ITINERARIO - DF Sport Specialist

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ITINERARIO - DF Sport Specialist

uomini e sport

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Inverni Ad Alta Quota

di Simone Moro | pag. 4

Grande Evento Sul Grignone, Inaugurato Il Bivacco Riva-Girano

di Sergio Longoni | pag. 8

Una Baita Sul Grignone Conquista L’emigrante Venuto Dal Sud

di Paolo Fiocchi | pag. 10

Le Prospettive Agonistiche Dello Snow

di Cesare Pisoni | pag. 12

Proposte Per Freeriders Avventurosi

di Riky Felderer; Cesare Pisoni | pag. 14

Kilian Burgada

di ASD Falchi | pag. 18

Mtb Mongolia Bike Challenge

di Stefania Valsecchi | pag. 22

Mtb Traversata Delle Dolomiti

di Stefania Valsecchi | pag. 26

Cassin, A Un Anno Dalla Morte

di Renato Frigerio | pag. 30

Il Tor Des Géants, Una Gara Unica

intervista ad Alessandro Crippa | pag. 31

Supervisione:

Sergio Longoni

In redazione: Daniela Longoni, Fabio Palma

Collaboratore: Renato Frigerio

Per mandare notizie o proposte articoli

info@df-sportspecialist.it soggetto: UOMINI&SPORT

oppure

DF SPORT SPECIALIST

Redazione Uomini&Sport

VIA FIGLIODONI 14

23891 BARZANO’ ( Lc)

Numeri arretrati su

www.df-sportspecialist.it

in copertina:

FREERIDE. Foto archivio DAINESE

uomini e sport

INDICE


EDITORIALE

Ecco il secondo numero di Uomini&Sport,

che sarà una rivista trimestrale e che, come annunciato

già nel primo editoriale, sarà una rivista che tratterà tutti

gli Sport, cercando anche di scavare nelle storie sportive

del nostro territorio. Abbiamo la fortuna di avere

tanti Testimonials e amici in tutti gli sport, ma dovrete

anche essere voi lettori a stimolarci con proposte di

nuovi articoli, idee e curiosità. Nel frattempo ci stiamo

organizzando per costruire rubriche strutturate, che

recuperino articolo storici e che siano tempestive nello

scoprire lo sport lombardo.

Come vedete, siamo già cresciuti, raddoppiando le

pagine, e il primo numero, letteralmente volatilizzatosi,

è naturalmente disponibile sul nostro sito.

Vi invito alle nostre serate, quando leggerete queste

righe avremo già ospitato il leggendario Doug Scott, un

alpinista inglese che con Messner e Bonington ha scritto

la storia dell’alta quota degli anni ’70. Il 18 Novembre a

Sirtori avremo Kilian Burgada, campione del mondo di

scialpinismo e dominatore dello skyrunning,fuoriclasse

che conoscerete meglio con questa numero. Poi il 25

Novembre a Lissone, Franco Gionco presenterà una

nuova serata con fotografie bellissime delle Alpi e della

Norvegia e il suo nuovo libro, accompagnato dal Presidente

del comprensorio sciistico della Paganella il quale

omaggerà i presenti con giornalieri per gli impianti

sciistici , accompagnati dalla degustazione di prodotti

tipici del Trentino. E noi non mancheremo di completare

il tutto con un buon bicchiere di vino e piatti di

buoni assaggi.

Sergio Longoni


Inverni ad alta quota

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D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S

di Simone Moro

Sono oltre 20 anni che Simone Moro è testimnial del cammino di Sergio Longoni, prima con la Longoni sport, poi

con Sport Specialist.

Ed ecco il perché: Simone è uno dei più forti Himalayisti al mondo, e vanta un curriculum davvero entusiasmante, che non è

corso dietro la collezione degli 8000 ma piuttosto la ricerca di salite innovative.

LHOTSE (2 volte) – SHISHA PANGMA (2 volte) - EVEREST (3 volte) – CHO OYU – BROAD PEAK - VINSON in Antartide, 5

vette di oltre 7000 metri in Pamir, Thien Shan e Nepa e molte altre vette di 6000 e 5000 metri. E, nel 2009, la prima invernale

del colossale Makalu, insieme a Denis Urubko


Ho appena finito di passare la seconda notte in una portaledge,

l’amaca rigida che si usa in alpinismo ed in arrampicata laddove

non esiste la possibilità di piazzare una tenda o un bivacco comodo.

Non sono su nessuna parete alpina o Himalayana, ma

appeso a 30 metri da terra su una delle più alte strutture di Oslo.

E’ un’iniziativa commerciale del mio sponsor principale in occasione

dell’opening di uno store monomarca nella capitale Norvegese.

E’ curioso e buffo vedere la gente che cammina nel centro

della città e si ferma col naso all’insù per guardare questa strana

tendina sospesa e chi c’è dentro. Essendo posizionata sulla

verticale del negozio che aprirà stamattina richiama decisamente

l’attenzione anche sulle vetrine sottostanti piene di prodotti e

fotografie d’avventura dello stesso brand. Tra poco scenderò da

qua ed entrerò nel negozio per la cerimonia di apertura ma avendo

a disposizione ancora qualche minuto ho deciso di scrivere

questo pezzo.

Ciò che mi aspetta tra 3 mesi esatti sarà decisamente diverso e

molto più autentico di questo comodo bivacco urbano. .. Partirò

infatti per la mia ennesima (undicesima) spedizione invernale

e questa volta l’obbiettivo sarà il Gasherbrum 2, in Karakorum,

Pakistan, con l’intento di realizzane la prima scalata di sempre

nella stagione fredda. Il 21 dicembre di ogni anno inizia astronomicamente

la stagione invernale e come sempre si è usato e

rispettato nel mondo alpinistico, si aprirà la stagione che per 3

mesi offrirà la possibilità a chi ne è capace e ne è intenzionato,

di realizzare la propria azione verticale invernale. Farlo sulle

Alpi ha rappresentato per decenni il simbolo di quell’alpinismo

eroico, estremo e forse irripetibile di quei grandissimi uomini ,

famosi e meno, che hanno scritto pagine indelebili di alpinismo.

Poi sono arrivati i polacchi, con Andrej Zawada, che hanno inventato

l’alpinismo invernale himalayano sugli 8000 metri e nel 1980

aprirono i “giochi” subito con l’Everest che salirono fino in vetta

il 12 febbraio di quell’anno grazie alla tenacia e all’abilità di K.

Wielicki e L Cichy. Da allora e per otto anni solo loro, i polacchi,

riuscirono a raggiungere in prima mondiale 7 delle 14 vette che

superano quota 8000. Sembravano capaci solo loro di soffrire e

combattere con la stagione più inospitale dell’anno per realizzare

i sogni gelidi e alti dell’Himalaya e quelle scalate invernali erano

divennero una loro esclusiva abilità. Dopo la salita del Lhotse

del 31 dicembre 1988 però, si interruppe questa inesorabile

collezione di prime salite mondiali invernali agli 8000 e per 17

anni più nessuno riuscì a proseguire ed evolvere in queste fredde

esplorazioni verticali. Io come tantissimi altri giovani alpinisti

avevo letto e sognato leggendo le cronache e guardando le fotografie

dell’alpinismo invernale polacco in Himalaya, nonché del

grande alpinismo precedente realizzato dai miti dell’alpinismo.

Fui decisamente ispirato come tanti altri, da queste vicende e

fu dunque per me naturale crescere applicando le regole e gli insegnamenti

appresi da chi aveva creato il mondo verticale in cui

avevo deciso di vivere. Ecco perché già alla mia seconda spedizione,

nel 1993, partii per una salita invernale in sud America

all’Aconcagua che salii in stile alpino ed in velocità in compagnia

di Lorenzo Mazzoleni. Ma quattro anni dopo non poteva non

arrivare anche il momento di una invernale in Himalaya.

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Inverni ad alta quota

Quella del Natale 1997 alla parete sud dell’Annapurna fu la mia

prima, tragica esperienza d’inverno in altissima quota, di cui sono

note le vicende riguardanti la morte di Anatoli Boukreev e del mio

rocambolesco autosoccorso e salvataggio dopo un volo di 800

metri travolto da una valanga. Incassai il colpo, riflettei molto sul

da farsi e alla fine continuai la mia carriera alpinistica mantenendo

fede ai sogni di salite invernali, traversate, nuove vie, salite

in velocità. Tornai dunque in Himalaya in inverno dopo un analoga

esperienza vittoriosa in Thisn Shan sulla montagna chiamata

Pik Mramornaiestina. Nel 2005 erano passati 17 anni dall’ultima

salita invernale di un 8000 e sembravano quasi stregate la sette

vette di 8000 metri rimanenti. Non volevano lasciarsi scalare

d’inverno e la partita rimaneva ferma al 1988 col raggiungimento

del 50% delle salite effettuate dopo il 21 dicembre.

Finalmente il 2005 fu l’anno buono. Per la prima volta nella storia

veniva salito il Shisha Pangma 8027 metri e per la prima volta

c’era un non polacco sulla cima. C’era un italiano, colui che

scrrive….

Assieme a me l’amico (polacco) Piotr Morawski. Divennero dunque

8 le cime salite d’inverno e rimanevano le ultime 6 da scalare.

Il K2, Broad Peak, Gasherbrum 1 e 2, Nanga Parbat in

Pakistan ed il Makalu in Nepal. Dopo due personali tentativi al

Broad Peak 8047 m nel 2007 e 2008 dove mi fermai a meno di

200 metri dalla cima ed altri tentativi effettuati da altre spedizioni

s altre montagne, venne la mia spedizione invernale al Makalu

del 2009. Fu una spedizione leggera e veloce come fu quella al

D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S

Shisha Pangma, ma su un ottomila decisamente più alto e difficile.

