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ANNO VIII - NUOVA SERIE - N. 5 - SETTEMBRE/OTTOBRE 2008 - Euro 3,00 - SPED. ABBONAMENTO POSTALE 70% - FILIALE DI ROMA

numero52008

Bimestrale d’informazione cinematografica edito dalla FICE - Federazione Italiana Cinema d’Essai

Speciale Festival di Roma

Tutti i film

Ciccone Costantini

Manfredonia Rovere

Streep Vicari

interviste

Laurent Cantet

Woody Allen

Guillermo Arriaga

Kathryn Bigelow

Jonathan Demme

Spike Lee

Stefano Tummolini

anteprima

I galantuomini

di Edoardo Winspeare

L’uomo

che ama

di Maria Sole Tognazzi

speciale

Incontri del

Cinema d’Essai

Le anteprime

I Premi Fice

Vota il film d’essai:

i vincitori


CLAUDE BERRI E JEROME SEYDOUX PRESENTANO MEDUSA FILM

“SI RIDE FINO ALLE

LACRIME.”

KAD MERAD DANY BOON

UN FILM DI

DANY BOON

Le Monde

DAL 31 OT TOBRE AL CINEMA

con il supporto del programma MEDIA dell'Unione Euoropea. www.medusa.it


n.5/2008

Cover story

12 L’uomo che ama

di Maria Sole Tognazzi

(Barbara Corsi)

In copertina: Monica Bellucci

Speciale Festival di Roma 2008

6 Il Festival: tutti i film (Mario Mazzetti)

8 Giulio Manfredonia (Marco Spagnoli)

10 Anne-Riitta Ciccone (Franco Montini)

14 Daniele Vicari (Franco Montini)

16 Daniele Costantini (Barbara Corsi)

18 Matteo Rovere (Federico Pontiggia)

20 Edoardo Winspeare (Franco Montini)

22 Meryl Streep (Mario Mazzetti)

Interviste

24 Kathryn Bigelow (Marco Spagnoli)

26 Laurent Cantet (Cristiana Paternò)

27 Jonathan Demme (Marco Spagnoli)

28 Guillermo Arriaga (Marco Spagnoli)

30 Stefano Tummolini (Barbara Corsi)

48 Woody Allen (Marco Spagnoli)

49 Spike Lee (Barbara Corsi)

Speciali

32 Incontri del Cinema d’essai di Asti

(Mario Mazzetti)

34 I premi FICE - Vota il film d’essai: i vincitori

Rubriche

4 Notizie

35 Mondo d’essai

Vania Traxler (Marta Proietti)

50 Cult dvd (Gabriele Spila)

51 Cinema di carta (Chiara Barbo)

52 Polvere di Stelle (Giovanni M. Rossi)

54 Colonna sonora (Mario Mazzetti)

Schede critiche

42 UN ALTRO PIANETA

45 BILLO - IL GRANDE DAKHAAR

37 THE BURNING PLAIN

40 CHANGELING

38 LA CLASSE – ENTRE LES MURS

46 EX DRUMMER

43 THE HURT LOCKER

36 LEZIONE VENTUNO

49 MIRACOLO A SANT’ANNA

47 NESSUNA VERITA’

43 EL ORFANATO

46 PALERMO SHOOTING

36 IL PASSATO E’ UNA TERRA STRANIERA

45 PLAYING THE VICTIM

44 QUALCUNO CON CUI CORRERE

44 QUEL CHE RESTA DI MIO MARITO

40 RACHEL GETTING MARRIED

42 IL SOL DELL’AVVENIRE

48 VICKY CRISTINA BARCELONA

37 WALL-E

47 THE WOMEN

VIVILCINEMA

Bimestrale d’informazione

cinematografica

fondato da Claudio Zanchi

n°5/2008 nuova serie

Settembre/Ottobre 2008

Direttore responsabile: Mario Mazzetti

editoriale

Una ripresa dolceamara

Gli Incontri di Asti? Un buon osservatorio sullo stato di salute

del cinema d’essai, mentre il Festival di Roma celebrerà

l’auspicato connubio tra qualità e mercato, in una stagione

di alti e bassi con l’annunciata scure al sostegno pubblico

Lo stato d’animo degli esercenti d’essai che si riuniscono ad Asti dal 7 al 9

ottobre non può definirsi propriamente ottimistico. Mentre in tutto il mondo si discute

come approdare alla rivoluzione del cinema digitale con modalità che non vadano a

beneficio esclusivo dei grossi circuiti (e della distribuzione, prima beneficiaria

dell’abbattimento dei costi conseguente all’addio alla pellicola), lasciando indietro

l’esercizio tradizionale che tiene alta la bandiera della diversità culturale e della vivibilità di

centri cittadini e realtà medio piccole, in Italia è pur vero che da fine anno dovremmo

salutare l’adozione delle norme che introducono facilitazioni di natura fiscale per

l’adozione del digitale; tuttavia, nel contempo, è dato per certo un taglio netto ai fondi di

sostegno al settore, che potrebbe colpire indistintamente: il credito agevolato che consente

l’apertura di nuovi schermi e la trasformazione di quelli esistenti; il settore delle sale d’essai

con ulteriore ribasso dei premi annuali che consentono alle nostre sale di proseguire

un’offerta qualitativamente rilevante; il progetto speciale “Schermi di Qualità”, che si

traduce in un ulteriore incentivo alla programmazione di cinema d’autore dell’Unione

Europea (ad Asti, sui temi citati, avremo il piacere di confrontarci con il direttore di Europa

Cinémas, il circuito di sale che sostiene i film di tutti i paesi della UE). Incentivi, per

l’appunto, non beneficenza, con ricadute benefiche sull’industria del cinema nel suo

complesso; con la forte spinta a programmare il cinema italiano – sostenuto a sua volta

dallo Stato in diverse forme – che sta attraversando una fase incoraggiante dal punto di

vista sia produttivo che di riscontro del pubblico; con investimenti e occupazione in un

momento in cui l’economia non va per il verso giusto. È per questo che la Fice si è unita a

tutte le associazioni dell’esercizio italiano, Anec in testa, per palesare al ministro Bondi il

disagio di tutta la categoria e la miopia di una politica che punta a tagliare senza

prospettive di sviluppo. Non ci saranno manifestazioni di piazza come quelle annunciate a

sostegno della scuola pubblica, però una forte attività di sensibilizzazione è in fase di avvio,

con l’auspicio di coinvolgere autori, produttori e tutti coloro che hanno a cuore le sorti del

cinema in Italia. Altrimenti, le chiusure senza appello di una quantità rilevante di sale

tradizionali (e non solo) e l’impoverimento dell’offerta di cinema indipendente

costituiranno un fenomeno irreversibile.

Volendo recuperare un senso di ottimismo che comunque non può che ispirare la nostra

attività, è giusto sottolineare il buon livello delle anteprime presentate ad Asti, specchio

della produzione corrente sia nazionale che europea che statunitense (certo, alcune

cinematografie sembrano scomparse dai nostri schermi, ma è un riflesso della cautela che

imperversa): dal film no budget di Tummolini presentato a Venezia fino al cinema

coinvolgente di Arriaga e Demme e a diverse anteprime assolute, è il caso di dire che nei

prossimi mesi ne vedremo delle belle…

Auspicio confortato dalla selezione della terza edizione del Festival di Roma, la prima

diretta da Gian Luigi Rondi che ha saputo convogliare consensi ed energie dopo la spallata

del cambio ai vertici del Comune di Roma: opere per tutti i gusti, variegate per linguaggio,

stile, provenienza, di cui si discuterà molto e che speriamo riceveranno la giusta attenzione

dal pubblico delle sale, lo stesso che si è appena pronunciato sui film d’essai più amati della

scorsa stagione attraverso il referendum promosso da questa rivista, e che senza appello ha

premiato quella che a nostro avviso è l’eccellenza: miglior film italiano Gomorra, miglior

film in generale Into the wild. Il pubblico, come si dice, è sovrano.

Hanno collaborato a questo numero: Chiara Barbo, Barbara Corsi, Mario Lorini,

Mario Mazzetti, Franco Montini, Anna Maria Pasetti, Cristiana Paternò, Federico

Pontiggia, Marta Proietti, Giovanni Maria Rossi, Marco Spagnoli, Gabriele Spila

...Segreteria per l’editore: Stefania Trenca ...Progetto grafico: Geppy Sferra

...Editore per conto della Fice: Spettacolo Service srl, via di Villa Patrizi 10,

00161 Roma, tel. 06/884.731 - Rivista fondata dalla Coop. L’Atelier di Firenze,

pubblicata dalla Fice: via di Villa Patrizi 10, 00161 Roma, tel. 06/884.731,

fax 06/440.42.55 ...e-mail: fice@agisweb.it ...web: www.fice.it

...Fotocomp. e stampa: Inprinting srl, Via Dalbono 35, Roma

MARIO LORINI

presidente FICE

...Abbonamento annuo: euro 15,00 sul C.C. Postale n° 61358016 intestato a

Spettacolo Service srl, Via di Villa Patrizi 10, 00161 Roma - Numeri arretrati euro

2,50 ...Concess.ria esclusiva per la pubblicità: A.P.S. ADVERTISING srl - Via Collatina,

62 - 00177 Roma - Tel. 06.64829419 / 511 / 250 - Fax 06.64829415

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Reg. Trib. di Roma n. 382 dell’ 11/9/2000 (già Trib Firenze n. 3642 del

17/12/1987) Sped. Abb. postale 70%

Chiuso in redazione il 02/10/2008- stampato per conto della

Inprinting srl presso lo stabilimento “Grafiche PFG” Spa

VIVILCINEMA settembreottobre08 3


notizie fice

4

LE DATE DEL

MOSAICO D’EUROPA ‘09

La terza edizione del Mosaico d’Europa Film

Festival di Ravenna, rassegna del cinema

giovane europeo con concorso, retrospettive e

omaggi, si svolgerà dal 20 al 25 aprile, sempre al

CinemaCity. Il festival, che ha come presidente

onorario Pupi Avati, è organizzato dal Comune

e dalla Provincia di Ravenna e dalla Fice.

NUOVI FILM D’ESSAI

Selezionate dalla commissione del ministero per

i beni e le attività culturali le opere prime e

seconde cui è attribuita la qualifica di interesse

culturale: Senza arte né parte di Giovanni

Albanese, Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli

(produzione Fandango), Good morning,

flashce

ASSISI FESTEGGIA AVATI

Dal 17 al 22 novembre ad Assisi la XXVII edizione di Primo piano

sull’autore celebrerà Pupi Avati, che a inizio mese compirà 70 anni.

La manifestazione, diretta da Franco Mariotti, raduna autori, critici e

pubblico per una due giorni di studio, un convegno e naturalmente la

retrospettiva dedicata all’autore di Una gita scolastica e Regalo di

Natale. Novità di quest’anno la rassegna “Il nuovo cinema di genere”.

LE NUOVE DATE DI VENEZIA

Sono in molti, tra gli addetti ai lavori, a tirare un sospiro di sollievo per

il posticipo di una settimana della Mostra di Venezia 2009: il

direttore Marco Muller ha dichiarato che il prossimo anno si comincerà

il 2 settembre e che lo slittamento sarà permanente. Sempre più vicine

le date di Venezia e Toronto, dal 2011 addirittura coincidenti, e di

nuovo ravvicinate Venezia e Roma, che nel 2009 dovrebbe partire il 15

ottobre.

AL VIA “ITALIA! CINEMA!” IN GERMANIA

È partita ad Amburgo l’XI edizione di Italia! Cinema!, la rassegna che

fino a metà dicembre porterà sette film italiani in 25 città tedesche, a

cura dell’associazione Made in Italy: selezionate 4 opere prime (Lascia

perdere, Johnny! di Bentivoglio, Notturno bus di Marengo,

L’orchestra di Piazza Vittorio di Ferrente, Il vento fa il suo giro di

Diritti) e poi La giusta distanza di Mazzacurati, Valzer di Maira,

Centochiodi di Olmi. Il film più votato dal pubblico potrà essere

distribuito in Germania.

FILM EUROPEI IN LIZZA PER L’EFA

44 film di 27 paesi aspirano alla candidatura agli European Film

Awards, XXI edizione: l’annuncio ai primi di novembre, i premi saranno

assegnati a Copenaghen il 6 dicembre. Tra i film, selezionati dagli oltre

mille giurati e da un comitato di esperti, gli italiani Gomorra, Il divo e

Giorni e nuvole; i francesi La classe, Cous cous, Bienvenue chez

les Ch’tis e Un conte de Noel; i tedeschi Cloud 9, Hanami, Die

welle; gli inglesi Espiazione, Battle for Haditha, Happy-go-lucky e

Hunger; i russi Mongol e 12; gli israeliani Waltz with Bashir e

Lemon tree; il romeno Boogie; gli spagnoli El orfanato, Caotica

Ana e 3 dias; il norvegese O’Horten, lo svedese King of Ping Pong,

l’austriaco Revanche, i polacchi Four night with Anna e Katyn, i

belgi Il silenzio di Lorna e Moscow, Belgium; l’ungherese Delta,

l’irlandese Eden, i danesi Flammen & Citronen e Just another love

story, lo svizzero Home, il turco Le tre scimmie. La serata di

Copenaghen omaggerà Judi Dench e i fondatori del Dogma: Kragh-

Jacobsen, Levring, Vinterberg e von Trier.

OSCAR AL FILM STRANIERO: LE ISCRIZIONI

Sono già tanti i film segnalati per l’Oscar al miglior film straniero

(candidature il 22 gennaio, premi un mese dopo): oltre a Gomorra che

rappresenta degnamente l’Italia, la Francia schiera la Palma d’oro La

classe di Cantet, la Norvegia O’Horten di Bent Hamer, l’Austria

(vincitrice lo scorso anno con Il falsario) Revanche di Goetz

Spielmann, la Germania La banda Baader Meinhof di Uli Edel che

vedremo a Roma, la Serbia The tour di Goran Markovich, il Brasile

Last stop 174 di Bruno Barreto, il Canada C’est qu’il faut faire pour

vivre di Benoit Pilon, l’India Taare Zameen Par di Aamir Khan, già

candidato con Lagaan; l’Islanda White wedding night di Baltasar

Kormakur, l’Argentina Leonera di Pablo Trapero, la Russia Rusalka di

Anna Melikyan, la Polonia Tricks di Andrzej Jakimowski, la Rep. Ceca I

Karamazov di Petr Zelenka.

VIVILCINEMA settembreottobre08

Aman di Claudio Noce, Il fodero di Paola Livia

Randi, Made in Italy di Nicola Barnaba, Casa

Agnelli di Marco Ferrante e Giovanni Piperno,

Il mondo fuori di Alessandro Celli e L’artista

di Gaston Duprat.

I PREMI CICAE

AL CINEMA EUROPEO

Le giurie di esercenti d’essai della Cicae hanno

assegnato di recente i seguenti premi: a Locarno

Sonbahar di Ozcan Alper, opera prima turcoarmena-georgiana

su un ex-studente, attivista

politico che scontata la pena negli anni ’90 torna

al paese natio per innamorarsi di una prostituta

georgiana. Al festival di Sarajevo incoronato

Delta dell’ungherese Kornel Mundruczo, già in

concorso a Cannes, sull’amore “maledetto” tra

due fratelli che si incontrano per la prima volta, in

una cornice fluviale incantevole, scatenando la

reazione della comunità. A Venezia Orizzonti

premiato il pregevole Dikoe Pole del russo

Mikhail Kalatozishvili, ambientato nella steppa,

una “guida per la sopravvivenza in tutti i deserti

del mondo”.

SETTIMANA DELLA

CRITICA A PADOVA

I film della Settimana della Critica di Venezia

’08 in dieci sale di Padova, Rovigo, Verona e

Vicenza grazie alla Fice Tre Venezie, al

Sindacato Critici e alla Regione Veneto. Tra i

film presentati, l’italiano Pinuccio Lovero di

Pippo Mezzapesa, la rivelazione comica malese

Sell out di Yeo Joon Han (peccato che nessuno

l’abbia acquistato per l’Italia), il vincitore

L’apprenti di Samuel Collardey.

RASSEGNE E FESTIVAL

Da poco conclusa la mostra Fotografia di scena al Castello Odescalchi di

Bracciano, a cura di Luce Monachesi, Mirtilla Rolandi Ricci e Romano Milani

…Fino al 18 ottobre la 15^ edizione del Premio Libero Bizzarri per

documentari a San Benedetto del Tronto, Grottammare e Cupra Marittima, temi

centrali delle varie sezioni: Diritti umani e Lavoro …Festival del Cinema Latino

Americano, XXIII edizione, dall’11 al 19 ottobre a Trieste: concorso, retrospettiva

Nicolas Echevarria, Cinema e memoria tra le numerose sezioni …Dal 17 al 29

ottobre Vienna International Film Festival per lunghi, doc e corti e

retrospettiva “Los Angeles: a city in film” per tutto il mese (www.viennale.at)

…Dall’11 al 16 novembre a Trieste Science+Fiction, festival di fantascienza con

anteprime, retrospettive, concorso, eventi speciali e incontri con autori di cinema

e letteratura: apertura con Death race di Paul W.S. Anderson; in cartellone

Chemical wedding di Julian Doyle scritto dal leader degli Iron Maiden Bruce

Dickinson; Nightmare detective 2 di Shinya Tsukamoto, 3 Dias di Javier

Gutierrez, Puffball di Nicholas Roeg …Dal 14 al 21 novembre a Firenze i

documentari del 49° Festival dei Popoli: concorso, retrospettiva Claire Simon e

molto altro (www.festivaldeipopoli.org) …Dal 18 al 20 novembre a Torino

Giornate europee del cinema e dell’audiovisivo, forum di coproduzione per

sceneggiatori, produttori indipendenti, distributori e rappresentanti di istituzioni

degli stati UE (www.europeandays.eu) …Fino all’8 dicembre al Museo

Nazionale del Cinema di Torino mostra fotografica Intrigo internazionale. Il

cinema di Roman Polanski …Dal 29 novembre al 6 dicembre a Bari

LevanteFilmFestival sul cinema indipendente italiano con tre sezioni

competitive, omaggio a Matteo Garrone e focus sul cinema balcanico

(www.levantefilmfest.com) …Fino al 30/10 si possono inviare progetti di

cortometraggi al Premio CortoLazio, info www.cittadelladelcorto.it …River to

river, festival del cinema indiano a Firenze dal 5 all’11 dicembre con

retrospettiva Raj Kapoor a 20 anni dalla morte e ampia selezione di opere recenti

(www.rivertoriver.it) …XX Trieste Film Festival dal 15 al 22 gennaio 2009, già

in programma retrospettiva di Walerian Borowczyk, cinema greco, James Joyce

…Bergamo Film Meeting 2009 dal 7 al 15 marzo …Dal 27 al 29 marzo 2009 a

Firenze festival documentario di riflessione sulla società italiana, Italiani brava

gente, scadenza 2 febbraio (www.cinemaitaliano.info/italianibravagente).

SI GIRA NEL MONDO

Alessandro Angelini, regista dell’apprezzato “L’aria salata”, prepara Alzati e

cammina con Sergio Castellitto …Valerio Mieli della Scuola Nazionale di Cinema

girerà Dieci inverni, coproduzione con la Russia con Alba Rohrwacher …Il padre

e lo straniero di Giancarlo De Cataldo diventa film per la regia di Ricky Tognazzi,

con Alessandro Gassman nel ruolo del padre di un bimbo con handicap che fa

amicizia con un arabo nella stessa situazione …Ksenia Rappoport nel nuovo film di

Kirill Serebrennikov (“Playing the victim”) Il giorno di Yuriev, premiato a Locarno

…Gabriele Muccino prepara il terzo film americano dopo l’imminente Seven

Pounds: ha per titolo What I know about love ed è un aggiornamento di

“Kramer vs. Kramer” …Charlotte Rampling, Daniel Bruhl e John Hurt nella

commedia nera Angel makers di Jon Amiel …A serious man è il nuovo film dei

fratelli Coen, riprese in Minnesota con attori poco noti: è la storia di un professore

di fisica nel ’67, cui uno sconosciuto cerca di sabotare la carriera …The ghost of

Munich di Benamou diventerà un film sceneggiato da Milos Forman e Vaclav

Havel: è la storia di un giornalista che 30 anni dopo la conferenza di Monaco si

mette sulle tracce dell’ex-premier francese Edouard Daladier …La commedia

britannica Wild target schiera Bill Nighy, Emily Blunt, Rupert Grint e Rupert

Everett diretti da Jonathan Lynn, remake del francese “Cible emouvante”

…Antonio Banderas sarà il padre di una bimba dai poteri soprannaturali ne La

hija del ruisenor, diretto dal messicano Luis Mandoki …Michael Winterbottom e

Mat Whitecross dopo “Road to Guantanamo” preparano il documentario Shock

doctrine, dal libro di Naomi Klein sul capitalismo fondato su guerra, terrorismo e

disastri naturali. La stessa Klein ne sarà narratrice.


Foto: Stefano Montesi/Photomovie

COLORADO FILM E RAI CINEMA

presentano

FILIPPO NIGRO CHIARA CHITI DESIRÉE NOFERINI NADIR CASELLI CHIARA PAOLI

NON STARE AL LORO GIOCO

POTRESTI FARTI MALE

UNGIOCODARAGAZZE

una coproduzione Rai Cinema Colorado Film UN GIOCO DA RAGAZZE liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Andrea Cotti edito da Colorado Noir

con Filippo Nigro Chiara Chiti Nadir Caselli Desirèe Noferini Chiara Paoli Valeria Milillo Stefano Santospago Franco Olivero Elisabetta Piccolomini Tommaso Ramenghi Valentina Carnelutti Cecilia Carponi

sceneggiatura di Teresa Ciabatti Andrea Cotti Sandrone Dazieri Matteo Rovere casting Francesca Borromeo aiuto regia Federico Nuti direttore di produzione Giacomo Centola costumi Monica Celeste scenografia Eugenia F. di Napoli suono Roberto Sestito

musica Andrea Farri il brano “Nell’aria” è cantato da L’Aura montaggio Claudio Di Mauro (a.i.m.c) fotografia Arnaldo Catinari (a.i.c) organizzatore Antonio Tacchia prodotto da Maurizio Totti regia di Matteo Rovere

www.myspace.com/ungiocodaragazze

®

Original

Soundtracks

DAL 7 NOVEMBRE AL CINEMA

regia di MATTEO ROVERE


Festival di

Speciale

A tutto cinema

Terza edizione della kermesse romana, la prima con Gian Luigi Rondi presidente,

per ora con poche variazioni di rotta e una vetrina preziosa per molte opere in

uscita. Molte chicche nelle sezioni collaterali, in particolare “L’Altro Cinema”

Quel che è certo è che il

Festival Internazionale del Film di Roma

(22-31 ottobre) è la manifestazione italiana

di cinema che più tiene banco sulla stampa,

indipendentemente dalle opere in

cartellone: se le prime due edizioni – sotto la

presidenza del veltroniano Goffredo Bettini

– sono state precedute da ampio dibattito e

non poche polemiche sulle date, sulla

vicinanza alla Mostra di Venezia e sulle

selezioni, il cambio della guardia al Comune

di Roma ha scatenato più radicali annunci e

proposte di intervento che, dal neosindaco

Alemanno in giù, hanno messo in discussione

natura, missione e significato stesso della

kermesse. A riportare serenità e continuità

(almeno fino alla scadenza imminente dei

contratti di molti direttori e collaboratori) è

stata la nomina alla presidenza di Gian Luigi

Rondi, veterano dell’ideazione e della

direzione di festival nonché critico

cinematografico ed eminenza grigia del

David di Donatello, abile ma ferreo

negoziatore, forse l’unica personalità del

settore capace di creare il più vasto consenso.

Così, dopo aver affidato a Piera Detassis il

coordinamento dei direttori, aver attribuito

nomi italiani alle sezioni e al Mercato di Via

6 VIVILCINEMA settembreottobre08

Veneto e aver modificato premi e giurie,

Rondi ha consentito allo staff di Cinema per

Roma di recuperare il tempo perduto e,

conservando un ponte ideale con il Festival di

Toronto (e il Tribeca), di assemblare un

programma variegato che mira a coniugare

qualità e mercato, non a caso presentando

molti dei film in uscita nelle prossime

settimane (anche le esclusioni hanno tenuto

banco, come ad esempio W che Oliver Stone

ha “dedicato” a George W. Bush).

Ora che finalmente gli schermi

dell’Auditorium stanno per accendersi, la

prima impressione sulla selezione operata da

Teresa Cavina e Giorgio Gosetti (Cinema ‘08),

Piera Detassis (Anteprima), Gianluca

Giannelli (Alice nella città) e Mario Sesti

(L’Altro Cinema) è di un’annata stimolante

per autori e contenuti, con diversi eventi,

una ridotta ma discreta presenza di stelle per

la passerella (fa più chic chiamarla red

carpet) e una marea di appuntamenti

collaterali. Come e più di Venezia ‘08, si

dirada la presenza americana – difficile

bissare l’exploit delle passate edizioni con

titoli come The departed, Into the wild ed

Across the universe – a beneficio del

cinema italiano ed europeo.

EASY VIRTUE

A contendersi il doppio Marc’Aurelio d’oro

(del pubblico e della giuria di critici) le 20

opere del Concorso, che compatta le due

sezioni CINEMA 2008 e ANTEPRIMA

eliminando le disparità delle prime edizioni

(ma perché mantenerle separate se

entrambe concorrono ai premi?). Buona la

presenza di autori più o meno celebrati, dal

cambogiano Rithy Panh che passa dal

documentario sui khmer rossi a La diga sul

pacifico di Marguerite Duras, ambientato

nell’Indocina coloniale, con Isabelle Huppert

impegnata a difendere le risaie e l’onore

della figlia; al veterano portoghese João

Botelho che “prende in prestito” a De

Oliveira la scrittrice Agustina Bessa Luis per

celebrare lo spirito indomito delle donne di

epoche diverse in A corte do Norte,

ambientato a Madeira; Krzysztof Zanussi

parla in Serce na dloni della corrotta

oligarchia polacca nella persona di un

uomo che ha bisogno del trapianto di

cuore e che vede in un giovane

aspirante suicida il possibile

donatore… Toni leggeri in Cliente

di Josiane Balasko, anche interprete

al fianco di Nathalie Baye,

affermata presentatrice col vizietto


Roma 2008 Speciale

dei gigolo che rimane stregata da uno dei ragazzi che frequenta;

e in Easy virtue, remake dell’Hitchcock annata 1928, storia di

una divorziata americana (Jessica Biel) che sposa il rampollo di

una stravagante coppia inglese (Colin Firth e Kristin Scott

Thomas), dirige lo Stephan Elliott di Priscilla. Viggo Mortensen,

artista poliedrico cui è dedicato un incontro con il pubblico, è un

docente di letteratura costretto a fare i conti col nazismo in

ascesa in Good di Vicente Amorim, e un uomo chiamato a

riportare l’ordine in un villaggio del New Mexico sconvolto dalla

violenza, nel Western fuori concorso Appaloosa diretto e

interpretato da Ed Harris (nel cast anche Jeremy Irons e Renée

Zelwegger). Ilan Duran Cohen, ne Le plaisir de chanter, mette

in scena una coppia di agenti segreti alle prese con una vedova

che nasconde materiale scottante, sulle cui tracce si mettono in

molti, finendo tutti col frequentare un corso di canto lirico. La

Resolution 819 cui si richiama Giacomo Battiato è quella

dell’Onu sui crimini contro l’umanità, che dopo sei anni di

ricerche in Bosnia ha portato al processo a Karadzic e Mladic (nel

cast Benoît Magimel e Hyppolite Girardot). Il regista di

Monsieur Ibrahim, François Dupeyron, descrive un turbolento

matrimonio nella comunità africana di Parigi in Aide

toi et le ciel t’aidera, mentre nell’italoargentino

El artista degli esordienti

Duprat-Cohn un infermiere si

appropria dei quadri del

paziente di un

manicomio, incontrando

la fama e le stramberie

del mondo dell’arte. La

steppa kazaka, una donna

sciamana e la speculazione

edilizia sono gli

ingredienti di

Bacsy di

Guka

Omarova,

prodotto da

Sergej

Bodrov

GOOD

ROCKNROLLA

CLIENTE

ROCKNROLLA

Tutti i film del festival

CONCORSO

(Cinema 2008) Aide toi et le ciel t’aidera, F. Dupeyron …El artista,

G. Duprat e M. Cohn …Bacsy, G. Omarova …Un barrage contre le

Pacifique, R. Panh …Cliente, J. Balasko …A corte do Norte, J. Botelho

…Un gioco da ragazze, M. Rovere …Iri, Zhang Lu …Opium war, S.

Barmaq …Il passato è una terra straniera, D. Vicari …Le plaisir de

chanter, I. Duran Cohen …Resolution 819, G. Battiato

(Anteprima) Easy virtue, S. Elliott …Galantuomini, E. Winspeare

…Good, V. Amorim …Parlami di me, B. De Sica …Pride and glory – Il

prezzo dell’onore, G. O’Connor …Shattenwelt, C. Walter …L’uomo

che ama, M.S. Tognazzi (film d’apertura) …Serce na dloni, K. Zanussi

FUORI CONCORSO

8, Autori Vari …Der Baader Meinhof komplex, U. Edel …The

duchess, S. Dibb …Parlez moi de la pluie, A. Jaoui …Sam hoy tsam

yan, Tsui Hark …Si può fare, G. Manfredonia …Appaloosa, E. Harris

…The garden of Eden, J. Irvin …RocknRolla, G. Ritchie …Il sangue

dei vinti, M. Soavi …L’ultimo Pulcinella, M. Scaparro (film di chiusura)

…Aspettando il sole, A. Panini …All human rights for all, Autori

Vari

L’ALTRO CINEMA

(Finzione) $9,99, T. Rosenthal …Baghead, M. e J. Duplass …Cal

Arts, Aa. Vv. …L’heure d’été, O. Assayas …JCVD, M. El Mechri

…Louise-Michel, G. Kervern e B. Delépine …Martyrs, P. Laugier …Il

prossimo tuo, A.R. Ciccone …Tres deseos, M. Trotta e V. Imar

…When a man comes home, T. Vinterberg …Amore che vieni,

amore che vai, D. Costantini

(Documentari) 7 Blind women filmmakers, Aa. Vv. …Bob Marley

– Exodus ’77, A. Wall …Effedià – Sulla mia cattiva strada, T. Marchesi

…El ultimo truco, S.Monleón …Farbtest.6, G. Conradt

…Giorgio/Giorgia (storia di una voce), G. Mingozzi …Gyumri, J. Sevcikova

…Life. Support. Music, E. D. Metzgar …Man on wire, J. Marsh

…L’ora d’amore, A. Appetito e C. Carmosino …Predappio in luce, M.

Bertozzi …Rembrandt’s J’accuse, P. Greenaway …Eldorado – Choréographie

/ Création, O. Assayas …Stolen art, S. Backès …Theater of

war, J. Walter …Walt & El Grupo, T. Thomas …Where in the world is

Osama Bin Laden?, M. Spurlock

ALICE NELLA CITTA’

(Età 8-13) Magique!, P. Muyl …Only, I. Veninger e S. Reinolds …El

viaje de Teo, W. Dohner …Santa mesa, R. Morales …Tahaan, S. Sivan

…Pinocchio, A. Sironi

(Età 14-17) Playing for Charlie, P. Patrick …Summer, K. Glenaan …La

siciliana ribelle, M. Amenta …LOL, L. Azuelos …Middle of nowhere, J.

Stockwell …The home of the dark butterflies, D. Karukoski

(Fuori concorso) The 3 of Ghibet, A. D’Adamo e N. Satta …High

School Musical 3, K. Ortega

OCCHIO SUL MONDO (Focus Brasile)

Cidade dos homens, P. Morelli …Coração vagabondo, F. Grostein

Andrade …Estõmago, M. Jorge …Jogo de cena, E. Coutinho …Meu

nome não è Johnny, M. Lima …Os desafinados, W. Lima …O pai ó,

M. Gardenberg …O signo da cidade, C. A. Riccelli …Santiago, J.

Moreira Salles …Verônica, M. Farias (Retrospettiva) A casa do Tom,

A. Jobim …Coisa mais linda: historias e casos da Bossa Nova, P.

Thiago …Fabricando Tom Zé, D. Matos …Futebol, J. Moreira Salles

…Nelson Freire, J. Moreira Salles …Oscar Niemeyer, F. Maciel

…Outros, A. Waddington …Maria Bethãnia – Pedrinha de Aruanda,

A. Waddington …Meu tempo è hoje – Paulinho da Viola, I. Jaguaribe

…Pierre Fatumbi Verger: mensangero entre dois mundos, L. Barque

de Hollanda …Vinicius, M. Faria …Raizes do Brasil: una cinebiografia

de Sérgio Buarque de Hollanda, N. Pereira dos Santos

RETROSPETTIVA

Actor’s Studio – Marc’Aurelio d’oro alla carriera

INCONTRI

Olivier Assayas, Michael Cimino, David Cronenberg (Mostra fotografica

Chromosomes & Retrospettiva), Toni Servillo & Carlo Verdone,

Gina Lollobrigida (Marc’Aurelio d’oro alla carriera)

VIVILCINEMA settembreottobre08 7


speciale Roma ‘08

intervista

Giulio Manfredonia

Basta crederci

“Si può fare” ripercorre la storia vera

di un sindacalista (Claudio Bisio) che ha

introdotto nel mondo del lavoro gli

ex-pazienti di un manicomio

“Tutto è nato da un’idea dello

sceneggiatore Fabio Bonifacci, basata su un articolo

pubblicato 8 anni fa su Repubblica riguardante una

cooperativa di ex pazienti di un manicomio, gestita a

Pordenone dal sindacalista Rodolfo Giorgetti e dallo

psichiatra Angelo Righetti. Inventandosi dei mestieri

per tutti e specializzandosi nella realizzazione di

parquet, questa piccola comunità è diventata anche

un’interessante realtà economica”. Giulio Manfredonia

racconta così la genesi di Si può fare, che richiama nel

titolo una frase di Franco Basaglia, l’ideatore della

legge unica al mondo che ha introdotto un approccio

nuovo e diverso con la malattia mentale. “Basaglia ha

più volte detto ‘noi abbiamo dimostrato quello che si

può fare’. Il sindacalista interpretato da Claudio Bisio

riesce a tirar fuori il meglio da ognuno dei personaggi,

semplicemente dando loro credito. Ogni volta che

qualcuno gli chiede qualcosa lui risponde ‘Si può fare!’.

