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ITINERARIO - DF Sport Specialist

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uomini e sport<br />

2


Inverni Ad Alta Quota<br />

di Simone Moro | pag. 4<br />

Grande Evento Sul Grignone, Inaugurato Il Bivacco Riva-Girano<br />

di Sergio Longoni | pag. 8<br />

Una Baita Sul Grignone Conquista L’emigrante Venuto Dal Sud<br />

di Paolo Fiocchi | pag. 10<br />

Le Prospettive Agonistiche Dello Snow<br />

di Cesare Pisoni | pag. 12<br />

Proposte Per Freeriders Avventurosi<br />

di Riky Felderer; Cesare Pisoni | pag. 14<br />

Kilian Burgada<br />

di ASD Falchi | pag. 18<br />

Mtb Mongolia Bike Challenge<br />

di Stefania Valsecchi | pag. 22<br />

Mtb Traversata Delle Dolomiti<br />

di Stefania Valsecchi | pag. 26<br />

Cassin, A Un Anno Dalla Morte<br />

di Renato Frigerio | pag. 30<br />

Il Tor Des Géants, Una Gara Unica<br />

intervista ad Alessandro Crippa | pag. 31<br />

Supervisione:<br />

Sergio Longoni<br />

In redazione: Daniela Longoni, Fabio Palma<br />

Collaboratore: Renato Frigerio<br />

Per mandare notizie o proposte articoli<br />

info@df-sportspecialist.it soggetto: UOMINI&SPORT<br />

oppure<br />

<strong>DF</strong> SPORT SPECIALIST<br />

Redazione Uomini&<strong>Sport</strong><br />

VIA FIGLIODONI 14<br />

23891 BARZANO’ ( Lc)<br />

Numeri arretrati su<br />

www.df-sportspecialist.it<br />

in copertina:<br />

FREERIDE. Foto archivio DAINESE<br />

uomini e sport<br />

INDICE


EDITORIALE<br />

Ecco il secondo numero di Uomini&<strong>Sport</strong>,<br />

che sarà una rivista trimestrale e che, come annunciato<br />

già nel primo editoriale, sarà una rivista che tratterà tutti<br />

gli <strong>Sport</strong>, cercando anche di scavare nelle storie sportive<br />

del nostro territorio. Abbiamo la fortuna di avere<br />

tanti Testimonials e amici in tutti gli sport, ma dovrete<br />

anche essere voi lettori a stimolarci con proposte di<br />

nuovi articoli, idee e curiosità. Nel frattempo ci stiamo<br />

organizzando per costruire rubriche strutturate, che<br />

recuperino articolo storici e che siano tempestive nello<br />

scoprire lo sport lombardo.<br />

Come vedete, siamo già cresciuti, raddoppiando le<br />

pagine, e il primo numero, letteralmente volatilizzatosi,<br />

è naturalmente disponibile sul nostro sito.<br />

Vi invito alle nostre serate, quando leggerete queste<br />

righe avremo già ospitato il leggendario Doug Scott, un<br />

alpinista inglese che con Messner e Bonington ha scritto<br />

la storia dell’alta quota degli anni ’70. Il 18 Novembre a<br />

Sirtori avremo Kilian Burgada, campione del mondo di<br />

scialpinismo e dominatore dello skyrunning,fuoriclasse<br />

che conoscerete meglio con questa numero. Poi il 25<br />

Novembre a Lissone, Franco Gionco presenterà una<br />

nuova serata con fotografie bellissime delle Alpi e della<br />

Norvegia e il suo nuovo libro, accompagnato dal Presidente<br />

del comprensorio sciistico della Paganella il quale<br />

omaggerà i presenti con giornalieri per gli impianti<br />

sciistici , accompagnati dalla degustazione di prodotti<br />

tipici del Trentino. E noi non mancheremo di completare<br />

il tutto con un buon bicchiere di vino e piatti di<br />

buoni assaggi.<br />

Sergio Longoni


Inverni ad alta quota<br />

4<br />

D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S<br />

di Simone Moro<br />

Sono oltre 20 anni che Simone Moro è testimnial del cammino di Sergio Longoni, prima con la Longoni sport, poi<br />

con <strong>Sport</strong> <strong>Specialist</strong>.<br />

Ed ecco il perché: Simone è uno dei più forti Himalayisti al mondo, e vanta un curriculum davvero entusiasmante, che non è<br />

corso dietro la collezione degli 8000 ma piuttosto la ricerca di salite innovative.<br />

LHOTSE (2 volte) – SHISHA PANGMA (2 volte) - EVEREST (3 volte) – CHO OYU – BROAD PEAK - VINSON in Antartide, 5<br />

vette di oltre 7000 metri in Pamir, Thien Shan e Nepa e molte altre vette di 6000 e 5000 metri. E, nel 2009, la prima invernale<br />