Quasi 8500 metri che da 29 anni resisteva a tutti i tentativi

di salita invernale da parte dei più noti e forti alpinisti. Tentai la

salita in compagnia di Denis Urubko, l’amico kazako con cui ho

condiviso gli ultimi 11 anni di alpinismo. In 19 giorni, sfruttando la

nostra velocità e l’approccio in stile alpino alla salita e acciuffando

al volo le prime due finestre di bel tempo, raggiungemmo la

vetta della quinta cima più alta del pianeta e chiudemmo i giochi

con le montagne Nepalesi. Anche il Makalu, la nona vetta salita

in invernale, venne annoverata tra le pagine di storia verticale

realizzate.In primavera del 2010 fu l’anno in cui salii per la mia

quarta volta l’Everest ,ma l’inverno che aveva preceduto quella

spedizione era stato un dei pochi degli ultimi anni in cui avevo

deciso di stare a casa e guardare cosa sarebbe accaduto in Karakorum

visto che c’erano due spedizioni che avevano raccolto

l’invito indiretto che le mie realizzazioni invernali avevano rilanciato

nella comunità alpinistica. Purtroppo il meteo fu pessimo

e le due spedizioni dovettero tornare a casa a mani vuote. Ora

sta per arrivare la nuova stagione fredda ed ecco perché riparto

per il Karakorum. Quei cinque 8000 aspettano ancora di essere

saliti e mi piacerebbe tanto materializzare anche in quella

catena montuosa una prima storica salita. Denis Urubko sarà il

mio compagno e Cory Richards il fotografo e cameraman che

documenterà quel tentativo. Sarà difficile, complicato, costoso e

le possibilità di riuscita saranno come sempre molto basse, ma

ricordo che lo erano anche al Shisha Pangma e al Makalu…


Simone Moro

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Grande evento sul Grignone, inaugurato il bivacco Riva-Girano

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E S C U R S I O N I S M O

di Sergio Longoni

C’erano centinaia di persone, il 26 Settembre, sulle pendici del Grignone per l’inaugurazione del bivacco voluto da Sergio

Longoni alle storiche baite dei Comolli, che sorgono a 1900 metri sul sentiero invernale che conduce alla cima. Una giornata

splendida, incastonata fra un Sabato e un Lunedì invernali, davvero un bel auspicio per il futuro del bivacco, sicuramente

utile a tutti gli amanti del montagna.

Il bivacco offrirà un appoggio ai numerosissimi escursionisti diretti in cima al Grignone o al rifugio Brioschi: uno spazio di 180 mq

attrezzato con stufa, legna, un fornello, un grande tavolo di ottima fattura, e primi generi alimentari. Tutto, insomma, anche per un

buon thè o caffè anche quando in pieno Inverno si procede fra neve alta. Cinque posti letto al piano superiore, soppalcato, in legno e

dotato di materassi, che possono ospitare 4/5 persone. Ecco il bivacco Riva-Girani, che sorge a fianco della baita dedicata alle due

figlie di Longoni, Francesca e Daniela e che da oggi offrirà ristoro agli escursionisti diretti sul Grignone dalla via invernale.

da sinistra: Sergio Longoni, Don Bruno, Silvana Longoni, Daniela Longoni

Il bivacco porta il nome di Ermanno Riva e Piero Girani. Due grandi amici

che hanno condiviso con lui momenti particolarmente felici della loro

vita. Nel discorso, un Longoni particoalarmente emozionato ha detto “Due

persone speciali, come ricordano tutti cloro che li hanno conosciuti.

Spero che le famiglie siano contente di questa dedica” ha detto Longoni

durante il commosso discorso inaugurale che ha preceduto la S. Messa.

Per l’inaugurazione, il patron di Sport Specialist ha portato lassù tutto

il team del punto vendita di Sirtori e molti altri dai vari negozi Sport

Specialist, e si è svolta anche una dura gara di mountain bike. Inoltre,

un elicottero ha permesso a numerosissime persone, con tanti viaggi, di

arrivare sul posto anche se non in grandi condizioni fisiche. Presente

anche il tradizionale rinfresco a base di ravioli, pane e mortadella

offerto a tutti gli intervenuti, oltre a vino e grappa, proprio come

accade alle serate d’alpinismo di Bevera di Sirtori. Molto toccante la

predica della messa di Don Bruno seguita con attenzione anche da

tantissimi bambini che sono saliti lungo i 1200 metri di dislivello senza

battere ciglio e portando una grande ventata di allegria.


Sergio Longoni

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UNA BAITA SUL GRIGNONE CONQUISTA L’EMIGRANTE

VENUTO DAL SUD di Paolo Fiocchi

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Per gentile concessione dell’autore, riportiamo integralmente un suo articolo che,

con il titolo “Un salernitano sulle montagne di Lecco”, è stato pubblicato sulla rivista valsassinese “Il Grinzone”. A motivo di una più evidente

coincidenza con l’articolo che in questo numero si richiama alle stesse baite “Comolli”, abbiamo solo dato un titolo diverso e modificato due

Vittorio Faiella, meglio conosciuto come Pappagone, nativo di

Cava dei Tirreni, giunse a Lecco in cerca di lavoro, come tanti

altri meridionali, alla fine degli anni 50. Aveva circa vent’anni ed

era stato chiamato da un cognato già stabilitosi in zona. Ottimo

lavoratore, non tardò a trovare un buon posto in una delle tante

officine del Lecchese. Dopo alcuni anni lasciò Lecco, per raggiungere

un fratello in Canada, dove però non riuscì ad ottenere

il permesso di lavoro. Dovette quindi rientrare in Italia a Lecco

presso la sorella. Il caso volle che trovasse il nuovo lavoro presso

l’officina di Dino Piazza, uno dei più forti alpinisti del gruppo

Ragni. Dino lo prese in simpatia e incominciò a portarlo in

montagna, dapprima come portatore e poi, visto l’entusiasmo di

Vittorio, su vere e proprie ascensioni. Non si riesce a ricostruire

il passato più che escursionistico di Vittorio, ma risulterebbe aver

semplici vocaboli.

E S C U R S I O N I S M O

fatto in Val Malenco, tra l’altro, la Nord del Cassandra: alcune

fotografie lo ritraggono, ancora giovane e biondo, su un’impegnativa

parete di roccia.

Nel frattempo molti dell’ambiente alpino lo avevano conosciuto e

l’avevano soprannominato Pappagone, dal famoso personaggio

di De Filippo, a causa del suo forte accento napoletano che non

perderà mai. La sua disponibilità e la sua simpatia gli procurarono

subito molte amicizie; fra gli altri conobbe il Sig. Comolli,

proprietario delle baite dette del “pittore”, site sul versante Sud

del Grignone a quota 1.800 circa, lungo la via invernale per la

vetta.

Pietro Comolli, ormai anziano, affidò la custodia di una delle baite

a Vittorio. Vittorio la riordinò e in breve tempo la rese abitabile:

si concretizzò così la sua passione per il Grignone.


E S C U R S I O N I S M O

La attrezzò con ogni possibile confort, giungendo a installarvi

una cucina economica, una a gas con forno e un doppio sistema

di illuminazione, a gas ed elettrico con un piccolo generatore a

benzina.

Il problema dei rifornimenti diventò importante, specialmente per

la legna da bruciare, ma Vittorio lo seppe sempre gestire con

la sua fantasia tipicamente meridionale. Essendo stato sempre

disponibile ad aiutare il gestore del rifugio Brioschi, ottenne il permesso

di usare la teleferica della vetta, che ha una sosta tecnica

alla stessa altezza delle baite, a una distanza di circa 200 metri.

Ma in caso di necessità trovava sempre qualche conoscente, che

si metteva nel sacco qualche pezzo di legna in cambio di un buon

calice di vino. Nel frattempo le slavine avevano semi distrutto le

altre baite, ma quella di Vittorio si era salvata, non sporgendo

dal filo del terreno. E così ogni domenica, fino a quando lavorò,

Vittorio saliva alla sua baita partendo all’inizio dalla cappelletta

dei Grassi Lunghi e poi da dove riusciva ad arrivare con la sua

Panda. Spesso raggiungeva anche il rifugio Brioschi dove aiuta-

va il gestore, ma anche apriva la cucina e preparava, per qualche

amico di passaggio, due spaghetti cotti al punto giusto e conditi

con l’ottimo sugo preparato dalla moglie. Naturalmente, dalla sua

baita controlla il passaggio verso la vetta; non passa ancora oggi

persona, senza essere riconosciuta fin da lontano.

Conobbi Vittorio alla capanna Ventina dove era salito per aiutare

nel montaggio del bivacco Rauzi in cima al Disgrazia. Lo ritrovai

alla sera, dopo essere salito in vetta e ridisceso per la parete Est,

nel campo base dei lavori posto sulla vedretta sottostante.

La serata, insieme al dottor Rauzi e alle guide, fu molto piacevole.

Da allora lo incontrai sovente sui sentieri delle nostre montagne

oppure a casa dove spesso passava a salutarmi. Un bel

giorno annunciò che andava al Sud per sposarsi: poco dopo arrivò

a presentare la moglie, una bella ragazza che gli era stata

indicata dalla famiglia e che lui aveva visto solo due o tre volte

prima del matrimonio, naturalmente sempre sotto l’occhio vigile

di qualche zia. Il Sig. Comolli lo incaricò in quel periodo di provvedere

alla manutenzione di una baita che possedeva nella zona

di Chiareggio, e Vittorio incominciò

a frequentare anche la Val Malenco,

salendo spesso alla Porro dove si aggregava

a qualche cordata per salire

le cime che contornano la vedretta

del Ventina. Anche lì incominciò i suoi

scambi di cortesia a base di “pomarole”

e mozzarelle ricevendo in ringraziamento

le cose più strane, come le

piastre per cuocere i cibi sul fuoco del

camino.

Grande camminatore, malgrado un piccolo difetto a un piede,

non è mai stato un grande sciatore. Lo portai una volta, con il

nostro gruppo di scialpinismo, a fare il Gran Paradiso: non ebbe

nessun problema in salita ma, in compenso, faticammo non poco

per farlo scendere, anche a causa della neve abbastanza difficile.

Ricordiamo tutti la sua entrata al rifugio Vittorio Emanuele

pronunciando in perfetto napoletano “Pappagone è finito”.

Ormai da parecchi anni ha abbandonato gli sci, ma anche con

molta neve fresca raggiunge ugualmente le “baite”, aprendo la

traccia a quelli che passano per la cima, lungo la via invernale.

Nel 1998 Vittorio andò in pensione e, nonostante continuasse

a fare lavoretti vari, trovava però il tempo, a metà settimana, di

salire su qualche montagna.

Ultimamente Vittorio aveva deciso che doveva portare in cima al

Grignone un africano del Burkina Faso, che lavora con suo figlio.