È stata proprio questa fiducia a cambiare le dinamiche

all’interno del gruppo”.

Qual è il legame tra il suo film e la vicenda reale?

Abbiamo preferito ambientare la vicenda negli anni

‘80 a Milano, città chiave per il mondo del lavoro,

fondendo nel personaggio di Bisio le due figure dello

psichiatra e del sindacalista. Ci siamo documentati a

lungo non solo a Pordenone, ma anche a Desio, vicino

Milano, dove siamo stati a lungo in un istituto con dei

malati. Il film è stato girato a Santa Maria della Pietà.

Quanto è stato forte il vostro senso di

responsabilità?

È stato gigantesco, perché le storie, pur inventate,

presentano una base reale. Non volevamo tradire la

verità, ma al tempo stesso desideravamo dar vita ad un

racconto cinematografico fondato sull’idea di speranza

e sulla possibilità di cambiamento. Rispetto ai miei film

precedenti, si tratta di una grande storia italiana per

l’unicità della legge Basaglia: in nessun’altra nazione è

escluso il ricovero coatto sine die per malati mentali.

Una rivoluzione di cui si è parlato poco, soprattutto al

cinema. È stato difficile conciliare una storia vera con il

mio stile che presenta elementi di favola e di

ottimismo.

Come ha scelto Claudio Bisio?

È un attore che mi è sempre piaciuto molto, nei suoi

spettacoli si occupa sempre di temi sociali. Mi sembrava

che avesse la giusta dose di umanità, di follia e cinismo

necessari per portare sullo schermo un personaggio del

genere. Non ho mai pensato a lui come un comico, ma

come un bravissimo attore.

MARCO SPAGNOLI

8 VIVILCINEMA settembreottobre08

PRIDE AND GLORY

(Mongol). Sempre dall’Asia, il coreano Iri di Zhang Lu affronta le ferite ancora

aperte dell’esplosione che trent’anni prima causò nella città del titolo centinaia di

morti; Opium war di Siddiq Barman (Osama) è la cronaca del vagare di due piloti

americani, il cui elicottero è stato abbattuto nel deserto afgano, a contatto con la

popolazione locale. Con Pride and glory, Gavin O’Connor narra una torbida

investigazione sull’uccisione di quattro poliziotti che coinvolge un’intera famiglia di

tutori dell’ordine a New York (Edward Norton, Colin Farrell, Jon Voight i

protagonisti), tra onore da preservare e sospetti di corruzione. Mentre in Italia film e

documentari sugli anni di piombo provocano reazioni politiche, il cinema tedesco è in

piena rilettura critica con due film: fuori concorso la ricostruzione di Uli Edel di ascesa,

crimini, resa de La banda Baader Meinhof, la Raf che ha sconvolto la vita politica

della Germania Ovest negli anni ’70, i cui leader sono finiti “suicidati” nel carcere di

Stammheim – budget ricco, molta azione, attori di richiamo (Moritz Bleibtreu,

Martina Gedeck, Alexandra Maria Lara) e le inevitabili polemiche in patria; Connie

Walter descrive in Shattenwelt il reinserimento nella società di un ex terrorista, la

cui vicina di casa si scopre legata al suo doloroso passato.

Del cinema italiano in gara (un incremento della presenza nostrana al Festival era

nell’aria, ma siamo ben lungi dall’autarchia professata da Squitieri) parliamo

diffusamente nelle pagine seguenti: il film d’apertura L’uomo che ama della

Tognazzi, Galantuomini di Winspeare, Un gioco da ragazze di Rovere, Il passato

è una terra straniera di Vicari, fuori concorso Si può fare con cui Giulio

Manfredonia mette un sindacalista milanese (Claudio Bisio) a capo di una cooperativa

di ex pazienti di ospedali psichiatrici che cerca di avviare al mondo del lavoro.

Tutt’altra atmosfera in Parlami di me, la versione per il grande schermo dello

spettacolo che Christian De Sica ha portato in giro per l’Italia in due fortunate

stagioni, diretto dal figlio Brando: memorie personali e l’amore

per il musical in un assolo scritto da Vaime e Costanzo.

FUORI CONCORSO si preannuncia

interessante 8, come i corti affidati a

Jane Campion, Gael Garcia Bernal, Jan

Kounen, Mira Nair, Gaspar Noé,

Abderrahmane Sissako, Gus van Sant e

Wim Wenders sugli obiettivi fissati

dall’Onu per migliorare la qualità della

vita sulla Terra (acqua, alfabetismo e così

via fino alla lotta all’Aids). Dopo aver

aperto Venezia nel 2005 con Seven

swords, Tsui Hark con Sam hoy

tsam yan affronta una

storia visionaria e

romantica di fantasmi

d’amore, città

sommerse e panorami

futuribili. Tornando

in Europa, Agnès

Jaoui (Il gusto

degli altri) torna

L’ULTIMO PULCINELLA


in tandem con Jean-Pierre Bacri alle sue

commedie scritte e interpretate in punta di

penna: Parlez moi de la pluie è incentrato

su una femminista entrata in politica,

pedinata da un regista fallito e dal figlio

della domestica (Jamel Debbouze) impegnati

con un documentario sulle donne in carriera;

Keira Knightley è La duchessa del

Devonshire Georgiana Spencer, alle prese con

un matrimonio infelice, vizi ed eccessi nel

nome dell’anticonformismo: troppo facile

l’accostamento a Lady Diana, discendente

della nobildonna del ‘700 (tra gli interpreti

Ralph Fiennes, Charlotte Rampling e il

giovane Dominic Cooper).

Tra le PROIEZIONI SPECIALI, la rilettura ad

opera di John Irvin del romanzo di

Hemingway Il giardino dell’ Eden, storia

del rapporto morboso tra uno scrittore, la

moglie trasgressiva e una donna attratta da

entrambi; composito il cast, che annovera

Mena Suvari, Jack Huston, Caterina Murino il

cui bacio saffico è già in rete, Carmen Maura

e Matthew Modine. Il “signor Madonna”

Guy Ritchie torna alle sue tronitruanti storie

di truffatori, malviventi e sfigati dopo il

fiasco del remake di Travolti da un insolito

destino…: RocknRolla è pane per i suoi

denti, una commedia nera con Gerard Butler,

Thandie Newton e Tom Wilkinson. Anche in

questa sezione si parla molto l’italiano, con il

film di chiusura L’ultimo Pulcinella che

Maurizio Scaparro ha diretto tra Napoli e le

banlieu di Parigi, da un soggetto inedito di

Roberto Rossellini sul rapporto tra un padre

artista di strada e il figlio alla ricerca di nuovi

stimoli: tra teatro e scontro generazionale,

un film atipico con Massimo Ranieri,

Domenico Balsamo e Adriana Asti; Ago

Panini presenta le disavventure dei clienti del

Bellevue Hotel nel corale Aspettando il

sole con Raul Bova, Giuseppe Cederna,

Claudio Santamaria, Vanessa Incontrada; Il

sangue dei vinti è la riduzione del libro di

Giampaolo Pansa, molto discussa per le

accuse di revisionismo, storia di una famiglia

divisa tra brigate partigiane e milizie di Salò

LA BANDA BAADER MEINHOF

con Michele Placido, Barbora Bobulova e

Stefano Dionisi (alla proiezione seguirà

dibattito).

Confermato il forte appeal della sezione

L’ALTRO CINEMA (“Extra” nelle prime due

edizioni), curata da Mario Sesti. Linguaggi

alternativi, curiosità d’autore, documentari e

sperimentazioni con, in più, incontri ad alto

potenziale: Al Pacino, premio alla carriera,

che presenta la terza tranche della

retrospettiva Actor’s Studio (di cui è copresidente);

David Cronenberg e la sua

mostra Chromosomes, elaborazioni digitali di

foto dei suoi film al PalaExpo; Michael

Cimino che illustra le scene di ballo più belle

della storia del cinema; Olivier Assayas che

presenta il recente L’heure d’été (tre fratelli,

la scomparsa della madre, le opere dello zio

pittore e i beni di famiglia da “sistemare”)

con Juliette Binoche, Charles Berling e

Jérémie Renier, ma anche due documentari

dedicati alla coreografia Eldorado di

Angelin Preljocaj da una partitura di

Stockhausen, uno sulla messa in scena, l’altro

sulla preparazione; Toni Servillo e Carlo

Verdone che discutono della loro

professione, e poi gli omaggi ad Alida Valli,

Nino Manfredi, Dino Risi, Steno, Florestano

Vancini. L’altro premio alla carriera è

destinato a Gina Lollobrigida.

Le 10 opere di finzione spaziano dalla stop

motion esistenzialista $9,99 dell’australiana

Tatia Rosenthal, con le voci di Geoffrey Rush

e Anthony La Paglia, alla fictionmockumentary

JCVD in cui Van Damme

spiega i motivi del suo declino fino a una

(finta) rapina in banca (dirige Mabrouk El

Mechri); dagli aspiranti sceneggiatori in uno

chalet isolato nella commedia thriller

Baghead dei fratelli Duplass ai corti

d’animazione degli studenti del Cal Arts,

l’istituto d’arte californiano fondato da Walt

Disney; dalle operaie “dismesse” dalla sera

alla mattina che decidono di vendicarsi

assoldando un killer in Louise-Michel di

Gustave Kervern e Benoît Delépine (produce

Mathieu Kassovitz) alla violenza cieca del

UN BARRAGE CONTRE LE PACIFIQUE

PARLEZ MOI DE LA PLUIE

thriller Martyrs di Pascal Laugier fino

all’opera terza dell’italo-finlandese Anne-

Riitta Ciccone, Il prossimo tuo con Maya

Sansa e Jean-Hughes Anglade; dal ritorno in

Danimarca del fondatore del Dogma Thomas

Vinterberg con When a man comes home,

una nuova storia di complicazioni famigliari

e sentimenti repressi tra commedia e

dramma; alla coppia che implode

nell’argentino Tres deseos di Marcello

Trotta e Vivian Imar.

La sezione documentari, competitiva, è sulla

carta la più stimolante, sia nei ritratti di

artisti che nelle storie di vita. Sotto il primo

aspetto, Anthony Wall con Exodus ’77 ci

immerge nel mondo e nella musica di Bob

Marley, a Londra per registrare il suo

capolavoro dopo essere sfuggito a un

attentato in patria. Fabrizio De André rivivrà

grazie alle immagini d’archivio, molte delle

quali inedite, raccolte da Teresa Marchesi in

Effedià – Sulla mia cattiva strada d’intesa

con Dori Grezzi (con lui Brassens, Battiato,

Mina, Mia Martini, Tenco, Wenders ed altri; il

dvd includerà due cd con le canzoni del film).

Dal romanzo Un destino ridicolo dello stesso

De André, evento speciale della sezione è

Amore che vieni, amore che vai diretto

da Daniele Costantini. El ultimo truco di

Sigfrid Monleon è la storia di Emilio Ruiz del

Rio, maestro di effetti speciali “vecchia

scuola” con collaborazioni da Welles a Lynch;

Giorgio/Giorgia (storia di una voce) di

Gianfranco Mingozzi è la storia di Giorgia

O’Brian, diva del palcoscenico per due

decenni, all’anagrafe Giorgio Montana;

Life.Support.Music di Eric Daniel Metzgar

ricostruisce l’odissea del chitarrista Jason

Crigler, rinato dopo l’emorragia cerebrale del

2004. Man on wire di James Marsch è

invece la rievocazione della passeggiata tra

le Torri Gemelle, nel ’74, del funambolo

Philippe Petit, tra utopia e coraggio. Da

segnalare anche Meryl Streep che mette in

scena Madre Coraggio e i suoi figli al Central

Park, ripresa nella preparazione del ruolo

brechtiano da John Walter in Theater of

war, e Peter Greenaway che torna ad

VIVILCINEMA settembreottobre08 9


Intervista Anne-Riitta Ciccone

La paura degli altri

Tre episodi girati a Helsinki, Parigi e Roma in

altrettante stagioni ne “Il prossimo tuo”,

a Roma nella sezione “L’Altro Cinema”

Un film in tre episodi, con tre diverse ambientazioni

geografiche e temporali – Helsinki, Parigi e Roma; l’estate, l’autunno e

l’inverno – girato in tre diverse lingue ma centrato su unico tema: la paura

degli altri. È il triplo salto mortale proposto da Il prossimo tuo di Anne-

Riitta Ciccone, unico lungometraggio italiano di finzione della sezione

“L’Altro Cinema” del Festival di Roma.

“L’idea del film – racconta la regista, nata ad Helsinki da padre italiano e

madre finlandese, cresciuta in Sicilia e trasferitasi a Roma appena

maggiorenne – mi è stata suggerita dagli attentati compiuti a Madrid nel

2004. Mi sono chiesta quali reazioni può scatenare nelle persone una

tragedia di questo tipo e più in generale come si possa reagire ad un

sentimento di paura. Montare il film è stato complicato, perché si è trattato

di mettere insieme una triplice coproduzione; aspettare la disponibilità degli

attori, perché per alcuni ruoli volevo assolutamente Jean-Hughes Anglade e

Maya Sansa; attendere il susseguirsi delle stagioni, perché l’ambientazione

naturale, in particolare nell’episodio finlandese, era essenziale”.

Sullo schermo le tre storie che compongono il film si svolgono intrecciandosi,

anche se ognuna resta autonoma e i protagonisti non si incontrano mai:

Eeva (Laura Malmivaara), una ragazza finlandese che vorrebbe isolarsi dal

mondo ma si ritrova invischiata in un rapporto umano con un anziano vicino

(Sulevi Peltola). Jean-Paul (Anglade), un giornalista francese scampato

casualmente ad un attentato, che si rifugia nella rete fino a cadere in una

sorta di porno dipendenza che lo spinge perfino a rifiutare la sua giovane

compagna (Diane Fleri). Maddalena (Sansa), una pittrice romana che, vittima

di un’esperienza traumatica, rifiuta i sentimenti illudendosi di poterli

sostituire con facili soluzioni sessuali.

“Il prossimo tuo – aggiunge la regista, già autrice di due apprezzati

lungometraggi, Le sciamane e L’amore di Marja – racconta tre solitudini

ripiegate su se stesse e sul proprio dolore privato, fino al punto di non

accorgersi delle tragedie ben più grandi che capitano nel mondo. A volte le

persone che soffrono possono essere molto egoiste e antipatiche, perché

inconsciamente amano crogiolarsi nel proprio dolore. Solo quando si

trovano costretti ad affrontare il problema di un’altra persona i miei tre

protagonisti recuperano un proprio equilibrio e compiono il primo passo

verso la normalità.

La cosa più curiosa del mio film – prosegue l’autrice – è che in un certo senso

la storia comincia quando già tutto è accaduto ed Eeva, Jean-Paul e

Maddalena vivono le conseguenze di qualcosa che hanno alle spalle, ma che

sullo schermo non si è visto e non si vedrà”.

Il film è parlato in tre lingue diverse, in Italia lo vedremo doppiato?

Mi piacerebbe che anche da noi uscisse in versione originale con i sottotitoli,

perché ogni lingua esprime qualcosa che per certi versi è intraducibile in

un’altra lingua. E poi ritengo che il mio sia veramente un film europeo,

ambientato in tre zone diverse del continente, e credo che dovremmo fare

uno sforzo per favorire questo tipo di produzione, per costruire un’Europa

anche cinematografica. In Italia bisognerebbe cominciare a combattere il

pregiudizio dei sottotitoli: sono convinta che non sia affatto vero che il

pubblico rifiuta le versioni originali.

FRANCO MONTINI

10 VIVILCINEMA settembreottobre08

Jean-Hughes Anglade

esaminare i misteri celati nella Ronda di

notte in Rembrandt J’accuse, che fa il

paio con l’ammirevole Nightwatch visto

a Venezia ’07 (in Italia nessuno l’ha

comprato…). Ancora, Walt & El grupo

rievoca il viaggio “di lavoro” di Disney e soci in Sud America

nel ’41 (ne nacquero Saludos amigos e I tre caballeros);

Predappio in Luce di Marco Bertozzi analizza le

trasformazioni sociali e urbanistiche della città che ha dato i

natali al Duce, meta di pellegrinaggio di nostalgici. Sul fronte

sociale, L’ora d’amore di Andrea Appetito e Christian

Carmosino esplora la mancanza d’amore dei reclusi e le

difficoltà di mantenere in vita le relazioni con chi si trova

all’esterno; Stolen art è il giallo dei “falsi d’autore” di Pavel

Novak, pittore ceco accusato a New York di aver esposto un

originale rubato mesi prima. Dopo Supersize me, il beffardo

Morgan Spurlock con Where in the world is Osama Bin

Laden? compie un viaggio nei “paesi canaglia” per dimostrare

l’inconcludenza di anni di indagini dei servizi americani;

Gyumri della ceca Jana Sevcikova è la storia della

ricostruzione della città armena distrutta dal sisma dell’88, nel

dolore dei sopravvissuti (dei 70mila morti ben tre quarti erano

bambini); 7 blind women filmmakers è un insolito

esperimento: affidare a un gruppo di donne non vedenti una

videocamera con cui raccontare la propria storia.

Interessante anche la retrospettiva OCCHIO SUL MONDO,

dedicata al Brasile con film, documentari musicali (da Vinicius a

Maria Bethania, da Chico Buarque fino a Tom Zé, il meglio

della musica brasiliana in tutte le sfumature) ed eventi dal vivo,

come il concerto del 22 ottobre a Piazza Navona affidato ad

Arto Lindsay.

ALICE NELLA CITTÀ, come sempre sdoppiata a seconda

dell’età di riferimento (8-13 e 14-17), offre sguardi inediti e

prospettive originali sul mondo dell’infanzia e

dell’adolescenza, con opere da tutto il mondo – dall’Australia

la regista Pene Patrick dirige Playing for Charlie con musiche

di Lisa Gerrard, dall’India Santosh Sivan propone la

favola/metafora Tahaan, e ancora i ghiacci dell’Ontario in

Only, l’immigrazione nel messicano El viaje de Teo, la crisi

economica nel filippino Santa mesa, le atmosfere cupe del

finlandese The home of the dark butterflies – e attori noti

a nobilitare titoli in cerca di visibilità: Susan Sarandon con la

figlia Eva Amurri in Middle of nowhere, Sophie Marceau con

figlia adolescente in Lol, Robert Carlyle in Summer, sul

passaggio dall’adolescenza all’età adulta; Marie Gillain nella

commedia musicale Magique! Per l’Italia, la versione per il

grande schermo del nuovo Pinocchio televisivo di Alberto

Sironi, con Alessandro Gassman-Collodi, Violante Placido,

Margherita Buy, Bob Hoskins e Luciana Littizzetto-Grillo

parlante; e la tragica vicenda di Rita Atria, che denunciò gli

assassini del padre e del fratello suscitando la condanna del

proprio ambiente e la protezione di Borsellino, ne La siciliana

ribelle di Marco Amenta, che aveva già affrontato

l’argomento con un documentario. E poi il bell’omaggio

all’animazione italiana con i corti restaurati di Emanuele

Luzzati, Giulio Gianini, Leo Lionni, Toni e Nino Pagot, Bruno

Bozzetto.

Prosegue il New Cinema Network, ribattezzato LA FABBRICA

DEI PROGETTI di opere seconde di giovani registi europei, di

cui si mostra il film d’esordio, alla ricerca dei finanziamenti per

avviare la nuova produzione. Tra gli autori ammessi, Tony

D’Angelo (Una notte) con Colpa, il documentarista Andrea

Segre con Shun Lee e il poeta e Ruggero Gabbai con Arabi

danzanti.

MARIO MAZZETTI


cover Maria story Sole Tognazzi

FILMOGRAFIA - Non finisce qui (corto, 1997) Passato prossimo (2003), L’uomo che ama (2008)

La regista Ksenia Rappoport

Sensibilità virile

Cinque anni dopo l’esordio nel

lungometraggio con Passato prossimo,

dopo un progetto a lungo inseguito e non

andato in porto, Maria Sole Tognazzi, la più

giovane dei figli del grande Ugo, torna sugli

schermi con L’uomo che ama. Protagonista

assoluto è Pierfrancesco Favino, che interpreta

Roberto, un uomo alle prese con due diverse

sofferenze d’amore, vissute in un breve arco

di tempo nelle relazioni con due donne, Sara

(Ksenia Rappoport) e Alba (Monica Bellucci).

Nel cast del film, che apre il Festival di Roma,

anche Piera Degli Esposti e Marisa Paredes.

Si parla sempre delle donne che amano –

o che “amano troppo”. Più raramente di

un uomo che soffre per amore. L’uomo

che ama è un esempio particolare,

oppure è un’analisi dei sentimenti che

spesso gli uomini hanno pudore di

mostrare?

Roberto è una persona normalissima, che si

trova a vivere due esperienze completamente

diverse dell’amore e due tipi opposti di

sofferenza: il dolore di chi viene lasciato, e

quello di chi sceglie di andare via. Mi

interessava descrivere queste due condizioni

attraverso una figura maschile, per mostrare

che non c’è diversità nella sofferenza amorosa

fra uomini e donne. Queste situazioni vengono

sempre raccontate attraverso gli occhi e la

sensibilità femminile, come se riguardassero

solo le donne. Volevo oppormi a questo cliché,

raccontando i sentimenti di un uomo dal punto

di vista femminile.

Roberto vive fisicamente il disagio della

separazione, al punto di vomitare per la

nausea appena sveglio, come il

protagonista di Cronaca di un disamore di

Ivan Cotroneo, che ha scritto il film con

lei. Quanto c’è di lui nella sceneggiatura?

Il libro di Ivan, che ho amato molto, ha

contribuito a farmi venire il desiderio di

raccontare una storia d’amore. La differenza

fondamentale col film è che Cronaca di un

disamore racconta la separazione di una

coppia omosessuale e, nella percezione

12 VIVILCINEMA settembreottobre08

Monica Bellucci e Pierfrancesco Favino

“L’uomo che ama”, e che soffre due volte per amore, è Pierfrancesco Favino. Al suo

fianco nel film che apre il Festival di Roma, Monica Bellucci e Ksenia Rappoport

comune, un gay che piange per amore è più

accettato, perché si pensa che abbia una

sensibilità femminile. Volevo evitare questo

ennesimo cliché, e per questo con Ivan

abbiamo immediatamente pensato all’attore

Pierfrancesco Favino per il personaggio di

Roberto. Pierfrancesco è un uomo-uomo, è

virile senza equivoci nei tratti somatici, nella

voce, nello sguardo. Mi sembrava un effetto

molto forte vedere un personaggio con una

fisicità così maschile, che non riesce ad alzarsi

la mattina perché sta male per amore.

Quando si pensa a un amore assoluto, si

immagina subito una tragedia. Lei

definisce L’uomo che ama un “film non

sentimentale”. In che modo ha

raccontato gli amori di Roberto?

Una storia d’amore può essere immaginata e

raccontata in mille modi. Questo film non è

una commedia romantica, né una storia

leggera, è anzi un film molto asciutto e in

certi punti anche duro. Ci sono sicuramente

momenti lievi, affidati ai personaggi più

brillanti, ma il film è essenziale, costruito su

scene e dialoghi brevi e molte sensazioni

affidate agli sguardi e ai silenzi. Va dritto al

suo scopo senza accenti melodrammatici,

nessuno muore, nessuno cerca di suicidarsi.

Era proprio questo che volevo raccontare: la

normalità e la semplicità del dolore d’amore,

un sentimento comune che conosciamo tutti.

Mi auguro che sia comunque un film

commovente.

Lei afferma che chiunque ruota intorno

alla sofferenza di Roberto, ne è investito

e definito. In che senso?

Il film parla di rapporti sentimentali e tutti i

personaggi che ruotano intorno ai tre

protagonisti – il fratello e i genitori di

Roberto, la proprietaria della farmacia dove

lui lavora – portano nella storia il loro

bagaglio emozionale raccontando la loro

esperienza personale. Attraverso le parole e

l’esempio degli altri, Roberto riuscirà a

interpretare meglio i propri sentimenti.

Abbiamo volutamente escluso gli amici e le

partite di calcetto fra uomini per isolare

Roberto nel suo universo sentimentale,

osservandolo nei suoi rapporti amorosi e

familiari.

Che tipo di femminilità rappresentano le

due donne di Roberto e come ha scelto le

attrici?

Sara e Alba sono molto diverse, ma entrambe

“complete” e realizzate nel lavoro. Sara è

straniera, lavora come vicedirettore in un

albergo ed è abituata a non avere radici. Alba

si occupa di arte per una fondazione ed è una

donna che ama con grande slancio e

generosità. Quando ho cominciato a scrivere il

personaggio di Alba ho pensato a una donna

molto bella e serena, e immediatamente mi è

venuto in mente di offrire il ruolo a Monica

Bellucci. Più che un pensiero era un sogno,

non pensavo potesse accettare, dato che è

molto impegnata col lavoro. Invece, dopo

aver letto la sceneggiatura ha accettato

subito. Trovare l’interprete di Sara è stato un

po’ più complicato, perché volevo un’attrice

che si integrasse bene con gli altri due

protagonisti, che avevo già scelto. Non ho

pensato immediatamente a Ksenia, ma poi ho

avuto con lei un incontro stupendo.

Un’altra donna importante è l’autrice

delle musiche, Carmen Consoli…

Molte persone che hanno partecipato al film,

oltre ad essere bravi professionisti, sono degli

amici e di questo sono molto orgogliosa. Nel

caso di Carmen, oltre ad essere amiche,

avevamo lavorato insieme per un suo

videoclip. Sapevo che le sarebbe piaciuto

scrivere una colonna sonora per il cinema, così

le ho fatto leggere la sceneggiatura. Ha

cominciato subito a comporre un tema

musicale che traduceva esattamente quello

che avevo in mente io, tanto che ho voluto

farlo ascoltare agli attori sul set, prima di

girare le scene più emozionanti. A film finito,

ha scritto altra musica sul girato e una

canzone per i titoli di coda. Credo che abbia

fatto uno splendido lavoro.

BARBARA CORSI


intervista Daniele Vicari

FILMOGRAFIA - Partigiani (film collettivo, 1997), Bajram (co-regia, 1998), Uomini e lupi (documentario,

1998), Comunisti (doc., 1998), Sesso marmitte e videogames (doc., 1999), Non mi

basta mai (doc. co-regia, 1999), Morto che parla (doc., 2000), Velocità massima (2002), L'orizzonte

degli eventi (2005), Il mio paese (doc., 2006), Il passato è una terra straniera (2008)

14

Daniele Vicari Chiara Caselli

Voglio una vita spericolata

“Un film a metà strada fra il

romanzo di formazione e il thriller

psicologico”. Così Daniele Vicari definisce Il

passato è una terra straniera, il suo terzo

lungometraggio tratto dall’omonimo

romanzo di Gianrico Carofiglio. È la prima

volta che un libro dello scrittore magistrato,

che pure è uno degli autori italiani di

maggior successo editoriale, viene trasferito

sullo schermo ed è anche la prima volta che

Vicari si rivolge alla letteratura. Si potrebbe

pensare, dunque, ad una svolta nella

filmografia del 41enne regista reatino, ma

l’interessato nega. “Benchè Velocità

massima e L’orizzonte degli eventi –

spiega Vicari – fossero due film nati da

personali esperienze

documentaristiche e

questo nuovo lavoro

mi è stato, invece,

proposto, quando

ho letto il

romanzo di

Carofiglio ho

riscontrato una

sorprendente

affinità con i miei

due film precedenti.

Infatti, anche Il

passato è una

terra

VIVILCINEMA settembreottobre08

straniera racconta una storia d’amicizia

virile fra due ragazzi, che si incontrano

casualmente e compiono insieme un lungo

percorso, ed affronta il tema del rapporto

con il denaro, il successo e la lealtà,

argomento centrale anche dei film

precedenti. Proprio per questo motivo ho

avuto l’impressione di chiudere un cerchio,

anche se il nuovo film è certamente più duro

e drammatico”. Protagonisti della storia

sono Giorgio, studente modello figlio della

ricca borghesia barese, tranquillo e serissimo

almeno finché non incontra Francesco, un

ragazzo bello, elegante, dotato di un fascino

misterioso e perverso, che lo introduce nel

mondo del gioco, delle partite truccate, degli

intrighi amorosi, dei progetti al limite ed

oltre la legalità. Un poco alla volta

Giorgio cede alla tentazione di questo

mondo inquietante e pericoloso,

destinato a mutare

completamente la sua vita.

“Alla sceneggiatura – racconta

Vicari – ho lavorato con Massimo

Gaudioso, Gianrico Carofiglio e

suo fratello Francesco. Come

autore del romanzo, Gianrico era,

fin dall’inizio, perfettamente

consapevole che il film sarebbe

stato un’altra cosa

rispetto al suo libro e

pertanto abbiamo

lavorato con

molta libertà,

modificando

Elio Germano e Michele Riondino

“Il passato è una terra straniera”, con Elio Germano e Michele Riondino, è tratto dal

romanzo di Gianrico Carofiglio e descrive l’amicizia pericolosa tra uno studente

universitario e un ragazzo affascinante che lo spinge oltre i limiti della legalità

sia la trama che l’atmosfera del romanzo. Nel

film Giorgio è molto meno succube di

Francesco, è molto più artefice del proprio

destino e, da testimone delle attività criminali

di Francesco, si trasforma in complice.

Dall’altra parte, nel film Francesco rivela

fragilità e insicurezze che nel libro gli sono

ignote. In definitiva i due protagonisti sono

più simili. Carofiglio si è dichiarato convinto

ma anche meravigliato dal risultato: il fatto è

che le parole scritte possono assumere poi

sullo schermo una valenza particolare. A

volte il risultato di un film, che è quasi una

creatura con una vita propria, può

sorprendere perfino il regista”.

Nel cinema italiano si stanno

moltiplicando film tratti da romanzi ed

opere letterarie in genere: c’è una

ragione?

I motivi della recente proliferazione di film

tratti dalla letteratura credo siano

sostanzialmente due: uno di tipo

strettamente economico/industriale – i

produttori sono consapevoli che se un film è

tratto da un libro di successo gode

immediatamente di una maggiore visibilità e

possiede un proprio pubblico di riferimento,

con maggiori possibilità di incassare. La

seconda ragione è di tipo più artistico, nel

senso che sia nel cinema che nella letteratura

italiana c’è un ritorno ai generi e questo

favorisce gli scambi fra i due linguaggi.

Inoltre, la letteratura di genere, in particolare

il giallo e il noir, pur proponendo, come nel

caso de Il passato è una terra straniera,


una vicenda e dei personaggi assolutamente

inventati, si ispira spesso ai fatti di cronaca e

permette di raccontare la realtà dei nostri

giorni: è proprio questo elemento che mi ha

convinto a realizzare il film. Forse perché

nasco come documentarista, mi interessa

parlare del presente ed il romanzo di

Carofiglio me ne ha offerto l’occasione. Anzi,

ho voluto attualizzarlo ulteriormente: sulla

pagina la storia è ambientata nel 1989; sullo

schermo, benché il film sia un lungo

flashback, il ricordo di Giorgio che stimolato

da un incontro è costretto a ripensare alla

vicende della sua giovinezza, la storia si

svolge ai nostri giorni. Il presente del film,

ovvero il ricordo di Giorgio, è come se si

svolgesse in un prossimo, imprecisato futuro.

Rispetto all’attualità cosa l’ha colpita in

particolare nel romanzo?

Il ritratto di una generazione allo sbando, la

rappresentazione di un mondo giovanile

colto in maniera niente affatto banale, nelle

sue contraddizioni profonde. L’Italia è un

paese incapace di rinnovarsi che, in ogni

settore, tende ad emarginare le nuove

generazioni che si affacciano all’età adulta. I

ragazzi di oggi mi sembrano tante Madame

Bovary, senza necessità o possibilità di

lavorare e che, proprio per questo motivo, si

attorcigliano nei propri sentimenti, vivono in

un limbo condannati a marcire. Leggendo il

libro di Carofiglio ho colto una serie

impressionante di similitudini e di rimandi

con Demian, il romanzo di Herman Hesse

che raccontava una generazione perduta,

quella travolta dalla I Guerra Mondiale e che

tuttavia avvertiva di essere perduta ancor

prima che il conflitto bellico esplodesse.

Come protagonisti lei ha scelto un

attore molto noto, in questo momento

quasi insostituibile, Elio Germano, ed

un altro al contrario quasi sconosciuto,

Michele Riondino.