del colossale Makalu, insieme a Denis Urubko


Ho appena finito di passare la seconda notte in una portaledge,<br />

l’amaca rigida che si usa in alpinismo ed in arrampicata laddove<br />

non esiste la possibilità di piazzare una tenda o un bivacco comodo.<br />

Non sono su nessuna parete alpina o Himalayana, ma<br />

appeso a 30 metri da terra su una delle più alte strutture di Oslo.<br />

E’ un’iniziativa commerciale del mio sponsor principale in occasione<br />

dell’opening di uno store monomarca nella capitale Norvegese.<br />

E’ curioso e buffo vedere la gente che cammina nel centro<br />

della città e si ferma col naso all’insù per guardare questa strana<br />

tendina sospesa e chi c’è dentro. Essendo posizionata sulla<br />

verticale del negozio che aprirà stamattina richiama decisamente<br />

l’attenzione anche sulle vetrine sottostanti piene di prodotti e<br />

fotografie d’avventura dello stesso brand. Tra poco scenderò da<br />

qua ed entrerò nel negozio per la cerimonia di apertura ma avendo<br />

a disposizione ancora qualche minuto ho deciso di scrivere<br />

questo pezzo.<br />

Ciò che mi aspetta tra 3 mesi esatti sarà decisamente diverso e<br />

molto più autentico di questo comodo bivacco urbano. .. Partirò<br />

infatti per la mia ennesima (undicesima) spedizione invernale<br />

e questa volta l’obbiettivo sarà il Gasherbrum 2, in Karakorum,<br />

Pakistan, con l’intento di realizzane la prima scalata di sempre<br />

nella stagione fredda. Il 21 dicembre di ogni anno inizia astronomicamente<br />

la stagione invernale e come sempre si è usato e<br />

rispettato nel mondo alpinistico, si aprirà la stagione che per 3<br />

mesi offrirà la possibilità a chi ne è capace e ne è intenzionato,<br />

di realizzare la propria azione verticale invernale. Farlo sulle<br />

Alpi ha rappresentato per decenni il simbolo di quell’alpinismo<br />

eroico, estremo e forse irripetibile di quei grandissimi uomini ,<br />

famosi e meno, che hanno scritto pagine indelebili di alpinismo.<br />

Poi sono arrivati i polacchi, con Andrej Zawada, che hanno inventato<br />

l’alpinismo invernale himalayano sugli 8000 metri e nel 1980<br />

aprirono i “giochi” subito con l’Everest che salirono fino in vetta<br />

il 12 febbraio di quell’anno grazie alla tenacia e all’abilità di K.<br />

Wielicki e L Cichy. Da allora e per otto anni solo loro, i polacchi,<br />

riuscirono a raggiungere in prima mondiale 7 delle 14 vette che<br />

superano quota 8000. Sembravano capaci solo loro di soffrire e<br />

combattere con la stagione più inospitale dell’anno per realizzare<br />

i sogni gelidi e alti dell’Himalaya e quelle scalate invernali erano<br />

divennero una loro esclusiva abilità. Dopo la salita del Lhotse<br />

del 31 dicembre 1988 però, si interruppe questa inesorabile<br />

collezione di prime salite mondiali invernali agli 8000 e per 17<br />

anni più nessuno riuscì a proseguire ed evolvere in queste fredde<br />

esplorazioni verticali. Io come tantissimi altri giovani alpinisti<br />

avevo letto e sognato leggendo le cronache e guardando le fotografie<br />

dell’alpinismo invernale polacco in Himalaya, nonché del<br />

grande alpinismo precedente realizzato dai miti dell’alpinismo.<br />

Fui decisamente ispirato come tanti altri, da queste vicende e<br />

fu dunque per me naturale crescere applicando le regole e gli insegnamenti<br />

appresi da chi aveva creato il mondo verticale in cui<br />

avevo deciso di vivere. Ecco perché già alla mia seconda spedizione,<br />

nel 1993, partii per una salita invernale in sud America<br />

all’Aconcagua che salii in stile alpino ed in velocità in compagnia<br />

di Lorenzo Mazzoleni. Ma quattro anni dopo non poteva non<br />

arrivare anche il momento di una invernale in Himalaya.<br />

5


6<br />

Inverni ad alta quota<br />

Quella del Natale 1997 alla parete sud dell’Annapurna fu la mia<br />

prima, tragica esperienza d’inverno in altissima quota, di cui sono<br />

note le vicende riguardanti la morte di Anatoli Boukreev e del mio<br />

rocambolesco autosoccorso e salvataggio dopo un volo di 800<br />

metri travolto da una valanga. Incassai il colpo, riflettei molto sul<br />

da farsi e alla fine continuai la mia carriera alpinistica mantenendo<br />

fede ai sogni di salite invernali, traversate, nuove vie, salite<br />

in velocità. Tornai dunque in Himalaya in inverno dopo un analoga<br />

esperienza vittoriosa in Thisn Shan sulla montagna chiamata<br />

Pik Mramornaiestina. Nel 2005 erano passati 17 anni dall’ultima<br />

salita invernale di un 8000 e sembravano quasi stregate la sette<br />

vette di 8000 metri rimanenti. Non volevano lasciarsi scalare<br />

d’inverno e la partita rimaneva ferma al 1988 col raggiungimento<br />

del 50% delle salite effettuate dopo il 21 dicembre.<br />

Finalmente il 2005 fu l’anno buono. Per la prima volta nella storia<br />

veniva salito il Shisha Pangma 8027 metri e per la prima volta<br />

c’era un non polacco sulla cima. C’era un italiano, colui che<br />

scrrive….<br />

Assieme a me l’amico (polacco) Piotr Morawski. Divennero dunque<br />

8 le cime salite d’inverno e rimanevano le ultime 6 da scalare.<br />

Il K2, Broad Peak, Gasherbrum 1 e 2, Nanga Parbat in<br />

Pakistan ed il Makalu in Nepal. Dopo due personali tentativi al<br />

Broad Peak 8047 m nel 2007 e 2008 dove mi fermai a meno di<br />

200 metri dalla cima ed altri tentativi effettuati da altre spedizioni<br />

s altre montagne, venne la mia spedizione invernale al Makalu<br />

del 2009. Fu una spedizione leggera e veloce come fu quella al<br />

D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S<br />

Shisha Pangma, ma su un ottomila decisamente più alto e difficile.<br />

Quasi 8500 metri che da 29 anni resisteva a tutti i tentativi<br />

di salita invernale da parte dei più noti e forti alpinisti. Tentai la<br />

salita in compagnia di Denis Urubko, l’amico kazako con cui ho<br />

condiviso gli ultimi 11 anni di alpinismo. In 19 giorni, sfruttando la<br />

nostra velocità e l’approccio in stile alpino alla salita e acciuffando<br />

al volo le prime due finestre di bel tempo, raggiungemmo la<br />

vetta della quinta cima più alta del pianeta e chiudemmo i giochi<br />

con le montagne Nepalesi. Anche il Makalu, la nona vetta salita<br />

in invernale, venne annoverata tra le pagine di storia verticale<br />

realizzate.In primavera del 2010 fu l’anno in cui salii per la mia<br />

quarta volta l’Everest ,ma l’inverno che aveva preceduto quella<br />

spedizione era stato un dei pochi degli ultimi anni in cui avevo<br />

deciso di stare a casa e guardare cosa sarebbe accaduto in Karakorum<br />

visto che c’erano due spedizioni che avevano raccolto<br />

l’invito indiretto che le mie realizzazioni invernali avevano rilanciato<br />

nella comunità alpinistica. Purtroppo il meteo fu pessimo<br />

e le due spedizioni dovettero tornare a casa a mani vuote. Ora<br />

sta per arrivare la nuova stagione fredda ed ecco perché riparto<br />

per il Karakorum. Quei cinque 8000 aspettano ancora di essere<br />

saliti e mi piacerebbe tanto materializzare anche in quella<br />

catena montuosa una prima storica salita. Denis Urubko sarà il<br />

mio compagno e Cory Richards il fotografo e cameraman che<br />

documenterà quel tentativo. Sarà difficile, complicato, costoso e<br />

le possibilità di riuscita saranno come sempre molto basse, ma<br />

ricordo che lo erano anche al Shisha Pangma e al Makalu…


Simone Moro<br />

7


Grande evento sul Grignone, inaugurato il bivacco Riva-Girano<br />

8<br />

E S C U R S I O N I S M O<br />

di Sergio Longoni<br />

C’erano centinaia di persone, il 26 Settembre, sulle pendici del Grignone per l’inaugurazione del bivacco voluto da Sergio<br />

Longoni alle storiche baite dei Comolli, che sorgono a 1900 metri sul sentiero invernale che conduce alla cima. Una giornata<br />

splendida, incastonata fra un Sabato e un Lunedì invernali, davvero un bel auspicio per il futuro del bivacco, sicuramente<br />

utile a tutti gli amanti del montagna.<br />

Il bivacco offrirà un appoggio ai numerosissimi escursionisti diretti in cima al Grignone o al rifugio Brioschi: uno spazio di 180 mq<br />

attrezzato con stufa, legna, un fornello, un grande tavolo di ottima fattura, e primi generi alimentari. Tutto, insomma, anche per un<br />

buon thè o caffè anche quando in pieno Inverno si procede fra neve alta. Cinque posti letto al piano superiore, soppalcato, in legno e<br />

dotato di materassi, che possono ospitare 4/5 persone. Ecco il bivacco Riva-Girani, che sorge a fianco della baita dedicata alle due<br />

figlie di Longoni, Francesca e Daniela e che da oggi offrirà ristoro agli escursionisti diretti sul Grignone dalla via invernale.<br />

da sinistra: Sergio Longoni, Don Bruno, Silvana Longoni, Daniela Longoni<br />

Il bivacco porta il nome di Ermanno Riva e Piero Girani. Due grandi amici<br />

che hanno condiviso con lui momenti particolarmente felici della loro<br />

vita. Nel discorso, un Longoni particoalarmente emozionato ha detto “Due<br />

persone speciali, come ricordano tutti cloro che li hanno conosciuti.<br />

Spero che le famiglie siano contente di questa dedica” ha detto Longoni<br />

durante il commosso discorso inaugurale che ha preceduto la S. Messa.<br />

Per l’inaugurazione, il patron di <strong>Sport</strong> <strong>Specialist</strong> ha portato lassù tutto<br />

il team del punto vendita di Sirtori e molti altri dai vari negozi <strong>Sport</strong><br />

<strong>Specialist</strong>, e si è svolta anche una dura gara di mountain bike. Inoltre,<br />

un elicottero ha permesso a numerosissime persone, con tanti viaggi, di<br />

arrivare sul posto anche se non in grandi condizioni fisiche. Presente<br />

anche il tradizionale rinfresco a base di ravioli, pane e mortadella<br />

offerto a tutti gli intervenuti, oltre a vino e grappa, proprio come<br />

accade alle serate d’alpinismo di Bevera di Sirtori. Molto toccante la<br />

predica della messa di Don Bruno seguita con attenzione anche da<br />

tantissimi bambini che sono saliti lungo i 1200 metri di dislivello senza<br />

battere ciglio e portando una grande ventata di allegria.


Sergio Longoni<br />

9


UNA BAITA SUL GRIGNONE CONQUISTA L’EMIGRANTE<br />

VENUTO DAL SUD di Paolo Fiocchi<br />

10<br />

Per gentile concessione dell’autore, riportiamo integralmente un suo articolo che,<br />

con il titolo “Un salernitano sulle montagne di Lecco”, è stato pubblicato sulla rivista valsassinese “Il Grinzone”. A motivo di una più evidente<br />

coincidenza con l’articolo che in questo numero si richiama alle stesse baite “Comolli”, abbiamo solo dato un titolo diverso e modificato due<br />

Vittorio Faiella, meglio conosciuto come Pappagone, nativo di<br />

Cava dei Tirreni, giunse a Lecco in cerca di lavoro, come tanti<br />

altri meridionali, alla fine degli anni 50. Aveva circa vent’anni ed<br />

era stato chiamato da un cognato già stabilitosi in zona. Ottimo<br />

lavoratore, non tardò a trovare un buon posto in una delle tante<br />

officine del Lecchese. Dopo alcuni anni lasciò Lecco, per raggiungere<br />

un fratello in Canada, dove però non riuscì ad ottenere<br />

il permesso di lavoro. Dovette quindi rientrare in Italia a Lecco<br />

presso la sorella. Il caso volle che trovasse il nuovo lavoro presso<br />

l’officina di Dino Piazza, uno dei più forti alpinisti del gruppo<br />

Ragni. Dino lo prese in simpatia e incominciò a portarlo in<br />

montagna, dapprima come portatore e poi, visto l’entusiasmo di<br />

Vittorio, su vere e proprie ascensioni. Non si riesce a ricostruire<br />

il passato più che escursionistico di Vittorio, ma risulterebbe aver<br />

semplici vocaboli.<br />

E S C U R S I O N I S M O<br />

fatto in Val Malenco, tra l’altro, la Nord del Cassandra: alcune<br />

fotografie lo ritraggono, ancora giovane e biondo, su un’impegnativa<br />

parete di roccia.<br />

Nel frattempo molti dell’ambiente alpino lo avevano conosciuto e<br />

l’avevano soprannominato Pappagone, dal famoso personaggio<br />

di De Filippo, a causa del suo forte accento napoletano che non<br />

perderà mai. La sua disponibilità e la sua simpatia gli procurarono<br />

subito molte amicizie; fra gli altri conobbe il Sig. Comolli,<br />

proprietario delle baite dette del “pittore”, site sul versante Sud<br />

del Grignone a quota 1.800 circa, lungo la via invernale per la<br />

vetta.<br />

Pietro Comolli, ormai anziano, affidò la custodia di una delle baite<br />

a Vittorio. Vittorio la riordinò e in breve tempo la rese abitabile:<br />

si concretizzò così la sua passione per il Grignone.


E S C U R S I O N I S M O<br />

La attrezzò con ogni possibile confort, giungendo a installarvi<br />

una cucina economica, una a gas con forno e un doppio sistema<br />

di illuminazione, a gas ed elettrico con un piccolo generatore a<br />

benzina.<br />

Il problema dei rifornimenti diventò importante, specialmente per<br />

la legna da bruciare, ma Vittorio lo seppe sempre gestire con<br />

la sua fantasia tipicamente meridionale. Essendo stato sempre<br />

disponibile ad aiutare il gestore del rifugio Brioschi, ottenne il permesso<br />