Un bel sabato lo portò a dormire in baita e la mattina salirono

insieme fino alla cresta per la via invernale. Qui decise che era

meglio non affrontare la cresta, non essendo l’africano dotato di

ramponi, per cui ridiscesero in baita per una spaghettata. Essendo

una bella domenica, incontrarono molta gente; ai molti che gli

domandavano chi era il suo compagno, Vittorio rispondeva che

era una guida del Kilimangiaro.

Non sappiamo quante volte Vittorio sia arrivato in cima al Grignone,

ma sembra che in un certo anno vi sia arrivato più di sessanta

volte. Credo quindi che vi sia salito in 35 anni da 1.500 a 2.000

volte, giustificando così il titolo di questo articolo.

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F REERIDE E BACKCOUNTRY

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Due discipline agonistiche che stanno appassionando sempre

più snowboarder sono il Freeride ed il Backcountry o

Snowboard Alpinismo.

Freeride è tutto quello che riguarda il fuoripista che rappresenta

il luogo dove lo snowboard raggiunge la sua massima espressione.

Non solo quando ci sono condizioni ideali di neve fresca

(powder) ma anche quando le condizioni possono essere

le più varie possibili: Neve trasformata, marcia, crostosa ecc. Lo

snowboard grazie alla larghezza e alle caratteristiche costruttive

permette di surfare su qualsiasi tipo di terreno in maniera più

semplice rispetto a qualsiasi altro attrezzo.

Le nuove caratteristiche delle tavole (Rocker) facilitano ulteriormente

l’approccio a questa disciplina: Il ponte inverso e lo shape

(la forma) della tavola permettono una maggiore galleggiabilità e

maneggevolezza dello snowboard.

Le competizioni di Freeride si svolgono su percorsi fuoripista con

indicazioni di massima sulle linee da mantenere ma lasciando

parecchia libertà di interpretazione da parte dei riders.

Naturalmente una buona conoscenza delle regole da rispettare

in montagna è fondamentale, imparare le tecniche di autosoccorso

ed il relativo utilizzo di pala arva e sonda sono obbligatori.

D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S

di Cesare Pisoni

Il Backcountry o Snowboard Alpinismo rappresenta l’essenza

dello Snowboard, in questo sport il rider affronta la montagna

in perfetta autosufficienza, non solo deve scendere i pendii ma

li deve anche risalire senza l’ausilio degli impianti di risalita. Gli

attrezzi per la risalita possono essere vari:

- Ciaspole (Racchette da Neve): Attrezzo molto comune,

allargando la base d’appoggio del piede permette una miglior

galleggiabilità, è sempre dotato anche di ramponcini per evitare

di scivolare su superfici particolarmente ghiacciate. Pregi: costo

contenuto e facile utilizzo

- Tavole Split Board: Sono tavole che per la risalita possono

essere divise in due per poter essere utilizzate come due sci

alpinismo e avendo applicate delle pelli di foca permettono la

risalita. Pregi: non si deve portare la tavola sullo zaino Difetti:

Costo elevato, peso elevato nei piedi, difficoltà nei tratti più pendenti

o impegnativi

- Sci corti: sono degli sci alpinismo lunghi dai 90 ai 110 cm

che permettono la risalita applicando sulle solette delle pelli di

foca. Pregi: Leggerezza nei piedi, velocità nei cambi Difetti: Tavola

sulle spalle

Più ancora che per il Freeride è fondamentale la conoscenza

dei cosiddetti “Pericoli della Montangna”. Diventa di fondamentale

importanza un approccio a questa disciplina partecipando

a Camp dedicati che organizzano i nostri negozi DF SPORT

SPECIALIST o i corsi che vengono organizzati dagli Istruttori di

Snowboard Alpinismo del CAI.

Oltre che Pala A.R.V.A. e Sonda, obbligatori, risulta fondamentale

imparare a muoversi con gli attrezzi di risalita, e scegliere i

pendii corretti per risalita e discesa.

A livello agonistico da cinque anni a questa parte esiste la Coppa

Italia di Snowboard Alpinismo organizzata dalla FSI Federazione

Snowboard Italia alla quale si può partecipare tesserandosi con

un qualsiasi club affiliato.


Cesare Pisoni

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PROPOSTE PER FREERIDERS AVVENTUROSI

di seguito alcuni itinerari avvincenti e particolari, redatti dai nostri migliori esperti e amici

ITINERARIO

CIMA BIANCA

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Cima Bianca - Bormio

Entusiasmante freeride, possibile tutti gli anni ma consigliato particolarmente quando

l’innevamento è abbondante.

Una discesa meravigliosa, dapprima in pendii aperti, poi in una pineta immacolata.

Si parte dalla stazione a monte di Bormio 3000, il Cima Bianca. Da qui si segue la

pista rossa che porta al Cimino, dalla quale ad un certo punto, dove la pista diventa

pianeggiante e si può girare a destra (direzione NNE) in neve fresca si comincia il

freeride. Verosimilmente si può partire più in alto, ma il pericolo di valanghe è alto,

e lo si dovrebbe fare solo in compagnia di una guida. LA discesa a questo punto è

aperta e ampia, si può scegliere la linea più gradita. Quando si entra nei boschi, due

strade portano di nuovo agli impianti (attenzione, spesso non sono tracciate e si deve

spingere un po’), oppure si può scendere fino alla frazione di San Niccolò da dove si

rientra via auto o con mezzi pubblici (sulla strada che collega Bormio a Santa Caterina

Valfurva).

Ricordarsi sempre di osservare gli eventuali divieti e di avere con sé il materiale per

autosoccorso obbligatorio per legge (Pala, ARVA, sonda). La gita è stata fatta in compagnia

della locale Guida Alpina Giuliano Bordoni.

Dislivello totale max 1600 mt

Esposizione NE

Pendenza max 30°

a cura di

Riky Felderer

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ITINERARIO

FERRANTINO

Il Monte Ferrante (a sinistra) ed

il Ferrantino visti dalle baite che

si incontrano dopo le Stalle di

Möschel.

Verso nord si distingue ora l’arrivo della seggiovia che

sale da Colere. Salire liberamente il pendio esposto

a sud sino a giungere all’arrivo della seggiovia. Piegando

a sinistra, in direzione nord ovest, raggiungere

in breve la vetta arrotondata del Ferrantino. Prestare

attenzione al primo tratto della salita, subito dopo l’arrivo

degli impianti, dove è facile trovare ghiaccio.

Volendo si può anche proseguire e raggiungere, salendo

a piedi il ripido tratto finale, la vetta del vicino

Monte Ferrante (m.2427).

La discesa si effettua lungo lo stesso itinerario.

a cura di

Cesare Pisoni

FERRANTINO (m 2325)

Località partenza: Valzurio (Spinelli), m 949

Dislivello: 1376 m

Tempo di salita: 3- 4 ore

Esposizione: Varie

Periodo: Febbraio - Aprile

L’itinerario è abbastanza logico e non presenta particolari pericoli. Prestare attenzione al tratto finale nel caso si voglia raggiungere

la vetta del Monte Ferrante (ramponi).

Percorrere la Valle Seriana in direzione di Valbondione. Subito dopo il bivio di Ponte Nossa prendere a destra per Villa

D’Ogna - Valzurio. Proseguire sino a dove le condizioni di innevamento lo consentono (solitamente si arriva sino alla piccola

frazione di Spinelli). Proseguire lungo la strada carrozzabile che, dopo aver attraversato una bella pineta, arriva alla stupenda

radura delle Stalle del Möschel (m.1265). Seguire, sempre in direzione nord - est le tracce della strada che, dopo aver

attraversato una fascia boscosa, giunge alla baita Pegherola di Mezzo (m. 1639).

dal Ferrante.

Monte Ferrantino (a destra) e la parete

nord della Presolana visti dal colletto che

separa il Ferrantino.

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ITINERARIO

I FORTINI

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I Fortini – La Thuile

Qui il gioco si fa serio, e le pendenze ci sono! È un itinerario semplice da individuare, breve

e a dir poco esaltante. Ma da non sottovalutare assolutamente! Si deve raggiungere il versante

francese de La Thuile, prendere la seggiovia del Belvedere. Salendo, sulla destra si

vede già la linea di discesa. Si può affrontare centralmente (solo se in condizioni stabili) o

sulla destra (guardando dal basso). Giunti in cima alla seggiovia si segue la stradina che in

costa porta sotto gli edifici di fortificazione (Fortini) della 2° guerra mondiale, quindi si gira

verso la cima. Facendo attenzione alla cornice, si comincia la discesa. Si può scegliere se

tenere la destra scendendo per riprendere la seggiovia (5 minuti a piedi di risalita) o se girare

a sinistra in direzione NO per andare a riprendere i pendii vicino al Piccolo S.Bernardo.

Ricordarsi sempre di osservare gli eventuali divieti e di avere con sé il materiale per autosoccorso

obbligatorio per legge (Pala, ARVA, sonda). Vista la pendenza dell’itinerario, lo

si consiglia a rider esperti e conoscitori della neve, per il pericolo valanghe. Da fare solo

con neve assestata.

Dislivello circa 500 mt

Esposizione N

Pendenza massima 40°

a cura di

Riky Felderer


i nostri cataloghi

SCI e SNOW

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Kilian Burgada

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Il 18 Novembre, al negozio Sport Specialist di Sirtori, ci sarà la

serata di Kilian Burgada, un fuoriclasse dello skyrunning ben

noto agli appassionati italiani. Un ragazzo bionico, verrebbe da

dire. Vediamo di scoprirlo in anticipo in vista della sua grande

serata

Chi è Kilian Burgada

Da sempre legato alla montagna, Kilian è nato e cresciuto in un rifugio

a 2000 metri, gestito dalla sua famiglia in Cerdagna. I suoi

genitori, grandi appassionati di sport e di montagna, sin da bambino

l’hanno coinvolto in parecchie ascensioni, anche in quota; a tre anni

Kilian aveva già coronato i suoi primi tremila, scalando il picco di

Mulleres, a cinque anni il Del Mar, e a sei il Breithorn. All’età di 13

anni ha iniziato a fare gare agonistiche di sci alpinismo, entrando

nel CTEMC (Centro de Tecnificación de esquí de montaña, centro di

scialpinismo della Catalogna. Come molti scialpinisti (tra cui Agustí

Roc, Manu Pérez, Toti Bes, …), in estate gareggia nelle corse a piedi

per prepararsi (da ottobre ad aprile) alla stagione invernale. Vive in

Catalogna, sui Pirenei, a Font Romeu, una stazione sciistica a 1800

metri, dove si allena e frequenta l’università di Scienze e tecniche

delle attività fisiche e sportive.