Effettivamente sembra che oggi non si possa

fare un certo tipo di film se non c’è Elio

Germano! Ma nel caso specifico la scelta

risale a due anni e mezzo fa, quando Elio

non era ancora così giustamente famoso. Il

fatto è che la gestazione di un film richiede

tempi lunghi e per il ruolo di Giorgio ho

pensato a lui fin da subito, anzi all’inizio con

qualche preoccupazione proprio perché Elio

non era ancora una garanzia per i

produttori. Poi, quando il film è

concretamente partito, non c’è stata

ovviamente nessuna obiezione. Trovare

l’interprete per Francesco è stato invece

molto più complicato, perché era necessario

un attore che da un lato possedesse alcune

precise caratteristiche fisiologiche (bello e

affascinante), ma nello stesso tempo doveva

anche possedere un talento artistico

all’altezza di un attore di peso come

Germano. Quando Michele Riondino, che ha

alle spalle una lunga esperienza di teatro, ha

sostenuto il provino non abbiamo avuto

dubbi. Si tratta del suo primo vero ruolo

cinematografico e sono convinto che sarà

una gran bella sorpresa. Il fatto è che in

Italia in questo momento esiste una

straordinaria fioritura di interpreti giovani e

preparati, gran parte dei quali non ha

ancora avuto la possibilità di mostrare le

proprie qualità. Personalmente sono

convinto che gli attori siano oggi la vera

forza del cinema italiano.

Le occasioni non mancano nel suo film,

che propone un ricco cast.

La storia propone due protagonisti assoluti,

che nel loro percorso incontrano un’infinità

di persone. La sceneggiatura prevedeva

ottanta ruoli nominati, che appaiono per un

tempo limitato ma la cui presenza è

determinante. Paradossalmente più è corta

una parte, più c’è bisogno di bravi attori.

Così ne abbiamo ingaggiati tanti di

bravissimi. Da Chiara Caselli, che è una

donna sposata con cui Giorgio intreccia una

relazione esclusivamente sessuale, a

Valentina Lodovini, che è una ragazza

violentata da Francesco – e il tema della

violenza sulle donne è un argomento che

ritorna spesso nel film. E poi Lorenza

Indovina, la sorella di Giorgio; Marco Baliani

e Daniela Poggi nel ruolo dei genitori; Maria

de la Salud Jurano, che interpreta il ruolo di

una barista che i due protagonisti

incontrano durante un soggiorno a

Barcellona; Romina Carrisi, che mi ha

meravigliato per la sua preparazione

professionale, cui si aggiungono tutta una

serie di eccezionali attori pugliesi selezionati

fra teatro e televisione.

FRANCO MONTINI

VIVILCINEMA settembreottobre08 15


intervista Daniele Costantini

16

Il regista

A destra Agostina Belli

Crocevia della vita

Le canzoni di De André e gli ambienti promiscui della città vecchia genovese rivivono in

“Amore che vieni, amore che vai”, tratto dal romanzo scritto dal cantautore con

Alessandro Gennari. Nel cast Paravidino, d’Aquino, Finocchiaro, Popolizio e Nigro

L’umanità descritta dal poeta e

cantautore Fabrizio De André, fatta di

prostitute, papponi e malviventi, rivivrà sul

grande schermo nel nuovo film di Daniele

Costantini, Amore che vieni, amore che vai,

tratto dal romanzo Un destino ridicolo che il

cantautore genovese scrisse nel 1996 insieme

ad Alessandro Gennari. Il regista ha preferito il

titolo di una famosa canzone dell’autore

genovese per sottolineare il forte legame del

film con la materia cantata da De André, i suoi

personaggi marginali e fuori dalle regole, la sua

Genova dei vicoli intorno al porto. Proprio qui,

negli angoli della città vecchia scelti fra quelli

rimasti uguali nel tempo, si muovono i

protagonisti della storia, interpretati da Fausto

Paravidino, Tosca d’Aquino, Donatella

Finocchiaro, Massimo Popolizio e Filippo Nigro,

tutti rigorosamente dediti ad attività illecite e

legati da rapporti “professionali” e amorosi.

Come avete lavorato sul romanzo, avete

apportato dei cambiamenti?

Il libro ha una struttura molto articolata. Ci

sono capitoli costruiti come un dialogo, in cui i

due autori ricordano in prima persona l’epoca

in cui si colloca la vicenda, i primi anni

Sessanta. Poi ci sono altri capitoli in cui viene

raccontata la storia vera e propria, che vede

intrecciarsi i destini di Carlo, il giovane

protettore di prostitute, Bernard il

contrabbandiere, Salvatore il bandito sardo,

Veretta la prostituta e Maritza, la ragazza

che fa perdere la testa a Carlo e che è ispirata

al personaggio di Bocca di rosa. Nella

sceneggiatura, scritta con Antonio Aleotti e

Franco Ferrini, abbiamo ripreso piuttosto

fedelmente questa parte, lasciando perdere i

dialoghi.

In che modo ha usato la musica di De

André nel film e come ha affrontato la

traduzione in immagini di canzoni che

VIVILCINEMA settembreottobre08

Donatella Finocchiaro e Tosca d’Aquino

ormai sono dei classici della musica

italiana?

Le musiche del film sono state scritte da Nicola

Piovani, che ha inciso due album con De André

nei primi anni Settanta. In particolare una

canzone, Amore che vieni, amore che vai, è

stata utilizzata sia nell’originale di De André

che nell’arrangiamento di Piovani. Nel

realizzare il film ho tenuto a mente l’esempio di

Alice’s Restaurant di Arthur Penn, tratto da

una ballata di Arlo Guthrie, per la leggerezza e

la partecipazione emotiva con cui riusciva a

raccontare una storia ispirata a delle canzoni. È

un richiamo puramente affettivo, perché nella

musica di De André non c’è niente di

americano. Credo che della sua generazione sia

stato l’autore che più ha saputo sviluppare un

linguaggio originale, poco influenzato dal

blues o dal folk. L’ispirazione per l’atmosfera

della storia è venuta piuttosto da altri film,

come ad esempio Billy il bugiardo, per il tipo

di personaggio e lo sfondo di una Londra

proletaria.

L’incontro fra i vari personaggi avviene

grazie a una promiscuità di ambienti e

classi sociali che forse non esiste più…

Questa storia si svolge nel ’63, un periodo di

grandi cambiamenti. Sono presenti

contemporaneamente mondi che si stanno

chiudendo e mondi che si sanno aprendo. Ci

sono persone ancora immerse nell’atmosfera

del dopoguerra, altre già proiettate verso gli

anni Sessanta. Il contrasto si percepisce

nell’abbigliamento, nei modi di pensare, nei

modi di fare: alcuni ragazzi si pettinano alla

maniera di Elvis, altri come i Beatles. Di lì a

qualche anno la cultura del rock anni ’50

scomparirà, travolta dalle mode legate ai

Beatles e ai Beach Boys. Abbiamo cercato di

rendere molto presenti questi piccoli e grandi

segnali di cambiamento nelle scenografie, nei

Fausto Paravidino, Massimo Popolizio e Filippo Nigro

costumi e nel carattere dei personaggi. I tre

protagonisti maschili appartengono a classi

sociali e ad ambienti che fino a qualche anno

prima erano nettamente separati e che in quel

momento cominciano a mescolarsi. Carlo, che

vive con la mamma, è di estrazione piccoloborghese,

Salvatore viene da una cultura

antichissima, molto chiusa, mentre Bernard è un

contrabbandiere cosmopolita legato ad altri

tempi, non è un uomo moderno.

Come ha scelto gli attori?

Li ho scelti per le loro caratteristiche e le loro

qualità e anche per il sentimento, la sintonia che

si è creata sui personaggi. Fausto, per esempio,

mi sembrava particolarmente adatto a questo

ruolo di ragazzino che da un giorno all’altro

diventa pappone e si porta dietro la mamma

quando fa il giro di controllo. Lui è piemontese

ma ha studiato a Genova, conosce bene la città

ed era nell’umore della storia.

L’idea del film nasce da una sua personale

passione per la musica di De André?

È stata una coincidenza. I produttori Gabriella

Buontempo e Massimo Martino, con cui avevo

girato Fatti della banda della Magliana nel

2005, possedevano i diritti del libro e mi hanno

proposto di fare il film. A me piaceva l’atmosfera

del romanzo, l’ambientazione fra malviventi e

prostitute nei bassifondi di Genova di

quarant’anni fa. È una storia un po’ sopra le

righe, in parte realistica in parte astratta, e anche

il film è così, una via di mezzo fra reale e surreale.

Nel libro c’è un momento in cui De André non si

ricorda cosa sia successo esattamente, e riporta la

voce popolare. In particolari ambienti e su certe

figure il racconto popolare finisce per diventare

un po’ mitico ma anche un po’ comico. Questa

per me è stata la chiave di lettura per trovare il

tono adatto al film. È come se tutte queste storie

fossero arrivate a me passando di bocca in bocca.

BARBARA CORSI


ROCKNROLLA

SI PUÒ FARE

Regia: Guy Ritchie

Cast: Gerard Butler, Karl Roden,Tom Wilkinson,Toby Kebbell

Regia: Giulio Manfredonia

Cast: Claudio Bisio, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston, Giorgio Colangeli

Da Guy Ritchie, regista dell'acclamato film “The Snatch”, arriva una nuova commedia d'azione, un mix di sesso,

malavita e rock 'n roll.

A Londra spadroneggiano pericolosi criminali e truffatori, che si arricchiscono con affari sporchi. Chiunque voglia

entrare nel giro, dal ladruncolo One Two (Gerard Butler) al miliardario russo Uri Omovich (Karl Roden), può farlo

solo con il consenso di una persona: Lenny Cole (Tom Wilkinson).

Ma un affare da milioni di dollari capita nelle mani di una rock star da quattro soldi (Toby Kebbell), il figliastro

di Lenny, che si pensava fosse morto ma è vivissimo….

TUTTA COLPA DI GIUDA

FICE - ASTI 2008

Nella Milano degli anni '80 il sindacalista Nello si trova costretto a dirigere una cooperativa di matti...

Grazie al suo entusiasmo e alla sua intraprendenza lo strampalato gruppo scopre cosa vuol dire vivere una vita

da persone “normali”, piena di emozioni, soddisfazioni professionali e molti ostacoli da fronteggiare...

LOS ABRAZOS ROTOS

Regia: Pedro Almodóvar

Cast: Penélope Cruz, Lluis Homar, Blanca Portillo

Regia: Davide Ferrario

Cast: Kasia Smutniak, Fabio Troiano, Gianluca Gobbi e con la partecipazione

amichevole di Luciana Littizzetto

Una scombinata regista teatrale d'avanguardia (Kasia Smutniak); un direttore di carcere con molti problemi (Fabio Troiano);

un prete con velleità artistiche (Gianluca Gobbi); e - come nei vecchi varietà - “20 detenuti 20” (un gruppo di detenuti-attori del

carcere di Torino con cui Ferrario lavora da anni). Sono questi gli elementi della nuova “commedia con musica” dell'autore del

fortunato Dopo mezzanotte, che ritorna al cinema di finzione dopo la parentesi documentaria del pluripremiato La strada di Levi.

Il film è stato girato quasi interamente nel penitenziario di Torino,con detenuti e agenti veri:ma l'ambientazione non faccia pensare

al tipico dramma carcerario.Al contrario, Tutta colpa di Giuda è l'imprevedibile, esilarante storia della messa in scena di una

paradossale “Passione Pasquale”, piena di musica e coreografie. In un cameo, nelle insospettabili vesti di suora, Luciana Littizzetto.

Quattordici anni fa, lo sceneggiatore Harry Caine ha perso la vista e anche Lena, l'amore della sua vita.

Oggi, Diego, il suo fedele assistente, dattilografo e guida, ha un incidente e Harry si ritrova a prendersi cura di lui.

Nelle lunghe notti di convalescenza Harry intrattiene Diego raccontandogli la storia della sua vita.

Una storia sul potere ipnotico della finzione, dominata da sfortuna, gelosia e tradimento.

IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN BUTTON

Regia: David Fincher

Cast: Brad Pitt, Cate Blanchett,Tilda Swinton

Ispirato al racconto di F. Scott Fitzegarld,“Il curioso caso di Benjamin Button” racconta la fantastica e commovente

storia di un uomo fuori dal comune, che tra gioie, dolori e il grande amore, vive in un'eterna lotta contro

il tempo…al contrario.

WARNER BROS. PICTURES ITALIA • Divisione della Warner Bros. Entertainment Italia S.p.A.

Via Varese, 16/b • 00185 Roma • Tel. 06 448891 • Fax 06 4462981 • www.warnerbros.it

Crediti non contrattuali


intervista

Matteo Rovere

Matteo Rovere Chiara Chiti

Cattivissime ragazze

Opera prima di derivazione letteraria, “Un gioco da ragazze” descrive senza filtri

le contraddizioni e i lati oscuri dell’adolescenza contemporanea

Cortista pluripremiato (Homo

homini lupus, Sulla riva del lago), il

giovane regista romano Matteo Rovere

esordisce al lungometraggio con Un gioco da

ragazze, adattamento del romanzo

omonimo di Andrea Cotti, con Chiara Chiti,

Desirée Noferini, Nadir Caselli, Filippo Nigro e

Valentina Carnelutti.

Esordisci al lungometraggio a 26 anni,

età felicemente “prematura” per il

cinema italiano: ti senti un privilegiato?

Ho iniziato come assistente volontario subito

dopo il liceo, poi ho fatto tanta gavetta e

tanti cortometraggi. Ho imparato molte cose

sui set dove sono riuscito a lavorare come

assistente, ma di certo l’esperienza dei corti è

stata fondamentale per maturare una mia

visione, per sbagliare tanto e per cercare di

crescere partendo anche da questi sbagli.

Come ti sei avvicinato al progetto?

Ho letto una prima versione della

sceneggiatura scritta da Teresa Ciabatti e

Sandrone Dazieri, propostami da Maurizio

Totti. Il testo aveva già preso una

strada nuova rispetto al romanzo, considerato

uno spunto per raccontare il mondo degli

adolescenti di oggi, come sono davvero.

Insieme agli sceneggiatori sono partito da

questa stesura e siamo andati avanti, fino a

trovare quello che ora è diventato Un gioco

da ragazze.

Filippo Nigro

18 VIVILCINEMA settembreottobre08

Che cosa ti ha affascinato?

La sfida insita nel raccontare il lato più oscuro

dell’adolescenza contemporanea, quello che

le cronache mettono al centro, ma spesso il

cinema rende in modo edulcorato e lontano

dal reale. I “giovani” oggi mi sembrano senza

controllo, bombardati da impulsi di ogni tipo,

dall’anarchia di Internet e da un vuoto

emotivo spesso assoluto che li rende

anestetizzati, e a volte pronti a ribellarsi ad

adulti che hanno dato loro tanta libertà e

poco affetto.

Come sono le tue ragazze? Tra l’altro, hai

il pregio di un’età più vicina alle tue

protagoniste, a differenza dei tanti

sguardi adulti – e miopi

– sull’adolescenza...

Ho tentato di mantenere un registro privo di

filtri, cercando per quanto possibile di non

commentare e non giudicare gli eventi. La

m.d.p. si nasconde, sparisce accanto alle

protagoniste come uno spettatore che

silenziosamente assiste e partecipa alla storia:

in questo modo vorrei aiutare chi guarda a

liberarsi di ogni difesa, entrando

direttamente nella vicenda raccontata.

Senz’altro un’età più vicina a quella delle

protagoniste mi ha aiutato a costruire con

loro personaggi tremendamente reali. Come

sono le mie ragazze? Cattivissime!

È la prima tappa di una collaborazione

solida con Colorado Noir e Maurizio

Totti?

Non ho ancora trovato un nuovo film da

sviluppare dalla collana Noir di Colorado, ma

spero che la collaborazione con Totti non si

esaurisca: è stato un produttore generoso ed

estremamente moderno nel sostenere le

scelte, a volte difficili, di cui ritenevo questo

film avesse bisogno.

Quali accorgimenti hai tenuto per non

cadere nel solito teen movie?

Non ho preso volutamente le distanze da

nulla: il mio unico obiettivo era

raccontare questa storia nel modo più efficace

possibile. I teen movie sono ritratti consolatori

ed edulcorati, spesso lontani dalla realtà:

ascoltando i fatti di cronaca recente sono

rimasto sorpreso da come gli adolescenti

siano in grado di sviluppare intelligenze

fredde, estremamente lucide ed efficaci sul

piano razionale, ma spesso prive di un

contraltare emotivo. È come se l’intelligenza

dei ragazzi crescesse più di quella degli adulti,

senza però lasciare il dovuto spazio

all’educazione emozionale: il risultato sono

appunto fatti di cronaca nei quali i giovani

protagonisti stupiscono soprattutto per il

distacco con cui riescono a gestire la violenza,

facendoci supporre e sospettare che questa

violenza faccia parte del loro mondo in modo

molto più radicato di quello che crediamo.

Sono argomenti che non ho visto spesso nei

teen movie italiani, per cui i miei riferimenti,

in questo caso, sono stati altri.

Presentazione al festival di Roma: che

cosa ti aspetti?

Il Festival di Roma sta vivendo una fase di

transizione, ma credo che invitare un film

come Un gioco da ragazze sia

la dimostrazione che non sono presenti

preclusioni di alcun tipo. Spero e credo che

Roma possa diventare il miglior punto di

partenza per far conoscere la pellicola.

FEDERICO PONTIGGIA

www.fice.it


Domenico Procacci presenta

un film di

Alessandro Baricco

NOAH TAYLOR CLIVE RUSSELL

con LEONOR WATLING e con JOHN HURT

SOGGETTO E SCENEGGIATURA ALESSANDRO BARICCO AIUTO REGISTA ROY BAVA

VISUAL CONSULTANT TANINO LIBERATORE SCENOGRAFIA MARTA MAFFUCCI COSTUMI CARLO POGGIOLI SUONO BRUNO PUPPARO MONTAGGIO GIOGIO’ FRANCHINI DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA GHERARDO GOSSI

ORGANIZZAZIONE IVAN FIORINI SUPERVISIONE ALLA PRODUZIONE VALERIA LICURGO PRODUTTORE DELEGATO LAURA PAOLUCCI

UNA COPRODUZIONE ITALIA - REGNO UNITO FANDANGO - POTBOILER IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA PRODOTTO DA DOMENICO PROCACCI DIRETTO DA ALESSANDRO BARICCO

FILM REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL MINISTERO PER I BENI CULTURALI E AMBIENTALI – DIPARTIMENTO DELLO SPETTACOLO FILM REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO

FILM REALIZZATO CON IL SUPPORTO DI MEDIA PROGRAMME DELLA COMUNITA’ EUROPEA

COLONNA SONORA DISPONIBILE SU CD DEUTSCHE GRAMMOPHON

www.01distribution.it

dal 17 OTTOBRE al CINEMA

www.fandango.it

Vertigo Design Type Zennaro


Edoardo Winspeare

intervista

L’autore

del film

FILMOGRAFIA - Pizzicata (1995), Sangue vivo (2000), Il miracolo (2003), Galantuomini (2008)

Beppe Fiorello

La donna sbagliata

Quarto film per l’autore salentino, “I galantuomini” è una storia d’amore impossibile

ispirata ai melodrammi anni ’50, con Fabrizio Gifuni e Donatella Finocchiaro

“Un film d’altri tempi in chiave

moderna”. Così Edoardo Winspeare definisce I

galantuomini, la sua prima opera dove al

centro del racconto c’è una grande,

travolgente storia d’amore: quella che esplode

fra un integerrimo magistrato, impegnato

nella lotta contro la criminalità organizzata, e

una donna che controlla ed organizza i traffici

della Sacra Corona Unita.

“I galantuomini – precisa Winspeare – è un

vero e proprio melodramma, genere spesso

identificato come qualcosa di negativo e che

invece, personalmente, apprezzo ed amo

moltissimo. I modelli di ispirazione del mio film

sono stati proprio i melò classici, quelli del

cinema americano degli anni ’50, ma anche

certe storie firmate da Lattuada e Zurlini”.

Insomma I galantuomini si annuncia come

un film dalle atmosfere molto diverse rispetto

alle precedenti pellicole del regista salentino

(Pizzicata, Sangue vivo, Il miracolo) anche

se non mancano numerosi motivi di

continuità, a cominciare dall’ambientazione,

sempre pugliese; dall’uso delle inflessioni e del

dialetto leccese; dall’utilizzazione, accanto ad

un ristretto gruppo di professionisti, di attori

presi dalla strada e dall’attenzione al

fenomeno criminalità.

“Con I galantuomini – prosegue Winspeare –

racconto la Puglia che ha perso la propria

innocenza, che scopre di non essere più

un’isola felice, ovvero l’unica regione del Sud

esente dalla presenza della criminalità

organizzata. Con l’affermazione della Sacra

Corona Unita qualcosa cambia per sempre,

anche se questo fenomeno criminale è molto

diverso dalla camorra, dalla mafia e dalla

‘ndrangheta, organizzazioni che si

propongono come un antistato per ottenere il

controllo del territorio. La Sacra Corona Unita

è piuttosto una banda della Magliana in

versione allargata, ovvero un gruppo di

malviventi che, proprio per non essere

20 VIVILCINEMA settembreottobre08

Fabrizio Gifuni e Gioia Spaziani

Gifuni con Donatella Finocchiaro

eliminati da altri concorrenti, si consorziano

fra loro. Ma alla base del fenomeno non c’è un

fondamento per così dire culturale, come

dimostra il fatto che, mentre fra i reclusi

appartenenti alla ‘ndrangheta i collaboratori

di giustizia non sono più del 5%, fra gli

arrestati della Sacra Corona Unita i pentiti

sono oltre l’85%. Non a caso la Puglia è l’unica

regione del Meridione dove la magistratura è

riuscita a sconfiggere la criminalità

organizzata”.

Per preparare il suo film ha incontrato

anche dei magistrati che si sono occupati

del fenomeno?

Assolutamente sì, perché volevo che il film

risultasse autentico e verosimile. In particolare

mi sono rivolto a due magistrati impegnati in

prima linea, come Cataldo Motta e Leone De

Castris, che mi hanno spiegato nei dettagli le

ragioni dell’ascesa e dell’affermazione della

Sacra Corona Unita, che si è imposta

stringendo profondi legami con la criminalità

dell’altra sponda dell’Adriatico, durante gli

anni più drammatici della guerra nei Balcani.

Ma come diceva all’inizio, I galantuomini

è un melodramma con due protagonisti;

ci dica qualcosa dei personaggi e degli

attori che li interpretano.

Lui, Ignazio, è un giudice stimato, un uomo

che crede profondamente nella giustizia e che,

dopo un soggiorno a Milano, torna nella sua

terra, carico di prestigio per combattere la

criminalità. Ma imprevedibilmente Ignazio si

innamora della persona sbagliata: Ada, una

donna che ha importanti responsabilità nei

traffici illeciti, mandante di omicidi, un vero

boss. E così Ignazio si trova coinvolto in un

dilemma, costretto a scegliere fra doveri

professionali e amore; legge scritta e legge del

cuore e non dirò cosa sceglie. Per il ruolo del

giudice ho subito pensato a Fabrizio Gifuni

che, oltre a piacermi come attore, possiede

perfettamente le phisique du rôle. È di origine

pugliese, ha studiato legge, viene da una

famiglia di stimati e veri galantuomini. Per la

parte di Ada, a mio avviso, non c’erano

alternative: l’unica scelta non poteva che essere

Donatella Finocchiaro, un donna affascinante,

piena di grinta, insieme tenera e volitiva.

Personalmente la considero la Magnani di

questi anni. Nel cast ci sono anche Beppe

Fiorello, che è un boss, l’ex-uomo di Ada, un

cocainomane sempre arrapato, e Gioia

Spaziani, che interpreta una collega di Ignazio

ed è un po’ la testimone della vicenda, un grillo

parlante che ricorda al giudice di essere un

uomo di legge.

Come è nata l’ispirazione del film?

Lavorando con gruppi di ambientalisti nella mia

regione mi è capitato di conoscere una donna

affascinante, piena di attenzioni e premure nei

confronti di tutti, che successivamente ho

scoperto essere la compagna di un boss

condannato ad una lunga detenzione. Mi sono

trovato di fronte ad una specie di femminile

Giano bifronte, capace di una doppia esistenza.

La cosa mi ha intrigato al punto di pensare di

realizzare un documentario sulle donne legate

ai criminali. Quel progetto si è presto arenato,

ma mi ha lasciato dentro la voglia di

raccontare un personaggio del

genere e da lì è appunto nato I

galantuomini, un titolo dalla

doppia valenza, perché nel

mio film ci sono i galantuomini

veri e quelli che vengono

ironicamente chiamati

in questo modo.

FRANCO MONTINI


MEDUSA FILM E BIANCA FILM

PRESENTANO

PIERFRANCESCO FAVINO KSENIA RAPPOPORT

e con MONICA BELLUCCI

l’uomo

che ama

un film di MARIA SOLE TOGNAZZI

MARISA PAREDES PIERA DEGLI ESPOSTI ARNALDO NINCHI

dal 24 ottobre

al cinema

www.luomocheama.com


intervista Meryl Streep

FILMOGRAFIA ESSENZIALE - Il cacciatore

(1978), Manhattan (1979), Kramer vs.

Kramer (1979), La donna del tenente francese

(1981), Una lama nel buio (1982), La

scelta di Sophie (1992), Silkwood (1993),

Innamorarsi (1984), Plenty (1995), La mia

Africa (1995), Heartburn - Affari di cuore

(1986), Ironweed (1987), She-Devil (1989),

La morte ti fa bella (1992), River wild

(1994), I ponti di Madison County (1995),

La stanza di Marvin (2006), Ballando a

Lughnasa (1998), The hours (2002), The

manchurian candidate (2004), Prime

(2005), Radio America (2006), Il diavolo

veste Prada (2006), Evening (2007), Leoni

per agnelli (2007), Rendition (2007), Mamma

mia! (2008), Theater of war (doc.

2008), Doubt (2008)

MAMMA MIA!

Il talento di essere normali

Tappa italiana per la protagonista di “Mamma mia!”, la cui “Madre Coraggio e i suoi figli” a teatro è

stata immortalata dal documentario “Theater of war” invitato al Festival di Roma. E c’è dell’altro…

Che Meryl Streep sia

un’attrice di culto, cool nonostante i 59 anni e

l’abitudine di parlare dei figli in ogni incontro

promozionale (“due di loro sono attori e già

conoscono luci ed ombre della professione,

anzi sono sorpresi dall’ottimismo che mi ha

portato a non demordere”), è confermato

dall’accoglienza a dir poco trionfale che la

stampa le tributa ad ogni occasione (grazie di

esistere, l’adoro, e non si tratta di colleghe e

colleghi alle prime armi), per non parlare

della caccia all’autografo che scatta dopo la

domanda conclusiva (molto poco

professionale! Il nostro è ben custodito da

anni…). La sua fama perdura e si accresce, che

canti e balli sulle canzonette degli Abba (“il

successo di Mamma mia! ha sconvolto gli

Studios”, ammette. “È che il pubblico

femminile vuole divertirsi”) o che interpreti

nello stesso film una casalinga dello Utah, un

rabbino ed Ethel Rosenberg; di certo sarà lo

stesso con i prossimi ruoli: la madre superiora

che accusa un prete di pedofilia ne Il dubbio

dalla pièce di John Patrick Shanley, con Philip

Seymour Hoffman e Amy Adams (uscirà in

tempo per gli Oscar); e la cuoca protofemminista

e salutista Julia Child nell’America

degli anni ’60 in Julie & Julia di Nora Ephron,

ancora con la Adams. Non è solo per le scelte

professionali, frutto di una carriera lunga e

articolata, ma anche perché è una testa

pensante, una donna intelligente e ironica

che professa modestia e normalità,

dispensando nel contempo buon senso e una

sincera gratitudine alla buona sorte (“sono

ancora qui e di questo non posso che essere

riconoscente”).

Reduce dal tributo del Festival di San

Sebastian (“hanno proiettato una clip con

molte scene dei miei film e di molti mi ero

dimenticata: per me la carriera è come

sfogliare un album di famiglia e ricordare i

luoghi e le persone; non ho rimpianti perché

sono abituata a guardare avanti”) e al

22 VIVILCINEMA settembreottobre08

termine del lungo tour promozionale per

Mamma mia! iniziato a luglio, la Divina Mrs.

Streep è giunta a Roma alla vigilia dell’uscita

italiana del film (“non pensavo che a questo

punto della mia carriera qualcuno mi avrebbe

chiesto di cantare e ballare, ne sono

lusingata”), sfoderando subito una pronuncia

perfetta del titolo italiano. Richiesta di esibire

altri termini nostrani, ha raccontato che la

figlia ha studiato all’Università di Bologna e,

quando è tornata a casa, iniziava sempre le

risposte con “boh!”, per cui in famiglia adesso

usano tutti questo intercalare, il cui significato

non è ben chiaro…

Sul fatto di essere ancora sulla breccia,

laddove dopo i 40 anni lamentava

l’ostracismo di Hollywood per le meno

giovani, non ha dubbi: “è cambiato il mondo

e anche il modo di fare cinema, oggi ci sono

molte più donne in grado di sostenere la

produzione di un film, ci sono più registe e

sceneggiatrici e dunque maggiori

opportunità. Solo nel giornalismo e

nella critica, almeno da noi, le

donne sono indietro. Certo,

siamo ancora considerate

meno capaci degli uomini

nella vita pubblica, ma ci

avviamo anche in

politica, seppur

faticosamente, verso

la parità”. A chi le

chiede un giudizio

su Sarah Palin,

candidata

vicepresidente di

McCain,

preferisce non

rispondere,

mentre

considera

superflua la

domanda sul

voto ad Obama.

THEATER OF WAR IL DUBBIO

“In Sud America – prosegue – le donne al

potere hanno costituito un consorzio per

cercare di influenzare la pianificazione di

politiche per il futuro; io vedo le mie tre figlie e

mio figlio sostenersi a vicenda e penso che il

mondo a poco a poco stia diventando un posto

migliore”.

Come attrice tende a dissipare l’alone di mito

che la circonda: “Anche a me capita di

sbagliare le battute e ciò tranquillizza le

giovani colleghe sul set. Quanto a montarmi la

testa, con i figli che giudicano senza pietà ogni

mia azione o prestazione è impossibile!”.

Anche sul suo talento canterino il giudizio è

secco: “conosco troppi grandi cantanti e

musicisti per non riconoscere i miei limiti: sono

un’attrice che sa cantare, non una cantante.

Non ci sono altri musical in vista, ma potremmo

registrare a scopi benefici la Madre Coraggio

e i suoi figli nell’adattamento di Tony

Kushner (lo stesso di Angels in America)

messo in scena due anni fa al Central Park: la

rabbia, la frustrazione degli americani in

disaccordo con la politica di Bush si è

riversata nell’opera di Brecht, uno dei più

forti atti d’accusa contro la guerra”. Al

festival di Roma si vedrà il documentario

Theater of war di John Walter, che ha

seguito la preparazione del personaggio di

Anna da parte dell’attrice: “sono io ad

aver chiesto che una videocamera fosse

puntata su di noi costantemente, pur

provando in certi casi un senso di

disagio. Uno dei momenti più forti

della rappresentazione è la ninna

nanna che la madre canta sul corpo

esanime della figlia, tanto per

ricordarci chi siano le vittime di ogni

conflitto, e i profitti accumulati da

coloro che lo promuovono”. Per chi

voglia vedere la trasformazione di

una grande attrice, appuntamento

dunque a Roma.

MARIO MAZZETTI


intervista Kathryn Bigelow

FILMOGRAFIA - The loveless (1982),

Il buio si avvicina (1987), Blue steel -

Bersaglio mortale (1990), Point break

(1991), Strange days (1995), Il

mistero dell'acqua (2000), K-19

(2002), The hurt locker (2008)

La regista

Il brivido del pericolo

Le esperienze sul fronte iracheno dello sceneggiatore Mark Boal in “The hurt

locker” dell’adrenalinica regista di “Strange days”, molto applaudita a Venezia

Kahtryn Bigelow è la più

importante filmmaker donna nel campo del

cinema d’azione. Regista di Point break e

Strange days, l’ex moglie di James Cameron

è stata in concorso all’ultima Mostra di

Venezia con uno dei suoi migliori film di

sempre: The hurt locker, una pellicola

sorprendente la cui rilevanza artistica è

altrettanto significativa quanto quella politica.

The hurt locker è un film che fonda la sua

forza sull’atmosfera di grande tensione

che lo spettatore vive durante tutta la

proiezione…

Questo film nasce da una possibilità

abbastanza unica: quella di basarsi su una

sceneggiatura scritta dal mio compagno Mark

Boal, un giornalista che è stato in Iraq insieme

alle truppe americane e che è stato testimone

in prima persona di quello che io ho poi

mostrato sullo schermo e non si è mai visto

prima. Il mio film fa paura, perché quello che

si vive in Iraq ogni giorno è spaventoso: è un

confronto costante e quotidiano con la morte

ed è un modo di vivere impensabile per la

maggior parte di noi. Il mio lavoro è il risultato

di un’esperienza reale: uno sguardo sincero ed

autentico su un conflitto di cui noi, in America,

sappiamo ogni giorno sempre meno.

Un film sullo spirito di sopravvivenza?

The hurt locker racconta la lacerazione che si

vive tra il desiderio di sopravvivenza a tutti i

costi e l’attrazione verso la distruzione. Uno

squilibrio difficile da spiegare a parole, ma che

credo dal film emerga molto bene con tutta la

sua contraddittorietà. Credo che il pericolo

eserciti fortemente il suo fascino sulle persone

e che esista un’attrazione nei confronti di

esperienze che ci possono uccidere.

