM
DI MATTEO BORRÈ
Per anni il Chianti Classico ha raccontato sé stesso attraverso la geografia e le
linee delle sue colline. Oggi, sempre più spesso, la sfida si gioca su una scala
più intima: quella delle singole parcelle. È da questa consapevolezza che
nasce Suoli, il nuovo progetto di San Felice, volto a valorizzare le sfumature
che il Sangiovese è in grado di esprimere quando cambiano terreno, esposizione
e altitudine. Un percorso che trova oggi la sua prima compiuta espressione nell’arrivo
di San Vito Chianti Classico Docg Gran Selezione, nuova etichetta che affianca lo
storico Poggio Rosso in un dialogo tra due vigneti, due identità e due interpretazioni
del medesimo territorio. Nel mondo del vino, infatti, si parla spesso di
terroir. Ma più raramente lo si riesce a trasformare in un racconto capace
di rendere tangibili differenze che, sulla carta, sembrano minime.
Eppure, è proprio dentro questi dettagli che si gioca oggi una delle
partite più interessanti del Chianti Classico contemporaneo nel calice.
Non si tratta, infatti, semplicemente dell’ingresso di una nuova
etichetta in gamma. San Vito rappresenta piuttosto l’evoluzione di
un percorso iniziato anni fa attraverso gli studi di zonazione aziendale
da parte di San Felice e la progressiva consapevolezza che anche
differenze minime di altitudine, esposizione e composizione del
terreno possano generare identità profondamente diverse. Da qui nasce
l’idea di raccogliere sotto un’unica visione due Gran Selezione figlie dello
stesso territorio ma interpreti di caratteri opposti. Il primo protagonista di questa
lettura inedita del Sangiovese di Castelnuovo Berardenga è San Vito Chianti Classico
Docg Gran Selezione 2021, nato da una parcella di appena 1,5 ettari situata a sud del
borgo di San Felice. Qui il Sangiovese affonda le proprie radici nelle sabbie plioceniche,
il terreno geologicamente più giovane della tenuta, formatosi circa cinque milioni di anni
fa quando quest’area era ancora sommersa da un mare poco profondo. La natura sciolta
e drenante di questi suoli favorisce un equilibrio vegeto-produttivo naturale e conduce a
un’espressione fatta di eleganza aromatica, precisione e tensione. Il risultato è un Chian-
ti Classico Gran Selezione che sceglie la strada della misura: l’ingresso è delicato, quasi
silenzioso, guidato da precisione, grazia e finezza. La componente floreale emerge con
nitidezza, mentre profondità e persistenza arrivano progressivamente, accompagnando
un sorso costruito più sulla tensione che sulla forza. È un Sangiovese che, dunque, racconta
il territorio attraverso la leggerezza, senza rinunciare alla capacità di evolvere nel
tempo. Confermando la vocazione quasi sartoriale del progetto, la produzione si limita
a circa 3.300 bottiglie. Di fronte a San Vito si colloca poi Poggio Rosso, tra le etichette
simbolo di San Felice e una delle prime interpretazioni moderne del concetto
di cru nel Chianti Classico. Nato nel 1978 e diventato Gran Selezione nel
2011, proviene da una parcella di circa due ettari situata a 400 metri di
altitudine, dove suoli di alberese e galestro definiscono un profilo
completamente diverso. Qui il Sangiovese cambia registro: acquista
profondità minerale, struttura e tensione tannica, restituendo una
lettura più intensa e verticale del territorio. Se San Vito racconta
la leggerezza e la fluidità delle sabbie, Poggio Rosso esprime profondità,
energia e precisione. Una metafora scelta dall’enologa Francesca
Giuggioli sintetizza efficacemente il rapporto tra i due vini:
“Immaginate il Sangiovese come un’orchestra: in San Vito vibrano i
violini, delicati e armoniosi, mentre nel Poggio Rosso risuona la batteria,
potente e avvolgente, dando ritmo e profondità a ogni sorso”. In un mercato
che richiede sempre più autenticità, identità e capacità di raccontare il territorio,
con il progetto Suoli San Felice propone così due interpretazioni complementari dello
stesso vitigno e della stessa denominazione. Due etichette che non competono tra loro,
ma dialogano. Due parcelle che diventano strumenti per comprendere quanto il terreno
possa influenzare il carattere di un grande Sangiovese. Ed è proprio questa la grande
ambizione del progetto Suoli: dimostrare che il terroir non è un concetto da evocare, ma
una realtà da degustare. E che, nel Chianti Classico del futuro, il racconto del vino potrebbe
partire sempre più da ciò che accade in profondità, sotto le radici delle viti.
16
ho mai obbedito alla ragione. Durante tutta la mia vita, ho sempre
seguito il mio istinto e l’impulso del momento”. La frase è attribuita
a Georges Simenon e ci prendiamo la licenza di accostarla
ad Andrea Bernardini, enologo di Tenuta Le Forconate, incontrato
“Non
tra una lunga masterclass milanese e un momento di degustazione
durante Vinitaly. Due occasioni utili per comprendere non soltanto dove l’azienda voglia
andare, ma soprattutto quale idea di vino desideri raccontare. Perché il vino, quando nasce
da una visione autentica, diventa spesso storia, antropologia e riflesso della personalità
di chi lo interpreta. Bernardini, classe 1979, oltre 15 anni
di esperienza tra Italia, Sudafrica, Grecia ed Europa orientale,
oggi enolgo di Tenuta Le Forconate, parte da un principio semplice:
“Abbiamo come obiettivo produrre vini con una identità
precisa”. Una dichiarazione che trova la propria ragion d’essere
in un territorio altrettanto preciso e, al tempo stesso, difficile
da definire. Tenuta Le Forconate sorge infatti a San Casciano
dei Bagni, nel lembo più meridionale della provincia di Siena,
in un’area che vive sulla linea di confine tra Toscana e Umbria,
tra Granducato di Toscana e Stato Pontificio. Un luogo d’incroci,
sovrapposizioni e contaminazioni che diventa la chiave di
lettura dell’intero progetto. Qui la famiglia Barbanera (in foto)
approda nel 2008 con i primi 7,5 ettari nel comune di Cetona. Nel 2017 arrivano nuovi
impianti e la cantina di vinificazione. Oggi la proprietà si estende su 26,5 ettari vitati tra
i 200 e i 300 metri di altitudine, su terreni argilloso-calcarei dominati dal Monte Cetona
e caratterizzati da una forte biodiversità. Anche il racconto della tenuta affonda le radici
nella storia. Le etichette s’ispirano a una lamina d’oro rinvenuta negli scavi archeologici
di San Casciano dei Bagni, celebre per le sue sorgenti termali e per i recenti ritrovamenti
etruschi. Lo stesso nome Le Forconate richiama l’antica stazione di posta situata lungo
il confine tra Granducato di Toscana e Stato Pontificio, dove i cavalli venivano rifocillati
con grandi “forconate” di fieno. È ancora il tema del passaggio, dell’incontro e della frontiera.
In vigna la gestione è orientata alla biodiversità attraverso sovescio, micorrize, piante
mellifere e una conduzione agronomica rigorosa. In cantina, Bernardini traduce questo
mosaico territoriale in vini essenziali, contemporanei e costruiti attorno a freschezza, precisione
e capacità evolutiva. Il Sangiovese resta il vitigno dominante, ma colpisce la convinzione
con cui la famiglia Barbanera ha investito sul Cabernet Franc, varietà considerata
particolarmente adatta a interpretare l’eleganza e la complessità di questo territorio. La
degustazione si apre con Confine Bianco Toscana Igt e Confine Rosso Toscana Igt, vini
pensati per esprimere il lato più immediato e conviviale della
tenuta. Più identitario appare Oltrevia Vermentino Toscana
Igt, probabilmente l’etichetta che meglio racconta la filosofia
aziendale: un Vermentino teso, verticale e minerale, lontano
dalle interpretazioni più mediterranee del vitigno. Tìcche Colli
dell’Etruria Centrale Doc, dedicato al nonno Altero Barbanera,
unisce Sangiovese e Merlot in una lettura che mette in dialogo
memoria familiare e contemporaneità. Ràsole Colli dell’Etruria
Centrale Doc rappresenta invece l’espressione più strutturata
del territorio, mantenendo intatta la tensione che caratterizza
lo stile della casa. Al vertice della gamma si colloca il Cru
Le Forconate Toscana Rosso Igt, Cabernet Franc in purezza
prodotto in sole 3.000 bottiglie numerate. Un vino che non cerca la potenza come fine,
ma la definizione aromatica e la capacità di trasferire nel calice il carattere di questo territorio
di confine. Accanto al progetto vitivinicolo cresce anche quello enoturistico, che
prende vita tra San Casciano dei Bagni, Cetona e Città della Pieve, in un triangolo culturale
che tiene insieme vino, archeologia, paesaggio e memoria. Più che inseguire modelli
consolidati, Tenuta Le Forconate sembra voler costruire qualcosa di diverso: un’identità
precisa per un territorio che per troppo tempo è rimasto ai margini del grande racconto
del vino italiano. L’altra Toscana che, finalmente, inizia a trovare la propria voce.
DI LUCIANA ROTA
EXPERIENCE
L’altra Toscana
di Tenuta Le Forconate
La famiglia Barbanera e l’enologo Andrea Bernardini danno forma
a uno dei progetti più originali della nuova geografia del vino
17
L’arte della
riconoscibilità
Longevità e stile di Vaio Armaron Serego Alighieri
al centro del XXXVI Seminario Masi
La prova più difficile per un grande vino è – attraversando
annate, gli effetti del cambiamento
climatico e l’evoluzione del gusto – restare
sempre sé stesso, continuando a parlare con
una voce inconfondibile. Questa è la sfida che
Vaio Armaron Serego Alighieri affronta da decenni e su
cui il XXXVI Seminario Masi ha puntato le luci dei riflettori
attraverso una delle verticali più significative
dell’ultimo Vinitaly. Parliamo di un Amarone
tra i più identitari della Valpolicella.