Al fine di mostrare il pieno potenziale dell’atleta, lo sponsor Salomon

ha organizzato un progetto denominato Kilian’s Quest, nato per battere

i record più importanti della corsa in montagna. Il 17 giugno del

2009 ha battuto il record del percorso GR 20, che attraversa l’intera

isola della Corsica in 32 ore 54 minuti e 24 secondi, riducendo di

I N O S T R I G R A N D I O S P I T I

di ASD Falchi

quasi quattro ore il record precedente detenuto dall’italiano Pierrot

Santucci. La GR 20 è considerata la via più dura sulla lunga distanza

in Europa, con 190 km e 21.000 metri di altitudine cumulativa. Il 1º

ottobre del 2009 ha demolito un altro record; questa volta in Sierra

Nevada (Stati Uniti), concludendo il Tahoe Rim Trail, un test intorno

al Lago Tahoe che passa attraverso gli stati della California e del

Nevada con partenza ed arrivo a Sunnyside-Tahoe City, in 38 ore

e 32 minuti. Il vecchio record del percorso di 265 chilometri e 8.000

metri di dislivello, fissato nel 1995 in 45 ore e 58, apparteneva a Tim

Twietmeyer. Nonostante alcuni intoppi di carattere burocratico (infatti

il progetto prevedeva di ridurre a settembre del 2009 anche i tempi

di percorrenza del chilometro verticale e del John Muir Trail, 340 km

attraverso tre parchi nazionali della California), il 9 giugno del 2010

Kilian ha ottenuto l’ennesimo record della sua carriera portando a

termine la traversata dei Pirenei in soli otto giorni e tre ore. L’atleta

spagnolo, partito da Cabo Higuer sulle rive dell’Atlantico con l’ausilio

di un Gps e un telefono, è arrivato al Mar Mediterraneo dopo una

corsa a fil di cresta lunga 830 chilometri per un totale di 40 mila metri

di dislivello. Il precedente record si attestava intorno ai 15 giorni,

mentre i normali escursionisti percorrono questa distanza in almeno

un mese.

intervista di Riccardo Ghislanzoni (FALCHI di LECCO, www.asfalchi.it)

Chi è Kilian Jornet Burgada?

Sono uno scialpinista e corridore di montagna, ho 22 anni (27-10-

1987) e vivo in Catalogna, sui Pirenei, a Font Romeu, una stazione

sciistica a 1800 metri, dove c’è l’università e mi alleno. Sono una

persona felice perché posso seguire le mie passioni: le gare e la

montagna.

Vuoi raccontarci come è nata la tua passione per la montagna

e per la corsa?

Da sempre sono stato in montagna, sono nato in un rifugio sui Pirenei

a 2000 metri. I miei genitori erano i gestori e sono stati sempre

grandi appassionati di sport e di montagna. Con loro ho fatto parecchie

ascensioni, anche in quota. Mia madre faceva anche gare di

sci e di corsa.

Per me e mia sorella, che ha un anno meno di me, andare in montagna

è stato da sempre un gioco. Quando tornavamo da scuola,

andavamo a giocare in montagna e, in inverno, con gli sci da fodo.

E in vacanza andavamo sempre in montagna con i nostri genitori,

sui Pirenei, sulle Alpi, sui Monti Atlas (Marocco), in Argentina… ma

sempre montagna!

Poi ho cominciato a correre per allenarmi per lo scialpinismo e a 13

anni ho iniziato a fare gare di scialpinismo, entrando nel CTEMC

(Centro de Tecnificación de esquí de montaña, centro

smo della Catalogna). Per allenarmi, in estate andavo in montagna

a camminare coi bastoncini e correvo. Come molti scialpinisti (tra cui

Agustí Roc, Manu Pérez, Toti Bes, …), in estate gareggiavo nelle

corse a piedi per prepararmi alla stagione invernale.

Adesso da maggio a ottobre corro e poi mi dedico allo scialpinismo

fino ad aprile.

Kilian, oltre alla corsa, quali sport pratichi?

Soprattutto lo scialpinismo! E per allenarmi, faccio skiroll e sci di

fondo in inverno e bicicletta in estate. Mi piace anche l’arrampicata e

l’alpinismo ma non ho più il tempo per farli…

-Hobby, passioni?


Kilian Burgada

19


20

Kilian Burgada

Oltre all’università e all’allenamento non mi rimane più troppo tempo.

Ma mi piace molto la lettura, mi piace disegnare (graffito e carboncino)

e mi appassiona lo studio, soprattutto dei materiali e della

fisiologia.

- Rimanendo nella corsa, che specialità preferisci? Corsa in montagna

(gare brevi o Vertical Kilometer), skyrace o ultra-trail?

In estate mi piacciono tutte. Il Chilometro Verticale è una gara molto

“fisica”. Le skyrace sono le migliori per me: montagna e tecnica. Le

ultra sono “superazione”, trovare i tuoi limiti.

Dopo ci sono tanti altri fattori, come l’organizzazione, l’ambiente, il

paesaggio…

- Come organizzi la tua settimana nel periodo delle gare? Come

distribuisci i tuoi allenamenti?

In estate è più facile perché non c’è l’università e ho tutto il tempo disponibile.

E allora tutto dipende dalle gare che faccio. Di solito prendo

il mio furgone (o il camper se devo dormire) e vado in montagna.

Mi alleno tutti i giorni e, se ho una gara, il venerdì riposo.

In estate non faccio “intensità” perché già in inverno con gli sci ne

faccio troppa! Preferisco andare a correre in montagna. Di solito faccio

4-5 giorni di corsa sempre in montagna, tra le 2 e le 4-5 ore, e

2-3 giorni di bicicletta su strada. Poi mi piace andare nei luoghi delle

gare, allenarmi e conoscere la montagne di quella regione.

- Come ti organizzi, invece, nel periodo lontano dalle gare?

In inverno mi alleno solo con gli sci, da novembre ad aprile non corro

mai. Faccio allenamento di “quantità” e progressivamente inserisco

quello sull’intensità da novembre a dicembre, quando non ci sono

le gare. Poi da gennaio ad aprile ci sono gare quasi tutti i fine settimana

e l’allenamento sono il recupero e alcuni lavori sull’intensità.

Poi verso aprile-maggio c’è la transizione, e cerco di riposare per

I N O S T R I G R A N D I O S P I T I

due settimane per far recuperare il mio fisico dalla lunga stagione

invernale (di solito sono 18-20 gare…) . Quindi ricomincio a correre

e le gare iniziano presto: dalla ultima gara di scialpinismo a Zegama,

la prima skyrace, hai al massimo un mese per riprendere a correre.

Poi faccio grandi volumi di allenamento e gareggio fino alla fine di

settembre. Quindi riposo per altre due settimane e ricomincio a preparare

la stagione dello scialpinismo.

- Risposte lampo. Tra le gare che hai corso, qual è stata:

- la più tecnica? La Mount Kinabalu Climbathon in Malesia e il

Sentiero delle Grigne.

- la più faticosa? Il Tahoe Rim Trail.

- la più emozionante? Tante…

- la più spettacolare? Quella in Malesia per i paesaggi e la

Sierre-Zinal in Svizzera per la velocità.

- quella con il pubblico più caldo? Zegama!

- quella che consiglieresti di correre? Zegama, Giir di Mont,

Sierre-Zinal, Grigne.

- quella che non rifaresti? Nessuna.

- quella a cui sei più affezionato? Andorra, Zegama, Giir di Mont.

- Quale atleta ammiri di più o prendi come riferimento nel mondo

della corsa?

Agustí Roc mi ha sempre dato tanti consigli e mi ha insegnato tanto!

Bruno Brunod è il più tecnico, il migliore skyrunner, basta una parola:

Cervino! Dopo, ho tanta ammirazione per Marco De Gasperi.

- Ultra-Trail du Mont-Blanc, 166 km intorno al Monte Bianco: Marco

Olmo (classe 1948) vince le edizioni 2006 e 2007 mentre Kilian Jornet

Burgada (classe 1987) vince le edizioni 2008 e 2009, l’esperienza

e la regolarità contro l’entusiasmo e la brillantezza giovanile. Ma


I N O S T R I G R A N D I O S P I T I

quale elemento conta di più per vincere questa gara?

Nelle Ultra è più importante la testa (almeno un 50%), il corpo va ma

è la testa che ti fa continuare quando sei morto, non ti fa sentire il

dolore e ti fa correre quando pensi solo a riposare… E questo vale

a tutte le età.

- Qual è la tua dote migliore nella corsa? La salita, la discesa, la

resistenza, la completezza...

Penso che le gare si vincono in salita ma si perdono in discesa e

cerco di allenarmi per andare forte sia in salita che in discesa. A piedi

vado bene, ma con gli sci è duro il livello là davanti!

Credo di avere una buona resistenza ma poi si può sempre migliorare

tanto…

- Molti si stupiscono di come tu sia in grado di fare così tante

gare ad alto livello, un susseguirsi di vittorie con tempi di recupero

ridottissimi. Chi non ti conosce potrebbe dire: “Non è

possibile, per me fa uso di doping!”. Tu cosa gli risponderesti?

Penso e voglio pensare che il doping non sia diffuso. Questo perché

corriamo per piacere, per amore della montagna, e la montagna è

trovare e superare i NOSTRI limiti come persone. Se ti dopi non

saranno più i nostri limiti ma altri. Se volessimo i soldi, allora lavoreremmo

in ufficio, o faremmo altri sport come la corsa su strada o il

ciclismo… Io penso che dobbiamo fare le cose per piacere, andare

ad allenarci perché ti piace correre in montagna.

Se qualcuno non crede che sia possibile fare queste cose senza

doping, può pensare quello che vuole. Ritengo che sia più corretto

andare ad allenarsi, e allenarsi duramente, piuttosto che restare davanti

al computer o a casa e pensare che gli altri vincono grazie al

doping e non perche si allenano di più o perché hanno più capacità.