Da quello che dicono i media, però, i

volontari americani in Iraq sono attratti

in gran parte anche dalla possibilità di

guadagnare…

Sono convinta che esista un’attrazione nei

confronti di esperienze che ci possono

uccidere e che la situazione sia resa più

complicata da un’economia in crisi. Sono

24 VIVILCINEMA settembreottobre08

diversi gli elementi che portano le persone a

scegliere di arruolarsi.

Lei non faceva film da qualche anno: cosa

l’ha spinta verso questo soggetto?

Devo ammettere che per me non è facile

trovare storie così interessanti cui dedicare

anni della mia vita. Quando ho letto la

sceneggiatura di Mark mi sono trovata davanti

ad una trama densa di energia, ma che aveva

una forte rilevanza politica. Da un lato mi

interessava mostrare la vita degli artificieri in

Iraq, che fanno il mestiere più pericoloso del

mondo arrivando in meno di un anno a

disinnescare svariate centinaia di bombe.

Dall’altro desideravo affrontare un tema così

attuale e viscerale, riguardante una guerra in

corso, per provare a capire come siamo finiti in

questa situazione. È stata soprattutto

l’attualità di questa tematica ad attrarmi e far

sentire le persone al posto dei protagonisti.

Questo era anche un modo per denunciare la

futilità della presenza dell’esercito americano

in un conflitto dal quale sarebbe bene ritirarsi

il prima possibile. The hurt locker è un film

molto specifico su un conflitto raccontato

molto poco dai media americani.

L’Iraq, però, è stato già raccontato da

alcuni registi come Paul Haggis e Brian De

Palma, senza suscitare alcun interesse da

parte del pubblico americano…

È vero, ma nonostante questo credo che negli

Usa ci siano sia interesse che curiosità per la

verità. La differenza, però, è che questo film è

incentrato soprattutto su quello che accade sul

campo di battaglia.

Qual era la sua preoccupazione principale

durante le riprese?

Il realismo: noi abbiamo girato questo film ad

Amman, in Giordania, dove esiste una grossa

comunità di esuli iracheni che abbiamo

chiamato per il nostro film. Io volevo che tutto

corrispondesse alla realtà. Anche l’accento

arabo delle figure secondarie per me era

significativo come ogni altro dettaglio.

Nel film, nonostante i due cameo di Guy

Pearce e Ralph Fiennes, lei ha deciso di

In primo piano Jeremy Renner

avere come protagonisti tre interpreti

abbastanza poco conosciuti. Perché?

Considero Jeremy Renner, Antony Mackie e

Brian Geraghty tre attori straordinari,

esattamente le persone che volevo per il mio

film. Scegliendo interpreti meno noti sono

riuscita a sfuggire alla logica del “chi muore, chi

non muore” tipica dei film dove ci sono delle

grandi stelle.

Ancora una volta lei torna a parlare di una

dipendenza: non più dal surf o da una

droga futuristica, bensì dalla guerra…

Reagisco in maniera molto istintiva alle storie

che decido di raccontare e non razionalizzo mai

il mio lavoro. Sicuramente esiste una forma di

dipendenza psicologica dalla guerra, ma per me

la cosa più importante era mettere il pubblico

in condizione di sentirsi in prima linea al fianco

di soldati, che è bene ricordare sono tutti dei

volontari. Tale aspetto rende ancora più

interessante il paradosso di un conflitto orribile

verso cui la gente è attirata per motivazioni

personali differenti.

Sempre in relazione a Strange days, non

crede che quel mondo immaginato più di

dieci anni fa, dove la polizia controlla da

vicino la vita delle persone, assomigli un

po’ a quello in cui viviamo dopo l’11

settembre?

Alcuni elementi di quel film oggi sono parte

della vita di tutti i giorni. Credo proprio che

Strange days sia stato un film, da molti punti

di vista, profetico.

MARCO SPAGNOLI

Guy Pierce


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intervista Laurent Cantet

FILMOGRAFIA - Risorse umane (1999), A tempo pieno (2001),

Verso il sud (2005), La classe – Entre les murs (2008)

Laurent

Cantet

Un’esperienza decisiva

Arriva in sala la Palma d’oro di Cannes 2008, “La classe”, ritratto di un gruppo di studenti

che si affaccia su un futuro problematico e vive le contraddizioni del mondo della scuola

Come in un piccolo teatro dove

si recita una pièce cruciale per il futuro della

nostra società, La classe di Laurent Cantet,

Palma d’oro a Cannes, è un film necessario e

spiazzante, costruito tra quattro mura

scolastiche con una straordinaria unità di

luogo, a partire dal best seller (in Francia) di

François Bégaudeau, insegnante di francese in

un istituto superiore della periferia parigina.

Un falso documentario che parte da una

domanda tutt’altro che retorica: cosa resta del

Teorema di Pitagora alla fine dell’anno

scolastico? Magari niente, ma il senso

dell’educazione non sta certo nella

trasmissione di saperi presto dimenticati. A

Cannes, prima della Palma d’oro, avevamo

incontrato il cineasta, classe 1961, autore di

film come Risorse umane e Verso Sud.

Cantet, lei ha voluto fare questo film non

facile da quando ha letto il libro di

François Bégaudeau, un libro che parla di

adolescenti e di scuola cercando di

evitare molti cliché sui teenager.

La scuola è un luogo dove difficilmente si

entra se non si è allievi o professori. Io stesso

ne avevo qualche ricordo lontano oppure la

visione distorta che mi veniva dai racconti dei

miei figli. Così avevo voglia di andare a

esplorare questo microcosmo dove si forma la

società in cui viviamo. E il libro mi ha fornito il

materiale che mi serviva. Volevo restare tra le

quattro mura, in modo che questo piccolo

mondo servisse da cassa di risonanza per ciò

che succede fuori: quindi niente digressioni.

Però la scuola è permeabile a quello che

accade, ogni allievo arriva con i suoi problemi

e la sua storia e attraverso i dettagli viene

fuori qualcosa di più vasto.

Perché ha scelto la formula del falso

documentario?

26 VIVILCINEMA settembreottobre08

È importante che il film dia un’impressione di

realtà, anche se nessuno spettatore può

pensare, ragionevolmente, che una tale

quantità di avvenimenti e di situazioni si

concentrino in un momento reale. Certe

scene, per esempio quella in cui i ragazzi

fanno un dettato che avevamo girato ma non

abbiamo montato, non aggiungevano niente,

e anzi spezzavano il ritmo del film, che si basa

tutto sulla contrapposizione e sul conflitto.

Non si trattava tanto di mostrare come si fa a

imparare qualcosa, ma al contrario era l’utilità

dell’apprendimento stesso a venir messa

costantemente in discussione. È in momenti

come questi che la classe si trasforma in una

scuola di democrazia, quasi una scuola al

quadrato. Perché siamo qui? È questa la

domanda che dobbiamo condividere con gli

studenti per portarli a imparare qualcosa,

altrimenti la scuola rimane ben poca cosa.

Come avete lavorato alla preparazione

del film?

Durante tutto l’anno scolastico che ha

preceduto le riprese, abbiamo allestito un

laboratorio alla scuola Françoise Dolto. Vi

partecipavano studenti volontari dai 13 ai 16

anni e per tre ore a settimana

improvvisavano, divertendosi, sulla base di

situazioni che io proponevo loro. Questo ci ha

permesso di conoscerci e di cominciare a

scegliere il cast, ma è stato un lavoro lungo.

Fino a pochi giorni prima delle riprese, i ruoli

non erano ancora stati assegnati. Con i

professori ho fatto lo stesso, a parte François

Bégaudeau. Volevo che lo spettatore si

chiedesse sempre: è una fiction o un

documentario?

Quanto c’è di improvvisazione nel film

finito?

Non lo so più. Quando riguardo la

Il protagonista e sceneggiatore

François Bégaudeau

al centro della classe

sceneggiatura, noto che il girato ha più vita,

più energia: e questo ce l’hanno messo gli

allievi e i professori. Quando partiva una

scena, François sapeva dove doveva andare,

qualcuno sapeva che a un certo punto doveva

dire una certa frase. Poi cominciava la lezione

e tre cineprese riprendevano tutto quello che

succedeva. Qualche volta interrompevo la

scena e davo delle indicazioni che

sembravano perdersi nel frastuono, ma poi le

ritrovavo tutte nel film.

Il film, come i suoi precedenti del resto,

cerca di non dare risposte.

Come individui siamo ingranaggi della realtà,

e spesso non ne siamo neppure coscienti. In

generale mi piace ascoltare e restituire quello

che vedo, qui poi ho cercato ancor di più,

dato l’argomento, di evitare l’ideologia, le

immagini preconcette: non volevo mostrare la

scuola, ma questa scuola; non volevo

mostrare la scuola come dovrebbe essere, ma

questa scuola com’è in un dato momento. È

un film che parte da una semplice esperienza.

Che tipo di professore è Bégaudeau?

Un professore che non risponde alle

domande, ma che piuttosto fa delle

domande. Spinge gli allievi ad andare più

avanti, a superare ragionamenti non validi o

datati. I ragazzi tendono a mettere in

discussione la stessa necessità di apprendere

qualcosa, lui li esorta a imparare prima per

poi poter rimettere in crisi ciò che hanno

appreso.

Il film è stato accusato di essere

politicamente neutro, né di destra né di

sinistra.

Non credo che lo sia. Tocca una delle

questioni più vitali in questo momento. La

scuola è un laboratorio della società.

CRISTIANA PATERNÒ


Jonathan Demme

Quattro anni dopo The

manchurian candidate e dopo due

documentari dalla vocazione fortemente

politica, Jonathan Demme torna a raccontare

una storia di finzione, scritta questa volta da

Jenny Lumet, figlia del grande regista Sidney.

Rachel getting married, presentato a

Venezia in concorso, ha come protagonista

un’ottima Anne Hathaway nel ruolo di un’ex

tossicodipendente tornata a casa per il

matrimonio della sorella. Un film che richiama

da molti punti di vista l’esperienza del Dogma e

che consente a Demme di mettere insieme

alcune delle sue grandi passioni

cinematografiche: un utilizzo estensivo della

musica, una regia dinamica tutta basata sulla

macchina a mano e la possibilità di raccontare

una storia al femminile intensa e drammatica.

“Il gruppo di persone che partecipa al

matrimonio nel film è quello cui sento di

appartenere. Uno specchio evidente di una

società multiculturale e multietnica,

dell’America che amo di più”, spiega Demme.

“Quando ho seguito in televisione la

convention democratica di Denver e ho visto gli

spalti gremiti di persone che ascoltavano

Barack Obama, ho riconosciuto volti che

sembrano quelli degli attori del mio film.

Rachel getting married è anche un film sulla

diversità culturale presente nel mio paese. Non

è stata una scelta razionale, è il mondo che mi

interessa esplorare dal punto di vista

cinematografico. Ho cercato di essere molto

onesto raccontando una

realtà del nostro paese

che non viene ancora

mostrata da

Jonathan Demme intervista

FILMOGRAFIA - Femmine in gabbia (1974), Crazy Mama (1975), Chroma Angel chiama Mandrake (1977), Il segno degli Hannan (1979), Una volta ho incontrato un miliardario

(1980), I commedianti (1982), Swing Shift - Tempo di swing (1984), Qualcosa di travolgente (1986), Swimming to Cambodia (1987), Una vedova allegra... ma non

troppo (1988), Il silenzio degli innocenti (1991), Cousin Bobby (doc. 1992), Philadelphia (1993), Beloved (1998), The truth about Charlie (2002), The Agronomist (documentario,

2003), The Manchurian candidate (2004), Neil Young – Heart of gold (2006), Jimmy Carter man from plains (doc. 2007), Rachel Getting Married (2008)

Matrimonio Obama-style

Una famiglia con molti scheletri nell’armadio alla vigilia di un matrimonio: “Rachel getting

married” segna il ritorno al cinema di finzione per l’autore de “Il silenzio degli innocenti”

Alla chitarra

Robyn Hitchcock

In primo piano

Anne Hathaway

Hollywood, ma che esiste ed è molto presente”.

Cosa l’affascinava della storia del film?

Quando ho letto la sceneggiatura sono rimasto

colpito dalla qualità della scrittura di Jenny

Lumet e dal fatto che, se da un lato ci

trovavamo davanti ad un matrimonio

bellissimo, curato e molto allegro, dall’altro

questa facciata di perfezione serve a

nascondere un dramma famigliare doloroso ed

estremamente violento.

È stato il dolore rimosso l’elemento che

l’ha convinta a fare questo film?

Assolutamente. Dopo The manchurian

candidate avevo preso la decisione di non

dirigere mai più un film di finzione. È un lavoro

che richiede troppa fatica, poi alla fine il

distributore lo prende e ne fa quello che vuole.

Ho deciso, quindi, di dedicarmi esclusivamente

ai documentari, perché è un genere

cinematografico molto più libero. Leggendo la

sceneggiatura di Jenny, però, mi è tornata la

voglia di lavorare con degli attori e credo che

Rachel getting married sia soprattutto

questo: un film che celebra il talento della

recitazione.

Il film, però, propone una contaminazione

stilistica…

Ero interessato a portare lo stile

documentaristico all’interno del cinema di

finzione: non abbiamo fatto delle prove e gli

attori non sapevano dove sarebbe stata la

macchina da presa o come li avremmo

inquadrati. Credo che Rachel getting married

rappresenti una tappa molto importante della

mia carriera e abbia, in qualche maniera,

immesso nuova linfa nel mio cinema.

Quanto conta la tecnologia nella genesi di

questo nuovo stile narrativo?

Moltissimo, perché oggi il digitale consente di

avere delle possibilità impensabili fino a

qualche anno fa: non hai bisogno di molta luce

e puoi girare di seguito per un’ora, mentre la

pellicola ti permetteva al massimo di arrivare a

dieci, quindici minuti dopo avere trascorso ore e

ore a posizionare le luci. Come spettatore sono

molto attratto dal fattore spontaneità di film

come quelli del Dogma. In passato, però, sono

stato un grande fan del Neorealismo e della

Nouvelle Vague. Modi differenti di raccontare

storie, di cui sento fortemente l’influenza nel

mio lavoro di oggi. Penso, quindi, che il

cinema sia e resti una materia molto viva e

presente.

Qual è la differenza principale con alcuni

suoi film del passato?

Rachel getting married è figlio della

spontaneità e dell’emozione del momento,

mentre alcune pellicole che ho girato sono

frutto della manipolazione e della costruzione

stilistica derivata dalle possibilità offerte in

postproduzione. Nel sistema hollywoodiano

uno gira una scena e ci può lavorare quanto

tempo vuole, “mungendola” fino all’eccesso.

Per un po’ ho vissuto una vita schizofrenica,

amando un certo tipo di cinema e

realizzandone un altro. Poi, però, le cose sono

cambiate e guardando Napoleon Dynamite

ho trovato il coraggio di fare anche io un film

in maniera altrettanto veloce e originale.

Quanto conta il lavoro degli attori?

Nel corso degli anni sono arrivato alla

conclusione che puoi avere un’ottima

sceneggiatura, una fotografia splendida e una

colonna sonora fantastica, ma se non funziona

l’alchimia tra gli attori e il pubblico, non hai

un film degno di questo nome. Come regista

ho bisogno di avere dei grandi interpreti per

poter credere che il film cui sto lavorando

funzioni davvero.

In questo senso cosa l’attirava di più di

Anne Hathaway? Forse il suo senso

dell’umorismo?

Questo era uno degli elementi che mi

interessavano, ma la cosa cui tenevo di più per

il personaggio di Kym era il suo essere

eccezionalmente moderna e acuta. Kym è

un’emblema della donna di oggi ed ero certo

che Anne avrebbe osato portare qualcosa di

sé in dote alla protagonista. Non è un caso che

Rachel getting married sia il primo film

dove l’attrice non abbia dovuto mascherare la

sua profonda intelligenza, la sua vulnerabilità

e la sua grande generosità.

MARCO SPAGNOLI

VIVILCINEMA settembreottobre08 27


28

intervista Guillermo Arriaga

SCENEGGIATURE - Amores perros

(2000), 21 grammi (2004), Le tre

sepolture (2005), Babel (2006), The

burning plain (2008)

ROMANZI – Il bufalo della notte

(1991), Un dolce odore di morte

(1994), Pancho Villa e lo squadrone ghigliottina

(1999), Retorno 201 (2002)

Lo scrittore-sceneggiatore-regista

Cuori nel deserto

“The burning plain” segna l’esordio alla regia dello sceneggiatore e scrittore messicano.

Fluido e complesso nel suo andirivieni temporale, ha incantato il pubblico di Venezia

“Erano quindici anni che

avevo in mente questa storia: mi sono

sempre sentito attratto dal deserto e sono

convinto che il paesaggio influenzi la vita e

anche il destino delle persone. È una storia

nata dalla composizione di elementi

differenti: dal fuoco, dall’aria, dall’acqua,

dalla terra che riuniti danno vita

all’esplorazione del mistero di una donna di

nome Sylvia”. Lo sceneggiatore Guillermo

Arriaga spiega così la genesi del suo primo

film da regista, The burning plain,

interpretato da Charlize Theron e Kim

Basinger. Una pellicola dolorosa in cui

l’autore delle sceneggiature di Babel, 21

grammi e Le tre sepolture riprende il suo

consueto stile narrativo frammentario per

raccontare storie diverse, che risultano unite

da un unico tema narrativo, toccante e

commovente. “Volevo capire come e perché

alcune persone, in alcuni momenti della loro

esistenza, risultano così danneggiate da ciò

che vivono”.

Charlize Theron

VIVILCINEMA settembreottobre08

Il film, originariamente, doveva

intitolarsi I quattro elementi a ulteriore

riprova della rilevanza che spazio e

tempo hanno nella sua concezione del

mondo…

È vero, ma questo perché io sono

fondamentalmente convinto che lo spazio

dove uno vive determini in maniera

significativa il modo in cui un essere umano

si rapporta agli altri e alla vita stessa. È

diverso crescere in un luogo dove manchi del

tutto l’orizzonte o dove il tuo sguardo, di

fatto, non abbia limiti su quello che ti

circonda. È così che The burning plain

passa dal violento sole del deserto alla

fredda pioggia dell’Oregon, e risulta chiaro

che il clima trasformi la personalità dei

protagonisti.

Da dove nasce il suo stile narrativo così

unico?

Nessuno di noi racconta quello che gli

succede in maniera lineare. Se io dovessi

raccontare a qualcuno appena conosciuto

come sono diventato un regista, certo non

incomincerei dall’inizio e dai primi studi che

ho fatto, ma procederei avanti e indietro,

scegliendo i momenti più rilevanti della mia

vita. Il mio modo di raccontare nasce dunque

dalla traduzione cinematografica del

linguaggio che tutti usiamo nella vita reale:

il cinema è un mezzo molto giovane che sta

ancora trovando, tra diversi linguaggi, il suo

modo di esprimersi. Il mio punto di vista è

una modalità non lineare che si basa sulla

decostruzione del tempo.

Jennifer Lawrence e Josè Maria Yazpik

Come lavora sulla costruzione dei

personaggi?

Basandomi sulla consapevolezza che tutti noi

siamo abitati da persone differenti: l’uomo

che ero quando avevo vent’anni e il

bambino che sono stato sembrano non avere

nulla in comune con la persona di mezz’età

che sono diventato oggi. Durante la nostra

esistenza evolviamo in esseri umani diversi

gli uni dagli altri, e un mio chiodo fisso è

capire quanto dell’essenza ultima di noi

stessi rimane al nostro interno nel corso del

tempo. Credo che i ricordi siano la maniera

in cui tutti noi guardiamo e comprendiamo

la nostra esistenza. Senza il ricordo del

passato non potremmo vivere e capire chi

siamo diventati. Il passato ci permette di

sapere chi siamo, mentre l’idea del futuro è

quella che ci consente di immaginare chi

potremo divenire. Il cuore di un

personaggio, dunque, sta soprattutto nelle

sue contraddizioni e, soprattutto, nella

consapevolezza che in pochi secondi

determinate circostanze possono cambiarci

per sempre. Perfino l’amore può

trasformarci, rivelandosi qualcosa di fatale

per ciò che siamo o proviamo ad essere ogni

giorno. Mi piacciono i personaggi che

affrontano la vita in maniera estrema e per

me The burning plain rappresenta, in un

certo senso, l’epitome della contraddizione

che, io credo, sia l’essenza della condizione

umana.

La morte gioca sempre un ruolo

importante nelle sue storie.


Kim Basinger e Joaquim De Almeida

È vero, perché sono sempre stato affascinato

dal rapporto tra la vita e l’attesa della morte.

Credo che nessuno di noi sappia davvero chi

è fino al momento in cui arriva a

confrontarsi in maniera chiara e sincera con

gli altri. Nessuno di noi sa davvero chi è

senza l’aiuto di qualcun altro. Quando

qualcuno muore, parte della mia identità

finisce con lui o con lei. Il mio essere si

infrange nella morte di una persona che mi

ha conosciuto e che sapeva qualcosa di me

che io non so e che non potrò mai più sapere

a causa della sua scomparsa. Una delle mie

ossessioni è capire come la mia identità si

trasformi a causa della perdita di qualcuno.

Inoltre la nostra società è impegnata in tutte

le maniere a dimenticare e cancellare la

stessa idea della morte. È come se si volesse

fare dimenticare la nostra fragilità originaria

e il fatto che, un giorno o l’altro, tutti

moriremo. Nella società occidentale

l’illusione della medicina e dell’eterna

giovinezza costituisce un rifiuto patetico

della consapevolezza della morte. Io credo

che il lavoro di uno scrittore e di un regista

sia soprattutto quello di parlare di cose

importanti e rilevanti per la vita stessa: tra

quelle, ovviamente, dal mio punto di vista

c’è anche la morte.

Come nasce questa sua passione per il

cinema e per la narrazione?

Mi considero molto fortunato, perché

quando andavo al liceo il Teatro era una

materia obbligatoria di studio. È stata la

lettura di Shakespeare, di Eschilo e di Sofocle

a farmi confrontare con qualcosa di

importante e di tanto rilevante per la mia

esistenza. Non dovevo solo leggere queste

opere, ma anche metterle in scena ed

interpretarle. È stato un grande

insegnamento per me, perché Shakespeare

ama sempre trovare una linea di

demarcazione tra la felicità e la tragedia pur

portandole ad essere sempre correlate.

È da Shakespeare che deriva il suo senso

di pietas nei confronti dell’umanità?

No, credo piuttosto che sia stato ispirato dal

cinema italiano con cui sono cresciuto in

Messico. Per tre pesos, ogni giorno, potevo

andare al cinema a vedere un film di

Federico Fellini, uno di Michelangelo

Antonioni o di Vittorio De Sica e uno con

Lando Buzzanca. Forse rappresentava una

trilogia piuttosto eclettica, eppure quei film

hanno influenzato più di tutti la mia visione

del mondo. Quel cinema così semplice e

carico di significato ha profondamente

influenzato la mia generazione. Devo molto

all’Italia, non solo al vostro cinema, ma

anche all’affetto con cui i miei libri vengono

accolti nel vostro paese.

Parliamo del suo rapporto con

Alejandro Gonzales Inarritu?

È un regista meraviglioso e insieme abbiamo

dato vita ad una trilogia composta da

Amores perros, 21 grammi e Babel di cui

siamo entrambi molto orgogliosi. Oggi,

dopo la mia prima esperienza da regista,

posso dire che mi interessa proseguire in

questo tipo di esperienza, scegliendo in

futuro attori tanto in gamba da farmi sentire

protetto, dietro e davanti la macchina da

presa. Fare il regista è stato il momento più

bello della mia vita professionale.

Scriverà e dirigerà film sempre con

questo stile?

No, tutt’altro. Ho appena terminato una

sceneggiatura incentrata sulla gelosia che è

del tutto lineare. È la materia che sto per

raccontare a determinare lo stile e non certo

quest’ultimo a dominare il racconto. Non ho

nulla contro la linearità: a me interessa solo

trovare la maniera migliore per raccontare

una storia.

MARCO SPAGNOLI

VIVILCINEMA settembreottobre08 29


intervista Stefano Tummolini

30

Antonio Merone e Lucia Mascino

Le cose che non so dire

Film indipendente per forza, “Un altro pianeta” approda in sala dopo il grande

successo veneziano: per il regista e per i protagonisti, Antonio Merone e Lucia

Mascino, la meritata attenzione

Un altro pianeta, film di

esordio di Stefano Tummolini, è approdato

alle Giornate degli Autori della Mostra del

Cinema di Venezia dopo molte peripezie

produttive e alcuni buoni consigli di Maurizio

Ponzi, amico e maestro di sceneggiatura del

regista. L’autore è stato infatti allievo e

sceneggiatore di Ponzi, ha scritto Il bagno

turco con Ozpetek e ha lavorato a varie serie

televisive di successo. Per il suo primo film ha

dovuto scontrarsi con diversi rifiuti, per poi

decidere di realizzarlo autonomamente

insieme al suo co-sceneggiatore e attore

protagonista, Antonio Merone. L’attore

napoletano è Salvatore, omosessuale poco

pacificato con se stesso, che nell’arco di una

giornata vivrà un incontro importante con

Daniela (Lucia Mascino), su una spiaggia

frequentata da naturisti.

Un altro pianeta è una commedia, in certi

momenti anche molto brillante, ma la

morte aleggia quasi dietro ogni

personaggio…

È un po’ nella mia indole passare da un

registro all’altro, non essere né comico né

drammatico fino in fondo. E poi la presenza di

certi temi è stata il nucleo di partenza del

film. Quando io e Antonio Merone ci siamo

conosciuti, eravamo reduci da esperienze

analoghe, che avevano a che fare con

l’elaborazione di un lutto. Abbiamo tentato di

realizzare un film su questi argomenti, con

uno script incompleto e con un cast diverso da

quello attuale, ma non ci siamo riusciti. La

sceneggiatura è stata sviluppata in un

secondo momento, e abbiamo avuto tutto il

tempo per pensarla e per adattarla agli attori.

Ci puoi raccontare l’avventura produttiva

del film?

Con il copione che avevamo scritto, io e

Antonio abbiamo fatto il giro di quasi tutti i

produttori, sia piccoli che grandi, ma nessuno

era interessato al progetto. Alcuni dicevano

che non era un film facilmente vendibile alla

televisione, altri ci consigliavano di virare più

VIVILCINEMA settembreottobre08

sull’erotico per conquistare una certa fascia di

pubblico, e c’è anche chi ha chiesto di

sostituire l’attore principale con un nome più

gradito alla commissione ministeriale. Noi

siamo stati intransigenti sia sull’idea che

sull’attore protagonista e, dopo un periodo di

scoraggiamento, abbiamo deciso di provarci

da soli. Ho messo insieme una piccola troupe

con la quale avevo già realizzato dei

cortometraggi, e da tutti sono riuscito ad

assicurarmi la disponibilità di sette giorni di

lavoro. Fondamentale è stata la presenza di

Raoul Torresi, un direttore della fotografia che

riesce a lavorare praticamente senza mezzi.

Lui ha portato la sua attrezzatura – una

telecamera hdv e una steadycam – e per circa

quindici giorni abbiamo provato i movimenti

di macchina con gli attori, andando nei fine

settimana alla spiaggia di Capocotta. Le

riprese vere e proprie sono durate una sola

settimana, con dei ritmi pazzeschi e la

collaborazione di tutti per coprire tutti i ruoli.

Alla fine io e Torresi abbiamo fatto un premontaggio

molto rudimentale del materiale

girato e con questo siamo andati a cercare un

co-produttore che finanziasse la postproduzione

audio e video e soprattutto il

riversamento su pellicola, che è una

lavorazione costosa. Grazie al suggerimento di

Maurizio Ponzi, mi sono rivolto ad Angelo

Draicchio della Ripley’s Film, che ha deciso di

intervenire come coproduttore e poi anche

come distributore.

Quanto è costato il film?

La parte delle riprese e del pre-montaggio è

stata realizzata a costo zero: avrò speso in

tutto mille euro per le telefonate, l’hard disk e

il cibo. Nessuno della troupe o del cast è stato

pagato, siamo tutti in compartecipazione e

divideremo gli eventuali utili che il film otterrà

dallo sfruttamento in sala e dalle vendite.

Sono molto contento di essere riuscito a

realizzare il mio progetto, ma è un modo di

lavorare rocambolesco che certo non è

l’ideale. Con pochi soldi non puoi avere il

tempo e gli apporti professionali di cui c’è

bisogno. Si è costretti ad essere indipendenti

perché qualcosa non va nel sistema. C’è

diffidenza verso gli esordienti ed è difficile

sfondare questo muro di gomma.

Come hai lavorato sul personaggio di

Salvatore insieme a Merone?

Antonio ha un lunghissimo curriculum

teatrale, ma non aveva mai avuto occasioni al

cinema. Sulla carta Salvatore non era molto

vicino alle sue corde, lui avrebbe preferito

interpretare un personaggio borghese, con

un diverso background, ma io sapevo che

poteva misurarsi anche con un tipo come

Salvatore. Bisognava che Antonio si liberasse

di ogni inibizione perché in questo

personaggio il corpo è fondamentale, ha una

sua primitività e spudoratezza. Salvatore è

pieno di contraddizioni e di sfumature, è

omosessuale ma non accetta la sua

omosessualità, è razzista verso i transessuali, si

vergogna del suo mestiere e finge di essere

quello che non è. Ha tante facce, e Antonio è

stato bravo a interpretarle tutte.

Cos’hanno in comune Salvatore e

Daniela, che li fa avvicinare nonostante

la diversità?

All’inizio del film Daniela e Salvatore sono un

po’ due pesci fuor d’acqua: lui è chiuso,

diffidente, apparentemente poco disponibile

al contatto con gli altri. Lei è una provinciale

capitata per caso in un posto che non

conosce, ma è gentile, e Salvatore sente che

da lei non ha nulla da temere. Entrambi sono

arrivati sulla spiaggia con un grande peso che

riguarda il loro passato e

contemporaneamente, senza nemmeno

saperlo, con un gran desiderio di raccontare la

propria sofferenza. Come spesso succede, le

cose che non si riescono a dire a chi è troppo

vicino, capita di raccontarle a una persona

sconosciuta che misteriosamente ti fa capire

di avere qualcosa in comune con te e una

disponibilità a starti a sentire.

BARBARA CORSI


Autori allo specchio

Dopo la positiva esperienza

dello scorso anno, gli Incontri del cinema

d’essai promossi dalla Fice tornano ad Asti

per un’edizione (l’ottava) caratterizzata da

un folto numero di anteprime, ben 15, cui

sono da aggiungere i trailer dei listini della

stagione 2008/2009 e le prime, attese

immagini delle ultime opere di Gabriele

Salvatores (Come Dio comanda dal

romanzo di Niccolò Ammaniti, con i giovani

attori più solidi del nostro cinema, Filippo

Timi ed Elio Germano), di Giulio Manfredonia

(Si può fare, tragicomica esperienza nel

mondo dei malati di

mente con Claudio

Bisio) e di

Giuseppe

Piccioni (Il

premio,

incontro tra

uno scrittore

e una

maestra di

nuoto con

Mastandrea e la

Golino). La fase

di incertezza

economica del

32 VIVILCINEMA settembreottobre08

Asti

speciale incontri Fice

Ottava edizione per gli Incontri della Fice: il Teatro Alfieri, il Politeama e il Nuovo

Splendor di Asti si illuminano con anteprime da tutto il mondo, i premi agli artisti

che hanno ravvivato gli ultimi mesi e l’analisi di un settore non privo di turbolenze

BABY LOVE

paese non risparmia il cinema (minori

consumi, maggior concorrenza nella

fruizione dei film): preoccupano i tagli

annunciati, gli incassi non entusiasmano e

sorge qualche sospetto di una crisi creativa

generalizzata. La Fice ha impostato seminari

e tavole rotonde di Asti 2008 su argomenti di

attualità e approfondimenti: Il digitale,

l’essai e l’Europa vede sotto i riflettori

attività e politiche di sviluppo del circuito

Europa Cinémas, che fa parte del Programma

Media e sovvenziona la diffusione del cinema

europeo (in maggioranza non nazionale)

all’interno dei confini comunitari: la difesa

della diversità culturale, della pluralità

dell’offerta, dello scambio di autori e idee

passa anche attraverso l’evoluzione

tecnologica e la sfida del digitale, pertanto il

direttore Claude-Eric Poiroux è stato

chiamato a illustrare le strategie del circuito a

difesa delle sale d’essai e del bagaglio di

contenuti di cui si fanno portatrici “sane”.

Cinema e comunicazione è invece

un’analisi, promossa dal direttore del

Giornale dello Spettacolo Luigi Filippi, dello

stato dei rapporti tra cinema e mezzi di

informazione, dalla tradizionale carta

stampata alle testate che proliferano su

HAPPY-GO-LUCKY

Internet: la critica è sempre più emarginata,

l’informazione spesso sconfina nel gossip,

eppure il cinema e i suoi protagonisti sono

sempre più rilevanti per attirare l’attenzione

di lettori e internauti: la riflessione vedrà come

protagonisti direttori di testate di diverse

tipologie.