E quella andata in scena non è stata
una semplice degustazione, ma una
riflessione condivisa sul rapporto
tra memoria e futuro attraverso un
vino che, da quasi mezzo secolo,
continua a esprimere una personalità
riconoscibile.
Il seminario, intitolato “L’Amarone
tra passato e futuro. Vaio Armaron Serego
Alighieri Masterclass”, ha celebrato il
frutto di una collaborazione speciale, quella tra
la famiglia Boscaini e i Conti Serego Alighieri, discendenti
di Dante, proprietari della più antica tenuta vitivinicola
della Valpolicella. Un sodalizio iniziato nel 1973
che ha permesso di valorizzare uno dei cru storici della
denominazione senza snaturarne l’identità. A guidare la
verticale è stata Sissi Baratella, enologa e wine communicator,
che ha individuato con chiarezza gli elementi che
DI MATTEO BORRÈ
rendono Vaio Armaron un caso quasi unico nel panorama
dell’Amarone. Da un lato il vigneto di alta collina,
con caratteristiche pedoclimatiche peculiari; dall’altro la
presenza della Molinara clone Serego Alighieri, varietà
ormai non più obbligatoria nei disciplinari ma ancora
centrale nell’equilibrio del vino; infine, l’affinamento in
tradizionali fusti veronesi da 600 litri in legno di ciliegio,
una pratica che continua a rappresentare una firma
stilistica della tenuta.
Proprio la Molinara è stata uno dei temi
più affascinanti dell’incontro. Il professor
Lucio Brancadoro ha ricordato
come nella tenuta sopravviva
una vigna a piede franco piantata
nel 1875 e scampata alla filossera,
unico patrimonio genetico che oggi
alimenta il clone Serego Alighieri.
Un’eredità che parla direttamente al
futuro del vino, soprattutto per la capacità
di apportare acidità, freschezza e salinità.
La prova più convincente è arrivata, però,
nel calice. La verticale ha attraversato cinque decenni. Il
1979, prima annata prodotta con il contributo tecnico di
Masi, ha sorpreso per vitalità e tenuta. Le note ferrose,
di rabarbaro, genziana e radici di liquirizia si sono intrecciate
a richiami di chinotto e ciliegia matura, mentre il
sorso ha conservato una freschezza quasi disarmante per
un vino di quasi 50 anni. Il 1988, annata a cinque stelle,
ha mostrato un colore ancora sorprendentemente vivo e
un profilo aromatico dominato da agrumi maturi, sanguinella,
alloro e sfumature balsamiche. Il 1997, altra vendemmia
iconica definita “del secolo”, ha invece espresso il
volto più austero e profondo di Vaio Armaron, con maggiore
struttura, tensione acida e una persistenza costruita
su richiami officinali e balsamici. La 2008, poi, inserita
da Wine Spectator tra i dieci migliori vini del mondo nel
2015, è apparsa quasi adolescente: fresca, dinamica, ancora
lontana dalla piena maturità, con note di tabacco, frutto
rosso e macchia mediterranea sostenute da una trama
gustativa di grande energia. Infine, la 2017, attualmente
in commercio, ha raccontato il presente e forse il futuro
del vino: profonda, agrumata, caratterizzata da una forte
concentrazione tannica, una marcata vena minerale e una
struttura che lascia intuire un lungo percorso evolutivo. A
completare lo straordinario racconto è arrivata una curiosità
non destinata alla commercializzazione: una vinificazione
sperimentale di Molinara Serego Alighieri a piede
franco vendemmia 2025. Un vino davvero sorprendente
per freschezza, leggerezza, tensione salina e carattere
mentolato, quasi una chiave di lettura per comprendere
l’importanza di questo vitigno nella costruzione dello
stile della tenuta. “Grazie ai suoi elementi distintivi, il
Vaio Armaron ha saputo affermare e replicare, nel corso
di decine di annate, un’originalità indiscutibile”, ha sottolineato
Raffaele Boscaini. “La degustazione ha dimostrato
la straordinaria capacità di questo vino di evolversi nel
tempo, adattandosi ai cambiamenti climatici e alle nuove
sensibilità del mercato”. Una riflessione che si collega alle
parole del presidente di Masi, Sandro Boscaini: “La vera
saggezza consiste nel saper custodire ciò che di valido
arriva dal passato, preservando un patrimonio unico e la
sua biodiversità. Un grande vino, per diventare iconico,
deve esprimere uno stile preciso, una forte personalità
e una chiara riconoscibilità”. Ed è probabilmente questa
la lezione più interessante emersa dal XXXVI Seminario
Masi. In un’epoca in cui il vino è chiamato continuamente
a reinventarsi, Vaio Armaron dimostra che il futuro
può nascere anche dalla fedeltà a un’identità costruita nel
tempo. Ed è questa, forse, la forma più alta di longevità
che un grande vino possa raggiungere.
FOCUS ON
18
ON AIR
Il vino come
bene comune
Silvia Allegrini spiega come il progetto Allegreen abbia trasformato
un insieme di pratiche in una visione d’impresa
DI MATTEO BORRÈ
La sostenibilità nel vino è fatta innanzitutto di numeri, certificazioni e pratiche
agronomiche. Oggi, però, per tante aziende è arrivata ad assumere
un significato più profondo: quello di una visione più ampia, che allarga
gli orizzonti entrando in rapporto con il territorio, la filiera e la comunità,
coinvolgendo persino il modo in cui una cantina interpreta il proprio ruolo
culturale. È questa la direzione intrapresa da Allegrini Wines attraverso Allegreen,
progetto che negli anni si è trasformato da insieme di buone pratiche a linguaggio
aziendale. Dalla tutela della biodiversità al protocollo Arnia dedicato ai
conferitori, fino alle attività educative rivolte alle nuove generazioni, la
cantina veronese sta costruendo un modello che integra dimensione
ambientale, economica e sociale. Ne abbiamo parlato con Silvia
Allegrini, alla guida dell’azienda insieme ai cugini Francesco,
Matteo e Giovanni.
A che stadio è l’evoluzione del progetto Allegreen, oggi
sempre più linguaggio di marca?
Il progetto Allegreen nasce da pratiche concrete, inizialmente legate
soprattutto alla gestione agronomica e alla sostenibilità ambientale.
Nel tempo, però, ha assunto un significato più ampio, evolvendo
da insieme di pratiche tecniche a vero e proprio approccio culturale al
modo di fare impresa. L’evoluzione principale non sta tanto nell’introduzione
di nuovi strumenti, quanto nel cambiamento di prospettiva: meno autoreferenzialità
e maggiore consapevolezza del ruolo che un’azienda storica e riconosciuta deve avere
nei confronti del proprio territorio. Questo determina una responsabilità precisa:
contribuire alla qualità del paesaggio, alla valorizzazione delle comunità locali e alla
costruzione di relazioni autentiche con chi vive e visita questi luoghi, anche attraverso
iniziative come il sostegno al FAI in qualità di Corporate Golden Donor. Oggi
Allegreen attraversa l’intera azienda. Influenza il modo di produrre, di accogliere e di
collaborare con il territorio. Sempre più attenzione viene dedicata alle sinergie con
piccole realtà artigianali locali, perché l’enoturismo contemporaneo ricerca esperienze
capaci di raccontare un territorio nella sua interezza. Anche il ruolo della cantina
sta cambiando: non più luogo chiuso e selettivo, ma spazio aperto, capace di fare cultura
e creare aggregazione. Oggi siamo probabilmente nella fase in cui la sostenibilità
smette di essere un obiettivo tecnico e diventa parte integrante della nostra identità e
della nostra responsabilità culturale.
In Allegrini Wines la sostenibilità è ormai integrata nel modello
di business: ma come si traduce concretamente nel
quotidiano?
Per noi la sostenibilità è prima di tutto un approccio quotidiano.
Non viene vissuta come un ambito separato, ma come un elemento
che orienta progressivamente il modo in cui prendiamo
decisioni e costruiamo valore nel tempo. Sul piano ambientale
significa tutela del suolo, gestione responsabile delle risorse
e attenzione alla biodiversità. Oggi circa il 35% delle superfici
aziendali non è coltivato a vigneto, ma mantenuto a boschi, prati
e aree naturali. Nei principali vigneti sono presenti alveari e l’azienda
è certificata Biodiversity Friend e Biodiversity Friend Beekeeping,
a conferma di un percorso strutturato e misurabile. La codifica delle buone
pratiche agronomiche è garantita, poi, anche dalla certificazione Equalitas. Sul piano
economico, invece, sostenibilità significa costruire un modello solido e duraturo, capace
di affrontare la variabilità climatica, l’instabilità dei mercati e le nuove esigenze
normative. Vuol dire investire nella qualità dei processi, nella tracciabilità e in una
pianificazione orientata al lungo periodo. La dimensione sociale riguarda, invece, il
rapporto con le persone e il territorio. Coinvolgiamo progressivamente il nostro staff
nei percorsi di sostenibilità e sviluppiamo collaborazioni con scuole, università e co-
19
munità locali. Lavoriamo con il Master in Food & Wine Communication dell’Università
IULM, con l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e con la Simonit &
Sirch Vine Master Pruning Academy. In questo senso la sostenibilità diventa un modo
d’interpretare il ruolo dell’azienda nel territorio e nel tempo.
Il protocollo Arnia rappresenta uno dei progetti più interessanti della
vostra filiera: quali sfide pone oggi e quali sviluppi immaginate per il
futuro?