Dopo, i casi come quelli di Patrick Blanc (campione francese di scialpinismo

squalificato per uso di EPO nel 2008, NdA) sono un duro

colpo, perché non capisco, perché? Non è più correre per piacere, il

piacere non è la vittoria, il piacere è andare tutti giorni in montagna.

Penso che comunque siano caso isolati.

- Quale consiglio daresti a chi si avvicina alle corse in montagna?

Che lo facciano per piacere, l’allenamento non deve essere più allenamento

ma è il divertirsi tutti i giorni in montagna. Bisogna poi essere

coscienti che siamo in montagna e la montagna è sempre quella

che vince. E allora dobbiamo sapere che i limiti sono due: i nostri,

quelli fisici, tecnici e mentali, che dobbiamo allenare per migliorare,

e i limiti della montagna, il meteo, la tecnicità del percorso, il tempo,

le condizioni… Dobbiamo considerare tutti questi elementi quando

abbiamo un obiettivo.

GIIR DI MONT, Comunicato Stampa del 25 Luglio 2010

SKYRUNNING MONDIALE COL GIIR DI MONT

A PREMANA ORO PER JORNET BURGADA E LA ROUX

Gara da record a Premana per il Campionato del Mondo skymarathon.

Lo spagnolo Kilian Jornet Burgada blocca il cronometro su 3h01’14”

Velocissima la francese Laetitia Roux, record women con 3h46’40”

In 650 al via in una giornata tutta da incorniciare per l’A.S. Premana

A Premana, oggi, il Giir di Mont ha assegnato i titoli mondiali di

Skyrunning “marathon” sul tradizionale tracciato di 32 km con 2.400

durissimi metri di dislivello.

Kilian Jornet Burgada (ESP) e Laetitia Roux (FRA) sono la coppia

tutta d’oro della 18.a edizione della corsa lecchese, entrambi già campioni

del mondo nello scialpinismo, che non si sono limitati a vincere,

ma hanno letteralmente polverizzato il record. Il catalano ha fermato

il cronometro su 3h01”14” sverniciando il suo precedente primato di

3h05’08”, mentre la transalpina (3h46’40”), alla sua prima partecipazione,

senza mai aver provato il percorso, ha “limato” di ben 15’ il precedente

primato centrato nel 2007 da Emanuela Brizio (4h01’52”).

Al secondo posto tra i maschi il forestale Marco De Gasperi, rimasto

al comando fino a metà gara quando ha subito l’attacco violento di

Kilian Jornet Burgada. Al terzo posto dopo un significativo recupero lo

spagnolo Luis Alberto Hernando. Col quinto posto il lecchese Nicola

Golinelli si è aggiudicato l’oro nella combinata.

Tra le donne la francese Laetitia Roux era inarrestabile e per lei non

c’era solo la vittoria, ma anche il record ed il “mondiale“ di combinata,

ed andava a precedere la spagnola Mireia Mirò a 7’12”. Negli ultimi

chilometri la piemontese Emanuela Brizio inseriva il turbo ed il terzo

gradino del podio era suo. Nulla da fare invece per Stephanie Jimenez,

quarta ma anche lei sotto le 4 ore.

Per l’Italia era oro mondiale per nazioni, in combinata con il Campionato

Mondiale di Vertical Kilometer di Canazei, con l’argento assegnato

alla Spagna e il bronzo alla Francia.

Una gara da incorniciare per l’A.S. Premana, con 650 partecipanti

al via e tantissimo pubblico lungo tutto il tracciato e strabocchevole

all’arrivo.

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MTB MONGOLIA BIKE CHALLENGE,

di Stefania Valsecchi (prima donna classificata)

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10/20 Agosto 2010.

10 tappe: 1400 km - 14.000 mt di dislivello in MTB.

Oggi considerata la gara a tappe MTB più dura al mondo.

5 tappe nel deserto del Gobi, tra sabbie, terra, toule onduleé

e 5 tappe nella catena della grandi montagne del Khangai

con neve a 2200 mt e valichi a 2900 mt.

Sabato 7 agosto 2010, Ulaan Bataar – Capitale della Mongolia.

Mancano 3 giorni all’inizio della prima edizione del Mongolia

Bike Challenge e già un forte tremito mi scuote da capo a piedi:

la mia MTB non ha volato con me e non mi ha raggiunta qui !!

Abbandonata nello scalo di Mosca ? Imbarcata su un volo per

Pechino?! O dimenticata in uno scantinato dell’Aeroflot ?! disdetta!

Io finalmente a Ulaan Bataar dopo tanti mesi di allenamento

ossessivo-compulsivo e dopo aver acquistato apposta per questo

evento questa MTB e lei, la MTB amata, rimasta chissà dove:

un’ouverture che ha per colonna sonora le lacrime di Rossella

Ohara in “Via col vento” ! Il panico dura 24 ore poi, per grazia!,

anche io posso togliere dal cartone la Lee Cougan Negative

Gravity in titanio e rimontarci in sella per le vie di Ulaan Baatar

anche se il feedback di ghisa delle mie gambe mi spaventa non

poco, ma mi dico ottimista: tranquilla Ste, passerà tutto sotto lo

striscione del via !

I 92 partecipanti alla competizione – provenienti da una quindicina

di stati differenti - son tutti riuniti nel medesimo albergo: molti

fra loro si conoscono perché hanno già partecipato a raid simili

D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S

di Stefania Valsecchi

nel mondo (Crocodile Trophy, Trans Rockies, Transalp, Ruta de

los Conquistadores...) o perché corrono le “24Ore” in MTB. Io

non conosco nessuno, non ho mai fatto competizioni di resistenza-durata,

non conosco le altre gare a tappe di cui parlano: per

un attimo la fantoziana certezza di essere nel luogo sbagliato al

momento sbagliato prende il sopravvento e ripartono i tremori...

ma son qui per correre i 1.400 km e 14.000 mt di dislivello tra

il deserto del Gobi e la grande catena montuosa del Khangai,

troppo tardi per farsi prendere dai timori e se l’ottimismo è il sale

della vita: vai Ste che l’avventura ha inizio!

Il 9 Agosto “l’esercito titanico” del Mongolia Bike Challenge si

sposta da Ulaan Baatar a Bagarin Chulu, dove l’indomani avrà

inizio la sfida, e già l’organizzazione appare davvero degna

dell’Impero di Gengis Khan: 20 furgoni 4x4 UAZ (URSS 1941)

la maggioranza dei quali trasporta sopra il tetto 6 MTB perfettamente

allineate e al proprio interno altrettante persone; 2 camion

per le cucine, 2 autobotti per l’acqua, 2 jeep per seguire la gara,

2 ambulanze, 1 camion della televisione Mongola, altri camion

per le attrezzature.... Vedere questo schieramento in moto, aperto

a ventaglio nella steppa e nel deserto del Gobi mentre allontanandosi

solleva nuvole di sabbia, provoca davvero una notevole

suggestione.

Per non dire della scenografia hollywoodiana del campo montato:

93 tendine gialle in file ordinate per i 93 concorrenti; 6 tendine

arancione per le docce sempre funzionanti grazie ad autopompe

azionate da generatori elettrici, 6 tende marroni per le toilettes,


Stefania Valsecchi

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24

MTB MONGOLIA BIKE CHALLENGE

enormi tendoni verde militare per il “ristorante”, la sala bevande

calde e fredde, l’ufficio stampa coi PC sempre all’opera, la tenda

per i massaggi, quella dei medici ... Sono così emozionata di

partecipare ad una cosa tanto affascinante che fatico a dormire:

peccato che già il giorno dopo, finita la prima tappa, mi ritrovo

talmente imbalordita dalla stanchezza che un senso di urto e

sbandamento ha mantenuto, da lì in poi, il primato su fascino e

bellezza!

Si perché eravamo tutti coscienti che ognuna delle 10 tappe

del MBC fosse lunga e faticosa, ma il clima ed il fondo hanno

sicuramente moltiplicato le difficoltà: il toule ondulé, la sabbia

ed il vento che non ci hanno mai abbandonati nel deserto, così

come le pietre, lo sconnesso e la neve, i molti fiumi da guadare

che ci hanno fatto compagnia

sui monti, sono riusciti

ad imbrogliare ulteriormente

le carte di una partita già

sufficientemente complessa.

Non dimentichiamo poi che

dormire in tenda – sebbene

ciascuno avesse la propria –

non rendeva scontato il buon

riposo necessario per il giusto

recupero.

Tornando all’asprezza, il disagio

e la non-fluidità del terreno

su cui pedalavamo, basta

sottolineare che spesso,

per percorrere la medesima

distanza, i furgoni impiegavano

più tempo che i ciclisti

perché erano talmente tante

le rotture di semiassi e le

forature che subivano o talmente

lunghi ed epici i recuperi

dal centro del letto di un

fiume che i loro tempi diventavano

davvero biblici.

Riguardo il vento del Gobi,

un aneddoto che mi appartiene

è particolarmente significativo.

Prima tappa: superato il ristoro

al 50° km dove mi dicono

che son la prima donna a

passare, riparto con energia

rinnovata, ma al 51esimo km

comincia a sollevarsi questo vento tanto insidioso di cui ci parlavano.

Mi fermo dopo pochi km e indosso gli occhialoni da sci che

mi ero preventivamente portata nello zainetto e che si riveleranno

fantastici per evitare congiuntiviti e fastidi varii.

Pedalo, arranco nel vento, pedalo e per una ventina di km non

vedo nessuno né davanti, né dietro di me: comincio a pensare

d’aver sbagliato qualcosa e questo ventaccio con muri di sabbia

connessi inizia a spaventarmi un po’, quando finalmente vedo in

lontananza una sagomina con gambette sforbicianti che non è

né uno yak né un cammello, ma un ciclista: evviva ! Aumento i

giri per raggiungerlo e fortunatamente il ciclista un po’ affaticato

D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S

sta via via rallentando, sicché dopo 25 km da sola mi appresto

finalmente a raggiungere un mio simile che, dal dietro, riconosco

essere uno degli stranieri, australiano mi pare, perciò mi preparo

mentalmente la frasetta di saluto in inglese. Son alle sue spalle,

sto per dire gioiosa “hello!” ma ... SBADABAMM! un’ondata del

famoso vento del Gobi, secca come uno sberlone, mi sbatte dritta

addosso all’australiano: lo piombo alle spalle come un’aquila

che in picchiata serra la sua preda negli artigli, capitomboliamo a

terra fra la sabbia e un mix di imprecazioni e di “sorry! oh sorry...”

ci ritroviamo supini con le gambe annodate alle bici ! Ma si può?