Dei Premi FICE per un anno di cinema d’essai

– consistenti nelle creazioni pittoriche

dell’artista Paolo Fresu – parliamo nel riquadro

a pagina 34. Delle anteprime, quattro

provengono dalla Mostra di Venezia; due sono

statunitensi: The burning

plain, magnifico esordio

dietro la cinepresa dello

sceneggiatore messicano

Guillermo Arriaga con

Charlize Theron e

Kim Basinger; e il

ritorno alla

finzione di

Jonathan

Demme, Rachel

getting

married, in cui

Anne

Hathaway

torna nella casa


2008

di famiglia per le nozze della sorella, con

l’insicurezza e l’egocentrismo dei suoi

problemi di disintossicazione, tragedie

dissepolte e tanta ottima musica; le altre due

sono italiane: la sorpresa no budget Un altro

pianeta di Stefano Tummolini con Antonio

Merone e Puccini e la fanciulla di Paolo

Benvenuti, semplicemente un’opera d’arte.

Per la prima volta un’anteprima assoluta per

gli accreditati (esercenti d’essai ma anche

distributori, produttori, artisti e addetti ai

lavori) su richiesta della Bim rimane avvolta

nel mistero, trattandosi di un film di punta

che sarà presentato

pubblicamente in un

grande festival,

mentre figurano ben

quattro film di

Natale: Il povero

milionario con

cui Danny Boyle

(Trainspotting)

esplora le

peripezie di un

giovane

indiano

intenzionato

a sfuggire alla

THE VISITOR

Foto: Franco Origlia

COME DIO COMANDA IL POVERO MILIONARIO

miseria; la voglia di paternità di un

omosessuale, il cui partner non vuole

saperne, nella commedia francese Baby

love di Vincent Garenq; l’indipendente Usa

premiato a Deauville The visitor di Thomas

McCarthy, che vede un professore

confrontarsi con una coppia di immigrati che

gli occupano casa (lei è la splendida Hiam

Abbass); il contagioso ottimismo della

maestra elementare Sally Hawkins (premiata

a Berlino) in Happy-go-lucky, commedia di

Mike Leigh (chissà se il carattere

scoppiettante della protagonista

sopravviverebbe alla riforma Gelmini…). E

ancora lo “scandaloso” romanzo di Chuck

Palahniuk Soffocare che diventa film per la

regia di Clark Gregg, con Anjelica Huston e

Sam Rockwell sesso-dipendente; e il

romanziere Alessandro Baricco che

diventa regista con Lezione ventuno.

Infine, le proiezioni aperte al pubblico

cittadino: il toccante Haiti cherie di

Claudio Del Punta, che documenta la

schiavitù degli haitiani che

raccolgono la canna da zucchero

nella Repubblica Dominicana; lo

scioccante Ex Drummer del belga

Koen Mortier; il film di animazione

speciale incontri Fice

PUCCINI E LA FANCIULLA SOFFOCARE

Donkey Xote, in cui l’eroe di Cervantes

viene narrato dall’asino di Sancho Panza, e la

rievocazione degli eccidi dei nazisti in Zoé,

con una inedita Serena Grandi, dell’astigiano

Giuseppe Varlotta. Non mancheranno

degustazioni e celebrazioni, premiazioni e

feste nella città del buon vino e dei tartufi, a

pochi giorni dal Palio che poco ha da

invidiare a quello di Siena come dall’uscita

del nuovo disco di Paolo Conte, fiore

all’occhiello dei concittadini.

MARIO MAZZETTI

SI PUÒ FARE

VIVILCINEMA settembreottobre08 33


speciale Asti

34

Dopo i trionfi di Cannes, la

segnalazione di Gomorra agli Oscar e nuovi

successi in sala, i premi assegnati ad Asti “per

un anno di cinema d’essai” non possono che

riflettere il felice momento del cinema

italiano, che a Venezia ha saputo affermarsi

con produzioni medio-piccole ispirate,

trascinanti, nomadi, oltre che con i grossi

calibri in concorso.

IL REFERENDUM

I lettori di Vivilcinema, anche attraverso il

sito www.fice.it, hanno confermato il grande

consenso per il film di Garrone e l’affetto per

Into the wild di Sean Penn, con alcune

preferenze a sorpresa in graduatoria

(colpisce l’alto gradimento nei confronti di

Una notte di Tony D’Angelo, che non è

andato oltre qualche migliaio di spettatori in

una delle tante uscite sotterranee del nostro

cinema). Eppure, i titoli che contano ci sono

tutti, a testimonianza di una stagione che

speriamo non si riveli unica (v. riquadro).

I PREMI FICE

Ad Asti è tempo di celebrare il talento poco

appariscente ma sempre convincente di

Giuseppe Battiston, la coerenza di

Isabella Ferrari, gli esordi dei registi Gianni

Di Gregorio (Pranzo di Ferragosto è

l’evento del momento) e Marco

Pontecorvo (il bellissimo Pa-ra-da, ancor

più toccante in quanto una storia vera), il

coraggio della “pioniera” della distribuzione

d’essai Vania Traxler (con la Academy ci ha

fatto scoprire Fassbinder e Wenders, oggi

con la Archibald continua a scoprire talenti

da tutto il mondo), la consacrazione del fiuto

dell’insostituibile Domenico Procacci con la

sua Fandango; e poi la creatività vincente

dello scenografo Francesco Frigeri e del

compositore Andrea Guerra, fino al premio

“alla carriera”, alla vigilia di un’uscita

importante, per Gabriele Salvatores che

negli anni è riuscito a sviluppare nuove

forme espressive e nuovi stimoli, ritrovando

ogni volta il suo pubblico. (M.M.)

VIVILCINEMA settembreottobre08

PREMI FICE

INTO THE WILD Isabella Ferrari Giuseppe Battiston PRANZO DI FERRAGOSTO

L’anno della riscossa

Un’annata di pregio per il nostro cinema, riflessa nei riconoscimenti del

pubblico delle sale d’essai e della Fice, consegnati all’Alfieri di Asti

GOMORRA

FILM D’ESSAI IN GENERALE

1. Into the wild di Sean Penn (103 voti)

2. Il cacciatore di aquiloni (83)

3. Irina Palm (81)

4. Una notte (77)

5. Non è un paese per vecchi (67)

6. Persepolis (26)

7. Il divo (22)

4 Mesi 3 Settimane 2 Giorni (22)

9. Across the universe (20)

La banda (20)

Gomorra (20)

Juno (20)

Lo scafandro e la farfalla (20)

14. Caramel (19)

15. Il petroliere (16)

Tra gli altri film votati: Cous cous, Cover boy,

Il vento fa il suo giro, Riparo, Nella valle di Elah,

Onora il padre e la madre, Ratatouille, Il mio

amico giardiniere, La zona, XXY, Il falsario.

QUESTI I FILM PIÙ VOTATI

FILM D’ESSAI ITALIANI

1. Gomorra di Matteo Garrone (163 voti)

2. Il divo (87)

3. La ragazza del lago (85)

4. Il vento fa il suo giro (84)

5. La giusta distanza (82)

6. Una notte (80)

7. Tutta la vita davanti (57)

8. Non pensarci (42)

9. Bianco e nero (27)

10. Giorni e nuvole (25)

11. Caos calmo (21)

12. Cover boy (20)

13. Piano, solo (14)

14. Riparo (13)

15. I Viceré (10)

Tra gli altri film votati: Il bosco fuori, Il rabdomante,

Vogliamo anche le rose, I demoni di San

Pietroburgo, Biutiful cauntri, Riprendimi, Lascia

perdere Johnny, Signorinaeffe, Corazones de

mujer, Parole sante, Jimmy della collina.

I FORTUNATI VINCITORI TRA I NOSTRI LETTORI

I VINCITORI

Tra le migliaia di schede pervenute per il referendum Vota il film d’essai dell’anno, la FICE

ha messo in palio due tessere di libero ingresso nei cinema associati Anec-Agis per il 2009 e

dieci abbonamenti annuali 2009 a Vivilcinema. Questi i fortunati sorteggiati.

Le due tessere sono state assegnate a: Enrico Brusati di Piacenza e Laura De Marco di Roma;

questi invece i destinatari dei dieci abbonamenti: Valeria Correale di Roma, Laura Roverselli

di Guidizzolo (MN), Nicola Pucci di Poggibonsi (SI), Donatella Arturi di Varese, Giulia Baroncelli

di Lugo (RA), Aida Fiano di San Severo (FG), Ornella Vespa di Gaglianico (BI), Alba Mancini di

Roma, Elisa Panetto di Foligno (PG), Cino Flammici di San Severo (FG).


a cura di MARTA PROIETTI

Portando in Italia nel 1977 Il

matrimonio di Maria Braun di Rainer

Werner Fassbinder, ha cambiato il mercato

cinematografico italiano, aprendo la strada

alle distribuzioni di qualità e scoprendo un

mondo nuovo al pubblico. Stiamo parlando

di Vania Traxler Protti che, prima con la

società Academy, insieme a suo marito

Manfredi Traxler, poi con la Lady Film e ora

con la Archibald, ha fatto conoscere agli

spettatori italiani autori come Wim Wenders,

Jim Jarmush, Peter Greenaway, Pedro

Almodovar, Emir Kusturica, Eric Rohmer,

Krzysztof Kieslowsky, Alain Resnais e altri

ancora.

Ad Asti, in occasione degli Incontri del

Cinema d’essai, Vania Traxler Protti riceve il

premio come miglior distributore dell’anno.

A lei abbiamo chiesto di raccontarci come

sceglie un film e come è cambiato il mercato

del cinema di qualità.

“È l’istinto a guidarmi nella scelta di un film”,

afferma. “Il primo impatto è quello che

conta, poi dopo si ragiona. A volte si

indovina, altre no. Ad esempio l’anno scorso

mi sono innamorata al Festival di Cannes di

un film svedese intitolato You, the living di

Roy Andersson per il quale ho ricevuto lettere

da alcuni critici che mi ringraziavano di averlo

portato in Italia. Sapevo che il film non

avrebbe avuto un grande impatto sul

pubblico, ma non ho potuto resistere. Sapevo

che economicamente non era giusto, ma

almeno qualcuno lo ha visto. Non mi sarebbe

sembrato giusto non portarlo in Italia”.

Che momento è questo per il cinema di

qualità? È facile trovare bei film e autori

di talento?

Purtroppo faccio molta fatica a trovare film

di qualità. Il prodotto è notevolmente

diminuito. Ma è ancora più difficile trovare

nuovi talenti. In questo periodo un po’ tutte

le cinematografie sono in difficoltà perché

rispecchiano il momento complicato che tutti

stiamo vivendo a livello economico, sociale e

culturale. Inoltre il pubblico è cambiato

Mondo d’essai rubriche

BABY LOVE LA FRONTIERA DELL’ALBA

Intervista a Vania Traxler Protti

QUALITÀ CERCASI

L’artefice della distribuzione d’essai in Italia analizza il mercato del cinema

d’autore, tra luci ed ombre, con l’invito a ripristinare le seconde visioni

perché nel corso degli anni sono usciti molti

film che venivano fatti passare per prodotti

di qualità, mentre erano film mediocri serviti

soltanto a disorientare il pubblico e a

modificarne i gusti.

È quindi anche un problema di mercato?

Sicuramente oggi è molto difficile distribuire

film sofisticati: contro i colossi delle major, sia

americane sia italiane, è una guerra persa. A

livello di comunicazione poi sarebbe un po’

tutto da rivedere, a cominciare dai festival,

passando al lancio pubblicitario e alla

programmazione. Negli ultimi anni ho visto

molto lavoro promozionale fatto durante i

festival che poi non è servito a nulla in

termini di ritorno commerciale. Invece, per

quanto riguarda la programmazione, mi

sono sempre battuta per ripristinare la

seconda visione perché ritengo che

servirebbe a portare molte più persone al

cinema. I ragazzi infatti non hanno i soldi per

andare a vedere 4 film a settimana, quindi è

già tanto se ne vanno a vedere due al mese.

Se invece si mantenesse una prima visione di

3-4 settimane e poi si passasse ad una

seconda visione con un prezzo del biglietto

più basso, sono convinta che le persone

vedrebbero molti più film.

Pensa che il cinema di qualità possa

funzionare anche in estate?

Penso che il cinema di qualità possa

funzionare sempre. Ad esempio due nostri

film, come Caramel e Il falsario, hanno

lavorato bene anche in estate. È ovvio però

che nel periodo estivo non si può chiedere

alla gente di andarsi a spaccare la testa con

un film problematico, ma esiste un tipo di

prodotto di qualità che può funzionare

perfettamente. “Qualità” non è detto che sia

sinonimo di “film pesante”: esistono film

molto belli che possono essere molto

divertenti.

Tornando al discorso sugli autori di

talento, lei ritiene che un maggior

sostegno da parte dello Stato potrebbe

aiutare?

No, perché sono convinta che, se c’è l’idea e il

talento, il film si fa anche senza sostegni.

Fassbinder girò Il matrimonio di Maria

Braun in quattro settimane e con quattro

soldi. Stessa cosa per il primo film di

Kusturica, Ti ricordi di Dolly Bell?.

Guardando all’Italia faccio l’esempio di

Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio,

che certo non penso sia costato molto, ma

aveva un’idea dietro ed ha conquistato il

pubblico.

Quali sono i nuovi titoli della Archibald?

Lo scorso 29 agosto è uscito Eldorado Road,

film franco/belga di Bouli Lanners che non ha

avuto un grande successo, ma abbiamo

ricevuto la bella notizia che concorrerà agli

Oscar come miglior film straniero e per noi è

stata un po’ una rivincita. A novembre invece

distribuiremo un film che ha partecipato in

concorso al Festival di Berlino 2008, …sul

lago Tahoe di Fernando Eimbcke. In uscita a

Natale abbiamo una commedia deliziosa che

presentiamo agli Incontri di Asti, Baby Love

di Vincent Garenq. Per il 2009, al momento,

abbiamo in listino tre film: a gennaio uscirà la

commedia Il treno del signor Horten di

Bent Hamer, presentato nella sezione Un

Certain Regard a Cannes, dove, proveniente

dal concorso, abbiamo acquistato il film di

Philippe Garrel La frontiera dell’alba.A

febbraio 2009 infine presenteremo North

Face – Sopra le nuvole di Philipp Stoelzl, il

film presentato al Festival di Locarno 2008

che racconta la famosa scalata della Parete

Nord dell’Eiger nel 1936.

IL TRENO DEL SIGNOR HORTEN

VIVILCINEMA settembreottobre08 35


schede critiche

IL PASSATO È UNA TERRA STRANIERA

di Daniele Vicari

Sceneggiatura: Gianrico Carofiglio, Francesco

Carofiglio, Massimo Gaudioso, Daniele Vicari dal

romanzo omonimo di Gianrico Carofiglio …Fotografia:

Gherardo Gossi …Montaggio: Marco Spoletini

…Musiche: Teho Teardo …Interpreti: Elio

Germano, Michele Riondino, Chiara Caselli, Marco

Baliani, Daniela Poggi, Valentina Lodovini, Maria

Jurado, Lorenza Indovina …Produzione: Fandango,

R&C Produzioni, RaiCinema …Distribuzione:

01 …Italia 2008 …colore 120’

ANCORA UNA STORIA che mette

a confronto due personaggi agli

antipodi e ancora un film dominato

da un’atmosfera inquieta e

inquietante, segnata da zone

d’ombra e forti contrasti cromatici

che, metaforicamente, rimandano a

contrasti d’altro tipo, psicologici e

sociali. Al suo terzo

lungometraggio, Daniele Vicari

tiene fede ad una precisa cifra

di Alessandro Baricco

Sceneggiatura: Alessandro Baricco ...Fotografia:

Gherardo Gossi …Montaggio: Giogiò Franchini

…Musiche: Beethoven, Vivaldi, Rossini ed altri

…Interpreti: John Hurt, Leonor Watling, Noah Taylor,

Clive Russell …Produzione: Fandango, RaiCinema,

Potboiler Productions …Distribuzione: 01

…Italia 2008 …colore 92’

DOPO NOVECENTO, portato

sullo schermo da Giuseppe

Tornatore con La leggenda del

pianista sull’Oceano, e il

deludente adattamento di Seta

firmato da François Girard, lo

scrittore Alessandro Baricco decide

di mettersi in prima persona dietro

la macchina da presa con Lezione

Ventuno, tratto da una sua

sceneggiatura originale.

Presentato in anteprima al festival

di Locarno (Piazza Grande), il film

rievoca l’accoglienza della Nona

Sinfonia di Beethoven, eseguita

per la prima volta la sera del 7

maggio 1824, attraverso la

rievocazione di una studentessa

universitaria della ventunesima

lezione del professore Mondrian

Kilroy (personaggio preso da City)

dedicata al celeberrimo Inno alla

Gioia. Il film è stato girato tra il

Trentino e Londra con un cast di

lingua inglese: John Hurt è il

professor Kilroy, Leonor Watling la

36 VIVILCINEMA settembreottobre08

d’autore, nonostante in questo

caso il film non nasca da una

sceneggiatura originale, ma sia la

trasposizione di un fortunato

romanzo dello scrittore barese

Gianrico Carofiglio. La storia è

appunto ambientata a Bari, ma la

città resta sullo sfondo, raccontata

evitando ogni elemento

folcloristico capace di renderla

facilmente riconoscibile. Allo stesso

modo, nelle cadenze dei

protagonisti non emergono

elementi di dialetto, così come

nelle voci dei comprimari la matrice

barese affiora appena. Del resto, la

vicenda che coinvolge Giorgio e

Francesco si sarebbe potuta

verificare in una qualsiasi grande

città dell’Occidente, dove il confine

fra onestà e criminalità è sempre

più incerto e confuso.

LEZIONE VENTUNO

studentessa, Noah Taylor il giovane

e stralunato maestro di musica

Hans Peters, Clive Russell

interpreta Hoffmeister, mentre

Beethoven compare di schiena, per

soli quattro secondi.

Lezione Ventuno vuole

proseguire al cinema quella

riduzione della distanza tra cultura

alta e bassa, già lungamente

sperimentata dal Baricco scrittore,

con esiti di alterna fortuna (critica).

Una frattura, di cui Beethoven per

Baricco fu uno degli artefici, che il

neoregista cerca di sanare con una

costruzione polifonica, in cui la

quotidianità e un momento storico

altissimo collidono con esiti per lo

più ignoti, se non colpevolmente

travisati. Che fa Baricco? Non

prende per mano il pubblico, ma

indica una via, la retta via a suo

giudizio, per ricondurlo alla verità

del celebre compositore:

Beethoven fu una star

dell’entertainment, molto prima

che un genio inaccessibile.

Un’intenzione pregevole,

nonostante la spocchia sottesa a

una prevedibile identificazione di

Baricco nel compositore, che punta

a ricollocare, senza inficiarne il

valore, nella sua “reale”

dimensione storica. Ecco, dunque,

Forse è anche per questo che

Giorgio, irreprensibile studente di

giurisprudenza di famiglia

benestante e borghese, cede così

facilmente al fascino del coetaneo

Francesco, abilissimo baro che si

guadagna da vivere imperversando

ai tavoli da gioco. Grazie a

Francesco, Giorgio scopre un

mondo che gli era sconosciuto:

quello delle bische clandestine,

frequentate sia da ricchi e

irreprensibili avvocati che da

violenti malavitosi, oltre che da

giovani mogli annoiate e

disponibili. Accanto a Francesco,

Giorgio prova sulla propria pelle

emozioni forti che, come una

droga, provocano dipendenza. Lo

studente modello sconvolge la

propria vita, trascura lo studio,

trascorre le notti fuori casa, diventa

il socio di Francesco e scopre

quanto sia facile vincere somme

considerevoli. Ma perché

l’adrenalina continui a scorrere

bisogna che il gioco diventi ogni

volta più pericoloso e la posta in

gioco, intesa non solo in senso

economico, più alta. Sorprendendo

perfino se stesso, Giorgio scopre di

poter infrangere etica e morale,

fermandosi solo quando la violenza

dell’amico esplode nei confronti

dell’altro sesso.

Sullo schermo Il passato è una

una Lezione, ambiziosa ma non

arrogante, imperfetta ma, a suo

modo, totalizzante, e paradossale.

Paradossale perché funziona

laddove sulla carta era più difficile:

la regia. Se la sceneggiatura è

viziata da difetti, ovviamente,

letterari quali prolissità,

involuzione e un filo di saccenza –

gli estimatori lo chiameranno

indifferentemente minimalismo o

postmoderno… – Baricco

sorprende, viceversa, nella

direzione degli attori, tutti di

livello, e soprattutto sfanga la più

ostica delle difficoltà per una

regista esordiente: dove mettere la

terra straniera si potrebbe

definire un thriller noir e, insieme,

un inusuale romanzo di

formazione. La storia di Giorgio è

un lungo viaggio nella

trasgressione, alla ricerca di una

maturità che né lo studio, né la

famiglia sembrano in grado di

garantirgli. Anche se le figure dei

genitori di Giorgio, un po’ di

maniera, restano in secondo piano,

il film descrive con precisione le

dinamiche familiari e generazionali

che esplodono all’interno del

microcosmo domestico, causate dal

fatto che il concetto di

responsabilità di genitori e figli è

spesso diametralmente opposto.

Nonostante le difficoltà della storia

(sullo schermo una delle cose che

spesso risultano più noiose sono le

partite a carte), Vicari si conferma

un ottimo narratore, a proprio agio

sia nella descrizione della normale

follia quotidiana che caratterizza i

nostri giorni, sia dei picchi

drammatici che punteggiano la

trama. Risultato: Il passato è una

terra straniera è un film corposo e

vivace, di taglio quasi americano,

alla cui riuscita contribuiscono non

poco le performance dei due

protagonisti: Elio Germano, ormai

una garanzia, e l’esordiente Michele

Riondino, una sorpresa.

FRANCO MONTINI

macchina da presa. Con l’aiuto

fondamentale del direttore della

fotografia Gherardo Gossi, e

traendo ispirazione dal cinema

orientale (Hou Hsiao-Hsien su tutti,

per esplicita ammissione), Baricco

lavora con esiti non disprezzabili

sulla composizione del quadro,

cercando una profondità visiva

che, nelle sequenze più stranianti,

se non oniriche tout court, crea

realmente uno “spessore”

fascinoso. Non sarà una Lezione

memorabile, ma in giro

decisamente si sente, e si vede, di

peggio.

FEDERICO PONTIGGIA


THE BURNING PLAIN

di Guillermo Arriaga

Sceneggiatura: Guillermo Arriaga …Fotografia:

Robert Elswit …Montaggio: Craig Wood …Musiche:

Omar Rodriguez Lopez, Hans Zimmer …Interpreti:

Charlize Theron, Kim Basinger, Joaquim De Almeida,

John Corbett, José Maria Yazpik, Jennifer

Lawrence …Produzione: 2929 Productions …Distribuzione:

Medusa …Usa 2008 …colore 109’

DOPO LA TRILOGIA del dolore

diretta da Alejandro Gonzales

Iñarritu (Amores perros, 21

grammi e Babel) e Le tre

sepolture con cui Tommy Lee

Jones ha esordito alla regia, anche

per lo sceneggiatore che ha

rimesso in discussione le

coordinate spaziotemporali è

giunto il momento di esordire

dietro la cinepresa, decisione forse

accelerata dalla lite non

ricomposta con il regista

connazionale. E se Babel ci era

sembrato virtuosistico e sopra le

righe, un’esasperazione della

Teoria del caso che spingeva

troppo sul pedale della tragedia

ad effetto, viceversa The burning

plain, in concorso e molto

applaudito a Venezia ’08, è una

edificante vicenda di abbandoni e

tradimenti, di rimorsi e rancori che

affascina per la sapiente

(de)costruzione narrativa che

intreccia segmenti e storie avanti

WALL-E

di Andrew Stanton

Sceneggiatura: Andrew Stanton, Jim Reardon

…Fotografia: Roger Deakins …Montaggio: Stephen

Schaffer …Musiche: Thomas Newman …Voci (in originale):

Ben Burtt, Melissa Knight, Jeff Garlin, Fred

Willard, Sigourney Weaver …Produzione: Pixar

…Distribuzione: Walt Disney Pictures …Usa 2008

…colore 110’

SCRITTO E DIRETTO dall’autore

di Alla ricerca di Nemo, Wall-E è

il film più ambizioso e riuscito della

Pixar. Un capolavoro di gusto ed

intelligenza che si fondono in una

storia rilevante sia sul piano sociale

che filosofico. Un’opera poetica in

cui la celebrazione dell’umanità

viene affidata ad un piccolo robot

che se, per fattezze, potrebbe

ricordare l’E.T. creato da Carlo

Rambaldi, come spirito e giocosa

e indietro nella cronologia e nella

concatenazione degli eventi,

lasciando allo spettatore il

compito di operare raccordi e

collegamenti. Ma se questo è il

marchio di fabbrica dell’autore, a

colpire favorevolmente sono la

compattezza stilistica e la capacità

di coinvolgimento emotivo,

puntando sulle sfumature e sulla

messa a nudo psicologica dei

personaggi quanto e più dei colpi

di scena e dei risvolti della trama.

L’altopiano in fiamme del titolo

inglese fa subito capolino: la casa

mobile che brucia nel deserto è il

follia ha come ispirazione il Charlie

Chaplin di Tempi Moderni.

Wall-E è la storia di un robottino

ottimista e sognatore che, rimasto

per sette secoli da solo sulla Terra

trasformata in un deserto, in

compagnia soltanto di qualche

dinamico scarafaggio, ha visto

lentamente spegnersi tutte le altre

macchine che lo circondavano e,

soprattutto, ha sentito affievolirsi

la speranza di avere anche lui una

compagna cui tenere la mano

come nel film che vede ogni sera

prima di addormentarsi, Hello

Dolly!

Un giorno, però, il cielo sembra

rispondere alle sue preghiere e

una sonda di nome Eve arriva sulla

Terra per una missione segreta.

punto di raccordo tra passato e

presente, evento decisivo per

numerose esistenze, l’avvio di

scelte disperate e incontri fatali i

cui riflessi si riverberano nella

Portland piovosa dove vive Sylvia

(una convincente Theron): dietro

la determinazione professionale

del sommelier di un ristorante di

lusso si nasconde una natura

autodistruttiva, con legami fatui e

un individuo misterioso che ne

pedina i movimenti. Altro scenario

è quello del confine tra Messico e

Texas, dove un pilota con figlia e

collega irrora pesticidi nei campi,

Wall-E fa di tutto per conquistarla

e, nonostante le offra doni, per lui,

preziosissimi trovati nelle

cianfrusaglie che ha scavato

nell’ultimo millennio, è solo una

piantina verde, sbucata chissà da

dove, ad attirare l’attenzione di

Eve che, addirittura, sembra

andare in tilt. Quando una nave

spaziale recupererà Eve

riportandola all’Astronave Madre,

Wall-E, che l’avrà seguita

rocambolescamente nel suo

viaggio, scoprirà dove sono andati

a finire gli esseri umani e farà di

tutto per aiutare alcuni di loro a

tornare sul pianeta dove è nata la

loro razza.

Wall-E è una presa in giro poetica

ed elegante della società dei

consumi. Il mondo che il piccolo

robot pulisce ogni giorno è un

pianeta saturo di rifiuti, da cui i

terrestri sono dovuti fuggire per

mancanza d’aria e di risorse.

L’allegra archeologia postconsumista

di Wall-E, che ogni

giorno scava nelle vestigia di una

società implosa a causa della

propria miopia antiecologista,

rappresenta per la Pixar

l’opportunità di dare vita ad un

film diverso e intelligente, in cui

l’animazione si confronta con le

schede critiche

rimanendo ferito in un incidente.

Non lontano da lì, si dipana la

relazione extraconiugale tra la

madre di quattro figli (la Basinger)

scoperta dalla primogenita e il

padre messicano di due figli (De

Almeida), una storia fatta di

comprensione e tenerezza che

sfida convenzioni e sensi di colpa.

Certo, ci sono donne autolesioniste

che si infliggono bruciature e tagli,

altre con le cicatrici fisiche e

psicologiche di operazioni invasive

(è uno dei momenti più toccanti

del film e consigliamo alle signore

di preparare i fazzoletti),

maternità negate e propositi di

vendetta che degenerano:

tuttavia, la bellezza del cinema è

che spesso le sofferenze

conducono alla serenità interiore,

le ferite inflitte si rimarginano e gli

errori commessi sfociano nella

redenzione, come il bel finale –

che in pochi tagli di montaggio

riepiloga e spiega il personaggio

cardine dell’intero film – dimostra.

Nel riportare la trama abbiamo

scelto di essere reticenti, ma non

intendiamo omettere l’altissimo

gradimento suscitato da The

burning plain.

MARIO MAZZETTI

suggestioni del grande cinema

d’autore per una commedia tanto

originale quanto significativa sul

piano politico e sociale.

Wall-E emette solo dei suoni e il

film è in gran parte una slapstick

comedy sofisticata, esilarante e

commovente in cui la bonaria

curiosità del protagonista è foriera

di continue sorprese. Film di

fantascienza che racconta

un’apocalisse di immondizia,

causata dalla nostra incapacità di

rapportarci con la Natura, Wall-E

è anche una storia d’amore e, al

tempo stesso, un inno alla forza

dei sentimenti: frammenti di

umanità che, sotto un cumulo di

spazzature, soltanto un robottino

curioso e ottimista poteva aver

voglia di trovare, nonostante

tutto.

MARCO SPAGNOLI

VIVILCINEMA settembreottobre08

37


schede critiche

LA CLASSE

di Laurent Cantet che da tempo aveva voglia di fare un

Titolo originale: Entre les murs …Sceneggiatura:

Laurent Cantet, Robin Campillo, François Bégaudeau

dal romanzo “Entre les murs” di F. Bégaudeau

…Fotografia: Pierre Milon …Montaggio: Robin Campillo

…Interpreti: François Bégaudeau e gli alunni:

Nassim Amrabt, Laura Baquela, Cherif Bounaidja

Rachedi, Juliette Demaille, Dalla Doucoure …Produzione:

Haut Et Court, France 2 Cinéma …Distribuzione:

Mikado …Francia 2008 …colore 128’

UNA STORIA di lotta di classe tra i

banchi di scuola ha riportato la

Palma d’oro in Francia, 21 anni dopo

Sotto il sole di Satana di Maurice

Pialat. Entre les murs, arrivato

l’ultimo giorno per scompaginare

tutti i piani della giuria, proprio

come a Venezia è accaduto con The

wrestler, è il quarto film di Laurent

Cantet, regista che si era fatto già

notare (con Risorse umane,

L’emploi du temps e Vers le Sud)

come artefice di un cinema duro,

ancorato al presente e molto

problematico, abitato da personaggi

che affrontano in solitudine una

situazione al limite del paradosso.

Impressione confermata e addirittura

amplificata da questo falso

documentario costruito a partire dal

libro di François Bégaudeau, ex

insegnante, ora scrittore, editorialista

e commentatore sportivo per “Le

Monde”. Il regista e l’autore si sono

incontrati un paio d’anni fa durante

un programma televisivo e Cantet,

38 VIVILCINEMA settembreottobre08

film sull’universo in ebollizione della

scuola, ha raccolto immediatamente

la sfida: reinventare una classe di

liceo, in un contesto multietnico

della periferia di Parigi, e mostrare le

dinamiche che si creano tra un

insegnante e i suoi allievi. Un film

che al documentario attinge il

metodo rigoroso di preparazione.

Per cinque mesi, una volta a

settimana, Cantet ha tenuto un

laboratorio nel liceo Françoise Dolto

con ragazzi dai 13 ai 16 anni che

hanno accettato di improvvisare a

partire da un canovaccio. Le loro

reazioni, puntualmente registrate,

sono servite a scrivere la

sceneggiatura, insieme a Robin

Campillo, ma anche a fare il casting.

Allievi e professori sono presi infatti

direttamente dalle aule scolastiche e

solo il ruolo del protagonista è

affidato a Bégaudeau, che riporta

nel film il suo singolare metodo

educativo e la sua riflessione teorica.

Lanciato anche verso gli Oscar e

apprezzato in diversi paesi,

nonostante

l’ambientazione

così francofrancese,

La

classe si

concentra,

senza mai

uscire

dalle mura scolastiche e senza

alcuna concessione a una

drammaturgia più tradizionale, sia

sulle dinamiche generazionali, simili

in contesti anche assolutamente

diversi, che sul conflitto sociale che

può esplodere in condizioni di

disagio e sulla complessità di creare

e alimentare una coscienza

democratica. Così, l’ora di francese

si trasforma in un ininterrotto

battibecco tra un professore

“socratico” e una classe che si

difende

con il

sarcasmo tipico dell’età, cercando di

farlo cadere in contraddizione o,

infine, con la resistenza passiva. I

ragazzi cercano di mettere in

minoranza il professore, e in effetti

alla lunga ci riescono, in un braccio di

ferro estenuante ma avvincente.

Bégaudeau tenta di spingere i suoi

recalcitranti allievi a riflettere sul

significato e l’uso delle parole, a

rappresentare se stessi agli altri

costruendo un’identità in un contesto

fragile e frammentato, ma i giovani

francesi dalle origini più disparate

quasi mai stanno al gioco: e se il

cinese figlio di sans papier studia più

che può per integrarsi, l’africano che

rischia di essere rispedito nel Mali da

suo padre, se sarà espulso dalla

scuola, non accetta di sottomettersi

ad alcuna regola. “La scuola è un

laboratorio della società, un

microcosmo dove le questioni di

uguaglianza e disparità in merito alle

opportunità di lavoro, potere, cultura,

integrazione sociale o esclusione,

emergono concretamente”, spiega

Cantet che ha evitato di affrontare

questioni attuali quanto spinose come

il bullismo o l’uso di droghe. Un film

politico nel senso migliore del

termine (vedi la citazione finale della

Repubblica di Platone) che darà

argomento di discussione a

destra come a sinistra.

CRISTIANA PATERNÒ


sguardo

lo sguardo al futuro

futuro

Da quasi tre millenni ospitiamo

turisti da ogni parte del mondo.