di usare la teleferica della vetta, che ha una sosta tecnica<br />

alla stessa altezza delle baite, a una distanza di circa 200 metri.<br />

Ma in caso di necessità trovava sempre qualche conoscente, che<br />

si metteva nel sacco qualche pezzo di legna in cambio di un buon<br />

calice di vino. Nel frattempo le slavine avevano semi distrutto le<br />

altre baite, ma quella di Vittorio si era salvata, non sporgendo<br />

dal filo del terreno. E così ogni domenica, fino a quando lavorò,<br />

Vittorio saliva alla sua baita partendo all’inizio dalla cappelletta<br />

dei Grassi Lunghi e poi da dove riusciva ad arrivare con la sua<br />

Panda. Spesso raggiungeva anche il rifugio Brioschi dove aiuta-<br />

va il gestore, ma anche apriva la cucina e preparava, per qualche<br />

amico di passaggio, due spaghetti cotti al punto giusto e conditi<br />

con l’ottimo sugo preparato dalla moglie. Naturalmente, dalla sua<br />

baita controlla il passaggio verso la vetta; non passa ancora oggi<br />

persona, senza essere riconosciuta fin da lontano.<br />

Conobbi Vittorio alla capanna Ventina dove era salito per aiutare<br />

nel montaggio del bivacco Rauzi in cima al Disgrazia. Lo ritrovai<br />

alla sera, dopo essere salito in vetta e ridisceso per la parete Est,<br />

nel campo base dei lavori posto sulla vedretta sottostante.<br />

La serata, insieme al dottor Rauzi e alle guide, fu molto piacevole.<br />

Da allora lo incontrai sovente sui sentieri delle nostre montagne<br />

oppure a casa dove spesso passava a salutarmi. Un bel<br />

giorno annunciò che andava al Sud per sposarsi: poco dopo arrivò<br />

a presentare la moglie, una bella ragazza che gli era stata<br />

indicata dalla famiglia e che lui aveva visto solo due o tre volte<br />

prima del matrimonio, naturalmente sempre sotto l’occhio vigile<br />

di qualche zia. Il Sig. Comolli lo incaricò in quel periodo di provvedere<br />

alla manutenzione di una baita che possedeva nella zona<br />

di Chiareggio, e Vittorio incominciò<br />

a frequentare anche la Val Malenco,<br />

salendo spesso alla Porro dove si aggregava<br />

a qualche cordata per salire<br />

le cime che contornano la vedretta<br />

del Ventina. Anche lì incominciò i suoi<br />

scambi di cortesia a base di “pomarole”<br />

e mozzarelle ricevendo in ringraziamento<br />

le cose più strane, come le<br />

piastre per cuocere i cibi sul fuoco del<br />

camino.<br />

Grande camminatore, malgrado un piccolo difetto a un piede,<br />

non è mai stato un grande sciatore. Lo portai una volta, con il<br />

nostro gruppo di scialpinismo, a fare il Gran Paradiso: non ebbe<br />

nessun problema in salita ma, in compenso, faticammo non poco<br />

per farlo scendere, anche a causa della neve abbastanza difficile.<br />

Ricordiamo tutti la sua entrata al rifugio Vittorio Emanuele<br />

pronunciando in perfetto napoletano “Pappagone è finito”.<br />

Ormai da parecchi anni ha abbandonato gli sci, ma anche con<br />

molta neve fresca raggiunge ugualmente le “baite”, aprendo la<br />

traccia a quelli che passano per la cima, lungo la via invernale.<br />

Nel 1998 Vittorio andò in pensione e, nonostante continuasse<br />

a fare lavoretti vari, trovava però il tempo, a metà settimana, di<br />

salire su qualche montagna.<br />

Ultimamente Vittorio aveva deciso che doveva portare in cima al<br />

Grignone un africano del Burkina Faso, che lavora con suo figlio.<br />

Un bel sabato lo portò a dormire in baita e la mattina salirono<br />

insieme fino alla cresta per la via invernale. Qui decise che era<br />

meglio non affrontare la cresta, non essendo l’africano dotato di<br />

ramponi, per cui ridiscesero in baita per una spaghettata. Essendo<br />

una bella domenica, incontrarono molta gente; ai molti che gli<br />

domandavano chi era il suo compagno, Vittorio rispondeva che<br />

era una guida del Kilimangiaro.<br />

Non sappiamo quante volte Vittorio sia arrivato in cima al Grignone,<br />

ma sembra che in un certo anno vi sia arrivato più di sessanta<br />

volte. Credo quindi che vi sia salito in 35 anni da 1.500 a 2.000<br />

volte, giustificando così il titolo di questo articolo.<br />

11


F REERIDE E BACKCOUNTRY<br />

12<br />

Due discipline agonistiche che stanno appassionando sempre<br />

più snowboarder sono il Freeride ed il Backcountry o<br />

Snowboard Alpinismo.<br />

Freeride è tutto quello che riguarda il fuoripista che rappresenta<br />

il luogo dove lo snowboard raggiunge la sua massima espressione.<br />

Non solo quando ci sono condizioni ideali di neve fresca<br />

(powder) ma anche quando le condizioni possono essere<br />

le più varie possibili: Neve trasformata, marcia, crostosa ecc. Lo<br />

snowboard grazie alla larghezza e alle caratteristiche costruttive<br />

permette di surfare su qualsiasi tipo di terreno in maniera più<br />

semplice rispetto a qualsiasi altro attrezzo.<br />

Le nuove caratteristiche delle tavole (Rocker) facilitano ulteriormente<br />

l’approccio a questa disciplina: Il ponte inverso e lo shape<br />

(la forma) della tavola permettono una maggiore galleggiabilità e<br />

maneggevolezza dello snowboard.<br />

Le competizioni di Freeride si svolgono su percorsi fuoripista con<br />

indicazioni di massima sulle linee da mantenere ma lasciando<br />

parecchia libertà di interpretazione da parte dei riders.<br />

Naturalmente una buona conoscenza delle regole da rispettare<br />

in montagna è fondamentale, imparare le tecniche di autosoccorso<br />

ed il relativo utilizzo di pala arva e sonda sono obbligatori.<br />

D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S<br />

di Cesare Pisoni<br />

Il Backcountry o Snowboard Alpinismo rappresenta l’essenza<br />

dello Snowboard, in questo sport il rider affronta la montagna<br />

in perfetta autosufficienza, non solo deve scendere i pendii ma<br />

li deve anche risalire senza l’ausilio degli impianti di risalita. Gli<br />

attrezzi per la risalita possono essere vari:<br />

- Ciaspole (Racchette da Neve): Attrezzo molto comune,<br />

allargando la base d’appoggio del piede permette una miglior<br />

galleggiabilità, è sempre dotato anche di ramponcini per evitare<br />

di scivolare su superfici particolarmente ghiacciate. Pregi: costo<br />

contenuto e facile utilizzo<br />

- Tavole Split Board: Sono tavole che per la risalita possono<br />

essere divise in due per poter essere utilizzate come due sci<br />

alpinismo e avendo applicate delle pelli di foca permettono la<br />

risalita. Pregi: non si deve portare la tavola sullo zaino Difetti:<br />

Costo elevato, peso elevato nei piedi, difficoltà nei tratti più pendenti<br />

o impegnativi<br />

- Sci corti: sono degli sci alpinismo lunghi dai 90 ai 110 cm<br />

che permettono la risalita applicando sulle solette delle pelli di<br />

foca. Pregi: Leggerezza nei piedi, velocità nei cambi Difetti: Tavola<br />

sulle spalle<br />

Più ancora che per il Freeride è fondamentale la conoscenza<br />

dei cosiddetti “Pericoli della Montangna”. Diventa di fondamentale<br />

importanza un approccio a questa disciplina partecipando<br />

a Camp dedicati che organizzano i nostri negozi <strong>DF</strong> SPORT<br />

SPECIALIST o i corsi che vengono organizzati dagli Istruttori di<br />

Snowboard Alpinismo del CAI.<br />

Oltre che Pala A.R.V.A. e Sonda, obbligatori, risulta fondamentale<br />

imparare a muoversi con gli attrezzi di risalita, e scegliere i<br />

pendii corretti per risalita e discesa.<br />

A livello agonistico da cinque anni a questa parte esiste la Coppa<br />

Italia di Snowboard Alpinismo organizzata dalla FSI Federazione<br />

Snowboard Italia alla quale si può partecipare tesserandosi con<br />

un qualsiasi club affiliato.


Cesare Pisoni<br />

13


PROPOSTE PER FREERIDERS AVVENTUROSI<br />

di seguito alcuni itinerari avvincenti e particolari, redatti dai nostri migliori esperti e amici<br />

<strong>ITINERARIO</strong><br />

CIMA BIANCA<br />

14<br />

Cima Bianca - Bormio<br />

Entusiasmante freeride, possibile tutti gli anni ma consigliato particolarmente quando<br />

l’innevamento è abbondante.<br />

Una discesa meravigliosa, dapprima in pendii aperti, poi in una pineta immacolata.<br />

Si parte dalla stazione a monte di Bormio 3000, il Cima Bianca. Da qui si segue la<br />

pista rossa che porta al Cimino, dalla quale ad un certo punto, dove la pista diventa<br />

pianeggiante e si può girare a destra (direzione NNE) in neve fresca si comincia il<br />

freeride. Verosimilmente si può partire più in alto, ma il pericolo di valanghe è alto,<br />

e lo si dovrebbe fare solo in compagnia di una guida. LA discesa a questo punto è<br />

aperta e ampia, si può scegliere la linea più gradita. Quando si entra nei boschi, due<br />

strade portano di nuovo agli impianti (attenzione, spesso non sono tracciate e si deve<br />

spingere un po’), oppure si può scendere fino alla frazione di San Niccolò da dove si<br />

rientra via auto o con mezzi pubblici (sulla strada che collega Bormio a Santa Caterina<br />

Valfurva).<br />

Ricordarsi sempre di osservare gli eventuali divieti e di avere con sé il materiale per<br />

autosoccorso obbligatorio per legge (Pala, ARVA, sonda). La gita è stata fatta in compagnia<br />

della locale Guida Alpina Giuliano Bordoni.<br />

Dislivello totale max 1600 mt<br />

Esposizione NE<br />

Pendenza max 30°<br />

a cura di<br />

Riky Felderer<br />

14


<strong>ITINERARIO</strong><br />

FERRANTINO<br />

Il Monte Ferrante (a sinistra) ed<br />

il Ferrantino visti dalle baite che<br />

si incontrano dopo le Stalle di<br />

Möschel.<br />

Verso nord si distingue ora l’arrivo della seggiovia che<br />

sale da Colere. Salire liberamente il pendio esposto<br />

a sud sino a giungere all’arrivo della seggiovia. Piegando<br />

a sinistra, in direzione nord ovest, raggiungere<br />

in breve la vetta arrotondata del Ferrantino. Prestare<br />

attenzione al primo tratto della salita, subito dopo l’arrivo<br />

degli impianti, dove è facile trovare ghiaccio.<br />

Volendo si può anche proseguire e raggiungere, salendo<br />

a piedi il ripido tratto finale, la vetta del vicino<br />

Monte Ferrante (m.2427).<br />

La discesa si effettua lungo lo stesso itinerario.<br />

a cura di<br />

Cesare Pisoni<br />

FERRANTINO (m 2325)<br />

Località partenza: Valzurio (Spinelli), m 949<br />

Dislivello: 1376 m<br />

Tempo di salita: 3- 4 ore<br />

Esposizione: Varie<br />

Periodo: Febbraio - Aprile<br />

L’itinerario è abbastanza logico e non presenta particolari pericoli. Prestare attenzione al tratto finale nel caso si voglia raggiungere<br />

la vetta del Monte Ferrante (ramponi).<br />

Percorrere la Valle Seriana in direzione di Valbondione. Subito dopo il bivio di Ponte Nossa prendere a destra per Villa<br />

D’Ogna - Valzurio. Proseguire sino a dove le condizioni di innevamento lo consentono (solitamente si arriva sino alla piccola<br />

frazione di Spinelli). Proseguire lungo la strada carrozzabile che, dopo aver attraversato una bella pineta, arriva alla stupenda<br />

radura delle Stalle del Möschel (m.1265). Seguire, sempre in direzione nord - est le tracce della strada che, dopo aver<br />

attraversato una fascia boscosa, giunge alla baita Pegherola di Mezzo (m. 1639).<br />

dal Ferrante.<br />

Monte Ferrantino (a destra) e la parete<br />

nord della Presolana visti dal colletto che<br />

separa il Ferrantino.<br />

15


<strong>ITINERARIO</strong><br />

I FORTINI<br />

16<br />

I Fortini – La Thuile<br />

Qui il gioco si fa serio, e le pendenze ci sono! È un itinerario semplice da individuare, breve<br />

e a dir poco esaltante. Ma da non sottovalutare assolutamente! Si deve raggiungere il versante<br />

francese de La Thuile, prendere la seggiovia del Belvedere. Salendo, sulla destra si<br />

vede già la linea di discesa. Si può affrontare centralmente (solo se in condizioni stabili) o<br />

sulla destra (guardando dal basso). Giunti in cima alla seggiovia si segue la stradina che in<br />

costa porta sotto gli edifici di fortificazione (Fortini) della 2° guerra mondiale, quindi si gira<br />

verso la cima. Facendo attenzione alla cornice, si comincia la discesa. Si può scegliere se<br />

tenere la destra scendendo per riprendere la seggiovia (5 minuti a piedi di risalita) o se girare<br />

a sinistra in direzione NO per andare a riprendere i pendii vicino al Piccolo S.Bernardo.<br />