Attorno a noi il nulla a 360° e io son riuscita a centrare, con colpo

sicuro, l’unico essere vivente nell’arco di mille miglia:

ma quanto sono performante in questo lembo d’Asia ??!!

Vi ricordo che proprio a causa

del vento che soffiava a

90 km/h e delle tempeste di

sabbia annesse, una della

5 tappe previste nel deserto

del Gobi (la terza) verrà saggiamente

annullata dall’organizzazione

per la sicurezza e

l’incolumità dei corridori.

Giusto per far capire in che

diamine mi stavo cimentando,

alla sera della la prima tappa,

passo davanti al tendone

medico e vedo 2 giovanotti,

pure assai carini, sdraiati sui

lettini: braccio destro teso,

una cannuccia che vi entra e

all’altro capo della cannuccia

una bella sacca di soluzione

salina ... Spero di non finirci

io su quel lettino !

Altra scena da MongoliaBike-

Challenge il giorno seguente:

fine seconda tappa, una tappa

lunghissima di 126 km su

sabbia, terra infima, toule

onduleé che pare di pedalare

su un martello pneumatico e

vento contrario a 90 km/h, il

tutto così tosto che si raddoppiano

le distanze e si moltiplicano

le fatiche, per non dire

della temperatura a 38 gradi.

Il giovanotto che supera lo

striscione dell’arrivo davanti a me, dopo un po’ si ferma intontito

e si lascia andare: oggi lettino aggiudicato a lui ! Chi gli sta

intorno si affretta a togliergli abiti e altri elementi costrittivi e lo

“innaffia”. Parte una reazione shock e il corpo del ragazzo prende

a sbattere: come colto da epilessia sobbalza, come avesse le

dita nell’alta tensione è tutto scosso, sbatte, trema e finalmente

si calma e si riprende come se nulla fosse...

Uhelà giovanotto: gran bella tappa oggi néh ?!!

Non bastasse il deserto, nei giorni successivi anche una delle

tappe di montagna sarà annullata, in questo caso per via della

neve scesa morbida, fredda e copiosa durante la notte.


D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S

Quella mattina dell’ottava tappa, il risveglio ale 5 tra i brividi con

uno straterello di verglas sull’esterno del sacco a pelo e sulle pareti

interne della tenda e 5 cm di neve a coprire tutto il campo ha

fatto levare un augurio di “Buon Natale” in tutte le lingue del globo

terracqueo: davvero spettacolare anche questo ragazzi miei !

Molti mi chiedono come ci lavavamo: ho già detto che nel campo

c’erano le tendine per le docce, montate in men che non si dica

dall’operosa equipe mongola e alle quali si pompava acqua con

un generatore. Quindi c’era sempre la possibilità di una doccia,

ma nel deserto, con quelle raffiche agguerrite di vento, appena

riaprivi la tenda per uscire ancora bagnata ovviamente:

“SLHAAFFF!” secchiate di sabbia incollate addosso e cotolette

impanate giganti dalla forma umana si aggiravano nel campo.

Oppure in montagna: io c’ho tentato di fare la doccia, ma avete

presente quei geloni che vi pigliano la fronte quando mangiate

veloci il gelato ? Ecco, messa la testa sotto la doccia, succedeva

che tutta la faccia, il collo, il cranio, le orecchie, gli occhi venivano

bloccati in una morsa di ghiaccio: paralizzata e senza fiato, lanciavo

lontano lo spruzzino della doccia come fossi Tarzan contro

un pitone belligerante e uscivo veloce ad asciugarmi sperando

che i capelli non mi diventassero stalattiti trasparenti. Benedette

salviettine umidificate in quei giorni!

Per quanto riguarda il cibo, era ottimo ed abbondante, cosa per

altro stupefacente in quelle lande desolatissime senza vita per

centinaia e centinaia di km: complimenti all’organizzazione e ai

cuochi mongoli. Non mancavano mai pasta, riso, carne, verdure

quindi sempre si reitegravano quelle 5000 kcalorie buttate fuori

ogni tappa, ma un po’ per le condizioni meteo di sbalzi caldofreddo,

un po’ perché il fisico è già affaticato e non ha grandi forze

per la digestione, un po’ perché i condimenti non sono i nostri

tradizionali, bisogna stare attenti a quanto e come si mangia altrimenti

dissenteria e vomito colpiscono duro. In gare come queste

la reintegrazione è fondamentale altrimenti si finisce come i

giovanotti sui lettini del medico: insomma, questo Mongolia Bike

Challenge non è uno scherzo, nulla va preso sotto gamba.

Io dal canto mio, ho faticato come un asino, come dentro una

centrifuga senza ammorbidente per 10 giorni, ma non ho mai

smesso di credere che poteva essere il mio momento, che se

avessi ponderato bene tutto e la fortuna mi aiutava un po’ (non

ho mai avuto il minimo problema né fisico, né alla bici) potevo

essere la prima donna della prima edizione di questa gara: così

è stato, evviva !

Son riuscita a tener duro mentalmente perché son sempre sta-

ta al comando della classifica e quando regge la testa, anche il

fisico non molla: mi son ritrovata addosso una forza ed una energia

che non sapevo di avere. Non sentivo dolori, non sentivo né

caldo nei 38 gradi del deserto, né freddo nell’attraversare i tenti

fiumi in montagna; son caduta 3 volte e mi son rialzata come un

missile tornando in sella senza accorgermi delle ferite e delle

botte che poi emergevano in lividi blu. Eppure non sentivo nulla

di negativo talmente era l’entusiasmo, l’adrenalina e l’energia:

mai successo prima.

Quello che mi porto a casa dal Mongolia Bike Challenge, al di

là della fatica e oltre agli spazi e ai cieli incommensurabili è che

se anche vi sentite come dei lillipuziani di fronte a Gulliver, se

pensate di non esserne in grado o all’altezza, di non essere è più

in tempo per certe cose (io ho 43 anni e non ho mai gareggiato),

non fermatevi, non ascoltate le voci dei vostri detrattori: balzate

in sella e pedalate dritti al cuore del vostro desiderio con ottimismo

e certezza del successo. E quando vivrete ciò che avete

tanto desiderato, un senso di profonda gratitudine e gioia permeerà

ogni cosa.

Chi è Stefania Valsecchi:

Lecchese DOC, laureata in filosofia, esperta di Marketing, divoratrice di libri

e grande appassionata di Sci alpinismo, Mountain Bike e sci, Stefania si

distinse nel 2007 per due straordinarie avventure. 1000 km in Tibet e il giro

del massiccio del Monte Bianco, entrambi i tour in Mountain Bike.

L’avrete probabilmente già vista su Rai Tre e in qualche sua effervescente

serata, o magari sulle strade del lecchese mentre si allena assiduamente.

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MTB traversata delle Dolomiti

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Azzurro il cielo sopra Arco di Trento: esordio vincente per questa

traversata delle Alpi in bike fino in Germania! 5 Agosto 2009:

davanti a noi più di 400 km e più di 11.000 mt di dislivello di

vallate verdeggianti e alture rocciose, perciò bando alle ciance e

pigiamo sui pedali. Con Valentino e Stefano attacchiamo subito

la “via crucis” quotidiana verso il nord procedendo in direzione

San Giovanni in Monte nella Val di Lomasone. Rapportino

iper agile per questa bella sterrata-acciottolata immersa nei

vigneti e in breve davanti a noi l’enormità del Garda che, senza

confini com’è, pare più il Mediterraneo che un “semplice” lago.

Punteggiato dai mille coriandoli delle barche a vela ci distoglie

dalla fatica fino ai 1.000 mt. del bel paesino di San Giovanni da

dove pascoli morbidi ci conducono a Vigo di Lomaso, finestra

con vista sulle Dolomiti di Brenta: ragazzi che palcoscenico e

che maestoso anfiteatro!

Da qui ci attende la discesa bellissima su Ponte delle Arche:

mi piace tremendamente la mountainbike perché in sella e

lei le montagne non son più barriere, ma rampe di lancio per

entusiasmanti voli!

Da Ponte delle Arche avanziamo su strada fino a Stenico per

andare ad imboccare la Val d’Algone. La risaliamo dolcemente

per una dozzina di km nel bosco: è popolata da brulicanti ragazzini

e donzelle in braghette blu e foulard rigati al collo indaffarati a

segare rami che intrecciano e legano; innalzano palafitte sul

torrente, costruiscono velieri e galeoni pirati, alberi maestri con

tanto di bandiere teschiate... Ma quante ne inventano ‘sti scout

per stare in vacanza ? Pare di essere in un set hollywoodiano e

D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S

di Stefania Valsecchi

accompagnati da tanto divertente agitarsi giungiamo all’Albergo

Brenta, ultima possibilità di ristoro prima di accedere al passo

Bregn de L’ors.

Arrivati ai 1800 mt del valico, la sosta per godere del panorama è

d’obbligo: a ovest il massiccio dell’Adamello e i suoi ghiacci; a est

le vette del Brenta e i suoi pinnacoli. Penetra nell’animo questo

“contrastante-equilibrio” tra il verde luminoso dei prati, i bizzarri

giochi d’ombra delle rocce, il ghiacciato smeraldo dei laghi...

E così trasognanti le ruote di nuovo diventano ali per planare sul

laghetto di Valagola e poi giù ancora veloci fino a Sant’Antonio

di Mavignola dove in un confortevole e lindo B&B ha termine la

prima tappa dopo 65 km e 2700 mt di dislivello.

Anche il secondo giorno il sole la fa da padrone e attraverso

una ciclabilissima mulattiera fra conifere giungiamo nella

caratteristica piazzetta di Madonna di Campiglio per una dolce

seconda colazione.

Saliamo ai 1700 mt. di Campo Carlo Magno e tra i prati color

menta dei campi da golf si apre una sterrata di servizio che in una

dozzina di km di entusiasmante discesa giunge fino a Dimaro.