Arnia nasce dalla volontà di costruire una filiera più strutturata e collaborativa, riconoscendo
ai conferitori un prezzo delle uve superiore agli standard di mercato, legato al
rispetto di specifici parametri qualitativi e operativi. La sfida principale oggi è mantenere
un equilibrio tra sostenibilità economica, qualità produttiva e crescente complessità
del contesto agricolo. Ai viticoltori viene richiesto uno sforzo sempre maggiore in
termini di gestione agronomica, attenzione ambientale e continuità qualitativa, in uno
scenario segnato da variabilità climatica e aumento dei costi produttivi. Per questo il
progetto punta molto sul concetto di network: selezione dei partner, supporto tecnico
continuo, condivisione di pratiche sostenibili e controllo qualitativo costante. L’obiettivo
non è uniformare, ma creare una rete capace di valorizzare competenze e territori
diversi mantenendo una visione comune. Gli sviluppi futuri andranno sempre più
verso una filiera integrata e trasparente, dove sostenibilità, qualità e riconoscimento
economico siano strettamente collegati. In prospettiva, modelli come Arnia potranno
contribuire non solo alla qualità del vino, ma anche alla tenuta sociale e agricola del
territorio, riconoscendo ai conferitori un prezzo delle uve superiore agli standard di
mercato, legato al rispetto di specifici parametri qualitativi e operativi.
In che modo questa visione sta guidando anche la ridefinizione di Corte
Giara?
Corte Giara è sempre stata una linea fortemente legata alla collaborazione con i viticoltori
locali. Oggi, attraverso il network Arnia, questa relazione diventa ancora più
strutturata e basata sulla condivisione di pratiche agronomiche, assistenza tecnica e
obiettivi comuni. Questo approccio influenza anche l’identità del brand: maggiore attenzione
alla provenienza delle uve, alla leggibilità del prodotto, alla riduzione dell’impatto
ambientale e a uno stile contemporaneo ma fortemente radicato nel territorio. La
sostenibilità non viene utilizzata come semplice elemento di comunicazione, ma come
strumento per rendere Corte Giara un progetto più coerente e trasparente. Lo dimostrano
anche le scelte di packaging: carte certificate FSC, bottiglie alleggerite, capsule a
ridotto impatto ambientale e tappi naturali con bilancio del carbonio integrato.
Le attività dedicate alle api e ai bambini tra vigneto e cantina aprono
una prospettiva inedita per il vino: quanto conta oggi la dimensione
educativa nella vostra strategia?
Conta moltissimo. Crediamo fermamente che il rapporto tra vino, territorio e sostenibilità
debba essere prima di tutto compreso e vissuto, non semplicemente raccontato.
Le attività dedicate ai bambini nascono proprio dall’idea di avvicinare le persone al
mondo agricolo in modo diretto e coinvolgente. Prima ancora di trasmettere contenuti
tecnici, vogliamo creare curiosità e familiarità con l’ambiente rurale. Le api rappresentano
uno strumento straordinario per spiegare concetti come biodiversità ed
equilibrio degli ecosistemi. Accanto a queste attività sviluppiamo collaborazioni con
scuole e università, sostenendo anche borse di studio dedicate agli studenti del Master
in Food & Wine Communication dell’Università Iulm e la borsa di studio Franco
Allegrini presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo istituita da Carlin
Petrin e Roberto Anselmi. Il ritorno che ci aspettiamo è prima di tutto culturale. Vogliamo
contribuire a costruire una maggiore sensibilità verso il paesaggio agricolo e
verso il valore che si nasconde dietro un prodotto come il vino.
ON AIR
20
NUOVI CODICI
Per anni il vino e la mixology hanno viaggiato
su binari paralleli: da una parte,
il mondo della bottiglia e del racconto
territoriale di Doc e Docg; dall’altra
quello dei cocktail, dei bartender e della
sperimentazione. Oggi quei confini stanno diventando
sempre più porosi. Non perché il vino rinunci alla
propria identità, ma perché nuove generazioni
di consumatori, nuove occasioni di consumo
e nuove esigenze dell’Horeca
stanno ridefinendo il modo stesso di
interpretare la convivialità.
È all’interno di questa trasformazione
che si inserisce il percorso
sviluppato da Cantine Riunite &
Civ, realtà che da anni ha scelto di
esplorare il territorio della mixology
partendo da ciò che conosce meglio:
il vino. Un lavoro che oggi trova
espressione sia nel progetto di cocktail a
base Lambrusco sviluppato in collaborazione
con Red Bull sia nella nuova linea Ofresco, brand dedicato
ai ready-to-drink e alle soluzioni low e zero alcol
per il canale Horeca.
“La vera e propria mixology è stata una conseguenza
naturale”, spiega Mario Vandi, Head of Marketing di
Cantine Riunite & Civ. “Da una parte c’era la necessità
di individuare nuovi territori di business, dall’altra
DI MATTEO BORRÈ
la volontà di rispondere a un’esigenza crescente del
mercato. Il consumo di vino si è ridisegnato e le nuove
generazioni apprezzano modalità di consumo differenti
rispetto al passato”. La conferma arriva proprio
dal progetto sviluppato con Red Bull. Nato all’interno
dell’Innovation Team aziendale, il format ha debuttato
nel 2025 attraverso una serie di eventi dedicati ai
cocktail a base Lambrusco. Diversi appuntamenti
tra città emiliane e località balneari
che hanno consentito all’azienda
di affinare il modello e misurarne il
potenziale. “I locali hanno apprezzato
molto i risultati”, racconta
Vandi. “Il cocktail a base Lambrusco
riesce a posizionarsi come
alternativa nel mondo dell’aperitivo,
in un’area vicina a quella dello
Spritz. Abbiamo visto interesse da
parte del pubblico e quest’anno aumenteremo
il numero degli eventi, coinvolgendo
nuovi locali e ampliando il progetto
anche fuori dall’Emilia-Romagna”. L’obiettivo non
è soltanto promozionale. La collaborazione con Red
Bull rappresenta infatti un laboratorio d’osservazione
privilegiato per comprendere come stiano cambiando
i comportamenti di consumo e quale ruolo possa avere
il vino all’interno di questi nuovi linguaggi.
Una riflessione che ha portato l’azienda a svilup-
La scommessa di
Cantine Riunite & Civ
Dai cocktail a base Lambrusco ai RTD Ofresco:
innovazione, nuove occasioni di consumo e servizio
pare ulteriormente il progetto Ofresco, la linea ready-to-drink
presentata anche all’International Horeca
Meeting di Rimini e pensata specificamente per il canale
professionale. La gamma comprende Spritz, Spritz
Zero, Hugo e Bellini, disponibili sia in bottiglia da
75 cl sia in fusto, con l’obiettivo di offrire agli operatori
uno strumento capace di coniugare rapidità di servizio,
costanza qualitativa e semplicità operativa. Dietro
il prodotto, tuttavia, c’è soprattutto un lavoro di ricerca:
le ricette vengono sviluppate, infatti, partendo da
basi vino, sostituendo la componente spirits con aromi
naturali capaci di riprodurne il profilo aromatico.
Un processo che coinvolge competenze enologiche,
marketing, commerciale e fornitori specializzati. “È
un lavoro continuo di innovazione”, sottolinea Vandi.
“Osserviamo il mercato, analizziamo le tendenze, testiamo
nuove ricette e raccogliamo feedback da clienti
e operatori prima di portare un prodotto sul mercato.
Il fusto diventa spesso il nostro laboratorio: ci permette
di capire quali cocktail possano avere il potenziale
per evolvere successivamente anche in bottiglia”.
La strategia riflette una trasformazione più ampia che
attraversa l’intero comparto beverage. Da un lato cresce
la richiesta di prodotti a minore gradazione alcolica,
dall’altro aumenta l’attenzione verso formati pratici,
servizi più veloci e proposte capaci di adattarsi a occasioni
di consumo sempre più diversificate. Non sorprende
quindi che accanto alle versioni tradizionali trovino
spazio anche referenze zero alcol e mocktail. “Chi
sceglie un prodotto dealcolato o a basso tenore alcolico
non appartiene a un mondo separato”, osserva Vandi.
“Sta semplicemente cercando un’esperienza diversa.
Come azienda del vino non possiamo ignorare questi
segnali. Dobbiamo comprenderli e
trasformarli in opportunità”.
L’innovazione passa anche dai
contenitori, dai sistemi di spillatura
e dalla ricerca di nuove
modalità di servizio. Cantine Riunite
& Civ sta infatti valutando
soluzioni dedicate al mondo dei
fusti e della mescita rapida, con
l’obiettivo di rendere la proposta
ancora più visibile e facilmente integrabile
nei locali.
La sensazione è che il tema non
riguardi più soltanto il cocktail
pronto da servire. Riguarda piuttosto
il ruolo che il vino potrà
occupare nei consumi del futuro.
Un ruolo che non sostituisce
la tradizione, ma ne amplia
il raggio d’azione. “Il
mercato è diventato molto
più dinamico e stimolante”,
conclude Vandi.
“Ci obbliga a ripensare
continuamente prodotti,
formati, servizi
e linguaggi. È una
fase di trasformazione
che richiede curiosità
e capacità di
innovare. E la mixology
rappresenta
uno degli strumenti
più interessanti per
interpretarla”.
In fondo, la vera novità
non è che il vino
sia entrato nel mondo
dei cocktail, ma
che oggi sta imparando
a parlare nuove
lingue senza smettere
di essere sé stesso.
In foto: Mario Vandi
21
Gruppo Meregalli
fa 170 (anni)
La storia di una famiglia che ha contribuito
a cambiare la distribuzione del vino in Italia
do dei 170 anni guardando avanti, come evidenzia lo stesso
Marcello Meregalli: “Molte cose sono inevitabilmente
cambiate in questi 170 anni e da sempre ci impegniamo a
innovare il servizio che offriamo, anticipando i trend e i gusti
dei consumatori. Guardiamo ai prossimi 170 anni con la
consapevolezza che la migliore medicina resterà sempre il
buon vino accompagnato dalla buona cucina e noi faremo
sempre del bere un’arte”. E a fare eco sono le parole di Corrado
Mapelli, direttore generale di Gruppo Meregalli e socio:
“Questo è un anno importante per noi, per un’azienda
sempre proiettata al futuro, alla costante ricerca di miglioramenti
dei flussi di lavoro. Una realtà che sta costruendo
relazioni lavorative sempre più solide e produttive, capace
di adattarsi ai rapidi cambiamenti che interessano sia l’organizzazione
interna all’azienda, sia il tessuto sociale. Tutto
ciò è possibile solo grazie a chi è con noi, è stato con noi,
tutti i giorni: dai nostri collaboratori, ai clienti, ai partner
e a tutto il network che ci circonda e con il quale vogliamo
condividere questo traguardo raggiunto insieme”. E, forse,
in un settore che oggi cambia rapidamente, la notizia non
sta tanto nel traguardo raggiunto, ma nell’averlo fatto rimanendo
più che mai rilevanti. D’altronde, la storia di Gruppo
Meregalli dimostra proprio come la continuità familiare,
quando è accompagnata da visione, può trasformarsi
nella forma più concreta di costante innovazione.