Non c’è ragione di smettere ora.

Ricordate Circe? Accolse Ulisse sulle

bianche spiagge di Sabaudia e fece di

tutto per impedire che ripartisse. Poi

ci fu Lavinia, che ospitò Enea reduce

da Troia, e con lui creò la dinastia che

avrebbe fondato Roma. Per arrivare ai

nobili europei del Grand Tour che nel

‘700 percorrevano le campagne del

Lazio alla ricerca delle vestigia di antiche

architetture e opere d’arte.

Ma anche - sospettiamo - degli ottimi

vini e delle altre specialità gastronomiche.

Piaceri terreni e delizie dello spirito.

Quello che ogni turista desidera,

da sempre.

www.regione.lazio.it

REGIONE LAZIO


schede critiche

CHANGELING

di Clint Eastwood

Sceneggiatura: J. Michael Straczynski …Fotografia:

Tom Stern …Montaggio: Joel Cox, Gary D. Roach

…Musiche: Clint Eastwood …Interpreti: Angelina Jolie,

John Malkovich, Jeffrey Donovan, Michael Kelly, Colm

Feore, Jason Butler …Produzione: Malpaso, Relativity

Media, Universal Pictures, Imagine Entertainment

…Distribuzione: Universal …Usa 2008 …colore 110’

CON LO STILE pacato e la

progressione solenne che gli sono

congeniali, come e più che in

Mystic river e Million dollar

baby il 78enne Clint Eastwood ci

assesta un robusto pugno nello

stomaco affrontando una storia

(vera) di crimini sull’infanzia,

rapimenti e dubbi ritrovamenti, di

una polizia (siamo nella Los Angeles

fine anni ’20, qualche anno prima

dei fattacci della Dalia Nera) la cui

corruzione e i cui metodi di

indagine e “dissuasione del

dissenso” sono altrettanto

raccapriccianti dei delitti che

affronta.

Granitico e lucido, il vecchio Clint

affronta la storia di una ragazza

madre, impiegata in una

compagnia telefonica nell’America

della Grande Depressione, che al

termine di un turno imprevisto

scopre che il figlio di dieci anni è

scomparso da casa: la denuncia alle

autorità dapprima scettiche, la

certezza del rapimento, il

RACHEL GETTING MARRIED

di Jonathan Demme

Sceneggiatura: Jenny Lumet …Fotografia: Declan

Quinn …Montaggio: Tim Squyres …Musiche: Zafer

Tawil, Donald Harrison jr …Interpreti: Anne Hathaway,

Rosemarie Dewitt, Bill Irwin, Debra Winger

…Produzione: Clinica Estetico …Distribuzione: Sony

…Usa 2008 …colore 113’

IL MODELLO che viene subito in

mente è Un matrimonio di Robert

Altman, ma le differenze fra il

capolavoro altmaniano e Rachel

getting married sono altrettanto

evidenti. Identici sono gli elementi

di partenza: il ritratto di una

famiglia colta in uno dei momenti

topici della sua storia, la coralità del

racconto e le annotazioni sulla

società americana che

indirettamente scaturiscono

dall’osservazione di questo

40 VIVILCINEMA settembreottobre08

ritrovamento sei mesi dopo,

nell’Iowa, di un bimbo che potrebbe

essere lui; in una roboante

conferenza stampa alla stazione, la

donna afferma che non si tratta di

suo figlio, ma siamo sotto elezioni e

la polizia ha troppa fretta di

riscuotere il credito di riconoscenza

dell’opinione pubblica per dar retta

ai dubbi di una madre confusa e

petulante: le istituzioni (da un

rinomato pediatra fino al primario

dell’ospedale psichiatrico dove la

vicenda registra una tappa di

agghiacciante rilevanza, assimilabile

all’irlandese Magdalene) sono al

servizio della polizia, e solo la

perseveranza di un pastore

presbiteriano che arringa i fedeli

dalle frequenze di una radio locale,

microcosmo. Ma se lo sguardo di

Altman era sarcastico e impietoso

verso gli imbarazzanti segreti della

famiglia, rimossi per tacito accordo

di tutti, quello di Jonathan Demme

e della sceneggiatrice Jenny Lumet,

figlia del regista Sidney, è

compassionevole e solidale con i

dolori e gli errori dei personaggi, in

particolare della protagonista Kym

(Anne Hathaway).

Parente benestante del Wrestler di

Mickey Rourke, con il quale

condivide il concorso alla Mostra del

Cinema di Venezia, Kym è uno di

quei personaggi autodistruttivi e

testardi, che restano nella mente

per l’umanità e la tenerezza con cui

sono descritti. Quando esce dal

centro di disintossicazione per

partecipare al matrimonio della

insieme ad una clamorosa scoperta

in una fattoria fuori città,

consentiranno la riapertura delle

indagini e la scoperta di una

“fabbrica di angeli” che travolgerà

opinione pubblica e forze

dell’ordine, fornendo all’autore lo

spunto per imbastire un doppio

processo in parallelo e svolgere una

riflessione/digressione sulla pena di

morte (non siamo sicuri che collimi

con la nostra sensibilità da europei).

Con la sua tipica struttura narrativa

– inizio sottotono, zenit emotivo,

elaborazione e un epilogo che

“nobilita” retrospettivamente,

fornendo un parziale sollievo in un

contesto molto drammatico –

Eastwood imbastisce con maestria e

lucidità, a partire dalla

sorella Rachel (Rosemarie Dewitt),

ha tutte le intenzioni di

comportarsi bene ed evitare quelle

scenate che le hanno rovinato una

fortunata carriera di attrice. A

contatto con i frenetici preparativi

della festa e la felicità fin troppo

perfetta della sorella, Kym tuttavia

non resiste alla tentazione di

provocare litigi, con le sue battute

taglienti e l’egocentrismo del suo

malessere.

La presenza in casa della ragazza,

tormentata da un lacerante senso

di colpa, riporta in luce una

tragedia terribile, che ha sconvolto

la vita della famiglia e forse ha

contribuito a minare il matrimonio

dei genitori, ora risposati e in

rapporti molto civili fra loro. La

madre (Debra Winger finalmente

tornata al cinema) è l’unica che,

forse per difendersi dal dolore, ha

congelato le emozioni in un

rapporto anaffettivo con le figlie,

scalfito solo per un momento

dall’esplosione di rabbia di Kym. La

scena madre di loro che si gettano

l’un l’altra il peso di una colpa

insopportabile è intensa e

sconvolgente, così come molte altre

scene del film, che fanno

magistralmente emergere le

emozioni da azioni semplici, piene

di significati sottintesi: il bagno che

sceneggiatura di Michael Straczynski

e scrivendosi da solo la colonna

sonora, una vicenda complessa che

elabora e sviluppa in oltre due ore

ogni rivolo, ogni filo della trama,

ogni svolta emotiva, riservando nella

fase centrale una montagna russa di

emozioni che turberanno anche gli

spettatori più smaliziati, oscillando

tra la “casa degli orrori” e il

trattamento riservato alle donne

internate perché scomode, frenando

nella fase del ristabilimento di verità

e giustizia fino all’inevitabile

commozione finale. E trova pure un

garbato spunto per ricordarci che

siamo nella città del cinema.

Misurata la Jolie, sempre col cappello

in testa (scommettiamo da subito

sulla nomination), pungente come

richiede la parte il pastore Malkovich,

ottimamente diretti tutti i

comprimari, con una menzione

speciale per la confessione-monologo

dei due ragazzini al centro di una

storia torbida e angosciante.

L’applausometro della platea di

Cannes, dove il film era in concorso in

una versione non definitiva, ha

registrato il picco di intensità,

ripagando l’autore per l’impegno

profuso e sfogando collettivamente,

in una catarsi che solo il Grande

Cinema consente, la tensione

accumulata.

MARIO MAZZETTI

la sposa fa alla sorella ferita poco

prima della cerimonia, o la

divertente gara fra suocero e genero

a chi è più bravo a caricare la

lavapiatti, interrotta

improvvisamente dalla comparsa di

un ricordo.

Nella famiglia agiata e liberal di

Kym circolano in ogni caso

sentimenti veri, vere sofferenze e

vera solidarietà, come nella parte

migliore della società americana,

capace di accogliere persone di

diverso colore e diversi orientamenti

sessuali. La loro è un’armonia che ha

in sé forti dissonanze, ma che resta

comunque una musica d’insieme,

come quella che accompagna,

dentro le scene, le diverse fasi del

racconto. Con intuizione degna di

un grande appassionato di musica,

Demme ha voluto infatti una

colonna sonora intradiegetica,

suonata dai musicisti ingaggiati per

il matrimonio che, dopo incerte

prove, fanno esplodere una festa di

suoni multietnici nella lunga e

bellissima scena del ballo. Ma la

“musica d’insieme” è fatta

soprattutto dagli attori – tutti

bravissimi – e in particolare dalle tre

attrici, che danno vita a un coro al

femminile capace di toccare tutte le

corde del cuore.

BARBARA CORSI


schede critiche

UN ALTRO PIANETA

di Stefano Tummolini

Sceneggiatura: Stefano Tummolini, Antonio Merone

…Fotografia: Raoul Torresi …Montaggio: Raoul Torresi,

Bruno Sarandrea …Musiche: Francesco Maddaloni,

Fabio Venturi …Interpreti: Antonio Merone,

Lucia Mascino, Francesco Grifoni, Chiara Francini,

Tiziana Avarista …Produzione: Ripley’s Film …Distribuzione:

Ripley’s Film …Italia 2008 …colore 82’

UN GIORNO d’estate, una

spiaggia frequentata da naturisti e

l’alchimia imprevedibile degli

incontri fra le persone: questi gli

ingredienti di Un altro pianeta,

piacevole scoperta della sezione

collaterale “Giornate degli Autori”

alla Mostra del Cinema di Venezia.

Il film, realizzato grazie alla

caparbietà dell’autore esordiente

Stefano Tummolini e del cosceneggiatore

e protagonista

Antonio Merone, è l’ennesimo

IL SOL DELL’AVVENIRE

di Gianfranco Pannone

Sceneggiatura: Giovanni Fasanella e Gianfranco

Pannone dal libro di Giovanni Fasanelli e Alberto

Franceschini …Fotografia: Marco Carosi …Montaggio:

Erika Manoni …Musiche: Rudy Gnutti …Interviste:

Alberto Franceschini, Paolo Rozzi, Tonino Loris

Paroli, Annibale Viappiani, Roberto Ognibene …Produzione:

Blue Film, Regione Lazio, Emilia Romagna

Film Commission …Distribuzione: Iguana Film …Italia

2008 …colore 77’

ARGOMENTO TABÙ, il

terrorismo bierre, se è vero che Il

sol dell’avvenire, presentato a

Locarno nella sezione “Ici &

Ailleurs”, ha messo in moto

addirittura un ministro della

Repubblica, pronto a chiedere la

revisione del sistema di

finanziamento con la creazione di

una commissione che garantisca i

parenti delle vittime dagli abusi del

cinema. È un passato che non

passa, quello degli anni di piombo,

e forse proprio perché non se ne

parla abbastanza onestamente, con

la distanza di uno sguardo

storiografico, seppure partecipe e

non freddo, che tenga conto di

tutte le posizioni in campo e anche,

perché no, delle ragioni dei

brigatisti. Una riflessione collettiva

sugli anni ’70 nel loro complesso è

più che mai urgente, secondo chi

scrive, e le rimozioni o

l’imperativo della correttezza

politica non aiutano certo.

42 VIVILCINEMA settembreottobre08

esempio di un cinema italiano

vitale e ricco di idee, che fatica a

farsi strada per le vie tradizionali

ed è costretto ad arrangiarsi con

pochi mezzi e molta disponibilità

da parte degli attori e della

troupe.

Nel cast, tutto composto da attori

teatrali sconosciuti al grande

pubblico, una vera rivelazione,

Antonio Merone, che veste (o per

meglio dire sveste) i panni del

protagonista con dirompente

fisicità. Omosessuale muscoloso

con bandana, Salvatore arriva su

una spiaggia del litorale laziale

molto battuta da persone in cerca

di scambi sessuali. Nelle sue

intenzioni questa dovrebbe essere

una giornata di mare e fugaci

incontri erotici fra le dune, se non

Per questo Il sol dell’avvenire di

Gianfranco Pannone e Giovanni

Fasanella, il giornalista autore del

libro Che cosa sono le Br come di

altri volumi, due dei quali dedicati

proprio a dar voce alle vittime, è un

film cruciale, che merita attenzione

lucida e spazio di riflessione oltre

gli isterismi. Certo, l’assunto è

coraggioso e a tratti

indubbiamente disturbante.

Rimettere insieme i compagni

dell’Appartamento di Reggio

Emilia: tre brigatisti (Alberto

Franceschini, Tonino Loris Paroli e

Roberto Ognibene) e due amici che

schivarono la clandestinità e che

oggi lavorano rispettivamente nel

Pd e nel sindacato (Paolo Rozzi e

fosse che accanto a lui si accampa

un rumoroso gruppo di ragazze,

accompagnate da un maturo

professore universitario a caccia di

avventure extra-coniugali. Stella, la

più invadente e chiacchierona del

gruppo, cerca di attirare Salvatore

sotto la loro tenda per combinare

un incontro con l’amico gay

Cristiano, ma Salvatore respinge

l’accerchiamento. Tenta di isolarsi

per starsene in pace, ma viene

continuamene coinvolto nelle

dinamiche del turbolento gruppo,

in un balletto di equivoci, scenate e

assurdi test psicologici.

L’orizzonte aperto della spiaggia

diventa allora una specie di quinta

teatrale nell’andirivieni dei

personaggi fra l’ombrellone, il bar

e le dune, nella progressiva

rivelazione di un microcosmo di

umanità alle prese con le proprie

inquietudini. Ognuno dei

personaggi ha un dolore nascosto

dietro l’apparente allegria della

domenica d’estate, e con il passare

delle ore gli atteggiamenti

esagerati e strafottenti cedono il

posto alla sincerità e alla

malinconia. L’incontro tra Salvatore

e Daniela, la più timida e gentile

delle ragazze, che per tutto il

tempo ha cercato di fare da

mediatrice alle intemperanze degli

Annibale Viappiani). Farli ritrovare

40 anni dopo nella trattoria sulle

colline emiliane dove nel ‘70

germinò il primo nucleo della lotta

armata con i gruppi venuti da

Trento e da Milano, in una sorta di

congresso di fondazione. Mostrarli

mentre mangiano e bevono, in una

rimpatriata persino nostalgica tra

vecchi amici, ormai tutti sessantenni

e oltre, ma con il contrappunto

doloroso di una lunga scia di

cadaveri che le immagini finali non

nascondono certo. Ma il punto è

proprio questo. Fare un passo

indietro e fotografare il momento

del guado, il prima dell’uragano.

Mettere a confronto la Reggio

Emilia del ‘69, quella dove si formò,

altri, si snoda proprio sul

riconoscimento di un comune

malessere, e di un comune sentire.

La confessione reciproca delle loro

esperienze passate fa emergere

temi importanti, come la malattia e

la morte, che spiegano le

motivazioni dei loro

“camuffamenti” e anche l’impeto

vitale del loro incontro, che non è

una banale “conversione”

all’eterosessualità, ma il punto di

arrivo di un percorso di

conoscenza.

Allevato alla scuola di Maurizio

Ponzi e dei grandi sceneggiatori

della commedia italiana,

Tummolini dimostra una rara

capacità di calibrare emozioni,

situazioni comiche e rivelazioni

drammatiche in un racconto

leggero ma mai superficiale.

Grande merito di questo equilibrio

va anche agli attori e soprattutto

alla coppia di protagonisti,

Antonio Merone, sbruffone e

vulnerabile, mutevolissimo nelle

sue corde recitative, e Lucia

Mascino, una timida alquanto

determinata. Chissà cosa sarebbero

riusciti a fare il regista e i suoi

affiatati attori, se solo avessero

avuto a disposizione un po’ più di

mille euro…

BARBARA CORSI

in rotta col Pci di Berlinguer, il

gruppo dell’Appartamento, e la

Reggio Emilia di oggi, con i dirigenti

politici di sinistra che al telefono

dichiarano di non ricordare, mentre

ricorda benissimo l’ex democristiano

Corrado Corghi.

È una bella invenzione del film, che

non è solo documentazione come

sempre il lavoro di Pannone (già

autore del notevole Latina, Littoria)

la costruzione di un personaggio, il

ciclista Adelmo Cervi, figlio di uno

dei sette fratelli trucidati dai fascisti

che ci porta in giro in questa Emilia

delle contraddizioni dove i morti

sotto il governo Tambroni ancora

non riposano in pace, dove le Coop

sono diventate un impero, dove nei

nomi delle strade resistono

espressioni decadute dalla

geopolitica mondiale come Urss e

Stalingrado (Cavriago, il paese natale

di Orietta Berti, ha ancora una Piazza

Lenin) e dove il sound padano degli

Offlaga Disco Pax lancia come un

proclama l’onomastica alternativa di

queste terre, tra orgoglio e suprema

ironia. Del resto la tesi più

“scomoda” del documentario –

scomoda certamente a sinistra più

che a destra – è quella del legame tra

la nascita del terrorismo emiliano e il

mito della Resistenza tradita. Passato

che non passa.

CRISTIANA PATERNÒ


THE HURT LOCKER

di Kathryn Bigelow

Sceneggiatura: Mark Boal …Fotografia: Barry

Ackroyd …Montaggio: Bob Mirawski, Chris Innis

…Musiche: Marco Beltrami …Interpreti: Jeremy

Renner, Anthony Mackie, Brian Geraghty, Christian

Camargo, Evangeline Lilly, Ralph Fiennes,

David Morse, Guy Pearce …Produzione: Voltage

Pictures …Distribuzione: Videa-Warner Bros

…Usa 2008 …colore 131’

BENTORNATA Kathryn! Dopo gli

adrenalinici, affascinanti Point

break e Strange days, l’autoriale Il

peso dell’acqua e il deludente K-

19, con The hurt locker, uno dei

film più applauditi da critica e

pubblico a Venezia 2008, si è iscritta

al club dei cantori dell’allucinata e

sporca guerra in Iraq, sfidando la

cattiva sorte sinora riservata ai

colleghi che vi ci sono cimentati con

merito, Haggis e De Palma su tutti.

L’inizio del film ci porta subito in

medias res, con le attività di una

squadra speciale di artificieri,

chiamati a far esplodere o

disinnescare ordigni lasciati da

terroristi ora nelle strade disastrate,

ora al quartier generale dell’Onu. Si

pensa e si agisce in fretta, con tute

antischegge, robot esploratori,

collegamento audio e naturalmente

armi a volontà. È un susseguirsi di

missioni sul campo, rischiando la vita

se qualcuno aziona il detonatore, se

la bomba esplode, se il kamikaze si

THE ORPHANAGE - EL ORFANATO

di Juan Antonio Bayona

Sceneggiatura: Sergio Sanchez …Fotografia: Oscar

Faura …Montaggio: Elena Ruiz …Musiche: Fernando

Velasquez …Interpreti: Belén Rueda, Fernando Cavo,

Géraldine Chaplin, Montserrat Carulla, Alejandro

Campos …Produzione: Esta Vivo!, Warner Bros,

Wild Bunch, Grupo Rotar …Distribuzione: Lucky Red

…Spagna/Messico 2007 …colore 100’

LE NOTE di apertura e la carta

da parati sui titoli di testa,

strappata poco a poco a rivelare

quello che c’è sotto, rimandano

subito a Hitchcock, come anche la

vecchia casa, imponente e

misteriosa, un vecchio orfanotrofio

chiuso da anni dove Laura (la Belén

Rueda de Il mare dentro)è

cresciuta e dove decide di tornare,

con il marito e il figlio Simòn.

Thriller e suspense sono in agguato

fa saltare in aria, se il cecchino fa

fuoco... L’unità del film è descritta

dai 38 giorni all’alba fino alla vigilia

del congedo e all’appendice in

patria, ma è inutile contare i giorni:

ogni missione può risultare fatale

per l’esperto comandante e per i due

soldati che lo accompagnano. Infatti

il sergente Thompson (Guy Pearce) ci

lascia subito le penne, rimpiazzato

dal più spericolato James (Jeremy

Renner), moglie e figlio a casa e

l’aria di godersela un mondo nelle

combat zone: “war is a drug”, la

guerra è una droga, si legge in

premessa; è questo il poco

edificante, moralmente ambiguo

senso del film. Con lui Sanborn,

coraggioso e all’occorrenza tiratore

scelto, e lo stressato, impaurito

Eldridge che confessa le proprie

sin dai primi fotogrammi, ma il

regista Juan Antonio Bayona e lo

sceneggiatore Sergio Sanchez

dichiarano subito dell’altro, un

contesto reale, sociale e affettivo

molto forte: Laura è tornata per

riaprire quella casa e ospitare

bambini con difficoltà di

apprendimento, ed è tornata con il

suo bambino, adottato, come lei, e

malato. Simòn, con la sua infinita

immaginazione di bambino, parla

e gioca con amichetti invisibili,

protetto dai genitori dai pericoli a

cui la sua malattia potrebbe

esporlo e dal segreto della sua

adozione, di cui non sa nulla. Ma

quei bambini invisibili riemergono

in realtà dal passato di Laura, dalle

stanze di quel vecchio

VIVILCINEMA settembreottobre08

ansie a un collega di troppo buone

maniere per affrontare le missioni

sul campo. E poi il bimbo iracheno

detto Beckham che vende dvd pirata

ai militari Usa, i colleghi britannici

incontrati durante uno spostamento

(li guida Ralph Fiennes in un cameo

ad effetto), i pochi civili con i quali si

riesce a entrare in contatto quando

non li si minaccia col mitra in

mano…

Sembra un film tutto azione e

muscoli, eppure l’autrice, sorretta da

un montaggio magistrale che riesce

a non far pesare l’uso di camera a

mano, zoom e riprese frenetiche, è

abilissima nell’esplorare

contraddizioni e paure, nel

fotografare attimi di sospensione nei

quali ci si interroga sul senso della

propria missione, si lasciano affiorare

orfanotrofio, e la figura piccola e

terribile di Tomàs, il compagno di

giochi preferito di Simòn, si

materializza, un fantasma che

prima lascia tracce nella sabbia

davanti all’oceano dove Simon e la

madre vanno a giocare, poi appare

davanti a Laura in una delle scene,

poche ma determinanti, che ci

fanno letteralmente saltare sulla

sedia.

Bayona dimostra di conoscere bene

l’horror, i suoi meccanismi e anche i

suoi trucchi, e li usa in modo

efficace in un rimando di citazioni,

luoghi e prototipi del genere che

ben si fonde con elementi

emozionali profondi. Dietro al film

ci sono Peter Pan, Il sesto senso e

soprattutto The others, c’è Il

labirinto del fauno di Guillermo

del Toro, non a caso produttore di

questo film, costruito su una

messa in scena rigorosa e

calibrata e su una

sceneggiatura raffinata

e precisa.

Bayona ricompone tutti

questi elementi e

richiami in un film che

commuove e spaventa.

El orfanato si muove

sul doppio binario

del soprannaturale

schede critiche

vulnerabilità e angosce, soprattutto

ci si confronta con i commilitoni

mettendo a nudo se stessi e il

proprio “posto nel mondo”: chi non

vede l’ora di sfuggire all’inferno e

metter su famiglia, chi viceversa è

talmente assuefatto da sentirsi

spaesato a casa propria. Non è tanto

l’ansia di mostrare i muscoli al

nemico, come dimostrano il toccante

episodio del “corpo-bomba” del

ragazzino che potrebbe essere

Beckham e l’incursione notturna in

una casa dove il nostro “eroe” crede

di stanare pericolosi terroristi e si

trova invece di fronte un professore

poliglotta. Per non parlare del senso

di svuotamento, del ristoro familiare

e rassicurante al termine del

lunghissimo agguato dei cecchini nel

deserto: una sequenza che contiene

tutto il cinema di un’autrice

tutt’altro che manichea, che

disseziona e analizza senza partiti

presi, gira le scene di esplosione

come pochi altri e realizza un film di

guerra “da camera” più affine a Full

metal jacket che al Soldato Ryan.

La Bigelow ci conduce senza luoghi

comuni nella mente di una pattuglia

specializzata, ben sviluppando la

sceneggiatura del compagno e

coproduttore Mark Boal, già

reporter di guerra.

MARIO MAZZETTI

e del reale, le paure soprannaturali

che evoca sono in realtà quelle

profonde della realtà, le paure dei

bambini, quelle legate al proprio

passato, a un segreto irrivelabile

perché doloroso. E il sospetto si

scioglie, verso il finale, in un dolore

devastante, inimmaginabile pur

seguendo la detection che gli

autori inseriscono nel film,

intrecciandola con quella di una

medium, Geraldine Chaplin, che si

muove nel buio con l’ausilio di

monitor e oscilloscopi alla ricerca

del passato e dei fantasmi. El

orfanato è un film sul dolore, sul

rimorso, sull’amore materno,

elementi che lo portano oltre il

cinema di genere: uno dei motivi

per cui è stato tanto amato sia dal

pubblico che dalla critica nei

principali festival di tutto il mondo.

CHIARA BARBO


schede critiche

QUALCUNO CON CUI CORRERE

di Oded Davidoff

Titolo originale: Mishehu larutz ito …Sceneggiatura:

Noah Stollman dal romanzo omonimo di David Grossman

…Fotografia: Yaron Scharf …Montaggio: Ron

Omer …Musiche: Ran Shem-Tov …Interpreti: Bar Belfer,

Jonatan Bar Or, Rinat Matatov, Yuval Mendelson

…Produzione: B&K, JCS Productions …Distribuzione:

Medusa …Israele 2006 …colore 117’

DUE STORIE che si sviluppano

parallele, anche se in tempi diversi

e sempre più ravvicinati, imperniate

entrambe su una ricerca e destinate

alla fine ad intrecciarsi. È la curiosa

struttura narrativa di questo film

tratto dall’omonimo romanzo di

David Grossman, popolare scrittore

israeliano contemporaneo, tradotto

in tutto il mondo. L’immagine

di Christopher N. Rowley

Titolo originale: Bonneville …Sceneggiatura: Daniel

D. Davis …Fotografia: Jeffrey L. Kimball …Montaggio:

Anita Brandt-Durgoyne, Lisa Fuchtman …Musiche:

Jeff Cardoni …Interpreti: Jessica Lange, Kathy

Bates, Joan Allen, Christine Baranski, Tom Skerritt

…Produzione: SenArt Films, Drop of Water Prod.

…Usa 2007 …colore 93’

C’ERANO UNA VOLTA il

vedovo Jack Nicholson e la sua

elaborazione del lutto coniugale

a spasso per l’America. Il film, del

2002, era A proposito di

Schmidt e portava la firma di

Alexander Payne, che del road

movie esistenzialista è maestro

indiscusso. Sostituendo un Jack

con una Jessica (Lange, rafforzata

dalle comprimarie Kathy Bates e

Joan Allen) e aggiungendo un

posto in Cadillac per le ceneri in

urna del caro estinto, la ricetta

del filone resta pressoché

44 VIVILCINEMA settembreottobre08

riassuntiva del film è quella di una

corsa a perdifiato, perché Assaf, un

ragazzo di Gerusalemme, riceve dal

direttore del canile municipale

l’incarico di rintracciare il

proprietario di Dinka, uno

splendido esemplare di labrador.

Per trovarlo, Assaf decide di seguire

l’animale, confidando nel suo fiuto.

A passo di carica, Dinka in effetti

comincia a dirigersi verso luoghi e

persone già precedentemente

battute e frequentate e Assaf inizia

a ricevere informazioni sul padrone

del cane, che si scopre essere Tamar,

una ragazza dall’aria sbandata, che

si guadagnava da vivere esibendosi

come musicista di strada. In

flashback, partendo da due mesi

invariata. Genere

cinematografico e Canyon al

tramonto a parte, i due film in

questione hanno ben poco da

scambiarsi: Quel che resta di

mio marito del debuttante

Christopher N. Rowley è una

pallida pennellata se confrontato

alle incisioni di sangue e

personalità regalate dalla coppia

Payne-Nicholson. Ma tant’è. E

nulla da replicare alle legittime

(e buone) intenzioni del giovane

regista californiano di mettere

per iscritto prima, e per filmato

poi, un estratto della biografia

dell’adorata nonna Arvilla. Tale,

infatti, è rimasto il nome della

protagonista che, alla morte

prima dell’inizio della ricerca di

Assaf, il film racconta appunto le

vicissitudini di Tamar, pure lei sulle

tracce di una persona scomparsa:

suo fratello Shay, eroinomane

chitarrista di talento, finito nelle

grinfie di Pesach, un personaggio

dickensiano che, all’interno di un

ospedale abbandonato trasformato

in una sorta di prigione, ospita un

gruppo di ragazzi dotati di talento

artistico, che sfrutta mandandoli ad

esibirsi per le strade, accompagnati

dai suoi scagnozzi che hanno il

compito di intascare i proventi

degli improvvisati spettacoli.

Un poco alla volta, attraverso i

racconti e le testimonianze di

coloro che hanno incontrato Tamar,

Asaf inizia a mettere a fuoco il

ritratto della ragazza intuendo

come sia precipitata in una

situazione pericolosa. Ma,

nonostante una serie di inquietanti

presagi, avvertimenti più o meno

diretti ed espliciti inviti a desistere

nella ricerca, Assaf non si arrende,

come vittima di un improvviso

amore per quella perfetta

sconosciuta.

Immerso in una luce livida, quasi da

incubo, Qualcuno con cui correre

è un lungo viaggio verso la

speranza di una vita migliore, con

due protagonisti che non si

arrendono mai e alla fine, grazie al

QUEL CHE RESTA DI MIO MARITO

dell’inseparabile marito ridotto

in cenere per sua volontà in

extremis, è vittima della

figliastra Francine (Christine

Baranski) che la ricatta

minacciando di sottrarle la casa

coniugale se non le consegnerà

l’urna paterna per adeguata

sepoltura. Il problema è che

l’idealista Arvilla pare più incline

a spargere gli amati resti per il

mondo, come da volere del

compianto. Ma, incitata al buon

senso dalle inseparabili amiche,

decide di partire con loro e con

l’urna in tasca, dall’Idaho alla

volta della California dove

Francine l’attende per la

restituzione di Quel che resta di

proprio coraggio e alla propria

volontà, raggiungono i traguardi

prefissati. “Sei pazzo, sei così pazzo

che la troverai”, dice un’amica di

Tamar ad Assaf, colpita dalla sua

ostinazione.

Secondo lungometraggio di un

41enne regista israeliano,

Qualcuno con cui correre è uno di

quei film caratterizzati da un

eccesso di ambizioni, perché la

storia mescola giallo, mistero,

sentimenti, improvvise esplosioni di

violenza prive di senso e

conseguenza di un’esistenza fatta di

frustrazioni, problemi adolescenziali

e tanta musica, con una serie di

canzoni originali affidate alla voce

della personalissima tonalità della

protagonista Bar Belfer, ventenne

diplomata in musica, che dimostra

anche ottime doti di attrice e

possiede un volto che non si scorda

facilmente.

Nel film colpisce l’ambientazione,

con una Gerusalemme vista e

raccontata lontano dalla

consuetudine e da ogni folclore,

quasi una metropoli occidentale

come tante, animata da giovani

scapestrati e punk, se non fosse che,

di tanto in tanto, le paure collettive

e l’incombenza del pericolo che

caratterizzano la vita quotidiana in

Israele emergono con realismo.

FRANCO MONTINI

suo marito, o del di lei padre, a

seconda dei punti di vista. E qui si

avvia il road movie, trittico di

Thelma e Louise ingrigite con la

vedova ex hippie, la single

oversize Margene (Bates) e la

mormona naive Carol (Allen) alla

conquista di se stesse. Costruito a

episodi-refrain sul tema

portante, l’esordio di Rowley si

lascia intuire dopo il primo

quarto d’ora ma, almeno per le

luminose interpretazioni delle tre

signore e gli scenari di

un’America da cartolina, si lascia

vedere fino in fondo.

ANNA MARIA PASETTI


BILLO - IL GRANDE DAKHAAR

di Laura Muscardin

Sceneggiatura: Marco Bonini, Mbacke Gadji con

Laura Muscardin, Lucilla Schiaffino …Fotografia:

Maria Teresa Punzi …Montaggio: Marco Spoletini

…Musiche: Youssou N’Dour …Interpreti: Thierno

Thiam, Susy Laude, Marco Bonini, Paolo Gasparini,

Luisa De Santis …Produzione: The Coproducers,

Youssou N’Dour …Distribuzione: Achab Film …Italia/Senegal

2007 …colore 90’

UN FILM CHE affronta temi

serissimi e drammatici di grande

attualità – l’immigrazione,

l’integrazione, il confronto

multiculturale – ma, per una volta,

in chiave di commedia con un tono

semplice, favolistico ed ottimista.

Insomma un film inusuale e curioso

anche nelle modalità produttive,

perché si tratta della prima

coproduzione italo-senegalese,

dove l’intervento italiano è stata

garantito dalla partecipazione

gratuita di attori e tecnici,

rimborsati attraverso la proprietà

di quote produttive della pellicola.

Naturalmente, come accade a tutti

i piccoli film, il percorso per

approdare in sala è stato lungo,

faticoso e complicato e Billo è

arrivato nei nostri cinema solo

dopo la partecipazione ad

un’infinità di festival

internazionali.