Tenendo il fiume Noce alla nostra sinistra e procedendo fra i

boschi, giungiamo a Malé (quota 700 mt circa) da cui parte il gran

premio della montagna odierno: risalita di tutta la Val di Rabbi

fino al Rifugio Lago di Corvo che sta a pochi metri dal Passo di

Rabbi che ci collegherà alla Val d’Ultimo. Qui ci sorge un piccolo

problema accompagnato da un certo sconforto perché nonostante

le 5 cartine che mi porto appresso, mi mancano proprio i km

finali della tappa odierna perciò non sappiamo bene a che quota


28

MTB traversata delle Dolomiti

dobbiamo arrivare, che fatica dobbiamo fare. Chiediamo ad un

signore gentile che con un largo sorriso ci risponde: “oooh lassù

sarà a più di 3000 metri! Forse 3300...Ci son andato da bambino,

ma è lontano èh; mica ci arrivate oggi... con le bici poi non ci

arrivate proprio! Dovete lasciarle qui!” e ridicchia.... A Stefano

e Valentino sale anche un po’ di nervosismo nei miei confronti

quale organizzatrice dell’itinerario... ma a me mica mi convince il

tipo ! Sono certa che quando ho studiato il percorso, non c’erano

affatto quote così elevate e difficoltà alpinistiche, quindi richiedo

ad un altro buon uomo che più concretamente ci dice che il rifugio

è attorno ai 2400 mt: sia lodato il cielo! Rianimati dalla buona

novella riprendiamo vigore e da Cavallar, ultimo paesino della Val

di Rabbi, attacchiamo la bella salita al rifugio pedalabilissima fino

a quota 2300 mt. sebbene le pendenze ci fan pensare di avere i

freni tirati. Gli ultimi 100 mt di dislivello bisogna invece scendere

e spingere, ma il rifugio appena là sopra e le bellezze tutt’attorno

rendono piacevole anche questa mezz’oretta. Attendiamo il

tramonto ai 2500 mt. dei Laghi di Corvo, luogo già di suo davvero

delizioso che diventa un sogno quando “l’enrosadira” ridipinge

lo scenario coi suoi pastelli: tutto diventa d’oro, poi si fa color

pesca, ma un attimo dopo il carminio prende il sopravvento fin

quasi al violetto e si resta li, occhi sganai come in estasi, finché

il sole cala dietro le alture. Bellissime le serate nei rifugi d’alta

quota e scopriamo che questo ai Laghi di Corvo originariamente

venne costruito come piccolo riparo ai confini del cielo da un

gruppetto di ragazzotti per nascondersi e sfuggire al primo

conflitto mondiale.... incredibile ! Passarono quassù a 2400

mt alcuni anni nascosti al mondo, quindi anche alcuni lunghi e

rigidissimi inverni: e noi che ci lamentiamo per qualche ora in più

al lavoro che ci toglie tempo alle pedalate !

Il mattino seguente partiamo presto per godere dell’alba al passo

di Rabbi ed in effetti valeva proprio la pena: e chi vorrebbe mai

lasciare bellezze simili. La discesa fino a Merano è lunga ben

45 km: vi lascio immaginare lo spasso! Tornati nella civiltà ne

approfittiamo per cambiare le pastiglie del freni, lavare bene gli

ingranaggi, oliare le catene, comprare un paio di camere d’aria e

D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S

poi via verso il Passo del Giovo che è la nostra sommità odierna

e stavolta per raggiungerlo ci tocca fare alcuni km su asfalto. La

cosa si rivela comunque simpatica perché ingaggiamo competitive

sfide con i “cugini scarsi” stradisti che si concludono in cima con

un tripudio di shakertorte, strudel, krapfen, birra e speck ! Voliamo

su Vipiteno a conclusione tappa dove ci raggiungono Armando e

Simone per gli ultimi 3 giorni. Resto sbalordita dagli zaini che si

son portati appreso i due: mica possono pedalare con in spalla

‘ste zavorre! Perciò li svuoto sul letto e comincio la cernita:

“questo si, questo no...” fino a dimezzare il peso. Ma Armando si

intestardisce, non vuole lasciare alcune cose e soprattutto non

vuole mollare l’imponente porta pacchi che ha montato sul retro

andando a pesare esageratamente anche sul forcellino.... Non

c’è verso di far cambiare idea ad Armando quindi lascio perdere

concludendo semplicemente con un perentorio: “Miseria! Domani

saremo fermi...”. Ma mica pensavo ad un tale disastro ! Nel primo

accenno di discesa ormai in territorio Austriaco tengo Armando

davanti a me curato a vista perché lo zaino sul portapacchi lo

sbalestra a manca e a destra: guardingo cerca di saltare un

sasso in mezzo al sentiero, ma come la ruota posteriore ritocca

il terreno... CRAAAAACKKK ! Rumore infernale, deragliatore e

pacco pignoni vengono fagocitati dalla ruota posteriore, il telaio

cede, Armando ruzzola a terra: ma che è sto tsunami ?!

Il forcellino fatto a pezzi: tutto ha ceduto.... Ci sta un “l’avevo

detto” con forte incazzatura ? Certo che si, ma siamo in vacanza...

Tiriamo fuori tutta l’attrezzistica disponibile e qualche ricordo

dal “Manuale delle Giovani Marmotte” per giuntare la catena,

assemblare e bloccare il forcellino, smontare quel catafalco

del portapacchi... Intanto ovviamente ci raggiunge il temporale,

ma per fortuna è tutta discesa e precariamente approdiamo a

Mayerhoffen (non prevista nel tour) dove Armando abbandona

e saluta la propria inutilizzabile bici e ne noleggia una per

concludere la traversata.

Il giorno successivo partiamo col cielo terso e la Zillertal ci

accoglie splendida nel suo abito da festa, ma al Geiselmjock ci

sorprende qualche fulmine e accanto al recinto delle mucche

sento scossette di elettricità pure... nella mia bici ! Sarà che è

tutta in carbonio, sarà che siam vicini ai fili elettrici, ma scendo

al volo e la mollo lì dov’è per lo spavento ! Passato l’allarme e

tornato il sole, scendiamo la lunghissima Zillertal e risaliamo ad

Achensee già assai vicini al confine teutonico.

Le vette dolomitiche ed alpine sono ormai alle spalle: domani

entreremo in foresta nera, i paesaggi cambieranno, ma

soprattuto diverse saranno le pendenze. Così pensiamo di fare

una sola tappa fino a Monaco perchè anche se lunga, ha un

bel fondo ciclabile, non ha grossi dislivelli e noi ci sentiamo dei

leoni. Tuttavia l’indomani ci rincorrono nuvoloni neri: riusciamo

a raggiungere il Tagernsee ma ad un certo punto la pioggia

si fa torrenziale perciò ad una cinquantina di km da Monaco,

carichiamo le MTB sul treno e comodamente ronfando arriviamo

nella grande città ugualmente felici. Domani penseremo al treno

per il rientro in Italia e ... alla prossima avventura ciclistica !


D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S

TAPPE:

DATA Partenza Arrivo Km Dislivello

5 agosto Arco di Trento Sant’Antonio Mavignola 65 2700 mt

6 agosto Sant’Antonio Rif. Laghi di Corvo 55 2380 mt

7 agosto Rif. Laghi Corvo Vipiteno 115 1900 mt

8 agosto Vipiteno Vorderlanersbach 85 2050 mt

9 agosto Vorderlanersbach Achensee 64 1620 mt

10 agosto Achensee Tagernsee 67 550 mt

11 agosto rientro in treno in italia

totali: km 451 11.200 mt

12 agosto: poiché ad Arco di Trento non c’è stazione ferroviaria, siamo arrivati a Rovereto e per rientrare ad Arco sono 35 km e

300 mt di dislivello.

Queste tappe si possono ovviamente spezzare e rendere più abbordabili. Noi le abbiam fatte così perché avevamo solo quei

giorni a disposizione.

CARTOGRAFIA:

KOMPASS 1:50.000 – tavola n°. 73 GRUPPO DI BRENTA

KOMPASS 1:50.000 – tavola n°. 095 VAL DI SOLE – PEJO E RABBI (quella che a me mancava)

KOMPASS 1:50.000 – tavola n°. 53 MERANO

KOMPASS 1:50.000 – tavola n°. 44 STERZING / VIPITENO

KOMPASS 1:50.000 – tavola n°. 27 ACHENSEE

KOMPASS 1:50.000 – tavola n°. 37 ZILLERTALER ALPEN – TUXER ALPEN

Io ho usato queste della KOMPASS perché son le più facili da trovare da noi, ma non sono le migliori. Se si trovano, son assai

preferibili quelle della TABACCO di Tavagnacco (Udine).

Rifugi, ristori, B&B: ce ne sono quanti ne volete su tutto il percorso: noi non li abbiamo prenotati perchè di giorno in giorno si

vedeva dove avevamo voglia e forze per arrivare.

NELLO ZAINO:

una divisa da bici di cambio oltre quella indossata. Pantaloni lunghi in caso di freddo e per la sera; giacchina antivento;

un pile leggero; guanti; pila frontale; mantella antipioggia; berretta o fascia per la testa. Attrezzo multiuso comprensivo di

smagliacatena; schiuma anti foratura; una camera d’aria. Burrocacao e crema sole.

Io non ho portato integratori di nessun tipo per stare il più leggera possibile. Acqua ce n’è a volontà su tutto il percorso e

mangiando adeguatamente si reintegra quanto si perde durante lo sforzo.

MTB:

io ho usato la mia SCOTT SPARK 10 FULL SUSPENDED e tendenzialmente per divertirsi di più su questi percorsi è preferibile

una full. Tuttavia 3 dei miei compagni di viaggio avevano delle front senza pretese, piuttosto pesanti e meccanicamente modeste,

ma si son divertiti lo stesso.... inconveniente a parte di Armando per la sua testardaggine !

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D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S

Il Tor des Géants, una gara unica

da sinistra: Alessandro Crippa, Mario Sala, Corrado Alberti, Giovanni Pozzi

Il Tor des Géants è la prima ed unica gara che unisce la lunga

distanza all’individualità del corridore, non sono imposte

dall’organizzazione tappe forzate, vince chi impiega meno

tempo gestendosi i riposi e le fermate ai ristori.