Ricordarsi sempre di osservare gli eventuali divieti e di avere con sé il materiale per autosoccorso<br />

obbligatorio per legge (Pala, ARVA, sonda). Vista la pendenza dell’itinerario, lo<br />

si consiglia a rider esperti e conoscitori della neve, per il pericolo valanghe. Da fare solo<br />

con neve assestata.<br />

Dislivello circa 500 mt<br />

Esposizione N<br />

Pendenza massima 40°<br />

a cura di<br />

Riky Felderer


i nostri cataloghi<br />

SCI e SNOW<br />

17


Kilian Burgada<br />

18<br />

Il 18 Novembre, al negozio <strong>Sport</strong> <strong>Specialist</strong> di Sirtori, ci sarà la<br />

serata di Kilian Burgada, un fuoriclasse dello skyrunning ben<br />

noto agli appassionati italiani. Un ragazzo bionico, verrebbe da<br />

dire. Vediamo di scoprirlo in anticipo in vista della sua grande<br />

serata<br />

Chi è Kilian Burgada<br />

Da sempre legato alla montagna, Kilian è nato e cresciuto in un rifugio<br />

a 2000 metri, gestito dalla sua famiglia in Cerdagna. I suoi<br />

genitori, grandi appassionati di sport e di montagna, sin da bambino<br />

l’hanno coinvolto in parecchie ascensioni, anche in quota; a tre anni<br />

Kilian aveva già coronato i suoi primi tremila, scalando il picco di<br />

Mulleres, a cinque anni il Del Mar, e a sei il Breithorn. All’età di 13<br />

anni ha iniziato a fare gare agonistiche di sci alpinismo, entrando<br />

nel CTEMC (Centro de Tecnificación de esquí de montaña, centro di<br />

scialpinismo della Catalogna. Come molti scialpinisti (tra cui Agustí<br />

Roc, Manu Pérez, Toti Bes, …), in estate gareggia nelle corse a piedi<br />

per prepararsi (da ottobre ad aprile) alla stagione invernale. Vive in<br />

Catalogna, sui Pirenei, a Font Romeu, una stazione sciistica a 1800<br />

metri, dove si allena e frequenta l’università di Scienze e tecniche<br />

delle attività fisiche e sportive.<br />

Al fine di mostrare il pieno potenziale dell’atleta, lo sponsor Salomon<br />

ha organizzato un progetto denominato Kilian’s Quest, nato per battere<br />

i record più importanti della corsa in montagna. Il 17 giugno del<br />

2009 ha battuto il record del percorso GR 20, che attraversa l’intera<br />

isola della Corsica in 32 ore 54 minuti e 24 secondi, riducendo di<br />

I N O S T R I G R A N D I O S P I T I<br />

di ASD Falchi<br />

quasi quattro ore il record precedente detenuto dall’italiano Pierrot<br />

Santucci. La GR 20 è considerata la via più dura sulla lunga distanza<br />

in Europa, con 190 km e 21.000 metri di altitudine cumulativa. Il 1º<br />

ottobre del 2009 ha demolito un altro record; questa volta in Sierra<br />

Nevada (Stati Uniti), concludendo il Tahoe Rim Trail, un test intorno<br />

al Lago Tahoe che passa attraverso gli stati della California e del<br />

Nevada con partenza ed arrivo a Sunnyside-Tahoe City, in 38 ore<br />

e 32 minuti. Il vecchio record del percorso di 265 chilometri e 8.000<br />

metri di dislivello, fissato nel 1995 in 45 ore e 58, apparteneva a Tim<br />

Twietmeyer. Nonostante alcuni intoppi di carattere burocratico (infatti<br />

il progetto prevedeva di ridurre a settembre del 2009 anche i tempi<br />

di percorrenza del chilometro verticale e del John Muir Trail, 340 km<br />

attraverso tre parchi nazionali della California), il 9 giugno del 2010<br />

Kilian ha ottenuto l’ennesimo record della sua carriera portando a<br />

termine la traversata dei Pirenei in soli otto giorni e tre ore. L’atleta<br />

spagnolo, partito da Cabo Higuer sulle rive dell’Atlantico con l’ausilio<br />

di un Gps e un telefono, è arrivato al Mar Mediterraneo dopo una<br />

corsa a fil di cresta lunga 830 chilometri per un totale di 40 mila metri<br />

di dislivello. Il precedente record si attestava intorno ai 15 giorni,<br />

mentre i normali escursionisti percorrono questa distanza in almeno<br />

un mese.<br />

intervista di Riccardo Ghislanzoni (FALCHI di LECCO, www.asfalchi.it)<br />

Chi è Kilian Jornet Burgada?<br />

Sono uno scialpinista e corridore di montagna, ho 22 anni (27-10-<br />

1987) e vivo in Catalogna, sui Pirenei, a Font Romeu, una stazione<br />

sciistica a 1800 metri, dove c’è l’università e mi alleno. Sono una<br />

persona felice perché posso seguire le mie passioni: le gare e la<br />

montagna.<br />

Vuoi raccontarci come è nata la tua passione per la montagna<br />

e per la corsa?<br />

Da sempre sono stato in montagna, sono nato in un rifugio sui Pirenei<br />

a 2000 metri. I miei genitori erano i gestori e sono stati sempre<br />

grandi appassionati di sport e di montagna. Con loro ho fatto parecchie<br />

ascensioni, anche in quota. Mia madre faceva anche gare di<br />

sci e di corsa.<br />

Per me e mia sorella, che ha un anno meno di me, andare in montagna<br />

è stato da sempre un gioco. Quando tornavamo da scuola,<br />

andavamo a giocare in montagna e, in inverno, con gli sci da fodo.<br />

E in vacanza andavamo sempre in montagna con i nostri genitori,<br />

sui Pirenei, sulle Alpi, sui Monti Atlas (Marocco), in Argentina… ma<br />

sempre montagna!<br />

Poi ho cominciato a correre per allenarmi per lo scialpinismo e a 13<br />

anni ho iniziato a fare gare di scialpinismo, entrando nel CTEMC<br />

(Centro de Tecnificación de esquí de montaña, centro<br />

smo della Catalogna). Per allenarmi, in estate andavo in montagna<br />

a camminare coi bastoncini e correvo. Come molti scialpinisti (tra cui<br />

Agustí Roc, Manu Pérez, Toti Bes, …), in estate gareggiavo nelle<br />

corse a piedi per prepararmi alla stagione invernale.<br />

Adesso da maggio a ottobre corro e poi mi dedico allo scialpinismo<br />

fino ad aprile.<br />

Kilian, oltre alla corsa, quali sport pratichi?<br />

Soprattutto lo scialpinismo! E per allenarmi, faccio skiroll e sci di<br />

fondo in inverno e bicicletta in estate. Mi piace anche l’arrampicata e<br />

l’alpinismo ma non ho più il tempo per farli…<br />

-Hobby, passioni?


Kilian Burgada<br />

19


20<br />

Kilian Burgada<br />

Oltre all’università e all’allenamento non mi rimane più troppo tempo.<br />

Ma mi piace molto la lettura, mi piace disegnare (graffito e carboncino)<br />

e mi appassiona lo studio, soprattutto dei materiali e della<br />

fisiologia.<br />

- Rimanendo nella corsa, che specialità preferisci? Corsa in montagna<br />

(gare brevi o Vertical Kilometer), skyrace o ultra-trail?<br />

In estate mi piacciono tutte. Il Chilometro Verticale è una gara molto<br />

“fisica”. Le skyrace sono le migliori per me: montagna e tecnica. Le<br />

ultra sono “superazione”, trovare i tuoi limiti.<br />

Dopo ci sono tanti altri fattori, come l’organizzazione, l’ambiente, il<br />

paesaggio…<br />

- Come organizzi la tua settimana nel periodo delle gare? Come<br />

distribuisci i tuoi allenamenti?<br />

In estate è più facile perché non c’è l’università e ho tutto il tempo disponibile.<br />

E allora tutto dipende dalle gare che faccio. Di solito prendo<br />

il mio furgone (o il camper se devo dormire) e vado in montagna.<br />

Mi alleno tutti i giorni e, se ho una gara, il venerdì riposo.<br />

In estate non faccio “intensità” perché già in inverno con gli sci ne<br />

faccio troppa! Preferisco andare a correre in montagna. Di solito faccio<br />

4-5 giorni di corsa sempre in montagna, tra le 2 e le 4-5 ore, e<br />

2-3 giorni di bicicletta su strada. Poi mi piace andare nei luoghi delle<br />

gare, allenarmi e conoscere la montagne di quella regione.<br />

- Come ti organizzi, invece, nel periodo lontano dalle gare?<br />

In inverno mi alleno solo con gli sci, da novembre ad aprile non corro<br />

mai. Faccio allenamento di “quantità” e progressivamente inserisco<br />

quello sull’intensità da novembre a dicembre, quando non ci sono<br />

le gare. Poi da gennaio ad aprile ci sono gare quasi tutti i fine settimana<br />

e l’allenamento sono il recupero e alcuni lavori sull’intensità.<br />

Poi verso aprile-maggio c’è la transizione, e cerco di riposare per<br />

I N O S T R I G R A N D I O S P I T I<br />

due settimane per far recuperare il mio fisico dalla lunga stagione<br />

invernale (di solito sono 18-20 gare…) . Quindi ricomincio a correre<br />

e le gare iniziano presto: dalla ultima gara di scialpinismo a Zegama,<br />

la prima skyrace, hai al massimo un mese per riprendere a correre.<br />

Poi faccio grandi volumi di allenamento e gareggio fino alla fine di<br />

settembre. Quindi riposo per altre due settimane e ricomincio a preparare<br />

la stagione dello scialpinismo.<br />

- Risposte lampo. Tra le gare che hai corso, qual è stata:<br />

- la più tecnica? La Mount Kinabalu Climbathon in Malesia e il<br />

Sentiero delle Grigne.<br />

- la più faticosa? Il Tahoe Rim Trail.<br />

- la più emozionante? Tante…<br />

- la più spettacolare? Quella in Malesia per i paesaggi e la<br />

Sierre-Zinal in Svizzera per la velocità.<br />

- quella con il pubblico più caldo? Zegama!<br />

- quella che consiglieresti di correre? Zegama, Giir di Mont,<br />

Sierre-Zinal, Grigne.<br />

- quella che non rifaresti? Nessuna.<br />

- quella a cui sei più affezionato? Andorra, Zegama, Giir di Mont.<br />

- Quale atleta ammiri di più o prendi come riferimento nel mondo<br />

della corsa?<br />

Agustí Roc mi ha sempre dato tanti consigli e mi ha insegnato tanto!<br />

Bruno Brunod è il più tecnico, il migliore skyrunner, basta una parola:<br />

Cervino! Dopo, ho tanta ammirazione per Marco De Gasperi.<br />

- Ultra-Trail du Mont-Blanc, 166 km intorno al Monte Bianco: Marco<br />

Olmo (classe 1948) vince le edizioni 2006 e 2007 mentre Kilian Jornet<br />

Burgada (classe 1987) vince le edizioni 2008 e 2009, l’esperienza<br />

e la regolarità contro l’entusiasmo e la brillantezza giovanile. Ma


I N O S T R I G R A N D I O S P I T I<br />

quale elemento conta di più per vincere questa gara?<br />

Nelle Ultra è più importante la testa (almeno un 50%), il corpo va ma<br />

è la testa che ti fa continuare quando sei morto, non ti fa sentire il<br />

dolore e ti fa correre quando pensi solo a riposare… E questo vale<br />

a tutte le età.<br />

- Qual è la tua dote migliore nella corsa? La salita, la discesa, la<br />

resistenza, la completezza...<br />

Penso che le gare si vincono in salita ma si perdono in discesa e<br />

cerco di allenarmi per andare forte sia in salita che in discesa. A piedi<br />

vado bene, ma con gli sci è duro il livello là davanti!<br />

Credo di avere una buona resistenza ma poi si può sempre migliorare<br />

tanto…<br />

- Molti si stupiscono di come tu sia in grado di fare così tante<br />

gare ad alto livello, un susseguirsi di vittorie con tempi di recupero<br />

ridottissimi. Chi non ti conosce potrebbe dire: “Non è<br />

possibile, per me fa uso di doping!”. Tu cosa gli risponderesti?<br />

Penso e voglio pensare che il doping non sia diffuso. Questo perché<br />

corriamo per piacere, per amore della montagna, e la montagna è<br />

trovare e superare i NOSTRI limiti come persone. Se ti dopi non<br />

saranno più i nostri limiti ma altri. Se volessimo i soldi, allora lavoreremmo<br />

in ufficio, o faremmo altri sport come la corsa su strada o il<br />

ciclismo… Io penso che dobbiamo fare le cose per piacere, andare<br />

ad allenarci perché ti piace correre in montagna.<br />

Se qualcuno non crede che sia possibile fare queste cose senza<br />

doping, può pensare quello che vuole. Ritengo che sia più corretto<br />

andare ad allenarsi, e allenarsi duramente, piuttosto che restare davanti<br />

al computer o a casa e pensare che gli altri vincono grazie al<br />

doping e non perche si allenano di più o perché hanno più capacità.<br />

Dopo, i casi come quelli di Patrick Blanc (campione francese di scialpinismo<br />