HORECA
DI MATTEO BORRÈ
Ogni anniversario celebra tanto quel che si
ha alle spalle, ma misura anche la capacità
di attraversare il tempo. I 170 anni
del Gruppo Meregalli rappresentano
proprio questo. Perché dietro questa
ricorrenza non c’è soltanto la celebrazione della longevità
di un’impresa familiare, ma una storia che coincide con
una parte dell’evoluzione stessa del vino italiano.
Tutto inizia nel 1856, quando Giovanni
Meregalli lascia l’attività di prestinaio
per aprire un’osteria con mescita a
Villasanta. È il primo capitolo di un
percorso che attraversa cinque generazioni
senza mai interrompersi
e che, nel corso di quasi due secoli,
accompagna il passaggio del vino da
prodotto locale a fenomeno culturale,
economico e internazionale. La storia
di Gruppo Meregalli è scandita da una
costante: la capacità di evolvere mantenendo
intatta la propria identità. Con Isidoro Meregalli
arrivano negli anni ‘30 la ristorazione, la selezione di bottiglie
allora poco conosciute e una delle prime forme di divulgazione
enologica. L’acquisizione de La Polaia, che per
Monza rappresentava l’equivalente di Maxim’s per Parigi,
e la successiva apertura dell’enoteca di via Italia trasformano
il vino in esperienza e racconto, ben prima che il settore
imparasse a utilizzare questi concetti. La vera svolta arriva
però con Giuseppe Meregalli (in foto a lato). Quando assume
la guida dell’azienda nel 1969, il vino italiano sta entrando
in una nuova fase. Negli anni ‘70 pone le basi di quella
che viene definita la prima distribuzione moderna di vini
e distillati, introducendo modelli organizzativi destinati a
cambiare il mercato. Alle intuizioni commerciali si affianca
la capacità di costruire relazioni durature con produttori italiani
e internazionali, contribuendo alla diffusione
di etichette che avrebbero poi segnato la storia
dell’enologia contemporanea. L’arrivo
di Marcello Meregalli, nel 1996, apre
una nuova stagione. L’espansione
internazionale prosegue con le sedi
estere, il catalogo si amplia, nascono
Meregalli Spirits e successivamente
Visconti43, realtà dedicate rispettivamente
al mondo dei distillati e alla
ricerca di piccole produzioni e cantine
artigianali. Parallelamente cresce la dimensione
produttiva con Tenuta Fertuna,
ma anche gli investimenti che hanno visto protagonisti
1701, la prima cantina biodinamica della Franciacorta,
e VolZero, linea di comparativi analcolici creata per
offrire la possibilità di gustare un buon cocktail analcolico
oppure dal basso contenuto d’alcol. Si rafforza, così, una visione
che continua a combinare tradizione familiare e capacità
di anticipare le trasformazioni del mercato. È in questo
modo che oggi Gruppo Meregalli può affrontare il traguar-
22
VISIONI
In foto: Niccolò D’Afflitto
Anatomia di un
grande bianco
Stefano Inama, Niccolò D’Afflitto e Roberto Di Meo
raccontano cosa trasforma un vino in un riferimento
In un mondo del vino italiano celebrato per i suoi
grandi rossi e le blasonate Doc e Docg, e in un mercato
che sembra orientarsi sempre più verso i bianchi
privilegiando freschezza e gradazioni alcoliche
più contenute, invece di proporvi l’ennesima lista di
grandi etichette, abbiamo cambiato prospettiva. Premesso
che non esistono, nel panorama dei bianchi italiani, denominazioni
forti e universalmente riconosciute quanto
quelle che identificano i grandi rossi, abbiamo individuato
negli enologi le figure chiave capaci d’interpretare territori
e vitigni per dare origine a un grande bianco. Ne abbiamo
intervistati tre e ci siamo fatti raccontare cosa rende “grande”
un vino bianco, come nasce e perché. Parola a Stefano
Inama, che con Matteo, Luca e Alessio non smette di credere
nel potenziale della Garganega, anche se tutto è nato
da un Sauvignon. A Niccolò D’Afflitto, che è al fianco della
famiglia Frescobaldi dal 1991 e continua a credere nello
Chardonnay portandolo dove sta meglio e sfruttandone
le caratteristiche peculiari. Per finire, a Roberto Di Meo,
che sembra aver trovato l’elisir di lunga vita per i suoi Fiano
d’Avellino. Stefano Inama, nel cuore della Soave Doc, ha
creduto nel potenziale delle uve bianche come in una sfida
personale. Tutto è iniziato con l’invenzione di Vulcaia, il
Sauvignon che ha reso celebre l’azienda per la sua non convenzionalità
nel presentare un vitigno internazionale coltivato
su suolo vulcanico, poi vinificato e affinato in legno.
Proprio questa etichetta ha dato inizio al successo aziendale
fuori dai confini di Verona, ma in realtà ha fatto anche da
DI SISSI BARATELLA
apripista a un percorso di studio e sperimentazione sul vitigno
autoctono per eccellenza: la Garganega. Oggi il vero
“sussurratore” della Garganega in famiglia è il figlio Matteo:
gli si illuminano gli occhi quando ne parla. Sebbene il ruolo
e la sua conoscenza in tema siano di centrale importanza, il
vero successo resta nel lavoro di squadra: a riguardo Stefano
– oggi paladino del Carmènere – non transige. Le chiavi:
studio, conoscenza di territorio e materia prima, insieme a
una tecnologia mai riparatrice ma sempre a supporto degli
elementi precedenti. “La tempistica è quella di una vita e il
metodo fa la differenza, ma devi avere il territorio. Per un
grande vino bianco serve un lavoro di lima, non di sgrossatura”,
spiega. Precisione, dunque, perché la natura non fa il
lavoro per te. Inama sostiene che l’annata sia meno impattante
che nel vino rosso e che presidiare il vigneto diventi
l’unica opzione: assaggiare, conoscere, sapere cosa si vuole
fare senza trovare scorciatoie. Ultimo elemento, non meno
decisivo, la disponibilità a investire: tempo, energie e dena-
Stefano Inama
ro. Cosa potrebbe aiutare i produttori e i grandi bianchi italiani?
Una classificazione più chiara e restrittiva, sul modello
francese per intenderci. Cos’è, invece, un grande bianco
per Niccolò D’Afflitto? Tutto parte dal Cru e dall’uomo
che lo interpreta per quelle che ne sono le caratteristiche.
La Tenuta di Pomino è un chiaro esempio: lì si sono create
le condizioni di luce, temperatura e altitudine ideali per
lo Chardonnay con vigneti fino a 700 metri s.l.m. Il Cru si
riesce ad affermare oltre l’opera dell’uomo che in questo
caso ne è interprete fedele. Inoltre, considerando il terroir
come l’insieme di suolo, clima e intervento dell’uomo, il
clima qui gioca un ruolo da protagonista sugli altri due elementi,
stando alla base delle scelte dell’enologo. Così nasce
la sfida di sperimentare piantando nuovi vigneti e, perché
no, dare vita a nuovi “super vini”: sviluppi potrebbero essere
già all’orizzonte. Per D’Afflitto la ricerca dell’eleganza,
senza macerazione, troppo legno o malolattica – elementi
non ricercati per forza – è fondamentale. La precisione e la
meticolosità richieste da un grande bianco sono inoltre favorite
dal contributo di enologhe che, senza generalizzare,
si sono dimostrate le alleate perfette per questa tipologia
di vino, apportando un valore aggiunto con la loro sensibilità.
Per Niccolò D’Afflitto, i grandi bianchi sono figli del
freddo e di uve che dal esso traggono eleganza e tensione.
Anche per lui tornano i concetti di lavoro in team, sperimentazione,
conoscenza, precisione maniacale: perché un
grande bianco non è mai un “one man show”. Roberto Di
Meo, con il suo Fiano del 1993, ci ha insegnato che per i
suoi vini vale davvero la pena aspettare. Per il produttore
campano, alla domanda su quando un vino bianco possa
definirsi “grande”, la risposta è spontanea: “Un grande
bianco non ha spigoli, ma una struttura armoniosa”. Quello
dell’armonia è un concetto ancora non affrontato: può
sembrare equilibrio, ma non è la stessa cosa. Per Di Meo
è come se l’equilibrio fosse misurabile e l’armonia andasse
proprio vissuta e sentita. Da un punto di vista tecnico, il
produttore ha chiaro anche quale dovrebbe essere la struttura:
una colonna vertebrale costituita dall’acidità, senza
la quale non ha nemmeno senso iniziare, sebbene debba
essere “vibrante e rinfrescante, mai slegata o aggressiva”. A
bilanciare il tutto ovviamente alcol e corpo, che forniscono
volume e morbidezza. Il punto, secondo Di Meo, è che per
iniziare a ragionare in grande bisogna anche assicurarsi di
avere una certa dose di complessità aromatica, definita essenziale
non solo per appagare tutti i sensi ma soprattutto
per garantirsi un ventaglio di profumi capaci di evolvere in
bottiglia e poi nel bicchiere. “I bianchi d’eccellenza portano
spesso con sé una nota minerale o salina, quella sensazione
quasi tattile che richiama il mare, la roccia o la terra”,
spiega. “Molti credono che i bianchi vadano bevuti giovani:
un grande bianco, invece, sfida il tempo, trasformando
la freschezza giovanile in una complessità nobile e profonda”.
Ultimo aspetto, ma non meno decisivo: la persistenza.