Il Tor des Géants è la prima gara di questo genere che

coinvolge una regione intera, lungo i suoi bellissimi sentieri

ai piedi dei più importanti 4000 delle Alpi ed attraverso il

Parco Nazionale del Gran Paradiso e quello Regionale del

Mont Avic. Tutte queste peculiarità fanno di questa corsa

una gara unica ed inimitabile.

intervista a Alessandro Crippa

Svoltosi dal 12 al 19 settembre

2010 con partenza da

Courmayeur alle ore 10:00 di

domenica 12 settembre e tempo

massimo fino alle ore 16:00 di

sabato 18 settembre, la gara ha

330 km di sentieri alpini, 24.000

metri di dislivello positivo, 34

comuni coinvolti, 25 colli al di

sopra dei 2.000 metri, 30 laghi

alpini, 2 parchi naturali, da 300

a 3.300 metri di altitudine, 7 basi

vita, 43 punti di ristoro.

Su un percorso così non è solo la

prestanza fisica e l’allenamento

che vengono fuori ma tanti altri

aspetti legati alla condivisione

di una passione, di uno sport,

con momenti di solidarietà che

sono parte integrante della gara.

Così i concorrenti procedono

in gruppetti per sostenersi e

spronarsi reciprocamente quando

la crisi potrebbe minare la

motivazione a proseguire. Faticoso

e fondamentale è anche il lavoro

dei molti volontari, che di notte e

giorno, si alternano per garantire

senza soluzione di continuità cibo

sempre disponibile e caldo e i

servizi sempre pronti per offrire

ai trailer ogni supporto. Il servizio

medico, presente in ogni base

vita con diversi addetti volontari,

non rileva nulla di significativo,

salvo molti massaggi per aiutare

il recupero delle contratture

muscolari. Il disturbo più frequente

è rappresentato da vesciche e

abrasioni ai piedi, mentre nessuno tra i concorrenti in gara

mostra segni di disidratazione o problemi di alimentazione errata,

segno di buona esperienza e abitudine a prestazioni sulle lunghe

distanze. 179 i concorrenti regolarmente classificati (dei quali 14

donne) sui 310 partiti.

Vincitore il meranese Ulrich Gross, è arrivato alle 18 e 27 di

mercoledì 15 settembre, dopo 80 ore 27 minuti e 23 secondi

(ovvero dopo 3 giorni e 8 ore). A fargli compagnia sul gradino più

alto del podio femminile è Annemarie Gross, una sua “stretta”

conoscenza visto che si tratta della sorella. Come dire che il

31


32

Il Tor des Géants, una gara unica

DNA non è poca cosa. Anche perché c’è mancato davvero poco

che la ragazza non salisse sul podio della classifica generale.

Annemarie, infatti, oltre a vincere la gara femminile, si è

assicurata con il tempo di 91:19:13 un 4° posto assoluto davvero

eccezionale. Com’era nelle previsioni in questa assoluto tour

de force molto ha contato la gestione dei “riposi”. Si sapeva fin

dall’inizio che i migliori avrebbero giocato tutto sulla riduzione

delle ore di sonno. Una cosa che Ulrich Gross ha sfruttato

al massimo dormendo (se così si può dire) in questi 3 giorni

e poco più di gara solo 1 ora e mezza in tutto! Un’esperienza

difficilmente immaginabile per un “umano”.

Abbiamo chiesto ad Alessandro Crippa, di Barzanò, di dirci

come è andata. Il tempo massimo per concludere la prova

era di 150 ore.

Tor des Geants è il primo endurance trail in unica tappa della lg.

Di 330 kms. con un dislivello positivo di mt. 24.000 attraverso le

due Alte Vie della Val d’Aosta.

Ho deciso di iscrivermi non appena ho visto il percorso un anno

prima del via della gara per paura di non essere ammesso

nell’elenco iscritti.

La voglia di mettermi alla prova era così grande che mi sono

praticamente allenato per 12 mesi pensando a quel traguardo.

D A I N O S T R I T E S T I M O N I A L S

Finalmente il giorno 12 settembre ero a Courmayeur con altri

330 temerari pronti a correre per 150 ore, limite massimo per

concludere la gara.

Pensando di essere partito con calma, sono invece arrivato alla

prima base vita, dopo circa 47 Kms. molto affaticato, con nausea

e tremolio da febbre. Quindi ho deciso di dormire un’oretta con

un po’ di perplessità se fosse stato opportuno proseguire la

gara.

Nel frattempo 3 amici brianzoli mi raggiungono e al mio risveglio,

con loro, decido di continuare perché la mia condizione fisica è

nettamente migliorata.

Ora, l’attitudine che ho rispetto alla corsa è di arrivare senza

pensare a classifica e tempo di percorrenza.

Il tempo peggiora in pochissimo; alla partenza da questa prima

base vita grandina e nevischia ai passi alti, ma il correre con gli

altri mi fa passare velocemente la notte.

Il mio umore migliora così come il tempo si rasserena e mi

permette di godere dei bellissimi panorami offerti da questi valli

come si possono vedere sulle migliori riviste:ghiacciai vivi, laghi,

baite alpine che mi fanno pensare a come sarebbe bello poter

passare più tempo in questi posti incantevoli.

I 5 giorni passano velocemente, anche se il ritmo tenuto è

abbastanza incalzante: 15/16 ore di cammino giornaliero con

tappe di 5/6 ore di cui solo un paio per dormire.

Per tutta la durata della gara mi sono chiesto come gli organizzatori

avessero fatto per offrire ai concorrenti un’assistenza ineccepibile

come quella ricevuta. 7 basi vita che erano palestre attrezzate

ad albergo con docce, letti e mensa; ristori che avrei voluto

godere con molta più calma per le specialità che offrivano, gente

calorosa che ci ha sostenuto durante tutto il percorso sia di notte

che di giorno.

E’ stata per me un’impresa resa possibile dalla preparazione

fisica, ma soprattutto dalla testa. Mi sono reso conto che

la condizione mentale è fondamentale per poter ottenere il

risultato aspettato molto più della resistenza. Sono state infatti la

convinzione e la determinazione che mi hanno fatto arrivare al

traguardo in 124h e qualche minuto.


C ASSIN, A UN ANNO DALLA MORTE

ci ha lasciato ormai da un anno

ma tutti a Lecco continuano ad avere nel cuore

il grande Riccardo Cassin

È scomparso esattamente in una calda giornata del 6 agosto

del 2009, ai piedi delle montagne che lo avevano avvicinato

alla sua immensa passione per l’alpinismo. Dai Piani Resinelli

colpì con un dolore imprevedibile la notizia che il leggendario

alpinista lecchese aveva abbandonato per sempre coloro che

ancora avevano la fortuna di frequentarlo o che, in ogni modo,

rimanevano sempre in attesa del racconto dei suoi commoventi

ricordi.

Ancora una volta Cassin ha voluto portare a termine un’impresa,

quella più importante di ogni esistenza, il compimento della vita,

nella maniera assoluta, che non lascia dubbi sulla sua completezza.

Il traguardo dei suoi cento anni sembra proprio che l’abbia

voluto marcare anche con alcuni mesi di sovrappiù: anche questo

doveva far parte del suo carattere, allo stesso modo con cui tutto

quello che portava a termine in montagna non veniva mai oscurato

da nessuna esitazione, da nessun sotterfugio. In lui abbiamo sempre

riscontrato l’onestà che appartiene alle persone della più genuina

semplicità: pur nella grandezza che, come alpinista, gli è stata

riconosciuta nell’ambiente internazionale, non abbiamo mai visto in

Cassin la boria del superuomo, la smania dell’auto-esaltazione.

Non è solo per le sue grandi conquiste sulle storiche pareti che

ormai tutti conoscono, che la sua morte ha lasciato un rimpianto

tanto forte, ma nello stesso tempo sereno.

A rappresentare questo rimpianto, si è espressa a Lecco la collettività

del mondo istituzionale, unitamente agli amici cui Riccardo

rimarrà perennemente nella memoria come leggendario alpinista e

come uomo di estrema modestia e di grande affabilità.

Nelle cerimonie che hanno celebrato questo primo anniversario

della sua morte, abbiamo assistito ad una partecipazione commossa

e commovente dei suoi cari, dei suoi tanti amici ed ammiratori,

delle autorità rappresentative delle istituzioni lecchesi e delle cariche

importanti del Club Alpino Italiano. Non poteva essere diver-

di Renato Frigerio

samente, se di lui, in questa occasione, hanno manifestato i più

forti sentimenti di stima personaggi come il Presidente Generale

del C.A.I. Umberto Martini, il Sindaco di Lecco Virginio Brivio e il

Presidente della Provincia Daniele Nava, editorialisti della stampa

nazionale come Erri De Luca.

Tutto questo viene a confermare che la stima e l’amore per Cassin

non si sono fermati ai giorni seguiti immediatamente alla sua

scomparsa, quale l’emblematica mostra allestita dalla fondazione

Cassin “100x100 Cassin – Parole Semplici”. La società lecchese

non può sentirsi soddisfatta di quello che è stato fatto nei momenti

più sensibili della triste notizia: Lecco vuole attestare a Riccardo

Cassin una celebrazione di cui non vediamo la fine e che si prolunga

intanto nella intitolazione della sezione del C.A.I. di Lecco al

suo nome glorioso, nella decisione annunciata da Daniele Nava di

dedicare a lui il primo piano del palazzo di corso Matteotti, sede

dell’Amministrazione Provinciale.

Ma forse più importante di tutto è che il mondo alpinistico lecchese

continui ad ispirarsi al mitico Riccardo e alle sue più amate montagne,

come sembra abbiano voluto indicare, come omaggio a Cassin,

i giovani alpinisti lecchesi – Marco Anghileri, Michele Mandelli,

Stefano Valsecchi, che in due notti e un giorno hanno ripetuto, in

concatenamento, le sue storiche vie dalla Medale, alla Grignetta

e al Grignone. Un omaggio che è giusto ora ricordare, quasi per

rivedere ancora una volta come in un filmato d’epoca, le prodezze

di un giovane Riccardo Cassin: Corna di Medale, Torre Costanza,

Torrione Palma, Sasso Carbonari, Sasso Cavallo, Pizzo d’Eghen.

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