Il film nasce da una storia vera,

PLAYING THE VICTIM

di Kirill Serebrennikov

Titolo originale: Izobrajyaa zhertvy ...Sceneggiatura:

Oleg e Vladimir Presnyakov dal loro romanzo ...Fotografia:

Sergei Mokritski ...Montaggio: Olga Grinsphpun

...Musiche: Alexander Manotzkov ...Interpreti:

Yuri Chursin, Vitaly Khaev, Marina Golub, Liya

Akhedzhakova ...Produzione: New People Film Company,

Vega Production ...Distribuzione: Iguana Film

...Russia 2006 ...colore 95’

A DUE ANNI esatti di distanza

dalla prima edizione della Festa di

Roma, arriva in sala Playing the

victim, il film che vinse il

Marc’Aurelio d’oro, premio

decretato da una giuria di cinefili

guidati da Ettore Scola. Una

riflessione sorge spontanea,

rivedendo l’opera seconda di Kirill

liberamente romanzata, che

racconta le vicissitudini di Thierno,

un ragazzo senegalese che

approda in Italia con un diploma

da sarto e la speranza di sfondare

nel mondo della moda.

Ribattezzato Billo, Thierno

sperimenta sulla propria pelle le

difficoltà della sua condizione di

immigrato clandestino, subisce

ingiustizie e violenze ma trova

anche la solidarietà di un gruppo

di connazionali, oltre che di

qualche generoso italiano, ed

infine l’amore di Laura che, rimasta

incinta, vorrebbe convolare a

nozze. Ma prima Billo deve

contrarre in Senegal un altro

matrimonio, combinato dalla sua

Serebrennikov: le chiacchiere che

spesso si fanno sulle giurie (o

contro le giurie) nei grandi festival,

da Venezia a Berlino a Cannes,

contengono una buona dose di

luoghi comuni. Si è portati a

pensare che “il” pubblico, entità

generica e ineffabile, ami cose

diverse, più popolari e potabili,

rispetto a registi, critici e

intellettuali di vario genere, ma

non è vero o almeno non è così

automatico perché bisognerebbe

sempre chiarire di quale pubblico si

tratta. Playing the victim è un

film molto intellettuale anche nella

sovrapposizione di materiali e

mezzi espressivi, dal fumetto alla

famiglia, al quale non può

sottrarsi, ritrovandosi così con due

mogli e due marmocchi in arrivo,

esempio vivente di un uomo diviso

fra le contraddizioni dei nostri

giorni.

Il finale aperto e sostanzialmente

positivo di Billo suona come una

chiara ed esplicita testimonianza

sulla possibilità che l’integrazione è

possibile nel rispetto delle diverse

culture. In fondo se il protagonista

della storia, a differenza di tanti

altri, ce la fa, è proprio perché,

anche nelle situazioni più difficili,

Billo non rinuncia mai alla propria

identità e non recide le radici con il

proprio passato.

Il film gioca spesso sugli stereotipi,

videocamera. E lo è, ad esempio,

più del Matrimonio di Tuya (Orso

d’oro), mentre è sicuramente meno

spettacolare e più disturbante di

Lussuria di Ang Lee (Leone d’oro).

Si tratta in effetti di una nuova

versione dell’Amleto scespiriano,

uno dei testi più rappresentati,

chiosati e interpretati in assoluto,

che l’autore (classe 1969, laureato

in fisica, regista teatrale prima che

di cinema) ha affrontato, a partire

da un allestimento per il

palcoscenico, come una beffa

grottesca e aspra sulla Russia

contemporanea, sui suoi tradimenti

e la sua alienazione. È il giovane

Valya, dal profilo aguzzo e dal

berretto perennemente calato sulla

testa, a “fare la vittima”, nel senso

che è stato ingaggiato dalla polizia

scientifica per impersonare il ruolo

dell’assassinato, uomo o donna che

sia, nelle ricostruzioni dei delitti che

vengono filmate per restare agli

atti processuali. Passioni per lo più

private, scatti d’ira, gelosie e invidie

sono il movente degli omicidi

efferati o ridicoli che passano sotto

lo sguardo della videocamera: una

donna tagliata a pezzi mentre è

seduta sul gabinetto, un’altra che

cade dalla finestra per un colpo di

vento forse provocato da una porta

schede critiche

proponendo una serie di

personaggi tipici ma evitando i toni

manichei che spesso caratterizzano

i film sull’argomento emigrazione e

dintorni, sottolineando come il

razzismo sia una malattia diffusa

che contagia bianchi e neri. Con

occhio divertito, la regia di Laura

Muscardin, già apprezzata autrice

di Giorni, coglie bene la diffidenza,

l’ipocrisia, il sottile razzismo, ma

anche la tradizionale amabilità dei

romani – per la parte italiana il film

è tutto ambientato nella capitale –

nei confronti del nuovo e del

diverso.

La multiculturalità è sottolineata da

una serie di piccole grandi

attenzioni: da un lato ci sono le

magliette della Roma con il nome

di Totti che Billo porta in regalo ai

parenti nel suo ritorno in Senegal e

che fanno la gioia dei bambini

africani; dall’altro c’è da ricordare la

particolare colonna sonora, firmata

da Youssou N’Dour, il più celebre

musicista senegalese, che è anche

produttore del film e che si è

divertito a mescolare suoni e

atmosfere dei diversi paesi

proponendo, fra l’altro, una

versione africana di Barcarolo

romano.

FRANCO MONTINI

sbattuta…

Valya non li prende sul serio, come

non si prende sul serio, ma è

contemporaneamente ossessionato

dalla morte del padre, già

sostituito nel letto della madre da

uno zio che ha fretta anche

d’installarsi in casa e levarselo

definitivamente dai piedi. Mentre

nei panni di Ofelia c’è un’eterna

fidanzata che il nostro piccolo

Amleto senza qualità non si decide

a sposare. Serebrennikov adotta

toni farseschi piuttosto che tragici:

l’intrigo privato o la dimensione

politica sono così ridotti al punto di

vista di un adolescente svogliato,

forse viziato, ribelle ma senza

consapevolezza. Valya,

imperterrito, attraversa la vita e le

situazioni apparentemente senza

emozioni, certamente senza un

progetto o un desiderio, se non

quello che si concretizza in un

finale inatteso e spiazzante che

getta una luce livida sull’intero

racconto. Playing the victim è un

film in qualche modo antipatico

come i suoi personaggi, tutti chiusi

nei loro mondi meschini e senza

prospettive, senza un fremito di

umanità o di pietà, ubriachi di

parole e di gesti meccanici, irriflessi.

CRISTIANA PATERNÒ

VIVILCINEMA settembreottobre08

45


schede critiche

EX DRUMMER

di Koen Mortier

Sceneggiatura: Koen Mortier dal romanzo di Herman

Brusselmans …Fotografia: Glynn Speeckaert

…Montaggio: Manu Van Hove …Interpreti: Dries

Vanhegen, Norman Baert, Sam Louwyck, Gunter

Lamoot …Produzione: CCCP, Mercurio Cinematografica,

Quad Productions, Czar …Distribuzione: L’Altro

Film …Belgio 2007 …colore 101’

AL TERMINE della visione di Ex

drummer, film scandalo al Festival

di Rotterdam 2007 poi passato alla

II edizione della Festa di Roma,

sorge spontanea una prima

considerazione: in Italia un film

così nichilista, graffiante, a tratti

rivoltante eppure stilisticamente

accurato non lo farebbe nessuno;

di conseguenza, una finestra sul

cinema underground – in questo

caso l’ironia atroce e la

programmatica irrisione del “buon

gusto” sono tipicamente made in

Belgium – non guasta in un

panorama piuttosto

convenzionale. La considerazione

successiva è che questo è il primo

film punk da tanti anni in qua: rock

penetrante, droghe, aggressività,

violenza, vomito, sangue e sudore.

E naturalmente sesso, anche se

spesso non dei migliori, a tratti ai

confini del porno.

Situazioni e dialoghi puntano ad

arrecare disagio allo spettatore, ad

épater le beaurgeois come si diceva

46 VIVILCINEMA settembreottobre08

un tempo, tanto che al confronto

Trainspotting suona falso e

stucchevole. Il film è il racconto di

uno scrittore di successo che sceglie

di farsi trascinare, per un breve

periodo, entro i confini di un

mondo disperato e senza luce,

accettando la strampalata offerta

di tre dropout che si definiscono

handicappati ma sono soprattutto

fortemente a disagio: sociopatici

nevrotici o con turbe psichiche non

trascurabili, lo invitano a far parte

come batterista della loro rock

band, ribattezzata The Feminists.

Tra padri legati al letto e madri

PALERMO SHOOTING

di Wim Wenders

Sceneggiatura: Wim Wenders, Norman Ohler

…Fotografia: Franz Lustig …Montaggio: Peter Przygodda,

Oli Weiss …Musiche: Irmin Schmidt …Interpreti:

Campino, Giovanna Mezzogiorno, Dennis Hopper,

Lou Reed, Inga Busch …Produzione: Neue Road

Movies …Distribuzione: Bim …Germania 2008

…colore 124’

ELEGIA SULLA morte (non a

caso è dedicato ai due maestri

scomparsi nell’estate 2007, Ingmar

Bergman e Michelangelo

Antonioni) ma soprattutto film su

commissione, Palermo shooting

nasce dall’incontro tra una città

molto bella e decadente,

misteriosa e ambigua, e un cineasta

che ha sempre amato il viaggio e lo

spaesamento e che ha saputo

rappresentare la città come luogo

dell’anima e astrazione

intellettuale. Coprodotto dunque

dalla Regione Sicilia con la

Provincia e il Comune di Palermo, il

film immagina che un affermato e

super impegnato fotografo di

moda (interpretato dal cantante

dei Toten Hosen, Campino) si rifugi

proprio in Sicilia durante una crisi

esistenziale che vira decisamente

verso la depressione. Come in

un’allegoria rinascimentale, il

protagonista è

edipiche, mogli tossiche e infanzia

tragica, impulsi misogini

irrefrenabili, omofobia razzismo e

falli giganteschi, lo scrittore ci

illustra la preparazione di un

concorso per gruppi rock tra liti,

provocazioni e drammatici

contrattempi; è il nostro narratoredemiurgo,

che forse ha inventato

tutto per soddisfare la propria

ispirazione o forse sfrutta il

contesto a fini creativi, a condurre

il gioco, imporre la propria

superiorità intellettuale unita a un

estro vulcanico e ad un

irrefrenabile appetito sessuale,

contemporaneamente attratto da

due forze contrastanti: affascinato

da una giovane restauratrice

(Giovanna Mezzogiorno), che sta

lavorando a restituire nuova vita a

un affresco intitolato guarda caso

“Il trionfo della morte”, è inseguito

da un misterioso arciere (il

wendersiano Dennis Hopper) che

lo confronterà con la sua possibile

fine in una lunga scena finale che

oscilla tra la metafisica e il ridicolo.

Temi epocali, come si vede, che il

regista tedesco imbastisce tra

ambientazioni high

tech e silenzi

eloquenti che

dovrebbero

trasudare

concetti, ma

senza

raggiungere mai

il lirismo, seppure

un po’ di maniera,

del suo

precedente

Don’t come

knocking per

non parlare

delle vette del

suo cinema

classico, ormai

affidato al

ricordo e alla

fino a distruggere il suo stesso

giocattolo senza sporcarsi le mani

nel finale che unisce splatter e

Brecht.

Un’incursione grottesca e

claustrofobica in un mondo

nerissimo, acido, bastardo, con

un’estetica da videoclip (il regista

proviene dalla pubblicità, lo si

intuisce sin dai titoli di testa “a

ritroso”), un ritmo vorticoso, ottima

musica, alcune trovate suggestive

(lo psicotico che “vive” a testa in

giù, il tormentone della morte di Re

Baldovino che ha molto irritato i

connazionali), altre di pessimo

gusto e dubbia efficacia (il

superdotato che abusa del roadie) e

molte svolte di spiazzante brutalità.

Insomma, una scossa elettrica per il

pubblico e non a caso, nel natio

Belgio, alcuni esercenti hanno

rifiutato di programmare il film.

MARIO MAZZETTI

venerazione dei cinefili. Forti, come

sempre, le presenze musicali: da

Lou Reed al compositore Giovanni

Sollima; da Patti Smith ai

Portishead, dal folk di Rosa

Balistreri a Fabrizio De André con il

brano “Quello che non ho”. Tra le

apparizioni di lusso va citata di

sfuggita quella di Milla Jovovich,

mentre meritano maggiore

attenzione due presenze

palermitane – l’ex sindaco Leoluca

Orlando e la celebre fotografa di

mafia Letizia Battaglia – che stanno

lì a incarnare e riassumere i

drammi e le contraddizioni di

una tormentata realtà che

Wenders preferisce non

prendere mai di petto, ma

anzi addolcisce con una

fotografia carezzevole che

stempera l’inevitabile

effetto cartolina del

tutto. Love story

inevitabile anche

quella. Era in

concorso a Cannes,

ma diciamo che è

stata una

partecipazione

ad honorem.

CRISTIANA

PATERNÒ


NESSUNA VERITÀ

di Ridley Scott

Titolo originale: Body of lies …Sceneggiatura: William

Monahan ...Fotografia: Alexander Witt …Montaggio:

Pietro Scalia …Musiche: Marc Streitenfeld

…Interpreti: Leonardo DiCaprio, Russell Crowe,

Mark Strong, Golshifteh Farahani …Produzione:

Scott Free Productions, De Line Productions, Warner

Bros …Distribuzione: Warner Bros …Usa 2008

COME STA il cinema americano?

Archiviato lo sciopero degli

sceneggiatori, ancora pending

quello degli attori, palpabili spettri

di recessione a parte, abbastanza

bene. Almeno a giudicare dalla

velocità di reazione a quel che

accade nel mondo, o meglio,

laddove sono presenti interessi

americani. Interessi che spesso

significano fresche cicatrici, se non

ferite sanguinanti: in breve, Medio

Oriente. Se il Vietnam rimase nel

fuoricampo di Hollywood per

lunghi anni, viceversa l’ombra

delle torri dell’11 settembre e i

conflitti correlati, dall’Afghanistan

all’Iraq, si sono presto stampigliati

sugli schermi Usa: tra gli altri,

World Trade Center di Stone e

United 93 di Greengrass,

passando per Syriana di Gaghan e

Jarhead di Mendes, fino a

Redacted di De Palma e il fresco

The hurt locker di Kathryn

Bigelow. Il Medio Oriente oggi è

geopoliticamente embedded nel

THE WOMEN

di Diane English

Sceneggiatura: Diane English dal testo teatrale di

Clare Booth Luce ...Fotografia: Anastas N. Michos

…Montaggio: Tia Nolan …Musiche: Mark Isham

…Interpreti: Meg Ryan, Annette Bening, Eva Mendes,

Debra Messing, Jada Pinkett Smith, Bette

Midler, Candice Bergen …Produzione: Jagged Films,

Inferno Distribution …Distribuzione: Bim …Gran

Bretagna 2008 …colore 114’

PRENDETE l’originale di George

Cukor, datato 1939, strizzate

l’occhio alla contemporanea – per

lo più mediocre – vie en rose

cinematografica, da Sex and the

City a Mamma mia! passando per

Il diavolo veste Prada, seguite a

distanza le orme del “tocco

femminile” di Nancy Meyers e Nora

Ephron, fate il calco alle icone dei

film menzionati sopra, da

cinema stelle & strisce, che

costruisce un controcampo

emozionale, star al seguito, alla

prosaicità e laconicità delle

breaking news dei network

televisivi e alla bassa definizione

del web.

Alla nutrita - e qualitativamente

eterogenea - compagine si unisce

ora Sir Ridley Scott con Nessuna

verità, sceneggiato da William

Monahan (The departed) a

partire dal fortunato e

documentato romanzo del

columnist del Washington Post

David Ignatius (2007). Protagonisti,

Leonardo DiCaprio con la barbetta

incolta e le ferite multiple

Samantha Jones a Miranda

Priestley, sgombrate il campo da

qualsiasi presenza maschile: ecco

The Women, scritto e diretto da

Diane English ispirandosi alla pièce

di Clare Boothe Luce, già adattata

da Cukor.

Un ottimo e celebre precedente,

capace di descrivere un’epoca e

insieme di rilevare con piglio

graffiante “l’eterno femminino”,

cui l’esordiente regista si attiene

fedelmente; ma è un problema,

piuttosto che un pregio. A queste

donne manca l’attualizzazione

nello stato dell’arte 2008: la

traduzione del canovaccio teatrale

è ortodossa, alla lettera, quasi

spostare una virgola si configurasse

reato di lesa maestà. Se la fedeltà

dell’agente segreto Cia Roger

Ferris, operativo tra Giordania,

Emirati, Siria e Iraq alla ricerca

della mente di micidiali attentati in

Europa, e il suo superiore, per lo

più voce all’altro capo di una linea

telefonica protetta: il veterano Ed

Hoffman, ovvero Russell Crowe

(sempre più affezionato a Scott),

invecchiato e appesantito ad hoc

per decidere dagli States, tra la

pipì di un figlio e la partita di un

altro, vita e morte degli

informatori, e dello stesso Ferris.

Sono loro a incarnare le

sfaccettature della prospettiva Usa

sul multi-conflitto mediorientale:

sul campo quella di Ferris, che si fa

non sempre paga, ecco con sparuti

slittamenti e aggiornamenti la

commedia umana della Luce, ben

piantata nell’upper class stelle &

strisce: una “signor” casalinga (Meg

Ryan); il suo invisibile marito

fedifrago, che fa il tycoon a Wall

Street; una migliore amica, editor

di una rivista di bellezza, pronta a

pugnalarti alle spalle (Annette

Bening); un’altra amica che fa figli

come conigli (Debra Messing); una

terza, nera e lesbica, in

rappresentanza delle minoranze

dell’altra metà del cielo (Jada

Pinkett Smith), e “l’altra”, ovvero la

sensuale commessa di cosmetici Eva

Mendes. La loro risulta però una

compagine mal assortita, che dopo

poco fa sorgere una sventurata

questione: dove, come e perché si

sono conosciute? Troppo differenti

per età presunta, stile di vita,

inclinazioni, forse anche estrazione,

le donne della English fanno

traballare l’avvio in medias res del

film: l’interrogativo, anzi gli

interrogativi, sono destinati a

rimanere senza risposta

nonostante, nei 114’ del film,

spazio e occasione ci sarebbero.

Incongruenze e mancanze che, per

fortuna, non affondano questa

trasposizione, che si attacca

strenuamente alle sue interpreti

schede critiche

scrupoli morali, perde le dita, la

faccia e quasi la testa, si innamora

in Giordania e si becca nel corpo i

frammenti di ossa del suo aiuto

locale; Oltreoceano, l’asetticità di

Langley (sede della Central

Intelligence Agency) con la routine

pragmatica di Hoffman. Umano,

troppo umano il primo – grande

interpretazione di DiCaprio, su cui

pioverà probabilmente una

candidatura agli Oscar –, bolso e

disilluso l’altro, hanno un minimo

comune denominatore: la

dissimulazione, tra doppi giochi,

tranelli, mezze verità e piene

menzogne, con un terzo vertice

trovato in loco: il capo dei servizi

giordani, interpretato da un

fascinoso Mark Strong. È lui a

tracciare la terza via, da giordano

che collabora con il nemico-amico

americano a una condizione

ovviamente impossibile: la verità.

Quella stessa verità che il film di

Scott insegue senza troppa fiducia:

formato action e ratio psicologica,

lussuosa – e non inedita –

confezione, un manipolo di premi

Oscar, impeccabili effetti speciali e

due argini: l’innocuo Spy game

del fratello di Scott, Tony, e il più

complesso Syriana. In medio stat

virtus?

FEDERICO PONTIGGIA

per rimanere a galla. Film d’attori

era, e film d’attori rimane:

un’inedita – causa chirurgia

plastica… – Meg Ryan si ricorda a

tratti dei bei tempi di Harry ti

presento Sally, dispensando

humour e accenni isterici, perle in

una prova di mestiere; Annette

Bening ci regala un incipit degno

della “diavolessa” Meryl Streep per

poi spegnersi progressivamente, tra

smorfie “consumate” e tailleur da

donna in carriera; Eva Mendes ci

regala il suo fisico mozzafiato e

poco altro, mentre la Messing e la

Pinkett Smith hanno spazi di

manovra troppo angusti per lasciare

il segno (in un cameo c’è anche

Bette Midler). Cast tra luci e ombre,

a brillare è l’osservazione del

pianeta fashion femminile, che se

fosse stato esplorato maggiormente

avrebbe dato filo da torcere a Sex

and the City: il prologo

calzaturiero, con piani ravvicinati

sulle eleganti e costose falcate delle

signore, come pure la successiva

“schedatura visiva” nello store della

Bening, non si dimenticano. Se le

donne presumibilmente

accorreranno in sala, è prevedibile

l’astensione in massa – occhio per

occhio – del pubblico maschile:

Donne, du du du, in cerca di guai...

FEDERICO PONTIGGIA

VIVILCINEMA settembreottobre08

47


schede critiche

48

VICKY CRISTINA BARCELONA

di Woody Allen

Sceneggiatura: Woody Allen …Montaggio: Alisa

Lepselter …Fotografia: Javier Aguirresarobe

…Scenografia: Alain Bainée …Interpreti: Javier

Bardem, Penélope Cruz, Rebecca Hall, Scarlett

Johansson, Patricia Clarkson, Kevin Dunn …Produzione:

Mediapro, Antena 3 Film, Gravier Productions

…Distribuzione: Medusa …USA/Spagna

2008 …colore 96’

MÉNAGE À TROIS ma niente

scandali in Vicky Cristina Barcelona,

quarantesimo film di Woody Allen, una

commediola più sexy che romantica in

cui spicca una Penelope Cruz

indiavolata nel ruolo della ex moglie

del conteso Javier Bardem, che non

lavorava con la collega spagnola dai

tempi di Prosciutto prosciutto e che

ha ritrovato con lei un feeling

veramente prodigioso: i loro duetti,

che spesso saltabeccano tra l’inglese e

lo spagnolo, valgono da soli il prezzo

del biglietto. Per il resto il film, visto a

Cannes fuori concorso, ci è sembrato

un po’ prevedibile, parecchio

appesantito dalla voce fuori campo e

dall’atmosfera “pittoresca” che magari

divertirà gli americani ma a noi

europei appare un tantino falsa e di

Javier Bardem

e Rebecca Hall

maniera.

Le Vicky e Cristina del titolo originale

sono la bruna Rebecca Hall (davvero

molto brava, tanto che qualcuno l’ha

definita l’alter ego al femminile di

Woody) e la bionda Scarlett Johansson,

ormai divenuta la musa di questa fase

più che matura della carriera del

grande regista newyorchese. Eccole in

taxi appena scese dall’aereo, due

giovani amiche americane che hanno

deciso di passare un’estate scatenata a

Barcellona, benché molto diverse l’una

intervista Woody Allen

Arrivederci Europa

È un omaggio alla città catalana “Vicky Cristina Barcelona”, triangolo

sensuale presentato fuori concorso a Cannes con Bardem e la Cruz mattatori

È una grande sensualità a contraddistinguere Vicky Cristina

Barcelona, l’ultimo film girato in Europa da Woody Allen, impreziosito da

un cast su cui svettano gli straordinari Javier Bardem e Penelope Cruz nel

ruolo della coppia di artisti spagnoli che attrae a sé, in maniera diversa, due

ragazze americane in vacanza a Barcellona (Scarlett Johansson e Rebecca

Hall). “Era da qualche anno che avevo l’idea ricorrente di girare un film a

Barcellona”, spiega Allen, “e quando se ne è presentata l’opportunità ho

potuto farlo scegliendo il cast perfetto. È una città, bella, sensuale e

complicata, un posto pieno di vita dove abbiamo potuto lavorare in

un’estate molto fresca: non potevo, sinceramente, chiedere di più”.

Perché proprio Barcellona?

In realtà non è stata una mia scelta, mi hanno telefonato chiedendomi:

“Allen, se noi le trovassimo il denaro, lei verrebbe a girare un film da noi?”.

E io ho risposto: “Certo! Amo la Spagna e Barcellona. I miei figli e mia

moglie adorerebbero passare l’estate in città”. Del resto, se qualcuno mi

chiamasse da Roma o da Venezia con una proposta simile correrei a fare un

film nelle vostre città, che adoro.

Quanto si è sentito influenzato dall’atmosfera spagnola?

Non molto. L’ambientazione, sicuramente, deriva tutta dal mio amore per

Barcellona, ma devo dire che la storia avrebbe potuta essere raccontata in

qualsiasi altra città del mondo. Ovviamente questa città è perfetta per

sviluppare una commedia incentrata su grandi passioni. Vicky Cristina

Barcelona è basato su un’idea molto romantica e piena di gioia. È un film

leggero con un finale amaro e perfino un po’ triste. Mi interessava molto che

la freschezza spensierata della trama lasciasse progressivamente il posto ad

una riflessione più seria. Considero il finale di questo film addirittura tragico,

ma in maniera molto sottile.

Il film sembra proporre il fatidico triangolo tra due donne e un

uomo come soluzione a tutti i problemi della coppia: una fantasia

oppure un suggerimento?

Nella vita reale è già così duro “acchiappare” una persona che mi sembra

decisamente improbabile proporla come una soluzione universale. Vivere

con due donne insieme è decisamente complicato: tra i personaggi del film

dall’altra. La prima, più intelligente ma

anche un po’ inibita, è fidanzatissima

con un tipo noioso ma altamente

affidabile, l’altra è svitata e

decisamente disponibile, anzi proprio a

caccia di flirt. Sarà lei quindi a farsi

adescare da Juan Antonio (Bardem),

un attraente e sfacciato pittore

incontrato a un vernissage che si è

appena separato dalla consorte Maria

Elena dopo che lei ha tentato di

ucciderlo con una coltellata. Il bel tipo,

reso più fascinoso dalla fama di

amante latino che lo precede, propone

subito alle ricche turiste un weekend

piccante a Oviedo, loro finiscono per

accettare e, inaspettato, scoppia l’amore

non con la “leggera” Cristina, ma con la

fedelissima e seria Vicky. Subito dopo

però le coppie si formano e si disfano in

tutte le combinazioni possibili, compreso

un bacio lesbico (peraltro piuttosto casto)

tra la Johansson e la Cruz, illuminato

dalla lampada rossastra di una camera

oscura.

Woody Allen è finito a Barcellona su

proposta dei suoi generosi produttori

spagnoli e ammette di aver trascorso una

piacevole estate in Catalogna godendosi

il buon vino locale, le avvolgenti

architetture di Gaudì, i concerti di chitarra

al chiaro di luna e le scampagnate in

bicicletta: tutte attrazioni travasate in

Vicky Cristina Barcelona. Commedia in

fondo malinconica perché nessuno dei

personaggi esce col sorriso sulle labbra da

questa burrascosa avventura. Insomma,

più che mai Allen e i suoi personaggi

sono prigionieri della nevrosi, a

Barcellona come a New York.

CRISTIANA PATERNÒ

la chimica funziona, almeno per un po’. Nella quotidianità, però, la maggior

parte delle persone non potrebbe sopravvivere, sarebbe davvero impossibile

riuscire a sormontare tutti gli ostacoli. Al cinema, ovviamente, le cose stanno

in maniera molto diversa. I personaggi che ho raccontato, poi, sono sopra le

righe: eccentrici che guardano al mondo in una certa maniera e conducono

uno stile di vita che la maggior parte di noi non potrebbe sostenere.

La sua, dunque, è un’ipotesi…

Non certo un consiglio: già vivere con una persona sola è complicato. Con due

potrebbe rivelarsi traumaticamente fatale…

In questo senso il personaggio di Bardem sembra essere molto

originale.

È un uomo molto aperto che non ha secondi fini e non cerca sotterfugi; una

persona perbene scossa da sentimenti forti: prova qualcosa per una, si

innamora dell’altra, non ce la fa ad abbandonare la terza. È mosso da un forte

senso del romanticismo e, al tempo stesso, del rispetto per le donne che ha

davanti.

Si ha qui l’impressione che gli attori siano stati più liberi di

improvvisare rispetto al solito.

Tutto è, ovviamente, scritto, ma lascio molto spazio per l’improvvisazione. La

cosa che ho scoperto in questi anni è che l’istinto di un grande attore o di una

grande attrice è sempre giusto. Ogni tanto, ovviamente, devo dire qualcosa,

ma non accade poi così spesso.

In questo caso ha mai dovuto dire qualcosa?

Sinceramente no: Javier Bardem, Penelope Cruz, Rebecca Hall, Scarlett e gli

altri sono tutti dei grandissimi professionisti e io non avevo molto da fare sul

set...

E adesso? Tornerà a girare definitivamente a New York?

Ho girato lì il mio nuovo film, con Evan Rachel Wood e Patricia Clarkson: una

commedia con personaggi particolarmente nevrotici che interagiscono in

maniera molto divertente. Per il resto, sinceramente, non mi importa dove

realizzare il mio lavoro. È bello girare il mondo facendo cinema, considero

molto gradevole girare i miei film in Europa.

MARCO SPAGNOLI


MIRACOLO A SANT’ANNA

di Spike Lee

Titolo originale: Miracle at St. Anna …Sceneggiatura:

James McBride dal suo romanzo omonimo

…Fotografia: Matthew Libatique …Montaggio: Barry

Alexander Brown …Musiche: Terence Blanchard

…Interpreti: Derek Luke, Laz Alonso, Omar Benson

Miller, Pierfrancesco Favino, Valentina Cervi …Produzione:

On my own, Buffalo Soldiers in Italy

…Distribuzione: 01 … Usa/Italia 2008 …colore 144’

IL 12 AGOSTO 1944 a Sant’Anna

di Stazzema, un piccolo paese

dell’Alta Versilia in Toscana, i

soldati nazisti agli ordini del

generale Kesselring massacrarono

560 civili, per la maggior parte

donne e bambini, allo scopo di

terrorizzare le popolazioni che

sulla Linea Gotica davano

appoggio alla Resistenza. Con

questa orrenda strage, che

appartiene alla memoria della

lotta di Liberazione insieme a

quella di Marzabotto e delle Fosse

Ardeatine, si è misurato il regista

americano Spike Lee, provocando

nel nostro paese accese polemiche

sull’esattezza della ricostruzione

storica.

Lo scopo principale del regista,

tuttavia, era rendere omaggio alla

92^ Divisione Buffalo, l’unica

divisione di soldati di colore della

V Armata, che pagò un alto

contributo di vite umane nella

campagna italiana. Questo è stato

l‘elemento che ha convinto Spike

Lee a portare sullo schermo il

romanzo di McBride e questo ci si

aspetterebbe di trovare al centro

del Miracolo, coerentemente con

gli interessi del regista. Invece la

discriminazione razziale è solo

uno dei tanti temi che affollano

un film pieno di personaggi,

trame e sottotrame, raccontati su

piani temporali diversi.

Negli anni Ottanta un impiegato

di colore uccide a sangue freddo

un uomo capitato davanti al suo

sportello. La vittima, si scopre, è

legata a un tragico episodio della

intervista Spike Lee

La storia secondo me

Con “Miracolo a Sant’Anna” il regista americano ha affrontato la

strage nazista nell’Appennino toscano, suscitando il risentimento

dell’Associazione partigiani. Ecco come risponde alle accuse

Spike Lee è sulle difensive per le polemiche di cui è stato fatto

oggetto il suo Miracolo a Sant’Anna da parte dell’Associazione

Nazionale Partigiani. Il film, che ha per protagonisti quattro soldati

americani di colore, si svolge nell’autunno del ’44, nei luoghi

dell’Appennino toscano vicini a Sant’Anna di Stazzema, dove pochi mesi

prima i nazisti avevano compiuto un’orribile strage di civili. A ricostruire

quegli eventi Lee ha chiamato attori americani, tedeschi e italiani

(Pierfrancesco Favino e Valentina Cervi fra gli altri), come le tre

nazionalità che si incontrarono e si combatterono nell’inverno più

tragico della Seconda Guerra Mondiale.

Cosa risponde a chi l’accusa di non aver rispettato la memoria

storica di una delle più tristemente famose stragi naziste in Italia?

Non esiste una sola versione della Storia, ma diverse interpretazioni, e

non è vero che l’episodio di Sant’Anna

sia così famoso in Italia. Come ha detto

James McBride questa non è storia, è

fiction. Io sono un artista e questa è la

mia versione del romanzo. Non

permetterei a nessuno, né al governo

americano, né ai partigiani italiani, di

Valentina Cervi

e Omero Antonutti

dirmi come devo fare un film.

Piuttosto questa polemica mostra che

gli italiani non hanno elaborato

Seconda Guerra Mondiale vissuto

dall’omicida insieme ai suoi

compagni e a un bambino

italiano, con cui il soldato Train ha

stretto un legame paradigmatico

dell’amicizia fra i popoli. Nel loro

rapporto c’è l’eco dell’episodio

napoletano di Paisà e delle

invenzioni surreali de La vita è

bella, ma Spike Lee non possiede

né la potenza realistica di

Rossellini, né l’originale naïveté di

Benigni.

Ad Angelo, il bambino

protagonista del miracolo di

fratellanza italo-americana e – così

sembra nel finale – di un miracolo

schede critiche

economico ancora più

sorprendente, il regista affida

piuttosto il compito di fare da

raccordo a un racconto

altalenante fra la dimensione

storico-realistica e quella

simbolica, enfatizzata da un

florilegio di croci e riferimenti

religiosi. Ma se alla seconda si

addicono l’iperbole e la retorica,

la prima soffre di una

semplificazione priva di

giustificazioni drammaturgiche, e

di un’ambientazione italiana al

limite del pittoresco (si veda la

scena del ballo in chiesa),

tentazione comune a molti registi

americani.