Roberto Di Meo la definisce il test definitivo: un grande
vino bianco deve avere una persistenza aromatica intensa
e capace di lasciare un ricordo nitido e piacevole.
Roberto Di Meo
23
Quello di San Paolo, nel cuore di Appiano
sulla Strada del Vino, è un terroir che parla
da sempre la lingua del Pinot Bianco. È qui
che Cantina Sankt Pauls, storica cooperativa altoatesina fondata nel
1907, firma due interpretazioni complementari capaci di raccontare,
da prospettive diverse, l’anima più autentica di questo angolo d’Alto
Adige. Plötzner 2025 Pinot Bianco Alto Adige Doc celebra la sua
40esima vendemmia, confermando il suo ruolo di etichetta simbolo.
Nato nel 1986 dai vigneti più elevati attorno al Plötznerhof, tra
i 550 e i 670 metri, ai piedi del Monte Macaion, trova nei suoli
dolomitico-calcarei e nelle forti escursioni termiche la chiave
della propria identità. Il risultato è un Pinot Bianco di montagna
che unisce mela verde, pera e pesca bianca a delicati richiami
floreali ed erbacei, sviluppando un sorso fresco, raffinato e
sapido, fedele interprete dello stile alpino che da quattro
decenni ne definisce il carattere. Più selettivo e ambizioso
è, invece, Kalkberg 2023 Pinot Bianco Alto Adige Doc,
prima annata firmata integralmente dall’enologo Philipp
Zublasing. Nasce da una rigorosa selezione di parcelle
poste tra i 460 e i 580 metri s.l.m., su terreni calcareodolomitici
ricchi di minerali che ne ispirano anche il
nome. Vinificato tra acciaio e tonneaux e affinato a
lungo prima della commercializzazione, esprime una
lettura più profonda del vitigno. Nel calice emergono
agrumi, pesca bianca, erbe e fiori di montagna; al
palato colpiscono la tensione, la trama setosa e una
spiccata acidità che ne sostiene eleganza e prospettiva
evolutiva. Due vini, un solo territorio: entrambi
evidenze di quanto il Pinot Bianco possa oggi essere
una delle cifre distintive dell’Alto Adige e dell’identità
di Cantina Sankt Pauls.
COLLECTION
24
COLLECTION
In un momento in cui il vino riflette sul proprio rapporto con nuovi stili di consumo, Vi.Nicola Cinque Gradi 2025
sceglie una strada diversa da tutte le altre. Non è un dealcolato, ma il risultato di una viticoltura e di una vinificazione
pensate per costruire un vino naturalmente low alcohol conservando il legame con la terra, il gesto agricolo e il piacere
del sorso. Dalle colline dell’Alta Langa, a 600 metri di altitudine, il Moscato viene raccolto con largo anticipo per
preservare acidità, tensione e mineralità. Tre vinificazioni intrecciate – grappolo intero, iper-ossidazione del mosto
e infusione di acini interi – danno forma a un vino essenziale nei profumi, preciso nel sorso e sorprendentemente
dinamico. Le note floreali e agrumate, la freschezza vibrante e il finale di mandarino raccontano una nuova possibilità
espressiva. Per una riflessione contemporanea sul piacere del bere.
A volte i grandi progetti nascono da un’intuizione che attende il momento giusto per compiersi. È il caso del nuovo
Derthona Timorasso Riserva Colli Tortonesi Doc 2023 Pio Cesare, vino che realizza una visione coltivata per
anni da Pio Boffa: trovare in un bianco piemontese la stessa profondità e capacità di evoluzione che il Nebbiolo
esprime nelle Langhe. Nato da un vigneto di proprietà a Vho, nei Colli Tortonesi, su suoli calcareo-marnosi di
origine marina, il Timorasso entra nella famiglia Pio Cesare con naturale coerenza. Dopo 12 mesi di affinamento in
acciaio e quasi due anni di riposo in bottiglia, la prima annata disponibile è la 2023, prodotta in circa 3.000 bottiglie.
Il risultato è un bianco di rara precisione, in cui struttura, mineralità e tensione convivono con un’espressività
aromatica luminosa e una prospettiva di lunga longevità. Per un nuovo capitolo nella storia di una cantina che, dal
1881, continua a leggere il Piemonte attraverso i suoi territori più identitari senza mai perdere il filo conduttore che da
sempre ne distingue lo stile: rispetto del luogo, pazienza e tempo.
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A trent’anni dall’arrivo di Angelo Gaja a Bolgheri, Vistamare è forse l’etichetta che meglio racconta il lato meno
prevedibile di questa avventura. Non un rosso, ma un bianco capace di tradurre in leggerezza, tensione minerale
e profondità il dialogo continuo tra mare, vento e luce che ha contribuito a definire l’identità di Ca’ Marcanda.
Oggi, con l’annata 2025, questa visione sembra aver raggiunto una delle sue espressioni più compiute. Figlio di
vigneti affacciati sul Tirreno e accarezzati dalle brezze marine, Vistamare 2025 Toscana Igt Ca’ Marcanda unisce
Vermentino, Viognier e Fiano in una lettura che rifugge ogni opulenza per privilegiare precisione e profondità. Nel
calice emerge un profilo luminoso e stratificato: spezie bianche, erbe officinali, fiori gialli e ananas fresco s’intrecciano
a leggere sfumature fumé e delicati richiami di vaniglia. Il sorso è teso, dinamico, sostenuto da una vibrante acidità
che accompagna verso un finale sapido e preciso, segnato da eleganti ritorni di mandorla verde. Più che un bianco
mediterraneo, Vistamare è la traduzione enologica di quel “respiro del mare” che ha contribuito a definire l’identità di
Bolgheri contemporanea: per un vino che proprio in questa capacità di evocare trova la sua cifra distintiva.
COLLECTION
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C’è qualcosa di profondamente
contemporaneo nel riportare alla luce ciò che il
tempo aveva quasi cancellato: è da un’intuizione che nasce
Iconic Maiolica Terre d’Abruzzo Igp Giannicola Di Carlo,
il progetto che restituisce centralità alla Maiolica Nera, rara varietà
autoctona abruzzese progressivamente marginalizzata dall’avvento di vitigni più
produttivi. Frutto di un lungo lavoro di recupero ampelografico, ricerca agronomica e microvinificazioni
sperimentali avviate nel 2015, questo rosso interpreta la biodiversità come patrimonio culturale prima
ancora che agricolo. La Maiolica rivela infatti un carattere sorprendentemente attuale: maturazione precoce,
equilibrio fenolico, tannini fini e una naturale predisposizione all’eleganza. Nel calice si presenta con un
rosso rubino luminoso e un profilo aromatico nitido, dove ciliegia croccante, piccoli frutti rossi e leggere
sfumature speziate si intrecciano con naturale precisione. Il sorso è fresco, dinamico e scorrevole, sostenuto
da una trama tannica delicata che accompagna verso una chiusura armonica e gastronomica. Per una nuova
lettura dell’Abruzzo del vino.
COLLECTION
L’Italia è ricca di angoli che non si limitano a ospitare la vite, ma finiscono per plasmarne il carattere. È ciò
che accade nelle Grave di Papadopoli, la più grande isola fluviale d’Italia, dove il Piave deposita da secoli
ghiaie e sabbie che nel calice si tramutano in mineralità, freschezza e profondità olfattiva. È qui che nasce
Insula Manzoni Bianco del Veneto Igt 2024 Tenuta San Giorgio: un bianco che traduce nel calice
l’energia di questo paesaggio unico tra il fiume e le Dolomiti, capace di valorizzare un vitigno ancora poco
raccontato ma che mette in mostra tutta la sua straordinaria personalità quando trova il terroir giusto. Un
bianco dove le note di pesca bianca matura e fiori di campo s’intrecciano a richiami iodati e sfumature di
eucalipto, mentre il sorso si distingue per equilibrio, sapidità e una speciale capacità evolutiva.
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Laurent-Perrier:
diversi per metodo
I tre gesti che hanno ridefinito il linguaggio
della Champagne contemporanea
DI MATTEO BORRÈ
Prima ancora delle etichette, ci sono le idee.
Quelle che resistono al tempo, attraversano
le generazioni e finiscono per definire
una cifra stilistica. Laurent-Perrier ha
costruito la propria identità attorno a tre
gesti, che coincidono con altrettante intuizioni: l’assemblaggio
dei vini di riserva, la macerazione del Pinot
Noir e il non dosato. Sono queste le fondamenta su cui
la Maison di Tours-sur-Marne fondata nel 1812 ha delineato
la propria visione. Tre savoir-faire che, in epoche
diverse, hanno contribuito a ridefinire i confini della
Champagne e che ancora oggi raccontano il carattere di
una delle realtà più influenti e innovative della regione
delle bollicine per eccellenza.
Per chi ogni giorno seleziona, racconta e propone Champagne
a una clientela sempre più preparata, comprendere
Laurent-Perrier significa andare, come detto, oltre le
etichette. Significa leggere il filo conduttore che unisce
l’intera gamma: quei tre savoir-faire distintivi che hanno
contribuito a definire uno stile e, in alcuni casi, a modificare
l’evoluzione stessa della Champagne.
Il primo è l’arte dell’assemblaggio dei vini di riserva. Se
per molte Maison questi rappresentano uno strumento
per garantire continuità, per Laurent-Perrier sono il cuore
del progetto enologico. Bernard de Nonancourt intuì
che l’eccellenza non dovesse necessariamente coincidere
con una singola grande vendemmia. Da questa convinzione
nacque Grand Siècle, la cuvée che ancora oggi rappresenta
uno dei più sofisticati esercizi di assemblaggio
della Champagne: non la celebrazione di una singola
grande annata, ma la convinzione che la perfezione possa
nascere dall’assemblaggio di tre vendemmie complementari.