squalificato per uso di EPO nel 2008, NdA) sono un duro<br />

colpo, perché non capisco, perché? Non è più correre per piacere, il<br />

piacere non è la vittoria, il piacere è andare tutti giorni in montagna.<br />

Penso che comunque siano caso isolati.<br />

- Quale consiglio daresti a chi si avvicina alle corse in montagna?<br />

Che lo facciano per piacere, l’allenamento non deve essere più allenamento<br />

ma è il divertirsi tutti i giorni in montagna. Bisogna poi essere<br />

coscienti che siamo in montagna e la montagna è sempre quella<br />

che vince. E allora dobbiamo sapere che i limiti sono due: i nostri,<br />

quelli fisici, tecnici e mentali, che dobbiamo allenare per migliorare,<br />

e i limiti della montagna, il meteo, la tecnicità del percorso, il tempo,<br />

le condizioni… Dobbiamo considerare tutti questi elementi quando<br />

abbiamo un obiettivo.<br />

GIIR DI MONT, Comunicato Stampa del 25 Luglio 2010<br />

SKYRUNNING MONDIALE COL GIIR DI MONT<br />

A PREMANA ORO PER JORNET BURGADA E LA ROUX<br />

Gara da record a Premana per il Campionato del Mondo skymarathon.<br />

Lo spagnolo Kilian Jornet Burgada blocca il cronometro su 3h01’14”<br />

Velocissima la francese Laetitia Roux, record women con 3h46’40”<br />

In 650 al via in una giornata tutta da incorniciare per l’A.S. Premana<br />

A Premana, oggi, il Giir di Mont ha assegnato i titoli mondiali di<br />

Skyrunning “marathon” sul tradizionale tracciato di 32 km con 2.400<br />

durissimi metri di dislivello.<br />

Kilian Jornet Burgada (ESP) e Laetitia Roux (FRA) sono la coppia<br />

tutta d’oro della 18.a edizione della corsa lecchese, entrambi già campioni<br />