In questo confuso magma di

elementi, la strage del titolo,

frettolosamente rievocata

attraverso un flashback, finisce per

assumere un ruolo di secondo

piano, e la spinosa questione di

una memoria non pacificata –

quella dei neri americani ma

anche quella di noi italiani – resta

del tutto aperta. Si veda, per

confrontare chiarezza di idee e

forza poetica, quel piccolo gioiello

tutto italiano che è I nostri anni

di Daniele Gaglianone.

BARBARA CORSI

FILMOGRAFIA - Lola Darling (1986),

Aule turbolente (1988), Fa' la cosa

giusta (1989), Mo' Better Blues

(1990), Jungle Fever (1991), Malcolm

X (1992), Crooklyn (1994),

Clockers (1995), Girl 6 - Sesso in

linea (1996), Bus in viaggio (1996),

He Got Game (1998), Summer of

Sam (1999), Bamboozled (2000),

La 25ª ora (2002), Lei mi odia

(2004), Inside Man (2006), Miracolo

a Sant'Anna (2008)

abbastanza certi episodi del loro passato e la ferita è ancora aperta. Sta a

voi venire a patti con la vostra storia.

È la prima volta che si misura con un film di guerra. Come si è

preparato ad affrontare questo genere cinematografico?

Mi sono documentato sui fatti e ho visto tutti i film del neorealismo, da

Sciuscià a Germania anno zero a Ladri di biciclette. Ho preparato a

lungo le scene di combattimento insieme al direttore della fotografia

Matthew Libatique e al consulente militare Billy Budd.

Come definirebbe il “miracolo” del titolo?

Il film parla dell’amicizia, dell’amore, dei legami che si possono formare fra

persone di culture e lingue diverse. Il bambino sopravvive grazie a un

soldato della Buffalo: il miracolo si è

compiuto.

Il film è pieno di richiami alla

religione cattolica. È stata una sua

scelta?

La presenza ricorrente di croci e simboli

religiosi è già nel romanzo. In questo

caso ho avuto modo di esprimere una

spiritualità che nei miei film precedenti,

tranne Malcolm X, non avevo potuto

manifestare.

BARBARA CORSI

Luigi Lo Cascio

49


ubriche

I DUELLANTI (The duellists)

di Ridley Scott

Usa 1977, colore 96’

Audio: Inglese 5.1, Italiano, Francese, Spagnolo e Tedesco (mono)

...Sottotitoli: Italiano, Inglese, Francese, Tedesco ...Video: 1.78:1 – 16/9

...Extra: Commento audio, cortometraggio, “Duello tra registi”, storyboard,

galleria fotografica, trailer ...Etichetta: Paramount

Liberamente tratto da una novella di

Joseph Conrad (ingiustamente considerata

parte della sua produzione minore), I

duellanti segna l’esordio assoluto dell’allora

40enne Ridley Scott. Grazie a questa

fiammeggiante opera prima, Scott (già attivo

nel campo della regia televisiva) si vide

spalancare le porte del mainstream

hollywoodiano, dal quale purtroppo verrà

fagocitato troppo presto, non senza aver dato

prova, soprattutto nei primi lavori, di un

indiscutibile talento (Alien e Blade runner).

Paragonato spesso a Barry Lyndon, I

duellanti, pur rievocando i toni epocali

dell’opera kubrickiana, resta

fondamentalmente un film d’avventura, ed è

impreziosito dalle doti degli interpreti: un

giovanissimo Keith Carradine, ancora

circondato dall’alone magico di Nashville, e

l’emergente Harvey Keitel, rivelato da Scorsese

in Mean streets. La sfida che i due si lanciano

diventa col tempo un rito quasi esistenziale,

una ragion d’essere che scavalca i motivi

occasionali (e futili) della disputa per entrare

in una dimensione ossessiva, quasi morbosa.

L’aristocratico e malinconico Armand D’Hubert

(Carradine), giovane ufficiale degli ussari

napoleonici, e l’arrogante tenente Gabriel

Féraud (Keitel) si rincorrono per l’Europa – dal

Belgio alla Russia – infischiandosene delle

guerre che vanno mietendo morti innocenti,

presi da una sfida che diventa avulsa dal

contesto storico e politico dove essi vivono.

Seppur condizionato a tratti da un’eccessiva

retorica, I duellanti resta un film di forte

impatto, premiato a Cannes nel 1977 come

miglior opera prima dalla giura presieduta

allora da Roberto Rossellini. Curioso come,

rispetto alla novella di Conrad, Scott inserisca

un personaggio femminile (l’amante di

D’Hubert) dal forte temperamento, come ad

anticipare il prototipo di “donna nuova”

incarnato da Sigourney Weaver, due anni

dopo, in Alien. I duellanti è proposto in una

splendida edizione dvd, ricca nei contenuti

speciali ed eccellente dal punto di vista

qualitativo, grazie ad un riversamento video

sorprendente per una pellicola, che, pur

avendo più di trent’anni, mantiene intatti

colori e dettagli. Stesso discorso per la traccia

audio originale, rimasterizzata su cinque

canali, mentre l’audio italiano, monofonico,

risulta un po’ ovattato. Passando al comparto

extra spiccano i commenti alternativi al film di

Ridley Scott e del compositore Howard Blake.

50 VIVILCINEMA settembreottobre08

Cult dvd

Duello tra registi (30’) è invece il titolo

dell’interessante conversazione tra il regista e

Kevin Reynolds (autore, tra gli altri, di

Fandango e Rapa Nui), in cui vengono

raccontati alcuni aneddoti e la gestazione del

film. La vera chicca è comunque rappresentata

da Boy and Bicycle (28’), il primo e unico

cortometraggio firmato da Ridley Scott nel

1965 e interpretato dal fratello Tony,

anch’esso regista. Chiudono la ricca sezione

dei contenuti speciali una galleria di

storyboard, la raccolta fotografica e il trailer.

COUS COUS

(La graine

et le

mulet)

di Abdellatif

Kechiche

Francia 2007,

colore 148’

Audio: Italiano 5.1,

Francese 5.1 ...Sottotitoli:

Italiano ...Video:

1.85:1 – 16/9 ...Extra:

Interviste (30’),

“Suer”(43’), libro ...Etichetta: Lucky Red

Opera terza (dopo Tutta colpa di

Voltaire e La schivata) del regista francotunisino

Abdellatif Kechiche, Cous cous è

stato tra i film più affascinanti della scorsa

stagione. Premio speciale della giuria a

Venezia nel 2007, la storia firmata da Kechiche

sorprende per la sua vena poetica ed un

realismo tale da far quasi dimenticare allo

spettatore di trovarsi di fronte ad un’opera di

finzione. Ed è così che la storia del

protagonista, il sessantenne Slimane, sembra

uscire da una pagina di cronaca ricca di chiaroscuri

come la vita. Il suo vecchio sogno è di

aprire un ristorante specializzato in cous cous

al pesce (il titolo originale sta infatti per la

semola e il cefalo, ingredienti principali della

pietanza) su un vecchio peschereccio

attraccato al molo, luogo dove ha lavorato per

oltre trent’anni come operaio. Cosa non facile,

viste le ristrettezze economiche ed una

situazione familiare delicata: Slimane si è

infatti risposato e deve fare i conti con le

lamentele esercitate dalla sua prima famiglia.

Kechiche racconta i personaggi con

disarmante semplicità, riuscendo a catturare

sguardi ed emozioni nei tanti momenti corali

della pellicola. La sceneggiatura inflessibile e

le lunghe e insistite inquadrature, invece che

appesantire la struttura del film, sembrano

essere invece funzionali alla stessa. Ed ecco

allora che la rapsodica scena del pranzo

famigliare, fatta di continui movimenti di

macchina da presa, diventa una magnifica e

proficua ricerca del dettaglio, una peculiarità

peraltro dimostrata da Kechiche anche ne La

schivata. La Lucky Red, dopo aver distribuito

Cous cous nelle sale (quasi due milioni di

euro incassati), confeziona un’elegante

edizione in dvd, che abbina al film il libro

“Danza, amore e cous cous”. Gli extra su disco

propongono una doppia intervista: ai musicisti

della pellicola e alla giovane attrice Hafsia

Herzi, che nelle vesti della figliastra di Slimane

è la protagonista della sensuale scena della

danza del ventre, la cui versione integrale (di

a cura di GABRIELE SPILA

oltre quaranta minuti) compone l’ultimo extra,

lo special Suer (43’). Ad arricchire il cofanetto il

volume cartaceo, che, in quaranta pagine,

propone dettagliati approfondimenti, tra cui le

interviste al regista e ai principali interpreti, le

note biografiche, e numerosi recensioni

pubblicate dalla stampa italiana ed estera.

IL VENTO FA IL SUO GIRO

di Giorgio Diritti

Italia 2005, colore 110’

Audio: Italiano 2.0, Francese 2.0 ...Sottotitoli: Italiano, Inglese, Francese

...Video: 1.78:1 – 16/9 ...Extra: Backstage, Galleria fotografica, Trailer ...Etichetta:

Dolmen Home Video

Può ancora un “piccolo” film districarsi tra

kolossal e blockuster riuscendo a ritagliarsi uno

spazio importante in sala? La risposta,

affermativa, la potrebbe dare chi ha creduto ne

Il vento fa il suo giro che, oltre a

rappresentare uno dei migliori esordi italiani

degli ultimi anni, è stato un vero e proprio caso

della scorsa stagione. Pronto già nel 2005, il film

di Giorgio Diritti, pur trovando enormi difficoltà

a collocarsi sul mercato italiano, ha da subito

fatto incetta di premi in numerosi festival come

Bergamo, Roma, Annecy, Lisbona e Ravenna.

Solo in seguito, faticosamente, alcune sale

hanno deciso di proiettarlo, constatando

l’apprezzamento sempre crescente del pubblico.

A testimonianza di ciò l’eclatante esempio dello

storico Cinema Mexico di Milano dove, ad oltre

un anno dalla prima proiezione, Il vento fa il

suo giro è ancora in programmazione. Un

bell’esempio di coraggio, lo stesso dimostrato

dalla troupe che, autotassandosi, ha partecipato

alla produzione di un film che oggi arriva sul

mercato home video grazie alla bella edizione

proposta dalla Dolmen. Il film di Giorgio Diritti

resta un esempio di cinema poetico dal sapore

neorealista. È un titolo coraggioso come

Philippe, il giovane pastore protagonista della

storia, che si trasferisce con la famiglia in una

piccola comunità montana piemontese, ormai

quasi disabitata, e decide di sfidare la diffidenza

degli abitanti e l’asperità del paesaggio. Ne Il

vento fa il suo giro vengono messe in scena

dal regista modernità e tradizione, intolleranza

e condivisione. Il tutto sempre con garbo, con

uno stile che rimanda, in alcuni tratti, al cinema

di Olmi (di cui Diritti è stato allievo). Tratto da

una storia di Fredo Valla e fotografato in

maniera eccelsa da Roberto Cimatti, il film è

impreziosito dall’interpretazione di un cast

totalmente non professionista (ad eccezione di

Thierry Toscan e Alessandra Agosti). La versione

dvd propone una traccia del film (girato in

digitale) nitida e priva di artefatti, mentre nella

sezione dedicata agli extra spicca un bel

backstage, in cui Giorgio Diritti, il

protagonista Thierry

Toscan e il

produttore

Mario

Chemello

raccontano le

fasi di

lavorazione. A

chiudere i

contenuti speciali

un doppio trailer e

la photogallery.


a cura di CHIARA BARBO

PUPI AVATI

Sotto le stelle

di un film

a cura di Paolo Grezzi,

Ed. Il margine

“Il mio sogno era diventare

un grande clarinettista jazz. Ma

un giorno nella nostra orchestra

arrivò Lucio Dalla. All’inizio non

mi preoccupai più di tanto,

perché mi pareva un musicista

modestissimo. E invece poi ha

manifestato una duttilità, una

predisposizione, una genialità

del tutto impreviste: mi ha

tacitato, zittito, messo all’angolo.

Io a un certo punto ho anche

pensato di ucciderlo, buttandolo

giù dalla Sagrada Familia di

Barcellona, perché si era messo in

mezzo tra me e il mio sogno”.

Ecco le parole di Pupi Avati in

apertura di questo bel libro

dedicato a lui e al suo cinema, e

seppure amareggiato per il suo

sogno infranto, il pubblico

cinematografico è in realtà

contento che Lucio Dalla sia stato

un po’ l’uomo del destino, che ha

permesso (costretto!) ad Avati di

fare cinema, di cominciare, di

provare, di sperimentare, col suo

cinema fantasioso, gotico,

surreale, fantastico, di pianura e

di fiume, di personaggi e

persone, ragazzi e ragazze folli,

onirici, reali. E sia riuscito negli

anni a rappresentare, nei suoi

film, la vita, le emozioni, le

paure, i rimpianti, gli amori, i

sogni grandi e quelli piccoli,

nascosti; i drammi, la guerra, le

famiglie, il lavoro di un’Italia da

pochi così ben raccontata,

riuscendo sempre a cambiare,

rinnovarsi, rischiare, con attori

non consueti, o utilizzati da lui in

modo completamente nuovo. E

per questo anche spesso criticato.

Nel libro curato da Paolo Grezzi,

le parole di Pupi si alternano a

quelle del fratello e produttore,

Antonio, e il racconto della vita

del regista bolognese si

accompagna ai tanti titoli che

hanno scandito anche i nostri

anni, non solo il cinema italiano,

da quel folle (anche

produttivamente) e straordinario

Balsamus, film di esordio, al

recentissimo Il papà di

Giovanna, film importante e

commovente. Un bellissimo album

dei film e l’album di famiglia

concludono il libro.

BAMBI CONTRO

GODZILLA

Teoria e pratica

dell’industria

cinematografica

di David Mamet,

Ed. minimum fax

Partendo del presupposto che

“i giorni della sceneggiatura

volgono al termine. Al suo posto

troviamo una premessa alla quale

appiccicare le varie gag…”, David

Mamet descrive con lucidità e

ironia (ma anche con il suo

immancabile sarcasmo) i processi

reali e le disfunzioni aberranti

dell’industria cinematografica, in

un viaggio irriverente dietro le

quinte della Settima Arte.

Hollywood con i suoi meccanismi

repressivi e i franchise movies, i

produttori, troppi e inutili, se non

dannosi, la corruzione, il business

fine a se stesso, non tanto la

mancanza quanto il rifiuto delle

idee: questi sono i punti di

partenza dell’analisi del grande

regista cinematografico e teatrale,

che in questo libro seziona le

diverse fasi della lavorazione di un

film, ma anche la storia del cinema

americano che lui ha vissuto e

interpretato in prima persona, e

ne svela vizi (molti) e virtù

(qualcuna). Come si scrive una

sceneggiatura e come la si

presenta a un produttore, e come

(e se) questo produttore la legge,

e secondo quali principi

(ovviamente solamente e

squisitamente economici, che

peraltro tendono a reiterarsi) si

muove; il pubblico e la critica, il

cinema di genere visto come

momento di massima ascesa del

film, secondo Mamet, e il

momento attuale, quello delle

formule consolidate che si

Cinema di carta rubriche

ripetono all’infinito, il punto cioè più

basso della parabola discendente del

film inteso come prodotto

dell’industria cinematografica. Per

concludere, quindi: “fare un film è

un processo di una semplicità

spaventosa. Ci vogliono una

cinepresa, della pellicola e un’idea

(optional). L’industria del cinema, allo

stesso modo, non è altro che

imbonimento da fiera: trovate

un’attrazione, presentatela nel modo

più allettante possibile, fateci dei

soldi e riprovateci”. Parola di David

Mamet.

STEVEN SPIELBERG

di Giampiero Francesca, Simone

Isola, Luca Lardieri, Ilario Pieri,

Sovera editore

Regista amato e snobbato,

autore di culto e biecamente

commerciale, cinema impegnato e

puro entertainment. Steven

Spielberg è difficile da inquadrare,

approfondire realmente, definire. Se

Duel ed ET sono ben presto diventati

pietre miliari della storia del cinema,

se Schindler’s List è un film

incontestabilmente importante e

intenso ma troppo “americano”, se

Hook e Terminal sono bollati come

filmetti hollywoodiani, ma in mezzo

ci sono Lo squalo, L’impero del

sole e Indiana Jones, se Spielberg è

ricchissimo e tanto famoso da poter

fare ciò che vuole, con budget e

mezzi illimitati, non è tuttavia così

semplice raccontare ed analizzare

con obiettività il suo cinema, anche

perché in quarant’anni di carriera

“ha attraversato quasi tutti i

generi, passando con estrema

spontaneità dalle forme ludiche e

divertite del thriller d’avventura

alla fantascienza e alla fiaba, per

poi soffermarsi con sempre

maggior attenzione su importanti

eventi e figure storiche”. Gli autori

di questo volume, agile e vario,

analizzano i singoli film di

Spielberg in un percorso che

attraversa temi, stili e generi ed

evidenzia lo spirito fanciullesco

come uno degli elementi

fortemente ricorrenti nel cinema

del regista di Cincinnati.

Filmografia, alcune immagini e una

ricca bibliografia completano il

libro.

VIVILCINEMA settembreottobre08 51


ubriche Polvere di stelle

a cura di GIOVANNI MARIA ROSSI

Qu’est-ce que c’est le cinéma?

Che cosa è il cinema? Se lo chiedeva

cinquant’anni fa, ancora poco prima di

morire stroncato dalla leucemia ad appena

cinquant’anni, André Bazin, il più noto e

forse dimenticato critico cinematografico

europeo. Ce lo chiediamo anche noi, senza

più quelle risposte asseverative e polemiche

che il “padre adottivo” della Nouvelle vague

diramava dalle pagine dei Cahiers du

cinéma, la rivista di punta dell’“ondata”

francese da lui fondata nel 1951 insieme a

Jacques Doniol-Valcroze. In quella palestra di

pensiero e di scrittura si forgiavano le menti

critiche di una generazione che in pochi

anni, abbandonata la stylo per la cinepresa,

avrebbe radicalmente trasformato il modo di

fare cinema, passando dallo studio dei

classici alla modernità, dalle riprese in studio

agli esterni ritrovati: Truffaut, Rohmer,

Chabrol, Rivette, Godard… “Era per me

l’Uomo Giusto, dal quale si accetta con gioia

di essere giudicati, un padre i cui rimproveri

mi sembravano altrettanto dolci, come segni

di un interesse affettivo di cui, da bambino,

ero stato privato… È per merito suo che

sono riuscito a saltare il fosso che separa il

maniaco di cinema dal cineasta”: così

scriveva François Truffaut ad un anno dalla

morte del Maestro, tanto più commosso

quanto più segnato dalla coincidenza

simbolica tra la scomparsa di Bazin (11

novembre) e l’inizio delle riprese de I 400

colpi (10 novembre). Il critico e teorico di

Angers, che aveva contribuito con la lucidità

delle proprie idee a stimolare la creatività

dei giovani “auteurs” protagonisti del

festival di Cannes 1959 e degli anni

successivi, non aveva fatto neppure in tempo

a vedere uno solo di quei film maturati ai

“Cahiers” negli accesi dibattiti di redazione.

Cinquant’anni, per la storia del cinema, sono

ben più lunghi della vita di un uomo e non è

52 VIVILCINEMA settembreottobre08

André Bazin

FINO ALL’ULTIMO RESPIRO

CHE COS’È LA CRITICA?

Fondatore dei Cahiers du Cinéma, André Bazin è stato il padre ispiratore degli autori

e colleghi della Nouvelle Vague. Anche se non ha fatto in tempo a vederne le opere

tanto sul valore delle pur discusse intuizioni

teoriche di Bazin che vorremmo soffermarci

(l’ontologia dell’immagine fotografica come

vocazione obbligata al realismo

cinematografico, il mito del piano sequenza

e della profondità di campo come rispetto

dell’integrità dello spazio drammatico

contro gli arbitrii del montaggio, la politica

degli autori, l’euforia per il neorealismo ecc.)

né tanto meno sull’importanza della

Nouvelle Vague, che a sua volta è stata

smontata e rimontata all’infinito per entrare

nella leggenda; quanto sulla funzione

smarrita della critica cinematografica e del

suo rapporto non solo con lo spettatore ma

con lo stesso fare cinema. Bazin, in fondo,

proveniva come tanti, dopo gli studi

umanistici e filosofici, dalla critica militante

emersa negli anni del secondo conflitto

mondiale e nel dopoguerra intorno ai

cineclub parigini, nei quotidiani della

Liberazione (Le Parisien libéré), nelle riviste

di categoria (L’Ecran français, La Revue du

cinéma); amava profondamente il cinema

come “finestra sul mondo” e ne avvertiva

tutte le potenzialità estetiche non solo come

rappresentazione del reale ma anche come

visione morale, senza avere mai preso in

mano una cinepresa. Eppure era riuscito a

trasmettere a tanti giovani cineasti l’impulso

ad approfondire la conoscenza analitica del

cinema degli altri, classici o di genere, papas

o cousins, francesi o americani, magari con

l’irruenza incontrollata, sanguigna

dell’insofferente per dichiarare apertamente

le predilezioni e gli odi covati: “questo

articolo – scriveva Truffaut critico – mi è

dettato da un amore profondo, totale, per il

cinema, e dal disprezzo per coloro che ne

vivono senza amarlo”, e gli faceva eco

Godard rivolgendosi ai registi della

generazione precedente: “i vostri movimenti

di macchina sono orrendi perché non sono

buoni i vostri soggetti, i vostri attori recitano

male perché i vostri dialoghi non valgono

nulla; in una parola: voi non sapete fare il

cinema perché non sapete più che cos’è, il

cinema”. Ma proprio da questa

contrapposizione epocale, intorno ad

un’idea di cinema promossa da un criticoteorico

di prestigio, ripartiva lo slancio per

liberare la pratica creativa dei nuovi

filmmaker dalle convenzioni e dagli stilemi

del vecchio cinema di papà. La critica

cinematografica, allora, scendeva

direttamente in campo per orientare non

solo il gusto ma la produzione filmica

contemporanea, come era stato per il Free

cinema inglese e sarà poi per il New

American Cinema, il cinema nôvo brasiliano,

in Polonia come in Cecoslovacchia o in

Giappone per gli anni Sessanta.

Non è la nostalgia per una lunga e feconda

stagione di fermenti e di movimenti che

ebbero un riflesso duraturo nell’attività

cinematografica internazionale, piuttosto la

constatazione del vuoto attuale, del silenzio

o dell’appiattimento della critica, costretta in

spazi sempre più esigui a registrare

l’immaginario esistente, senza più

riferimenti etici o estetici (come invece Bazin,

“intellettuale cattolico di sinistra”) per poter

indirizzare, individualmente o

collettivamente, i cineasti di domani verso

un’idea comune. Che cosa è il cinema? Forse

nessuno se lo domanda più, neppure nel

chiuso delle accademie o dei dipartimenti

universitari, perché non sembra essere un

interrogativo del presente, non interessa più

a chi scrive di film, né tanto meno a quei

pochi che ancora ne leggono. O lo fanno. E

così anche il cinema d’autore procede, alla

deriva, senza guizzi d’orgoglio, sussulti di

stile o direzioni. Ci vorrebbe un altro André

Bazin.


58ª edizione

NUOVA EDIZIONE 2008-2009

CON ALLEGATO CD ROM

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Spettacolo

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ubriche Colonna sonora

a cura di MARIO MAZZETTI

Teho Teardo e altri

IL PASSATO È UNA

TERRA STRANIERA

(RADIOFANDANGO)

A breve tempo dall’uscita de Il

divo, Teho Teardo presenta una

nuova colonna sonora dalle

sonorità oscure, con squarci di

chitarra elettrica e innesti

elettronici che costituiscono il suo

marchio di fabbrica (“Ti pare

felice”). Le atmosfere dark del bel

film di Vicari rivivono in

costruzioni sonore visionarie

(“Ballo delle interruzioni”) che si

sviluppano come onde, dal forte

impatto emotivo. Il regista

sospende la collaborazione con

Massimo Zamboni ma le chitarre

restano fortemente presenti

(“Dentro”), accompagnate da una

robusta sezione d’archi, per

amplificare la drammaticità degli

eventi e il buco nero che risucchia

l’animo del protagonista, cui Elio

Germano presta magnificamente

corpo – e voce: con la sua band

Bestie Rare è coautore e rapper in

“Stanotte”. Bei contributi esterni

a chiudere il disco: due brani tra

pop ed elettronica degli Operator

(lo stesso Teardo con Scott

McCloud dei Girls Against Boys) e

poi i robusti Peeping Tom di Mike

Patton, la gradevole dance dei

Musetta, la raffinata Sylvie Lewis,

l’accordeon di Kepa Junkera con

Dulce Pontes, le emissioni

impossibili di Sainkho Namtchilak

e i Radiodervish con Caparezza.

Proprio un bel sentire.

Artisti vari

VICKY CRISTINA

BARCELONA

(TELARC)

I poco conosciuti Giulia y los

Tellarini (raffinata band acustica,

va da sé, della città catalana) al

fianco di composizioni per chitarra

54 VIVILCINEMA settembreottobre08

classica (e percussioni) di Paco De

Lucia, Juan Serrano, Emilio de

Benito e del flamenco di Juan

Quesada: tutto quanto ti

aspetteresti dalla colonna sonora

di un film solare e sensuale

ambientato a Barcellona, ma

senza cliché e facili scorciatoie. I

brani strumentali che

accompagnano il film trasudano

raffinatezza e virtuosismo, e il

fraseggio jazz riporta alle finezze

di Accordi e disaccordi, però in

salsa iberica. Non solo Catalogna,

come dimostrano i titoli

“Granada” e “Asturias”, ma è

meglio così.

David Byrne

BIG LOVE: HYMNAL

(TODO MUNDO)

Quando l’ex leader dei

Talking Heads compone colonne

sonore, che siano per film, balletti

o come in questo caso serie tv

(della HBO), nulla è dato per

scontato. L’ispirazione dichiarata

di partenza è quella degli inni

mormoni, ma i “falsi inni” che

compongono il disco spaziano per

sonorità, gamma espressiva,

arrangiamenti: dalla sacralità del

brano iniziale (con tanto di

“uuuu” quale contributo vocale)

alla bella cover conclusiva (unico

brano cantato) di “Blue Hawaii”

di Elvis. Dalla slide guitar al

violoncello, dal pianoforte agli

ottoni, dal barocco alle atmosfere

Penguin Café Orchestra, l’ariosità

dell’insieme fa intuire che Byrne

deve essersi divertito un mondo.

Proprio come ai tempi di True

stories.

Massimiliano Damerini

GEORGE GERSHWIN: THE

COMPLETE PIANO WORKS

(MUSICSTRAßE)

Un pianista d’eccezione

presenta le composizioni per

pianoforte di Gershwin, a

ricordare che l’autore di canzoni

intramontabili, di “Porgy and

Bess” e della “Rapsodia in blue”

immortalata da Allen in

Manhattan, nasce pianista. La

stessa Rapsodia è stata composta

originariamente per due

pianoforti, ed è qui proposta nella

rielaborazione per piano solo. C’è

anche il suo Canzoniere

(rigorosamente per pianoforte)

che include “Sweet and lowdown”,

“The man I love”, “I got rhythm”,

“My one and only” ed altri gioielli.

Ma il doppio cd edito dall’etichetta

romana non solo rappresenta

l’ennesima dimostrazione di quanto

i capolavori di musica “leggera” di

Gershwin siano in realtà frutto

della straordinaria elaborazione e

sintesi di influenze pianistiche

diverse, tra classica e jazz (sia nero

che bianco, con un’impronta blues);

ma dimostra pure lo spessore unico

del compositore-pianista, il tocco

personale che seppe innestare nei

suoni della sua epoca “un

melodizzare accattivante e

immediato, una straordinaria

sensibilità armonica ed una verve

ritmica del tutto ignota a

songwriter bianchi suoi

contemporanei” (dal libretto di

Riccardo Scivales). Un compositore

unico da riscoprire nei tre Preludi,

nella modernità di “Jasbo Brown”,

nel “Three-Quarter Blues”, negli

Assoli londinesi, grazie alla vivacità

e versatilità del pianista genovese.

Martino De Cesare

IN A SENTIMENTAL SUD

(NUN FLOWER)

Fosse ancora tra noi, Troisi

saprebbe a chi chiedere di

comporre una colonna sonora: col

suo morbido fraseggio, il

chitarrista campano si pone tra

jazz mediterraneo e fusion (begli

esempi di tecnica raffinata sono

“Estemporanea minore” e

“Juana”), dopo numerose

collaborazioni e partecipazioni a

In breve

colonne sonore, con Gragnaniello

ed Eugenio Bennato. Proprio

Bennato è uno degli ospiti del

disco, con la rilettura della sua

“Canzone di Iuzzella”, come pure

Pietra Montecorvino che conferisce

sapore e sensualità a “Jac”. Brevi e

suggestive composizioni per

prolungare l’estate tra ritmo,

melodia e mille sfumature.

Ennio Morricone

IL GIOCATTOLO

Piero Piccioni

MIMI’ METALLURGICO

(CINEVOX)

Nuove ristampe in casa

Cinevox, il cui archivio è una

miniera inesauribile dei suoni che

hanno fatto grande il nostro

cinema: l’ultima riscoperta del

talento di Morricone è lo score del

film di Giuliano Montaldo del ’79,

settima di dodici collaborazioni tra

i due, storia di un uomo qualunque

che scopre una passione per le

armi: il carillon d’apertura dà il

giusto grado di suspence

(amplificato da “Miraggio e

agguato”), mentre il tema

principale viene sviluppato in “Un

uomo semplice”. Oboe e archi di

“Una tenera moglie”

rappresentano la cifra melodica

inconfondibile del compositore,

che qui fornisce un ulteriore

esempio della sua vena

compositiva magistrale, duttile e

ammaliante.

Merita la riscoperta anche il Piero

Piccioni annata ’72 di Mimì

metallurgico, ferito nell’onore

della Wertmuller, con la coppia

d’oro Giannini-Melato. La regista

fece ampio ricorso alle arie di Verdi

e a brani di repertorio, e il cd

recupera anche le composizioni

rimaste inedite, con una varietà di

stili e influenze che vanno dal

tango ai tamburi arabeggianti,

dallo shake allo struggente tema

principale dal sapore siciliano, col

mitico fischio del maestro

Alessandro Alessandroni.

AA.VV. – THE WOMEN (VERVE)

Per la colonna sonora del remake del film di Cukor non si è badato a

spese, assemblando due brani di Annie Lennox, Goldfrapp, Feist, KT

Tunstall, una promettente Lucy Schwartz in doppia razione e uno

strumentale di Mark Isham.

Olivier Derivière – ALONE IN THE DARK (MILAN)

È un videogioco ma a prestare la voce, tra composizioni epiche e brani

sinfonici, è niente meno che il Coro delle Voci Bulgare, già apprezzato

negli anni ’90 per le collaborazioni con Kate Bush e alcuni album in

proprio.

Artisti Vari – FORGETTING SARAH MARSHALL (VERVE)

L’ultima produzione di Judd Apatow (40 anni vergine, Molto incinta)

si affida a una compilation di buon livello che assembla il pop funk dei

Cake, le ballate acustiche degli Infant Sorrow, il nuovo Black Francis che

ricalca i Violent Femmes, gli onnipresenti Belle & Sebastian, la vocalità e

il ritmo di Desmond Dekker, le cover hawaiiane dei Coconutz e altri

estratti del film, in cui la musica gioca un ruolo determinante.


Tilde Corsi, Domenico Procacci e Gianni Romoli presentano

dal romanzo di

Gianrico Carofiglio

IL PASSATO È UNA TERRA

ELIO

GERMANO

MICHELE

RIONDINO

un film di

Daniele Vicari

CHIARA CASELLI VALENTINA LODOVINI MARCO BALIANI DANIELA POGGI MARIA JURADO

ROMINA CARRISI FEDERICO PACIFICI con LORENZA INDOVINA

soggetto GIANRICO CAROFIGLIO sceneggiatura FRANCESCO CAROFIGLIO, GIANRICO CAROFIGLIO, MASSIMO GAUDIOSO e DANIELE VICARI

casting LAURA MUCCINO ( U.I.C.) costumi FRANCESCA VECCHI ROBERTA VECCHI scenografia BEATRICE SCARPATO suono REMO UGOLINELLI montaggio del suono BENNI ATRIA ( a.i.t.s) musiche TEHO TEARDO

montaggio MARCO SPOLETINI ( a.m.c.) fotografia GHERARDO GOSSI organizzatore generale IVAN FIORINI supervisore alla produzione CLAUDIO ZAMPETTI produttore delegato LAURA PAOLUCCI

una produzione FANDANGO - R&C PRODUZIONI in collaborazione con RAI CINEMA

in collaborazione con GIUSEPPE PERUGIA per PUBLIMEDIA 2000 e con PIERPAOLO TREZZINI per ARMADILLO CINEMATOGRAFICA

prodotto da TILDE CORSI, DOMENICO PROCACCI e GIANNI ROMOLI regia di DANIELE VICARI

Film realizzato con il contributo del MINISTERO PER I BENI CULTURALI E AMBIENTALI – DIPARTIMENTO DELLO SPETTACOLO

Tratto dal romanzo IL PASSATO E’ UNA TERRA STRANIERA di GIANRICO CAROFIGLIO – edito da RIZZOLI

www.fandango.it www.rcproduzioni.com www.01distribution.it

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D A L 3 1 O T T O B R E A L C I N E M A

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