Per rendere possibile questo approccio, la Maison
di Tours-sur-Marne ha sviluppato un sistema di conservazione
dei vini di riserva quasi unico per precisione
e rigore. Ogni parcella e ogni vitigno vengono custoditi
separatamente in acciaio inox, a temperatura controllata,
per preservarne freschezza, purezza aromatica e capacità
evolutiva. Non è un caso che Michel Fauconnet, storico
Chef de Cave di Laurent-Perrier che nel 2025 ha ceduto
il testimone a Olivier Vigneron, abbia sintetizzato questo
approccio con una frase manifesto: “La qualità degli assemblaggi
dipende dalla padronanza della vinificazione”.
Da questo patrimonio nascono, infatti, non solo Grand
Siècle, ma anche Héritage, costruito esclusivamente con
vini di riserva, oltre a Brut Millésimé e La Cuvée, dove
fino al 30% di vini di riserva garantisce continuità stilistica
e complessità.
Il secondo savoir-faire riguarda il Rosé. O meglio, la macerazione
del Pinot Noir. Oggi il Rosé è una categoria
consolidata, ma negli anni ‘60 non era affatto così. Laurent-Perrier
fu tra le Maison che contribuirono a conferirgli
prestigio. L’esperienza maturata nella produzione
dei Vins Natures de la Champagne, successivamente
denominati nel 1974 Coteaux Champenois, portò, infatti,
la Maison a sviluppare una conoscenza approfondita
dell’estrazione aromatica del Pinot Noir. Da qui nacque,
nel 1968, la Cuvée Rosé, uno Champagne che rompeva
gli schemi del tempo scegliendo la macerazione al posto
del più comune assemblaggio tra vini bianchi e vini rossi.
Ancora oggi il processo resta meticoloso. Le uve vengono
selezionate due volte, prima in vigna e poi sui tavoli di
cernita. La macerazione avviene separatamente per ciascun
Cru di Pinot Noir e dura tra le 48 e le 72 ore, consentendo
di estrarre naturalmente colore e aromi. È una tecnica
più complessa e meno diffusa, ma capace di generare
una firma stilistica immediatamente riconoscibile. Da
questa filosofia nasce anche Alexandra Rosé Millésimé,
una delle cuvée più rare della Maison, proposta soltanto
10 volte dal 1982 a oggi.
Il terzo savoir-faire è forse quello più visionario. Oggi il
Brut Nature è una categoria consolidata. Ma quando Laurent-Perrier
lanciò Ultra Brut nel 1981, la categoria non
esisteva nemmeno. Fu proprio la Maison a richiederne
il riconoscimento ufficiale, contribuendo alla successiva
nascita delle definizioni Extra Brut e Brut Nature. L’idea
affondava le radici molto più lontano, nel 1889, quando
la vedova Laurent-Perrier propose un “Grand Vin Sans
Sucre” destinato al mercato britannico. Bernard de Nonancourt
recuperò quell’intuizione e la trasformò in una
delle espressioni più radicali dello stile della Maison.
“Uno Champagne nudo, che ha solo la sua verità per far
apprezzare la finezza del suo assemblaggio”, lo definì.
In assenza di dosaggio non esistono scorciatoie. Servono
uve perfettamente mature, acidità equilibrate e una
selezione rigorosa dei migliori crus. Da questa ricerca
nascono Ultra Brut e Blanc de Blancs Brut Nature, due
interpretazioni che esprimono con estrema precisione il
legame tra vitigno, terroir e vinificazione.
A guardarli insieme, questi tre savoir-faire raccontano
molto più di una competenza tecnica. Raccontano una
Maison che ha costruito la propria identità anticipando
il proprio tempo. È questa capacità di trasformare la tecnica
in stile che continua a rendere Laurent-Perrier una
delle voci più autorevoli della Champagne. Perché, prima
ancora delle cuvée, sono le idee a definire una firma. E
quelle di Laurent-Perrier continuano a parlare il linguaggio
della Champagne contemporanea.
CHAMPAGNE
28
Caroline Fiot inaugura un nuovo capitolo
nella storia di Ruinart dopo la scomparsa
di Frédéric Panaïotis, figura che per quasi
vent’anni ha contribuito a definire l’identità
contemporanea della Maison. E il
messaggio dell’incontro è che il futuro sarà costruito nel
segno della continuità, con uno sguardo sempre più attento
all’innovazione e alla sostenibilità. Entrata in
Ruinart nel 2016 proprio per volontà proprio
di Panaïotis, enologa e agronoma di formazione,
Caroline Fiot ha partecipato
ad alcuni dei progetti più significativi
degli ultimi anni, da Second Skin a
Blanc Singulier, lavorando al centro
della riflessione sul domani dello
Chardonnay e sull’adattamento della
Champagne ai cambiamenti climatici.
Oggi raccoglie un’eredità importante,
ma anche una delle più affascinanti dello
Champagne contemporaneo. E come ci spiega,
il futuro di Ruinart è appena iniziato.
Guardando l’evoluzione dello Champagne dal
suo ingresso nel Comité de Dégustation di Maison
Ruinart nel 2016, quali sono stati i cambiamenti
più significativi che ha osservato?
Credo che il cambiamento più evidente riguardi la crescente
consapevolezza legata alla sostenibilità e agli effetti
del cambiamento climatico. Sono temi che erano già presenti
10 anni fa, ma che oggi occupano un ruolo centrale
nelle decisioni delle Maison. Lo vediamo nella gestione
del vigneto, nelle date di raccolta e nelle pratiche di vinificazione.
Le vendemmie anticipate e le nuove condizioni
climatiche hanno reso queste riflessioni ancora più urgenti.
Un’altra evoluzione importante riguarda le aspettative
dei consumatori. In passato producevamo Champagne
principalmente in funzione della nostra
visione e del nostro gusto. Oggi siamo
molto più attenti a ciò che il consumatore
desidera trovare nel calice. Anche
il tema del dosaggio si inserisce in
questa evoluzione: la diminuzione
degli zuccheri non è soltanto una
tendenza, ma il risultato di un adattamento
complessivo che coinvolge il
vigneto, la materia prima e l’intero processo
produttivo.
Come Chef de Caves, il suo ruolo è preservare
la precisione e la freschezza dello stile
Ruinart: ma quale contributo personale desidera
portare in Maison?
Non penso che il mio ruolo sia quello di lasciare una firma
personale. Ruinart esiste da quasi 300 anni e deve
continuare a esistere per altri 300. Io rappresento semplicemente
un capitolo di questa storia. La mia missione è
garantire continuità. Ho avuto la fortuna di essere formata
da Frédéric Panaïotis, che mi ha trasmesso la sua visione,
il suo rigore e il suo modo d’interpretare lo Champagne.
Naturalmente ci saranno piccoli aggiustamenti quotidiani,
forse invisibili agli occhi dell’appassionato, ma che fanno
parte dell’evoluzione naturale di una Maison. E ci saranno
anche progetti più ambiziosi e innovazioni capaci di lasciare
un segno, proprio come è accaduto in passato con alcune
scelte che hanno caratterizzato la storia recente di Ruinart.
Inoltre, il 300esimo anniversario della Maison si avvicina e
stiamo lavorando a progetti che rappresenteranno sicuramente
delle belle sorprese.
Il ruolo dello Chef de Caves richiede oggi soprattutto
competenze scientifiche oppure una visione
più ampia e umanistica?
Dipende molto dalla filosofia della Maison, ma la risposta
credo stia nell’equilibrio tra le due dimensioni. Da un lato
servono rigore scientifico, competenze tecniche e capacità
di analisi. Sono aspetti che ho appreso da Frédéric Panaïotis
e che considero fondamentali. Dall’altro, però, occorrono
curiosità, intuizione e apertura mentale. Bisogna essere
pronti a cogliere le opportunità quando si presentano. Credo
che il mestiere dello Chef de Caves sia proprio questo:
trovare un equilibrio tra precisione tecnica e sensibilità creativa.
Le competenze si possono acquisire, ma la capacità
di immaginare nuove possibilità, di interpretare il futuro e
di accogliere idee inaspettate è altrettanto importante.
CHAMPAGNE
DI MATTEO BORRÈ
Caroline Fiot e la sfida
della continuità
La visione della Chef de Caves
chiamata a guidare Maison Ruinart
Esiste un terroir della Champagne che sente più
vicino o vini che la ispirano nel suo lavoro?
La ricchezza della Champagne risiede proprio nella straordinaria
diversità dei suoi terroir. Ogni villaggio esprime
una personalità diversa e questo è particolarmente evidente
quando lavoriamo agli assemblaggi del Blanc de Blancs.
Amo l’eleganza e la finezza degli Chardonnay della Côte
des Blancs, ma anche la struttura della Montagne de Reims,
il carattere più esotico della Côte de Sézanne e l’opulenza
raffinata di Montgueux. Trovo particolarmente affascinante
anche Villers-Marmery, che riesce a coniugare struttura
e freschezza in modo unico. Al di fuori della Champagne
bevo soprattutto Chardonnay di Borgogna. È una passione
che si è sviluppata nel tempo. All’inizio della mia carriera
ero molto orientata verso Bordeaux, ma lavorando ogni
giorno sullo Chardonnay ho scoperto una crescente affinità
con i grandi bianchi borgognoni. Tra i produttori che
ammiro di più ci sono Pierre Girardin, Jean-François Roulot,
François Mikulski, Jean-Claude Ramonet e Hubert
Lamy. Mi piace molto anche il lavoro di Clothilde Lafarge
sui Pinot Noir. E poi, in un registro completamente diverso,
apprezzo molto alcuni grandi Chasselas della Savoia.
Come custode della cantina di Maison Ruinart
avrà avuto l’opportunità di degustare annate storiche:
quale le ha lasciato un ricordo speciale?