del mondo nello scialpinismo, che non si sono limitati a vincere,<br />

ma hanno letteralmente polverizzato il record. Il catalano ha fermato<br />

il cronometro su 3h01”14” sverniciando il suo precedente primato di<br />

3h05’08”, mentre la transalpina (3h46’40”), alla sua prima partecipazione,<br />

senza mai aver provato il percorso, ha “limato” di ben 15’ il precedente<br />

primato centrato nel 2007 da Emanuela Brizio (4h01’52”).<br />

Al secondo posto tra i maschi il forestale Marco De Gasperi, rimasto<br />

al comando fino a metà gara quando ha subito l’attacco violento di<br />

Kilian Jornet Burgada. Al terzo posto dopo un significativo recupero lo<br />

spagnolo Luis Alberto Hernando. Col quinto posto il lecchese Nicola<br />

Golinelli si è aggiudicato l’oro nella combinata.<br />

Tra le donne la francese Laetitia Roux era inarrestabile e per lei non<br />

c’era solo la vittoria, ma anche il record ed il “mondiale“ di combinata,<br />

ed andava a precedere la spagnola Mireia Mirò a 7’12”. Negli ultimi<br />

chilometri la piemontese Emanuela Brizio inseriva il turbo ed il terzo<br />

gradino del podio era suo. Nulla da fare invece per Stephanie Jimenez,<br />

quarta ma anche lei sotto le 4 ore.<br />

Per l’Italia era oro mondiale per nazioni, in combinata con il Campionato<br />

Mondiale di Vertical Kilometer di Canazei, con l’argento assegnato<br />

alla Spagna e il bronzo alla Francia.<br />

Una gara da incorniciare per l’A.S. Premana, con 650 partecipanti<br />

al via e tantissimo pubblico lungo tutto il tracciato e strabocchevole<br />

all’arrivo.<br />

21


MTB MONGOLIA BIKE CHALLENGE,<br />

di Stefania Valsecchi (prima donna classificata)<br />

22<br />

10/20 Agosto 2010.<br />

10 tappe: 1400 km - 14.000 mt di dislivello in MTB.<br />

Oggi considerata la gara a tappe MTB più dura al mondo.<br />

5 tappe nel deserto del Gobi, tra sabbie, terra, toule onduleé<br />

e 5 tappe nella catena della grandi montagne del Khangai<br />

con neve a 2200 mt e valichi a 2900 mt.<br />

Sabato 7 agosto 2010, Ulaan Bataar – Capitale della Mongolia.<br />

Mancano 3 giorni all’inizio della prima edizione del Mongolia<br />

Bike Challenge e già un forte tremito mi scuote da capo a piedi:<br />

la mia MTB non ha volato con me e non mi ha raggiunta qui !!<br />

Abbandonata nello scalo di Mosca ? Imbarcata su un volo per<br />

Pechino?! O dimenticata in uno scantinato dell’Aeroflot ?! disdetta!<br />

Io finalmente a Ulaan Bataar dopo tanti mesi di allenamento<br />

ossessivo-compulsivo e dopo aver acquistato apposta per questo<br />

evento questa MTB e lei, la MTB amata, rimasta chissà dove:<br />

un’ouverture che ha per colonna sonora le lacrime di Rossella<br />

Ohara in “Via col vento” ! Il panico dura 24 ore poi, per grazia!,<br />

anche io posso togliere dal cartone la Lee Cougan Negative<br />

Gravity in titanio e rimontarci in sella per le vie di Ulaan Baatar<br />

anche se il feedback di ghisa delle mie gambe mi spaventa non<br />

poco, ma mi dico ottimista: tranquilla Ste, passerà tutto sotto lo<br />

striscione del via !<br />

I 92 partecipanti alla competizione – provenienti da una quindicina<br />

di stati differenti - son tutti riuniti nel medesimo albergo: molti<br />

fra loro si conoscono perché hanno già partecipato a raid simili<br />

D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S<br />

di Stefania Valsecchi<br />

nel mondo (Crocodile Trophy, Trans Rockies, Transalp, Ruta de<br />

los Conquistadores...) o perché corrono le “24Ore” in MTB. Io<br />

non conosco nessuno, non ho mai fatto competizioni di resistenza-durata,<br />

non conosco le altre gare a tappe di cui parlano: per<br />

un attimo la fantoziana certezza di essere nel luogo sbagliato al<br />

momento sbagliato prende il sopravvento e ripartono i tremori...<br />

ma son qui per correre i 1.400 km e 14.000 mt di dislivello tra<br />

il deserto del Gobi e la grande catena montuosa del Khangai,<br />

troppo tardi per farsi prendere dai timori e se l’ottimismo è il sale<br />

della vita: vai Ste che l’avventura ha inizio!<br />

Il 9 Agosto “l’esercito titanico” del Mongolia Bike Challenge si<br />

sposta da Ulaan Baatar a Bagarin Chulu, dove l’indomani avrà<br />

inizio la sfida, e già l’organizzazione appare davvero degna<br />

dell’Impero di Gengis Khan: 20 furgoni 4x4 UAZ (URSS 1941)<br />

la maggioranza dei quali trasporta sopra il tetto 6 MTB perfettamente<br />

allineate e al proprio interno altrettante persone; 2 camion<br />

per le cucine, 2 autobotti per l’acqua, 2 jeep per seguire la gara,<br />

2 ambulanze, 1 camion della televisione Mongola, altri camion<br />

per le attrezzature.... Vedere questo schieramento in moto, aperto<br />

a ventaglio nella steppa e nel deserto del Gobi mentre allontanandosi<br />

solleva nuvole di sabbia, provoca davvero una notevole<br />

suggestione.<br />

Per non dire della scenografia hollywoodiana del campo montato:<br />

93 tendine gialle in file ordinate per i 93 concorrenti; 6 tendine<br />

arancione per le docce sempre funzionanti grazie ad autopompe<br />

azionate da generatori elettrici, 6 tende marroni per le toilettes,


Stefania Valsecchi<br />

23


24<br />

MTB MONGOLIA BIKE CHALLENGE<br />

enormi tendoni verde militare per il “ristorante”, la sala bevande<br />

calde e fredde, l’ufficio stampa coi PC sempre all’opera, la tenda<br />

per i massaggi, quella dei medici ... Sono così emozionata di<br />

partecipare ad una cosa tanto affascinante che fatico a dormire:<br />

peccato che già il giorno dopo, finita la prima tappa, mi ritrovo<br />

talmente imbalordita dalla stanchezza che un senso di urto e<br />

sbandamento ha mantenuto, da lì in poi, il primato su fascino e<br />

bellezza!<br />

Si perché eravamo tutti coscienti che ognuna delle 10 tappe<br />

del MBC fosse lunga e faticosa, ma il clima ed il fondo hanno<br />

sicuramente moltiplicato le difficoltà: il toule ondulé, la sabbia<br />

ed il vento che non ci hanno mai abbandonati nel deserto, così<br />

come le pietre, lo sconnesso e la neve, i molti fiumi da guadare<br />

che ci hanno fatto compagnia<br />

sui monti, sono riusciti<br />

ad imbrogliare ulteriormente<br />

le carte di una partita già<br />

sufficientemente complessa.<br />

Non dimentichiamo poi che<br />

dormire in tenda – sebbene<br />

ciascuno avesse la propria –<br />

non rendeva scontato il buon<br />

riposo necessario per il giusto<br />

recupero.<br />

Tornando all’asprezza, il disagio<br />

e la non-fluidità del terreno<br />

su cui pedalavamo, basta<br />

sottolineare che spesso,<br />

per percorrere la medesima<br />

distanza, i furgoni impiegavano<br />

più tempo che i ciclisti<br />

perché erano talmente tante<br />

le rotture di semiassi e le<br />

forature che subivano o talmente<br />

lunghi ed epici i recuperi<br />

dal centro del letto di un<br />

fiume che i loro tempi diventavano<br />

davvero biblici.<br />

Riguardo il vento del Gobi,<br />

un aneddoto che mi appartiene<br />

è particolarmente significativo.<br />

Prima tappa: superato il ristoro<br />

al 50° km dove mi dicono<br />

che son la prima donna a<br />

passare, riparto con energia<br />

rinnovata, ma al 51esimo km<br />

comincia a sollevarsi questo vento tanto insidioso di cui ci parlavano.<br />

Mi fermo dopo pochi km e indosso gli occhialoni da sci che<br />

mi ero preventivamente portata nello zainetto e che si riveleranno<br />

fantastici per evitare congiuntiviti e fastidi varii.<br />

Pedalo, arranco nel vento, pedalo e per una ventina di km non<br />

vedo nessuno né davanti, né dietro di me: comincio a pensare<br />

d’aver sbagliato qualcosa e questo ventaccio con muri di sabbia<br />

connessi inizia a spaventarmi un po’, quando finalmente vedo in<br />

lontananza una sagomina con gambette sforbicianti che non è<br />

né uno yak né un cammello, ma un ciclista: evviva ! Aumento i<br />

giri per raggiungerlo e fortunatamente il ciclista un po’ affaticato<br />

D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S<br />

sta via via rallentando, sicché dopo 25 km da sola mi appresto<br />

finalmente a raggiungere un mio simile che, dal dietro, riconosco<br />

essere uno degli stranieri, australiano mi pare, perciò mi preparo<br />

mentalmente la frasetta di saluto in inglese. Son alle sue spalle,<br />

sto per dire gioiosa “hello!” ma ... SBADABAMM! un’ondata del<br />

famoso vento del Gobi, secca come uno sberlone, mi sbatte dritta<br />

addosso all’australiano: lo piombo alle spalle come un’aquila<br />

che in picchiata serra la sua preda negli artigli, capitomboliamo a<br />

terra fra la sabbia e un mix di imprecazioni e di “sorry! oh sorry...”<br />

ci ritroviamo supini con le gambe annodate alle bici ! Ma si può?<br />

Attorno a noi il nulla a 360° e io son riuscita a centrare, con colpo<br />

sicuro, l’unico essere vivente nell’arco di mille miglia:<br />

ma quanto sono performante in questo lembo d’Asia ??!!<br />

Vi ricordo che proprio a causa<br />

del vento che soffiava a<br />

90 km/h e delle tempeste di<br />

sabbia annesse, una della<br />

5 tappe previste nel deserto<br />

del Gobi (la terza) verrà saggiamente<br />

annullata dall’organizzazione<br />

per la sicurezza e<br />

l’incolumità dei corridori.<br />

Giusto per far capire in che<br />

diamine mi stavo cimentando,<br />

alla sera della la prima tappa,<br />

passo davanti al tendone<br />

medico e vedo 2 giovanotti,<br />

pure assai carini, sdraiati sui<br />

lettini: braccio destro teso,<br />

una cannuccia che vi entra e<br />

all’altro capo della cannuccia<br />

una bella sacca di soluzione<br />

salina ... Spero di non finirci<br />

io su quel lettino !<br />

Altra scena da MongoliaBike-<br />

Challenge il giorno seguente:<br />

fine seconda tappa, una tappa<br />

lunghissima di 126 km su<br />

sabbia, terra infima, toule<br />

onduleé che pare di pedalare<br />

su un martello pneumatico e<br />

vento contrario a 90 km/h, il<br />

tutto così tosto che si raddoppiano<br />

le distanze e si moltiplicano<br />

le fatiche, per non dire<br />

della temperatura a 38 gradi.<br />

Il giovanotto che supera lo<br />

striscione dell’arrivo davanti a me, dopo un po’ si ferma intontito<br />

e si lascia andare: oggi lettino aggiudicato a lui ! Chi gli sta<br />

intorno si affretta a togliergli abiti e altri elementi costrittivi e lo<br />

“innaffia”. Parte una reazione shock e il corpo del ragazzo prende<br />

a sbattere: come colto da epilessia sobbalza, come avesse le<br />

dita nell’alta tensione è tutto scosso, sbatte, trema e finalmente<br />

si calma e si riprende come se nulla fosse...<br />

Uhelà giovanotto: gran bella tappa oggi néh ?!!<br />

Non bastasse il deserto, nei giorni successivi anche una delle<br />

tappe di montagna sarà annullata, in questo caso per via della<br />

neve scesa morbida, fredda e copiosa durante la notte.


D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S<br />

Quella mattina dell’ottava tappa, il risveglio ale 5 tra i brividi con<br />

uno straterello di verglas sull’esterno del sacco a pelo e sulle pareti<br />

interne della tenda e 5 cm di neve a coprire tutto il campo ha<br />

fatto levare un augurio di “Buon Natale” in tutte le lingue del globo<br />

terracqueo: davvero spettacolare anche questo ragazzi miei !<br />

Molti mi chiedono come ci lavavamo: ho già detto che nel campo<br />

c’erano le tendine per le docce, montate in men che non si dica<br />

dall’operosa equipe mongola e alle quali si pompava acqua con<br />

un generatore. Quindi c’era sempre la possibilità di una doccia,<br />

ma nel deserto, con quelle raffiche agguerrite di vento, appena<br />

riaprivi la tenda per uscire ancora bagnata ovviamente:<br />

“SLHAAFFF!” secchiate di sabbia incollate addosso e cotolette<br />

impanate giganti dalla forma umana si aggiravano nel campo.<br />

Oppure in montagna: io c’ho tentato di fare la doccia, ma avete<br />

presente quei geloni che vi pigliano la fronte quando mangiate<br />

veloci il gelato ? Ecco, messa la testa sotto la doccia, succedeva<br />

che tutta la faccia, il collo, il cranio, le orecchie, gli occhi venivano<br />

bloccati in una morsa di ghiaccio: paralizzata e senza fiato, lanciavo<br />

lontano lo spruzzino della doccia come fossi Tarzan contro<br />

un pitone belligerante e uscivo veloce ad asciugarmi sperando<br />

che i capelli non mi diventassero stalattiti trasparenti. Benedette<br />

salviettine umidificate in quei giorni!<br />

Per quanto riguarda il cibo, era ottimo ed abbondante, cosa per<br />

altro stupefacente in quelle lande desolatissime senza vita per<br />

centinaia e centinaia di km: complimenti all’organizzazione e ai<br />

cuochi mongoli. Non mancavano mai pasta, riso, carne, verdure<br />

quindi sempre si reitegravano quelle 5000 kcalorie buttate fuori<br />

ogni tappa, ma un po’ per le condizioni meteo di sbalzi caldofreddo,<br />

un po’ perché il fisico è già affaticato e non ha grandi forze<br />

per la digestione, un po’ perché i condimenti non sono i nostri<br />

tradizionali, bisogna stare attenti a quanto e come si mangia altrimenti<br />

dissenteria e vomito colpiscono duro. In gare come queste<br />

la reintegrazione è fondamentale altrimenti si finisce come i<br />

giovanotti sui lettini del medico: insomma, questo Mongolia Bike<br />

Challenge non è uno scherzo, nulla va preso sotto gamba.<br />

Io dal canto mio, ho faticato come un asino, come dentro una<br />

centrifuga senza ammorbidente per 10 giorni, ma non ho mai<br />

smesso di credere che poteva essere il mio momento, che se<br />

avessi ponderato bene tutto e la fortuna mi aiutava un po’ (non<br />

ho mai avuto il minimo problema né fisico, né alla bici) potevo<br />

essere la prima donna della prima edizione di questa gara: così<br />

è stato, evviva !<br />

Son riuscita a tener duro mentalmente perché son sempre sta-<br />

ta al comando della classifica e quando regge la testa, anche il<br />

fisico non molla: mi son ritrovata addosso una forza ed una energia<br />

che non sapevo di avere. Non sentivo dolori, non sentivo né<br />

caldo nei 38 gradi del deserto, né freddo nell’attraversare i tenti<br />

fiumi in montagna; son caduta 3 volte e mi son rialzata come un<br />

missile tornando in sella senza accorgermi delle ferite e delle<br />

botte che poi emergevano in lividi blu. Eppure non sentivo nulla<br />

di negativo talmente era l’entusiasmo, l’adrenalina e l’energia:<br />

mai successo prima.<br />

Quello che mi porto a casa dal Mongolia Bike Challenge, al di<br />

là della fatica e oltre agli spazi e ai cieli incommensurabili è che<br />

se anche vi sentite come dei lillipuziani di fronte a Gulliver, se<br />

pensate di non esserne in grado o all’altezza, di non essere è più<br />

in tempo per certe cose (io ho 43 anni e non ho mai gareggiato),<br />

non fermatevi, non ascoltate le voci dei vostri detrattori: balzate<br />

in sella e pedalate dritti al cuore del vostro desiderio con ottimismo<br />

e certezza del successo. E quando vivrete ciò che avete<br />

tanto desiderato, un senso di profonda gratitudine e gioia permeerà<br />

ogni cosa.<br />

Chi è Stefania Valsecchi:<br />

Lecchese DOC, laureata in filosofia, esperta di Marketing, divoratrice di libri<br />

e grande appassionata di Sci alpinismo, Mountain Bike e sci, Stefania si<br />

distinse nel 2007 per due straordinarie avventure. 1000 km in Tibet e il giro<br />

del massiccio del Monte Bianco, entrambi i tour in Mountain Bike.<br />

L’avrete probabilmente già vista su Rai Tre e in qualche sua effervescente<br />

serata, o magari sulle strade del lecchese mentre si allena assiduamente.<br />

25


MTB traversata delle Dolomiti<br />

26<br />

Azzurro il cielo sopra Arco di Trento: esordio vincente per questa<br />

traversata delle Alpi in bike fino in Germania! 5 Agosto 2009:<br />

davanti a noi più di 400 km e più di 11.000 mt di dislivello di<br />

vallate verdeggianti e alture rocciose, perciò bando alle ciance e<br />

pigiamo sui pedali. Con Valentino e Stefano attacchiamo subito<br />

la “via crucis” quotidiana verso il nord procedendo in direzione<br />

San Giovanni in Monte nella Val di Lomasone. Rapportino<br />

iper agile per questa bella sterrata-acciottolata immersa nei<br />

vigneti e in breve davanti a noi l’enormità del Garda che, senza<br />

confini com’è, pare più il Mediterraneo che un “semplice” lago.<br />

Punteggiato dai mille coriandoli delle barche a vela ci distoglie<br />

dalla fatica fino ai 1.000 mt. del bel paesino di San Giovanni da<br />

dove pascoli morbidi ci conducono a Vigo di Lomaso, finestra<br />

con vista sulle Dolomiti di Brenta: ragazzi che palcoscenico e<br />

che maestoso anfiteatro!<br />

Da qui ci attende la discesa bellissima su Ponte delle Arche:<br />

mi piace tremendamente la mountainbike perché in sella e<br />

lei le montagne non son più barriere, ma rampe di lancio per<br />

entusiasmanti voli!<br />

Da Ponte delle Arche avanziamo su strada fino a Stenico per<br />

andare ad imboccare la Val d’Algone. La risaliamo dolcemente<br />

per una dozzina di km nel bosco: è popolata da brulicanti ragazzini<br />

e donzelle in braghette blu e foulard rigati al collo indaffarati a<br />

segare rami che intrecciano e legano; innalzano palafitte sul<br />

torrente, costruiscono velieri e galeoni pirati, alberi maestri con<br />

tanto di bandiere teschiate... Ma quante ne inventano ‘sti scout<br />

per stare in vacanza ? Pare di essere in un set hollywoodiano e<br />

D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S<br />

di Stefania Valsecchi<br />

accompagnati da tanto divertente agitarsi giungiamo all’Albergo<br />

Brenta, ultima possibilità di ristoro prima di accedere al passo<br />

Bregn de L’ors.<br />

Arrivati ai 1800 mt del valico, la sosta per godere del panorama è<br />

d’obbligo: a ovest il massiccio dell’Adamello e i suoi ghiacci; a est<br />

le vette del Brenta e i suoi pinnacoli. Penetra nell’animo questo<br />

“contrastante-equilibrio” tra il verde luminoso dei prati, i bizzarri<br />

giochi d’ombra delle rocce, il ghiacciato smeraldo dei laghi...<br />

E così trasognanti le ruote di nuovo diventano ali per planare sul<br />

laghetto di Valagola e poi giù ancora veloci fino a Sant’Antonio<br />

di Mavignola dove in un confortevole e lindo B&B ha termine la<br />

prima tappa dopo 65 km e 2700 mt di dislivello.<br />

Anche il secondo giorno il sole la fa da padrone e attraverso<br />

una ciclabilissima mulattiera fra conifere giungiamo nella<br />

caratteristica piazzetta di Madonna di Campiglio per una dolce<br />

seconda colazione.<br />

Saliamo ai 1700 mt. di Campo Carlo Magno e tra i prati color<br />

menta dei campi da golf si apre una sterrata di servizio che in una<br />

dozzina di km di entusiasmante discesa giunge fino a Dimaro.<br />

Tenendo il fiume Noce alla nostra sinistra e procedendo fra i<br />

boschi, giungiamo a Malé (quota 700 mt circa) da cui parte il gran<br />

premio della montagna odierno: risalita di tutta la Val di Rabbi<br />

fino al Rifugio Lago di Corvo che sta a pochi metri dal Passo di<br />

Rabbi che ci collegherà alla Val d’Ultimo. Qui ci sorge un piccolo<br />

problema accompagnato da un certo sconforto perché nonostante<br />

le 5 cartine che mi porto appresso, mi mancano proprio i km<br />

finali della tappa odierna perciò non sappiamo bene a che quota


28<br />

MTB traversata delle Dolomiti<br />

dobbiamo arrivare, che fatica dobbiamo fare. Chiediamo ad un<br />

signore gentile che con un largo sorriso ci risponde: “oooh lassù<br />

sarà a più di 3000 metri! Forse 3300...Ci son andato da bambino,<br />

ma è lontano èh; mica ci arrivate oggi... con le bici poi non ci<br />

arrivate proprio! Dovete lasciarle qui!” e ridicchia.... A Stefano<br />

e Valentino sale anche un po’ di nervosismo nei miei confronti<br />

quale organizzatrice dell’itinerario... ma a me mica mi convince il<br />

tipo ! Sono certa che quando ho studiato il percorso, non c’erano<br />

affatto quote così elevate e difficoltà alpinistiche, quindi richiedo<br />

ad un altro buon uomo che più concretamente ci dice che il rifugio<br />

è attorno ai 2400 mt: sia lodato il cielo! Rianimati dalla buona<br />

novella riprendiamo vigore e da Cavallar, ultimo paesino della Val<br />

di Rabbi, attacchiamo la bella salita al rifugio pedalabilissima fino<br />

a quota 2300 mt. sebbene le pendenze ci fan pensare di avere i<br />

freni tirati. Gli ultimi 100 mt di dislivello bisogna invece scendere<br />

e spingere, ma il rifugio appena là sopra e le bellezze tutt’attorno<br />

rendono piacevole anche questa mezz’oretta. Attendiamo il<br />

tramonto ai 2500 mt. dei Laghi di Corvo, luogo già di suo davvero<br />

delizioso che diventa un sogno quando “l’enrosadira” ridipinge<br />

lo scenario coi suoi pastelli: tutto diventa d’oro, poi si fa color<br />

pesca, ma un attimo dopo il carminio prende il sopravvento fin<br />

quasi al violetto e si resta li, occhi sganai come in estasi, finché<br />

il sole cala dietro le alture. Bellissime le serate nei rifugi d’alta<br />

quota e scopriamo che questo ai Laghi di Corvo originariamente<br />

venne costruito come piccolo riparo ai confini del cielo da un<br />

gruppetto di ragazzotti per nascondersi e sfuggire al primo<br />

conflitto mondiale.... incredibile ! Passarono quassù a 2400<br />

mt alcuni anni nascosti al mondo, quindi anche alcuni lunghi e<br />

rigidissimi inverni: e noi che ci lamentiamo per qualche ora in più<br />

al lavoro che ci toglie tempo alle pedalate !<br />

Il mattino seguente partiamo presto per godere dell’alba al passo<br />

di Rabbi ed in effetti valeva proprio la pena: e chi vorrebbe mai<br />

lasciare bellezze simili. La discesa fino a Merano è lunga ben<br />

45 km: vi lascio immaginare lo spasso! Tornati nella civiltà ne<br />

approfittiamo per cambiare le pastiglie del freni, lavare bene gli<br />

ingranaggi, oliare le catene, comprare un paio di camere d’aria e<br />

D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S<br />

poi via verso il Passo del Giovo che è la nostra sommità odierna<br />

e stavolta per raggiungerlo ci tocca fare alcuni km su asfalto. La<br />

cosa si rivela comunque simpatica perché ingaggiamo competitive<br />

sfide con i “cugini scarsi” stradisti che si concludono in cima con<br />

un tripudio di shakertorte, strudel, krapfen, birra e speck ! Voliamo<br />

su Vipiteno a conclusione tappa dove ci raggiungono Armando e<br />

Simone per gli ultimi 3 giorni. Resto sbalordita dagli zaini che si<br />

son portati appreso i due: mica possono pedalare con in spalla<br />

‘ste zavorre! Perciò li svuoto sul letto e comincio la cernita:<br />

“questo si, questo no...” fino a dimezzare il peso. Ma Armando si<br />

intestardisce, non vuole lasciare alcune cose e soprattutto non<br />

vuole mollare l’imponente porta pacchi che ha montato sul retro<br />

andando a pesare esageratamente anche sul forcellino.... Non<br />

c’è verso di far cambiare idea ad Armando quindi lascio perdere<br />

concludendo semplicemente con un perentorio: “Miseria! Domani<br />

saremo fermi...”. Ma mica pensavo ad un tale disastro ! Nel primo<br />

accenno di discesa ormai in territorio Austriaco tengo Armando<br />

davanti a me curato a vista perché lo zaino sul portapacchi lo<br />

sbalestra a manca e a destra: guardingo cerca di saltare un<br />

sasso in mezzo al sentiero, ma come la ruota posteriore ritocca<br />

il terreno... CRAAAAACKKK ! Rumore infernale, deragliatore e<br />

pacco pignoni vengono fagocitati dalla ruota posteriore, il telaio<br />

cede, Armando ruzzola a terra: ma che è sto tsunami ?!<br />

Il forcellino fatto a pezzi: tutto ha ceduto.... Ci sta un “l’avevo<br />

detto” con forte incazzatura ? Certo che si, ma siamo in vacanza...<br />

Tiriamo fuori tutta l’attrezzistica disponibile e qualche ricordo<br />

dal “Manuale delle Giovani Marmotte” per giuntare la catena,<br />

assemblare e bloccare il forcellino, smontare quel catafalco<br />

del portapacchi... Intanto ovviamente ci raggiunge il temporale,<br />

ma per fortuna è tutta discesa e precariamente approdiamo a<br />

Mayerhoffen (non prevista nel tour) dove Armando abbandona<br />

e saluta la propria inutilizzabile bici e ne noleggia una per<br />

concludere la traversata.<br />

Il giorno successivo partiamo col cielo terso e la Zillertal ci<br />

accoglie splendida nel suo abito da festa, ma al Geiselmjock ci<br />

sorprende qualche fulmine e accanto al recinto delle mucche<br />

sento scossette di elettricità pure... nella mia bici ! Sarà che è<br />

tutta in carbonio, sarà che siam vicini ai fili elettrici, ma scendo<br />

al volo e la mollo lì dov’è per lo spavento ! Passato l’allarme e<br />

tornato il sole, scendiamo la lunghissima Zillertal e risaliamo ad<br />

Achensee già assai vicini al confine teutonico.<br />

Le vette dolomitiche ed alpine sono ormai alle spalle: domani<br />

entreremo in foresta nera, i paesaggi cambieranno, ma<br />

soprattuto diverse saranno le pendenze. Così pensiamo di fare<br />

una sola tappa fino a Monaco perchè anche se lunga, ha un<br />

bel fondo ciclabile, non ha grossi dislivelli e noi ci sentiamo dei<br />

leoni. Tuttavia l’indomani ci rincorrono nuvoloni neri: riusciamo<br />

a raggiungere il Tagernsee ma ad un certo punto la pioggia<br />

si fa torrenziale perciò ad una cinquantina di km da Monaco,<br />

carichiamo le MTB sul treno e comodamente ronfando arriviamo<br />

nella grande città ugualmente felici. Domani penseremo al treno<br />

per il rientro in Italia e ... alla prossima avventura ciclistica !


D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S<br />

TAPPE:<br />

DATA Partenza Arrivo Km Dislivello<br />

5 agosto Arco di Trento Sant’Antonio Mavignola 65 2700 mt<br />

6 agosto Sant’Antonio Rif. Laghi di Corvo 55 2380 mt<br />

7 agosto Rif. Laghi Corvo Vipiteno 115 1900 mt<br />

8 agosto Vipiteno Vorderlanersbach 85 2050 mt<br />

9 agosto Vorderlanersbach Achensee 64 1620 mt<br />

10 agosto Achensee Tagernsee 67 550 mt<br />

11 agosto rientro in treno in italia<br />

totali: km 451 11.200 mt<br />

12 agosto: poiché ad Arco di Trento non c’è stazione ferroviaria, siamo arrivati a Rovereto e per rientrare ad Arco sono 35 km e<br />

300 mt di dislivello.<br />

Queste tappe si possono ovviamente spezzare e rendere più abbordabili. Noi le abbiam fatte così perché avevamo solo quei<br />

giorni a disposizione.<br />

CARTOGRAFIA:<br />

KOMPASS 1:50.000 – tavola n°. 73 GRUPPO DI BRENTA<br />

KOMPASS 1:50.000 – tavola n°. 095 VAL DI SOLE – PEJO E RABBI (quella che a me mancava)<br />

KOMPASS 1:50.000 – tavola n°. 53 MERANO<br />

KOMPASS 1:50.000 – tavola n°. 44 STERZING / VIPITENO<br />

KOMPASS 1:50.000 – tavola n°. 27 ACHENSEE<br />

KOMPASS 1:50.000 – tavola n°. 37 ZILLERTALER ALPEN – TUXER ALPEN<br />

Io ho usato queste della KOMPASS perché son le più facili da trovare da noi, ma non sono le migliori. Se si trovano, son assai<br />

preferibili quelle della TABACCO di Tavagnacco (Udine).<br />

Rifugi, ristori, B&B: ce ne sono quanti ne volete su tutto il percorso: noi non li abbiamo prenotati perchè di giorno in giorno si<br />

vedeva dove avevamo voglia e forze per arrivare.<br />

NELLO ZAINO:<br />

una divisa da bici di cambio oltre quella indossata. Pantaloni lunghi in caso di freddo e per la sera; giacchina antivento;<br />

un pile leggero; guanti; pila frontale; mantella antipioggia; berretta o fascia per la testa. Attrezzo multiuso comprensivo di<br />

smagliacatena; schiuma anti foratura; una camera d’aria. Burrocacao e crema sole.<br />

Io non ho portato integratori di nessun tipo per stare il più leggera possibile. Acqua ce n’è a volontà su tutto il percorso e<br />

mangiando adeguatamente si reintegra quanto si perde durante lo sforzo.<br />

MTB:<br />

io ho usato la mia SCOTT SPARK 10 FULL SUSPENDED e tendenzialmente per divertirsi di più su questi percorsi è preferibile<br />

una full. Tuttavia 3 dei miei compagni di viaggio avevano delle front senza pretese, piuttosto pesanti e meccanicamente modeste,<br />

ma si son divertiti lo stesso.... inconveniente a parte di Armando per la sua testardaggine !<br />

29


D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S<br />

Il Tor des Géants, una gara unica<br />

da sinistra: Alessandro Crippa, Mario Sala, Corrado Alberti, Giovanni Pozzi<br />