Senza dubbio il millesimato 1926 di Ruinart. Recentemente
il sommelier di Paul Bocuse ha ritrovato 18 bottiglie
che erano nella cantina personale dello chef durante un
trasloco. Non erano nemmeno inventariate: una scoperta
inattesa. Le bottiglie erano in condizioni straordinarie, con
livelli perfetti e una conservazione sorprendente. Devo
ammettere che inizialmente ero piuttosto scettica: temevo
un vino lontano dalle nostre aspettative. Invece sono
rimasta profondamente colpita. Naturalmente le bollicine
erano scomparse, ma il vino conservava ancora una notevole
intensità aromatica, una grande presenza di frutto e
una freschezza sorprendente. Era l’epoca degli Champagne
Extra Dry, con dosaggi molto più elevati rispetto a quelli
attuali, e questo probabilmente ha contribuito alla sua straordinaria
longevità. Condividere quella degustazione con
il team è stato un momento emozionante. Per tutti noi rappresentava
il vino più antico mai assaggiato. È stata una testimonianza
straordinaria della capacità dello Champagne
di attraversare il tempo. E naturalmente la speranza è che,
tra cent’anni, qualcuno possa provare la stessa emozione
degustando un Ruinart del 2026.
29
seguita dalla loro sospensione temporanea e dall’applicazione
di un regime tariffario del 10%, ha generato un clima
di forte incertezza che continua a influenzare le strategie
commerciali delle imprese. Nel primo trimestre del 2026 le
importazioni Usa di vino italiano hanno registrato una contrazione
del 38%, mentre gli spirits hanno accusato un crollo
ancora più marcato. Secondo Federvini, il problema non
riguarda esclusivamente il mercato americano. Le difficoltà
attuali sono il risultato di una combinazione di fattori che
comprendono l’instabilità geopolitica, il rallentamento
economico globale e l’evoluzione dei comportamenti di
acquisto dei consumatori. Le imprese si trovano così a operare
in un contesto caratterizzato da minore prevedibilità e
maggiore volatilità.
Discontinuità
positiva
Vino italiano tra dazi, geopolitica e nuovi consumi:
l’export rallenta. Le nuove strade per crescere
Il vino italiano si trova ad affrontare una delle fasi più
complesse degli ultimi anni. Alle tensioni geopolitiche
internazionali si aggiungono l’incertezza sui dazi,
il rallentamento della domanda e una trasformazione
profonda delle abitudini di consumo. Uno scenario
che sta mettendo sotto pressione uno dei comparti simbolo
del Made in Italy, chiamato a ripensare strategie e mercati
senza rinunciare alla propria identità. L’analisi presentata
da Federvini evidenzia un quadro in chiaroscuro, nel quale
convivono difficoltà congiunturali e segnali di resilienza. Il
commercio mondiale del vino ha chiuso il 2025 con una
contrazione del 6,7% in valore, fermandosi a 33,8 miliardi
di euro. Una frenata che ha coinvolto tutti i principali Paesi
esportatori e che conferma come il settore stia attraversando
una fase di rallentamento strutturale più che una semplice
parentesi per le turbolenze economiche globali.
Italia ed export
Anche l’Italia ha risentito di questo contesto. Le esportazioni
vinicole nazionali hanno raggiunto un valore di 7,78
miliardi di euro nel 2025, registrando una diminuzione del
3,7% rispetto all’anno precedente. Un dato che conferma
come il sistema produttivo italiano, pur mantenendo una
posizione di leadership a livello internazionale, non sia
immune alle trasformazioni in corso nei mercati globali. A
pesare maggiormente è la situazione degli Stati Uniti, storico
primo mercato extraeuropeo per il vino italiano. L’introduzione
dei dazi reciproci tra Washington e Bruxelles,
DI LUCA FIGINI
Una nuova domanda
La trasformazione della domanda rappresenta probabilmente
la sfida più significativa nel medio periodo. I dati
mostrano come nei principali paesi consumatori il vino
stia progressivamente perdendo centralità rispetto al passato.
Negli ultimi dieci anni i consumi sono diminuiti del
17% in Francia, del 13% in Germania, del 6% in Italia e del
4% nel Regno Unito. Anche negli Stati Uniti, pur mantenendosi
sostanzialmente stabili rispetto al 2015, emergono
segnali di cambiamento nelle preferenze delle nuove generazioni.
Le abitudini di consumo stanno infatti evolvendo
rapidamente. I consumatori più giovani mostrano una
maggiore attenzione ai temi della salute e del benessere,
consumano alcolici con minore frequenza e guardano con
crescente interesse alle bevande low alcohol e no alcohol.
Un fenomeno che interessa trasversalmente le economie
avanzate e che obbliga il settore a interrogarsi sul proprio
futuro. In questo scenario, il mercato interno italiano offre
alcuni segnali incoraggianti. Nel primo trimestre del 2026
le vendite di vino nella Grande distribuzione hanno registrato
una lieve flessione dei volumi, compensata da una
crescita del valore. Una dinamica che conferma la tendenza
alla premiumizzazione degli acquisti, con i consumatori
orientati verso prodotti di qualità superiore e maggior valore
aggiunto. A trainare il comparto continuano a essere
gli spumanti, consolidando così un percorso di sviluppo
ormai pluriennale. Anche il consumo fuori casa evidenzia
esprime una polarizzazione. Se la ristorazione tradizionale
risente della perdita di potere d’acquisto delle famiglie, il
segmento premium continua a dimostrare una notevole
capacità di tenuta. Nei ristoranti di fascia alta il vino rimane
un elemento centrale dell’esperienza gastronomica, rappresentando
un fattore di differenziazione e dell’offerta.
La via d’uscita
Di fronte alle difficoltà dei mercati storici, la strategia individuata
da Federvini punta sulla diversificazione geografica.
Negli ultimi anni il peso dei quattro principali mercati
di destinazione delle esportazioni italiane si è ridotto, mentre
è cresciuta l’importanza delle economie emergenti. Paesi
come India, Brasile, Messico e diverse aree del Mercosur
stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante nelle
strategie delle aziende italiane. La prospettiva è quella di un
settore chiamato ad adattarsi rapidamente a un mondo che
cambia. Innovazione, diversificazione dei mercati, valorizzazione
delle denominazioni e presidio delle istituzioni europee
sono elementi essenziali per mantenere competitività
e crescita. Per il vino italiano si apre una nuova fase in cui
la sfida non sarà soltanto esportare di più, ma costruire un
modello di sviluppo capace di interpretare le trasformazioni
sociali, economiche e culturali che stanno ridefinendo il
mercato globale. Le difficoltà attuali non cancellano infatti
il valore economico, culturale e identitario che il vino rappresenta
per l’Italia. Da questa consapevolezza il comparto
intende ripartire, trasformando le criticità in opportunità
e cercando nuovi spazi di crescita in uno scenario internazionale
sempre più complesso e competitivo.
SCENARIO
30
PROTAGONISTI
La Convention Nazionale Ais 2026, ospitata
a Bari, ha rappresentato uno dei momenti di
confronto più importanti degli ultimi anni
per il mondo del vino italiano. L’evento ha
riunito dirigenti associativi, delegazioni regionali,
produttori, professionisti della filiera, rappresentanti
istituzionali e operatori del settore con l’obiettivo
di delineare una visione condivisa sulle sfide che
attendono il comparto nei prossimi anni. Per la prima
volta nella storia dell’Associazione Italiana Sommelier
(Ais), la Convention Nazionale e gli Stati Generali sono
stati organizzati all’interno di un unico appuntamento.
Una scelta che ha consentito di ampliare il dibattito e
favorire un confronto trasversale tra tutte le componenti
dell’associazione, rafforzando il ruolo di Ais come
soggetto capace di interpretare le esigenze di un settore
che sta attraversando una fase di profonda trasformazione.
Il vino italiano si trova ad affrontare cambiamenti
strutturali che riguardano sia il mercato, sia i consumatori.
Le nuove generazioni mostrano approcci differenti
rispetto al passato, con una crescente attenzione verso
la qualità, la sostenibilità, la moderazione nei consumi
e la ricerca di esperienze autentiche. Parallelamente, le
aziende vitivinicole devono confrontarsi con le conseguenze
dei cambiamenti climatici, con l’evoluzione dei
mercati internazionali e con una concorrenza sempre
più globale. In questo scenario Ais intende rafforzare il
proprio ruolo non solo come principale realtà italiana
DI LUCA FIGINI
dedicata alla formazione dei sommelier, ma anche come
interlocutore autorevole in grado di contribuire alla
valorizzazione dell’intero patrimonio vitivinicolo nazionale.
L’associazione punta infatti a essere sempre più
un punto di incontro tra produzione, cultura, turismo,
formazione e comunicazione.
L’importanza dell’adesione
Uno dei temi centrali emersi durante la Convention è
stato quello della territorialità. Il vino viene considerato
sempre meno come semplice prodotto e sempre
più come espressione di un territorio, della sua storia,
delle sue tradizioni e delle comunità che lo abitano.
Per questo motivo è stata sottolineata la necessità di
costruire una narrazione più efficace delle denominazioni
italiane, valorizzando le peculiarità locali e rafforzando
il legame tra vino, paesaggio e cultura. La capacità
di raccontare il territorio rappresenta oggi uno
degli strumenti più importanti per differenziare le produzioni
italiane sui mercati nazionali e internazionali.
In un contesto in cui il consumatore ricerca autenticità
e identità, il valore aggiunto non risiede soltanto nella
qualità organolettica del vino, ma anche nella storia
che esso è in grado di trasmettere. Accanto alla valorizzazione
del territorio, la Convention ha dedicato
ampio spazio al tema della formazione. L’Associazione
Italiana Sommelier considera l’aggiornamento professionale
uno degli elementi fondamentali per affrontare
Valorizzare il vino
e il territorio
Convention Ais 2026: cultura e formazione
al centro della strategia per il futuro
le sfide future. L’obiettivo è mantenere elevati gli standard
qualitativi che hanno reso Ais un punto di riferimento
nel panorama enologico italiano, introducendo
al tempo stesso nuovi strumenti didattici e linguaggi
capaci di dialogare con le nuove generazioni.