Il Tor des Géants è la prima ed unica gara che unisce la lunga<br />

distanza all’individualità del corridore, non sono imposte<br />

dall’organizzazione tappe forzate, vince chi impiega meno<br />

tempo gestendosi i riposi e le fermate ai ristori.<br />

Il Tor des Géants è la prima gara di questo genere che<br />

coinvolge una regione intera, lungo i suoi bellissimi sentieri<br />

ai piedi dei più importanti 4000 delle Alpi ed attraverso il<br />

Parco Nazionale del Gran Paradiso e quello Regionale del<br />

Mont Avic. Tutte queste peculiarità fanno di questa corsa<br />

una gara unica ed inimitabile.<br />

intervista a Alessandro Crippa<br />

Svoltosi dal 12 al 19 settembre<br />

2010 con partenza da<br />

Courmayeur alle ore 10:00 di<br />

domenica 12 settembre e tempo<br />

massimo fino alle ore 16:00 di<br />

sabato 18 settembre, la gara ha<br />

330 km di sentieri alpini, 24.000<br />

metri di dislivello positivo, 34<br />

comuni coinvolti, 25 colli al di<br />

sopra dei 2.000 metri, 30 laghi<br />

alpini, 2 parchi naturali, da 300<br />

a 3.300 metri di altitudine, 7 basi<br />

vita, 43 punti di ristoro.<br />

Su un percorso così non è solo la<br />

prestanza fisica e l’allenamento<br />

che vengono fuori ma tanti altri<br />

aspetti legati alla condivisione<br />

di una passione, di uno sport,<br />

con momenti di solidarietà che<br />

sono parte integrante della gara.<br />

Così i concorrenti procedono<br />

in gruppetti per sostenersi e<br />

spronarsi reciprocamente quando<br />

la crisi potrebbe minare la<br />

motivazione a proseguire. Faticoso<br />

e fondamentale è anche il lavoro<br />

dei molti volontari, che di notte e<br />

giorno, si alternano per garantire<br />

senza soluzione di continuità cibo<br />

sempre disponibile e caldo e i<br />

servizi sempre pronti per offrire<br />

ai trailer ogni supporto. Il servizio<br />

medico, presente in ogni base<br />

vita con diversi addetti volontari,<br />

non rileva nulla di significativo,<br />

salvo molti massaggi per aiutare<br />

il recupero delle contratture<br />

muscolari. Il disturbo più frequente<br />

è rappresentato da vesciche e<br />

abrasioni ai piedi, mentre nessuno tra i concorrenti in gara<br />

mostra segni di disidratazione o problemi di alimentazione errata,<br />

segno di buona esperienza e abitudine a prestazioni sulle lunghe<br />

distanze. 179 i concorrenti regolarmente classificati (dei quali 14<br />

donne) sui 310 partiti.<br />

Vincitore il meranese Ulrich Gross, è arrivato alle 18 e 27 di<br />

mercoledì 15 settembre, dopo 80 ore 27 minuti e 23 secondi<br />

(ovvero dopo 3 giorni e 8 ore). A fargli compagnia sul gradino più<br />

alto del podio femminile è Annemarie Gross, una sua “stretta”<br />

conoscenza visto che si tratta della sorella. Come dire che il<br />

31


32<br />

Il Tor des Géants, una gara unica<br />

DNA non è poca cosa. Anche perché c’è mancato davvero poco<br />

che la ragazza non salisse sul podio della classifica generale.<br />

Annemarie, infatti, oltre a vincere la gara femminile, si è<br />

assicurata con il tempo di 91:19:13 un 4° posto assoluto davvero<br />

eccezionale. Com’era nelle previsioni in questa assoluto tour<br />

de force molto ha contato la gestione dei “riposi”. Si sapeva fin<br />

dall’inizio che i migliori avrebbero giocato tutto sulla riduzione<br />

delle ore di sonno. Una cosa che Ulrich Gross ha sfruttato<br />

al massimo dormendo (se così si può dire) in questi 3 giorni<br />

e poco più di gara solo 1 ora e mezza in tutto! Un’esperienza<br />

difficilmente immaginabile per un “umano”.<br />

Abbiamo chiesto ad Alessandro Crippa, di Barzanò, di dirci<br />

come è andata. Il tempo massimo per concludere la prova<br />

era di 150 ore.<br />

Tor des Geants è il primo endurance trail in unica tappa della lg.<br />

Di 330 kms. con un dislivello positivo di mt. 24.000 attraverso le<br />

due Alte Vie della Val d’Aosta.<br />

Ho deciso di iscrivermi non appena ho visto il percorso un anno<br />

prima del via della gara per paura di non essere ammesso<br />

nell’elenco iscritti.<br />

La voglia di mettermi alla prova era così grande che mi sono<br />

praticamente allenato per 12 mesi pensando a quel traguardo.<br />

D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S<br />

Finalmente il giorno 12 settembre ero a Courmayeur con altri<br />

330 temerari pronti a correre per 150 ore, limite massimo per<br />

concludere la gara.<br />

Pensando di essere partito con calma, sono invece arrivato alla<br />

prima base vita, dopo circa 47 Kms. molto affaticato, con nausea<br />

e tremolio da febbre. Quindi ho deciso di dormire un’oretta con<br />

un po’ di perplessità se fosse stato opportuno proseguire la<br />

gara.<br />

Nel frattempo 3 amici brianzoli mi raggiungono e al mio risveglio,<br />

con loro, decido di continuare perché la mia condizione fisica è<br />

nettamente migliorata.<br />

Ora, l’attitudine che ho rispetto alla corsa è di arrivare senza<br />

pensare a classifica e tempo di percorrenza.<br />

Il tempo peggiora in pochissimo; alla partenza da questa prima<br />

base vita grandina e nevischia ai passi alti, ma il correre con gli<br />

altri mi fa passare velocemente la notte.<br />

Il mio umore migliora così come il tempo si rasserena e mi<br />

permette di godere dei bellissimi panorami offerti da questi valli<br />

come si possono vedere sulle migliori riviste:ghiacciai vivi, laghi,<br />

baite alpine che mi fanno pensare a come sarebbe bello poter<br />

passare più tempo in questi posti incantevoli.<br />

I 5 giorni passano velocemente, anche se il ritmo tenuto è<br />

abbastanza incalzante: 15/16 ore di cammino giornaliero con<br />

tappe di 5/6 ore di cui solo un paio per dormire.<br />

Per tutta la durata della gara mi sono chiesto come gli organizzatori<br />

avessero fatto per offrire ai concorrenti un’assistenza ineccepibile<br />

come quella ricevuta. 7 basi vita che erano palestre attrezzate<br />

ad albergo con docce, letti e mensa; ristori che avrei voluto<br />

godere con molta più calma per le specialità che offrivano, gente<br />

calorosa che ci ha sostenuto durante tutto il percorso sia di notte<br />

che di giorno.<br />

E’ stata per me un’impresa resa possibile dalla preparazione<br />

fisica, ma soprattutto dalla testa. Mi sono reso conto che<br />

la condizione mentale è fondamentale per poter ottenere il<br />

risultato aspettato molto più della resistenza. Sono state infatti la<br />

convinzione e la determinazione che mi hanno fatto arrivare al<br />

traguardo in 124h e qualche minuto.


C ASSIN, A UN ANNO DALLA MORTE<br />

ci ha lasciato ormai da un anno<br />

ma tutti a Lecco continuano ad avere nel cuore<br />

il grande Riccardo Cassin<br />

È scomparso esattamente in una calda giornata del 6 agosto<br />

del 2009, ai piedi delle montagne che lo avevano avvicinato<br />

alla sua immensa passione per l’alpinismo. Dai Piani Resinelli<br />

colpì con un dolore imprevedibile la notizia che il leggendario<br />

alpinista lecchese aveva abbandonato per sempre coloro che<br />

ancora avevano la fortuna di frequentarlo o che, in ogni modo,<br />

rimanevano sempre in attesa del racconto dei suoi commoventi<br />

ricordi.<br />

Ancora una volta Cassin ha voluto portare a termine un’impresa,<br />

quella più importante di ogni esistenza, il compimento della vita,<br />

nella maniera assoluta, che non lascia dubbi sulla sua completezza.<br />

Il traguardo dei suoi cento anni sembra proprio che l’abbia<br />

voluto marcare anche con alcuni mesi di sovrappiù: anche questo<br />

doveva far parte del suo carattere, allo stesso modo con cui tutto<br />

quello che portava a termine in montagna non veniva mai oscurato<br />

da nessuna esitazione, da nessun sotterfugio. In lui abbiamo sempre<br />

riscontrato l’onestà che appartiene alle persone della più genuina<br />

semplicità: pur nella grandezza che, come alpinista, gli è stata<br />

riconosciuta nell’ambiente internazionale, non abbiamo mai visto in<br />

Cassin la boria del superuomo, la smania dell’auto-esaltazione.<br />

Non è solo per le sue grandi conquiste sulle storiche pareti che<br />

ormai tutti conoscono, che la sua morte ha lasciato un rimpianto<br />

tanto forte, ma nello stesso tempo sereno.<br />

A rappresentare questo rimpianto, si è espressa a Lecco la collettività<br />

del mondo istituzionale, unitamente agli amici cui Riccardo<br />

rimarrà perennemente nella memoria come leggendario alpinista e<br />

come uomo di estrema modestia e di grande affabilità.<br />

Nelle cerimonie che hanno celebrato questo primo anniversario<br />

della sua morte, abbiamo assistito ad una partecipazione commossa<br />

e commovente dei suoi cari, dei suoi tanti amici ed ammiratori,<br />

delle autorità rappresentative delle istituzioni lecchesi e delle cariche<br />

importanti del Club Alpino Italiano. Non poteva essere diver-<br />

di Renato Frigerio<br />

samente, se di lui, in questa occasione, hanno manifestato i più<br />

forti sentimenti di stima personaggi come il Presidente Generale<br />

del C.A.I. Umberto Martini, il Sindaco di Lecco Virginio Brivio e il<br />

Presidente della Provincia Daniele Nava, editorialisti della stampa<br />

nazionale come Erri De Luca.<br />

Tutto questo viene a confermare che la stima e l’amore per Cassin<br />

non si sono fermati ai giorni seguiti immediatamente alla sua<br />

scomparsa, quale l’emblematica mostra allestita dalla fondazione<br />

Cassin “100x100 Cassin – Parole Semplici”. La società lecchese<br />

non può sentirsi soddisfatta di quello che è stato fatto nei momenti<br />

più sensibili della triste notizia: Lecco vuole attestare a Riccardo<br />

Cassin una celebrazione di cui non vediamo la fine e che si prolunga<br />

intanto nella intitolazione della sezione del C.A.I. di Lecco al<br />

suo nome glorioso, nella decisione annunciata da Daniele Nava di<br />

dedicare a lui il primo piano del palazzo di corso Matteotti, sede<br />

dell’Amministrazione Provinciale.<br />

Ma forse più importante di tutto è che il mondo alpinistico lecchese<br />

continui ad ispirarsi al mitico Riccardo e alle sue più amate montagne,<br />

come sembra abbiano voluto indicare, come omaggio a Cassin,<br />

i giovani alpinisti lecchesi – Marco Anghileri, Michele Mandelli,<br />

Stefano Valsecchi, che in due notti e un giorno hanno ripetuto, in<br />

concatenamento, le sue storiche vie dalla Medale, alla Grignetta<br />

e al Grignone. Un omaggio che è giusto ora ricordare, quasi per<br />

rivedere ancora una volta come in un filmato d’epoca, le prodezze<br />

di un giovane Riccardo Cassin: Corna di Medale, Torre Costanza,<br />

Torrione Palma, Sasso Carbonari, Sasso Cavallo, Pizzo d’Eghen.<br />

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