La formazione
La formazione dovrà essere sempre più multidisciplinare,
integrando competenze tecniche, capacità comunicative,
conoscenze culturali e sensibilità verso i temi della
sostenibilità. Il sommelier moderno è chiamato non
soltanto a conoscere il vino, ma anche a interpretare i
cambiamenti della società e delle abitudini di consumo,
diventando un vero ambasciatore del territorio e della
cultura enogastronomica italiana. Grande attenzione
è stata inoltre riservata alla sostenibilità, considerata
una priorità strategica per il futuro del settore. Durante
i lavori è emersa la volontà di integrare in modo sempre
più concreto i principi della sostenibilità ambientale,
economica e sociale nelle attività associative e negli
eventi organizzati da Ais. La sostenibilità viene oggi interpretata
come un elemento imprescindibile della qualità
complessiva di un prodotto vitivinicolo. La tutela
della biodiversità, la gestione responsabile delle risorse
naturali, la riduzione dell’impatto ambientale e la valorizzazione
delle comunità locali rappresentano aspetti
destinati a influenzare in misura crescente le scelte dei
consumatori e le strategie delle aziende. La Convention
ha evidenziato l’importanza di rafforzare il dialogo
tra il mondo del vino e le istituzioni. Grazie a una rete
composta da circa 46 mila soci distribuiti sull’intero
territorio nazionale, Ais dispone di una presenza capillare
che può contribuire alla promozione della cultura
del vino e dell’olio, alla valorizzazione del patrimonio
agroalimentare e allo sviluppo di iniziative educative
rivolte ai cittadini. Particolare rilevanza assume in questo
contesto il rapporto con il mondo della scuola. Uno
dei temi più discussi riguarda non a caso la necessità di
avvicinare i giovani alla conoscenza del vino attraverso
percorsi educativi basati sulla cultura, sulla storia dei
territori e sul consumo consapevole, superando stereotipi
e pregiudizi.
Vino ed economia
La manifestazione ha inoltre offerto l’occasione per
analizzare il peso economico del settore vitivinicolo
nel sistema Paese. I dati presentati durante l’evento
confermano il ruolo centrale del vino all’interno
dell’economia agroalimentare italiana. Il comparto
genera un fatturato di circa 14 miliardi di euro e rappresenta
il 10% dell’intero settore agroalimentare nazionale.
La filiera può contare su oltre 241 mila imprese
viticole e su una superficie coltivata che supera i 680
mila ettari. A questi numeri si aggiungono 523 denominazioni
Dop e Igp, testimonianza di una straordinaria
ricchezza territoriale che non ha eguali nel panorama
internazionale. Si tratta di un patrimonio che
richiede una costante attività di tutela, promozione e
valorizzazione. Proprio per questo motivo la Convention
Ais 2026 ha ribadito l’importanza di una strategia
condivisa che coinvolga tutti gli attori della filiera, dalle
aziende alle istituzioni, dai professionisti della comunicazione
ai consumatori. Dal confronto emerso a
Bari prende forma una visione che punta a fare sistema
per rafforzare il posizionamento del vino italiano nel
mondo. Formazione, territorialità, sostenibilità, cultura
e coinvolgimento delle nuove generazioni rappresentano
i pilastri di un percorso che mira a consolidare
la competitività del settore e a preservarne l’identità.
La Convention si è così trasformata non soltanto in un
momento di riflessione sul presente, ma anche in un
laboratorio di idee per il futuro. Un futuro nel quale
il vino italiano sarà chiamato a raccontare sempre più
efficacemente il proprio valore culturale, economico e
sociale, mantenendo saldo il legame con i territori che
ne rappresentano l’essenza più autentica.
31
Chianti Docg:
nasce il Rosé e arriva
la sottozona Terre di Vinci
“Let's make
wine sexy”:
Agivi riparte
da Vittoria Rocca
Il vino italiano cambia linguaggio e affida il
proprio futuro a una nuova generazione di
imprenditori. Con l’elezione all’unanimità
di Vittoria Rocca alla presidenza di Agivi,
l’Associazione dei Giovani Imprenditori
Vinicoli Italiani inaugura infatti una nuova
fase che punta a rafforzare il dialogo tra vino,
mercato e consumatori contemporanei.
Classe 1991, responsabile commerciale di
Angelo Rocca & Figli e già vicepresidente nel
precedente mandato, Rocca raccoglie il testimone
da Marzia Varvaglione e guiderà l’associazione
per il prossimo triennio insieme
ai vicepresidenti Tommaso Canella e Martina
Centa. Un passaggio di consegne che si
colloca in una fase particolarmente delicata
per il comparto, chiamato a confrontarsi con
il rallentamento dei consumi, nuovi modelli
di business e profondi cambiamenti culturali.
Proprio da questa consapevolezza nasce il
manifesto del nuovo corso: “Let’s make wine
sexy”. Più che uno slogan, una dichiarazione
d’intenti che mira a rendere il vino più attrattivo
per le nuove generazioni, attraverso
strumenti, linguaggi e modalità di racconto
capaci di parlare al presente senza rinunciare
all’identità e al patrimonio culturale del settore.
“Vogliamo impegnarci a rendere il vino
sempre più attrattivo per le nuove generazioni,
raccontandone il valore culturale, sociale
ed emozionale con strumenti e linguaggi
capaci di parlare al presente”, ha dichiarato
Vittoria Rocca, sottolineando il ruolo che i
giovani imprenditori possono avere nel trasformare
l’attuale fase di mercato in un’opportunità
di crescita e rinnovamento. Fondata
nel 1989, Agivi rappresenta oggi una rete
di 150 giovani imprenditori con un’età media
di 33 anni. Negli ultimi tre anni l’associazione
ha registrato una crescita significativa, accogliendo
82 nuovi soci e ampliando del 43%
la propria base associativa. Un percorso che
il nuovo direttivo intende
proseguire, consolidando
il ruolo di
Agivi come luogo
di confronto, formazione
e visione
strategica per il futuro
del vino italiano.
Con l’approvazione del nuovo disciplinare, il Chianti
Docg inaugura una delle evoluzioni più importanti della
sua storia recente. La novità principale è l’introduzione del
Chianti Rosé Docg, una tipologia pensata per intercettare
un segmento in forte crescita e ampliare le occasioni di
consumo della denominazione. Debutta inoltre la sottozona
Terre di Vinci, che valorizza il territorio legato alla figura
di Leonardo da Vinci e ne rafforza l’identità vitivinicola.
Il disciplinare introduce anche nuove misure per tracciabilità
e controlli, con maggiori garanzie per il mercato. “Il
nuovo Rosé ci permette di entrare in
un segmento in espansione, tanto
più in un periodo particolare
come quello estivo in cui solitamente
il Chianti subisce un
naturale rallentamento nelle
vendite”, commenta il presidente
del Consorzio Giovanni Busi.
Nadia Zenato
verso nuove
sfide imprenditoriali
Nadia Zenato apre una nuova fase del proprio percorso
imprenditoriale. L’imprenditrice veronese cederà parte
delle quote di Zenato Azienda Vitivinicola al fratello Alberto
Zenato, che assumerà la maggioranza della società,
mantenendo comunque una partecipazione di minoranza.
Dopo oltre trent’anni dedicati alla crescita internazionale
del marchio e alla valorizzazione dei vini del Garda
e della Valpolicella in oltre 60 Paesi, Nadia Zenato concentrerà
il proprio impegno su nuovi progetti legati a vino,
cultura, arte, fotografia contemporanea ed enoturismo.
Poderi Luigi Einaudi
porta in Italia gli
Champagne R. Faivre
L’incontro tra Langhe e Champagne in un nuovo accordo
di distribuzione esclusiva. Poderi Luigi Einaudi porta
in Italia gli Champagne R. Faivre, realtà familiare di Belval-sous-Châtillon.
Fondata nel 1953 e oggi guidata da
David Faivre, la Maison ha costruito la propria identità
sulla valorizzazione del Meunier, vitigno che rappresenta
circa l’80% del patrimonio vitato aziendale, e su una viticoltura
rispettosa del territorio, orientata alla vinificazione
parcellare e a interventi minimi in cantina. La selezione
destinata al mercato italiano comprende Les Reflets du
Clocher, Le Reflets de la Haute Vallée e Les Confidences
de l’Anée 2019, cuvée che interpretano con precisione ed
eleganza il terroir della Haute Vallée de la Marne.
Vallepicciola, nuova
governance: arriva
Gaia Cinnirella
come direttore generale
Vallepicciola inaugura una nuova fase di sviluppo con
una governance rinnovata e l’arrivo di Gaia Cinnirella,
già Cellar Master & Winemaker di Ornellaia e Masseto,
nominata direttore generale. Hee Soo Bolfo assume
la presidenza, mentre Nicola Vercellotti diventa CEO.
L’azienda rafforza inoltre la partnership distributiva
con la famiglia Balan e annuncia investimenti superiori
a 3 milioni di euro destinati
a distribuzione, canale Horeca
e crescita internazionale.
Un passaggio strategico
che punta a consolidare il
posizionamento premium
della cantina nel Chianti
Classico e sui mercati globali.
E ancora...
Tenuta Gorghi Tondi lancia il vino in formato da
375 ml per una nuova ristorazione. Famiglie Storiche
e Antica Bottega del Vino: Luca Speri e Giacomo
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Venezie: nuove misure per gestire l’offerta della vendemmia
2026. Il Consorzio Tutela Nebbioli Alto
Piemonte rinnova il CdA e conferma Andrea Fontana
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sociale di Caviro. Val d’Oca lancia il nuovo Cartizze
Extra Brut e rafforza il posizionamento premium con
una partnership con Champagne Encry. Andrea Passilongo
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Disaronno Group: con Duca Wines nuova identità
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Guida Michelin, addio Stelle Verdi: arriva Mindful
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di Montalcino: confermata la riduzione delle rese
per la vendemmia 2026. Poggio al Tesoro rafforza
la presenza negli Stati Uniti: nuova partnership con
Prestige Beverage Group. I Sodi di S. Niccolò compie
45 vendemmie: il Super Tuscan si veste di nero e
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il tempio dei Supertuscan
firmato Ambrogio e Giovanni
Folonari Tenute. Contadi
Castaldi e Ducati: un brindisi
per i 100 anni tra Franciacorta
e velocità. Brezich
2021: per Attems un nuovo
capitolo nel cuore del Collio.
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